lunedì 10 dicembre 2012

Dal 2013 addio al «mangiacassette»

Corriere della sera

La Sony smetterà la produzione degli ultimi modelli di registratori che usano i vecchi nastri magnetici

MILANO - Nascono, vivono e muoiono. Anche gli apparecchi tecnologici hanno un ciclo vitale. Quello dei registratori a cassette della Sony sono giunti alla fine. Ed essendo la multinazionale giapponese l'ultima a produrli (e la notizia potrebbe essere che li produceva ancora!), possiamo dire che con il 2013 sarà ufficialmente finita l'epoca dei «mangianastri». O «mangiacassette», che dir si voglia.


MODELLI - In verità, Sony aveva annunciato già due anni fa di cessare definitivamente la produzione del Walkman. A quanto pare, invece, il colosso giapponese fabbricava e commercializzava ancora tre modelli di registratori portatili, ultimi resti di un'era che fu. Ora, con uno scarno comunicato, Sony mette la parola fine - una volta per tutte - al riproduttore portatile a cassetta. Entro gennaio 2013 verrà infatti interrotta la produzione dei modelli ancora in commercio: TCM-410, TCM 400 e TCM-450. Gli altri colossi, quali Pioneer o Panasonic, hanno già rinunciato da tempo al mercato dei registratori a cassette, rimpiazzati nel corso degli anni dai (più funzionali) dispositivi digitali.

CASSETTINA - I registratori a cassette sono entrati nella vita di molti di noi (soprattutto in quella di reporter e studenti universitari) e la notizia della loro imminente scomparsa - ovviamente - ha subito fatto il giro dei blog e dei siti tecnologici. Tuttavia, pare che Sony voglia proseguire ancora per qualche mese la produzione degli stereo portatili (Boombox) con lettore cd e registratore a cassetta. Ma con la morte definitiva dell'hardware, il «mangianastri» appunto, ben presto diverrà quasi impossibile ascoltare le vecchie cassettine finite da qualche parte dentro uno scatolone in soffitta, quell’oggetto rettangolare di plastica con due rotelle e un nastro che ha appena spento 50 candeline, ma diventato un oggetto quasi sconosciuto agli occhi della nuova generazione.


Elmar Burchia10 dicembre 2012 | 15:40

Vietati mini shorts e super scollature Vestirsi con abiti succinti è reato

Libero

Per la Cassazione è "contrario alla pubblica decenza". Condannata una donna


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Vestiti troppo succinti, tanto da lasciare scoperte seno, glutei o parti intime: chi li indossa, in un luogo aperto al pubblico, rischia una condanna per atti contrari alla pubblica decenza. La terza sezione penale della Cassazione ha per questo confermato la condanna al pagamento di un’ammenda di 600 euro inflitta dal giudice di pace di Bologna a una donna straniera, sorpresa da un poliziotto su una via cittadina "abbigliata in modo da fare vedere le parti intime del corpo, in particolare il seno e il fondo schiena, ed era in mutande, che lasciavano scoperti i glutei".

La sentenza -  "La tipicità del reato in contestazione consiste nel porre in essere atti contrari alla pubblica decenza", si legge nella sentenza n.47868 depositata oggi, ossia "quegli atti che, in se stessi o a causa delle circostanze, rivestono un significato contrario alla pubblica decenza, assunti in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico". Ai fini della sussistenza del reato, spiegano gli ermellini, "non rileva che detti atti siano percepiti da terzi essendo sufficiente la mera possibilità della percezione di essi, in quanto l’articolo 726 cp tutela i criteri di convivenza e decoro che, se non osservati e rispettati, provocano disgusto e disapprovazione".

Superato, dunque, "il limite di punibilità", contrariamente a quanto affermato dalla difesa, è giusta, secondo la Corte, la pena comminata, "vista la gravità della condotta, l'insensibilità della prevenuta all’offesa arrecata alla collettività, comprovante il completo disinteresse" della donna "alle interferenze negative che il suo comportamento avrebbe potuto determinare al comune vivere civile", tenuto anche conto dei "precedenti penali" dell’imputata.

Google Apps non è più gratis (sotto i 10 utenti)

La Stampa
valerio mariani


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Cinquanta dollari all’anno si possono anche spendere, o no? Fino a oggi la suite di Google Apps per i gruppi di lavoro fino a 10 persone era disponibile gratuitamente ma, come spiegato in un post nel blog ufficiale di Google , i tempi delle vacche grasse sono finiti. Ovviamente la casa di Mountain View non ne fa una pura questione di soldi ma, piuttosto, punta l’accento sui desiderata dei professionisti che hanno usato il servizio. Il messaggio è, così: miglioriamo la qualità di Google Apps ma, a questo punto, dobbiamo renderlo a pagamento per tutti.

Per gli utenti individuali non cambia niente: basta avere un account Gmail e i servizi di Google Drive sono garantiti, se proprio si vuole si paga l’upgrade per lo spazio a disposizione. Google Apps for Business, invece, sarà uno solo, non esisterà più distinzione tra la versione del servizio per gruppi fino a 10 persone, finora gratuita, appunto, e quella per team più numerosi. Si dovrà pagare 50 dollari a utente per usufruire della versione premium di Google Apps che prevede un supporto telefonico 24x7, non è specificato se anche in italiano, una cassetta postale da 25 GB e la garanzia dell’aggiornamento.

Secondo il Wall Street Journal , Google Apps ha contribuito per circa un miliardo di dollari alle entrate del gigante di Mountain View e secondo l’azienda sono più di 40 milioni le persone che usano entrambe le versioni del servizio, anche se non è dato sapere quanti usufruissero del servizio gratuito per gruppi fino a 10 persone. È probabile che, a conti fatti, trasformare un servizio gratuito in uno a pagamento non risulti particolarmente “doloroso”.

Prima del 2011 i servizi erano a pagamento per gruppi a partire da 50 persone: nell’arco di un anno Google ha ridefinito completamente le regole a rischio di passare per impopolare. Se, da una parte, “deludere” gli utilizzatori trasformando un servizio gratuito in uno a pagamento, può far storcere il naso, dall’altra è comprensibile che per un servizio così importante, che richiede ingenti risorse di archiviazione e networking, si richieda una spesa. Gli utenti “viziati” lo capiranno?

Attenti alle mappe Apple, sono pericolose»

Corriere della sera

La polizia di Mildura, Australia, ha invitato a non usare iPhone e iPad per i viaggi: il rischio è di perdersi nel deserto

MILANO - La polizia di Mildura, un piccolo comune australiano di 30mila abitanti nella regione di Victoria, ha emesso un avviso a tutti coloro che si mettono in viaggio per raggiungere la località: non usate iPhone o iPad di ultima generazione (quelli con sistema operativo iOS6) per trovare la strada, rischiate la vita. Se infatti la maggior parte dei numerosi errori nella nuova cartografia digitale di Cupertino comporta solo un po' di confusione e qualche ritardo, sbagliare strada nel sud dell'Australia può avere conseguenze ben più gravi.

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70 KM NEL DESERTO - L'errore della mappe per iOS6 è grossolano, Mildura viene infatti collocata a 70 km di distanza in direzione sud-ovest dalla sua reale posizione (che è correttamente segnalata da Google Maps o Nokia Here ad esempio). Il problema principale però è che le coordinate errate collocano il piccolo centro nel bel mezzo di un parco nazionale, il Murray Sunset National Park, dove le temperature – soprattutto in questo periodo dell'anno, e cioè nell'estate australe – superano regolarmente i 40 gradi centigradi, dove trovare acqua è molto difficile e dove la copertura della rete mobile molto scarsa.

46 GRADI - Sono almeno quattro i casi in cui le autorità locali sono dovute intervenire per soccorrere automobilisti persi nel mezzo del parco. Nell'ultimo caso la tragedia è stata evitata per poco. Un uomo è rimasto bloccato per 24 ore a una temperatura che ha raggiunto i 46 gradi prima di essere salvato. Le indicazioni errate fornite dalle mappe di Apple inoltre conducono su strade sterrate molto sabbiose, dove è più alto il rischio di inconvenienti. Le autorità locali stanno lavorando insieme ai responsabili della Mela morsicata per risolvere il problema ed eliminare il pericoloso bug.

APPLE SI STA PERDENDO - Da quando, con il rilascio del nuovo sistema operativo, Apple ha deciso di fare a meno della cartografia digitale di Google, sono iniziati i problemi che hanno già portato al licenziamento di alcuni dirigenti del progetto: prima Scott Forstall, responsabile dello sviluppo di iOS6, più recentemente Richard Williamson, cui era stato affidata la responsabilità della correzione degli errori cartografici al momento del benservito a Forstall. I primi interventi fatti sul software infatti non hanno dato i risultati sperati e di stranezze se ne trovano ancora molte sulle mappe di Cupertino.

I nuovi database utilizzati per costruire le mappe dell'iPhone 5 sono forniti da diversi operatori, tra cui TomTom, i cui servizi sui navigatori per auto però non commettono l'errore di Mildura. Apple dovrà correre ai ripari e farlo in fretta, gli avversari – che già sono ben più avanti quanto ad affidabilità delle proprie mappe – non restano a guardare e Google ha annunciato la settimana scorsa nuovi servizi e ha mandato in giro per il mondo fotocamere posizionate sulle biciclette per estendere Google Street View anche a quelle aree non raggiungibili in auto. Insomma il rischio per Apple è quello che corrono anche gli utenti: perdersi inseguendo le mappe.

Gabriele De Palma1
0 dicembre 2012 | 16:24

Iacp Messina, indagati per assenteismo 81 dipendenti su 96. Quattro gli arresti

Corriere del Mezzogiorno

Indagini effettuate per un mese dalla guardia di finanza che si è servita anche di telecamere nascoste


MESSINA - Quattro dipendenti dell'Istituto autonomo case popolari di Messina sono stati arrestati dalla guardia di finanza nell'ambito di un'inchiesta contro l'assenteismo coordinata dal procuratore aggiunto Sebastiano Ardita e dal sostituto Antonio Carchietti. Per loro il Gip ha disposto i domiciliari per oltre 50 ore di assenze ingiustificate in un mese. Per altri 54 loro colleghi è stato emesso un provvedimento di obbligo di firma: dovranno presentarsi in caserma prima di andare al lavoro e all'uscita.

OPERAZIONE «BADGE SICURO» - Complessivamente nell'operazione «badge sicuro» sono indagati 81 dei 96 dipendenti dell'Iacp di Messina. Le indagini sono state effettuate per un mese dalla guardia di finanza che si è servita anche di telecamere nascoste agli ingressi dell'istituto. Maggiori particolari sull'operazione saranno resi noti alle 12 durante una conferenza stampa che si terrà nella sede del comando provinciale della guardia di finanza con il procuratore aggiunto di Messina, Sebastiano Ardita, e il sostituto Antonio Carchietti.






