venerdì 14 dicembre 2012

Quelle relazioni pericolose fra farmaci e pompelmo

Corriere della sera

Sia succo sia frutto «influenzano» ben 83 medicine. La combinazione può esporre a rischi seri

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MILANO - Un innocente succo di pompelmo può nascondere insidie per la salute: si sa da tempo che questo frutto interagisce con parecchi medicinali, ora una ricerca pubblicata sul Canadian Medical Association Journal indica che il numero di possibili mix pericolosi è più alto di quanto si credesse. David Bailey, coordinatore dello studio, spiega: «Molti farmaci che possono essere "disturbati" dal pompelmo sono prescritti spesso e per malattie anche gravi: nell'elenco figurano chemioterapici, antibiotici, immunosoppressori, statine, antipertensivi e moltissimi principi attivi che agiscono sul sistema cardiovascolare. Ci siamo accorti che fra il 2008 e il 2012 il numero di medicinali che possono dar luogo a interazioni con il succo di pompelmo sono passati da 17 a 43; l'aumento si spiega con l'arrivo in commercio di nuovi principi attivi e diverse formulazioni».

LE RESPONSABILI - I 43 farmaci in questione sono quelli che possono dare interazioni davvero pericolose (in totale i medicinali che possono provocare qualche problema, seppur minimo, sono oltre 85), con effetti che dipendono dal principio attivo e vanno dall'insufficienza renale o respiratoria al sanguinamento gastrointestinale, dalla tossicità su reni e midollo osseo fino alla morte improvvisa. Alla base di tutti i guai le furanocumarine, che si trovano nel pompelmo ma anche in altri agrumi come le arance amare usate nelle marmellate o il lime (nessun rischio invece con le arance classiche): questi composti infatti bloccano in modo irreversibile un enzima che si trova a livello

gastrointestinale e serve a inattivare molti di farmaci. «I medicinali che interagiscono con il pompelmo sono quelli metabolizzati da questo enzima "sensibile" alle furanocumarine e somministrati per bocca. Se un paziente in trattamento con un medicinale simile beve succo di pompelmo va di fatto in "overdose" da farmaco, perché questo resta in circolo senza venire eliminato: il dosaggio dopo aver preso una pastiglia con il succo di pompelmo può essere anche cinque o dieci volte maggiore della stessa medicina inghiottita con un bicchiere d'acqua», osserva il ricercatore.

PRECAUZIONI - Purtroppo per rischiare conseguenze serie non serve bere litri di succo o farlo in contemporanea a quando si assume il farmaco, basta una dose relativamente modesta di pompelmo, come un bicchiere da 200 ml bevuto perfino diverse ore prima o un frutto intero; in più la probabilità aumenta se ogni giorno se ne beve un po', anche in quantità minima. «Con il farmaco per ridurre il colesterolo simvastatina, ad esempio, è sufficiente un bicchiere di succo una volta al giorno per tre giorni per vedere un incremento del 330% della concentrazione di farmaco nel sangue», dice la ricerca, che specifica come le interazioni siano un'evenienza tutt'altro che improbabile visto che il succo di pompelmo è bevuto da moltissime persone, in particolar modo fra gli over 45 che sono per giunta la fetta di popolazione a cui viene prescritto il maggior numero di farmaci. Inoltre, al crescere dell'età il pericolo aumenta perché l'organismo diventa sempre meno capace di tollerare concentrazioni eccessive di medicinali, qualunque essi siano.

Elena Meli
14 dicembre 2012 | 17:37

Duomo di Firenze, ritrovato il modello della cupola del Brunelleschi

Il Messaggero


FIRENZE - È stata scoperta, con tutta probabilità, la "sorella minore" della Cupola del Duomo di Santa Maria del Fiore, che Filippo Brunelleschi (1377-1446) progettò genialmente senza armature di sostegno. Si tratta di una cupoletta emisferica, con un diametro di circa 3 metri, che è stata rinvenuta poche settimane fa durante gli scavi eseguiti nel cantiere per l'allestimento del nuovo Museo dell'Opera del Duomo di Firenze (apertura al pubblico prevista nell'ottobre del 2015), nell'area dell'ex Teatro degli Intrepidi, in seguito trasformato in un garage.

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L'annuncio dell'importante scoperta "brunelleschiana", forse il leggendario modellino mai ritrovato, nell'area che fu del cantiere della Cupola del Duomo (1420-1436), è stato dato oggi a Firenze, durante una conferenza stampa, dall'architetto Francesco Gurrieri, professore ordinario di restauro dei monumenti dell'Università di Firenze, già preside della Facoltà di Architettura (1995-2000). Gli scavi hanno messo in evidenza l'esistenza di strutture, databili tra il XIV e il XV secolo, riconducibili ad attività artigianali (presenza di materiali ferrosi, scarti di lavorazione del marmo) collegate al grande cantiere del Duomo.

E tra la sorpresa generale, suscitando grande interesse storico-scientifico, è spuntata fuori la presenza di una cupoletta (mutila in sommità, forse tagliata nel Settecento, in occasione della realizzazione del teatro), costruita con la tecnica a "spina-pesce": proprio quella tecnica da sempre ricondotta al grande Filippo Brunelleschi; tecnica che gli consentì di realizzare l'enorme Cupola facendo a meno dell'armatura lignea che, partendo da terra sarebbe stata una vera e propria foresta di tronchi d'albero per sostenere le centine di appoggio della muratura delle volte.

Finora agli studiosi era nota l'esistenza di un modello in piccola scala (mai trovato, peraltro) realizzato da Brunelleschi in prossimità del Duomo ma non c'era alcuna notizia di questa «cupoletta» di cantiere ora scoperta. «Che questa sorga alla stessa quota dei manufatti del cantiere brunelleschiano - ha spiegato il professore Gurrieri - è di fondamentale importanza perchè ci consente una datazione fra il 1420 e il 1436 (i sedici anni impiegati a realizzarla arrivando all'imposta della lanterna di sommità); ed ancor più ragionevolmente al 1420, cioè all'inizio della cantierizzazione della Cupola».

