lunedì 3 dicembre 2012

Slot machine, online in versione «real money»

Corriere della sera

Più di 1.400 giochi «con soldi veri». Lo psicologo: «Attenzione, la rapidità di gioco online favorisce la dipendenza»

Poker, scommesse sportive, roulette, black jack. E da oggi anche slot machine in versione «real money»: si gioca in rete, sul computer di casa o dallo smartphone, con soldi veri. Il settore dei giochi online si arricchisce di un capitolo nuovo, temuto e attesissimo. Più di 1.400 giochi con modalità intuitiva: 3 o 5 «rulli» con infinite possibilità di grafica, si stabilisce la puntata, si aziona la leva (in questo caso un click del mouse), si attende il bacio della dea Fortuna. Duecento gli operatori autorizzati, di cui 50 «nuovi» del mercato. Un giro d'affari plurimiliardario, che per l'erario si tradurrà in un introito di 40 milioni di euro l'anno. Da sommare agli 80 miliardi e passa di entrate «da giochi pubblici».


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I NUMERI - Numeri da capogiro, che serviranno a riportare il segno più in un settore che quest'anno ha segnato un -11,3% dopo anni di crescita inarrestabile. Ma che per gli italiani - spiega Roberto Fanelli, direttore per i giochi Aams (Monopòli di Stato) - rappresenteranno un'alternativa più sicura e controllata rispetto ai siti offshore, che incamerano oltre 5 miliardi, sottraendo all'Erario di casa nostra più di 70 milioni di euro.

LE SLOT - L'introduzione delle slot machine «a soldi veri» richiamerà l'attenzione di molti giocatori. È una delle prime scelte di gioco per chi entra in un Casinò tradizionale, soprattutto per immediatezza e semplicità di regole. Carmelo Mazza, partner della società di consulenza sui giochi Mag, ritiene che «nel primo anno di vita le slot online dovrebbero far segnare una raccolta superiore ai 4 miliardi di euro. Di questa cifra, tra i 100 ed i 150 milioni di euro, valore al netto delle tasse, andrà agli operatori». In allerta la lobby delle slot «fisiche» - le 385mila macchinette da bar installate in Italia, che temono la «cannibalizzazione» -. «In realtà - dice Mazza - se cannibalizzazione ci sarà, sarà solo verso gli altri giochi da casinò. Dopo la curiosità dei primi mesi, il cliente si orienterà verso le slot riconoscibili e affidabili».

LUDOPATIA - In allarme le organizzazioni dei consumatori e gli operatori della Sanità che, sempre più numerosi, si battono contro gli effetti perversi della diffusione delle macchinette «infernali»: 1,7 milioni di giocatori a rischio dipendenza, 800mila quelli patologici. Vittime di «ludopatia», quella patologia riconosciuta come comportamento ossessivo-compulsivo, nel manuale di Psichiatria, il Dsm. «La rapidità del gioco online - avvertono gli esperti - favorisce la dipendenza». Simone Feder, psicologo di Pavia (la «Las Vegas d'Italia», per spesa pro capite alle macchinette: quasi 3mila euro all'anno), impegnato da anni nella lotta alle slot e nell'assistenza ai malati da gioco è categorico: «Bisogna ridurre drasticamente l'impatto del fenomeno. Le dipendenze da gioco d'azzardo compulsivo sono in aumento, e così pure i minorenni - addirittura gli 11enni - che dichiarano di giocare a videopoker e scommettere online, (attività teoricamente proibita sotto i 18 anni)».

RAZIONALIZZARE - Il decreto Balduzzi punta a razionalizzare il fenomeno, intanto sul fronte delle slot «fisiche»: la diffusione va razionalizzata e concentrata, ripianificata la collocazione, evitandone la presenza vicino a scuole, luoghi di culto, ospedali; vanno intensificati i controlli: queste le linee guida. Sono previste anche diecimila verifiche l'anno, soprattutto per contrastare il gioco dei minori. Il primo blitz è appena scattato e i rapporti della Guardia di Finanza dicono che i minorenni trovati a giocare sono il 2% del totale.

Ma il debutto delle slot machine online non entra in rotta di collisione con queste previsioni?

I CONTROLLI - I «controllori» sottolinano che il settore è strettamente regolamentato, le aziende si attengono alle norme, e dalla legalizzazione, nel 2004, lo scenario è cambiato radicalmente. «Abbiamo norme che l'Europa intera prende a riferimento - sostiene Fanelli -. Prima proliferavano siti e macchinette illegali». Quali gli strumenti di controllo? «Intanto bisogna aprire un "conto di gioco", fornire dati, codice fiscale, limiti di spesa scelti "a freddo". Il giocatore ha poi la facoltà di auto-escludersi dal sito del concessionario, che deve impedirgli l'accesso a tempo indeterminato». E poi i siti autorizzati consentono di visualizzare i dettagli delle partite, importi e cronologia delle giocate. Il cervellone di Sogei è abilitato a monitorare chi gioca e quanto tempo passa a giocare, registra e controlla gli importi.

PAUSA DI RIFLESSIONE - Ma anche sul gioco online è in corso una «riflessione». Dopo l'annuncio del direttore generale dei monopoli, Luigi Magistro, di voler «frenare ogni ulteriore espansione del settore del gioco», ha registrato una battuta d'arresto il «Betting Exchange», la Borsa delle scommesse, il nuovo business online in cui puntare in modo anonimo e improvvisarsi «bookmaker» o giocatori».


Antonella De Gregorio
3 dicembre 2012 | 19:21

Londra dichiara guerra alle multinazionali che pagano troppe poche tasse

La Stampa


Durissimo rapporto del Parlamento sugli «artifici fiscali» sfruttati dai giganti globali come Amazon, Google e Starbucks: «Sono immorali». E il ministro del Tesoro Osborne avverte i furbi: «Stiamo arrivando» giordano stabile


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Li hanno messi alla berlina, accusati di ipocrisia e falsità, di «cosmesi finanziarie». In pratica, di rovinare l’economia britannica con la loro «furbizia fiscale». Un processo al capitalismo globale e rapace che si è svolto non in qualche consesso di vetero-marxisti ma nel tempio della democrazia liberale, Westminster, il Parlamento di Londra, a meno di un miglio in linea d’aria dalla City, l’altro tempio, quello della Finanza. Alla «sbarra» sono finiti tre alti dirigenti di Amazon, gigante del commercio on line (Andrew Cecil, direttore delle politiche pubbliche), Starbucks, la catena di ristorazione mondiale (rappresentata da Troy Alstead, global chief financial officer) e Google, il colosso del Web (presente con Matt Brittin, capo operativo per il nord Europa). Per ore hanno dovuto subire le accuse dei parlamentari britannici, sia laburisti che conservatori. Anzi fra i più duri è stato il Tory Stephen Barclay .

