mercoledì 12 dicembre 2012

Il clone cinese dell'iPhone5 che costa solo 170 euro e vuol denunciare la Apple

Andrea Indini - Mer, 12/12/2012 - 14:34

Identico all'iPhone5, ma costa solo 170 euro: è l'i5, il nuovo smatphone della cinese GooPhone che si dice pronta a denunciare la Apple per plagio


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A guardarli tutti e due è impossibile notare le differenze. Eppure le differenze ci sono e sono pure macroscopiche: uno è un iPhone 5, l'altro è un GooPhone i5; uno è l'originale, l'altro è la copia; uno costa un capitale, l'altro costa come un cellulare di vecchia generazione; uno è pensato e disegnato nel quartier generale di Cupertino, l'altro è rigorosamente made in China.

"Lo ho ordinato su internet pagandolo solo 170 euro - racconta Marco, un 40enne di Milano - e mi è arrivato nel giro di una decina di giorni".

Dopo aver vinto la battaglia legale con Samsung per il Galaxy, adesso si apre un nuovo "fronte" orientale per Apple. A minacciare il colosso statunitense è GooPhone, un'azienda cinese che ha creato un terminale con sistema operativo Android, basandosi per il design sulle fotografie e sulle voci di corridoio che hanno iniziato a circolare prima che uscisse l'iPhone 5. Non è certo la prima volta che la GooPhone immette sul mercato smartphone molto simili a quelli prodotti da altre aziende: se il GS era sorprendentemente simile all'iPhone4, l'S3 era palesemente ispirato al Galaxy S3. Ispirazione o clonatura?

Il confine è davvero breve. Tanto breve che Samsung ha dovuto sborsare una paccata di dollari per essersi liberamente "ispirata" alla Apple. Se il Galaxy e l'iPhone sono solo lontamente simili, l'iPhone 5 e l'i5 sono praticamente uguali. Basta averne due esemplari davanti per capirlo. Non solo. Se nelle illustrazioni che figurano sui cataloghi online sul retro dell'i5 compare come logo un'ape stilizzata, alla cosegna l'apina bianca su sfondo nero è volata via e ha lasciato lo spazio a una mela morsicata. Tale e quale a quella del melafonino. Una svista o un plagio?

"L'i5 è basato su piattaforma Nvidia Tegra 3 a 1.4 GHz con 1 GB di RAM, due fotocamere (posteriore da 8 MP e anteriore da 1.3 MP) e uno schermo da 4 pollici LCD IPS (risoluzione 1280x720). Il sistema operativo è Android 4.0 ICS", spiega Tom's Hardware per Repubblica.it. Ma la parte più "divertente" della battaglia tra le due aziende non sta nel design (pressoché uguale) né nel prezzo (l'iPhone 5 costa 729 euro, l'i5 si trova a 170 euro), ma nella tempistica. La GooPhone ha immesso sul mercato il proprio smartphone prima della Apple. Morale? Secondo indiscrezioni, la GooPhone sarebbe pronta a citare in giudizio il colosso di Cupertino se si "permetterà" di lanciare in Cina l'iPhone 5.

Sallusti sospeso dall'Ordine dei giornalisti: «Grazie colleghi»

Il Messaggero


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ROMA - Il direttore del Giornale Alessandro Sallusti è stato sospeso dall'Ordine dei giornalisti. Lo ha reso noto lo stesso Sallusti con un tweet.«Sospeso dall'Ordine dei giornalisti. Grazie, colleghi», ha postato Sallusti.

Sallusti è stato sospeso dall'Ordine dei giornalisti della Lombardia perché è stato aperto nei suoi confronti un procedimento penale per la tentata evasione, ha precisato il presidente Letizia Gonzales. La sospensione, ha aggiunto, è un atto dovuto in base all'applicazione dell'articolo 39 della legge professionale.

«La sospensione - spiega all'Ansa Gonzales - deve durare per il periodo del provvedimento cautelare e verrà automaticamente meno a seconda della decisione dei giudici al processo di venerdì prossimo. Se il giornalista sarà prosciolto, quindi, decadrà la sospensione».

Contemporaneamente l'Ordine lombardo ha aperto un procedimento disciplinare in relazione alla sentenza della Cassazione che ha condannato Sallusti per violazione delle norme deontologiche professionali. In particolare, nel procedimento - il direttore è stato convocato il 17 gennaio - è contestata la violazione dell'articolo 48 della legge professionale per omesso controllo e la violazione l'articolo 2 per non aver rispettato la verità sostanziale dei fatti e perché i fatti, contenuti nell'articolo pubblicato da Libero di cui era direttore Sallusti e che ha originato la condanna, costituiscono reato.

«L'ordine dei giornalisti va semplicemente abolito. Nei Paesi liberali, non esiste nulla di simile. Non esiste alcuna ragione per tenere in piedi questo emblema del più vecchio spirito corporativo, che rappresenta solo una barriera all'accesso alla professione e al libero esercizio dell'attività giornalistica», commenta Daniele Capezzone portavoce del Pdl.

«Non mi riconosco nello slogan "siamo tutti Sallusti" e ritengo anche che questo sia stato il momento sbagliato per chiedere la riforma della legge sulla stampa: Sallusti non deve stare in carcere ma deve essere anche mandato via dall'ordine dei giornalisti», aveva detto ieri Paolo Butturini, segretario dell'Associazione Stampa Romana. Butturini ha «fatto autocritica e aperto una riflessione» sulla campagna pro-Sallusti avviata dalla Federazione Nazionale della Stampa dopo la condanna definitiva per diffamazione al direttore de Il Giornale, che è agli arresti domiciliari. «Sallusti si è rifiutato più volte di rettificare le cose false che erano state scritte sul suo giornale e il fatto che sia diventato il "paladino" della battaglia per la liberta di informazione e per l'abolizione del carcere per i giornalisti, mi fa vergogna», ha aggiunto Butturini, intervenendo a un convegno al Senato organizzato da Ossigeno e dedicato ai giornalisti minacciati e alla libertà di informazione in Italia.

Butturini ha auspicato quindi un maggiore impegno del sindacato dei giornalisti contro il precariato della professione, per un maggior sostegno ai cronisti intimiditi dalla mafia e dalle pressioni politiche e anche affinché per la riforma della legge sulla stampa siano arruolati paladini differenti da Sallusti.


Mercoledì 12 Dicembre 2012 - 16:20
Ultimo aggiornamento: 17:44

Quadratini malevoli: attenti ai codici QR

Corriere della sera

I codici da «fotografare» con lo smartphone spesso diventano il viatico per diffondere malware sui telefonini stessi

MILANO - Un’occhiata, una scansione veloce e via alla navigazione: i codici QR sono sempre più popolari tra gli utenti degli smartphone. Avete presente? Quegli intricati codici a barre bidimensionali che, una volta inquadrati e riconosciuti dal telefono, permettono di accedere a contenuti multimediali. Una specie di codice a barre ma che contiene molte più informazioni. In quei "disegnini" fatti da punti, linee e riquadri neri e bianchi ci imbattiamo ogni giorno: sono sui manifesti per strada, sui lampioni, dentro ai giornali o negli opuscoli, nelle vetrine dei negozi, in metro. Ma attenzione: nel frattempo sono presi di mira anche dai truffatori. E i dispositivi che li leggono diventano a rischio malware.

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OCCHIO AI QUADRATINI - All’inizio ce n’erano pochi in giro, poi sono diventati un fenomeno di massa conquistando gli spazi quotidiani, talvolta insoliti. Ma cosa sono? In breve: il codice QR, acronimo che sta per Quick Response (risposta rapida) permette l'approfondimento online. I riquadrini monocromatici, se scansionati con uno smartphone o un cellulare, portano infatti a siti e contenuti specifici. Sono sfruttati per uso commerciale, informativo, ludico o pubblicitario. Ora gli esperti mettono in guardia. Come riferisce il portale britannico The Register, che cita due specialisti della società di sicurezza informatica Symantec, i cyber-criminali tappezzano le città con adesivi contraffatti dei codici QR: agli aeroporti, nelle zone più affollate o nei luoghi simbolo e turistici delle città. Cosa accade? L’utente che decodifica col suo dispositivo i contenuti dei crittogrammi finisce su siti infetti o per essere vittima di attacchi informatici, nello specifico di phishing.

LETTORE - Una delle critiche più insistenti che vengono mosse al codice QR è proprio quella che potrebbero contenere informazioni «maliziose», cioè collegamenti a pagine Internet dannose o alla composizione di numeri telefonici a tariffazione elevata. Adesivi con i codici maligni verrebbero semplicemente attaccati sopra quelli originali - per gli ignari utenti di smartphone impossibili da distinguere. Ciò nonostante, gli esperti di Symantec - non a caso - hanno già la soluzione: l’azienda di sicurezza informatica consiglia di comprare un lettore di codici QR che consente di controllare in anticipo il sito web. Eppure, non è necessario.

PRUDENZA - Basta un po’ di cautela, sostiene anche The Register. Coloro che vogliono fare la scansione di uno dei codici dovrebbero, per prima cosa, avvicinarsi al poster e verificare se si tratta o meno di un adesivo. Oltre a ciò, per visionare il contenuto in tutta sicurezza è necessario far attenzione all’indirizzo al quale si viene collegati. Se c’è il sospetto che quei quadratini risultino equivoci, è meglio lasciar stare.