Redazione online10 dicembre 2012

Da Mantova l'invenzione della nebbia antifurto

Corriere della sera

All'ingresso di un estraneo, un getto «spara» una fitta foschia che per 40 minuti rende invisibile ogni cosa


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MANTOVA - Chi l'avrebbe mai detto che la nebbia della Val Padana, fenomeno insieme affascinante e destabilizzante, fosse anche utile? Perché se avvolge strade, segnali stradali, pedoni e automobili è un pericolo da non sottovalutare, ma se la immaginiamo scendere inesorabile sui mobili e gli oggetti della nostra casa, è una «protezione» a prova di ladro. Questa teoria, insieme ad un po' di sano campanilismo meteorologico, è alla base di «Al Blinden», invenzione dal nome nordico ma in realtà del tutto made in Italy. Si tratta di un sistema antifurto che, non appena rileva presenze estranee nell'ambiente, dà vita ad una nebbia fitta che per 40 minuti avvolge ogni cosa, eliminando la visibilità degli spazi e rendendo pressoché inutile l'irruzione di ladri e malintenzionati.


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La «nebbia antifurto» nasce dove l'ambiente crea quella naturale, nel Mantovano. Più precisamente alla Fuel Tekno Impianti, azienda di Castiglione delle Stiviere che opera nel settore di sicurezza, automazione e controllo, progettando sistemi di videosorveglianza e antirapina, ma anche soluzioni di sicurezza per impianti di carburante. «Quello che non puoi vedere, non lo puoi rubare: questo è il nostro motto», spiega l'amministratore dell'azienda Mario Gatto. «E con una soluzione di questo tipo, totalmente atossica e del tutto efficace, coniughiamo ecologia e sicurezza. E' perfetto non solo per i privati, ma anche per chi ha una gioielleria o una profumeria, dove i colpi messi a segno di solito durano pochissimi minuti. Basta un dispositivo per un ambiente di 100 metri quadrati».

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La nebbia, collegata ad un sistema d'allarme, si crea in meno di 60 secondi. Se abbinata ad una luce stroboscopica o ad una sirena dal suono acuto crea un effetto di stordimento e disorientamento che mette in fuga i ladri all'istante. Fuel Tekno Impianti è un'azienda che guarda lontano rispettando gli obiettivi energetici di Europa 2020, e ora apre un nuovo punto vendita in via Marconi 16 a Castiglione delle Stiviere - anche là dove altri esercizi commerciali hanno chiuso i battenti, schiacciati dalla crisi - intercettando il mercato di Brescia, Mantova e Verona. E non solo, perché anche Confcommercio Modena è particolarmente interessata alla nebbia antifurto.


Valeria Dalcore10 dicembre 2012 | 15:00

Le luci che illuminano l'Italia rischiano di spegnersi

Libero
Di Gianluigi Paragone

In una foto della Nasa il Belpaese sembrava un lunapark, ma la crisi rischia di chiuderlo


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L’altro giorno il satellite della Nasa ha divulgato una fotografia del pianeta illuminato di notte. E se n’è parlato in tv. Debbo ammettere che l’Italia faceva la sua gran figura, una specie di luna park globale. Siccome eravamo a tavola, è cominciata una discussione quasi tutta incentrata su quanto siamo spreconi, su quanta energia inutile consumiamo eccetera eccetera.

Ovviamente, mentre pontificavamo sulle grandi sfide future, i bimbi avevano lasciato le luci della cameretta, del bagno e del corridoio accese (no, forse quella del bagno era colpa mia), la tv idem era accesa e due prese della corrente caricavano rispettivamente cellulare e tablet. Per non dire degli elettrodomestici in posizione stand by.

Per mia grande fortuna mi sono sempre tenuto alla larga da ruoli di gran moralizzatore (tenendo stereo sempre accesso non potrei), limitandomi a qualche imprecazione quando arriva la bolletta da pagare, quindi dalla discussione sono uscito indenne.  Tuttavia quella foto mi aveva colpito. Quell’immagine dell’Italia potentemente illuminata mi era rimasta nella testa. Mi piaceva osservarla con cura. Sicché, completata la carica, ho acceso il tablet e sono andato a cercare quelle foto, tentando di non fermarmi alla prima lettura facilona (troppe luci, spegniamole). Quell’Italia notturna illuminata a giorno è la radiografia del Pil italiano.

È la filigrana delle analisi del Censis e dell’Istat messe assieme. Qual è l’Italia illuminata? È il blocco del nord, è la dorsale adriatica, è il sistema Roma ed è Napoli capitale del Mezzogiorno. Roma e Napoli sembrano (e in parte lo sono) storia a sé, rappresentano due «città Stato» incapaci di creare una rete diffusa forse perché storicamente attrezzate ad accentrare su se stesse ogni risorsa. Più interessante è invece il blocco del nord e dell’Adriatico. Qui, appare chiara la continuità territoriale, economica e sociale. Nelle luci notturne ci sono i lampioni delle città che s’allungano senza discontinuità e si replicano da ovest a est, ci sono le luci delle abitazioni e degli uffici, soprattutto ci sono gli interruttori dei capannoni che resistono alla crisi.

Ecco, la crisi. Il blocco illuminato non sembra certificare una crisi di sistema, malgrado sia evidente: il capannone continua a brillare di notte indipendentemente se dentro vi lavorino due, venti o duecento operai. O che lì dentro sia rimasto solo il capo della baracca. Nella crisi si continua a lavorare. E lo si fa come s’è sempre fatto negli ultimi sessant’anni e cioè costruendo quel sistema di piccolissime e piccole imprese collegate da una rete di servizi. L’Italia dei distretti produttivi. L’Italia delle partite iva. L’Italia del piccolo èbello e funzionale. L’Italia che si è messa progressivamente in rete fino a quando, maglia dopo maglia, ha creato un blocco forte, potente sul mercato interno ed estero: il blocco del nord e il blocco adriatico.

Non è la propaganda politica a certificarlo, è quel flash luminoso che dal nord abbaglia l’Europa e oltre come se rivendicasse il suo orgoglio, la sua voglia di aggredire i mercati della globalizzazione. Il nord e la dorsale adriatica sono esempi di sistema, di province che compongono una rete. Roma e Napoli (luminose anch’esse) sono un bagliore potente ma isolato, come appunto fossero città stato.
Quelle foto scattate dal satellite della Nasa purtroppo non ci dicono nulla circa le proiezioni e le stime sulla durata di questo sistema. Noi, con questo sistema, eravamo uno dei Paesi più forti al mondo quanto a produzione industriale. Davamo lezioni in giro per il mondo, nonostante i mali italiani (corruzione, inefficienza dello Stato, criminalità organizzata, evasione eccetera eccetera).

Quel blocco luminoso ci dice che la nostra forza era ed è nella capacità di fare rete. Per quanto ancora? Quella rete socio-economica faceva paura (nessuno me lo leva dalla testa), per questo andava colpita nei suoi fondamentali. Colpendo i piccoli imprenditori, rompendo il meccanismo dell’ascensore sociale, assottigliando il ceto medio costringendolo al bipolarismo ricco-povero, magari con gradazioni diverse. Il capannone resta acceso a prescindere da quanti lavoratori vi siano all’interno, ma se pure l’ultimo lavoratore esce di scena, il capannone si spegne. E l’anno prossimo non ci sarà più nella radiografia della Nasa.

A chi tocca dunque conservare la luminosità socio-economica dell’Italia? Toccherebbe ai governi, se soltanto fossero o in grado o nelle possibilità di fare politica. Le ricette di austerity sono un gran disastro per tutti, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Monti ha aggravato la situazione perché il suo fanatismo ideologico lo ha guidato in questi mesi indirizzandolo verso le sole destinazioni a lui care, quelle finanziarie. Non è un caso che i poteri forti in giro per il mondo tifino per il professore. Ma ai poteri forti, della luminosa rete italiana, non frega nulla. Zero di zero. Dovrebbe però fregare a un governo politico, cui non resterà molto tempo per fare una seria rivoluzione se non vuole finire egli stesso bersaglio di una rivoluzione.

Barilla, il re della pasta attacca i politici: sono il peggio dell'Italia

Libero

Il presidente del colosso alimentare a Sueddeutsche Zeitung: "Immaturi, c'è da aver paura"


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I politici italiani sono "l'espressione peggiore del loro Paese" e "sono più immaturi dei loro connazionali". Guido Barilla, presidente del colosso alimentare, parla in una intervista alla Sueddeutsche Zeitung e definisce "terrificante" il comportamento dei politici italiani, occupati solo dei loro problemi. Il nostro Paese, dice, "si trova in una profonda crisi politica. Gli italiani sono in preda alla paura, sono spaventati e non sanno come comportarsi. Risparmiano ovunque, perfino sulla pasta".

Il post Prof - E il dopo Monti, continua il re della pasta, "fa paura a tutti. Per la prima volta la gente ha visto un governo che l’ha messa di fronte alla situazione reale. A Monti si può rimproverare tutto, ma nessuno può dire che non ha affrontato rapidamente i veri problemi".

L'azienda - Barilla lamenta che "il costo del lavoro è troppo alto, il sistema fiscale è opprimente, i costi dell’energia sono quasi insopportabili per le aziende". Nonostante questo però l'azienda continua a investire. Presto infatti lancerà una catena di ristoranti: "Stiamo lavorando ad un piccolo progetto modello con pochi locali in modo da testare l’idea". 

Vita da preti sui social network: post sulla Bibbia, santini e una webcam

La Stampa

La cronista si finge un sacerdote e partecipa a un mese di contatti su Fb. Luci e ombre della religiosità social

flavia amabile
roma


Non è più solo il tempo delle sacrestie, degli oratori e ancor meno delle serate trascorse a mangiare la minestrina preparata dalla perpetua, con l’ultima preghiera e a letto alle dieci. I preti sono sempre piú social e smart quanto e come i non-preti. Hanno pc e portatili, sono sempre connessi, notte e giorno, e molti non si staccano mai da Facebook. 

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Li ho osservati per oltre un mese, mescolandomi a loro, fingendomi anch’io prete social insieme a tutti gli altri. Creo un profilo da trentenne, piacente, vivo a Roma ma sono originario del Centro America. Sbarco su Facebook il 28 ottobre ed inizio subito a cercare amici, tutti legati al mondo cattolico. Le prime settimane passano un po’ stancamente, si impiega sempre un po’ di tempo a macinare contatti su Fb se non si vuole essere bannati.