Il punto vero del contendere erano le tasse che non finiscono delle esauste casse del Regno Unito - quest’anno il deficit nonostante due manovre terribili sarà ancora oltre il 7% - perché le multinazionali, specie Usa, operano e fanno profitti favolosi sul territorio del Regno ma poi, con artifici contabili, pagano aliquote risibili in Irlanda o in qualche esotico paradiso fiscale. Tutto bene, finché l’ingranaggio girava, ma ora che il governo Cameron, e il suo ministro del Tesoro Osborne, stanno per chiedere nuovi sacrifici a un’opinione pubblica inferocita (i Tory vengono dati poco sopra il 20 per cento dei consensi) questi «loophole», buchi nella legislazione contributiva, non sono più tollerabili. Anzi sono «immorali» ha sancito un rapporto del Parlamento, reso pubblico ieri, che è seguito al «processo» alle tre multinazionali.

Starbuck, in realtà, aveva messo le mani avanti, sabato, dicendosi pronta a modifiche del suo regime fiscale che la porterebbero a pagare 8 milioni di sterline in più all’anno, passando dal 4,7% al 6,5. Troppo poco per i parlamentari britannici. La proposta di rendere pubblici i nomi di tutte le aziende che eludono le tasse - una gogna mediatica - è stata respinta dal vice-ministro del Tesoro Danny Alexander, ma con l’aria che tira le furbizie fiscali potrebbero passare presto da «immorali» a «illegali». E se Londra si muove, c’è da credere che presto moltissimi la seguiranno in Europa.

Blackout per le connessioni Telecom

Corriere della sera

Diversi problemi per la rete Adsl e per quella mobile.  Il disagio corre su Twitter mentre l'azienda minimizza

MILANO - Non è stato un inizio di settimana facile per diversi utenti di Telecom Italia: lunedì mattina, per circa mezzora, dal Nord al Sud dello Stivale sono stati segnalati diversi problemi nel traffico dati della rete Adsl e di quella mobile di Telecom Italia. Un blackout che, stando almeno alla posizione ufficiale dell’operatore interpellato da Corriere.it, avrebbe riguardato soltanto il traffico internazionale, ovvero l’accesso ai siti esteri e non a quelli nazionali che invece avrebbero continuato a funzionare correttamente. Su Twitter alle 12.40 l'azienda "twittava" dal suo account che il malfunzionamento è rientrato progressivamente: «Ci scusiamo per il disagio».

Abbastanza, comunque, per moltiplicare le telefonate di protesta e le richieste di chiarimenti al servizio clienti di Telecom, a sua volta divenuto irraggiungibile o molto difficile da contattare a causa dell’intenso traffico. Numerose segnalazioni sono arrivate anche al nostro sito Internet e si sono riversate soprattutto su Twitter, da cui si è potuto dedurre l’evolversi della situazione e il fatto che sarebbe tornata rapidamente alla normalità. Come si trova conferma che sono stati riscontrati dei rallentamenti diffusi nella navigazione su rete fissa e mobile.

Alcuni utenti, peraltro, sostengono che il problema di accesso a Internet sia stato totale. Scrive per esempio Eleonora: «Bene così bene bene! Connessioni zero, #telecom è down». Le fa eco Fran Altomare: «Se non funziona un corno e se non funziona nemmeno il 187… Cosa posso fare? Devo impiccarmi con un cavo Ethernet?». Mentre Alessandra twitta: «Ah beh, vedo che oggi adsl e telefono non funziona a nessuno. Mi sento quasi sollevata». I cinguettii arrivano da Novara come da Cuneo, da Roma o dal Salento, a ulteriore riprova del fatto che il problema sia stato di portata nazionale.


Elio D'Oliviero
3 dicembre 2012 | 13:55

Turchia, multati i Simpson: "Prendono in giro Dio"

Orlando Sacchelli - Lun, 03/12/2012 - 10:19

Il Consiglio supremo della radio e televisione ha multato una tv privata per una puntata del famoso cartone animato considerata blasfema

Incredibile ma vero: un'emittente tv è stata multata perché trasmette i Simpson.


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È accaduto in Turchia. Il Consiglio supremo della radio e televisione (Rtuk) ha inflitto alla tv una multa di 52.951 lire turche (quasi 23mila euro) perché il cartone animato è blasfemo e prende in giro Dio.
Oltre a essere irrispettoso nei confronti di Dio il cartone animato - secondo Rtuk - incoraggia i giovani a "bere alcol durante la notte di Capodanno a New York". Inoltre "uno dei personaggi abusa delle credenze religiose di un altro per fargli commettere omicidi", "la Bibbia viene bruciata pubblicamente, e Dio e il diavolo vengono rappresentati con corpi umani". In un’altra scena ancora, scrive il quotidiano turco Hurriyet, Dio offre il caffè al diavolo e questo - secondo Rtuk - "può essere considerato un insulto blasfemo".

E la censura continua

Non è la prima volta che i Simpsons subiscono una forma - più o meno diretta - di censura. Bandito in Russia, Cina e Iran, il cartone ideato da Matt Groening ha subito censure anche in Gran Bretagna, Venezuela e Argentina. Anche in Giappone una puntata non è mai andata in onda perché prendeva di mira l'imperatore Akihito. Teheran considera i pupazzi dei Simpson sono considerati, al pari delle Barbie, portabandiera dell’edonismo e dell’irriverenza nei confronti della religione, valori tipicamente occidentali e quindi da mettere al bando.

L'unicorno? E' esistito, abbiamo le prove...»

Corriere della sera

Scienziati nordcoreani: «Trovata la tana del liocorno del re Tongmyon». Ma fuori dalla Corea nessuno ci crede

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Vera, falsa? La notizia arriva dalla Corea del Nord, battuta dall’agenzia di stato Kcna. È stata subito ripresa dai media occidentali. Con toni sarcastici. E recita così: «Gli archeologi dell'Istituto di storia dell'Accademia delle scienze sociali della Repubblica Democratica Popolare di Corea hanno recentemente scoperto i resti di una tana del liocorno cavalcato da Re Tongmyong, fondatore di Koguryo, il primo impero feudale della Corea». Sì, proprio così: un unicorno. Secondo le fonti ufficiali nordcoreane. l’animale mitologico, dal corpo di cavallo e con un corno sul muso, non è esistito solo nelle leggende o nei cartoni animati, ma anche nella realtà.

LA TANA E IL REGNO - Uno scherzo? Forse una risposta all'autorevole (in Cina) Quotidiano del Popolo che in questi giorni si era bevuta totalmente la bufala del sito satirico statunitense The Onion, che aveva eletto il leader nordcoreano Kim Jong-Un «uomo più sexy al mondo». A confermare il ritrovamento incredibile è Jo Hui Sung, direttore dell'Istituto. Che, parlando giovedì con l’agenzia governativa, chiarisce: «I libri di storia coreani trattano il tema del liocorno, che è stato cavalcato da Tongmyong e parlano anche della sua tana».

Non basta: «Questa scoperta dimostra che Pyongyang era una città capitale della Corea antica, nonché del regno di Koguryo», uno dei tre regni, con Paekche e Silla, in cui era divisa l'antica Corea. La nota dell'agenzia di stampa riferisce che la tana è stata localizzata a 200 metri da un tempio a nord della capitale nordcoreana. All’entrata avrebbero trovato una pietra di forma rettangolare con la scritta «Tana del Liocorno». L’iscrizione, in caratteri molto antichi, permetterebbe di datare il sito come risalente all’epoca del regno di Koguryo (37 a.C. – 668 d.C). Ma non ci sono altri dettagli, tantomeno immagini del luogo del ritrovamento.

