lunedì 5 novembre 2012

Anonymous marcia su Westminster contro la censura per celebrare il 5 novembre

Corriere della sera

Gli hacktivist «celebrano» Guy Fawkes con un corteo e con operazioni contro il colosso dei pagamenti online PayPal

(Foto web)(Foto web)

Gli Anonymous marciano su Westminster. L'occasione è il 5 novembre, data simbolo per il movimento di hacktivist che si ispirano al film V per Vendetta e alla storia di Guy Fawkes.

L'ANNIVERSARIO -Con un comunicato su Facebook gli hacker hanno annunciato l'operazione Vendetta, con una marcia pacifica sul parlamento inglese che avrà luogo il 5 novembre alle otto di sera. Eventi analoghi si terranno poi in Australia, in Francia, negli Usa e anche a Roma. Obiettivo - scrivono gli hacktivist su Facebook - è «manifestare contro la censura portata avanti dai governi di tutto il mondo». Già agli inizi del movimento Anonymous ha organizzato cortei pacifici contro Scientology in varie città del mondo, in cui i dimostranti indossavano per non essere riconoscibili la maschera di Fawkes , diventata oggi simbolo dei dissidenti di tutto il mondo.

OPERAZIONE VENDETTA - Ma perché la scelta è caduta proprio su questa figura storica? Guy Fawkes era membro di un gruppo di cospiratori cattolici inglesi che tentarono di assassinare con un'esplosione il re Giacomo I d'Inghilterra e tutti i membri del Parlamento inglese riuniti nella Camera dei Lord per l'apertura delle sessioni parlamentari dell'anno 1605. Il 5 novembre 1605 il complotto fu scoperto da Thomas Knyvet, un soldato del re, e i 36 barili di polvere da sparo furono disinnescati prima che potessero compiere danni. Da allora, ogni 5 novembre, nel Regno Unito e in Nuova Zelanda i bambini vanno in giro per il paese con dei fantocci, recitando una filastrocca, a chiedere soldi da dare ai genitori per comprare i fuochi per il falò. Questa storia è stata ripresa nel film V per Vendetta (V for Vendetta) diretto da James McTeigue. Celebre è la scena in cui il Parlamento esplode tra i fuochi d'artificio, e i cittadini (che rinunciano simbolicamente alla loro identità indossando la maschera di V) riacquistano la propria individualità levandosi la maschera.


Guy Fawkes Guy Fawkes

LE ALTRI OPERAZIONI - Una marciasimbolo, dunque, quella annunciata da Anonymous per oggi. Ma in occasione del 5 novembre il movimento ha portato avanti anche operazioni più concrete, con un attacco al sito di pagamento PayPal e quello di sicurezza Symantec. I siti del governo australiano e quello ecuadoriano sono stati invece defacciati (modificati), probabilmente in relazione alla vicenda del fondatore di Wikileaks Julian Assange, con cui recentemente gli hacker hanno avuto forti polemiche. E stessa sorte è toccata al sito della Banca centrale argentina. Nei giorni scorsi era poi girata voce che gli hacker volessero attaccare Facebook, in occasione del 5 novembre. Un'operazione che però ancora una volta non è stata portata avanti, nonostante in passato fosse stata annunciata più volte. Buona parte del movimento infatti è contraria a un attacco contro il social network, considerato un mezzo di comunicazione.

Marta Serafini
@martaserafini5 novembre 2012 | 17:50

Beppe mette il bavaglio ad Agorà: censurate le interviste dei grillini Ma il servizio va in onda lo stesso

Libero

Il Movimento 5 stelle vieta alla trasmissione di Rai Tre di mostrare le immagini dei loro banchetti

Dopo il caso Favia e Salsi, il movimento di Beppe Grillo ci ricasca e mette il bavaglio alla inviata di Agorà Cecilia Carpio che aveva intervistato e ripreso degli attivisti del M5S. Andrea Vianello, conduttore della trasmissione di Rai tre, ha però deciso di mandare comunque in onda le immagini.


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I fatti - Il servizio viene girato sabato a Roma. "La riunione doveva essere un laboratorio di democrazia", racconta la giornalista. "Viene prima annunciata sul web, poi viene annullata, poi, sempre tramite internet, ne viene organizzata un'altra". La Carpio si presenta all'appuntamento ma qui viene rimbalzata. "C'è un problema. Nessuno di noi può parlare a nome del Movimento cinque stelle". La giornalista, incredula, si dirige allora verso alcuni banchetti dei grillini allestiti in piazza.

Essendo un luogo pubblico, non dovrebbero esserci problemi. Ma non è così. Inizialmente, infatti, alcuni attivisti parlano liberamente davanti alle telecamere. Commentano l'uscita infelice di Grillo sul punto G e l'ipotesi di una allenza con Antonio Di Pietro. Poi però arriva un sms e fanno marcia indietro. "Non possiamo parlare con voi, vi diffidiamo dal mandare in onda le immagini. Non mi ero accorto che ci fosse già una segnalazione sulle vostre telecamere", sbotta improvvisamente uno degli intervistati.

La black list - Pochi minuti e su Twitter la trasmissione viene aspramente criticata dal popolo di Grillo che attacca: "E' stato un blitz". Su Pubblico oggi si scrive che Agorà è nella black list delle trasmissioni che Beppe Grillo ha vietato ai suoi. Ma Vianello ha trasmesso comunqe il servizio con i volti oscurati degli intervistati. Questa è la democrazio secondo il comico.

Scissione a 5 Stelle, Bugani e Piazza abbandonano Salsi

Corriere della sera

Lo sfogo della consigliera in aula: «Sono stata lapidata, il Movimento sta diventando come Scientology»


Federica SalsiFederica Salsi

BOLOGNA - La fiducia verso la collega, Federica Salsi, da parte dei consiglieri comunali del Movimento 5 stelle a Bologna Massimo Bugani e Marco Piazza ha visto oggi il suo segnale definitivo: i due consiglieri, durante la seduta, si sono alzati dai loro scranni e sono andati a sedersi da un'altra parte, lontano da Salsi.

Dopo le polemiche interne al Movimento 5 stelle dei giorni scorsi, e dopo che Bugani si è sentito apostrofare dalla collega con l'epiteto di «maschilista», oggi ne ha tratto le conseguenze e fatto una scelta. «Io credo che per me parlino la mia storia, la mia vita e il mio impegno in questi temi anche all'interno del consiglio comunale - ha detto - ma ci sono momenti davvero dolorosissimi nella vita, in cui si deve osservare il mondo da un diverso punto di vista, pagandone anche magari le conseguenze. Questo per è uno di quei momenti». Al termine della frase, Bugani, assieme al collega Piazza, ha lasciato le sedie accanto a Salsi e si è spostato in fondo all'aula.

LO SFOGO IN CONSIGLIO - La Salsi in consiglio ha affermato: «Non sono una star- si è sfogata in nel corso del dibattito sulla solidarietà bipartisan dopo l'attacco di Grillo nei suoi confronti per la partecipazione a Ballarò, quello del punto G - sono solo una persona e vorrei essere rispettata per le mie idee, sia da Grillo sia dagli attivisti del Movimento». In aula Salsi ha letto alcuni degli insulti ricevuti sul blog del comico e sul suo profilo Facebook dopo l'anatema di Grillo.

«Ho aderito a questo movimento perchè ne condividevo lo spirito e le idee, ma non voglio che si trasformi in Scientology o in un mostro - ha avvertito Salsi- sono andata a Ballarò per questo, e se queste mie parole serviranno alla maturazione di una consapevolezza che si sta imboccando una strada sbagliata allora saranno utili a qualcosa». Salsi ha parlato, nel suo caso, di «lapidazione solo perchè la pensi diversamente dal capo. È accettabile tutto questo?», si chiede. «È come dover chiedere permesso al padrone per esprimere una mia idea in quanto persona. Ma Grillo ha chiesto il permesso a qualcuno prima di candidare Di Pietro a presidente della Repubblica o quando deve chiamare Matteo Renzi ebetino?»

Redazione online05 novembre 2012

Non affiggete quei manifesti»: consigliere della Lega contro i poster elettorali di Sel

Corriere della sera

Nel fotomontaggio un bacio tra Formigoni e Maroni entrambi ritratti con la coppola


Il manifesto elettorale di Sinistra Ecologia e Libertà Il manifesto elettorale di Sinistra Ecologia e Libertà
 
MILANO - Il consigliere regionale lombardo della Lega Nord, Massimiliano Romeo, ha chiesto ai sindaci interessati di non autorizzare l'affissione dei manifesti elettorali di Sel che ritraggono, in un fotomontaggio che imita una campagna pubblicitaria di Benetton, un bacio tra Roberto Maroni e Roberto Formigoni con sotto la scritta «Mai più Roberto».

L'ACCUSA - «Il manifesto di Sel - afferma Romeo - che raffigura Roberto Maroni come un mafioso, con tanto di coppola in testa, insieme a Formigoni, non ha nulla di politico, ma è solo un oltraggio al Ministro dell`Interno che più di tutti ha saputo contrastare la criminalità organizzata. Bene ha fatto il segretario federale del Carroccio ad avviare un'azione legale contro gli ideatori di questo messaggio fuorviante e diffamatorio. Ricordo che lo stesso Saviano nel dicembre 2009 disse che 'Roberto Maroni sul fronte antimafia è uno dei migliori Ministri dell`Interno di sempre'». «Per questo - ha concluso l'esponente del Carroccio - chiedo ai sindaci di non autorizzare l'affissione di questi manifesti. Non si tratta di censura, si tratta solo di impedire un sistematico vilipendio nei confronti di una persona che ha testimoniato con i fatti il proprio assoluto impegno contro tutte le mafie»

LA REPLICA - «Romeo invece di chiedere la censura per dei manifesti ci spieghi che cosa faceva Roberto Maroni da ministro degli Interni per non accorgersi di quello che accadeva nella sua Regione e nel suo partito. Noi ricordiamo un Maroni che litigava con Saviano dicendo che in Lombardia la mafia non esiste; il consigliere Romeo? Maroni era omertoso o incapace?».


Redazione Milano online 5 novembre 2012 | 17:04

Vatileaks, l'informatico si dichiara innocente: nei guai per un anonimo

Il Messaggero
di Franca Giansoldati


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CITTA’ DEL VATICANO - Sembra sia stata una «informativa di un autore ignoto» che circolava in Vaticano a mettere nei guai Claudio Sciarpelletti, il tecnico dei computer rinviato a giudizio con l’accusa di favoreggiamento per l’affaire dei Vatileaks. Il secondo processo per la fuga dei documenti top secret del Papa è iniziato stamattina in un clima tranquillo e sereno, dove, a detta dei testimoni presenti in aula, tutti erano perfettamente a loro agio, sorridenti e cordiali.