Elmar Burchia
12 dicembre 2012 | 12:18

Colpo della Renault in Russia, presa la Lada

Corriere della sera

Insieme a Nissan e un socio locale investe in AutoVaz  il più importante costruttore di Mosca

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MILANO- La campagna di Russia è iniziata e speriamo porti bene visti i precedenti storici. Al di là delle battute il colpo dei francesi è enorme. Renault-Nissan si è assicurata il controllo di AutoVaz, il più grande costruttore locale proprietario dello storico marchio Lada. Il tutto attraverso una joint venture (ribatezzata Alliance Rostec) con un socio russo, la holding Russian Technologies. L'obiettivo è ambizioso: controllare il 40% di quello che secondo gli analisti sarà il primo mercato in Europa entro il 2020. Secondo il numero uno di Renault, Carlos Ghosn, si tratta di una partnership storica. I francesi investiranno 570 milioni di euro per avere il 67.1% delle quote della joint venture entro la metà del 2014, il resto sarà in mano a Nissan e al partner locale.

RUSSIA VERSO IL PRIMATO EUROPEO- Attraverso un gioco di partecipazioni azionarie, la nuova società avrà in mano il 74,5% del capitale di AvtoVAZ e il diritto a scegliere 8 membri su 15 all'interno del consiglio d'amministrazione. Tradotto in numeri vuol dire un milione di macchine entro il 2020, come spiega Serguey Chemezov, direttore Generale di Russian Technologies: «Il mercato automobilistico russo è sul punto di diventare il numero uno in Europa. Grazie alla partnership con l’Alleanza Renault-Nissan, saranno creati nuovi posti di lavoro moderni e ben remunerati a Togliatti e nella sua Regione».

L'accordo arriva 8 mesi dopo l'inaugurazione del centro produttivo di Samara con una capacità di 35 mila veicoli l'anno: qui nascono una berlina della Lada e la Nissan Almera. E in Russia ci sono altre fabbriche come quelle di a San Pietroburgo e Izhevsk che saranno aggiornate per raggiungere una capacità produttiva totale di 1,7 milioni di vetture entro il 2016. Per Renault e Nissan la Russia è già il terzo mercato più importante. E forse un giorno anche la mitica Lada Niva, che ancora gode di tanti estimatori, avrà un'erede al passo con i tempi.
Daniele Sparisci

danielesparisci12 dicembre 2012 | 15:05

Il Papa su twitter: «Con gioia mi unisco a voi»

La Stampa

vatican

Benedetto XVI al termine dell’udienza generale di oggi ha lanciato il suo primo messaggio ufficiale nel social media

Andrea Tornielli
Città del Vaticano


CatturaCi si aspettava un messaggio evangelico, uno stralcio di catechesi, un brano di omelia, la risposta a una domanda delle migliaia che in questi giorni gli sono arrivate. Invece Papa Benedetto ha scelto come primo messaggio su twitter un testo semplice per dire la sua gioia di essere sbarcato anche su questa piattaforma virtuale: «Cari amici è con gioia che mi unisco a voi su Twitter». Nelle prossime ore arriveranno altri messaggi, in particolare le risposte a tre diverse domande scelte tra quelle che gli sono state rivolte da utenti twitter nei diversi continenti. Benedetto XVI ha lanciato il suo primo «cinguettio» con l’aiuto di un tablet, assistito da Thaddeus Jones del pontificio consiglio per le Comunicazioni sociali e da Claire Diaz Ortiz di twitter. Erano presenti anche due studenti della Villanova University che lavorano attualmente presso il pontificio consiglio per le Comunicazioni sociali, Mika Rabb e Andrew Jadick, come pure la giornalista Katia Lopez-Hodoyan.

Le prime risposte di papa Ratzinger in 140 caratteri
«Come possiamo  vivere meglio l’Anno della fede nel nostro quotidiano?» Questa la  prima domanda alla quale il Papa risponde via twitter. «Dialoga con Gesù nella preghiera - afferma Benedetto XVI nel suo tweet - ascolta Gesù che ti parla nel Vangelo, incontra Gesù presente in chi ha bisogno». Tra le migliaia di retweet e di risposte al Papa ecco il «Pontifex pace e bene Santità  siamo con lei in questa avventura nel nome di San Francesco» dei frati del Sacro Convento di Assisi. L’account @Pontifex, dove compaiono anche lo stemma pontificio e la firma autografa di Benedetto XVI ha già superato un milione di followers, una cifra destinata a crescere ora che inizieranno i messaggi. Lo sbarco papale nel social network, dove sono già attivi e «cinguettanti» diversi cardinali e vescovi, come pure migliaia di istituzioni religiose, sta provocando reazioni a catena.

L’ultima in ordine di tempo è quella proposta dal MissiOnLine,  il sito web di «Mondo e Missione», che oggi – il 12.12.12 (12 dicembre 2012) lancia un’iniziativa proponendo il testo della «Caritas in veritate», l’enciclica sociale di Benedetto XVI pubblicata nel luglio 2009, in 36 tweet (12+12+12), selezionando alcune delle più interessanti espressioni del documento pontificio (solo in parte “limate” per esigenze di spazio), per rinnovare l’interesse «per questo testo che – a cinque anni dalla pubblicazione – conserva intatta la sua attualità e freschezza». In un tempo di crisi come l’attuale, in cui si stanno perdendo i fondamenti etici dell’agire economico e le basi culturali del “bene comune”, l’enciclica “Caritas in Veritate”, promulgata da Benedetto XVI nell’estate del 2009 continua –ahinoi - ad essere uno dei documenti forse più dimenticati del magistero ratzingeriano.

Eppure quel testo, che ha avuto un’elaborazione complessa, contiene una messe notevolissima di spunti preziosi e rappresenta, al di là della sua formulazione, non sempre efficacissima, una proposta organica di uno “sviluppo dal volto umano” che sta a cuore a molti. Fin dal suo apparire, MissiOnLine ha dedicato molta attenzione a qual documento; anche Mondo e Missione ha dedicato un intero speciale (novembre 2009) ai temi dell’enciclica sociale. Oggi, 12.12.12, data del primo tweet di un Papa, proponiamo ai navigatori un altro servizio. Abbiamo provato a concentrare il denso testo della “Caritas in veritate” in 36 tweet (12+12+12), senza – ovviamente – la pretesa di dire tutto, ma immaginando che la selezione di alcune delle più interessanti espressioni del documento pontificio (solo in parte “limate” per esigenze di spazio) possa contribuire a destare un rinnovato interesse per questo testo che – a 5 anni dalla pubblicazione – conserva intatta la sua attualità e freschezza.

Piazza Fontana, il dovere della memoria

La Stampa

A 43 anni dalla strage della Banca Nazionale dell'Agricoltura, i figli delle vittime continuano a ricercare verità e giustizia

arianna filippini, eleonora rossi e andrea tundo (magzine)


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Quarantatré anni e nessun colpevole: i familiari delle vittime della strage di piazza Fontana passeranno anche questo 12 dicembre senza giustizia. La bomba, piazzata nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura, fece 17 vittime e oltre 80 feriti. Quarant’anni d’indagini e svariati processi non sono bastati a restituire la verità alla storia del Paese.

La memoria è affidata all’impegno dell’Associazione Piazza Fontana 12 dicembre 1969 e a chi, come Fortunato Zinni, sindaco di Bresso ed ex funzionario della banca, ha speso una vita a ricercare le ragioni di quell'attentato che aprì la strada alla strategia della tensione. Nel pomeriggio, in piazza Fontana, si terrà la commemorazione delle vittime e si chiederà che venga fatta giustizia. Lo squarcio aperto da quella bomba si rinnova ogni giorno nelle vite di Paolo Dendena, Carlo Arnoldi, Paolo Silva e di tutti gli altri figli delle vittime. «È come se fossimo stati condannati all’ergastolo - dicono - ma non ci sentiamo sconfitti. Il nostro compito è continuare a raccontare questa storia perché non è solo nostra ma di tutti gli italiani».





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Piazza Fontana, la colpa di essere vittime

Nelle grotte africane dove nacque la mente

La Stampa

“Il salto evolutivo si verificò 70 mila anni fa, molto prima di quanto si è creduto finora

gabriele beccaria


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«E’ un grande motivo per essere orgogliosi dei nostri primi e comuni antenati, che vissero qui, in Sud Africa, e 60 mila anni fa cominciarono a sparpagliarsi nel resto del mondo». Chi parla è un celebre archeologo, il sudafricano Christopher Henshilwood, che si emoziona di fronte a quelle che possono apparire pietre bizzarre e invece sono le prime manifestazioni dell’Homo Sapiens come lo conosciamo. Sbalorditive manifestazioni di pensiero astratto.

Scavando nelle grotte costiere, spesso a picco sul mare, in luoghi desolati ma intrisi dell’aura dei tempi primordiali, Henshilwood ha raccolto prove inedite e le ha raccontate in un articolo appena pubblicato sul «Journal of World Prehistory»: è ormai certo di essere in grado di fare a pezzi la teoria ortodossa secondo la quale la mente moderna, che tanto ci affascina nel bene e nel male, non è affatto sbocciata tra i primi «coloni» europei, arrivati in un’Europa ancora semisommersa dai ghiacci, 40 mila anni fa. La nostra specie ha imparato a immaginare il futuro e a giocare con i simboli molto prima, nella culla sudafricana, appunto, quando uomini ormai simili a noi non solo cacciavano e andavano a pesca, ma facevano anche molte altre cose. Particolarmente sofisticate e, a volte, apparentemente superflue.