La «cupoletta» di cantiere è emisferica (quindi non a otto vele), tuttavia è costruita con le «creste e vele» a coltello, trasversali a distanza di circa un braccio fiorentino. «Al momento non è azzardabile che questa cupoletta possa essere stata il "modello" dimostrativo dell'impresa (di cui, per la verità, abbiamo tradizione che fosse stata altrove), tuttavia si pone come testimonianza primaria di un pensiero tecnico e di una prova pratica che non può che essere ricondotta a Filippo Brunelleschi e al suo esordio nel cantiere di Santa Maria del Fiore», ha ipotizzato Gurrieri.

Gli archeologi che operano nel cantiere dove si lavora per il nuovo Museo sono abbastanza cauti sull'argomento, ma Francesco Gurrieri ritiene che in base agli studi compiuti ci siano importanti indizi per l'attribuzione a Brunelleschi della scoperta. La «cupoletta» fu costruita con spazio libero all'intorno e con tecnica «a spina-pesce», introdotta da Brunelleschi nel secondo decennio del '400. È dunque parere dell'illustre studioso che questa «cupoletta dell'Opera», come ha deciso di chiamarla Gurrieri, «possa essere ricondotta al 'cantiere brunelleschianò, in quei sedici anni meravigliosi (1420-1436) in cui Brunelleschi voltò la grande Cupola di Santa Maria del Fiore, senza armature di sostegno».


Venerdì 14 Dicembre 2012 - 15:43
Ultimo aggiornamento: 16:16

New York in guerra per le app dei taxi

Corriere della sera

Nella città dove le macchine si fermano con una mano, sindaco e tassisti divisi sull'utilizzo degli smartphone

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MILANO - Anche New York avrà i servizi per chiamare il taxi con una app. Il sindaco Bloomberg ha dato il via a un anno di sperimentazione in cui i taxi più famosi del mondo potranno essere 'presi' anche tramite lo smartphone oltre che nell'unica maniera fino a ieri possibile: agitando una mano per fermarne uno in strada. Sembra cosa da poco ma il progetto, già avviato come in molte altre città degli Stati Uniti lo scorso settembre, era stato bloccato dopo pochi giorni dalla Taxi and Limousine Commission (TLC), la commissione che dispensa le licenze e regola la professione nella Grande Mela.

FILOSOFIA O BUSINESS - Al centro della discussione la definizione della chiamata elettronica delle auto gialle. Secondo la TLC le applicazione di e-hailing di fatto equivalgono a un servizio di prenotazione, vietati dalle leggi della città dal 1980 a causa dei disservizi che crearono ai newyorkesi, che non faticavano non poco a trovare un veicolo libero in strada. Gli sviluppatori delle app si difendono sostenendo che non si tratti di una vera e propria prenotazione ma di una chiamata effettuata anziché tramite la consueta alzata di mano, per click sullo smartphone. I servizi di e-hailing infatti prevedono di solito che l'utente riveli le proprie coordinate geografiche ai mezzi pubblici nei dintorni, in modo che il più vicino possa presentarsi. Il taxi che accetta la chiamata viene monitorato dall'app nei suoi spostamenti in tempo reale, segnalati a chi sta aspettando.

Questione cavillosa: la chiamata elettronica è quindi una prenotazione, seppur di breve durata, o no? Alla base dello stop imposto dalla TLC però più che la tecnologia di per sé o la definizione di e-hailing, c'è il modello di business adottato in particolare da una azienda, la Uber, che per ottimizzare il servizio dei celebri cab gialli, aveva pensato bene di andare direttamente dai tassisti mettendoli in comunicazione diretta con i clienti in attesa. Bypassando completamente le società che controllano lo smistamento dei mezzi. Per di più anche le tariffe non corrispondevano a quelle fissate dalla TLC. Non tutte le app sul mercato ricalcano il modello aggressivo (nei confronti dello status quo) di Uber. Flywheel ad esempio fornisce un servizio analogo ma senza escludere dalla filiera la TLC.

PASSO AVANTI - Ora il passo indietro, o avanti, di Bloomberg che ha fatto seguito a una analoga decisione della giunta comunale di Washington nei giorni scorsi. Via libera a Uber e alle altre app che, sia nei pochi giorni di test fatti a settembre a New York che in quelli effettuati nelle altre grandi città Usa, si sono rivelate efficaci per i clienti e tassisti. L'unico inconveniente segnalato è che a volte i taxi si fermano sul lato sbagliato della strada, a causa dell'approssimazione dei sistemi di localizzazione (di pochi metri, ma tanto basta per porre tra cliente e auto un'arteria particolarmente trafficata). Per porre rimedio a questi casi sfortunati in cui la tecnologia d'avanguardia si rivela imprecisa basta semplicemente tornare alla tecnologia precedente e urlare “taxi” agitando la mano in aria dall'altro lato della strada. Alla fine i vantaggi in termini di tempo, inquinamento, traffico e di prezzo, abilitati dalle app di e-hailing, sembrano superiori agli interessi di una Commissione o ai cavilli di una definizione.

Gabriele De Palma
14 dicembre 2012 | 14:40

Milioni di americani schedati “anche se non sono sospetti”

La Stampa

Da un’inchiesta del Wall Street Journal ombre sull’Amministrazione

maurizio molinari
corrispondente da new york


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Dati e informazioni su milioni di cittadini, americani e non, residenti negli Stati Uniti vengono raccolti dal «National Counterterrorism Center» (Centro nazionale per il controterrorismo) che li conserva fino a un massimo di cinque anni. A svelarlo sono i documenti della Homeland Security (il ministero per la Sicurezza Interna) di cui il Wall Street Journal ha ottenuto la declassificazione in forza del Freedom of Information Act che obbliga ogni ufficio governativo a rendere pubblici i propri atti. Ciò che emerge dall’inchiesta del Journal è che la svolta che ha portato la Homeland Security ad accumulare dati su persone incensurate nasce dall’episodio del «kamikaze di Natale», il 23enne nigeriano Umar Faruk Abdulmutallab che tentò di farsi esplodere sul volo da Amsterdam a Detroit il 25 dicembre del 2009. 

