venerdì 2 novembre 2012

Peccato per quel minusvalidos

Corriere della sera

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di Simone Fanti


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Basta la parola… per turbare una bella esperienza. A pesarmi è la definizione di minusvalidos, lemma con cui gli spagnoli indicano le persone con disabilità. Mi sarebbe piaciuto a un certo punto fermarmi e chiedere ma meno valido rispetto a chi? In questo blog abbiamo più volte affrontato il tema della parola che definisce chi porta con sé una piccola o grande disabilità (leggi Pancalli: non usiamo la parola disabile; Nani non da giardino).

Viviamo in un’epoca in cui tutto è comunicazione, pensate al turbinio di notizie capaci in pochi secondi di far volare o deprimere le Borse di tutto il mondo, pensate alla rivoluzione del nostro modo di agire pre e post invenzione degli sms oppure alla funzione di altoparlante dei social network che hanno dato voce ai pensieri di milioni di persone. Tutto è parola. Voci molteplici che diventano frastuono se si perde il concetto di fondo: le parole servono a definire le cose che ci circondano e sono lo specchio della cultura di una popolazione.

Basta la parola, recitava un famoso slogan. E la parola in questo caso è minusvalidos. Un termine che ben definisce la sensazione che ho provato, quella di essere sempre un po’ considerato un po’ meno degli altri dalle persone. Strano, infatti, se traccio un bilancio della vacanza appena conclusa a Lanzarote (Canarie), mai mi sono sentito in difficoltà: ho trovato pochi luoghi inaccessibili, almeno per la mia disabilità. Sono arrivato e ho potuto noleggiare una vettura con comandi al volante. Provate a cercarne una tra le società di noleggio italiane. Persino i pullman (una parte ovviamente) delle escursioni erano pensati e attrezzati con una pedana per sollevare le carrozzine così che mi sono potuto godere il tragitto lunare che s’inerpica lungo le pendici del vulcano Timanfaya. Uno spettacolo veramente unico che consiglio. Forse le spiagge non erano adeguatamente organizzate, ma non potrei giurarci visto che al bagnasciuga preferisco la piscina con cocktail e un buon libro

Eppure è rimasta persistente la sensazione di essere visto come un diverso, di non essere mai stato completamente considerato una persona paritaria. Sensazioni senza dubbio, perché a parte qualche imbecille che ha parcheggiato sul posto riservato ai disabili, non c’è stato nulla di tanto fastidioso. Ma sì sa, gli uomini vivono anche di sensazioni. Mentre scrivo penso a quale possa essere la parola che riassume l’intera esperienza e mi viene in mente l’ossimoro (la figura retorica che permette di accostare due termini fortemente in contrasto tra loro): equilibrio disarmonico. Da un lato l’accessibilità e quindi il tentativo di rendere accogliente l’ambiente agli ospiti con disabilità, dall’altro la sensazione ben rappresentata dal termini minusvalidos e la non completa accettazione della persona con disabilità. Ma forse è solo questione di tempo, le autorità spagnole hanno dato la possibilità di visitare queste isole, poi la cultura della diversità si farà strada.

La Livella di Totò: lapide con la poesia davanti alla tomba del «principe»

Il Mattino


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NAPOLI - Emozione, lacrime ma anche applausi. E' stata scoperta questa mattina una lapide davanti alla tomba di Totò, al cimitero del Pianto, sulla quale sono incisi i versi della poesia "A Livella". Alla cerimonia era presente la figlia, Liliana ed anche il cardinale Sepe, durante la visita al cimitero, ha voluto passare davanti alla tomba del «principe della risata» L'iniziativa è stata fortemente voluta, e realizzata, dal direttore del cimitero, Domenico Striano, il quale ha, però, agito in forma privata, da cittadino, chiedendo il sostegno dei fan dell'artista. La cappella è tra le più visitate ed è consuetudine che le persone lascino messaggi a Totò e anche caramelle e pezzi di torrone. La poesia è una metafora della vita ma soprattutto della morte la quale, come una livella (la bolla usata dai muratori per mettere sullo stesso piano le superfici) non considera le diversità sociali trattando tutti, quando giunge l'ora, allo stesso modo.