CHUCK NORRIS - La curiosa notizia viene commentata con ilarità dai media occidentali. Non è la prima volta che l’agenzia di stampa ufficiale diffonde notizie «fantastiche». Come l’«impresa» sportiva (golfistica, in particolare) attribuita al defunto Caro leader: «Durante la sua prima partita di golf, nel 1994, Kim Jong-il ha messo a segno undici buche con un colpo solo. Soddisfatto della sua prestazione, ha annunciato il suo ritiro dallo sport». Altro che Chuck Norris, insomma. E ancora: Kim Jong-il, quando era in vita, inventò l’hamburger, scrisse 1500 libri in tre anni e così via. La propaganda ufficiale è talmente presente nella quotidianità dei 24 milioni di cittadini nel regime nordcoreano, da rendere ormai impossibile per loro distinguere tra realtà e fantasie.

Elmar Burchia
3 dicembre 2012 | 14:59

Bindi, Amato, D'Alema, Vendola Alle primarie vince il vecchio

Libero


Festa grande al quartier generale di Bersani: i dinosauri in pista per una poltrona

 

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"Renzi ha finalmente fatto qualcosa di sinistra, ha perso". La freddura che girava al quartier generale di Pierluigi Bersani mentre arrivavano i dati dello spoglio delle schede delle primarie la dice lunga su come l'apparato del partito democratico intende muoversi ora che ha incassato la benedizione della base. Il Pd aveva la possibilità di chiudere con il passato e invece resta quello che è stato finora: un partito vecchio. Un'occasione perduta per mancanza di coraggio, per quella paura del nuovo che caratterizza la sinistra, per quell'immobilismo suicida che ha affossato l'Italia. La vittoria di Bersani con oltre il 60% dei voti è la vittoria del vecchio sul nuovo.

La svolta mancata - Renzi avrebbe potuto dare una svolta, ma così non è stato. E gli scenari che si vanno delineando in queste ore sono quelli dei vecchi nomi da prima e seconda Repubblica che stanno scaldando in motori per prendersi una poltrona. Si farà sentire Giuliano Amato, l'ex socialista, oggi al Pd, due volte premier, utilizzatore accanito della patrimoniale, collezionista di vitalizi, pensioni, ministeri, incarichi e poltrone (l'ultima quella da commissario - proprio lui! - sui tagli ai fondi ai partiti), che aspira al Quirinale. E pure Rosy Bindi, che ieri, subito dopo aver capito che non sarebbe stata "rottamata" da Renzi ha detto di non escludere un suo ruolo nell'eventuale governo Bersani.

"Ribadisco che deciderà il partito per me, ho sempre rispettato le regole e la regola predeve che ci sia la deroga", ha detto il vice presidente alla Camera del Pd intervistata da Mentana nello speciale TgLa7. Quanto a Massimo D’Alema, per lui Bersani è stato una specie di Davide contro Golia. "E' stato costruito da uno schieramento pressochè unanime di tutti i media contro di noi", ha assicurato. Alla festa dello stato maggiore del Pd ieri sera si è fatto largo sono arrivati tutti i vecchi volti del Pd e tra loro si è fatto largo Nichi Vendola per abbracciare Bersani.

Lista unica?-  Abbraccio lungo e ricambiato. Tanto che qualcuno ha chiesto al governatore della Puglia se in serbo per lui c'è un ticket con Bersani. Vendola ha glissato la risposta: "Il significato sintetico e luminoso di questo voto finale è che il Paese chiede una svolta a sinistra nell'agenda di governo". "Siamo riusciti a battere la forza della suggestione costruita intorno al tormentone della rottamazione", dice Vendola, intervistato da Corriere della Sera, Repubblica, Stampa, Messaggero e Unità.

Una lista unica Sel-Pd "la considero abbastanza fantapolitica, perchè io pongo un tema molto piu' complesso, quello di un soggetto politico dei progressisti, di un partito del futuro. Le scorciatoie organizzative non mi interessano", dichiara. Dalle primarie "esce l'indicazione di una svolta a sinistra, assolutamente senza Casini, mettendo l'accento più sulla questione sociale che su quella politica", rimarca Vendola, secondo cui il primo provvedimento del governo di centrosinistra dovrebbe essere "un taglio alle spese militari, a partire dagli F35, per dare subito un segnale che si tolgono risorse da un uso inappropriato e si destinano a primi programmi di manutenzione e messa in sicurezza delle scuole".

Facebook vuole comprare WhatApp

Corriere della sera

Zuckerberg sarebbe vicino all'acquisizione della applicazione di messaggistica che gestisce 10 miliardi di scambi al giorno
 
MILANO - Continua la campagna acquisti di Facebook. Secondo TechCrunch, che cita fonti vicine alla vicenda, Mark Zuckerberg avrebbe messo gli occhi su WhatsApp e le trattative per concludere l'acquisizione sarebbero già iniziate. L'interesse del social network per l'applicazione di messaggistica non stupisce: WhatsApp è presente su tutti i sistemi operativi mobili (iOs, Android, BlackBerry e Windows 8) e in agosto ha annunciato via Twitter di aver gestito qualcosa come dieci miliardi di scambi al giorno.

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In occasione del raggiungimento del suo miliardo di iscritti, lo scorso ottobre, Zuckerberg aveva ribadito l'intenzione di concentrarsi sul mobile per inseguire il traguardo dei due miliardi di utenti e di intercettare i "5 miliardi di persone nel mondo che utilizzano un cellulare". Seicento milioni dei quali sfruttano già il proprio smartphone per aggiornare lo stato, caricare foto e rispondere ai commenti su Facebook. L'acquisto di Instagram, risalente ad aprile, si iscrive nella medesima direzione: creare un'ecosistema di soluzioni all'interno del quale gli utenti si avvicendino per il maggior tempo possibile e in grado di tenere alta l'asticella degli investimenti pubblicitari.

Questo aspetto non è però in linea con la missione di WhatsApp, che prevede un pagamento una tantum (0,99 centesimi) per il download e non contiene sponsorizzazioni. E non si tratta di un particolare sui cui i fondatori sono disposti a trattare, come hanno chiarito lo scorso giugno con un post sul blog della società in cui la pubblicità viene definita "un insulto all'intelligenza dell'utente". Brian Acton e Jan Koum hanno lavorato per molti anni in Yahoo! e con l'app lanciata nel 2009 si sono voluti discostare dall'atteggiamento delle Web company che offrono servizi gratuiti e si affannano nella "raccolta dei dati degli internauti per vendere annunci".

Esattamente quello che fa Facebook. Guardandola dal punto di vista di Zuckerberg, un business in salute, sempre in cima alla classifica dei download a pagamento dell'AppStore di Apple, installato fra le 100 e le 500 milioni di volte su dispositivi Android e non basato sul setacciamento costante delle informazioni degli iscritti non può che far comodo. Anche in un'ottica di miglioramento dell'immagine.

