domenica 2 dicembre 2012

Vattene dalla mia terra». E il boss ordinò la strage

Il Mattino
di Rosaria Capacchione


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Accadde in un pomeriggio di fine estate, il 7 settembre del 1982. Pioveva, pioveva molto. Su quel pezzo di terra a mezza strada tra il lago Patria e Ischitella stava cadendo uno di quei violenti, e pur brevissimi, temporali che introducono l’autunno e danno un po’ di tregua alle campagne bruciate dal caldo. Giocchino Martino si era inoltrato lungo il viottolo ed era andato a ripararsi nel capanno degli attrezzi, aspettando la schiarita. La moglie, Angelina Falco, lo aveva seguito. Anche Francesco, il figlio primogenito, che aveva approfittato del maltempo per recuperare un po’ di sonno sacrificato alla levataccia mattutina. E anche i due braccianti, Armando e Giacomo. Erano le tre quando Gioacchino si affacciò sulla porta del capanno.

Angelina era seduta sulla sedia, Francesco dormiva, Armando e Giacomo riparavano gli attrezzi. Fu allora che accadde. Entrarono in due, quello con la pistola e l’altro con il fucile. Uno puntò l’arma contro Gioacchino, che ebbe solo il tempo di gridare: «Ma che fai?». Poi spararono, all’impazzata. Colpirono anche Angelina, anche Francesco che dormiva sulla branda di legno. Anche Armando Clausino, al quale la violenza dei colpi staccò un braccio. Solo Giacomo Nobis si salvò. Era riuscito a infilarsi nella canna fumaria del camino, trattenendo il fiato e la paura.

Era rimasto lassù, sporco di fuliggine, per quasi due ore. Era sceso quando tutto era in silenzio, aveva sfondato la porta, era arrivato in paese per chiedere aiuto, aveva raccontato in lacrime ai parenti di Gioacchino, 52 anni, e di Angelina, 49, quei frammenti di orrore che aveva sentito e visto: le voci concitate, il rumore dei colpi di fucile e di pistola, il sangue sui volti dei compagni di lavoro, il corpo raggomitolato nel sonno perpetuo di Francesco, il più giovane. Aveva solo 19 anni.

Quel giorno era andato in campagna ad aiutare la mamma e il papà a battere le noci, che di lì a qualche giorno bisognava raccogliere. Sopravvisse a quel massacro solo il più piccolo della casa, Domenico. Che quel giorno, invece, era andato a scuola per gli esami di riparazione. E che solo più tardi, quando il telegiornale diede la notizia della strage, seppe di non avere più né padre, né madre, né fratello. Le cronache di quei giorni riportarono il fatto con dovizia di immagini e di dettagli.

Era ancora fresco il ricordo dello sterminio della famiglia Simeone, sette persone uccise in meno di un mese - dal 17 febbraio al 15 marzo - ma quella era una storia di camorra: l’eliminazione di tutti i maschi del «comandante», che servì a consolidare il potere assoluto di Antonio Bardellino sulle frange cutoliane. I Martino, però, non appartenevano alla camorra. Era gente venuta dalla terra, benestanti agricoltori proprietari di quindici moggi di campagna fertile, coltivata a frutteto, nella zona di San Filippo, tra Ischitella e Villa Literno, ultima propaggine di San Cipriano guardando verso il lago Patria.

Leggendo tra le righe dei vecchi articoli di giornale s’intravede la perplessità del cronista di fronte alla ricostruzione ufficiale fornita dai carabinieri e dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere: perché la dinamica del massacro era di palese matrice camorristica, perché la mano dell’assassino di professione era visibile in ogni dettaglio, ma quelli invece si ostinavano a cercare inesistenti motivi d’interesse di uno sconosciuto, e altrettanto inesistente, colono interessato ad acquistare il fondo San Filippo. Qualche giorno dopo, il 10 settembre, fu arrestato il bracciante miracolato. Giacomo Nobis, che aveva 50 anni e aveva fatto il contadino per tutta la vita, fu accusato di complicità con gli assassini.

Restò in carcere il tempo necessario a far cadere nell’oblio la strage e le sue ragioni. Anni dopo, un barlume di verità si è affacciato nel racconto di chi c’era e raccolse le confidenze di chi vide. Quelle voci dicono che Giocchino Martino avesse incrociato un pericoloso latitante, un assassino sanguinario, che nel fienile a San Filippo aveva trovato riparo. Ma Gioacchino, raccontano le voci, lo aveva mandato via in malo modo. Danno anche un nome, le voci, a quel latitante. Ne tracciano il ritratto, giurano che fosse «il cocchiere» o uno della sua famiglia. Quello di «cocchiere» è il soprannome di Luigi Venosa, camorrista di San Cipriano, condannato all’ergastolo. I suoi nipoti oggi collaborano con la giustizia.


Domenica 02 Dicembre 2012 - 16:11    Ultimo aggiornamento: 16:13

Caro Babbo Natale la festa dipende dal regalo che si riceve

La Stampa

Ma anche il tappo di bottiglia a forma di cigno o il nanetto di porcellana sono simbolo di qualche cosa di più grande

giacomo poretti



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A partire da questa domenica si entra nel tempo dell’Avvento, che culminerà con il Natale. Tradizionalmente, a partire da oggi, tutta la nazione si mobilita per preparare la festa più bella dell’anno: i commercianti appendono le luminarie per le strade, i Comuni fanno a gara tra di loro per allestire l’albero più alto delle sequoie di Yellowstone, le famiglie stilano il menù, dal «vol-au-vent» ripieno di insalata russa fino al panettone con il mascarpone, i bambini vanno a letto la sera della vigilia e nella notte sognano di essere adottati e il mattino, al risveglio, di avere per genitori i coniugi «Toy Centers». In periodi in cui la locomotiva dell’economia correva veloce e spensierata Babbo Natale era incaricato di portare i doni a tutti i piccini, ma soprattutto di incassare la tredicesima delle famiglie e rendere, così, felici i rilevatori dei consumi, i quali esultavano, registrando incrementi di percentuali rispetto all’anno precedente da capogiro.

Quanto più si era speso più il Natale era stato felice: per i bambini, per i genitori, per le aziende e per lo Stato, che aveva incassato l’iva. Il Natale ha per davvero la forza di trasformare e migliorare le persone: gente che, per carattere, per carenza genetica o difetto culturale, non possiede dentro di sé il concetto del regalo, in prossimità del 25 dicembre, miracolosamente, si trasforma e addirittura fa pianificare al proprio ufficio marketing un preventivo dei costi per la confezione panettone-spumante destinata al dipendente, il cesto enogastronomico per i quadri intermedi, la cassetta di vini pregiati per i consiglieri di amministrazione e la stilografica griffata per i partners esteri.

Quelli che proprio non ce la fanno a regalare qualche cosa si inventano che «quest’anno abbiamo deciso di non fare regali, ma di pensare a chi è più bisognoso di noi: fai un offerta per i bambini con l’alluce valgo dell’isola di Irkfnuck». In sostanza tu regali un alluce nuovo a dei bambini lontanissimi e loro fanno bella figura. E’ proprio vero che il Natale è la festa più bella che ci sia, dipende dal regalo che si riceve. Probabilmente il significato della festa cristiana del Natale è andato via via svaporando e l’industria del giocattolo e del cadeau, approfittando dello smarrimento, ne ha occupato il territorio: ora la venuta del figlio di Dio e l’industria del Regalo convivono ammassati nella stessa striscia. Di conseguenza anche il 26 dicembre ha subito una trasformazione radicale.

Strana carriera quella di Santo Stefano, che da protomartire, primo cristiano martirizzato, lapidato a sassaiole, ora rischi di diventare il patrono della Festa del riciclo. Siccome nel giorno di Natale tutto il mondo occidentale riceve mediamente il 65% di regali sotto forma di vaccate, ci sono due o tre possibilità per ovviare allo spiacevole inconveniente:

a) buttare l’orrido regalo nella bidone della spazzatura;
b) conservare l’obbrobrio fino al prossimo Natale e anonimamente senza bigliettino posizionarlo sotto l’albero addobbato dell’amico;
c) oppure partecipare alla cena degli avanzi del 26, che è istituita apposta con il duplice scopo di terminare il cibo del giorno prima e per giocare a tombola. Lì i premi assegnati saranno proprio i regali irricevibili, per bruttezza e cattivo gusto, che Babbo Natale ci ha portato il giorno prima.

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Proprio in quella sera, giocando a quella tombola, uno può rendersi conto di come l’industria mondiale abbia creato posti di lavoro e assegnato dividendi ai propri azionisti con dei manufatti così inutili e così brutti che un giorno dovrà rendere conto a Dio: i sette nani in porcellana, il contenitore per boule di acqua calda in uncinetto, il portaritratto in legno con la forma di uno dei cani della carica dei 101, le tazzine da tè finto Capodimonte, il tappo per bottiglia di vino con incastonato sopra un cigno, il set per bagna cauda, la grolla con scolpiti tutti gli gnomi della Valle d’Aosta. Ho visto gente a quelle tombole che fa di tutto per non vincere e, se proprio ritira il premio, lo abbandona in autostrada. Incrementando l’industria dei rifiuti.