I reperti ritrovati da Henshilwood e dal suo team sono eloquenti. Dalla Still Bay e da Howiesons Poort - le aree in cui sono state identificate due culture successive, tra 75 e 70 mila anni fa la prima e tra 65 e 60 mila anni fa la seconda - sono emerse testimonianze speciali, come frammenti di pensieri congelati: pezzi di pietra ocra incisi con motivi geometrici (ed ecco il primo esempio di arte astratta), collanine di conchiglie (ed ecco gli archetipi dei gioielli), arnesi d’osso e altri in pietra finemente scheggiati (ed ecco l’emergere di una tecnologia che richiedeva la perfetta coordinazione tra intenzioni mentali e gesti fisici). Per non parlare delle minuscole, pressoché perfette, punte di freccia, scagliate da archi in legno andati perduti.

«Queste innovazioni, più molte altre che stiamo solo adesso scoprendo, dimostrano che i Sapiens del Sud Africa erano già definitivamente moderni e si comportavano, sotto molti aspetti, proprio come noi», ha osservato Henshilwood, interrogandosi anche sull’altra grande questione che intriga i paleoantropologi: se gli indizi sulla nascita delle super-capacità cognitive si accumulano, qual è la scintilla che le provocò? Ce ne fu più d’una, è l’ipotesi dello studioso. Ma tutte scatenate da rapidi cambiamenti climatici.

Le micro-tribù sopravvissute a lunghi periodi di siccità devono essere esplose in quantità, quando tornarono le fasi di piogge abbondanti, migliorando anche in qualità. Più individui significarono più scambi biologici di Dna e più scambi intellettuali di esperienze e tecniche, mentre la pressione del numero deve avere innescato un effetto domino di spostamenti a breve raggio e migrazioni di lungo respiro. Ma qui le certezze evaporano rapidamente in ipotesi via via più fragili. E Henshilwood continua le esplorazioni, intrecciando il tempo perduto con quello della memoria: le grotte in cui scava pazientemente, centimetro dopo centimetro, sono le stesse che suo padre gli fece scoprire, quando era un bambino irrequieto e curioso.

Usa: a colpi di cannone i trafficanti sparano la marijuana dal confine messicano

Corriere della sera

Rinvenuti nei campi di Yuma (Arizona) dei cilindri contenenti la droga per un valore di 45mila dollari

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WASHINGTON – Dopo la catapulta, il cannone a aria compressa. Lo hanno usato i contrabbandieri di droga messicani per «sparare» proiettili di marijuana verso il territorio Usa, dove sarebbero dovuti entrare in azione dei complici per recuperarli. L’episodio è avvenuto nel settore di Yuma, al confine tra Arizona e Messico. In base alla ricostruzione della Border Patrol una delle sue pattuglie ha scoperto in un terreno, vicino al fiume Colorado, 33 cilindri di droga. Valore: 45 mila dollari.

CANNONE - E’ probabile che i trafficanti abbiano usato una specie di cannone ad aria compressa o a gas. Un sistema simile è stato impiegato in passato in altre località di frontiera. Gli agenti hanno rinvenuto nella cittadina di Nogales – sempre in Arizona – piccoli carichi di droga dalla forma di un pallone da rugby. Sembra che li avessero tirati da una delle colline messicane che guardano verso la cittadina americana. Qui, la vicinanza dei centri abitati e delle postazioni dei contrabbandieri, davvero a pochi metri dal muro che divide i due paesi, favorisce questo tipo di operazioni.

I narcos hanno così grandi quantità di marijuana che provano mille strade pur di beffare i controlli degli americani. La droga passa attraverso tunnel clandestini, sulle spalle di corrieri che si arrampicano sul muro e vanno dall’altra parte, agganciata a deltaplani a motore, stivata nei veicoli. Ma qualche volta, forse anche per sfidare la Border Patrol, i trafficanti si inventano metodi originali come quello della catapulta o del cannone. Viene da pensare che si divertano.

Guido Olimpio
12 dicembre 2012 | 7:51

Io, faccia a faccia con i boss". Sì, Roberto: in video conferenza

Libero

"Repubblica" costruisce ad arte la figura dell'intrepido eroe. Ma si tratta di falsità...



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Titolo in prima pagina di Repubblica. «Saviano in tribunale: guardo negli occhi i boss». In linea con la mitizzazione dello scrittore anti-camorra, Repubblica costruisce ad arte la figura dell’intrepido eroe. Peccato che, come scrive la stessa Conchito Sannino nell’articolo celebrativo, il «faccia a faccia» tra lo scrittore e i padrini avviene «da lontano, via monitor». Miracolo della videoconferenza.

Londra, i “bianchi” sono una minoranza E il numero dei musulmani aumenta

La Stampa

I dati del censimento 2011 registrano per la prima volta un’inversione di tendenza nel Regno Unito: il numero degli immigrati nati all’estero supera quello dei britannici Wasp

londra


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La popolazione immigrata del Regno Unito è balzata a quota tre milioni negli ultimi 10 anni, e uno su otto degli attuali residenti è nato all’estero. Secondo i risultati del censimento del 2011, che sono stati diffusi ieri, nel Regno Unito ci sono oggi 7.500.000 residenti nati all’estero. I dati mostrano anche che le persone che si definiscono “britannico bianco’” sono per la prima volta una minoranza nella capitale inglese. 
Un altro cambiamento importante è stata la diminuzione dei cristiani in Gran Bretagna negli ultimi 10 anni.

I dati mostrano che il numero è sceso da 37,3 milioni nel 2001 a 33,2 milioni l’ anno scorso. Il 25,1 per cento delle persone ha dichiarato di non avere alcuna fede, contro il 14,8 per cento di dieci anni prima, mentre la percentuale di musulmani è passata dal 3,0 per cento al 4,8 per cento. La terza religione più popolare è l’induismo, con l’1,5 per cento della popolazione, mentre lo 0,8 per cento appartiene al gruppo dei sikh e lo 0,5 per cento alla comunità ebraica. «Queste statistiche - si legge nel comunicato del Servizio Nazionale per il Censimento - sono solo la punta dell’iceberg. Ulteriori dati, ricchi di informazioni di grande importanza dal punto di vista statistico, saranno resi noti nei prossimi mesi con la pubblicazione dei singoli numeri a livello locale». Tra gli altri dati interessanti del censimento ci sono i primi cinque paesi di nascita degli attuali residenti: India, Polonia, Pakistan, Irlanda e Germania. 

Dieci anni di «licenze libere»

Corriere della sera

Era il 16 dicembre 2002 quando l’organizzazione Creative Commons presentava i primi modelli di copyright “flessibile”

MILANO - Crea e condividi: le licenze libere compiono dieci anni. Era il 16 dicembre 2002 quando l’organizzazione no profit Creative Commons, guidata da Lawrence Lessig, docente della Stanford University, presentava a San Francisco i primi modelli di copyright “flessibile”. Licenze che davano la possibilità ad artisti, studiosi, giornalisti e istituzioni di rendere più accessibili le loro opere, mantenendo riservati solo alcuni diritti. Una rivoluzione in nome della libera circolazione delle informazioni che si è diffusa in tutto il mondo. E che vede l’Italia in prima fila tra i Paesi che ne fanno un uso maggiore.


LA VERSIONE ITALIANA - Il gruppo di lavoro Creative Commons Italia è stato tra i primi a rispondere all’appello, iniziando già nel 2003 a tradurre le licenze e ad adattarle al sistema giuridico nostrano. Che si tratti di musica, letteratura oppure di un software, gli autori che vogliono condividere gratuitamente le loro creazioni con questo tipo di licenza hanno la possibilità di scegliere tra sei modelli. Dalla semplice attribuzione di paternità dell’opera – ovvero, “copiala, utilizzala per fini commerciali e modificala pure, ma indica sempre chi è l’autore” – alla versione più rigorosa, che ne permette solo la libera riproduzione, vietando però ogni trasformazione od uso commerciale. Dei simboli standard, uguali in tutto il mondo, indicano la decisione dell’autore.



LA RESISTENZA DELLA SIAE
– Ma nell’era di Internet e della lotta alla pirateria, quali sono stati gli ostacoli più grandi alla diffusione di CC in Italia? A rispondere al Corriere è Juan Carlos De Martin, codirettore del centro Nexa del Politecnico di Torino, che è alla guida di Creative Commons Italia. Se è difficile stabilire in quali aree si trovino potenziali utilizzatori che ancora non conoscono le licenze CC, soprattutto tra coloro che non frequentano Internet, secondo De Martin lo è altrettanto concludere accordi “concreti” con la SIAE: «Dopo un anno di lavori congiunti tra CC Italia e SIAE, infatti, la proposta di mandato speciale SIAE pensato apposta per autori Creative Commons è finita in un cassetto e da lì non è più uscita, nonostante le nostre insistenze (anche per non buttare un anno di lavoro). Intervenne direttamente anche l’ex CEO di Creative Commons, Joi Ito, ora direttore del Media Lab del MIT, ma senza successo».

