martedì 13 novembre 2012

Consigliere Pdl attacca Vendola: «Sei viscido come la vaselina che usi». E la rete insorge

Corriere della sera

Il post omofobico su Twitter di Andrea Di Pietro, consigliere comunale a Vigevano, scatena il putiferio sui social network
Un attacco omfobo, razzista e di dubbio gusto. È quello portato avanti dal consigliere comunale del Pdl di Vigevano Andrea Di Pietro nei confronti di Nichi Vendola, presidente della regione Puglia. «Vendola è tanto viscido come la vaselina che usa!!», ha scritto su Twitter Andrea Di Pietro.


Il tweet di Andrea Di Pietro


AZIONE GIOVANI E PENA DI MORTE- Inevitabilmente gli utenti si sono scagliati contro il consigliere comunale, alcuni con toni civili altri meno. «Lei è tanto viscido quanto il tweet che ha scritto! #sivergogni», scrive qualcuno. «Sei un omofobo razzista», attacca qualcun altro. E come spesso succede sui social network, è partito il bombardamento di messaggi. Tanto che Andrea Di Pietro ha dovuto rispondere con un post su Facebook in cui ha tentato di difendersi: «Per le cose serie il popolo di internet non reagisce mai con un accanimento pazzesco che alcune persone stanno facendo nei miei confronti... Era una semplice battuta che avevo fatto ed ovviamente è stata interpretata male...». A nulla sono valse le proteste della comunità gay, Di Pietro non fa marcia indietro: «Se il popolo gay si è irritato io non posso farci nulla...

Non era riferito a voi e non era offensivo!! Come molti di voi gay si stanno comportando nei miei confronti! Siete voi i primi che dovete il rispetto alle persone che non hanno la vostra tendenza ... Cosa volete farmi adesso per una semplice battuta? volete giustiziarmi in piazza?!?». Il tentativo di giustificarsi non però è servito a nulla. E agli insulti degli iscritti a Twitter si sono aggiunti anche quelli di Facebook. Ma chi è Andrea Di Pietro? Sul suo sito si legge: «Andrea ha 31 anni, è nato a Vigevano il 2 febbraio 1981, è Laureato in Scienze Giuridiche. Ha iniziato la sua attività politica nel 2000. Fonda nel 2004 a Vigevano il movimento giovanile Azione Giovani dove ha sempre svolto con passione la carica di Presidente». In un articolo di cronaca locale postato sul suo sito Di Pietro si dice inoltre a favore della pena di morte.


Il post su Facebook


RICHIESTA DI DIMISSIONI - Come spiega Gay.it non sono mancate anche le reazioni del mondo gay e lesbico. Arcigay Pavia ha immediatamente chiesto le dimissioni del consigliere ed ha rivolto «un appello affinché il Sindaco, la Giunta e il Consiglio comunale di Vigevano nonché il Pdl provinciale prendano una dura presa di posizione nei confronti del consigliere comunale Di Pietro». «L’omofobia è alimentata dal pregiudizio, dalle parole e dagli accostamenti volgari - ha dichiarato il presidente Giuseppe Polizzi -. Ci auguriamo che Andrea Di Pietro si renda conto della volgarità delle sue parole e voglia chiedere scusa, dimettendosi. Ci auguriamo che Vendola voglia denunciarlo, perchè l’onore e l’orgoglio di essere omosessuali vanno difesi nei Tribunali». Ma Di Pietro a dar le dimissioni non ci pensa nemmeno. Contattato per telefono a Corriere.it dice : «Vendola avrà capito che la mia è una semplice battuta».

Marta Serafini
@martaserafini13 novembre 2012 | 19:47

Bankitalia: nuovo record del debito pubblico

Luca Romano - Mar, 13/11/2012 - 16:50

A settembre il debito pubblico tocca un nuovo massimo storico arrivando a 1.995,1 miliardi di euro. Questo nonostante l'aumento delle entrate tributarie (280 miliardi), in aumento 2,6 per cento rispetto al 2011

 


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Nuovo record del debito pubblico che a settembre ha raggiunto 1.995,1 miliardi di euro, 19,5 in più rispetto ad agosto A comunicarlo è la Banca d’Italia nei Supplementi al Bollettino statistico.
Nel mese di settembre le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello stato sono state pari a 22,6 miliardi, sostanzialmente invariate rispetto a quelle dello stesso mese del 2011.
Nei primi nove mesi, emerge dal supplemento al bollettino statistico di Bankitalia, le entrate sono ammontate a 280 miliardi, in aumento del 2,6% (7 miliardi) rispetto al corrispondente periodo del 2011.
Nei primi nove mesi dell’anno, inoltre, il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche è stato superiore di 0,9 miliardi a quello registrato nello stesso periodo del 2011 (61 miliardi). Escludendo le erogazioni in favore della grecia (5 miliardi nel 2011), la quota di competenza dell’italia dei prestiti erogati dall’efsf (2,2 miliardi nel 2011 e 17,1 nel 2012) e le misure relative alla tesoreria unica (che hanno comportato nel 2012 il riversamento nella tesoreria centrale di 9 miliardi da parte degli enti decentrati), il fabbisogno del 2012 sarebbe in linea con quello del 2011.

Sandro Bondi, senatore Pdl, in una nota afferma: "I dati forniti oggi dalla Banca d’Italia certificano il totale fallimento della politica economica di questo governo: l’aumento delle entrate tributarie significa che i cittadini vengono sempre di più spremuti e angariati dal fisco nel mentre si aggrava la recessione dell’economia. Il risultato inevitabile di questa politica fondata sul rigore è non a caso l’aumento del debito pubblico".

Sulla stessa lunghezza d'onda anche l'Idv. "I dati di Bankitalia sull’aumento del debito pubblico - ha dichiarato il Capogruppo dell’Idv in Commissione Finanze al Senato, Elio Lannutti - che raggiunge il massimo storico di oltre 1.995 miliardi di euro, certificano i risultati disastrosi dopo un anno di Governo dei tecnocrati. Questo record dovrebbe far arrossire di vergogna chi parla di agenda Monti e di Monti bis".

I coupon della discordia

Corriere della sera

“Con quei coupon mi strangolano”.
“Quando abbiamo il coupon ci servono come clienti di serie B: porzioni risicate, malagrazia…”.

Da mesi, voci come queste rimbalzano sino alla porta del mio studiolo. Non hanno alcun valore statistico, naturalmente. Ma possiamo trarne una summa sociologica.  Poiché sono le battute ricorrenti di una storia popolare d’inconfondibile italianità.

Protagonisti i ristoratori, i clienti e le due turbolenze che hanno terremotato il mondo della ristorazione italiana in questi ultimi mesi. La prima ha un suono breve, consueto non meno che sinistro. Si chiama “crisi”. La seconda si fa agile carico di un neologismo anglofono, del quale conserva la seducente superficialità: social shopping”.

Se avete tempo, riassumo in breve i passaggi salienti della trama. Un paio d’anni fa, approdano in Italia (e segnatamente a Milano, tanto per cominciare) le prime rivendite on line di cose e servizi.

La società più robusta efficiente e rapace si chiama Groupon e vanta natali negli States. Seguono altre realtà commerciali di analogo taglio (Groupalia, LetsBonus…)..
In quelle vetrine virtuali brilla ogni genere di mercanzia, offerta a cifre da saldo di fine stagione. Ma il business più cospicuo riguarda proprio i ristoranti.

Nel frattempo, la crisi s’inferocisce, ulula e azzanna come il mastino dei Baskerville. Da qui in avanti, occorre passare ai numeretti.

1) Osti e chef cedono alle lusinghe dei social shopping nella speranza di riempire le sale deserte.

2) I clienti, sedotti dai prezzi ribassati, fanno incetta di coupon. Probabilmente accarezzando anche la compiacente sensazione di godere di un bene di lusso a prezzi speciali. Non è un pettegolezzo che i privilegi gratuiti siano la vera passione di noi italiani.

