venerdì 16 novembre 2012

Ikea ai prigionieri politici della Ddr “Vi chiediamo scusa, non sapevamo”

La Stampa


Nella Germania dell’Est centinaia di detenuti furono impiegati come lavoratori forzati nella produzione di mobili per il gigante svedese. Oggi il gruppo esprime “tutto il rammarico”

alessandro alviani
berlino


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Nella Germania dell’Est prigionieri politici e altri detenuti furono impiegati come lavoratori forzati nella produzione di mobili e componenti per Ikea. Già dal 1978 e, al più tardi, dal 1981 alcuni rappresentanti del gigante svedese sapevano del possibile ricorso ai lavori forzati presso i suoi fornitori tedeschi-orientali, tuttavia il gruppo fece troppo poco per impedirlo e non ruppe i rapporti coi suoi partner nella Ddr. 

 È quanto emerge da un’indagine commissionata da Ikea alla società di consulenza Ernst & Young e presentata venerdì pomeriggio a Berlino, nei pressi di Checkpoint Charlie. «Vorrei esprimere alle vittime e ai loro rappresentanti il mio più profondo rammarico», ha spiegato il direttore di Ikea Deutschland, Peter Betzel. «L’impiego di prigionieri politici costretti ai lavori forzati è del tutto inaccettabile», ha aggiunto. Ikea si è detta pronta a sostenere un’indagine ancora più ampia sul tema del ricorso ai lavori forzati nella DDR per conto di aziende occidentali e non ha chiuso la porta a risarcimenti alle vittime, anche se Betzel non è entrato nei dettagli e non ha indicato cifre concrete.

Secondo l’indagine ci sono indicazioni secondo cui tra 25 e 30 anni fa Ikea ricevette da alcuni fornitori tedeschi-orientali dei mobili prodotti da prigionieri politici nella Ddr. Nello studio si citano in particolare due stabilimenti: a Waldheim, in Sassonia, e a Naumburg, in Sassonia-Anhalt. Secondo Betzel Ikea non aveva la possibilità di condurre controlli in modo indipendente negli stabilimenti produttivi della Germania dell’Est.

Lo studio, di cui è disponibile solo un riassunto (per ragioni di privacy non verrà diffuso nella sua interezza), è stato deciso dopo che in primavera alcuni media svedesi e tedeschi avevano rivelato che nella Germania Est dei prigionieri politici furono costretti ai lavori forzati per costruire mobili per Ikea. Per l’indagine sono stati visionati 20.000 documenti provenienti dagli archivi di Ikea, studiati 1.550 atti dell’Ente tedesco che conserva i documenti della Stasi, condotti colloqui con 90 tra ex manager e testimoni dell’epoca e attivata tra fine giugno e fine agosto una hotline per raccogliere segnalazioni. 

La presentazione dei risultati è stata anticipata da forti critiche. «È assurdo» che lo studio sia stato affidato a una società di consulenza come Ernst & Young, ha detto al quotidiano “Mitteldeutsche Zeitung” Klaus Schroeder, direttore di un istituto di ricerca sull’ex Ddr presso la Freie Universität di Berlino. L’indagine è uno “show” che non rispetta i criteri scientifici, ha aggiunto l’associazione di vittime DDR-Opfer-Hilfe. Non manca però chi, come Rainer Wagner, presidente dell’UOKG, una sigla che raccoglie oltre 30 associazioni di perseguitati politici e vittime della Ddr, elogia Ikea per aver quanto meno fatto il primo passo.

Carabinieri presi a calci in faccia a Palermo

Libero


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Mentre il ministro della Giustizia Paola Severino è impegnata a visualizzare il video dei lacrimogeni lanciati dal Ministero di via Arenula (sul caso è stata anche aperta un'inchiesta interna), a Palermo i carabinieri e i poliziotti vengono presi a calci in faccia. Dopo il video sarebbe opportuno che il ministro trovasse il tempo per guardare qualche altra foto. Soprattutto una in particolare. Quella che, negli scontri di Palermo, in piazza Indipendenza, davanti al palazzo della regione ritrae un carabiniere per terra che riceve un calcio in faccia da un manifestante coperto da un casco. Un'immagine che mostra come le forze dell'ordine sono sotto assedio e siano il bersaglio preferito dei black block.

Gli scontri - A Palermo venerdì mattina è stata guerriglia. In una città dove di solito non ci sono questo tipo di tensioni. La miccia scoppia quando gli studenti entrano in contatto con le forze dell'ordine dopo essersi diretti verso la Biblioteca regionale dove dovevano incontrarsi Renato Schifani, presidente del Senato e Rosario Crocetta il neo presidente della regione. Quando lo scontro è scoppiato, è stato senza quartiere. Tafferugli, sassaiole e scontri si sono susseguiti per tutte le vie del centro. Fino a toccare il culmine a Piazza Indipendenza proprio davanti alle porte di palazzo d'Orleans.

Calci in faccia - Una foto chiarisce bene cosa è successo. I poliziotti e i carabinieri hanno cercato di evitare che i manifestanti sfondassero il blocco davanti l'ingresso della presidenza della regione e nello scontro corpo a corpo un carabiniere, già caduto per terra viene preso a calci in faccia. La domanda, dopo l'indagine per via Arenula sorge spontanea: a chi, in divisa, si prende un calcio in pieno volto chi ci pensa? E soprattutto fin quando le forze dell'ordine dovranno evitare di rispondere a simili atti di violenza?


Ecco il video del calcio in faccia al carabiniere
Ecco il video del calcio in faccia al carabiniere

Immigrati da 17 mesi in albergo maxispreco da cinquanta milioni Spunta il mercato nero dei ticket

Il Mattino

di Daniela De Crescenzo



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NAPOLI - Diciassette mesi e cinquantacinque milioni dopo, il gioco dell’oca degli immigrati torna alla casella di partenza. I 2082 migranti arrivati in Campania nel maggio del 2011, all’indomani dello scoppio della guerra libica, dal 31 dicembre non saranno più «curati» dalla Protezione civile che non pagherà più le rette agli alberghi e alle strutture di accoglienza. Nella Provincia di Napoli sono arrivate 1163 persone, 728 in città. Si tratta di aspiranti allo status di rifugiati. La loro posizione doveva essere esaminata da un’apposita commissione che ha vagliato quasi la metà delle pratiche. Nel novanta per cento dei casi ha respinto la richiesta. I migranti, assistiti dai legali dei sindacati, hanno presentato ricorso al Tar che spesso ha dato loro ragione.

