martedì 27 novembre 2012

Vergogna compiuta

Alessandro Sallusti - Mar, 27/11/2012 - 15:20

Gli agenti della Digos in redazione: Sallusti deve scontare la pena ai domiciliari Poi riunioni, interviste e telefonate di solidarietà. "Continuerò a dirigere il Giornale".


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L’ordine di carce­razione è final­mente arrivato. Arresti domici­liari, ha infine scelto la Procu­ra di Milano con una ordinan­za firmata, cosa inusuale, dal solo procuratore capo, Bruti Liberati, e non dal pm che ave­va in carica la pratica. Già que­sto la dice lunga sul fatto che si tratta di una decisione poli­tica (attraverso un commissa­riamento) a tutela non mia ma di quei giudici scellerati che in Appello prima e in Cas­sazione poi han­no sentenzia­to per me 14 mesi di detenzio­ne.
Vogliono alleggerirsi la co­scienza e del resto basta legge­re le due paginette con le mo­tivazioni per capire come il povero Bruti Liberati abbia dovuto arrampicarsi sui vetri per evitare di mandarmi in galera. Dovrei ringraziarlo, ma non lo faccio, perché il solo dubbio che qualcuno mi ab­bia aperto una corsia prefe­renziale rispetto alla strada su cui ogni anno vengono av­viati migliaia di disgraziati nelle stesse mie condizioni le­gali mi farebbe orrore. Se poi questo avviene per salvare la faccia della categoria dei miei aguzzini, peggio mi sen­to.La sostanza comunque non cambia. Sempre di priva­zione si tratta. Non c’è la vio­lenza fisica dell’impatto col carcere, resta quella psicolo­gica e pratica della privazio­ne delle libertà fondamentali per un reato di opinione che solo un giornalista forcaiolo (Luigi Ferrarella) di un quoti­diano in malafede e in decli­no di copie e autorevolezza (il Corriere della Sera ) ha avu­to il coraggio di definire «attri­buzione consapevole a qual­cuno di atti falsi».
Video : Sallusti agli arresti: ingiustizia è fatta

Ferrarella ovviamente non ha il corag­gio di citarmi, pratica vigliac­ca in voga al Corriere fin da quando titolarono «Gambiz­zato un giornalista» per raccontare l’agguato a Monta­nelli, il cui nome fu omesso dal titolo. Ferrarella è come i magi­strati del mio caso, cercano di stuprarti ma usano la vaseli­na, perché si sentono perso­ne perbene e generose. Ma non ci riusciranno, perché lo dico da subito al magistrato di sorveglianza che dovrà vigi­lare sulla mia detenzione, io non rinuncerò neppure a una delle mie prerogative. Con l’assenso dell’editore (che ringrazio) e l’aiuto dei colle­ghi (che abbraccio per il coraggio che dimostrano) conti­nuerò a scrivere e a dirigere. Concedo loro la soddisfazio­ne di avermi rovinato la vita privata. Ma non gliela do vin­ta e non otterranno nulla di più. Se a qualcuno non va, resta sempre la possibilità di rin­chiudermi a San Vittore.

Coppa Italia, il Verona a Palermo Il leghista: «Prima partita in Africa»

Corriere del Mezzogiorno

Raffica di polemiche sul social network contro Massimo Bessone, consigliere comunale della Lega Nord e Pdl


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PALERMO - «È la prima partita ufficiale in Africa per la nostra squadra». È il commento razzista di Massimo Bessone, consigliere Comunale della Lega Nord e Pdl nonché coordinatore della Lega Nord Isarco e Pusteria (Trentino-Alto Adige), documentato da Mediagol.it.

IL COMMENTO - Le parole del politico della Lega sono state lasciate come commento sulla pagina Facebook «Hellas Verona Style» ad una notizia che parla dell'arrivo del Verona a Palermo in vista della sfida di Coppa Italia.

CRITICHE - È subito boom di commenti su facebook. Quasi 300 gli indignati: «Io direi che dei barbari rozzi e analfabeti scendono in Africa, nella bella Africa», scrive un internauta. E ancora: «Il mare, il sole, l'aria pulita, che c'è qua te la puoi sognare. Meno male che i tuoi conterranei non la pensano come te».

Redazione online27 novembre 2012

Il cardinale "giusto" allo Yad Vashem Salvò centinaia di ebrei dallo sterminio nazista

Corriere della sera

Nel ’38 Hitler arrivò in visita a Firenze con Mussolini e il cardinale disertò tutte le celebrazioni ufficiali

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CITTA' DEL VATICANO - Lo Yad Vashem di Gerusalemme ha riconosciuto un cardinale, Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze dal 1931 al 1961, come «Giusto fra le nazioni» per aver salvato «centinaia» di ebrei dalla deportazione nei campi di sterminio nazisti. Per capire il personaggio, quando nel ’38 Adolf Hitler arrivò in visita a Firenze con Mussolini, il cardinale non solo non si sognò neppure di incrociarlo da lontano, disertando le celebrazioni ufficiali, ma a mo’ di benvenuto al Führer fece chiudere le imposte e spegnere le luci del Palazzo arcivescovile: riferendosi alla svastica, spiegò che non poteva accettare si venerassero «altre croci che non quella di Cristo».

IL PRECEDENTE - Nel mondo sono stati riconosciuti 24 mila Giusti e, cercando nel database del memoriale della Shoah, l’unico precedente di Giusto che era cardinale quando salvò degli ebrei è quello di Pierre-Marie Gerlier, arcivescovo di Lione. Altri cardinali, Joseph Höffner, Jules-Géraud Saliège, e gli italiani Pietro Palazzini e Vincenzo Fagiolo, si sono meritati il riconoscimento per ciò che avevano fatto quand’erano semplici sacerdoti e ricevettero la porpora più tardi, dopo la guerra.

GINO BARTALI, LA «STAFFETTA» - Lo Yad Vashem ricorda la rete clandestina di salvataggio organizzata a Firenze dal cardinale Dalla Costa durante la seconda guerra mondiale. Un’organizzazione della quale faceva parte anche Gino Bartali, il fuoriclasse che in quegli anni faceva da staffetta tra Firenze e Assisi, dove una tipografia stampava documenti falsi che nascondeva nella canna della bicicletta. A questo punto, tra l’altro, il riconoscimento al cardinale «apre la strada a Bartali, che da tempo si attende venga riconosciuto come Giusto», spiega Guido Vitale, direttore del mensile Pagine ebraiche, che segue da tempo la vicenda.

L’ORGANIZZAZIONE - L’Osservatore Romano ricorda come dopo il rastellamento nel ghetto di Roma, il 16 ottobre del ’43, e la deportazione di 1.021 ebrei nei campi di sterminio (tornarono in 17), il vice del capitano Theodor Dannecker, Alvin Eisenkolb, aveva organizzato altri due rastrellamenti a Firenze, il 6 e il 26 novembre del ’43. Fu allora che il cardinale Dalla Costa «incaricò il parroco di Varlungo, don Leto Casini, e il padre domenicano Cipriano Ricotti di coadiuvare il Comitato di assistenza ebraico (che agiva da terminale degli aiuti internazionali forniti dalla Delegazione per l’assistenza degli emigranti ebrei, la Delasem) per mettere al sicuro i profughi ebrei nei vari monasteri e istituti religiosi della diocesi».

Dell’organizzazione, tra gli altri, facevano parte anche monsignor Giacomo Meneghello, Gino Bartali e, dalla parte ebraica, Raffaele Cantoni, Giuliano Treves e Matilde Cassin. A Firenze e dintorni, su ordine diretto dell’arcivescovo, si aprirono le porte di almeno ventun conventi e istituti religiosi, più varie le parrocchie, per nascondere centinaia di ebrei braccati dai nazisti.

Gian Guido Vecchi
26 novembre 2012 | 23:54

La cultura degli smartphone

La Stampa

Gli smartphone sono diventati un laboratorio culturale, «un incessante spettacolo di transizione»
giuseppe granieri

«La tecnologia», scrive efficacemente Atul Chitnis, «è una questione di benefici, non di dispositivi». 


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«La tecnologia in se stessa», continua Atul, «è inutile finché non riesce a dare ai suoi utilizzatori ciò di cui hanno bisogno». E spiega il suo approccio: «Io sono un tecnologo, ma non tento mai di dare alla gente la tecnologia. Piuttosto provo a spiegare gli effetti importanti che può avere. Quale sia, poi, la tecnologia che porta i benefici è solo un fattore secondario». Su queste pagine ci occupiamo di come sta cambiando la cultura e spesso il racconto di questo cambiamento è costruito esaminando i sintomi: i social network, i cambiamenti di supporto e distribuzione dei prodotti culturali o i comportamenti delle persone.

