giovedì 13 dicembre 2012

La rivoluzione della carne in scatola: Manzotin si mangia Simmenthal

Libero

Il gruppo Bolton ha avuto il via libera dall'Antitrust all'acquisto dello storico marchio, fondato nel 1932 e ora di proprietà della Kraft


Rivoluzione carne in scatola:
Manzotin si mangia Simmenthal


Ma l'autorità per la concorrenza impone che il marchio Manzotin venga a sua volta ceduto a un soggetto terzo

Cane non mangia cane, si dice. Ma manzo (in scatola) sì. Manzotin (che fa capo al gruppo Bolton) si mangerà Simmenthal (Kraft) in un clamoroso sovvertimento delle gerarchie dello scatolame. La carne in gelatina per eccellenza è sempre stata la Simmenthal. Creata nel 1932 e conosciuta da tutti anche grazie alla fortunata sponsorizzazione delle celebri "scarpette rosse" del basket Olimpia Milano. Poi, a ruota, sono arrivate le altre marche come Montana (gruppo Cremonini) e, appunto, Manzotin.

Altrettanto buone, ma sempre considerate una imitazione dell'originale Simmenthal. Ora, invece, accade che appunto il gruppo Bolton abbia ricevuto il via libera dall'antitrust per l'acquisto del ramo di azienda Simmenthal, a condizione che Bolton ceda il ramo d’azienda Manzotin ad un soggetto terzo che sia in grado di disporre di idonea capacità produttiva autonoma all’atto della vendita.

Ritorna nello spazio lo shuttle segreto del Pentagono

Corriere della sera

L'X-37B lanciato senza preavviso l'11 dicembre nascosto nell'ogiva di un razzo Atlas

Lo shuttle segreto del Pentagono è ritornato in orbita. L’X-37B lanciato l’11 dicembre da Cape Canaveral nascosto nell’ogiva di un vettore Atlas V senza alcun preavviso secondo lo stile delle missioni militari, ha ora iniziato la sua attività. Naturalmente l’Usaf, l’aviazione militare sotto il cui ombrello è effettuato il volo, non fornisce alcuna indicazione su ciò che farà lo spazio-plano, limitandosi a precisare, come fece nelle passate occasioni, che l’obiettivo è dimostrare le «tecnologie per un’affidabile, riutilizzabile piattaforma spaziale senza pilota».

 Il minishuttle del Pentagono Il minishuttle del Pentagono Il minishuttle del Pentagono Il minishuttle del Pentagono Il minishuttle del Pentagono

NUOVI SISTEMI - Dopo il ritiro dello shuttle della Nasa, l’X-37B rimane l’unico veicolo del genere a continuare i collaudi e in grado di andare e ritornare in orbita. Naturalmente le tecnologie utilizzate da Boeing per costruirlo sono di nuova generazione rispetto a quelle impiegate dal vecchio shuttle della Nasa concepito negli anni Settanta. E queste riguardano soprattutto il sistema di protezione termica per il rientro e i sistemi di guida e controllo, anche perché non essendoci l’uomo a bordo tali competenze sono in parte automatizzate e in parte governate dal centro di controllo a terra.

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RICOGNIZIONE - Ma oltre la sperimentazione dei sistemi dell’X-37B c’è anche il collaudo di nuovi sistemi di ricognizione portati nella stiva che si apre una volta raggiunta l’orbita, orbita che può essere abbassata e rialzata a seconda delle necessità, come si è verificato nelle passate missioni. E questa era stata appunto la conferma di un’attività di ricognizione in atto. Ovviamente non confermata. A tal proposito la rivista britannica Spaceflight aveva diffuso la notizia, smentita poi da parte americana, che l’X-37B fosse impegnato nell’osservazione del primo laboratorio spaziale cinese Tiangong-1 sul quale poi arrivarono i taikonauti di Pechino per un primo breve soggiorno.

MISSIONI - Ora l’attuale missione già programmata, anzi rinviata di alcune settimane per un’anomalia riscontrata nel vettore di lancio Atlas V, ha tra la’ltro, anticipato di 24 ore il lancio del primo satellite-spia nordcoreano Kwangmyongson-3 (Shining Star-3) con il vettore Unha-3. Ufficialmente si è detto che il satellite di cento chilogrammi è di tipo meteorologico confermando indirettamente d’essere dotato di obiettivi puntati verso la Terra. Le orbite dei due veicoli (satellite e shuttle) sono diverse, ma non è da escludere in alcuni momenti la capacità del minishuttle americano di intercettare il satellite nordcoreano.

X-37B - L’X-37B era nato come un progetto della Nasa nel 1999, poi abbandonato e rilevato dalla Darpa, l’agenzia di ricerca del Pentagono con la sovrintendenza dell’Usaf nelle cui mani risiede il Comando spaziale. Il veicolo battezzato anche Orbital Test Vehicle per sottolineare il suo carattere sperimentale, pesa cinque tonnellate ed è lungo 8,9 metri. Il suo rientro avviene sulla pista della segretissima base spaziale militare di Vandenberg in California. Il primo lancio risale all’aprile 2010 e si concludeva nel dicembre dello stesso anno. Nell’occasione si precisava che la vita orbitale, cioè la capacità tecnica di rimanere nello spazio, doveva essere di 270 giorni, ma nella seconda missione, conclusa nel giugno scorso, la permanenza andava ben oltre raggiungendo i 469 giorni. Il passo successivo, anche se nessuno lo confermava, era dimostrare il suo riutilizzo e quindi il rilancio dell’OTV-1 ora puntualmente avvenuto. Quando durerà questa terza spedizione non è precisato.

TERZA FASE - Un aspetto sicuramente indagato è anche quello di una certa manovrabilità, proprio per offrire una maggiore flessibilità nelle operazioni di varia natura che deve dimostrare di saper compiere. Questo potrebbe essere uno degli aspetti più importanti e difficili dell’attuale terza fase della sperimentazione. La costruzione di un minishuttle senza pilota è un impegno al quale si dedica da anni anche la Cina e non dovremo aspettare molti anni per vederlo volare. Questi minishuttle, infatti, rappresentano la frontiera più d’avanguardia della tecnologia spaziale prima di tutto in grado di rispondere alle necessità della Difesa.

Giovanni Caprara
13 dicembre 2012 | 18:24

Litvinenko ucciso perché era passato all'MI6

Corriere della sera

L'ex agente dei servizi russi era passato al soldo di quelli britannici e lavorava anche con quelli spagnoli

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WASHINGTON (USA) - Dalle carte delle indagini una conferma di molti sospetti: Alexander Litvinenko era un agente triplo. Dopo aver lavorato per i servizi russi, aveva iniziato a cooperare con i britannici dell’MI6 e quelli spagnoli. Un rapporto continuato fino alla sua brutale eliminazione, nel 2006, con il polonio. Secondo informazioni diffuse da Sky News, Litvinenko veniva ricompensato con denaro versato sul conto che aveva in comune con la moglie. Gli 007 occidentali erano interessati alle informazioni sull’attività dei russi in Europa, sul loro modus operandi e sui legami che tengono insieme il potere politico al crimine organizzato. Inoltre per l’intelligence c’era anche la necessità di vegliare sulla folta comunità di esuli che, lasciata la Russia, si è stabilita in Gran Bretagna.

INFORMAZIONI DA NASCONDERE - Sempre in base alle rivelazioni di Sky anche un altro personaggio dell’intrigo, Andrei Lugovoy, ha molto da nascondere. Scotland Yard lo ha accusato di essere coinvolto nell’uccisione di Litvinenko insieme a Dimitry Kovtun e per questo ha chiesto l’estradizione ai russi. In realtà Lugovoy giocava su molti tavoli. Ha collaborato all’omicidio dell’ex 007 ma, al tempo stesso, passava notizie sulla mafia russa e le sue connessioni moscovite. Insomma, un agente doppio o quasi. L’attività di Litvinenko probabilmente era diventata troppo pericolosa per il Cremlino. L’agente sapeva molto e le sue dritte potevano a far emergere connessioni imbarazzanti. Così hanno deciso di avvelenarlo con il polonio nel novembre del 2006. In quei giorno il russo era nel pieno dei contatti con il suo referente dell’MI6, un funzionario identificato come «Martin». Resta da capire come mai i servizi occidentali non abbiano garantito la necessaria protezione ad una fonte così preziosa. La moglie di Litvinenko ha spesso accusato Londra di non aver fatto abbastanza per difenderlo.