3) I social shopping pretendono dal ristoratore il rispetto di stringenti condizioni economiche. Groupon mi racconta le sue, con lodevole trasparenza. Per aderire, gli esercenti debbono assicurare un menu a prezzo fisso purché ribassatissimo. Di questa somma Groupon trattiene il 50% più Iva. Un esempio pratico ce lo fornisce la bionda Clarissa della trattoria Laravaelafava che, a onor di cronaca, ritiene comunque vantaggioso il servizio nel suo complesso. Dice: “Noi proponiamo antipasto, bis di primi, secondo con contorno, dolce, acqua, caffè e vino illimitato a 39 euro per due persone. Il che significa che mi rimarranno circa 16 euro. Per un guadagno pari a zero”.

4) Abbattuto dall’emorragia di clienti “normali”, frustrato dal gioco al ribasso degli shopping on line, il ristoratore rischia di maturare una sorta di rancore nei confronti dei couponisti che giungono all’arrembaggio. “È un errore di prospettiva”, replicano da Groupon. “Ogni servizio pubblicitario ha un costo. Quello che vendiamo noi ha maggior efficacia rispetto ai canali tradizionali, perché il cliente lo portiamo direttamente sul posto…”.  Ma dagli spalti dei ristoratori scontenti si levano due obiezioni supplementari. Comprimendo i prezzi – spiegano – si ribassa automaticamente il livello sociale della clientela: “Abbiamo avuto in casa i barbari”, racconta un oste che preferisce restare anonimo. “Me ne hanno combinate di tutti i colori. Gente che non vorremmo mai più rivedere nel nostro ristorante. E che, del resto, esce a cena una volta all’anno se va bene”.

D’altra parte, invadendo il mercato di sconti, si annulla il vantaggio promozionale dell’operazione: “Vengono una volta da noi, una volta da quell’altra, una da quell’altro ancora. Ma non tornano mai da nessuna parte. Cenano soltanto dove ci sono i coupon”.
“Non è così”, ribattono dagli uffici di Groupon. “Abbiamo molti casi di successo con numeri significativi. C’è il Barone Sardo, tanto per fare un esempio, che ha fidelizzato oltre il 10% dei clienti; ha triplicato il numero di coperti settimanali generando un aumento del 60% di incasso rispetto all’anno precedente. Oppure, il ristorante Laravaelafava che ha fidelizzato il 20 % dei clienti che sono diventati clienti abituali”.

Ecco tutto. La storia per ora finisce qui. Non so dire in quali tasche risiedano i torti. Sappiamo che Groupon ha pienamente ragione sul piano commerciale, poiché vede aumentare di giorno in giorno il proprio carnet di affiliati, giocando le carte vincenti sul tavolo della crisi.

Resta l’impressione che a perdere questa partita senza remissione siano i clienti semplici; quelli che pagano il prezzo pieno. Implorando la grazia di una ricevuta fiscale e affidandosi, seppur incolpevoli, alla clemenza del conto.

Morte naturale o avvelenamento? Riesumato il corpo di Arafat

Libero

Sono iniziati nel mausoleo di Ramallah gli scavi per aprire la tomba del leader palestinese. Tecnici svizzeri, francesi e russi al lavoro per capire le cause della morte

L'inchiesta era stata aperta dopo la scoperta sui vestiti del presidente dell'Anp di tracce di polonio: lo stesso materiale radioattivo utilizzato per uccidere il dissidente russo ex KGB Litvinenko


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Sono cominciati gli scavi nel mausoleo di Ramallah per l'esumazione dei resti di Yasser Arafat. Al termine degli scavi, tra un paio di settimane, un equipe di tecnici svizzeri che aveva scoperto le tracce di polonio - lo stesso materiale radioattivo utilizzato per uccidere il dissidente russo ex KGB Alexander Litvinenko - sugli effetti personali del leader palestinese, preleverà dei campioni che saranno analizzati per provare la tesi di avvelenamento.

L'inchiesta è stata aperta ad agosto, dopo la denuncia per omicidio fatta dalla vedova del premio Nobel, Suha Arafat, costituitasi anche parte civile. Incaricati del caso sono i magistrati del tribunale francese di Nanterre, gli esperti svizzeri, e anche il governo russo con la supervisione dell'Anp. Arafat, leader storico palestinese e fondatore dell'Olp, morì l'11 novembre 2004 quando era presidente dell'Autorità nazionale palestinese. Era malato da tempo, ma le cause della morte non sono state mai chiarite. Pochi giorni prima del decesso fu ricoverato in un ospedale militare alla periferia di Parigi.

Cinque Stelle, è arrivato il momento della resa dei conti

Corriere della sera

Le assemblee di fiducia alla Salsi e Favia. In Comune resta il gelo tra la consigliera ribelle e i colleghi


BOLOGNA - Dopo il terremoto del caso Federica Salsi, il Movimento cinque stelle si prepara a una doppia resa dei conti. Domani sera in calendario ci sono due assemblee chiave per capire il futuro del M5s in Emilia-Romagna: la verifica dei consiglieri regionali a Ferrara e quella degli eletti in Comune a Bologna. Ma se il semaforo verde per Giovanni Favia sembra già scritto, visti i risultati della semestrale a Piacenza, l’esito del confronto sotto le Due Torri è tutt’altro che scontato.

Favia, Bugani e PiazzaFavia, Bugani e Piazza

LE DUE FAZIONI - Perché le due tifoserie in campo, quella ortodossa pro Grillo (e Bugani) e quella dei ribelli pro Salsi, potrebbero arrivare a richieste di dimissioni incrociate. È anche proprio la grillina ribelle, che ieri è tornata a sfidare Grillo, gettare acqua sul fuoco: «Si parlerà del nostro lavoro in Comune». I segnali, però, non sono dei migliori. Salsi, che dopo la sua apparizione a Ballarò è arrivata ai ferri corti con Beppe Grillo, non ha fatto passi indietro. Domenica anzi ha ribadito le sue critiche alla gestione del M5s parlando anche stavolta con l’ex assessore Antonio Amorosi, in una videointervista ad Affaritaliani.it poi trasmessa da Domenica In (con buona pace dei veti di Beppe Grillo sulle apparizioni in tv, ndr). «Grillo dà opinioni, non stimola dibattito e crea delle tifoserie. Non permette di trovare soluzioni ai problemi, parla alla pancia della gente e tira fuori i loro peggiori istinti», ha detto la grillina ribelle, determinata comunque a restare nel movimento: «La mia esperienza serva a farlo crescere».

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BUGANI E PIAZZA - Dopo l’Aventino della scorsa settimana, intanto, ieri i grillini Massimo Bugani e Marco Piazza sono tornati a sedersi in consiglio comunale vicino a Federica Salsi. L’atmosfera resta però gelida, visto che i tre eletti non si sono scambiati nemmeno i saluti. Difficile prevedere esattamente cosa accadrà domani, ma visti i segnali è difficile immaginare che l’atmosfera domani sera sarà distesa. Nei giorni scorsi diversi attivisti ed eletti del movimento, inclusa la consigliera del Borgo Panigale Serena Saetti, hanno annunciato sul sito del Meetup bolognese la loro intenzione di chiedere la dimissioni di Salsi (in una discussione poi interrotta dai gestori del sito visti i toni, ndr). Come se non bastasse ieri è stato espulso dal movimento Fabrizio Biolè, consigliere regionale del Piemonte.

Ufficialmente Grillo si è accorto tardi della sua ineleggibilità perché al terzo mandato, ma in molti nel movimento hanno collegato la scelta alle parole di Biolè in difesa di Federica Salsi dopo gli attacchi di Grillo sulla «ricerca del punto G» nei salotti dei talk show. La notizia non è sfuggita alla stessa Salsi, che su Facebook è tornata all’attacco di Grillo. «La situazione di Biolè era in bilico da tempo, poiché la sua candidatura era stata fatta in deroga alla regola dei due mandati — scrive la ribelle a Cinque stelle — non conosco le motivazioni per cui Grillo ha deciso di ritornare sui suoi passi e se vi sia stata una trattativa, ma sarebbe opportuno che su questo facesse chiarezza». L’ennesimo schiaffo al leader del M5s. Anche se sull’appuntamento di domani sera, Salsi ostenta comunque serenità: «Parleremo del nostro lavoro in consiglio». Nessuno, però, però impedire a chi parteciperà di alzare la mano. E accendere per primo la miccia.