Ma ci sono anche diverse cause evidenti, che hanno incidentalmente a che fare con la tecnologia. Che non è un fine, ma un mezzo che ci dà accesso a modi nuovi di fare le cose, che ci apre una porta su un mondo e su un orizzonte più ampio. Dalle nostre relazioni interpersonali alle informazioni, all'espressione del nostro pensiero. In questo scenario, ha un ruolo sempre più importante la disponibilità sempre più diffusa di dispositivi mobili e di connettività.

«L'ubiquità dei cellulari», ha spiegato James Katz in una conferenza del MIT che si è tenuta qualche giorno fa,  «ha causato cambiamenti in diverse norme culturali». E sta modificando la nostra cultura perché «la cultura», in fondo, «può essere definita come un insieme di pratiche, norme, valori e simboli condivisi». In realtà, ha argomentato Katz, parliamo di cellulari ma le stesse tendenze le vediamo su diversi dispositivi mobili. E più che alla nostra vecchia idea di cellulare, allude  ai moderni smartphone. Il punto centrale è banale ma dirompente:  attraverso questi dispositivi noi produciamo cultura e accediamo alla cultura. Ma lo facciamo in modo molto diverso dal passato.

«Questi dispositivi», ha concluso James, «stanno abilitando le persone a creare le proprie micro-culture, stanno cambiando le norme sociali e i valori». E, nell'abstract della conferenza, il curatore sintetizza definendo gli smartphone come «gli artefatti culturali che più incarnano il genio e la potenza di cambiamento delle nostre società». Ubiqui in molti Paesi di America Europa e Asia, gli smartphone sono diventanti «un laboratorio -qualcuno potrebbe voler dire un "asilo"- per testare i limiti della convergenza tecnologica». Ormai sono sempre meno telefoni e «sempre più fotocamere, strumenti per gestire la posta elettronica, per conversazioni testuali e -soprattutto- vettori di intrattenimento e distributori di prodotti culturali». Oggetti che -per parafrasare un romanziere contemporaneo- sono diventati «un incessante spettacolo di transizione».

Ma viviamo in tempi in cui le novità arrivano veloci e se siamo bravi le vediamo arrivare. Così, proprio mentre la prima ondata di massa si abitua agli smartphone e impara a rigovernare il modo in cui funziona la cultura, c'è già qualcuno che sostiene che l'era degli smartphone sia alla sua fine. I più attenti di noi avranno sentito parlare degli «Occhiali di Google», che utilizzano la logica della «realtà aumentata» per sovrapporre un layer di informazione al mondo che osserviamo. Si tratta di un prodotto che ha poco a che fare con la fantascienza e  molto con il futuro prossimo, perché è già accessibile agli sviluppatori che dovranno arricchirlo con test e applicazioni. E anche Microsoft sta lavorando a un concetto simile. Poi, allargando la prospettiva, si parla sempre più spesso di wearable computing, ovvero della possibilità di portarci addosso -in modi immaginabili e in modi meno intuitivi- la nostra capacità di calcolo e l'accesso alla connessione. 

«Molte persone non saranno d'accordo con me», scrive Nicholas Carlson, «ma io sono convinto che i Google Glasses (e qualsiasi altro oggetto simile, come quello cui sta lavorando Microsoft) finiranno per rimpiazzare gli smartphone». Se vuoi regalarti qualche attimo di pensiero speculativo, il titolo è chiaro:  The End Of The Smartphone Era Is Coming.  Per rimanere in tema, e per provare a confrontarci con un concetto in modo diverso,  il link bonus di questa settimana è un suggestivo articolo David Allen, sull'Atlantic, che rivede in senso più ampio il nostro rapporto con l'eccesso di informazioni. «L'information overload», dice, «è un finto problema. Se ci pensiamo bene, il posto al mondo più ricco di informazioni è il più rilassante. Lo chiamiamo natura». Il resto del ragionamento scoprilo da solo:  Busy and Busier

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Buenos Aires, la musica degli immigrati: storia di una famiglia italiana

Quotidiano.net
di Bruna Bianchi


Da un secolo Nazzareno Anconetani, 91 anni, dà voce alla nostalgia degli immigrati nella capitale argentina


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Buenos Aires, 24 novembre 2012 - “Povera la mia mamma! Io le dicevo, ma come fai? Però...che grandi lavoratori noi italiani, eh? In casa abbiamo sempre parlato italiano, adesso lo mischio un po' con il castigliano, non importa. Io sono nato qua, in questa casa, e non mi posso portare male, devo portarmi bene: sono nato la Notte Bona, è venuta una tormenta.. sono nato quando è nato il Signore, il 24 dicembre, e con il Signore discuto sempre e dico..Signore ma quante ingiustizie!...e se mi dà una sventola?”.

Nazareno Anconetani compirà 91 anni tra un mese. Ha il sorriso stampato sulla faccia, cammina piegato sulle gambe e si illumina parlando di suo padre Giovanni e di sua mamma Elvira, italiani di Loreto lui e di Senigallia lei, primi liutai della fisarmonica italiana di Castefildardo, che in Argentina ha assunto il nome acordeòn . Nel laboratorio del barrio della Chacarita, a pochi isolati dal grande cimitero pubblico di Buenos Aires, l'ultimo discendente della famiglia marchigiana ancora aggiusta le fisarmoniche del marchio di famiglia, incapace di smettere di lavorare, così come i suoi genitori quasi un secolo fa.

Il ritmo e l'armonia regnano in questa casa rimasta umile come un tempo, dove tutti i cinque figli erano musicisti oltre che artigiani, e dove niente è cambiato: ogni mercoledì sera il capofamiglia Nazareno che suona la batteria da decenni, riunisce amici e parenti nella sala da pranzo, in una allegra festa popolare tra fisarmoniche, tamburelli e clarinetti.

“Mio padre mi raccontava che a volte parlava con Gigli, il cantante Beniamino Gigli è venuto qui ..Dio Madonna come cantava bene Gigli! Mio padre è venuto dall'Italia, era grande amico di Soprani, il vecchio Soprani Antonio, e ha imparato il mestiere da lui, in fabbrica, poi è venuto qua all'Argentina. Portava qui i cassoni delle armoniche coi cavalli, noi bambini ci giocavamo con i cassoni, lui aveva la firma Soprani allora. E' che allora si suonava la musica italiana nelle case, O Sole mio, uguale che in Italia.”.

Tutto è cominciato da una leggenda proprio a Loreto, dove Giovanni Anconetani nacque nel 1879. Si racconta che nel 1863, un pellegrino diretto al santuario della Madonna di Loreto sosta presso la casa colonica di Antonio Soprani: con sé ha l'armonica che incuriosice il liutaio. Sarà il figlio Paolo a iniziare la produzione nel 1863 in un piccolo laboratorio. Nella terra marchigiana di poeti, musicisti e liutai, ha inizio i l cammino dello strumento più popolare al mondo che, nato dall'organetto per la borghesia austriaca, diventa invece uno strumento popolare in Italia e nelle Americhe, perché riesce a dare fiato struggente alla nostalgia di casa degli immigrati.

E' così che Don Giovanni Anconetani viene mandato dall'amico e maestro liutaio Soprani in avanscoperta a Buenos Aires ben 14 volte. Viaggi lunghissimi sulle navi cariche di immigrati, dove la fisarmonica è lo strumento principe della traversata. Nel 1892 il giovane Giovanni Anconetani si istalla dapprima nel barrio di Palermo, e qui conosce Elvira Moretti , anche lei emigrata da una famiglia marchigiana, che sposa nel 1896. Insieme, quattro anni più tardi, apriranno la prima fabbrica di fisarmoniche (c'erano solo le chitarre a quell'epoca) e, alla morte del vecchio Giovanni (nel '41) moglie e cinque figli continuano la sua opera che non è mai stata interrotta.

Non si sono arricchiti: gli Anconetani sono rimasti gli artigiani di un tempo con quello spirito italiano che supera la barriera della lingua (solo il vecchio Nazareno ancora ricorda l'italiano che parlava coi genitori e i fratelli ormai morti): “Mio padre ha comprato questa casa perché la Chacarita non si inondava come Palermo. Dopo la febbre gialla del 1870 che aveva ucciso tante persone, il governo della città aveva costruito il cimitero nel punto più alto, qui non c'erano le inondazioni del fiume (il rio della Plata, ndr) e così papà ha scelto di mettere su laboratorio e casa qua”. Susana, figlia di uno dei cinque fratelli di Nazareno, ricorda la figura del nonno Giovanni, bell'uomo con due baffoni lunghi e neri: “Noi non l'abbiamo conosciuto, ma si diceva che era un grande inventore, con un grande spirito di iniziativa. Era anche un ottimo concertista”. Nel 1909, appunto, Giovanni riceve la medaglia d'oro dell'Esposizione italiana del Commercio di Loreto per l'invenzione di un sistema di meccanica nei bassi della fisarmonica.