A spiegarlo, negli ultimi versi, è uno dei protagonisti, «Esposito Gennaro netturbino» che, rivolgendosi al defunto ricco marchese irritato per la eccessiva vicinanza tra le loro tombe gli dice: «...Suppuorteme vicino-che te 'mporta? Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive: nuje simmo serie...appartenimmo … morte!».


Venerdì 02 Novembre 2012 - 14:12

Gerusalemme, Santo Sepolcro moroso perchè non paga l'acqua

La Stampa

vatican

La società Hagihon presenta il conto delle bollette alle autorità religiose che si occupano della basilica


Giorgio Bernardelli
Roma
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Di conflitti - fuori e dentro le sue mura, nel corso dei secoli - ne ha visti tanti il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ma quello sulla bolletta dell'acqua mancava ancora nel repertorio. Ed è proprio quanto sta accadendo, invece, in queste ore intorno alla basilica più venerata della Cristianità, quella dove si ricorda la morte e resurrezione di Gesù. A portare allo scoperto la vicenda è stato questa mattina il quotidiano israeliano Maariv, che ha dato notizia dell'escalation in atto nell'annosa controversia che oppone il patriarcato greco-ortodosso (che amministra l'edificio) e la società Hagihon, l'ente privatizzato che da quindici anni gestisce l'acqua potabile a Gerusalemme.

È dal 2004 che Hagihon presenta il conto delle bollette dell'acqua per la basilica del Santo Sepolcro; ma il patriarcato si è sempre rifiutato di pagarle invocando l'esenzione che - per il solo edificio sacro - era stata concessa già dagli ottomani e Israele non ha mai revocato (ma neppure ufficialmente confermato). Della questione è da tempo investito il governo che non è però mai arrivato una soluzione. Intanto l'ammontare della cifra contestata è cresciuto fino ad arrivare a 2,3 milioni di dollari (9 milioni di shekel). Così ora Hagihon ha deciso autonomamente di passare alle vie legali, facendo bloccare il conto corrente del patriarcato greco-ortodosso finché non otterrà la cifra richiesta.

L'iniziativa ha ovviamente mandato su tutte le furie il patriarca greco-ortodosso Teofilo III. Che ha risposto con una lettera durissima inviata al presidente Shimon Peres e al premier Benjamin Netanyahu, chiedendo il rispetto delle prerogative dei Luoghi santi a Gerusalemme. È arrivato anche a minacciare un gesto clamoroso: la serrata per protesta del Santo Sepolcro. Un passo a cui difficilmente si arriverà: le complesse regole per le funzioni nella basilica - il cosiddetto status quo, normato anche questo in epoca ottomana e riconosciuto dallo Stato di Israele - non coinvolgono infatti solo i greco-ortodossi, ma anche i fedeli di rito latino (qui rappresentati dai frati della Custodia di Terra Santa), gli armeni e i copti.

Un'eventuale decisione sulla chiusura - quindi - dovrebbe essere condivisa da tutti, cosa alquanto improbabile. Ciò non toglie, però, che quello sulla bolletta dell'acqua è un conflitto serio perché pone ancora una volta la questione dello status internazionalmente garantito di Gerusalemme. Non a caso - oltre che alle autorità israeliane - il patriarca Teofilo III ha già scritto ai governi dei Paesi ortodossi (Vladimir Putin in primis) per chiedere un intervento. E una missiva dello stesso tipo è in viaggio anche per Washington.

Dunque la questione della bolletta dell'acqua è già diventato un affare diplomatico, con sullo sfondo il tema dell'identità di Gerusalemme. La questione delle esenzioni fiscali è un argomento spinoso e mai risolto in Israele: si tratta dello stesso nodo - ad esempio - al centro di tutte le sessioni della commissione mista tra il Vaticano e il governo di Israele, che dal 1994 (l'anno in cui sono state stabilite le relazioni diplomatiche) sta ancora negoziando il cosiddetto Accordo fondamentale che dovrebbe normare concretamente i rapporti. Riconoscere un'esenzione fiscale, infatti, significherebbe per lo Stato ebraico riconoscere ai cristiani dei diritti rispetto a Gerusalemme, cosa che i partiti della destra religiosa non vogliono accettare.