Come si vede, i regali non sono mai inutili: ben lo sapeva un vescovo del IV secolo (poi divenuto santo), Nicola della città di Myra (antica città dell’odierna Turchia), di cui si racconta che, essendo un vescovo, esortò tutti gli altri parroci della sua diocesi a diffondere il cristianesimo laddove i bambini non avevano la possibilità o la volontà di recarsi in chiesa anche a causa del freddo invernale, che costringeva molti a non uscire di casa. Così li esortò, dicendo loro di recarsi dai bambini, portando un regalo, e di cogliere l’occasione per spiegare chi fosse Gesù Cristo e che cosa avesse fatto per l’intera umanità. I parroci, portando con loro un sacco pieno di regali, raggiungevano i bambini mediante alcune slitte trainate da cani.

Su questa vicenda storica è poi fiorita la leggenda e il personaggio di Babbo Natale. I regali possono esser brutti, ma non inutili: a Natale il pacchettino che troviamo sotto l’albero è simbolo di un qualche cosa di più grande, di una cosa che riceviamo tutti i giorni e che è per tutti i giorni: un cadeau di sconcertante bellezza, anche se, scartato il fiocco, dentro il pacchetto troviamo il cigno sotto forma di tappo da bottiglia. Forse dovremmo soffermarci un attimo a riflettere, perché, probabilmente, abbiamo confuso il significato di Dono con regalo

Il Papa: non conosciamo quando tornerà il Signore

La Stampa

vatican

Catechesi escatologica per Benedetto XVI all'Angelus in piazza San Pietro nella prima domenica di Avvento «In mezzo agli sconvolgimenti del mondo, o ai deserti dell’indifferenza e del materialismo, i cristiani accolgono da Dio la salvezza»

Redazione
Roma


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Il pontefice durante l’Angelus recitato dalla finestra del suo studio su piazza San Pietro davanti ad alcune migliaia di fedel  ha comunque sottolineato che la fine dei tempi non potrà avvenire prima che siano sconfitti tutti i nemici di Gesù.

La fine dei tempi
Non sono noti i tempi della «seconda venuta di Gesù Cristo», dopo la incarnazione, e che sarà il «ritorno glorioso alla fine dei tempi».  Incarnazione e fine dei tempi, ha spiegato papa Ratzinger, sono due momenti complessi nella interpretazione razionale e «cronologicamente distanti - e non ci è dato sapere quanto-», ma «in profondità si toccano, perchè con la sua morte e resurrezione Gesù ha già realizzato quella trasformazione dell’uomo e del cosmo che è la meta finale della creazione». «Ma prima della fine - ha sottolineato il Papa - bisogna che tutti i suoi nemici siano posti sotto i suoi piedi».

Si tratta del «disegno di salvezza di Dio, che è sempre in atto» e che «richiede continuamente la libera adesione e collaborazione dell’uomo». La Chiesa vive «protesa nella attesa del ritorno del Signore», una «attesa fatta di speranza vigilante e operosa». Il Papa ha concluso l’Angelus invocando l’aiuto della Madonna per guidare i cristiani «perchè - ha detto - il Dio che viene non ci trovi chiusi o distratti, ma possa, in ognuno di noi, estendere un pò del suo regno di amore, di giustizia e di pace».
La madre di Gesù, ha osservato Benedetto XVI, «incarna perfettamente lo spirito dell’Avvento, fatto di ascolto di Dio, di desiderio profondo di fare la sua volontà, di gioioso servizio del prossimo».

Tutela e diritti per i diversamente abili
«Domani si celebra la Giornata Internazionale dei diritti delle persone con disabilità.  Ogni persona, pur con i suoi limiti fisici e psichici, anche gravi, è sempre un valore inestimabile, e come tale va considerata. Incoraggio  le comunità ecclesiali ad essere attente e accoglienti verso questi fratelli e sorelle. Esorto i legislatori e i governanti a tutelare le persone con disabilità e a promuovere la loro piena partecipazione  alla vita della società». Ha detto ancora Benedetto XVI al termine dell’Angelus in Piazza San Pietro.

Come tenere il sedile di fianco a te vuoto

Corriere della sera

Fingersi fanatici o persino pazzi. Trasportare oggetti poco rassicuranti: i trucchi per evitare vicini di viaggio ingombranti

MILANO – Puzza, russa, e quando è sveglio non la smette mai di parlare: a chi non è mai capitato, stritolati nel microspazio di un sedile economico, di passare qualche ora di viaggio con un vicino d’inferno troppo ingombrante? Può sembrare meschino, ma quando i posti in aereo (o in treno, in pullman) non sono assegnati e il tragitto si promette lungo, scongiurare che il posto a fianco a noi non venga occupato da qualcuno di «sgradito» può essere vitale. Un fotogiornalista di viaggio, Dave Seminara, suggerisce dieci trucchi per assicurarsi un posto vuoto al proprio fianco.

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BANALI MA SEMPRE EFFICACI  Numero uno: sparpagliare le proprie cose ovunque, occupando più spazio possibile. Non serve solo a garantirsi un posto comodo e sicuro (per esempio in nave, quando si viaggia in passaggio ponte), ma anche per scoraggiare ogni avvicinamento. Fingere che il sedile di fianco al proprio sia occupato, appoggiandovi libri, borsa e giornali, non è certo una garanzia, ma ci si può sempre provare.

Numero due: apparire indaffarati. Faccia tuffata nel portatile, o bocca incollata al cellulare (senza urlare nelle orecchie degli altri vicini), facendo appello alla sensibilità del passeggero in cerca di sistemazione, che potrebbe optare per non disturbarvi. Numero tre: mai e poi mai guardare negli occhi il potenziale “invasore”, anche e soprattutto quando questi ti rivolge la parola per chiedere se il posto è libero.

FAI AGLI ALTRI QUELLO CHE NON VORRESTI FOSSE FATTO A TE  Sia ben chiaro: si tratta di un tentativo temporaneo di strategia di sopravvivenza. Se i seguenti metodi non funzionassero, tornate in voi e comportatevi in maniera impeccabile per il resto del viaggio. Partiamo dunque da chi non vorreste di fianco. Qualcuno che soffre il mal di viaggio: posizionate in bella mostra un sacchettino per il vomito sul vostro grembo. Un pazzo: potete sbizzarrirvi. Roteate gli occhi, tirate fuori la lingua. Seminara si spinge oltre: potete indossare una maglietta con scritte poco rassicuranti. E se avete bisogno di qualche suggerimento, riguardate Qualcuno volò sul nido del cuculo mentre preparate i bagagli. Un fanatico di musica insopportabile: indossate un paio di cuffiette extralarge e ascoltate a tutto volume qualche brano di gangsta-rap o di stucchevole iper-romantico.

Una buona opzione potrebbe essere per esempio I Will Be Right Here Waiting For You, di Richard Marx, o Fuck tha Police della band N.W.A. Il fanatismo di ogni tipo, anche quello “buono”, è sempre un ottimo repellente: previeni e anticipa ogni conversazione d’insediamento con domande tipo: «Accetti che il Signore sia il tuo Salvatore?». E poi, l’odore: mentre è sconsigliato non lavarsi per giorni prima della partenza, trasportare come bagaglio a mano un bel durian maturo dai tropici, o un nostrano taleggio invecchiato, può venire decisamente utile. Insomma, appari sgradevole: mettiti le dita nel naso e ravana come se stessi cercando una pagliuzza d’oro nel letto di un fiume, frigna, starnutisci, strabuzza.

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CONCENTRARSI E DIRIGERE LE ENERGIE  «Non ti sedere, non ti sedere, non ti sedere» visualizzando il temuto potenziale vicino che passa oltre, è un buon inizio. Se poi il mezzo di trasporto appare sovraffollato, e le chances di conservare libero il posto al proprio fianco sono ridotte ai minimi termini, tanto vale concentrarsi sul scegliere noi chi vorremmo avere come vicino. Studiate gli altri passeggeri in transito, e sfoderate il più luminoso dei sorrisi al vostro prediletto. Si può anche osare di più, e invitarlo o invitarla a sedersi accanto a voi, implicitamente o esplicitamente, accingendosi a fare spazio. Di tutte le strategie, quella positiva potrebbe davvero essere la vincente: basta crederci, e non dimenticarsi mai che gli incontri con le altre persone, anche e soprattutto quelle molto diverse da noi, sono una delle cose più meravigliose del viaggiare.

Carola Traverso Saibante
2 dicembre 2012 | 15:33

McAfee: «È stato arrestato al confine tra Belize e Messico»

Corriere della sera

La notizia sul blog aperto dal milionario che era fuggito. La polizia lo vuole interrogare per l'omicidio di un connazionale

 2John McAfee, creatore del celebre programma antivirus che porta il suo nome e ricercato per omicidio, è stato arrestato al confine tra il Belize e il Messico. A riferirlo è lo stesso sito creato da McAfee per difendersi da accuse ritenute ingiuste. Le autorità del Belize affermano di voler interrogare l'uomo in relazione all'assassinio di Gregory Full, 52 anni, suo vicino di casa ad Ambergris Caye. McAfee ha sempre assicurato di non aver nulla a che vedere con l'omicidio, dell'uomo, ucciso da uno sparo alla testa.