Nessuna tensione, nessun intoppo. L’informatico, 48enne, che si dichiara innocente, era stato arrestato dai gendarmi del Papa il 28 maggio dopo che aveva fornito tre versioni differenti, durante un interrogatorio, a seguito del ritrovamento nella sua scrivania di una busta chiusa, coi timbri della Segreteria di Stato e diretta a Paolo Gabriele (il maggiordomo condannato a un anno e sei mesi di reclusione per furto aggravato).

La busta conteneva un libello contro il comandante dei gendarmi, Giani. L’avvocato difensore di Sciarpelletti, durante il processo, ha raccontato dell’esistenza di un foglio anonimo che circolava in quei giorni e indicava «frequenti contatti» tra il maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele, e Claudio Sciarpelletti. Abbastanza per metterlo nei guai. «Tutto è cominciato da lì, da un anonimo, che parlava di frequenti contatti tra Paolo Gabriele e il mio assistito» ha detto il legale nella fase preliminare del dibattimento. «Da qui si è passati a una supposta amicizia» tra i due che avrebbe dato adito a forti sospetti fino all’accusa finale di favoreggiamento. La seduta stamattina è iniziata alle nove in punto e si è conclusa alle 11.

Tutto si è svolto velocemente. I giudici si sono riuniti in Camera di consiglio alle 10 per discutere le questioni preliminari poste dall'avvocato della difesa, parzialmente accolte dal Promotore di giustizia, Nicola Picardi. Il processo è stato aggiornato a sabato prossimo alle nove, e non è escluso che si possa esaurire in tempi brevi, forse anche in giornata. L'avvocato ha chiesto, tra le questioni preliminari, che venisse annullata la sentenza di rinvio a giudizio per il suo assistito domandando se la magistratura vaticana si riferisse, nella sentenza, a «favoreggiamento personale» o «favoreggiamento reale». Se, cioè, l'intralcio alla giustizia addebitato a Sciarpelletti aveva come riferimento il rapporto di amicizia con Gabriele oppure no.

«Su cosa si forma la prova esattamente?» ha domandato, aggiungendo che il reato di cui si parla si sarebbe consumato in 36 ore e «ci limitiamo alla sommarietà dei verbali». In questo senso il legale ha prospettato l'annullamento del rinvio a giudizio. «Altrimenti tutto si basa su una informativa viziata anonima che parla di frequenti contatti tra i due. Io non potrei dimostrare che non ci sono stati questi contatti? Il mio assistito - ha aggiungo l’avvocato - metterebbe a repentaglio 20 anni di servizio alla Santa Sede per aiutare una persona considerata amica solo perché dava del tu a Paolo Gabriele?». Ancora: «Che motivazione aveva di ostacolare la giustizia se questo signore non era suo amico?».


Lunedì 05 Novembre 2012 - 15:35
Ultimo aggiornamento: 16:41

Il fondamentalismo che invade il continente nero

La Stampa

vatican

Un ricco dossier sul numero di novembre di “Missioni Consolata” affronta con grande acume e competenza il fenomeno dell’ integralismo all’africana. L’allarme e la preoccupazione delle comunità cristiane

Luca Rolandi
Roma


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Il 7 agosto 1998 in contemporanea sono fatti esplodere potenti ordigni nelle ambasciate americane di Nairobi e Dares-Salaam in Tanzania. Muoiono 223 persone oltre quattromila sono i feriti. E’ la data d’inizio di un processo degenerativo e pericoloso di avanzata dell’integralismo d'ispirazione islamica in Africa. Da allora il fenomeno non ha smesso di crescere nella sua dimensione di terrore e oppressione di popoli e regioni.

Allora si trattò dell’attacco più cruento prima di quello dell’11 settembre 2001. Era la dichiarazione di guerra del fondamentalismo in terra africana, allora guidato da Osama Bin Laden e Al Qaeda, quindici anni dopo “governato” da moderna “Spectre” nella quale convivono i miliziani somali di Al Shabaab, i nigeriani di Boko Haram e i gruppi Jhadisti del nord e del centro del continente.I gruppi islamisti hanno preso il controllo del Nord del Mali e applicano la legge islamica, la guerra civile è ad un passo dalla sua deflagrazione.

Il numero di novembre della rivista “Missioni Consolata” presenta un approfondito e ricco dossier “l’integralismo islamico alla conquista del continente - Jihad africana”, con servizi e reportage di autorevoli e competenti giornalisti ed analisti (Massimo Campanini, orientalista; Gianandrea Gaiani, direttore del mensile “Analisi Difesa”, Matteo Guglielmo, esperto di Limes, Marc-Antoine Pérouse de Montclos, politologo  francese dell’Institut de recherche pour le développement; Arturo Varelli, ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano, coordinati da due esperti di questioni africane i giornalisti Marco Bello di “Missioni Consolata” e Enrico Casale di “Popoli”.  

Negli ultimi due decenni il terrore è diventato ordinario in molti paesi africani sub sahariani, le comunità cattoliche e cristiane sono state e sono in genere le prime vittime di un confronto che va oltre la dichiarazione di guerra religiosa, ma che presenta scenari di dominio e controllo politico di intere aree e una costruzione di reti strategiche in campo economico. Tanti sono gli esempi noti o meno: il più drammatico è stata la guerra in Sudan e la divisione del paese, con l'emergenza umanitaria del Darfur.  In successione nell’ultimo quinquennio molti sono stati i paesi interessanti a questo processo. Nel dossier si parla de Movimento nazionale di liberazione dell’Azaward con la dichiarazione dell’indipendenza del Nord del Mali e la secessione da Bamako, della Libia e della Nigeria.

Negli articoli del dossier sono presi in esame diversi casi: la bomba libica del dopo Gheddafi, il Mali e i due paesi di fatto che si sono costituiti con una guerra prossima ventura, la Nigeria sotto scacco di Boko Haram e la Somalia al cospetto di Al Shabaab. Sullo sfondo le questioni geopolitiche e il ruolo delle grandi potenze dagli Stati Uniti all’Europa e soprattutto la Cina, grande protagonista di un nuovo colonialismo politico-culturale ed economico.

Gli islamisti scrivono i curatori nell’introduzione del dossier: “stanno progressivamente guadagnando terreno….spesso di tratta di movimenti con origine diversa (e che nel tempo si sono trasformati. Ma quali contatti hanno tra di loro? A quali ideali s’ispirano? Dove e come operano sul terreno? Chi li finanzia .chi fornisce loro veri e propri arsenali militari e di conseguenza non manca un approfondimento sul fiorentissimo e aberrante commercio di armi che porta grandi profitti alle azienda occidentali e multinazionali.

Sono solo alcune delle domande alle quali gli autori tentano di dare risposte o almeno descrivere scenari e ipotesi per il futuro.  Con l’integralismo islamico in Africa sub sahariana bisognerà fare i conti e i primi a denuncia  questo fenomeno sono le chiese cristiane, i missionari e coloro che operano sul territorio e vedono aumentare questa deriva e recrudescenza di violenza e morte, antimodernità e discriminazione strisciante che inducono a più di una riflessione.

Santo Versace: "10mila euro al mese non sono tanti"

Lucio Di Marzo - Lun, 05/11/2012 - 15:38

Il deputato del gruppo Misto sostiene la causa dei parlamentari, "se fanno il loro dovere". Ma critica chi fa politica per arricchirsi: "500 parlamentari in tutto basterebbero"

Diecimila euro al mese posson bastare. Ma solo "se un deputato fa bene il suo lavoro, non ruba, è serio e fa le cose nell'interesse dei cittadini".


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A dirlo è l'onorevole Santo Versace, ospite da Klaus Davi nell'ultima puntata di KlausCondicio. Il deputato del Gruppo Misto sostiene la sua tesi, sottolineando che il vero problema non è tanto il compenso dei parlamentari quanto piuttosto "che siamo in troppi".

E di soluzioni per risolvere il problema ce ne sarebbero. Per esempio, "riducendo ad una sola camera" il sistema si farebbe "un enorme passo in avanti". Perché "in tanti fanno politica per arricchirsi". E "due rami per fare le stesse cose" non servono. Anche se poi specifica, di certo c'è anche "chi fa bene il proprio lavoro".

"500 parlamentari in tutto basterebbero e avanzerebbero", continua Versace. "Non si possono avere più di un milione di persone in politica, nei sindacati, nella burocrazia o negli organismi collaterali. Il 90% di questi va tolto, si tratta di una produttività negativa inammissibile".

Fini contestato al funerale di Rauti

Corriere della sera

Fischi, boati e sputi contro il presidente della Camera al suo ingresso nella Basilica di San Marco a Roma

Fini e Rauti, durante l'elezione del secondo a segretario del MSI, 1990Fini e Rauti, durante l'elezione del secondo a segretario del MSI, 1990

Si è conclusa nella basilica di San Marco la cerimonia funebre dell'ex leader del Movimento sociale italiano e intellettuale della destra Pino Rauti morto mercoledì nella capitale. All'uscita del feretro in piazza San Marco centinaia di militanti hanno gridato «camerata Pino Rauti presente» per tre volte. Il carro funebre si è allontanato tra qualche saluto romano e slogan come «Boia chi molla è il grido di battaglia».


LA CONTESTAZIONE - Durissima contestazione al presidente della Camera, Gianfranco Fini, al suo arrivo nella Basilica di San Marco a Roma. All'arrivo di Fini, sia fuori dalla Chiesa che all'interno è esploso un boato di «buu», «vattene» e «fuori, fuori». E perfino qualche sputo all'indirizzo del presidente.

CERIMONIA SOSPESA - Fortissimi i fischi da parte dei partecipanti (oltre alle grida di «traditore» e «buffoni» e perfino «Badoglio») alla cerimonia che è stata anche sospesa. Dopo qualche minuto è stata la figlia di Rauti a prendere la parola mentre il parroco officiava il rito, e a chiedere il silenzio dei partecipanti. Il presidente ha lasciato poi la chiesa dall'uscita posteriore, scortato da una guardia del corpo, a metà della cerimonia, subito dopo l'omelia funebre.


 Pino Rauti Pino Rauti Pino Rauti Pino Rauti




LE REAZIONI - E sulle urla e gli sputi al presidente della Camera si è espresso l'ex ministro e parlamentare del PdL Gianfranco Rotondi: «Ridurre il ricordo di Rauti al folklore dei saluti romani è una provocazione che proviene da chi non ha avuto il privilegio di ascoltare i suoi discorsi e leggere i suoi scritti».

LA CERIMONIA - A prendere la parola per un ricordo di Pino Rauti, dopo la cerimonia religiosa e prima del ricordo di Isabella Rauti, è stato l'ex direttore del Secolo Gennaro Malgieri e il figlio del sindaco e Isabella, Manfredi, che ha letto dei passi dai 'Canti pisanì di Ezra Pound. Nel suo intervento la figlia dell'ex segretario del Movimento sociale ha precisato che la decisione di allestire la camera ardente in via della Scrofa è stata presa in quanto quella «era prima di tutto la sede del Movimento sociale». Fra gli altri intervenuti al funerale Alfredo Mantovano, Roberta Angelilli, Andrea Ronchi, Mario Landolfi, Marco Marsilio.