Guido Olimpio
13 dicembre 2012 | 17:14

I caschi da moto più tecnologici

Corriere della sera

Realizzati con il bodyscanner per essere più confortevoli, hanno il Bluetooth per interagire con Gps e smartphone
 
MILANO- Eliminare il superfluo ed aumentare le possibilità di comunicare, queste le parole d’ordine di quasi tutti i costruttori di caschi. Tramite scansioni 3D e software CAD, i tecnici riescono a ricostruire la forma del cranio in digitale e a usarla come una sorta di stampo per ottenere il casco «su misura». Non mancano le soluzioni alternative che rivoluzionano il modo con cui questi oggetti sono stati concepiti fino a oggi. La taglia la decide lo scanner tridimensionale. Parte della nuova tecnologia per la sicurezza dei caschi è italiana, si chiama 3D bodyscanner Human Solutions ed è utilizzata per una campagna di misurazione antropometrica dei biker, SizeItaly.

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FATTI CON IL BODYSCANNER- Con un sistema di bodyscanning 3D la campagna, alla faccia della privacy – grazie a un campione basato su età ed aree geografiche – rende disponibili alle aziende informazioni riguardo alle dimensioni e alla conformazione del cranio degli italiani. Partendo da una misurazione più accurata della testa, l’idea è realizzare modelli più confortevoli a parità di standard di sicurezza, una procedura impensabile in passato, ma che la tecnologia attuale è in grado d’offrire. Sfruttando un concetto simile, AGV ha creato PistaGP destinato per ora, come testimonia il nome, solo alle competizioni, in commercio dai primi mesi del 2013 (980 euro).

Si basa su un procedimento inverso a quello tradizionale: è costruito partendo dall’interno in EPS e non dalla calotta in carbonio. Il casco è progettato con una scansione del cranio del pilota e una ricostruzione tridimensionale digitale realizzata con software utilizzati per sistemi CAE/CAD. La scansione offre degli indici antropometrici - dei valori di misurazione - che vanno oltre la tradizionale circonferenza cranica. Grazie a questi, è possibile minimizzare le dimensioni (riduzione del 6% laterale e 3% frontale) e i pesi di tutte le componenti, senza rinunciare ad ergonomia e comfort. L’angolo di visione è più ampio di 15° ed è migliorata del 36% la forza residua d’impatto trasmessa alla testa, rispetto alla normativa europea.

QUELLI CON IL BLUETOOTH-Anche la Nolan è partner del progetto SizeItaly di cui intende utilizzare i dati per gli sviluppi futuri dei suoi caschi, al momento però è il nuovo N44 (da euro 279,95) il modello modulare che presenta le soluzioni più innovative sotto forma di una serie di piccoli accorgimenti tecnici. L’N44 vanta per esempio uno schermo parasole interno (resistente ai graffi e all’appannamento) basato su un sistema di azionamento facilmente raggiungibile anche in caso di difficoltà, per esempio prima di una galleria.

Inoltre lo sgancio Microlock2 utilizza un sistema a doppia leva, una di apertura ergonomica in plastica ed una seconda, dentata e di tenuta, in alluminio. Questa riduce la possibilità di aperture involontarie, senza compromettere l’ergonomia e la facilità d’uso. N44 è omologato con il sistema N-Com installato, una tecnologia utile per parlare via Bluetooth tramite cellulare o smartphone, per ascoltare la musica e per seguire le indicazioni del navigatore GPS. La nuova unità N-Com B1 (da 159 euro) ha un ottimo rapporto qualità/prezzo e grazie al software per computer N-Com Wizard, è possibile configurare l’audio e aggiornare il firmware (il sistema operativo).

PER SPENDERE MENO-Se avete già un casco e volete una soluzione simile, Midland Bt Next (219 euro) dialoga con qualsiasi altra marca, supporta fino a 6 motociclisti e ha un telecomando (79 euro) da posizionare vicino al manubrio comodo per gestire la musica presente su smartphone o lettori MP3. Modellato ad aria Caberg invece per adattare perfettamente il casco (modelli Modus e Duke) rendendolo più leggero ha deciso d’utilizzare una «tecnologia ad aria» che ricorda il famoso sistema Pump delle scarpe da basket. Nella versione Caberg si chiama Pump Lining ed è un dispositivo di regolazione dell’aria che prevede numerose valvole e due pulsanti nella parte inferiore del modello. Con questi, chi è alla guida può gestire la quantità di aria presente nella parte interna del casco (guanciali e paranuca), facendolo aderire perfettamente al visto.

Lino Garbellini
12 dicembre 2012 (modifica il 13 dicembre 2012)

La Nasa sposta l'Everest in India

Corriere della sera

Pubblicata una foto dallo spazio che scambiava la montagna più alta con un'altra: scuse dopo le proteste dei nepalesi

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L'Everest spostato dal Nepal all'India. Un «trasloco» che ha indignato i nepalesi nonostante la clamorosa rivelazione portasse la firma della Nasa. Tutta colpa di una foto scattata dal cosmonauta russo Yuri Malenchenko dalla Stazione spaziale internazionale, circa 370 chilometri sopra la Terra. Peccato che la foto non riprendesse l'Everest ma un'altra montagna. Se ne è accorto Kunda Dixit, giornalista nepalese, considerato un'autorità su tutto ciò che riguarda l'Himalaya, si è incaricato di smentire con un tweet l'agenzia spaziale americana: «Scusate, ragazzi, quella cima lì in mezzo non è il Monte Everest», che sta invece tra Nepal e la Cina.

ERRORE - La Nasa ha dovuto ammettere l'errore e rimuovere la foto dal proprio sito spiegando: «Non si tratta dell'Everest ma del Saser Muztagh, nel Karakorum, nella regione del Kashmir indiano». Come sia nato l'errore l'agenzia spaziale non lo ha detto ma una spiegazione l'ha fornita l'astronauta Ron Garan: «Il nostro lavoro non lascia molto tempo alla possibilità di scattare foto della Terra. Prima di farlo su un punto preciso, dobbiamo sapere cosa stiamo sorvolando». In pratica la foto è stata scattata poco prima o poco dopo il passaggio sul punto in cui gli astronauti pensavano di trovarsi rispetto alla Terra.




L'Everest visto dallo spazio (13/12/2012)

«Black marble», ecco la Terra di notte (06/12/2012)

Curiosity avrebbe trovato molecole preorganiche su Marte (28/11/2012)

Redazione Online13 dicembre 2012 | 11:31

Sul mobile stiamo battendo Apple»

Corriere della sera

Il grido di Schmidt, presidente Google: «Noi come Microsoft negli anni '90: Cupertino è destinata a perdere»


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MILANO - «Stiamo vincendo la battaglia», è il motto di Eric Schmidt , presidente Google, durante un'intervista «ventre a terra» rilasciata a Bloomberg. Il campo è quello del mobile, ovviamente, dove pare che neanche Apple - persi i poteri taumaturgici di Steve Jobs - possa fare miracoli. E così Android , il sistema operativo per dispositivi mobili di Google, finirà per vincere la guerra degli smartphone. Così almeno dice appunto Schmidt, supportato da una sfilza di numeri che effettivamente non lasciano molto spazio al dubbio. Ogni giorno vengono attivati circa 1,3 milioni di dispositivi Android (quasi mezzo miliardo in un anno) e la società specializzata in ricerche di mercato Gartner ha rilevato che, nel terzo trimestre del 2012, ben il 72% degli smartphone venduti nel mondo montavano il sistema operativo di Google, mentre “solo” il 14% quello di Apple.

Secondo Schmidt, la situazione è del tutto simile a quella che vent’anni fa vedeva contrapposte Microsoft ed Apple con la prima che, grazie a un modello di business aperto ad altri partner e produttori, spazzava via la concorrenza della seconda nel campo dei personal computer. Tra Google e Microsoft, però, c’è una differenza non di poco conto: mentre Windows veniva venduto, garantendo da subito un ritorno economico notevole, Android è gratuito e quindi Google può guadagnare solo puntando su pubblicità e altri servizi che può vendere a un parco utenti così vasto.


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In questo contesto, Google Play, il negozio online per i dispositivi Android (e non solo), "gioca" un ruolo di primo piano e se fino a qualche tempo fa gli utenti iOS erano molto più attivi in termini di acquisto e download di applicazioni, il vento sta cambiando anche lì dove si assiste a un vero e proprio crollo dei numeri iOS. Secondo un'interessante ricerca condotta da Madvertise e Xyologic, in Europa i download effettuati tramite iOS è sceso dal 53% del totale di applicazioni scaricate nel mese di gennaio 2012 (552 milioni) al 30% di settembre (quando peraltro il totale è salito a 790 milioni).