L'ITALIA IN PRIMA FILA - Quantificare con precisione quanti facciano uso delle licenze CC nel nostro Paese è quasi impossibile: sono tanti i prodotti offline a cui si possono applicare – dai cd ai libri, alle riviste – e non c’è nessun obbligo di comunicazione. Sebbene non esista un registro di opere CC, tuttavia, i motori di ricerca possono aiutare a capire quante sono le opere presenti sul Web. «Facendo una stima approssimativa, possiamo senz'altro dire che gli oggetti digitali italiani rilasciati con Creative Commons sono nell'ordine di milioni», afferma De Martin. «Tra l'altro l'Italia è uno dei principali paesi a livello internazionale per adozione delle licenze CC». A livello di diffusione, infatti, il nostro Paese è tra quelli più attivi insieme a Spagna, Germania e Francia, con blog e musica come ambiti principali di preferenza.



I TESTIMONIAL DELLA MUSICA
- Sono diversi gli artisti internazionali che hanno sposato l’approccio CC, utilizzandolo nei loro progetti: dai Radiohead, che hanno “aperto” a tutti i dati del video “House of Cards”, creato catturando immagini in 3D, ai Nine Inch Nails, che hanno diffuso con licenza Creative Commons l’album “Ghosts I-IV”. In Italia mancano grandi testimonial, ma sui social network continuano a moltiplicarsi i musicisti che scelgono licenze meno vincolanti per le loro canzoni.


TRA UNIVERSITA', FLICKR E CROWFUNDING - Il Web ospita le applicazioni più interessanti: musica e video da copiare e remixare liberamente, ma anche milioni di foto disponibili con licenza Creative Commons su Flickr. Numerose le risorse anche per chi è interessato a ricerche di alto livello o vuole semplicemente imparare qualcosa di nuovo: «Ci sono molte pubblicazioni scientifiche rilasciate con CC (come le riviste PLoS) e moltissimo materiale didattico (per esempio quello del MIT su ocw.mit.edu)», spiega De Martin. Per chi invece è interessato agli open data e alle loro applicazioni, esistono «molte basi di dati rilasciati con la licenza CC0, ovvero, nel pubblico dominio (si veda ad esempio dati.piemonte.it)». Il boom del crowdfunding su siti come Kickstarter sta aumentando la diffusione di progetti facili da condividere, anche per il meccanismo di scambio implicito al modello di finanziamento: l’autore chiede un aiuto collettivo per realizzare la sua idea, e in cambio promette di mettere a disposizione di tutti i risultati.



LE ASPETTATIVE IN POLITICA
- Quello del copyright è un tema caldo non solo per l’industria discografica e per l’editoria, ma anche in politica. Prima delle primarie del Pd, Pier Luigi Bersani si era espresso sull’argomento in un’intervista per il mensile Wired: «Il copyright è fondamentale come stimolo di innovazione e per premiare la creatività, quando poi diventa una rendita di posizione per moltissimi anni si trasforma in un provvedimento contro l'innovazione e la diffusione del sapere. (...) Una parte delle grandi industrie Ict utilizzano il copyright più come arma legale che come stimolo all'innovazione, sono arrivati a brevettare le curve arrotondate di un telefonino.

Di questo tema ce ne dobbiamo occupare anche a livello europeo coinvolgendo tutte le parti in causa». Juan Carlos De Martin: «Mi fa molto piacere che il segretario Bersani abbia parlato di questo argomento perché si tratta di temi squisitamente politici, che riguardano diritti fondamentali degli individui - come l'accesso alla conoscenza, la libertà di espressione, il diritto degli autori, l'accesso a un pubblico dominio vitale e in crescita -, tutti temi troppo importanti per lasciarli decidere ai soli economisti, o, peggio ancora, ai soli interessi economici di parte». E sui passi che il nostro Paese dovrebbe compiere, dichiara: «Se l'Italia, col prossimo governo, si facesse promotrice di riforme sia a livello europeo sia a livello internazionale, potrebbe contribuire a far nascere il nuovo sistema regolatorio di cui si avverte così tanto il bisogno».



Sara Bicchierini
11 dicembre 2012 (modifica il 12 dicembre 2012)

Crema, cacciato il «prete in Mercedes»

Corriere della sera

La Congregazione per la dottrina della fede ha disposto la riduzione allo stato laicale di mons. Mauro Inzoli

(Fotogramma)
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CREMA (Cremona) - Il mondo cattolico cremonese è sotto choc. La Congregazione per la dottrina della fede ha disposto la riduzione allo stato laicale di monsignor Mauro Inzoli, 62 anni, ex parroco della Santissima Trinità a Crema, ex presidente del Banco alimentare e leader di Comunione e liberazione. Da ieri, don Inzoli non è più prete. L'annuncio del provvedimento è stato dato dalla Diocesi di Crema. «La pena è sospesa in attesa del secondo grado di giudizio - si dice nella breve nota diffusa -. Ogni altra informazione è riservata all'autorità della Congregazione per la dottrina della fede». È mistero sulle ragioni della decisione, adottata dal vescovo di Crema, monsignor Oscar Cantoni, in data 9 dicembre. I sacerdoti l'hanno appresa direttamente dal vescovo Cantoni, in una riunione convocata d'urgenza via mail senza specificare il motivo. Si parla però di «gravissimi comportamenti personali».

Carismatico, trascinante, potente ma affabile, chiacchierato per il suo presunto «affarismo», il «sacerdote in Mercedes», come veniva chiamato per la sua passione per le auto di grossa cilindrata, ha lasciato improvvisamente la parrocchia nell'ottobre del 2010. «Ho nel cuore la speranza che accoglierete chi prenderà il mio posto com'è stato per me. Io ho solo da ringraziare», ha detto nella sua ultima omelia. Da quel momento non si sa dove sia don Inzoli. Si era anche parlato di arresti domiciliari. Ma in Curia smentiscono. Ieri il cellulare del sacerdote squillava a vuoto.

Proprio in questi giorni è stato pubblicato il suo nuovo libro: si intitola «Era uno di noi» e ripercorre i trent'anni di vita privata di Gesù. «Ma voi vi immaginate - scrive l'autore - quando la sera andavano a letto e Lui si metteva in mezzo a loro come fanno i vostri bambini quando sbucano dal loro lettino e vengono nel lettone? Ed era Dio».

Gilberto Bazoli
12 dicembre 2012 | 11:01

12.12.12...E poi non ne parleremo più

La Stampa

Qualcuno ancora cercherà di trovare significati occulti  in una data bizzarra. Per fortuna  per altri 83 anni non ce ne saranno più, almeno in triplice sequenza.
gianluca nicoletti


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Sarà una grande liberazione appena vedremo scendere  la notte anche su questo 12.12.12.  Nessuno per un bel po' d' anni non potrà più ossessionarci con previsioni e illuminanti profezie sui significati occulti delle date triplici come questa, che balzano all' occhio per gli stessi numeri ripetuti in sequenza.  Non esiste la possibilità che qualche veggente cominci a cercare qualche nuovo stargate per l’ anno prossimo. A meno che non istituiscano il tredicesimo mese, dal 2013 e per altri  83 anni (01.01.2101) , sarà finalmente chiusa almeno questa fessura con il vecchio e caro mondo antico. Ancora qualcuno per qualche ora farà cerchi magici, scalerà montagne, adorerà sole luna e stelle. Si invocherà dal Centro America ai Pirenei, si bruceranno incensetti da bacarella sulle terrazze romane e nei loft newyorkesi.

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Si tantreggerà, si risveglieranno Kundalini, si aspetterà il colpo del sacro lingam. Si farà un po’ di tutto quello che fanno anche pecore e asinelli, ma in nome della grande madre terra, del sommo lume universale, del passaggio comune attraverso la cintura fotonica. Tutto questo vedremo ancora fino a questa sera, come se non fosse bastato tutto quello che “non è mai successo” un annetto fa, in quel superpalindromo  venerdì 11.11.11, in cui si sarebbero dovuti allineare astri e aprire porte trans dimensionali.

Anche un anno fa sacerdotesse biancovestite guardavano negli occhi ogni angelo alla finestra d’ Occidente che passasse per le rovine di antichi templi, cercavano le avvisaglie della nuova era che bussava alla porta, ci mettevano in guardia sulle astronavi aliene che a breve avremmo viste parcheggiate sotto casa.

     Siamo delusi, non è successo proprio nulla di cosmicamente stravolgente. Le solite antiche rogne, quelle che da sempre ben conosciamo, per averci accompagnato a caso in qualsiasi giorno dell’ anno, anche senza sequenze  numeriche sospette di annunciazioni. Che bello però, se ora scavalliamo anche il 21 decembre senza che finisca il mondo, possiamo finalmente rilassarci. Fino al primo gennaio 2101  nessuno scriverà e favoleggerà sull’ inquietante messaggio che celano quelle noiose date con i numeri tutti uguali, che ogni volta che si affacciano al calendario dovrebbero cambiare la vita a tutti quanti noi. 

Giornalisti in galera: l'Italia come Cuba

Stefano Zurlo - Mer, 12/12/2012 - 07:49

Dopo i domiciliari al direttore, l'Italia inclusa nella lista nera degli Stati che imprigionano la libertà di stampa

Questo primato ci mancava e, a dirla tutta, ne avremmo fatto volentieri a meno. E invece no: l'Italia entra a piedi uniti anche nella poco gloriosa classifica dei paesi che ammanettano i giornalisti.