Martina Pennisi
3 dicembre 2012 | 12:39

Sallusti, non è solo Dreyfus la causa del suo arresto. Ecco perché la colpa è di Taormina

Libero

Anche l'avvocato Carlo Taormina aveva scritto su Libero sul giudice e l'aborto. E dalle carte della Cassazione è proprio l'articolo dell'avvocato ad aver incastrato Sallusti

di Franco Bechis

Ora il direttore del Giornale è agli arresti domiciliari. Ma nella sua vicenda sono decine le bugie circolate in queste settimane. Ecco come sono davvero andati i fatti


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Confesso subito: non so se avrei avuto lo stesso coraggio di Alessandro Sallusti, che ha messo in gioco la sua libertà personale per porre una questione di principio e di diritto Costituzionale che tutti fingono di ignorare. Ho tre figli e quel che avrei fatto al posto suo sarebbe dipeso da loro. Ma non comportarsi così avrebbe pesato anche a me, e sarebbe stato difficile guardarli negli occhi dopo. In queste ore- come è accaduto in questi mesi- leggo e sento i commenti più disparati sul caso, e noto che la maggiore parte nascono dalla assoluta ignoranza dei fatti e pure delle sentenze pronunciate. Sia chiaro a tutti che è assolutamente falso che Sallusti è stato arrestato per avere pubblicato il falso diffamando un magistrato della procura dei minori di Torino, il giudice Giuseppe Cocilovo.

Non è così, e questa storia è davvero piena di bugie. Sallusti finisce in carcere perchè in carcere si voleva fare finire lui e nessun altro giornalista italiano. Gli si vuole fare pagare le sue opinioni su altro, e il caso Cocilovo è un pretesto, il primo a disposizione. Anche la reazione corale dei pm di Milano dopo che Edmondo Bruti Liberati aveva legittimamente avocato a sé l'esecuzione di quella sentenza, stabilendo gli arresti domiciliari, e poi la derisione sugli arresti dorati a casa Santanchè, sono il segno di questo regolamento di conti con la persona di Sallusti, e nulla hanno a che vedere con la vicenda giudiziaria. E' da questa vicenda giudiziaria però che tutto nasce, e allora sarebbe bene raccontarla nei particolari reali, lasciando da parte la leggenda e le bugie che sono circolate in questi mesi. Ecco tutto quel che serve da sapere per giudicare.

1- Sallusti ha pubblicato una notizia falsa e diffamatoria sul giudice Cocilovo che avrebbe costretto una ragazzina ad abortire contro la sua stessa volontà? Falso. E' stata la Stampa a pubblicarla il giorno 17 febbraio 2007. Il giornale diretto da Sallusti, Libero, l'ha ripresa il giorno successivo in due modi: un articolo di cronaca firmato da Andrea Monticone, in cui si dava conto della versione pubblicata su La Stampa, ma anche di versioni diverse fornite da ambienti della procura di Torino. E poi un commento certo molto forte (ma si tratta di opinioni e idee) firmato Dreyfus. In nessuno dei due articoli è nominato il giudice Cocilovo, che poi avrebbe querelato portando all'arresto di Sallusti. L'articolo di cronaca di Libero, quello dove si riportavano i fatti, è stato riconosciuto corretto dalla Cassazione, che ha annullato le precedenti sentenze di condanna nei confronti di Monticone, chiedendo di ricelebrare il processo di appello.

I fatti dunque pubblicati quel giorno con Sallusti direttore non sono falsi, anzi. La cronaca è stata riconosciuta equilibrata e veritiera dagli stessi giudici che hanno condannato Sallusti. La condanna quindi riguarda esclusivamente il commento di Dreyfus, quindi delle opinioni. Un direttore responsabile è stato condannato al carcere (poi tramutato in arresti domiciliari) per non avere controllato l'opinione di suoi collaboratori. La Stampa è stata querelata? No, da nessuno. Ha rettificato la notizia? No, il giorno successivo, quello in cui sono usciti i due articoli di Libero, ha pubblicato la versione della procura solo all'interno (molto al fondo) di un nuovo articolo sul caso, titolato per altro in modo da rafforzare la notizia della ragazzina costretta all'aborto. Tanto è che il 21 marzo, tre giorni dopo, la Stampa ha dovuto pubblicare una ulteriore rettifica questa volta inviata formalmente dal presidente del Tribunale dei minori, Mario Barbato. Con grande evidenza? No: nella rubrica delle lettere, confusa fra decine di altre.

2- Sallusti non ha mai rettificato la notizia. Questo fatto in sé è vero. Su Libero non è apparsa alcuna rettifica di una notizia che per altro non Libero aveva dato, ma La Stampa. Il giudice del tribunale dei minori ha inviato una rettifica alla Stampa, ma a Libero no. Quale rettifica doveva essere pubblicata, visto che nessuna rettifica è mai stata formalmente inviata da nessuno? Ricordo poi che l'articolo di cronaca inizialmente incriminato, è stato assolto in Cassazione, ritenuto corretto e quindi non bisognoso di rettifica. La procura di Torino aveva sì fatto filtrare (riportata da “ambienti della procura”) una rettifca alla notizia della Stampa già la sera stessa della pubblicazione, ma solo sulla agenzia Ansa a cui Libero non era abbonato. Quella rettifica- per altro ufficiosa- non poteva essere a conoscenza di Sallusti.

3- Il caso Farina. Sallusti è stato condannato per non avere vigilato sulle idee di Dreyfus. Trattandosi di pseudonimo, si è detto che la firma è stata atribuita al direttore responsabile, quindi allo stesso Sallusti. Questo non è vero. Dreyfus era Renato Farina, che lo ha dichiarato pubblicamente dopo la condanna. Ma che Dreyfus fosse Farina lo sapevano anche i giudici di Cassazione, visto che gli avvocati di Sallusti lo avevano dichiarato e comprovato nel loro ricorso, quindi tutti sapevano benissimo chi aveva scritto quelle opinioni ritenute diffamatorie.

4- Il caso Taormina. Di questo non ha parlato nessuno, perchè tutti sputano giudizi e sentenze, ma è faticoso andare a leggere gli atti e informarsi. Secondo la sentenza della Cassazione e perfino secondo i giudici di secondo grado, la colpa di Sallusti non sarebbe solo quella di non avere rettificato volontariamente la prima versione dei fatti a cui faceva riferimento il commento di Dreyfus-Farina (quella de La Stampa). Ma di avere messo in piedi una campagna stampa contro il magistrato Cocilovo, anche se questo ultimo mai è stato nominato su Libero. Una campagna stampa? Sì', la Cassazione scrive che circa una settimana dopo la pubblicazione di Dreyfus – il 23 marzo- su Libero c'è stato “un prosieguo della campagna di offuscamento dei soggetti, a vario titolo intervenuti nella vicenda, attraverso la riproposizione da parte di un noto avvocato, della assenza del consenso della minorenne”.