Intanto la stessa commissione che ha negato lo status di rifugiati ha concesso il permesso di soggiorno per motivi umanitari (dura un anno) o quello sussidiario (valido per tre anni). Quasi settecento stranieri sono ancora in attesa di una risposta. Finora si sono spesi 43,50 euro al giorno per ogni immigrato, più 2 euro e 50 di «pocket money» da spendere presso negozi convenzionati. A conti fatti quasi 55 milioni di euro ai quali bisogna aggiungere i quattro euro al giorno per ogni migrante intascati dalle associazioni di volontariato incaricate di seguirli. A Napoli tutti i 728 stranieri provenienti da molti Paesi africani, ma arrivati dalla Libia in guerra, sono stati sistemati in hotel: 33 le strutture coinvolte.

Sul territorio regionale il 68 per cento è finito in albergo, il 21 per cento è stato affidato alle associazioni e alle cooperative sociali, il 9 per cento alla Caritas e il 2 per cento ad altre strutture. In teoria tutti i nord africani avrebbero dovuto seguire corsi di italiano. Ma basta fare un giro nei dintorni della stazione, dove ci sono molti degli hotel che li ospitano, per accorgersi che quasi tutti continuano a non spiaccicare una parola nella nostra lingua. «La legge disegna un percorso per l’integrazione che non è stato seguito - spiega Jamal Qaddorah, responsabile degli immigrati per la Cgil - gli hotel sono stati trasformati in Cara (centri accoglienza richiedenti asilo) senza averne né la struttura né il personale.

Gli stranieri sono rimasti nelle camere senza niente altro da fare che dormire e guardare la tv. Un assurdo che ci porta verso una situazione sempre più difficile da risolvere». Cosa succederà il primo gennaio? I migranti passeranno in carico alla prefettura e dovranno lasciare gli hotel. Dove andranno? Difficile immaginarlo visto che nessuno di loro ha né un lavoro né una casa. E che più della metà resta in attesa di una risposta dell’apposita commissione.

Venerdì 16 Novembre 2012 - 11:58    Ultimo aggiornamento: 12:49



Il mercato nero dei ticket: buoni pasto riciclati per telefonare

Il Mattino


«C’è un traffico illecito dei ticket che la Protezione civile distribuisce agli immigrati. Valgono due euro e cinquanta, ma commercianti senza scrupoli li acquistano a metà prezzo. E qualche volta anche a meno»: Jamal Qaddorah, responsabile degli immigrati per la Cgil, spiega come funziona l’ennesimo trucco ai danni dei migranti. E del dipartimento che provvede al loro sostentamento. La norma stabilisce che gli stranieri in attesa della risposta sul diritto di asilo non possono avere denaro. Ma questi, in assenza di permesso di soggiorno e di un minimo di formazione, non possono nemmeno lavorare.Vivere senza un euro è un miracolo che non riesce a nessuno e perciò a ogni migrante vengono dati 2 euro e 50 attraverso pocket money, ticket da spendere nei negozi convenzionati.

Nella zona della Ferrovia, dove si trovano gli alberghi che accolgono gran parte dei 728 «africani napoletani» ci sono solo due esercizi convenzionati. Entrambi vendono solo generi alimentari.
«Ma noi abbiamo i pasti in hotel - spiega Josef che viene dal Mali ed è uno dei pochi ad avere imparato qualcosa di italiano - Non abbiamo bisogno di altro cibo. A noi servono le sigarette, le schede per telefonare, il collegamento a internet». E a tutti questi bisogni hanno imparato a rispondere i napoletani che non hanno certo difficoltà nell’arte di arrangiarsi.

Prendono i ticket dagli immigrati e consegnano loro meno della metà del valore della «cartuscella». Ma cash. «A un certo punto c’è capitato un gruppo di stranieri che aveva ricevuto ticket per duecento euro - racconta il sindacalista - li aveva cambiati in denaro e aveva intascato cinquanta euro. Abbiamo segnalato la cosa alla ditta che ha ricevuto la convenzione dalla Protezione civile. L’impresa ha mandato anche un’ispezione». Ma, a quanto sembra, poco è cambiato. Basta andare in uno dei negozi convenzionati per accorgersene.

«Da noi all’inizio venivano molti immigrati a spendere i ticket - spiega il proprietario - ma da qualche mese non vediamo più nessuno. Perciò ci domandiamo: che fine fanno tutti i pocket money distribuiti dalla Protezione civile?». «Io ho speso i miei a Caserta per comprarmi un computer», racconta Josef. Ma molte «cartuscelle», denuncia il sindacato, finiscono nelle mani di mediatori pronti ad approfittare della situazione. A preoccupare i migranti, però, è soprattutto l’imminente stop all’assistenza che finora hanno ricevuto. Dal primo gennaio non avranno un tetto e dovranno procurarsi da soli tutto quello che serve per vivere. «Non so proprio cosa farò - spiega Joseph - io sono del Mali.

Avevo presentato la domanda di asilo, ma era stata respinta. Poi, grazie al sindacato, ho trovato un avvocato e il mio ricorso è stato accettato. Ma fino a pochi giorni fa non potevo muovermi, e senza permesso di soggiorno non potevo avere un lavoro. Adesso in poco più di un mese dovrò trovarmi una casa e un’occupazione regolare. Difficilmente ci riuscirò a Napoli. Probabilmente cercherò di trasferirmi altrove». Joseph abita all’hotel Rebecchino. A mezzogiorno lui e i suoi compagni sono tutti nelle stanze in attesa delle vaschette per il pranzo. Finestre sprangate, televisioni accese, fanno passare il tempo. In attesa di un futuro che tarda ad arrivare.


d.d.c
Venerdì 16 Novembre 2012 - 11:59

Duecento milioni di topi da sterminare con veleno speciale alle Galapagos

Il Mattino


La maggior piaga dell'arcipelago delle Galapagos, invaso oltre 200 milioni di topi che si moltiplicano incessantemente, sembra essere destinata a scomparire: nelle isole Pinzon e Plaza Sur si sono cominciate oggi a spargere, anche con l'aiuto di elicottero, migliaia di pastiglie di un veleno speciale, con le quali dovrebbero essere sterminati definitivamente nel giro di sette-otto anni.
 

