giovedì 8 novembre 2012

Anche Gardaland si arrende alla crisi Pronti i licenziamenti per 63 addetti

Corriere della sera

L’annuncio del gigante del divertimento che d'estate arriva a impiegare 1200 persone e che conta 250 dipendenti fissi


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VERONA — La fredda aritmetica della crisi miete un’altra vittima, ma stavolta a piegarsi è un gigante: Gardaland intende licenziare 63 dipendenti. L’azienda l’ha confermato alle agenzie di stampa. «Gardaland, il più importante parco di divertimenti italiano - si legge in una nota - ha confermato di aver avviato un confronto con le organizzazioni sindacali di categoria relativamente a un piano di ristrutturazione delle proprie attività aziendali in vista della stagione 2013». La ragione che sta alla base di questa scelta è quella che chiunque può immaginare: la crisi dei consumi. «La difficile situazione economica italiana - prosegue l’azienda - ha colpito inevitabilmente la gran parte delle attività economiche e produttive italiane, comprese quelle del settore turistico, alberghiero e del tempo libero. Anche le attività di Gardaland hanno risentito di questo impatto negativo».

Non è dato sapere da quanto tempo Gardaland debba fare i conti con una riduzione dei margini. Di certo, però, sono lontani i tempi in cui la fine dell’anno era il momento in cui l’azienda poteva comunicare di aver superato nuovi record: nel 2009 il parco registrò 3 milioni 250mila presenze. Oggi non si sa. Si tratta comunque di un indicatore importante: se anche il gruppo Merlin Entertainments (che oltre a Gardaland e SeaLife, nel mondo controlla attrazioni come il London Eye o il Madame Tussauds, per citarne alcune) ritiene opportuno chiudere 63 posizioni lavorative a tempo indeterminato in quello che è il più grande parco divertimenti europeo dopo Euro Disney, vuol dire che sulla ripresa italiana gli investitori stranieri non scommettono affatto.

L’eventuale taglio di 63 dipendenti (formalmente la procedura di mobilità non è ancora stata avviata) non è marginale: se è infatti vero che d’estate, al culmine della stagione, Gardaland dà lavoro a 1.200 persone, bisogna d’altra parte notare che i dipendenti fissi sono circa 250 e i 63 che vengono messi in questione rientrano in questa categoria. «Gardaland - dice Andrea Sabaini, segretario della Fisascat Cisl - soffre e deve riorganizzarsi. Questo fatto è preoccupante in quanto è determinato dalla crisi che vivono le famiglie italiane, le quali non hanno più risorse da spendere nel divertimento. Nemmeno in quello dei figli».

Davide Pyriochos
07 novembre 2012 (modifica il 08 novembre 2012)

Foxconn ammette: “Non riusciamo a stare dietro alle richieste di iPhone”

La Stampa

Equipaggiamento insufficienti e la domanda continua a salire

roma


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L’azienda di proprietà taiwanese Foxconn ammette di non riuscire a far fronte alla domanda degli iPhone 5, di cui è produttrice in conto terzi per la Apple. «Non riusciamo a far fronte alle richieste - ammette il presidente di Foxconn, Terry Gou - I nostri equipaggiamenti sono insufficienti, a fronte dell’altissima domanda». Inoltre ammette che il design dell’iPhone 5 ha contribuito a creare problemi produttivi, senza però fornire ulteriori dettagli. Dal suo lancio a settembre Apple ha venduto 5 milioni di iPhone 5. L’executive di Foxconn non ha voluto precisare se la società, che dispone di colossali impianti di produzione in Cina, intende appaltare a terzi alcuni degli ordini sull’iPhone 5. 

La Francia dichiara guerra alla Nutella e aumenta le tasse dell'olio di palma

Corriere della sera

Sale del 300% il dazio sull'ingrediente usato per realizzare la crema di cacao. «Va sostituito con sostanze meno dannose»

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PARIGI - «Produrre olio di palma provoca deforestazioni massicce che compromettono l’ecosistema», dice il potente ministro del Budget Jerôme Cahuzac, e in mente ha l’inaspettato nuovo nemico pubblico francese, la Nutella. Cahuzac sostiene la sovratassa sulla Nutella proposta dai senatori, perché «è tempo che i consumatori se ne rendano conto». La commissione degli Affari sociali del Senato ha adottato mercoledì un emendamento al bilancio della Sécu, il sistema di sicurezza sociale francese, che punta ad aumentare del 300% la tassa sull’olio di palma utilizzato in decine di prodotti alimentari, tra i quali il più consumato – e amato – è la Nutella.

Solo in Francia, nel 2010-2011 la Nutella ha raggiunto vendite per un miliardo di euro, su un totale di sette in tutto il mondo. «La sovratassa sull’olio di palma è un segnale alle industrie agro-alimentari perché sostituiscano questo ingrediente con altre sostanze meno dannose - dice il relatore della commissione Yves Daudigny -. L’olio di palma è molto usato perché costa poco ma è troppo ricco di acidi grassi saturi nocivi per la salute». L’«emendamento Nutella» comporta 300 euro da pagare in più per tonnellata: la tassa attuale è di 98,74 euro la tonnellata.

Nelle casse dello Stato dovrebbero arrivare 40 milioni di euro in più. Non è la prima volta che lo Stato francese sceglie di colpire alcuni prodotti, aumentando le tasse su quelli giudicati poco salutari. In passato è stata la volta della Coca-Cola e delle altre bevande gassate, per non parlare delle sigarette. Finora mai toccati invece alimenti tradizionali della Francia, come vino o foie gras.


Stefano Montefiori
@martaserafini8 novembre 2012 | 12:28

Un’emozione… che sta in piedi

Corriere della sera

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di Simone Fanti


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L’emozione non ha voce, cantava Celentano… e il mio grido si è spento in gola giusto nel momento in cui mi sono alzato in piedi per la prima volta dopo dieci anni in sedia a rotelle. Un urlo liberatorio di goia, di tensione, di ricordi che di colpo tornano alla mente, un grido soffocato appunto per una lunghissima decade. Un urlo silenzioso. Tre bit e l’esoscheletro, mi ha sollevato leggero, come se fosse la cosa più naturale per un uomo.

Normale per gli altri ma non per me, paraplegico a causa di un incidente motociclistico. Quell’azione semplice e banale che ognuno compie migliaia di volte a me era preclusa. Chiudete gli occhi e immaginatevi il mio viso. Il mio volto si è fatto bambino e ha assunto quell’espressione fancullesca dei bimbi che scoprono per la prima volta la forza del mare, quell’espressione che mescola gioia, stupore, paura di qualcosa di più grande di loro…

Puf e quasi per magia mi sono trovato in stazione eretta, in un equilibrio barcollante, a guardarmi intorno e tornare a vedere tutti un po’ dall’alto (al mio metro e 85 vanno aggiunti circa sette centimetri dovuti al macchinario, alle scarpe a alla retrazione del piede equino). Una magia tecnologica, due gambe bioniche e un piccolo computer che le guida. Nessun miracolo, ma l’ingegno dell’uomo. Da qualche tempo infatti, ho iniziato il progetto pilota che tra accelerazioni e rapide frenate (qui potete leggere il diario della mia avventura) mi ha portato all’appuntamento con la stazione eretta.

La prima volta non si scorda mai… ma ero troppo stupito e impaurito per potermi godere di quei dieci minuti ( che mi sono sembrati un attimo). Il mio corpo impegnato a riassettarsi sulla posizione verticale. Il mio cervello invaso da mille pensieri contradditori: gioia e malinconia, paura e voglia immensa di spingermi oltre… e poi quella sensazione di sentirsi un birillo traballante sostenuto da un robot e dalla mani sicure della fisioterapiste. Una marionetta, un pupo siciliano sorretto da mille fili invisibili che danno vita a membra spente. E dietro a ciascun filo, le dita amorevoli di mia moglie, dei genitori, di mio fratello e dei mille amici.

Ed ecco il passato che riaffiora prepotente, carico di un fiume di ricordi che vorrebbero cancellare la gioia di questo momento. Non lo posso negare al ritorno dalla prima lezione (ne devono seguire almeno altre 20) mi sono sciolto in un pianto liberatorio… nelle lacrime le immagini del mio passato. Di quei primi 26 anni trascorsi da bipede… di quelle sensazioni, a contatto di pelle, che avevo nascosto nei reconditi dell’anima. Troppo faticose, troppo dolci-amare… emozioni che sono solo ricordi e non torneranno comunque più. E che lasciano ora spazio per le nuove… chissà magari quelle che genererà il muovere il primo passo

Quel gesto del Papa per Paolo Gabriele

La Stampa

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Antonio Socci rivela: «Benedetto XVI rispose alla lettera di scuse inviando al maggiordomo un libro dei salmi con la sua firma autografa»

Andrea Tornielli
Città del Vaticano


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Benedetto XVI avrebbe perdonato il suo maggiordomo Paolo Gabriele, reo confesso – e condannato con sentenza definitiva – per il furto dei documenti riservati finiti nelle pagine del libro di Gianluigi Nuzzi. Lo rivela Antonio Socci, giornalista e scrittore, sul quotidiano «Libero» di oggi.

Dopo aver ricordato la lettera di scuse che l’aiutante di camera inviò a Ratzinger attraverso i tre cardinali che stavano indagando sui vatileaks, Socci scrive: «Quando il segretario della commissione cardinalizia, padre Martiniani, ha consegnato al Papa la lettera autografa di Gabriele che si diceva consapevole di averlo offeso e aver mancato alla sua fiducia e per questo gli chiedeva perdono, Benedetto XVI ha risposto inviando a Gabriele un libro dei salmi (che lui aveva citato nella lettera). Il libro che reca la firma autografa del Papa con la sua benedizione apostolica indirizzata personalmente a Gabriele e il sigillo della segreteria particolare del Pontefice, è stato portato direttamente da Castel Gandolfo, dove risiedeva il Papa in quei giorni, nelle mani di Gabriele (il Pontefice si è inoltre preoccupato della situazione della famiglia)».