Nazareno apre l'armadio dei ricordi, commosso e felice di parlare la sua lingua madre e tornare con la mente a una storia lunga oltre un secolo: “Qui l'armonica la chiamano la verdulera perché a venti isolati c'erano le quinte, dove gli italiani e i portoghesi coltivavano la verdura. Quando diventava buio, dopo il lavoro, si mettevano a suonare l'acordeòn e gli dicevano..il verdulero. Poi è arrivata l'armonica, Non so perchè la chiamavano la fisarmonica: si doveva dire l'armonica”. Quelle canzoni italiane che riportavano gli immigrati tristi a casa con il pensiero, cominciarono ad entrare anche nelle parole dei tanghi: “Gira gira (il tango Yira Yira, ndr) , vuol dire che il mondo continua a girare, qui ci si capisce facilmente, ci sono tante parole italiane”.

Gli Anconetani hanno suonato con l'orchestra di famiglia (le cosiddette tipiche) per 38 anni, anche il Jazz. Con la nascita delle prime orchestre di tango, la fisarmonica trova spazio a fianco al bandoneòn. E anche il bandoneòn, lo strumento principe del tango portato in Argentina dagli immigrati tedeschi, così simile alle prime armoniche a doppi bottoni, ha una storia di artigiani italiani: nel 1940 la famiglia Mariani apre la prima fabbrica di bandoneòn di produzione locale. L'ultimo discendente è Luis Alfredo. Il padre Duilio, giunto a Buenos Aires nel 1898, era di Macerata. Ancora una volta, è storia di artisti e artigiani marchigiani, persino per lo strumento che ha regalato al mondo intero la passione per il tango argentino e la sua struggente musica.

Il museo della fisarmonica Anconetani è stato inaugurato nel 2005. E' nella stessa casona di famiglia di calle Guevara e contiene i pezzi più prestigiosi della storia della musica, con le prime concertine e i primi organetti, fino alle fisarmoniche costruite da don Giovanni, cultore del suono ma anche del decoro estetico che hanno trasformato strumenti fatti per l'allegria e il rimpianto, in opere d'arte in madreperla. Dal museo di Castelfidardo,che l'anno prossimo festeggerà i 150 anni dalla nascita della fisarmonica, arriva l'eco di un'emozione genuina: “ La famiglia Anconetani ci ha resi grandi anche fuori dall'Europa. E' gente meravigliosa, li abbracci per noi”.

La Rossanda lascia 'il Manifesto' "Ormai siete chiusi al dialogo"

Il Giorno

Lettera di fuoco della giornalista fondatrice della testata

 

Rossana Rossanda dice addio al Manifesto, che fondò nel 1969 - e se ne va, sbattendo la porta, con una lunga lettera in cui accusa la direzione e la redazione di “indisponibilità al dialogo”. Dopo Vauro e D'Eramo, dice addio un'altra firma storica

Roma, 26 novembre 2012


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Rossana Rossanda lascia il Manifesto. Una delle fondatrici della storica testata della sinistra italiana se ne va, con una lettera (pubblicata su www.MicroMega.net) in cui accusa la direzione e la redazione di “indisponibilità al dialogo”. Lettera che Rossanda ha inviato al giornale affinché venga pubblicata domani.

E’ solo l’ultimo degli addii “eccellenti” che il Manifesto ha subito nelle ultime settimane. Prima Vauro, poi Marco D’Eramo (la cui lettera di commiato è stata liquidata con poche sprezzanti righe dalla direzione, ragione per la quale è in corso tra i suoi amici e lettori una raccolta di firme per criticare duramente l’atteggiamento del giornale nei confronti di una delle figure storiche del Manifesto).

Nella sua lettera d’addio Rossana Rossanda annuncia che un suo commento settimanale uscirà sul sito di Sbilanciamoci: “Preso atto della indisponibilità al dialogo della direzione e della redazione del manifesto - scrive - non solo con me ma con molti redattori che se ne sono doluti pubblicamente e con i circoli del Manifesto che ne hanno sempre sostenuto il finanziamento, ho smesso di collaborare al giornale cui nel 1969 abbiamo dato vita. A partire da oggi (ieri per il giornale), un mio commento settimanale sarà pubblicato, generalmente il venerdi’, in collaborazione con Sbilanciamoci e sul suo sito www.sbilanciamoci.info

Le primarie Pd sono una farsa "Ecco come ho votato tre volte"

Libero

Agli elettori fuori sede non venivano controllati i documenti: un nostro cronista ha seminato preferenze tra Milano e Monza

di Luciano Capone


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"Le primarie sono state una grande festa di  partecipazione democratica. Noi di Libero ad esempio abbiamo votato  tre volte di fila, due a Milano (stessa sezione) e una a Monza, sempre democraticamente. Non abbiamo corrotto nessuno, né abbiamo falsificato documenti.  Secondo il regolamento del Pd, ogni studente o lavoratore fuori sede doveva inviare, entro le 19 di venerdì 23 novembre, una e-mail al coordinamento provinciale della zona ove intendeva votare. I coordinatori avrebbero avvisato del cambio i colleghi della provincia di residenza e, infine, indicato all’elettore la nuova sezione in modo da evitare falle utili a chi avesse voluto alterare la gara. E invece no". 

Sicilia, alla regione camerieri nababbi Per loro doppio stipendio per fare un caffè

Libero

Banconisti e uomini in giacca bianca e papillon per servire ai tavoli percepiscono un salario dalla ditta che ha vinto l'appalto e 1800 euro mensili pagati dai contribuenti

Li chiamano "graditi". Sono i privilegiati dell'Ars. Preparano spremute e guadagnano troppo


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Alla Regione siciliana si leccano i baffi. Sià i deputati che mangiano alla buvette dell'Ars, a Palermo, sia chi serve dal bancone e chi in giacca bianca serve ai tavoli. I camerieri e i banconisti della buvette guadagnano davvero tanto. Per portare trofie al pesto su un tavolo occupato dai consiglieri regionali, e per preparare un caffè al presidente, i camerieri percepiscono un doppio stipendio. Esattamente in gergo vengono chiamati "graditi", come spiega Giancarlo Cancelleri sul blog del M5S siciliano.

La storia è semplice. La buvette della regione ha un menù vasto. Patti tipici siciliani, piatti etnici, arancine e pezzi di rosticceria, spremute, caffè e nero d'avola per deliziare il palato dei consiglieri. Ma i prezzi sono davvero bassissimi. Mantenere un prezzo così basso non è semplice. E allora come fare? Semplice. Basta far pagare lo stipendio dei camerieri anche ai siciliani e non solo alle ditte di catering che gestiscono, dopo aver vinto l'appalto la buvette della regione. Se per dieci anni un un cameriere riesce a lavorare ininterrottamente a Palazzo D'Orleans anche con ditte diverse matura il diritto al doppio stipendio. Diventa "gradito" insomma.

Così oltre a percepire il salario erogato dalla ditta per cui lavora si becca altre 14 mensilità di 1800 euro ciscuna direttamente dalle casse della regione. Guadagna molto meglio di qualunque impiegato pubblico. Ma per garantire ulteriormente un caffè a 45 centesimi, un primo + secondo+frutta+bibita e caffè a soli 11 euro la regione sborsa altri 31000 euro mensilmente alla ditta che si è aggiudicata l'appalto. Più di 300mila euro all'anno vanno nelle casse delle ditte che gestiscono la buovette. Tutti soldi pagati dai contribuenti siciliani. Dunque lavorare come cameriere a Palazzo D'Orleans è come avere un piccolo pezzetto di paradiso. Pagato dai siciliani.

Salvati 41 cani di un allevamento Maltrattati e in pessime condizioni igeniche

Il Giorno

Gli animali erano costretti a vivere nelle loro stesse urine e feci. Senz'acqua e senza spazio. L’obiettivo della struttura: lucrare sui cani per ottenere il massimo guadagno

Brescia, 26 novembre 2012


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Erano tenuti in pessime condizioni igieniche e sanitarie i 41 cani di un allevamento nel bresciano salvati dalle guardie zoofile dell’Organizzazione Internazionale Protezione Animali di Brescia. A comunicarlo l'Oipa (Organizzazione Internazionale Protezione Animali). Il proprietario dell'allevamento è stato denunciato per “maltrattamento di animali e condizioni di detenzione incompatibili con la propria natura e produttive di gravi sofferenze”. La struttura inoltre è stata sottoposta a sequestro preventivo su ordine del sostituto procuratore della Procura della Repubblica di Brescia Roberta Amedeo, che ha aperto un’indagine sulla vicenda.