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L'arcipelago, 19 isole, dichiarato nel 1978 dall'Unesco Patrimonio naturale dell'umanità, si trova nell'Oceano Pacifico a circa 1.000 chilometri dall'Ecuador. I topi, assieme ad altre specie non autoctone, vi sono "approdati" secoli fa, scendendo da baleniere e navi dei pirati diventando via via una seria minaccia per tartarughe giganti, iguana, gabbiani e colombe, le specie endemiche delle isole. Secondo il Parco Nazionale Galapagos (Dpng), quella avviata oggi è la maggior deratizzazione mai avvenuta in America Latina. D'altra parte, nel gennaio del 2011, vi è stata una prima fase, quando, la stessa operazione fu portata a ermine, con successo, in isole ed isolette della zona completamente disabitate.

Gli esperti calcolano che nell'isola Pinzon vi siano oltre 180 milioni di topi su una superficie di 18.000 ettari, mentre nella Plaza Sur sarebbero quasi un milione in meno di 10 ettari. La ventina di guardie del Parco, con l'appoggio dell'elicottero, hanno provveduto a spargere dai 300 ai 500 chili di un veleno prodotto specialmente dalla statunitense Bell per ridurre appunto al minimo il pericolo per le altre specie. Dopo studi in merito in cui sono risultati i più a rischio di intossicazioni, tutti i 34 gabbiani dell'isola Pinzon ed i 40 iguana della Plaza Sur sono stati rinchiusi in gabbie per almeno un paio di mesi.

E ciò perchè, pur se gli esperti assicurano che le pastiglie che non ingurgiteranno i topi si dissolveranno in una una settimana, l'operazione sarà ripetuta a fine novembre e, nel 2013, continuerà nell'isola Floreana (17.250 ettari), in cui si calcola che ci siano 6 o 7 topi per chilometro quadrato. Gli specialisti dela Dpng, dopo aver tentano invano per decenni di ridurre gli effetti negativi delle tre specie (nera, norvegese e casereccia) dei ratti delle Galapagos, sulla riproduzione di tartarughe, iguana e uccelli terrestri e marini, cercheranno ora, con le oltre 22 tonnellate di veleno prodotto dall Bell, di sterminarli fino all'ultimo

Venerdì 16 Novembre 2012 - 13:48

La zarina gioca a fare la Tatcher ma si inchina subito ai sindacati

Libero

Bianca bastona il cdr del Tg3: tutelate i lavativi. Il comitato rompe le trattative, e lei cede subito con una lettera di scuse


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"Se in Rai la chiamano la Zarina una ragione, forse, ci sarà pure. Perché Bianca Berlinguer, direttore del Tg3 tutto d’un pezzo, dell’imperatrice della “madre Russia” oltre ad avere il phisique du role, ha  il piglio deciso e assolutista. Del tipo «qui comando io, punto e basta». E la letteratura in materia,  dalle lamentele per l’autista troppo ligia al codice della strada, alla redattrice finita in quarantena per il servizio sul segretario del Pd,  Pier Luigi Bersani, inviato in ritardo e non andato in onda (incidente che capita anche nelle migliori, figuriamoci nelle peggiori, famiglie televisive), e lì a dimostrare che il soprannome se lo è guadagnato sul campo", spiega Enrico Paoli su Libero di venerdì 16 novembre. Bianca, insomma, gioca a fare la Tatcher. Ma poi si inchina ai sindacati. Che è successo? E' successo che la zarina è sotto assedio. La berlinguer bastona il cdr del Tg3, dicendo che "tutela i lavativi". E così il comitato rompe le trattative. E lei che fa? Cede, subito, e invia una lettera di scuse...

Rosy Bindi non molla la poltrona: "Chiedo al partito di ricandidarmi"

Libero

Rottamazione a metà. I big del Pd si fanno da parte ma la Bindi no. Lei dopo 18 anni vuole restare a Montecitorio. Non vuole farsi da parte. E pur di restare strizza l'occhio a Montezemolo

Il no della Bindi stona con i si al farsi da parte di Veltroni, Finocchiaro e D'Alema. La Bindi tira dritto e spera in Bersani


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Rosy Bindi non vuole andarsene. Lo dice chiaro e non fa giri di parole. Di rottamazione non vuol sentire parlare e allora comincia già a mettere le mani avanti chiedendo al partito uno "strappo" per la prossima legislatura. "Lo statuto del Pd prevede che, per   restare in Parlamento più di 15 anni, occorre presentare domanda di   deroga agli organi di partito. Io la presenterò, anche se vincesse   Renzi. Sarà poi il partito a decidere se sono più o meno utile”, ha dichiarato la Bindi. Il messaggio è chiaro:io non me ne vado. Dunque la rottamazione del Pd non va proprio nel verso giusto e la casta vuole stare ancora al suo posto. La Bindi è una veterana del parlamento. Diciotto anni fra i banchi di Montecitorio non le bastano. Vuole arrivare almeno a 23. Infatti nelle sue parole c'è tutta l'aria di chi si prepara a rientratre in parlamento per la sesta legislatura consecutiva.

Eppure qualcuno nel Pd si è già fatto da parte, raccogliendo piano piano il messaggio di Matteo Renzi. Anna Finocchiaro ha detto basta, Massimo D'Alema quasi basta, Walter Veltroni anche. Insomma i big cominciano a mollare. La Bindi è l'unica che sta chiedendo espressamente al Pd di restare in sella. E la sua salvezza sarebbe una vittoria alle primarie di Pierluigi Bersani. "Penso che vincerà Bersani. Vincerà il segretario del partito perchè è tutto il Pd candidato alla guida del paese, non un pezzo del partito, una sensibilità del partito, una generazione contro un’altra; un partito che ha il 30 percento nei sondaggi", ha spiegato la deputata. E per sicurezza qualora il Pd le chiedesse di farsi da parte lei è pronta anche a salire su un altro carro. Un carro che con Montezemolo, Fini e Casini porta con sè l'etichetta di "Terza Repubblica".

La Bindi per questa lista che vede nel Monti bis un'opportunità, ha espresso parole che sanno di corteggiamento:"Penso che sia un’operazione di terzismo di nuovo conio. Quella lista - spiega Bindi - mette insieme il mondo cattolico, che nei confronti delle riforme Fornero ha usato parole molto più dure della Cgil, insieme a un rassemblement che andrebbe ben oltre il ministro Fornero". Insomma a Rosy non importa con chi andrà. A lei interessa solo continuare a frequentare la buvette di Montecitorio. 

Lacrimogeni dal ministero sui manifestanti Severino annuncia un' indagine interna

Corriere della sera

Il lancio dal secondo piano del dicastero della Giustizia ripreso in un video. Il ministro: «Inquietudine» Interrogazione del Pd
«Inquietudine e preoccupazione». Così il ministro della Giustizia, Paola Severino, dopo aver visionato il video pubblicato che ritrae il lancio di lacrimogeni dal palazzo del ministero durante lo «sciopero europeo». Severino ha immediatamente disposto un'indagine interna.