Redazione Online5 novembre 2012 | 15:22

Né Arona, né Meina: la statua di Mike andrà in Val d’Aosta

La Stampa

Cervinia beffa le località del lago Maggiore. L’inaugurazione è prevista per l’8 dicembre

CINZIA BOVIO e DANIELA GIACHINO


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Cervinia programma l’inaugurazione del busto di Mike Bongiorno, beffando Meina e Arona (che attende ancora il via libera della Soprintendenza), le due località sul lago Maggiore che si sono contese la statua in ricordo del presentatore tv. L’amministrazione comunale di Valtournenche (Cervinia è una frazione, ndr) inaugurerà il monumento l’8 dicembre. «Il mezzobusto in bronzo, ideato dallo scultore di Monza Guido Mariani e realizzata dalla Fonderia Valsesia, sarà collocato su un basamento di pietra della Valle d’Aosta - ha spiegato l’assessore comunale al Turismo Massimo Chatrian.

Sarà vestito da sciatore, guarderà salutando il Cervino, mentre nell’altra mano avrà un copione con scritto “Allegria!”». Il figlio Nicolò Bongiorno auspicava che la statua fosse collocata in un luogo centrale e così sarà. «Sarà posizionata nella piazzetta davanti la chiesa del Breuil, spazio da poco oggetto di restyling - continua Chatrian .

La statua di Mike sarà la prima di una lunga serie. Vogliamo dedicare a tutte le personalità che hanno reso grande nel mondo la località un omaggio». E sempre l’8 dicembre sarà presentato il libro su Mike Bongiorno e la montagna, di Vivalda Editori. È stato, infatti, il celebre spot «Sempre più in alto» che ha ispirato il nome della nuova collana di libri Vivalda dedicata a personaggi amanti della montagna, ma non professionisti del settore. Il sindaco di Arona, Alberto Gusemeroli: «Loro avranno il busto, noi la statua. Mike è una figura positiva, mi fa piacere per Cervinia. Sui nostri tempi, bisognerebbe chiedere alla Sopraintendenza».

Commissionata a gennaio, la statua era pronta per la consegna già da agosto alla fonderia artistica Perincioli di Quarona, quando allo stesso scultore monzese è stato commissionato dai Bongiorno pure il monumento per Cervinia. Per l’artista Guido Mariani un doppio incarico grazie alla sua fama di ritrattista: è stato anche l’autore dell’immagine in rilievo di Mino Reitano nel cimitero di Agrate Brianza. La statua di Mike con il braccio levato verso l’alto in segno di saluto arriva ad un’altezza di 2,20 metri, mentre l’altra mano stringe un copione con la scritta «Allegria». Il volto lo rappresenta all’età di 60 anni. Prima, si pensava di collocarla nel parco della Fratellanza di Meina che ricorda la strage degli ebrei, in corso di ristrutturazione su progetto del prestigioso studio dell’appena scomparsa Gae Aulenti.

La Sopraintendenza ha però sollevato dubbi: «Il panorama del lago è delicato – dice il sindaco di Meina, Paolo Cumbo – : per questo avevamo suggerito anche altre alternative», spiega il sindaco di Meina Paolo Cumbo. Nel frattempo, Arona ha presentato la sua controproposta, subito apprezzata dalla famiglia: i giardini pubblici del lungolago. Il busto però verrà inaugurato prima e proprio l’8 dicembre, a un anno esatto dal ritrovamento della bara di Mike, trafugata dal cimitero della frazione aronese di Dagnente nel gennaio 2011: una dolorosa vicenda, che ha convinto la famiglia, la vedova Daniela Zuccoli e i tre figli Michele, Nicolò e Leonardo, a conservare privatamente i resti cremati della salma. Mancava solo un luogo pubblico perché lo showman potesse essere ricordato. La scelta è caduta su Arona e Cervinia, città che lo hanno insignito della cittadinanza onoraria.

Se il Nord «copia» il Sud: sequestrati orologi Capri Watch taroccati a Voghera

Corriere del Mezzogiorno

La Guardia di Finanza a lavoro in tutta Italia; riproduzioni illecite del modello «MultiJoy» realizzate in Lombardia

 


Il «Capri Watch» originale (a sinistra) e il contraffatto (a destra)
Il «Capri Watch» originale (a sinistra) e il contraffatto (a destra)


NAPOLI – Si dice spesso che Napoli sia la capitale della contraffazione. Ma può anche capitare che alcuni prodotti partenopei possano essere «copiati» da aziende del nord Italia. È un po’ quel che è successo a Capri Watch, nota azienda isolana che produce orologi di qualità contraddistinti da brillantini colorati sul quadrante. Negli ultimi giorni, i nuclei operativi specializzati in «contraffazione e proprietà industriale» della Guardia di Finanza stanno procedendo al sequestro su tutto il territorio italiano, presso decine di rivenditori, di ingenti quantitativi di false riproduzioni del famoso modello «MultiJoy» di Capri Watch, prodotto e commercializzato dalla società Asperula Stellina s.n.c. di Alba e Silvio Staiano, assistita e rappresentata dallo studio legale Mariniello con gli avvocati Giancarlo Mariniello e Francesco De Luca.

I SEQUESTRI - Le operazioni di perquisizioni e sequestri sono state disposte dalla Procura della Repubblica di Napoli che coordina anche le attività dei diversi nuclei territoriali della Guardia di Finanza interessati sul territorio di pertinenza. Il modello di orologio in questione è quello scaturito dall'ingegno creativo e stilistico di Silvio Staiano. Il prodotto è divenuto in poco tempo un oggetto cult apprezzato dal pubblico grazie al suo design ed alla particolare ideazione ornamentale di porre degli strass di diversi colori sul quadrante dell'orologio. Talmente innovativa era la nuova creazione proposta dall'imprenditore caprese che lo stesso decise, attraverso la richiesta (e l'ottenimento) di 5 brevetti internazionali, di proteggere nei Paesi principali tale fortunata iniziativa commerciale.

MERCATO DA MONITORARE - Le riproduzioni illecite oggetto degli odierni sequestri sono state realizzate da una società milanese, con sede in Voghera, che ha poi provveduto a commercializzarle presso rivenditori, negozi e gioiellerie sparsi in tutta Italia. La rete di distribuzione della società meneghina è risultata di tale capillarità che riproduzioni abusive dell'orologio Capri Watch sono state addirittura messe in vendita in esercizi della stessa Isola di Capri. Ed è proprio da Capri che la vicenda giudiziaria ha preso il suo incipit. «Ce ne siamo accorti grazie a segnalazioni pervenute dai nostri clienti - racconta Silvio Staiano -. Ci siamo subito resi conto che era stata violata la nostra proprietà industriale: due brevetti depositati alla Cee. Abbiamo, a questo punto, pensato di tutelarci per vie legali. Purtroppo, per la contraffazione, non ci si riesce a difendere preventivamente, ma abbiamo messo su una task force di esperti che d’ora in poi monitoreranno il mercato».

NOVITA’ PER NATALE - «Premiate», ma in modo ovviamente negativo, le idee che da 15 anni contraddistinguono i modelli Capri Watch. Dopo aver accolto la denuncia presentata da Staiano, gli agenti della Guardia di Finanza della tenenza di Capri, diretta dal maresciallo Domenico Romano coadiuvato dal maresciallo Franco Pasquale e dai loro assistenti, hanno, effettuato il primo sequestro di orologi contraffatti, convalidato dal Pm assegnatario della procedura, che ha preceduto le successive indagini della polizia giudiziaria ed i conseguenti sequestri eseguiti, in numerose gioiellerie presenti in Puglia, Campania, Lazio, Lombardia, Abruzzo su provvedimento della Procura della Repubblica di Napoli.

Grande soddisfazione è stata espressa dall'avvocato Giancarlo Mariniello: «La contraffazione può provocare alle aziende ingenti danni minandone l'immagine e la credibilità conquistata con idee innovative ed ingenti investimenti. L'attività investigativa in corso sul territorio nazionale rappresenta una forte garanzia per la Capri Watch che con grandi sforzi ha visto affermata l'originale ed innovativa idea del MultiJoy sul mercato internazionale dell'orologeria». Nel frattempo l’azienda isolana annuncia interessanti novità per Natale: nuovi modelli con vari colori e un modello di orologio di dimensioni più piccole.

Redazione online05 novembre 2012

The Independent: «La vita a Napoli vale poco, 160 morti per errore»

Corriere del Mezzogiorno

Il quotidiano britannico su Scampia: «All'ultima esecuzione hanno portato i bambini a guardare il cadavere»



Il sito dell'IndependentIl sito dell'Independent

NAPOLI - «In via dello Stelvio, alla periferia di Napoli, tu puoi vedere le pietre insanguinate dall'ultima vittima di camorra». Inizia così l'articolo dell'Independent su Napoli che racconta la «sanguinosa faida dei boss emergenti della droga». Ma il corrispondente Michael Day ha sottolineato nel suo articolo soprattutto il prezzo pagato dalle vittime innocenti, le 160 persone uccise per errore, la cui unica colpa è vivere in una città dove si è spettatori del triste spettacolo della lotta per il controllo del narcotraffico. Secondigliano e Scampia sono il teatro della guerra.

Il cronista del quotidiano britannico inizia il suo articolo ricordando l'uccisione di Gennaro Spina, 26 anni, proprio in via dello Stelvio. Una morte che «non sarà ricordata per molto, visto che gli abitanti della zona sono più impegnati a evitare di essere inclusi nella lunga lista di chi è stato ucciso dal fuoco incrociato». A raccontarlo al giornalista inglese è un testimone diretto, Pasquale Scherillo, fratello di Dario, ucciso otto anni fa da due killer. «L'unica colpa di Dario - racconta Michael Day nel suo articolo - era quella di avere uno scooter dello stesso modello e colore di quello di un pusher che non era nelle simpatie dei boss della camorra». Uno scambio di persona.

«La vita in questa città vale poco - si sfoga con il giornalista inglese Scherillo - Quanto? All'ultima esecuzione del clan c'è stato chi ha portato i bambini a guardare il cadavere». Come avveniva proprio durante le esecuzioni di piazza dei secoli scorsi quando i genitori portavano i bambini per far vedere loro cosa capitava a chi sceglieva la strada del crimine. Lo spirito è lo stesso? L'articolo inglese continua poi a elencare nomi su nomi delle vittime innocenti, fino ad arrivare a Pasquale Romano. Il numero 160 nella lista di quelli uccisi dai sicari della Camorra dagli anni 80 a oggi: 160 casi di errore, tragico errore. Tra cui Gelsomina Verde, uccisa a 22 anni dopo essere stata torturata perché ritenuta l'ex fidanzata di uno degli scissionisti. «Se si parla di centinaia di morti, allora si parla di guerra», sentenzia Day.