Imbarazzante fin che si vuole, ma come si sa il 2012 ci ha portato in regalo il caso Sallusti. Sì, Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, ora agli arresti domiciliari per un articolo diffamatorio che nemmeno aveva scritto. La vicenda viene rilanciata dal Cpj, acronimo per Committee to protect journalists, un organismo che si occupa di tutelare il quarto potere nei molti paesi in cui la stampa soffre e va in galera, quando non finisce sottoterra.

In testa alla classifica, per intenderci, c'è la Turchia con 49 giornalisti in carcere e poi colossi della democrazia come l'Iran, seconda a quota 45, la Cina, terza a 32, e l'Eritrea, a 28. Insomma, il numero dei reporter detenuti è un buon indice del grado di autoritarismo di uno stato. Da qualche giorno ci siamo pure noi, con Alessandro Sallusti blindato nella sua casa milanese. Il confronto non può che far male: siamo allo stesso livello, indecente, del Bahrain, scosso invano dal vento della primavera araba, del Burundi e della Cambogia.

E ancora del Gambia, dell'Iraq, che ancora sopporta sulla propria pelle le convulsioni del dopo Saddam Hussein, e, udite udite, della Cuba di Fidel Castro. Mortificante. Davvero siamo finiti dentro una lista impresentabile. In tutto il mondo i giornalisti in manette sono 232. Un numero elevatissimo, anche se si può notare che la metà abbondante delle vittime è concentrata in pochi punti sul mappamondo: Turchia, Cina, Iran ed Eritrea.

Peccato che i parlamentari non abbiano ricevuto in tempo l'aggiornamento di questa sconfortante mappa dei diritti negati a tutte le latitudini. Forse avrebbero sviluppato più facilmente una piccola ma utile riflessione sulla libertà e avrebbero agito di conseguenza. Invece non se n'è fatto nulla: dopo aver litigato con i codici e pasticciato con le norme per mesi, deputati e senatori hanno affondato la nuova legge che avrebbe eliminato la galera per i cronisti e i direttori. Anzi, alcuni parlamentari, di destra e di sinistra, hanno alzato la voce e difeso a spada tratta la sanzione del carcere per i giornalisti che sbagliano.

Certo, tecnicamente non si può dire che la diffamazione sia un reato d'opinione ed è vero che chi sparge notizie calunniose può fare male, molto male. Non solo: nessuno vuole mettere sullo stesso piano la lotta coraggiosa dei reporter iraniani o di quelli cubani contro la tirannia dei regimi polizieschi e la situazione del nostro Paese. Ci mancherebbe. Roma non è Teheran.

Ma resta il fatto, sconcertante, che oggi un giornalista possa essere arrestato e trasferito in cella, come un criminale qualunque. Senza nemmeno il paracadute della condizionale, negata a Sallusti e concessa invece a molti ladri, scippatori e truffatori. Così, ce la giochiamo con il Marocco che tiene in galera due Sallusti. E con l'India che nega la libertà a tre reporter. Oltre, va ricordato, ai due marò che la nostra diplomazia non è ancora riuscita a riportare in patria. Davvero, il 2012 è da questo punto di vista un anno da dimenticare.

Sulla cresta dell'onda la storia della radio

Il Messaggero
di Roberto Zichittella


Nei vecchi manuali di giornalismo si leggeva: la radio lancia la notizia, la televisione la fa vedere, il giornale la spiega. Ora non è tutto più così facile. È arrivato Internet, le notizie corrono su Twitter, tutto il sistema dell’informazione si è rimescolato. Il flusso di notizie è continuo e globale. Il flusso di notizie è continuo e globale. Oggi forse la radio non sempre è la prima a lanciare le notizie, tuttavia continua a riempire la nostra vita di suoni, voci, musica, emozioni. Le vicende storiche della radio, in Italia e nel mondo, sono raccontate nei dettagli da un saggio pubblicato da Bruno Mondadori che arriva in libreria in questi giorni, firmato da Giorgio Simonelli, docente all’Università Cattolica di Milano e studioso della comunicazione. Il titolo (Cari amici vicini e lontani. L’avventurosa storia della radio) riprende la fortunata formula di saluto di Nunzio Filogamo, voce storica della radio italiana.

CatturaLA NASCITA
La cavalcata storica di Simonelli, ricca di spunti interessanti, parte dalle origini. Dai primi esperimenti di Guglielmo Marconi e dai primi utilizzi dei segnali radio soprattutto nel mondo della navigazione militare e commerciale. «Il fatto singolare - scrive Simonelli - è che la radio alla sua nascita non si presentò come un mezzo di comunicazione di massa, ma come il tipico mezzo di comunicazione da punto a punto». Le potenzialità della radio vennero scoperte solo più tardi, a partire dagli Stati Uniti e poi in Gran Bretagna con la nascita della Bbc. La radio diventò un mezzo per informare, intrattenere con la musica, divulgare, fare propaganda (soprattutto in tempo di guerra). In Italia la radio cominciò a diffondere le prime voci, i primi motivetti musicali e i cinguettii del mitico usignolo nell’ottobre del 1924. I suoni uscivano prodigiosamente, da quel nuovo oggetto così ingombrante, tanto simile a un mobile, ricco di fascino e di mistero.

L’ETÀ DELL’ORO Per Simonelli il periodo fra gli anni Venti e gli anni Sessanta è «l’età d’oro della radio», sia in Italia che nel mondo. In Italia negli anni Trenta e Quaranta la radio fu la ribalta di attori e cantanti che in seguito sarebbero diventati divi del cinema e della televisione, come Aldo Fabrizi ed Alberto Sordi. La voce calda e sensuale di Alberto Rabagliati lanciò motivi accattivanti che fecero fischiettare e canticchiare moltissimi italiani con brani come “Ba-ba-baciami piccina sulla bo-bo-bocca piccolina…”.

Tra un programma musicale e l’altro si alternavano le trasmissioni di varietà di Silvio Gigli e le radiocronache di Nicolò Carosio, prima grande voce dello sport, cantore delle imprese della Nazionale di Pozzo. Dopo gli anni della guerra, in cui la radio fu messaggera di fatti e misfatti (gli stentorei annunci della caduta di Mussolini o i messaggi cifrati di Radio Londra) seguirono quelli della ricostruzione. Quell’Italia che pedalava in salita si esaltò per le radiocronache ciclistiche di Mario Ferretti, cantore delle imprese di Fausto Coppi e Gino Bartali. Altro cavallo di battaglia di quegli anni fu il Festival di Sanremo

TUTTO IL CALCIO...
Nel 1954 l’arrivo della televisione sembrò annunciare la fine della radio. Invece non fu così. La radio seppe reinventarsi. Le radiocronache sportive, ad esempio, furono sfrondate di tutti quegli elementi che potevano suggestionare l’ascoltatore privo di immagini. Nacque Tutto il calcio minuto per minuto, in onda dal 10 gennaio 1960, capace di resistere anche oggi, nell’epoca del calcio spezzatino e onnipresente sugli schermi televisivi. Anche le trasmissioni musicali entrarono più in sintonia con i nuovi gusti del pubblico. In questa trasformazione ebbero un ruolo importante Gianni Boncompagni e Renzo Arbore, poi inventori di Alto gradimento, uno dei programmi di maggior successo della storia della radio e modello di un genere ripreso in tempi recenti con grande fortuna da Fiorello.

Altri programmi di intrattenimento, come Chiamate Roma 3131, furono i primi ad aprire un dialogo diretto con gli ascoltatori. E poi nella seconda metà degli anni Settanta arrivarono le radio locali o radio libere. Alcune furono di puro intrattenimento (la dedica dei brani musicali scelti dagli ascoltatori), altre più politiche, come Radio Popolare a Milano, e Radio Alice a Bologna e Radio Onda Rossa a Roma. Oggi le radio affollano l’etere e anche il web e non danno segni di stanchezza. Come conclude Simonelli, «la radio sembra, più degli altri media tradizionali, in grado di accogliere i cambiamenti che il nuovo millennio introduce nell’organizzazione sociale e nella comunicazione». I Radio Days (celebre film di Woody Allen) non sono ancora finiti.

YouTube secondo la sharia L’Iran lancia il sito “Mehr”

La Stampa

Il portale di condivisione video realizzato in stretta osservanza dei precetti dell’Islam sciita. Ma ogni filmato sarà sottoposto al controllo delle autorità di Teheran

francesco semprini
NEW YORK
 

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Si chiama Mehr, in lingua Farsi significa affetto, gentilezza, ed è il nuovo sito di condivisione video appena inaugurato in Iran. Una sorta di YouTube locale ma realizzato in stretta osservanza dei precetti dell’Islam sciita. Anche perché il vero YouTube è stato oscurato dal regime di Teheran nel 2009, dal momento che era diventato la cannoniera mediatica della voce di protesta sollevata in seguito al controverso voto presidenziale che ha portato alla rielezione di Mahmoud Ahamdinejad. Mehr è interamente gestito dalla holding delle comunicazioni statale Islamic Republic of Iran Broadcasting (Iriob). «Da oggi gli utenti potranno caricare i propri video sul sito Internet e accedere a tutto il materiale disponibile», spiega il numero due di Iriob, Lotfollah Siahnkali. Il punto è che ogni produzione video, prima di essere postata, viene sottoposta a un severo scrutinio delle autorità di gestione del sito caratterizzato da un grado di filtraggio molto elevato.