Redazione Online 2 dicembre 2012 | 10:56

Se Facebook parla portoghese e arabo

Corriere della sera
di Daniele Sparisci


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Nel sesto“continente”, quello virtuale  di Facebook (ma poi in fondo nemmeno troppo virtuale) l’italiano è l’ottava lingua più parlata. Prima dell’arabo e del cinese, ma dopo tedesco e francese e soprattutto dopo il portoghese. Inglese e spagnolo sono inavvicinabili. A rivelarlo è uno studio della società di consulenza Social Baker  che prende in esame i dati degli ultimi due anni: il social network fondato da Mark Zuckerberg è oggi disponibile in 70 diverse lingue, ma a ben vedere quelle dominanti sono  una decina poco più.


La conquista di nuovi territori  procede velocemente fuori dalla sfera anglosassone: fra i paesi che registrano i tassi di crescita più elevati ci sono Messico, Brasile e Indonesia, realtà economiche e industriali  ormai di primo piano in un’economia sempre più globalizzata. Dove il livello di partecipazione ai social è un importante indicatore, utilizzato dalle multinazionali per capire dove e come promuovere prodotti e  messaggi pubblicitari. L’esempio del portoghese è emblematico: dopo l’arabo è l’idioma con la più veloce percentuale di sviluppo su Facebook.

Se nel 2010 gli account erano poco più di sei milioni ora hanno superato i 52 milioni. Per avere un termine di paragone basta citare l’italiano: il “salto” nello stesso periodo è stato da 16 a 23 milioni,  insomma è una crescita più lenta di altri.
Impossibile reggere il confronto con il Brasile per numeri prima di tutto ma anche per vitalità economica: negli ultimi sei mesi gli iscritti a Facebook nel paese verde-oro sono aumentati di 13 milioni. Stessa situazione in Indonesia, quinta lingua più diffusa sul social. E in Europa? A tirare la volata anche qui è la Germania con oltre 30 milioni di profili creati negli ultimi due anni.

Il “Grande fratello” entra in Vaticano

La Stampa

Vatileaks, ogni dipendente sarà fornito di un badge con microchip per essere sempre rintracciabile

andrea tornielli
citta’ del vaticano


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Il monsignore con il clergyman impeccabile e il passo veloce, dopo aver salutato la guardia svizzera in grand’uniforme, lancia uno sguardo sconsolato alle due macchinette per strisciare i badge che si trovano oltre la porta incorniciata di marmo: dal primo gennaio prossimo, chi entra o esce dovrà far passare il nuovo tesserino magnetico identificativo dotato di un chip in grado di localizzare in ogni momento il suo proprietario. 

Città del Vaticano, palazzo apostolico, corridoio affrescato della terza loggia: aumentano i controlli nella cabina di regia della Santa Sede, la Segreteria di Stato. E non soltanto sugli orari. Da Raffaello al Grande Fratello. È soltanto uno degli effetti di Vatileaks, la fuga di documenti riservati dall’appartamento papale che ha modificato forse per sempre il lavoro quotidiano nei sacri palazzi. Archivi blindati, maggiori controlli per chi vuole visionare i dossier, obbligo di dichiarare che cosa si fotocopia. Nuove e più severe regole anche nella piccola comunità familiare di Benedetto XVI, con la stanza dei segretari particolari divenuta off limits per evitare il ripetersi di «fughe».

Il primo sms della storia: «Buon Natale»

Corriere della sera

Neil Papworth lavorava alla Vodafone, scrisse semplicemente gli auguri: «Non pensavo di diventare famoso»

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«Merry Christmas». Buon Natale. Non avrà il tono epico di «un piccolo passo per un uomo...», ma anche questa è una frase storica: quella del primo sms, il 3 dicembre di vent'anni fa. Quel messaggio fu, a suo modo, un grande passo per il genere umano. Che avrebbe conosciuto, da allora, un ulteriore sviluppo del pollice opponibile, esercitandosi su tasti grandi come quelli di un telecomando prima di affinare la mira per gli schermi touch . Una nuova costrizione, quella dei 160 caratteri, avrebbe educato l'uomo alla sintesi, aprendo anche a orrori linguistici ( c 6 x axitivo? ). Twitter sarebbe arrivato 13 anni e 3 mesi dopo. Ma, soprattutto, da quel giorno i telefoni non sarebbero serviti più soltanto a telefonare.

Ma se quel «Merry Christmas» era così pregno di storia, l'autore lì per lì non se ne era accorto. «Per me era solo un normale giorno di lavoro», racconta al Corriere Neil Papworth: «Avevo 22 anni, ero nella sede Vodafone a Newbury, in Inghilterra. Lavoravo per Sema Group, che stava mettendo a punto il sistema. Ero nervoso come accade quando si prova un nuovo prodotto. Il destinatario, Richard Jarvis, era a una festa di Natale. Così scrissi un messaggio di auguri, che comparve sul suo telefono».

Sollevato per l'esito del test, Papworth tornò a casa. E per dieci anni quasi non fece caso al fatto di essere stato il primo uomo ad aver inviato un sms. Lo capì, improvvisamente, il 3 dicembre del 2002. «Ero a Madrid per lavoro e mi contattarono in molti. La prima fu la Bbc . Non riuscii a parlare con loro, ero troppo indaffarato». Arrivarono chiamate da tutti i continenti per il decimo anniversario dell'sms: da Sun , Times of India , Montreal Gazzette . Poi interviste radio-tv e perfino un'apparizione nello spot del Super Bowl, la finale evento del football Usa.

Il suo nome era una «risposta esatta» nello storico telequiz Jeopardy! , il «Rischiatutto» americano. Oggi Papworth vive in Canada e si occupa di informatica: «L'sms è il mio metodo preferito di comunicare. Mezzo veloce e semplice per dare informazioni agli amici sparsi per il mondo, come quando sono nati i miei tre figli». Il 3 dicembre 1992 utilizzò un computer per l'invio: i telefoni ancora non prevedevano lettere sulla tastiera. Il primo messaggio da telefono arrivò all'inizio del 1993, lo digitò Riku Pihkonen, finlandese, stagista alla Nokia.

Gli «storici» concordano a dare a Papworth il primato. E la sua vicenda ben riflette la nascita di questo servizio, nato quasi per caso. Ideato per inviare informazioni dai gestori ai clienti, nessuno all'inizio pensò che sarebbe potuto servire per la comunicazione tra privati. Invece la diffusione fu impressionante: nel 2000 nel mondo sono stati inviati 17 miliardi di sms, 500 miliardi nel 2004 e 4.100 miliardi nel 2008. Per l'Agcom in Italia sono stati inviati, nel 2011, 89 miliardi di sms.

Numeri ancora in crescita nel primo semestre del 2012: +8,8%, 48 miliardi di messaggi da gennaio a giugno. Alla soglia dei 20 anni, però, l'sms deve affrontare la sua sfida più grande, quella lanciata da servizi come Whatsapp e iMessage, che permettono di inviare messaggi utilizzando la rete dati, con un costo così ridotto da risultare quasi gratuito. Negli Stati Uniti ha già subito una contrazione: -3% nel terzo trimestre dell'anno.

Il servizio è ancora tenuto in vita dalla sua universalità: funziona con tutti i telefoni e gli operatori, anche quando la copertura Internet non c'è. Certo, nei prossimi anni il numero di smartphone (secondo Eurispes la metà degli italiani già ne possiede uno) crescerà ancora, così come la copertura 3G. Sarà un anniversario difficile quello dell'sms. Ma fino a oggi ha accompagnato gli auguri alle nostre feste, ci ha fatto dannare per invii sbagliati (è irreversibile...) e sorridere per i messaggi ricevuti al momento giusto. Ha persino aiutato a raccogliere fondi per le zone colpite dal terremoto. Ci sono tutte le ragioni per augurargli buon compleanno.

Renato Benedetto
2 dicembre 2012 | 10:38

La figlia segreta di Mitterand: «Quando papà imitava la gallina»

Corriere della sera

A 6 anni le dissero che non doveva gridare nel cortile della scuola:«mio padre è presidente della Repubblica!»
Dal nostro corrispondente STEFANO MONTEFIORI


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PARIGI - Quando lei era ancora bambina, in cucina il papà François Mitterrand nascondeva un uovo dietro la schiena e poi lo tirava fuori esclamando «Sorpresa, sono una gallina!». Qualche anno dopo, Mazarine faceva la parte di Sue Ellen Ewing e Mitterrand impersonava il cattivo JR, in una recita casalinga di Dallas ripresa dallo zio (filmino mostrato in tv, lui pessimo attore va detto). Mazarine Pingeot è stata per anni la figlia segreta del grande presidente della Repubblica francese, e dopo una lunga fase di riservatezza ha scelto adesso di raccontare la vita con il padre, offrendo aneddoti e storie personali in frequenti apparizioni televisive e nel libro Bon petit soldat .