Il corto circuito fra agenzie di sicurezza si dovette all’epoca all’incapacità della Homeland Security di valutare correttamente l’allarme che il padre del kamikaze aveva dato all’ambasciata Usa in Nigeria ma la conseguenza è stata di affrontare il problema in maniera più radicale: la banca dati «Terrorist Identities Datamart Enrironment» (Tide) contenente circa 500 mila identità di possibili terroristi non includeva il nome di Abdulmutallab e dunque serviva un più vasto sistema di raccolta dati.

Da qui l’amministrazione Obama è partita, sotto le indicazioni del consigliere antiterrorismo della Casa Bianca John Brennan, arrivando alla conclusione che la soluzione più sicura sarebbe stata accumulare i dati di milioni di persone - residenti o in transito negli Stati Uniti - al fine di esaminare se i loro comportamenti coincidevano con quelli di possibili terroristi. Il risultato è stato di affidare al «Centro nazionale per il controterrorismo» non solo tutti gli elenchi di chi arriva negli Stati Uniti ma anche degli americani che ospitano studenti stranieri, di chi frequenta le Università, di chi è impiegato nella case da gioco e numerose altre categorie al fine di disporre di una griglia di miliardi di informazioni capace di identificare in tempo reale un teorico «terrorista dormiente» impegnato a compiere un attentato. 

Brennan ha tenuto informato di tale trasformazione del sistema di accumulazione dati il ministro della Giustizia, Eric Holder, e la direzione nazionale dell’intelligence assicura che «l’uso delle informazioni avviene in maniera appropriata nel rispetto della tutela dei diritti dei singoli». Ciò non toglie che si tratta di misure in contrasto tanto con il IV emendamento della Costituzione americana, contrario a indagini «in assenza della probabilità che un crimine è stato commesso», che con il «Federal Privacy Act» del 1974 in base al quale «le agenzie federali non possono scambiarsi informazioni sui singoli per fini diversi a quelli per cui sono state raccolte». Le opposizioni sollevate dentro la Homeland Secutity sono state tuttavia respinte dai legali dell’amministrazione Obama e la nuova megabanca dati su milioni di incensurati è operativa. 

Evasione, il direttore Sallusti è stato assolto

Luca Fazzo - Ven, 14/12/2012 - 12:04

Processo con rito abbreviato per evasione: il direttore, accusato di avere lasciato i domiciliari dove stava scontando una condanna per diffamazione, è stato assolto "perché il fatto non sussiste". Il pm aveva chiesto sei mesi di carcere

Assolto "perché il fatto non sussiste". Alessandro Sallusti è innocente dell'accusa di evasione, per cui era stato arrestato e per cui il pubblico ministero Piero Basilone aveva avanzato questa mattina al termine della sua requisitoria la richiesta di sei mesi e venti giorni di carcere.


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Sallusti era accusato di avere lasciato sabato scorso la casa della sua compagna Daniela Santanché, dove era stato appena portato dalla polizia per scontare agli arresti domiciliari una condanna per diffamazione.
Oggi, davanti al giudice Gaetano La Rocca, il primo a prendere la parola é stato il pubblico ministero Piero Basilone, lo stesso che sabato scorso ha disposto l'arresto di Sallusti per evasione, chiedendo e ottenendo nei suoi confronti un ordine di custodia (anche questo convertito in arresti domiciliari). Dopo la requisitoria del pm hanno parlato i legali di Sallusti, Valentina Ramella e Ignazio La Russa, che hanno chiesto l'assoluzione di Sallusti "perché il fatto non sussiste", spiegando che la presunta evasione é stato solo un gesto simbolico di protesta. 
 I legali hanno depositato al giudice la copia di un filmato in cui si vede chiaramente che Sallusti non aveva alcuna intenzione di darsi alla fuga, ma semplicemente di compiere un gesto simbolico di protesta contro gli arresti domiciliari disposti d'autorità e contro la sua volontá su richiesta della Procura di Milano. Sallusti aveva invece manifestato fin dall'inizio - dopo che la condanna per diffamazione era divenuta definitiva - la sua determinazione di andare ad espiare la pena in carcere come qualunque altro detenuto. Oggi, evidentemente, il giudice La Rocca ha ritenuto impossibile condannare per evasione un arrestato che voleva a tutti i costi andare in carcere.
Sallusti, visibilmente soddisfatto ed emozionato, ha lasciato il tribunale senza rilasciare dichiarazioni ed è tornato a casa agli arresti domiciliari. La vittoria nel processo di oggi é fondamentale anche perché fa decadere automaticamente la sospensione dall'Ordine dei giornalisti che era stata notificata a Sallusti mercoledì. Da oggi Sallusti può tornare a firmare il Giornale come direttore responsabile. E la possibilità di azzerare la sua condanna per diffamazione con una grazia del presidente Napolitano torna all'ordine del giorno.

Bufera sui grillini Avvocati in campo per l'uso del logo

Corriere della sera

E Pizzarotti chiede chiarimenti al leader

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MILANO - Senza tregua. Non si placano le polemiche sul web (e non solo) per l'espulsione dai Cinque Stelle di Federica Salsi e Giovanni Favia. Sul caso prende posizione Federico Pizzarotti e scoppia anche la querelle sull'uso del logo. Il giorno dopo la decisione di Beppe Grillo, è ancora il consigliere comunale bolognese - intervistata da Sky Tg24 - ad attaccare: «Il M5S è gestito da una azienda che fa marketing pubblicitario che sta utilizzando una modalità comunicativa a senso unico: Grillo dà le sue opinioni a persone che seguono il prodotto; se il prodotto non piace vengono cacciate fuori». «Ora che il Movimento si sta approntando a livello nazionale, sembra che stiano gestendo tutto Grillo e Casaleggio nel loro ufficio - dichiara Federica Salsi -. Casaleggio è la parte che organizza e Grillo è il frontman che ci mette la faccia».

