mercoledì 21 novembre 2012

Parigi, moschea per soli omosessuali I musulmani gay potranno sposarsi

Libero

Aprirà i battenti il 30 novembre grazie a un francese di origine algerina, che ha già sposato il suo compagno con una cerimonia religiosa



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La giustificazione: "Le donne nelle moschee si coprono con il hijab e siedono dietro  agli uomini. Noi abbiamo paura di essere molestati, sia verbalmente che fisicamente"
Una moschea solo per omosessuali, un sogno per molti che diventa realtà a Parigi. Aprirà i battenti il 30 novembre grazie all’iniziativa personale di Ludovic Mohamed Zahed, 35enne francese di origine algerina, che ha già fatto parlare di sè per essere stato il primo francese a contrarre un matrimonio omosessuale con una cerimonia religiosa, celebrata a febbraio da un imam del sobborgo parigino di Sevres. Unione che le autorità di Parigi non hanno riconosciuto ufficialmente, ma che ha già lasciato il segno nella società francese, come dimostrano le continue email e telefonate di minaccia che la coppia riceve dal giorno del matrimonio.

"Le donne nelle moschee si coprono con il hijab e siedono dietro  agli uomini. Noi abbiamo paura di essere molestati, sia verbalmente che fisicamente e per questo dopo il mio rientro dal pellegrinaggio ho  deciso di aprire una moschea dove solo gli omosessuali possono pregare", ha spiegato Zahed, in Francia da quando aveva tre anni, in   un’intervista al quotidiano turco 'Hurriyet'. Nel nuovo luogo di culto, che Zahed ha finanziato totalmente a sue spese, "gli omossessuali potranno in un primo tempo svolgere la preghiera del   venerdì e più avanti sarà aperta tutti i giorni. Inoltre - ha   precisato - saranno celebrati i matrimoni omosessuali".

Il percorso religioso di Zahed inizia a 12 anni, quando si avvicina alla fede e simpatizza per i salafiti algerini, che poi   'ripudia' "dopo averli visti compiere atti terroristici", ha ricordato  l'uomo, che della riconciliazione tra Islam e omosessualità ha fatto lo scopo della sua vita. Studente di antropologia e psicologia, Zahed ha fondato due ong che si occupano di omosessualità e lotta all’Aids ed è autore del libro 'Le Coran et la chair' (Il Corano e la carne), nel quale ripercorre il suo cammino spirituale come musulmano   omosessuale. "Sono sicuro che se il profeta Maometto fosse ancora vivo, sposerebbe le coppie gay", aveva confidato alla tv francese 'France 24' dopo il suo matrimonio.

Salvate quell’impronta dai pirati dello spazio”

La Stampa


La famosa traccia di Armstrong che si credeva eterna potrebbe esserein pericolo
americo bonanni



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Il luogo di sbarco dell’Apollo 11 come la Grande Muraglia. Una testimonianza storica così importante da dover essere considerata Patrimonio dell’Umanità, assieme agli altri 962 siti, tutti terrestri, già presenti nel registro Unesco. E così la Nasa e diverse autorità scientifiche si stanno attivando. Con entusiasmo, ma anche con grandi difficoltà (e non solo legali).
Quello di proteggere le testimonianze dei primi voli spaziali, e soprattutto degli allunaggi, è un obiettivo rincorso da tempo e di cui si è discusso anche al 63° Congresso astronautico internazionale che si è tenuto a Napoli.

Certo, è difficile pensare a orde di turisti che calpestano la prima impronta o si mettono in tasca un pezzo delle attrezzature lasciate sulla Luna. Ma il pericolo di rovinare quello che a tutti gli effetti è un sito archeologico appare più vicino di quanto si possa pensare. Molti rover automatizzati per l’esplorazione lunare sono in preparazione, ad esempio il «Chang’e 3» cinese. E a preoccupare è anche il «Google lunar prize», la gara che offre 30 milioni di dollari in premio al primo gruppo non governativo che farà arrivare sulla Luna un robot dotato di ruote e capace di trasmettere immagini e video. I luoghi di allunaggio delle missioni Apollo fanno gola, ovviamente.

E molti dei team partecipanti hanno già annunciato che l’obiettivo è proprio quello di far scendere il rover lì vicino. Luoghi fragili. Una ruota nel posto sbagliato, ma anche la polvere sollevata, sono più che sufficienti a coprire impronte che altrimenti resterebbero là per centinaia di migliaia di anni. «Dobbiamo anche tenere presente – dice Lotta Viikari, direttrice dell’Istituto di legge dell’aria e dello spazio nell’Università di Lapland, in Finlandia – che restaurare il patrimonio storico e culturale in un ambiente come quello spaziale può rivelarsi impossibile. Se le impronte degli astronauti fossero spazzate via, sarebbero perse per sempre».

E non basta. La Base della Tranquillità, come la definì Armstrong dopo l’allunaggio, si trova in una zona grigia, e non per via della polvere, ma delle leggi esistenti. «Secondo il trattato Onu per la protezione dello spazio esterno del 1967 – aggiunge Viikari – i corpi celesti non possono appartenere ad alcuno Stato: sono aree internazionali. D’altro canto la Convenzione sui patrimoni dell’umanità prevede che ogni Stato presenti la lista dei siti che intende includere nell’elenco, ma può farlo solo per quelli presenti sul proprio territorio». In altre parole, i punti di allunaggio degli Apollo non possono essere reclamati dagli Usa come territori propri. E per questo motivo gli stessi Usa non possono presentarli all’Unesco come «Patrimoni dell’Umanità». Un pasticcio legale che minaccia l’operazione.

Viikari non vede prospettive nel breve termine: «Nel prossimo futuro non penso che sia probabile che la comunità internazionale faccia passi significativi. Ci sono problemi molto più pressanti nel campo del diritto spaziale, come la questione dei detriti in orbita». E tuttavia negli Stati Uniti c’è chi non si arrende. California e New Mexico hanno inserito la zona dell’Apollo 11 nei loro registri di Stato, con l’obiettivo di farla diventare patrimonio storico degli Usa.

Un po’ meglio vanno le cose per gli oggetti sulla Luna: secondo il diritto internazionale, restano di proprietà americana e sarebbe illegale portarli via. Ingombranti come la parte inferiore del Lem o più piccoli come i vari strumenti e le bandiere, sono stati tutti censiti. Solo per l’Apollo 11 ne sono 106. La Nasa, intanto, ha stilato le raccomandazioni per chi voglia avvicinarsi ai siti sulla Luna. Il documento stabilisce come sorvolare la zona, a che distanza può scendere un veicolo (non oltre due km), quanto vicino può arrivare un rover (massimo 75 metri) e perfino la velocità massima.
Un po’ di ottimismo, comunque, c’è: è improbabile che qualcuno voglia passare alla storia come il distruttore del celeberrimo «primo passo».

Scoperto il mistero del «canto delle dune»

Corriere della sera

È la dimensione dei granelli di sabbia a determinare la frequenza dei suoni emessi

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Nel silenzio del deserto si può ascoltare la voce delle dune. Al soffio del vento o per effetto del calpestio, infatti, le dune cantano: emettono suoni, diversi a seconda della dimensione dei granelli di sabbia. Lo rivela uno studio, condotto sia sul campo sia in laboratorio, dai ricercatori dell'Università Paris Diderot e pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters.

CORI NEL DESERTO - Il canto delle dune, un suono basso simile a un gemito o a un ronzio, è stato per secoli oggetto di interesse. Ha affascinato Marco Polo durante i suoi viaggi e ha incuriosito Charles Darwin: nei suoi racconti di viaggio in Cile ha scritto che i cittadini della valle di Copiapó avevano soprannominato una collina di sabbia «El Bramador» per i gemiti che emetteva quando la sabbia scorreva lungo il pendio.

Ma solo a partire dalla fine del XIX secolo sono state realizzate osservazioni scientifiche, che hanno fatto luce sulla voce del deserto: in primo luogo, non tutte le dune cantano, ma tutte quelle che lo fanno sono composte da sabbia asciutta e ben ordinata. E in secondo luogo, il suono è generato spontaneamente quando la sabbia scivola verso il basso su un fianco della duna, a causa dell’azione del vento o del calpestio. Inoltre, mentre alcune dune hanno la capacità di emettere un suono fino a 110 decibel, a una frequenza ben definita, altre invece intonano più note contemporaneamente.

Video : Il canto delle dune

LO STUDIO – Per capire a cosa sia dovuta questa differenza, il fisico Simon Dagois-Bohy ha registrato «in presa diretta» il canto di due dune: una vicino Tarfaya, città portuale nel sud-ovest del Marocco, e una nella città costiera di Al-Askharah nel sud-est dell'Oman. In Marocco, la sabbia canta in sol diesis, costantemente a 105 hertz circa. La duna dell'Oman, invece, «canta molto bene, ma è impossibile identificare una singola frequenza»: genera infatti una cacofonia, emettendo più suoni in ogni possibile frequenza tra 90 e 150 hertz, ovvero dal fa diesis al re.

