venerdì 23 novembre 2012

La Spagna agli eredi degli ebrei sefarditi “Vi daremo subito la cittadinanza”

La Stampa

Costretti all’esilio dai re cattolici, oggi ricevono un riconoscimento da parte del governo di Madrid. “Molti dei loro discendenti vogliono soltanto morire spagnoli”
 
gian antonio orighi
madrid


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Meglio tardi che mai. 520 anni dopo, il governo popolare (centro-destra a maggioranza cattolica) del premier Mariano Rajoy concederá la nazionalità spagnola ai discendenti degli ebrei sefarditi (in ebraico, Sefarad significa Spagna), vergognosamente cacciati nel 1492 dai re cattolici con un pògrom che viene considerato il primo Olocausto della storia del popolo di Israele. Quanti sono? Secondo il quotidiano Abc, sui 3 milioni, sparsi dagli Usa alla Turchia.

La riparazione è stata annunciata ieri, nel centro Sefarad-Israel di Madrid, dai ministri della Giustizia, Alberto Ruiz-Gallardón, e degli Esteri, José Manuel García-Margallo, alla presenza di Isaac Querub, presidente della Federazione delle Comunità Ebraiche di Spagna. Finora, i discendenti degli ebrei cacciati da Isabella La Cattolica e Fernando d’Aragona ( ben 150 mila ) potevano acquisire la nazionalità spagnola dopo 2 anni di residenza nel Paese. Adesso, con una riforma del codice civile del 1982, basterà accreditare la condizione di sefardita con un certificato rilasciato dalla Federazione delle Comunità Ebraiche. Poi, basterà giurare fedeltà alla Costituzione post-franchista del ‘78 e al re di Spagna.

“Mesi fa un anziano sefardita di Serajevo ci contattò per cercare di diventare spagnolo. Non voleva venire in Spagna, solo morire come spagnolo - ha ricordato Querub -. È solo un esempio del sentimento che si mantiene vivo tra la comunità sefardita in diversi Paesi del mondo”. García-Margallo, dal canto suo ha precisato: “Uno degli obbiettivi di questa decisione è quella di recuperare la memoria della Spagna, ridotta al silenzio durante troppo tempo, e concludere il cammino degli spagnoli che hanno nostalgia di Sefarad e vivono nella diaspora”.

Non pensare, scatta!": la Lomo compie 20 anni

Corriere della sera

In un mondo digitale, sopravvive e anzi si diffonde la cultura della macchina fotografica a pellicola di produzione sovietica



MILANO – «Non pensare, scatta!» È il motto dei lomografi di tutto il mondo, che a 20 anni dalla scoperta della prima Lomo, macchina sovietica compatta a 35 millimetri per fare foto analogiche, festeggiano e resistono. Alla fotografia digitale, agli smartphone, a Instagram (che ne scimmiotta i risultati con i suoi filtri), alle app e a Photoshop: fedeli alla pellicola a 35 millimetri, ai colori saturi, ai giochi della doppia esposizione e alle foto che da casuali diventano quasi arte, i lomografi di tutto il mondo il 23 novembre si riuniscono per scattare e ricordare quando tutto iniziò, nel 1992. Sono mezzo milione in tutto il mondo, 13mila quelli registrati solo in Italia (e a Milano si terrà la festa nazionale, proprio il 23), e non accennano a scomparire. Curiosamente, si affermano e crescono anzi negli anni in cui la fotografia digitale scoppia e manda a casa i vecchi rullini analogici.

20 anni di Lomo 20 anni di Lomo 20 anni di Lomo 20 anni di Lomo 20 anni di Lomo

UNA STORIA LUNGA 20 ANNI – Giusto un anno prima del 92, due studenti universitari di Vienna scoprirono, durante una vacanza a Praga, una macchina fotografica compatta, nera, molto pesante e dal design davvero vintage. La acquistarono per pochi denari in un mercatino dell’usato, e iniziarono a usarla, scoprendo con grande stupore le sue qualità. Si trattava di una LOMO LC-A (Kompact Automat), prodotta nell’allora Leningrado, oggi San Pietroburgo, dalla Leningradskoe Optiko-Mechaničeskoe Ob"edinenie, LOMO appunto. Di progettazione sovietica, questo esemplare aveva una focale di 32 millimetri, una piccola lente con grande luminosità, che dava alle foto risultati straordinari.

La macchina, molto diffusa nell’ex Urss per via dei suoi costi contenuti, appassionò subito i due, che ne apprezzarono la facilità di scatto, la semplicità e compattezza delle forme, e i risultati: le foto sembrano contornate da una sorta di cornice-vignetta che ne sfuma e arrotonda i confini, i colori sono saturi, i rossi marcati, forti i contrasti tra i chiari e gli scuri, si può giocare con la doppia esposizione creando effetti particolari e artistici. Non a caso, oggi molti fotografi (anzi, lomografi) fanno esposizioni artistiche usando unicamente macchine Lomo.



IL RE È ANALOGICO – Incuranti dei successi del digitale degli stessi anni, i due austriaci continuarono a collezionare macchine usate acquistandole in tutti i mercatini d’Europa, fin quando non decisero di recarsi a San Pietroburgo direttamente dai responsabili Lomo, convincendoli così a ricominciare a produrre la macchina, si dice con l’aiuto di Vladimir Putin, allora sindaco della città. E proprio nel novembre 1992 nacque a Vienna quella che oggi è la Lomography, società internazionale che produce le macchine più amate dagli amanti dell’analogico.

Nonostante la sempre più scarsa diffusione dei rullini, gli amanti assicurano che tra acquisti online e vecchi laboratori fotografici non sia difficile trovare film a 35 millimetri, e a dimostrazione che il movimento Lomo interessa tutti gli amanti dell’immagine, da un anno esiste in commercio anche la Lomokino, una cinepresa che somiglia alle vecchie Super8 con una manovella, che a ogni giro fa uno scatto. Con una pellicola a 35 mm si riescono a mettere insieme anche 20 secondi di filmato, che una volta sviluppato, va poi montato in digitale. Mentre nonostante gli apparecchi fotografici Lomo si siano evoluti rispetto agli avi di Leningrado, per i 20 anni è stata lanciata una riedizione della prima LC-A.

LE 10 REGOLE – Proprio per sancire la libertà assoluta di chi ha una macchina Lomo, le dieci regole auree dei lomografi sono tutte improntate sul rompere gli schemi: porta la tua Lomo ovunque tu vada, usala giorno e notte, la lomografia non è un'interferenza nella tua vita ma ne è parte integrante, scatta senza guardare nel mirino, avvicinati più che puoi, non pensare, sii veloce, non preoccuparti in anticipo di quello che verrà impresso, non preoccuparti neppure dopo, e soprattutto: non ti preoccupare di queste regole. E anche se, come denunciano i lomografi, i filtri ricreati ad hoc dalle varie applicazioni per smartphone (e da Instagram, che ha rilanciato la moda dello scatto vintage, ma anche Hipstamatic) non danno giustizia alle caratteristiche migliori di uno scatto Lomo, le regole sembrano scritte apposta per chi gira il mondo alla ricerca di un particolare, da immortalare con il proprio telefonino.

Per ora, forte di una comunità che proprio come quella di Instagram si confronta e si vota online, la lomografia continua a scatenare curiosità e passioni dei fotografi di tutto il mondo, anche a 20 anni dal lancio occidentale di questa macchina e nonostante i prezzi degli apparecchi (sopra i 200 euro). Come raccontano alcuni adepti, si tratta della riscoperta del gusto del passato, dell’uso della pellicola, la scelta del tempo, del diaframma, del focus, il gioco e l’alchimia dell’insicurezza del suo risultato. Che il digitale ha almeno in parte cancellato.


Eva Perasso
23 novembre 2012 | 12:15

Sandy, l'isola fantasma. Creata da Google?

Corriere della sera

Le spedizioni verso il punto tra Australia e Nuova Caledonia hanno trovato solo acqua. Lo zampino «creativo» dei satelliti

MILANO - I geografi sono stupefatti e perplessi: a metà fra l'Australia e il territorio francese di Nuova Caledonia pensavano di trovare l'isola di Sandy. Ma l'isola è scomparsa. Anzi: non esiste proprio. L'«isola fantasma» australiana non è però un caso isolato. Seppur segnalate sulle mappe, sarebbero infatti ancora centinaia le isole «da sogno» che in realtà non esistono affatto. Se non sulle mappe, e non solo su quelle digitali.