Se una delle espulse parla, l'altro tace. Dopo la prova di forza a Modena, ieri Favia è tornato a confrontarsi con la base a Ravenna. Intanto, si profila all'orizzonte - come anticipato dal Corriere - una battaglia sul logo, che il consigliere regionale intende utilizzare in sede istituzionale, dopo aver chiesto un parere legale all'avvocato Riccardo Novaga. «Il Non-statuto del 2009 prevede che il marchio Movimento 5 stelle sia registrato a nome di Beppe Grillo, che è quindi l'unico titolare dei diritti d'uso sul marchio stesso e che, come determinato dall'articolo 7, sia lui a dare il consenso per iscritto all'utilizzo del logo a ciascun candidato in occasione di ogni consultazione elettorale», spiega Anna Pellizzari dello studio Barzanò&Zanardo, specializzato in proprietà intellettuale. «Bisogna comprendere se, qualora il candidato venga eletto, sia implicito che tale facoltà di utilizzo del marchio sia esteso a tutta la durata del mandato - argomenta .

In questo caso, fatto salvo che non siano venuti meno i requisiti per far parte del movimento, Favia potrebbe utilizzare il marchio». Secondo Pellizzari: «In sostanza bisogna capire se l'eventuale contestazione di Grillo sia legittima, se il consigliere regionale non abbia i requisiti previsti dal Non-statuto». Sulla questione è intervenuto anche Pizzarotti, il sindaco di Parma, da molti attivisti considerato l'unico possibile mediatore per riportare la pace tra i grillini in Emilia-Romagna. «Se mi ha sorpreso la decisione di Grillo? C'è un po' di sorpresa», ha risposto il sindaco di Parma, «sicuramente ci sono alcune cose da chiarire e da capire meglio: ovvio che non bisogna mai accelerare i tempi e avere troppa fretta perché le situazioni sono sempre più complesse di quanto possano sembrare in apparenza, però ci sembrava anche giusto chiedere delle puntualizzazioni ed è per questo che mi sembrava doveroso redigere un comunicato congiunto». Non ancora diffuso però in tarda serata.

Nessuna polemica dal capo politico dei Cinque Stelle. Ieri Grillo ha tuonato contro Mario Monti e la data delle prossime elezioni. «Una domanda: perché anticipare le elezioni sotto la neve a febbraio per la prima volta nella storia della Repubblica? Forse per tenere fuori dal Parlamento il M5S?», ha scritto sul blog. E ancora: «Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Dobbiamo raccogliere tutte le firme necessarie». «Nei prossimi due fine settimana - annuncia - con i "Firma day" dobbiamo riuscire a raccogliere tutte le firme. Io sarò presente di persona nelle Regioni più a rischio per aiutare la raccolta». I Cinque Stelle hanno trovato l'appoggio di Antonio Di Pietro: «Come Idv ci impegniamo a mettere a loro disposizione le nostre strutture per agevolare la raccolta». Intanto, ieri i grillini hanno annunciato chi correrà per il Pirellone. Si tratta di Silvana Carcano, 40 anni, libera professionista, di Paderno Dugnano. Secondo indiscrezioni, per lei circa 660 preferenze su duemila votanti.

Emanuele Buzzi
14 dicembre 2012 | 7:31

Per favorire la trattativa non presero Santapaola»

Corriere della sera

I pm: i Ros lo intercettarono ma non agirono

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PALERMO - Uno dei prezzi pagati dallo Stato alla mafia al tempo delle stragi fu la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Ma non solo lui. Anche un altro boss di primissimo piano, secondo l'accusa, venne lasciato in latitanza, perché utile a stringere accordi con le istituzioni e fermare la strategia delle bombe. Si tratta di Nitto Santapaola, capo di Cosa nostra catanese; nella primavera del 1993 i carabinieri del Ros lo intercettarono ma evitarono di arrestarlo. Forse fecero addirittura in modo di farlo scappare dal luogo in cui si nascondeva, inscenando una sparatoria che avrebbe dovuto metterlo in allarme. Serviva alla trattativa.

È l'ultimo anello che la Procura di Palermo ha aggiunto alla catena del presunto accordo tra i vertici della mafia e alcuni rappresentanti delle istituzioni, approdato davanti al giudice che deve decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio per dodici imputati. Un intero faldone di vecchi atti processuali e inchieste rispolverati dagli archivi giudiziari di Messina, Reggio Calabria e Barcellona Pozzo di Gotto sono stati messi a disposizione del giudice, con l'intento di dimostrare che la latitanza di Santapaola fu allungata di alcuni mesi, proprio mentre si cercavano contatti con lui per convincerlo a interrompere gli attentati. Poi la polizia arrivò a prenderlo, spezzando una trama che, sempre secondo l'accusa, gli artefici della trattativa provarono a perseguire anche con il boss in prigione.

Attraverso l'allora vicedirettore dei penitenziari Francesco Di Maggio (ex pm milanese morto nel '96, inserito fra i protagonisti del «patto»), stando a quel che solo vent'anni dopo racconta l'ultimo, controverso testimone dell'indagine: l'avvocato Rosario Cattafi, inquisito da Di Maggio negli anni Ottanta, arrestato l'estate scorsa dai magistrati di Messina che lo considerano il referente della cosca barcellonese e ora detenuto al «carcere duro». Cattafi nega le accuse nei suoi confronti, ma racconta della presunta «missione» che proprio Di Maggio gli avrebbe assegnato per contattare Santapaola nello stesso periodo in cui il boss si nascondeva da quelle parti. E in seguito quando entrambi si trovavano in prigione.

Protagonisti della vicenda - spiegata dai carabinieri in tutt'altro modo - sono sempre gli ufficiali del Ros guidato dagli ex generali Subranni e Mori, oggi imputati insieme all'ex capitano De Donno, il quale nella primavera del '93 si trovava in provincia di Messina con l'allora capitano Ultimo, il carabiniere che arrestò Riina e che fu processato (e assolto, come Mori) per la mancata perquisizione del covo del boss corleonese. Agli atti del procedimento sulla trattativa sono finite le intercettazioni ambientali che, nella lettura dei pubblici ministeri, dimostrano come gli investigatori d'eccellenza dell'Arma riuscirono a registrare la viva voce di Santapaola, il principale ricercato della Sicilia orientale.