I cani erano costretti a vivere in pessime condizioni, in box artigianali troppi piccoli per il numero di esemplari ospitati. Senza acqua, senza cuccia, costretti a stare in mezzo alle loro stesse urine e feci. In alcuni esemplari sono stati riscontrati segni di maltrattamento sia fisici che psicologici. I cani sono stati trasportati ora in strutture cliniche per degli accertamenti.
Diverse le razze degli animali: cinque carlini, quattro maltesi, sei chihuahua, otto pinscher, un cocker, due pastori tedeschi, tre barboni, un volpino, quattro beagle, due yorkshire, quattro bassotti, un border collie. “Lo scenario che ci siamo trovati davanti - ha dichiarato Anna Corsini, Coordinatore delle Guardie Zoofile Oipa Brescia - comunicava in modo inequivocabile l’obiettivo di questo allevamento: lucrare sugli animali per ottenere il massimo guadagno. Vendere e comprare la vita di esseri senzienti - ha aggiunto - è eticamente inaccettabile, ancor più se dietro all’apparenza dell’allevamento patinato si cela il maltrattamento”.

Bagnoli addio, la Nato va a a Lago Patria

Corriere del Mezzogiorno

Dopo 59 anni, il comando alleato trasloca. Il prossimo 3 dicembre chiude, infatti, la sede di Bagnoli. Il nuovo sito sarà di ultima generazione, ad alta intensità operativa


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NAPOLI - Dopo 59 anni, la Nato cambia la sua «casa» napoletana. Il prossimo 3 dicembre chiude, infatti, la sede di Bagnoli e il tutto si sposterà a Lago Patria. Era il 4 aprile del 1954 quando fu inaugurato il Comando. Dopo quasi sei decenni, l'attuale sede di Bagnoli del Jfc, già sede del Comando Alleato per il Sud Europa - Afsouth, sarà restituita alla Fondazione Banco di Napoli. Il complesso, costruito negli anni '30 per accogliere giovani bisognosi, è dal 1953 sede del Comando Nato di Napoli nonchè parte integrante della comunità locale, ricorda una nota. La base è stata dapprima sede del Comando delle Forze Alleate del Sud Europa e, in anni più recenti, del Jfc Naples. Mutamenti nel ruolo operativo della Nato e l'esigenza di disporre di un comando improntato a maggiore razionalità, hanno portato alla decisione, nel 1988, di costruire una nuova sede.

Il nuovo sito, «Lago Patria», consentirà al Jfc di Napoli di condurre un ampio spettro di operazioni statiche e contingenti. Un Centro Operativo di ultimissima generazione così come un centro conferenze forte di 10 sale riunioni completamente cablate, si legge ancora nella nota, permetterà una più efficiente conduzione delle attività quotidiane nonchè comunicazioni tra i vari comandi maggiormente dinamiche. Costruito per una comunità di oltre 2.000 persone suddivise in tre diversi Comandi, Lago Patria è un Comando ad alta intensità operativa, già predisposto per future espansioni. L'Ammiraglio Bruce W. Clingan, Comandante del Comando Interforze Alleato di Napoli, presenzierà alla cerimonia, il prossimo tre dicembre, insieme al sindaco di Napoli, Luigi De Magistris e al presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro.

Redazione online 26 novembre 2012

Chiesa, esce Missione extra large con l'identikit dei nuovi evangelizzatori

Il Messaggero
di Franca Giansoldati


CITTA' DEL VATICANO - Si chiama Missione Extra Large, raccoglie le riflessioni di un missionario di lungo corso, e traccia l’identikit del nuovo evangelizzatore. Parlare di Cristo, della Chiesa e del Regno di Dio oggi non è facile, probabilmente non lo è mai stato, ma di questi tempi è diventata una specie di mission impossible se i cristiani non sapranno sintonizzarsi «sulla frequenza dei lontani, con coloro che cioè non parlano il linguaggio della fede o della Chiesa».


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Padre Giulio Albanese, vissuto in diversi Paesi africani, parla chiaro e mette a frutto la propria esperienza per un esame di coscienza generale. Poi senza girare troppo attorno al problema scrive: «A volte manca slancio nel nostro modo di concepire la missione». Il rischio è di diventare dei burocrati. «Ma se un prete non è più un pescatore di uomini, che cosa può essere, un operatore pastorale? Un burocrate di Dio? Un uomo dell’organizzazione ecclesiastica o del culto divino? Un personaggio lontano dalla vita delle persone?»

L’elenco di cosa servirebbe è lungo. Sicuramente maggiore disponibilità e maturità all’ascolto e al dialogo sottolinea il religioso comboniano senza ignorare che spesso la «testimonianza viene inquinata da chi commette scandali ingiustificabili come nel caso aberrante della pedofilia, o di recenti vicende legate alla cronaca giudiziaria». Padre Albanese è convinto che «il cristianesimo non può ridursi ad un algido compendio di leggi, leggine e dottrine ma è anzitutto una esperienza di vita. Per essere evangelizzatori del terzo millennio «bisogna volare alto come aquila, evitando di schiamazzare nel pollaio come fanno le galline».

Sono stati i dati di recenti sondaggi a fare riflettere l’autore del volume (appena pubblicato dalle Edizioni Messaggero Padova): l’istituto Iard ha effettuato un sondaggio nel 2011 sulla religiosità dei giovani in Italia dai 18 ai 29 anni. E’ emerso che solo il 52,8 per cento dei giovani si è dichiarato cattolico. Nel 2004 una analoga ricerca dello stesso istituto rilevava invece il 66,7 per cento, il che equivale ad una perdita secca del 14,1 per cento. «Inutile fare finta di niente, visto che aumenta la percentuale di chi si considera del tutto senza religione. E se la quota degli atei è del 17,5 per cento, possiamo affermare che una qualche forma di religiosità persiste in oltre l’80 per cento dei giovani. Ma con una buona fetta che hanno una religione fai da te senza alcun aggancio con forme organizzate».

Che fare? L’envangelizzatore dovrà con umiltà rimboccarsi le maniche e andare a proporre la buona novella ai lontani, con umiltà; e guadagnarsi l’autorevolezza con la testimonianza. «Occorre far valere per gli altri ciò che vale in primo luogo per se stessi, non solo attraverso le parole ma con i fatti». Imparare a saper dare e a saper ricevere. Apprendere anche ad essere un soggetto politico, senza schierarsi con questo o quel partito «nel senso che essendo portatore di una sacrosanta sfera valoriale ha il compito di manifestare affezione alla res publica, al bene comune.

Le migrazioni, le disparità sociali, i poveri devono essere sempre e comunque in cima alla nostra agenda». Sembrerebbe ovvio ma per padre Giulio Albanese non sempre questo accade visto che, senza per forza fare di tutte le erbe un fascio, «a volte i poveri diventano marginali, nella migliore delle ipotesi un elemento coreografico sul sagrato della chiesa». Infine far coincidere liturgia e apostolato, visto che entrambe queste attività «devono essere espressione di una fede non formale».

Insomma, come dire: fuori i farisei dalla Chiesa. «Oggi sappiamo che ondate di religiosità, unitamente ai flussi di una crescente secolarizzazione, hanno generato scorie di malessere e fanatismi a non finire, noia e disimpegno, stanchezza o delusione». Ultima raccomandazione: «non possiamo più permetterci di languire nei tepori delle sacrestie, supponendo che così facendo si salvi il mondo».


Lunedì 26 Novembre 2012 - 13:27
Ultimo aggiornamento: 15:48

Prende a schiaffi la figlia ribelle, genitore pagherà i danni

La Stampa


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Va risarcito il figlio che prende schiaffi dai genitori. Lo ha stabilito la Cassazione, ricordando che ci sono dei «limiti nell'esercizio delle facoltà coercitive genitoriali» per cui, nel momento in cui queste «si risolvono in atti violenti in nessun modo riconducibili ad una legittimita finalità correttiva», devono essere scoraggiate e condannate. Con tanto di risarcimento al figlio. Ecco perché la Quinta sezione penale ha convalidato un risarcimento ad una figlia 16enne e una multa per lesioni personali ad una coppia di Torino che, in due occasioni, nel 2008, per scoraggiare la figlia di lui sorpresa a fumare, l'avevano presa a schiaffi.