Il «bravo soldatino» è lei, ubbidiente quando a sei anni le spiegano che deve smetterla di gridare «il mio papà è presidente della Repubblica!» nel cortile della scuola, all'indomani della storica vittoria del maggio 1981. La Francia scoprì l'esistenza della seconda famiglia di Mitterrand, formata dalla curatrice al Museo d'Orsay Anne Pingeot e dalla figlia Mazarine, quando Paris Match pubblicò in copertina la celebre foto all'uscita del ristorante Le Divellec, a Parigi, il 10 novembre 1994. L'altro scatto diventato parte della storia nazionale è quello dei funerali, l'11 gennaio 1996, quando le due famiglie si riunirono per dare l'addio al patriarca.

La doppia vita di Mitterrand è tornata in primo piano di recente, quando François Hollande ha fatto dell'eredità del primo presidente socialista della V Repubblica una delle armi per sferrare la corsa all'Eliseo. Il 15 maggio scorso, alla cerimonia per l'insediamento, Mazarine Pingeot era tra gli invitati e ha potuto entrare - «per la prima volta dall'ingresso principale, senza nascondermi» - nel palazzo che tanto frequentò da bambina, quando sgattaiolava attraverso una porta secondaria direttamente negli appartamenti privati del padre, per cenare con lui accanto al camino.

A 37 anni, docente di filosofia all'Università Paris 8, madre di Astor (7), Tara (5) e Marie (2) e compagna del regista di documentari Mohamed Ulad-Mohand, Mazarine Pingeot stila finalmente l'inventario della prima parte della sua vita, quella in cui le poteva capitare di ricevere in regalo una bicicletta, e veniva accompagnata a provarla dagli otto uomini della scorta, in bicicletta pure loro. Gli anni non hanno raddolcito Mazarine, sguardo benevolo e frase assassina, proprio come il padre. «La coppia formata dai miei genitori era quella reale, anche se non pubblica - scrive in Bon petit soldat -.

Erano loro a ritrovarsi ogni sera, nel segreto dell'appartamento sul quai Branly. Quindi quando sento il sindaco Bertrand Delanoë annunciare che intitolerà la piazzetta di rue de Bièvre (residenza della coppia ufficiale, ndr ) square Danielle et François Mitterrand , vengo presa da una punta di amarezza: la menzogna si perpetua, lo spirito piccolo borghese vince sulla verità delle coppie. Mi vergogno per loro. Le convenzioni sociali hanno sempre la meglio». E ancora: «Sono stata amata, sì, ma sapendo, ed è naturale, che la mia sorella rivale, la Francia, era più importante».

Solo che per la sorella rivale, la Francia, nel frattempo sono arrivati tempi difficili, di crisi economica e alta disoccupazione, tempi poco propizi al lamento di una celebrità, sia pure dalla storia personale complicata e benedetta da un Hollande che tiene molto a tendere un filo tra la presidenza Mitterrand e la sua. Così il libro, più che recensito, viene stroncato. «Cresciuta all'ombra di una figura paterna soffocante, Mazarine Pingeot cerca di catturare un po' di luce uccidendo il padre», si legge sul settimanale pur di sinistra Les Inrockptibles , che riassume l'insofferenza diffusa per il tono dolente della ragazza, che ha vissuto a lungo in dimore, e privilegi (dall'autista alla scorta), pagati dallo Stato. Fu François Mitterrand a usare le risorse pubbliche e gli uomini dei servizi per tenere segreta una delle sue due vite. Ma è alla figlia Mazarine, al «bravo soldatino», che adesso viene rinfacciato.

Stefano Montefiori
2 dicembre 2012 | 10:55

Lo psichiatra killer voleva i danni dallo Stato

Enrico Lagattolla - Dom, 02/12/2012 - 07:50

Reo confesso. Omicida di un collega. Condannato alla reclusione in una casa di cura perché «incapace di intende e volere» al momento del delitto.

 

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La storia di Arturo Geoffroy è la discesa agli inferi di un brillante psichiatra. Da stimato professionista a vagabondo travolto dall'odio, rintanato nella sua auto come un senzatetto, vittima dei suoi stessi fantasmi, convinto che una congiura l'avesse allontanato dal suo lavoro, e finendo per uccidere Lorenzo Bignamini, lo psicologo che ne stava curando i disturbi mentali.

Ma il baratro nel quale era sprofondato - sostiene ora Geoffroy - era dovuto allo stress accumulato proprio a causa della sua attività, e a due aggressioni subite da altrettanti pazienti, nel 1992 e nel 1997. Per questo l'ex psichiatra ha fatto ricorso al Tar, chiedendo che gli venisse riconosciuto un risarcimento da parte dell'Asl e dell'Inail, spiegando come la sua fosse una malattia professionale. Niente da fare, gli hanno risposto i giudici del tribunale amministrativo. Tempo scaduto. Quel ricorso, per essere quantomeno trattato, doveva essere presentato più di 12 anni fa.

Perché la domanda di risarcimento di Geoffroy, assistito dagli avvocati Gianfredo Giatti e Angelo Convertini, risale al 21 luglio del 2010. L'ex medico chiedeva «l'accertamento del proprio diritto di tutti i danni, patrimoniali e non patrimoniali, da parte di Als e Inail, in seguito all'insorgere di una malattia professionale legata alla sua attività di psiachiatra presso il centro psicosociale di via Settembrini 22 a Milano, incardinato presso l'Ussl (ora Asl, ndr) 38» del capoluogo lombardo.

Motivo del ricorso? «In seguito a due aggressioni subite nel corso di un quinquennio (nel 1992 e nel 1997), in ragione della sua attività lavorativa», Geoffroy «sviluppava una malattia che, costringendolo ad assentarsi per lunghi periodi dal lavoro, ne causava altresì il licenziamento» a partire dal 21 aprile del 1999. Richiesta bocciata. Spiegano infatti i giudici che simili controversie «relative a questioni attinenti al periodo del rapporto anteriore alla data del 30 giugno 1998 devono essere proposte, a pena di decadenza, entro il 15 settembre 2000». Dunque, il procedimento è fuori tempo massimo.

L'ennesimo colpo per un uomo che aveva conosciuto il successo professionale, psichiatra stimato che ormai 15 anni fa inizia a manifestare i primi segni di squilibrio mentale. Nel 1999 viene radiato dall'Ordine dei medici, nel 2001 internato con trattamento sanitario obbligatorio all'ospedale San Paolo, dove Lorenzo Bignamini svolge attività di medico. E contro Bignamini sporge denuncia per sequestro di persona. Denuncia che viene archiviata. Nasce così in lui l'idea del complotto. Geoffroy compila una lista in cui compaiono i nomi di colleghi, magistrati, forze dell'ordine. Tutti i congiurati. E, in cima a quella lista, Bignamini. Che uccide nell'estate del 2003 colpendolo a morte con un coltello e una balestra.

Il nucleare compie 70 anni (ma l'ipocrisia non ha età)

Franco Battaglia - Dom, 02/12/2012 - 09:36

Nel 1942 Enrico Fermi produsse la prima reazione a catena controllata. Oggi ha vinto chi quell'energia non la vuole. Ma poi la compra in Francia


Il 2 dicembre ricorrono 70 anni dalla prima reazione nucleare a catena controllata in laboratorio. L'annuncio riservato dell'evento occorse in una conversazione in codice, tra il fisico Arthur Compton - premio Nobel già dal 1927 - e James Conant, Presidente del Comitato di Difesa Nazionale americano: «Il navigatore italiano è approdato nel nuovo mondo», annunciò Compton.


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«E come hanno reagito gli indigeni?» chiese Conant. «Tutti abbiamo toccato terra sani e salvi», rassicurò il fisico.
Quel navigatore era Enrico Fermi. Ma il viaggio iniziò nel 1932 con la scoperta del neutrone, di cui già dal 1920 il fisico Ernest Rutheford suggeriva l'esistenza. La scoperta avvenne in modo accidentale, come ogni tanto avviene, nel 1928, ma solo nel 1932 si capì che si era scoperto il neutrone.

Dopo quella scoperta, colpire la materia con fasci di neutroni divenne, nei laboratori di fisica, una moda. Ma non capricciosa: i neutroni, essendo appunto neutri, non subiscono la repulsione elettrostatica da parte dei nuclei della materia e risultano pertanto ideali per penetrare, letteralmente, nell'intimità della materia stessa. Fu proprio Fermi il leader mondiale in questa ricerca: il suo gruppo di Roma intraprese il programma sistematico di bombardare con neutroni gli elementi della tavola periodica.

Nel 1934 giunsero all'uranio, elemento che si mostrò generoso di novità: bombardandolo con neutroni, si generarono numerosi altri prodotti radioattivi. Fermi si fece l'opinione che si trattasse di elementi più pesanti dell'uranio e, sebbene fosse fallito ogni tentativo di dimostrarla, quell'opinione era dominante ancora nel 1938, anno in cui gli fu conferito il Nobel, appunto, «per aver scoperto la radioattività artificiale indotta da bombardamento con neutroni».