A quanto pare, il suono emesso, o meglio le caratteristiche spettrali molto diverse dipendono dalla dimensione dei granelli di sabbia. Una duna composta da granelli polidispersi produce uno spettro acustico molto ampio e rumoroso, mentre una duna di grani più omogenei produce una frequenza ben definita. La duna dell’Oman è formata infatti da granelli il cui diametro varia dai 150 ai 310 micron (milionesimi di metro): una gamma molto più ampia rispetto alle controparti marocchine, dalle dimensioni di 150-170 micron.

IN LABORATORIO – Anche dalla verifica in laboratorio è emerso che è la loro dimensione a determinare la frequenza delle note. In laboratorio i ricercatori hanno ricreato, infatti, mini-valanghe in miniatura, con 50 chili di sabbia raccolti dalla duna del Marocco e 150 chili dalla duna di Al-Askharah, e ne hanno registrato il suono. La sabbia della penisola dell’Oman è per natura più rumorosa, ma setacciando solo i granelli dal diametro tra i 200 e 250 micron, anche questa sabbia ha emesso un tono ben definito: una sola nota a circa 90 hertz.

«Questo suggerisce che la granulometria è un fattore importante nel determinare il canto delle dune», spiega Dagois-Bohy. «La frequenza del suono», aggiunge, «non dipende dalla dimensione o dalla forma della duna, né dalle vibrazioni negli strati di sabbia sottostanti provocati dal movimento della sabbia in superficie, ma dal diametro dei singoli granelli». Che, in base alla dimensione e al modo in cui scivolano sulla superficie, possono dare origine a uno spettro acustico ampio e rumoroso oppure a frequenze specifiche e ben definite. Il suono infatti è prodotto dal moto sincronizzato dei singoli granelli.

NOTE - Le dune formate da granuli di dimensioni diverse producono una gamma più ampia di note contemporaneamente, perché diversa è la velocità alla quale i diversi granelli scivolano verso il basso durante una valanga. Se la duna invece è formata da granelli della stessa dimensione, i flussi di sabbia si muovono a velocità più sincrone, e il suono si restringe a tonalità specifiche. «Ancora non è chiaro come il movimento dei flussi di sabbia si traduca in suoni simili alle note musicali», sottolinea Dagois-Bohy. «Un’ipotesi è che i granelli di sabbia che scorrono sincronizzati vibrino all'unisono. E le migliaia di vibrazioni spingono l'aria come la membrana di un altoparlante».

Simona Regina
20 novembre 2012 (modifica il 21 novembre 2012)

Censura a Repubblica: “cancellato” Odifreddi

Roberto Scafuri - Mer, 21/11/2012 - 12:47

La censura colpisce ancora: sul sito del quotidiano sparisce un post di Odifreddi. E lui ritira il suo blog


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La censura colpisce ancora. Capita, sul sito di Repubblica, al professor Piergiorgio Odifreddi, colpevole di aver postato un commento abbastanza aspro sulla situazione in Medioriente, dove paragona il comportamento attuale del governo israeliano a quello dei nazisti.

Il suo articolo, inserito nel blog “Il non senso della vita”, è stato inopinatamente e unilateralmente eliminato dal quotidiano on-line. Odifreddi ha deciso di ritirare il blog, argomentando che nella vita “ci sono momenti in cui, candidamente, bisogna ritirarsi a coltivare il proprio giardino”. Se finora la direzione del giornale e i curatori del sito avevano difeso il diritto di opinione senza preoccuparsi troppo delle inevitabili lagnanze – ha scritto Odifreddi –  anche loro “hanno dovuto soccombere di fronte ad altre lagnanze, questa volta sicuramente in ebraico”.


CONTINUA SUL BLOG DI ROBERTO SCAFURI

Il paradiso degli assenteisti Al Comune di Modica 8 impiegati su 10 a giudizio

La Stampa

A processo nella città siciliana per truffa e falso

fabio albanese
MODICA (ragusa)


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L’assenteista più organizzato era in grado di entrare nel sistema informatico del Comune e modificare l’orario di ingresso e uscita dall’ufficio, anche se quel giorno lì dentro non ci aveva mai messo piede. Al municipio di Modica non era il solo. Secondo la procura, che ieri ha chiesto il rinvio a giudizio di 106 dipendenti per truffa aggravata e falso ideologico, lasciare l’ufficio per dedicarsi ai fatti propri era ormai prassi consolidata per molti, troppi.

L’inchiesta, partita nel 2009 dalle segnalazioni indignate di cittadini utenti del comune, si è concentrata solo su Palazzo San Domenico, la sede centrale del Comune, dove lavorano 126 dei 542 dipendenti. Dunque, fa sapere la procura, l’86 per cento dei dipendenti di quell’edificio non rispettava gli orari di servizio e il 7 marzo dell’anno prossimo dovrà presentarsi davanti al gup Maria Rabini. «Ma per il momento restano tutti in servizio - chiarisce il sindaco pd Antonello Buscema che ha annunciato la costituzione di parte civile - a tutti abbiamo notificato provvedimenti disciplinari ma l’efficacia è sospesa fin quando non ci sarà il giudizio».

Il sindaco, che da quando si è insediato nel 2008 cerca di fronteggiare una grave crisi che ha portato il comune di Modica sull’orlo del dissesto finanziario, teme ulteriori danni per l’amministrazione: «Non vorrei che finisse come per quel dipendente della presidenza del Consiglio comunale che, avendo ammesso le sue responsabilità davanti ai giudici, avevamo licenziato e il tribunale del lavoro ha reintegrato».

È proprio lui l’uomo dell’orologio segna-presenze. Procura, polizia e guardia di finanza sapevano bene che si allontanava spesso dal lavoro ma il suo badge era sempre in ordine. Fu lui stesso, alla fine, a chiarire che aveva la password d’accesso al sistema informatico; vi accedeva, modificava l’orologio giusto quei pochi secondi che gli servivano a strisciare la sua tesserina magnetica, e poi rimetteva tutto a posto. Licenziato, reintegrato, ora in pensione, ma ugualmente nella lista dei 106 indagati.

Un’inchiesta complicata, che ha avuto necessità di molti uomini in campo, visto che poi poliziotti e finanzieri dovevano seguire gli assenteisti: uno era solito chiudersi nel garage di casa ad ascoltare musica; un altro una sera venne visto entrare nel municipio ormai chiuso, timbrare l’uscita in straordinario, e tornarsene a casa; una dipendente abitualmente se ne stava seduta ai tavolini di un bar del centro, un’altra andava a far visita ad amici assieme al marito. «Era un fenomeno di malcostume e liceità - dice il procuratore di Modica Francesco Pulejo - talmente diffuso e allarmante che certo è spia di qualcosa che non va, e non solo per l’atteggiamento di tolleranza spesso mostrato dai loro capi». 

Condomini, sì a animali e riscaldamento fai da te

Corriere della sera

Via alla riforma: arriva l'amministratore qualificato Ci si potrà staccare dall'impianto centralizzato senza parere dell'assemblea

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ROMA - La speranza è che le liti condominiali diminuiscano e che sia più facile decidere e mettersi d'accordo. La certezza è che ci sono da oggi 31 articoli nuovi di zecca che riformano la disciplina dei regolamenti di condominio, approvati dalla commissione Giustizia del Senato in sede deliberante così come la Camera li aveva licenziati a fine settembre. Punto primo, tra i più qualificanti, quello che interessa moltissime famiglie che vivono nei condomini: gli animali domestici.

Il regolamento condominiale non potrà più «vietare di possedere o detenere animali domestici», e tra essi il Parlamento ha inteso comprendere tutti gli animali da compagnia (pur non modificando il testo per evitare che tornasse alla Camera per la seconda lettura), quindi anche criceti, furetti, canarini, eccetera. Esultano le associazioni animaliste, la deputata Pdl e animalista convinta Michela Vittoria Brambilla parla di «liberalizzazione» e di «passo avanti importantissimo per tutelare milioni di italiani che vivono con animali d'affezione»

Punto secondo, anche questo molto importante e sentito nei condomini: il riscaldamento. Chi vuole si potrà «staccare» dall'impianto centralizzato senza dover attendere il parere positivo dell'assemblea, ma a patto di non creare pregiudizi agli altri condomini e di continuare a pagare la manutenzione straordinaria dell'impianto condominiale.

La nuova disciplina, poi, si occupa delle barriere architettoniche. Per la messa a norma in sicurezza e per l'eliminazione delle barriere architettoniche del palazzo basterà che in assemblea siano presenti i condomini che rappresentano un terzo dei millesimi complessivi. A questo punto, sarà sufficiente la maggioranza per decidere, ovvero il 50 per cento più uno dei votanti-presenti.

Altro aspetto che spesso produce liti e ricorsi in tribunale: la destinazione d'uso dei locali comuni. Adesso per decidere il cambio di destinazione d'uso basterà il sì dei quattro quinti dei condomini. L'assemblea condominiale potrà anche decidere di creare un sito internet del condominio, ad accesso individuale e protetto, per consultare tutti gli atti e i rendiconti mensili.