Quindi combinando i due dati, percentuali e assoluti, il numero dei download compiuti tramite prodotti Android - passati duqnue dal 47 al 70% del totale - è raddoppiato nello stesso lasso di tempo. La cosa più sconcertante è che a settembre si scaricavano il 20% di app iOS in meno rispetto a gennaio, una tendenza preoccupante per Apple che ha sempre vantato una clientela molto attiva e “spendacciona”. Un campanello d’allarme che forse a Cupertino farebbero bene a non sottovalutare, anche se - forse a seguito del modello di business differente - questo successo di Android è tuttora meno evidente agli occhi di Wall Street: gli investitori valutano oggi Apple in Borsa più di Microsoft e Google messe assieme.



Giancarlo Calzetta
13 dicembre 2012 | 12:45

Stefano Cucchi morì per colpa dei medici»

Corriere della sera

La perizia sul geometra: la malnutrizione fu causa della morte, i medici non lo curarono in modo adeguato



(Ansa)
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ROMA - Stefano Cucchi morì per grave carenza di cibo e liquidi e quindi «i medici del reparto di medicina protetta dell'ospedale Pertini, non trattando il paziente in maniera adeguata, ne hanno determinato il decesso». Questa la conclusione dei periti incaricati dalla III Corte d'assise di Roma di accertare le cause della morte del 31enne geometra romano, deceduto il 21 ottobre del 2009 nel reparto giudiziario dell'ospedale Sandro Pertini a pochi giorni dal suo arresto.
 
LA PERIZIA - La perizia redatta dal gruppo di lavoro dell'Istituto Labanof di Milano è stata depositata giovedì, una settimana prima della prossima udienza del processo che vede imputati sei medici, tre infermieri e tre agenti della polizia penitenziaria. «In definitiva -si legge nella perizia - la causa della morte di Stefano Cucchi, per univoco convergere dei dati anamnestico clinici e delle risultanze anatomopatologiche, va identificata in una sindrome da inanizione». «Con il termine di morte per inanizione - scrivono i periti - si indica una sindrome sostenuta da mancanza (o grande carenza) di alimenti e liquidi».

«AGGRESSIONE O CADUTA» -Scrivono ancora i periti nelle loro conclusioni: «Il quadro traumatico osservato si accorda sia con un'aggressione, sia con una caduta accidentale, né vi sono elementi che facciano propendere per l'una piuttosto che per l'altra dinamica lesiva».

CAUSE DELLA MORTE - «In questo contesto - si legge nella relazione di 190 pagine - pare anche inutile perdersi in discussioni sulla causa ultima del decesso. Se vale a dire - scrivono ancora i periti nominati dalla corte di assise - esso sia da ricondursi terminalmente ad un disturbo del ritmo cardiaco, piuttosto che della funzionalità cerebrale, trattandosi di ipotesi entrambe valide ed ugualmente sostenibili. Questo anche in considerazione del fatto che il decesso (vuoi per causa ultima cardiaca, vuoi per causa ultima cerebrale) intervenne nelle prime ore della mattinata del 22 ottobre quando, quanto meno a partire da due-tre giorni prima, già si era instaurato il catabolismo proteico, indice come abbiamo visto sopra di una prognosi "a breve" sicuramente infausta».



Caso Cucchi: superperizia rileva una nuova frattura alla schiena (04/10/2012)

Redazione Roma Online13 dicembre 2012 | 13:31

Fatma Salman, in Parlamento con i lividi sul viso

Corriere della sera
di Cecilia Zecchinelli


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Il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, c’era anche lei a manifestare nelle strade di Ankara, a fianco della combattiva ministra turca per la Famiglia Fatma Sahin. Pochi giorni dopo, Fatma Salman è diventata un caso celebre. La deputata 42enne membro del partito al governo Akp, islamico moderato, si è presentata in Parlamento con vistosi ematomi sul volto.

Non ha fornito spiegazioni pubbliche, i segni parlavano da soli. Ma ha chiesto, e ottenuto, un’ordinanza restrittiva nei confronti del marito Idris Kotan e per lei misure di protezione, poi un divorzio a tempo di record. Divorzio consensuale, senza specifiche colpe né accuse. Ma ancora una volta le parole sono irrilevanti quando il viso di Salma è finito in prima pagina sui media turchi, e ora sta girando il mondo.

Membro della Commissione parlamentare per le pari opportunità, attiva nel combattere i matrimoni delle bambine (illegali ma diffusi), anche prima degli ultimi eventi Fatma Salman ha una storia che spiega bene la scelta di dedicarsi a queste battaglie. Proviene da Agri, al confine iraniano, nella regione che in Turchia è proibito chiamare «Kurdistan» (la questione curda è sempre aperta e dolente) e viene definita Anatolia Orientale. Comunque sia, è una delle zone del Paese più arretrate, dove la discriminazione delle donne è normale e la violenza su di loro diffusa.

«Nella nostra parte del mondo se un uomo è ricco si sposa più volte – aveva raccontato Fatma Salman tempo fa a una conferenza delle imprenditrici turche -. Mia madre era la seconda moglie ed è morta per le insistenze di mio padre per avere un maschio dopo di me, la seconda figlia. I medici avevano detto che un’altra gravidanza era pericolosa, poteva perfino esserle fatale. Ma la mamma ci disse che voleva solo far felice Sheikh Ahmet Salman, nostro padre, e questo era possibile solo dandogli un erede maschio. Così rimase ancora incinta, partorì la terza bambina, e due anni dopo morì».
La piccola Fatma – raccontò ancora la deputata che non porta il velo – imparò molto da quella lezione. «Fin dall’infanzia avevo chiaro che anche una donna può prendersi cura e guidare la famiglia. Per questo ho studiato, mi sono laureata in Economia, sono entrata in affari e in politica. Ho perfino aperto una fabbrica di mattoni e mostrato a tutti che potevo lavorare tra la polvere e il fango. Volevo essere un esempio per le altre donne, che oggi anche da noi iniziano a lavorare. Ma non basta. Se non aboliamo del tutto il patriarcato la Turchia resterà indietro di decenni».

La battaglia delle donne come Fatma Salman è ormai in primo piano in Turchia, anche per le pressioni della Ue dopo la richiesta di adesione del Paese. Gli ultimi dati sono allarmanti: dal 2008 i reati sessuali denunciati alla polizia sono cresciuti del 400%, gli stupri nel 2011 sono stati 33 mila (dai 2 mila nel 2002), negli ultimi tre anni i femminicidi sono stati 396 (un dato simile a quello italiano, per altro).

Ma in realtà, è il parere di molti, questa impennata di reati indica che finalmente oggi c’è il coraggio di denunciarne gli autori. La ministra per la Famiglia Fatma Sahin, il 25 novembre, ha infatti ricordato che il piccolo call center anti-violenza inaugurato nel 2002 ora è diventato una rete in tutto il Paese, aperta giorno e notte. Programmi di «educazione alla pari opportunità» sono stati lanciati ovunque, con bus attrezzati per arrivare anche nei villaggi. Nelle imprese sono stati organizzati seminari, nuove campagne lanciate.

Nel 2004 il codice penale ha definito «reato» la violenza sessuale e lo scorso agosto è passata una nuova legge sulla prevenzione della violenza sulle donne. Il Paese insomma si muove, ma come sempre le leggi sono una cosa, le tradizioni un’altra. E dice molto che alla comparsa di Fatma Salman con quei brutti segni in Parlamento, tutte le deputate le abbiano espresso solidarietà. Tra i colleghi maschi la maggioranza non le ha detto niente, nemmeno una parola.

Liberato Nox, il dogo argentino che aveva ucciso due cani

Corriere della sera

L'animale potrà essere adottato. Condannato il suo padrone


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È libero Nox, il dogo argentino che un anno fa era stato posto sotto sequestro al canile comunale con un provvedimento del gip Giuseppe Gennari, dopo aver aggredito (e ucciso) due cani. Il giudice Anna Introini, presidente della IX sezione penale del Tribunale di Milano, martedì ne ha disposto la confisca, togliendolo di fatto al proprietario e ponendolo sotto la tutela dei suoi nuovi educatori. Ora il dogo potrà essere adottato. Condannato, invece, il suo padrone, che aveva chiesto il rito abbreviato: 4 mesi di reclusione, 20 giorni di arresto (pena sospesa) e 11 mila euro di risarcimento alla Asl, per le pesanti minacce ricevute da un veterinario il quale aveva tentato di far eseguire l'ordinanza che imponeva l'uso di museruola e guinzaglio per il cane in libera uscita.

