giovedì 15 novembre 2012

Apple presenta la Stratocaster per l’iPad

Corriere della sera

Arriva la nuova versione della Squier compatibile con pc e prodotti di Cupertino (che la vede come accessorio)

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Jimi Hendrix sul palco e la sua Fender Stratocaster. L'uomo e la chitarra che si fondevano in un unico elemento. Fosse vivo oggi, Jimi, forse suonerebbe l'inno americano sulla sua iFender. Perché i produttori di strumenti musicali di Scottsdale hanno iniziato a commercializzare attraverso il sito di Apple una nuova versione della Stratocaster Squier, una chitarra elettrica ora dotata di porta Usb e, ovviamente, perfettamente compatibile con i prodotti della casa di Cupertino, a un prezzo modico come tradizionalmente avviene per le Squier.

LE SORELLINE - Insomma, Squier può essere collegata direttamente a Mac, iPad ed iPhone (e a certi iPod), ma anche, se si vuole, ad amplificatori tradizionali. Una chitarra elettrica pronta a entrare nel mondo digitale anche di Apple, quindi, a un prezzo inferiore di quello della rivale Epiphone Les Paul Ultra, uscita circa un anno fa (circa 300 dollari di differenza), e di altre sorelle come quelle di Line 6. In ogni caso, si tratta di strumenti veri, e non giocattoli, sia che un utente principiante li adotti con i tutorial, sia che se ne occupi un professionista.


L'ACCESSORIO - L'addio all’amplificatore potrebbe rappresentare una svolta epocale nella produzione di musica, con la chitarra elettrica pronta a riconquistare un ruolo da protagonista anche nella musica digitale. Una curiosità. Sul sito di Apple la Squier è catalogata come... accessorio.

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Redazione Online15 novembre 2012 | 17:18

Guerra ai cloni cinesi della Vespa blitz della Guardia di Finanza all'Eicma

Corriere della sera

Cinque persone denunciate per contraffazione, si tratta di sei modelli prodotti nella Repubblica Popolare
MILANO- Nuovo blitz della Guardia di Finanza all'Eicma, il salone delle moto di Milano che apre oggi al pubblico. Nel mirino ancora una volta scooter di fabbricazione cinese dalle linee troppo simili a quelle della Vespa.

Il sequestro degli scooter cinesiIl sequestro degli scooter cinesi
Il sequestro degli scooter cinesi
Il sequestro degli scooter cinesi

Il sequestro degli scooter cinesi
   


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 DENTRO GLI STAND-Prima dell'apertura dei cancelli al pubblico, la Compagnia di Rho - Nucleo Mobile ha sequestrato ben 6 mezzi a due ruote di varie aziende: come il «Roman» presentato dalla TaoTao Group o il «WL 101Z» della Ningbo Wanli Weiye International. A conferma che il copyright è un concetto ancora estraneo alla Repubblica Popolare: uno degli scooter, infatti, viene pubblicizzato sul noto sito di commercio Alibaba come «Vespa Model».

I militari hanno denunciato per contraffazione due cittadini italiani, due cinesi e un tedesco. Dopo aver rilevato che «i prodotti sequestrati si presentano in modo molto simile al design registrato di Vespa, di esclusiva titolarità del Gruppo Piaggio». Da Pontedera ringraziamenti alla Guardia di Finanza, il «cui il cui lavoro è fondamentale per la difesa delle imprese italiane e della loro capacità innovativa a a salvaguardia dei diritti di proprietà industriale e di design delle aziende nazionali». L'anno scorso era stato portato via un tre ruote identico all'Mp3 Piaggio.


Redazione Online 15 novembre 2012 | 12:20

Possiamo svegliarci?

La Stampa

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yoani sánchez



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A volte, quando sono nervosa sogno di traslocare, di cambiare casa diverse volte senza riuscire mai a sfruttare un’abitazione. In quell’incubo ricorrente, la mia vita si disarma e le foto dell’infanzia si perdono in qualche camion da trasloco. Tutto questo mi accade soltanto nelle notti caratterizzate da una modesta inquietudine. Questa settimana è stata ben diversa. Le prime ore del mattino fuggono verso un cammino lunghissimo e oscuro.

Metto la testa sul guanciale e mi ritrovo in un sentiero circondato da alte erbe con il canto delle cicale che mi perfora l’udito. Non sono sola, accanto a me vedo volti conosciuti: i miei amici di risate e prigione, di abbracci e spaventi. Conversiamo, ma le frasi restano a mezzo perchè loro spariscono nella sterpaglia, se ne vanno... se li portano via. Ogni notte, non appena chiudo gli occhi, una fitta vegetazione torna a inghiottire i miei compagni. 

Mi alzo la mattina e mi dico: “Tutto è finito, è stato solo un sogno”. Ma dopo un istante suona il telefono e qualcuno mi racconta che Antonio Rodiles è ancora detenuto, accusato di aver resistito a un arresto tanto arbitrario quanto ingiusto. Vado al bagno ancora con le palpebre socchiuse e mi rendo conto che soltanto poche ore fa Ángel Santiesteban è stato liberato dopo essere stato fatto salire a botte in un auto della polizia. Il caffè del mattino borbotta sui fornelli mentre controllo il mio telefono mobile, zeppo di denunce sui soprusi patiti dalle Damas de Blanco in diverse zone del paese. Il mattino ha ancora il colore rosso dell’alba mentre comprendo che il lungo percorso dei miei sogni si prolunga nella realtà. 

Non è la sterpaglia, ma l’intolleranza; non è il canto delle cicale ma sono le grida degli autoritari; non è la notte ma la mancanza di libertà. Quando arriva mezzogiorno ho la netta sensazione che non posso fuggire dai miei incubi, che non servono i pizzicotti negli avambracci ed è inutile mettere la testa sotto l’acqua fredda. Resta il fatto che questi amici “portati via” sono una realtà concreta, non un delirio notturno. Mentre avanza la sera comprendo che il mio incubo è ovunque, finisco per tornare a quel campo circondato da alte erbe. Ma questa volta resto soltanto io e parlo con me stessa perchè l’oscurità non mi terrorizzi completamente. Qualcuno - che non vedo - mi afferra e mi trascina con forza tra le sterpaglie. Tra tre ore mi desterò al suono della sveglia. 