Niente registro degli amministratori ma la nuova disciplina prevede comunque che chi amministra un condominio debba possedere alcuni requisiti obbligatori: godimento dei diritti civili, titolo di studio, formazione e assicurazione professionale. In pratica per fare l'amministratore bisognerà frequentare un corso di formazione oltre ad aver conseguito il diploma di scuola secondaria di secondo grado. All'atto della nomina, poi l'amministratore dovrà presentare ai condomini una polizza individuale di responsabilità civile che copre gli atti compiuti nell'esercizio del mandato. Polizza che sarà comunque pagata dai condomini.

C'era chi sperava di ottenere modifiche più sostanziali. Il presidente di Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani, si rammarica perché la nuova disciplina non assegna la capacità giuridica al condominio stesso, come avviene in molti Paesi europei. Tuttavia, continua, «la legge è nel complesso positiva» perché «rispettosa dei diritti dei proprietari». «Una riforma storica di una disciplina che risale al 1942 e che tocca la vita quotidiana di molti milioni di famiglie italiane», ha commentato il senatore del Pd Giovanni Legnini, primo firmatario del provvedimento. E questo, «nonostante la Camera abbia inteso eliminare diverse norme innovative». Pensiero simile quello del senatore dell'Idv Luigi Li Gotti: «Alcune cose potevano cambiarsi ma il testo sarebbe riandato alla Camera e sarebbe stato a rischio».

Le nuove regole


Mariolina Iossa
21 novembre 2012 | 8:24

I vangeli dell’infanzia: racconti credibili, non miti

La Stampa

vatican

Il nuovo libro di Benedetto XVI sulla nascita di Gesù

Andrea Tornielli
Città del Vaticano

I racconti dell’infanzia di Gesù, contenuti nei primi capitoli dei vangeli di Matteo e di Luca, non sono leggende né ricostruzioni fantasiose. E non sono neanche un «midrash», cioè un’interpretazione della Scrittura mediante narrazioni tipica della letteratura ebraica. Sono «storia, storia reale, avvenuta, certamente storia interpretata e compresa in base alla Parola di Dio». Lo scrive Benedetto XVI nel libro «L’infanzia di Gesù» (Rizzoli-Libreria Editrice Vaticana, pp. 174), il terzo volume ratzingeriano dedicato al Nazareno. Il Papa torna a fare il teologo e l’esegeta, e completa con la parte dedicata alla venuta al mondo di Cristo quell’opera che aveva in animo di scrivere da tanti anni e che ha scritto nonostante il conclave riunitosi dopo la morte di Giovanni Paolo II l’abbia eletto


CatturaLe fonti di Luca e Matteo
Da dove «conoscono Matteo e Luca la storia da loro raccontata?», si chiede Ratzinger. Il Papa ricorda che «in Luca sembra esservi alla base un testo ebraico». E alla domanda risponde: si tratta evidentemente di tradizioni di famiglia. Luca «a volte accenna al fatto che Maria stessa era una delle sue fonti», quando scrive: «Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore». «Solo lei – osserva Ratzinger – poteva riferire l’evento dell’Annunciazione». Il Papa ammette che l’esegesi «critica» moderna considera «ingenui» collegamenti del genere, ma si chiede: «Perché  Luca dovrebbe aver inventato l’affermazione circa il custodire delle parole e degli eventi nel cuore di Maria, se per questo non c’era alcun riferimento concreto?». E spiega che l’apparire tardivo «soprattutto delle tradizioni mariane trova la sua spiegazione nella discrezione» della Madonna: finché lei stessa era ancora in vita «non potevano diventare tradizione pubblica».

Maria «donna coraggiosa»
«Il suo regno non avrà fine», dice l’angelo Gabriele a Maria riferendosi al Figlio. Certo, commenta Benedetto XVI «resta sempre vera anche la parola che Gesù disse a Pilato: “il mio regno non è di quaggiù”. A volte – osserva Ratzinger – nel corso della storia, i potenti di questo mondo lo attraggono a sé; ma proprio allora esso è in pericolo: essi vogliono collegare il loro potere con il potere di Gesù, e proprio così deformano il suo regno, lo minacciano». A proposito della reazione della Madonna di fronte all’inaudito annuncio dell’angelo – dal turbamento al confronto interiore con la Parola ricevuta – il Papa scrive: «Maria appare una donna coraggiosa, che anche di fronte all’inaudito, mantiene l’autocontrollo. Al tempo stesso, è presentata come donna di grande interiorità, che tiene insieme il cuore e la ragione e cerca di capire il contesto, l’insieme del messaggio di Dio».

Giuseppe il giusto
Descrivendo la decisione di Giuseppe, promesso sposo di Maria, il quale dopo aver saputo che era rimasta incinta decide di ripudiarla in segreto, il Papa scrive: «Dopo la scoperta che Giuseppe ha fatto, si tratta di interpretare ed applicare la legge in modo giusto. Egli lo fa con amore: non vuole esporre Maria pubblicamente all’ignominia. Le vuole bene, anche nel momento della grande delusione. Non incarna quella forma di legalità esteriorizzata… Egli vive la legge come vangelo, cerca la via dell’unità tra diritto e amore. E così è interiormente preparato al messaggio nuovo, inatteso e umanamente incredibile, che gli verrà da Dio».

Il parto verginale. Mito o verità?
Benedetto XVI mostra di non credere affatto al parallelismo proposto dalla storia delle religioni tra «la nascita verginale di Gesù» e i racconti mitologici delle unioni tra divinità e uomini. «Non si può parlare di veri paralleli. Nei racconti dei Vangeli rimangono pienamente conservate l’unicità dell’unico Dio e l’infinita differenza tra Dio e la creatura. Non esiste alcuna confusione, non c’è alcun semidio… Le narrazioni in Matteo e Luca non sono miti ulteriormente sviluppati» e quanto al loro «contenuto concreto provengono dalla tradizione familiare, sono una tradizione trasmessa che conserva l’accaduto». Quindi, conclude Ratzinger, alla domanda se è vero «ciò che diciamo nel Credo», sulla nascita del Figlio concepito di Spirito Santo e nato da Maria Vergine, «la risposta senza riserve è sì». Nella storia di Gesù ci sono due punti nei quali l’operare di Dio interviene immediatamente nel mondo materiale: «la nascita dalla Vergine e la resurrezione». Due punti che «sono uno scandalo per lo spirito moderno».

Il discusso censimento
Il Papa chiude in pochi paragrafi la questione del censimento di cui parla Luca nel suo vangelo e la controversia su quando questo sia avvenuto, dato che in presenza del governatore Quirinio (citato dall’evangelista) ne è documentato ma nell’anno 6 dopo Cristo, troppo tardi perché si tratti di quello avvenuto in concomitanza con la nascita di Gesù. Ratzinger spiega che il censimento si realizzava in due tappe, «innanzitutto nella registrazione dell’intera proprietà terriera e immobiliare e poi – in un secondo momento – nella determinazione delle imposte da pagare di fatto».

La prima tappa avvenne al tempo della nascita di Gesù, la seconda negli anni successivi. «I contenuti essenziali dei fatti riferiti da Luca – scrive il Papa – rimangono, nonostante tutto, storicamente credibili: egli decise – come dice nella premessa del suo Vangelo – “di fare ricerche accurate in ogni circostanza”. Questo ovviamente con i mezzi a sua disposizione. Egli era pur sempre più vicino alle fonti e agli eventi di quanto noi, malgrado tutta l’erudizione storica, possiamo pretendere». Per questo, osserva, «Gesù appartiene ad un tempo esattamente databile e ad un ambiente geografico esattamente indicato». E «se ci atteniamo alle fonti, rimane chiaro che Gesù è nato a Betlemme ed è cresciuto a Nazaret».

La storicità della grotta di Betlemme
Il Papa nel libro spiega che proprio la trasformazione da parte dei romani della grotta di Betlemme in un luogo di culto a Tammuz-Adone, «intendo evidentemente sopprimere la memoria cultuale dei cristiani, conferma l’antichità di tale luogo di culto… Spesso le tradizioni locali sono una fonte più attendibile che le notizie scritte».

Gesù segno di contraddizione
Commentando l’episodio della presentazione di Gesù al Tempio, Benedetto XVI spiega: «Noi tutti sappiamo quanto Cristo oggi sia segno di una contraddizione che, in ultima analisi, ha di mira Dio stesso. Sempre di nuovo, Dio stesso viene visto come limite della nostra libertà, un limite da eliminare affinché l’uomo possa essere totalmente se stesso. Dio, con la sua verità, si oppone alla molteplice menzogna dell’uomo, al suo egoismo ed alla sua superbia. Dio è amore. Ma l’amore può anche essere odiato, laddove esige che si esca da se stessi per andare al di là di se stessi».