 La cattura di Nox La cattura di Nox La cattura di Nox La cattura di Nox La cattura di Nox

A portare in tribunale l'uomo era stata la denuncia di una donna che, nell'inutile tentativo di salvare il proprio cagnetto dalle fauci di Nox, era rimata lei stessa ferita. Il molossoide di otto anni era stato a lungo il «terrore» del quartiere Bonola. Ma, come avevano anticipato a suo tempo gli esperti, se Nox era così aggressivo la causa andava ricercata nella cattiva gestione di chi lo deteneva, condizionandone i comportamenti.  Daniele Mazzini, l'istruttore cinofilo della polizia locale che era stato incaricato di  "arrestare" Nox, spiegò: «La sensazione che ho avuto in quei momenti, per i comportamenti, le parole, e i contenuti di queste spesso deliranti, è stata quella dell'assoluta inconsapevolezza del proprietario del cane del danno sociale che le sue azioni avevano procurato.

Sembrava infatti che il suo sistema relazionale escludesse tutto ciò che non aveva a che fare con se stesso ed il suo cane». Per un anno il proprietario si  è recato al canile e fino a ieri ha sperato di riavere il suo cane. Il dogo Nog, aggiunge l'esperto «rientra nel ceppo canino dei molossoidi dei quali fanno parte le razze dei cani guardiani che nei secoli sono state selezionate dall'uomo che ne ha esaltato alcuni instinti come la territorialità e la difesa. In questo ceppo sono anche inclusi alcuni Bull e altri cani utilizzati dai popoli latini per i combattimenti inter e intraspecifici. Il dogo argentino è annoverato in questi ultimi, ma ciò non deve essere considerato una condizione di colpevolezza a priori, visto che molto del comportamento, manifestato nell'età adulta da un cane, dipende dal tipo di educazione».

Paola D'Amico
13 dicembre 2012 | 10:55

Google Maps torna su iPhone

Corriere della sera


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Quella tra l’iPhone e le mappe di Google è la storia di un grande amore finita con i piatti che volano e gli avvocati di mezzo. Solo pochi anni fa l’amico con l’iPhone in tasca (uno dei primi iPhone, s’intende) era quello che ti faceva salire l’invidia quando, alla domanda “Dov’è la pizzeria Vattelapesca?”, squadernava il suo smartphone Apple e sorridendo sborone ti diceva: “Tranquilli, vi guido io”. E tu eri lì col tuo dumbphone o al più con un serie N di Nokia che ad agganciare i satelliti del Gps ti faceva smadonnare più di una coda in Tangenziale alle 18 di un venerdì di pioggia. Poi sappiamo com’è andata. Con le Google Maps rimosse da iOs 6 e sostituite con una app di mappe che per Apple è stata una catastrofe mediatica (anche superiore ai limiti – pur reali – dell’app stessa) che prosegue tuttora (l’avete letta questa dall’Australia?).

Ebbene ora i tanti utenti iPhone possono tirare un sospiro di sollievo. O per lo meno hanno una scelta in più. Google Maps ritorna con una sua app progettata apposta da Google per iPhone e iPod Touch (dalla 4a generazione in poi). Non sarà più l’applicazione predefinita per le mappe e andrà sempre installata a parte dagli utenti, ma il lavoro di Google, che abbiamo potuto vedere in anteprima, pare decisamente buono. Sicuramente superiore alla vecchia app Maps dell’iPhone basata sulla cartografia di Google ma di fatto mai seriamente aggiornata dal debutto del melafonino nel 2007 fino alla sua rimozione nel 2012.

Google ha lavorato cercando di riproporre tutte le funzionalità disponibili nella sua app per Android ma nello stesso tempo tenendo ben in mente le peculiarità dell’interfaccia di iOs. In particolare Google Maps per iPhone sfrutta ampiamento lo “swipe“, il gesto della strisciata con il dito. Lo fa su due barre menu a scomparsa, una inferiore e una superiore, attraverso le quali l’utente – strisciando il dito – può ad esempio sfogliare i percorsi alternativi per arrivare alla meta suggeriti dall’applicazione.

Mafia: capo guardie dell’Ucciardone Dopo 30 anni la verità sull’omicidio Cosa Nostra aveva un forno crematorio

La Stampa


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Fu strangolato e carbonizzato. Lo uccisero i boss Lo Piccolo, Liga e Riccobono Scoperto il luogo il cui il corpo venne bruciato: forse fu usato anche per altri cadaveri
Trent’anni fa, era il capo delle guardie del carcere dell’Ucciardone, a Palermo. Della fine che fece, non s’è saputo nulla fino a oggi. Fu strangolato , bruciato e carbonizzato dalla mafia. Motivo: cercava di portare la legalità nel carcere. 
La Direzione investigativa antimafia di Palermo ha fatto luce sull’omicidio del maresciallo Calogero Di Bona, vicecomandante nel 1979 degli agenti di custodia del carcere Ucciardone, individuando mandanti ed esecutori. Gli investigatori hanno anche scoperto il forno in cui il corpo fu fatto sparire: un crematorio di Cosa Nostra in una casa in aperta campagna in cui forse fu bruciato anche qualche altro cadavere.

L’attività investigativa ha permesso di raccogliere elementi di prova nei confronti di due eragstolani: il capomafia Salvatore Lo Piccolo, 70 anni, e il boss Salvatore Liga, 81 anni, attualmente agli arresti ospedalieri per motivi di salute. Il mandante dell’efferato delitto fu il sanguinario capo mandamento di Tommaso Natale, Rosario Riccobono, scomparso per lupara bianca, che, oltre ai nuovi indagati, coinvolse altri mafiosi, oggi deceduti, nella progettazione ed esecuzione del delitto.
A ordinare la missione di morte era stato Riccobono, capo del mandamento mafioso di Tommaso Natale che all’epoca si estendeva sino al carcere dell’Ucciardone. Si trattava di punire quello che dai mafiosi era considerato il responsabile di un presunto pestaggio subito in cella da Michele Micalizzi, legato entimentalmente a Margherita Riccobono, figlia del boss.

In realtà, è stato accertato che lo stesso Micalizzi era stato condannato il 23 novembre 1979 a otto mesi di reclusione, in quanto riconosciuto colpevole del reato di lesioni ai danni di un agente penitenziario. All’interno delle mura dell’Ucciardone, il 6 agosto 1979 una giovane e inesperta guardia carceraria fu dirottata presso la famigerata IV sezione dove si trovavano numerosi uomini d’onore ritenuti maggiormente pericolosi, e che al tempo stesso fungeva da infermeria. La guardia, constatato che quei reclusi si muovevano «troppo liberamente», ne aveva richiamati alcuni nel tentativo di farli rientrare nelle rispettive celle. Per tutta risposta due di loro lo hanno pestato.
Nessuna conseguenza subirono i colpevoli. M

Il Ratto di Europa, il mosaico rapito: venduto a Hitler, ora è in Germania

Il Messaggero
di Fabio Isman


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ROMA - Un importante mosaico romano di un metro per lato, scavato nel 1676, è fuggito da Roma nel 1941, e non è più tornato: Hitler l’aveva voluto per il suo museo di Linz, mai nato; ed è rimasto in Germania. La scena principale è il Rapimento di Europa. E’ stato trovato a Praeneste, Palestrina, ed eternato da incisioni successive. Dal 1691, era esposto a Palazzo Barberini; nel 1934, va a Villa Giulia: il Circolo Ufficiali era entrato nel Palazzo, e per far posto alle sue cucine andava spostato. L’antiquario Sangiorgi lo vende nel 1941; cancellato nel 1934 il fidecommisso che teneva unita la collezione Barberini (lo Stato s’accontenta di appena 16 quadri), ne aliena varie opere: di Hieronymus Bosch, anche L’incoronazione di spine, ormai a Londra, National Gallery. Lo manda all’architetto Reger per l’Ecc.

Adolfo Hitler, a Monaco di Baviera, via Brennero. Dal 1938 Reger riceveva in Arcistrasse le opere per il Führer, destinate al museo di Linz: incarico speciale con a capo il direttore del museo di Dresda Hans Posse e l’architetto Roderich Fick. Dal 1968, il mosaico è al Landsmuseum di Oldenburg, nella Bassa Sassonia, 160 mila abitanti; e la Germania non ce lo restituirà mai. E’ stato venduto dai Barberini, che (come vedremo) potevano farlo, per 150 mila lire: oggi sarebbero cento milioni di euro, un prezzo adeguato; e ha lasciato il Paese con licenza d’esportazione. Quanto la vendita fosse dovuta, una richiesta che non si poteva rifiutare visti i tempi (Hitler era venuto a Roma solo tre anni prima), è un discorso del tutto diverso.