Parlava nell'ufficio del cugino di un capomafia locale, a pochi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto. Gli interlocutori lo chiamavano «zio Filippo», ma dal tenore delle conversazioni - sostengono oggi gli inquirenti - era chiaro che si trattava di Santapaola. «So che hanno fatto un blitz a Milano per droga... - diceva -. E lì ci hanno messo Totò Riina, a me, Madonia, tutti lì, tutti catanesi, perciò alcuni sbirri pensano una cosa, altri ne pensano un'altra...». In un colloquio intercettato lo stesso giorno, uno degli interlocutori dice all'altro: «Se non svieni e non lo dici a nessuno, io ti dico chi era quella persona che c'era qua dentro poco fa. Era Nitto Santapaola...».

Nonostante questi indizi e le registrazioni avvenute nell'arco di diversi giorni nell'aprile 1993, non solo i carabinieri non organizzarono alcun blitz per provare a catturare il boss, ma furono protagonisti di una sparatoria in cui fu coinvolto un ignaro passante, scambiato per un altro ricercato. Episodio che all'epoca fu giustificato con un disguido, mentre adesso nella ricostruzione dell'accusa viene considerato un messaggio lanciato a Santapaola per proteggerne la clandestinità.

A protezione della trattativa. Secondo un copione che si sarebbe ripetuto due anni più tardi con Bernardo Provenzano. All'udienza di ieri davanti al giudice, il pubblico ministero Nino Di Matteo ha esplicitato l'accusa del trattamento di favore riservato al padrino corleonese nell'ottobre del '95 (per quella mancata cattura è in corso un altro processo contro Mori e il colonnello Obinu): «Non si trattò di un episodio isolato, ma della volontà di adempiere a un patto, un accordo che è parte della trattativa scaturita dal ricatto mafioso. Provenzano venne lasciato in latitanza perché una parte delle istituzioni riteneva utile che prevalesse la fazione interna a Cosa nostra da lui guidata. Perciò conveniva che Provenzano rimanesse in libertà».


Giovanni Bianconi
14 dicembre 2012 | 8:30

Libri digitali con un aspirapolvere e un'idea

Corriere della sera

Un gruppo di ingegneri di Google e il lavoro nel 20% dell'orario lasciato libero dalla Big G per progetti personali

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MILANO - Qualche foglio di alluminio, uno motore e un aspirapolvere. Questi i componenti di una macchina per digitalizzare il libri cartacei che costa molto meno di quelle in uso attualmente nell'industria. A realizzare questo scansionatore sono stati alcuni ingegneri di Google, guidati da Dany Qumsiyeh, che stanno lavorando al progetto di conversione in digitale dello scibile umano su carta intrapresa da Google otto anni fa e oggi giunta a 130 milioni di libri. L'invenzione è stata realizzata in quel 20 per cento dell'orario lavorativo che la grande G (ma non solo, anche 3M e recentemente Apple hanno adottato lo stesso sistema) concede ai propri dipendenti per occuparsi di progetti personali. Il prototipo costa 1500 dollari, con un abbattimento del prezzo di sessanta volte rispetto agli omologhi sul mercato (che si aggirano sui 100mila dollari). Potenzialmente un'invenzione che potrebbe rendere accessibile, non solo alle grandi aziende, la conversione in digitale del patrimonio librario.


COME FUNZIONA - Il digitalizzatore ha un aspetto lineare: il libro viene appoggiato sui fogli di alluminio messi a formare un cuneo e disposti in orizzontale; un motore lo fa scorrere avanti e indietro. Due aperture caratterizzano il pannello di alluminio: in una – che taglia longitudinalmente - ci sta lo scanner vero e proprio, mentre l'altra – un incisione obliqua nel foglio di alluminio – serve per girare le pagine. Ed è proprio qui che sta l'innovazione di Qumsiyeh, che ha escogitato un modo semplice ed efficace di sfogliare automaticamente le pagine. Tutto merito dell'aspirapolvere che al passaggio del libro trattiene una sola pagina e la fa scorrere sotto l'alluminio. Le performance sono apprezzabili: mille pagine digitalizzate in un'ora e mezza. E senza dover controllare il funzionamento della macchina o intervenire in alcuno modo. Solo all'inizio è necessario posizionare il libro in modo che la cellulosa aderisca il più possibile all'alluminio e la scansione sia ben definita.

OPEN SOURCE – Ci sono molte cose da migliorare nel prototipo, a cominciare dalla velocità del motore (peraltro facilmente risolvibile usandone uno più potente). Uno degli aspetti più interessanti di questo book scanner è la licenza open source con cui è rilasciato, sia per quel che riguarda il software che per il design. Migliorare il prototipo sarà quindi agevole perché non gravato da licenze da pagare e potendo liberamente utilizzare quel che di buono ha fatto Qumsiyeh. La comunità di hacker non ha aspettato molto a raccogliere il testimone e sui siti a loro dedicati come LifeHacker sono stati subito condivisi i codici e i disegni di progettazione. A questo punto è solo questione di tempo prima che i costi si abbassino e le performance migliorino. E se la digitalizzazione di libri fosse accessibile a istituzioni pubbliche come ad esempio le biblioteche o la scuola o addirittura ai privati ci troveremmo in una situazione analoga a quando venne messo in commercio il software per trasformare la musica in mp3.



Un aspirapolvere e un'idea (13/12/2012)

Le mappe di Google tornano su iOS (12/12/2012)

Gabriele De Palma
13 dicembre 2012 | 17:51

L'Italia nel Nirvana L'otto per mille a buddhisti e induisti

Francesca Angeli - Ven, 14/12/2012 - 09:03

Non siamo più un Paese di cattolici. Il Parlamento riconosce altre due religioni: potranno aprire scuole

Anche in Italia oltre al sabato per gli ebrei e alla domenica per i cattolici, oltre al Natale e alla Pasqua si festeggerà, per chi vorrà, pure la Vittoria della Luce sull'Oscurità nel giorno della luna nuova d'autunno.