I magi e la loro inquietudine
Descrivendo la figura del «mago», e della varia gamma di significati che la parola aveva, il Papa ne sottolinea l’ambivalenza: «La religiosità può diventare una via verso la vera conoscenza, una via verso Gesù Cristo. Quando, però, di fronte alla presenza di Cristo, non si apre a Lui e si pone contro l’unico Dio e Salvatore, essa diventa demoniaca e distruttiva». Ma i «magi» di cui parla Matteo «non erano soltanto astronomi», erano «sapienti», rappresentavano la dinamica «dell’andare al di là di sé, intrinseca alle religioni – una dinamica che è ricerca della verità».

Nasce Gesù, finisce l’astrologia
Quando alla stella che guidò i magi nel racconto di Matteo, Benedetto XVI ricorda che «a cavallo tra l’anno 7 e il 6 avanti a.C. – che oggi viene considerato l’anno verosimile della nascita di Gesù – si è verificata una congiunzione di pianeti Giove, Saturno e Marte». A questa, secondo il grande astronomo Giovanni Keplero si era aggiunta una supernova, della quale sembra esservi traccia «in tavole cronologiche cinesi» relative all’anno 4 a.C. Citando Gregorio Nazianzeno, il Papa scrive che «nel momento stesso in cui i Magi si prostrarono davanti a Gesù, sarebbe giunta la fine dell’astrologia, perché da quel momento le stelle avrebbero girato nell’orbita stabilita da Cristo». Una demitizzazione, «una svolta antropologica», perché, spiega Ratzinger, «l’uomo assunto da Dio – come qui si mostra nel Figlio unigenito – è più grande di tutte le potenze del mondo materiale e vale più dell’universo intero».

La strage degli innocenti
È vero, osserva Benedetto XVI, che «da fonti non bibliche non sappiamo nulla su questo avvenimento, ma considerando tutte le crudeltà di cui Erode si è reso colpevole, questo non dimostra che tale misfatto non sia avvenuto». Il Papa condivide l’opinione dell’autore ebreo Abraham Schalit: «Il despota sospettoso percepiva dappertutto tradimento e ostilità, e una vaga voce, arrivata al suo orecchio, poteva facilmente aver suggerito alla sua mente malata l’idea di uccidere i bambini nati nell’ultimo periodo». Insomma, anche se il racconto dei magi e della strage degli innocenti «potrebbe essere una creazione di Matteo», come ritengono alcuni esegeti contemporanei, Ratzinger si dice convinto che «si tratti di avvenimenti storici, il cui significato è stato teologicamente interpretato dalla comunità giudeo-cristiana e da Matteo». E «contestare per puro sospetto la storicità di questo racconto va al di là di ogni immaginabile competenza di storici».


Libertà in famiglia

Infine, il Papa si sofferma sull’episodio, raccontato solo da Luca, di Gesù dodicenne ritrovato nel Tempio di Gerusalemme dai genitori che lo avevano perso di vita durante il viaggio di ritorno del pellegrinaggio della Pasqua. Maria e Giuseppe si accorgono della sua assenza dopo un giorno di viaggio. «In base alla nostra immaginazione, forse troppo gretta, della Santa Famiglia, questo fatto stupisce.

Ci mostra, però, in modo molto bello che nella Santa Famiglia libertà e obbedienza erano ben conciliate l’una con l’altra. Il dodicenne era lasciato libero di decidere se mettermi insieme con coetanei e amici e rimanere durante il cammino in loro compagnia». Ai genitori preoccupati, a Maria che lo rimprovera, Gesù ritrovato ad ammaestrare i dottori del Tempio risponde, spiega Benedetto XVI: «Mi trovo proprio là dove è il mio posto – presso il Padre, nella sua casa… Non è Giuseppe mio padre, ma un Altro – Dio stesso. A Lui appartengo, presso di Lui mi trovo. Può forse essere espressa più chiaramente la figliolanza divina di Gesù?».

Parole da non ridurre…
Infine, Ratzinger ricorda che «sempre di nuovo le parole di Gesù sono più grandi della nostra regione. Sempre di nuovo superano la nostra intelligenza. La tentazione è di ridurle, di manipolarle per farle entrare nella nostra misura, è comprensibile. Fa parte dell’esegesi giusta proprio l’umiltà di rispettare questa grandezza che, con le sue esigenze, spesso ci supera».

Grillo: «Non mi candiderò al Parlamento»

Corriere della sera

Intervista a Ballarò: «Sono pieno di carichi pendenti, sono un delinquente». E lancia la nuova provocazione, il «politometro»

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MILANO - «Non mi candiderò al Parlamento, sono pieno di carichi pendenti, sono un delinquente». Ad affermarlo, in un'intervista andata in onda ieri a Ballarò , è Beppe Grillo. Il fondatore dei 5 Stelle, definitosi «capo politico» del Movimento in un comunicato messo in Rete, reitera così la sua volontà di non puntare a un posto alla Camera o al Senato, facendo riferimento alla condanna a 14 mesi di carcere (con la condizionale) per omicidio colposo relativa all'incidente d'auto nel quale, il 7 dicembre 1981, persero la vita due amici del comico, di 45 e 33 anni, e il loro figlio, di 9. Giorni fa, a margine di un incontro ad Aosta, parlando di una sua eventuale candidatura Grillo aveva scherzato: «Ma mi ci vedete a Roma con Cicchitto, Gasparri o Fini che mi dicono "ha facoltà di parlare"? Non potrei starci 10 minuti». Poi aveva continuato: «Se andremo in Parlamento, ci andranno persone scelte dalla Rete, gente onesta, educata, con un'etica. Non so ancora chi ci andrà, saranno votate in Rete».


E sempre in Rete ieri il comico aveva lanciato la sua ultima provocazione. «Vorrei integrare la proposta del redditometro con il "politometro". Uno strumento che valuti la differenza tra ricchezza posseduta dai politici e dai funzionari pubblici dall'atto della loro nomina, nell'arco degli ultimi vent'anni». Il Movimento, però, è attraversato da una nuova polemica, legata alla candidatura alle «primarie» per le Regionali del Lazio di Cecilia Petrassi, 47 anni, attivista certificata dei Cinque Stelle ma in passato collaboratrice parlamentare con Forza Italia e Lega Nord. Molti l'hanno votata online, ma altri le chiedono di ritirarsi: ora contro di lei è prevista una mozione di sfiducia.

21 novembre 2012 | 11:21

Se (il nostro) Stato è poco social

Corriere della sera
di Corinna De Cesare


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Sono quasi le due di notte, gli elicotteri della polizia sorvolano la zona di Harrow, a nord di Londra, alla ricerca di un sospettato. Stephen Thomas abita da quelle parti: “Riesco a sentirvi vicino alla mia camera da letto” cinguetta rivolgendosi all’account twitter MpsHelycopter. Loro rispondono: “Eravamo lì, ora ci dirigiamo verso Grea Park est, alla ricerca di una persona che potrebbe essere in pericolo”. Stephen twitta: “Ahhh, ora capisco, proprio dove vivo io. Buona caccia”. MpsHelycopter twitta: “Ora ci allontaniamo da Loak Hill così ti lasciamo in pace”. Stephen risponde: “No problem, buona fortuna”.

Se pensate che questo sia un film vi sbagliate di grosso. L’account twitter Metropolitan police helycopter di Londra esiste davvero e questo è solo un esempio (guarda la gallery) di come funziona. Twitta sulle operazioni, gli arresti, le ricerche in corso, molte volte si scusa con i cittadini per il rumore che causa. Come il 14 novembre, quando un gruppo di residenti londinesi lamenta alle 11 di sera del baccano degli elicotteri. Mps risponde: “Non ci piace disturbarvi, cerchiamo solo di catturare i criminali per le strade”. Altri cittadini twittano: “E per questo vi siamo molto grati”.

La polizia londinese vanta su twitter oltre 80 mila follower e ne colleziona più o meno altri 30 mila in altri suoi account. “I crimini – ci tiene a precisare su Twitter – non si denunciano qui e per le emergenze c’è il 999″. Come dargli torto?

Quel che stupisce è l’utilizzo coscienzioso che viene fatto di questo strumento. Informare, stabilire un contatto diretto con i cittadini, mostrare il duro lavoro che gli agenti svolgono tutti i giorni. E pare funzionare, visto il seguito.
E in Italia? Anche la nostra polizia di Stato ha un account Twitter (@poliziadistato) ma ha appena 2 mila follower. Se vi state chiedendo perchè, una delle ragioni è che ha twittato solo tre volte, l’ultima oltre 170 giorni fa per l’anniversario dei 160 anni dalla sua fondazione. Altri due tweet per il concerto della legalitá e di nuovo l’anniversario. Ma un secondo motivo è che la polizia ha scelto un altro profilo per twittare regolarmente sulle sue operazioni.