A dire il vero, Ida Noddack, una chimica tedesca, aveva suggerito che si formassero elementi leggeri e che Fermi fosse in errore. Ma, vuoi perché era una donna, vuoi perché era una chimica, vuoi perché era poco nota, vuoi - soprattutto - perché non forniva prove convincenti a quel suo radicale suggerimento, essa fu ignorata. Piaccia o no, la Scienza procede anche così (ed è giusto così).
Ci vollero altri chimici e un'altra donna per svelare il mistero. Nel 1938 i chimici tedeschi Otto Hahn e Fritz Strassman dimostrarono che uno dei prodotti del bombardamento dell'uranio con neutroni era il bario, un elemento molto più leggero.

La cosa era inspiegabile, perché inspiegato era il processo che consentiva al piccolo neutrone di rompere un nucleo atomico. Hahn ne scrisse all'amica e collega Lise Meitner, una viennese di origini ebree e che già quello stesso anno si era dovuta rifugiare a Stoccolma per sfuggire alle persecuzioni naziste. Lise mostrò la lettera di Hahn al proprio nipote, Otto Frisch, anch'egli fisico. Il giorno di Natale, durante una passeggiata sulla neve, zia e nipote visualizzarono il processo: colpito dal neutrone, il nucleo si comportava come una goccia di liquido che si allungava fino a spezzarsi in due nuclei più piccoli; che poi, per repulsione elettrostatica, si allontanavano rapidamente l'uno dall'altro con energia che calcolarono, correttamente, di circa 200 MeV.

Chiamarono quel processo nuclear fission, mutuando il termine dalla biologia, che lo usava già per la scissione cellulare. Otto Hahn pubblicò da solo i risultati e nel 1944 fu insignito del Nobel per la chimica «per aver scoperto la fissione dei nuclei pesanti». Curioso che Lise Meitner non fosse stata ringraziata da alcuno per il suo ruolo determinante in quella scoperta. Non ci volle molto a rendersi conto che dal nucleo spezzato si producevano anche neutroni secondari, facendo così sorgere il sospetto-speranza che questi avrebbero potuto innescare una reazione a catena capace di produrre enormi quantità d'energia.

Per la conferma ci vollero altri 4 anni. A Chicago Fermi costruì il primo reattore nucleare, privo di schermo di protezione e di sistema di raffreddamento. Le barre di cadmio che controllavano il decorso della reazione furono rimosse una alla volta finché si raggiunse, con la criticalità, anche il decorso a catena della reazione stessa. Erano le 3.25 pomeridiane del 2 dicembre 1942. Dopo mezz'ora Fermi stesso reinserì le barre di cadmio, la reazione si fermò, e Compton informò i militari.

Che finanziarono il progetto Manhattan, il cui successo pose fine alla guerra. Fermi fu costretto a scappare dall'Italia per ragioni razziali (la moglie era ebrea), cioè per l'ignoranza e prepotenza della dittatura. Fosse stato in Italia, oggi l'avrebbero fatto scappare lo stesso per l'ignoranza e prepotenza della folla. Priva di cervello come tutte le folle, essa è paga di sé stessa per aver detto di no, con urla sguaiate, all'elettronucleare, salvo poi tacere a sé stessa di acquistarlo a caro prezzo da Oltralpe.

El pozolero», l'uomo che ha dissolto nell'acido almeno 50 persone

Corriere della sera

Arrestato dalla polizia messicana. Ha distrutto i corpi per conto  del cartello dei narcos bruciandoli con legna e gasolio

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WASHINGTON - Il suo nome è Eladio Rodriguez, detto «Lalo La Papaya», 39 anni. Per la polizia messicana non solo è un assassino ma è anche un «pozolero», un distruttore di corpi per conto del cartello dei Los Zetas. Rodriguez, che è stato catturato il 29 novembre a nord di Monterrey, ha confessato i dettagli della sua attività criminale. Per far sparire i cadaveri di avversari o persone a lui sconosciute - almeno 50 - aveva costruito una struttura piuttosto semplice: un contenitore di metallo dove gettava i corpi, quindi aggiungeva legna e gasolio. Poi appiccava il fuoco. Da qui il soprannome di «El pozolero», ossia colui che prepara la zuppa.

IL BOSS - Rodriguez agiva agli ordini di El Vago, il capo di una cellula dei Los Zetas smantellata questa estate. Era il boss ad avvertirlo quando c’erano cadaveri da eliminare e lui eseguiva senza alcuna esitazione. La cattura dell’uomo ha accompagnato nuove indagini su altro «pozolero», ben più noto: Santiago Meza, arrestato nel 2009 in Baja California. Secondo gli inquirenti ha sciolto nell’acido e in piccole fosse non meno di 300 individui. Da alcuni giorni gli agenti hanno ripreso a scavare in un campo dove l’uomo aveva organizzato una delle sue basi. Sembra che siano stati recuperati i resti di un centinaio di persone fatte sparire da Meza su ordine di Teodoro Garcia Simentel, alias «El Teo».


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LE ALTRE OPERAZIONI - Questa è la terza operazione legata al suo caso. Gli agenti, già tre anni fa, avevano condotto ricerche in un paio di terreni nella zona di Tijuana e avevano rinvenuto le tracce ossee di molte vittime. Meza era instancabile nel suo “lavoro” in cambio del quale riceveva 600 dollari a settimana. Rodriguez e Mesa sono solo alcuni dei tragici protagonisti della narco-guerra messicana. Un conflitto che non conosce pause e attende risposte precise da parte delle autorità. Dopo sei anni di presidenza Calderon, segnata dall'intervento dell'esercito nella lotta ai trafficanti e da oltre 100 mila morti, si e' insediato ieri il neo presidente Enrique Pena Nieto che ha assicurato nuovi sforzi per pacificare il paese. Ma sono promesse che i messicani hanno sentito troppe volte e forse temono che ci sia poco da fare contro un nemico troppo radicato sul territorio.


Guido Olimpio
@guidoolimpio2 dicembre 2012 | 9:59

Inps, trentuno centesimi di pensione per una 65enne madre di dodici figli

Libero

La donna si è vista recapitare a casa l'assegno dell'Istituto di previdenza: 1,05 euro compresi arretrati e tredicesima


Sconsolata la neo pensionata ha commentato:  "Hanno speso più di carta e francobollo. Sarebbe stato meglio se me l'avessero negata"

Giusto un caffè potrà comprare la signora Maria Carroni con quell'assegno che l'Inps, dopo tante richieste, le ha spedito. Un euro e cinque centesimi c'è scritto sull'assegno che la sessantacinquenne, madre di 12 figlie, si è vista recapitare nella sua casa di Torpè. A tanto ammontano secondo l'Istituto di Previdenza gli arretrati da luglio a settembre, la rata di ottobre e la quota di tredicesima della sua pensione sociale: in pratica 31 centesimi al mese.

Che aggiunti al reddito del marito (700 euro per la pensione di vecchiaia, due assegni familiari e l'indennità di accompagnamento per un figlio disabile) fanno la bellezza di 1.400, 31 euro. In pratica dieci euro al mese per ciascuna persona di quella numerosa famiglia (sono in 14). "Hanno speso più di carta e francobollo. Sarebbe stato meglio se me l'avessero negata", ha commentato sconsolata la nuova pensionata sociale. "Dopo una vita dedicata alla famiglia, questo è quello che lo Stato mi ha riconosciuto - ha aggiunto Maria Carroni - provo solo tanta rabbia e incredulità".

Da De Benedetti a Marchionne i dieci "paperoni" italiani che hanno preso casa in Svizzera

Libero

I più ricchi tra i connazionali espatriati sono i Perfetti dei dolciumi, con un patrimonio tra i 3 e i 4 miliardi di franchi. L'ad Fiat è "solo" l'ultimo della lista

In classifica anche Margherita Agnelli, che per rinunciare a tutti i diritti sulla Fiat ha incassato, tra beni e capitali, 1,2 miliardi di dollari  Ci sono i Perfetti delle gomme da masticare 'Brooklyn'), i Fossati eredi dell'inventore del dado Star, i Carozza dei trattori Same, gli Zegna della moda. E poi De benedetti, Marchionne, Margherita Agnelli. Nella classifica dei 300 paperoni di Svizzera, scrive il Sole 24Ore, ci sono anche 10 italiani. (Un franco svizzero vale 0,8 euro).