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Dopo un lungo iter più volte interrotto, l'11 dicembre scorso il Parlamento ha approvato in via definitiva le intese con l'Unione Buddhista e l'Unione induista. Un passo importante per queste comunità religiose. Lo Stato italiano infatti per la prima volta riconosce in via istituzionale dei culti che non provengono dal ceppo giudaico cristiano, nel rispetto del principio sancito dall'articolo 8 della Costituzione che garantisce la libertà di tutte le religioni purché i loro statuti non entrino in contrasto con l'ordinamento giuridico italiano. L'intesa comporta il riconoscimento per i ministri, i luoghi di culto e le festività religiose. Il diritto a scegliere procedure particolari per la sepoltura e ad avere aree riservate nei cimiteri. E, soprattutto, la possibilità di accedere all'8 per mille del gettito fiscale come le altre religioni riconosciute, la cattolica, la valdese, l'ebraica.

Il cammino dell'intesa è iniziato nel marzo del 2000 ed è proseguito grazie all'impegno dei senatori Lucio Malan (Pdl) e Stefano Ceccanti (Pd) oltre al vicepresidente di Palazzo Madama Vannino Chiti (Pd) e ai deputati Roberto Zaccaria (Pd) e Matteo Mecacci (Radicali-Pd). Le comunità buddhista e induista sono una realtà in crescita nel nostro Paese e non soltanto per i flussi migratori. L'Unione Buddhista italiana è stata fondata a Milano nel 1985 e riunisce varie tradizioni: la Theravada, Mahayana Zen e Mahayana Vajrayana. I praticanti buddhisti italiani sono circa 80.000. A questi si aggiungono 20.000 più saltuari oltre ai circa 30.000 «nativi» provenienti dall'Asia. Per quanto riguarda gli induisti sono oltre 135.000.

Gli immigrati di religione induista sono 119.689 ai quali si aggiungono 15.000 italiani convertiti. Solo a Roma ci sono 9.744 immigrati di fede induista. I rappresentanti dell'Unione Buddhista e quelli dell'Unione induista, Raffaele Longo e Maria Angela Falà affiancati dal presidente emerito Swami Yogananda Giri e Franco di Maria, sottolineano l'importanza dell'intesa anche per favorire l'integrazione degli immigrati. E no solo.

Con l'intesa si apre alla possibilità di costituire liberamente scuole ed istituti di educazione nel rispetto della normativa sulla parità scolastica. Nell'accordo si prevede anche il riconoscimenti per i ministri di culto, per i quali ci sarà un apposito elenco in modo che sia verificata la loro attestazione. I ministri potranno assistere spiritualmente i loro fedeli anche nel caso fossero ricoverati in ospedale o in case di riposo oppure detenuti in carcere.

Verranno considerati validi i matrimoni celebrati con i riti di queste confessioni purchè, come avviene per il rito cattolico, l'atto venga poi trascritto nei registri di stato civile. Si rispetteranno le regole della tradizione per quanto riguarda il trattamento delle salme e la tumulazione, cercando di prevedere aree riservate nei cimiteri. Dato poi che agli effetti tributari sia l'Unione induista e sia quella Buddhista sono equiparate agli enti aventi fine di beneficenza o di istruzione tutte le donazioni a loro favore e destinate a sostentamento dei ministri di culto e alle esigenze del culto saranno deducibili dal reddito fino all'importo di 1.032, 91 euro.

A quarant’anni dall’ultima impronta lasciata dall’uomo sulla Luna

La Stampa

14 dicembre 1972: gli astronauti tornano sulla Terra e finisce l’esplorazione del satellite. Per sempre?

antonio lo campo


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Il 14 dicembre 1972 dalla regione lunare di Littrows decollava l’ultimo modulo lunare del Programma Apollo. A bordo c’erano il capitano Eugene Cernan, comandante della missione Apollo 17, e il geologo-planetologo Harrison Schmitt. A 40 anni dalle ultime impronte lasciate da uomini su un altro corpo celeste, la Luna sembra dimenticata e la corsa spaziale punta a Marte. «Oggi - dice l’astronauta Umberto Guidoni, protagonista di due missioni dello Space Shuttle - più che a un ritorno sulla superficie lunare, si punta a costruire una base o ad assemblare un’astronave nel punto detto Lagrangiano L-2, una regione dello Spazio vicina alla Luna favorevole per le missioni su Marte».

Umberto Guidoni ha scritto un libro in cui racconta la storia dei voli lunari: «I ragazzi della mia generazione si sono appassionati alla scienza e allo spazio sull’onda dell’entusiasmo suscitato da quelle imprese. Ho conosciuto Neil Armstrong quando tenne una lezione agli astronauti in addestramento a fine Anni 90. Ci spiegò le tecniche con cui riuscì a portare a termine l’atterraggio, dopo aver scansato un cratere. Lo faceva come se stesse spiegando in che modo aveva riparato l’automobile nel garage di casa». 

Guidoni è stato il primo europeo ad abitare la Stazione spaziale internazionale: «Apollo fu un progetto realizzato da una singola nazione, che doveva vincere la gara con i russi. La Iss coinvolge 15 nazioni. Basti pensare al progetto della nuova capsula americana Orion, che in parte sarà europea. Per l’Apollo c’era un razzo in grado di mettere in orbita ogni singola missione. La stazione spaziale ha richiesto un gran numero di voli degli shuttle e di razzi vettori. È una delle ragioni per cui gli Usa puntano di nuovo a un razzo molto potente com’era il Saturno 5 dell’Apollo, e l’Europa a potenziare l’ Ariane 5». Forse il clima dell’Apollo è irripetibile. «All’epoca c’era il boom economico e la gara tra Usa e Urss. Ora alla Luna puntano le nuove potenze spaziali, Cina in testa, mentre gli Usa pensano a Marte». 

Per quanto riguarda gli italiani, «abbiamo costruito una buona intesa con Esa e Nasa. Diversi astronauti in addestramento partecipiamo a programmi di rilievo. Però obbiamo dare una certa continuità alle nostre strategie spaziali, visto che siamo stati la terza nazione della storia ad aver inviato nello spazio, 48 anni fa, un satellite interamente costruito da noi». 