Una guerra in atto da anni tra gli scissionisti e quelli fedeli al clan Di Lauro. Mentre, come si legge sul quotidiano, «il numero di vittime continua a salire sempre più vertiginosamente». Il tutto per uno dei mercati della droga più grande d'Europa. È proprio nel livello di organizzazione che, fa notare il giornale diretto da Roger Alton, la criminalità organizzata italiana si differenzia dagli altri. La giornalista Amalia De Simone che collabora al Corriere della Sera, ha, infatti, spiegato a Day: «Il traffico di droga a Napoli è portato avanti come una multinazionale. Una fabbrica. C'è anche chi è pagato per fare gli approvvigionamenti».

Un altro dettaglio che lascia scioccato Day e i suoi lettori che sul sito del giornale commentano in maniera vigorosa, è la chiamata alle armi da parte dei clan di ragazzini appena adolescenti. «Non è difficile arruolare - spiega Day - un dodicenne come palo. Specialmente se si è disposti a pagarlo 150 euro al giorno. Molto più di quanto un professionista guadagni in Italia». In pratica le vedette della camorra, le sentinelle. Primo tassello di una carriera all'ombra della piazza di spaccio: «i pali dodicenni» diventeranno «gli spacciatori quattordicenni» e poi «i sicari sedicenni». Il tutto in un'omertà senza fine. Conclude, infatti, Day: «La settimana scorsa la polizia ha distribuito dei nuovi identikit dei boss. Ma non ha avuto ancora nessuna spiata».

Paola Cacace
05 novembre 2012

Il mistero di Cristofer, un anonimo ai pm: «Cercate nella Bibbia»

Il Mattino
di Leandro Del Gaudio 


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NAPOLI - Si cita un passo della Bibbia nell’ultimo scritto anonimo indirizzato in Procura. Si parte da Caino e Abele - l’inizio della Storia -, riferimento diretto alla «terra bagnata dal sangue fraterno», al tradimento. Poi c’è una indicazione precisa , un posto in cui scavare, un luogo offerto agli inquirenti, che neanche a dirlo si rivela inesatto.

È il contenuto del secondo anonimo spedito in Procura, un nuovo documento destinato a finire nell’inchiesta che punta ad accertare la responsabilità della scomparsa di Cristoforo Oliva, missing dal novembre del 2009. Tre anni, zero denunce. Chiusura ermetica verso le indagini della Procura, è così che finiscono per destare curiosità anche i due esposti anonimi confezionati di recente. C’è una voce (o più di una?) che prova a dialogare con i pm, tanto da attirare l’attenzione dei pm Alessandro Cimmino e Ivana Fulco.

Una breccia nel muro di omertà dopo la scomparsa del 19enne? Tutt’altro. Due scritti anonimi in pochi mesi, due tentativi mirati di scavare in punti precisi, nessuna novità emersa dalle indagini. Proviamo a ragionare sui dati di fatto: entrambi gli scritti non firmati provano a indirizzare le ricerche in un punto in particolare, anche se si sono rivelati privi di riscontri. Anche il secondo anonimo ha infatti costretto gli inquirenti a scavare in una zona abbandonata nell’area metropolitana a nord di Napoli, senza però concedere passi in avanti: anche in questa occasione, non c’è traccia del corpo di Cristofer Oliva, dopo il secondo esposto le ricerche si sono fermate di fronte al nulla di fatto. Insomma, chi c’è dietro l’ultimo scritto indirizzato in Procura?

Chi prova a recitare un ruolo sotto copertura in una storia che sembra priva di sbocchi? Possibile che dopo anni di silenzio, qualcuno si diverta a orientare (o disorientare) indagini in stand by? Fatto sta che due anni dopo l’apertura dell’inchiesta, i tasselli sono gli stessi: c’è un ragazzo scomparso, un ventenne in cella da due anni (Fabio Furlan, vent’anni), un altro ragazzo sotto processo (Karim Sadek) anche se la sua posizione è prossima ad essere archiviata dalla Procura dei minori.

Storia di un processo che si sta celebrando dinanzi alla terza Corte d’Assise del Tribunale di Napoli, istruttoria entrata nel vivo con gli interrogatori dei personaggi chiave: ascoltate la mamma e la sorella di Cristofer, è toccato anche alla ex fidanzatina del ragazzo scomparso rispondere alle domande dei giudici e delle parti, mentre nelle prossime udienze spetta alla mamma dell’unico imputato - del ventenne Fabio Furlan -, accomodarsi dinanzi alla terza assise.

Pubblico folto in aula, tanto che la Procura nel corso delle ultime udienze ha anche mandato le forze dell’ordine a identificare gli spettatori, tanto per avere le idee chiare su chi ha interesse a seguire il processo relativo alla scomparsa del ragazzo dell’area collinare. Tanti vuoti, silenzi, testimoni reticenti che sembrano addirittura impauriti. Clima soffocante, scenario immobile, dove suscitano attenzione le pagine senza firma indirizzate in queste settimane.

Nel primo documento, si fa riferimento al nome di battesimo del ragazzo scomparso, in una lettera corredata da una mappa ricavata da google, per indicare un frutteto a ridosso di Chiaiano dove - stando al primo scritto - sarebbe stato sepolto il ragazzo. Inutili le ricerche, stesso scenario anche dopo la lettura del secondo esposto. È accaduto pochi giorni fa, quando l’occhio degli investigatori è caduto su una lettera che sembra ispirata da un’esigenza di partecipazione più che da una reale volontà di instradare gli inquirenti: Caino e Abele, la terra che gronda di sangue fraterno, il tradimento. Una provocazione, già, ma chi c’è dietro?

Lunedì 05 Novembre 2012 - 10:11    Ultimo aggiornamento: 11:55

Finanze vaticane, serve James Bond

La Stampa

vatican

Sempre più centrale il ruolo dello svizzero René Brülhart, il consulente antiriciclaggio della Santa Sede. Ma per il nuovo presidente IOR bisogna ancora attendere

Andrea Tornielli
Città del Vaticano


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«Il suo successo, combinato con il suo bell’aspetto, ha fatto sì che una rivista definisse il quarantenne avvocato svizzero il James Bond del mondo finanziario…».

Lo ha scritto l’Economist  nell’edizione in edicola il 20 ottobre scorso presentando la figura di René Brülhart, già direttore della Financial Intelligence Unit (FIU) del Liechtenstein, il nuovo consulente finanziario ingaggiato dal Vaticano per adeguarsi agli standard internazionali in materia di trasparenza finanziaria e di lotta al riciclaggio di denaro sporco. Lo scorso settembre padre Federico Lombardi aveva annunciato che Brülhart iniziava a lavorare come consulente del Vaticano per il rafforzamento dei «suoi strumenti di lotta contro i crimini finanziari».

In realtà, anche se in modo ancora informale e senza alcuna pubblicità, Brülhart aveva iniziato a collaborare con la Santa Sede già nel dicembre 2011, quando nel giro di poche settimane la Segreteria di Stato cambiò la legge antiriciclaggio per adeguarsi alle richieste di Moneyval. Quei cambiamenti, fissati nella nuova legge promulgata nel gennaio 2012, furono oggetto di un acceso dibattito interno che vide tra i protagonisti il cardinale Attilio Nicora, presidente dell’AIF (l’Autorità di informazione finanziaria) e il presidente dello IOE Ettore Gotti Tedeschi, entrambi preoccupati per il ridimensionamento dell’organismo di controllo antiriciclaggio.

Nel rapporto di Moneyval pubblicato lo scorso luglio, gli esperti di Strasburgo, oltre ad apprezzare i molti passi in avanti fatti dal Vaticano, venivano indicati quelli ancora da fare. In particolare, «la base legislativa per la vigilanza deve infatti essere ulteriormente rafforzata. I valutatori hanno ritenuto che vi è una mancanza di chiarezza tra il ruolo, le responsabilità, l’autorità, i poteri e l’indipendenza dell’AIF, l’autorità finanziaria che è stata creata dal Vaticano per intervenire davanti ad operazioni sospette o il transito di denaro di dubbia provenienza». Inoltre, osservavano gli esperti, «non ha avuto luogo alcuna ispezione in loco, né tanto meno alcuna prova a campione dei file client» dello IOR. Per questo era «fortemente raccomandato che l’Istituto per le Opere di Religione sia sottoposto nel prossimo futuro alla vigilanza prudenziale di un supervisore indipendente e che vengano da questo ultimo applicati i requisiti di affidabilità e correttezza al senior management delle istituzioni finanziarie».

Brülhart ha assunto un ruolo sempre più centrale e importante, alleggerendo di molto il lavoro svolto fino a quel momento dall’avvocato statunitense Jeffrey Lena che era stato coinvolto fin dall’inizio nel team della Segreteria di Stato incaricato di cambiare la legge antiriciclaggio. Secondo l’Economist, Brülhart ha due obiettivi: il primo è quello di costruire una FIU, cioè un’Unità di intelligence finanziaria con adeguata preparazione, che sia in grado di investigare i movimenti sospetti di denaro. Il secondo è quello «di creare un’autorità di supervisione che sia veramente indipendente per la Banca vaticana e l’Amministrazione del patrimonio della Santa Sede», dato che l’AIF, con la normativa ora vigente, «manca del potere legale e della necessaria indipendenza per monitorare e sanzionare» le istituzioni vaticane che gestiscono finanze e patrimonio.

In Vaticano assicurano che non si sta pensando all’istituzione di un nuovo organismo, anche se l’idea venne effettivamente presa in considerazione dieci mesi fa. Ma si sta lavorando comunque per rispondere in modo adeguato alle richieste di Moneyval. Nelle scorse settimane sono arrivate Oltretevere alcune rogatorie della magistratura italiana che indaga su movimenti sospetti nei conti dello IOR. Nonostante l’introduzione delle normative antiriciclaggio e l’assicurazione dei dirigenti dell’Istituto sul fatto che non esistono più conti anonimi presso la banca vaticana, le inchieste attestano come il riciclaggio possa passare anche attraverso conti non anonimi, intestati a sacerdoti o religiosi che vengono tratti in inganno o che si mostrano troppo compiacenti. Problema, questo, che esiste nelle banche di ogni Stato, ma che diventa particolarmente imbarazzante per uno stato «sui generis» qual è il Vaticano.