«Tutto questo – continua l’autore dell’articolo– era la premessa per la grazia che si attendeva dopo il verdetto». Per Socci, il gesto dell’invio del libro autografato va interpretato come un segno concreto perdono papale. Mentre la mancata concessione della grazia, che molti si attendevano dopo la sentenza divenuta definitiva, sarebbe dovuta - secondo il giornalista di «Libero»  - più a una volontà della Segreteria di Stato che dello stesso Pontefice, in quando Gabriele non ha chiesto scusa alle altre persone danneggiate dalla divulgazione dei documenti, in particolare al primo collaboratore di Ratzinger, il cardinale Tarcisio Bertone.

Socci sottolinea a questo proposito la durezza del comunicato diffuso dalla Segreteria di Stato lo scorso 25 ottobre, nel giorno in cui Paolo Gabriele è tornato nelle celle della Gendarmeria vaticana dopo che la sentenza di condanna a un anno e mezzo di carcere è diventata definitiva. E si augura che alla fine prevalga «la bontà e la saggezza del Santo Padre». «Sarebbe – conclude – un esempio per il mondo. Padre Pio amava ripetere: “Dio vuole che la nostra miseria sia il trono della Sua misericordia”».

È comunque difficile immaginare che il comunicato del 25 ottobre non abbia ricevuto l’approvazione di Benedetto XVI, come pure è complesso supporre che non dipenda in primo luogo dalla volontà del Papa il mancato annuncio della grazia dopo la sentenza, dato che compete a lui e solo alla sua sovrana decisione l’eventuale concessione del perdono.

Rio, il cane-poliziotto minacciato dai narcos

La Stampa

zampa

Boss, un labrador di 5 anni, ha ritrovato quintali di droga nelle favelas. Ora i trafficanti  vogliono ucciderlo

FILIPPO FEMIA (AGB)
TORINO
 

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E’ il nemico numero uno dei narcos di Rio de Janeiro. Durante i blitz nelle favelas più pericolose ha scoperto quintali di droga e centinaia di armi. Dopo l’ultima retata, in cui ha individuato 300 chili di marijuana, è diventato una vera e propria celebrità. Per questo ha ricevuto minacce di morte. Non è un agente speciale della narcotici, ma un labrador di cinque anni dal manto scuro in forza al “Battaglione operazioni cinofile”. Dopo aver rovinato i piani dei trafficanti con il suo “super olfatto”, ora Boss - questo il suo nome - è nella lista nera della criminalità organizzata. «Dobbiamo sparare a quel maledetto cane», il dialogo tra i trafficanti intercettato dalla polizia.

Ma la minaccia non ha spaventato l’unità cinofila: in 55 anni di attività nessun animale è stato ferito in servizio. «Ora abbiamo aumentato le misure di sicurezza. Ci saranno nove agenti insieme a Boss, per proteggerlo da una possibile imboscata. Ma le nostre operazioni continuano come prima», spiega il tenente Daniel Resende. Intanto Boss continua a scodinzolare per le vie più pericolose della città carioca, incurante dei rischi, a caccia di droga, armi ed esplosivi: «Per lui è un divertimento - spiega Vítor Vale, vice-comandante del battaglione -. E’ senza dubbio il migliore dei nostri agenti a quattro zampe. Il suo naso è infallibile: non esiste nascondiglio capace di ingannarlo».

La giornata lavorativa di Boss e dei suoi 68 “colleghi” dura circa 6 ore. Il giorno successivo al servizio è dedicato al riposo, al gioco e alle eventuali cure dei veterinari. Le ultime fatiche dell’agente a quattro zampe sono state ricompensate dopo i sequestri record di stupefacenti (oltre due tonnellate in un anno). Boss ha ricevuto in premio una compagna di pattuglia: Bombom. Ora la vita dei narcos brasiliani sarà ancora più dura, c’è da scommetterci.

Lo smemorato Napolitano: "La Germania è un pericolo"

Francesco Cramer - Gio, 08/11/2012 - 07:07

Oggi Re Giorgio si professa convinto europeista, ma trent'anni fa era il contrario. "Ci spingono alla deflazione": ecco cosa pensava dell'ingresso dell'Italia nello Sme

È il caso di dire che Napolitano è proprio «Sme»morato. Non c'è settimana in cui Re Giorgio non lanci moniti sull'Europa e sul rigore: «In Europa il solco è tracciato: integrazione sovranazionale» (4 novembre); «La disciplina fiscale è un imperativo» (23 ottobre).


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«La crisi si batte con ulteriori trasferimenti di quote di sovranità» (13 ottobre). Viva l'Europa e viva il rigore teutonico. Peccato che proprio Napolitano e il suo Pci, sull'Europa, non la pensavano proprio così.

Rinfreschiamo la memoria al Colle. Dicembre 1978, IV governo Andreotti. In Parlamento si discute se entrare immediatamente nel Sistema monetario europeo, vera e propria anticamera della Ue, oppure no. Lo Sme serviva a vincolare le monete dei Paesi membri della Cee, onde prevenire troppe ampie fluttuazioni. Già all'epoca il contesto internazionale è simile a quello attuale: la Germania è forte, la Gran Bretagna è scettica di suo, l'Italia - come sempre - arranca.

Proprio Napolitano e il suo partito sono i più cauti all'ingresso immediato nello Sme e gridano: attenti alla deflazione, alla spinta al ribasso dei diritti e dei salari dei ceti medi e popolari, all'innalzamento della disoccupazione, alle politiche di rigore destinate a portare il Paese ad avvitarsi in spirali recessive. Quindi che fare? Entrare subito o no? A gestire la difficilissima partita con i partner europei è Andreotti, che guida un monocolore Dc con l'appoggio esterno del Pci.

Siamo in pieno «consociativismo» ma in Parlamento è battaglia. Per il Pci parla proprio Napolitano. E dice: «Oggi sono prevalse forzature di varia natura. E sono venute da una parte sola, cioè da coloro che hanno premuto per l'ingresso immediato dell'Italia nel sistema monetario». Una forzatura abbracciare l'Europa. Napolitano vuole aspettare perché occorre «una maggiore stabilità nei rapporti tra le monete e... avvicinare le situazioni e le politiche economiche e finanziarie dei Paesi della Comunità in funzione di obiettivi di crescita, riequilibrio, di progresso sociale».

Ecco quindi l'attacco a Bonn e alla Bundesbank, troppo egoisti. Sono colpevoli di operare «una sostanziale resistenza dei Paesi a moneta più forte, della Repubblica federale di Germania, e in modo particolare della Banca centrale tedesca, a... sostenere adeguati oneri per un maggior equilibrio... delle economie». Insomma, lo Sme, per Napolitano, serve «a garantire il Paese a moneta più forte e spinge un Paese come l'Italia alla deflazione». Bonn fa i suoi interessi e Napolitano non ci sta: «Il rischio è veder ristagnare la produzione, gli investimenti e l'occupazione invece di conseguire un più alto tasso di crescita».

Ecco che, quindi, Napolitano indica la strada del suo partito: aspettare, non dire immediatamente «sì»; occorre «non aderire entro otto giorni ma riservarsi la scelta di adesione immediata». Perché tanta fretta? «Perché non si sono raccolte le preoccupazioni e gli avvisi alla prudenza?», si domanda il comunista che poi mette il dito nella piaga: «La verità è che forse s'è finito di mettere il “carro” di un accordo monetario davanti ai “buoi” di un accordo per le economie».

Poi, l'affondo finale: «Bisogna sbarazzarsi di ogni residuo di europeismo retorico e di maniera». Un Napolitano lontano mille miglia dal Napolitano di oggi anche nei toni e nel linguaggio, intriso di sovieticità: «Meschine manovre anticomuniste, destinate a sgonfiarsi rapidamente - dice grave - premere per l'ingresso nello Sme»; frutto di un «calcolo irresponsabile e velleitario». Il Napolitano di ieri si rivolterebbe nella tomba a sentire il Napolitano di oggi.

A Napoli 300 milioni, ai terremotati briciole

Antonio Signorini - Gio, 08/11/2012 - 08:27

Nel decreto sui costi della politica ridotti gli aiuti per l'Emilia. Ma spunta il raddoppio dei fondi per i Comuni in rosso

Roma - Aiuti con il contagocce per i terremotati dell'Emilia. Manica larga (con la possibilità di passare a una XXL attraverso ulteriori interventi di sartoria) con i Comuni in rosso.


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Prosegue il braccio di ferro governo-maggioranza sul decreto «costi della politica». Ieri la tensione è aumentata proprio sui fondi per le zone colpite dal sisma. I deputati delle commissioni Affari Costituzionali e Bilancio della Camera hanno respinto le modifiche presentate dall'esecutivo alla norma che proroga l'esenzione dal pagamento dei tributi per i terremotati emiliani, introdotta venerdì scorso nel dl. Ieri il governo ha presentato un contro-emendamento soppressivo e i deputati lo hanno bocciato. In seguito è stato raggiunto un compromesso, prevedendo la sospensione dei pagamenti solo per i tributi. Esclusi i contributi previdenziali, per i quali la Ragioneria generale dello Stato non vuole deroghe. A coprire i costi della proroga, i fondi dell'otto per mille. Dopo l'incidente, il governo ha posto la fiducia.

Altre novità nel decreto sugli enti locali, lo stop del governo a un emendamento che allargava l'esenzione Imu al mondo del no profit e, in genere, a tutte le «attività non lucrative». In questo caso le commissioni della Camera hanno votato l'emendamento abrogativo del governo. Pollice verso anche per un'altra modifica al decreto, sul nodo delle penali che i Comuni attualmente devono pagare se estinguono in anticipo i mutui con la Cassa depositi e prestiti. È stato approvato un emendamento del governo che cancella le modifiche votate dai deputati che puntavano ad alleggerire l'onere ai Comuni. La spesa, secondo l'emendamento dell'esecutivo, è però esclusa dal Patto di stabilità interno.