In particolare, la Suprema Corte ha convalidato il risarcimento danni nei confronti della ragazza e ha confermato una multa di 750 euro nei confronti del padre, C.O. (comprensiva anche della condanna per percosse) e di 600 euro per le sole lesioni nei confronti della compagna M.S.. Inutile il ricorso della coppia in Cassazione, volto a dimostrare che la loro reazione, pur violenta, era volta a correggere il carattere ribelle della ragazza «rimproverata per avere fumato». La Cassazione ha passato in rassegna i due episodi nei quali la coppia aveva reagito con violenza nei confronti della figlia di lui e ha ricordato che la donna in una occasione aveva lanciato un cucchiaio contro la ragazza, mentre il padre le aveva dato sei schiaffi prendendola per i capelli.

Insomma, due episodi nei quali la coppia torinese, scrive la Cassazione nella sentenza 45859, è andata ben oltre il legittimo esercizio dello `ius corrigendi´. Anzi, spiega la Suprema Corte che «in entrambi gli episodi contestati, le condotte poste in essere dagli imputati travalicavano i limiti dell'esercizio delle facoltà coercitive genitoriali, nel momento in cui si risolvevano in atti violenti in nessun modo riconducibili ad una legittima finalità correttiva». Comportamenti di questo genere, annota ancora la Suprema Corte, «sono estranei ad una finalità correzionale che vede la violenza quale incompatibile sia con la tutela della dignità del soggetto minorenne che con l'esigenza di un equilibrato sviluppo della personalità dello stesso». Convalidato così il giudizio del Tribunale di Torino, luglio 2011.

Fonte: Adnkronos

Diretta primarie: il 'vaffa' sottovoce di Rosy a Bianca

Il Giorno

Bianca Berlinguer toglie la parola alla Rosy Bindi per darla a Niki Vendola. la Bindi non ci sta e le sussurra un Vaffa appena velato.


Norvegia, diffuse le immagini del primo attentato di Breivik

Il Giorno

Uccise 8 persone, poi andò a Utoya dove ammazzò 69 ragazzi

Le immagini, catturate dalle telecamere di sorveglianza, mostrano il furgone bianco parcheggiato ai piedi della torre che ospita gli uffici del Primo ministro. Subito l’estremista di estrema destra, con una uniforme indosso, si allontana rapidamente

Oslo, 26 novembre 2012


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La televisione pubblica norvegese NRK ha diffuso oggi per la prima volta un video in cui si vede Anders Behring Breivik, l’autore della strage di Utoya, mentre parcheggia il furgone imbottito di esplosivo che salterà in aria provocando otto morti il 22 luglio 2011 a Oslo. Catturate dalle telecamere di sorveglianza, le immagini mostrano il furgone bianco parcheggiato ai piedi della torre che ospita gli uffici del Primo ministro e l’estremista di estrema destra che con una uniforme indosso, con tanto di casco antisommossa si allontana rapidamente.

Nel video, commentato dall’agente di sicurezza in servizio quel giorno, si vede anche sotto diverse angolazioni la deflagrazione della bomba di circa una tonnellata che ha ucciso le otto persone e ne ha ferite diverse altre. Si vede anche Breivik partire a bordo di un secondo veicolo, una Fiat grigia, con la quale si recherà sull’isola di Utoya. Là aprirà il fuoco sui ragazzi riuniti ad un raduno di Giovani laburisti, uccidendo altre 69 persone.

Delle immagini dell’attentato erano già state diffuse al processo ma è la prima volta che vengono mostrate al grande pubblico. Il 24 agosto, Breivik è stato condannato alla pena massima di 21 anni di reclusione che potrà essere prolungata indefinitamente.


Sei morti sotto il treno Lite tra le pompe funebri

Il Giorno

A Rossano un treno ha travolto un furgone: morti sei immigrati
Subito dopo la tragedia del furgone sotto il treno, alcuni addetti alle pompe funebri hanno iniziato a litigare. "Vergognatevi" le urla dei parenti di fronte all'incredibile scena
Dopo la strage del treno che ha travolto un'auto a Rossano, gli impresari delle pompe funebri hanno litigato per contendersi le salme: calci e pugni davanti ai parenti e vittime gettate a terra


L’ovvio mistero di Elisa Claps

Stefano Giani - Lun, 26/11/2012 - 16:04

Un libro di Assunta Basentini e Cristiana Coviello ripercorre le vicende della ragazza potentina scomparsa il 12 settembre 1993 e ritrovata morta nel sottotetto della chiesa dove aveva dato appuntamento a un’amica diciassette anni dopo, nel marzo 2010

Elisa ha vissuto sedici anni. E per diciassette è rimasta dispersa.


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Ossia è stata desaparecida per più anni di quelli che è stata al mondo. Elisa è Elisa Claps, la studentessa potentina della quale si sono perse le tracce il 12 settembre 1993. Il suo corpo è stato ritrovato il 17 marzo 2010, nel luogo dove aveva detto di andare. Il sottotetto della chiesa della Santissima Trinità. Ed è proprio questo l’aspetto più inquietante. Allucinante. Incomprensibile. Sconcertante. Odioso. Insopportabile. Diciassette anni per scoprire una verità che era sotto gli occhi di tutti.

Elisa lascia l’amica Eliana, per allontanarsi con Danilo Restivo, che sostiene di doverle consegnare un regalo. I due raggiungono la mansarda della canonica, dalla quale più tardi esce solo Danilo. Di Elisa non si sa nulla. L’amica Eliana aspetta invano all’appuntamento, intorno a mezzogiorno, per raggiungere con la compagna di scuola la casa di campagna di quest’ultima. Ma serviranno 17 anni per trovare, in quel sottotetto, il corpo senza vita di una giovane, uccisa quella stessa mattina. E altrettanto tempo servirà per assicurare alla giustizia lo stesso Danilo che, nel frattempo, in Inghilterra, si è reso colpevole di un altro delitto.

Insomma dinamica e colpevoli scontati, ma perché la verità venga alla luce occorrono più di tre lustri. Su questo paradosso inaccettabile è costruito il volume “Elisa tra cielo e terra” (Luigi Pellegrini editore, pp. 182, euro 15) di Assunta Basentini e Cristiana Coviello che rendono un lusinghiero omaggio a questa ragazza, finita vittima di un bruto, che con la scusa di un regalo, voleva offrirle il proprio amore, ma vistosi rifiutato, l’ha uccisa. Il libro è un’opera unica nel suo genere. Non è un romanzo. Non è un’inchiesta. Non è un adattamento teatrale. Non è una sceneggiatura. Non è giornalismo. E’ memoria. E’ tributo. E’ delusione. E’ scoramento.

Perché dire che Elisa non meritava la fine che ha fatto è talmente ovvio da risultare irritante. Ma pensare che Elisa sia stata assassinata in una chiesa e lì sia rimasta per 17 anni mentre tutti azzardavano le ipotesi più assurde o si ascoltavano le testimonianze più incredibili, talvolta ritrattate dopo poche ore dagli stessi presunti teste, ebbene tutto questo è sconcertante perché trasmette, nell’italiano medio, una sensazione di abbandono. Perché chiunque potrebbe essere un’altra piccola Elisa. Perché in fondo le soluzioni più semplici sono quelle cui è più arduo arrivare, forse perché troppo scontate. Troppo ovvie. Troppo probabili. Troppo vere. Per essere. Vere

Bare negli aeroporti: più dignità Enac inventa le «sale del commiato»

Corriere della sera

Dopo la denuncia di Corriere.it, interviene il ministro degli Esteri Terzi. E l'ente per l'avizione scrive alle direzioni degli scali: zone riservate ai defunti in ogni aerostazione


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ROMA - Più rispetto per le salme che rientrano in Italia. Dopo la denuncia di Corriere.it del marzo 2012 -«Fiumicino, le bare in magazzino con pesce e verdure» - e dopo l'interessamento della Farnesina, l'Enac scrive alle direzioni aeroportuali italiane chiedendo che venga organizzata un'accoglienza più umana. Mai più corpi trattati al pari di merce qualsiasi, ma «sale del commiato» (le prime nasceranno a Roma e Milano) riservate e rispettose della dignità di chi resta, e di chi non c'è più. Si prospetta così una svolta nella delicata gestione del rientro delle salme di italiani morti all'estero.