Mehr in realtà non è una novità assoluta dal momento che in Iran è già attivo un sito di condivisione video, il cui nome è «Aparat», gestito dalla società madre del social network in lingua Farsi Cloob. Mehr tuttavia è il primo progetto interamente sponsorizzato dallo Stato islamico che tenta un’incursione nel cyber-feudo di YouTube. Il nuovo sito ha anche una pagina dedicata su Facebook, con tanto di link che indirizzano ad alcuni suoi contenuti, incluse clip musicali prodotte in Iran. Purtroppo però la bassa velocità di connessione che caratterizza le linee della Repubblica islamica - un megabits per secondo - impediscono al nuovo servizio di funzionare correttamente e rende vani i ripetuti tentativi degli utenti di accedervi.

Questo rischia di vanificare gli sforzi di Teheran di distogliere l’attenzione degli utenti dai siti globali, come Facebook o Gmail, sui quali è stata posta la censura così come sui portali di informazione stranieri. Molti navigatori sanno infatti come accedervi bypassando i controlli e le censure, come accade per chi utilizza Virtual Private Networks (VPNs), una piattaforma di navigazione vietata nel Paese ma conosciuta ai più che riesce a dribblare i filtri. 
Il boicottaggio delle piattaforme globali da parte di Teheran, dettato sovente dal timore che diventino «covi» di dissidenti e tecno-ribelli, viene spesso accompagnato, come per Mehr, dal lancio di prodotti affini ma totalmente fatti in casa e pensati in stretta osservanza ai precetti religiosi e politici del regime.

Ad aprile era stata annunciata la nascita di un Facebook locale chiamato «Iran Mail»: gli utenti vi potevano accedere registrando il loro nome e il codice fiscale alla banca dati online della polizia. A settembre, dopo la condanna da parte dell’ayatollah Ali Khamenei al controverso film anti-Islam pubblicato su YouTube, l’Iran ha annunciato il lancio di una propria piattaforma nazionale per la connessione Internet in grado di mettere fuori gioco i tradizionali colossi del Web. Proprio in quelle ore, infatti, scattava il blocco del motore di ricerca Google e del suo sistema di posta elettronica.

Laura Antonelli, rinviati a giudizio l'ex badante e il figlio

Il Messaggero

L'accusa è di circonvenzione d'incapace


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ROMA - Circonvenzione d'incapace, truffa e appropriazione indebita: questi i reati per i quali la procura della Repubblica di Civitavecchia ha rinviato a giudizio l'ex badante dell'attrice Laura Antonelli e il figlio.Il processo davanti in tribunale si aprirà nel marzo 2013. La vicenda ebbe inizio nel 2007, quando la protagonista del celebre film Malizia, oggi ultrasettantenne, assunse come badante Nadia Sartorio.

La Sartorio secondo l'ipotesi accusatoria, con l'aiuto di suo figlio Germano, avrebbe circuito l'attrice, sofferente di problemi psichici, tanto da farle prelevare oltre 100mila euro dal conto corrente nel giro di 5 mesi, tra il maggio e l'ottobre 2007. I prelievi non erano mai inferiori ai 5mila euro.
Madre e figlio, sempre secondo l'accusa, indussero la Antonelli a cedere loro un immobile a Ladispoli. Ma l'attrice non ha mai incassato un centesimo. Subito dopo, stilarono un contratto con l'attrice per acquistare un altro immobile attiguo al precedente. Nell'atto, risulta che la badante e il figlio avevano versato un acconto di 25mila euro alla proprietaria. Ma secondo quanto è emerso dalle indagini, l'anticipo non sarebbe mai stato corrisposto alla Antonelli.


Martedì 11 Dicembre 2012 - 18:47
Ultimo aggiornamento: 19:23

Nel 2030 l’Asia dominerà il pianeta”

La Stampa

L’intelligence Usa tratteggia il ritratto del mondo fra meno di due decenni: la Cina avrà superato gli Usa mentre l’Europa continuerà il suo lento declino

paolo mastrolilli
new york


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Il dominio occidentale sul mondo è solo un ricordo. Il futuro, visto da un rapporto dell’intelligence americana, sistema l’Asia al centro del nostro universo. L’Italia, a sorpresa, riesce ancora a contare più di quanto pesi, ma è un vantaggio di posizione che siamo destinati a perdere.

L’ economia cinese che sorpassa quella americana, e l’Asia che scavalca Europa e Nordamerica sommate assieme. L’ordine globale che dipende dall’alleanza tra Pechino e Washington, ma vacilla e mette a rischio la tenuta della globalizzazione, aprendola porta alle megalopoli che diventano attrici protagoniste sulla scena geopolitica internazionale. E poi la classe media in enorme espansione, che grazie alle nuove tecnologie accrescerà anche il potere diretto degli individui. La medicina in costante progresso, tanto che gli esseri umani saranno in grado di programmare e potenziare i loro corpi, cambiando pezzi come se fossimo dal meccanico.

Il National Intelligence Council,organo accademico legato alla comunità dei servizi americani, ci tiene a sottolineare che il suo rapporto «Global Trends 2030: Alternative Worlds» non ha l’ambizione di prevedere il futuro, «perché non è possibile». Però, sfogliando le 160 pagine appena pubblicate, che sono costate circa quattro anni di lavoro, si ha l’impressione di entrare davvero in un mondo alternativo, nonostante le analisi puntino solo a capire quali saranno le grandi tendenze globali tra diciotto anni.

Sul piano geopolitico, la novità fondamentale è già definita da tempo.La crescita in Cina frenerà e la popolazione attiva nel lavoro si stabilizzerà appena sotto il miliardo di persone, ma la Repubblica popolare scavalcherà comunque gli Usa come prima economia mondiale. Il vantaggio dell’America è che riuscirà a diventare indipendente sul piano energetico, e questo avrà un grande impatto politico perché diminuirà l’influenza del Medio Oriente, la Russia, il Venezuela. L’Europa continuerà il suo lento declino, provocato soprattutto dall’invecchiamento della popolazione, e in questo senso colpisce vedere l’Italia citata nel grafico a pagina 17, dove viene descritta come uno dei Paesi che al momento riescono ancora a contare sulla scena mondiale più del loro peso effettivo.

Ma anche Germania, Francia e Gran Bretagna sono nella stessa condizione, e tutti perderemo terreno, se le nascite non smetteranno di calare. Politica e società dovrebbero abbracciare una nuova visione, un nuovo entusiasmo centrato sulla forza collettiva del nostro continente, per cambiare marcia. Sono tre gli scenari previsti per l’Europa: «Collapse», dove un’uscita disordinata della Grecia dall’euro provoca danni otto volte più gravi della crisi Lehman Brothers, e di fatto dissolve l’Unione; «Renaissaince», dove con un colpo di coda riusciamo davvero ad integrarci e avviare così un nuovo Rinascimento economico, politico e culturale; «Slow Decline», il più probabile galleggiamento verso il basso, pur conservando influenza.

L’Occidente comunque prederà la supremazia accumulata a partire dal ’700, e quindi il nostro tempo porterà un mutamento storico paragonabile a quello della Rivoluzione francese o la fine della Guerra Fredda. Alcuni Stati falliranno, con la classifica guidata da Somalia, Burundi e Yemen. Altri esploderanno ancora di più, tipo Brasile, India, Colombia, Indonesia, Nigeria, Sudafrica e Turchia. Il terrorismo islamico diminuirà, mentre gli sviluppi della Primavera araba apriranno le porte del potere ai governi a guida musulmana. I risultati continueranno ad essere contraddittori, come vediamo in questi giorni in Egitto, e l’esplosione di una guerra in Medio Oriente resta una delle minacce più gravi,soprattutto per le tensioni tra sunniti e sciiti. Però questi esperimenti,uniti al ridotto peso della regione sul piano energetico, potrebbero anche diminuire le tensioni.

Sul piano sociale, il fenomeno più significativo sarà la continua crescita della classe media. Questa tendenza, accompagnata dalla potenza delle nuove tecnologie, aumenterà sempre di più il potere degli individui. Gli Stati dovranno rassegnarsi ad un rapporto diverso con i loro cittadini, e in molti casi dovranno accettare di essere affiancati o soppiantati dalla società civile. Anche i progressi costanti della medicina daranno più forza agli individui, al punto che potremo programmare e migliorare i nostri corpi. Impianti di retina per potenziare la vista anche di notte, interventi neurologici per rafforzare memoria e velocità di pensiero. Ai computer, smartphone e tablet, si aggiungeranno veri e propri interfaccia tra cervello e macchine, in grado di accrescere le nostre capacità mentali oltre l’immaginabile, oltre l’umano. Affascinante e insieme pericoloso, questo nuovo mondo: ma come funzionerà? L’intelligence Usa prevede quattro scenari.

Il peggiore si chiama «Stalled Engines»: Europa e Usa si fermano, si ripiegano su loro stessi, e la globalizzazione va in stallo. Poi c’è «Gini-Out-of-the-Bottle», ossia un mondo destabilizzato dall’ineguaglianza economica, dove può succedere di tutto, ma sicuramente aumentano i conflitti tra i singoli Stati. Si vira verso un moderato ottimismo con lo scenario «Non state World», in cui il peso degli Stati nazionali precipita, ma al loro posto emergono nuovi protagonisti responsabili, come le megalopoli dove vivranno due terzi della popolazione mondiale, che assumeranno la leadership su temi di interesse comune tipo ambiente e sviluppo. L’ipotesi preferita dall’intelligence americana, però, è la quarta, chiamata «Fusion»: qui Pechino e Washington diventano alleate, e lavorano insieme per guidare il mondo verso un futuro stabile e felice.