Il percorso verso la trasparenza fortemente voluta da Benedetto XVI non è affatto semplice, nonostante l’impegno il giovane e aitante «Deus ex machina» svizzero a cui la Santa Sede si è ora affidata. Anche perché si sono moltiplicate, dopo le vicende degli ultimi mesi, le voci interne di chi, all’interno della Chiesa, si chiede se davvero sia così necessario oggi al Vaticano mantenere in vita un’istituzione come lo IOR. Nulla sembra per il momento muoversi per quanto riguarda il successore di Gotti Tedeschi, clamorosamente licenziato lo scorso maggio con un trattamento senza precedenti nella storia recente della Santa Sede. «Non c’è fretta, non c’è necessità di fare le cose in fretta», assicurano autorevoli fonti d’Oltretevere.

Quello che «filtra» dai sacri palazzi è che il nuovo presidente dello IOR non dovrebbe essere italiano, ma nemmeno statunitense: probabile la candidatura di un tedesco (originario della Germania è anche l’attuale vicepresidente, subentrato temporaneamente al posto di Gotti, Ronald Hermann Schmitz, 74 anni anni, ex ad della Deutsche Bank). Una decisione è attesa prima di Natale. Il processo di selezione appare accuratissimo, segno del grande interesse e della notevole attenzione che le autorità della Segreteria di Stato vi dedicano. Di certo, la mancata nomina di un nuovo presidente a cinque mesi di distanza dalla cacciata di Gotti sta a indicare che riempire quella casella non rappresenta una necessità impellente e che la gestione della banca, affidata al board dello IOR e al direttore generale dell’Istituto Paolo Cipriani, è comunque assicurata in un modo giudicato soddisfacente.

Meysi, il cane alto come un criceto conquista record e tenerezze

Il Mattino


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Sette centimetri di altezza per 12 centimetri di lunghezza, 250 grammi di peso (come un criceto) e una quantità indefinita di tenerezza: la piccola Meysi conquista fan e primati. E' un microscopico terrier, delle stesse dimensioni di una lattina di coca cola, che la sua padrona vorrebbe fosse dichiarato il più piccolo cane al mondo. Il cane, di tre mesi, non diventerà più grande di così. Quando Meysi è nata era davvero minuscola, di appena 45 grammi di peso.

Nonostante le sue dimensioni, Meysi viene descritta come un cane con una sua personalità. «Non si spaventa degli estranei ed è sempre pronta al gioco - racconta la sua padrona Anna Pohl - ha un sacco di energia, quanta non ne potresti ipotizzare in un corpo così piccolo. E' un classico terrier».
La scommessa ora è entrare nel Guiness dei primati come il più piccolo cane della sua specie. Finora il primato è detenuto da Boo Hoo, un Chihuahua del Kentucky, negli Usa, che è alto dieci centrimetri e mantiene il record dal 2007.


Lunedì 05 Novembre 2012 - 12:40    Ultimo aggiornamento: 12:43

Operazione liste pulite: ecco gli incandidabili

Libero

Il ministro Cancellieri: "Già pronto il testo, lo approviamo prima delle elezioni". Fuori dalle liste i condannati definitivi a più di 2 anni. In Parlamento tremano in 21


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In attesa dei partiti, a fare pulizia in Parlamento ci prova il governo. Il ministro degli Interni Annamaria Cancellieri ha annunciato il via all'operazione "liste pulite". Al prossimo consiglio dei ministri verrà presentanta la legge sull'incandidabilità: non potranno essere inseriti nelle liste elettorali quei politici condannati a 2 anni o più con sentenza passata in giudicato per reati gravi o contro la pubblica amministrazione.

"Ci stiamo lavorando. Ci sarà un incontro probabilmente la prossima settimana, per chiudere le ultime maglie del documento, che in gran parte è pronto". I termini comunque sono stretti: il testo sarà varato "sicuramente" entro le prossime elezioni, parola di ministro. Non c'è solo l'incandidabilità per motivi giudiziari. La Cancellieri, che martedì dovrebbe incontrare al Viminale i colleghi Paola Severino (Giustizia) e Filippo Patroni Griffi (Pubblica amministrazione), pensa anche a trasparenza e incompatibilità: chi ha avuto incarici nelle amministrazioni locali (per esempio assessore) per un anno non potrebbe assumerne altri nello stesso ente.

Gli onorevoli a rischio - Il nodo, in ogni caso, resta quello dei condannati nelle liste elettorali. Nonostante i moniti di Napolitano, i partiti fanno ancora una gran fatica a far partire una self cleaning, cioè l'auto-pulizia delle proprie liste. Non a caso in Parlamento siedono 21 indagati in via definitiva e 125 condannati tra primo e secondo grado.

Qualche nome? Nel Pdl Massimo Maria Berruti (8 mesi per favoreggiamento nel processo tangenti Guardia di Finanza), Giuseppe Ciarrapico (reati che vanno da ripetuto sfruttamento di lavoro minorile a ricettazione fallimentare e falso in bilancio), Marcello Dell'Utri (false fatture, falso in bilancio, frode fiscale, concorso esterno in associazione mafiosa), Renato Farina (6 mesi patteggiati per favoreggiamento nel rapimento dell'ex-imam di Milano Abu Omar).

E ancora Giorgio La Malfa (6 mesi e 20 giorni per finanziamento illecito Enimont), Umberto Bossi (finanziamento illecito, istigazione a delinquere e vilipendio alla bandiera italiana), Roberto Maroni (resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale), il democratico Enzo Carra (falsa testimonianza). Non tutti raggiungono i 2 anni di condanna, dunque il decreto su alcuni di loro non avrà effetti. Secondo problema: la durata dell'incandidabilità. Senza interdizione dai pubblici uffici, potranno "stare fermi un giro" e risalire sulla giostra del Palazzo. Ecco perché, governo o non governo, servirebbe la mano, anzi la mannaia dei singoli partiti.

Parigi val bene una cicca Adesso gettarla costerà caro

Francesco De Remigis - Lun, 05/11/2012 - 09:05

La capitale francese, sommersa da 315 tonnellate di mozziconi l'anno, lancia una crociata. E in Italia al vaglio due leggi anti maleducati

É battaglia aperta contro i fumatori che gettano i mozziconi di sigarette per terra. Destra, sinistra, centro. La missione decoro non conosce confini, politici né geografici.


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Capofila della linea dura contro i fumatori irrispettosi è il sindaco di Parigi. Tanto che Bertrand Delanoe, settimana scorsa, ha chiesto un provvedimento ad hoc al ministero dell'Interno francese: stabilire una multa di 68 euro per i trasgressori, e linee guida apposite per gli agenti. A Parigi, infatti, c'è già una sanzione per chi viene colto in flagrante, 35 euro. Ma, come ha spiegato lo stesso Delanoe, su 21.600 multe staccate lo scorso anno, nessuna risulta a carico dei fumatori negligenti. Colpa di vigili troppo tolleranti o di mancanza di alternative per gli amanti della nicotina?

Per non suscitare polemiche, e vista anche la carenza di apposite griglie spegnitoio nelle strade pubbliche - che spesso generano divertenti siparietti stile: «Dove la spengo, se non per terra?» - Delanoe si è portato avanti. Le pattumiere del centro di Parigi sono state riarredate proprio in questi giorni con un centinaio di gobbe posaceneri, mentre il ministero dell'Interno, dopo il divieto di fumare nei locali pubblici, valuta la proposta del primo cittadino per rendere operativa anche la multa. L'obiettivo è dotare di spegnitoi appositi tutti i cestini della Ville Lumière, sollecitando le società produttrici di tabacco a contribuire; mentre campagne di informazione a tappeto, e due anni di tempo, permetteranno di verificare gli effetti di questa decisione.

L'incremento dei mozziconi abbandonati sui marciapiedi transalpini ha raggiunto i 30 miliardi l'anno, secondo il Wwf. Via dunque al progetto bastone e carota, firmato Delanoe: multe a tappeto come accade già in altre città del mondo. A Londra, una cicca sul marciapiede costa al fumatore 50 sterline. Ammenda piuttosto rara anche Oltremanica, anche se, stando alle statistiche ufficiali, è più diffusa rispetto a Parigi. A Rotterdam la multa per i trasgressori è di 100 euro ormai già da qualche anno. Singapore è invece indiscutibilmente la città modello del decoro urbano, e non solo per quanto riguarda le cicche. Per un mozzicone gettato a terra, i cittadini potrebbero essere costretti a pagare l'equivalente di 1.000 euro, con risultati piuttosto visibili.

Le regole esistono anche in Italia. Tanti i comuni che hanno già introdotto multe per chi getta a terra i mozziconi. Manca invece una legge nazionale, visto che soltanto il codice della strada punisce chi lascia andare, dal finestrino della propria auto in corsa, filtro e quel po' di tabacco che resta ancora ardente. Ecco perché, settembre scorso, la commissione Ambiente della Camera ha avviato l'esame di due proposte di legge bipartisan contro: «Mozzicone e gomma selvaggi». La multa che si prevede di elaborare oscilla da un minimo di 100 a un massimo di 500 euro. Così nel Belpaese la severità è lasciata ai primi cittadini. L'amministrazione comunale di Lecce, ad esempio, ha affrontato il problema delle cicche introducendo sanzioni da centinaia di euro.

Ma il record della severità italiana spetta al sindaco di Pollica (Salerno), Angelo Vassallo. Ucciso nel settembre 2010, propose multe record fino a mille euro per i trasgressori. Il problema affligge anche Atene. La ex sindachessa ed ex ministra degli Esteri, durante le Olimpiadi, dichiarò che ci sarebbe stata una multa di venti euro per ogni cicca abbandonata sui marciapiedi. Ma dopo il pugno di ferro di Dora Bakoyannis le cose sono tornate come prima: marciapiedi invasi dai mozziconi e pochi soldi nelle casse del Comune per rendere più decorose le strade alla visita dei turisti. Tanto, che i greci di Atene sono pronti a tollerare il fumo nei locali pubblici, piuttosto che essere costretti a spendere denaro per ripulire le strade.

twitter: @F_D_Remigis

Io in politica? Mai dire mai Candidarsi è un diritto di tutti»

Corriere della sera

Ingroia: indagando sulla trattativa Stato-mafia siamo arrivati a dei patti indicibili. Dal Sud America sarò più libero di parlare

ROMA - Domani partirà per il viaggio più annunciato (e rinviato) degli ultimi anni. Antonio Ingroia prenderà un aereo per il Guatemala, dov'è stato chiamato a un incarico investigativo sotto l'egida delle Nazioni Unite, ma c'è chi è pronto a scommettere che tornerà molto prima del previsto, per partecipare alla prossima campagna elettorale. Magari come candidato premier di un'ipotetica quanto informe alleanza tra «partito dei sindaci», grillini e dipietristi.

«Io sto andando in Centro America, e l'ultimo dei miei pensieri è correre dietro a fantasie giornalistiche che al momento non hanno nulla di concreto», ribatte Ingroia, ancora nelle sue vesti di procuratore aggiunto di Palermo che oggi apporrà l'ultima firma sotto un atto giudiziario del procedimento sulla cosiddetta trattativa fra Stato e mafia.