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ACQUA, ACQUA - Il suo nome è Sandy. Atlanti, carte nautiche e mappe la segnalano nell’oceano Pacifico. C’è anche su Google Maps. Qui, l'isola nel Mar dei Coralli misura poco più di 20 chilometri di lunghezza e circa cinque chilometri di larghezza - non ci sono foto, ma solo una misteriosa macchia nera. Sandy Island, così sembrava, aveva tutte le caratteristiche di un’isola in stile «Lost»: sperduta e disabitata. Oltretutto, il suo nome e la dimensione facevano pensare a lunghe spiagge, a un mare cristallino. Ma non esiste. È erroneamente segnalata sulle carte geografiche da almeno dieci anni. Una spedizione con un gruppo di ricercatori dell’Università di Sydney ha raggiunto ora in nave la zona in cui si sarebbe dovuta trovare la presunta striscia di terra. Cos’hanno trovato? Solamente acqua, acqua profonda a perdita d’occhio e barriera corallina.


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ISOLE FANTASMA
- Possibile? L’isola di Sandy è soltanto l’ultima di una lunga serie di isole a dover essere cancellate definitivamente dalle mappe. Nella cartografia si trovano altri pezzi di terra in mezzo al mare dai nomi fantasiosi: Antilia, Frislandia oppure Bermeja, quest’ultima segnalata nel Golfo del Messico davanti alle coste dello Yucatan sin dalle mappe del Cinquecento fino a quelle digitali di Google. Doveva essere grande come l'isola di Föhr (circa 83 chilometri quadrati). Tre anni fa i ricercatori dell’Università di Città del Messico avevano organizzato una spedizione per esplorare le sue risorse naturali.

Tuttavia, dopo una settimana di ricerche - con navi e aerei - della striscia di terra non c’era traccia. Nessuno è in gradi di dire quante siano le cosidette «isole fantasma» - cioè quelle segnalate nel corso del tempo come realmente esistenti, con i contorni delle coste disegnati sulle mappe geografiche, ma rimosse successivamente dopo la dimostrazione della loro inesistenza. Controversi sono anche i tanti isolotti del sud del Pacifico con nomi evocativi quali Ernest Legouvé, Giove, Maria Teresa, Wachusett o Rangitiki. Colpa di esploratori ambiziosi, errori nella trascrizione delle coordinate in fase di disegno delle mappe o anche l'influenza di alcol, sono finite nella cartografia.

MISTERO - In verità, gli studiosi australiani erano partiti con la loro nave da ricerca Southern Surveyor per mappare il fondo dell'oceano. «Abbiamo voluto controllare perché le carte di navigazione a bordo segnavano acque molto profonde nella zona, oltre 1300 metri. La nostra collega Maria Seton ha scoperto questa bizzarra isola sulle nostre mappe meteorologiche, quindi siamo andati a vedere, ma non c'era nulla», ha raccontato Steven Micklethwaite dell’Università di Sydney. «Non lo sappiamo», ha spiegato Seton. «Una delle fonti degli atlanti è la Cia», aggiunge Micklethwaite. «Questo alimenta le teorie del complotto». Ciò nonostante, le isole fantasma hanno spesso una storia molto più antica. Un geografo arabo ne aveva identificato oltre 27.000 già nel dodicesimo secolo.


3 «ERRORE UMANO» - Nel «Times Atlas of the World» Sandy Island è identificata come Sable Island. Se in quell’area ci fosse effettivamente l’isola, dovrebbe cadere in territorio francese, speculano i giornali australiani. Tuttavia, l’isola di Sandy non compare sulle mappe ufficiali francesi. Secondo il servizio idrogeografico australiano, che produce le carte nautiche del Paese, la sua comparsa su alcune mappe scientifiche e su quelle digitali sarebbe semplicemente legata a un errore umano, ripetuto negli anni. Sandy Island potrebbe essere stata segnalata in seguito all’errata interpretazione dei dati satellitari.

«ABBIAMO CAMBIATO IL MONDO» - Un portavoce di Google, dal canto suo, ha assicurato che il motore di ricerca accoglie sempre con piacere informazioni di ritorno sulle sue mappe «ed è in continua esplorazione per integrare nuove informazioni dagli utenti e da fonti autorevoli». Al momento, gli scienziati australiani non ritengono necessarie altre spedizioni verso Sandy Island. La regione sarebbe oramai stata esplorata nel dettaglio. «Sono state davvero delle felici coincidenze», ha sottolineato Micklethwaite. «Dopotutto -, aggiunge con un po’ di malizia -, possiamo dire di aver cambiato il mondo».

Elmar Burchia
23 novembre 2012 | 12:54

Il redditometro è sbagliato: il software non funziona

Libero

Anche Befera sorpreso dalle prime simulazioni: spendere la stessa cifra in gioielli o in viaggi di piacere dà risultati opposti. Uno strumento da buttare...

di Fosca Bincher


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Qualche dubbio è venuto perfino allo staff del direttore dell’Agenzia delle Entrate. Prima di arrivare alla presentazione del Redditest infatti lo stesso Attilio Befera si era raccomandato ai tecnici di non compiere più tutti gli errori del passato. Nel vecchio redditometro i coefficienti di moltiplicazione delle varie spese erano spesso bislacchi, e in non pochi casi contenevano una valutazione etica della spesa che non ha nulla a che fare con un fisco moderno. Qualche miglioramento c’è stato, ma dopo avere letto le prime simulazioni fatte dalla stampa specializzata e non, qualche dubbio su come fosse stato costruito quel software è venuto anche a Befera e ai suoi principali collaboratori.

Vedere che a parità di perimetro e dati immessi nel sistema, il semplice spostamento della stessa cifra da una voce di spesa all’altra faceva cambiare il giudizio finale del Redditest, ha sorpreso. Il fatto è che il software è complesso, e calcola in sé dati che non sono visibili, ma che sono stati inseriti dai tecnici dell’Agenzia delle Entrate. Il contribuente pensa di mettere una cifra spesa in quel settore, e che tutto finisca lì. Invece automaticamente il redditest elabora quel dato e con la funzione di regressione lo inquadra secondo logiche pre-stabilite.

Ad esempio ieri qualcuno ha provato a inserire la stessa cifra di spesa in due voci diverse: l’acquisto di gioielli e i viaggi di piacere. La cifra non era in sé elevatissima - 8.000 euro - eppure nel caso dei gioielli è risultata spesa ammessa, dando come giudizio finale il semaforo verde della coerenza. Se si spostano quegli 8 mila euro dalla spesa per gioielli a quella dei viaggi scatta subito il semaforo rosso, e il contribuente risulta «incoerente». Perché? Se lo è chiesto anche lo staff di Befera. Ottenendo come risposta dagli ideatori del software che «il gioiello è valorizzato dalla funzione di regressione come bene a utilità pluriennale, mentre un viaggio è considerato dalla regressione come spesa corrente».

Il gioiello è considerato dunque un investimento che resterà negli anni e in teoria potrebbe anche apprezzarsi. In ogni caso è patrimonio rivendibile, quindi è giustificato il suo acquisto perfino se supera insieme alle altre spese le entrate dichiarate: ci si può indebitare per un rubino, è una spesa oculata. Il viaggio di piacere no, è solo un modo di buttare via i soldi. Tecnicamente la considerazione degli ideatori del software non è sbagliata, anche se non si capisce perché l’acquisto di gioielli è inserito fra le spese voluttuarie e non nel capitolo - più opportuno - degli investimenti mobiliari. Come un’azione quotata, un’obbligazione o un titolo di Stato,  il diamante o un anello d’oro può certamente essere rivenduto, può apprezzarsi, ma può anche perdere valore.

Bisognerebbe entrare nella testa dei tecnici della Agenzia delle Entrate, per conoscere la correttezza dei criteri adottati. Il Redditest fa molte domande puntuali, anche dettagliate. Ma ha nascoste decine di considerazioni che interpretano la risposta secondo logiche solo loro. Ad esempio vengono chieste le proprietà immobiliari, per cui bisogna indicare luogo e categoria catastale. Poi viene chiesto nel dettaglio cosa si spende per quelle proprietà: mutui, ristrutturazioni, investimenti, principali bollette. Uno inserisce tutto e a lui i calcoli risultano corretti: questo ho speso, questo avevo e non sono finito in rosso, quindi tutto corretto.

Eppure il Redditest ti boccia lo stesso. Perché? Perché non si fida dei dati che inserisce il contribuente. Lui ha già la risposta in testa su cosa deve costare la manutenzione globale della villetta al mare. Tu scrivi le spese che davvero sostieni, indicando al esempio 15 mila euro l’anno. Lui ha in testa che invece quella villetta costa di manutenzione 40 mila euro l’anno, e non c’è verso di convincerlo del contrario: si accende semaforo rosso, giudizio di incoerenza e si rischia quindi accertamento dell’Agenzia delle Entrate. Lo strumento è diabolico, e rischia di trasformarsi nella nuova tortura dei contribuenti. Chiamati a difendersi a ripetizione anche se non hanno fatto nulla.

Qualche dubbio tecnico sta sorgendo fra gli esperti anche sull’anonimato del giochino. Vero che il software è costituito di file java che in teoria dovrebbero operare fuori line sulla scrivania del computer, e quindi lì restare. Ma come spiega la stessa Agenzia c’è un collegamento informatico con gli ideatori del software, tanto vero che quando si lancia va a cercare eventuali versioni aggiornate per usare quelle. È  tutto da dimostrare che non  vengano inviati anche i dati compilati dal contribuente, magari per gioco. L’unica certezza è che il Redditest non è obbligatorio: la cosa migliore è proprio non farlo.