Negli abissi del Mar Nero la “prova” del diluvio universale

La Stampa

L’archeologo Robert Ballard, ispezionando i fondali, ha scoperto una “costa sommersa” e ha trovato conchiglie dello stesso periodo in cui si presume che Noè abbia costruito la famosa Arca

maurizio molinari
corrispondente da new york


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Nel 1985 scoprì il relitto del Titanic grazie ad un robot sottomarino ed ora è convinto di aver trovato le prove di qualcosa di ancora più unico: il diluvio universale. L’archeologo degli abissi Robert Ballard consegna la sua rivelazione ad un’intervista a Christiane Amanpour della tv Abc, spiegando di essere riuscito nell’impresa grazie a “tecnologie mai adoperate prima”.

“Nelle profondità marine c’è il più grande museo del Pianeta” assicura Ballard, che seguendo questa pista ha ispezionato i fondali del Mar Nero alla ricerca di una testimonianza capace di avvalorare il racconto dell’Arca di Noè contenuto nel libro della Genesi del Vecchio Testamento. “Dodicimila anni fa il mondo era coperto dai ghiacci e il luogo dove ora si trova la mia casa in Connecticut aveva sopra di sè 1,6 km di ghiacci che si estendevano per 15 milioni di km fino al Polo Nord” esordisce Ballard al fine di descrivere il mondo della preistoria che “a un certo punto venne travolto dallo scioglimento di questo immenso cubo di ghiaccio”.

Su questo “scioglimento” vi sono due teorie - che sia stato progressivo o repentino - e Ballard ipotizza che nell’area del Mediterraneo sia avvenuto “all’improvviso” quando “un muro d’acqua con la potenza di 200 cascate del Niagara” si rovesciò sul Mar Nero, che all’epoca era “un lago di acqua dolce circondato da 150 mila km di terra fertile”. Recandosi con il suo team di ricercatori proprio nel Mar Nero, l’archeologo ne ha a lungo ispezionato i fondali alla ricerca della “prova” di quella gigantesca inondazione e - questa è la rivelazione - ora afferma di “aver trovato qualcosa”. 

Si tratta di una “costa sommersa”, lungo il cui perimetro ha raccolto “conchiglie che all’esame del carbonio sono risultate risalenti a circa 5000 anni fa” ovvero lo stesso periodo in cui si presume che Noè abbia costruito l’Arca per salvarsi dal diluvio universale assieme alla propria famiglia ed alle specie animali. “E’ un’ipotesi che adesso per la prima volta diventa concreta” e Ballard è così determinato a continuare l’ispezione dei fondali anche perché “una delle caratteristiche del Mar Nero è la quasi totale assenza di ossigeno negli abissi e ciò consente di conservare meglio i reperti” come

dimostra il ritrovamento di un antico relitto di nave “in condizioni quasi perfette” con tanto di resti umani di un membro dell’equipaggio “del quale abbiamo identificato l’osso femorale e un dente”. Pur trattandosi di un’imbarcazione risalente a un periodo successivo a Noè, la qualità del ritrovamento è tale da infondere fiducia all’archeologo convinto di aver trovato “la traccia da seguire per ricostruire l’immensa e violenta alluvione che travolse il Mar Nero, trasformandolo in acqua salata” e probabilmente innescando ricordi che, tramandandosi di generazione in generazione, hanno dato vita alla narrazione epica del diluvio giunta fino a noi.

Caldaie a rischio, il tecnico deve impedirne l'utilizzo

La Stampa


Se la caldaia funziona male, il tecnico chiamato per il controllo «deve impedirne, a titolo precauzionale, ogni uso». Diversamente, in caso di incidenti può essere chiamato a risponderne in prima persona. Ecco perché la Quarta sezione penale ha convalidato una multa di mille euro per lesioni colpose (pena interamente condonata) nei confronti di un tecnico che, nel 2006, era stato chiamato in un'abitazione di Marzabotto per controllare il cattivo funzionamento di una caldaia a gas.

L'uomo, ricostruisce la sentenza, «aveva omesso di eseguire il completo ed efficace controllo dell'impianto e in particolare della canna fumaria, così causando intossicazioni collettive da ossido di carbonio» della famiglia da cui era partita la chiamata e, in qualche caso, anche lesioni. Da qui il monito di piazza Cavour: «l'imputato avrebbe dovuto impedire, a titolo precauzionale, ogni uso della caldaia alle persone poi rimaste offese». D'altra parte, «lui stesso si era raccomandato di usarla il meno possibile: ciò - osserva la Cassazione - denota la concreta consapevolezza che la caldaia avrebbe potuto cessare di funzionare». Convalidata così la decisione del Tribunale di Bologna.

Fonte: Adnkronos

Soccorso stradale, ora anche per gli animali

La Stampa

zampa

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto attuativo del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti


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Da ieri si è rafforzato il cambiamento del Codice della Strada, che ha fissato - dall’estate 2010 - l’obbligo di fermarsi in caso di incidente con un animale, l’equiparazione dello stato di necessità di trasporto di un animale ferito come per una persona, l’utilizzo di sirena e lampeggiante per ambulanze veterinarie e mezzi di vigilanza zoofila. È stato infatti pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.289 il decreto attuativo del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti.

«La norma ha preso atto del cambiamento del sentire comune sul dovere di prestare soccorso anche agli animali - commentano Gianluca Felicetti, presidente Lav, e Carla Rocchi, presidente nazionale dell’Enpa- Le sanzioni irrogate fino ad oggi per le violazioni sono state un esempio positivo per automobilisti e polizie locali. Nel decreto siamo riusciti a far inserire il pieno riconoscimento del privato cittadino che porta per dovere civico un animale incidentato in un ambulatorio veterinario, la necessità di intervento anche ai fini della tutela dell’incolumità pubblica e il pieno riconoscimento dell’attività delle Guardie zoofile.

Ora le Regioni e i Comuni devono rafforzare i propri compiti di intervento già previsti da altre normative». Il decreto ministeriale fissa, fra l’altro, le caratteristiche delle autoambulanze veterinarie, le cui attrezzature specifiche saranno individuate dal ministero della Salute, la certificazione anche successiva dello stato di necessità di intervento sull’animale da parte di un veterinario e gli stati patologici che fanno scattare questo riconoscimento, ossia trauma grave, ferite aperte, emorragie, alterazioni e convulsioni. 