Scontri Roma: nuovo filmato, lacrimogeni lanciati dal Ministero? (16/11/2012)

Severino: «Davanti a una seconda Tangentopoli» (15/10/2012)


LACRIMOGENI NON IN DOTAZIONE - «Dai primi accertamenti,è stato verificato che lacrimogeni a strappo, come quelli che sembrerebbero essere stati lanciati dal ministero durante lo sciopero europeo non sono in dotazione al reparto di polizia penitenziaria di via Arenula» ha fatto sapere il ministro della Giustizia assicurando che «le verifiche proseguiranno con il massimo impegno, con il dovuto rigore e con la massima tempestività».

INTERROGAZIONE PD - Il Pd ha annunciato un'interrogazione parlamentare sulla vicenda. «Serve chiarezza sul lancio di lacrimogeni avvenuto mercoledì scorso in occasione dello "sciopero europeo" », ha detto tra gli altri i responsabile della Sicurezza Emanuele Fiano. «Abbiamo avanzato una interrogazione al ministro dell'Interno Cancellieri perchè si capisca subito cosa è avvenuto: la verità è nell'interesse dei manifestanti, degli agenti e dell'opinione pubblica. Così Emanuele Fiano presidente forum sicurezza Pd oggi a Mirandola e Modena nell'ambito del Giro dell'Italia sicura».

16 novembre 2012 | 12:02

Scontri a Roma, il ministro Cancellieri: «Le foto facciamole vedere tutte»

Corriere della sera

Il ministro dell'Interno e le critiche alla gestione dell'ordine pubblico: «La situazione non era facile, tutta Italia bolliva»


Contestatori-agenti (15/11/2012)

«Una foto è spesso l'effetto finale di qualcosa che magari si è svolto prima. Io porterei anche le foto del poliziotto cui hanno spaccato il casco in testa: foto per foto, parliamone». Così il ministro dell'Interno, Annamaria Cancellieri, commenta le critiche alla gestione dell'ordine pubblico durante i cortei di ieri in riferimento alle immagini che mostravano poliziotti colpire a manganellate manifestanti. 
 

Sciopero generali: cortei e incidenti Sciopero generali: cortei e incidenti Sciopero generali: cortei e incidenti Sciopero generali: cortei e incidenti Sciopero generali: cortei e incidenti


«CONDIZIONI COMPLESSE»- Il ministro , a margine di un convegno da Siap e Anfp, respinge le critiche. E ricorda che la situazione « non era facile, tutta Italia ieri bolliva, è facile dire le cose dopo, ma dobbiamo pensare che gli agenti hanno operato in condizioni difficili e complesse». Anche perché «se si guarda il panorama generale nazionale era molto pesante». Poi, ha proseguito il ministro, «tutto si può fare meglio, non lo metto in dubbio, ma vorrei che le cose venissero viste con serietà per quello che sono e che chi fa manifestazioni le faccia in maniera libera, ma secondo le disposizioni che vengono date: libertà di manifestare nel rispetto della libertà di tutti di vivere una vita serena».

«ROMA E' ROMA» - Secondo Cancellieri, poi, il sindaco di Roma Gianni Alemanno «ha ragione» a protestare per i troppi cortei nella Capitale, «perchè tutto cade su questa città, ma Roma è Roma».


Gli scontri a Roma, con scudi e assetto «tartaruga» (15/11/2012)

NAPOLITANO- Anche il Capo dello Stato, alla fine degli Stati Generali della cultura, è intervenuto sugli scontri di piazza. Napolitano, parlando ai manifestanti, ha spiegato che è importante far «valere le vostre legittime proteste, ma con il massimo sforzo di razionalità perchè solo così potremo portare il paese fuori dalla crisi». E ha aggiunto: «Capisco interruzioni e impazienze nel passato ho fatto il comiziante, ma oggi faccio un altro mestiere».

«ISOLARE I VIOLENTI» - Al fianco degli agenti si è schierato il presidente della Camera, Gianfranco Fini: «La storia italiana dimostra che spesso nei cortei operano gruppi organizzati violenti che cercano lo scontro e attaccano le forze di polizia - ha detto il numero uno di Montecitorio a Radio Anch'io -. Vigilare sulla presenza di questi gruppi organizzati credo che sia un dovere delle forze dell'ordine». Fini, che ha parlato degli scontri di mercoledì come di «una brutta pagina» è poi intervenuto sulle parole di Beppe Grillo, che dal suo blog aveva duramente attaccato gli agenti. «Grillo - ha detto - non conosce gli uomini delle forze dell'ordine: anche loro hanno una propria sensibilità di cittadini ma nel momento in cui indossano la divisa sanno che devono assicurare sicurezza e garantire lo svolgimento di cortei. Sono i più desiderosi a individuare i provocatori».



Napoli scontri tra manifestanti e forze dell'ordine (12/11/2012)


«GRILLO INCITA A VIOLENZA» - Netto su Grillo anche il giudizio del leader della Lega ed ex ministro dell'Interno, Roberto Maroni: «Il suo mi pare un incitamento alla violenza e in questo momento serve esattamente il contrario. Io ho espresso la mia solidarietà alle forze dell'ordine che hanno gestito con competenza la situazione evitando guai peggiori. Finchè non vengono isolati i violenti e c'è anzi chi li coccola gli incidenti ci saranno sempre».

Redazione Online 15 novembre 2012 (modifica il 16 novembre 2012)

Quei bravi ragazzi

Alessandro Sallusti - Ven, 16/11/2012 - 13:52

La sinistra grida al pestaggio di poveri manifestanti inermi. Ma non mostra le violenze dei giovani teppisti sui poliziotti

Ieri Pubblico, quotidiano di sinistra diretto da Luca Telese, aveva in copertina la fotografia di un giovane manifestante insanguinato sotto il titolo: «Giù le mani dai ragazzi».





Come dargli torto, guai a chi picchia i nostri figli. I ragazzi devono poter godere di uno status speciale e inviolabile per chiunque, civili o poliziotti che siano. Su questo sono pronto a schierarmi con Telese fino alla morte perché parliamo dei fondamentali di una società civile. Ma purtroppo, anche questa volta, a sinistra barano. Perché gli eventi non sono una fotografia, ma un film. Per capirli e giudicarli occorre vedere il prima e il dopo. E allora ecco, documentato in questa copertina, che cosa è successo prima.

