domenica 18 novembre 2012

Mio figlio è un violento il gip sbaglia a scarcerarlo"

Mariateresa Conti - Dom, 18/11/2012 - 14:10

Il padre di uno degli studenti fermati dopo i disordini nella Capitale: "Soffro per quello che ha fatto. Altro che ragazzate, se li lasciamo impuniti credono di aver vinto loro"

Quando, mercoledì, lo ha chiamato la ex moglie dicendo­gli «ti faccio la telefonata che ti aspettavi», il mondo gli è crolla­to.


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Perché ti senti morire quan­do il tuo incubo di padre si mate­rializza, quando ti informano che tuo figlio, 21 anni, è uno de­gli 8 violenti arrestati (resisten­za a pubblico ufficiale e lesioni) perché hanno ridotto il Lungote­vere, a Roma, a un campo di bat­taglia, sanpietrini e violenze contro i poliziotti. Un colpo, per Giorgio Chiesa, imprenditore, chef stellato titolare di un noto ri­storante a Cuneo. Ma il colpo an­cora più grande gliel’ha dato il Gip di Roma, che al suo Chri­stopher non ha dato nemmeno i domiciliari chie­sti dal Pm, solo un blando obbli­go di firma. Di qui la sua decisione di esporsi in pri­ma persona.

Perché?
«Voglio racconta­re la mia esperien­za di padre one­sto che si ritrova con un figlio che si macchia di que­sti reati e soffre. La società sotto­valuta queste cose, le liquida co­me ragazzate. Ma altro che sem­plice firma, dovevano tenerlo dentro più a lungo. Se restano impuniti li glorifichiamo».

Sta dicendo che suo figlio do­veva restare in carcere?
«Senza una puni­zione gli toglia­mo persino il sen­so di colpa. Lui è tutto tronfio per questa pseudo­vittoria giudizia­ria. Mi ha detto: “Visto che il Gip mi ha mandato a casa?La lotta con­tinua”. Del resto, basta guardare il suo profilo Face­book con la frase della fondatri­ce della banda Baader Meinhof («Se uno lancia un sasso, il fatto costituisce reato. Se vengono lanciati mille sassi, diventa un’azione politica...») per capi­re che col buonismo non ottenia­mo nulla. Il mondo non si cam­bia con le bombe carta ».

Ma perché una denuncia pubblica?
«Sento il dovere, da padre che ha coscienza delle responsabili­tà verso il figlio e verso la società, di lanciare un allarme. In questo momento ci sono focolai di per­so­ne che sobillano questi ragaz­zi, come 30 anni fa. Sono preoc­cupato, temo che quel periodo si possa ripetere. E mi piacereb­be che protagonisti di quegli an­ni come Curcio, Franceschini, intervenissero per dire ai giova­ni di oggi: “Non fate lo stesso er­rore” ».

Su quali basi teme un rischio terrorismo?
«Intanto c’è quello che capto dai racconti di mio figlio, che stu­dia Scienze politiche alla Sapien­za, mi contesta, fa il comunista ma poi a Roma ha casa, a mie spese, a Monte Mario, mica a Centocelle. Temo che lì ci siano cellule combattenti. Questi ra­gazzi sono plagiati».

Plagiati da chi? In che mo­do?
«Appena arrestati hanno gli av­vocati pronti. Ho incontrato uno dei suoi legali, dopo l’inter­rogatorio di garanzia, gli ho chie­sto come dovevo regolarmi, an­che per la parcella. Mi ha rispo­sto che almeno nella fase inizia­le, in quanto socio di un centro sociale, ha diritto al patrocinio di un avvocato, e che non devo nulla».

Cosa ha detto a suo figlio?
«La notte della scarcerazione gli ho mandato un sms. Gli ho detto che sono suo padre e che per lui sono un punto di riferimento. Ma gli ho detto anche che, da pa­dre, non posso esimermi dal condannarlo. Io lavoro, non lan­cio sanpietrini ai poliziotti. E non possiamo fare di questi ra­gazzi degli eroi. Col garantismo familiare non li aiutiamo a cre­scere».