Video : «Non addio ma arrivederci»
Di Alfio Sciacca

E se qualcuna di quelle fantasie dovesse diventare realtà? Il «mai dire mai» che ripete ogni volta che si parla del suo ingresso in politica vale sempre? «Quello vale per tutti, compresi i magistrati in partenza per il Guatemala».

Ha letto gli ultimi commenti a un suo eventuale impegno politico o di governo?
«Ho letto e mi sono accorto di essere diventato, improvvisamente, un cattivo magistrato. Sinceramente penso che ciò derivi dal fatto che finché ci occupiamo di mafia militare, catturare latitanti o contrastare il racket va tutto bene; quando entriamo sul terreno delle collusioni con l'economia e la politica si fa di tutto per fermarci, accusandoci di aver sconfinato dai nostri doveri. È già capitato ai miei maestri Falcone e Borsellino e in seguito a Gian Carlo Caselli. Stamattina (ieri, ndr ) ho letto che secondo Eugenio Scalfari ci sarebbe da rabbrividire e da espatriare se assumessi un incarico di governo, e mi sono tornati in mente i timori paventati da Lino Jannuzzi a proposito di Falcone procuratore nazionale antimafia e De Gennaro capo della Dia. Del resto, si sa, Scalfari e Jannuzzi hanno fatto un bel pezzo di strada insieme».

Più semplicemente, non potreste aver commesso errori? Per esempio con le intercettazioni tra Mancino e il presidente Napolitano. O con qualche sua esternazione dal sapore più politico che giudiziario.
«Io non credo che su quelle telefonate abbiamo sbagliato. Ma se pure fosse, questa vicenda ha messo in luce posizioni che denunciano una vera e propria insofferenza verso il nostro ruolo. Come quella di Luciano Violante che addirittura avrebbe preferito che non ci difendessimo davanti alla Consulta nel conflitto sollevato dal capo dello Stato. Mi sorprende che chi ci ha sostenuto quando ci occupavano di Dell'Utri e Berlusconi, o prendevamo posizioni pubbliche contro la politica della giustizia del centrodestra, abbia improvvistamente scoperto che uscivamo dal seminato quando con l'indagine sulla trattativa ci siamo imbattuti in altri nomi».

Ma lei ha proclamato pubblicamente che voi avete terminato il vostro lavoro e ora tocca ai cittadini scegliere una nuova classe dirigente. Non significa strumentalizzare politicamente il proprio ruolo? «No, perché io ho fatto un altro discorso. Ho detto che la nostra indagine è arrivata fin dove poteva dimostrando, secondo noi, che al tempo delle stragi la politica ha optato per la convivenza anziché per l'intransigenza di fronte alla mafia. Poi ho aggiunto che se i cittadini vogliono cambiare classe dirigente spetta a loro scegliere gli intransigenti anziché gli altri, senza aspettare l'esito di un'inchiesta o di un processo. Non mi pare di aver confuso i due piani».

Perché pensa che l'indagine non poteva arrivare oltre?
«Perché per saperne di più bisognerebbe ottenere la collaborazione almeno di qualche uomo-cerniera tra la mafia e le istituzioni, e non mi pare ci sia aria. Dopo la fine del mito dell'impunità mafiosa, grazie al lavoro svolto da Falcone e Borsellino prima di essere neutralizzati dalle istituzioni e uccisi da Cosa nostra, e dopo la luce accesa sulla contiguità tra la mafia e pezzi di Stato con i processi ad Andreotti, Contrada e Dell'Utri, noi siamo saliti di un altro gradino. Pensiamo di essere arrivati al livello dei patti indicibili, stretti non da singoli politici o colletti bianchi ma da uno Stato che siglava accordi per una presunta ragion di Stato. Su questo gradino siamo ancora malfermi in attesa delle sentenze, ma evidentemente abbiamo già dato sufficiente fastidio».

E lei non si sente un po' in colpa, almeno verso i colleghi che restano, a lasciare proprio ora? Qualcuno dice che sta scappando dalla probabile evaporazione delle accuse.
«Non c'è nessuna fuga, anche perché porterei comunque le responsabilità di un insuccesso giudiziario. E i colleghi che restano sono perfettamente in grado, ciascuno con la sua professionalità, di proseguire il lavoro svolto insieme fin qui. Dopo vent'anni di permanenza nello stesso ufficio, credo di aver esaurito un ciclo professionale e di aver colto l'occasione di un'altra esperienza, sempre nell'ambito del contrasto alla criminalità. Del resto se rimanessi, con il livello raggiunto di sovraesposizione e personalizzazione delle accuse, potevo essere più di ostacolo che di aiuto. Rispetto a certi veleni e contumelie è il momento di fare un passo laterale, anche per salvaguardare il lavoro dell'ufficio».

Ma la sovraesposizione, dottor Ingroia, l'ha scelta lei. Ora si lamenta perché sta troppo in tv o sui giornali? «Niente affatto, anzi. Io rivendico la mia partecipazione al dibattito pubblico, e nel clima che si è creato continuerei a non tirarmi indietro. Sono convinto che il mio ruolo di pubblico ministero antimafia sarebbe monco ed effimero se si limitasse agli atti giudiziari. Di fronte a un fenomeno sistemico come la criminalità mafiosa che ha sempre contaminato la società e la politica, penso che sia giusto e persino necessario svolgere un ruolo di attore sociale e anche politico. Come lo fu, a modo suo e in un altro contesto, Borsellino quando in un convegno del Msi disse che non si poteva parlare di resa dello Stato di fronte alla mafia perché lo Stato non aveva mai cominciato a combattere seriamente la mafia. Oggi per una frase simile anche lui sarebbe accusato di collateralismo politico, vista l'intolleranza verso la libertà di pensiero dei magistrati, arrivata ai limiti della compressione dei diritti costituzionali».

E l'imparzialità del magistrato dove va a finire?
«Quella ci vuole sempre ma non significa neutralità, per esempio rispetto ai valori della Costituzione. In questo senso io mi sono dichiarato "partigiano della Costituzione" al congresso di un partito d'opposizione, proprio come aveva fatto Borsellino, seppure di opposta connotazione politica. Per quell'intervento c'è una pratica ancora aperta al Consiglio superiore della magistratura, stanno discutendo se la "bacchettata" che mi hanno dato debba essere inserita o meno nel mio fascicolo personale. E non dimentico che l'autore di quel documento di censura è il consigliere Calvi, uomo di sinistra, già parlamentare dei Ds».

Dopo Violante, Calvi. E poi c'è Magistratura democratica che ha stigmatizzato i suoi comportamenti pubblici. Perché ce l'ha tanto con le critiche che arrivano da sinistra? «Perché io mi considero parte di quel mondo, dal quale mi sento un po' tradito per la storia che la sinistra ha avuto, da Pio La Torre a Enrico Berlinguer. E perché mi viene un sospetto: che queste critiche, più che dai miei comportamenti o dai presunti errori derivino dal fatto che con l'inchiesta sulla trattativa siamo andati fuori linea. Se le indagini seguono una certa direzione e resti vicino ai desiderata di una certa parte politica allora è tutto a posto; se invece deragli dalla linea, pretesa o presunta che sia, allora vieni attaccato. Io però non ho da seguire linee, bensì cercare la verità. Nella mia scala di valori di magistrato c'è l'accertamento dei fatti, in qualunque direzione portino; non posso frenarmi per timore di scoprire qualcosa di politicamente scomodo, o di essere strumentalizzato da una o dall'altra parte politica. Paradossalmente io vengo accusato di interpretare politicamente il mio ruolo di pubblico ministero proprio da chi vorrebbe che tenessi conto delle conseguenze politiche della mia attività di magistrato: è chi mi critica che vorrebbe un pm politicizzato, non io».

Chi la critica avrà di che controbattere, ma lei se ne va perché pensa che non valga più la pena fare il magistrato in Italia? «Non penso questo, ma credo che sia giunta l'ora di guardare in faccia anche le verità indicibili che s'intrecciano con le stragi e ci portiamo dietro da vent'anni, e non so se ci riusciremo. Io nel frattempo, di fronte a un'opportunità importante, ritengo che sia giunto il momento di allontanarmi. Ma dall'estero continuerò a partecipare al dibattito italiano, in modo più libero visto che finora mi dicevano che un pm non può parlare».

Attraverso un blog chiamato «Dall'esilio»: non le pare esagerato?
«Il nome del blog non sarà quello».

In una delle sue ultime «apparizioni» italiane, ha detto che la seconda Repubblica è stata peggio della prima. Perché?
«Perché nella prima la politica svolgeva un ruolo di mediazione, sebbene prevalessero gli interessi di partito, mentre nella seconda il bene pubblico è stato saccheggiato dagli interessi privati. Ai politici della terza toccherà il difficile compito di ribaltare questa situazione».

Con l'aiuto di Antonio Ingroia?
«Chi vivrà vedrà».


Giovanni Bianconi5 novembre 2012 | 8:46

Perché i Comuni lasciano Equitalia?

La Stampa

a cura di Marco Sodano
TORINO
 

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Cos’è Equitalia? Perché se ne parla tanto in questi giorni?
È la società pubblica (51% Agenzia delle Entrate e 49% Inps) concessionaria della riscossione dei tributi. È stata costituita il 30 settembre 2005 con il nome di Riscossione Spa e poi diventata, nel 2007, Equitalia. Dal primo gennaio i Comuni potranno decidere di non usare i servizi di Equitalia e di affidare la riscossione dei tributi ad altre società.

Com’era organizzata prima la riscossione? Perché è stata costituita questa società?
Fino al 2006 la riscossione era affidata a privati (prevalentemente banche): in Italia erano circa 40 le società che se ne occupavano. Si decise di cambiare sistema per evitare ingerenze e conflitti di interesse: le banche, per esempio, tendevano ad evitare di pignorare il conto corrente dei morosi (specie quando il conto era aperto in una loro filiale). D’altra parte le banche avevano il vantaggio di poter offrire una struttura di sedi capillare, diffusa su tutto il territorio nazionale. L’obiettivo del cambiamento, comunque, era di garantire la riscossione delle somme dovute allo Stato con la massima efficienza possibile.

Com’è organizzata la società?
Ha filiali in tutte le regioni italiane, poi divise in tre grandi aree (Sud, Centro e Nord). Il gruppo conta tre società: Equitalia si occupa della riscossione tributi, Equitalia Servizi fornisce i mezzi tecnologici ai riscossori e gestisce l’interfaccia con gli utenti, Equitalia Giustizia si occupa della riscossione delle spese di giustizia e delle pene pecuniarie conseguenti ai provvedimenti giudiziari passati in giudicato o diventati definitivi dal primo gennaio 2008 in avanti.