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Famiglia Perfetti - Il gruppo Perfetti Van Melle è il numero tre al mondo nel settore dolciario (tra i suoi prodotti ci sono i chewingum a marchio 'Brooklyn'). L'azienda ha raggiunto un fatturato di oltre € 2 miliardi nel 2010. La decisione, presa ormai 20 anni fa, di aggredire i mercati asiatici in via di sviluppo, ha dato ottimi frutti. E ha permesso ai fratelli Augusto e Giorgio Perfetti di preservare il loro patrimonio.
Patrimonio 2011: tra 3 e 4 miliardi di franchi svizzeri

Margherita Agnelli - Nel 2003, con la morte dell'avvocato Giovanni Agnelli, si è aperta una lotta per la successione nel gruppo Fiat. A seguito di un patto di famiglia, sua figlia, Margherita Agnelli de Pahlen, ha incassato circa 1,2 miliardi di dollari, tra beni e capitali. In cambio, ha rinunciato a tutti i diritti della casa automobilistica italiana, lasciando il potere a suo figlio maggiore John Elkann. A 56 anni, Margherita Agnelli vive nel cantone di Vaud con il suo secondo marito Serge de Pahlen.
Patrimonio 2011: tra 1,5 e 2 miliardi di franchi svizzeri

Carlo de Benedetti - A breve, l'ingegnere potrebbe ricevere 560milioni di euro: a tanto ammonta il risarcimento danni che Fininvest dovrà versare in seguito alla sentenza di condanna che, salvo colpi di scena in appello, potrebbe mettere fine alla causa sul lodo Mondadori.
Patrimonio 2011: tra 1,5 e 2 miliardi di franchi svizzeri

Famiglia Malacalza - Ha incassato oltre un miliardo di euro per la vendita, nel 2007, del suo gruppo siderurgico Trametal. In seguito, Mattia Malacalza ha consolidato la partecipazione della famiglia nel Gruppo Pirelli. Questa estate ha avviato i lavori per edificare la sua nuova casa in Engadina.
Patrimonio 2011: tra 1,5 e 2 miliardi di franchi svizzeri

Famiglia Zegna - E' oggi uno dei marchi di moda più popolari al mondo, celebre per i suoi abiti da uomo di alta gamma. Quasi la metà del volume delle vendite è prodotto in Asia: recentemente, la famiglia Zegna ha aperto nuovi negozi in Cina e Hong Kong. Con Gildo, Paolo, Anna, Benedetta e Laura Zegna, l'azienda è rimasta fino ad oggi un'impresa di famiglia.
Patrimonio 2011: tra 1 e 1,5 miliardi di franchi svizzeri

Famiglia Fossati - Gli eredi dell'inventore del dado Star attraversano un periodo difficile a causa della loro partecipazione in Telecom Italia. Attraverso la Findim, la famiglia Fossati detiene il 5% dellla società di Tlc italiana. Quest'anno, il valore delle sue azioni è crollato. Nel 2011 le sorelle Daniela e Stefania Fossati hanno ricapitalizzato la società versando 210 milioni di euro.
Patrimonio 2011: tra 1 e 1,5 miliardi di franchi svizzeri
Vittorio Carozza - Nel 2011, Same Deutz-Fahr, la società presieduta dalla famiglia  Carozza, ha registrato un rosso di 12 milioni, che si aggiungono ai 48 dell'anno precendente. Le vendite si sono ridotte del 2,5%, a 855 milioni di euro. Le pesanti perdite degli ultimi due anni hanno ridotto il patrimonio di famiglia di diverse centinaia di milioni di euro.
Patrimonio 2011: tra 900 milioni e 1 miliardo di franchi svizzeri

Carlo Crocco - Vive a Lugano, dove ha preso la cittadinanza, Carlo Crocco, 69 anni, risiede e vive a Lugano. Lì ha fissato la sede della fondazione no-profit Hand in Hand che presiede con, al suo fianco, la figlia Margherita, 32 anni.
Patrimonio 2011: tra 300 e 400 milioni di franchi svizzeri

Famiglia Macaluso - Dopo la morte di Luigi Macaluso, artefice della rinascita della Girard-Perregaux, casa di zzz fondata nel 1791 con un fatturato di circa 200 milioni di franchi, la gestione dell'azienda è stata affidata al gruppo Ppr. La famiglia Macaluso rimane comunque molto presente in azienda, sia con Monica Mailander Macaluso, moglie di Luigi, vice presidente del consiglio, che con i due figli Stefano e Massimo, come direttori, rispettivamente, di Girard-Perregaux e JeanRichard.
Patrimonio 2011: tra 100 e 200 milioni di franchi svizzeri

Sergio Marchionne - In questi mesi è impegnato nel tentativo di accelerare la fusione tra il gruppo americano Chrysler e Fiat, che potrebbe sancire definitivamente la non centralità del mercato italiano per l'attività del gruppo automobilistico torinese. Marchionne è anche membro del Consiglio del gigante Usa del tabacco Philip Morris. Vanta un patrimonio compreso tra 100 e 200 milioni di franchi svizzeri.
Patrimonio 2011: tra 100 e 200 milioni di franchi svizzeri

Vaticano, giro di vite del Papa sul settore della carità: nuove regole e più coerenza

Il Messaggero
di Franca Giansoldati


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CITTA’ DEL VATICANO - Il Papa ha pubblicato la prima legge quadro che uniforma l’intero settore della carità. Un provvedimento atteso da tempo, resosi necessario visto che diversi organismi attivi nel mondo - soprattutto negli Stati Uniti - continuavano a fregiarsi del titolo «cattolico» senza però possedere la necessaria coerenza, nè la prevista obbedienza al Magistero. Da ora in poi spetterà ai vescovi locali controllare maggiormente l’attività caritative delle associazioni. Il Motu proprio è stato firmato lo scorso 11 novembre, si chiama «De caritate ministranda» e riguarda il «servizio della carità e il ruolo dei vescovi nell'amministrarla attraverso le Caritas e altri enti caritatevoli».

Niente soldi di dubbia provenienza. Tra le novità introdotte anche il divieto per le strutture caritative esistenti di accettare contributi finanziari che possano derivare da «iniziative che, nella finalità o nei mezzi, non corrispondano alla dottrina della Chiesa». Per intenderci, se fosse viva Madre Teresa non potrebbe più accettare denaro dall’ex dittatore Duvalier nè offerte da Charles Keating, il truffatore del fondo Lincoln Savings and Loans.


I volontari devono essere cattolici doc. Il provvedimento papale trae spunto da una denuncia che lo stesso Benedetto XVI ha fatto nell'enciclica «Caritas in veritate» relativamente alle lacune normative ancora esistenti in materia. Tutte le realtà cattoliche da ora in poi «sono tenute a selezionare i propri operatori tra persone che condividono, o almeno rispettano, l'identità cattolica di queste opere». Quanto al vescovo, è suo dovere (articolo 9) di «evitare che in questa materia i fedeli possano essere indotti in errore o in malintesi, sicché dovranno impedire che attraverso le strutture parrocchiali o diocesane vengano pubblicizzate iniziative che, pur presentandosi con finalità di carità, proponessero scelte o metodi contrari all'insegnamento della Chiesa».

Occhio ai conti. Egli deve vigilare (articolo 10) anche sui costi, «affinché stipendi e spese di gestione, pur rispondendo alle esigenze della giustizia ed ai necessari profili professionali, siano debitamente proporzionate ad analoghe spese della propria curia diocesana». Inoltre se vengono fatte raccolte di fondi per determinati progetti, dovrà vigilare sull’effettiva realizzazione di questi progetti. E, ancora, è tenuto (articolo 11) «a rendere pubblico ai propri fedeli che se l'attività di un determinato organismo di carità non risponde più alle esigenze dell'insegnamento della Chiesa, si proibisca l'uso del nome cattolico».

Coerenza e obbedienza. Il Motu proprio prevede, al primo articolo, che le iniziative collettive di carità «seguano nella propria attività i principi cattolici e non accettino impegni che in qualche misura possano condizionare l'osservanza dei suddetti principi». Anche gli organismi e le fondazioni promossi con fini di carità dai religiosi (suore, frati, ecc.) «sono tenuti all'osservanza delle presenti norme». Infine è dovere del vescovo e dei parroci evitare che i fedeli possano essere indotti in errore «sicché dovranno impedire che attraverso le strutture parrocchiali vengano pubblicizzate iniziative che, pur presentandosi con finalità di carità, proponessero scelte o metodi contrari all'insegnamento della Chiesa».


Sabato 01 Dicembre 2012 - 19:05
Ultimo aggiornamento: 21:40

Lettera a un figlio che occupa

Corriere della sera

Stessi slogan di 40 anni fa e la corporazione degli occupanti
Mio figlio, IV ginnasio, ha occupato la sua scuola. In quei giorni, il tema delle conversazioni con gli amici era: e i tuoi figli hanno occupato? Certo che sì! Bene, giusto, sono esperienze significative.


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A un certo punto, nell'attesa, ho anche pensato di scrivere una lettera aperta a mio figlio e agli altri occupanti: cari ragazzi vi scrivo, del resto, il suddetto genere va di moda. L'antefatto: martedì 20 novembre e per circa una settimana, il liceo classico Manara è stato occupato. Mio figlio, IV ginnasio, ha occupato. Mica da solo. In quei giorni, il tema delle conversazioni con gli amici era: e i tuoi figli hanno occupato? Certo che sì!