Nove categorie, 100 voci di spesa: le tue spese senza più segreti

Libero

Ecco come funziona il redditometro voluto da Monti e Befera: il Fisco saprà tutto su case, viaggi e scuola. Scopri le macrocategorie con cui calcolano il reddito presunto


La nuova versione del redditometro comprende oltre cento voci di spesa, che verranno applicate a partire dall'anno di imposta 2009. La presentazione del nuovo strumento è stata affidata allo sceriffo delle tasse, Attilo Befera, direttore dell'Agenzia delle Entrate (secondo il quale il 20% delle famiglie, probabilmente, evade). Nel dettaglio, il misuratore del reddito che serve a pizzicare evasori e potenziali evasori, nella nuova versione valuterà la capacità di esborso per risalire ai ricavi. Di fatto non ci saranno più i vecchi coefficienti: per esempio, la barca non peserà più di un camper.

Voci e macrocategorie - Le cento voci sono divise in nove gruppi di spesa, ed è da queste voci che si partirà per calcolare il reddito presunto. Si tratta di acquisti di beni durevoli; trasporti; abitazione; alimenti, bevande, abbigliamento e calzature; comubustibili d'energia; immobili, elettrodomestici e altri servizi per la casa; sanità, comunicazioni, istruzione; tempo libero, caultura e giochi; altri beni e servizi. Insomma, ogni nostra spesa verrà monitorata, anche quella per gli acquisti al supermercato. La differenza "filosofica" del nuovo metodo rispetto a quello utilizzato in passato, è che la ricostruzione, ha spiegato Befera, "non si basa su presunzioni originate dall'applicazioni di coefficienti, ma su dati certi, ossia spese sostenute, e situazioni di fatto, ossia spese medie di tipo corrente, risultanti dall'analisi annuale dell'Istat".

Rapporto col contribuente - Secondo Befera, "se uno non é evasore e spende quello che guadagna o ha risparmiato, non ha nulla da temere. Il problema ce l'avrà chi é evasore, perché con i quattrini che evade danneggia la nostra economia". Questa la risposta fornita dallo sceriffo delle tasse a chi gli chiedeva se il nuovo redditometro rischia di ridurre ulteriormente i consumi nell'attuale momento di crisi. Il nuovo metodo rende anche obbligatorio il dialogo con il contribuente attraverso il contraddittorio: l'Agenzia, infatti, è tenuta a rapportarsi con il contribuente sia in fase preventiva (chiedendogli cioè di fornire chiarimenti e integrazioni ai dati in suo possesso), sia in una eventuale seconda fase, utile per la definizione del reddito in adesione.

Così il contribuente, secondo Befera, "può sempre fornire la prova contraria prima della quantificazione della pretesa". Infine, lo sceriffo delle tasse, ha sottolineato che il nuovo redditometro "è già pronto, e siamo in fase di approvazione del relativo decreto ministeriale e quindi sicuramente a gennaio sarà utilizzabile. Noi lo adopereremo con la massima cautela e soltanto per differenze eclatanti tra le spese e i redditi dichiarati".


La tua auto vale 50mila €: siamo tutti evasori

Libero

Col nuovo redditometro i beni e le proprietà determinano la ricchezza: ecco quanto possono pesare le diverse voci

di Sandro Iacometti


Sulla carta sembra tutto molto semplice ed equilibrato. Il misuratore del reddito nella nuova versione valuterà la capacità di esborso per risalire ai ricavi, non ci saranno più i vecchi coefficienti, per esempio la barca non peserà più del camper, ma il sistema si baserà su 100 voci riconducibili a sette diversi gruppi (abitazioni, mezzi di trasporto, assicurazioni e contributi, istruzione, tempo libero, investimenti mobiliari e immobiliari netti e altre spese significative). Non solo. Gli oltre 22 milioni di famiglie per 50 milioni di contribuenti saranno divisi su base territoriale in gruppi omogenei, in riferimento alla composizione del nucleo e dell’età anagrafica dei componenti.

Il problema è che, a differenza del vecchio redditometro, che già a volte sfornava dati completamente scollegati dalla realtà, il nuovo pretende non solo di stabilire la capacità di mantenimento di determinati beni e servizi, ma di individuare, attraverso una serie di coefficienti di ponderazione standardizzati, il reale tenore di vita del contribuente. In altre parole, oltre alle spese effettivamente dichiarate, un algoritmo stabilirà a tavolino che alcune spese valgono più di altre. A che scopo, altrimenti, prevedere negli indici di calcolo le attività sportive, i circoli culturali, gli abbonamenti pay tv o i centri benessere? Sono i 20 o 30 euro al mese che spendiamo per vedere film o partite di calcio a pagamento gli esborsi che veramente incidono sulla nostra contabilità familiare?

È chiaro che alcuni indicatori sono stati inseriti appositamente per far scattare l’attenzione del software che dovrà “presumere” il nostro reddito. Si tratta, in sostanza, di elementi che, uniti a quelli statistici su base territoriale e sociale, porteranno il nuovo redditometro ad ipotizzare determinate spese anche se queste non compaiono nell’estratto conto della nostra carta di credito. Del resto, la norma parla di «contenuto induttivo di elementi di capacità contributiva individuato mediante l’analisi di campioni significativi di contribuenti, differenziati anche in funzione del nucleo familiare e dell’area territoriale di appartenenza». Il principio, messa così, è molto simile a quello degli studi di settore, che ha già avuto conseguenze disastrose per le partite Iva.

Con la differenza, peggiorativa, che in questo caso lo strumento manterrà anche la possibilità di far scattare l’accertamento sintetico con l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente. Qualcuno, ad esempio, dovrà giustificare redditi presunti di 50mila euro per mantenere auto che ne valgono a malapena 20mila, oppure capacità di spesa ancora più elevate per abitazioni ereditate dai nonni ed ora considerate di pregio perché si trovano in un centro storico di una grande città. Alla faccia del fisco dal volto umano.

All’asta i nastri originali del primo test dei Beatles, si parte da 33 mila euro

La Stampa

Dick Rowe li bocciò, consegnandoli  a Emi, il più grande errore nella storia della musica


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«I gruppi con le chitarre sono al tramonto» con queste immortali parole Dick Rowe, produttore della Decca, perse i Beatles per sempre. Li scartò dopo un provino a Londra, consegnandoli nelle mani della rivale Emi, commettendo forse il più grande errore nella storia della musica.
I nastri originali dell’artist test effettuato nel capodanno del 1962 verranno messi all’asta a Londra il 27 novembre a un prezzo di partenza di 33 mila euro.

Il lavoro è firmato “Silver Beatles”, l’antico nome del gruppo, e sarà accompagnato da una track list scritta a mano e da un’immagine in bianco e nero che ritrae i componenti in posa. Come riporta il quotidiano britannico The Times , già da anni circolano registrazioni pirata della seduta, ma è questa la prima volta che i master - conservati dal manager dei Fab Four, Brian Epstein, e poi finiti in mano a un dirigente della Emi - potranno essere ascoltati: almeno privatamente da chi li comprerà, visto che la Apple Records ne detiene ancora i diritti.

Per la cronaca Rowe - che nell’occasione preferì ingaggiare Brian Poole and the Tremeloes (autori di The lion sleeps tonight), che essendo londinesi erano più a portata di mano - non si vide rovinata la carriera e rimediò in parte all’errore facendo firmare qualche anno più tardi un contratto ai Rolling Stones. Durante l’audizione i Fab Four - ancora con Pete Best alla batteria, che fu poi sostituito da Ringo Starr - eseguirono 15 canzoni in poco meno di un’ora fra cui tre originali Lennon-McCartney (“Like dreamers do”, “Hello little girl” e “Love of the loved”) mai registrati in seguito. 

Cara vecchia lira

Andrea Indini - Ven, 23/11/2012 - 11:31

Draghi: "La Bce ha evitato il disastro". Ma la crisi resta. Bloomberg rimpiange la lira: "L'euro non è più sostenibile"

Un vero e proprio amarcord per la cara, vecchia lira. Un canto di nostalgia per le certezze che la moneta è sempre riuscita a garantire al sistema Italia e agli italiani.


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Mentre a Bruxelles i Paesi membri si scornano sul bilancio dell'Eurozona, il Washington Post pubblica uno studio firmato da Bloomberg in cui si spiega come la lira sarebbe un toccasana per l'intera Unione europea per riuscire ad uscire dalla crisi del debito che sta generando un altissimo tasso di disoccupazione e alimentando la recessione economia. Secondo l'agenzia statunitense, infatti, Bruxelles avrebbe bisogno di poter contare su una moneta capace di comportarsi come la nostra lira anziché fare come il (defunto) marco tedesco.