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È un avatar e si chiama Agente Lisa (@Agente_Lisa), ha poco più di 100 follower e twitta quasi regolarmente sulle operazioni degli agenti. La foto del profilo è un disegno di una poliziotta con un microfono: i tweet vanno dall’arresto del capo dei Girati a quello dell’Arsenio Lupin delle porte blindate (giuro). Clicco su quest’ultimo tweet che rimanda al sito web della questura di Modena: la notizia è che un serbo è stato arrestato per aver cercato di forzare la porta blindata di un appartamento.
Certamente, direte voi, le forze dell’ordine hanno altro a cui pensare: risorse che mancano, mezzi insufficienti e poi c’è la questione dell’obbligatorietá dell’azione penale. Nel sistema giudiziario italiano infatti,  per ogni reato segnalato (anche su Twitter), le forze dell’ordine sono costrette a indagare. Tutto maledettamente vero. Ma se si decide di stare sui social network, dev’esserci una buona ragione che non include solo la sponsorizzazione dei calendari e le foto delle inaugurazioni.
Gli strumenti “social” infatti, possono rivelarsi utili anche per investigare. Lo sa bene la polizia di New York (oltre 48 mila follower) che twitta regolarmente foto e identikit dei ricercati. Per Paul Lewis, giornalista investigativo del Guardian (reporter of the Year in Gran Bretagna nel 2010 e vincitore nel 2009 del Bevins Prize per l’eccezionale giornalismo d’inchiesta fatto per la morte del venditore di giornali Ian Tomlinson durante gli scontri al G20 a Londra) Twitter è stato fondamentale per seguire i riot londinesi andando oltre i comunicati stampa ufficiali.

Da noi, nei giorni degli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti tra Roma, Torino, Milano e Padova, l’agente Lisa twittava su sicurezza e la solidarietá internazionale. Idem su Facebook dove si concentrava sul nuovo calendario della polizia e su come si trasportano i bimbi in moto. Magari è un fake? Purtroppo no

@corinnadecesar

Finalmente la Pietà diventa “Visibile” a tutti

Corriere della sera
di Franco Bomprezzi

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E’ una emozione forte quella che provo, sapendo che il nostro punto di osservazione della realtà, quello degli “InVisibili” è servito a muovere le ultime resistenze che ancora rendevano impossibile trovare una collocazione migliore per il capolavoro incompiuto di Michelangelo Buonarroti, la Pietà Rondanini, custodita fino ad oggi in una sala del Museo del Castello Sforzesco, a Milano. Avevo protestato vivacemente con l’assessore ai beni culturali, Stefano Boeri, pochi mesi fa, in piena estate, quando avevo visitato, da turista, il Museo del Castello. Un luogo magico, incredibilmente pieno di testimonianze artistiche del passato, ma anche pieno di piccole e grandi barriere per chi, come me, si muove in sedia a rotelle. La delusione più cocente era proprio quella di non poter vedere la Pietà, collocata ai piedi di una scala ripida, se non compiendo un giro esterno complicato e quanto mai emarginante.

L’assessore e la direttrice del Museo non si sono offesi né arroccati per le mie proteste, divenute ben presto pubbliche. Anzi. Hanno lavorato per trovare una soluzione giusta. Non era facile. Da un lato infatti c’era il sacrosanto diritto delle persone con disabilità a fruire delle opere d’arte (l’art. 30 della Convenzione Onu impegna gli Stati aderenti a garantire “accesso a luoghi di attività culturali, come teatri, musei, cinema, biblioteche e servizi turistici, e, per quanto possibile, accesso a monumenti e siti importanti per la cultura nazionale”). Dall’altro la necessità di non banalizzare la questione, perché quella collocazione, voluta negli anni ’50 dagli architetti che realizzarono la ristrutturazione delle sale museali, aveva una sua spiegazione forte. Belgiojoso volle allora isolare questo capolavoro, del tutto distante dalle sculture lombarde che costituiscono il cuore espositivo del Museo, ritenendo, giustamente, che si trattava di un “unicum”, e che, come tale, doveva essere offerto alla visione dei visitatori in uno spazio esclusivo.

Si capisce così quanto il concetto di accessibilità abbia compiuto un percorso culturale enorme, in questi decenni. A Belgiojoso e ai suoi illustri colleghi architetti e storici dell’arte scelsero la strada della scala e della parete separante perché non poteva neppure venire in mente di pensare a visitatori disabili. Per il semplice motivo che non c’erano, non si muovevano, oppure i loro spostamenti erano limitati alle cure, all’assistenza, al massimo alla scuola. L’arte non era ancora considerato un bene “per tutti”. Lo so che può sembrare un tema minore, quasi una perdita di tempo, rispetto a temi pressanti come le condizioni di vita delle persone non autosufficienti. Ma la dimensione della notizia che parte oggi da Milano è davvero enorme, e ha una portata ancora difficilmente calcolabile.

In questo caso infatti non ci si è limitati a immaginare una soluzione pasticciata, ma politicamente corretta. Si è invece totalmente ripensata la collocazione del capolavoro, con una strepitosa intuizione che aggiungerà valore, anche turistico, al capolavoro incompiuto e abbozzato dal genio di Michelangelo (la storia della Pietà è affascinante, merita da sola una conoscenza più ampia). E’ stato scelto infatti un salone enorme, ancora oggi spoglio e scarno, l’ex ospedale spagnolo, in un’altra ala del Castello, dove morivano gli appestati, rivolgendo lo sguardo, per le ultime preghiere, a una sacra rappresentazione affrescata sopra un altare, di cui rimangono le tracce, nonostante il tempo e gli interventi successivi.

L’assessore Stefano Boeri mi ha fatto visitare questo spazio da restaurare e completare in vista del trasferimento della Pietà Rondanini, qualche settimana fa, vincolandomi a fatica a un segreto, che ora si scioglie. Voleva la conferma che era riuscito a rispondere davvero alla mia critica da turista deluso. Un’attenzione alla quale non siamo abituati, ma anche il segno di un cambiamento culturale forte, simbolico, da comunicare al mondo intero. E questa enorme sala è affascinante e dolorosa, si avverte quasi fisicamente la presenza antica del dolore e della morte. Una luce soffusa e dolce attutisce l’angoscia, ma crea sacralità attorno al punto nel quale, forse fra un anno, sarà collocata la Pietà.

E finalmente anche noi la potremo vedere da vicino, e non solo attraverso le immagini di un libro. Davvero una bella notizia.

Tra un mese esatto dovrà finire il mondo, ma siamo tutti tranquilli...

La Stampa

Il business della profezia Maya del 21 dicembre 2012  è fallito prima della fine  dell'anno.

gianluca nicoletti


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   Come tra un mese esatto dovrebbe finire il mondo e tutti così tranquilli? Solo un anno fa la mestizia cosmica sembrava aver avvolto l’umanità come una grigia coltre. Andavano a ruba le opere dei più attenti investigatori dei segni dell’Apocalisse imminente. Si parlava solo dei  più acuti narratori del lato oscuro della scienza, da Roberto Giacobbo a Roland Emmerich, da libri, giornali,  cinema e tv  ci fu fornita una dettagliata mappa di previsioni e possibili scenari di cui avremo avuto esperienza diretta dal 21 dicembre poi, almeno per quel poco che ancora ci sarebbe dato di vivere.

   Tutto sapemmo dello sfigaterrimo calendario Maya, dell’età dell’Acquario, delle Centurie di Nostradamus, delle leggende cambogiane, della profezia dei teschi di cristallo, della teoria delle piramidi d'Egitto, dei Templari del Santo Graal, dei cerchi sul grano, delle profezie del Papa Malachia. Addiritura c’è stato chi iniziò a farci notare un’ improvvisa inquietante coincidenza di maremoti, tzunami, alluvioni e terremoti che annunciavano la catastrofe finale. Altri già da gennaio cominciarono a notare che le stagioni non erano più le stesse e che c’era qualcosa nell’ aria. Bene, ma ora che mancano trenta giorni a quella fine annunciata che fanno tutti costoro?

   Diciamo che c'è chi già tra gli apocalittici che ha messo le mani avanti, tutto sarebbe stato rimandato di qualche mese, persino la scienza per ora ha concesso una dilazione; Margherita Hack:ci ha infatti assicurato che non ci sarà ” Nessuna Apocalisse per il 2012, ma un asteroide Near Earth potrebbe colpire la terra nel 2036.” Il nome dell’asteroide naturalmente apre un altro fanta capitolo di approfonditi studi mit- scientifici poiché deriva dal dio egiziano Apophis, che significa il “distruttore”.

    Tutto comunque  troppo lontano per occuparsene già da oggi, quindi non vale per un immediato esorcismo. E allora? Nessun rifugio sotterraneo? Nessuna arca galleggiante? Nessun pianeta vicino da colonizzare? Soprattutto nessuno che abbia deciso di passare in bellezza questi probabili ultimi giorni?

   In conclusione, appaiono al momento veramente insignificanti i preparativi all’estremo addio dell’ umanità intera. Solo i Francesi, per non trovarsi nel caso impreparati all’accoglienza turistica, hanno deciso di chiudere al pubblico per il 21 dicembre il picco di Bugarach, la località dei Pirenei che, grazie anche al passaparola sul web, è considerato uno dei pochi luoghi della terra che resteranno intatti al momento dell’Apocalisse.