E vediamo in modo inequivocabile che l'altro giorno, nelle piazze italiane, non sono stati i poliziotti a colpire a freddo inermi giovani legittimamente impegnati a protestare contro tutto ciò che ben sappiamo. No, le foto che vedete dimostrano che un gruppo di ragazzi ha spontaneamente scelto di rinunciare allo status di intoccabili. Si sono coperti il volto, si sono armati di spranghe, sassi e bottiglie molotov e sono partiti all’assalto di uomini e cose.

Che cosa avrebbero dovuto fare i poliziotti? Lasciargli devastare le nostre città? Rischiare di morire sotto i colpi dei giovani barbari? Non credo. Hanno fatto bene a reagire, a difendere noi e loro stessi. Non avevano più di fronte ragazzi incazzati ma teppisti e delinquenti per i quali l'età non può essere in alcun modo un lasciapassare. Telese, in compagnia di Grillo, tenta solo di completare lo scempio, cioè dare copertura adulta e politica alla violenza giovanile.

La prima prostituta che paga la multa Va alle poste e salda il bollettino

Il Mattino

L'unica multa saldata in anni di sanzioni. Stupore alla polizia municipale: la donna era stata contravvenzionata all'Arechi


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SALERNO - «Vorrei pagare la multa, datemi il tempo di andare alle poste». A quella promessa i vigili non avevano dato peso. Poi si sono dovuti ricredere. Fermata e multata in zona stadio Arechi per aver svolto attività illecita di meretricio non ha perso tempo a saldare il suo debito col Comune.

Guadagnandosi così a pieno titolo l’attributo di prostituta onesta. E se lo merita senza dubbio. É accaduto nei mesi scorsi, ma la notizia è trapelata solo pochi giorni fa, destando non poco scalpore al comando di polizia municipale. Lei, la prostituta italiana incappata nella consueta attività di controllo finalizzata al contrasto della prostituzione sul territorio cittadino, è la prima e l’unica in tanti anni di multe a raffica elevate dai vigili ad avere pagato la sanzione.

Un fatto più unico che raro. In questo caso il saldo della multa fa notizia. Perché delle oltre duemila contravvenzioni antiprostituzione elevate in quasi tre anni di attività solo una risulta pagata. E si tratta proprio del verbale piombato sul capo della prostituta onesta.

Venerdì 16 Novembre 2012 - 10:26    Ultimo aggiornamento: 10:33

Defunti al volante, la multa non arriva Truffa del caro estinto, scoperti in 90

Il Mattino

Non si fa il passagio di proprietà ed il gioco è fatto. Molti guidavano da pirati ed occupavano spazi per disabili

di Gianluca Sollazzo


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Parenti defunti al volante, ma solo per raggiro. C’è chi ha accumulato a suo carico più di venti multe. E chi ha circolato in auto commettendo infrazioni gravi. Sosta vietata, occupazione spazi per disabili, parcheggi in doppia e tripla fila. Mesi, persino anni di condotta illegale. Lo stratagemma è rimasto sempre lo stesso. Continuavano a guidare veicoli intestati a genitori e parenti defunti, approfittando della non trasmissibilità delle sanzioni.

Un modo per farla franca ed evitare così di mettere mano alla tasca. Ma il loro trucco è stato scoperto dagli agenti di polizia municipale che, a conclusione di una attività investigativa durata quasi un anno e mezzo, sono riusciti a stringere il cerchio intorno a 90 automobilisti del capoluogo. Non si esclude però che il numero dei trasgressori possa aumentare in caso di ulteriori sviluppi.

Ai furbetti del volante finiti nei guai è bastato semplicemente continuare a utilizzare i veicoli intestati a genitori e nonni defunti mancando di effettuare il passaggio di proprietà. Un fenomeno che ha insospettito i vigili urbani, agli ordini del comandante Eduardo Bruscaglin, tanto da spingerli ad aprire una inchiesta lunga e scrupolosa. Attraverso verifiche incrociate sui dati dell'anagrafe comunale, della Motorizzazione Civile e del Pra (Pubblico Registro Automobilistico) sono riusciti a scoprire oltre 90 casi sospetti di intestatari defunti. Un lavoro avviato a inizio 2011 che ha permesso di mettere a nudo il modus operandi dei sospettati.

«Abbiamo rilevato per diverso tempo decine e decine di multe a carico di morti, era chiaro che le auto erano guidate da loro parenti che avevano omesso di avviare le pratiche del passaggio di proprietà» fanno sapere dal comando. Furbizia o dimenticanza? Facile propendere per la prima ipotesi. I furbi, confidando nell'impunità garantita dall'uso di un'auto intestata ad un familiare deceduto, avevano collezionato contravvenzioni per le più disparate infrazioni. Insomma avevano sviluppato una spiccata pratica truffaldina. Dalla guida ad alta velocità, alla sosta in zona vietata e Ztl, al parcheggio senza ticket.

I protagonisti del raggiro saranno ora raggiunti da una lettera di «avviso-obbligo» di portare in visione, presso l'ufficio contravvenzioni del comando di via dei Carrari, carta di circolazione e certificato di proprietà dei rispettivi veicoli. Quindi avranno ancora tempo per procedere all'aggiornamento della passaggio di proprietà delle auto. Ma per una ventina di loro il tempo è già scaduto. Dopo un mese di mancate risposte e solleciti caduti nel vuoto, è scattata una severa multa di 398 euro per inottemperanza alla richiesta di colloquio al comando. Se non è una ammissione di colpa, poco ci manca.

Seguirà una maxi sanzione di 653 euro per omesso passaggio di proprietà ai sensi dell’articolo 94 del codice stradale. Tra le pratiche accertate recentemente dai caschi bianchi emergono le situazioni di alcuni automobilisti che per anni hanno circolato indisturbati, senza mai mettersi in regola, sulle strade del capoluogo. Nomi e cognomi di salernitani che commettevano infrazioni a raffica perché nascosti dietro la proprietà delle auto intestate ai cari estinti. «Ripristiniamo un principio di legalità e di rispetto per l’intera cittadinanza – commenta Bruscaglin – chi ha trasgredito dietro l’intestazione di un veicolo intestato a un proprio parente scomparso è giusto che paghi le sanzioni, le indagini in ogni caso non si fermano qui».