ESPERIENZA DEVASTANTE - La storia che aveva fatto emergere una gestione senza rispetto né dignità per morti e loro familiari è la storia di un dolore che non passa, del senso di impotenza per una morte lontano da casa, del ritorno poco dignitoso di un feretro (quando non viene accolto da picchetti e onori di Stato, come accade per i nostri caduti in missioni di pace). La vicenda era stata portata alla luce dal Corriere della Sera: la signora Francesca aveva raccontato, in una lettera, quanto fosse devastante - per i congiunti - il rimpatrio delle salme 'civili' negli aeroporti in Italia. Un trattamento disumano se raffrontato a quello riservato ai tanti militari caduti in servizio: le bare dei civili accolte in un magazzino aeroportuale insieme a merce di ogni genere.

254 SALME SOLO NEL 2011 - Una «barbarie che si consuma ogni giorno nel silenzio generale», raccontava la vedova, e che riguarda tantissime persone: solo nel 2011 sono rientrate 254 salme, molte delle quali transitate o approdate a Fiumicino. Ad oggi solo gli scali di Venezia, Treviso e Trieste hanno a disposizione zone riservate per questa delicata accoglienza.

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MORTE SUL LAVORO - La storia di Luigi - stimato restauratore di siti archelogici di fama internazionale morto improvvisamente in Egitto nel dicembre 2011 - e di sua moglie Francesca, forse servirà a restituire dignità a tutte quelle famiglie che, d'ora in poi, dovranno affrontare una simile esperienza. Nella speranza che un trattamento più rispettoso, sapendo che non potrà mai ripagare neanche in parte il dolore, almeno possa rendere possibile l'elaborazione del lutto rispettando l'emotività dei congiunti devastati da una perdita improvvisa.

LA LETTERA - Ecco cosa scriveva la donna di quei terribili momenti vissuti nello scalo merci a Fiumicinio: «La bara ha sostato per alcune ore nello stanzone dove arrivano i prodotti che importiamo dal Cairo. Prevalentemente pesce, verdure di vario genere. Provo un profondo sentimento di schifo per questa pratica barbara, e si badi bene, non penso alle cerimonie dei militari che rientrano a Ciampino con aerei di Stato e tutto l’onore (vanno a servire la Patria) ma diamine, neanche lo scarico merci. Sembra un paese folle, schizofrenico, o troppi onori o troppo disonore. Un civile che muore all’estero (per svariate cause), non deve e non può valere meno, e tornare in patria come un pesce o una cassetta di insalata».

INTERVIENE LA FARNESINA - Dopo la lettera al Corriere si registra il più assoluto silenzio da parte delle direzioni aeroportuali in Italia. Così Francesca decide di contattare il ministro degli Esteri Giulio Terzi, inviando una lettera in cui raccontava della dolorosa esperienza. La risposta di Terzi non si è fatta attendere, utilizzando tra l'altro il profilo Facebook attraverso cui era stato raggiunto: «Ho scritto al ministro Passera per sensibilizzarlo sulle condizioni di accoglienza delle salme negli aeroporti italiani». Un barlume di speranza si accende, confermato dall'incontro del Ministro con la signora Francesca direttamente alla Farnesina. In quella occasione, il 20 novembre scorso, Terzi ribadisce la necessità di intervenire al più presto affinchè le famiglie possano avere a disposizione aree riservate negli aeroporti per l'accoglienza dei propri congiunti deceduti all'estero.

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L'ENAC SI MOBILITA - La Farnesina conferma a Corriere.it l'impegno contenuto in una circolare dell'Enac (Ente nazionale aviazione civile) che «invita le direzioni aeroportuali ad organizzare zone riservate esclusivamente alle bare all’interno degli aeroporti». Se le promesse verranno mantenute, i primi aeroporti a dotarsi di una sala del commiato saranno quelli di Milano e di Roma. Sperando che gli altri ne seguano il buon esempio. L'impegno del ministro Terzi, appresa la storia di Francesca, si concretizzerà ulteriormente nel patrocinio di una onlus che ricorderà il defunto Luigi e il suo riconosciuto impegno nella salvaguardia dell'arte sia in Italia sia all'estero.

Michele Marangon
26 novembre 2012 | 13:54

Ramponi e piccozza: si studia a Premana la sicurezza di chi arrampica e chi lavora

Corriere della sera

Nel centro di eccellenza della Camp, in Valsassina, dove si testano attrezzature per la produzione e gli sport estremi
A Premana, in Valsassina, a una settantina di chilometri da Milano, si testano le attrezzature da alpinismo e da lavoro in fune. C’è un paese in Lombardia, che è diventato la capitale mondiale della picozza. Si chiama Premana ed è appeso a un ripido pendio in cima alla Valsassina, tra il Legnone e il Pizzo dei Tre Signori. Grazie alle miniere di ferro della Val Varrone, dalle forbici ai coltelli, dalle ringhiere ai campani, qui le lavorazioni del ferro sono di casa. Già nel XVII secolo alcune fra le più pregiate lame di Toledo e i ferri di prua delle gondole veneziane recavano il marchio del centro lecchese.


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RICERCHE - Alla Camp di Premana è in funzione dal 2007 un Centro Ricerche e Sviluppo, che rappresenta il più attrezzato laboratorio europeo per testare le attrezzature che vengono utilizzate in alpinismo e nei lavori degli operatori che agiscono nel vuoto appesi a un cavo. Il centro, che costituisce una delle tante eccellenze italiane poco note, dispone di una serie di apparecchiature, che permettono di controllare la tenuta e l’affidabilità di moschettoni, fettucce, imbragature, dissipatori.

TRADIZIONE - Le macchine presenti nel centro di Premana si distinguono a seconda che consentano di testare la tenuta o l’usura dei materiali. Per verificare l’affidabilità al volo sono state installate due torri di caduta di nove metri di altezza, una libera, l’altra guidata. Un manichino di 100 kg viene gettato nel vuoto per studiare come reagiscono gli apparati di sicurezza. Una seconda macchina è il dinamometro, racchiuso entro una cabina di vetro particolarmente resistente. Consente invece di verificare il carico di rottura di fettucce, cuciture e moschettoni. Vengono applicate trazioni di migliaia di chili, fino a che il materiale salta. I dati vengono costantemente monitorati dal computer, che disegna la curva di rottura.

USURA - Poco lontano un centro di lavoro computerizzato permette di realizzare i prototipi che poi verranno testati. Accanto, una serie di cucitrici a filo realizzano le speciali cuciture, che dovranno resistere agli strappi: il computer che guida il processo garantisce che non sia inserito né un punto in più, né un punto in meno. L’altro settore sono le macchine di fatica. Attraverso migliaia, talvolta decine di migliaia di passaggi, sono incaricate di verificare quanto un tessuto resista all’abrasione o quante volte si possa aprire un moschettone o ancora quanto reggano le punte di un rampone.
SICUREZZA - Il centro di Premana è uno dei frutti più fecondi della nuova cultura della sicurezza, che, dagli sport estremi, è ormai passata al mondo del lavoro. Oggi l’attrezzatura è sempre più affidabile e offre parametri largamente superiori alle esigenze di chi opera nel vuoto. Ma spetta agli uomini decidere se usarla e soprattutto usarla nel modo più corretto.
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Franco Brevini
26 novembre 2012 | 16:32

In arrivo la prima arma da stampare a casa

Corriere della sera

«Wiki weapon» dello studente Cody Wilson: un file open source da scaricare e modellare con una stampante 3D

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MILANO - Open source, wiki, stampanti 3D e libertà di espressione sono gli strumenti e le argomentazioni di un progetto che sta facendo molto discutere: la possibilità di creare armi. A sollevare la questione ci ha pensato Defense Distributed, una organizzazione no profit guidata dallo studente texano Cody Wilson, che ha allestito il progetto Wiki Weapon per la realizzazione di un file con le istruzioni necessarie per costruirsi in casa un'arma da fuoco utilizzando una stampante 3D. Defense Distributed ha provato a trovare i soldi necessari alla creazione dei primi prototipi promuovendo il progetto su Indiegogo, un sito internazionale di crowdfunding.

E probabilmente le pistole wiki sarebbero già in circolazione se l'attenzione dei media (nella fattispecie il Guardian) non avesse allertato le autorità e sensibilizzato le parti in causa. Il fornitore della stampante 3D affittata dal gruppo ha sospeso il contratto e si è ripreso la macchina. Indiegogo ha cancellato il progetto dalla piattaforma e restituito i duemila dollari già raccolti ai donatori. Ora Wilson è in attesa di una licenza dalle autorità per poter proseguire il suo progetto.