Google, da Schettino a Lucio Dalla la classifica delle parole più cliccate

Il Messaggero
di Francesca Nunberg


ROMA - Neanche fosse il responso dell’oracolo, lo aspettiamo come se potesse svelarci verità recondite, come la sorpresa infiocchettata di fine anno. Eppure siamo semplicemente noi, basterebbe uno specchio. Noi che compriamo i biglietti deltreno e speriamo che Italo costi meno, noi che tentiamo di calcolarci l’Imu da soli, che troviamo scritto p.v. nella lettera del condominio e certo che significa prossimo venturo ma chi se lo ricordava, noi che Lucio Dalla non c’è più e vogliamo sapere tutto di lui, noi che le Cinquanta sfumature non abbiamo il coraggio di leggerle ma almeno avere un’idea, noi che vorremmo preparare il castagnaccio della nonna, noi che siamo su Facebook ma poi perdiamo i preferiti e ricominciamo sempre daccapo, noi che viviamo di paradossi e arriviamo a cercare Google su Google. Fotografia virtuale della nostra vita reale, come ogni dicembre piomba la classifica Google Zeitgeist, dal tedesco «spirito dei tempi», che raccoglie le ricerche effettuate sul motore di ricerca negli ultimi dodici mesi. Le parole più cliccate, i termini più tradotti, i libri, i video, eccetera.

Cattura IL MAGO AKINATOR
A guidare la lista dei dieci termini più cercati in Italia è Facebook seguito da YouTube, Libero, Google, meteo (immarcescibile passione), eBay, traduttore, Yahoo, Virgilio e Trenitalia. Più gustosa quella dei termini emergenti che vede al primo posto il terremoto, seguito da Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia), Lucio Dalla, Zalando (qui il mondo si divide: chi lo ignora, chi compra scarpe sul sito di ecommerce ogni due per tre), la Costa Concordia, il calcolo dell’Imu, la discussa starlette Sara Tommasi, Akinator (il genietto del web in grado di indovinare il personaggio che state pensando), il Pulcino Pio (tormentone estivo del pennuto che finisce stecchito sotto un trattore), Italo.

«È una mescolanza di paure e consumismo - afferma la sociologa Anna Laura Zanatta - Di fronte ai disastri naturali come il terremoto, o causati da errori umani come la Concordia, emerge il timore di eventi imprevisti in un mondo dove è quasi tutto sotto controllo. Anche la morte di Dalla così inaspettata ha causato grande emozione. Quindi clicchiamo per informarci, per capire, per esorcizzare. Emerge poi un aspetto di consumismo: andiamo sul sito per comprare scarpe cercando di risparmiare, come si evince anche dalla voce Imu o dalla ricerca dei biglietti in offerta di Italo. Accettiamo l’inevitabile, ma con intelligenza. Esprimiamo capacità di resistenza.

Poi naturalmente serve relax nel tempo libero: allora ecco le canzoncine e i giochi». Alcune parole al top le condividiamo con altri Paesi: il naufragio dell’isola del Giglio è all’ottavo posto tra le storie più cliccate in Gran Bretagna, sia per la spettacolarità dell’evento che probabilmente per la presenza di vittime inglesi. Tutta loro invece la classifica che vede al primo posto Euro 2012, seguita dai biglietti per le Olimpiadi, dalla morte di Whitney Houston, dall’inossidabile Kate Middleton; al decimo posto la canzone-balletto Gangnam style del rapper sudcoreano Psy.

TUTTI AL MARE
Poi a Google chiediamo di tradurre: al primo posto trionfa Skyfall, seguono Kylie (Minogue?), metrosexual (termine ambiguo, niente a che vedere con gli orientamenti sessuali, designa invece colui che è molto attento alla cura di sé), spread, p.v., shareware (la licenza per un programma in prova gratuita per un breve periodo). Dal video spunta la crisi con le parole esodati e choosy (il termine usato a ottobre dal ministro del Welfare Fornero che esortò i ragazzi a non essere troppo schizzinosi nella scelta del primo lavoro), mentre sarà il nostro timore dell’autorità a farci digitare così spesso la parola deferito.

Poi ci sono i personaggi emergenti (Dalla, Morosini, Baumgartner, Fico-Balotelli, Rodriguez-De Martino), i concerti (Coldplay, Madonna, Campovolo, Pausini, Antonacci), le mostre (Picasso, Pixar, Klimt, Degas, Renoir), i film (Benvenuti al nord, Ted, Magic Mike, Prometheus), i libri (Cinquanta sfumature nelle tre versioni, Fai bei sogni, Se ti abbraccio non aver paura). Quest’anno alla liste Zeitgest si sono aggiunti i luoghi di interesse su Google Maps: tutti al mare a partire dalle Cinque Terre, seguite da Gargano, Gatteo Mare, Argentario, Salento, Cilento. Sapete dov’è Porto Selvaggio? Al settimo posto, e al settimo cielo chi frequenta questo incantevole paradiso salentino di acque azzurre. Unica montagna Pinzolo, Trentino. Prima tra le ricette, incredibile dictu, la crostata di marmellata, seguita da tutti i dolci più elaborati: frappe di Carnevale, colomba pasquale, cheesecake, cupcake, tiramisù. L’italiano tipo, cerca di dirci Google, è splendidamente casereccio.


Mercoledì 12 Dicembre 2012 - 09:53
Ultimo aggiornamento: 09:55

Renato, Carla e gli altri quelli che mollano tutto

La Stampa

Migliaia di scomparsi in Italia, alcuni, come la coppia trentina, forse per scelta. In rete tuttii consigli per non lasciare tracce

marco neirotti
trento


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Allontanamento volontario. Pratica archiviata. Dopo cinque mesi di indagini la Procura ha chiuso il fascicolo sulla scomparsa di una coppia, Renato Bono, 49 anni, e Carla Franceschi, di 51, residenti a Fiavé, provincia di Trento, commercianti di ceramiche, svaniti nella notte che precedeva un viaggio in Kenya dove dicevano di voler acquistare un resort. Sparivano tre giorni dopo l’aggiornamento delle cifre ufficiali del Viminale: tra il 1° gennaio e il 30 giugno 2012 erano spariti e ancora perduti nel mistero 279 minori, 228 maggiorenni, 34 over 65, in una nuova realtà dove trovi in Internet consigli per non lasciar tracce e agenzie dai nomi che evocano la nuova chance, che aiutano a divenire, con metodo e non per caso, un pirandelliano ma moderno «fu Mattia Pascal».

Renato e Carla, reduci da matrimoni finiti, ciascuno con figli, gestiscono il negozio al piano terra della loro casa, ma progettano di lasciare tutto e andarsene in Africa. La sera del 2 luglio vanno a cena con i genitori di lui e la figlia di lei, parlano del viaggio dell’indomani, destinazione Kenya. Tornano a casa sereni, prima di coricarsi giocano a carte con gli anziani. Sono d’accordo con Christel, la figlia di Carla, d’incontrarsi ancora la mattina. Ma la mattina non rispondono e lei apre con le sue chiavi.

I letti sono intonsi, i bagagli aperti, un lavoro non finito. Passaporti, carte d’identità, un telefonino sono lì, mancano le patenti di guida. E manca la Opel Antara grigia di lui: era nel cortile all’una di notte, non c’è alle 8. Anche l’altro cellulare è spento. L’IPad è sulla Peugeot cabriolet della donna, con alcuni gioielli. Unica «vita» è una luce dimenticata, o lasciata, nel retro della bottega. L’aereo per Roma, da dove imbarcarsi per il Kenya, non l’hanno preso. Avevano prenotato i biglietti per il volo intercontinentale, però mai li hanno pagati e ritirati. L’uomo che doveva far da intermediario in Africa spiega: «Sono partito da Verona. A Roma sono salito sull’aereo, non c’erano, sono sceso».

Sul fascicolo il pm Maria Colpani scrive un’ipotesi investigativa, «sequestro di persona», i beni vengono bloccati, ma i carabinieri del capitano Francesco Garzya non individuano né moventi né il minimo segno di rapimento. Sezionano le esistenze di lui e di lei, interrogano conoscenti, persone in affari con loro, ipotizzano e vagliano difficoltà economiche. I parenti insistono: non sono tipi che se ne vanno in quel modo. Però in un appello tv la figlia non ha detto: «Lasciateli liberi», ha invocato: «Tornate a casa». Vagliati tutti gli elementi, il procuratore di Trento, Giuseppe Amato, firma: archiviare.

Con il 3 luglio i 228 adulti nelle cifre del Viminale sono, almeno per ora, saliti a 230. I dati del Commissario straordinario del Governo per le Persone Scomparse hanno un impatto forte: dal 1° gennaio 1974 al 30 giugno 2012 sono 25.453 gli ingoiati dal vuoto. Lì sono numeri anche il fisico Ettore Majorana (primavera 1938) e l’economista Federico Caffè (aprile 1987), i minori come Denise Pipitone e Angela Celentano (adesso per lei si riparla d’una pista). Sono realtà drammatiche che famiglie scontano per anni tra fiducia inscalfibile e dirupi della speranza. E, per gli adulti scomparsi, il tormento: davvero è una scelta meditata e preparata, davvero vicino a me viveva l’«Arthur Newman» che Dante Ariola ha appena portato al Torino Film Festival?