Traduzione di Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

I fedeli di Grillo alla Salsi: "Putt... era e putt... resta"

Libero


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Mercoledì sera, a Bologna, la riunione dei "grillini dissidenti". L'intervento più atteso era quello di Federica Salsi, consigliere comunale proprio a Bologna, ormai celebre per l'attacco di Beppe Grillo con tanto di riferimento al "punto G" (alias la televisione) che arrivò dopo la partecipazione della Salsi a Ballarò. Scontati gli applausi raccolti dalla consigliere al "convegno dei ribelli". Così la polemica tra Grillo e la Salsi sembrava rientrare, pur lentamente. Peccato che un documento esclusivo di TgCom24 riaccenda lo scontro in modo fragoroso e, se possibile, lo riporta a livelli ancor più vertiginosi.

Il fuorionda - "Avevano detto che non si doveva fare gossip...il mestiere di...il mestiere di...della Fede", dice un militante. E un secondo rincara: "Puttana era e puttana resta". Quindi ancora la prima voce: "...non è mica andare in televisione, è fare qualcos'altro...". Questa parte del fuorionda trasmesso da TgCom24. Ma chi è che attacca in modo così violento la Salsi? Si tratta di Marco Piazza e Massimo Bugani, due membri del Movimento 5 stelle bolognese, due esponenti considerati tra i "fedelissimi" di Beppe Grillo, presenti alla riunione di mercoledì sera".

"Putt... era e putt... resta": il fuorionda contro la Salsi


Guarda il video su LiberoTV


"Me lo dicano in faccia" - La Salsi, interpellata sempre da TgCom24, ha voluto commentare il duro fuorionda dei suoi colleghi grillini, che non lesinano parole grosse nei confronti della ribelle. "Ho visto l'agenzia di stampa con i 'complimenti' a me indirizzati - ha scritto in un sms -. L'unca cosa che ho da dire è che avevano un'occasione per dirmi in faccia quello che pensavano e non l'hanno saputa cogliere". La Salsi poi conclude: "Per il resto, voglio essere lasciata in pace. Ho due bambini a casa malati, spero che abbiano la televisione spenta".

Calderoli: "Porcellum, le liste bloccate le volle Fini"

Libero

L'ex ministro leghista: "L'allora leader di An spinse per i listini bloccati perché i voti li prendeva al Sud. Berlusconi tolse la soglia per il premio di maggioranza"


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La verità, tutta la verità, nient'altro che la verità. Giura di rivelarla Roberto Calderoli, il leghista che suo malgrado firmò il "Porcellum" (anche se, sottolinea, "io quella legge elettorale l'ho definita Porcata. Porcellum fu una definizione di Giovanni Sartori"). "Ma adesso - spiega in un'intervista a La Stampa - vi racconto come andò". Il leghista punta il dito contro il "ricatto di Casini, che voleva il proporzionale stile Prima Repubblica. E se non gliel'avessimo dato non avrebbe votato la riforma costituzionale: si trattava della devolution, della riduzione di oltre il 20% dei parlamentari. Cedemmo al ricatto. Peccato che poi la legge fu stravolta - perché era un'ottima legge - e proprio Casini ne rimase fregato".

"Le liste bloccate le volle Fini" - Calderoli, insomma, ritiene che la prima versione del "porcellum" fosse un ottimo testo. "Avevo messo una soglia per il permio di maggioranza al 40%. Sapete chi tolse la soglia? Berlusconi. Perché voleva il premio a tutti i costi". Poi il leghista racconta chi fu l'artefice del punto più contestato dell'intera riforma, i listini bloccati, che hanno cancellato preferenze e "infestato" il Parlamento di personaggi ambigui e discutibili: "Le liste bloccate non c'erano. Le volle Gianfranco Fini perché diceva che prendeva soprattutto voti al Sud e non si fidava delle preferenze". Sì, proprio Fini, quello che - sottolinea Mattia Feltri nell'intervista - "ora si straccia le vesti" proprio per i listini bloccati. E Calderoli chiosa: "Non aveva neanche tutti i torti. Ma fu proprio lui".

Il ruolo della sinistra - L'ex ministro della Semplificazione snocciola poi altre verità. La prima, sul premio di maggioranza al Senato, che non fu assegnato su base nazionale: "Il presidente Ciampi disse che il premio doveva erssere su base regionale (...). Se Prodi non ebbe la maggioranza al Senato, e cadde nel 2008, lo deve soprattutto a Ciampi". Infine, anche le responsabilità della sinistra: "Nel 2006, con Prodi premier - conclude Calderoli -, d'accordo con Napolitano proposi una legge di sei righe che cancellava il Porcellum e riportava al Mattarellum. Non ci fu verso, rimase per mesi in commissione".


Un calendario dei lavori da vergogna


Fini parla di cadaveri ma scorda il taglio alla Casta

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L'ultimo saluto
L'ultimo regalo dei camerati a Rauti: botte e insulti a Fini

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lacrime di coccodrillo
Fini, un pentimento tardivo: "Che errore tradire Berlusconi"

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mister 2 percento
La favola di Fini e l'Ufa. Alfano gli dice "no" e torna senza "quid"

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I truffati dalle pensioni. Ricongiungimenti alle stelle: le vostre storie

Libero

Per "unire" le due previdenze l'Inps arriva a chiedere centinaia di migliaia di euro. A rischio 650mila italiani.


Per chi cerca una soluzione al pasticcio rincongiungimenti è un rompicapo. Per chi, e sono 650mila italiani, quel pasticcio lo subisce è un vero e proprio dramma. Con in più la beffa, perché il caos sui ricongiungimenti pensionistici per chi ha pagato contributi a due o più enti previdenziali e ora è costretto a unire le "carriere" sta prendendo le forme di una vera e propria truffa. Si tratterebbe, infatti, di pagare fior di migliaia di euro all'Inps.