    I nativi digitali, che notoriamente leggono più attentamente i segni nascosti nella realtà tecno-metafisica, non avrebbero invece scorto altri indizi della fine incombente, se non un bug di Android 4.2, quello che avrebbe causato la mancanza totale del mese di dicembre nei mesi selezionabili per i compleanni. Quasi che il grande programmatore dell’universo avesse stabilito che, per il prossimo mese, ci sarà poco da festeggiare.

Un boato nella notte a Novara: "E' stato uno sciame di meteoriti"

La Stampa

Alle 3,47 hanno tremato i vetri delle finestre di diverse abitazioni. La spiegazione dagli esperti dell'osservatorio astronomico di Sozzago

ROBERTO LODIGIANI


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Un boato ha fatto tremare i vetri delle finestre di Novara attorno alle 3,47 della notte tra lunedì e martedì.  In queste notti sulla volta celeste stanno dando spettacolo le Leonidi: «E’ uno sciame meteoritico simile alle Perseidi, le stelle cadenti conosciute come le lacrime di San Lorenzo visibili nelle notti che precedono il Ferragosto - spiega Federico Manzini, l’astrofilo che gestisce l’osservatorio astronomico della tenuta Guascona di Sozzago -. L’orario in cui è avvenuto il boato è compatibile con l’ingresso in atmosfera di una Leonide. Le meteoriti di solito sfrecciano in atmosfera a 20 km al secondo e si sfaldano a 25000 metri di quota. I corpi più grossi vengono definiti "bolidi".

Decelerano da velocità supersoniche e attorno ai 5000 metri per effetto del calore esplodono in frammenti millimetrici provocando onde sonore udibili a grandi distanze. Ricordo durante una notte di novembre del 1978 una "pioggia" di Leonidi in cui si contarono migliaia di meteore in 10 minuti». Qualche residente aveva pensato al terremoto. Che il frastuono non sia stato provocato da detonazioni a livello del suolo lo confermano i tracciati piatti dei sismografi: «Nessun sismografo della zona - dice Giuseppe De Antoni dell’osservatorio geofisico di Novara - ha registrato anomalie. Quindi la meteora non ha impattato a terra».

La beffa dell’arcipelago conteso: isole alla Colombia, mare al Nicaragua

La Stampa

Sconfitta la diplomazia colombiana, ma la decisione della Corte dell’Aia penalizza i pescatori di San Andres: ora il pesce pregiato è nicaraguense

lorenzo cairoli


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Sembrava la solita bega da cortile tra sudamericani, come nel 1937 , quando Honduras e Nicaragua litigarono per colpa di un francobollo. Managua, che lo aveva emesso, aveva ridisegnato allegramente i confini con l’Honduras e i nonni dei pandilleros che oggi terrorizzano Tegucicalpa e San Pedro Sula se la legarono al dito. Se non fossero intervenuti Stati Uniti e Messico, la bega sarebbe degenerata in un conflitto cruento. Questa volta era in gioco la sovranità dell’arcipelago di San Andres, Providencia e Catilina, delle sue isole minori e del suo spazio marino. Attori della contesa, colombiani e nicaraguensi.

La Colombia esercita sovranità sull’arcipelago dal 1928, grazie al trattato Esguerra-Bárcenas. Il Nicaragua rigetta il trattato nel 1980 reclamando questo pugno di isole, isolotti, striscie di sabbia, scogli, fari in disuso e barriere coralline che la diplomazia internazionale le ha sottratto. La querelle finisce sulla scrivania della Corte internazionale di giustizia dell’Aia nel 2001 e nel 2007 arriva il primo parziale verdetto, favorevole ai colombiani.

In sostanza la Corte riconosce la sovranità di Bogotà sulle isole maggiori, mentre non si pronuncia su quelle minori e sullo spazio marino. Managua non si dà per vinta e torna alla carica mentre i colombiani hanno il torto di prendere la controversia sottogamba. Si sentono in una botte di ferro. Amministrano l’arcipelago da anni, vi hanno costruito strade, porti, scuole, ospedali, parchi, centrali elettriche, un acquedotto, un aeroporto, hanno trasformato San Andres in una delle perle turistiche del Caribe, hanno una guardia costiera, un corpo di pompieri e un contingente di polizia costretto a fare gli straordinari perchè ultimamente l’arcipelago è diventato un insidioso crocevia del narcotraffico. Impossibile perdere San Andres. E infatti non l’hanno persa. E nemmeno Providencia. E nemmeno le isole minori, ma il mare sì: tanto mare, troppo mare, tra la costernazione dei pescatori locali.

In una lettera aperta pubblicata dal settimanale “Semana” l’avvocatessa sanandresana Carolin Stephens spiega molto bene che razza di incubo aspetta, già da domani, la gente dell’arcipelago. «Ci avevano spiegato che avremmo dovuto concedere qualcosa ma il mare che la diplomazia ci ha sottratto è quanto di più prezioso avevamo. Più di 300 famiglie vivono di pesca. Il mare che ci hanno rubato è il mare più ricco. Da questo mare arrivano quotidianamente le aragoste, il pagro, l’ottanta per cento del pesce che peschiamo. Adesso è del Nicaragua. A che serve conservare sovranità su atolli come Quitasueño e Serrana, se poi è degli altri il mare che li circonda? Senza mare, quegli atolli faranno solo la gioia dei cartografi».

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Presto leggeremo di pescatori sanandresiani che per pescare dove hanno sempre pescato verranno arrestati dalla marina militare nicaraguense e le loro imbarcazioni sequestrate. Così adesso le aragoste e il pesce delizioso che ammaliava i turisti, i sanandresiani dovranno comprarlo dai nicaraguensi o importarlo dall’Ecuador o magari dalla Giamaica. Ai pescatori e agli abitanti dell’arcipelago non resterà che sognarlo, rimpiangerlo davanti a un bicchiere di rum o vederlo disegnato dai figli.

I pescatori si sentono come aringhe pigiate in un barile. Imbarcazioni alla fonda, umore nerissimo. «Nel poco mare che c’è rimasto possiamo pescare solo pesce di piccola taglia come la pelada o il picudo, pesci coi quali si sopravvive, ma il pesce pregiato come il pagro o le aragoste si pescano nelle acque di Quitasueño che la Corte ha restituito ai nicaraguensi. Quello è il pesce che si vende agli hotel, ai ristoranti, che si esporta. Senza quello, si fa la fame. Non era meglio lasciare gli scogli al Nicaragua e a noi il mare?”.

E mentre la stampa nicaraguense celebra il successo con un patriottismo esasperato - la quantità di mare sottratto ai colombiani varia da testata a testata, si va dai 100mila chilometri quadrati de “El Nuevo Diario” ai 180mila de “La Prensa” - la Colombia dimostra ancora una volta grandi limiti e fragilità a livello diplomatico. Per la seria la storia si ripete, era già accaduto con la perdita di Panama, coi territori amazzonici persi nella controversia col Perù del 1922, coi territori fagocitati dal Venezuela nel 1941 con il Tratado Final de Fronteras, molte volte perchè chi trattava era di Bogotà e ignorava le realtà locali.

Ora il presidente Santos scopre che oltre al mare - ricco non solo di aragoste, ma soprattutto di petrolio - ha perso anche il 40% dello spazio aereo nel Caribe, e a beffa si somma beffa. E i suoi indici di gradimento, risaliti dopo la notizia dei negoziati di pace con le Farc e i successi della Nazionale colombiana, precipitano nuovamente. Juan Ramon Martinez, professore di Diritto Internazionale all’Università del Rosario, invita i politici colombiani a fare tesoro di questa disfatta. «San Andres dovrà servirci da lezione per gestire meglio le nostre controversie internazionali, come quella sull’uso di glisofato con l’Ecuador o quelle per il mancato rispetto dei diritti umani».

Pellicola addio, il cinema è già digitale

La Stampa

Più del 50% delle sale italiane non usa più le “pizze”: una rivoluzione silenziosa che cambierà un mondo

stefano rizzato
milano


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Dischi e cassette non gli bastavano. Il digitale è pronto a divorare anche le «pizze» e i film in pellicola. Che smetteranno di esistere – con l’ennesimo «switch off» – dal 1° gennaio 2014, quando le nuove uscite saranno distribuite nei cinema solo in formato digitale. E diremo addio al rumore della pellicola nel proiettore e alle inconfondibili sgranature sullo schermo. Una vera e propria rivoluzione, che per altro è già in corso. In Italia, la sostituzione dei vecchi proiettori è avvenuta in poco più di metà delle sale: a fine ottobre, 1950 dei 3814 schermi erano già digitali. Il cambiamento galoppa più spedito in Gran Bretagna e Francia, dove si sono adeguate quasi nove sale su dieci. Nel complesso, in Europa sono già digitali due schermi su tre.