I maestrini dell'ideologia bravi a ribaltare la realtà

Giuliano Ferrara - Dom, 18/11/2012 - 14:16

Sui giornali fioccano false ricostruzioni degli scontri: così s’infiamma il clima contro le istituzioni. E le banalità di Saviano & Co. peggiorano la situazione

Che siano stati gettati dei lacrimogeni dalle fine­stre del ministero della Giustizia, il 14 novembre a Ro­ma in via Arenula, per disper­dere un corteo studentesco in cui si erano inseriti elementi di violenza organizzata, mi è sem­brato a tutta prima grottesco, ri­dicolo, incredibile.


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Che biso­gno c’era? Le forze di polizia erano in strada, facevano il lo­ro dovere e attuavano, certo non con le maniere gentili del­la pedagogia Montessori, ci mancherebbe, la repressione controllata di testuggini arma­te di caschi integrali e di scudi e di cubetti di porfido e altri am­mennicoli che muovevano al­la battaglia contro lo Stato. Poi - siccome alla perfidia umana non c’è limite - ho anche pensato che, se fosse av­venuto, chissenefrega: un’im­magine un po’ sconclusionata, blandamente censurabile, del­la reazione di polizia alla guerri­glia urbana, ma niente di più.

Comunque i lanci dei lacri­mogeni dalla finestra, dati con grande strepito e scandalo per sicuri in ragione di un video che riprendeva le scie di fumo appa­rentemente discendenti, tem­po dodici ore sono diventati an­che nel linguaggio dei giornali di sinistra «presunti», e si è fatta largo l’idea che sono,i segni dei fumi, parabole di gas lacrimo­geni sparati alti, che hanno col­pi­to il palazzo dove lavora il mi­nistro Severino e sono ricaduti in strada. Vedremo, inchieste e perizie sono in corso, ma ho l’impressione che sia stato uno spettacolino piuttosto demen­ziale di «controinformazione movimentista» (vogliamo chia­marla così?), perché non mi tor­na l’idea di un paio di poliziotti scemi che entrano nel ministe­ro, corrono su per le scale, si af­facciano e sparacchiano lacri­mogeni dalle finestre o di poli­ziotti penitenziari che, chissà perché, spetardeggiano dai pia­ni alti.

Si poteva fare tutto in stra­da, entro le normali regole di in­gaggio di una polizia che deve proteggere la sicurezza pubbli­ca, che bisogno ci sarebbe stato di rendersi ridicoli? Gli studen­ti di Rimini che hanno contesta­to il ministro Cancellieri non hanno avuto tempo di pensare a queste ovvietà, hanno visto i video di YouTube e si sono in­cendiati di conseguenza, accet­tando l’interpretazione polve­rosa che li rassicurava, «polizia fascista»: siamo nelle mani dei cacciaballe?

Lo scrittore banal-monu­mentale Saviano vuole organiz­zare un corteo con i poliziotti e gli studenti fianco a fianco, ma si può pensare una scemenza più simpatica e sbrigliata di questa? Nella storia quando la polizia, l’esercito e la marina si mettono al fianco di folle insor­te si fa la rivoluzione, non una parata di buone intenzioni. Pa­solini a suo tempo se la prese con gli studenti figli di papà e si mise dalla parte dei proletari meridionali in divisa da poli­ziotto, c’era una logica poetica e metaforica.

Ma che logica c’è, se non quella di un buffo fumet­to sentimentale, nell’immagi­nare che funzionari in divisa do­tati di manganello e gas lacri­mogeni (servizio pubblico) debbano darsi la mano e proce­dere uniti con portatori di scudi o lanciatori di cubetti (faziosi, prepotenti) verso un domani che canta? Ma dove siamo arri­vati nella via da sempre molto affollata che porta alla più com­pleta stupidità? Si prevedono nuovi traguardi?