DUE MODELLI – Le istruzioni che Defense Distributed sta raccogliendo serviranno alla produzione di due differenti oggetti. Il primo non ha parti mobili e funziona grazie a un solenoide (una bobina a spirale) elettrico da aggiungere alle parti prodotte dalla stampante 3D. Il secondo modello invece prevede un funzionamento meccanico, non richiede aggiunte per funzionare e quindi si candida a essere la prima pistola stampabile. Il modello

A sarà pronto venti giorni dopo aver ricevuto il completo finanziamento, e servirà soprattutto per risolvere i problemi legati al design e ai materiali per il modello B. Il principale problema che Wilson e soci prevedono di incontrare è quello della tenuta delle plastiche usate dalle stampanti 3D alle alte temperature generate dal passaggio del proiettile nella canna. Per mettere a punto il design vengono usati solo software CADopen source e il file sarà a sua volta aperto a tutti per il libero utilizzo e le modifiche.

UN FILE – Defense Distributed non vuole vendere armi, d'altronde è una associazione no profit e non potrebbe nemmeno volendo. Quello con cui Wilson vuole cambiare il mondo è un file, anzi nemmeno: vuole pubblicare un file e darlo in pasto alla comunità di sviluppatori di tutto il mondo perché lo perfezionino e lo differenzino. Insomma regala un'idea e una piattaforma open source da cui partire. L'idea non è nemmeno molto originale, anzi: il Manifesto di Defense Distributed è una collezione di citazioni a favore del diritto di possedere un'arma (assai condiviso ieri e oggi negli Usa), a iniziare da Thomas Jefferson.

Per essere un «progetto per aumentare le libertà dei cittadini» autorizzato dalla «libertà di espressione» (tecnicamente un file è un'informazione), i toni del discorso sono dettati dalla paura e sembra di sentir parlare più un cowboy alle prese con un assedio di indiani che un libero pensatore: «Il mondo sta cambiando e la politica del controllo delle armi non tiene conto di quel che succede là fuori», dichiara il giovane Wilson con l'apparente saggezza di chi ne ha viste di tutti i colori. E anche lo slogan per convincere che la Wiki Weapon sia semplicemente l'ennesimo esempio di emancipazione reso possibile dal mondo digitale e dalle stampanti 3D non convince molto. Con tutti gli strumenti disponibili si può fare meglio di una pistola di plastica.

Gabriele De Palma
26 novembre 2012 | 16:38

Cara Littizzetto, no la Coop non sei tu» La lettera-denuncia delle lavoratrici Usb

Corriere della sera

«Siamo sorridenti alla cassa, ma anche incazzate». La replica: «Perseguiamo una politica di stabilizzazione del personale»
«Cara Luciana, no, la Coop noi sei tu» è il preambolo. «La Coop siamo noi. Siamo donne lavoratrici e madri che facciamo la Coop tutti i giorni. Siamo sorridenti alla cassa, ma anche terribilmente incazzate», è la frase accessoria.


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«VENGO A VIVERE ALLA COOP» - Altro che «vengo a vivere alla Coop. A casa le donne ci starebbero volentieri. Con figli e mariti. Eppure sanno di essere senza alternativa, perché in qualche modo la famiglia si deve mantenere, e allora meglio essere sfruttate che rimanere a casa senza lavoro», è il teorema accusatorio che deflagra a Casalecchio di Reno, quartier generale Coop, nella giornata di domenica e ad assume i connotati di una lettera-denuncia di alcune dipendenti appartenenti all'Usb, la sigla confederale da sempre percepita come la più combattiva, la meno incline al compromesso, alla diplomazia nelle relazioni sindacali. Di certo minoritaria nella rappresentanza, ma pur sempre interprete di malessere e risentimento verso un'azienda invece ritenuta estremamente attenta ai diritti dei lavoratori e alle loro condizioni professionali.

LO SPOT - La lettera poi prende in prestito probabilmente uno degli spot pubblicitari più azzeccati degli ultimi anni. Annuncio che esprime - nelle intenzioni dei guru del marketing - l'identificazione tra marchio e consumatore. Che presuppone la simbiosi tra i valori di un'azienda della grande distribuzione italiana e le scelte d'acquisto di chi decide di fare la spesa in uno dei migliaia punti vendita Coop presenti in Italia. Spot che si appella al tradizionale familismo tutto italiano, coinvolge gli aspetti emotivamente più profondi nelle scelte di consumo, quelle che orientano le motivazioni di acquisto con la crisi fortissima che riduce le possibilità di spesa delle famiglie sì, che ora però tendono a cercare l'identificazione valoriale dei prodotti selezionati per noi sugli scaffali.

IL TESTIMONIAL - Che poi il testimonial sia Luciana Littizzetto assume una maggiore forza simbolica: una donna conosciuta al grande pubblico, intelligente e nazionalpopolare, la perfetta incarnazione della donna italiana lontana dal modello Olgettina, icona di riferimento di una sinistra auto-ironica e mai radical-chic. Per un brand organico da sempre a quell'area culturale/sociale/politica di riferimento, il quartier generale a Casalecchio di Reno nel bolognese, la straordinaria vitalità dell'associazionismo cooperativo emiliano che ne ha fatto la best-practice della gdo su scala italiana, era quindi il testimonial perfetto.

LA LETTERA - Ecco perché la denuncia delle lavoratrici Coop determina un cortocircuito a questo modello di riferimento, perché la condizione che raccontano le cassiere non è proprio rosea come invece viene descritta nella pubblicità. Anzi. «A comandare sono tutti uomini e non vige certo lo spirito cooperativo. Ti facciamo un esempio - scrivono alla Littizzetto - e per andare in bagno bisogna chiedere il permesso e siccome il personale è sempre poco possiamo anche aspettare ore prima di poter andare. Viviamo in condizioni di quotidiana ricattabilità, sempre con la paura di perdere il posto e perciò sempre in condizioni di dover accettare tutte le decisioni che continuamente vengono prese sulla nostra pelle».

LA REPLICA - A stretto giro è arrivata la replica dell'azienda bolognese. «Pur comprendendo le difficoltà di chi si trova in una condizione di lavoro precario - ha comunicato in una nota il gruppo di Casalecchio - riteniamo assolutamente infondate le informazioni contenute nella lettera aperta sia per quanto attiene i salari corrisposti, non certo compatibili con gli standard retributivi di un lavoratore a tempo pieno, sia anche per le modalità organizzative del lavoro». E ha aggiunto «che la strategia occupazionale di Coop, anche in un periodo di profonda crisi e di calo dei consumi, mira in primo luogo, come è evidente dai dati precedentemente evidenziati, a perseguire una politica di stabilizzazione del personale».

Fabio Savelli
FabioSavelli26 novembre 2012 | 16:52

A Cambridge apre il «Terminator Centre» contro la rivolta delle macchine

Corriere della sera

L'istituto si occuperà di studiare le minacce che potrebbero nascondersi dietro l'evoluzione dell'intelligenza artificiale



L'«occhio» di Hal 9000L'«occhio» di Hal 9000 

MILANO – Negli anni futuri l’uomo si affiderà sempre più alle tecnologie e alla scienza. Ma se proprio l’intelligenza artificiale ed esplosiva, le tecnologie e il progresso sfrenato si ribellassero, proprio come HAL 9000 nell’indimenticabile 2001 Odissea nello spazio di Kubrik? Qualcuno sta già studiando questo scenario, prima che un giorno sia troppo tardi.



Arnold Schwarzenegger in TerminatorArnold Schwarzenegger in Terminator

TERMINATOR CENTRE
- Il suo vero nome è Centre for the Study of Existential Risk (Cser), ma da molti è già stato ribattezzato «Terminator Centre». A dare vita all'istituto che si occuperà di studiare le minacce che potrebbero nascondersi nel nostro futuro sono stati Lord Martin Rees, astronomo reale e cosmologo di fama mondiale, Huw Price, professore di filosofia della Cambridge University, e il co-fondatore di Skype, Jaan Tallinn. Rees, ex presidente della Royal Society, ha pubblicato nel 2003 un libro intitolato Our Final Century (Il Nostro Secolo Finale), nel quale metteva in guardia l'umanità dalla propria auto-distruttività che, a suo dire, potrebbe cancellarla dalla faccia della Terra entro il 2100. Per tentare di prevedere, e possibilmente prevenire, i futuri rischi i fondatori del Cser intendono radunare nel corso del prossimo anno accademici provenienti da discipline differenti: filosofi, astronomi, biologi, esperti di intelligenza artificiale, neuro-scienziati ed economisti sonderanno il nostro avvenire a caccia di tutto ciò che potrebbe andare storto, soprattutto nell'evoluzione delle tecnologie.