In ritardo sembrano essere innanzitutto i Paesi maggiormente investiti dalla crisi economica. Spagna e Grecia sono anche più indietro dell’Italia. Il perché è presto detto: la rivoluzione ha un prezzo non da poco. «Un proiettore digitale costa tra i 50 e i 90 mila euro», spiega Antonio Sancassani, titolare di una delle rarissime monosale rimaste a Milano, il cinema Mexico. «Adeguarsi alla novità significa fare un investimento consistente. Alla portata più delle grandi multisale che dei cinema più piccoli». L’aggiornamento tecnologico rischia di accelerare un fenomeno che ha già trasformato le nostre città: il moltiplicarsi dei cineplex in periferia e la scomparsa delle sale dai centri storici.

«Prevedo la chiusura di più di un esercizio - dice ancora Sancassani -. In pericolo sono soprattutto i cinema con due o tre sale, che magari avevano appena investito per aumentare il numero di schermi e che ora si trovano di fronte a un’altra grossa spesa. Con il rischio di veder poi arrivare un’altra tecnologia più nuova e dover cambiare ancora tutto». Per ammortizzare i costi, i cinema possono accedere a un credito d’imposta fino al 30% delle spese sostenute e ad altre agevolazioni decise su

base regionale. In più le «major», le grandi case produttrici, offrono piccoli contributi come incentivo a convertirsi al digitale.  «Ma i conti non tornano - sostiene Lionello Cerri, presidente Anec, l’Associazione nazionale esercenti cinema -. I vantaggi di questa rivoluzione, che è stata decisa a livello mondiale, restano soprattutto dal lato dell’industria cinematografica. Distribuire un film in pellicola costa tra gli 800 e i mille euro per ogni copia, con il digitale i costi si abbassano notevolmente».

Anche per gli esercenti potrà esserci qualche beneficio. «Dal punto di vista tecnico – spiega Cerri – il digitale renderà più semplice variare la programmazione». La questione dei costi però rimane e l’investimento iniziale è solo uno degli ostacoli. «L’altro problema è che i nuovi proiettori diventano subito obsoleti, mentre quelli vecchi duravano anche 30 o 40 anni - dice Cerri -. Tanti cinema sono già spariti dai nostri centri storici.

Vederne altri spegnersi sarebbe un fallimento sul piano culturale e sociale». Il guaio è che a oscillare sopra i grandi schermi c’è un’altra potenziale batosta: lo sbarco anche in Italia di Netflix, l’azienda americana che offre film e serie tv in streaming, da vedere direttamente sul proprio computer. Il servizio – legale e senza limiti – prevede un abbonamento mensile di 7 dollari e 99 (meno di un singolo biglietto del cinema) e ha già superato i 30 milioni di utenti in tutto il mondo.

Già disponibile in Stati Uniti, Canada e America Latina, quest’anno Netflix ha iniziato a colonizzare anche l’Europa ed è approdato prima in Gran Bretagna e Irlanda, poi – il mese scorso – anche in Svezia, Danimarca, Norvegia e Finlandia. L’assalto al mercato italiano non ha ancora una data e l’azienda, che pure non fa misteri di voler rendere il servizio globale, nega di avere altre inaugurazioni in vista.

Un paio di settimane fa, ha però lasciato un indizio sul proprio sito, dove è apparso un annuncio di lavoro per «Language specialist», dedicato cioè a traduttori dall’inglese ad altre lingue. Incluso l’italiano. Segno che l’arrivo di Netflix anche da noi, per quanto non imminente, non è neppure così lontano. E che il cinema, quando avrà finito di rifarsi il look, avrà di fronte una nuova sfida: quella di sopravvivere a Netflix.

E accusato di duplice omicidio: si fa un balletto e ride in manette

Corriere del Mezzogiorno

All'uscita dalla caserma, presunto affiliato al clan Lo Russo sembra divertirsi un mondo


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NAPOLI - Solita mesta passerella di presunti affiliati in uscita dalla caserma Pastrengo. C'è chi si nasconde il volto dietro una sciarpa o un cappello. E chi invece pare divertirsi un mondo. Nel filmato di Sicomunicazione (guarda) uno degli arrestati, in manette, accusato di duplice omicidio, addirittura gongola: si fa un balletto e ride di gusto (con tanto di ordinanza in mano). Poi una donna gli si fa incontro stampandogli un bacio sulla bocca, poco prima che l'uomo entri nell'auto dei carabinieri.

Per la cronaca, l'ammanettato gaudente fa parte del gruppo di 5 persone ritenute affiliate al clan camorristico dei Lo Russo e arrestate stamane dai carabinieri a Napoli. Avrebbero fatto parte, secondo gli inquirenti, del commando di otto killer che, nel 2004, uccisero due rivali. Nell'agguato vennero ammazzati un 44enne del clan Stabile, freddato mentre era in ambulanza, e il suo «guardaspalle» di scorta.


Redazione online20 novembre 2012

Trovati i resti di Lea Garofalo testimoniò contro la ’ndrangheta

La Stampa

La donna uccisa a Milano non era stata sciolta nell’acido

michele brambilla
MILANO 


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Ci sono storie così drammatiche che anche la scoperta del cadavere carbonizzato della propria madre può diventare, se non certamente un lieto fine, un inizio di pacificazione con la vita, un’occasione per girare pagina e cominciare a guardare al futuro. Questa che raccontiamo è la storia di Denise, una ragazza calabrese che compirà 21 anni in dicembre e che, da poche ore, ha saputo che potrà finalmente avere un funerale per la mamma - che sapeva uccisa da suo padre tre anni fa - e una tomba sulla quale portare un fiore. È una storia che merita di essere raccontata anche perché pochi sanno veramente a quale punto di ferocia arrivi la criminalità organizzata. La ’ndrangheta, in questo caso.

Come molte tragedie, anche questa comincia con una storia d’amore. Quella fra Lea Garofalo e Carlo Cosco, due giovani calabresi. Lei diventa mamma quando ha solo diciotto anni. La bambina viene chiamata Denise. Vanno a vivere a Milano. Lui lavora, ma ha pessime compagnie e diventa in poco tempo un piccolo boss nel mercato dello spaccio di droga a Quarto Oggiaro, un quartiere popolare. Lea cerca di fargli cambiare vita.

Ma invano. Nel 2002 dopo aver sopportato tutto per amore della figlia, decide, per coraggio e per disperazione, di collaborare con la giustizia. Racconta di un omicidio; del traffico di droga nella zona di piazza Baiamonti; delle trame milanesi del clan dei crotonesi. Entra nel «programma di protezione»: vive nascosta, con la scorta e sotto falso nome. Ma gli anni passano senza risultati. Le sue dichiarazioni vengono quasi dimenticate. Il convivente continua a fare quello che ha sempre fatto. E a Lea manca Denise, la figlia adorata. Così, rinuncia al programma di protezione. Torna a vivere allo scoperto.

Il 5 maggio del 2009 Carlo Cosco scopre che lei abita a Campobasso e manda un suo uomo per ucciderla. Ma Lea è con la figlia, le due donne reagiscono, il killer fugge. Carlo insiste. È così abile da riconquistare la fiducia di Lea. La chiama a Milano: «Dobbiamo parlare della nostra adorata Denise». Lei accetta. È il 24 novembre del 2009. Lea e Denise arrivano dalla Calabria, e c’è una telecamera di un impianto di sicurezza che fissa il loro arrivo all’Arco della Pace, in fondo a corso Sempione, una zona elegante, bei bar e bei negozi. Carlo Cosco arriva e, con una scusa, separa le due donne. Denise viene mandata a cena da un parente. Si lascia con la mamma con un accordo:

«Ci vediamo alla stazione centrale alle 23», quando parte il treno che le deve riportare in Calabria.
Ma Lea alla stazione non arriverà mai. Carlo Cosco, con l’aiuto di due fratelli, la fa salire su un furgone. La tortura per sapere cosa ha raccontato ai magistrati. Poi la uccide con un colpo di pistola. Sarà sempre lui, poche ore dopo, ad andare con la figlia dai carabinieri a denunciare la scomparsa. Denise in quel momento ha solo diciassette anni. Torna in Calabria. Non sa che fine abbia fatto la mamma. Dov’è? Immaginatevi l’angoscia. Denise cerca il coraggio per continuare a vivere, e lo trova anche in un ragazzo che la corteggia, le sta vicino, diventa il suo fidanzato.

Ma presto scopre che la barbarie della ’ndrangheta è inimmaginabile: non solo suo padre, ma anche quel suo nuovo fidanzato, che in realtà aveva il compito di controllarla, vengono arrestati per l’omicidio di sua mamma. Denise, che ormai sospetta anche della propria ombra, scappa al Nord e va dai magistrati. Adesso è lei a vivere nascosta e sotto falso nome. Affiorano particolari dalle indagini, alcuni imputati e testimoni dicono che Lea Garofalo, dopo essere stata uccisa, è stata sciolta nell’acido: di lei non esiste più nulla. Il processo (primo grado) finisce con sei ergastoli. Tutti i condannati, tra cui Carlo Cosco, sono in carcere. È di queste ore la svolta.