In molti casi, addirittura centinaia. Giuliano Cazzola (Pdl), vice presidente della Commissione Lavoro della Camera, una proposta per dare copertura finanziaria alla correzione dei famigerati ricongiungimenti onerosi ce l'avrebbe: basterebbero 900 milioni in 10 anni, ma riducendo i potenziali beneficiari. Intanto, però, governo e maggioranza non trovano una scappatoia e i possibili contribuenti danneggiati si stanno organizzanto e molti minacciano addirittura una class action. Noi di Libero abbiamo deciso di dare voce a chi subisce il dramma dei ricongiungimenti e di raccontarvi le loro drammatiche storie. Ecco le quattro di oggi, e le tre del giorno precedente


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La maestra a cui hanno "rubato" 12 anni di vita
Il paradosso delle riforme è che pur non avendo cambiato scrivania né lavoro e neppure contratto alle porte della pensione si scopre che la domanda di ricongiungimento (presentata  prima del 2010) non è mai stata “lavorata” e che 12 anni di contributi sono svaniti nel nulla. La storia della Maestra C.C. è tanto garbata quanto surreale: «Sono un’insegnante di scuola primaria nata nel gennaio del 1951 (data emblematica), per mia scelta personale, anche se abilitata per la scuola pubblica, lavoro a tempo indeterminato e con contratto nazionale presso un istituto religioso dal 1985 e  che all’epoca era privato.

Dal 1997 questo istituto è divenuto paritario e come tale, da quell’anno i versamenti pensionistici non sono più stati fatti presso l’Inps ma bensì, per legge, presso l’Inpdap. Nel 2003 ho inoltrato domanda all’Inpdap di ricongiungimento dei versamenti fatti in precedenza presso l’Inps», prosegue la signora C. C.,  «ma non ho mai avuto risposta e i versamenti sono ancora divisi e chissà che fine ha fatto la mia domanda. Ora per andare in pensione dovrei fare questo (maledetto) ricongiungimento ma a causa del costo per me impossibile ho rinunciato e continuerò ad insegnare per fortuna per me, con passione ben oltre i 65 anni».

«In sostanza pur lavorando dal 1985 presso lo stesso datore di lavoro, il quale ha sempre fatto i regolari versamenti e che per legge, questa volta non per mia scelta, gli stessi sono stati fatti prima all’Inps (per dodici anni) poi all’Inpdap (per quattordici anni) e di nuovo ancora da quest’anno all’Inps senza mai raggiungere i requisiti per una pensione se non ricongiungendo. Da questi passaggi di ente non ottengo benefici come la legge 122/2010 cercava di eliminare, bensì mi ritrovo con la pensione cancellata.

So già che se non cambierà nulla dovrò ricorrere legalmente per ottenere (forse) giustizia ma questo allontanerà ancora di più la pensione.  Sono veramente arrabbiata per questa situazione ma spero visto l’assurdità  della fattispecie, del numero notevole della persone coinvolte, che qualche Professore si renda conto del guaio e che dall’alto delle loro illuminate conoscenze ponga rimedio. Sono sarcastica, lo so, ma lo sono cosciente e volutamente».

Il dipendente: "Svaniti tre anni di contributi al ministero di Elsa"
Il fato gioca brutti scherzi anche ai dipendenti del ministero del Lavoro, oggi guidato da Elsa Fornero. Capita anche ai tecnici della materia di trovarsi imbrigliati nelle modifiche apportate notte tempo con un semplice articoletto buttato di fretta e furia dentro ad una legge estiva. «La mia vicenda paradossale», premette il dipendente pubblico che si firma non a caso “Situazione Paradossale”, «come dipendente di ruolo dell’Isfol, l’ente di ricerca del ministero del lavoro, Ho maturato 33 anni di contributi versati all’Inps; in aspettativa dall’Istituto dal 2009 al 2012, ho lavorato per il ministero del Lavoro per 3 anni (che ha versato regolarmente i contributi all’Inpdap).

Per ricongiungere i due periodi è stato calcolato un onere -a mio carico- di circa 70.000 euro, praticamente l’importo che corrisponderebbe a 3 anni di contributi. In questo caso la mano destra del ministero non sa quel che fa la sinistra. E chi paga sono io, che mi trovo oggi con un “buco” previdenziale di 3 anni, da dover riempire con tre anni supplementari di lavoro». Insomma, passando da un ente di ricerca del ministero del Lavoro al dicastero da cui dipende il ministero il nostro “Situazione Paradossale” è incappato nelle maglie dell’articolo 12 e dovrà soggiornare ancora all’Istituto perché i 3 anni lavorati a via Flavia sono evaporati. Di paradosso in paradosso. Come ci racconta V. B.: «Io ho lavorato per 17 anni come geometra libero professionista fino a quando ho vinto il concorso come tecnico comunale.

Dunque ho dovuto chiedere il ricongiungimento dei contributi anche perché mi si prospettava una pensione da libero professionista per 17 anni di lavoro per una “ragguardevole” somma di circa 3.000 euro lordi l’anno (meno del sussidio elargito ad un extracomunitario). Allora ne ho approfittato e ho chiesto il ricongiungimento per altri 3 anni in cui ho lavorato come artigiano quando ero ragazzo. La domanda di ricongiungimento l’ho presentata nel 2001 ed ho avuto la risposta dopo ben 10 anni quando mi hanno presentato il conto: 30.000 euro da pagare in 15 anni. Penso che continuerò a pagare, per avere la mia pensione, anche ben dopo la quiescenza».

Il dirigente che per colpa di Tremonti perde 300mila euro
«Nell’estate del 2010, alla presentazione al Parlamento della finanziaria “estiva”», racconta P. M. «blindata dal voto di fiducia, il duo Tremonti-Sacconi hanno furtivamente inserito, all’ultimo momento, una norma» che offre una «prospettiva di un futuro da fame, pur avendo versato negli anni di lavoro tutti i contributi dovuti».  P. M. accusa la retroattività della norma: entrata in vigore (approvata il 30 luglio veniva posta la sua entrata in vigore dal 1 luglio).

«Con la finestra di luglio 2011 sarei potuto andare in pensione, avendo, allora, 60 anni di età e 40 anni di versamenti pensionistici. “Purtroppo” i miei  40 anni sono divisi in versamenti di: 19 anni in Inps e 21 anni in Inpdap. La qual cosa non sembrerebbe particolarmente negativa o riprovevole, ma per la legge risulta essere un “reato” tale da prevedere una sanzione di  300.000 euro o, in alternativa, la penalizzazione del 40% della normale pensione spettante a chi invece non ha mai lasciato il proprio settore, per pura fortuna o per una scelta del non rischio,  pur avendo versato gli stessi contributi. Fino al 2010 la ricongiunzione», spiega, «era onerosa in Inpdap e gratuita in Inps, in quanto il regime pensionistico del primo ente era ed è più alto rispetto a quello dell’Inps.