Quel noto avvocato è Carlo Taormina, che in effetti in una sua rubrica settimanale che gli aveva dato Vittorio Feltri su Libero molti giorni dopo prende per buona la vecchia versione de La Stampa e critica il comportamento di quell'anonimo magistrato. Secondo la Cassazione proprio l'articolo di Taormina dimostra l'intenzione di Sallusti di compiere una “crociata contro un giudice dello Stato italiano”. Questo particolare a dire il vero era ignoto anche allo stesso Sallusti, con cui ho parlato dopo che erano uscite le motivazioni della Cassazione. Non aveva letto all'epoca la rubrica di Taormina (che mandava alla segreteria di Feltri e veniva pubblicata di rigore), e soprattutto non sapeva nemmeno che proprio quella rubrica è il fondamento della sua condanna. Due articoli a due settimane di distanza, allora era una campagna stampa volontaria contro il giudice Cocilovo.

Proprio il caso Taormina però dimostra come la decisione su Sallusti sia esclusivamente ad personam, un regolamento di conti e non un caso di giustizia. Quell'articolo è stato fondamentale nella condanna di Sallusti? Sì, lo dice la Cassazione. Taormina è mai stato querelato dai magistrati di Torino? No, mai. Qualcuno ha inviato rettifica per contraddirlo? No, mai. Lui non interessava ai magistrati di Torino. Quella che volevano era la testa di Sallusti. E questa hanno ottenuto nel silenzio complice e interessato di chiunque dovrebbe avere a cuore l'articolo 21 della Costituzione.


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Afghanistan, il suicidio delle spose bambine e il silenzio del mondo

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini


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Per le spose bambine promesse a un parente lontano anche a soli nove anni spesso la morte è l’unica soluzione perché soltanto con un gesto così estremo il patto matrimoniale potrà essere invalidato. Lo sapeva bene Nasreen, 18 anni, di Kunduz, che qualche giorno fa  ha preso un fucile da caccia e si è sparata, uccidendosi.

Nasreen non è di certo l’unico esempio. Fatima, 17 anni, di Kabul ha provato a fare lo stesso qualche mese fa ma a lei è andata peggio: è sopravvissuta e, per farsi annullare il fidanzamento,  è dovuta andare in tribunale dove vige la sharia e una ragazza per farsi ascoltare deve avere almeno cinque testimoni a favore, ovviamente maschi. .Secondo gli organismi umanitari che operano in Afghanistan,  il numero di ragazze che decidono con un gesto estremo di mettere fine a vessazioni famigliari o a matrimoni indesiderati è in aumento.

L’altra alternativa è la fuga, un’opzione che apre le porte del carcere a moltissime donne: secondo Human Rights Watch circa 500 sono attualmente in carcere per aver cercato di sfuggire a un matrimonio forzato o a un marito violento. E poi, purtroppo, ci sono i feminicidi, molto frequenti in questa parte del mondo.  Tre giorni fa sempre nella provincia di Kunduz un’adolescente di 14 anni, Gisa, è stata decapitata senza pietà per essersi rifiutata di sposarsi.

Due uomini, identificati dalla polizia solo come Sadeq e Massoud, sono stati arrestati per l’assassinio della ragazza. Secondo i media afghani, i due sarebbero parenti stretti della famiglia ed entrambi volevano sposare Gisa, ma sia la giovane che il padre avevano ripetutamente respinto le loro proposte. I due l’avrebbero aggredita mentre tornava a casa, dopo essere andata al pozzo per prendere l’acqua. Il suo corpo è stato trovato in un campo nel distretto di Imam Sahib.

Un altro caso che è fatto scalpore è accaduto il mese scorso quando una ventenneè stata decapitata dalla famiglia del marito per essersi rifiutata di prostituirsi, mentre lo scorso  settembre cinque persone sono state arrestate per aver inflitto 100 frustate in pubblico a una 16enne accusata di avere una relazione. Dal 2009, grazie all’entrata in vigore della legge sull’Eliminazione della violenza contro le donne, l’Afghanistan vieta i matrimoni forzati, la pratica di “regalare” una ragazza per risolvere una disputa e altri atti di violenza. Ma per molte la realtà non è cambiata. Secondo i dati dell’organizzazione britannica Oxfam, l’87% delle donne afghane ha riferito di aver subito violenza fisica, sessuale o psicologica.
L’ong Plan denuncia che ogni  10 milioni di bambine nel mondo sono costrette a sposarsi, una ogni tre secondi;  mentre 150 milioni di bambine sotto i 18 anni sono vittime di stupro o altre forme di violenza sessuale. Quando cominceremo ad indignarci davvero?

Israele, Francia e Gran Bretagna convocano gli ambasciatori

Andrea Cortellari - Lun, 03/12/2012 - 11:08

Gran Bretagna e Francia avrebbero convocato i rappresentanti diplomatici in risposta alla decisione di Tel Aviv di costruire nuovi alloggi nei territori occupati

Israele prosegue nel suo progetto. E a pochi giorni dal riconoscimento della Palestina come Stato osservatore non membro delle Nazioni Unite, un gradino sopra lo statuto di "entità" che gli era stato concesso in precedenza, pensa alla costruzione di tremila nuovi alloggi nei territori occupati.


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L'idea è quella di unire Gerusalemme e la colonia di Maaleh Adumin. E lascia perplessi molti interlocutori di Israele all'Onu, che in questi giorni valutano misure in risposta alle dichiarazioni del governo di Tel Aviv.

Se già venerdì il Canada aveva richiamato in patria per un colloquio i propri rappresentanti diplomatici in Israele e Cisgiordania, nonché quelli all'Onu (a New York e Ginevra), la decisione di costruire nuovi alloggi tra la Cisgiordania e Gerusalemme Est ha portato ad annunciare mosse in queste senso anche la Francia e la Gran Bretagna. In una nota del ministero degli Esteri anche la Russia ha sollecitato Netanyahu a rivedere il progetto. Ancora non confermata a livello ufficiale la decisione di Parigi. Londra, dopo che il quotidiano israeliano Haaretz aveva scritto della possibilità del ritiro degli ambasciatori, ha detto di voler convocare i rappresentanti e "sottolineato con chiarezza che la costruzione di questi nuovi insediamenti mette a repentaglio la soluzione dei due stati e rende più difficile il raggiungimento di progressi attraverso negoziati".

L'Autorità Nazionale Palestinese ha chiesto alla comunità internazionale di "adottare adeguate sanzioni contro l’occupazione israeliana e le attività di insediamento". Nel mirino dell'Anp anche la confisca dei 460 milioni di shekels in tasse raccolti da Israele per loro conto, secondo quanto deciso con gli Accordi di Oslo. Con la somma Tel Aviv coprirà crediti vantati dalla compagnia elettrica israeliana.

Con l'account Pontifex, il Papa sbarca su Twitter

La Stampa

vatican

I primi messaggi il 12 dicembre il giorno della festa di Nostra Signora di Guadalupe.