Francesco Rosano
13 novembre 2012

Sclerosi multipla, si può guarire davvero?

Corriere della sera

Dopo le dichiarazioni della Mantovani sulla sua presunta guarigione grazie al metodo Zamboni, i necessari chiarimenti

Il 'metodo Zamboni' consiste in un allargamento delle vene che drenano il sangue dal cervelloIl 'metodo Zamboni' consiste in un allargamento delle vene che drenano il sangue dal cervello

MILANO - «A sei mesi dall'operazione mi ritengo guarita dalla sclerosi multipla». Nicoletta Mantovani, vedova di Luciano Pavarotti e malata da tempo, lo ha dichiarato qualche giorno fa in un'intervista al settimanale Gente e da allora il tam tam fra i pazienti è cresciuto a dismisura: tutti, di nuovo, si chiedono se la soluzione per questa malattia sia davvero risolvere l'insufficienza venosa cerebrospinale cronica (CCSVI) come hanno suggerito gli studi di Paolo Zamboni, chirurgo vascolare dell'Università di Ferrara.

CCSVI - Il chirurgo, ormai una decina di anni fa, ha osservato che i malati di sclerosi multipla avrebbero più spesso dei sani restringimenti od occlusioni delle vene che drenano il sangue dal cervello (azygos e giugulari) e che ciò contribuirebbe alla patologia. Da qui la proposta di risolvere il problema con un intervento di "liberazione" delle vene interessate, proprio quello a cui si è sottoposta Nicoletta Mantovani. Nel mondo scientifico, però, ancora si discute (animatamente) sull'esistenza o meno di una correlazione fra CCSVI e sclerosi multipla: stando ai dati della ricerca italiana COSMO, il più ampio studio osservazionale e multicentrico con lettura degli esami dei pazienti in doppio cieco sinora effettuato, «il 97 per cento dei pazienti con sclerosi multipla non ha la CCSVI - spiega Mario Alberto Battaglia, presidente della Fondazione Italiana Sclerosi Multipla, che ha finanziato la ricerca con 1,5 milioni di euro -.

Nel rimanente 3 per cento dei pazienti la CCSVI si riscontra in percentuali del tutto analoghe a quelle rilevate nei pazienti con altre malattie neurologiche e persino nelle persone sane arruolate come controlli: non sono state evidenziate differenze né per le diverse forme di sclerosi multipla, né per fattori di rischio come l'età o il sesso». Zamboni tuttavia ha criticato i risultati dello studio COSMO, ritenendo che vi fossero "pecche" nel metodo e prosegue con le sue indagini attraverso lo studio "Brave Dreams", con il quale intende valutare la presenza della CCSVI nei pazienti utilizzando ecodoppler e flebografia e soprattutto capire se l'intervento di liberazione abbia o meno effetti positivi.

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GUARIGIONE - Perché il problema è tutto qui: se da un lato il chirurgo ferrarese, pur convinto della bontà della sua teoria, ha sempre richiamato alla necessità di sottoporsi alla procedura di liberazione solo nell'ambito delle sperimentazioni (di fatto l'intervento è da ritenersi tuttora sperimentale), dall'altro sull'onda delle speranze dei pazienti è fiorito un numero non irrilevante di strutture dove ci si può operare. E usare la parola "guarigione" come si è fatto in questi giorni può spingere tanti a provare. Ma allora, dalla sclerosi multipla si può guarire o no? «La cura risolutiva per la sclerosi multipla, in qualsiasi sua forma, ancora non esiste – risponde Battaglia –. Si tratta di una malattia multifattoriale complessa, da affrontare a 360 gradi perché ogni forma di sclerosi multipla è un caso a sé, con un decorso differente da persona a persona.

Ve ne sono quattro tipi (a ricadute e remissioni, secondariamente progressiva, primariamente progressiva e progressiva con ricadute) a cui si aggiunge una quinta, la sclerosi multipla benigna, che non peggiora nel tempo ed esordisce in genere con uno, due episodi acuti che non lasciano disabilità. Questa forma, che secondo alcune stime riguarda il 20-30 per cento dei pazienti con diagnosi clinica, può essere individuata anche quando è presente una minima disabilità per 15 anni dalla data di esordio: pure in questo caso tuttavia non si può parlare di guarigione. E bisogna ricordare che le forme a ricadute e remissioni possono avere lunghi intervalli, perfino oltre i dieci anni, tra un attacco e il successivo».

INTERVENTO - Se di guarigione quindi non si può mai parlare, restano pure i dubbi connessi alla procedura di liberazione: oltre a essere sperimentale non è esente da rischi. Poco tempo fa due pazienti hanno intentato una causa legale nei confronti di medici dell'Università di Stanford, negli Stati Uniti, perché danneggiati dall'inserimento di stent per riaprire le vene con CCSVI e non adeguatamente informati dei rischi che avrebbero corso sottoponendosi all'intervento. E proprio a Stanford dopo il decesso di una paziente le procedure sono state sospese.

Lo stesso Zamboni ha sempre richiamato alla cautela, perché usare gli stent non è consigliabile, visto che non ne esistono di davvero adeguati per l'intervento su vene (di solito si usano per l'angioplastica di arterie coronarie). Resta il fatto che tanti continuano ad affollare le liste di attesa per operarsi. «I dati dello studio COSMO dimostrano che la CCSVI non è una patologia legata alla sclerosi multipla: non c’è alcun motivo che possa indurre a curare la CCSVI per curare la sclerosi multipla - ribadisce Battaglia -. Non è una questione di costi sanitari, anche se è discutibile quanto accaduto con l’offerta di interventi a pagamento nel privato; piuttosto è un’azione di tutela nei confronti della persona e della sua salute».


Elena Meli
13 novembre 2012 | 12:13

Di chi è il cervello?

La Stampa

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yoani sánchez


Intanto il Gran Colpevole trova riparo dietro la saggia protezione della fronte. “Difesa del miocardio innocente”
 
Rubén Martínez Villena


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La mia famiglia reclama per sé questo miscuglio di neuroni, rinforzato dalle cure che mi elargì da bambina. La maestra che mi insegnò a leggere esige il suo credito per quelle connessioni che aiutarono a unire pensiero e linguaggio. Ognuno dei miei amici potrebbe chiedere la sua parte, la sua porzione di corpo, per le gioie e i dispiaceri che caratterizzarono fragili istanti. Persino il bambino che passò davanti ai miei occhi per un istante, avrebbe diritto a una parte della mia corteccia cerebrale, perché la sua visione ha lasciato un piccolo ricordo nella mia memoria.

Tutti i libri che ho letto, i gelati che ho mangiato, i baci dati con freddezza o con passione, i film che ho visto, il caffè del mattino e le grida dei vicini… a loro appartiene una porzione di questa massa grigia che porto dietro la fronte. Al gatto che fa le fusa e tira fuori le unghie, al poliziotto che controlla e fa trillare il fischio, alla funzionaria che si aggiusta l’uniforme militare e dice “no”, al professore mediocre che scrive geografia senza accento e al conferenziere brillante le cui parole sembrano aprire porte, spalancare finestre. A loro dovrei consegnare - una dopo l’altra - le mie cellule cerebrali, perché in esse sono riuscite a imprimere segni indelebili. Dovrei distribuire i miei neuroni tra milioni di persone, vive o morte, a quelle che conobbi o che semplicemente ascoltai in una nota musicale o grazie ai loro versi.