Nel decreto sui costi della politica c'è però uno sconto ben più importante per le amministrazioni comunali, in particolare per quelle individuate come in «pre dissesto». Cioè la cancellazione delle sanzioni previste dal federalismo fiscale, il raddoppio dei fondi (da 100 a 200 euro a cittadino) per i Comuni in rosso cronico. Misura che farà comodo in particolare a Napoli, tanto che il sindaco Luigi De Magistris la rivendica come una vittoria personale, ma che sta creando malumori sempre più evidenti tra le autonomie locali. «Non mi spiego il mancato coinvolgimento delle Regioni tra i beneficiari del fondo di rotazione se non in una logica politica e non tecnica. Se così fosse, ce la spieghino», ripete da giorni il presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro.

Con un aumento dei fondi a 200 euro Napoli potrebbe coprire gran parte del disavanzo strutturale della città, che si aggira sui 300 milioni all'anno. La Regione Campania - già alle prese con il rientro del debito sanitario - si ritroverebbe con circa 600 milioni di deficit. «Giusto aiutare i comuni in difficoltà, ma non vedo perché non tenere conto anche delle Regioni - spiega il governatore - anche perché il fondo di rotazione, di fatto, fu istituto proprio per le amministrazioni regionali».
E potrebbe non essere finita qui.

Da qualche giorno un fronte trasversale si sta adoperando per fare aumentare ulteriormente i fondi oltre i 200 euro per abitante. La proposta potrebbe arrivare con gli emendamenti alla legge di stabilità. Una polizza di assicurazione per i Comuni cronicamente in rosso, a beneficio dei sindaci, senza distinguere tra chi sta risanando e chi, invece, ha contribuito a creare il buco. Un deciso cambio di passo rispetto ai tempi in cui si teorizzava il federalismo e il «fallimento politico» degli amministratori che non tengono i conti in ordine.

Soli al Polo, come un viaggio su Marte

La Stampa

Dopo 8 mesi, oggi finisce l’isolamento della base antartica Concordia, che simula la vita sul Pianeta rosso

francesco grignetti
roma


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Hanno tenuto duro per otto mesi, in tredici, metà italiani e metà francesi, barricati in una base antartica di 1.500 metri quadrati, circondati da migliaia di chilometri di ghiaccio. Una grande avventura, la loro, talmente eccezionale che ha meritato l’invenzione di un neologismo: li chiamano «invernanti» perché sono come naviganti che attraversano il Grande Inverno.

Li hanno lasciati lì, nel cuore del Polo Sud, nel febbraio scorso e addio. Fuori, intanto, le temperature hanno toccato i -80 gradi. Talmente freddo che nessun elicottero può alzarsi in volo; congelerebbe il carburante nel serbatoio. Barricati nella base, con le dispense piene, i generatori al massimo, tantissimi libri, telefoni satellitari per parlare ogni tanto con casa, i tredici hanno fatto il loro dovere di ricercatori. Hanno portato avanti i programmi di osservazione astronomica, meteorologica, sismica, glaciologa. Quando sono usciti all’esterno, poi, oltre al gelo e alle raffiche di vento, trovandosi a 3.500 metri di altezza, hanno affrontato anche la scarsità di ossigeno nell’aria.

Condizioni climatiche davvero estreme. Ma oggi, finalmente, a Base Concordia, un’installazione italo-francese dove gli scienziati vivono per dodici mesi all’anno, finisce l’isolamento invernale (trovandosi nell’alto emisfero, le stagioni sono rovesciate rispetto a noi). Per oggi infatti sono attesi i «rimpiazzi». E dalla Nuova Zelanda è in arrivo la prima frutta fresca, dopo otto mesi di cibi in scatola. A vederla in foto,

Concordia sembra tanto una base spaziale. E non si è nel torto. Intanto perché le due torri di tre piani, collegate con un corridoio coperto, sono a perfetta tenuta stagna per tenere fuori il gelo. Poi perché nei tre mesi d’inverno al Polo Sud non si alza mai il sole e si vive la notte polare. Non a caso l’Agenzia spaziale europea partecipa alle spedizioni con un proprio medico per studiare gli effetti sul fisico e sulla psiche dei partecipanti. Perché l’inverno a Base Concordia è quanto di più simile a come sarà la vita su Marte.

Certo, problemi psico-fisici ce ne saranno tanti. È noto che l’assenza di luce incide sullo sviluppo osseo, sull’assimilazione della vitamina D, sul calcio nelle ossa. Gli sbalzi di umore sono intuibili. Vanno poi studiate le dinamiche di gruppo. Per colpa dell’altitudine, infine, complice anche il freddo e il vicinissimo buco nell’ozono, si rischiano gli effetti della sindrome da alta quota. Ma la scienza richiede sacrifici.

Lo scopo principale di Concordia, come recita il Programma nazionale di ricerche in Antartide, è quello di fornire alla comunità scientifica internazionale il supporto giusto per sviluppare la ricerca «nei molti campi che coinvolgono il continente, come l’astronomia, l’astrofisica, la sismologia, la fisica dell’atmosfera e la climatologia, nonché le ricerche di biologia e medicina volte a comprendere i meccanismi di adattamento dell’uomo alle condizioni ostili».

Omicidio, Bin Laden e islam: quello che non si dice di Grillo

Annamaria Bernardini de Pace - Gio, 08/11/2012 - 07:11

Tra isterismi e "vaffa", psicodiagnosi del leader: aizza precari e anti-casta per sfasciare il sistema. Ma governare è una cosa seria, non si fa con i diktat


È isterico? Delirante dell'onnipotenza? Ossessivo compulsivo? Non possiamo saperlo, ci vorrebbe una psicodiagnosi competente. Tuttavia, il 3 novembre ho scritto su questo giornale un pezzo nel quale esprimevo la mia indignazione verso il comportamento, intollerante e volgare, del comico Beppe Grillo, indirettamente tenuto con una signora attivista del suo movimento.


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Beffeggiata sul presupposto che i talk show siano per lei il punto G produttivo di orgasmo. La mia opinione si allargava anche nel giudicarlo incoerente, bugiardo e maschilista. Fino a paragonarlo a Robespierre che, per quanto rivoluzionario idealista, pretendeva di applicare le leggi del terrore anche ai suoi gregari.

Non pensavo di ricevere tanti commenti adesivi, dal momento che, ovunque mi volti e giri, sento di persone che voteranno il Movimento 5 stelle, raccolgo valutazioni entusiaste sul suo blog e ascolto da più parti molteplici «come dice Grillo». Addirittura Feltri dice di provare godimento nel vedere Grillo sfasciare il nostro marcio sistema. Di contro, c'è chi dice che il comico, pur predicando la trasparenza, avrebbe mostrato ambiguità nell'usufruire di un condono fiscale, nell'accettare e poi rifiutare interviste approfondite, nel condurre incoerentemente una propria vita a livelli non spartani, nel non chiarire i rapporti di vertice del movimento.

Mi è stato anche raccontato di una condanna di Grillo per omicidio plurimo colposo in quanto, secondo i periti di primo grado, non avrebbe fatto scendere i passeggeri, dall'auto che guidava, quando il tratto di strada si è fatto più pericoloso. Ne ho trovato conferma su Wikipedia. Avevo letto, peraltro, che egli dava un buon giudizio di Bin Laden e che, secondo lui, in Iran la donna è apprezzata come fulcro della famiglia (c'è la lapidazione per l'adultera, è obbligata a girare a capo coperto, ne viene impedita l'emancipazione!). Ho visto il programma di Grillo e ascoltato le sue invettive. A questo punto, facendo le somme dei dati negativi che lo riguardano, pur aggiungendoci, per sottrarli, anche quelli positivi, e approfondendo la conoscenza del personaggio tramite i media, sono davvero preoccupata.

Non riesco a godere, come Feltri, del possibile sfascio che causerà al sistema, perché mi sembra di percepire altri disastri peggiori. Il soggetto in questione sta, infatti, cavalcando le frustrazioni di un popolo, le paure, ansie e sofferenze. Tutto ciò con la promessa urlata di cambiare tutto politicamente, una volta ottenuto il consenso popolare. Parma insegna che l'ipotesi è molto difficile da attuare, perché la realtà è più complessa di come la si possa sognare. Grillo dichiara: «governeremo», ma forse non sa che il governo non si regge su sermoni, rampogne e insolenze, bensì con la competenza e la partecipazione consapevole.

In pratica si sta comportando come se proponesse a persone inesperte di gestire una centrale nucleare, promettendo a tutti indistintamente di aver accesso all'energia anche se impreparati. La conseguenza, non sarebbe certamente un incidente nucleare? Grillo è come un surfista che cavalca l'onda oceanica, cioè la moltissima gente arrabbiata, i giovani precari o senza un posto, gli affaticati dalla vita, i delusi dai politici, senza rendersi conto che il surf è uno sport per persone preparatissime, ricche di competenze approfondite sull'oceano. Chi non è pratico e allenato, prima o poi si fa travolgere dall'onda e ferire dalla sua stessa tavola.

Governare è una cosa serissima, un impegno grande e formidabile. Non si può voler cancellare di colpo tutta la classe politica, che è fatta anche di persone capaci. Non si può depennare l'esperienza degli anziani, la competenza acquisita, la tradizione, senza un solido progetto alternativo. Non si può dire a chiunque, indistintamente, vaffa. Mi sembra, dunque, che Grillo non possa confermare le aspettative e i diritti di quelli che oggi costituiscono l'onda sulla quale lui, dittatorialmente, «surfeggia».

I suoi seguaci, tuttavia, appaiono più golosi del sangue generato dalla guerriglia, che non consapevoli di essere titillati e manipolati da un'idea un po' isterica che, compulsivamente, eccita la loro rabbia sino all'orgasmo. Dopo di questo, però, in genere, si spegne la luce e non succede niente altro. Tantomeno la cosciente costruzione di una nuova repubblica fondata sulla partecipazione democratica e sulla libertà. Ma se Grillo non è l'alternativa praticabile, e quasi tutto il resto è pattumiera, chi si fa avanti per produrre energia pulita?