Le indagini sono continuate anche dopo la sentenza e si è scoperto che Lea Garofalo non è stata sciolta nell’acido ma bruciata e sepolta in un campo in Brianza. Hanno già trovato le ossa e alcuni oggetti: si attende l’esame del Dna, ma sembra certo che si tratti proprio di Lea. A Denise l’hanno detto l’altro giorno. Da una parte è stato come veder morire, un’altra volta, la mamma. Dall’altra è stato come ritrovare un abbraccio, e intravedere la fine del tunnel. 

Totò Schillaci, re per una notte (magica)

Corriere della sera

Il centravanti con gli occhi spiritati di Italia '90




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Notti magiche (inseguendo un gol), Salvatore «Totò» (diminutivo che ha sempre odiato prendendolo come una diminuzione) Schillaci all'Inter ne ha illuminate poche. Il centravanti con gli occhi spiritati di Italia '90 arriva a Milano nell'estate del 1992 dopo tre stagioni alla Juventus. Come molti (non tutti, certo) giocatori che hanno preso la A4 in direzione della Lombardia, ha lasciato il suo grande avvenire dietro le spalle. I suoi momenti migliori li vive tra il 1988 e il 1990, prima al Messina, svezzato dal professor Franco Scoglio, poi valorizzato, come solo lui sa fare con gli attaccanti, da Zdenek Zeman: i 23 gol in B nella stagione 1988-89 gli valgono il passaggio alla Juventus dove non smette di segnare (15 gol).

È inarrestabile, avvolto da una specie di magia: ogni palla che tocca finisce in rete. Ai Mondiali parte dalla panchina ma travolge ogni cosa. Lui fa il suo, diventa capocannoniere (6 gol), la squadra meno e si arena in semifinale con l'Argentina. Tutto e tutti cadono nell'oblio degli sconfitti, tranne Schillaci. Ma l'estate di Totò, praticamente, finisce qua. In tutti i sensi.

Il successo improvviso è devastante per l'equilibrio del ragazzo di Palermo, cresciuto troppo in fretta. La sua famiglia si sfascia e la sua carriera precipita. Nei due campionati successivi alla Juve segna solo 11 gol e si distingue per gran rifiuti (della panchina, con Maifredi) e incresciosi episodi: minaccia Poli, del Bologna, con un agghiacciante (direbbe Conte-Crozza) «ti faccio sparare». Passa all'Inter nel 1992 per 8,5 miliardi. È una scelta di rinascita, ma tra infortuni e mancanza di continuità non riesce a invertire la parabola discendente. Somma 30 presenze e 11 gol, prima di diventare Totò-San sbarcando, primo italiano, in Giappone dove se la cava meglio. Dopo ha fatto reality, l'attore in un paio di fiction/film e il testimone riluttante in un tribunale (vero). Nel 2012 si è sposato per la seconda volta. Auguri.

Roberto Perrone 20 novembre 2012 | 15:48

Ordini in romano per le Frecce Tricolori

Il Messaggero
di Ebe Pierini


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ROMA - Quando si sfreccia tra le nuvole a 650 chilometri orari e a 1.500 metri di altezza la concentrazione non lascia spazio a nessun altro tipo di sensazione. Tra looping, tonneau e schneider i piloti delle Frecce Tricolori colorano il cielo di emozioni e catturano gli sguardi rivolti all’insù in attesa delle loro magie. Nel 1994, quando è entrato in Accademia, non pensava minimamente che sarebbe entrato a far parte della Pattuglia Acrobatica Nazionale e che un giorno ne sarebbe diventato addirittura il comandante. Il maggiore Jan Slangen, 37 anni, romano, da qualche giorno è alla guida delle Frecce Tricolori con il nome, come da tradizione, di pony 0.

IL SOGNO «Il mio sogno si è realizzato quando sono diventato un pilota dell’Aeronautica Militare – racconta – Essere poi entrato a far parte delle Frecce Tricolori ed esserne ora il comandante costituisce la realizzazione di un ulteriore sogno». Pilota di AMX proveniente dal 32° stormo di Amendola, è entrato nella Pattuglia Acrobatica Nazionale nel 2004 rivestendo i ruoli di pony 7, 2, e infine di pony 1 ossia di capo formazione, colui che guida la squadra durante le figure acrobatiche ed ha circa 3.000 ore di volo alle spalle.

«A differenza di quanto si potrebbe credere il comandante dirige il volo da terra e non in aria – spiega – Questo implica un allontanamento della visione in aria del volo che ha il pilota. Quando si vola non si riesce ovviamente a vedere cosa si realizza se non successivamente attraverso le riprese video. Ora dovrò gestire tutta la squadra a partire dall’attività volativa. Dovrò coordinare un team di oltre 100 persone tra piloti, ufficiali, sottufficiali e personale di truppa che costituiscono la squadra delle Frecce Tricolori».

Il battesimo da comandante ci sarà il prossimo mese di maggio con la prima esibizione della stagione della pattuglia acrobatica dell’Aeronautica Militare. «Le Frecce Tricolori rappresentano un’eccellenza, una tessera dell’ampio mosaico di tutte le realtà operative dell’Aeronautica Militare e condensano tutte le virtù, i valori e gli ideali della nostra Forza Armata – racconta Slangen – L’emozione di essere il comandante di questo team è indescrivibile. La gioia più grande si prova quando ti accorgi che il pubblico che assiste alle nostre esibizioni ha le lacrime agli occhi per la gioia. Provocare delle emozioni così intense per noi è veramente gratificante».

LA CARBONARA
Nato a Roma è sempre vissuto a Casalpalocco dove ha anche frequentato il liceo scientifico Democrito e dove vivono i suoi genitori, il papà Anthon, di origine olandese e mamma Adriana. «Sono orgogliosissimi che io sia diventato comandante delle Frecce Tricolori – confessa – In 8 anni di attività alla Pattuglia Acrobatica ho avuto modo di girare tutto il mondo per le nostre esibizioni ma Roma resta in cima alla lista delle città più belle perché è meravigliosa e unica e a quel posto sono legati tantissimi ricordi. Ogni volta che torno a casa mangio puntualmente, tutti i giorni, pasta alla carbonara. Tra l’altro nelle Frecce Tricolori si parla romano dato che ci sono altri due piloti originari della capitale: il solista Fabio Capodanno, pony 10 e Stefano Centioni, pony 5». Al prossimo sorvolo su Roma potrà ammirare, come comandante, da un’altra prospettiva, quella pennellata di tricolore sopra il Colosseo e sarà un’emozione tutta nuova.


Mercoledì 21 Novembre 2012 - 08:55
Ultimo aggiornamento: 08:56

Privacy in Usa, una legge può facilitare l’accesso del governo all’email

La Stampa

Il voto sulla proposta è in calendario per il 29 novembre. Se approvata, permetterà di accedere a documenti elettronici e messaggi su Facebook e Twitter senza autorizzazione e mandato di perquisizione

new york


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Una proposta di legge del Senato originariamente pensata per proteggere la privacy degli americani è stata riscritta dando agli apparati del governo più potere per leggere email e altri documenti digitali senza alcuna autorizzazione. Lo scrive il sito Cnet . Se approvato, il provvedimento permetterà a oltre 22 istituzioni tra cui la Federal Reserve e la Securities and Exchange Commission (la Consob americana) di accedere a posta elettronica, documenti elettronici su Google Docs, post su Facebook e messaggi su Twitter senza un mandato di perquisizione.

Anche l’Fbi e il Dipartimento per la sicurezza nazionale ne risulterebbero rafforzati, potendo accedere ad account su Internet senza avvisare né l’interessato né un giudice. In teoria, questo libero accesso a dati elettronici senza autorizzazione può avvenire a una condizione: che sia in corso una situazione di “emergenza”. Stando però ai primi commenti da Washington, sarà facile trovare scorciatoie che permettono alle autorità competenti di agire in totale libertà.

Per Patrick Leahy , il presidente democratico del comitato giudiziario al Senato promotore della legge, si tratta di un netto cambio di rotta. La versione originaria della proposta di legge voluta proprio da Leahy, intendeva “aumentare la privacy dei consumatori americani definendo necessario un mandato di perquisizione” da parte delle istituzioni governative intenzionate e ficcare il naso nella posta altrui.

Secondo le voci che circolano a Capitol Hill, Leahy ha ceduto alle pressioni arrivate non solo da membri del Dipartimento della giustizia dopo lo scandalo Petraeus ma anche dall’Associazione nazionale dei procuratori distrettuali e dell’Associazione nazionale degli sceriffi. Il voto sulla proposta di legge è in calendario per il 29 novembre.

Per i gruppi Internet, che potrebbero essere costretti ad avvisare le istituzioni interessate se intendono comunicare a un’utente l’intrusione nei suoi file da parte del governo, si tratta di un passo indietro. L’obiettivo dei giganti del web era di convincere il Congresso ad aggiornare l’Electronic Communications Privacy Act del 1986 così da proteggere documenti conservati nel cloud, l’insieme di applicazioni web per conservare file su Internet. Al momento, la privacy degli utenti è maggiormente protetta se i relativi dati sono immagazzinati nei loro dischi fissi.

(TMNews)