LA STORIA
Grazie a documenti italiani e tedeschi, abbiamo ricostruito la storia del mosaico. E’ stato scavato «dai propilei della città, nella parte bassa», spiega Sandra Gatti, che dirige il museo di Palestrina e l’Ufficio esportazione di Roma. Lo studio di una francese lo situa in quelli del tempio della Fortuna, «ma è un errore». Quadrato, lato di 84 centimetri; antichi testi ne assegnano la scoperta a Stefano Fantoni Castruccio, che lo consegna al cardinale Carlo Barberini: con i fratelli Maffeo e Urbano, abitava il Palazzo alle Quattro Fontane. «A pianterreno, quarta stanza a destra dell’anticamera», dice un inventario del 1704, era esposto il mosaico, con il Rapimento e «diverse figure e paesaggi marini». Sulla parte superiore, con lo sfondo di un’isola montagnosa, sono cinque donne in uno svolazzare di pepli, compagne di giochi della principessa fenicia rapita, figlia di re Agenore: una coreografica scena di balletto. La scena deriva dalle Metamorfosi di Ovidio, che la racconta.

Da una cronistoria tedesca, sappiamo di un restauro, prima del Novecento: chi lo esegue, vi aggiunge «un autoritratto, con in testa un berretto», e inserisce il mosaico in una cornice «con lo stemma della famiglia tra foglie d’alloro». S’ignora invece come da Villa Giulia finisca all’antiquario Sangiorgi che, il 27 giugno 1941, lo fa spedire dalla Ditta Tartaglia, dichiarando un valore (centomila lire) inferiore a quanto è costato. La licenza d’esportazione è firmata dal funzionario Romolo Artioli: la convenzione che annullava il fidecommisso offriva ai Barberini la facoltà di disporre di buona parte della collezione. Il mosaico arriva a Monaco: alla Braunas Haus, destinato a Hitler.

A guerra finita, gli alleati lo pongono in un check-point, con altri reperti per il Führer, celati in un’ex miniera di sale. E’ consegnato poi al ministero delle Finanze, «non essendosi rintracciato alcun precedente proprietario». Segue un periodo di buio. Alla fine del 1964, una speciale commissione decide che fare di questo e altri beni senza un passato, giunti in Germania con il nazismo. E nel 1968, le Finanze lo concedono, prestito gratuito senza scadenza, al museo di Oldenburg, dove si trova. L’ambasciata tedesca di Roma sottolinea la regolarità della cessione; come Sybille Ebert-Schifferer, storica d’arte che dirige la Biblioteca Hertziana: «Pagato e comperato sul mercato; esportato con regolare licenza dall’Italia».


Mercoledì 12 Dicembre 2012 - 14:40
Ultimo aggiornamento: Giovedì 13 Dicembre - 11:02

Sinti-rom: il loro esodo dall'India risale a 1.500 anni fa

Corriere della sera

Retrodatato di circa cinque secoli. La più estesa minoranza europea: 11 milioni di persone

Uno studio pubblicato su Current Biology offre per la prima volta una prospettiva genetica sull’origine e la storia demografica delle popolazioni di lingua romanes/romani, chiamati spesso zingari o gitani. La ricerca, coordinata da David Comas dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona e da Manfred Kayser della Erasmus University di Rotterdam, identifica le tappe percorse da un gruppo etnico che costituisce oggi la più estesa minoranza europea: 11 milioni di individui, sparsi sull’intero continente.

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DAL GENOMA - I popoli romanes/romani, a cui appartengono rom e sinti, non dispongono di testimonianze storiche scritte che ne raccontino le origini e la dispersione. Gli scienziati hanno quindi analizzato i dati relativi al genoma di tredici gruppi distinti di romanes/romani, raccolti in diverse regioni d’Europa. L’origine geografica del cosiddetto «gruppo fondatore» è stata confermata nel subocontinente indiano, nelle regioni nord e nord-ovest (che cadono in gran parte nell'odierno Pakistan); in più, è stato possibile datare la sua probabile formazione, risalente a 1.500 anni fa. Da allora in poi, la storia dei gitani è stata tutta un lungo viaggio verso occidente.

MIGRAZIONE - Secondo Manfred Kayser, «da un punto di vista genetico, i romanes/romani condividono una storia unica, caratterizzata da due elementi: le radici geografiche e la mescolanza con europei accumulata nel corso della loro migrazione». Se le indagini genetiche hanno fornito informazioni storiche e geografiche, è opportuno ricordare che questo non comporta affatto l’individuazione di un «gene zingaro»: geneticamente, qualsiasi pretesa razziale è priva di senso.

EUROPEI - Lo studio racconta piuttosto di un lungo percorso, scandito da ibridazioni genetiche con le popolazioni mediorientali, poi con quelle anatoliche, poi con le balcaniche – fino a quando, circa 900 anni or sono, i romanes/romani giunsero in Europa: quasi un millennio di permanenza, ormai, che permette senza dubbio di definirli una popolazione del continente europeo. Strumentalizzare le analisi genetiche come prova della propria origine è un trucco ormai ritrito (recente è l’episodio di un politico ungherese di estrema destra che, prove alla mano, si è fatto dichiarare privo di ascendenze ebraiche e gitane).

DNA - «Ma gli scienziati sanno bene», afferma l’epistemologo Telmo Pievani, «che cercare la purezza genetica in una popolazione - pensare cioè di essere puri ungheresi, puri tedeschi o puri italiani non ha alcun fondamento. Ciò che i genetisti trovano attraverso queste indagini sono in realtà pochissimi marcatori, immersi in 3,5 miliardi di basi nucleotidiche che compongono il nostro Dna. Se sono fortunati, e se il gruppo esaminato non si è troppo meticciato, questi elementi danno qualche indicazione sull’origine geografica di una popolazione. La tecnica utilizzata per questo studio è la stessa che ha permesso di capire come l’Homo sapiens è uscito dall’Africa, come si è diffuso in tutto il mondo, e come si è formata la diversità umana».

MAPPATURA - Mappature di questo tipo, spiega Pievani, «sono possibili solo con popolazioni molto piccole, che hanno vissuto in un certo isolamento. Non è possibile trovare mutazioni genetiche tipiche degli italiani o degli svedesi; lo possiamo fare invece con gli askenaziti e i sefarditi, che sono stati in passato popolazioni molto ridotte». Lavorando su contesti più ampi – considerando per esempio l’intera popolazione italiana - è possibile ricavare mappe che individuano in zone specifiche caratteristiche genetiche particolari. Isole genetiche sono state identificate nella provincia dell’Ogliastra, in Sardegna; in alcune vallate tra Liguria e Toscana (dove esistono tracce di popolazioni proto o pre-indoeuropee) e nella Toscana nord-orientale, dove alcuni marcatori sono stati fatti risalire agli etruschi. «In alcune zone», conclude Pievani, «ci potrebbero essere rimasugli genetici di vecchie storie. Oltre a questo però non si può dire».

Elisabetta Curze
l12 dicembre 2012 (modifica il 13 dicembre 2012)

Ladri di pigne, boom di processi a Roma esplode il business

Il Messaggero
di Franceswco Olivo


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ROMA - Sarà la crisi, o sarà la stagione. Quelli che un tempo rubavano le galline, si sono riconvertiti, salgono sui pini e rubano le pigne. Gli ultimi li hanno presi a Castelfusano, uno si era arrampicato sull’albero e gli altri lo aspettavano sotto, poi con il furgone via sulla Colombo. Il bottino: 400 chili di pigne. Sì, di pigne. Niente di grave, si dirà, ma sulla strada hanno trovato i carabinieri che li hanno arrestati, sequestrando i sacchi con la refurtiva e addio pesto. Questa piccola banda di disperati è l’ultima di una lunga serie di fermi per questa originale, e non particolarmente efferata, tipologia di ladri. Le zone più colpite sono le pinete e i parchi, specie quelli meno controllati come Castelfusano o il parco di Tor Tre Teste, o intorno alle Capannelle. Più rari i casi di furti in tenute private. Spesso si tratta di rom, ma ultimamente anche qualche italiano si è dato al curioso business.