Il servizio ha funzionato?
Con luci e ombre. Equitalia ha senz’altro migliorato - in quantità - il servizio. È altrettanto vero, però, che è stata oggetto di critiche anche aspre sotto diversi aspetti: anzitutto la lentezza delle procedure (che fa lievitare gli interessi e quindi le somme dovute). In secondo luogo per una certa facilità nel ricorrere a strumenti di riscossione coatta come il pignoramento, specie di beni immobili, a fronte di debiti tutto sommato modesti senza tenere conto della difficoltà di rimborso delle famiglie più povere. Infine, per il cosiddetto fenomeno delle cartelle pazze: cartelle esattoriali - emesse in realtà da altri enti - che contenevano errori palesi (errato intestatario, richiesta di pagamenti non dovuti o già effettuati) e che Equitalia pretendeva di incassare. La società si è dovuta anche scusare per l’eccesso di zelo dimostrato nella vicenda. In seguito sono state approvate procedure di autocertificazione per poter presentare ricorso.

Perché si cambia di nuovo?
Il mandato per la riscossione comunale è scaduto il primo gennaio 2011, oggi è gestito in regime di proroga. In teoria Equitalia dovrebbe occuparsi solo dei crediti dello Stato e di quelli previdenziali (Inps). Allo stesso tempo si cerca di organizzare il servizio in modo che sia altrettanto efficiente ma meno aggressivo, specie per i casi di famiglie disagiate che debbano far fronte a grandi debiti.

I comuni lavorano solo con Equitalia o c’è chi fa diversamente?
Non c’è nessun obbligo per i Comuni di usare il servizio offerto da Equitalia. Le città di Reggio Emilia e di Torino, per esempio, si servono di altre società e si dicono più che soddisfatte. E nel caso specifico di Torino il cambio da Equitalia a Soris ha incrementato la quota di tributi riscossi e in parallelo ha diminuito l’uso delle ganasce fiscali (il provvedimento di fermo amministrativo per chi non paga). Tutto con una struttura snella - circa trenta dipendenti - e un bilancio in attivo. Un anno fa, il Comune ha poi fatto alzare (da 100 a 150 euro) la somma oltre la quale si può disporre il fermo amministrativo.

I soldi arrivano allo Stato (e agli enti creditori) puntualmente?
In teoria il sistema è congegnato in modo che il denaro riscosso arrivi rapidamente all’ente che vanta il credito. In realtà si sono verificati diversi casi di inadempienza: ma all’origine della catena nella maggior parte dei casi non ha funzionato il sistema di controllo.

I soldi spesso si accompagnano alle truffe. Se ne sono verificate?
Ovviamente è successo. Lo scorso agosto, per esempio, ha fatto rumore la vicenda di un finto esattore cui la Guardia di Finanza di Pescara ha sequestrato cinque Ferrari, una Maserati, una Aston Martin, una Bmw oltre a diversi appartamenti per un valore complessivo di alcuni milioni di euro. Il truffatore era un 45enne di Chieti che individuava le sue vittime tra i debitori di Equitalia. Spacciandosi per dipendente dell’azienda di riscossione tributi, si proponeva di risolvere i loro problemi facendosi consegnare ingenti somme di denaro; in cambio rilasciava liberatorie e cancellazioni di ipoteche, su regolare carta intestata ma ovviamente false.

Nonostante la sordità non mi sono arresa, ma oggi mi sento in un angolo”

Corriere della sera
di Maria Serena Natale


“La ricerca della normalità mi ha fregato”. Raffaella è sorda e dal suo punto di osservazione ipocrisie e storture del mondo del lavoro italiano risaltano in tutta la loro ferocia. Ce le racconta con la durezza di chi a 44 anni ha imparato a riconoscere il pregiudizio al primo sguardo, alla prima esitazione, alla prima frase di circostanza. 

La sua storia è lo specchio di un mondo capovolto dove la raccomandazione diventa un modo per stare a galla in assenza di regole che garantiscano il rispetto di diritti sanciti dalla legge e l’handicap si aggiunge come una beffa a barriere d’ingresso troppo alte, processi di selezione indecifrabili, situazioni contrattuali esasperanti. Nel suo commento al racconto di Giovanna rispondeva al ministro Elsa Fornero nelle ore del “dopo-choosy”, lei che si “adegua” da anni alle richieste del mercato accettando lavori slegati dal suo percorso di studi e una progressiva revisione al ribasso delle sue mansioni. Fino al mobbing. Questa è la sua testimonianza.


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Mi chiamo Raffaella Benvignati. Sono nata nel 1968. Sono diventata sorda profonda all’età di due anni. I miei genitori, papà medico e mamma interprete, non si sono persi d’animo. Dopo una diagnosi definitiva a Londra si sono rivolti al Policlinico di Milano per la rieducazione al linguaggio orale. Sei faticosissimi anni di rieducazione con protesizzazione immediata mi hanno permesso di parlare come una persona “normale”. Ma è proprio la ricerca della normalità che mi ha fregato.

Presa la maturità di Ragioneria, ho deciso di continuare gli studi. Mio padre lavorava come dirigente in un’industria farmaceutica e mi aveva consigliato Farmacia, era convinto che nonostante le difficoltà fossi in grado di studiare cose nuove. Mi sono laureata nel ’92, poi ho superato l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione di farmacista.

Mi piaceva il contatto con il pubblico anche se può sembrare strano per una sorda, desideravo lavorare in farmacia o in alternativa fare l’informatore scientifico del farmaco.
Ho fatto diversi colloqui con titolari di farmacie e con varie aziende farmaceutiche senza esito. A un anno di distanza dalla laurea, e solo attraverso una raccomandazione, ho trovato lavoro presso le Farmacie Comunali di Milano, con un contratto a tempo determinato di 6+6 mesi. Ho partecipato a diversi concorsi segnalando l’appartenenza alle categorie protette, in quanto invalida civile riconosciuta dalla commissione di Prima istanza della ASL di Milano. Ad ogni concorso venivo bocciata oppure ero fuori di 1 o 2 punti in graduatoria. Ho sempre avuto il sospetto che la segnalazione di appartenenza alla categoria mi avesse svantaggiato ma non volevo nascondere il mio handicap.

Finito il contratto a tempo determinato, sono rimasta a casa un anno, nel quale ho continuato a fare colloqui e concorsi. Per disperazione mi sono iscritta all’ufficio di collocamento obbligatorio che mi ha assegnato a un’importante industria farmaceutica. Avevo espresso il desiderio di imparare il mestiere di informatore scientifico, ma hanno ritenuto che non fossi adatta e mi hanno inserito nel Controllo qualità biologico. Con quale criterio?
Esiste un periodo di prova di 3 mesi, perché non mi hanno provato prima di inserirmi? Eppure nel Controllo qualità non avevo esperienza e aggiungo che non c’era lavoro da quando avevano eliminato le sperimentazioni sugli animali. Eravamo quattro colleghi e non c’era lavoro per tutti. Giravo i pollici per 8 ore. Diventavo matta.
Per caso ho partecipato a dei colloqui presso un’azienda che cercava categorie protette e sono stata assunta imparando un lavoro nuovo: le presentazioni in Power Point. Sono diventata Visual Communication Specialist. Dopo 9 anni mi sono resa conto che pur lavorando tanto non ero premiata per quello che davo e la tanto desiderata promozione non arrivava.
Ho inviato il cv a un’azienda che cercava categorie protette da assumere per legge e dopo quattro colloqui sono stata assunta. Mi avevano detto che i disabili venivano inseriti alla pari degli altri dipendenti seguendo gli stessi percorsi di carriera, ma era un’illusione. Dal 2006 al 2008 ho mantenuto le mie competenze, poi è cominciato il balletto degli spostamenti tra diverse sedi. Il lavoro che facevo prima è stato completamente cancellato.
Dal 2008 ad oggi sono stata relegata ai margini dei vari uffici, lavorando sempre meno.
L’ultimo ufficio è “Gestione ritrovamento veicoli e Rottamazioni”. Mi sono trovata di fronte a un capo fortemente maschilista, senza un briciolo di fiducia nei miei confronti. Ero l’unica donna.
Ogni incarico veniva regolarmente affidato ai colleghi e a me rimaneva solo da inserire semplici dati riguardanti la rottamazione dei veicoli in un file Excel. Ora, per effetto della crisi, le rottamazioni sono calate paurosamente e mi ritrovo nuovamente a girare i pollici.
In questi anni ho dovuto rinunciare alla professione di farmacista per la quale mi ero laureata con orgoglio nonostante l’handicap e le difficoltà a livello sensoriale. Ora per “esigenze di servizio aziendali” mi ritrovo, una seconda volta, a non poter più svolgere la mansione per la quale avevo acquisito esperienza.

Penso di aver “obbedito” alla Fornero e mi sono adeguata a mansioni diverse dal mio piano di studi, semplicemente perché non potevo permettermi di rimanere disoccupata e pesare sulle spalle dei miei genitori.
Ma in questa nuova veste ho trovato ottusità e ipocrisia tra i vari responsabili, la stessa ipocrisia che trovai nei primi tempi in cui cercavo lavoro. In Italia manca quella cultura aziendale che permette ai disabili di esprimersi al meglio. Molto spesso siamo considerati un peso, senza capacità/qualità lavorative, semplicemente da infilare in un angolo a non fare niente, nonostante la crisi.

Raffaella
Nonostante la crisi, scrive Raffaella, ci sono persone considerate “un peso” sul posto di lavoro. E’ “civile” una società che lo permette?
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Addio foie gras, è caccia ai piatti etici

Andrea Cuomo - Lun, 05/11/2012 - 09:16

Il patè è ormai il nemico numero uno degli animalisti. E le Coop lo fanno sparire dagli scaffali (ma col trucco)

Detersivo, sapone per piatti, passata di pomodoro, fette biscottate, foie gras. Ops, depennate l'ultima voce dalla lista della spesa.


La Coop, la più grande catena di grande sitribuzione nel nostro Paese, ha deciso di togliere dai propri scaffali il prelibato fegato di oca (o anatra), sogno più o meno proibito di molti gourmet con uso di carta di credito. Ragioni di etica, naturalmente: i pennuti destinati a produrre quello che viene considerato uno dei cibi più golosi del mondo sono infatti sottoposti per un periodo che varia dai 9 ai 21 giorni alla tortura del gavage, vale a dire l'alimentazione forzata.

Chili e chili di cereali sono immessi con l'aiuto di un imbuto nella gola degli animali costretti in ambienti soffocanti, ciò che provoca in essi un ingrossamento del fegato fino a otto volte rispetto alle dimensioni normali. Quando le oche sono praticamente un fegato che cammina (poco, c'è da giurare), vengono macellate e trasformate nella materia dei sogni (dei buongustai): un incomparabilmente burrosa sostanza in cui dolcezza, grassezza e opulenza di sposano in qualcosa di peccaminosamente buono.