Sul giornale ipermovimenti­sta che si chiama il manifesto un opinionista-antagonista ha scritto: non è vero che ci sono cortei buoni e elementi violenti che li fanno degenerare, la pro­testa ormai dilaga e si esercita con spontaneità anche in for­me violente, viva la protesta contro il massacro sociale. Pe­rò in quello stesso giorno il cro­nista di quello stesso giornale ha scritto: il corteo aveva un as­setto politico ordinato, a un cer­to punto sono arrivati quelli ve­stiti di nero con il casco integra­le e gli scudi, hanno preso la te­sta della folla in marcia e hanno diretto la manifestazione verso lo scontro con la polizia. I letto­ri secondo voi a chi hanno cre­duto? Al cronista o all’interpre­te ideologico? Ma all’ideologo, ovvio. Nei fatti di piazza ognu­no vede quello che vuole. Spes­so, il suo pregiudizio.

Fa uno scoop sui giudici: indagato e perquisito per ore

Massimo Malpica - Dom, 18/11/2012 - 09:27

Il cronista di Repubblica si era occupato della lettera dei pm scritta ai superiori. Accusato di ricettazione


Quelli in toga litigano, e chi dà le notizie si ritrova indagato e perquisito. Stavolta succede a Bari, dove la polizia venerdì sera ha bussato alla redazione locale di Repubblica e a casa di un redattore del quotidiano, Giuliano Foschini, «reo» di aver rivelato il contenuto di una lettera scritta da due pm baresi alla stessa procura per chiedere lumi sul perché il gip che a fine ottobre ha assolto Vendola, Susanna De Felice, non si sia astenuta, visto che sarebbe amica della sorella del governatore, Patrizia.


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La storia è vera, la lettera c'è e denuncia esattamente quello che Repubblica, e altri quotidiani tra cui questo, hanno scritto. Però mentre i veleni spaccano la procura, il primo a intossicarsi è il malcapitato Foschini, che adesso è iscritto nel registro degli indagati della procura di Lecce (che si occupa della vicenda) addirittura per ricettazione, e l'altra sera s'è sorbito a domicilio lo spiacevolissimo rito del setaccio di armadi, cassetti e computer da parte dei poliziotti.

Proprio l'ipotesi di reato è il dettaglio più odioso dell'intera vicenda, e fa pensare a scenari di vendetta più che di giustizia. Invece di capire in che modo, e grazie a chi, il contenuto di quella missiva - vera, val la pena di ribadire - è finito fuori dalla procura, ci si accanisce su chi di quella lettera è venuto a conoscenza, e che poi ha fatto nient'altro che il proprio dovere: raccontare un fatto che aveva tutti i crismi della notizia. Una notizia, appunto, non un'autoradio rubata.

Anche se di fronte alla possibilità per i giornalisti di opporre il segreto professionale e tutelare le fonti, e in mancanza di qualsiasi elemento anche lontanamente diffamatorio (reato per il quale come è noto il Senato ha ora reintrodotto l'arresto), qualcuno avrà pensato che dare del ricettatore (di notizie) a un cronista era un'ideona, abbassando ancora un po' l'asticella del sistema giustizia nel nostro Paese.

Un giornalista che dà conto di un documento ufficiale dal quale emergono con chiarezza le spaccature interne a una procura, ovviamente, non sta ricettando proprio niente. Semmai sta solo alzando meritoriamente il tappeto sotto al quale qualcun altro ha nascosto la polvere. Sta solo informando. Indagarlo per questo, accusandolo per di più di ricettazione, sembra una reazione muscolare e invasiva, un tentativo nemmeno velato di intimidire, lasciando lo spazio aperto ad altri metodi di indagine, intercettazioni comprese, in grado di disarmare una penna.