Con la legge del 2010 la ricongiunzione in Inps da gratuita è passata a ben 202 mila euro di costo, in unica soluzione o 300 mila euro circa se rateizzata . Per tale motivo non sono potuto andare in pensione, attendendo, purtroppo invano, che il precedente ministro sanasse l’errore normativo, perché di errore si deve parlare e non di scelta politica, come ammesso dallo stesso Sacconi. In tutto questo tempo, dal 2010, nessuno, sia del precedente che dell’attuale governo, ha voluto prendere in esame la questione e sanare un abominio legislativo e una irrazionale vessazione nei confronti dei lavoratori “colpevoli” di aver solamente cambiato lavoro».

Il paradosso, come spiega il nostro lettore, è che l’aver cambiato lavoro (e quindi istituto previdenziale) viene oggi indicato come il futuro di una società non ancorata al posto fisso. «Alla Fornero  ho chiesto di non essere considerato come un onesto lavoratore che ha versato per 42 anni tutti i contributi dovuti, ma di essere trattato come un “perfido” esportatore di capitali nei paradisi fiscali: i 300.000 euro richiesti per la ricongiunzione vengano trattati come capitali da “scudare”. Pago solo il 5% e sano tutto. E invece no. Quei simpatici “spalloni” vengono preferiti a noi, mascalzoni “cambiatori di lavoro”».

Il manager: ha versato 2 mln. E non è ancora finita
Pagare quasi due milioni di euro di contributi, lavorare una vita e vedersi recapitare la richiesta aggiuntiva di quasi 400mila euro di integrazione contributiva per ottenere un assegno pensionistico più pesante. «Sono un ex dirigente», racconta A. L. M. «instancabile nel lavoro, ma, per motivi  di famiglia, nel febbraio del 2011 presento  domanda di pensione all’Inps.  Dopo un assordante silenzio  durato un anno, ecco arrivare nel gennaio 2012  la risposta: per ricongiungere all’Inps  i tuoi due periodi contributivi maturati   presso Casse diverse (Inps per per 25 anni   ed  Inpdap per 14 anni ), devi versare   108.953,39  euro in unica soluzione, o, se credi, anche  in più rate, con l’interesse annuo del 4,5%!!  

L’Inpdap, nel frattempo, certificava, con propria  nota  all’Inps, a me per conoscenza, che nei 14 anni della mia vita contributiva  ho versato nella Cassa-Inpdap la somma  di   905.184,91 ( novecentocinquemilacentottantaquattro/91) euro, ovvero  65.000 euro circa per anno solare!!! Nei 25 anni anni precedenti, invece nella Cassa-Inps, nella posizione di dipendente  quadro prima e dirigente dopo, ho versato contribuzioni, attualizzate  al febbraio 2012, per  un importo ben superiore!! Quindi  il  totale complessivo  versato alle Cassa-Inps prima  e Cassa- Inpdap dopo  è di oltre 2  (due) milioni di euro!  P.S.

L’Inpdap, molto gentilmente peraltro, mi aveva fatto sapere che se avessi invece fatto domanda all’Inpdap, avrei  dovuto pagare per il ricongiungimento solo  397.850,00 euro per  avere  ben  1.100,00 euro lordi in più al mese rispetto a quanto prospettatomi dall’Inps. Se Sacconi e Tremonti non porranno rimedio a questa malefatta, strapperò già con le prossime elezioni  politiche la tessera elettorale, per non votare mai più per il resto della mia vita». Ultimo paradosso: oggi Inps e Inpdap (più Enpals) sono un unico ente previdenziale. Ma i contributi restano divisi e irricongiungibili.


La storia - "Dopo 40 anni di lavoro, mi chiedono 300mila euro"


La storia - "27 anni di contributi, ora voglio 350mila euro"


La storia: "Mai cambiato impiego, eppure mi stangano"

Venditori truffaldini in rete e gli acquisti (non) garantiti da PayPal

Corriere della sera

Pinamonti (manager PayPal): «Un caso su un mille,  ma abbiamo proceduto al rimborso del 75% della spesa»
«La protezione acquirenti, PayPal ti tutela a ogni costo», secondo Marco Giacomello, dottorando all'Università di Bologna, laureato in giurisprudenza ed esperto di diritto e tecnologie, la seguente affermazione avrebbe persino i connotati di pubblicità ingannevole. Al netto delle sue opinioni resta il caso.


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LA VICENDA - Di un acquisto di un televisore comprato online attraverso il circuito PayPal (dagli osservatori ritenuto sicurissimo, va precisato). E mai recapitato dal venditore. Una sorta di pacco telematico. Un pacco 2.0. Visto che a Giacomello, ignaro acquirente, è stato persino inviato un pacco con corriere DHL, con relativo codice di tracking online. Peccato che al suo interno ci fosse una semplice busta con tanto di fantomatica fattura e l'indicazione che il televisore Philips (costo 891 euro, leggermente più basso rispetto al prezzo di mercato) sarebbe stato spedito all'indirizzo del destinatario da lì a qualche giorno. Il televisore, in realtà, non è mai arrivato.

LA TRUFFA - Spiega Giacomello nel suo sito che è stato vittima di un truffatore che ha persino rubato l'identità a un vero rivenditore di televisore marchigiano, tale D'Onofrio Antonio, accreditandosi sul suo conto la cifra richiesta. Inevitabile per Giacomello la richiesta di assistenza a PayPal, che non poteva intervenire perché alla società controllata da eBay risultava tracciato e andato a buon fine l'ordine di spedizione. Anzi l'operatore di call center ha replicato piccatamente alle richieste di Giacomello, sostenendo di non «poter fare indagini su quello che viene spedito» attirando così il suo risentimento. Da qui la denuncia alla polizia postale, in attesa di lumi.

LA REPLICA - Giulio Montemagno, general manager Western Europe di PayPal, ha risposto però alle sollecitazioni di Corriere.it - a margine di un convegno sul mobile commerce - rassicurando sulle procedure di sicurezza del gruppo (attraverso specifici programmi di protezione) e sottolineando che il caso di Giacomello si verifica una volta ogni migliaia di transazioni, a causa di un furto di identità. E alla disattenzione dell'acquirente che non ha notato in tempo che il sito fosse non aggiornato. Ad ogni modo - ha precisato - «stiamo procedendo al rimborso del 75% del costo pagato da Giacomello», scusandosi per la poca professionalità dimostrata dall'operatore di call center. Tutto è ben quel che finisce bene, ma occhio alle truffe.