Troppo buono (al palato) per essere buono (al cuore). Il foie gras è il padre di tutti i cibi eticamente discutibili. Non è un caso che da qualche tempo lo stato americano della California lo ha messo al bando dai menu dei ristoranti e dagli scaffali delle delikatessen, provocando come ogni atto di proibizionismo fenomeni di contrabbando: alcuni ristoranti si procurano il proibitissimo ingrediente e lo somministrano a selezionati e omertosissimi clienti in serate carbonare. Il dubbio è lecito: meglio la proibizione o il buon senso?

Ora la crociata anti foie gras fa proseliti anche in Italia. C'è già chi giura che dopo la Coop anche le altre catene della grande distribuzione rinunceranno al fegato d'oca. E chi malignamente fa notare che non è poi un grande sacrificio per la gdo, per la quale i prodotti di lusso rappresentano un asset marginale, ancor di più in periodi di crisi come questi. Insomma, rinunciare al foie gras consente di ammantarsi di etica quasi gratis. Più coraggiosi i pochi chef di haute cuisine che hanno deciso di rinunciare a un ingrediente considerato quasi immancabile sulle tavole dei re.

Tra questi Eduardo Ruggiero della Brioschina di Milano, che però non ci tiene a passare per primo della classe: «È vero - ci dice - io non propongo il foie gras ai miei clienti, e qualche volta mi è capitato anche di discutere con qualcuno di loro. Del resto io non cucino nemmeno aragosta e astice per la crudeltà con cui muoiono. Io penso che a volte è utile fermarsi a riflettere su quello che mangiamo. Sono una mosca bianca, ma non voglio criticare i colleghi che non fanno la mia stessa scelta, non voglio passare per fanatico, anche perché molti cibi controversi fanno parte della nostra tradizione.

E poi ad approfondire le contraddizioni sarebbero tante. Ma a chi mi chiede il foie gras io di questa stagione suggerisco il tartufo». In realtà non tutto il foie gras viene per nuocere. Da due secoli un'azienda in Estremadura (Spagna), la Paterìa de Sousa, produce foie gras di oca al cento per cento naturale ed etico, vale a dire senza sottoporre oche e anatre a gavage, ma semplicemente lasciandole libere di mangiare quello che vogliono e approfittando del fatto che in autunno tendano a rimpinzarsi in vista dei rigori invernali.

E gli stessi francesi hanno riconociuto la bontà del foie gras di Eduardo Sousa attribuendogli un prestigioso premio che ha fatto storcere la bocca ai produttori transalpini. Non solo: una ricerca pubblicata nel Journal of Agricultural and Food Chemistry ha dimostrato che non necessariamente i fegati di anatre e oche più grossi sono i migliori. Esagerare, insomma, non paga mai. E questo vale sia per chi ingozza i pennuti sia per chi fa ideologia alimentare.

Geniale, sexy, rock La mitica Fender compie mezzo secolo

Bruno Giurato - Lun, 05/11/2012 - 09:25

Una mostra racconta l'arrivo in Italia della chitarra che è diventata simbolo del '900. Quello più trasgressivo

Anche nel mondo schizoide del rock esistono oggetti che diventano classici, e l’esempio principe è la chitarra elettrica. Progetto minimale quanto darwinianamente - vincente: due o più pezzi di legno, corpo e manico, magneti, corde.


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Risultato, l’arma più potente di distrazione - o forse liberazione di massa dell’ultimo mezzo secolo. Il grande innovatore dello strumento fu Leo Fender, il radiotecnico che nel 1950 ebbe l’idea di costruire una chitarra economica e facile da riparare. E la Telecaster fu. Pochi anni dopo (1954) venne l’ancor più famosa Stratocaster. Da allora di Fender ne abbiamo sentite in ogni salsa.
Delicate con Apache degli Shadows (ma anche con il tocco di polpastrello di Mark Knopfler dei Dire Straits), devastanti con Jimi Hendrix. Metal e fantasy con gli Iron Maiden, blues con Eric Clapton, liriche con David Gilmour dei Pink Floyd. Alternative con i Radiohead.

Mito, feticcio o oggetto d’uso comune, termine di ri­flessione sulle tentazioni nostalgiche, o sperabilmente sul futuro, ritroviamo la chitarra Fender in una mostra di Luca Beatrice (critico d’arte, curatore del Padiglione Italia a Venezia nel 2009) a Bologna, nelle sale del Museo Internazionale e Biblioteca della Musica, a partire dal 16 novembre, fino al 3 febbraio 2013. Titolo: «Rewind, 50 anni di Fender in Italia». Il piatto forte della mostra sono una serie di Fender «customizzate » e reinventate da 21 artisti italiani e internazionali: i linguaggi adoperati sono molto diversi, dalla pittura figurativa all’arte concettuale, dall’oggetto all’installazione, dalla street painting alla sound art.

La personalizzazone della chitarra e la sua trasformazione in icona visiva è stata l’ossessione di vari musicisti, a cominciare con le Strato «psichedeli­che» di Hendrix, continuando con le folli verniciature di Van Halen, per finire con l'attuale (retro) mania del «relic », che porta gli appassionati a spendere migliaia di euro per invecchiarle artificialmente. Ma in questo caso sono direttamente gli artisti, e non più i musicisti, che int erpretano l’icona. Si va dal basso Fender «a fumetti » di Anthony Ausgang, alla chitarra «cartonata» (con vistosi segni di imballaggio) di Chris Gilmour, dalla Stratocaster trasformata in una sorta di oggetto d’arredamento della coppia Cuoghi e Corsello, alla mise en abyme di Valerio Berruti, che raffigura un ragazzino chitarrista sul corpo di una chitarra.

Ma il Rewind, il riavvolgere il nastro, è anche documentazione. Un allestimento di foto, scene e video rac­conta i grandi della musica italiana che in un modo o nell’altro hanno avuto a che fare con la Fender: da Adriano Celentano (che ebbe una Jaguar all’inizio degli anni ’60) ai seguaci di Elvis (Bobby Solo, Little Tony) fino al rock contemporaneo, da Vasco a Ligabue, dai Litfiba agli Afterhours, ma anche il pop rock degli Stadio o di Cesare Cremonini, il progressive italiano (Area), e tutto il capitolo del cantautorato: genovese, milanese, emiliano. Per arrivare all’hip hop.

Un sorta di enciclopedia installazione di 50 anni di musica, raccontata in modo tematico, con l’ambizione di scrivere un capitolo di storia sociale del pop italiano. Il 1962 non è solo l’anno dell’uscita di Love me do dei Beatles, è anche l’anno in cui la chitarra rock per eccellenza è sbarcata in italia. Merito di un austriaco, Hans Bauer, che nel 1948 aveva fondato la Casale Bauer, azienda di importazio­ne di violini, corde, articoli per orchestre.

«Fu Don Randall, storico manager della Fender, a incontrare mio padre alla fiera di Francoforte», ha raccontato al Giornale la figlia Patrizia, attuale presidente dell’azienda. «Lo convinse a importare da Fender, solo che in Italia nessuno aveva l’esigenza di usare una chitarra elettrica. C’erano le orchestre di musica classica, il liscio, e poco altro. Del primo stock di chitarre se ne vendettero due: una a Roma e una a Napoli ». Ma proprio da quei due sparuti esemplari è iniziata la storia, musicale e sociale, del pop italiano. Che non è solo nostalgia o retromania, ma, almeno speriamo, ha ancora diverse cose da dire.

Cody, il bambino con le protesi che cura i veterani

Corriere della sera

Ha 11 anni, sogna le Paralimpiadi. Visita i soldati rimasti mutilati in guerra che dicono: «Il suo sorriso è contagioso»

Cody McCasland, 11 anniKevin McCloskey è un veterano dell'Afghanistan. Una bomba esplose sotto il suo mezzo, maciullandogli le gambe, provocandogli ustioni, riempiendogli di schegge un occhio. Lauren, la sua fidanzata, vide un bimbo in tv. Correva. E sorrideva. Non aveva gambe, solo due piccole protesi. Cercò i genitori, Tina e Mike: «Vorrei che incontrasse Kevin». Fu così che Cody, il bimbo texano con le protesi che corre felice, e Kevin, l'eroe di guerra tornato a casa con le stampelle, si incontrarono. «Mi ha visto e ha detto: "Ciao, sono Cody". E ha cominciato a ballare». Sulle lame delle protesi. Era il suo modo per dirgli: «Ehi, puoi farlo anche tu!».

Cody McCasland aveva 7 anni, ora ne ha 11. Nato prematuro con una rara sindrome, gli hanno amputato le gambe quando aveva 15 mesi. Poi, anni da incubo: operazioni e blocchi respiratori. Lui e le protesi: non c'è sport che non abbia provato. Con un sorriso che fa innamorare. In acqua dai nove mesi, fra i 3 anni e i 6 saliva sui cavalli o giocava a baseball e calcio. Corre, salta, partecipa a minitriathlon, usa l' handbike . Soprattutto, nuota: «Il mio sogno è la Paralimpiade di Rio». Una sua foto, con lui in pista, le sue protesi e il suo sorriso meraviglioso lo ha fatto diventare una star della rete. «So che ispira gli altri e questo mi onora»: Tina, allora insieme a Mike, non gli ha mai precluso nulla, in primo luogo lo sport, alla stessa maniera della sorellina Callie.

Cody con il colonnello Tim KarcherDopo l'incontro con Kevin, Cody ha cominciato ad andare nei Veterans Administration Hospital, dove ci sono soldati rimasti paraplegici, non vedenti, amputati. Un giorno era al Brooke Army Medical Center. C'era il colonnello dei Marines Tim Karcher, veterano di Afghanistan e Iraq. Aveva perso le gambe per una bomba vicino a Sadr City: «Cody è stato indimenticabile». C'erano marines di due metri che hanno superato mille volte la morte. Anche lui sa cosa vuol dire essere vicino a morire. «Mi chiamo Cody» e iniziava a ballare e correre. Parla di ciò che vive. Per questo quei soldati gli credono. « Be strong, never give up , siate forti, mai arrendersi». Sa farli sorridere. «I soldati vedono Cody correre e quel suo sorriso è contagioso», spiega Tina. Vuole diventare medico: «Per far stare meglio gli altri e aiutarli a non soffrire».

Fra pochi giorni partirà per l'Italia. Sabato sarà a Roma, in Vaticano, per ricevere il Premio Sciacca. «Conosco l'Italia: al Colosseo c'erano i gladiatori e in Vaticano c'è il Papa». Come la mamma, Cody ha fede: «Credo in Dio e so che mi aiuta a superare i momenti duri». Tina sa quel che Cody ispira: «Sono stupita dell'effetto che ha sugli altri, è così giovane. È una benedizione anche per la mia vita e non vedo l'ora di vedere quel che Dio ha pianificato per lui».

Claudio Arrigoni
5 novembre 2012