Redazine
Roma

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L’account ufficiale del Papa su Twitter sarà « pontifex». Lo rende noto un comunicato vaticano. «Benedetto XVI - si legge - lancerà i primi tweet il 12 dicembre, festa di Nostra Signora di Guadalupe. Inizialmente i tweet saranno pubblicati in occasione dell’udienza generale del mercoledì, ma in seguito potrebbero avere una frequenza maggiore.

I primi tweet risponderanno alle domande indirizzate al Papa su questioni relative alla vita di fede. Le domande possono essere inviate fino al 12 dicembre a #askpontifex». I followers hanno superato i mille dopo poche ore e aumentano ogni venti secondi, i following sono le sette lingue con il quale il Papa, attraverso i suoi collaboratori dialogherà nel social network.

Ecco il link:
https://twitter.com/Pontifex_it/following

Cina, in attesa della fine del mondo si costruisce un’arca come Noe

La Stampa

Lu Zhenghai ha speso 100mila euro per la costruzione di una casa galleggiante. “Quando arriverà l’uragano e la mia abitazione sarà travolta, io mi salverò e chi vuole può venire con me”

claudia nardi


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Cosa si fa mentre si attende la fine del mondo? Si costruisce un’Arca di Noè, ovviamente. Se davvero il prossimo 21 dicembre, come sostengono i Maya, tutto scomparirà, Lu Zhenghai non si farà certo trovare impreparato. Per l’occasione, infatti, il cinese ha speso i risparmi di una vita, circa 100mila euro, per costruire una sorta di casa galleggiante che gli dovrebbe garantire la sopravvivenza.

Secondo quanto riportato dal Daily Mail, le proporzioni dell’arca non sarebbero propriamente “bibliche”, infatti «la barca misura 21,2 metri in lunghezza, 15,5 metri di larghezza e 5,6 metri di altezza e può resistere a 140 tonnellate d’acqua».
«Ho paura che quando arriverà la fine del mondo un’inondazione distruggerà la mia casa - ha dichiarato l’uomo che ha iniziato la costruzione del battello nel 2010, in seguito alle notizie allarmanti sulla presunta catastrof.

Così ho speso tutti i soldi che avevo per realizzare la barca. Quando arriverà l’ora, sarò disposto a ospitare a bordo chiunque me lo chieda». Una costruzione che, però, non è stata ancora portata a termine: come dimostrano le foto pubblicate sul giornale britannico, infatti, l’arca “made in china” è ancora incompleta per via delle difficoltà economiche che impediscono al proprietario di ultimare i lavori.

Una vera e propria psicosi da Apocalisse che sta pervadendo l’intera Cina: lo scorso agosto Yang Zongfu, di fatto, un imprenditore della provincia dello Zhejiang, ha fatto costruire una capsula d’acciaio di 4 metri di diametro, dotata di 75 airbag in grado di sostenere urti derivati da terremoti e inondazioni. Il progetto, che è costato al cinese più di 150mila euro, ha riscosso successo tra i ricchi industriali che hanno voluto ordinare la particolare Arca di Noè. Ai comuni mortali sprovvisti di arche o bunker avveniristici non rimane altro che trasferirsi nel villaggio francese di Bugarach, ovvero nell’unico posto dove, si pensa, sarà possibile sopravvivere alla fine del mondo.

Biiip. «Tua moglie sta lasciando il Paese» Le tecnologie usate per controllare (anziché aiutare) le donne saudite

Corriere della sera

di Viviana Mazza



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Biiip. «Tua moglie sta per lasciare il Paese». E’ il messaggino di allerta che spunta sul telefonino del marito saudita qualora la compagna stia per partire dall’aeroporto. Così l’Arabia, già famigerata come l’unico Paese al mondo che vieta alle donne di guidare, ha aggiunto un nuovo paragrafo alla lista di restrizioni che le vedono trattate come minorenni eternamente sotto custodia di tutori maschi.

In realtà, madri, mogli, figlie erano già costrette, per viaggiare, a presentare un permesso scritto del “tutore”. Il monitoraggio via sms, che si è conquistato il nomignolo di «guinzaglio elettronico», è un’evoluzione dei sistemi cartacei di controllo. E’ stato notato una decina di giorni fa da un uomo avvertito via sms mentre la moglie partiva (con lui) dall’aeroporto di Riad. Incredulo, non avendo mai chiesto quel servizio, si è rivolto a Manal al-Sharif, attivista saudita per i diritti delle donne che i lettori di questo blog già conoscono da quando ha incitato le sue conterranee a violare il divieto alla guida.

Donne come Manal stanno cercando di trovare online gli spazi di una “cyber-società civile” negata nella realtà “fisica” nel Regno saudita. Ora su Twitter il caso degli sms ha scatenato la rivolta – e la satira – con commenti come: “Se ho bisogno di un sms per sapere che mia moglie sta lasciando il Paese, allora devo aver sposato la donna sbagliata oppure ho bisogno di uno psichiatra”. Ma anche riflessioni serie.

L’Arabia saudita ha il più alto tasso di smartphone nel mondo (insieme agli Emirati), più utenti Twitter di ogni altro Stato arabo nonché un consumo di video YouTube pro-capite superiore ad ogni Paese. Ma solo tre donne su 10 navigano in Rete.

Il “guinzaglio elettronico” rende invisibile, e dunque meno evidente ma non meno pressante, il controllo delle donne criticato da molte organizzazioni per i diritti umani. E’ stato introdotto l’anno scorso, a sentire il blogger saudita Ahmed Al Omran, come opzione legata al “passaporto elettronico”: ai “tutori” viene comunicato via sms se le persone in loro custodia (incluse donne, figli e dipendenti stranieri) stiano lasciando l’Arabia Saudita. Finora bisognava richiedere espressamente di ricevere questi messaggini, ma da poco chiunque si sia mai registrato con il ministero dell’Interno li riceve automaticamente.

Alcuni giornali locali suggeriscono che la novità sia legata ad uno scandalo recente, che avrebbe spinto il governo a controlli più stretti sulle donne del Regno. Il caso riguarda una trentenne saudita scappata in Svezia senza il consenso del padre, il quale ha presentato denuncia. L’avrebbero aiutata il suo capo libanese (che nel frattempo è stato arrestato) e un collega saudita. Si era diffusa la voce di una conversione al cristianesimo della donna, che però nel frattempo è riapparsa negando motivazioni religiose e attribuendo la sua fuga a problemi con la famiglia.

Certo, i tutori possono anche disdire il servizio elettronico, ma comunque le donne in loro custodia avranno sempre bisogno se vogliono lasciare il Paese di un permesso scritto, ottenuto dall’uomo in un apposito ufficio. Queste regole sono legate ad un hadith (un racconto sulla vita di Maometto) secondo cui il Profeta avrebbe detto: “Una donna non deve viaggiare da sola senza un mahram”, ovvero un uomo che non può sposare, come il padre o un fratello — ma viene inteso come suggerimento che debba essere accompagnata da un protettore maschio.

Ma nella vita moderna tutto è più complicato. Quando il blogger saudita Al Omran è partito per il Qatar con la mamma, non aveva un permesso scritto per lei. «Mia madre ha bisogno di un permesso scritto? Perché, se viaggia insieme a me? – ha chiesto all’aeroporto di Riad -. Pensate che sia possibile che viaggi con me senza il mio consenso?». Ma si è sentito rispondere: “Sono queste le regole”.