Fabio Savelli
FabioSavelli15 novembre 2012 | 16:11

Il sindaco del Pd ai volontari della Misericordia:«Via il crocifisso dall'ufficio»

Corriere della sera

E loro: «Non si tocca, resta appeso nonostante il regolamento e la lettera del Comune»

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LIVORNO – Il crocifisso va tolto dalla parete a «garanzia della laicità del locale che è pubblico e a uso civico» ordina il Comune di Rosignano Marittimo (centrosinistra, con sindaco del Pd) con tanto di documento ufficiale con timbri e firme inviato al distaccamento della Misericordia di Castelnuovo, paesino sulle colline a pochi minuti di auto dalla godereccia Castiglioncello (quella del Sorpasso di Dino Risi e dei festival dedicati al cinema). Apriti cielo. L’antica e venerabilissima Confraternita della Misericordia, una potenza cattolica del volontariato e della protezione civile (tra le altre cose le Misericordie hanno ambulanze, gestiscono cimiteri, organizzano trasporto pazienti) legge il documento e inorridisce. «Il crocifisso? Non si tocca», avvertono all’unanimità i dirigenti e immediatamente avvertono dell’affronto il vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti e i vertici nazionali dell’associazione.

 Il crocifisso nella sede della Misericordia Il crocifisso nella sede della Misericordia Il crocifisso nella sede della Misericordia Il crocifisso nella sede della Misericordia Il crocifisso nella sede della Misericordia

IL SINDACO - Ma il Comune di Rosignano, sindaco Alessandro Franchi (Pd) in testa, non arretra di un passo. E non solo non annulla la richiesta ma toglie le deleghe a un assessore ribelle dell’Idv che aveva concesso i locali all’associazione senza informare la giunta. «Il sindaco per tre volte mi aveva “consigliato” di non andare all’inaugurazione del nuovo distaccamento – racconta l’assessore “trombato” Luca Simoncini – ma io ho “disobbedito” agli ordini e mi sono presentato nella stanza dove era ancora appeso il crocifisso. Due giorni dopo sono stato cacciato».

IL VESCOVO - All’inaugurazione è arrivato anche il vescovo Giusti che ha benedetto i locali e lanciato un sorriso di approvazione verso il Cristo appeso alla parete. Insomma, quasi un «caso diplomatico», o forse più prosaicamente una storia postmoderna alla Peppone e don Camillo. Anche se dietro la storia pare si nascondano rivalità mai assopite tra la cattolica Misericordia e la laicissima Società volontaria di soccorso (Svs), da sempre un faro nella rossa Livorno. E che guarda caso nel centro civico ha una stanza accanto ai rivali cattolici. «Quella stanza era stata data in concessione alla Svs – conferma l’ex assessore – ma siccome non veniva utilizzata abbiamo deciso di accettare la richiesta della Misericordia. So per certo che dopo questa scelta alcuni alti dirigenti della Svs hanno telefonato arrabbiatissimi al sindaco.

Che poi si è infuriato con me». Il sindaco Alessandro Franchi smentisce l’ex assessore: «Non ho ricevuto alcuna telefonata e comunque non sarebbe servita a niente – spiega -. Le deleghe all’assessore sono state tolte perché la stanza è stata data arbitrariamente in concessione senza informare la giunta. E questo è solo l’ultimo errore che ha commesso Simoncini durante il suo mandato. Il suggerimento di togliere il crocifisso è stato deciso solo per ottemperare al nostro regolamento che vieta nei centri civici, che sono utilizzati da più soggetti e associazioni, di apporre simboli di ogni genere. Comunque nessuno toglierà il crocifisso in quella stanza e questo Comune, che resta laico, continua a mantenere ottimi rapporti con i rappresentanti di tutte le religioni».

IL CROCIFISSO RESTA - Dunque il crocifisso resta appeso, nonostante il regolamento e la lettera del Comune. «Noi non abbiamo nessuna intenzione di toglierlo – conferma il responsabile della Misericordia di Castelnuovo, Andrea Filippi – perché è un simbolo della nostra cultura, non offende nessuno e non accettiamo diktat sulla libertà di professare il nostro credo religioso. Infine il crocifisso è il simbolo del cristianesimo che, se non sbaglio, unisce idealmente non solo l’Italia ma tutta la nostra Europa». Sulla vicenda il consigliere di «Più Toscana», Gian Luca Lazzeri, ha presentato un’interrogazione alla giunta regionale nella quale si parla di un grave atto che riporta alla memoria odiosi sentimenti anti clericali.

Marco Gasperetti
15 novembre 2012 | 12:40

Ha isolato il virus dell'aviaria Pronta a fuggire dall'Italia

Corriere della sera

Per lei spazi ridotti nella mega struttura di Padova

La «Torre della ricerca» a PadovaLa «Torre della ricerca» a Padova

Quando stamane gli presenteranno Ilaria Capua come una fuoriclasse simbolo della ricerca italiana nel mondo, Giorgio Napolitano abbia chiara una cosa: senza una svolta se ne andrà anche lei. Dove lavora, infatti, le hanno detto che deve accontentarsi degli spazi che ha. Inaccettabile, per chi gioca una partita planetaria.

Romana, laureata in veterinaria a Perugia, specializzata a Pisa, anni di esperienza in giro per il mondo, direttrice e anima del dipartimento di Scienze biomediche all'Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie a Padova, Ilaria Capua non è stata scelta a caso per rappresentare questa mattina il settore scientifico agli Stati Generali della Cultura organizzati a Roma dal Sole 24 Ore , dall'Accademia dei Lincei e dalla Treccani.

Qualche anno fa s'impose isolando coi suoi collaboratori, primo fra tutti Giovanni Cattoli, il primo virus africano H5N1, la nasty beast (brutta bestia, secondo la definizione di Nature ) dell'influenza aviaria umana. Quella nuova forma di peste che, se infetta qualcuno, la maggior parte delle volte lo ammazza. Ciò che la rese celeberrima fu tuttavia il passo successivo. Cioè la risposta che diede all'alto funzionario dell'Oms che l'aveva chiamata per chiederle di mettere tutto ciò che sapeva in un database privato del quale avrebbe avuto una delle 15 password d'accesso.