"Abbiamo riscosso un successo nel calmare le tensioni tensioni immediate di un credit crunch con gravi conseguenze e il programma di acquisto bond ha funzionato come credibile freno contro scenari disastrosi". A Francoforte il presidente della Bce Mario Draghi ha lanciato un netto allarme nei confronti di tutti quei  Paesi, con un debito alto, che stanno realizzando un aggiustamento fiscale. A questi Paesi, che rischiano di essere sempre più penalizzati dai mercati, il numero uno della Bce ha, infatti, ricordato che occorre una unione bancaria e un meccanismo di cooperazione che fermi l’impatto sui tassi d’interesse pagati per finanziare il debito.

Basta dare un'occhiata agli ultimi dati dell'Ocse per capire che la situazione è tutt'altro che rosea: attestandosi a un livello superiore del 5,5% rispetto alla media storica di 1,21 dollari, l'euro è sopravvalutato del 2,6% rispetto al biglietto verde. Il ché tradotto in parole povere si traduce in una valuta dal valere troppo elevato rispetto a quello reale. E a soffrire maggiormente sono, appunto, le esportazioni.

Confermando le stime preliminari, l’Ufficio federale di statistica di Wiesbaden ha fatto notare che, sotto l’effetto della crisi dell’Eurozona, l’economia tedesca è cresciuta solo dello 0,2% nel terzo trimestre del 2012. "L’euro non è sostenibile a questi livelli nel medio e lungo termine - ha spiegato Ulrich Leuchtmann, analista del settore valutario presso Commerzbank, a Bloomberg - l'Europa avrebbe bisogno di una moneta più simile a ciò che era stata la lira prima del 1999 piuttosto che al marco tedesco". Nell'analisi riportata dal Washington Post, infatti, l'agenzia america ricorda come nel settembre del 1992 il governo italiano svalutò la lira del 7% favorendo, in questo modo, le esportazioni e, quindi, l'economia nazionale.

Non a caso, da quanto Draghi è alla guida della Banca centrale europea, la moneta unica è riuscita a guadagnare il 4,2% sul dollaro, grazie all’acquisto dei titoli di Stato e alle politiche per evitare di sterilizzare la liquidità in circolazione. Se da una parte il numero uno della Bce è riuscito a evitare la "tempesta" di agosto e ad abbassare il differenziale tra i Bund tedeschi e i titoli di Stato meno forti, come i Btp italiani e i Bonos spagnoli, dall'altra i Paesi del Vecchio Continente continuano a perdere competitività. Tanto da far rimpiangere la lira...

Internet, Agcom lancia il software per misurare la velocità gratuitamente

Il Messaggero


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ROMA - Arriva il software gratuito per misurare la velocità delle connessioni a Internet. Ad annunciarlo è l'Autorità per le tlc, spiegando che il Misura Internet Speed Test è disponibile sul sito www.misurainternet.it . Il software consente di effettuare, per le linee di accesso a internet da postazione fissa e per tutti i sistemi operativi di PC ed Open Source, un test rapido che, entro 4 minuti dalla richiesta dell'utente, verifica la banda in download, la banda in upload e il ritardo.

A differenza di altri software disponibili in rete, Misura Internet Speed Test valuta la prestazione di accesso ad internet esclusivamente della rete dell'operatore con il quale l'utente ha sottoscritto il contratto di fornitura. Inoltre, per garantire maggior attendibilità dei risultati, durante il test, il software effettua anche un controllo delle condizioni del PC e della rete locale dell'utenza, fornendo informazioni sugli indicatori di stato del sistema.


Giovedì 22 Novembre 2012 - 16:00

Gli scontrini si scaricheranno?

La Stampa

a cura di sandra riccio
MILANO 



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Gli scontrini dell’idraulico si potranno scaricare dalla dichiarazione dei redditi. Arriva anche in Italia il cosiddetto «contrasto di interessi», un meccanismo antievasione che, in una serie di Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, è già operativo da diverso tempo. Ma è già legge? E che cosa cambierà in concreto?
Lo scontrino dell’idraulico, quello del fabbro o quello del falegname nella dichiarazione dei redditi. Così ogni contribuente potrà scaricare le spese affrontate e allo stesso tempo diventerà controllore e aiuterà a contrastare il sommerso. Il nuovo meccanismo antievasione, inserito dalla commissione Finanze nel disegno di legge di delega fiscale, per ora è soltanto una norma di principio, ancora da attuare. Significa che la novità è ancora un abbozzo e poi, in un secondo tempo, spetterà al governo, attraverso la delega fiscale, disciplinare la nuova misura che potrebbe entrare in vigore già nel 2013.

Qual è lo scopo di tutte queste nuove misure?
L’obiettivo è naturalmente quello di far emergere una parte del sommerso che nel nostro Paese - complessivamente - tocca i 500 miliardi di euro, pari al 30% del Pil (dati Bankitalia). Di questa enorme cifra un 18,5% è riconducibile in varie forme alla fuga dal Fisco. Dunque la possibilità di scaricare scontrini e ricevute fiscali può diventare davvero una misura seria e concreta di lotta all’evasione. Questo perché offre al contribuente un vantaggio in termini economici nel richiedere lo scontrino e, dunque, rinunciare al piccolo sconto che chi emette la ricevuta offre in cambio dell’anonimità fiscale.

Perché in gergo questo rapporto viene definito come «contrasto d’interessi»?
Si chiama così perché indica proprio un contrasto di interessi che si innesca fra un venditore e un compratore e rappresenta la possibilità concessa ai contribuenti di dedurre dalla dichiarazione dei redditi scontrini e ricevute. In questo modo i contribuenti-consumatori sono incentivati a farne richiesta.

Quali saranno gli ambiti più interessati?
Il via del nuovo provvedimento avrà un carattere selettivo. In una prima fase coinvolgerà soprattutto le aree giudicate a maggior evasione, come quelle legate alla manutenzione della casa o dell’auto. Dunque, in cima alla lista ci sono idraulici, falegnami, piastrellisti e altri artigiani che lavorano in proprio come anche i meccanici e i carrozzieri.

E adesso che cosa cambierà per il contribuente?
Ogni contribuente dovrà ricordarsi di conservare accuratamente la documentazione relativa alle spese effettuate. Raccogliere scontrini e ricevute varie dei lavori pagati durante l’anno dovrà diventare un’abitudine per quei contribuenti che vogliono dedurre le spese dal fisco. Anche perché, in cambio, otterranno uno sconto sulle tasse da pagare. L’entità di questo sconto è però ancora da definire.

Questo sconto è già previsto in alcuni «settori» specifici?
L’elenco degli ambiti in cui è già prevista la possibilità di poter scaricare spese e costi è lungo. Si va dalle visite mediche e specialistiche ai farmaci, fino ad alcuni dispositivi medici. Ci sono anche gli esami di laboratorio e l’assistenza infermieristica (la detrazione riguarda il 19% delle spese sostenute). C’è poi l’importante voce delle spese per le ristrutturazioni edilizie agevolabili al 50% fino al 30 giugno 2013, mentre dal 1° luglio si tornerà automaticamente al bonus del 36%. Tutte esperienze positive. che ora il Fisco spera di replicare.

Lo scontrino dell’idraulico contribuisce davvero in modo concreto alla lotta contro l’evasione?
E’ il nuovo meccanismo ed è considerato un passo decisivo nell’affinare le nuove strategie antievasione. Di fatto, ognuno di noi diventerà una specie di «alleato» del Fisco. Rimangono però dei forti dubbi sulla validità effettiva di questo provvedimento. Da una parte lo sconto sulle tasse dovrà essere tale da invogliare davvero il contribuente a chiedere la documentazione da presentare poi nella propria dichiarazione dei redditi. Ma, se questo sconto sarà davvero generoso, allora il rischio è che vada ad annullare il beneficio dell’emersione del nero. In pratica andrà trovato il giusto equilibri.

Ci sono anche altre obiezioni in campo?
L’altra obiezione, poi, è rappresentata dal pericolo di frodi. Gli uffici del Fisco, infatti, nella peggiore delle ipotesi, si ritroverebbero a dover controllare milioni e milioni di «giustificativi», con il rischio concreto di truffe e di raggiri, come è già successo in alcuni Paesi, come il Brasile, dove è stata applicata la stessa misura.

Parole e fatti: «da te niente figli», allora la tradisce

La Stampa



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Separazione giudiziale: sui piatti della bilancia la relazione extraconiugale del marito, da una parte, e il rifiuto di avere figli della moglie, dall’altra. Entrambi sono atti contrari ai doveri coniugali, di pari peso nell’addebito della separazione. Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza 16089/12.