Venerdì 16 Novembre 2012 - 10:13    Ultimo aggiornamento: 10:25

Preso il cleptomane di lamette da barba Mesi di taccheggio in un market di Portici

Corriere del Mezzogiorno

Riconosciuto attraverso le telecamere di sorveglianza



NAPOLI - La sua passione: le lamette da barba. Tanto da rubarle di continuo. Il presunto cleptomane è un 45enne, ed è accusato di essere il ladro seriale che da alcuni mesi, più volte al giorno, metteva a segno colpi in un market di Portici. Naturalmente il suo obiettivo era uno solo: le lamette. Il bello è che qualcosa nel suo carrello, poi pagato regolarmente alla cassa, ci finiva sempre, solo che non poteva fare a meno di rubacchiare ogni volta qualche confezione di lamette di lamette da barba.

VIDEOSORVEGLIANZA - È stato denunciato oggi dalla polizia municipale della città L'uomo, del Vesuviano e con precedenti penali, è stato riconosciuto e identificato grazie alle immagini del sistema di videosorveglianza.

Redazione online16 novembre 2012

Mai passato informazioni segrete a Paula»

Corriere della sera

L'ex direttore della Cia ad una giornalista: «Sono fortunato ad avere una moglie migliore di quello che merito»

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«Ho compiuto qualcosa di disonorevole», ma «non ho mai passato informazioni segrete a Paula Broadwell»: sarebbero queste le prime parole dell'ex direttore della Cia, David Petraeus, dall'esplosione dello scandalo. Parole - come riporta la Cnn - pronunciate in una conversazione con la giornalista di Hln Tv Kyra Phillips.

FALLIMENTO - «Nella nostra conversazione - afferma Phillips che sarebbe riuscita a contattare il generale che aveva più volte intervistato in passato - Petraeus mi ha detto di essere consapevole di essersi comportato in maniera disonorevole e di aver sollevato un polverone terribile. E ha anche detto di sentirsi fortunato ad avere una moglie migliore di quello che lui merita». Phillips afferma quindi che Petraeus, una volta ammesso l'affair, non ha cercato di difendersi e di persuadere i suoi superiori a lasciarlo al suo posto. «Mi ha detto che questa vicenda è un suo personale fallimento».

 Da eroe a colpevole Da eroe a colpevole Da eroe a colpevole Da eroe a colpevole Da eroe a colpevole

ETICA - Intanto il segretario alla Difesa Usa Leon Panetta ha chiesto al capo degli stati maggiori riuniti, generale Martin Dempsey, di rivedere le normative etiche per gli alti ufficiali e di trovare modi per impedire loro di tenere comportamenti scorretti.

 Petraeus: la moglie, l'amante e Jill (la «terza donna») Petraeus: la moglie, l'amante e Jill (la «terza donna») Petraeus: la moglie, l'amante e Jill (la «terza donna») Petraeus: la moglie, l'amante e Jill (la «terza donna») Petraeus: la moglie, l'amante e Jill (la «terza donna»)

La decisione di Panetta riflette le profonde preoccupazioni innescate dalla serie di casi di condotta inappropriata che hanno travolto le forze armate Usa, che si sono sempre vantate della loro integrità e onore ma hanno anche compiuto un'inusuale serie di passi falsi. Nel memorandum consegnato al generale Dempsey, Panetta non ha fatto espliciti riferimenti allo scandalo legato all'ex direttore della Cia David Petraeus, che ha coinvolto anche il generale John Allen, comandante delle forze Usa in Afghanistan.

  Paula Broadwell, la donna che ha fatto cadere Petraeus Paula Broadwell, la donna che ha fatto cadere Petraeus Paula Broadwell, la donna che ha fatto cadere Petraeus Paula Broadwell, la donna che ha fatto cadere Petraeus
Paula Broadwell, la donna che ha fatto cadere Petraeus


Petraeus-gate: spunta una terza donna (12/11/2012)

Paula Broadwell raccontava così l'amicizia con Petraeus (10/11/2012)

Paula Broadwell, la donna che ha fatto cadere Petraeus (10/11/2012)

Redazione Online15 novembre 2012 | 17:01

Così la Casta aggira la legge anti-Fiorito: al posto del vitalizio spunta la pensione

Sergio Rame - Ven, 16/11/2012 - 09:48

Va in fumo il giro di vite voluto da Monti dopo lo scandalo in Regione Lazio. Una "frasetta" aggiunta nel decreto per abolire i vitalizi li trasforma in pensioni contributive. Ecco come

Una vera e propria beffa. È bastato un codicillo per mandare tutto a gambe all'aria e cancellare la promessa di far piazza pulita dei vitalizi regionali.



Franco Fiorito, ex capogruppo del Pdl


Eppure era stato lo stesso presidente del Consiglio Mario Monti a vietare il vitalizio ai consiglieri che non ha ancora compiuto 66 anni e speso almeno dieci anni di mandato. Se fosse andata in porto, la riforma sarebbe stata una vera e propria mannaia per la Casta e una boccata d'ossigeno per l'erario pubblico. Tuttavia, il partito delle Regioni ha contrastato il decreto non appena il testo è arrivato in parlamento per la conversione in legge. E così, è bastato inserire una postilla per "salvare" le Regioni che hanno già abolito i vitalizi. Regioni che, a questo punto, potranno sostituire i vitalizi con le pensioni contributive, senza limiti di età e mandato. Insomma, tutto torna come prima.

Il giro di vite contro il super vitalizio - lo stesso che sarebbe toccato a Franco "Er Batman" Fiorito - era stato annunciato agli inizi di ottobre scorso. Sul tavolo di Palazzo Chigi il provvedimento: nessun ex consigliere regionale avrebbe più incassato la pensione senza aver fatto almeno dieci anni di mandato né prima di aver compiuto i 66 anni di età. Appena il decreto legge varato dall'esecutivo è approdato alle Camera, è scattata la resistenza della Casta. Come racconta Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, è bastato inserire alla fine della lettera "m" dell'articolo 2, quello che stabilisce i limiti minimi dei 66 anni di età e dei 10 anni di mandato, la frase

"Le disposizioni di cui alla presente lettera non si applicano alle Regioni che abbiano abolito i vitalizi", per snaturare il senso del decreto dal momento che tutte le Regioni hanno già abolito i vitalizi.
La furbizia di questa frasetta sta nel fatto che consentirà alle Regioni, che intendono sostituire i vitalizi con le pensioni contributive, di aggirare le regole più rigide del decreto consentendo, come spiega Rizzo sul Corsera, "la corresponsione dell'assegno contributivo magari già a sessant'anni, o forse ancora prima, e con soli cinque anni di mandato anziché dieci". Non solo.