Quella scelta di condividere la scoperta in una cerchia ristretta poteva significare fama, finanziamenti, prestigio, soldi. Ma lei, come ricorda nel libro recentissimo «I virus non aspettano» (Marsilio) decise di rifiutare quell'occasione di entrare in un cenacolo di eletti: «Ero assolutamente basita. Intimidita e scandalizzata al tempo stesso. Ma vi sembra un comportamento serio e adeguato alla situazione? I virus non aspettano.

Siamo nella fase di espansione di una malattia epidemica, che per la prima volta nella storia colonizza il continente africano. L'Africa è piagata dalla povertà e dalla malnutrizione. Un virus che uccide i polli e le galline sottrae nutrimento anche alle fasce più povere della popolazione, l'epidemia è destinata ad allargarsi a macchia d'olio, e in una popolazione già flagellata dall'HIV e dalla malaria, per dirne solo due, un'altra infezione trasmissibile alle persone è pioggia sul bagnato». Dunque «era assolutamente indispensabile che le forze si unissero e quindi dare l'informazione soltanto a quindici laboratori mi sembrava insensato».

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E così mise la sua scoperta su «GenBank», a disposizione di tutti. Guadagnandosi «lettere di sostegno da tutto il mondo, un servizio su Science , un hip hip urrà da Nature , un'intervista in doppia pagina con ritratto dal Wall Street Journal , un editoriale sul New York Times . Ma anche una valanga di critiche dure e taglienti dai colleghi che appartenevano al gruppo dei quindici laboratori afferenti al database privato». Li lesse anche Kofi Annan, quegli articoli. E volle capire com'era andata perché gli pareva impossibile che scoperte in grado di salvare la vita alle persone potessero venire egoisticamente tenute nascoste.

E si mise in moto un meccanismo che ha portato nel tempo a una maggiore trasparenza e condivisione delle informazioni utili a tutti. Insieme con le rampogne dei colleghi più navigati, Ilaria Capua ha raccolto in questi anni anche i riconoscimenti più prestigiosi. Come il «Penn Vet World Leadership Award» che, spiega nella prefazione al libro lo scienziato americano Alan M. Kelly «è di gran lunga il riconoscimento più prestigioso nel campo della medicina veterinaria». Prima donna a riceverlo, prima sotto i sessant'anni.

Va da sé che, accumulando via via successi professionali e accrescendo la sua «collezione di virus» che per un centro di ricerca simile equivale alle ricchezze di una biblioteca, la scienziata è riuscita ad attirare sempre più investimenti e raccogliere intorno a sé una settantina di ricercatori. Fino ad avere sempre più bisogno di spazio per competere coi grandi centri internazionali. Per usare il paragone di Roberto Perotti sull'università: se la squadra di Villautarchia rifiuta di partecipare ai campionati più duri e si accontenta delle amichevoli per non misurare il valore dell'allenatore e dei giocatori, non potrà mai avere Ronaldinho. Occorre giocare ad alto livello.

Ed eccoci a oggi. Da luglio, a Padova, è pronta la «Torre della ricerca» voluta, progettata, finanziata e costruita da «la Città della speranza». La fondazione non profit che, dopo essere entrata nel cuore degli italiani tirando su in un solo anno un intero lotto ospedaliero destinato a salvare i bambini colpiti dal tumore, (tutto con soldi dei generosi donatori senza un centesimo di denaro pubblico) si è ingrandita fino a diventare il centro italiano della guerra alla leucemia infantile. Anche stavolta, avuti in regalo 10 mila metri di terreno dal consorzio della zona industriale di Padova, «la Città della speranza» ha fatto quasi tutto da sola.

E in due anni e mezzo, tutto compreso, contando sulla generosità non solo del progettista Paolo Portoghesi e delle imprese coinvolte («in pratica hanno recuperato tutti le spese vive», racconta Franco Masello, l'anima storica della fondazione) è nato quello che dovrebbe essere, coi suoi dieci piani, i suoi 13.200 metri quadri di laboratori, i suoi 350 ricercatori, il più grande e moderno centro europeo per la ricerca sulle malattie infantili. Il posto giusto anche per Ilaria Capua. Infatti lì era previsto andasse con la sua struttura, comunque ancorata allo Zooprofilattico Sperimentale. Tutto deciso. Da due anni. Con tanto di finanziamento regionale.

Ma ecco, improvvisamente, la svolta. Con la retromarcia dell'Izs. «Praticamente volevano che cedessimo loro due piani gratuitamente», spiega Franco Masello. «Ma noi non ce lo possiamo permettere. Noi non guadagniamo un euro da questo sforzo enorme da 32 milioni che abbiamo fatto, ma una parte dei soldi vogliamo recuperarla per investirla nella ricerca». «Spostati pure, per un paio d'anni finché costruiamo i laboratori nuovi nostri, ma puoi portarti dietro solo la metà dei tuoi», sarebbe stato offerto a Ilaria Capua. Una proposta considerata irricevibile. Perché non andare nel posto giusto, condividendo con centinaia di ricercatori idee, scoperte, macchinari?

E davanti al braccio di ferro, la scienziata ha fatto capire che se fosse costretta potrebbe andare via: bye bye... La voce di un possibile addio è scoppiata nel Veneto come un candelotto di dinamite. Scatenando le ire trasversali del governatore leghista Luca Zaia e del sindaco padovano democratico Flavio Zanonato. Decisi l'uno e l'altro, con ipotesi e accenti diversi, a trovare una soluzione. Perdere altri «cervelli» in una situazione così, mentre «la Città della speranza», nonostante i nuvoloni della crisi, investe sul futuro, sarebbe davvero un delitto.