Bene, secondo il decreto legge 302, che regola anche i viaggi dei professionisti all’estero, il mio cervello - come succede a ogni laureato - non mi appartiene. Ogni piega di questo organo è proprietà - secondo la nuova legislazione - di un sistema educativo che proclama la sua gratuità per poi farsi pagare con la proprietà del nostro intelletto. Le autorità che regolano la possibilità di uscire da questa Isola, credono che un cittadino qualificato sia un semplice agglomerato di materia cerebrale “formata” dallo Stato. Ma reclamare diritti di utilizzo sulla mente umana è come cercare di mettere le porte al mare… tentare di incatenare ogni neurone.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Mafia, arrestato l'uomo che fornì il tritolo per le stragi di Falcone e Borsellino Grasso: preso grazie al pentito Spatuzza

Il Messaggero

In manette Cosimo D'Amato: recuperava il materiale in mare da residuati bellici usato anche per Roma, Firenze e Milano


FIRENZE - L'esplosivo recuperato da Cosimo D'Amato e fornito alla mafia è stato utilizzato per tutte le stragi del 1992, 1993 e 1994: quella di Capaci, quella di via D'Amelio, quelle di Roma, Firenze e Milano.Lo ha detto il procuratore Giuseppe Quattrocchi. Per gli attentati sarebbero stati utilizzati fra i 1.280 e i 1.340 kg di esplosivo. Gli agenti della Dia di Firenze hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di D'Amato, 57 anni, pescatore di Santa Flavia, piccolo centro sul mare del palermitano. E' ritenuto responsabile di aver fornito ingenti quantitativi di tritolo. L'ordinanza è stata emessa dal gip di Firenze Anna Favi.


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«Non ci fermeremo mai nella ricerca di altri eventuali concorrenti nelle stragi mafiose, di qualsiasi livello e natura, da chiunque portata avanti e in qualsiasi forma. Non ci fermeremo mai - ha ribadito Quattrocchi - nei confronti di chiunque si è prestato a commettere quei delitti, anche solo nella loro ispirazione e agevolazione».
 
D'Amato è cugino di primo grado del boss palermitano Cosimo Lo Nigro, condannato per le stragi mafiose del '92. Ad accusare il pescatore è stato il neo collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, ex uomo di fiducia dei boss di Brancaccio.
 
Le indagini sul tritolo. Per le stragi venne usato del tritolo recuperato in mare da residuati bellici. Il tritolo sarebbe stato poi utilizzato dal comando mafioso per numerose azioni, dalla strage di via Fauro a Roma del 14 maggio 1993 al fallito attentato all'Olimpico del 23 gennaio 1994.
 
Le contestazioni della procura di Firenze si riferiscono alle stragi di Firenze, Roma e Milano degli anni 1993-1994, ma anche per la strage di Capaci in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro
e per quella di via D'Amelio dove furono uccisi Paolo Borsellino, il caposcorta Agostino Catalano e gli agenti Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. D'Amato avrebbe recuperato e fornito il tritolo alla mafia fin dalla primavera del 1992.

Grasso. «È un passo avanti verso la ricerca della verità sulle stragi che non si ferma e va avanti cercando di accertare tutte le responsabilità: anche se da tempo sapevamo che c'era questa pratica di bombe inesplose, reperti della Seconda guerra mondiale che venivano pescati dalle reti a strascico dei pescatori, solo le dichiarazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza hanno consentito di arrivare, attraverso le indagini sui luoghi e i riscontri, ad identificare Cosimo D'Amato». Lo sottolinea il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso commentando l'arresto di D'Amato,

«Spatuzza fondamentale».
«Spatuzza ha parlalo solo in tempi recenti - rileva Grasso - indicando, in maniera via via sempre più particolareggiata, il fatto e i luoghi, ma conosceva soltanto un certo 'Cosimo da porticello' visto tanti anni prima. Il nome completo del fornitore e la ricerca della sua identità è stata laboriosa da accertare: mica si potevano arrestare tutti i pescatori sulla base di generiche dichiarazioni provenienti, in precedenza, da altri collaboratori». «Anche perché la ricerca era molto delicata perché significava una imputazione per tutte le stragi, come è avvenuto», conclude Grasso. Per quanto riguarda i dettagli, «i chili di polvere esplosiva ripescati e riutilizzati dalla mafia negli attentati - ricostruisce Grasso - sono circa 150 usati in quattro bombe, confezionate anche con altro esplosivo. I fusti delle bombe sono stati aperti e il contenuto pietrificato è stato 'mazzolato' per ridurlo in polvere con la quale sono stati confezionati gli ordigni esplosivi».



FOTOGALLERY


La ricostruzione della strage di Capaci


Mafia, nuovo arresto per le stragi del '93
L'attentato in via FauroA destra l'attentato in via dei Gerogofili a Firenze, a sinistra quello di via FauroLa strage di CapaciROSARIA COSTA, vedova di VITO SCHIFANI agente di scorta di FALCONE morto strage di capaci


Lunedì 12 Novembre 2012 - 07:37
Ultimo aggiornamento: 19:54

Ingroia nuovo corrispondente del Fatto dal Guatemala: "C'è più speranza qui che in Italia"

Libero


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Ma Antonio Ingroia lo sa quale è il suo mestiere? Si direbbe di no. Quando stava in Italia, invece di fare il magistrato non perdeva occasione per mettere becco in qualsiasi dibattito poltico per poi emettere una sentenza che nessuno aveva chiesto. Ora sta in Guatemala e invece di occuparsi di contrastare la criminalità organizzata - questa dovrebbe essere la sua mission - si mette a fare il giornalista. Sul Fatto Quotidiano è infatti comparsa una rubrica che dal titolo, "Diario dal Guatemala", lascia intendere che a cadenza regolare e fino a settembre 2013 Antonio Ingroia ci delizierà con i suoi articoli dal Centro America. Oggi si esibisce nel racconto del crocevia dei traffici illeciti che ha trovato. "Il Guatemala", scrive, " è il settimo paese al mondo per tasso di omicidi in relazione alla popolazione e il 98% dei delitti rimane impunito".

Meglio il Guatemala dell'Italia Ma quello che più ha colpito Ingroia è un'altra cosa: "Da queste parti la magistratura italiana, e in particolare quella dell'antimafia è molto apprezzata". "Qui conoscono", spiega "e hanno studiato il metodo investigativo italiano e lo apprezzano: apprezzano i magistrati italiani e gli strumenti che quei magistrati utilizzano. Perfino il concorso esterno, tanto vituperato in Italia è qui considerato uno strumento potenzialmente idoneo per punire la corruzione e la collusione con i poteri criminali".  La conclusione di Ingroia-cronista-commentatore politico è una sola: "C'è più speranza qui in Guatemala che in Italia di liberarsi di certi fenomeni criminali. E mi confermo sul fatto che, sì, ho fatto bene a venire qui".

Film in streaming, Mega è online Kim Dotcom: ora il sito è legale

Il Mattino


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ROMA - Megavideo riapre e si fa “ospitare” dalla Nuova Zelanda: la notizia (che aveva già preannunciato su Twitter) è di quelle ghiotte per tutti gli appassionati di cinema e film in streaming . A dirlo è Kim Schmitz, meglio noto come Kim Dotcom e come fondatore dei famosi Megavideo e Megaupload, arrestato lo scorso gennaio e poi rimesso in libertà. Il nuovo portale - afferma - «è legale e protetto dalla legge». Il sito Mega.co.nz è già online ma al momento è possibile solo iscriversi alla newsletter in vista del lancio, previsto per il prossimo 20 gennaio.

Lunedì 12 Novembre 2012 - 17:14    Ultimo aggiornamento: 18:06

Lascia il boss di Windows, attriti con Ballmer

Corriere della sera

Sinofsky si mormorava fosse fra i papabili al ruolo di chief executive, proprio al posto di Ballmer
«Una decisione presa insieme», fanno trapelare fonti interne a Microsoft ma le polemiche (mai sopite) fra Steven Sinofsky, il controverso capo di Windows, e il Ceo Steve Ballmer potrebbero essere alla base dell'addio, consumatosi dopo il lancio di Windows 8. Sinofsky si mormorava fosse fra i papabili al ruolo di chief executive, dopo Ballmer.


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LA DECISIONE - La decisione è del tutto inaspettata, ma né Microsoft né Sinofsky hanno voluto dare una spiegazione all’addio del creatore di Windows 8. Il memo interno del Ceo Steve Ballmer parla dell’uscita di Sinofsky, e ha aggiunto come sia «imperativo che noi proseguiamo l’allineamento attraverso tutti i team di Microsoft, ed abbiamo un ciclo sviluppo più integrato e rapido delle nostre offerte». Questa frase si presta a un’interpretazione dell’accaduto: Sinofsky, 47 anni, non era noto per lavorare bene insieme ad altri manager. «Windows invece dovrà essere maggiormente integrata con Xbox, con altre parti dell’azienda - ha spiegato un analista- Non so se Steven fosse eccitato da questa idea, visto che era focalizzato su Windows».