Anche i consiglieri, il cui mandato è in scadenza proprio in queste settimane, potranno andare in pensione prima dei 66 anni di età e con neanche dieci di mandato dal momento che la frasetta inserita alla fine della lettera "m" dell'articolo 2 vanifica la norma che estende sulla carta il tetto anche agli attuali consiglieri che avrebbero già maturato il diritto al vecchio vitalizio e stanno per lasciare l'incarico. Un esempio su tutti? La Regione Lazio i cui consiglieri, grazie al vecchio sistema abolito ancora in vigore per gli attuali eletti, potranno andare in pensione a cinquant'anni.

Diari di Mussolini, chi ha imboscato le prove del falso?

La Stampa

Due fogli attribuiti all’agenda 1940 all’asta ieri a Firenze. Dietro il misterioso compratore, l’ombra di Dell’Utri
mimmo franzinelli


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Colpo di scena ieri a Firenze, all’asta di due fogli pseudomussoliniani, strappati dall’agenda 1940 appartenente alla serie «Diari veri o presunti» in corso di pubblicazione presso Bompiani su impulso del senatore Marcello Dell’Utri. È l’aggiornamento della telenovela avviatasi a Vercelli alla metà degli anni Cinquanta, con l’ingente produzione di apocrifi da parte delle signore Mimì e Rosetta Panvini. Una vicenda le cui origini sono chiarite da una serie di articoli apparsi nell’estate del 1957 su Stampa Sera.

Il catalogo della Casa d’Aste Gonnelli presentava prudentemente le due pagine come «carte autografe (?) non firmate», mentre garantiva l’autenticità degli altri manoscritti in vendita a Firenze: autografi di Nietzsche, Tagore, Gide, Verdi, San Giovanni Bosco ecc. I fogli riportano segni di bruciature e di acqua: indizio rivelatore, poiché al momento dell’irruzione dei carabinieri in casa Panvini - inizio agosto 1957 - le due falsarie bruciarono i manufatti, per eliminare il corpo del reato. Parte della documentazione andò distrutta, parte venne sequestrata dagli agenti e alcuni fogli furono parzialmente salvati dalle loro autrici.

La comparsa del materiale battuto all’asta - a partire dalla quotazione base di 1.500 euro - segue di sette mesi la morte del loro proprietario, Aldo Pianta, che, ricevuti gli apocrifi dall’avvocato delle Panvini, Eusebio Ferraris, ha venduto pochi anni addietro - attraverso una catena di intermediari svizzeri - cinque agende a Dell’Utri. L’asta fiorentina costituisce dunque un «sondaggio» degli eredi Pianta sulle prospettive di mercato dell’eredità: attendiamoci dunque la comparsa di ulteriori falsi.

L’attenzione sull’appuntamento di ieri - che ha richiamato le telecamere della Rai - non riguarda il contenuto delle carte, insignificante e banale (come d’altronde le agende «dellutriane» 1935-39), quanto la gara per la loro aggiudicazione. Sembra che il bibliofilo Dell’Utri avesse un forte interesse verso questo materiale. Ipotesi avvalorata dall’andamento della gara: ogni offerta delle persone presenti in sala è stata subito superat a dal rilancio telefonico di una persona di cui solo il banditore conosce l’identità. Evidentemente, già prima dell’asta, qualcuno aveva deciso di acquistare, a qualsiasi prezzo, quei due fogli.

Per una curiosa sincronia, è uscito ieri il documentatissimo volume di Nicole Ciccolo e Elena Manetti Mussolini e il suo doppio. I diari svelati (Pioda Editore), con l’analisi comparata sulle agende «vere o presunte», effettuata dalla grafologa Ciccolo su una varietà di autografi mussoliniani, originali (depositati all’Archivio Centrale dello Stato) e apocrifi (conservati presso la Fondazione Mondadori di Milano e l’Archivio di Stato di Vercelli). La perizia della studiosa accerta in via definitiva la maternità delle signore Rosetta e Mimì Panvini, madre e figlia, le due fantasiose e creative vercellesi che, in vita e post mortem, hanno gabbato tante persone desiderose di essere ingannate.

Nicole Ciccolo ha partecipato all’asta, assistendovi di persona e rilanciando attraverso l’offerta del suo consulente legale e del suo editore, tranne poi rinunciare dinanzi all’offerta vincente di 2.800 euro. La grafologa così spiega la disponibilità all’acquisto di materiali da lei stessa ritenuti falsi: «Il motivo principale della mia partecipazione all’asta sta nel desiderio di poter disporre dei fogli in originale, per gli opportuni esami chimico-fisici dell’inchiostro e del supporto cartaceo, al fine di pubblicare la perizia eseguita da esperti sulla base delle nuove tecnologie che ampliano le potenzialità d’indagine rispetto ad analisi compiute sull’agenda datata 1939». Perduta la gara, la grafologa lancia attraverso La Stampa un appello all’anonimo acquirente:

«Gli chiedo di consentire l’effettuazione di una perizia chimico-fisica a mie spese, per verificare la presenza o meno di elementi anacronistici con la datazione dell’agenda». Ben difficilmente la disponibilità di Nicole Ciccolo verrà accolta, poiché il movente dell’acquisto consiste probabilmente nel sottrarre i due fogli a una perizia, per evitare un ulteriore colpo alla tesi dellutriana dell’ascendenza mussoliniana delle controverse agende. Il principale segreto che circonda la surreale questione dei diari alla maniera di Mussolini è il mistero sul lato economico-finanziario della speculazione costruita sulle cinque agende che accreditano un duce moderato, pacifista e amico degli ebrei. Quanto furono pagate quelle agende? Al loro rientro dalla Svizzera corrispose una cospicua esportazione di capitali: regolarmente segnalati, o si trattò di una manovra in nero?

E, infine, chi si nasconde dietro la Black & Black, proprietaria delle agende 1935-39 di cui la Fondazione Biblioteca milanese di via Senato (presieduta da Dell’Utri) ha il possesso? Questa società, con sede legale a Hong Kong, fu costituita per lucrare sui falsi diari, promuovendone la pubblicazione e ricavando una fiction dalla storia delle agende. Nel film i partigiani avrebbero depredato Mussolini dei suoi diari, poi miracolosamente ricomparsi in Svizzera…

In attesa di conoscere anche questi importanti risvolti, che completeranno la comprensione della manovra diaristica, bisognerebbe sostituire il titolo «I diari di Mussolini veri o presunti» con «Gli autentici diari mussoliniani della famiglia Panvini». Prima ancora che per rispetto dei lettori, per un elementare senso di giustizia verso la memoria delle misconosciute autrici.