Gian Antonio Stella15 novembre 2012 | 9:48

50 anni di laser a semiconduttore La tecnologia che ha cambiato il mondo

Corriere della sera

Dai lettori cd al mouse, dalle fibre ottiche alla chirurgia. L'invenzione, perfezionata nel 1962, valse premio Nobel

Cinquant’anni fa, nel 1962, nasceva un tipo di laser che avrebbe soddisfatto le speranze nate immediatamente dopo la sua invenzione due anni prima, nel 1960. Quando, infatti, il fisico e ingegnere americano Theodore Harold Maiman creava il primo laser a rubino il commento diffuso era una battuta rimasta celebre: «È una soluzione in cerca di un problema». Maiman aveva lavorato sulla fisica esplorata da Nikolaj Basov, Alexandr Prochorov e Charles Townes che per questo conquisteranno nel 1964 il premio Nobel con grande disappunto di Maiman, immeritatamente ignorato nell’occasione.


Robert HallRobert Hall

APPLICAZIONI - Tuttavia il laser diventò una preziosa risposta tecnologica per una miriade di applicazioni quando, appunto nel 1962, Robert N.Hall nei laboratori di ricerca della General Electric compiva un passo fondamentale, sviluppando il laser a semiconduttore, quindi a stato solido e noto anche come diodo laser, che troverà rapida diffusione nei campi più disparati. In questo era favorito dalla sua natura tecnologica più pratica e quindi più facilmente utilizzabile rispetto ai laser «pompati otticamente» ottenuti in laboratorio.

LETTORI - Con il diodo laser si potevano fabbricare dai lettori cd ai lettori di codici a barre dei supermercati, dai mouse per computer ai puntatori laser. Oppure era possibile impiegarli come sorgenti luminose nelle fibre ottiche o negli strumenti di misurazione tipo i telemetri. Proprio per le sue doti di praticità veniva quindi maggiormente impiegato acquistando popolarità. Ma diventava anche un esempio di come una ricerca di base, sia pure orientata, era in grado di sfociare in un prezioso risultato industriale.

CHIRURGIA - Nel mezzo secolo trascorso dalle origini i laser hanno avuto utilizzi diversissimi e straordinari perché hanno rivoluzionato dalle tecnologie della produzione a quelle delle trasmissioni e pure della salute. Anzi proprio in questo campo già nello stesso 1962 trovava una prima applicazione per le micro-saldature negli interventi chirurgici alla retina. Robert N. Hall, dopo lo straordinario risultato, spaziava nelle sue ricerche occupandosi del mondo fotovoltaico e delle celle solari. Quando si ritirò nel 1987, nella sua carriera aveva accumulato 43 brevetti guadagnandosi a buon diritto l’appartenenza alla National Inventors Hall of Fame.

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LEZIONE - Ma la sua storia dimostra anche un fatto importante da ricordare, soprattutto in questo periodo di crisi: le spese in ricerca sono un investimento produttore di ricchezza. E il mondo privato italiano dovrebbe ricordarsene visto che nelle statistiche internazionali brilla per il suo distacco e lo scarso impegno. «La nostra società – precisa Sandro De Poli, presidente e a.d. di General Electric Italia – investe annualmente in ricerca e sviluppo il 6% del fatturato e pure nei momenti difficili come l’attuale lavora per preparare innovazioni utili sia per uscire più rapidamente dalle difficoltà sia per garantire un futuro di sviluppo». La percentuale citata, tradotta in moneta, significa 6 miliardi di dollari; cioè un poderoso investimento che alimenta il centro di Schenectady (New York) e gli altri laboratori attivi dalla Germania all’India, al Brasile, sui fronti tecnologici più disparati come testimonia la tradizione delle loro innovazioni comprendenti dalla televisione alla risonanza magnetica.


Giovanni Caprara
14 novembre 2012 (modifica il 15 novembre 2012)

Quando dietro al comico c'è uno scrittore serio

Luca Doninelli - Gio, 15/11/2012 - 08:24

"Alto come un vaso di gerani" è il primo libro di Giacomo Poretti del trio Aldo, Giovanni e Giacomo. Anomalo, profondo e pieno di sorprese narrative

L'uscita di Alto come un vaso di gerani (Mondadori, pagg. 136, euro 16) di Giacomo Poretti, ossia il trentatré virgola tre periodico percento del più famoso trio comico italiano, suggerisce qualche pensiero.


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Qualche anno fa andavano di moda i libri scritti dai comici che andavano per la maggiore. Alla gente piaceva ridere e i libri di questi comici erano, diciamo così, una specie prolungamento delle risate prodotte dagli spettacoli o dalle apparizioni televisive. Nel senso che erano libri comici, scritti per far ridere. Questi libri scalavano le classifiche di vendita, e ciò è naturale.

Non tutti i comici obbedivano però a questo piacevole diktat. Ricordo, per esempio, Gene Gnocchi, che scrisse un libro di racconti molto seri. Già qualche anno fa, insomma, quando in Italia c'era molta più voglia di ridere rispetto a oggi, i comici non erano solo produttori di risate: erano anche gli interpreti del nostro tempo. Allora, al vertice della notorietà c'erano Aldo, Giovanni e Giacomo, che sono probabilmente l'ultimo grande gruppo comico nel quale, a un certo momento, l'intero Paese si sia riconosciuto.

Non solo i loro spettacoli e i loro film diventarono oggetto di culto, ma le loro battute e i loro tormentoni entrarono talvolta a far parte della lingua italiana. Tuttavia il trio non produsse alcun libro, non cercò guadagni supplementari, e nemmeno i suoi membri vollero atteggiarsi a intellettuali. Sono stati gli anni, gli eventi, le circostanze, insomma la Vita a svolgere e maturare altri semi che, evidentemente, covavano nella fertile terra del trio.

Così, un bel giorno, quasi di sorpresa, si scoprì che uno dei tre era anche uno scrittore e un intellettuale, ma soprattutto uno scrittore: Giacomo Poretti. Avvenne in occasione dell'insediamento in Milano del Card. Scola. Invitato, insieme con altri, a dare il benvenuto al nuovo arcivescovo, Giacomo Poretti tenne un memorabile discorso che fu subito postato in mille blog e social network, e poi pubblicato su carta, aprendo di fatto al suo autore una nuova carriera parallela.

Alto come un vaso di gerani è il primo esito in forma di libro di questa evoluzione. Un libro semplice, profondo nel quale Giacomo porta a maturazione la sua avventura umana: ragazzino di provincia, attore, padre di famiglia. Perché tutti questi aspetti potessero trasformarsi in un libro capace di sfidare questo tempo triste con un sorriso vero (e quindi serio) ci voleva, oltre a tutto questo, anche uno scrittore.