Ma io insisto, prendo di mira tutti i sacerdoti che incontro lungo la mia strada virtuale. In pochissimi mi rifiutano l’amicizia, e non avrebbero motivo di farlo. Dal mio profilo non appare nulla di strano o di preoccupante e mi sono data regole tassative: mi collego per un’ora la sera dopo le undici, scrivo una frase un po’ seriosa e profonda, e lascio il profilo aperto per un po’ mentre faccio altro. Aspetto, anche se non so bene che cosa. Come andare a pesca. In meno di due settimane supero il tetto dei cento contatti. La mia bacheca ormai è molto animata. C’è quello che ogni sera posta versi della Bibbia, quello che fa i sermoni e quello che posta foto della Madonna, serie interminabili, tutte diverse.

Cinquant’anni fa avrebbe avuto la collezione di ‘santini’ nel cassetto, pronto a mostrarla. I più duri fanno circolare foto di feti abortiti, i più dinamici diffondono le loro mille attività, una più interessante dell’altra. I più attenti sono talmente connessi con la realtà da scegliere a mezzanotte il Gangnam Style e dirsi soddisfatti di aver avuto finalmente il tempo di postarlo. I più “social” sono talmente “social” da far girare un Facebook alternativo a cui bisogna iscriversi, si riceve una tessera, un nome in codice e si finge tutti di essere delle spie con una missione speciale e buona verso il mondo da compiere.

Può’ essere che ci sia stato qualche errore nella mia ricerca di contatti: andando a cercare fra gli amici dei vari religiosi nuovi nomi da aggiungere al mio elenco mi capita anche un cinquantenne che posta foto di donne nude e una ventenne che a mezzanotte invita tutti sulla sua bacheca per orge virtuali. Saranno pecorelle smarrite ancora da redimere. Un martedì sera all’improvviso si apre la finestra in basso a destra della chat. E’ il 13 novembre, sono le 23,36. “Salve”, scrive un uomo. Controllo il nome e mi viene un brivido. E’ don A., uno che ha un ruolo anche di un certo peso nella curia di una grande città del Nord. Mi ha scoperta, mi dico, e ora mi spella. In effetti inizia con un interrogatorio. Domande a raffica per sapere di dove sono, dove vivo, che cosa faccio.

Quando chiede se sono diocesano ho un attimo di sbandamento, e devo ricorrere a Google per capire che intende ma rispondo e mi sembra anche di non essere andata poi così male quindi parto anch’io all’attacco. Al contrario di me si mostra molto freddo, risponde in tono vago. Dopo mezz’ora di tentativi di capire che cosa voglia da me, mi stufo e lo saluto. A quel punto arriva una domanda diversa, mi chiede se sono io quello della foto sul mio profilo Facebook. Gli rispondo di sì. “Ok”, fa lui. E io: “C’è qualcosa che non va?” “Giusto per sapere con chi parlo”, risponde. “Mi hai contattato tu”, replico io. “Si tranquillo” dice lui. “Ok”, rispondo io, freddo per fargli capire che mi ha infastidito con questo suo sospetto. Improvvisamente si addolcisce: “Notte, caro, - mi saluta – spero di risentirti ”.

Il venerdì successivo di nuovo appare una finestrella. “Buona sera”, scrive ancora un uomo. E’ un seminarista siciliano. Ci raccontiamo un po’ di banalità, finché mi chiede pure lui della foto, quella del profilo. Vuole sapere se appartiene ad un fotomodello. Lo rassicuro, sono proprio io, mi crede anche perché iniziamo a parlare di altro, della mia missione tra le chiese semidistrutte, gli parlo di una bellissima foto di una Madonna devastata dal ciclone a New York, lui mi posta il video della Madonnina distrutta un anno fa durante gli scontri a piazza san Giovanni, e a quel punto mette da parte ogni dubbio. La conversazione assume un tono diverso: mi chiede che cosa farò a Natale. Verrà a Roma per un convegno di seminaristi, vuole che ci vediamo. ‘Ma certo’, rispondo.

E poi si espone ancora di più. ‘Nel frattempo possiamo vederci anche in cam’. La cam è la videocamera che permette di chiacchierare guardandosi. E’ ideale per chi vuole fare giochini strani. E’ mezzanotte e un quarto. Vorrà parlare di teologia? Nel dubbio invento una scusa, ho la cam rotta e lo saluto. La settimana successiva si rifà vivo don A. Due sere di chiacchiere varie poi mi confessa di provare un po’ di malinconia quando è così tardi. Gli piacerebbe vedere degli amici. E mi dice ‘tu poi sei così lontano…” Una frase un po’ esagerata: non mi ha mai visto, a stento sa due o tre notizie su di me, non di più. Dopo alcuni giri di parole scrive “potremmo vederci anche qui su Facebook in cam”.

Ecco di nuovo la parola magica, la cam. Gli assicuro che me ne procurerò una e gli auguro la buonanotte.  E invece no, non mi sono procurata una cam. Ho oscurato l’account e ho pensato che è davvero molto lontano il tempo delle sole sacrestie, e dei soli oratori e delle serate trascorse a mangiare la minestrina preparata dalla perpetua, con l’ultima preghiera e a letto alle dieci.

Parentopoli nel Movimento Cinque Stelle In corsa mogli, fidanzate e sorelle

Libero


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Parentopoli e paracadutati dell'ultimo momento in politica sono cose che fanno i partiti. Ma anche il Movimento Cinque Stelle che sta raccogliendo voti con una campagna all'insegna della meritocrazia e del consenso dal basso. Passata l'euforia delle "parlamentarie" che ha incoronato il 55% di candidate donne, la base grillina. "Non riesco a capire come possa risultare la prima eletta nella circoscrizione Europa Yvonne De Rosa dato che si è iscritta al MeetUp di Londra solo il 6 novembre 2012 e che prima di questa data era venuta a un solo MeetUp il 19 ottobre per accompagnare il suo ragazzo Roberto Fico", denuncia su Faceebook Gino Camillo. Roberto Fico, guarda caso è un volto noto tra i militanti del Ms5 tanto è vero che è risultato il più votato in Campania.

Ma non è solo quello della De Rosa il caso che fa sentir puzza di parentopoli. Tra i candidati che aspirano a un posto a Palazzo c'è anche Azzurra Cancelleri, sorella del consigliere grillino Giovanni Cancelleri che aveva corso per la carica di governatore in Sicilia e che è riuscito a conquistare uno scranno all'Ars. Ma anche Tatiana Basilio, moglie di Simone Ferrari, che è riuscita ad ottenere una candidatura in Lombardia (battendo il marito che pure correva alle parlamentarie).  In Liguria la capolista è Cristina De Pietro, sorella del consigliere comunale Cinque Stelle Stefano.

La famiglia Buccarella correrà al completo per il Senato: si tratta di Maurizio e Tiziana, fratello e sorella, che hanno conquistato al primo e al quarto posto nella lista M5S a palazzo Madama. Ma guai a ipotizzare una parentopoli tra i fortunati vincitori delle parlamentarie: "Nel movimento non ti candidi. Ti candidano", risponde stizzito Maurizio Bucarella al Corriere della Sera.

Ecco chi sono i capilista di Grillo, disoccupate e casalinghe

Storia, polemiche dei premi Nobel

La Stampa

a cura di marco zatterin
corrispondente da bruxelles


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È il giorno della consegna dei Nobel. A Oslo l’Unione europea riceve il premio per la Pace. A Stoccolma sono assegnati gli altri riconoscimenti. Non una data casuale, vero?

Il 10 dicembre è il giorno in cui morì, a Sanremo, Alfred Nobel, l’inventore della dinamite. Era il 1896 e aveva 63 anni. Nelle sue ultime volontà, firmate al Club Svedese-Norvegese di Parigi, chiese che fosse istituito un riconoscimento per chi avesse fatto del bene al genere umano. Era un modo, secondo il norvegese, per bilanciare gli effetti nefasti della sua invenzione.

Che formula aveva in mente?
Scrisse che «il mio residuo patrimonio realizzabile dovrà essere utilizzato nel modo seguente: il capitale, dai miei esecutori testamentari impiegato in sicuri investimenti, dovrà costituire un fondo i cui interessi si distribuiranno annualmente in forma di premio a coloro che, durante l’anno precedente, più abbiano contribuito al benessere dell’umanità».

Quando fu aggiudicato il primo premio?
Nel 1901, quando furono consegnati il premio per la pace, la letteratura, la chimica, per la medicina e per la fisica. Dal 1969 si assegna anche il premio per l’Economia. Non esiste invece il premio per la matematica. Sembra che il norvegese ce l’avesse con un matematico svedese rivale in vicende amorose.

Chi sono i vincitori di quest’anno?
Il premio per la Letteratura è andato a Mo Yan, considerato il più importante scrittore cinese contemporaneo; dal suo romanzo più famoso («Sorgo Rosso») è stato tratto un film che ha vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 1988. Riconoscimenti anche agli studi sulle staminali (Medicina: a Gurdon e Yamanaka), sugli orologi atomici (Fisica: Haroche e Windeland), sui recettori delle cellule (Chimica: Kobilka e Lefkowitz). Il premio per l’Economia è andato agli americani Alvin Roth, classe 1951 e professore ad Harvard, e Lloyd Shapley, classe 1923, professore all’Università della California, per le loro analisi sulla configurazione dei mercati. Quello per la Pace è offerto all’Unione europea, un premio alla carriera e una speranza per il futuro del continente in crisi.

Il Nobel vale la gloria eterna?
 Non sempre scolpisce il nome del vincitore nella storia. Ma l’elenco contiene personaggi dalla fama imperitura, da Marie Curie che lo ha vinto due volte a Barack Obama passando per Gandhi e Maria Teresa di Calcutta, senza dimenticare (a puro titolo di esempio) lo scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez e gli economisti Tobin e Samuelson.

Gli italiani sono frequentemente nella lista degli onori?
Hanno avuto il premio in 20. I primi due nel 1906, lo scrittore Giosuè Carducci e lo scienziato Bartolomeo Camillo Emilio Golgi. Fra gli altri, premiati Guglielmo Marconi, Enrico Fermi, Carlo Rubbia, l’economista Franco Modigliani. L’ultimo è stato il genetista Mario Renato Capecchi.

Ci sono state decisioni controverse?
Numerose. Il filosofo e scrittore francese Jean-Paul Sartre rifiutò il Nobel per la letteratura. Grandi polemiche anche per l’onore a Henry Kissinger, segretario di stato americano, vincitore del titolo per la Pace nel 1973 mentre c’era ancora la guerra nel Vietnam. Analoghe le contestazioni nel 2009 per lo stesso premio assegnato a Obama, mentre gli Usa erano impegnati in due conflitti. Anche quest’ultimo all’Ue ha sollevato contestazioni.