 Bene, ottimo, giusto, e poi sono esperienze significative. Così commentavamo. Ora, buona parte dei miei amici fa il mio stesso lavoro: giornalista, scrittore, sceneggiatore, intellettuale in senso lato. E fin qui tutto bene. Allora, accade che alcuni miei amici vengono chiamati dal collettivo, cioè dai figli. Brivido. Processi alla classe intellettuale? No, in quanto scrittori, sceneggiatori, intellettuali ecc, gli si chiede un intervento, tipo lezioni alternative. Ah, bello, queste sì che sono esperienze significative per uno scrittore ecc. Bene, ho pensato, magari chiamano anche me. E appunto, nell'attesa, mi è venuta l'idea di scrivere la suddetta lettera. Avevo pensato un breve prologo, nel quale segnalavo somiglianze e differenze con le occupazioni degli anni passati. Per esempio, alcune parole d'ordine.

Durante un'occupazione nei primi anni 80, al liceo scientifico Diaz di Caserta, per protestare contro il pietoso stato in cui versava la mia scuola, scrissi sui muri: è più criminale fondare una banca che rapinarla. Negli anni successivi, ci fu la Pantera, ossia il movimento studentesco che si opponeva sia alla riforma Ruberti sia protestava contro il solito pietoso stato in cui versava l'istituzione scolastica, e bene, durante un corteo, l'ala dura del movimento mise su, tra gli applausi, uno striscione con su scritto: è più criminale fondare un banca ecc.

Durante l'ultima protesta, quella contro la legge Gelmini mi trovai a parlare con degli studenti i quali oltre a farmi notare il chiaro stato pietoso in cui versava la loro scuola, espressero pareri molto chiari contro le multinazionali e poteri forti. L'ala dura del movimento poi mi segnalò un libro che dovevo leggere: «Impero» di Toni Negri e Michael Hardt. Qui, tra parentesi, ebbi un deja vu , perché, appunto, ai miei tempi, al liceo scientifico Diaz, durante l'occupazione, venne in visita un professore, guarda caso, molto amico di Toni Negri che ci parlò del Sim. Non la sim, carta telefonica, ma il Sim, lo Stato imperialista delle multinazionali.

Il deja vu mi confuse allora, e la confusione aumentò quando seppi che Francesco Cossiga aveva partecipato, entusiasta, alla presentazione del libro «Impero», al piccolo Eliseo di Roma. Fin qui le somiglianze. Una differenza c'era però. Quando occupavo mi trovavo a discutere con mio padre che all'epoca detestava Toni Negri e quelli che occupavano. Certe litigate. Non vi dico le querelle con i presidi, che invocavano l'intervento della Digos, della forza pubblica, i servizi segreti. Ora, non solo mio padre non detesta più gli occupanti ecc, ma io non discuto con mio figlio, tutt'altro, gli dico: sono esperienze formative. Anche gli altri padri: e si fanno corsi autogestiti di filosofia, teatro. Cose utili, no? Esperienze formative.

Lo dicono pure i presidi. E qui il dubbio: ma mica stiamo diventando tutti corporativisti. Sic: Stato imperialista delle corporazioni. Qualunque corporazione si regge anche grazie a slogan forti, così ci si riconosce nel club. E quindi la funzione critica all'interno ha pochi gradi di libertà. Che faccio? Vado a scuola e dico due parole: multinazionali e poteri forti e mi prendo l'applauso della corporazione, oppure cerco di esprimere qualche dubbio? Rischiando i fischi, si sa, a quell'età i ragazzi so' rigidi, e poi davvero lo stato della scuola è pietoso, e allora, se poi mi fischiano, rischio di deludere mio figlio? E davanti agli occupanti. Non è che per quieto vivere, e solo per questa volta, si intende, mi conviene appoggiare la corporazione? Boh? E per fortuna che non mi hanno chiamato, così ci penso un po' su, tanto la prossima occupazione è vicina, e poi, soprattutto, nel frattempo, in questo Paese gli slogan non cambiano.

Antonio Pascale

Egitto, una Costituzione deludente per i diritti umani

Corriere della sera
di Riccardo Noury



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Con un vero e proprio rush finale, tra il 29 e il 30 novembre l’Assemblea costituente ha approvato un testo che rappresenta un vero e proprio schiaffo in faccia a milioni di egiziane ed egiziani che, nella “rivoluzione del 25 gennaio” del 2011, avevano portato in piazza le loro richieste di diritti, uguaglianza e giustizia sociale. Si è chiusa così la settimana dei colpi di mano. Dapprima il decreto con cui il 22 novembre il presidente  Mohammed Morsi (nella foto) ha arrogato a sé tutta una serie di poteri. Poi questo voto frettoloso, da parte di un organo costituente privo di autentica rappresentatività, dominato dagli islamisti del Partito libertà e giustizia e del Partito della Luce e all’interno dei quale un peso discreto, al di là dell’effettivo numero di delegati, hanno mantenuto anche le forze armate.

Domani, domenica 2, la Corte suprema avrebbe dovuto decidere sulla legittimità dell’Assemblea costituente e in molti ne prevedevano lo scioglimento. Nonostante il decreto del 22 novembre avesse stabilito che nessun organismo giudiziario poteva prendere un provvedimento del genere e avesse anche prorogato per due mesi i lavori dell’Assemblea, il suo presidente Hossam El-Gheriani ha pensato bene di risolvere la questione con 19 ore di lavori non-stop in plenaria e approvazioni frenetiche dei 234 articoli, senza concedere tempo per dibattere o presentare emendamenti. Una fretta persino inutile, dato che chi avrebbe potuto presentare una visione diversa del futuro dell’Egitto si era da tempo chiamato fuori dai lavori assembleari, come i partiti di opposizione e i rappresentanti delle chiese cristiane.

Quanto alle donne, erano solo sette su 84 all’inizio e sono risultate ancora di meno alla fine. I Fratelli musulmani plaudono al voto dell’Assemblea costituente.
Vediamo nel dettaglio come vengono affrontate alcune questioni relative ai diritti umani.
La Costituzione, intanto, non riconosce la supremazia del diritto internazionale sulle norme interne e non chiarisce come l’Egitto potrà rispettare gli impegni contenuti nei trattati internazionali sui diritti umani di cui è stato parte.

I principi della shari’a, negli articoli 2 e 219, sono definiti, come ai tempi di Mubarak, rispettivamente “fonti primarie della legge” (con gran disappunto dei salafiti, che volevano fossero le fonti “uniche”) e “regole fondamentali della giurisprudenza”. Sebbene il Principio generale IV sancisca l’uguaglianza di fronte alla legge, l’applicazione dei principi della shari’a potrebbe rafforzare l’attuale discriminazione contro le donne in materia di matrimonio, divorzio e vita familiare. Sempre per quanto riguarda le donne, il Principio fondamentale VII le “onora” definendole “sorelle degli uomini”, “metà della società”, “responsabili della maternità”, “partner in tutti i traguardi e le responsabilità nazionali”. L’articolo 10 dice che lo stato dovrà conciliare i doveri familiari con il lavoro nella società.

Dal punto di vista dei diritti economici e sociali, il testo costituzionale non contiene garanzie contro gli sgomberi forzati (preoccupazione quotidiana per alcuni milioni di egiziani che vivono in insediamenti precari e abusivi) e l’articolo 70 non vieta del tutto il lavoro minorile.
La libertà di credo è pienamente consentita alle religioni monoteiste, mentre per le altre non sono previsti luoghi di culto. L’articolo 45 garantisce il rispetto della libertà d’espressione, mentre quello precedente vieta “l’insulto e l’abuso nei confronti di tutti i messaggeri e profeti”.

La tortura è espressamente proibita dall’art. 36 così come è vietato  l’uso nei processi di confessioni estorte sotto coercizione. Non vi è invece un divieto esplicito di  infliggere punizioni corporali.
A riprova del peso avuto dalla presenza delle forze armate nell’Assemblea costituente, l’art. 198 trascina nel futuro dell’Egitto quella vera e propria ferita del diritto costituita dai processi dei civili di fronte alle corti marziali: processi che erano stati all’ordine del giorno sotto Mubarak e persino di più, con oltre 12.000 casi, nell’anno e mezzo di transizione guidata dai militari del Consiglio supremo delle forze armate.

La proposta di Costituzione approvata dall’Assemblea costituente e da questa consegnata ieri sera al presidente Morsi, sarà sottoposta a referendum popolare il 15 dicembre. Non è chiaro come si svolgerà questa consultazione in assenza della supervisione giudiziaria prevista dalla Costituzione, dato che migliaia di giudici sono in sciopero a causa del decreto del 22 novembre, che ne mina l’indipendenza.

Si preparano due settimane complicate per l’Egitto.