Un dubbio sollevato anche dal segretario della Fnsi, Franco Siddi, che si dice «interdetto», e ricorda come un cronista abbia «il dovere del segreto professionale e di rendere noto ai cittadini le notizie di pubblico interesse»: «Immaginare che un giornalista possa essere messo sotto inchiesta per ricettazione - aggiunge Siddi - è un'operazione che, ancorché proceduralmente legittima, appare impropria e incomprensibile». Anche perché, conclude il segretario Fnsi, «i cittadini debbono sapere che in casi del genere l'indagato può essere messo anche sotto intercettazione e, nel caso del giornalista, vulnerato nelle sue fonti».

Duro anche il commento del presidente dell'assostampa pugliese Raffaele Lorusso, che quanto alla ricettazione parla di «situazione inquietante e intollerabile»: «L'approccio nei confronti dei giornalisti da parte una certa magistratura inquirente non può non destare preoccupazione perché le passerelle delle forze di polizia nelle redazioni nascondono sempre il tentativo di mettere il bavaglio alla stampa».

L'aeroporto del signor Esselunga: hub a Montichiari come a Parigi

Corriere della sera

L'idea di Caprotti: lì sarebbe al centro del Nord che produce

Bernardo Caprotti costruisce il suo «sillogismo» con il piglio pragmatico dell'imprenditore che sa trasformare le idee in azioni: «Il Nord Italia non ha un aeroporto intercontinentale»; «Malpensa non sarà mai l'hub del Nord, Montichiari avrebbe tutte le carte in regola per diventarlo». Conclusione: «Perché non trasformare lo scalo bresciano nell'aeroporto che 28 milioni di abitanti chiedono?».


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«Il mio è il ragionamento di un droghiere», premette il patron dell'Esselunga. «Ma questa, dopo Monaco, Ruhr e Île-de-France è la quarta regione più ricca d'Europa: non abbiamo forse diritto a un nostro aeroporto intercontinentale?». Montichiari oggi è uno scalo fantasma: zero passeggeri, tremila metri di pista su cui rullano solo voli postali e qualche cargo, una gestione che in dieci anni ha perso più di 40 milioni. Eppure l'Ente per l'aviazione civile l'ha appena certificato per operazioni con Boeing 747-8, il gigante dei Jumbo jet.

E il nuovo piano nazionale degli aeroporti gli attribuisce un ruolo di «scalo cargo e nel lungo periodo quello di riserva di capacità» per il Nord. Spiega Caprotti: «Montichiari ha tutto: posizione, bacino d'utenza, un'area vincolata di 44 kmq (ci sta dentro un Charles de Gaulle!), futuri collegamenti. Buttiamo tutto per salvare Malpensa?». Nella sua testa il futuro di Montichiari-hub è inserito in un piano che riserva un ruolo a ciascun aeroporto: «Malpensa: traffico cargo e passeggeri low cost per destinazioni lontane; Linate: city-airport con potenziamento dei collegamenti business su città come Nizza, Ginevra, Stoccarda».

E i soldi? «Da qui a 15-20 anni ci saranno. Bisogna guardare lontano». Per il 2030 nel Nord Ovest si prevede una domanda di traffico di oltre 75 milioni di passeggeri. Afferma Giulio De Carli, architetto esperto di pianificazione aeroportuale e coordinatore del piano nazionale degli aeroporti: «Già oggi il bacino è importante, 30 milioni e più. Ma non bisogna cadere nell'illusione che la risposta sia un hub.

Da subito Montichiari è perfetto per il trasporto cargo, pochi investimenti e si recuperano in parte le perdite. Tra vent'anni potrebbe diventare sì un aeroporto intercontinentale. Ma per farne un hub oltre alla struttura ci vorrebbe un grande vettore con base li». Come Londra, Parigi, Francoforte. «E visto che abbiamo perso la possibilità di avere una nostra grande compagnia (in Europa non c'è più spazio, già premono gli asiatici) la soluzione è quella di creare uno scalo aperto ai vettori globali». Come Berlino: «Costruito potenziando accessibilità e infrastrutture. Allo stesso modo serve subito pianificare strade e ferrovie (con la fermata dell'Av il più vicino possibile a Montichiari) e salvaguardare le aree vicine come a Madrid».