IN TRIBUNALE A piazzale Clodio di casi così ne capitano più spesso di quanto si pensi, tra novembre e dicembre (siamo nel pieno della maturazione dei pinoli) la media è stata di due volte a settimana. Con i frutti dei pini, in effetti, si fanno un po’ di soldi: i pinoli al mercato costano circa 63 euro al chilo. Il problema, in realtà, nasce dopo, ovvero con gli arresti. La procura, infatti, è divisa, per filosofia e per agenda: alcuni magistrati sposano la linea dura, altri ritengono, anche un po’ seccati, di avere ben altre priorità. A far discutere, intanto, è il reato da contestare: per i giudici più rigorosi, chi prende delle pigne dalle pinete pubbliche deve essere condannato per furto e anche per danneggiamento aggravato, quando durante le operazioni vengono spezzati i rami. Questa giurisprudenza più restrittiva si basa su un concetto di fondo: le pigne sono un bene dello Stato, al di là dell’uso che lo Stato ne fa (spesso nessuno).

COME LE MORE C’è una parte dei pubblici ministeri che la vede in un’altra maniera: «È come se arrestassimo la gente che coglie le more o che va a cicoria», spiega un magistrato nel corridoio. A lamentarsi sono parecchi pm: «Poi dicono che la giustizia va a rilento, per forza. Avremmo parecchie faccende più serie di cui occuparci». Il risultato di questa mancanza di una linea univoca sul tema è che alcuni pignaroli vengono processati per direttissima e condannati, di solito, a sei o a otto mesi grazie alle attenuanti e al rito abbreviato, con una pena pecuniaria che si aggira tra i 150 ai 516 euro, mentre ad altri, capitati tra altre mani, non viene nemmeno convalidato l’arresto. Tornano in libertà con i loro sacchi con i frutti dei pini. E della crisi.


Giovedì 13 Dicembre 2012 - 09:05
Ultimo aggiornamento: 10:41

Il Canada rinuncia agli F-35

La Stampa

Il contestato programma del cacciabombardiere invisibili perdono un protagonista. Ottawa doveva acquistarne 65 ma i costi sono saliti troppo. Nuovi dubbi anche in Italia Olanda e Australia

giordano stabile


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Il Canada rinuncia agli F-35. Quello che sia avvia a diventare il programma militare più costosa della storia subisce un nuovo duro colpo, dopo la riduzione delle commesse da parte di Gran Bretagna e dell’Italia, che dagli iniziali 131 esemplare ha deciso acquistare, per ora, soltanto 90 caccia «invisibili».
L’F-35, Joint Strike Fighter, dovrebbe diventare la spina dorsale delle aviazioni statunitense e di una decina di Paesi alleati, compresa la Turchia e Israele.

È nato per trasformare la tecnologia «stealth», quella che permette di non essere individuati dai radar nemici, in un prodotto a basso costo ma proprio il prezzo è diventato il punto debole del progetto. Lanciato all’inizio degli Anni Novanta, l’F-35 doveva sfruttare le ricadute tecnologiche dell’F-22, il primo caccia che utilizzava questa tecnologia ( in pratica una esclusiva statunitense), per creare una flotta multiruolo utilizzabile da aviazione, marina e corpo dei Marines (con una versione a decollo verticale che interessa anche la nostra aeronautica militare).

Il gran numero previsto, e la partecipazione degli alleati alle spese di sviluppo, doveva abbattere il prezzo finale intorno ai 65 milioni di dollari a esemplari, un terzo di quello di un F-22. Ma in un decenni, con una decina d’anni di ritardo accumulato, il prezzo è salito a 150-180 milioni. E primi caccia saranno operativi solo nel 2020. Con il ritiro del Canada dal progetto i costi sono probabilmente ad aumentare, con il rischio del ripensamento di altri Paesi. E così via, quella che gli analisti descrivono come un «death spiral», un avvitamento mortale.

Nella decisione del Canada ha pesato anche la testimonianza di Steve Lucas, già Chief dell’Air Staff dell’aviazione canadese, che ha rivelato come la raccomandazione del caccia da parte dei vertici militari trascurò di proposito «informazioni chiave». La decisione del governo canadese di ordinare i 65 F-35 venne presa nel 2006 senza nessuna gara con possibili concorrenti. I principali sono l’Eurofighter Typhoon (in dotazione anche dell’Italia e prodotto da un consorzio di aziende europee) e il Rafale della francese Dassault.

Nessuno dei due, però, è dotato di tecnologia «stealth». Ma proprio sull’effettiva «insivisibilità» dell’F-35 sarebbero sorti importanti dubbi in Canada. Rispetto all’F-22 il Joint Strike Fighter sarebbe molto meno efficace nell’ingannare i radar. Altri punti deboli, oltre al prezzo esorbitante, sono la scarpa capacità di carico offensivo in modalità «stealth», la velocità di punta modesta e la scarsa autonomia. Quest’ultimo punto potrebbe spingere anche l’Australia a ritirarsi. Dubbi crescenti ci sono anche in Olanda e in Italia, soprattutto in questi tempi di austerità e tagli della spesa pubblica. 

L'India arresta i marò e noi la premiamo

Fausto Biloslavo - Gio, 13/12/2012 - 08:47

Continuiamo le missioni insieme. E in Libano il generale Serra ha perfino dato una medaglia a un ufficiale sikh

Ancora 48 ore per sperare che Salvatore Girone e Massimiliano Latorre tornino a casa a Natale, se la Corte suprema indiana decidesse una volta per tutte il loro destino.


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Il giudice, Altamas Kabir, ha tempo oggi e domani per emettere la sentenza. Da lunedì la massima assise indiana va in ferie. Non a caso il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, volerà a Kochi domenica, dopo essere stato in Afghanistan. Tutti sognano che riporti a casa i marò, ma è ben più probabile che dovrà rincuorare i due fucilieri di marina in vista di un bel Natale in India. Per il governo era la linea del Piave di una strategia ultra morbida, che per ora non ha dato frutti.

Talmente soft che, come ha scoperto il Giornale, a nessuno è venuto in mente almeno di congelare i rapporti con funzionari e militari indiani, soprattutto nelle missioni all'estero. Su uno dei fronti più importanti, il generale Paolo Serra, comandante della missione Onu in Libano, ha appuntato medaglie al petto dei soldati di Delhi e continuato a lavorare spalla a spalla con importanti funzionari di origine indiana, nonostante dieci mesi di ingiustizie subite dai marò. Non è colpa di Serra, un buon ufficiale, ma del governo Monti, che non ha osato mandare un segnale forte e chiaro all'India.

Si potevano almeno «raffreddare» i rapporti con gli indiani sul campo. Invece tutto è andato avanti come sempre. Il Giornale pubblica le fotografie che lo dimostrano. Il 9 dicembre, il vicesegretario generale delle Nazioni unite, Jan Eliasson, arriva nel sud del Libano per una visita ufficiale. Il generale Serra viene immortalato davanti alle bandiere dei contingenti impegnati nella terra dei cedri, con l'illustre visitatore e la sua delegazione, tutti sorridenti. All'estrema destra, in completo grigio, baffi, capelli color argento e carnagione olivastra si nota Mr. Sinha Ghirish. Dal sud del Libano confermano che si tratta del Director Mission Support, ovvero un alto funzionario civile dell'Onu di origine indiana. Non uno qualunque, ma il responsabile di tutta la logistica di Unifil a Naqoura nello staff del quartier generale sotto comando italiano.

Ieri il generale Serra non aveva tempo per rispondere al Giornale. Il portavoce civile della missione, Andrea Tenenti, si è limitato a precisare che «il Comandante è nominato dal Segretario generale dell'Onu. In quanto tale è al comando dei circa 12mila peacekeeper provenienti da 37 paesi. Tutti i paesi che partecipano alla missione Unifil non hanno agenda nazionale ma operano sotto la bandiera delle Nazioni unite». In pratica facciamo finta di niente se gli indiani hanno catturato Girone e Latorre, perché Serra porta il basco blu. Bisogna rimanere spalla a spalla con funzionari di origine indiana e soprattutto con i 7-800 soldati del battaglione di Delhi.

A tal punto che altre fotografie immortalano il generale Serra mentre appunta una medaglia dell'Unifil sul petto di un barbuto ufficiale Sikh, con tanto di turbante blu, nella base dell'Indbatt nel Libano meridionale. La notizia è stata pubblicata su una rivista dedicata al personale dell'esercito indiano la prima settimana di maggio. Da Naqoura ben due portavoce non hanno risposto sulla data esatta della cerimonia. Serra ha assunto il comando il 28 gennaio, l'incidente dei marò è capitato il 15 febbraio ed in maggio, quando è uscita la notizia, Latorre e Girone erano in galera nel Kerala.