La realtà binaria di MatrixLa realtà binaria di Matrix

LA RIVOLTA DELLE MACCHINE
- Nel 1965 il matematico e crittologo inglese John Good, amico e collaboratore di Alan Turing, uno dei padri dell'informatica, scrisse un articolo per New Scientist, nel quale prevedeva l'imminente costruzione di una macchina ultra-intelligente che sarebbe stata l'ultima invenzione dell'umanità. L'idea di Good, che fu anche consulente di Stanley Kubrick all'epoca di 2001: Odissea nello Spazio, era che quest' ultima, definitiva, innovazione avrebbe portato a una «esplosione dell'intelligenza». Un computer super-intelligente avrebbe progettato e realizzato macchine ancora migliori, che a loro volta avrebbero ulteriormente sorpassato l'intelletto umano. Anche i tre fondatori del Cser ritengono che la messa a punto di una macchina ultra-intelligente potrebbe avere serie conseguenze:

«La natura non aveva previsto l'impatto che avrebbe avuto l'uomo e noi a nostra volta non possiamo considerare l'intelligenza artificiale sicura e garantita», - ha dichiarato Huw Price. «Dobbiamo prendere in seria considerazione la possibilità che a un certo punto il vaso di Pandora della tecnologia possa aprirsi e farsi trovare impreparati avrebbe conseguenze disastrose». Le ricerche del «Terminator Centre» prenderanno il via con la consapevolezza che il genere umano si sta avvicinando a un punto in cui le tecnologie potrebbero rappresentare una minaccia alla sua stessa sopravvivenza. Ma non si tratterà di studi improntati all'allarmismo poiché, come ha sottolineato ancora Huw Price, «Non stiamo dicendo che possiamo prevedere che questo avverrà, nessuno al momento è in grado di farlo, ma i rischi esistono ed è bene tenerlo a mente».


Emanuela Di Pasqua
26 novembre 2012 | 15:34

Le società anonime occultano risorse al Paese

Corriere della sera

Proposta al Ministro Grilli affinché si conoscano i titolari effettivi delle operazioni finanziarie


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Dal 1990 in poi sono stati fatti passi avanti importanti nella lotta alle condotte di riciclaggio di denaro proveniente da delitto, resta fuori però un'area intoccata, e forse intoccabile: l'operatività in Italia delle società ed enti incorporati in giurisdizioni che consentono l'anonimato societario.
Il problema è che nel mondo vagano enormi masse di denaro di provenienza illecita che spesso vengono collocate nel sistema economico lecito attraverso società, enti e strutture finanziarie complesse posizionate in giurisdizioni che garantiscono il totale anonimato.

Queste società, enti e strutture estere le troviamo quotidianamente nel nostro sistema economico in modo assolutamente straordinario ed incisivo. Su 250 società quotate nella nostra borsa, circa la metà dichiara soci esteri con più del 2% del capitale sociale. Basta accedere al sito di Consob e vedere tali dichiarazioni. Insomma una grande massa di denaro investito sulle nostre quotate arriva dall'estero ma soprattutto arriva da soggetti anonimi.

Ad esempio la AS Roma è interamente detenuta da società estere, ma anche Class editori, De Longhi, Seat Pagine Gialle e Vittoria Assicurazioni hanno rilevanti quote del loro capitale in mani estere. Va ricordato che tutte, ripeto tutte, le grandi bancarotte dell'ultimo ventennio sono state causate da distrazioni di denaro verso società anonime estere; tutti i più grandi scandali a partire dallo scandalo petroli per la corruzione dei politici negli anni 70, fino a quelli più recenti sull'utilizzo del denaro pubblico da parte di soggetti politici, riportano sempre la presenza di società o strutture estere anonime.

Queste strutture, proprio per gli enormi vantaggi che l'anonimato può offrire alle attività criminose, sono utilizzate nella maggior parte dei casi da chi abitualmente delinque. Dalla mia esperienza una buona parte delle società estere che operano sul territorio nazionale detenendo partecipazioni in società italiane, sono società anonime posizionate in giurisdizioni di fatto inesplorabili che neppure rispondono alle rogatorie della magistratura oppure rispondono dopo anni quando le condotte illecite sono prescritte.

Ed ancora, se si potesse accedere agli archivi informatici del catasto e delle conservatorie chiedendo il conto di quanti soggetti esteri sono lì iscritti si potrebbe avere un'idea della massa degli immobili italiani che costoro detengono. Se poi si potesse chiedere alla Banca d'Italia le statistiche dei trasferimenti dall'estero verso l'Italia di denaro a favore di società di diritto italiano a titolo di finanziamento da parte di società anonime estere, si avrebbero, credo, grandi sorprese. Ulteriori sorprese si avrebbero se gli accertamenti venissero estesi alle fideiussioni che vengono rilasciate a favore del sistema bancario nazionale per conto di società residenti, da parte di società estere anonime.

È attraverso questi meccanismi che vengono canalizzati in Italia denari oscuri per aumentare il capitale delle società, per effettuare finanziamenti dei soci o finanziamenti a titolo oneroso e sempre più spesso per comprare direttamente beni o aziende. Sia chiaro che il problema non sono le strutture giuridiche anonime di cui si sono dotati taluni paesi esteri, bensì l'uso illecito che alcuni ne fanno. Oggi la normativa antiriciclaggio prevede che chiunque voglia operare sul nostro territorio tramite i nostri intermediari finanziari e professionisti, deve essere identificato e adeguatamente verificato, ma soprattutto deve dichiarare chi è la persona fisica che fa capo a questa operazione, e la sua dichiarazione deve essere assolutamente credibile e verificabile.

Certo che bisogna anche tutelare le legittime necessità di riservatezza: il titolare per esempio di un porno shop ha il diritto di restare anonimo se pensa che in paese molti lo guarderebbero storto. Quindi si rivolgerà ad una società fiduciaria, allo scopo autorizzata, che si intesterà a suo nome, ma per conto del cliente, i beni o l'operazione finanziaria. Tale operazione sarà impermeabile alle occhiate dei terzi ma assolutamente trasparente sia per l'amministrazione finanziaria che per la magistratura. C’è da chiedersi per quale motivo nelle compagini sociali delle società italiane quotate e non quotate vi sia una massa così enorme di società off-shore ed una quota così irrilevante di società fiduciarie.

Per non parlare della solita holding lussemburghese che possiede società nazionali, che a sua volta è posseduta da società olandesi che a loro volta sono possedute da anonime caraibiche; oppure quante volte si sono viste società inglesi possedute da anonime società delle isole del canale della manica; catene che finiscono sempre per possedere società italiane e a fare operazioni finanziarie di tutti tipi. Insomma io credo che se ci fosse la volontà politica si potrebbe con grande facilità arginare gran parte dei problemi connessi all'anonimato utilizzando principi e strutture legislative già esistenti e collaudate nel nostro sistema giuridico.

Basterebbe forse introdurre, ad esempio, un precetto di questo tipo:

“È vietata ogni transazione economica o finanziaria fra soggetti residenti e società o enti di diritto estero di qualsiasi tipo incorporati in giurisdizioni che garantiscono l'anonimato societario.
La disposizione di cui al comma precedente non si applica qualora il soggetto residente accerti il titolare effettivo della controparte estera secondo le disposizioni del decreto legislativo 231/2007 e successive modificazioni ed integrazioni”. In questo modo riusciremmo ad impedire la movimentazione di denaro di fonte anonima obbligando tali soggetti a esplicitarsi: e ne vedremmo delle belle.

Non solo; non potendo più operare sul territorio nazionale nell'assoluto anonimato, renderemmo di fatto inefficaci tutti i trasferimenti di questi grandi patrimoni illeciti con la semplice consegna di un certificato azionario brevi manu e molto altro. È chiaro che questa non è la bacchetta magica, ma potrebbe essere un buon inizio certamente da approfondire molto con le strutture legislative dei ministeri interessati.

Gli abituali utilizzatori delle giurisdizioni off-shore si organizzerebbero comunque, cercherebbero di operare con fondi di investimento sempre più sofisticati o con altri strumenti, però introducendo l'obbligo di identificazione del titolare effettivo, costoro si dovranno scontrare con le centinaia di migliaia di professionisti chiamati a vigilare dalla normativa antiriciclaggio per segnalare eventuali operazioni sospette. Siccome dipendenti di banche ed intermediari finanziari rispondono personalmente e di tasca loro con sanzioni sino al 40% della somma relativa all'operazione non segnalata, oltre alle eventuali conseguenze penali, è evidente che diventerebbe più difficile fare operazioni di riciclaggio coperti dall'anonimato societario.

Giangaetano Bellavia
26 novembre 2012 | 16:57