Il libro, pur filando via liscio grazie alla struttura in quattro grandi capitoli e all'ordine cronologico degli eventi, è pieno di sorprese. Giacomo non pialla le differenze tra racconto e racconto, le differenze stilistiche nate dalle diverse occasioni in cui questi racconti videro la luce. È un libro che procede per epifanie, talora nostalgico, altre volte duro. Si parla dell'amore dei genitori, delle colonie estive, della passione politica, della vita di paese, del cimitero di paese ormai pieno di persone conosciute (una struggente Spoon River personale), e c'è spazio anche per l'intervista a un atomo di carbonio.

Giacomo non si nasconde in questo libro, e non nasconde un sentimento fondamentale, la paura. Però non ha paura della paura, la affronta, fino a scoprire - tra Guareschi e Manzoni - che l'oggetto della sua paura ha un nome misterioso e per niente astratto: Dio. Negli anni recenti ho letto pochi libri come questo dove Dio agisca come un personaggio vivo. Dio ascolta sempre le nostre preghiere, dice Giacomo, anche quando sembra sordo.

A Lui, per esempio, non importa che Giacomino Poretti, alto come un vaso di gerani, Gli chieda insistentemente di diventare alto. Non lo farà diventare alto, ma prenderà sul serio il vero senso della sua domanda: quello di diventare grande. Tra risate e qualche discesa agli inferi, ma anche qualche salita in cielo, Alto come un vaso di gerani ci parla di un uomo. Non rinunciare alle risate ma tenerle al livello del dramma che tutti stiamo attraversando è il segno distintivo del vero scrittore.

Turchia, il primo ministro invoca la pena di morte

Corriere della sera

di Riccardo Noury


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“Attualmente molta gente, nei sondaggi, dichiara che la pena di morte dovrebbe essere ripristinata. I familiari delle persone uccise vivono nel dolore, mentre altri si sollazzano alle feste mangiando kebab”.

Parole pronunciate durante il congresso annuale del Partito per la giustizia e lo sviluppo, forse destinate a galvanizzare una “audience” interna. Di fatto, tuttavia, il 3 novembre il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan (nella foto) ha nuovamente introdotto il tema della pena di morte nell’agenda politica del paese.
Anche perché ci è tornato sopra, a freddo, otto giorni dopo, sostenendo che “il potere di perdonare spetta alle famiglie colpite, non a noi” e lanciando questa domanda: “La pena di morte è stata abolita in Europa. Ma è stata abolita negli Usa, in Giappone e in Cina? No. E allora vuol dire che in alcuni casi la pena di morte è legittima”.

Il contesto nel quale si torna a parlare della pena di morte in Turchia è quello della protesta di massa dei detenuti curdi, che rifiutano il cibo in alcuni casi anche da più di due mesi. I quasi 700 prigionieri in sciopero della fame, cui si sono recentemente uniti anche cinque parlamentari e il sindaco di Diyarbakir, chiedono la fine dell’isolamento cui è sottoposto l’ex leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan, Abdullah Őcalan – dal 1999 in cella nel carcere di Imrali, un’isola del mar di Marmara – e del divieto di autorizzare colloqui tra il detenuto e il suo avvocato. Chiedono inoltre di poter usare senza restrizioni la loro madrelingua, nella sfera pubblica, nel corso dei processi e nel campo dell’istruzione. Erdoğan li ha definiti ricattatori e mercanti di morte.

Amnesty International si è detta preoccupata per le notizie secondo le quali, nelle settimane passate, i prigionieri in sciopero della fame nelle carceri di Silivri e Sakran sono stati posti in isolamento mentre in quella di Tekirdag le guardie carcerarie hanno sottoposto a maltrattamenti chi stava prendendo parte alla protesta.

Le autorità penitenziarie avrebbero inoltre, in alcuni casi, limitato l’accesso ad acqua, zucchero, sale, vitamine e altre sostanze che vengono aggiunte all’acqua assunta dai prigionieri in sciopero della fame. Secondo gli standard internazionali sui diritti umani, lo sciopero della fame è una protesta pacifica e le autorità della Turchia hanno il dovere di rispettare il diritto alla libertà d’espressione dei prigionieri, compreso il diritto a protestare in tale forma.

Il ricorso allo sciopero della fame non è una novità nella recente storia della Turchia e i precedenti ci dicono che chi lo porta avanti è disposto a proseguire fino alle estreme conseguenze.
Il collegamento tra la situazione di Őcalan, lo sciopero della fame in corso e la pena di morte è stato esplicitato proprio dallo stesso Erdoğan, con una bella punzecchiata verso l’Unione europea:
“Nei confronti di questo capo del terrorismo era stata emessa la pena di morte, dato che aveva causato la morte di decine di migliaia di persone. Ma questo paese ha abolito la pena di morte a causa di pressioni da luoghi che conosciamo bene. Ora è in carcere a Imrali proprio perché abbiamo abolito la pena di morte”.
Gli ha fatto immediatamente eco il Partito del movimento nazionalista, il cui parlamentare Zuhal Topçu, uno dei principali consiglieri del leader Devlet Bahçeli, ha dichiarato:
“Noi vogliamo soprattutto l’esecuzione del terrorista Őcalan. Siamo arrivati a questo punto” – riferendosi alle rivendicazioni dei detenuti che rifiutano il cibo – “a causa delle concessioni che abbiamo fatto ogni volta. Se oggi lo sciopero della fame è al centro dell’attenzione è per via di tutte le concessioni fatte in passato”.
La pena di morte in Turchia è stata definitivamente abolita nel 2004, quando una maggioranza risicata approvò la legge 5218 del 14 luglio. Due anni prima era stata abolita per i reati in tempo di pace, ben 29, previsti dal codice penale del 1926. L’ultima esecuzione ha avuto luogo nel 1984.
C’è chi sostiene che Erdoğan abbia sollevato il tema della pena di morte per raccogliere consensi in vista della campagna per le elezioni presidenziali del 2014. Un editoriale del prestigioso Hurriyet lo ha ammonito a non creare “eroi”, ricordandogli che la pena di morte contro il terrorismo politico non serve a niente. Il rappresentante turco presso l’Unione europea si è affrettato a precisare che “non c’è niente di concreto in vista del ripristino della pena di morte. È stata solo una dichiarazione del primo ministro”.

“Solo”?