Verdone respinto al seggio dei Giubbonari: «Amareggiato. Non so se voterò ancora Pd»

Corriere della sera

Il regista non ha potuto votare al ballottaggio: non accolte le giustificazioni. «Non sono un furbastro»


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ROMA - Sotto la scure delle giustificazioni respinte al ballottaggio delle primarie del Pd cade anche Carlo Verdone. Il regista romano, da sempre elettore di centrosinistra, si è visto rifiutare la sua motivazione per non aver votato al primo turno («mi sono fatto male in moto») dal seggio di via dei Giubbonari, a due passi da Campo dè Fiori. Il regista lo ha raccontato al quotidiano «Secolo XIX», dicendosi amareggiato.

CERTIFICATO E BIGLIETTO - «Ero andato pure due volte sabato - dice il regista - portando le giustificazioni necessarie», vale a dire un certificato medico e, in più, la carta d'imbarco per Madrid, dove da mercoledì a venerdì presentava il film «Posti in piedi in Paradiso». «Non sono un furbastro dell'ultimo minuto - si sfoga il regista -, questo modo di fare non mi piace. Come se dicessero: è una cosa nostra. Mi sento dispiaciuto, anzi arrabbiato. Defraudato di un diritto, come cittadino». E conclude: «Non saprei dire se voterò ancora Pd».

 

 

Quando Verdone si sfogava al seggio in "Bianco, rosso e Verdone"

 

 

Primarie Pd: Carlo Verdone, "Mai detto che non voterò più il Pd" (03/12/2012)


(fonte Adnkronos)
3 dicembre 2012 | 10:46

Finisce la carriera della portaerei del film «Top Gun»

Il Mattino


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WASHINGTON - La prima portaerei nucleare della storia, la "Uss Enterprise", va in pensione dopo 51 anni di onorata carriera. La nave, soprannominata "Big E", la grande E, con i suoi 342 metri è la più lunga portaerei del mondo. È stata impiegata nei principali conflitti in cui hanno combattuto gli americani, tanto da essere ricordata con il motto «Noi siamo la leggenda», ed è stata immortalata nel film 'Top Gun', con Tom Cruise.

La "Uss Enterprise" era stata progettata per durare solo 25 anni, ma grazie ad una serie di modifiche e aggiornamenti, ha prolungato la sua carriera sino alla cerimonia tenutasi ieri al porto "Naval Station" di Norfolk, in Virginia, dove migliaia di persone, tra cui molti ex membri dell'equipaggio, hanno salutato una delle navi storiche della Marina americana. «Sarà un ricordo speciale. La giornata di ieri ha rappresentato un flash degli ultimi 20 anni della mia vita», ha detto Kirk McDonnell, ex elettricista di Highmore, Dakota del Sud, che è stato a bordo della nave dal 1983 al 1987. La portaerei è stata l'ottava nave americana a portare il nome "Enterprise", ma non sarà l'ultima. Il segretario della Marina, Ray Mabus, ha spiegato che in futuro ci sarà un'altra 'Uss Enterprisè. «La sua eredità vivrà», ha affermato Mabus.



Domenica 02 Dicembre 2012 - 17:20    Ultimo aggiornamento: 17:22

Stagisti al Tesoro, un euro l'ora

Corriere della sera

Gli ultimi possibili. Mezzo milione di giovani ora aspetta la «congrua indennità» della riforma Fornero

ROMA - Uno stage al ministero dell'Economia. Un'occasione di questi tempi, perché si tratta pur sempre di entrare nella stanza dei bottoni, e perché con l'aria che tira, l'Istat ci ha appena detto che la disoccupazione giovanile è al 36,5%, in attesa di trovare un lavoro vero anche uno strapuntino va bene. I posti a disposizione sono 34, tutti per chi ha appena preso una laurea o la prenderà nei prossimi mesi. Ed ognuno con un percorso definito, ben strutturato, anche ambizioso: si va dalla «elaborazione del budget, analisi dei costi e misurazione della performance» alla «attività di rappresentanza e difesa del ministero nelle controversie di lavoro», fino al «monitoraggio delle entrate tributarie e analisi dell'andamento del gettito in relazione alle variabili macroeconomiche».
Non le classiche fotocopie, insomma.

Poi, si arriva al capitolo rimborso spese. «L'importo lordo è fissato sulla base delle presenze in ufficio, debitamente documentate, determinato in euro 7,00 (sette) giornalieri». A spanne fa un euro l'ora. Con l'avvertenza che le «predette somme saranno erogate ai tirocinanti compatibilmente con le disponibilità nei relativi capitoli di bilancio». Davvero poco, insomma. A meno che qualche università non conceda «forme di sostegno economico» aggiuntive. Il bando è stato pubblicato pochi giorni fa sul sito Internet della Fondazione Crui, la Conferenza dei rettori, che mette in contatto domanda ed offerta per una serie di stage che al momento coinvolgono 12 fra enti pubblici e imprese. Le domande saranno accettate fino a venerdì, il tirocinio partirà a fine gennaio. Ma quei sette euro al giorno stanno diventando un caso.

La Cgil Sicilia, che ha lanciato una mobilitazione contro gli abusi proprio negli stage, ha annunciato una campagna di «mail bombing» dal titolo «Così choosy da non accettare l'elemosina». «Ci sono già precedenti criticabili - dice Andrea Gattuso, responsabile per le Politiche giovanili del sindacato - ma una cifra del genere è davvero ridicola». In realtà, lo stage low cost non è una rarità. Anzi, una volta su due il tirocinio è completamente gratuito, in un buon 30% dei casi il rimborso spese non va oltre i 500 euro al mese, mentre sono pochissimi i fortunati, il 5,3%, che superano la fantastica soglia dei 750 euro al mese. Con sette euro per giorno lavorativo (150 euro al mese), lo stage al ministero dell'Economia è nelle parte bassa della classifica ma non in fondo.

Solo che negli ultimi mesi se non le regole, almeno il vento è cambiato. La riforma del Lavoro approvata quest'estate dice che per gli stage deve essere riconosciuta una «congrua indennità, anche in forma forfettaria, in relazione alla prestazione svolta». Si tratta solo di una norma di principio perché, entro 180 giorni dall'entrata in vigore della legge, governo e Regioni devono tradurre quella vaga espressione in una cifra precisa, definendo delle linee guida. Questo passo non è stato ancora fatto anche se ormai ci siamo perché i 180 giorni scadono a gennaio. Dal punto di vista giuridico, e ci mancherebbe, lo stage al ministero da sette euro al giorno si può fare.

Lo ha ricordato anche il ministero del Welfare che qualche settimana fa, parlando in realtà di un altro caso, ha sottolineato come le regole sulla congrua indennità «non trovano applicazione nei confronti dei tirocini attivati prima dell'adozione delle richiamate linee guida». Ma ormai gennaio è vicino, al punto che sempre sul sito della Fondazione Crui è bene in vista la sospensione di altri due bandi per una serie di stage al ministero degli Affari esteri e alle Camere di commercio all'estero, che non prevedevano alcun rimborso spese. Sulla questione è intervenuto anche il Parlamento europeo. Una mozione approvata a larghissima maggioranza prima dell'estate dice che agli stagisti va riconosciuta una «retribuzione decorosa».