IL CICLO - Il Ceo Steve Ballmer, 56 anni, evidentemente non doveva essere soddisfatto dei progressi sotto la guida di Sinofsky. La competizione è ormai agguerrita, visto che Android dovrebbe sorpassare Windows entro il 2016: «Il ciclo prodotti non è più annuale, ma si è accorciato a sei mesi».


Redazione Online13 novembre 2012 | 9:00

Vespa clonata in India, stop da Napoli Il tribunale interdice l'uso del marchio

Il Mattino


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NAPOLI - Nessun risarcimento per Piaggio dall'indiana Lml, ma quest'ultima non potrà più usare i marchi Piaggio, Vespa e Px per i suoi scooter: è quanto ha stabilito il tribunale di Napoli. Lml Italia è stata riconosciuta responsabile di atti di contraffazione e di illecito concorrenziale nell'attività promozionale su Internet.

L'azienda indiana negli anni '80 era stata licenziataria di Piaggio, e produceva in India una versione dello scooter Vespa Px. Sciolto il rapporto con la casa di Pontedera, Lml ribattezzò Star il suo scooter: in base a un lodo extragiudiziale, fu fissato il divieto di utilizzare i marchi Piaggio, Vespa, Px da parte dell'azienda indiana. A fine 2009, Piaggio ha fatto ricorso al Tribunale di Napoli per proibire a Lml di continuare a fare riferimento a tali marchi nelle sue attività di vendita e comunicazione.

Lunedì 12 Novembre 2012 - 18:20    Ultimo aggiornamento: 18:22

Belize: ricercato per omicidio John McAfee, creatore del celebre antivirus per computer

Corriere della sera

È sospettato dell'assassinio di uno statunitense, Gregory Faull, a seguito di una serie di liti per futili motivi
John McAfee, il fondatore della celebre azienda produttrice di software antivirus che porta il suo nome, azienda ora di proprietà della Intel, è ricercato per omicidio dalla polizia del Belize, Paese dove il geniale programmatore vive e dove lavora alla guida della QuorumEx, azienda produttrice di antibiotici naturali.


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LA VICENDA - McAfee, secondo quanto rivela il sito di tecnologia Gizmodo, sarebbe sospettato dalla polizia per l'omicidio, avvenuto sabato, di Gregory Faull, un cittadino di origine statunitense. L'omicidio è avvenuto nella casa di Faull nel paese di San Pedro ad Ambergris Caye, un isola-paradiso tropicale al largo della costa del Belize. Faull è stato trovato dalla domestica in un lago di sangue dopo essere stato raggiunto da un proiettile alla testa. Tra Faull e McAfee, ci sarebbero stati numerosi dissapori negli ultimi mesi. Una lite a causa di uno scontro tra i cani dei due sarebbe stata, secondo gli investigatori, la classica goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso.

DISCESA AGLI INFERI - Per comprendere però come McAfee, 67 anni, geniale programmatore che da giovane aveva lavorato anche alla Nasa e che è stato uno dei primi a creare un software antivirus, possa essere arrivato ad essere sospettato di omicidio, bisogna fare riferimento al profondo cambiamento nel comportamento di McAfee, avvenuto dopo l'addio alla società da lui fondata. Da un lato il fatto che il suo patrimonio si fosse sensibilmente ridotto e che non avesse tratto benefici della vendita miliardaria della sua società.

Dall'altro che si fosse successivamente fissato sullo sviluppo dei principi psicoattivi delle droghe, di cui avrebbe fatto ampio uso e che lo avrebbero visto, secondo le accuse, collaborare anche con bande di narcos locali e subire un arresto per fabbricazione abusiva di farmaci, accusa da lui sempre negata. In particolare McAfee sarebbe stato, alla ricerca della creazione di un tipo di droga che stimolasse l'interesse sessuale delle donne verso gli uomini, cosa che lo avrebbe portato negli ultimi tempi a numerosi episodi di avances spinte nei confronti del gentil sesso. Da qui ad uccidere per futili motivi ovviamente, ce ne passa, quel che è certo è che il John McAfee di oggi non era più quello che negli anni 80 mise a punto uno dei primi antivirus in commercio.

Marco Letizia
@Marcletiz12 novembre 2012 (modifica il 13 novembre 2012)

Ottanta milioni di falsi profili Facebook

Corriere della sera

Una piaga che va presa (molto) sul serio


Suona il telefono, chiedete chi parla e qualcuno risponde facendo il vostro nome e cognome. Scoppiate a ridere - o vi scappa una parolaccia - poi invitate l'interlocutore a piantarla con quello stupido scherzo e a dirvi chi è veramente e che cosa vuole. Ma l'altro insiste: non solo si spaccia per voi, ma inizia a snocciolare informazioni così dettagliate sulla vostra vita da procurarvi un brivido.

Sembra l'inizio di un film dell'orrore, invece è l'esperienza che Bianca Bosker, collaboratrice all 'Huffington Post , ha realmente vissuto, con la differenza che il medium non era il telefono ma Facebook. Ecco il suo racconto: qualche giorno fa riceve una richiesta di amicizia firmata Bianca Bosker. Sa di avere delle omonime fra gli utenti del network e pensa si tratti di un caso analogo ma, non appena vede il profilo della sua alter ego sobbalza: i dati personali coincidono, così come gli amici e gli aggiornamenti di stato; i due profili sono del tutto speculari, con l'unica differenza della foto in vetrina: si tratta di un'immagine che lei non ha mai pubblicato su Facebook e che ignora come possa essere finita in mani altrui.

Preoccupata segnala la vicenda a Facebook, che provvede subito a rimuovere il falso profilo ma, poco dopo, riceve una richiesta di amicizia da Bienca Bosker: la (o il) misteriosa persecutrice ha cambiato una lettera del nome e rimesso online un nuovo clone del suo profilo, ancora più dettagliato del primo. La Bosker scrive di avere chiesto aiuto ad alcuni amici nerd e riferisce le loro spiegazioni in merito ai metodi che possono essere stati usati per appropriarsi dei suoi dati, oltre ad alcuni consigli su come identificare e scoraggiare il «nemico».

I motivi del furto di identità possono essere banali (come sfruttare i molti contatti della Bosker a fini pubblicitari), meno chiari quelli della richiesta di amicizia: sfida, sberleffo, o peggio (è questo il particolare che ha spaventato di più la vittima)? Ma il «succo» del caso è un altro: se è vero, come la stessa Facebook ammette, che nel network esistono più di 80 milioni di falsi profili, non è il caso che la società si dia da fare per contrastare efficacemente questa piaga?

Carlo Formenti
13 novembre 2012 | 7:57

L'ammissione di Bertone: io truffato sui Salesiani

Corriere della sera

L'Ordine religioso fondato da don Giovanni Bosco rischia il fallimento per il sequestro di beni per 130 milioni

ROMA - I Salesiani rischiano il fallimento. Il blocco dei beni potrebbe scattare questa mattina, al termine dell'udienza fissata davanti al tribunale di Roma. E proprio per scongiurare le conseguenze di un sequestro da 130 milioni di euro che annienterebbe l'Ordine religioso fondato da don Giovanni Bosco interviene in giudizio il segretario di Stato del Vaticano Tarcisio Bertone. Lo fa con un'iniziativa clamorosa: una lettera già depositata agli atti nella quale il cardinale ammette di essere stato truffato e chiede al giudice Adele Rando di tenere aperta l'indagine contro le persone che «hanno provocato un danno ad una delle più grandi istituzioni educative della Chiesa cattolica e si sono comportati nei miei confronti in un modo riprovevole».