Addebito sì, addebito no. Nell’ambito di una separazione giudiziale il Tribunale addebita la separazione al marito, mentre la Corte d’appello, accogliendo il gravame proposto dall’uomo, pronuncia la separazione senza addebito. Il tradimento: rilevanza…Il fatto controverso, centrale anche nella decisione del ricorso per cassazione presentato dalla moglie, risulta essere la valutazione della (acclarata) relazione extraconiugale del marito

.In base alle motivazioni della Corte territoriale, infatti, il comportamento fedifrago dell’uomo non sarebbe stato tale da giustificare l’addebito della separazione nei suoi confronti, in quanto conseguente – anche dal punto di vista cronologico – ad una violazione di pari entità dei doveri coniugali posta in essere dalla moglie, la quale si era detta contraria ad avere figli con il consorte. …tempi…

La ricorrente lamenta innanzi tutto l’erronea valutazione di un fondamentale dato temporale: l’inizio della relazione adulterina. La Corte territoriale avrebbe errato nel collocarla in un periodo successivo al suo rifiuto di avere figli. La Cassazione, che respinge il ricorso, ritiene però logicamente inattaccabile le sentenza impugnata quanto alla motivazione inerente il dato temporale, collocando così l’inizio dei tradimenti in un momento successivo alla manifestazione della contrarietà al dovere coniugale riguardante i figli.
…e modi.

Ancora, la Suprema Corte conferma anche il secondo elemento fondante la ratio decidendi della sentenza impugnata, ossia il legame tra stabilità del rapporto coniugale e tradimento. Infatti, secondo consolidata giurisprudenza di legittimità «l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale non può giustificare, da sola, una pronuncia di addebito della separazione, qualora una tale condotta sia successiva al verificarsi di un’accertata situazione di intollerabilità della convivenza, sì da costituire non la causa di detta intollerabilità ma una sua conseguenza». Poiché tale era la situazione decisa con la sentenza impugnata, il ricorso viene respinto e la separazione pronunciata senza addebiti.

Gli americani obesi, i cinesi gialli ed Elton John è gay

La Stampa

Quando si fa una ricerca su Google il suggerimento automatico può sembrare tendenzioso. Chi c’è dietro? Un algoritmo che si basa sulle nostre query

claudia nardi
roma


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Sono lontani i tempi in cui Internet era solamente un contenitore di informazioni vaghe e imprecise. Ora la rete, attraverso i più potenti motori di ricerca come Google e Bing, può anticipare le richieste di ognuno in base ai propri gusti ed esigenze. Il New York Times ha dedicato al fenomeno uno studio piuttosto approfondito.

L’utente domanda, Google suggerisce, quindi. E lo fa attraverso un particolare servizio chiamato “autocomplete”, che consente al fruitore di comporre i caratteri di una parola e visualizzare un elenco di possibili proposte per completare la ricerca. Inserendo nel box le prime lettere che vogliamo ricercare è possibile visualizzare in un piccolo menu a discesa diversi “consigli” riguardo la parola immessa: ad esempio, inserendo “sof” il motore propone “software”, “sofas”, “sofa” e molti altri lemmi che iniziano con le lettere inserite. Google, infatti, attinge da «un ampio spettro di informazioni per visualizzare le interrogazioni che più probabilmente gli utenti desiderano visualizzare».

Fino a qui niente di strano. Quando, però, si cominciano a inserire nella stringa di ricerca nomi noti del mondo dello spettacolo o della politica, appaiono “suggerimenti” alquanto particolari e tendenziosi. Ad esempio, se provaste a scrivere «Elton John è», Google vi proporrà di terminare la frase con “gay”: la frase finale risulterebbe, quindi, «Elton John è gay». Sono proprio i gusti sessuali delle persone a interessare maggiormente il popolo del web: “sesso” fa parte, infatti, di quella categoria di argomenti più frequentemente ricercati in Internet.

Sono tantissimi gli esempi al riguardo: George Clooney, l’attrice Ellen Page e persino nomi di personaggi dei cartoni. Come spiegano gli sviluppatori di Google: «Durante la digitazione, l’algoritmo prevede e visualizza le query di ricerca in base alle attività di ricerca degli altri utenti e ai contenuti delle pagine web indicizzate da Google». Una realtà, quindi, a cui Google è completamente estraneo perché la questione dipenderebbe direttamente dalle ricerche effettuate dagli utenti.

«Trattandosi di un software completamente automatico – continuano gli esperti - è evidente l’impossibilità di operare un discrimine tra termini buoni e termini cattivi, non solo in considerazione del numero indeterminabile di parole con un potenziale significato negativo, ma anche e soprattutto del fatto che il medesimo termine potrebbe avere significati del tutto diversi se abbinati a parole diverse». È tutto nelle mani degli internauti, quindi, se una volta digitate le seguenti parole «perché gli Americani» usciranno le seguenti associazioni: “obesi”, “stupidi” e “patriottici”.

Stessa cosa, se si digita il termine «Cinesi»: le proposte qui saranno “magri”, “gialli”, “tutti uguali”. Sul suo sito Internet, Google spiega che «in alcuni casi un termine di ricerca potrebbe sorprenderti, ma dopo avere svolto alcune ricerche sul Web potresti scoprire che si tratta di una frase frequente online per motivi che non avevi immaginato. Le query della funzione di completamento automatico vengono determinate in modo algoritmico in base a una serie di fattori (come la popolarità dei termini di ricerca), senza alcun intervento umano». 

Sono in guerra dall’età di sei anni”

La Stampa

Lo scrittore israeliano, autore di 1948, racconta l’ennesimo conflitto che insanguina la sua terra

yoram kaniuk


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Sono in guerra dall’età di sei anni. Se si tolgono gli anni trascorsi in America da sempre sono in guerra. Nel 1936 andavamo a Gedera e ci hanno sparato all’altezza di Nes Ziona, un uomo sull’autobus è rimasto ferito. Ho visto il suo sangue. Il sangue era triste. Da allora sono in questa lunga guerra che già era iniziata nel 1929 un anno prima che io nascessi. Da allora si spara e ci si fa sparare, si uccide e si muore e sempre giustamente e ingiustamente, e sempre su una striscia di terra il cui nome sulle mappe lo devono scrivere sul mare. Una guerra come nel Medioevo, un po’ ci si riposa e poi si torna a sparare. Mia madre si ricordava persino del 1921 quando aveva steso i lenzuoli sugli assassinati di Jaffa, su Brenner e tutti gli altri. Era stato un macello, non si poteva distinguere tra uno e l’altro, li hanno sepolti tutti in una fossa comune.

Questa è una guerra senza via di fuga, senza una vera tregua, una guerra chiamata sangue, per tutti i giorni della nostra vita. Sulle nostre spade, sui nostri aerei, sui nostri carroarmati, sangue, e poi sangue sopra al sangue. Molti anni prima Ezechiele ha detto: «Passai vicino a te, ti vidi mentre ti dibattevi nel sangue e ti dissi: Vivi nel tuo sangue» (Ez. 16, 6)

Adesso ancora guerra. La stessa, nella sua battaglia numero dieci? O cento? Ce ne sono state anche tante piccole. E altre grandi. Sono morti a migliaia da entrambe le parti e ancora questa terra non è una casa sicura per nessuno. Non è altro che una patria virtuale per due popoli che non sono stati qui per centinaia di anni. Uno se la ricorda da duemila anni fa e come in un verso dei Salmi ha giurato «Non te la dimenticherai», ma poi se l’è dimenticata.

Sono venuti dei giganti come Rabbi Nachman e Maimonide, ma poi se ne sono andati. E l’altro, il nemico del nemico, che saremmo noi, è venuto circa mille anni fa, forse di più, forse meno; o forse non siamo altro che un popolo che si è frantumato in due, o forse tre, come le religioni che hanno inventato perché con loro non c’era Dio che è morte ma anche vita, pietà e compassione e memoria profonda, e ora questa terra non è di nessuno dei due, è di Dio, o meglio del Dio che non esiste. Si spara e ci si fa sparare.

Sono seduto nella terrazza di un piccolo bar di Via Bilu. Si leggono i giornali. Due che c’erano ieri sono stati chiamati come riservisti e oggi non ci sono più a bere questo piacevole caffè. Io sono vecchio. Non posso più combattere. Ma nella mia testa combatto. C’è in me quella rabbia battente di un uomo di guerra che la odia ma che si eccita in lei, che viene sognato in lei, la combatte in sogno. La sognavo mentre combattevo. Amo quel furore santo, povero e miserevole, elevato e triste. Piango i morti, ma amo quella sensazione repellente che la guerra risveglia in me.

Nel 1941 Rommel risaliva da sud. In una grotta sul mare nascondemmo pietre e bastoni. Avevamo undici anni. Un anno prima il pericolo veniva dalla Siria, i soldati di Vichy. Poi i bombardamenti su Tel Aviv e Haifa. Alla stazione centrale di Tel Aviv sono morte più di duecento persone, giravamo con le maschere a gas come sessanta anni dopo, o cinquanta durante la Guerra del Golfo quando per la prima volta ho avuto paura perché all’improvviso le parole «gas tedesco» hanno iniziato a pulsare dentro di me.