Le domande indecenti sulle donne uccise

Corriere della sera
di Fulvio Bufi


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Ci sono pagine di cronaca giudiziaria che si può rivendicare con orgoglio di non aver voluto scrivere. La vicenda di Elisabetta Grande e Maria Belmonte, le due donne, madre e figlia, scomparse nel 2004 e i cui resti sono stati ritrovati sepolti nella casa dove era rimasto a vivere da solo l’uomo che di Elisabetta e Maria era marito e padre, ne offre l’ultimo esempio. I verbali di interrogatorio di quest’uomo, Domenico Belmonte e dell’ex marito di Maria, Salvatore Di Maiolo, è pieno di domande che rivoltano fin nei dettagli più intimi la vita delle due donne, in particolare la più giovane. Gli inquirenti che le pongono sono spinti ovviamente da motivazioni che nulla hanno di morboso.

In qualunque indagine verificare ogni elemento emerso può servire a giungere alla verità, ma questo, appunto, attiene al lavoro degli investigatori. I lettori del Corriere – e anche quelli di altri giornali – quelle domande e quelle risposte non le hanno trovate nei resoconti di cronaca, e non per questo l’informazione che sulla vicenda hanno ricevuto ne è stata penalizzata al punto da non avere un quadro chiaro – per quanto chiara può essere una storia ancora oggetto di indagine – di quello che è successo a Elisabetta e Maria. Ma quante altre storie, e tutte con donne nel ruolo delle vittime, sono state raccontate senza omettere particolari che quelle stesse donne, se avessero potuto scegliere, certo non avrebbero voluto divulgare. La grandissima occasione offerta dalla rete, con l’aumento esponenziale della circolazione di informazioni e immagini, porta con sé, si sa, anche il rischio che nella valanga ci finisca dentro qualche stortura.

Come possono portare storture certi format televisivi incentrati solo su fatti di cronaca nera che non ogni settimana hanno storie nuove da proporre e quindi tornano su quelle già sfruttate, col rischio di concentrarsi su particolari che invece potrebbero e dovrebbero essere assolutamente ignorati. Il racconto sempre meno sfumato del perché la donna assassinata (secondo una sentenza di primo grado) dal marito, il giorno in cui sarebbe stata uccisa era andata dal medico, per esempio: quella donna avrebbe voluto farlo sapere il motivo del consulto? E l’altra, sparita e non ancora ritrovata, se è viva cosa penserà del fatto che oggi è di dominio pubblico non solo la relazione del marito con un’altra donna, ma anche il fatto che lei in casa sua sopportava che l’uomo si chiudesse in una stanza per telefonare all’amante?

Ci sono cose che attengono alla dignità delle persone, e non può essere un confuso senso del dovere di cronaca a farle perdere di vista. E forse non sarebbe male nemmeno rinunciare all’occasione di uno scoop e scegliere di non dare in diretta televisiva a una madre la notizia che è stata ritrovata sua figlia morta, puntandole la telecamera in faccia per mostrare che espressione fa.

Scusate se non vi ho adulato abbastanza Ma a noi nessuno regala alloggi a Roma

Vittorio Feltri - Ven, 16/11/2012 - 08:10

Il portavoce di Scajola scrive al Giornale e controbatte all'editoriale scritto ieri da Feltri: "L'ex ministro non è mai stato indagato"


Come vede, illustre capo ufficio stampa dell'onorevole Claudio Scajola, la lettera da lei scritta per conto del deputato al quale presta la sua apprezzata opera, viene pubblicata integralmente benché non rettifichi un bel niente del mio articolo di ieri.


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Tuttavia, la ospitiamo lo stesso col risalto dovuto al verbo di un insigne statista, appunto Scajola, due volte ministro e due volte dimissionario per colpa della macchina del fango di cui anche noi del Giornale siamo esperti, quindi meritevoli di esecrazione da parte dei politici che, notoriamente, costituiscono l'élite di questo Paese rovinato dalle menzogne giornalistiche.
Col pezzo del quale lei si lagna speravo di aver fornito un saggio di piaggeria da encomiare. Purtroppo constato, dalle sue parole, di non essere stato all'altezza delle mie buone intenzioni. Riporto integralmente, comunque, il brano dedicato a Scajola e da questi contestato: «Claudio Scajola si dimise da ministro del governo Berlusconi per una sciocchezza: una casa che ebbe in dono senza nemmeno conoscere l'identità dell'offerente. Non c'era niente di male: chiunque nella vita riceve, a propria insaputa, un appartamento o due in regalo, e nessuno fa tante storie. Scajola, tempestato di articoli negativi sul proprio conto, fu indotto ad abbandonare l'importante incarico. Un linciaggio. E noi linciatori o ci spariamo o andiamo in prigione».
Benché nella mia prosa servile non vi sia una sola virgola che non certifichi un'accorata partecipazione al dolore di Scajola per il trattamento crudele inflittogli da noi lanciatori di fango, sono pronto a recitare il mea culpa per non aver usato nei suoi confronti termini maggiormente laudatori. Provvedo immantinente a prostrarmi ai suoi onorevoli piedi, dichiarandomi disposto a baciargli gli alluci in segno di devozione nonché di pentimento.
 
Sono consapevole che lo statista ligure, nella presente circostanza da lei rappresentato, compì un atto eroico lasciando volontariamente lo scranno al dicastero e tornando all'umile seggio parlamentare, per cui faccio ammenda e confido nel suo perdono per non aver riconosciuto, all'epoca dei fatti, l'alto valore morale del suo sacrificio, un esempio fulgido di disinteresse per la poltrona.

Segnalo altresì ai lettori del Giornale, ingannati dal nostro lavoro sporco, che ricevere in omaggio un alloggio nel centro di Roma da un ignoto benefattore, lungi dall'essere un reato, è un attestato di benemerenza di cui menar vanto. Noi reietti, gente volgare e addetta a bassi servizi di disinformazione, non abbiamo simili medaglie da esibire: mai nessuno ci ha gratificato di strenne immobiliari, nemmeno un piccolo bilocale, per la semplice ragione che, a differenza di Scajola (uomo probo e immacolato), ne siamo indegni.
P.S. Spero, con questa risposta in puro stile zerbino, di aver dimostrato che pur di compiacere la casta, e di non andare in galera, sto imparando l'arte gradita al Palazzo: quella dell'adulatore.