Oliviero Baccelli, vicedirettore del Certet Bocconi, ricorda che di un grande Montichiari si parla da anni. Per lui stesse condizioni: «Vincolo delle aree e pianificazione dell'Alta velocità che ad oggi prevede un tracciato lontano dall'aeroporto. Serve però acquisire l'area militare di Ghedi, quindi rivedere potenziamento di Venezia e realizzazione della terza pista a Malpensa». Caprotti però su una cosa ha ragione: «Se si traccia una mappa isocrona per capire quanta gente attrae l'aeroporto quasi sicuramente Montichiari vince su Malpensa».

Alessandra Mangiarotti
18 novembre 2012 | 8:28

Terrorismo, il presidente ivoriano Ouattara «Italia e Ue, aiutateci a liberare il Mali»

Corriere della sera

Intervistato dal Corriere il leader degli Stati africani dell'Ecowas: «Servono equipaggiamento, logistica e fondi»

ROMA - Mentre gli sguardi della comunità internazionale sembrano puntati tutti a Est verso il Medio Oriente per gli scambi di artiglieria tra Israele e Hamas, un’altra guerra è possibile ad Ovest: nell’Africa Occidentale, resa più inquieta negli ultimi mesi dal radicamento di milizie fondamentaliste islamiche nel Nord del Mali. Quando gli si domanda se quello Stato in difficoltà e alcuni Paesi vicini ricorreranno a una soluzione politica o all’uso delle armi per risolvere la crisi dovuta alla presenza di quei gruppi di guerriglieri, uno degli uomini che ha più voce in capitolo sul potenziale conflitto risponde: «Anche a entrambi».


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Alassane Dramane Ouattara, presidente del Costa d’Avorio, 70 anni, già direttore generale aggiunto del Fondo monetario internazionale, musulmano, ha tra le sue cariche la presidenza di turno dell’Ecowas, Comunità economica degli Stati africani d'Occidente, che raccoglie 15 Paesi tra i quali il suo e il Mali. Venerdì scorso, in visita a Roma, è stato dal Papa e da Mario Monti. Al Corriere, in questa intervista, il presidente della Costa d’Avorio ha spiegato che la sua organizzazione chiede all’Italia «equipaggiamento, logistica e fondi» per la missione militare messa in cantiere dall’Ecowas, un’operazione con almeno 3.300 militari africani in attesa di un mandato dell’Onu per poter liberare il Nord del Mali.

Una settimana fa l’Ecowas ha approvato la decisione di formare quella forza multinazionale e per farla entrare in funzione vorrebbe appoggi logistici ad alcuni Paesi europei. Lei a Monti ha chiesto qualcosa? «Nei miei colloqui ho riferito al Papa e a Monti del piano strategico sul Mali delineato all’incontro di Abuja, presentato dal coordinatore dei capi di Stato maggiore delle altre 14 nazioni dell'Ecowas che è il capo di Stato maggiore del mio Paese. Si tratta di un piano preparato con esperti di Francia, Stati Uniti, Algeria, Marocco, Ciad e altri ed è stato trasmesso all’Onu: dovrebbe essere approvato tra fine mese e inizio dicembre e dare luce verde all’intera operazione».

Chi metterà i soldati?
«Ci saranno truppe provenienti dall’Africa occidentale e da fuori, per esempio da Ciad, Mauritania e Sudafrica. Paesi dell’Ue e della Nato dovranno fornire logistica, munizioni, armi e soldi».

Quale tipo di armi?
«Forze aeree, anche».