Chi dice che l’Europa non lo merita e perché?
I critici non badano tanto al ruolo che ha avuto il processo di integrazione continentale nel rimarginare le ferite delle due guerre del ventesimo secolo e costruire un’amicizia fra popoli che si erano combattuti per secoli. Guardano alla crisi economica, di cui ritengono che Bruxelles sia in buona parte responsabile. E denunciano la sua sostanziale inesistenza sullo scacchiere internazionale come portatore di un messaggio di pace.

A Oslo era annunciata una manifestazione contro l’Europa. Com’é andata?
È stata molto pacifica, serena. Non affollata. Fiaccolata in centro e canti. La Norvegia ha detto no all’Europa due volte, nel 1972 e nel 1994. È integrata con Bruxelles, partecipa agli accordi Schengen ed ha una accordo di libero scambio. Circa il 60% dei cittadini è però contrario all’adesione, secondo gli ultimi sondaggi.

Come risponde l’Europa?
Il premio sarà ritirato oggi dai tre presidenti, Van Rompuy (Consiglio, cioè gli stati), Barroso (Commissione, cioè l’istituzione), Schulz (il parlamento, cioè i popoli). Ieri hanno ricordato il cammino di pace e di progresso favorito dall’Unione. «Dobbiamo difendere le identità e le culture - ha detto Schulz - mantenendo però la consapevolezza che questo da solo non basta a i creare posti di lavoro di cui abbiamo bisogno». 

L'Unione europea ritira il Nobel, ancora polemiche e accuse

Sergio Rame - Lun, 10/12/2012 - 10:26


Al termine di un anno molto difficile, l’Unione europea riceve oggi a Oslo il premio Nobel per la Pace.
 
Un riconoscimento per il ruolo avuto nella trasformazione di "un continente in guerra in un continente in pace". Un riconoscimento che, già quando le era stato assegnato lo scorso ottobre, aveva fatto infuocare accese polemiche e scatenare violente polemiche.


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"Un premio senza senso: un riconoscimento per la pace dato a chi fa la guerra. No, il mio consenso non lo avranno mai", ha commentato Perez Esquivel, premio Nobel per la pace nel 1980 per il suo impegno contro la dittatura in Argentina, dopo aver inviato nei giorni scorsi insieme ai colleghi Desmond Tutu e Mairead Maguire una lettera all’Accademia dei Nobel per contestare il premio che oggi sarà consegnato all’Unione europea.

I dubbi mossi da Esquivel in una intervista a Repubblica sono condivisi dal "partito" degli euroscettici che, sin dall'assegnazione del premio, si sono chiesti cosa abbia fatto l'Unione europea - istituzione astratta e presente nella vita degliu europei solo per strangolare l'economia locale e per inventarsi ostacoli burocratici inutili - per meritarsi un Nobel che arriva poco dopo la guerra in Libia, la crisi economica (mal gestita) e gli scontri interni sulla gestione del debito. Mai come quest'anno, infatti, l'Unione europea si è frammentata.

Ad ogni modo, il Nobel verrà formalmente ritirato questa mattina dal presidente dell’Unione europea Herman Van Rompuy, della Commissione europea José Manuel Barroso e del Parlamento europeo, Martin Schultz. "L’Unione europea attraversa un periodo difficile - ha ammesso ieri Van Rompuy - ma usciremo da questo periodo di incertezza e di recessione più forti di prima".

Alla cerimonia assisteranno una ventina di capi di Stato e di governo dei paesi membri, tra cui il presidente del Consiglio Mario Monti, il presidente francese Francois Hollande e la cancelliera Angela Merkel. Tra gli assenti, il premier britannico David Cameron, tra i meno "euro-entusiasti", che sarà sostituito dal suo vice, Nick Clegg. Il Nobel consiste in un diploma, una medaglia d’oro e un riconoscimento in denaro pari a 925mila euro, che l’Ue intende devolvere in favore dei bambini vittime dei conflitti armati.

Se gli impiegati delle Poste si ribellano ai «Gratta e vinci»

Corriere della sera

«Immorale venderli allo sportello. È come spacciare speranze ai pensionati»». I sindacati: una battaglia giusta

TARANTO - Trentatrè anni di sportello in un ufficio postale di Taranto e mai una lamentela. Non che abbia funzionato sempre tutto alla perfezione, s'intende. «Beh, quest'Azienda è cambiata davvero tanto e da brava e affezionata "facente parte del gruppo" ce l'ho messa tutta per seguire e adeguarmi al cambiamento» dice lei, impiegata storica assunta ai tempi di Poste e Telegrafi. «Adesso però mi pare troppo» scrive in una lettera carica di amarezza spedita a due sindacati di categoria. «Troppo». Perché «io il Gratta e Vinci non lo voglio vendere. Perché Poste Italiane si abbassa a questo? Io non credo che tutto quel che non è nettamente fuori legge sia legittimo e corretto. Stanno nascendo comunità di recupero per la dipendenza del gioco d'azzardo, stiamo vedendo famiglie compromesse da questo vizio che dà dipendenza. Perché la mia Azienda vuole incoraggiarlo?» si chiede la sportellista. «Io non vorrei che mi si chiedesse di andare contro la mia morale in modo così spudorato».


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La lettera dell'impiegata che vuole rimanere anonima ma della quale i sindacati conoscono nome e cognome, è diventata un caso. I sindacalisti ne hanno fatto un volantino diffuso in tutte le sedi delle poste di Taranto e provincia, la gente si è fermata a leggere, riflettere, discutere, i colleghi della donna sono divisi in «pro» e «contro», le parole della sportellista sono finite sui siti di «Ugl comunicazioni» e «Uil poste» e sulla questione si schierano con le considerazioni della lavoratrice anche le associazioni dei consumatori. «È giusto che le Poste si pongano il problema di cui parla questa dipendente» valuta il presidente nazionale del Codacons, Carlo Rienzi. «Credo che la signora fra poco andrà in pensione» immagino. «E allora la invito, dopo, a portare la sua battaglia da noi».

A dire il vero più che una battaglia, quella dell'impiegata era una riflessione da «sognatrice», come scrive lei, «una che crede ancora che possa esserci un mondo migliore».
«La collega che ci ha scritto parla di un mondo migliore perché più etico e io credo che abbia ragione» la sostiene Marcello Laezza, segretario provinciale di «Uil Poste». «È innaturale vendere gratta e vinci a pensionati che incassano pensioni misere. È come vendere speranze. Ormai piazziamo di tutto, dagli aerosol ai detersivi. Nessuno costringe gli sportellisti a vendere ma se l'ufficio arriva a un certo budget scatta un premio. E i soldi di questi tempi fanno comodo a tutti, quindi c'è chi si adegua senza farsi troppe domande e chi invece non ci riesce proprio».

Le difficoltà più grandi, è ovvio, sono di chi ha vissuto il cambiamento delle Poste, soprattutto dal 1998 in poi quando da ente pubblico economico sono diventate società per azioni. «Per i lavoratori con decenni di servizio è dura abituarsi a certe trasformazioni» ragiona il segretario di «Ugl comunicazioni» Francesco d'Eri. «Io non punto sulla questione sindacale, ne faccio invece un problema etico e morale. Direi che le Poste devono rimanere soprattutto una società di servizi, poi tutto il resto».

Scrive l'impiegata nella lettera: «Non mi sono scandalizzata del cambio di marcia che Poste Italiane si è data. Che non si potesse fare a meno di entrare sul mercato era chiaro. Ma questa scelta ritengo si basi su una debolezza dilagante che disconosce l'etica nelle azioni aziendali». Dice il presidente di Adusbef Elio Lannutti: «Comprensione e plauso per questa signora che meriterebbe un premio per il suo sussulto di dignità e responsabilità e per le sue parole chiare come più non si potrebbe. Condivido tutto quello che ha scritto, trovo che siano pensieri profondi, duri ma una volta tanto senza intenzione polemica».

Giusi Fasano
@GiusiFasano10 dicembre 2012 | 8:45

Le cicatrici della Luna a 40 anni dall’ultima orma umana

La Stampa

piero bianucci
torino


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Il 14 dicembre di quarant’anni fa l’uomo lasciava la Luna per l’ultima volta. Da allora più nessuno è stato lassù e chissà quanti anni dovranno ancora passare perché qualcuno ci ritorni. Il comandante della missione Apollo17 Eugene Cernan e il geologo Harrison Schmitt erano partiti il 6 dicembre, erano sbarcati il giorno 11 e avevano compiuto tre escursioni sul nostro satellite per 21 ore complessive, in parte a piedi e in parte con il loro fuoristrada. In orbita lunare li attendeva Ronald Evans. Gli ultimi tre veri astronauti extraterrestri scesero nell’oceano Pacifico il 19 dicembre in tempo per festeggiare il Natale 1972. Per la precisione storica, Schmitt fu l’ultimo uomo a posare il piede sulla Luna (il dodicesimo) perché seguì il comandante Cernan nello scendere dal LEM, e Cernan fu l’ultimo ad averci camminato perché risalì sul LEM dopo Schmitt. Saggia spartizione. Così tutti furono contenti, a ognuno il suo primato, con relativa gloria.

Dei 12 passeggiatori lunari, tutti americani, qualcuno non è più tra noi. Il prossimo uomo sulla Luna sarà probabilmente un cinese. Il governo di Pechino punta a questo traguardo come alla consacrazione della maturità spaziale della potenza cinese. Ancora una volta si andrà sulla Luna per fini politici più che scientifici. Poi, forse già tra dieci anni, potrebbe entrare in gioco una nuova motivazione: fare soldi. E’ ciò che si deduce dall’annuncio dato qualche giorno fa da due funzionari della Nasa che, alla faccia del conflitto di interessi, hanno fondato la società privata Golden Spike Company, una specie di agenzia di viaggi Terra-Luna per turisti super-ricchi. Il biglietto di andata e ritorno per due persone, escursione sulla Luna compresa, costerà 1,5 miliardi di dollari. E speriamo che ci sia davvero il ritorno, tanto più che è pre-pagato.

Le impronte lasciate sulla Luna dagli astronauti dureranno migliaia, forse milioni di anni. Un tempo lungo ma non illimitato perché la continua grandinata di piccoli meteoriti e le particelle atomiche ad alta energia del vento solare lentamente le corroderanno. Ma soprattutto, secondo alcuni esperti di cose spaziali, dovremmo temere eventuali atti di vandalismo. Per questo il 63° Congresso astronautico internazionale, svoltosi a Napoli dal 1° al 5 ottobre 2012, ha posto il problema di proteggere da ipotetici pirati dello spazio le tracce dello sbarco di Apollo 11 dichiarandole “patrimonio dell’umanità” dell’Unesco. Cosa non facile, perché secondo il Trattato spaziale la Luna non è sotto la giurisdizione di nessuno Stato e invece l’Onu prevede che la domanda sia presentata dallo Stato competente per il patrimonio da tutelare.