Verona, il Comune dichiara guerra a Giulietta

La Stampa

Scritte sui muri degli innamorati di tutto il mondo: «Basta degrado»
anna martellato
verona


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A Verona, città degli innamorati, è guerra ai messaggi d’amore. Il luogo simbolo dell’amore tragico di Romeo e Giulietta, ovvero la casa con il balcone dell’eroina shakespeariana, sta per diventare off-limits ai messaggi d’amore su muro e quelli scritti su post-it, che ad oggi ricoprono letteralmente i muri e la pietra dell’androne che conduce al cortile della casa di Giulietta, oltre che a gomme da masticare (non si capisce come, ma c’è chi riesce a scrivere una frase d’amore anche su quelle).

La giunta comunale ha infatti dato ieri il suo sì alla bozza di ordinanza che prevede il divieto di imbrattare le aree interne ed esterne della Casa di Giulietta. Nei prossimi giorni sarà quindi redatta l’ordinanza definitiva che vieta di attaccare gomme da masticare o biglietti adesivi ed imbrattare con scritte le pareti, fatta eccezione dei pannelli removibili dedicati (ricambiati ciclicamente), che già da qualche anno il Comune ha messo a disposizione degli oltre 2 milioni di turisti che ogni anno ammirano il balcone, ansiosi di lasciare il loro “ti amo” in tutte le lingue del mondo.
Non solo: sarà vietato anche consumare cibi o bevande all’interno dell’area. I cuori impavidi sono avvertiti: rischiano multe da un minimo di 25 a un massimo di 500 euro.

“Dopo diverse, giustificate, segnalazioni da parte sia di cittadini che di turisti che ritenevano poco consono il posizionamento di gomme da masticare e post-it nell’area della casa di Giulietta – spiega il sindaco Flavio Tosi – abbiamo deciso di mettere in atto un provvedimento che sanzionerà chi mette in atto simili comportamenti. Sarà quindi apposto un cartello che specificherà quali sono le zone su cui è consentito, come da tradizione, lasciare il proprio messaggio d’amore, ovvero sui pannelli removibili posti nell’androne”. A sorvegliare che nessuno compia gesti da eroe romantico armato di pennarello sarà la Polizia municipale, incaricata della sorveglianza e dell’esecuzione del provvedimento. 

Dopo le agevolazioni per la casa anche un lavoro sicuro per i rom

Serena Coppetti - Gio, 08/11/2012 - 08:37

Il consiglio della Zona 2 chiede un percorso preferenziale per affidare ai nomadi le commesse di Amsa e Comune per la raccolta del rame

Pare ancora troppo poco garantire l'accesso privilegiato alle case Aler, il permesso di costruirsi la casa da soli e l'avviso di sgombero.

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Perché non dare anche la possibilità ai rom di avere una corsia di accesso agevolato al lavoro? Per esempio affidando direttamente le commesse di Amsa e Comune, o incoraggiando la raccolta di materiali di recupero come il ferro e il rame nella quale sono piuttosto esperti? Non solo se lo è chiesto la rappresentanza sinistra nel parlamentino di zona 2.

Ma lo ha anche messo per iscritto, votato e inviato a Palazzo Marino come integrazione al Piano Rom, varato dalla Giunta. Tre pagine di «migliorie» che hanno fatto saltare sulla sedia Samuele Piscina, capogruppo del Carroccio in zona. Il quale non si è limitato a sgranare gli occhi di fronte al documento che assicura «ulteriori privilegi alle popolazioni rom», ma ha proposto 42 emendamenti, però tutti bocciati. E alla fine s'è beccato anche le minacce da parte di uno dei presenti, portato via di peso prima che riuscisse ad alzare le mani sul leghista.

«Le uniche forme di discriminazione individuabili - scrive Piscina - sussistono nei confronti degli onesti cittadini». Il ritornello pare risuonare ricorrente. Il Comune infatti sta pensando anche come stralciare il lotto degli strumenti musicali sequestrati ai musicisti rom e inseriti tra gli oggetti in vendita al miglior offerente lunedì prossimo. Si tratta di 42 violini, 24 fisarmoniche, 2 chitarre, un sassofono, 1 clarinetto, cinque amplificatori e altri sette strumenti danneggiati utilizzati senza autorizzazione.

Dopo l'appello di don Colmegna e di Arnoldo Mosca Mondadori, presidente del Conservatorio perchè «sono strumenti di lavoro» e perché la musica «è un tentativo di inclusione sociale», gli assessori Benelli (Decentramento) e Granelli (Sicurezza) si sono messi a studiare come aggirare l'ostacolo, magari con un bando ad hoc. L'«ostacolo» nella fattispecie è la legge che - in teoria - dovrebbe essere uguale per tutti.

«I milanesi non meritano di essere discriminati rispetto agli zingari», sbotta Massimiliano Orsatti, consigliere regionale della Lega nord. Nel documento inviato al Comune tra i suggerimenti viene chiesto che addirittura venga «rimessa in discussione l'idea del “superamento dei campi“ come principale linea-guida del piano». Che anzi «venga prevista la riqualificazione e la messa in sicurezza dei campi comunali».

«Ma come? - tuona Piscina - Il campo di via Idro è stato già sistemato una volta, è stata creata una cooperativa ad hoc, realizzati orti e serra. Con quale risultato? Tutto distrutto. Ora dovremmo fare tutto da capo con i soldi dei cittadini?». E insiste: «nel documento vogliono che venga sostituita la parola “integrazione“ con “cittadinanza“ dimostrando così di non sapere che quest'ultima è legato a uno status giuridico». Tra i punti elencati un paio balzano più di altri all'occhio.

Il «sostegno al lavoro» con l'affido privilegiato di commesse da parte di Comue e Amsa mentre «i cittadini disoccupati vengono completamente dimenticati», commenta Piscina. Oppure - testuale - «si devono favorire le forme di autoimprenditorialità come per esempio la nascita di cooperative di artisti e musicanti di strada o la raccolta di materiali di recupero (ferro ecc.)», «quei materiali - conclude Piscina - che tali popolazioni “recuperano“ rubando nei cimiteri, nei depositi e dalla linee di trasporto pubbliche».

Terremerse, Errani assolto Il giudice: «Il fatto non sussiste»

Corriere della sera

L'avvocato del governatore: «Ha tirato un sospiro di sollievo». Assolti anche i due dirigenti della Regione


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BOLOGNA- Il presidente della Regione Emilia-Romagna, Vasco Errani, è stato assolto perché «il fatto non sussiste». Il tribunale ha assolto il governatore accusato di falso ideologico nell'inchiesta Terremerse, a proposito di un finanziamento della Regione da un milione di euro alla cooperativa guidata allora dal fratello Giovanni. Assolti anche i due dirigenti della Regione (Filomena Terzini e Valtiero Mazzotti) perché «il fatto non costituisce reato». I due erano accusati oltre che di falso anche di favoreggiamento, accusa di cui non rispondeva il presidente poiché fratello di uno degli altri indagati. Con la sentenza di assoluzione pronunciata dal giudice Bruno Giangiacomo si chiude il rito abbreviato. Errani non era presente in aula.

IL LEGALE - «C'è stata un'assoluzione con formula piena: il presidente Errani è un uomo molto lineare, una sua eventuale condanna avrebbe comportato le dimissioni. Sarebbe stata una conseguenza ovvia- ha detto il legale del presidente, Alessandro Gamberini -. Non sarebbe rimasto al suo posto in caso di condanna perché il pm avrebbe messo una macchia sulla sua onorabilità». Il presidente ha atteso la sentenza a casa. «Gliel'ho appena comunicato al telefono, ho sentito un sospiro di sollievo». Sulle accuse mosse dalla procura, l'avvocato del governatore ha affermato: «Non faccio dietrologie, non era un'accusa politica era un'accusa infondata. Ci sono scelte sbagliate che portano a decisioni sbagliate non penso mai che la giurisdizione si muova per motivi politici».

LE RICHIESTE DELL'ACCUSA -Ieri nel corso dell'udienza del rito abbreviato (chiesto e ottenuto da Errani) il pubblico ministero Antonella Scandellari aveva chiesto condanne per un anno per i due dirigenti della Regione, Mazzotti e Terzini. Dieci mesi e venti giorni per il governatore. La difesa, invece, aveva chiesto l'assoluzione piena. Oggi il giudice ha assolto tutti e tre.

Errani in tribunale

Errani in tribunaleErrani in tribunaleErrani in tribunaleErrani in tribunaleErrani in tribunaleErrani in tribunale

LA VICENDA - Al centro dell'inchiesta il fratello del governatore, Giovanni Errani. A suo tempo presidente della cooperativa Terremerse è accusato di aver ottenuto indebitamente, nel 2006, un finanziamento della Regione di un milione per uno stabilimento vitivinicolo a Imola che doveva essere già costruito ma non lo era.

IL FALSO IDEOLOGICO- A carico del governatore non c'erano accuse relative al finanziamento: era imputato di falso ideologico, in concorso con i dirigenti regionali per una relazione inviata in Procura nel 2009, dopo l’uscita di un articolo sul Giornale a proposito del finanziamento alla cooperativa. Nella relazione (compilata dai due dirigenti regionali Terzini e Mazzotti) si diceva che la procedura era stata regolare e si negava che il permesso di costruire risalisse solo a una settimana prima della scadenza del bando: quella per i vertici regionali era solo una variante.

Redazione online08 novembre 2012

Quella ricetta di Mussolini che salvò l'Italia dalla crisi

Bruno Vespa - Gio, 08/11/2012 - 07:16

Nel nuovo libro di Vespa vengono analizzate in chiave attuale le misure che il Duce introdusse per tirare fuori il Paese dal baratro. Molte sarebbero d'esempio anche oggi

Esce oggi in tutta Italia il nuovo libro di Bruno Vespa «Il Palazzo e la piazza. Crisi, consenso e protesta da Mussolini a Beppe Grillo» (Mondadori-Rai Eri, 444 pagine, 19 euro). Il saggio dell'anchorman e conduttore di Porta a porta è una cavalcata attraverso le crisi economiche italiane e internazionali, dalla crisi del 1929 a quella attuale, che pesa di più sull'umore popolare per i clamorosi casi di corruzione politica che hanno fatto esplodere astensionismo e voto di protesta anche nelle recenti elezioni siciliane. 