Nelle foto che accompagnano la cerimonia militare il comandante italiano è accompagnato dall'ambasciatore di New Delhi in Libano, Ravi Thapar e dall'onnipresente Girish Sinha, con il generale anche nella foto del 9 dicembre. Nel discorso ufficiale Serra «ha apprezzato il lavoro umanitario del battaglione» indiano.

www.faustobiloslavo.eu

L'anatema del leader solo al comando

Corriere della sera

Le epurazioni nel M5s decise da Grillo paiono un gesto a metà tra l'autoritarismo e la spossatezza

I l video di Beppe Grillo che lancia l'anatema contro chi nel suo movimento lo accusa di scarsa democrazia è un'infelice esibizione di autoritarismo e spossatezza. Mette a disagio pensando alle tante belle persone che si sono rivolte a lui solo per rendersi utili.

Era la faccia che faceva paura. In un video che è un vero regalo di Natale ai suoi tanti detrattori, Beppe Grillo si è trasfigurato. Mentre lanciava l'anatema contro chi lo ha accusato di essere antidemocratico sembrava stesse recitando la parte di un dittatore senza divisa. Il fondatore del Movimento 5 Stelle appariva sicuramente stanco, forse ferito dalle nuove critiche, anche interne, cadute sulle cosiddette «parlamentarie», la sua più recente iniziativa. Le primarie fatte sul web per scegliere i futuri candidati al Parlamento non sono state infatti un successo, a causa di evidenti problemi di trasparenza e partecipazione, quest'ultima inferiore alle attese.

Ma l'impasto di autoritarismo e spossatezza che emana da una esibizione così infelice non deve rallegrare nessuno. Nel riguardarlo ci si sente inquieti, a disagio, perché vengono in mente proprio i video dei vincitori di quella contesa virtuale. Dalla mamma di Imola licenziata quand'era incinta che si batte per i diritti delle lavoratrici precarie al praticante avvocato di Mondovì, volontaria in una associazione che combatte la tratta delle prostitute, è una galleria di persone che ci credono davvero, mostrando una tremenda voglia di sentirsi e rendersi utili. Hanno in faccia l'etichetta della bella persona, e non meritano certo la definizione sprezzante di «anime belle».

Piaccia o non piaccia, questa gente si è rivolta a Grillo per fare politica nel senso più bello del termine, non certo per entrare in un Movimento ripiegato su se stesso. La cacciata dei militanti Giovanni Favia e Federica Salsi azzera la presunta diversità di questo nuovo soggetto. Grillo racconta sempre che il Movimento non appartiene a lui ma al popolo, è il primo esempio di democrazia diretta e dal basso, dove non decide un uomo solo al comando, ma la base. Appunto. Lo scorso 17 novembre le assemblee emiliane dei grillini avevano tributato una ovazione a Favia. Lo sprezzante messaggio del capo «sulla fiducia con l'applausometro» era giunto a stretto giro di blog, mentre non è mai arrivato un cenno di solidarietà alla Salsi, linciata sul web da ultrà educati a considerare la dissidenza un sinonimo di tradimento.

L'epurazione dei presunti reprobi rappresenta la plastica negazione di quanto sostenuto fino a oggi dall'ex comico. Non è mai stato il turpiloquio in dosi massicce ad attrarre gli adepti ma la promessa di un diverso modo di intendere l'idea di partecipazione. L'assenza di democrazia interna del Movimento 5 Stelle viene invece svelata dal «sacrificio» di chi osò denunciarla. È un piccolo cerchio che si chiude su toni quasi cupi, come gli ultimi messaggi. L'invettiva carica di livore funziona per chiamare l'applauso sotto al palco ma non può essere l'unico strumento di azione. Dare del cretino a chi ha votato alle primarie del Pd serve a far ridere la claque della prima fila, non a portare nuovi consensi.

Cacciare in modo dispotico chi dissente da un Movimento plurale solo a parole, in tempi dove i partiti cercano in ogni modo di tenere le porte ben aperte, è un errore che rivela poca lucidità.
Quelle ragazze che sorridono in camera parlando di beni comuni, di società multietnica, meritano un «padre» non padrone, degno del loro entusiasmo, se possibile diverso dall'attuale Grillo, fuori controllo e molto confuso. L'ormai celebre «fuori dalle palle chi dice che non sono democratico» è anche un imbarazzante autogol linguistico, una palese contraddizione in termini, l'equivalente del «non sono io che sono razzista, sono loro che sono meridionali». Ma quella, almeno, era solo una vecchia barzelletta.

Marco Imarisio
13 dicembre 2012 | 8:12

Email, l'esercizio zen di avere la casella pulita

Corriere della sera

Tenere la posta elettronica in ordine può essere un buon modo per essere in pace con se stessi: la lezione delle «4D»
 
MILANO – Meglio che spostare la sabbia in un giardinetto zen da scrivania, o mettere a posto le scartoffie e i libri sugli scaffali per poi rivolgersi un sorriso compiaciuto: la pulizia della posta in arrivo nella nostra casella email è un esercizio da maestri, che annovera ormai seguaci in tutto il mondo e a cui sono dedicati manuali e siti. Con tanto di guru di ordinanza: come il lifehackerMerlin Mann, chiamato in tutto il mondo a raccontare i pregi e i virtuosismi del riuscire, ogni giorno, a “ripulire” la propria inbox da tutti i messaggi in neretto, ovvero quelli non letti, e classificarli ordinatamente nelle rispettive cartelline.

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IL MOVIMENTO – Nonostante sia privato e molto personale, quello della “Zero Dark Inbox” è ormai un movimento trasversale, un modo di vivere. Come racconta una seguace, la giornalista del New Yorker Silvia Killingsworth, «tratto la mia casella di posta in arrivo come una lista delle cose da fare, in cui ogni email rappresenta un compito: consegnare un lavoro, archiviare il resoconto arrivato dalla banca, cambiare il contratto di connessione Internet eccetera». Il movimento non è cosa recente, si sviluppa anzi molto prima del boom dei social network, ma oggi torna attuale in concomitanza con il #mailday lanciato dal Corriere e l’esigenza, molto zen, di fare ordine in un overload di informazioni cui siamo sottoposti ogni giorno. I primi consigli su come trattare la propria casella si diffusero tra il 2004 e il 2007 da Mann, classe 1966, che di questa sua tecnica per migliorare la produttività individuale nei compiti quotidiani (poiché proprio di questo un lifehacker si occupa) fece il suo lavoro.


A LEZIONE DELLE 4 “D”
- Chiamato da grandi organizzazioni – Google, Apple e Yahoo! solo per citarne alcune – ad alfabetizzare i dipendenti, Mann usa presentare il suo metodo di pulizia della casella di posta dipingendo i possibili scenari cui andare incontro davanti a una nuova mail. Usando, per esempio, la tecnica delle 4 “d”: delete, delegate, (respond), defer, do. Ovvero, all’apertura del nuovo messaggio di posta possiamo scegliere se cancellarlo (vivamente consigliato in caso di spam), incaricare qualcuno di occuparsene, rispondere, rinviare (coscientemente), e per ultimo agire, ovvero svolgere il compito richiesto nel messaggio. E proprio questa ultima azione, quella che porta l’utente a svolgere diligentemente il compito a lui assegnato, richiama il manifesto cui lo stesso Mann e milioni di geek di tutto il mondo si ispirano, quello di “Getting things done”, spesso abbreviato come GTD bibbia della gestione organizzata del proprio tempo scritta da David Allen, oggi divenuto un best-seller internazionale.

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TIPI DA MAIL – Spesso, la necessità di svuotare continuamente dai nuovi messaggi la casella di posta nasce da un’ansia di fondo, quella di provare a dominare il flusso continuo di comunicazioni in arrivo, che però non colpisce tutti. Sono in molti anzi a convivere serenamente con un numero molto alto (anche decine di migliaia) di messaggi non letti il cui numero cresce giorno dopo giorno, e la grande capacità di spazio oggi offerta dalle caselle aiuta chi preferisce non lavorare sulla propria inbox. Proprio per scherzare su queste diverse personalità, The Atlantic si è divertito in un’indagine interna tra i suoi giornalisti, e ha provato a tracciare i profili dei diversi gestori delle caselle.

Dal nichilista, che tiene un massimo di 10 mail non lette e che predilige la tecnica del “cancello senza aprire” pur di fare pulizia, all’accumulatore, che le apre tutte e non ne cancella né archivia nemmeno una, perché lui è importante che non ce ne siano in grassetto. Si passa poi al nostalgico, che le legge e non le archivia, ma talvolta scorda anche di farlo, e comunque le conserva perché pensa che raccontino la sua storia, per arrivare all’illuminista, che rasenta la perfezione restando sempre e comunque a quota zero mail nella casella in arrivo (le apre, legge, archivia o cancella proprio tutte). Per finire con mister rifiuto: per non vedere l’alto numero di mail da leggere e archiviare, preferisce settare le impostazioni del suo account di posta di modo che tale numero non compaia. Mai.