La Santa Sede torna dunque al centro di una vicenda giudiziaria dai retroscena controversi e a tratti incredibili. La questione va avanti da ben 22 anni e negli ultimi cinque è stata segnata da un negoziato segreto che ha avuto tra i protagonisti principali proprio Bertone. Quanto basta per riaccendere quello scontro interno al Vaticano già emerso in maniera eclatante con l'inchiesta sui «corvi» e il processo contro il maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele.


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L'eredità contesa Si deve tornare al 5 giugno 1990 quando a Roma muore Alessandro Gerini, conosciuto come il «marchese di Dio». Il suo immenso patrimonio fatto di immobili, terreni, denaro contante, preziose opere d'arte viene lasciato in eredità alla «Fondazione Gerini» ente ecclesiastico riconosciuto dal Pontefice Paolo VI nel 1967 e posto sotto il controllo della Congregazione Salesiana. I nipoti del nobiluomo decidono però di impugnare il testamento e avviano cause in sede civile, amministrativa e canonica che si trascinano per anni.

Sono svariati i mediatori che in questo lungo periodo si affacciano sulla scena e tra gli altri spicca Carlo Moisè Silvera, faccendiere di 68 anni nato ad Aleppo in Siria e coinvolto in alcune inchieste della magistratura italiana legate proprio a dissesti finanziari. L'uomo si accredita come emissario degli eredi e propone una transazione alla Fondazione e all'economo dei Salesiani don Giovanni Battista Mazzali. Sia pur tra mille difficoltà e ostacoli viene avviata una trattativa e nel 2007 il patto tra le parti sembra essere vicino. Si ipotizza infatti la vendita di alcuni beni e arbitro della contesa diventa l'avvocato milanese Renato Zanfagna, legale della società «Gbh spa» che ottiene l'opzione di acquisto dei terreni.

I 16 milioni di euro Ufficialmente il legale e il faccendiere non si conoscono, anzi rappresentano parti avverse. Ma in alcune circostanze sembrano marciare di pari passo. Con il trascorrere dei mesi Zanfaglia diventa il più ascoltato consigliere di don Mazzali. Assume un ruolo tanto predominante da riuscire ad accedere persino alla segreteria di Stato e ottenere colloqui privati con il cardinal Bertone. E così viene di fatto nominato mediatore unico del negoziato.
 
L'8 giugno 2007, esattamente 17 anni dopo l'apertura del testamento del marchese Gerini viene siglato l'accordo in sede civile: per chiudere ogni controversia la Fondazione versa 16 milioni. Cinque milioni vanno ai nipoti del nobiluomo, ben 11 milioni e mezzo a Silvera che li ha rappresentati. E non è finita. Si stabilisce che la percentuale per il faccendiere debba essere aumentata quando sarà effettuata la stima complessiva dell'intero patrimonio. La commissione di periti - presieduta proprio dall'avvocato Zanfaglia - stabilisce che il patrimonio equivale a circa 658 milioni di euro, dunque la «provvigione» per Silvera sale fino a 99 milioni di euro.

La denuncia di truffa
La Fondazione non paga e nel 2009 Silvera chiede il sequestro dei beni. Lo ottiene il 18 marzo 2010. Il tribunale di Milano mette i «sigilli» a mobili e immobili per 130 milioni di euro, interessi compresi. In particolare la sede della direzione generale dei Salesiani in via della Pisana a Roma e il fondo Polaris aperto in Lussemburgo per il deposito dei contanti. La contesa questa volta mette a rischio la stessa sopravvivenza della Congregazione. E così, l'1 febbraio 2012 la Fondazione, assistita dall'avvocato Michele Gentiloni Silveri, denuncia per truffa Silveri, Zanfagna e altri professionisti che si sono occupati della vicenda. L'atto è firmato dal presidente don Orlando Dalle Pezze che specifica come il vero truffato sia l'economo don Mazzali.
 
«L'accordo - è scritto nell'esposto - è nullo perché alla Fondazione e ai Salesiani è stato taciuto che la Corte di Cassazione aveva già dichiarato esclusi dall'eredità gli eredi. L'avvocato Zanfagna ha raggirato gli ecclesiastici convincendoli a firmare un patto che favorisce soltanto lui e Silvera». La procura di Roma avvia l'indagine, mette sotto accusa i protagonisti, li interroga. Ma l'11 giugno scorso chiede che il fascicolo sia archiviato. «Non c'è stato alcun raggiro, la transazione è valida», sostiene il pubblico ministero.

La lettera di Bertone Due mesi fa il Segretario di Stato tenta l'ultima e disperata mossa. Affida all'avvocato Gentiloni Silveri una lettera da consegnare al giudice. Scrive Bertone: «Ho dato il consenso alla soluzione negoziale, ma ho scoperto soltanto dopo che il valore del patrimonio era stato gonfiato a dismisura per aumentare la somma destinata a Silvera, depauperando e umiliando l'attività benefica della Congregazione». Il verdetto del giudice arriverà questa mattina. Se l'inchiesta sarà archiviato, il sequestro dei beni diventerà operativo. E per i Salesiani si aprirà la strada del fallimento.

Fiorenza Sarzanini
fsarzanini@corriere.it13 novembre 2012 | 7:15

Dal Colorado all’Uruguay dove la marijuana è libera

La Stampa

Come cambia la legislazione sulle droghe leggere: Usa sempre più liberali
tomaso clavarino


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La legalizzazione della marijuana per uso ricreativo, approvata recentemente dal Colorado e dallo Stato di Washington, potrebbe essere il primo passo verso un ripensamento generale da parte degli Stati delle politiche di contrasto alle droghe. Questo, almeno, è quello che sperano gli anti-proibizionisti. Ma non solo. Anche l’Onu e la Global Commission on Drug Policy hanno fatto notare come la guerra alla droga abbia fallito e che un nuovo modello di contrasto al traffico e al consumo di stupefacenti sia necessario e auspicabile.

Ma mentre il Colorado e lo Stato di Washington decidono di legalizzare la marijuana, pur in aperto conflitto con la legislazione federale, e altri diciotto Stati statunitensi la rendono legale per scopi terapeutici, che cosa succede nel resto del mondo? Lo stato più attivo sul fronte della legalizzazione è senza ombra di dubbio l’Uruguay. Pochi mesi dopo l’approvazione di una legge che ne ha depenalizzato l’uso e il possesso il governo di Montevideo sta per varare un piano che, se approvato, permetterà a ogni cittadino di acquistare dallo Stato fino a quaranta grammi di marijuana al mese. Il presidente José «Pepe» Mujica (padre basco, madre di origini piemontesi) ha affermato di voler realizzare piantagioni statali per oltre 150 ettari: «In Sud America stiamo perdendo la lotta contro il crimine e la droga. Qualcuno dev’essere il primo ad iniziare».

Ci sono però Paesi che hanno inasprito le proprie leggi. È il caso dell’Olanda, per anni simbolo liberale e libertino dell’Europa. Fino al maggio scorso, in Olanda, si potevano acquistare fino a cinque grammi di erba in locali autorizzati, i famosi coffee-shop, e di spaccio in strada ce n’era relativamente poco. Sei mesi fa, poi, una norma ha vietato la vendita, anche nei coffee-shop, nelle province del Nord-Brabant, Limburg e Zeeland, ai non residenti in Olanda. Questo ha fatto rinascere una rete illegale di commercio di strada e ha portato all’arresto, nel solo Limburg, di circa 400 persone per spaccio o acquisto di erba. Nel 2013, se la nuova coalizione di governo liberal-laburista non interverrà in tempo, questa legislazione dovrebbe essere ampliata a tutto il territorio così da permettere soltanto ai residenti, registrati in un elenco, di poter acquistare la marijuana. 

Ora il Paese più liberale d’Europa, sul fronte delle droghe, è il Portogallo. A undici anni dall’approvazione di una legge che ha depenalizzato l’acquisto, il possesso e il consumo di tutte le droghe il Portogallo continua infatti a essere portato come esempio negli studi sulla depenalizzazione e sulla legalizzazione delle droghe. Dall’introduzione della legge il Paese ha visto una netta riduzione nel numero dei consumatori e tuttora è lo Stato europeo con il più basso tasso tra i giovanissimi. Anche la Spagna è piuttosto liberale, con sanzioni amministrative oltre a una certa soglia di prodotto, mentre i Paesi scandinavi non prevedono distinzioni fra marijuana e droghe pesanti. 