E davvero si può sparire così? In Internet ci sono consigli su consigli, le accortezze per il cellulare, per la navigazione sul Web, lo slalom fra le telecamere di sicurezza, gli acquisti, le carte di credito e i contanti, destinazioni ideali, come i bassifondi di Città del Messico (con il rischio di sparire davvero, ma sotto terra), utilità e rischi d’aver complici, oggetti utili o sconsigliabili, arte del mentire, vivere la nuova solitudine psicologica. In Rete il presunto uomo di un’Agenzia, senza mai parlare del prezzo, spiega che può esser necessario far credere alle persone più care di essere defunti. Come Arthur Newman o, più profondamente, come Mattia Pascal. Ma proprio Mattia insegna che l’avventura può finire solitaria con le braccia tese a deporre fiori sulla «propria» tomba.

Storie di successo: Toyota ha 75 anni ed è il più grande costruttore del mondo

Il Messaggero
di Giampiero Bottino


MILANO - Spegnendo 75 candeline, la Toyota non è certo entrata nel Guinness dei primati per l'età anagrafica. Nel panorama dell'industria automobilistica mondiale, diversi protagonisti possono vantare una maggiore longevità,ma pochi hanno percorso la strada del successo con altrettanta determinazione e rapidità. Il viaggio iniziato il 3 novembre del 1937, quando entrò in funzione il Koromo Plant, il primo stabilimento del gruppo destinato all'assemblaggio di auto, ha portato il gruppo giapponese in cima al mondo dell'auto con una produzione totale superiore ai 200 milioni di veicoli. Posizione appena riconquistata superando difficoltà di ogni sorta, dalla crisi globale allo tsunami, dalla vicenda dei maxi richiami all'alluvione in Thailandia.

CatturaL'intuizione. Fu Kiichiro Toyoda, al ritorno da un viaggio d'affari negli USA, a convincere il padre Sakichi - conosciuto come il Thomas Edison nipponico per le sue invenzioni nel campo dei telai per l'industria tessile - a lasciargli tentare l'avventura automobilistica consentendogli di mettere al lavoro un team di ingegneri in un'area adiacente l'azienda di famiglia, la Toyoda Automatic Loom Works. Successivamente ottenne dal fratello adottivo Risabuto, succeduto al vertice dell'azienda alla morte del padre, l'autorizzazione a inaugurare un reparto automobilistico all'interno della fabbrica di telai automatici.

L'era dei camion.
La speranza di costruire un'auto di serie venne però frustrata dai venti di guerra che soffiavano sempre più impetuosi, suggerendo al governo giapponese di incentivare piuttosto la produzione di autocarri. Una richiesta alla quale Kiichiro Toyoda rispose con il Model G1, sviluppato in meno di sei mesi e destinato - con le successive versioni - ad avere un ruolo importante durante il conflitto a servizio dell'esercito imperiale. Passione auto. Appena avviata la produzione del camion, Kiichiro tornò a occuparsi del progetto che più gli stava a cuore: il primo prototipo della Model AA vide la luce nel 1936, e si fregiò di un marchio scelto attraverso un concorso pubblico.

Tra le oltre 20.000 proposte, a vincere furono i caratteri giapponesi che, tradotti in termini europei, indicano il cognome «Toyota». Un nome scelto anche per ragioni scaramantiche, poiché per scrivere Toyota in giapponese ci vogliono otto (numero fortunato) colpi di pennello. Così nacque il brand che oggi guida la classifica mondiale dei costruttori. Nell'agosto del 1938, con la nomina di Risaburo a primo presidente della Toyota Motor Company, il sogno di Kiichiro diventava finalmente realtà.

La rinascita.
A guerra finita, il numero degli occupati nella fabbrica di Koromo - che peraltro non aveva subito gravi danni - era praticamente dimezzato. Per affrontare il problema più impellente, la penuria di cibo, Toyota creò nel pressi dell'impianto alcune colture cerealicole per fornire un pasto ai dipendenti rimasti, ai quali furono ceduti molti materiali destinati alla costruzione di aeroplani per ricavarne pentole e tegami da vendere al pubblico e costituire così un’ulteriore fonte di sostentamento.

L'intuizione 2.
Con grande lungimiranza, Kiichiro si convinse che in Giappone stava per iniziare l'era delle automobili compatte, e mise i suoi tecnici a lavorare a un motore 4 cilindri 1.0 cc che nel 1947, con una potenza di 27 cv, entrò nel cofano della Model SA, soprannominata Toyopet, un nome destinato a diventare tipico delle berline Toyota. La pesante situazione economica post bellica non permise di concretizzare i sogni di crescita, e l'azienda si trovò in difficoltà anche nel pagare gli stipendi. La crisi fu superata senza tradire la filosofia aziendale: nessun licenziamento, ma un accordo per ridurre del 10% dei salari. Poiché però alcuni tagli rivelatisi inevitabili riaprirono il confronto sindacale, Kiichiro Toyoda e altri dirigenti si dimisero in segno di solidarietà verso i dipendenti, innescando un'ondata di pensionamenti spontanei che contribuì a superare il momento difficile.

Modernizzazione.
Negli anni 50 la priorità fu data all'incremento dell'efficienza: il principio della produzione just-in-time trovo più concreta affermazione con i massicci e crescenti investimenti nell'automazione. Era la nascita del TPS, il Toyota production system esteso nel 1963 a tutti gli impianti del gruppo e destinato a fare scuola in tutto il mondo dell'auto. Proprio come il «total quality control» che ha fatto del colosso nipponico un benchmark indiscusso per quanto riguarda la qualità e l'affidabilità dei prodotti.

Con lo sbarco a Los Angeles (il porto americano più vicino al Giappone) di due Crown, nel 1957 inizia l'avventura americana che in 10 anni vede Toyota conquistare il terzo posto nelle vendite tra le marche estere, per superare il milione di unità nel 72 e diventare il primo brand straniero solo due anni dopo. Oggi Toyota gestisce negli USA 14 stabilimenti dai quali fino sono usciti complessivamente 25 milioni di veicoli.

Obiettivo Europa.
La conquista del Vecchio Continente comincia più tardi, attorno alla metà degli anni 60, a coronamento di alcune esportazioni poco meno che clandestine avviate a Malta e Cipro e formalmente destinate a soddisfare alcuni mercati del Medio Oriente. Protagonista ancora una Crown, acquistata da un importatore danese e accolta favorevolmente in numerosi saloni locali. Nel 1964 Toyota apre a Copenhagen il suo primo ufficio di rappresentanza europeo, che dopo 5 anni trasloca a Bruxelles per diventare poi l’attuale Toyota Motor Europe.

All'inizio, i punti a favore dei veicoli Toyota agli occhi dell'esigente clientela europea furono il fattore novità e la semplicità del design meccanico, che richiedeva poca manodopera. In altalena. Dopo alcuni anni timidi, caratterizzati da alti e bassi culminati con il crollo delle vendite europee da 163.000 a 138.000 unità in seguito alla crisi petrolifera del 1974. Fu in quel momento difficile che il gruppo, acquisendo il controllo diretto della distribuzione proprio sul mercato più ostico, quello tedesco. Era l'inizio di un progressivo passaggio su tutti i principali mercati continentali dall'importatore alla national sales company.

Entra il turbo.
La ripresa culmina con alcuni anni (i primi anni 80) di sostanziale stabilità sotto la soglie delle 300.000 unità, ma a metà decennio le cose cominciano a muoversi più rapidamente grazie all'avvento di nuovi e più apprezzati modelli di grande immagine (MR2, Supra e Celica) e a una strategia di presenza globale europea. Nel 1987, con vendite salite a quota 440.000, Toyota e Volkswagen siglano una joint venture per produrre assieme ad Hannover il pick up Hilux (Taro per la variante VW). A Zeventem, in Belgio, nasce il Toyota Technical Centre, che oggi è il centro di pianificazione globale per i segmenti A, B e C. Poco dopo, sulla Costa Azzurra, nasce il centro di design Toyota Europe Design Development (ED²), e quasi contemporaneamente sbarca in Europa il brand di lusso Lexus, inizialmente creato per il solo mercato americano.

La produzione.
Negli anni 90 accelera la produzione locale con l'inizio dell'attività delle fabbriche inglese e turca, mentre nasce la Prius che inaugura l'era ibrida e che sbarca in Europa all'inizio del terzo millennio. Negli stessi anni si susseguono le inaugurazioni: nel 2001 la fabbrica di Valenciennes comincia a sfornare le Yaris destinate all'Europa, l'anno dopo parte l'attività della fabbrica polacca di motori e trasmissioni, nel 2005 apre la fabbrica ceca realizzata assieme al gruppo PSA per la produzione congiunta delle «gemelle» Toyota Aygo, Peugeot 107 e Citroën C1. E la Prius viene incoronata «Auto dell'anno europea». Oggi Toyota, tornata sotto la guida diretta della famiglia nella personal del presidente Akyo Toyoda, gestisce trenta filiali che in Europa coprono 56 paesi. E sulle strade del continente viaggiano quasi 13 milioni di veicoli Toyota e Lexus.



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Toyota 75 anni