Eva Perasso12 dicembre 2012 (modifica il 13 dicembre 2012)

Perché Firenze dice stop all’alcol?

La Stampa

a cura di maurizio ternavasio
torino


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Stop alla vendita di alcolici, dalle 21.15, su tutto il territorio comunale di Firenze. Da ieri è in vigore la nuova ordinanza comunale per negozi, minimarket e supermarket, «un provvedimento strutturale contro abuso e degrado», ha detto il vice sindaco Dario Nardella che lo ha firmato. Qual è l’obbiettivo che si pone?
Come spiega una nota di Palazzo Vecchio, è quello «di mettere un ulteriore freno all’abuso di sostanze alcoliche che in questi ultimi mesi ha provocato diversi episodi di grave intossicazione, oltre a portare i ben noti fenomeni di degrado urbano, favoriti dalla proliferazione di minimarket nel centro della città».

Il divieto vale anche per pub, ristoranti e alberghi?
No, purché il consumo avvenga all’interno del locale; inoltre non sarà in vigore nella notte nell’ultimo dell’anno, cioè tra il 31 dicembre e il 1° gennaio.

Cosa accadrà per chi non rispetta il divieto?
Si rischia una sanzione da 500 a tremila euro. In caso di infrazione ripetuta due volte in un anno è prevista la sospensione dell’attività fino a 20 giorni.

Che cosa è esattamente un’ordinanza?
Quelle dette «amministrative» sono emanate da un organo della pubblica amministrazione (ad esempio il prefetto o il sindaco) per imporre un determinato comportamento ad un soggetto o ad una classe di soggetti. Si tratta quindi di provvedimenti amministrativi che creano doveri positivi (di fare o dare) o negativi (di non fare).

Per quanto tempo rimane in vigore un’ordinanza?
Trattandosi di provvedimenti adeguati per reprimere e prevenire pericoli che minacciano la pubblica incolumità, decadono quando ne vengono meno i presupposti. Le ordinanze del sindaco, ad esempio, si caratterizzano per la loro temporaneità, quindi è necessario che venga indicato un preciso termine finale.

Nell’estate del 2012 ne sono state emanate alcune piuttosto bizzarre…
A guidare la classifica delle stranezze lo stop al calcio balilla introdotto a Teggiano (Sa) in vigore fino a settembre. L’ordinanza, che si applicava nei circoli privati e negli esercizi pubblici del territorio, era stata introdotta «in seguito alle numerose segnalazioni pervenute da parte di cittadini che lamentano situazioni di disturbo». A Capri, Positano e Ischia era scattato il divieto di camminare per le vie del centro con gli zoccoli ai piedi. A Capri c’è pure il divieto per turisti e residenti di passeggiare a torso nudo (uomini) o con indosso solo il pezzo di sopra del bikini (donne), ordinanza che tempo fa era scattata anche ad Alassio (Sv). Aveva fatto discutere pure il divieto introdotto in alcune spiagge del litorale di prendere il sole in topless. Per chi lo viola il prezzo da pagare può arrivare sino a 500 euro.

Quali e quante sono le altre ordinanze tuttora in vigore nel nostro Paese?
Sono innumerevoli, impossibile elencarle tutte. Dal divieto di circolazione quando si superano certe soglie di inquinamento all’obbligo di pneumatici anti-neve o di avere con sé le catene. Ma spesso viene bandito anche il passaggio notturno in automobile in certe zone per scoraggiare il fenomeno della prostituzione. E se un tempo in molte città era fatto divieto di esporre sul balcone tendaggi e armadi che rovinavano lo sky-line, ora grande attenzione è prestata ai paesaggi deturpati dalle antenne satellitari spuntate ovunque come funghi. Molti anche i provvedimenti, diffusi un po’ dappertutto, contro l’accattonaggio e i lavavetri.

I comuni Treviso e di Falciano del Massico avevano a suo tempo fatto scuola…
Nella città veneta nel 1997 il sindaco Giancarlo Gentilini fece rimuovere le panchine su cui usavano attardarsi gli immigrati. Lo scorso 5 marzo, invece, il primo cittadino di Falciano del Massico (Ce) aveva vietato in maniera provocatoria «ai cittadini residenti, o comunque di passaggio, di oltrepassare il confine della vita terrena per andare nell’aldilà» perché il Comune non ha a disposizione un proprio cimitero. O meglio il camposanto c’è, ma è di proprietà di un paese vicino che non mette i loculi a disposizione degli «stranieri».

E quelle più strane del passato?
Anche in questo caso il catalogo è ricchissimo: si va da quella anti-nani da giardino, che a Salerno impone di non esporre le statuine colpevoli «dell’alterazione dell’ambiente naturale», al sindaco di Albenga (Sv) che ha proibito l’apertura di nuovi esercizi che vendono kebab. Senza dimenticare l’ordinanza del sindaco di Saluggia (Vc) che vietava «l’utilizzo del riso per l’esternazione rituale di auguri e festeggiamenti agli sposi», suggerendo di sostituire il cereale con petali di riso, oppure quella del primo cittadino di Eraclea (Ve) che esortava i bambini ad essere cauti nel costruire i castelli di sabbia con paletta e secchiello «perché la buche modificano in modo pericoloso la percorribilità a piedi dell’arenile». 

Fiera di progetti

La Stampa

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Cattura
In questi ultimi tempi, i miei giorni sono come settimane concentrate in ventiquattro ore. I mercoledì si succedono l’uno all’altro, i sabati sono pieni di lavoro e i lunedì sembrano giorni durante i quali proseguono le attività invece di cominciare ex novo. A volte mi accadono i fatti più incredibili in una sola giornata: sublimi o quotidiani; straordinari o fastidiosi. Ma di tanto in tanto c’è una data nella quale sembra concentrarsi tutto il calendario. Il 10 dicembre è uno di quei giorni in cui vorrei avere in mano “Il genio in bottiglia” immaginato da Robert Louis Stevenson, per chiedere alla notte di attendere almeno 72 ore prima di calare.

Quest’anno non è stato diverso. Sin dalla vigilia era percepibile “la sindrome che precede il giorno dei Diritti Umani”. Tutti possono sentirla, persino coloro che non vogliono rendersi conto di certe situazioni. Molti poliziotti sono dislocati nei punti più centrali della città mentre le forze dell’ordine mostrano un maggior nervosismo. Da un po’ di tempo a questa parte, anche le istituzioni ufficiali tentano di appropriarsi di una data che per decenni è appartenuta al settore critico della società. Vediamo annunciatori televisivi presentare con un sorriso le attività messe in atto nelle varie località del paese per rendere omaggio ai “diritti”… e su quella parola si fermano, non sanno come andare avanti, per poi completare con “culturali e sociali”. La frase “diritti umani” è stata stigmatizzata per così tanto tempo che adesso è impossibile pronunciarla negli spazi governativi senza che ciò provochi almeno un rossore

Detenzioni e minacce in ogni angolo del paese sono all’ordine del giorno, ma qualcosa riusciamo sempre a fare. Quest’anno ho partecipato alla giornata inaugurale del Festival di Poesia senza Fine (http://omnizonafranca.blogspot.ca/). Una fiera di progetti diversi ha fatto risorgere la festa dell’alternativa a Cuba. Un centinaio di persone si sono date appuntamento presso la sede di Estado de SATS (http://www.estadodesats.com/) per proporre spazi espositivi che andavano dalla creazione musicale alla promozione dell’integrazione razziale. Era possibile avvicinarsi al lavoro delle Biblioteche Civiche, alla nuova rivista Quaderni di pensiero pluralista, da poco inaugurata nella città di Santa Clara e ai giovani disk-jockey di 18A16 Produzioni. C’era anche il nostro stand denominato “Tecnologia e Libertà” dove proponevamo un’esposizione di lavori di blogger, giornalisti civici e frequentatori di Twitter.

Isola all’interno di un’Isola, quello spazio si presentava come un’anticipazione del giorno in cui nel nostro paese verranno rispettate tutte le idee. Risate, progetti, unità nella diversità e molta amicizia, hanno caratterizzato la magia della prima giornata di Poesia senza Fine. Quando sono rientrata a casa mi sembrava di aver vissuto un’intera settimana nel breve volgere di un giorno, senza aver avuto bisogno - per questa volta - di quel genio in bottiglia di cui narrano le fiabe. Grazie all’energia di tante persone siamo riusciti a mettere in ogni minuto la straordinaria densità del futuro.

Traduzione di Gordiano Lupi
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