Scoperta la prima fiaba di Hans Christian Andersen

La Stampa

“La candela di sego” risale ai primi anni Venti dell’Ottocento

Copenhagen


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È stata scoperta una delle primissime fiabe giovanili di Hans Christian Andersen (1805-1875). Il manoscritto della favola finora inedita, intitolata in danese “Taellelyset” (La candela di sego), è stato trovato, dallo storico Esben Brage, all’interno di una scatola custodita sugli scaffali dell’Archivio nazionale di Funen, vicino ad Odense, città natale della scrittore danese.

“La candela di sego” è una breve storia che ha per protagonista una candela dimenticata e sporca che ad un certo punto viene ripulita, accesa e quindi in grado di mostrare tutta la sua bellezza di luce. L’autografo ad inchiostro è dedicato alla signora Bunkeflod “dal suo devoto H.C. Andersen”. Gli esperti che hanno esaminato il manoscritto ritengono che sia stato composto dall’autore della “Sirenetta” nel 1820, quando Andersen aveva appena 15 anni e quindi potrebbe essere la sua prima fiaba in assoluto. 

La signora Bunkeflod era una vedova di Odense che il ragazzo Andersen visitò a più riprese per ottenere in prestito dei libri da leggere e che lui ringrazio’ facendole dono della favoletta ora scoperta. Secondo il quotidiano danese Politiken, che ha pubblicato la notizia della scoperta, il manoscritto potrebbe essere una copia dell’originale andato perduto. Gli esperti sono concordi nel ritenere “La candela di sego” una prova ancora immatura del grande favolista, non certo alla pari con i suoi capolavori, da ”Il brutto anatroccolo” a “La piccola fiammiferaia”. Ejnar Stig Askgaard, uno dei maggiori studiosi di Andersen, ha descritto la scoperta come “sensazionale”.

Addio a Joseph Woodland, l’inventore del codice a barre

La Stampa

Aveva 91 anni. È morto nella sua casa di Edgewater, in New Jersey

new york

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Joseph Woodland, 91 anni, inventore del codice a barre, è morto nella sua casa di Edgewater in New Jersey. Lo ha annunciato la figlia al New York Times.
Woodland,era ancora all’università quando con un compagno di classe, Bernard Silver, mise a punto la tecnologia basata su una serie di striature larghe e strette che contenevano all’interno i codici con le informazioni di ciascun prodotto per i consumatori.

L’idea, sviluppata alla fine degli ani Quaranta e brevettata 60 anni fa, era arrivata prima del suo tempo. Solo più tardi Woodland sviluppò presso Ibm i codici a barre lineari che furono adottati il 3 aprile 1973 con il nome `UPC´ (Universal Product Code).

Strada e dormitori, la vita di duemila senza dimora

La Stampa

Ma i torinesi a rischio di “caduta” sono seimila

letizia tortello
torino


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Duemila frequentano i dormitori e le mense dei poveri, perché una casa non ce l’hanno più. Per moltissimi se n’è andata con il lavoro e spesso con la separazione dalla moglie e dalla famiglia. Ma non solo. Le storie dei senza dimora, che stanno aumentando a vista d’occhio in tutte le città italiane, Torino compresa, sono lo spaccato umano del Paese che fa i conti amari con la crisi e con la disoccupazione, vedendo crescere i disagi sociali. 

Lo studio
Una ricerca su scala nazionale (la prima del genere in Europa), promossa dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali insieme a Caritas e Istat, e realizzata da Fio.Psd (Federazione italiana Organismi per le persone senza dimora), presentata ieri presso la sede del servizio comunale Adulti in difficoltà di via Bruino, ha fatto luce sul mondo delle nuove povertà ed in particolare sui senza dimora. Se in Italia si stimano 47.648 persone (di cui il 40% al Nord) in stato di povertà e senza tetto, nella nostra città se ne contano circa 2000. Torino è la quarta d’Italia per numeri, dopo Milano (dove sono 13 mila), Roma, Palermo, e davanti a Firenze. 

Non più barboni
Gli homeless di oggi (non più «barboni», perché non hanno ormai niente a che fare con le storie di chi rifiuta il mondo e lo rifugge) sono metà italiani e metà stranieri. Hanno in media 40 anni. Hanno studiato - più gli stranieri dei nostri connazionali - e possiedono attestati di scuola media e superiore. Sempre più preoccupante è, d’altra parte, la situazione delle famiglie che finiscono sulla strada, per affitti impossibili da pagare e ingiunzioni di sfratto: l’anno scorso sono aumentate del 15 per cento, con 3.200 intimazioni da parte del Tribunale. 

Gli sfrattati
«Per fortuna non tutti gli sfratti vanno poi in porto – precisa l’assessore alle Politiche Sociali, Elide Tisi –. La Città risponde lavorando su proposte diversificate, con l’assistenza economica, i percorsi di reintegro lavorativo, una rete del privato sociale che interviene sui singoli casi». Dai dati del Comune emergono 120 nuclei familiari senza casa e senza reddito, che nell’ultimo anno sono stati collocati temporaneamente in strutture alberghiere, perché non era possibile assisterli in altro modo.

Alloggi di fortuna
I numeri dei senza tetto si moltiplicano, poi, se si includono le persone che vivono in condizione di sovraffollamento, ricevono ospitalità da parenti e amici, che abitano in alloggi di fortuna. «Riteniamo possano essere seimila a Torino le persone a rischio di scivolare nella bassissima soglia, cioè in strada», spiega Marco Iazzolino, segretario generale Fiop.Psd. Nella trasformazione della società dovuta alla crisi, si allarga la platea dei nuovi poveri. «Ci sono rifugiati, immigrati, ex carcerati con problemi di varia natura, ma anche moltissimo crescono le richieste di coloro che fino a poco tempo fa conducevano una vita normale, per cui stiamo calibrando servizi ad hoc», aggiunge Tisi. Che snocciola le cifre dell’ospitalità notturna nei dormitori: «In questo momento abbiamo 500 posti letto, di cui 170 alla Pellerina. Sappiamo che non sono tutti occupati, perciò chiediamo a chi vede gente dormire in strada di segnalarci i casi, in modo da potere offrire loro un letto al caldo».