Addio ai delfini sminatori la marina Usa «arruola» un robot

Corriere della sera

Una parte dei cetacei usati dalla Us Navy per cercare ordigni nei fondali sarà rimpiazzata da un veicolo sottomarino

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A cinquant’anni dalla creazione del «reparto speciale» di delfini sminatori, la marina militare Usa cambia rotta. Dal 2017, 24 degli 80 cetacei usati per rintracciare ordigni nei fondali oceanici, sarà sostituita da un robot. Si tratta, spiega la Us Navy, di un veicolo sottomarino a forma di siluro, lungo circa 3 metri e mezzo, dotato di un potentissimo sonar, in grado di individuare le mine con altrettanta precisione e velocità degli animali acquatici. Una buona notizia per i delfini arruolati dalla Marina Usa che tuttavia non potranno ancora godersi la meritata pensione: continueranno a venire impiegati per la sicurezza nei porti e per recuperare oggetti e materiali dai fondali.

IL PROGRAMMA - Ad oggi sono 80 i delfini e 40 i leoni marini impiegati nell’U.S. Navy Marine Mammal Program, un progetto con base a san Diego in California, avviato negli anni ’50. Dopo un iniziale periodo di sperimentazione, i mammiferi vennero per la prima coinvolti in operazioni «sul campo» durante la guerra in Vietnam. Negli ultimi anni i «war dolphins» sono stati quindi impiegati in operazioni anti-sminamento in Iraq, sia nella guerra del Golfo che nel 2003, e in Bahrein. Dopo un duro addestramento (che può arrivare fino a 7 anni), grazie ai sonar biologici di cui sono dotati, i delfini riescono a rintracciare gli ordigni inesplosi nelle acque più profonde, anche quando sono sommersi da alghe e detriti. «Ma adesso - spiega la Marina a stelle e strisce - il loro lavoro potrà essere svolto dalle macchine. I delfini sono eccezionali e forse la tecnologia non arriverà mai al loro livello, ma il loro uso comporta responsabilità e impegno oltre che una spesa di oltre 20 milioni di dollari all'anno per la Marina».

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ANIMALI IN GUERRA - L’uso di animali nelle missioni di guerra non è certo una novità. Basti pensare ai cani, abitualmente impiegati in Afghanistan, sempre per individuare mine ed esplosivi. Senza contare che il primo “soldato” ad entrare nella base di Osama bin Laden ad Abbottabad lo scorso maggio, durante il blitz dei Navy Seals che ha portato alla morte del leader di Al Qaeda, fu proprio un pastore tedesco.

LE CRITICHE - Lo sfruttamento di cani, delfini, cavalli e molti altri animali a scopi militari viene fortemente criticato dalle associazioni animaliste che sottolineano, fra le altre cose, la mancanza di dati relativi alle vittime non umane durante le missioni. Secondo la Peta ogni anno negli Stati Uniti 342mila animali (tra primati, cani, maiali, capre, pecore, conigli e gatti) vengono feriti o uccisi in esperimenti militari «top secret» condotti dal Dipartimento della Difesa. Test il cui costo è stimato in circa 225 milioni di dollari.

All’inizio dell’anno quando si tornò a parlare proprio dell’uso dei delfini nel Golfo di Hormuz (per individuare eventuali mine piazzate dagli iraniani), il filosofo australiano Peter Singer, decano dei diritti animali (suo il testo di riferimento del movimento animalista internazionale «Liberazione Animale») pubblicò un lungo editoriale sul «Guardian» per condannare l’impiego dei cetacei in guerra. «Gli Stati Uniti non costringono più i cittadini a combattere le guerre da tempo – scrive Singer - tutti i soldati sono volontari. Ma anche i coscritti hanno dei diritti di base. Solo i delfini non ne hanno alcuno».

Beatrice Montini2 dicembre 2012 | 9:18

L’eroismo di Gigino custode dell’ultimo Eden dei limoni

La Stampa

Uno straordinario frutteto sulla Costiera Amalfitana “Continuo a piantare alberi: sono patrimonio dell’umanità”

flav ia amabile


Cattura
Gigino Aceto era riuscito ad acquistare un bellissimo pezzo di terra nel centro di Amalfi. Un colpo da maestro. Diverse terrazze, dove crescevano alcuni alberi di fichi e ulivi, e su una si trovava anche una costruzione, minuscola, a malapena una stanza, ma pur sempre una costruzione. E, quanto al panorama, non ne parliamo: si vedeva il Duomo con il campanile romanico, rivestito di ceramiche maioliche a mosaico, un po’ oltre il mare e, ancora più lontana, Conca dei Marini con il promontorio dove si vanno a pescare le aragoste e dove avevano una meravigliosa villa Carlo Ponti e Sophia Loren.

Gigino era diventato il fortunato proprietario di questo paradiso negli Anni 80, quando ancora non esistevano gli aerei in grado di scoprire dall’alto una costruzione abusiva, e ancor meno Google Maps con la sua capacità di entrare nei territori altrui. La Costiera non era nemmeno protetta dai rigidissimi vincoli imposti dall’Unesco, che l’ha dichiarata Patrimonio dell’Umanità.

Se fosse stato un italiano medio, avrebbe coperto tutto con delle stuoie di paglia e, senza fretta, avrebbe pensato a come ingrandire l’immobile. Al primo condono avrebbe pagato quello che c’era da pagare e ora sarebbe il proprietario di una tenuta da fine del mondo da affittare ai turisti stranieri, ricavandoci di che sfamare figli e nipoti senza fare altro dalla mattina alla sera.

Gigino Aceto non è un italiano medio, è un contadino della Costiera Amalfitana. «Sono nato, cresciuto e vivo sotto i limoni. Sotto un limone sono stato concepito, perché ero l’ottavo di tredici figli e i miei genitori avevano un’unica stanza per tutti». Ma avevano anche un giardino di sfusati, i particolari frutti che crescono solo da Vietri a Positano.

Quando volevano appartarsi, andavano sotto un albero di limoni, racconta Gigino. Nel 1941 le grandi potenze, Italia compresa, sono in pieno conflitto mondiale, Gigino ha sei anni, non va a scuola, e inizia ad imparare come si coltivano i limoni e a venderli ai mercati locali. Negli Anni 50 gira mezza Italia per trovare acquirenti dei suoi sfusati. E alla fine degli Anni 60 ha abbastanza soldi e credibilità per acquistare la sua prima proprietà.

Negli Anni 80, quando riesce a comperare il terreno nel centro di Amalfi, è ormai uno dei principali produttori di sfusati della Costiera Amalfitana e, quindi, del mondo. Ha oltre cinquant’anni, è andato al di là di ogni sogno di bambino. I suoi limoni si vendono in Italia e all’estero, da ogni angolo della Terra arrivano a fare visita alla sua azienda. Sarebbe anche giusto riposarsi un po’, smetterla con il lavoro nei campi, aprire un piccolo albergo, un ristorante, qualcosa da lasciare ai nipoti che prima o poi arriveranno. Neanche per sogno. «Chi mi conosce mi dà del poeta – ammette lui – perché gli altri pensano a fare soldi, mentre io penso a portare avanti un prodotto e un mondo in cui mi riconosco» racconta lui, il poeta dei limoni.

Quando prende possesso del nuovo terreno, gli occhi azzurrissimi gli luccicano e sa già che cosa vuole creare. Ha solo bisogno di tempo e pazienza, perché di tanto tempo e pazienza hanno bisogno gli alberi di limoni per crescere. Elimina fichi, ulivi, uva e aranci e ovunque pianta sfusati.  Oggi Gigino Aceto ha quasi ottant’anni, il Quirinale l’ha nominato Cavaliere della Repubblica e il pezzo di terra sembra un giardino delle meraviglie uscito dalle Mille e una notte. Ogni anno raccoglie 100-150 quintali di limoni, dipende dalle stagioni, ognuna è diversa. E’ una piccolissima parte del raccolto della sua azienda, il primo, quello che matura già a marzo-aprile, per via del sole che arriva diretto sulle piante.

L’immobile è ancora lì, 18 metri quadrati, la stessa stanza che mai ingrandirà, non gli interessa. Il suo orgoglio sono i limoni innestati su aranci amari, gli alberi secolari che lui cura con le sue mani curve. «Essere patrimonio dell’Umanità ci responsabilizza, con i limoni dell’azienda sappiamo di parlare non a noi ma all’Italia e al mondo intero». E quindi riempie Amalfi di alberi di limoni, così come farebbero tutti gli altri contadini di questo tratto di costa rimasti a coltivare sfusati in una terra difficile, che impone ritmi e gesti fermi al secolo scorso. Se fosse per loro, il problema delle frane non esisterebbe.

Li stanno costringendo a cedere uno dopo l’altro, lasciando incolte intere colline, e l’acqua delle piogge libera di cadere giù. Li hanno trasformati in piccoli, grandi eroi, gli ultimi custodi di un Patrimonio che il mondo intero ci invidia. Che futuro hanno gli sfusati? La voce di Gigino Aceto si incrina: «Mi fa una domanda triste. Non lo so». Un modo elegante per dire che tra venti anni la gran parte dei contadini di sfusati saranno morti e nessuno li avrà sostituiti. Ma intanto Gigino Aceto pianta nuovi alberi.



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Amalfi, il custode dell’ultimo Eden dei limoni