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Ne pubblichiamo un ampio brano dedicato all'operato del Duce.

Poiché è stata la crisi del 2011-12 a suggerire l’idea di questo libro, e a fronte delle difficoltà incontrate dal go­verno Monti nel taglio della spesa pubblica, può essere interessante vedere come se la cavò Mussolini nell’altra Grande Crisi del secolo scorso. Come ogni regime dittatoriale, il fascismo spendeva grosse cifre per la difesa:all’inizio della crisi es­se rappresentavano il 32 per cento del bilancio statale, contro il 14 de­gli stanziamenti per opere pubbli­che.

Ora, negli anni successivi al 1931, il bilancio della Difesa fu ta­gliato del 20 per cento, mentre lo stanziamento per opere pubbli­che fu quasi raddoppiato. («Nei primi dieci anni del mio governo­ - amava puntualizzare il Duce- si è speso in opere pubbliche più di quanto abbiano speso i governi li­berali nei primi sessant’anni dal­l’Unità d’Italia»). Il bilancio della polizia, altra po­sta strategica del regime, fu decur­tato del 30 per cento, come quello della Giustizia, mentre gli stanzia­menti per le Colonie furono ridot­ti quasi del 50 per cento. Colpisce, invece, che non sia stato tagliato di una sola lira il bilancio della Pubblica istruzione.

Nonostante la scuola fosse uno dei settori sui quali Mussolini puntava mag­giormente (famoso lo slogan «Libro e moschet­to »), l’istruzione non fu mai veramente «fascistiz­zata », perché tra gli stessi in­segnanti fascisti erano pochi quelli che accettavano di svuotare la scuola della sua funzione culturale appiatten­dosi completamente sulle esi­genze del regime. Furono ridotti del 20 per cento anche i servizi fi­nanziari, malgrado i robusti inter­venti per salvare banche e impre­se. Nella prima metà degli anni Trenta il bilancio dello Stato oscil­lò tra i 19 e i 21 miliardi di lire.

Nel­l’esercizio finanziario 1930-31 il disavanzo fu limitato al 2,5 per cento, ma dall’anno successivo passò via via dal 20 al 35, per ridi­scendere al 10 nel biennio 1934-35 . Per farvi fronte, non volendo ri­nunciare alla parità aurea nono­stante la svalutazione del dollaro e della sterli­na, Mussolini fu costretto in cin­que anni a di­mezzare le ri­serve d’oro della Banca d’Italia. Gli inasprimenti fiscali raggiun­sero il picco nel 1934 con l’aggravio delle imposte sugli scambi e sulle successioni. Fu lì che il Du­ce disse «basta», con una frase che suonerebbe ancor oggi di notevo­le buonsenso:

«La pres­sione fiscale è giunta al suo limite estremo e biso­gna la­sciare per un po’ di tempo as­solutamente tranquillo il contri­buente italiano e, se sarà possibi­le, bisognerà alleggerirlo, per­ché non ce lo troviamo schiacciato e defunto sotto il pesante far­dello ». (...) La diffusione delle biciclette e delle tramvie ex­traurbane aveva favorito il pendola­rismo tra campagna e città, cosicché si for­mò una potenziale nuova classe lavoratrice che i sindaca­ti cercarono di arginare, difenden­do gli operai urbani. I sindacati fa­scisti chiesero la riduzione del­l’orario lavorativo settimanale a 40 ore a parità di salario: l’Italia fu il primo paese al mondo a intro­durre tale misura fin dal 1934, una scelta così avanzata che è ancora in vigore quasi ottant’anni dopo. (…)

Nel 1933 il regime modificò radi­calmente il sistema assicurativo pubblico creando l’Istituto nazio­na­le fascista della previdenza so­ciale (Infps), dotato di gestione autonoma. Prima della fine del decennio, furono appron­tati diversi ammortizzatori sociali,come l’assicurazio­ne contro la disoccupazio­ne, gli assegni familiari e le integrazioni salariali per i lavoratori sospesi o a ora­rio ridotto. Per compensare i sacri­fici chiesti ai lavoratori e alle loro famiglie con le riduzioni salariali, il regime predispose «una serie di servizi sociali e di possibilità ricre­ative, sportive, culturali, sanita­rie, individuali e collettive, sino al­lora sconosciute o quasi in Italia e che influenzarono largamente il loro atteggiamento verso il fasci­smo e soprattutto quello dei giova­ni che più ne usufruirono». (...)

In un paese ancora povero, in cui pochissimi bambini potevano permettersi le vacanze al mare, fu provvidenziale l’istituzione delle colonie estive, i cui ospiti passaro­no da 150mila nel 1930 a 475mila nel 1934. Nel 1926, un anno dopo la sua costituzione, l’Opera nazio­nale dopolavoro contava 280mila iscritti, che un decennio più tardi erano saliti a 2 milioni 780mila, per raggiungere i 5 milioni alla vigi­lia della seconda guerra mondia­le: quasi il 20 per cento dell’intera popolazione italiana. Gli aderenti godevano di alcune forme di assi­stenza sociale integrativa oltre a quella ordinaria, della possibilità di fruire di sconti e agevolazioni e, soprattutto, di partecipare a una lunga serie di attività sportive, ri­creative e culturali.

Agli adulti la tessera del dopolavoro dava dirit­to a forti sconti su ogni tipo di sva­go: dai cinema ai teatri, dai viaggi alle balere, dagli abbonamenti ai giornali alle partite di calcio. Tut­ti, iscritti e non, avevano diritto ­se bisognosi- alla refezione scola­stica, a libri e quaderni gratuiti,al­l’accesso a colonie marine, ai cam­peggi estivi e invernali, all’assi­stenza nei centri antitubercolari. (...) Rexford Tugwell, l’uomo più di sinistra dell’amministrazione americana, pur collocandosi ideo­logicamente agli antipodi del fa­scismo, riconosceva che il regime stava ricostruendo l’Italia «mate­rialmente e in modo sistematico. Mussolini ha senza dubbio gli stes­si oppositori di Roosevelt, ma con­trolla la stampa e così costoro non possono strillare le loro fandonie tutti i giorni. Governa un paese compatto e disciplinato, anche se con risorse insufficienti. Almeno in superficie, sembra aver com­piuto un enorme progresso. Il fa­scismo è la macchina sociale più scorrevole e netta, la più efficiente che io abbia mai visto. E ne sono in­vidioso».

Tutti i volti del Signor G., dieci anni dopo

Corriere della sera

Nel capodanno del 2003, se ne andava Giorgio Gaber. Foto, video, testimonianze e canzoni per ricordarlo

Giorgio Gaber (1939-2003)Giorgio Gaber (1939-2003)

Un cantante? Un musicista? Un attore? Un regista? Ogni categorizzazione pare riduttiva per descrivere l'arte/le arti di Giorgio Gaber: dieci anni dopo la sua scomparsa, un freddo Capodanno del 2003, manca soprattutto, al netto dell'esser versatile, la sua capacità di definire il contemporaneo, di mettere i punti a capo, di raccontare illusioni e, più spesso, disillusioni.

LO SPECIALE - Questa varietà, le eredità plurime, il ricordo di chi c'era ( ma anche di chi non c'era) punteggiano lo speciale che Corriere.it, per la ricorrenza, ha deciso di dedicargli: foto d'epoca e testimonianze, l'amico Dario Fo e l'allievo Claudio Bisio, ma anche Paola Cortellesi e Neri Marcoré . E ci saranno anche i video, ogni giorno diversi, con estratti dagli spettacoli dell'attore milanese, da «Da far finta di esser sani» a «Polli d'Allevamento» fino a «E pensare che c'era il pensiero».

IL GRAN TRIBUTO - Dal 13 novembre poi, le clip volgeranno al presente per il più grande tributo che sia mai stato concepito in onore di un artista italiano, voluto fortemente dalla Fondazione che reca il suo nome : ben 50 esponenti della scena nazionale, tutti praticamente, hanno partecipato al triplo cd "Io ci sono...". Dagli amici Celentano, Jannacci, Battiato e Vanoni, passando per Baglioni e Ligabue (oltre al compianto Lucio Dalla) fino all'ultima generazione del cantautorato vedi Dente e i Baustelle, tutti alle prese con una canzone del Signor G. Che, evidentemente, a tutti ha saputo parlare.
Matteo Cruccu

ilcruccu6 novembre 2012 (modifica il 7 novembre 2012)


Nel teatro, la vita. Appunti sul Gaber teatrante «irregolare»

di  GIOELE DIX

Ci sono dei momenti che ho voglia di star solo. In questi momenti io me ne frego degli operai, me ne frego dei licenziamenti, me ne frego di Marx e di Lenin… Vedo solo la mia vita. La mia sofferenza è la mia sola verità. In questi momenti, cari compagni, ributtatemi nella realtà. («Ci sono dei momenti», 1972)


Il teatro di Gaber era una questione personale di chi lo andava a vedere o aveva più un significato generazionale? Potremmo dire: entrambe le cose. Giacché soprattutto era un fatto teatrale: un percorso artistico di racconto della vita indicatoci con chiarezza. Fin dall'inizio. Perché se il Gaber del teatro era inimitabile ed esemplare, anche il cantante «irregolare» della televisione aveva rappresentato un «unicum».

Fuori dal coro
«Goganga». «Il tic». «Com'è bella la città». Gaber l'ho conosciuto a metà degli anni Sessanta, da ragazzino, con queste canzoni. Le quali denotavano un suo essere già coraggiosamente fuori dal coro: era un cantante, addirittura un divo della televisione, partecipava a «Canzonissima», d'accordo. Però con canzoni «diverse». Canzoni che aprivano una finestra sulla realtà oppure canzonette vissute come canzonette sino in fondo. Come gioco, senza prendersi troppo sul serio.