In questi quarant’anni, comunque, l’esplorazione della Luna è andata avanti. Non con uomini ma con macchine. Parecchi satelliti hanno spiato il nostro satellite negli anni 90 del secolo scorso e nel primo decennio del Duemila. I più solerti sono stati gli americani ma anche gli europei e i giapponesi hanno fatto la loro parte. Straordinarie sono le immagini ad alta definizione riprese dalla navicella giapponese “Kaguya” e da quella americana LRO, Lunar Reconnaissance Orbiter. Queste ultime in alcuni casi hanno una risoluzione inferiore al metro. Dalle immagini scattate dalla camera a largo campo della LRO messe a disposizione del pubblico dalla Nasa, Walter Ferreri ha ricavato il bellissimo “Atlante fotografico della Luna” (Gruppo B Editore, 22,50 euro), 45 tavole con a fianco la descrizione di 336 crateri e altre formazioni geologiche.

La scala è di 2,1 km per millimetro. Il risultato più recente è comparso venerdì scorso in tre articoli sulla rivista “Science”: è la mappa gravitazionale del nostro satellite, frutto della missione GRAIL. (Gravity Recovery and Interior Laboratory). Si tratta dei dati raccolti da questa missione durante la sua ricognizione iniziale, svolta dal mese di marzo al mese di maggio del 2012. GRAIL si compone di due navicelle lanciate nel settembre 2011 e immesse in orbita lunare, chiamate “Ebb” e “Flow”. Tramite raffinate misure della loro distanza eseguite con strumenti a microonde, “Ebb” e “Flow” hanno realizzato una carta gravitazionale del globo lunare (foto) con la più alta precisione e risoluzione spaziale mai raggiunta. In essa sono segnalate anomalie gravitazionali fino a dimensioni di 20 chilometri sulla superficie del nostro satellite e con una precisione da tre a cinque volte superiore al previsto.

Il colore rosso corrisponde alle concentrazioni di massa nel sottosuolo e quindi a un campo gravitazionale più intenso; il colore azzurro indica invece le anomalie dovute a carenza di massa. La faccia nascosta della Luna risulta più ricca di particolari a piccola scala perché è cosparsa di un maggior numero di crateri dalle dimensioni modeste rispetto all’emisfero rivolto verso la Terra. Sono stati infatti terrificanti impatti di asteroidi a generare sia le regioni più dense sia quelle meno dense. GRAIL, in definitiva, ci racconta che cosa successe sulla Luna tra 4,3 e 3,2 miliardi di anni fa. La mappa è la fotografia di cicatrici lasciate dall’epoca di formazione del Sistema solare. La Terra, pianeta vivo, ha potuto fruire di un lento lifting dovuto alla tettonica a zolle che tuttora agisce spostando i continenti, sollevando montagne, generando vulcani e terremoti. L’erosione dovuta agli agenti atmosferici ha fatto il resto. La Luna. invece, geologicamente morta o quasi e priva di atmosfera, non ha potuto cancellare i segni del suo passato violento.

A questo indirizzo si può vedere il filmato con la mappa completa:
www.nasa.gov/multimedia/videogallery/index.html?media_id=156526301

Depardieu diventa belga per pagare meno tasse

La Stampa

L’attore in fuga dalla stangata di Hollande: comprato casa e cambiato la residenza


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La fuga dei milionari francesi, innescata dalla tassa al 75% voluta dal presidente Francoise Holland, ha da oggi un altro protagonista. L’attore Gerard Depardieu che ha trovato rifugio in Belgio, una volta considerato dai francesi un «cugino meno fortunato». Le voci sull’attore icona-francese giravano da tempo ma oggi è giunta la conferma ufficiale di Daniel Senesael, sindaco di Nechin, paesino belga poco oltre confine, dove Depardieu ha comprato casa e stabilito la residenza. Obelix, quindi, dal remoto ed irriducibile villaggio gallico in Armorica, si sarebbe unito agli altri 2.800 francesi belgisizzati a Nenchin solo per pagare meno tasse. Tra gli altri la famiglia Mulliez, proprietaria dell’impero della grande distribuzione Auchan e Decathlon.

Passerà prima dall’Italia, la sonda tutta europea che esplorerà Mercurio

La Stampa
antonio lo campo

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Fra poco meno di tre anni, una sonda spaziale europea lascerà il nostro pianeta, partendo dalla base della Guyana Francese, in America Latina, e si dirigerà verso il pianeta più vicino al Sole, e quello, forse, un po’ meno considerato finora nell’esplorazione spaziale.   
                                                                 
Dopo le molte sonde inviate verso pianeti certamente più interessanti dal punto di vista scientifico, con Marte e Venere in prima fila, ora anche Mercurio, che sembra quasi un gemello della nostra Luna, è diventato un obiettivo di esplorazione interplanetaria di grande interesse. Tanto che la NASA nel 2004 ha lanciato la sua prima sonda (e prima in assoluto con obiettivo Mercurio), verso questo pianeta completamente butterato di crateri di ogni forma e dimensione; è la “Messenger”, entrata nell’orbita di Mercurio il 18 marzo dello scorso anno e che ora ruota attorno ad esso per effettuare studi, misurazioni sul suo campo magnetico e per scattare fotografie.  Ci è voluto molto tempo per arrivarci (se pensiamo che una sonda raggiunge Marte mediamente in otto mesi), perché Messenger ha dovuto effettuare diversi passaggi – fionda con lo stesso Mercurio, che di volta in volta la facevano riallontanare dal pianeta, fino al definitivo ingresso in orbita.

Bepi Colombo, uno scienziato molto legato a Mercurio
Ma la sonda europea promette di effettuare un’esplorazione più ampia del pianeta che dista 58 milioni di chilometri dal Sole, e che ha un diametro poco più grande della Luna, di 4.878 chilometri.  Non è una novità, tanto che le sonde dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea) spesso hanno battuto dei primati, come “Giotto”, la prima ad avvicinare il nucleo di una cometa, oppure come le prime e uniche sonde costruite dagli europei per esplorare Marte e Venere, che hanno poi funzionato, e con successo. La sonda dell’ESA, che porterà con sé un bel contributo scientifico e industriale italiano, è stata battezzata con il nome di un grande scienziato e matematico del nostro paese: Giuseppe Colombo, “Bepi” per gli amici, professore all’Università di Padova e prezioso consulente della NASA. E non poteva essere altrimenti: il nome di Giuseppe Colombo (deceduto nel 1984), è infatti strettamente legato a Mercurio. 

Prima di Messenger e della sonda europea che porta il suo nome infatti, solo una sonda aveva osservato Mercurio da vicino. Ma non era quello l’obiettivo principale della missione. 
Il tutto, avvenne grazie alle intuizioni e a una rotta interplanetaria molto intelligente escogitata dallo scienziato italiano, che ben conosceva Mercurio, avendone già prima rivelato gli esatti movimenti attorno al Sole. E così, la sonda Mariner 10, lanciata dalla NASA nel 1973 venne diretta a Venere, suo obiettivo primario, ma nel sorvolo ricevette una spinta gravitazionale (il solito effetto fionda ancora oggi utilizzato) proprio da Mercurio, che con i calcoli di Colombo poté invece essere visitato per tre volte in altrettanti passaggi ravvicinati, tra marzo 1974 e marzo 1975. Mariner 10 quindi, puntando le sue fotocamere, inviò a Terra ben 12.000 fotografie del pianeta fino a quel momento mai visto così da vicino.

L’aspetto è davvero simile a quello della Luna, ovunque segnato da grandi e piccoli crateri, compreso uno, Caloris Planitia, largo 1.300 chilometri, provocato dall’impatto di un grande asteroide. I numerosi crateri di Mercurio portano i nomi anche di grandi e storici personaggi della cultura, come gli scrittori Boccaccio e Dostoevskij, musicisti come Bach e Beethoven, pittori come Botticelli e Van Gogh, poeti come Leopardi, e uno dedicato a Giosuè Carducci.

La sonda Bepi Colombo e il contributo industriale italiano
Ma intanto il lavoro di preparazione della sonda “Bepi Colombo” procede: il lancio infatti, in termini astronautici, è vicino.  Agosto del 2015 è il periodo in cui si aprirà la “finestra di lancio utile” con partenza dalla base europea della Guyana; la sonda dovrà essere lanciata nello spazio con la spinta di un potente razzo vettore Ariane 5, il cui ultimo stadio le fornirà la spinta necessaria per inserirsi nella traiettoria interplanetaria che la porterà in orbita attorno a Mercurio dopo sei anni.

Bepi Colombo è un progetto frutto di una collaborazione tra Europa (Agenzia Spaziale Europea ESA) e Giappone (Agenzia Spaziale Giapponese JAXA) e per il quale la società Astrium Gmbh è primo contraente. La missione si pone come obiettivo lo studio dettagliato del pianeta Mercurio e dell'ambiente che lo circonda, ed è una delle missioni più ambiziose tra quelle programmate dall'ESA.  L’ obiettivo scientifico primario di Bepi Colombo è quello di svolgere per la prima volta una osservazione ravvicinata, completa e sistematica del pianeta Mercurio, sia della sua superficie che della sua magnetosfera. 

La caratteristica tecnica della sonda riguarda lo sviluppo di particolari tecnologie per le alte temperature: infatti la distanza Mercurio-Sole è poco meno  di un terzo della distanza Terra-Sole e si stima che la radiazione solare in orbita intorno a Mercurio sia 10 volte più intensa che sulla Terra.  Per arrivare su Mercurio, la sonda nella parte esposta al Sole sopporterà temperature di circa 300°, mentre all’interno gli strumenti dovranno lavorare a una temperatura che va da 0° a 40°. E’ stato quindi necessario sviluppare materiali e dispositivi ad hoc per tutti gli elementi esposti quali le coperte termiche, le antenne, le celle solari e per i relativi meccanismi di puntamento.
Come detto, il contributo italiano è notevole.

E proprio due giorni fa la Thales Alenia Space, ha annunciato la firma del contratto, del valore di circa 200 milioni di Euro, con Astrium Gmbh per la realizzazione di Bepi Colombo. Le due aziende avevano già firmato nel 2007 un’ ‘”autorizzazione a procedere”, dando così avvio al programma.  La cerimonia di firma, si è svolta presso la sede di Thales Alenia Space di Roma alla presenza di Luigi Pasquali, Presidente e Amministratore Delegato di Thales Alenia Space Italia e di Mr Eckard Settelmeyer, Direttore Osservazione della Terra, Navigazione e Scienza di Astrium Gmbh.