E con quali compiti?
«I gruppi che si sono impossessati del Nord del Mali non sono del Mali, ma vengono da ogni parte del mondo perché sanno che lì c’è spazio per loro. Dobbiamo obbligarli a lasciare il Mali, altrimenti lo distruggeranno».

Che ruolo dovrebbe avere l’Italia secondo lei?
«Come parte dell'Unione europea, e Paese che ha Romano Prodi inviato speciale del segretario generale dell’Onu, l’Italia ha un rapporto molto stretto con il Sahel. Ci aspettiamo che ci aiuti sotto il profilo logistico e con mezzi e fondi».

La formazione Ansar Dine, Difensori dell'Islam, uno dei gruppi che hanno preso il controllo del Nord del Mali, ha fatto sapere di rinunciare a perseguire l'applicazione della sharia, la legge coranica, in tutto il Paese. A suo avviso è un ammorbidimento che basta per sviluppare un dialogo?
«Dobbiamo esserne convinti vedendo quel proposito tradotto nei fatti. Negoziati con Ansar Din ci sono: a Ouagadougou con il presidente del Burkina Faso, e si negozia con Ansar Dine e il Mnla, Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (una formazione tuareg, Azawad è il nome dato al Nord del Mali, ndr)».

A quali condizioni ritiene che le trattative possano dare risultati?
«Bisogna spingere questi movimenti ad abbandonare l’obiettivo dell’indipendenza del Nord del Mali e la loro interpretazione della sharia che porta a tagliare mani. Se accettano di non mettere la religione nella futura costituzione e l’unità del Mali, possono essere parte del processo politico da avviare».

Processo per arrivare dove?
«Intanto a elezioni nel secondo quarto del 2013».

Nel Nord del Mali che adesso è in mano alle milizie? Così presto?
«Dobbiamo farcela. I gruppi armati sono in tre città: Kidal, Gao e Timbuctu. Intorno ci sono molte zone disabitate. Quando il Consiglio di sicurezza ci darà il via, queste città saranno conquistate presto, però le truppe dovranno essere dislocate anche in aree deserte. Il mandato lo chiediamo per un anno: così si potranno organizzare le elezioni e rendere sicure le istituzioni».

Quindi una soluzione politica la considera possibile?
«Quando Ansar Dine e Mnla avranno una piattaforma adeguata. Ci sono altri gruppi non maliani, come Al Qaeda nel Maghreb, che vanno spinti fuori o distrutti. Se la popolazione non li vuole…».

Sta dicendo che possono esserci sia la soluzione politica sia scontri armati?
«Non sono un militare. Se al Qaeda se ne va da sola, bene. Se non lo fa, andrà forzata».

Presidente, in Costa d’Avorio tra il novembre 2010 e l’aprile 2011, i mesi nei quali dopo le elezioni il suo predecessore Laurent Gbagbo si rifiutava di lasciare la presidenza, sono morte in scontri almeno tremila persone. Come si può evitare che riaccada in futuro? «Con lo Stato di diritto, facendo capire che non deve succedere più. Respingendo l’impunità, perché un presidente che ha perso non può pretendere di restare e chiamare il popolo a sostenerlo. Perciò con i processi».

E basta?
«Persone che non hanno commesso reati di sangue devono avere un’opportunità».

Anche con un’amnistia?
«Sì. Il Papa era molto contento quando gliene ho parlato».

Maurizio Caprara
17 novembre 2012 (modifica il 18 novembre 2012)

Eruzione solare gigantesca|Video

Corriere della sera

La nostra stella torna a farsi sentire. Il lato nascosto del sole è tornato in piena attività. Il 16 novembre una grossa espulsione di massa coronale è stata scagliata nello spazio.




La nostra stella torna a farsi sentire. Il lato nascosto del sole è tornato in piena attività. Il 16 novembre una grossa espulsione di massa coronale è stata scagliata nello spazio.