E fu questo il linguaggio usato da Gaber per trasportarsi, e trasportarci, nel teatro. Pensiamo a «I Borghesi». Una canzone con le stesse qualità di cui sopra: divertente, buffa, un po' fuori dal coro. Ma al tempo stesso anche una presa di posizione, a tratti persino piuttosto violenta. Con le canzoni del periodo 1970/71 Gaber potremmo dire che trasportò a teatro la comunicativa di certe sue inedite scelte pop e televisive. E nelle coscienze di tanti ragazzini come me suonò un campanello, fummo stimolati ad approfondire la sua conoscenza e passammo con lui dalla tv al teatro. Dove la sua incisività e la sua ironia, diventavano un modo peculiare di stare in scena. In cui anche i respiri avevano un senso: e l'approfondimento diventava, a quel punto, esigenza.

Magnetismo problematico
A teatro Gaber arricchì il proprio portfolio di potenzialità con il magnetismo. Dimostrò di avere la qualità di parlare a te, singolo spettatore, come fosse occhi negli occhi. Tutti avevano questa impressione. E tutti così coglievano i dettagli, i toni, le espressioni con cui egli colorava la sua proposta testuale. In questo modo Gaber entrava dentro lo spettatore, creando spesso dei tormentoni «positivi» che facevano vivere il suo teatro oltre la scena. Perché «Il minestrone» o «Lo shampoo» diventavano portatori di giochi di parole quotidiani.

Ma cosa successe quando Gaber diventò critico, se non duro, con chi lo avvertiva per tutto quanto detto sin qui un amico, per chi l'aveva considerato sempre molto vicino a sé? Accadde che il suo teatro assunse un'ulteriore valenza. Metteva in crisi, stimolava a ripensarsi. Però, attenzione: ciò era già sottinteso, nel sistema di pensiero di Gaber. Ed aderirvi già presupponeva comunque il saper anche dubitare, l'essere problematici e non dogmatici, fuori da certi schemi e schematismi.

Il suo teatro, esplicitamente dunque problematico, divenne così comunque anche anticipatore: del percorso dell'uomo nella società durante gli anni. E per questo pure sgradevole, a volte. Gaber, crescendo, oltre a segnalare i diritti e a denunciare con ironia le storture del mondo, aveva iniziato come artista anche a ricordarci i doveri. I doveri del mondo, della politica, di noi stessi. Persino lo scomodo dovere di pensare un po' anche a noi. Perché in fondo il centro del suo teatro si svelò essere l'uomo.

L'istinto primordiale
Ed anche il centro del Gaber teatrante, era l'uomo. L'uomo Gaber. Che era istinto puro, primordiale direi quasi. Un istinto ed un talento naturale che si declinavano, raffinandosi col tempo, nei vari aspetti del fare teatro. Nella fisicità, innanzitutto. In un gesto per cui tutto ciò che esprimeva sul palco gli veniva da dentro: e si vedeva. Nella costruzione dei testi. Sviluppata sempre con tutti gli ingredienti che ci vogliono in un testo, comico e non: il rimando, le cose che circolano, escono e poi rientrano, la capacità di mischiare temi, toni, colori.

Come accade nella vita, di cui il teatrante vero fa metafora: e dove si può ridere in un momento doloroso ma anche improvvisamente frenare in un momento di grande ilarità. Infine istinto e talento si applicavano al cantante Gaber. Solo apparentemente da mettere in secondo piano vista la sua personalità interpretativa. Perché poi le interpretazioni si giovavano anche della sua bella estensione vocale, dei suoi bassi strepitosi, della sua capacità di affrontare partiture articolate. Sia musicalmente che per la parte vocale in sé.

L'eredità dell'esempio
Ma qual è l'eredità teatrale di Gaber? Non è facile semplificarla. Forse il fulcro sta proprio nella forza che trasmetteva in scena. Nell'esempio. Nel far capire che il teatro è energia, è spendersi sino in fondo, generosamente, sino alla consunzione fisica. Il Gaber madido di sudore dei suoi interminabili bis era uno sprone a fare del teatro una ragione di vita. In cui inserire istinto, coraggio, profondità, ironia, tecnica di costruzione dei testi e delle pause, mestiere.

Nonché l'etica. Perché lui leggeva la realtà in modo etico, con un senso religioso della vita. Che non significa essere religiosi, ma significa -nel teatro- far lavorare corpo, voce, spettacolo per cantare l'uomo che cerca il senso. Nel percorso della vita, dove a volte si piange ridendo ed a volte si ride piangendo. E lui infatti sapeva dire spiritosamente anche cose dolorose. Questa è l'eredità di Gaber, probabilmente. Che poi qualcuno sappia o saprà raccoglierla, questo è un altro discorso.

Tratto da
«Gaber, Giorgio, il Signor G. Raccontato da intellettuali, amici, artisti»
Kowalsky, 2008

29 ottobre 2012 (modifica il 6 novembre 2012)


Ascoltando (Gaber) s'impara

di  PAOLA CORTELLESI


Gaber l'ho incrociato tardi. Però lui è riuscito lo stesso a farmi innamorare: della sua forza incontenibile, del suo acume, di quel talento difficilmente eguagliabile. E della sua capacità di parlarci dell'oggi. Motivo per cui credo che bisognerebbe comunque provarci, a riportare in scena quanto ha scritto. Anche se non è facile. Ma penso a quanto è importante ascoltare, ad esempio, un monologo come «La paura». Un testo che parla di noi, di questo nostro momento in cui viviamo nella paura. E non mi riferisco soltanto ai fatti di cronaca, come del resto non lo faceva Gaber. È una questione più legata a come è fatta la nostra società: a come viviamo, a come riusciamo o non riusciamo più a stare insieme agli altri.

Nel monologo lui sembra raccontare null'altro che un momento banale, in cui sta per incrociare un uomo per la strada. Ed invece gli si scatenano dentro tutte le sue paure, da quella dell'estraneo a mille altre… Eppure la prima volta che l'ho sentito, l'unica congettura che non avevo considerato tra le tante che feci sul possibile finale della vicenda, è che Gaber in conclusione potesse incontrare semplicemente una persona. Un uomo.  Ma proprio questo disarmante finale del brano è la sua preoccupante attualità. Perché Gaber si riferiva già allora (era il 1978, ndr) alla nostra paura del prossimo, all'odierno timore di socializzare, di gestire rapporti normali. All'incapacità di fidarsi degli altri.

Un altro brano che esemplifica quanto mi abbia dato Gaber è «Il dilemma». Anche se è un testo un po' disincantato, direi un po' troppo… al maschile. Sicuramente la stessa storia io la racconterei in modo diverso, forse più romantico, perché sono una donna. Ma il punto è la verità del contenuto della canzone. Una canzone meravigliosa, una canzone d'amore, anch'essa però capace di chiudersi spiazzando: con una decisione dura figlia di un'analisi profonda, per quanto estrema, del rapporto uomo-donna. E pure dal punto di vista femminile, nel «Dilemma» ci si trova tantissimo, di vero. Anche il vero di cui non vorremmo mai parlare.

Io continuo a pensare che l'impatto che Gaber era capace di dare a queste sue riflessioni semplici solo in apparenza resti ineguagliabile. Ci vorrebbero il talento e la forza comunicativa che aveva lui. Però ascoltandolo si impara. E chissà che nel tempo noi artisti che lo prendiamo a modello non riusciamo, crescendo, a fare cose simili alle sue. A catturare il pubblico per comunicargli temi profondi legati alla quotidianità in un modo almeno un poco vicino a quello di cui era capace Giorgio Gaber.

Tratto da
«Gaber, Giorgio, il Signor G. Raccontato da intellettuali, amici, artisti»
Kowalsky, 2008

29 ottobre 2012 (modifica il 6 novembre 2012)


Quel mio certo Signor G

di  NERI MARCORÈ


…. Mi spiace di non averlo conosciuto di persona, anche se probabilmente sarei stato una mummia anchilosata dalla timidezza, davanti a lui. Però la voglia di farne rivivere l'arte sulla scena, è stata un'esigenza consequenziale, e cresciuta nel tempo. Anche perché Gaber parlava molto di morale, ed oggi sento un gran bisogno di questo. Però lo faceva senza essere moralista: in nessun suo testo c'è il dito indice che accusa, prima lo punta contro se stesso, casomai. Ed anche questo suo insegnamento di farsi delle domande su quanto accade mettendo in gioco prima se stessi e solo poi tutto il resto, è uno dei motivi che mi ha spinto a ridare voce a Gaber.

Un Gaber che peraltro, come me, ha iniziato il proprio percorso partendo dalla televisione.
Ma la sua televisione era un'altra cosa. In quella televisione che ad un certo punto andò stretta a Gaber, io sarei stato largo. Oggi il piccolo schermo è diventato un puro mezzo, ha perso definitivamente la sua natura divulgativa ed educativa, è diventato commercio e basta. Si può fare ancora uso della tv per crescere, certo, ma solo con piena coscienza di quello che è: sfruttandola. Per arrivare in modo ancor più necessario alla stessa scelta del teatro che fece Gaber.….. Dal teatro poi Gaber ci ha lanciato eredità decisive.

Una delle più importanti, per me, è il rifiuto del battutismo fine a se stesso. ... Gaber era un maestro, nel creare testi intesi quali diramazioni di un pensiero molto più ampio di quanto sembrasse all'istante. C'era tutto un lavoro di rifinitura pazzesco, dietro. …. Il miglior esempio gaberiano di tutto questo per me resta «Quello che perde i pezzi»: una canzone che sembra leggera e scanzonata ed invece contiene una metafora pesante, la denuncia di quanto stiamo sfaldandoci come persone.