Una sonda divisa in tre parti
Thales Alenia Space Italia è parte del Team Principale, e coordina un gruppo industriale di 35 aziende europee. In particolare è responsabile dei sistemi di telecomunicazione, controllo termico, distribuzione potenza elettrica, integrazione e prove del satellite completo e di supporto alla campagna di lancio. L’azienda inoltre, sviluppa direttamente il trasponditore in banda X e Ka, il computer di bordo, la memoria di massa e l'antenna ad alto guadagno, una parabola di 1,1 metri di diametro che servirà per comunicare con la Terra ed eseguire l’esperimento di radio scienza durante la missione. Si tratta di una evoluzione dell’antenna realizzata per la missione Cassini-Huygens per lo studio di Saturno e delle sue lune. 

Anche l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), attraverso la comunità scientifica, fornisce un rilevante e diretto contributo alla missione con la realizzazione di ben 4 esperimenti su 11. Si tratta di SIMBIO-SYS, un sistema integrato di osservazione e caratterizzazione della superficie del pianeta, dell’accelerometro ad alta sensibilità ISA e dell’esperimento di radio scienza MORE, basato sul trasponditore di bordo in banda Ka (KaT), e dell’esperimento SERENA, per lo studio dell’ambiente particellare mediante due analizzatori di particelle neutre e due spettrometri di ioni.
“Siamo orgogliosi di questo nuovo contratto – ha commentato Luigi Pasquali, Presidente e Amministratore Delegato di Thales Alenia Space Italia – che ci permette di misurarci con entusiasmanti sfide tecnologiche legate al particolare scenario della missione.

L’attività di integrazione e prove del satellite sarà infatti di particolare rilevanza in quanto tutti i vari moduli che compongono il satellite saranno prima assemblati e verificati in modo indipendente e poi alla fine assemblati nella struttura vera e propria del veicolo spaziale per le verifiche finali e la fase di lancio, così come allo stesso tempo siamo molto soddisfatti delle elevate prestazioni dell’ antenna sviluppata da Thales Alenia Space, necessarie e indispensabili per affrontare le severe condizioni ambientali di Mercurio”.

New York, i soccorritori dell'11 settembre ancora senza risarcimento

Il Messaggero


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NEW YORK - Protestano i soccorritori dell'11 settembre, gli eroi tanto celebrati negli Usa, che per primi arrivarono sul luogo del crollo delle Torri Gemelle e che per settimane, mesi,lavorarono tra le macerie di Ground Zero. I risarcimenti per coloro che si sono feriti o ammalati restano al palo: dopo oltre due anni dalla firma del presidente Barack Obama del "James Zadroga 9/11 Health and Compensation Act", nessuno di loro ha visto un centesimo. Tra gli aventi diritto ci sono anche gli operai che hanno lavorato alla rimozione delle macerie e i residenti della zona di Lower Manhattan.

Il Congresso ha stanziato 2,7 miliardi di dollari per il fondo di risarcimento alle vittime, di cui 875 milioni da distribuire nei primi cinque anni, il resto nel 2016. «Stiamo per entrare nel terzo anno dall'approvazione della legge - ha detto John Feal, attivista dell'associazione di Ground Zero - e il fatto che nessuno è stato ancora risarcito dopo otto anni di battaglie per far approvare la legge è inaccettabile».

Al momento circa 15 mila tra vigili del fuoco, poliziotti, operai, impiegati, residenti nella zona vicina alle Torri Gemelle si sono registrati come potenziali richiedenti, ma solo 1.500 - come riporta il New York Post - hanno fatto domanda di risarcimento. Di recente nella lista delle patologie causate dall'11 settembre sono state aggiunte alcune forme di cancro. Tuttavia il fondo non ha ancora distribuito i moduli per la richiesta di risarcimento. Sheila Birnbaum, del fondo per il risarcimento vittime, ha detto che la maggior parte delle richieste sono arrivate incomplete. «Solo 500 - spiega - sono state compilate in modo corretto»


Domenica 09 Dicembre 2012 - 18:01
Ultimo aggiornamento: Lunedì 10 Dicembre - 08:53

Mr. Sant’Anna “La mia sfida ai colossi del tè”

La Stampa


L’imprenditore: con la nuova bevanda già conquistato il 10% del mercato, puntiamo al 35% entro il 2013

luca fornovo


Creare più motori per crescere, tenerli accesi e investire». Per Alberto Bertone diversificare è la prima regola per battere la crisi, soprattutto quella dei consumi alimentari. Bertone, che nel 1996 ha fondato il marchio Sant’Anna che in una manciata di anni ha scalato il mercato delle acque minerali arrivando a un fatturato di 200 milioni di euro, lo ha appena fatto. «Da pochi mesi ci siamo lanciati in una nuova avventura: il tè freddo. Abbiamo investito circa 10 milioni per un nuovo impianto, assunto nuove persone e siamo già riusciti a strappare una fetta di mercato del 9% alle grandi multinazionali».

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Quali altri armi può usare un’azienda per combattere la crisi in tavola?
«Molte imprese dell’industria alimentare stanno cercando di rilanciare i consumi proponendo alla grande distribuzione forti sconti sui prezzi e promozioni sui prodotti. In questi mesi vado in giro spesso nei supermercati per farmi venire in mente idee e nuove offerte. In questo modo le aziende riescono a mantenere le vendite e i volumi al livello di qualche anno, ma logicamente i margini di guadagno sono scesi, ora sono in media al 25%».

Con la recessione che non molla, le aziende alimentari cercano di aiutarsi tra di loro?
«Molte aziende del settore stanno facendo sistema e questo è davvero molto importante. Sant’Anna per esempio dialoga e collabora con Ponti e Balocco sul fronte dell’ innovazione e del marketing. Poi partecipiamo con Lavazza, Granarolo e Ferrero al progetto Made in Italy, per studiare e produrre confezioni eco-sostenibili, dalle bottiglie ai tappi fino alle etichette».

Quali sono invece i freni che impediscono alle aziende di ripartire?
«Purtroppo gli imprenditori italiani si trovano di fronte a molte bestie nere: la burocrazia, i ritardi della pubblica amministrazione nei pagamenti, le infrastrutture insufficienti. A Vinadio Sant’Anna ha uno stabilimento di 60 mila metri quadri, voglio raddoppiarlo come estensione ma con tutta la burocrazia che c’è nel nostro Paese ci sarà da impazzire per avere i permessi».

Qualche passo avanti però è stato fatto. Dal primo gennaio la pubblica amministrazione dovrà pagare i fornitori entro 30 giorni. Al più si potrà arrivare a 60 sono in casi ben individuati. Che ne pensa?
«È una buona legge, mi auguro che venga rispettata. Se il governo vuole aiutare le imprese deve far pagare lo Stato, piuttosto anche con una soluzione a metà tra soldi in contanti e titoli di Stato».

Le aziende italiane sono in fondo alle classifiche europee e mondiali come investimenti in ricerca e sviluppo. Come mai?
«Alcune statistiche sono fuorvianti. In Italia ci sono moltissime piccole e medie imprese e sono quelle che vivono di più di innovazione, che investono di più nella ricerca, in nuovi impianti e nuovi prodotti. Eppure proprio perché sono piccole sui loro bilanci non troverà la voce ricerca e sviluppo, come accade invece per le grandi multinazionali. Quindi pur facendo tanti investimenti i numeri delle pmi spesso fanno fatica a emergere nelle statistiche ufficiali».

Ha mai pensato di fare entrare un socio nella sua azienda?
«Ci sono diversi fondi di private equity interessati a entrare nel capitale di Sant’Anna. Ricevo telefonate quasi ogni giorno ma dico di no a tutti perché senza altri azionisti sono libero di decidere e anche in tempi più rapidi. Sono però azionista del fondo Pegaso investimenti con la fondazione Crt, e altri imprenditori. Lo scorso giugno abbiamo venduto il 35% del gruppo tessile Herno a Claudio Marenzi, l’imprenditore che dopo i primi anni del 2000 aveva preso le redini dell’azienda di famiglia».

Qual è il prodotto più innovativo di Sant’Anna?
«Sicuramente la bio-bottiglia, la prima bottiglia biodegradabile che non contiene petrolio. Ci abbiamo investito tanto e per molti anni. All’inizio era difficile anche distribuirla nei supermercati, oggi è diventata un prodotto in forte crescita. È stata studiata non solo per rispettare l’ambiente, ma soprattutto per il benessere dei nostri consumatori e in particolare di bambini e anziani. Ora i clienti più affezionati sono quelli che un tempo compravano l’acqua nella bottiglia di vetro».

Pensa di aumentare l’export?
«Per adesso le esportazioni rappresentano il 5-6% del nostro fatturato. Ma vogliamo aumentare le vendite fuori dall’Italia, soprattutto in Germania, Francia, Stati Uniti e nei Paesi emergenti, dove anche la bio-bottiglia può avere successo».

Torniamo al the freddo. Non è un po’ da matti sfidare colossi alimentari come Ferrero che ha inventato l’Estathé o la San Benedetto, Nestlè e Lipton?
«Mi davano del matto anche nel 1996 quando c’erano già un mucchio di marchi nelle acque minerali e io volevo creare un gruppo che diventasse leader di mercato. Alla fine ce l’ho fatta, poi vede rispetto alle multinazionali Sant’Anna ha vantaggi preziosi: può essere flessibile, prendere decisioni in fretta, e spesso chi agisce subito arriva prima e meglio degli altri».

Ma l’idea del the freddo come le è venuta?
«Santhé Sant’Anna è un sogno nel cassetto che a gennaio ho deciso di realizzare. È partito come un gioco, con mio figlio, che assaggiava le selezioni di tè e mi dava consigli su come migliorarne la qualità. Ha solo otto anni, ma a mio avviso i bambini sono i massimi intenditori di tè freddo. Ora la mia sfida è arrivare a una quota di mercato tra il 35 e il 40% entro la fine del 2013. I nostri prodotti sono realizzati per infusione con una percentuale al 9,5% di succo di limone, pesca e tè verde sia in bicchierino che in bottiglia da un litro e mezzo. E il prossimo anno lanceremo nuove bevande e nuove confezioni ecologiche perché la crisi si vince soprattutto con le idee». 