Dopo la Guerra è venuto il dolore per i sopravvissuti per i quali non un solo paese al mondo era pronto ad aver pietà dopo quello che avevano passato ad Auschwitz e in silenzio arrivavano in massa. L’America ha chiuso le sue porte, non ha avuto compassione. Nessun paese ha voluto aiutare. Gli americani, con le parole di chi era allora vice ministro del tesoro, «hanno fatto tutto quello che potevano per non salvare gli ebrei», e lui non era ebreo come quello che stava sopra di lui. Ma sulla nave Pan York che portava i sopravvissuti in Israele sulla quale ho lavorato per nove mesi, ho conosciuto chi si era salvato, e dentro di me si è intessuto un odio misto a indifferenza. E da allora, quando in televisione vedo una guerra mi arrabbio contro il «gas tedesco», oppure contro il Mufti di Gerusalemme che ha dichiarato di volerci sterminare quando avevo sei anni.

In un altro luogo in me c’è una rabbia non piccola. La rabbia tocca sempre un’altra rabbia nuova. Non c’è molto da fare con le nostre ingiustizie davanti alle loro ingiustizie. Questo mi fa rabbia. Nella Gerusalemme assediata dove ho combattuto, i giordani sparavano centinaia di colpi di mortaio. La gente moriva in fila per un po’ d’acqua mentre noi camminavamo per le strade imbracciando i fucili e cantando «quanto è bello morire sulla strada per Bab el wad», e non intendevamo nella canzone. Non c’è molto da fare e rimango seduto nella terrazza. Suona la sirena, la gente corre a ripararsi e io mi sento sessant’anni più giovane ed è tremendo emozionarsi durante una guerra quando la gente cade morta e il sangue si fa più rosso, e nasce in me una voglia maledetta e orribile di essere là, dentro al pericolo, perché il pericolo è un filo rosso che lega tutta la mia vita.

Di sicuro si troverà una soluzione alla battaglia di oggi. Cara minacciosa battaglia. I giovani vanno a combattere come ho fatto io perché non credono che gli possa succedere qualcosa, perché solo i giovani possono combattere. E c’è sempre una Nagba per qualcun’altro o un Deir Yassin e a Gaza sei il cattivo, il criminale di guerra. Il pilota ha sbagliato, il soldato ha sparato. I bambini sono morti. Noi abbiamo fin’ora un bambino morto. Sempre in televisione cinque bambini morti avranno più ragione di un bambino morto. Qui si combatte il passato contro il passato perché nessuna parte ha un futuro, al massimo un presente eterno pieno di scricchiolii e dolore e orgoglio e applausi perché qualcuno dall’altra parte è stato colpito.

E da cento anni questa misera umanità ci accompagna, e intanto ci accompagnano gli sguardi di un’altra umanità brutta e vecchia che ci guarda e ci giudica, ma non è capace di giudicare altro, la Siria per esempio che nessuno al mondo è capace di guardare da vicino. L’uomo vive da uomo da appena qualche decina di migliaia di anni. Per milioni di anni siamo stati cacciatori.È rimasto nel sangue. È rimasto nella mente. Una parte combatte l’altra e c’è chi vuole aver ragione e ci accusa di genocidio per un bambino o due. L’eternità è la guerra. Si fa l’amore con la guerra perché non c’è cosa più splendida, terribile, enorme, bella e brutta di una guerra che si pensa giusta.

E chiamarla «assassinio» è la solita storia per fare in modo che i buoni abbiano profanato la moralità. Ognuno grida per i propri morti. Non è facile stare nei rifugi giorno dopo giorno. Ma è una cosa umana, come quello stesso uomo malato di sangue, di assenza di sentimento, di desiderio di assassinio, malattia dell’anima che nasce con la nascita dell’umanità. Siamo Bnei dam, figli del sangue (In ebraico esseri umani si dice Bnei Adam - lett. figli di adamo - e sangue dam). 
Vada a farsi fottere, questa sensazione che ho io e i miei amici che hanno sempre combattuto e ora guardiamo la televisione e vogliamo partecipare di questa morte perché è questo che conosciamo dalla nascita. La morte è la cosa più sicura che c’è.


(Tradotto dall’ebraico da Shulim Vogelmann)

Via gli “Stati Uniti” dal Messico Quel nome che non piace a Calderon

La Stampa

Il presidente vuole ribattezzare il Paese: «Basta riferimenti agli Usa, è il momento di riappropriarci della nostra cultura»

filippo femia (agb)


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Il presidente messicano Felipe Calderon vuole “cancellare” gli Stati Uniti. Nessuna dichiarazione di guerra, soltanto un’offensiva linguistica. Con una proposta di riforma costituzionale ha chiesto di modificare l’attuale nome del Paese, Stati Uniti Messicani, ormai utilizzato solo nei documenti legislativi e diplomatici. Calderon vuole ufficializzare il nome Messico, «la parola che tutti utilizziamo per riferici alla nostra patria e che rimanda alle nostre radici indigene», ha spiegato.

Il termine Mexico è di origine nauhatl, la lingua utilizzata dagli Aztechi, e significherebbe “ombelico della luna” in riferimento alla leggendaria capitale pre-colombiana Tenochtitlan, che dominava la valle in cui sorge l’attuale Città del Messico. La denominazione Stati Uniti Messicani risale invece al XIX secolo. Dopo l’indipendenza dalla Spagna (1821), il congresso scelse la forma federale, “copiando” anche nel nome il vicino del Nord, considerato il modello di democrazia più avanzato del mondo. «Ma ora non dobbiamo più imitare nessuno. E’ il momento di riappropriarci della bellezza e della semplicità del nome Messico. Un nome che cantiamo, che ci identifica e ci riempie di orgoglio», ha aggiunto Calderon presentando la proposta.

La sua iniziativa non è inedita. Nel 2003, quando era deputato, ci aveva già provato ma la proposta non andò mai al voto. Stavolta, però, è una lotta contro il tempo: il mandato di Calderon termina il primo dicembre. Tra una settimana gli succederà infatti Peña Nieto, che ha vinto le elezioni di luglio, riportando il Partito rivoluzionario istituzionale al potere dopo 12 anni. «Forse altre proposte sono più urgenti, ma il cambio del nome riguarda la relazione simbolica con le nostre origini, la nostra cultura e soprattutto la nostra identità», ha dichiarato Calderon.

La volontà di eliminare le parole Stati Uniti non è casuale. Nonostante la stretta collaborazione tra i due lati del Rio Bravo in materia di sicurezza e scambi commerciali, il rapporto di Calderon con Washington ha spesso vissuto momenti di tensione. Come l’anno scorso, quando attaccò l’ambasciatore statunitense Carlos Pascual, che in un cablo diffuso da Wikileaks si lamentava dell’inefficenza dell’esercito messicano.

Due anni prima Hillary Clinton aveva invece criticato Calderon per l’aumento della violenza dovuta alla lotta contro i narcos: «Il Messico sta diventando come la Colombia di vent’anni fa», disse. Negli ultimi anni, poi, il presidente messicano ha accusato i “gringos” di vendere illegalmente le armi ai narcos. Costante, poi, la preoccupazione che le compagnie petrolifere statunitensi impegnate nel Golfo del Messico trivellassero in territorio messicano.

I detrattori di Calderon sostengono che la sua proposta sia un tentativo in extremis per distogliere l’attenzione dagli insuccessi della lotta al narcotraffico - nei suoi sei anni di mandato sono morte 60 mila persone - ed essere ricordato come il presidente che ha cambiato il nome al Paese. Nell’ultimo discorso ufficiale alla Marina si è difeso così: «Solo la storia potrà giudicare chi ha combattuto per un Messico libero». Delle parole Stati Uniti neanche l’ombra.

Non conto nulla" segreti e debolezze del principe triste

Mario Cervi - Ven, 23/11/2012 - 07:24

Solo, all'oscuro delle trame politiche e troppo devoto al padre. Il futuro "re di maggio" raccontato da Francesco di Campello, suo ufficiale d'ordinanza tra il '43 e il '44 


Il conte Francesco di Campello, maggiore dell'aeronautica, fu nominato ufficiale d'ordinanza di Umberto di Savoia il 15 gennaio 1943,e mantenne l'incarico fino al 20 giugno 1944.Fu dunque a fianco di quel personaggio pallido, malinconico e enigmatico che era l'erede al trono (poi luogotenente e infine re) in momenti di estrema drammaticità per l'Italia e per la dinastia dei Savoia.


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Infatti il suo diario, pubblicato da Le Lettere e dotato d'una bella prefazione di Francesco Perfetti, ha per titolo Un principe nella bufera (pagg. 124, euro 15). Campello era fin dall'infanzia un frequentatore assiduo del Quirinale, i genitori avevano avuto incarichi protocollari a corte e lui aveva giuocato, bambino, con il quasi coetaneo Umberto (nato il 15 settembre 1904 Umberto, il 9 maggio 1905 il suo ufficiale d'ordinanza).