L'eruzione sulla superficie del Sole
L'eruzione solare
La più grande eruzione solare in 15 anni

22 aprile 2010

E' reato lasciare il cane chiuso in auto

La Stampa



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La Cassazione ha convalidato una multa di mille euro nei confronti di Maria Teresa G., una donna campana colpevole di avere lasciato il cane chiuso in macchina, in una giornata particolarmente calda, con i finestrini chiusi. Per la Suprema Corte, un comportamento del genere va sanzionato per maltrattamenti in quanto «assolutamente incompatibile con la natura dell'animale, potendo provocargli paura e sofferenza».
Del resto - fa notare ancora la Terza sezione penale nella sentenza 44902 - l'animale, dimenticato in auto, aveva reagito lasciato «escrementi» che, per i supremi giudici, potevano «essere stati provocati dallo stato di ansia e paura». Di qui la «colpa» della proprietaria del cane, condannata anche a sborsare mille euro alla Cassa delle ammende. Convalidata in questo modo la sentenza del Tribunale di Sorrento dell'aprile 2011. 

Giocatore del Cosenza segna e mostra la maglietta: «Speziale è innocente»

Corriere della sera

Il messaggio a favore dell'uomo condannato per l'omicidio dell'ispettore Raciti, ucciso durante scontri con gli ultrà

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COSENZA – Una dedica dopo il gol, imbarazzante e provocatoria, che potrebbe costare cara all’attaccante del Cosenza Calcio, Pietro Arcidiacono. Il giocatore catanese dopo aver segnato la terza rete per la sua squadra, sul campo di Lamezia terme, si è lasciato andare a un gesto «ignobile» mostrando una maglietta bianca con la scritta «Speziale è innocente».

Antonino Speziale è uno dei due ultrà(l’altro è Daniele Micale) del Catania che il 2 febbraio del 2007 uccise l’ispettore di polizia Filippo Raciti durante gli scontri allo stadio Massimino dopo l'incontro di Serie A tra Catania e Palermo. Accusato di omicidio preterintenzionale è stato condannato a otto anni e giovedì scorso è stato arrestato dopo che la Cassazione ha confermato la sentenza. «Il giocatore è stato già sospeso e ho già avviato un'indagine interna per capire come è stato possibile che la maglia con quella scritta sia finita in panchina», ha detto il presidente del Cosenza Eugenio Guarasci. La vicenda ha scatenato l’ira del Coisp Calabria, il sindacato indipendente di polizia.

«È ignobile e non trova riscontri nel calcio giocato il gesto del calciatore del Cosenza che oggi ha esibito una maglietta di solidarietà a Speziali, festeggiando un gol fatto», ha detto il segretario del Coisp Calabria Giuseppe Brugnano. Che ha aggiunto: «Facciamo appello ai veri tifosi, a cominciare da quelli del Cosenza a prendere le distanze da questo gesto, anche non entrando allo stadio domenica prossima in occasione della gara casalinga». Il Coisp Calabria ha chiesto inoltre l’intervento della Figc affinché la società sia punita con una «pena esemplare, oltre che con la perdita della partita a tavolino».


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L’autore del gesto ha detto di aver voluto solidarizzare con Speziale perché suo amico: i due si conoscono da molto tempo e abitano nella stessa borgata, a Catania. Quello dell’attaccante è stato un gesto certamente provocatorio che pesa comunque in questi momenti di tensione che vedono la polizia in prima linea a contrastare la violenza nelle piazze italiane. Il calciatore ha riferito che la maglietta con la scritta «Speziale è innocente» gli è stata fornita dal fratello Salvatore, anche lui giocatore del Cosenza, rimasto in panchina. È stato proprio Salvatore, dopo il gol ad alzarsi dalla panchina per porgere la maglia bianca al fratello Pietro che l’ha mostrata al pubblico. Una scena ripresa dalle telecamere di Rai Sport che stava trasmettendo la partita in diretta.

Carlo Macrì
cmacri@corriere.it 17 novembre 2012 | 21:08