Il comunismo è morto, la burocrazia no

Vittorio Macioce - Lun, 10/12/2012 - 09:12

György Spiró narra i fatti di Budapest del '56, dicendoci che la peggiore tirannide è quella di giudici e funzionari


Non si sa mai da che parte stare quando scoppiano le rivoluzioni. Quello che capita a Gyula Fàtray, ungherese, ebreo, sopravvissuto alle persecuzioni naziste, 46 anni, ingegnere piuttosto frustrato con un posto in fabbrica come responsabile della pianificazione, onestamente non proprio un eroe, è di trovarsi quel martedì di settembre del 1956 sdraiato su un letto d'ospedale, appena operato di emorroidi.

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In quei giorni a Budapest c'era un bel po' di casino. Gli studenti e gli operai avevano appena conquistato Pest e dalla collina Gellert si bombardava che era una meraviglia. La storia comunque la conoscete. Molti di voi avranno letto le cronache di Montanelli e sapete come va a finire. I sogni muoiono all'alba e la libertà finisce sotto i cingoli dei carri armati sovietici. Cosa pensa il nostro eroe, che tanto eroe non è? «Chi aveva fatto la rivoluzione doveva aspettarsi la loro spietata vendetta. Lui si sentì escluso da qualsiasi rappresaglia, perché nemmeno se lo avesse voluto avrebbe potuto unirsi ai rivoluzionari. Mica male finire in ospedale pochi giorni prima di una rivoluzione, restarci finché la rivoluzione viene repressa e trascorrere la convalescenza a casa in santa pace quando scatta la resa dei conti. Il caso gli aveva salvato la vita; non era un merito, solo una gran botta di culo, diciamo».

Solo che quando la burocrazia si sposa benissimo con l'ideologia e gli umani tirano fuori la collezione di meschinità, vigliaccheria e mediocrità dai cassetti di casa e il «tengo famiglia» vince su ogni cosa, non tutto va secondo ragione. Capita, quindi, che il colpo di fortuna di Gyula non serva a nulla e lui finisca tra i colpevoli. La ruota della burocrazia ha sempre bisogno di capri espiatori e l'ebreo con il cognome borghese, ospedale o non ospedale, ha le caratteristiche giuste per essere dato in pasto alla giustizia. György Spiró è l'autore di Collezione di primavera (Guanda, pagg. 298, euro 18). È un gigante del teatro e del romanzo ungherese. La tragedia spesso si presenta come paradosso, farsa, beffa, stupidità.

È questo il sapore delle utopie andate a male. Non falliscono solo per disonestà, brama di potere, mancanza di coraggio, menzogna: cadono soprattutto per idiozia. Il male è tremendamente stupido, questo non significa che non sia più forte di te o spietato o razionale o organizzato. Anzi, la sua ambizione è di essere un orologio perfetto, di controllare tutto, eppure c'è un deficit di intelligenza in tutti i piani di questo potere che si vede onnipotente. Lo Stato burocratico, ideologico e totalitario, in tutti i suoi colori e pensieri, è un Dio sciocco. Ed è per questo che fa più male. Spiró lo sa. Conosce la stupidità del male e la meschinità degli uomini. Sa che non è facile ribellarsi al proprio destino e che la scelta istintiva è costruirsi delle scuse per sopravvivere. È quello che in fondo racconta in un dramma del 1983: L'impostore.

La scena è la Polonia di fine Ottocento che vive sotto l'occupazione russa. Il protagonista è un grande attore, ormai anziano, che arriva nella città di Vilna per rappresentare il Tartuffe di Molière. La domanda, che resta aperta fino al finale, è se questo vecchio attore riuscirà a far rivivere il suo io da artista, il proprio mito leggendario, o sceglierà al contrario la soluzione più comoda: nascondersi. È che Spiró non si fida molto degli intellettuali. Non più, almeno. L'Europa che racconta è vecchia, sfiduciata, chiusa, come un vecchio caffè che teme la concorrenza del futuro e la boicotta. È come se tutti continuassimo a vivere in un eterno '56 dove le illusioni muoiono il giorno dopo. Neppure la fine del comunismo ci ha salvato dal nostro letargo. È come se una fata cattiva avesse fermato il tempo e addormentato il mondo. Tutto ciò che resta marcisce.

Gli intellettuali dicono che è solo colpa del capitalismo, della sua crisi. Non si accorgono che il letargo nasce dallo Stato, dalla sua burocrazia, dalla sua stupidità, dalla logica di scelte e procedure cartabollate che producono solo cumuli di scartoffie. Il paradosso è che lo Stato nasce per tutelare i deboli e non lo fa. Lo Stato è un paracadute che funziona solo per i furbi e i disonesti. Questo Stato. Magari ce ne sono altri che noi non conosciamo. Il sospetto è che nel 1989 il comunismo è morto, ma ci ha lasciato in eredità un esercito di giudici, funzionari e burocrati.
E noi siamo ancora qui ad aspettare la primavera.

Morto John Silva, inventore delle riprese tv dall'elicottero

Corriere della sera

Fu il primo nel 1958 a risolvere i numerosi problemi tecnici legati alle riprese live dall'alto in movimento

Cattura
Il suo nome è sconosciuto alla gran parte del pubblico televisivo, lo stesso che dà per «scontate» le riprese televisive live dall'elicottero. John Silva è morto lo scorso 27 novembre all'età di 92 anni, ma la sua famiglia ne ha dato notizia solo dieci giorni dopo. Silva è stato «l'inventore» delle riprese tv dall'elicottero. Le prime avvennero nel 1958 per la tv di Los AngelesKtla Channel 5, emittettente per la quale Silva lavorava come capo degli ingegneri.

PROBLEMI - All'epoca per trasmettere immagini televisive dal vivo da un elicottero occorreva risolvere problemi tecnici non di poco conto: le vibrazioni prodotte dal rotore disturbavano le immagini e talvolta provocano addirittura la rottura degli strumenti di trasmissione. Inoltre le antenne direzionali potevano cambiare angolazione durante i rapidi spostamenti dell'elicottero. Infine il problema più grande: tutta la strumentazione di trasmissione pesava una tonnellata.

24 LUGLIO 1958 - Lavorando in segretezza per non farsi scoprire dalle emittenti concorrenti, Silva disegnò e realizzò molti componenti in alluminio per ridurre i pesi e limitò le vibrazioni con un ingegnoso sistema di ammortizzatori. La soluzione più geniale fu un'antenna rotante sotto l'elicottero che avrebbe permesso di mantenere la giusta direzione con l'antenna ricevente della stazione tv anche se l'elicottero, un piccolo Bell 47G2, cambiava rapidamente direzione. Il 24 luglio 1958 avvenne la prima ripresa live dal «telecottero», come venne ribattezzato il velivolo.

Paolo Virtuani
10 dicembre 2012 | 10:57

Luchino Visconti


Luchino Visconti di Modrone conte di Lonate Pozzolo (Milano, 2 novembre 1906Roma, 17 marzo 1976) è stato un regista e sceneggiatore italiano. Per la sua attività di regista cinematografico e teatrale e per le sue sceneggiature, è considerato uno dei più importanti artisti e uomini di cultura del XX secolo. Assieme a Roberto Rossellini e Vittorio De Sica è ritenuto uno dei padri del Neorealismo italiano. Ha diretto numerosi film a carattere storico, dove l'estrema cura delle ambientazioni e le perfette ricostruzioni sceniche sono state ammirate e imitate da intere generazioni di registi.

Titoli nobiliari

Nobile dei duchi, Duca di Grazzano Visconti, Conte di Lonate Pozzolo, Signore di Corgeno, Consignore di Somma, Consignore di Crenna, Consignore di Agnadello, Patrizio Milanese[1].


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Vita e opere

Figlio quartogenito del duca Giuseppe Visconti di Modrone e di Carla Erba, proprietaria della più grande casa farmaceutica italiana, fratello minore di Guido, Luigi ed Edoardo, maggiore di Giovanna, Nane e Uberta. Presta servizio militare come sottufficiale di cavalleria a Pinerolo e vive gli anni della sua gioventù agiata occupandosi dei cavalli di una scuderia di sua proprietà. Frequenta, con alterni risultati[2], il liceo classico Berchet di Milano, dove viene bocciato al ginnasio, passa poi al Liceo classico Dante Alighieri diretto dalla famiglia Pollini. 

Fin da ragazzo studia violoncello ed è influenzato dal mondo della lirica e del melodramma: il padre è infatti uno dei finanziatori del Teatro alla Scala e il salotto di casa Visconti è frequentato, tra gli altri, da Arturo Toscanini. Numerosi artisti vengono ospitati anche nella residenza cernobbiese di Villa Erba, sul Lago di Como, dove il giovane Visconti trascorre saltuariamente le vacanze estive con la madre Carla. Così la ricorda il regista: « Villa Erba è una casa che noi amiamo moltissimo. Ci riuniremo tutti là, fratelli e sorelle e sarà come al tempo in cui eravamo bambini e vivevamo all'ombra di nostra madre »

 


Francobollo commemorativo


La carriera cinematografica di Visconti inizia nel 1936 in Francia, come assistente alla regia e ai costumi per Jean Renoir, conosciuto attraverso la comune amica Coco Chanel con la quale frequenta i più stimolanti salotti della sinistra francese. Mentre gira il film nel 1936 si forma politicamente e contemporaneamente, grazie alla troupe di Renoir, diventa comunista. Al suo fianco contribuisce alla realizzazione di Les basfonds e di Une partie de campagne. Il realismo di Renoir lo influenzerà profondamente. Sempre in Francia entra in contatto con alcuni militanti di sinistra fuoriusciti dall'Italia che ne influenzano le convinzioni politiche. Dopo un breve soggiorno a Hollywood, rientra in Italia nel 1939 a causa della morte della madre. Inizia a lavorare con Renoir a un adattamento cinematografico della Tosca, ma dopo l'inizio della guerra, il regista francese è costretto a lasciare il set, e viene sostituito dal tedesco Karl Koch.


Dopo la scomparsa della madre si stabilisce a Roma e qui l'incontro con i giovani intellettuali collaboratori della rivista Cinema sarà fondamentale. In questo momento si avvicina, grazie a questi intellettuali, all'illegale Partito Comunista Italiano al quale rimarrà legato fino alla morte. Da questo gruppo nasce una nuova idea di cinema che, abbandonando le melense commedie del cinema dei telefoni bianchi ambientate in ville lussuose, racconta realisticamente la vita e i drammi quotidiani della gente. 

Su queste basi, insieme a Pietro Ingrao, Mario Alicata e Giuseppe De Santis, nel 1942 Visconti mette in cantiere il suo primo film: Ossessione, ispirato al romanzo Il postino suona sempre due volte di James Cain. Protagonisti sono Clara Calamai, che sostituisce all'ultimo momento Anna Magnani costretta ad abbandonare il progetto perché in stato di avanzata gravidanza, Massimo Girotti, nella parte del meccanico Gino, Juan de Landa, nel ruolo del marito tradito, ed Elio Marcuzzo nel personaggio de «Lo spagnolo».