I protagonisti di queste memorie sono due. Umberto di Savoia e il suo ufficiale d'ordinanza. Le annotazioni di quest'ultimo non modificano, anzi rafforzano, il giudizio storico sul «re di maggio». Scrupoloso nell'assolvere i suoi doveri cerimoniali, rispettoso fino all'umiliazione della volontà paterna, tenuto all'oscuro di tutte le decisioni importanti - e in quel periodo ne furono prese alcune dalle tragiche conseguenze - rassegnato a comandare un fantomatico gruppo «armate sud» che aveva il suo quartier generale a Sessa Aurunca.

Le armate sud, come si vide poi, esistevano solo sulla carta e se esistevano non avevano alcuna efficienza militare. Il rapporto tra Umberto e il conte di Campello è intessuto di espressioni sconsolate, di sorrisi condiscendenti, di ripetute affermazione secondo cui nulla si può fare che Sua Maestà il padre non voglia. Il Principe si rende conto di quanto la situazione sia disperata, ma vive in una sorte di limbo fatto di formalismi e d'un continuo battere di tacchi. Rarissimamente si sbottona.

Come la volta in cui, consapevolmente o inconsapevolmente, fa dell'umorismo sconsolato. Il 18 marzo 1943 Umberto passa in rassegna la divisione motorizzata Piave che «si è presentata benissimo». «In macchina, al ritorno - cito dal diario - ho espresso al principe questa mia impressione. Mi ha detto tristemente “peccato che sia l'unica”».

Il 25 luglio il Gran Consiglio del fascismo sfiducia Mussolini e il re lo fa arrestare a Villa Savoia. Umberto non mai è al corrente di quanto bolle in pentola, chiede informazioni a Campello, anche lui disorientato, che annota. «Non mi dice nulla, lo vedo soltanto sorridere con una gran tristezza». Il leitmotiv della tristezza e dell'impotenza accompagna gli atti e i detti di Umberto. Che capisce, dopo la vergognosa catastrofe dell'8 settembre, quanto sarebbe auspicabile l'abdicazione di Vittorio Emanuele III, ma si guarda bene dal proporgliela.

Ho accennato all'altro protagonista, l'autore del diario. Francesco di Campello è un uomo coraggioso e leale che si ispira ai grandi valori patriottici e religiosi. Pur nella sua modernità di audace pilota, è un reazionario di vecchio stampo. I suoi attacchi d'ira risparmiano il fascismo (non risparmiano invece i fascisti molli del crollo mussoliniano). Odia il maresciallo Badoglio, da lui considerato un traditore piuttosto rimbecillito, e nel Regno del Sud auspica che il Re formi un governo tutto militare (quasi che il vecchio maresciallo fosse un borghese). È a volte molto acuto nel giudicare le persone, tuttavia non dimostra alcuna avversione per i generaloni, Ambrosio e Roatta in particolare, che hanno abbandonato i posti di comando per fuggire a Brindisi con la corvetta Baionetta, e che là sono stati incredibilmente confermati nei loro incarichi.

I generaloni hanno forgiato un esercito a loro immagine e somiglianza, ossia pomposo e debole. Ma con loro il conte è indulgente. È invece spietato fino all'invettiva nei confronti della classe politica che, tra meschinità e indecenze, si stava alla meglio riformando. In vista del congresso dei partiti antifascisti che sarebbe stato tenuto Bari dal 28 gennaio 1944 Campello usa la sua sferza: «Non capisco cosa rappresentino questi quattro cialtroni politicanti, capeggiati da Croce, Sforza e compagni». E poi, il 29 gennaio: «Il famoso congresso di Bari è andato come si prevedeva. Discorso di Sforza, infiorato di volgarità e di insulti. Questo lurido sporcaccione sarà una vera calamità nazionale. Vedremo ora a cosa approderanno le decisioni “storiche” prese da questi buffoni».
Trapela dalle pagine un tenace antisemitismo.

Ad esempio il 31 luglio 1943, durante i quarantacinque giorni badogliani; «Sulla stampa sfoghi di bassa vigliaccheria e girandola di nomi ebrei». Dopo l'armistizio sono elencate le udienze di Umberto: «Jung. Questi, benché ebreo, mi piace molto». «Memmo e Philipson, quest'altra nobile figura del ghetto sarà di grande aiuto per la causa italiana!». I sarcasmi antipolitici del conte non erano tutti immeritati. Ma la sua soluzione dei problemi sembra consistere in una giunta militare dotata di pieni poteri. Poiché le cose andarono in altro modo, Francesco di Campello lasciò la vita militare - essendosi rifiutato di giurare fedeltà alla repubblica - e fece altro. Con dignità e con successo.

Via il foie gras dagli scaffali», l'appello Enpa

Corriere della sera

«E' ottenuto con una pratica disumana». Campagna sui social per chiedere lo stop alla commercializzazione

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L'avvicinarsi del Natale fa tornare in bella vista, sugli scaffali dei supermercati, prodotti considerati tipici e irrinunciabili. Tra questi, per molti, c'è anche il foie gras, la cui produzione in Italia è vietata a causa dei metodi cruenti con cui viene ottenuto ma che può essere liberamente commercializzato. Per questo motivo l'Ente nazionale protezione animali (Enpa) ha deciso di lanciare la campagna «Abbi fegato». Per chiedere alle catene della grande distribuzione di fare la propria parte rinunciando a mettere in vendita scatolette e porzioni nei banchi di gastronomia. E per sensibilizzare l'opinione pubblica su quello che realmente è quel paté che finisce sul piatto (e s cosa c'è dietro).

«PRATICA DISUMANA» - «Ogni anno - ricorda l'Enpa - 30 milioni di animali, tra anatre e oche, vengono barbaramente ingozzati con un tubo metallico di 20 o 30 centimetri infilato in gola e spinto fino allo stomaco. Nel giro di pochi secondi vengono somministrate loro quantità enormi di mais per aumentare le dimensioni del fegato e sviluppare la steatosi epatica. E' una pratica disumana e i tempi sono maturi perché l'Europa si muova e la metta definitivamente al bando». Per l'associazione animalista, «infliggere sofferenze atroci ad altri esseri senzienti è incompatibile con il livello di civiltà di cui l'Unione Europea vuole farsi portatrice».

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LA SVOLTA DELLA COOP - Qualcosa, nel frattempo, si muove anche sul fronte dei canali di vendita. La Coop è stata la prima catena della grande distribuzione a decidere, nelle settimane scorse, di eliminare il prodotto dal proprio assortimento. Nei suoi quasi 1.500 punti vendita in tutta Italia il foie gras non sarà dunque più presente. «Gli ordini sono stati sospesi ad ottobre e si andrà solo all'esaurimento delle scorte presenti nei magazzini - fanno sapere dall'ufficio stampa dell'organizzazione - E' una scelta in nome del benessere animale, in linea con la nostra politica che da tempo è orientata su queste tematiche come dimostrano le campagne "non testato sugli animali" per i cosmetici, la completa esclusione dai capi di abbigliamento in vendita di pellicce naturali e la scelta di vendere solo uova provenienti da galline allevate a terra». Scelte che sono valse a Coop diversi riconoscimenti internazionali. «La Coop ha fatto da apripista - sottolinea ancora la Protezione animali -. Ora auspichiamo che anche altri marchi ne seguano l'esempio».

CAMPAGNA VIRALE - A sostegno della campagna è stato creato anche un apposito spazio web con l'obiettivo di coinvolgere il maggior numero di persone possibile nella diffusione di materiale informativo e nella richiesta di un cambiamento di rotta alle società della grande distribuzione. L'idea è che l'iniziativa diventi virale, anche grazie ad un uso massiccio dei social network. «La sua tortura per la delizia del tuo palato - è lo slogan che campeggia sui volantini sopra l'immagine di un'oca e una breve descrizione delle atrocità che stanno dietro alla produzione del foie gras - Aiutateci a fermare questa crudeltà insensata».
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Alessandro Sala
@lex_sala22 novembre 2012 | 13:40

Mestieri: nell'Italia «choosy», ecco Tony l'ultimo sciuscia

Corriere del Mezzogiorno

In via Toledo a Napoli, pulisce le scarpe a turisti americani e a napoletani ricchi


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L'ultimo «sciuscià» - forse d'Italia e d'Europa - si chiama Tony. Da 40 anni pulisce le scarpe in via Toledo, cuore commerciale di Napoli. Per la sua «nennella», la forma sulla quale si lucidano le scarpe impolverate, è passata mezza Napoli e gente importante come Totò, Vittorio De Sica o Achille Lauro. Ora - in cambio di qualche spicciolo, il pagamento del servizio non è a tariffa fissa - da Tony si fermano soprattutto americani o napoletani ricchi, incuriositi da quest'«artigiano», ormai specie in via di estinzione. Lui parla con tutti in un dialetto stretto, e a volte incomprensibile, dei bei tempi andati e di un mestiere ormai sconosciuto nell'Europa choosy.