Una campagna sentita soprattutto dagli europarlamentari francesi, visto che nel loro Paese un soglia minima c'è già, 400 euro. Ci sarà la stessa regola da noi? È tutto da vedere e in ogni caso non sarà facile. Basta ricordare che, dopo le proteste degli imprenditori, il ministro del Welfare Elsa Fornero ha dovuto correggere il tiro sui limiti per i contratti a termine fissati nella sua riforma. Per il momento gli stage continuano a funzionare come sempre. Si fa esperienza, si aggiunge una riga al curriculum, si aspettano tempi migliori. E la Repubblica continua a fondarsi sul lavoro (degli stagisti).

Lorenzo Salvia
3 dicembre 2012 | 11:01

L’avvocato che salva gli italiani a New York

La Stampa

Germana Giordano “Troppi turisti ignorano le leggi Usa”

maurizio molinari
CORRISPONDENTE DA NEW YORK


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È nata a Bari e vive ad Harlem, pronuncia arringhe nei tribunali di New York ed è un’appassionata di yoga, il marito è un afroamericano e l’attore preferito, Denzel Washington, lo ha incontrato in un club: neanche 40 anni, laurea a Bari, identità a cavallo fra Italia e Stati Uniti, Germana Giordano si dedica alla missione quotidiana di togliere dai guai i nostri connazionali responsabili di reati penali a New York e dintorni. 
Nel suo ufficio legale al 250 di Park Avenue passa la maggioranza dei turisti italiani che infrangono la legge nella Grande Mela.

Per lei, che di solito si occupa di omicidi e gravi reati, seguire gli italiani rimasti imbrigliati nella giustizia americana è quasi una missione. La scelta di parlare con «La Stampa» nasce dalla convinzione che «alla radice dei problemi in cui inciampano i turisti c’è la scarsa conoscenza di come funziona la legge Usa». Dunque è opportuno preavvertire in anticipo cosa si rischia in caso di reati penali. La Giordano infatti è una penalista o meglio, forse l’unica penalista fra gli avvocati italiani che affiancano il Consolato nel soccorrere i connazionali in difficoltà.

«I reati più comuni sono di quattro tipi - esordisce - urinare in pubblico, rubare nei negozi, bere in pubblico e fumare in luoghi dove è proibito». Da un punto di vista strettamente numerico coloro che «urinando in pubblico vengono arrestati sul fatto» sono i più numerosi: fra i 20 e 30 casi l’anno. Si tratta di uomini, giovani e adulti, che si comportano a New York come in una qualsiasi città italiana. Si appartano in un luogo e fanno i loro bisogni. «Ma un agente li vede, li avvicina, li ferma e li arresta» nella loro «più totale incredulità e spesso fra vivaci proteste».

Poiché a volte si tratta di un reato penale che a New York comporta fino a un massimo di 12 mesi di reclusione i responsabili vengono portati in tribunale e quando l’avvocato Giordano entra in azione si trova a gestire cause che portano nella maggior parte ad «assoluzioni e patteggiamenti» attraverso battaglie legali che restano negli archivi dell’immigrazione. «Anche se in caso di assoluzione la fedina penale è pulita, negli archivi dell’immigrazione resta traccia dell’arresto - spiega l’avvocato - e ciò significa che quando la persona interessata tornerà a fare richiesta di visto per gli Stati Uniti dovrà indicare nel modulo l’arresto, altrimenti affermerebbe una bugia andando incontro a ulteriori complicazioni» destinate a rendere difficile il ritorno negli Stati Uniti.

Quanto ai furti, «a commetterli sono quasi sempre professionisti affermati o studenti universitari con curriculum esemplari che durante lo shopping in un negozio o in un grande magazzino vengono sorpresi dalla sicurezza con capi di abbigliamento dentro borse e sacche. Si difendono affermando che questi capi sono finiti nelle borse per caso o per errore». Si tratta «di una ventina di casi l’anno» che comportano deposizioni, interrogatori, processi e forte imbarazzo da parte degli arrestati che temono conseguenze sulla propria immagine se la vicenda dovesse diventare di pubblico dominio.

Anche in questo caso la pena massima è di 12 mesi di carcere, con il relativo obbligo di sostenere spese legali non indifferenti per essere assolti o patteggiare il versamento di una multa. Se urinare in pubblico è «una cattiva abitudine di cui si ignorano i risvolti penali a New York», rubare dentro i negozi nasce piuttosto dalla tentazione di farla franca, nell’inconsapevolezza che oramai la sorveglianza video ed elettronica consente controlli capillari pressoché ovunque nella metropoli più protetta degli Usa.

«Un altro reato tipico degli italiani in vacanza è bere in pubblico - spiega Giordano - vengono fermati per strada con bottiglie o lattine di birra che non nascondono nella tipica “brown bag” e ricevono i fogli rosa di comparizione». Sono almeno dieci ogni anno i connazionali in tali condizioni. «Infine ci sono gli arresti per fumo», più ridotti di numero, e qui Giordano si sofferma sul racconto di un «professionista italiano che viene spesso a New York e fumava seduto in un parco». Ignaro delle nuove ordinanze del sindaco Michael Bloomberg, è stato fermato e «ha tentato di risolvere subito l’incidente andando a versare di persona la multa». Ma il risultato è stato «un boomerang» perché «la sua confessione ha complicato di molto la gestione di un caso che rimane aperto».

La vicenda è esemplare di un altro aspetto degli arresti di italiani, ossia che gli interessati «tardano a chiamare un avvocato» e di conseguenza commettono l’errore di «andare da soli all’interrogatorio con la polizia» con il risultato spesso di contraddirsi e peggiorare la situazione. «Un altro degli errori più comuni è sottovalutare i foglietti gialli, bianchi o rosa che la polizia recapita, pensano che si tratti della notifica di una banale multa». In realtà sono avvisi di comparizione in tribunale e indicano l’inizio di un procedimento penale.

Ignorandoli si rischia di essere colpiti da un mandato d’arresto e chi è già partito per l’Italia scopre spesso cosa è avvenuto solo quando sceglie di tornare in America, compilando online il modulo «Esta». «Ciò che più mi preme è che i turisti italiani prima di partire per gli Stati Uniti sappiano cosa non devono fare per evitare di finire nella maglie della giustizia» andando incontro a grattacapi, paure e spese. Ironia della sorte vuole che, per chi finisce in questa rete della giustizia a stelle e strisce, la via d’uscita può essere la Croce Rossa: chi infatti viene condannato da un tribunale di New York a un periodo di “«servizio a favore della comunità» può avere l’opzione, previo patteggiamento, di scontarla in Italia impegnandosi a svolgere del volontariato a favore della Cri. «avviene non di rado». 

Quanto valgono i profili sui social network?

Corriere della sera

di La Redazione