La vicenda inizia in un'osteria che sorge lungo una strada della bassa padana, poi si sposta ad Ancona e infine a Ferrara. La scelta di girare il film in queste città era controcorrente per l'epoca e dà al film un tono di realtà quotidiana che sorprese allora e continua a sorprendere. Con Ossessione Visconti dà inizio al genere cinematografico del Neorealismo. È proprio il montatore del film, Mario Serandrei, che visionando la pellicola girata darà per primo al film la definizione di 'neorealista', ufficializzando così la nascita di uno stile espressivo che avrà grande fortuna negli anni seguenti. Il film ha una distribuzione discontinua e tormentata in un'Italia sconvolta dalla guerra.


Visconti ebbe diverse relazioni che all'epoca fecero scandalo. Negli anni Trenta, a Parigi, ha una storia con il fotografo Horst P. Horst[3][4], relazione che per anni terrà nascosta, anche temendo reazioni da parte del regime fascista. Negli anni '60 ha un travagliato rapporto con Franco Zeffirelli, e i due convivono per diversi anni nella casa di Visconti a Roma[5][6]. Nel 1964 Visconti conosce Helmut Berger, con cui inizia una lunga relazione affettiva che durerà fino alla sua morte. Un secondo progetto, la trasposizione de L'amante di Gramigna di Giovanni Verga, non va in porto a causa della censura posta dal ministro fascista Alessandro Pavolini.


Dopo l'armistizio dell'otto settembre, Visconti collabora con la Resistenza. Catturato nell'aprile del '44 e imprigionato a Roma per alcuni giorni dalla Banda Koch, durante l'occupazione tedesca, Visconti si salva dalla fucilazione grazie all'intervento dell'attrice Maria Denis, con la quale ha una relazione, e che intercederà per lui presso la polizia fascista. La Denis racconterà poi quest'esperienza nel suo libro di memorie,  

Il gioco della verità. Pietro Koch il capo della formazione di cui il regista era stato prigioniero, fu fucilato presso il Forte Bravetta a Roma il 5 giugno 1945; la testimonianza del regista ebbe forte peso al processo da cui uscì la condanna a morte per il noto fascista. Vista la fama del personaggio, le autorità ritennero opportuno documentare l'esecuzione con una ripresa filmata che venne realizzata dallo stesso Luchino Visconti.


Alla fine del conflitto Visconti collabora alla realizzazione del documentario Giorni di gloria, un film di regia collettiva dedicato alla Resistenza. Visconti gira le scene del linciaggio di Donato Carretta, l'ex direttore del carcere di Regina Coeli, e (come detto) cura la regia della fucilazione di Pietro Koch. Altre sequenze vengono girate da Gianni Puccini e Giuseppe De Santis. Nello stesso tempo si dedica all'allestimento di drammi in prosa con assolute prime rappresentazioni (rimase leggendaria la compagnia formata con Paolo Stoppa e Rina Morelli) e, negli anni cinquanta, anche alla regìa di melodrammi lirici, avendo l'opportunità di dirigere Maria Callas, nel 1955, con La Sonnambula e La Traviata.
 


Una scena de La Terra Trema


Nel 1948 torna dietro la macchina da presa realizzando un film polemico e crudo, che denuncia apertamente le condizioni sociali delle classi più povere, La terra trema, adattamento dal romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga, di stampo quasi documentaristico. È uno dei pochi film italiani interamente parlati in dialetto. Nel 1950 vi fu una seconda edizione del film doppiata in lingua italiana.
 

Bellissima del 1951, tratto da un soggetto di Cesare Zavattini, con Anna Magnani e Walter Chiari, analizza con spietatezza il 'dietro le quinte' del mondo cinematografico.
 

Siamo donne del 1953, sempre tratto da un soggetto di Zavattini, mostra un episodio della vita privata di quattro attrici celebri (Anna Magnani, Alida Valli, Ingrid Bergman e Isa Miranda).

Nel 1954 realizza il suo primo film a colori,  

Senso, ispirato a un racconto di Camillo Boito, con Alida Valli e Farley Granger. Siamo nel 1866: una nobildonna veneta si innamora di un ufficiale dell'esercito austriaco. Scoperto il tradimento dell'uomo, al quale aveva donato il denaro che doveva servire a una causa patriottica, si trasforma in delatrice e lo fa condannare alla fucilazione. Questo film segna una svolta nell'arte di Visconti, qualcuno lo definirà impropriamente un tradimento del neorealismo: la cura del dettaglio scenografico è estrema.
 

Nel 1956 è tra gli intellettuali comunisti che manifestano contro l'invasione sovietica d'Ungheria, ma non lascia il partito
 

Le notti bianche del 1957, ispirato al romanzo di Dostoevskij, interpretato da Marcello Mastroianni, Maria Schell e Jean Marais, è un film in bianco e nero, dall'atmosfera plumbea e nebbiosa. Vince il Leone d'Argento a Venezia.
 

Rocco e i suoi fratelli, del 1960, è la storia di una famiglia di meridionali trapiantata per lavoro a Milano, narrata con i toni della tragedia greca. Provoca grandi polemiche a causa di alcune scene crude e violente oltreché per le posizioni politiche del regista. Vicino al Partito comunista fin dai tempi della Resistenza, Visconti è ormai soprannominato 'il Conte rosso'. Il film vince comunque il Gran Premio della Giuria a Venezia.
 

L'anno seguente, insieme a Vittorio De Sica, Federico Fellini e Mario Monicelli realizza il film a episodi Boccaccio '70. L'episodio di Visconti, Il lavoro, è interpretato da Tomas Milian, Romy Schneider, Romolo Valli e Paolo Stoppa.
 

Nel 1962 Visconti mette d'accordo critica e pubblico con Il Gattopardo, tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, vincitore della Palma d'oro. Interpretato da Burt Lancaster e Claudia Cardinale, è ambientato nel periodo dello sbarco dei garibaldini in Sicilia. Il culmine del film è la scena finale del ballo, che occupa l'ultima mezz'ora della pellicola. Riscuote grande successo anche in Europa, mentre alla prima uscita negli Stati Uniti, nonostante la presenza di Lancaster, il film ha uno scarso riscontro al botteghino.
 


Il Gattopardo, B. Lancaster e C. Cardinale


Nel 1965 esce il film Vaghe stelle dell'Orsa, ispirata nel titolo a Leopardi. È la storia di un incesto, con richiami alla mitologia, ai tragici greci e a taluni percorsi culturali del novecento, interpretata da Claudia Cardinale e Jean Sorel.
 

Nel 1966 Visconti gira La strega bruciata viva, un episodio del film collettivo Le streghe, interpretato da Silvana Mangano.
 

Del 1967 è Lo straniero, ispirato al libro di Albert Camus, con Marcello Mastroianni e la partecipazione di Angela Luce.
 

Durante le riprese di Vaghe stelle dell'Orsa (1964) a Visconti viene presentato il giovane Helmut Berger, che diverrà negli anni uno degli 'attori - simbolo' del suo cinema, come già Delon o Claudia Cardinale. Con Helmut Berger Visconti vive anche un'intensa relazione amorosa che, tra gli alti e bassi dovuti al movimentato stile di vita dell'attore austriaco, prosegue fino alla morte del regista.

Alla fine degli anni Sessanta Visconti, ispirandosi al dibattito storiografico postnazista, realizza La caduta degli dei (1969), con Dirk Bogarde, Helmut Berger e Ingrid Thulin come protagonisti. La storia è quella dell'ascesa e caduta della famiglia proprietaria delle più importanti acciaierie tedesche all'avvento del nazismo. Il film costituisce il primo tassello di quella che sarà poi definita la 'trilogia tedesca'. Gli altri due film saranno Morte a Venezia del (1971) e Ludwig del 1972.
 

Morte a Venezia è tratto dal lavoro omonimo di Thomas Mann con la collaborazione del costumista Piero Tosi e la sceneggiatura di Nicola Badalucco e dello stesso Luchino. Nel film, Luchino Visconti racconta in maniera intensa e poetica la vicenda del compositore Gustav von Aschenbach, esplorando il tema di una bellezza ideale e irraggiungibile, da sottolineare la grande interpretazione degli attori Dirk Bogarde nella parte di Aschenbach e di Björn Andresen nel ruolo di Tadzio.
 

Infine, Ludwig, ancora con Helmut Berger nel ruolo principale, uno dei film più lunghi della storia del cinema italiano (dura oltre 3 ore e 40 minuti nella sua versione integrale) che narra la storia dell'ultimo monarca di Baviera, Ludwig II, e del suo tempestoso rapporto con Richard Wagner nonché del suo progressivo ritirarsi dalla realtà e dalle responsabilità di governo fino alla destituzione e alla morte in circostanze misteriose. 

La 'trilogia' avrebbe potuto diventare 'tetralogia' con La montagna incantata, un altro lavoro di Mann, alla cui trasposizione cinematografica Visconti è interessato. Ma il 27 luglio 1972, quando sono ormai terminate le riprese del Ludwig ma non ancora iniziato il montaggio, il regista viene colto da un ictus cerebrale che lo lascia paralizzato nella parte sinistra del corpo. Il montaggio di Ludwig viene terminato a Cernobbio.


Malgrado le condizioni di salute, ritorna a lavorare curando nel 1973 un celebre allestimento della Manon Lescaut per il Festival dei Due Mondi di Spoleto diretto da Romolo Valli e, nonostante le grandi difficoltà, riesce a girare due ultimi film, Gruppo di famiglia in un interno (1974), scopertamente autobiografico e di nuovo interpretato da Burt Lancaster e Helmut Berger, e il crepuscolare L'innocente (1976), tratto dal romanzo omonimo di Gabriele d'Annunzio, interpretato da Giancarlo Giannini e Laura Antonelli

Luchino Visconti muore nella primavera del 1976, colto da una forma grave di trombosi poco dopo aver visionato insieme ai suoi più stretti collaboratori il primo montaggio del film a cui stava ancora lavorando. L'innocente verrà presentato al pubblico in quella veste, a parte alcune modifiche apportate dalla co-sceneggiatrice Suso Cecchi D'Amico sulla base di indicazioni del regista durante una discussione di lavoro.
 
Le ceneri sono conservate dal 2003 sotto una roccia sull'isola d'Ischia, nella sua storica residenza estiva "La Colombaia", assieme a quelle della sorella Uberta.[7]