Redazione online22 novembre 2012

Casa sull'autostrada in Cina, coppia di anziani si oppone alla demolizione

Il Messaggero


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ROMA - Non sarà la storia poetica di “Up”, il film Disney Pixar con il vecchietto scacciato che si porta dietro la casa grazie a una miriade di palloncini, ma quanto successo a una coppia di anziani cinesi ha davvero dell'incredibile. I due, residenti a Wenling, nella provincia dello Zhejiang, si sono rifiutati di firmare il contratto per la demolizione della loro vecchia casa per far posto a una nuova autostrada, perché a quanto pare l'offerta economica non avrebbe coperto i costi di ricostruzione. Ovviamente tanta ostinatezza non ha arrestato i lavori di costruzione: così chi capita ora a Wenling è costretto a uno slalom intorno a una rotonda un po' particolare... con una casa (scalcinata) nel mezzo.



FOTOGALLERY

Cina, la casa in mezzo all'autostrada

L'anziano padrone di casa

Giovedì 22 Novembre 2012 - 14:51
Ultimo aggiornamento: 16:29

La mia Francia sfida Google e Amazon»

Corriere della sera

Aurélie Filippetti: senza un accordo con gli editori, obbligheremo i siti a pagare
PARIGI 


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Signora Filippetti, suo nonno Tommaso lasciò l'Italia tra le due guerre mondiali per lavorare nelle miniere del Lussemburgo e poi della Lorena, lei torna a Gualdo Tadino da ministra della Cultura della Repubblica francese. È orgogliosa del salto sociale?
«È una soddisfazione doppia, sia per le mie origini sociali sia perché vengo dall'immigrazione. Mio nonno era un minatore italiano ed è morto nei campi di concentramento perché era entrato nella Resistenza ai nazisti, si è battuto per la libertà in Europa. A Gualdo Tadino riceverò una medaglia in suo onore. E il fatto stesso che io sia riuscita a diventare ministro lo sento come un riconoscimento per lui». Incontriamo la ministra Aurélie Filippetti, 39 anni, tra gli stucchi del suo ufficio in rue de Valois, alla vigilia della sua visita in Italia.

Lei è la prova che l'ascensore sociale in Francia funziona ancora?
«Anche qui ci lamentiamo molto della società bloccata, ma la scuola repubblicana ha grandi meriti. È per questo che Hollande e il governo di cui faccio parte hanno deciso di rilanciarla con 60 mila assunzioni in cinque anni. Solo la scuola pubblica può permettere l'integrazione e dare speranza a tutti».

I tagli hanno colpito anche il suo ministero. La politica culturale è un lusso in tempi di crisi economica? «Al contrario, penso che se c'è una risorsa preziosa in Europa è la cultura e sarebbe una follia non cercare di svilupparla e sostenerla».

Anche per questo ha intrapreso la battaglia con Google?
«Non è un conflitto, però se gli editori francesi, italiani e tedeschi non troveranno un accordo con Google entro la fine dell'anno, a gennaio la Francia varerà la legge per obbligare la società di Mountain View a remunerare i giornali dei quali elenca i contenuti. Vogliamo ribadire un principio: chi fa profitti distribuendo i contenuti deve contribuire a finanziarne la creazione. Vale per le reti tv, gli operatori telefonici, i provider Internet, i siti, le piattaforme digitali».

Il modello è quello del cinema? «In Francia i film da decenni sono finanziati dal Cosip (Conto di sostegno all'industria dei programmi audiovisivi) che ridistribuisce parte degli incassi dei film di maggiore successo e anche i soldi messi a disposizione dagli operatori che poi diffondono i film, per esempio le tv».

In Italia, quando si parla di sovvenzioni di Stato al cinema e alla cultura in generale, vengono in mente sprechi e film che poi nessuno va a vedere. «Ma noi non finanziamo film di nicchia senza mercato. Il cinema francese è fatto di pellicole d'autore, molti film di budget medio (sui 3 o 4 milioni di euro) ma anche film di cassetta come Asterix o successi mondiali come The Artist o Intouchables . E sono questi ultimi a sostenere gli altri. I Paesi che hanno fatto la scelta dell'austerità nella cultura, per esempio la Spagna, si trovano oggi in una pessima situazione. All'ultimo Festival di Cannes invece i cineasti di tutto il mondo in competizione erano quasi sempre co-finanziati dalla Francia, siamo lo Stato al mondo con il maggior numero di co-produzioni: oggi siamo a quota 52 Paesi. E la gente non è mai andata tanto al cinema, a vedere ogni tipo di opera: dai kolossal americani ai nostri film».

È la riedizione dell'eccezione culturale francese, della politica di intervento dello Stato nella cultura promossa da André Malraux in poi? «L'eccezione culturale è ancora di attualità e sono convinta che lo Stato debba intervenire per sostenere la creazione. Non è vero che i prodotti culturali sono prodotti come gli altri. Le leggi del mercato hanno difficoltà a funzionare in generale, come si vede, figurarsi nella cultura. Non è una questione morale, semplicemente a mio avviso solo così il sistema può funzionare, anche dal punto di vista economico».

Ma il vostro modello è esportabile? O semplicemente i francesi amano di più il cinema, leggono più libri e frequentano di più i musei?
«Non penso affatto che i francesi siano diversi dagli altri. È una politica volontaristica che fa sì che non ci sia città francese senza un cinema, che le piccole librerie resistano e siano il polmone di ogni quartiere, che migliaia di persone vadano alle mostre, come quella di Edward Hopper in questi giorni al Grand Palais».

Quando ci sono le file alle mostre da noi c'è sempre qualcuno che storce la bocca perché sarebbero fenomeni di massa o turismo, non cultura. «I grandi numeri non sono tutto, d'accordo, ma è una lamentela che non capisco. Bisogna aiutare le persone che ne hanno voglia ad avvicinarsi all'arte. Per questo ho incoraggiato i musei a usare le nuove tecnologie per spiegare le opere, per accompagnare il visitatore che vuole saperne di più».

Lei parla di librerie di quartiere, in Italia quasi del tutto scomparse da tempo. In Francia librai ed editori anche grandi, come Gallimard, parlano di Amazon come del nemico. È d'accordo? «Sono molto preoccupata per come Amazon si comporta in Europa. Ha un peso tale che rischia di trovarsi ben presto in posizione ultradominante. Sono andata a parlarne alla Commissione di Bruxelles, ma trovo il loro atteggiamento deludente».

Che cosa rimprovera alla Commissione europea?
«Ha una visione un po' troppo unilaterale della libera concorrenza. La Commissione preferisce fare le pulci agli editori che si organizzano per sopravvivere alla minaccia di Amazon, e non si allarma invece per il fatto che un colosso basato in Lussemburgo fa vendita a distanza con strategie fiscali inaccettabili e facendo dumping sulle spese di distribuzione. Amazon può permettersi di vendere a basso prezzo per mettere fuori mercato i suoi concorrenti, ma naturalmente rialzerà i prezzi appena avrà conquistato il monopolio o quasi. Di questo dovrebbero preoccuparsi a Bruxelles. La Francia vigilerà affinché Amazon pratichi una concorrenza leale».

La Francia è stata all'avanguardia nella lotta contro lo scaricamento illegale di musica, film e poi libri, con la legge Hadopi voluta dalla presidenza Sarkozy. Lei prende le distanze da Hadopi. Come mai? «È un approccio diverso, io vorrei sviluppare l'offerta legale. Se uno vuole scaricare un film non troppo recente, magari degli anni Cinquanta, nelle piattaforme legali non lo trova, mentre illegalmente sì. Non considero i consumatori come dei teppisti che vogliono rapinare gli artisti, ma persone che hanno voglia di ascoltare, vedere, leggere. Credo che la colpa sia anche dell'industria, che è in ritardo. Bisogna offrire un catalogo ampio e a prezzi ragionevoli. Qualcosa si sta muovendo, soprattutto per la musica».

Allude ai siti di streaming Deezer e Spotify? «Sì, anche se la parte versata agli artisti è ancora troppo bassa. Bisogna riconsiderare la percentuale versata agli autori, e lo stesso vale anche per il libro digitale, che in genere affianca quello di carta e ha costi di produzione molto inferiori».

Lei, ministra Filippetti, che cosa legge?
«Tra gli italiani Erri De Luca e Niccolò Ammaniti, tra i francesi Jean Echenoz e Jérôme Ferrari che ha appena vinto un Goncourt molto meritato».

In «Gli ultimi giorni della classe operaia» ha raccontato la storia della sua famiglia, in «Un homme dans la poche» una storia d'amore. Tornerà a scrivere?
«Non finché sono ministra».

dal nostro corrispondente Stefano Montefiori
23 novembre 2012 | 7:22