Il primato della repressione spetta invece all’Arabia Saudita che prevede la pena di morte per chi viene trovato in possesso di qualsiasi droga, marijuana compresa. Il modello del Colorado e dello stato di Washington è quello al quale fanno riferimento i Radicali italiani perché, sostiene il senatore Marco Perduca, «chiarisce anche la questione della produzione che troppo spesso, in modelli come quello olandese, rimane in una zona grigia. L’Italia è indietro anni luce». L’erba rimane la droga più diffusa con oltre l’8% della popolazione adulta che ne fa un uso regolare in Italia, Francia, Spagna, Stati Uniti e Canada (secondo il World Drug Report 2012), ma quanto costa un grammo di marijuana?

Anche l’erba sottostà alle regole del mercato e la valutazione varia da un Paese all’altro. Proprio per monitorare l’andamento del prezzo della marijuana sul mercato è nato il sito www.priceofweed.com dal quale si può intuire che nei Paesi dove le norme sono più inflessibili il prezzo sale. Secondo il sito (al quale contribuiscono anonimamente gli utenti della rete) 10 grammi a Genova costano circa cento dollari contro i 120 dollari all’oncia (28 grammi) a Seattle.

Show in tv dell'anti-Monti Barnard: "Romano Prodi è il vero criminale italiano"

Libero

Il giornalista ancora contro l'Europa e i suoi amici: "L'Ue vuole la distruzione dell'Italia, Monti e Prodi hanno obbedito. Berlusconi? Non doveva dimettersi"


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Romano Prodi? "Il vero criminale italiano". Il giornalista Paolo Barnard non ama andare per il sottile e dopo aver picchiato duro su Mario Monti (il video della sua sparata a L'ultima parola di Gianluigi Paragone ha fatto il giro del web) demolisce anche il professore, premier due volte nel 1996 e nel 2006 (con ben poche fortune) con il centrosinistra ma soprattutto mammasantissima dell'Unione europea.

L'ingresso dell'Italia nell'euro, per esempio, lo vide protagonista assoluto a suon di tasse, e in quanto europeista convinto è tra i favoriti per la successione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Quirinale, nel 2013. Ospite a Tgcom24, Barnard torna a parlare di crisi, Eurozona, debito pubblico e spread e ribadisce come l'Unione europea non agisca per salvare l'Italia e gli italiani, "ma per affondarla, per distruggerla e arricchire solo i potentati". In quanto economista, Prodi avrebbe grande responsabilità in questa progressiva distruzione:

"Quando è andato al governo eravamo la settima potenza del mondo, oggi siamo servi. Clemente Mastella lo definirei un incompetente, ma Romano Prodi per me è un criminale". Proprio come Monti, di cui Barnard si augurava una querela per poterlo portare in tribunale e accusarlo di golpe finanziario insieme a Napolitano. E su Silvio Berlusconi il giudizio è severo, ma diverso: "E' stato disastroso ma non per le accuse di corruzione. Non è stato uno statista e nel novembre 2011, anzichè tenere duro di fronte al colpo di stato dell'Europa, si è dimesso".

Al gioco si perde, è matematico

La Stampa

Studenti a lezione di “probabilità” per capire quanto è pericoloso l’azzardo
marco accossato


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«Alla lunga si perde sempre». Sempre. Brutte notizie per i giocatori d’azzardo incalliti: la fortuna non esiste. O meglio: c’è, a volte bacia gli audaci, ma soltanto quelli occasionali. Perché - appunto - alla lunga al gioco si perde sempre. A dirlo non è uno psicologo, né un educatore impegnato in una campagna contro la dipendenza. «Alla lunga si perde» è un principio della matematica. Di più: grazie a una semplice moltiplicazione («Semplice sulla carta, ma difficile da far propria») un giocatore inarrestabile può sapere in anticipo quanto perderà esattamente, dopo mesi o anni di tentativi.

Il banco vince
Paolo Canova e Diego Rizzuto, esperti nel calcolo delle probabilità, ospiti ieri al convegno «A che gioco giochiamo?» promosso da Regione e Aress, sono chiari. «Ogni gioco è naturalmente organizzato per far guadagnare il banco. E il banco ha sovente un margine fisso e sicuro di guadagno». La sconfitta, alla lunga, è un calcolo. «Ciò che uno perde è il prodotto del margine di guadagno del banco moltiplicato per la somma giocata nel tempo». Perché ogni gioco (roulette, Superenalotto, Win for Life) hanno una loro percentuale di vincita sicura. Paolo e Diego hanno la prova provata di questa equazione: sono stati in grado di dire a una donna, giocatrice compulsiva, quanto si sarebbe giocata nel giro di pochi anni (330 milioni) tentando sempre allo stesso azzardo e puntando praticamente sempre la medesima somma.

La regola d’oro
«Per perdere poco bisogna giocare poco», è la conclusione quasi lapalissiana. In realtà si nasconde una verità profonda: «Puntare per provare l’ebbrezza della vittoria, per realizzare un piccolo desiderio - sostengono Canova e Rizzuto - può portare al massimo a una delusione e a qualche euro in meno. Ma chi gioca per cambiare la propria vita non ha speranza di realizzare il proprio sogno, anzi».

Famiglie rovinate
La Regione Piemonte, da tempo in prima linea per fermare l’azzardo, ha pronta una proposta di legge per cercare di arginare la piaga: «Ci sono famiglie - spiega Paola Monaci, coordinatrice della Commissione tecnica regionale contro le dipendenze - che vanno in rovina, e mogli o mariti che scoprono che il loro coniuge gioca quando ormai la situazione è tragica, al limite del suicidio, che è troppo spesso la strada che si imbocca quando si perde tutto».

Nelle scuole - ha annunciato Mario Gabello, dell’assessorato all’Istruzione - saranno organizzati corsi per gli studenti superiori». La matematica dice che, nell’arco di un solo anno, abbiamo una probabilità su quasi due milioni di vincere al Win For Life. È molto più probabile schiantarsi e morire al volante di un auto (1 probabilità su 20 mila) o precipitare a bordo di un aereo (1 probabilità su 500 mila). Meglio giocare poco, occasionalmente . «“Poco” o “tanto” sono in realtà confini che dipendono dal tipo di azzardo che si sta tentando». Ma oltre un certo limite il risultato è identico, la sconfitta scontata. Matematico.



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Due matematici spiegano perchè vince il banco

Il martire del terrorismo su cui l'Italia resta spaccata

Livio Caputo - Mar, 13/11/2012 - 07:19

C'è chi ha avviato il processo per la sua beatificazione, chi lo considera un cattocomunista responsabile di molti dei problemi italiani: Aldo Moro rimane uno dei personaggi più controversi della Prima Repubblica

C'è chi ha avviato il processo per la sua beatificazione, chi lo considera un cattocomunista responsabile di molti dei problemi italiani.


Un momento di relax durante le ferie invernali in montagna. Cortina d’Ampezzo, dicembre 1962 (Sergio Del Grande)


C'è chi esalta tuttora la sua politica di avvicinamento al Partito Comunista di Enrico Berlinguer (le famose convergenze parallele), chi è convinto che il suo progetto di compromesso storico avrebbe addirittura messo in discussione la nostra appartenenza al blocco occidentale. C'è chi ha parole di elogio per la sua politica estera filoaraba, chi la critica al punto di averlo ribattezzato Al-Domor. C'è chi ritiene che con le sue ripetute prese di distanza dagli Stati Uniti d'America abbia fatto gli interessi dell'Italia, chi lo esecra ancora per avere concluso il famigerato trattato di Osimo con la Jugoslavia di Tito.