Tratto da
«Gaber, Giorgio, il Signor G. Raccontato da intellettuali, amici, artisti»
Kowalsky, 2008

29 ottobre 2012 (modifica il 6 novembre 2012)


Il poeta era lui

di  GIOBBE COVATTA


Giorgio Gaber secondo me ha iniziato in un modo molto simile a quello di tutti, me compreso. Le cantine, la televisione, il teatro. Le cantine il primo passo, poi la tv e la popolarità, poi te ne scocci perché ti limita, e vai a teatro. Certo ognuno poi fa le cose sue, ma il percorso gaberiano è stato lineare.
Le differenze fra lui ed altri che fanno la stessa strada, allora, quali sono? Innanzitutto lui era bravo, era superiore alla media. E questa è una cosa già decisiva. E poi era coerente. Perché in televisione non ci è mai tornato.
E dal teatro Gaber ha mandato a mio avviso non tanto insegnamenti di percorso, quindi, ma di contenuti.

Faccio un esempio. Lui denunciava la stanchezza morale degli anni Ottanta, l'affievolimento dei valori, il coinvolgimento della gente nel cosiddetto edonismo reaganiano, già prima che tutto questo accadesse. Ma ha avuto pure il coraggio, l'umiltà, di dire che forse, se le generazioni più giovani avevano subito senza accorgersene la dittatura del mercato, quella era in qualche modo pure una sconfitta della sua, di generazione. Soprattutto però Gaber ci ha ricordato sempre, anche in spettacoli complessi, che la risata è un valore. Chiaro che noi comici di oggi veniamo da scuole diverse dalla sua ed abbiamo regalato, in un contesto differente, risate anche, a volte, purtroppo stanche o svogliate. Non sempre, come faceva lui, risate argute, figlie di riflessioni forti.

Ma questo perché Gaber dietro la risata era pure altro. Bergson distingueva bene, secondo me, fra poeta e comico. C'è un'affinità, ma non è la stessa cosa. La differenza tra il poeta e il comico, secondo Bergson, è che il poeta riesce a vedere cosa c'è dietro la nebbia, mentre il comico è colui che riesce appena a descrivere la nebbia. Far ridere quindi resta un privilegio, certo, ma la poesia è oltre.

E Gaber, che pure faceva ridere, a quel privilegio aggiungeva appunto il fatto di essere anche poeta.
Di lui ho anche un ricordo personale. Era direttore del Teatro di Venezia, la prima volta che l'ho incontrato. Io ero molto giovane e mi sono emozionato quando l'ho visto arrivare da lontano. Lui mi ha scorto e molto gentilmente, in modo inatteso, si è avvicinato. Dicendomi «Piacere, sono Giorgio Gaber». Solo che io non gli ho detto «Piacere, Covatta». Gli ho risposto «Lo so».
Del resto il poeta era lui. Io faccio il comico.

Tratto da
«Gaber, Giorgio, il Signor G. Raccontato da intellettuali, amici, artisti»
Kowalsky, 2008

29 ottobre 2012 (modifica il 6 novembre 2012)

Agricoltori nigeriani contro la Shell al tribunale de L'Aia

La Stampa

tradotto da elena intra


Recentemente in un tribunale olandese dell'Aia è iniziato il processo aperto da un gruppo di agricoltori nigeriani contro il colosso del petrolio Shell. Nel caso di vittoria dei primi, rappresenterebbe un precedente di fondamentale importanza nell'ambito del diritto ambientale spianando la strada a centinaia di casi simili. Per decenni l'industria petrolifera ha gravemente inquinato le terre e le acque nella zona del Delta del Niger, danneggiando la capacità delle persone di coltivare e pescare e mettendo la loro salute a rischio. Il caso si riferisce ai danni causati nel 2005 ed è stato inizialmente presentato nel 2008, chiedendo che la Royal Dutch Shell ripulisse quanto già versato, riparasse i condotti difettosi in modo da prevenire ulteriori problemi e pagasse un risarcimento.

"La Shell sapeva da tempo che il gasdotto era danneggiato, ma non ha fatto nulla, mentre invece avrebbero potuto fermare le perdite," ha dichiarato a ottobre l'avvocato Channa Samkalden di fronte ai giudici, accusando la multinazionale di aver "violato i suoi obblighi di legge". "Sono qui a causa della perdita di petrolio negli impianti Shell che ha colpito la mia comunità e ha distrutto i miei 47 stagni di pesce", ha spiegato Alfred Akpan, proveiente dal villaggio di Ikot Ada Udo, prima di entrare in tribunale.

"La distruzione dei laghetti ha causato gravi danni a me in prima persona e alla mia famiglia perché è grazie a quei pesci che provvedo a me e a miei figli. "Crediamo che le affermazioni siano prive di fondamento," ha invece affermato Allard Castelein, vice-presidente dell'ambiente per la Shell di fronte alla corte. "Le perdite sono avvenute tra il 2004 e il 2007 e sono la conseguenza di un furto e sabotaggio illegale. Abbiamo detto che c'era una perdita, non era colpa nostra, abbiamo comunque ripulito il dano e questo è quanto è successo", ha aggiunto l'uomo.

Ndege Yvonne di Al Jazeera, riportando da Abuja, ha detto che il processo si svolge all'Aia, perché gli interessati "non sono riusciti a portare il caso in un'aula nigeriana". Il corrispondente ha spiegato che il sistema giuridico nigeriano è pieno di "centinaia, se non migliaia" di casi simili che non sono mai stati ascoltati, lasciando gli attori senza possibilità di risarcimento.




In una decisione storica, tuttavia, nel 2009 la magistratura olandese si è dichiarata competente a giudicare la controversia, nonostante le proteste della stessa società secondo la quale solo la filiale nigeriana era legalmente responsabile per gli eventuali danni. I gruppi ambientalisti accusano la Shell di utilizzare due pesi e due misure quando si tratta di sistemare perdite che avvengono in Nigeria a differenza di quando i danni colpiscono l'Europa o il Nord America. Ma Castelein ha respinto le accuse aggiungendo di non aver paura del giudizio del tribunale, il quale confermerà il loro modo di operare. L'avvocato del colosso petrolifero, Jan de Bie Leuveling Tjeenk, ha inoltre dichiarato: "Friends of Earth (co-querelante nella causa) ritiene che questo processo fornirà una soluzione al problema, ma non è vero."

L'organizzazione ambientale dal canto suo controbatte riportando che l'entità dell'inquinamento da petrolio in Nigeria rappresenta il doppio dei cinque milioni di barili riversati nel Golfo del Messico dopo l'esplosione sulla piattaforma Deepwater Horizon nel 2010. La Shell contesta la cifra dichiarata dai nigeriani, diminuendola di parecchio. Jonathan Verschuuren, un esperto di diritto ambientale presso l'Università di Tilburg nei Paesi Bassi, ha spiegato che una vittoria per gli agricoltori costituirebbe un precedente:

"Se vincono il caso, si tratterà di un passo importante che renderà più facile poter ritenere le multinazionali responsabili per i danni che fanno nei Paesi in via di sviluppo", ha detto l'uomo. "Fino ad ora è stato molto complicato perché è difficile portare avanti cause contro queste aziende nei Paesi in via di sviluppo, perché lì la legislazione spesso non è avanzata o applicata correttamente," ha concluso. Gli fa da eco Ndege che spiega come una pronuncia a favore degli agricoltori "significherebbe essenzialmente che le società madri, spesso basate in Occidente, Europa o negli Stati Uniti, potranno essere ritenute responsabili di eventuali danni e inquinamenti petroliferi causati dalle loro filiali, ovunque esse si trovino ".

Anche l'Agenzia ambientale delle Nazioni Unite lo scorso anno ha esposto il problema nella regione pubblicando un rapporto in cui veniva spiegato che l'inquinamento petrolifero nella regione Ogoniland del Delta del Niger potrebbe richiedere la più grande pulizia mai effettuata al mondo che potrebbe durare fino a 30 anni. Amnesty International invece ha segnalato la difficile situazione nella città di Bodo, dove nel 2008 due grosse fuoriuscite di petrolio hanno provocato danni tuttora visibili.  Audrey Gaughran, Direttore del Programma Africa dell'organizzazione internazionale, racconta che le fuoriuscite sono state entrambe causate da perdite nelle tubature della Shell ed entrambe sono andate avanti per 10 settimane prima che la compagnia intervenisse.

La Shell ha cercato di portare prove a sua discolpa affermando anche di aver ripulito i danni; tuttavia, un video su YouTube (vedi sotto) e le testimonianze della comunità, mostrano chiaramente come Bodo sia rimasta inquinata. Gli abitanti della città continuano quindi a vivere in una situazione intollerabile. Da oltre 50 anni la Shell trivella in Nigeria e l'inquinamento ha causato danni ingenti in un Paese che è l'ottavo produttore di petrolio al mondo e che conta un'esportazione quotidiana di due milioni di barili. Si prevede che i giudici emetteranno la sentenza entro 6 settimane o al massimo 3 mesi.


[ Post originale:  Shell faces Dutch court over Nigeria spills ]

Gli speleologi svelano il mistero della Grigna: un fiume sotto la montagna

Il Giorno

Caccia all’origine di Fiumelatte. Trovato il passaggio a - 1.200 metri
di Federico Magni

Varenna, 8 novembre 2012


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Si sono spinti per 1.200 metri nel cuore della Grigna per dare una risposta al mistero che ha tenuto con il fiato sospeso generazioni di speleologi e studiosi di geologia. La definiscono una svolta epocale gli esploratori del gruppo «InGrigna», che negli ultimi giorni hanno trascorso ore e ore nelle viscere della montagna a caccia della sorgente di Fiumelatte, il torrente che sbuca in prossimità della frazione di Varenna a pochi passi dal lago.

Un dilemma che ha origini antichissime, studiato anche da Leonardo Da Vinci, che salì fino al Vò di Moncodeno per effettuare i suoi studi. Per trovare l’origine di quel flusso d’acqua spumeggiante che si butta nel lago gli speleo si sono dovuti infilare nell’abisso chiamato «W le donne», poco sotto la vetta della montagna, migliaia di metri più in alto del lago. «I sei speleologi (Maurizio Aresi, Davide Corengia, Andrea Maconi, Maurizio Calise, Alex Rinaldi e Romeo Uries) hanno raggiunto l’ingresso dell’abisso nel pomeriggio di giovedì scorso, – spiegano gli speleo di InGrigna - In poco più di sette ore hanno raggiunto il campo base a meno 900 metri dove si sono fermati a riposare.