A quasi trentacinque anni dal suo rapimento ed assassinio ad opera delle Brigate Rosse, Aldo Moro, primo capo di un governo di centro-sinistra e poi per cinque volte presidente del Consiglio tra il 1963 e il 1976, rimane uno dei personaggi più controversi della Prima Repubblica. Pugliese di nascita, laureato in legge, profondamente cattolico, Moro ha fatto parte fin dal principio della corrente dossettiana di sinistra, critica della politica centrista di Alcide De Gasperi, ed è rimasto sempre su queste posizioni. Quando fu rapito il 16 marzo del 1978, era presidente del partito e si apprestava a realizzare il suo obbiettivo di inserire formalmente il Partito comunista italiano nei meccanismi del potere.

I cinquantacinque giorni della sua prigionia furono i più drammatici degli anni del terrorismo, spaccando governo, partiti e parlamento in un fronte della fermezza, contrario a ogni trattativa per la sua liberazione per non dare un riconoscimento politico alle Brigate Rosse (Giulio Andreotti, Francesco Cossiga, il Partito Comunista Italiano) e un fronte possibilista disponibile a negoziare uno scambio di prigionieri coi rapitori (Bettino Craxi, Amintore Fanfani, il Vaticano).

Durante la prigionia scrisse 86 lettere, di cui alcune ferocemente critiche verso i dirigenti della Democrazia Cristiana («Il mio sangue ricadrà su di loro»). Ma tutto fu inutile: il 9 maggio il suo corpo crivellato di colpi fu ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa a pochi metri da piazza del Gesù a Roma. Per protesta, i familiari rifiutarono i funerali di Stato. Vari aspetti della vicenda sono ancora circondati dal mistero, dando vita a una pletora di teorie complottistiche che attribuiscono il suo assassinio alla P2, alla CIA, al KGB o addirittura ad ambienti democristiani. Inutile dire che nessuna è stata provata.

Quando Buddha era un santo cristiano

La Stampa

La storia bizantina di Ioasaf, bestseller del Medioevo che anticipa il Siddharta di Hesse e avvia la lunga marcia dell’Illuminato in Occidente

silvia ronchey


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«Perché non possiamo non dirci cristiani», scriveva il laico Croce, riflettendo sulle radici comuni dell’Europa. Con altrettanta obiettività dovremmo oggi seriamente riflettere sul «perché non possiamo non dirci buddisti». Più di una filosofia e meno di una religione, il buddismo è forse la dottrina più condivisa del mondo contemporaneo. Ne è pervasa, ben più che dal cristianesimo, la filosofia moderna, esistenzialista e non. Un silenzioso bestseller, il Siddharta di Hesse, ha orientato spontaneamente la formazione delle due ultime generazioni. Ratificata dalla New Age, ma già anticipata da pionieri del modernismo cattolico come Thomas Merton, l’accoglienza culturale e cultuale del buddismo ha prodotto un’ibridazione confessionale, in cui lo yoga cristiano e le forme di meditazione miste sono ormai consuetudine pacifica.

In genere si fa risalire l’influsso del buddismo nel pensiero, nella cultura e nel modo di sentire dell’Occidente allo slancio degli studi di orientalistica, da cui si dice fosse influenzato fin da ragazzo Schopenhauer. Ma in realtà il buddismo era già penetrato da secoli in Occidente, ne aveva permeato la psiche collettiva e si era innestato nel suo Dna culturale, predisponendo subliminalmente il terreno alla definitiva svolta ottocentesca. Fin dall’XI secolo il Buddha era diventato un santo della Chiesa cristiana. Il suo nome era stato solo lievemente mascherato: Ioasaf, da bodhisattva - budasaf - iudasaf, attraverso le varie versioni che avevano portato la sequenza di fatti, circostanze, archetipi e simboli, per così dire la stringa originaria della vita del Buddha, fino a Bisanzio.

Mai prima coagulata in un testo sacro, lì si era fatta libro. Il buddismo non aveva mai avuto una Scrittura, non essendo un’ortodossia ma un’ortoprassi dove ciò che importa è l’armonia del comportamento e non quella delle dottrine: fatto per adattarsi alle diverse culture, si rispecchiava diversamente nelle loro scritture. Ma la forza plasmatrice di Bisanzio, civiltà del libro per eccellenza, generò un nuovo testo originale: la Storia di Barlaam e Ioasaf, composta tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo da Eutimio di Iviron, un aristocratico ostaggio circasso educato all’alta cultura dei palazzi di Costantinopoli e diventato poi monaco sul Monte Athos. È a partire da questo primo decalcarsi dell’impronta buddista nello stampo bizantino che la sequenza narrativa della vita del Buddha si moltiplicherà in progressione geometrica nella letteratura occidentale e Buddha estenderà la sua predicazione in Occidente en travesti, sotto forma di santo cristiano.

La storia del bodhisattva Ioasaf sarà uno dei libri più diffusi del Medioevo globale, un Siddharta ante litteram elevato a potenza. Dal testo greco passerà allo slavo ecclesiastico, di qui al russo e al serbo. Nell’Est del mondo la versione di Eutimio sarà tradotta, oltre che in arabo, in etiopico, armeno, ebraico, siriaco. Detti e fatti dell’alias cristiano di Siddharta risuoneranno in ogni lingua occidentale con una diffusione mai raggiunta da nessun’altra leggenda. Attraverso il latino, ma con l’influenza del manicheismo, la sua storia raggiungerà la Provenza dei catari e degli albigesi. Si trasmetterà alle prime chanson de geste, ai poemi epici medievali in langue d’oïl, a quelli medio-alto-tedeschi, fino al Barlaam und Josaphat di Rudolf von Ems. Sedurrà l’Italia più mistica, il Trecento senese di Caterina, e attraverso il Novellino si trasmetterà al Decameron di Boccaccio. 

Si affrancherà dal latino nei fabliaux, nei sunti dei Leggendari, nei misteri popolari, nelle ballate e nei ludi medievali del Maggio. Stupirà il pubblico nelle piazze e nelle sacre rappresentazioni. Attraverserà i confini settentrionali dell’Europa e arriverà fino al teatro di Shakespeare. Nel Seicento vedrà la sua massima fortuna, da Port-Royal alla Spagna, dove Lope de Vega ne trarrà il suo Barlán y Josafá, per il cui tramite il giovane principe isolato dal mondo e assorbito nel sogno troverà il più completo ritratto occidentale in La vida es sueño di Calderón de la Barca. Sarà attraverso Calderón che la trama della vita del Buddha - questa leggenda dalle mille facce, questo punto dello spazio letterario che contiene tutti gli altri punti, proprio come l’Aleph di Borges - si trasmetterà alla letteratura otto e novecentesca e troverà ancora interpreti in Hugo von Hofmannsthal e in Marcel Schwob.

Intanto repertori come lo Speculum di Vincenzo di Beauvais e la Legenda aurea di Jacopo da Varazze avevano riflesso e nebulizzato nel loro perdurante raggio di influenza non solo la storia del Gautama Sâkyamuni, ma anche il lucente pulviscolo leggendario e sapienziale delle dieci fiabe o parabole che la scandiscono, la più famosa delle quali, l’apologo del Viandante e dell’Unicorno, oggi nota soprattutto nella sua versione zen, proprio attraverso il Barlaam e Ioasaf è dilagata in tutte le letterature del mondo. Un uomo è inseguito da un unicorno imbizzarrito. Nella fuga inciampa e cade in un burrone. Mentre precipita riesce ad aggrapparsi a un arbusto. Guardando in giù però si accorge che due topi, uno bianco e uno nero, ne stanno rosicchiando le radici. In fondo al burrone vede un drago che lo aspetta a fauci spalancate.

Esaminando il punto in cui appoggia i piedi vede quattro teste di serpenti che spuntano dalla parete di roccia. Alza gli occhi al cielo e vede che dai rami dell’arbusto sta colando del miele. Smette di pensare a tutto il resto e si concentra sulla dolcezza di quella piccola goccia di miele. Avere portato in Occidente questa parabola, di origine forse giainista, è uno dei più squisiti meriti di Bisanzio. Quell’eco mistica arrivò a Baudelaire, per insinuarsi in Mon coeur mis à nu, e a Tolstoj, la cui Confessione è forse la più chiara enunciazione del buddismo cristiano: conosciuto mediante la tradizione ortodossa dei Menei, il Buddha bizantino, scrive, «gli rivelò il senso della vita».