La mattina di venerdì sono ripartiti. Alla profondità di 1050 metri rispetto alla quota dell’ingresso, come sempre succede per procedere oltre, sono stati costretti ad indossare mute stagne. Da qui hanno proseguito verso il fondo dove si sono divisi in due squadre». L’ingresso della grotta fu individuato addirittura trent’anni fa. Per decenni gli speleologi hanno cercato di forzare passaggi e raggiungere il punto chiave individuato da Davide Corengia che faceva parte della seconda squadra.

È stato lui ad immergersi portando con sé il materiale per proseguire l’esplorazione e stendendo un cavo telefonico che gli ha permesso di rimanere in contatto con il resto della squadra. Dopo aver superato un punto precedentemente esplorato è finalmente giunto allo scenario tanto atteso: un grande ambiente sotterraneo percorso da un flusso d’acqua imponente. «Grazie alle torce da sub montate sul casco è riuscito ad illuminare il fondo osservando un impetuoso torrente, di cui peraltro aveva già percepito il rombo, che prosegue la sua corsa verso le sorgenti attraverso una grande forra». Obiettivo raggiunto.

Addio a Luciano Barca, partigiano, politico ed economista

Il Messaggero


ROMA - E' morto ieri sera a Roma Luciano Barca, partigiano, economista, politico, giornalista e scrittore. Nato a Roma il 21 novembre 1920, ufficialedi Marina durante la Seconda guerra mondiale,
si distinse e venne decorato durante la Seconda Guerra mondiale per le azioni condotte con il sommergibile Ambra. Dopo la Resistenza, nel 1945 si iscrisse al Pci e divenne giornalista a l'Unità.


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La vita. Barca, padre dell'attuale ministro per la Coesione territoriale, si era laureato in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma con una tesi in Economia politica. Nel 1944 si avvicinò ai comunisti e partecipò alla Resistenza, ammutinandosi contro il comandante del sommergibile su cui era imbarcato e attaccando con successo una silurante tedesca. Barca ha ricordato questa esperienza nel 2001, nel libro "Buscando per mare con la Decima Mas", unica eccezione in una produzione letteraria dedicata all'economia e alla politica. L'attività giornalistica di Barca comincia durante la Costituente, nel 1946, l'anno successivo alla sua iscrizione al Pci, facendo una sostituzione nella redazione romana dell'Unità. Nel giornale del Pci, Barca rimane per 11 anni, diventandone direttore. Inoltre è stato direttore della prima serie di Politica ed Economia, di Rinascita e del Menabò di Etica ed Economia. Membro del Comitato Centrale del PCI dal 1956,

Barca è stato uno degli economisti di riferimento del partito. Dal 1963 divenne deputato comunista per sei legislature e quindi senatore del collegio di Melfi dal 1987 al 1992. Durante la sua attività parlamentare è stato vicepresidente della Commissione Bilancio della Camera, presidente della Commissione bicamerale per il Mezzogiorno nei difficili anni del passaggio dalla Cassa all'intervento ordinario e dal 1965 al 1970 vicepresidente del gruppo del PCI alla Camera. Quanto agli incarichi di partito, è stato nella Segreteria nazionale dal 1960 al 1963, nella Direzione dal 1972 al 1986, ricoprendo incarichi a fianco di Togliatti, Longo e Berlinguer. Contrario al modo come fu attuata la "svolta della Bolognina", nel 1997 Luciano Barca uscì dai DS. Dal 1990 presiedeva a Roma l'associazione culturale "Etica ed Economia". Molto importante la sua produzione di testi economici e politici.

Tra queste "L'economia della corruzione" con Sandro Trento (Laterza 1994), "Da Smith con simpatia. Mercato, capitalismo, Stato sociale" (1997); "Del capitalismo e dell'arte di costruire ponti" (Donzelli, 2000); "Legittimare l'Europa" (con Maurizio Franzini) edizioni del Mulino 2005 e nello stesso anno, con l'editore Rubbettino "Cronache dall'interno del vertice del PCI" sulla base dell'archivio depositato alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.


Giovedì 08 Novembre 2012 - 11:18
Ultimo aggiornamento: 11:19

Case e polemiche, le carte non mostrate

Corriere della sera

Di Pietro dice di replicare con la «carta che canta» dal suo sito. Appunto, carta canta


“Contro le calunnie semplicemente la verità”, scrive Antonio Di Pietro sul sito dell’Italia dei valori. “Hanno attribuito quindici appartamenti ai miei figli!”. Evitando di dire la fonte di quell’affermazione falsa, il gioco riconduce all’inchiesta di Report, nel corso della quale sono stati attribuiti (soltanto) tre appartamenti ai figli più piccoli (uno cointestato a Bergamo e uno a testa a Milano).

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Replicare con un falso alle “perle di disinformazione” e “scientifica opera di killeraggio politico” è un po’ come cadere nella casella probabilità del Monopoli. Probabile che l’abbia detto Report, al quale Di Pietro dice di replicare con la “carta che canta” dal suo sito. Appunto, carta canta.

Alleghiamo le visure delle sue proprietà visto che dal sito Idv ne troviamo solo alcune. Di Pietro ci tiene a precisare che i suoi appartamenti sono 11 e non 56, “un equivoco che nasce dalla risposta ambigua di Massimo D’andrea, il consulente (di parte) di Elio Veltri nella causa contro Antonio Di Pietro, all’inviata di Report” (Il fatto quotidiano, 3 novembre).

Sarebbe stato sufficiente rivedere la puntata “Gli insaziabili” per appurare che l’estensore della perizia (giurata) specifica che tra le proprietà della famiglia Di Pietro ci sono anche i terreni, che hanno un loro valore. Per evitare fraintendimenti, e a conferma di una impostazione garantista, la sottoscritta ha tolto dal dato complessivo le proprietà della moglie e del figlio più grande, Cristiano, e precisato che le proprietà dell’ex magistrato “sono 45, un dato che comprende anche i terreni, le cantine, i garage” .

Giocare sui numeri delle proprietà distoglie l’attenzione dal loro valore, quantificato dal perito all’incirca in cinque milioni di euro, ma con una stima prudenziale. Se il valore di mercato dell’intero cespite della famiglia fosse davvero di quindici milioni potrebbe confermarlo un qualunque esperto esterno al quale Di Pietro potrebbe affidare una controperizia. Nell’intervista a Report emergono ben più gravi criticità sulle quali Di Pietro glissa, per esempio in merito all’appartamento di 180 metri quadri in via Merulana a Roma acquistato nel 2002.

«Quando ho visto dalla sua inchiesta che Di Pietro si era ristrutturato l’appartamento di via Merulana con i soldi del partito sono saltato sulla sedia», afferma indignato il capogruppo alla camera Massimo Donadi, «e a me non risulta infatti che in quella casa ci sia mai stata una sede dell’Idv». D’altro canto è lo stesso Di Pietro a confermarlo in una dichiarazione al magistrato nella quale afferma che è domiciliato in via Merulana dal 2000. La carta che canta è stata mostrata da Report. Non risulta che i magistrati abbiano appurato se dietro quella fattura ci fosse o meno una sottrazione dei fondi del partito per uso privato.

Potrebbe chiarirlo Di Pietro, allontanando così il sospetto di un’analogia con Bossi: per una faccenda analoga il leader della Lega Nord è sparito dalla scena politica. Val la pena di rimarcare che anche i suoi trentadue fedelissimi non si sono mai sentiti in obbligo verso gli elettori di chiedere più trasparenza e democrazia al loro leader, pur sapendo che gestiva la cassa del partito con la moglie e l’onorevole Silvana Mura. La stessa incredibilmente nominata dal socio unico Antonio Di Pietro nel Cda della sua società immobiliare Antocri, con la quale ha acquistato due appartamenti poi affittati al partito.

Nel corso dell’intervista l’onorevole Di Pietro prima non ricorda che gli anni della gestione a tre della cassa è durata per ben nove anni. Poi non ricorda che in quel periodo i soldi del finanziamento pubblico riversati sul conto corrente sono stati quasi cinquanta milioni di euro, e non lo ricorda nemmeno la tesoriera Silvana Mura. Il presidente dell’Idv mostra a sua difesa i pronunciamenti della magistratura che lo scagionerebbero da ogni sospetto di appropriazione, arrivando addirittura a negare un dualismo tra partito e associazione a tre che invece proprio la magistratura ha più volte rilevato.

La verità processuale sbandierata esclude però alcuni fatti (mai accertati e penalmente rilevanti come quello della ristrutturazione della casa di via Merulana a Roma) che attengono al piano dei comportamenti e dell’etica, che per un politico sono dirimenti. E lo sono ancor più nel suo caso, perché agli occhi dei suoi elettori, sensibili alla morale, si è sempre posto come moralizzatore. È proprio a loro che l’ex simbolo di mani pulite certamente non mancherà di mostrare l’unica carta che può davvero cantare dissipando ogni dubbio sull’uso a fini personali dei soldi pubblici erogati al partito: tutta la movimentazione bancaria del partito-associazione dal 2001 ad oggi.

I bilanci e le rendicontazioni che mostra oggi, quelle che lui chiama “pezze d’appoggio”, valgono poco o niente, e Di Pietro lo sa da quando raccolse la deposizione di Bettino Craxi nel corso del processo Cusani: «I bilanci erano sistematicamente dei bilanci falsi, tutti lo sapevano ivi compreso coloro i quali avrebbero dovuto esercitare funzioni di controllo nominati dal presidente della camera, ma agli atti parlamentari non risulta».

Il resto, appunto, è un gioco di parole e si sa che nel Monopoli ci sono molte caselle dell’imprevisto.


Sabrina Giannini
7 novembre 2012 (modifica il 8 novembre 2012)