Vale la pena di aggiungere che a rendere ancora più incandescente il caso Hagihon è il fatto che sia scoppiato nel bel mezzo della campagna elettorale per le elezioni politiche in calendario in Israele per il 22 gennaio. E che veda per protagonista proprio il patriarcato greco-ortodosso, detentore di un notevole patrimonio immobiliare da sempre nel mirino di chi - casa dopo casa - sta cercando sul terreno di riebraicizzare tutta Gerusalemme.

Muore Rauti, segretario storico del Msi

Corriere della sera

Giovanissimo, partecipò alla fondazione del movimento che proveniva dalle ceneri del fascismo

Il presidente di MS - Fiamma Tricolore Pino Rauti fotografato il 30 gennaio 2004 a Roma durante una conferenza stampa (Ansa)Il presidente di MS - Fiamma Tricolore Pino Rauti fotografato il 30 gennaio 2004 a Roma durante una conferenza stampa (Ansa)

E' morto oggi Pino Rauti, segretario storico del Movimento Sociale Italiano e fondatore del centro Studi Ordine Nuovo (1954). Tra qualche giorno avrebbe compiuto 86 anni. Si è spento alle 9.30 di questa mattina nella sua casa di Roma. Assunta Almirante, vedova di Giorgio (altro leader storico della destra italiana), intervistata telefonicamente da Sky Tg 24, ha confessato il suo dispiacere e ha detto: «E' stato un personaggio importantissimo della vita politica italiana. E' stato indicato come uno dei responsabili della stragi. Siamo andati noi (lei e suo marito, ndr.) a prelevarlo in carcere dopo che aveva dimostrato la sua innocenza».

Pino Rauti Pino Rauti Pino Rauti Pino Rauti Pino Rauti

LA BIOGRAFIA - Giovanissimo, partecipò alla fondazione del movimento che proveniva dalle ceneri del fascismo post seconda guerra mondiale. Nel 1956 Ordine Nuovo uscì dal Msi, e al quale s'iscrissero circa 3mila persone e il cui nome è stato più volte collegato alle stragi di Piazza Fontana e piazza della Loggia a Brescia. Il 4 marzo 1972 fu destinatario di un mandato di cattura per gli attentati ai treni dell'8 e 9 agosto 1969 e alla successiva strage di Piazza Fontana. E nel 1973 trenta aderenti ad Ordine Nuovo vennero condannati dalla magistratura per ricostituzione del Partito Nazionale Fascista e venne decretato lo scioglimento dell'organizzazione. Ma nessuna di queste inchieste ha mai accertato qualche reato a suo carico.



LA SVOLTA DI FIUGGI - Rauti si oppose alla svolta di Fiuggi di Gianfranco Fini che sancì la trasformazione del principale partito della destra italiana in Alleanza Nazionale, uscendo sostanzialmente dall'alveo dei partiti anti-sistema tra i quali era stato confinato nella Prima Repubblica. Europarlamentare dal 1994 al 1999. Suocero del sindaco di Roma Gianni Alemanno. La figlia, Isabella, è anch'essa impegnata in politica ed è dimissionaria consigliere regionale del Lazio.



Redazione Online2 novembre 2012 | 15:50

Consulente repubblicano cinguetta notizie false su Twitter durante Sandy. Rischia una denuncia

Corriere della sera

Dall'account sono partiti tweet con notizie allarmistiche. E ora un consigliere comunale di New York vuole fare giustizia

La foto censurata di Shashank Tripathi postata su Twitter La foto censurata di Shashank Tripathi postata su Twitter

Mentre Sandy si abbatteva su New York, lui, su Twitter ha scritto di tutto. Che la città sarebbe rimasta completamente al buio, che la metropolitana sarebbe stata ferma per una settimana, che la borsa si era allagata, ha descritto blackout mai avvenuti e ha twittato foto false della Grande Mela sommersa dalla'acqua. Non solo. Ha anche annunciato che il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo era rimasto «intrappolato» a Manhattan. I messaggi di falso allarme sono partiti dall'account @comfortablysmug, che in pochi giorni ha visto i suoi follower salire vertiginosamente. E mentre questo re dei troll diventava sempre più popolare in rete con i suoi cinguettii falsi, cosa ancora più grave è che la sua versione dei fatti veniva citata e ripresa dai media di tutto il mondo.

SMASCHERATO - Peccato che giovedì Buzzfeed e la rete siano riusciti a smascherare questo impostore allarmista. Dietro l'account @comfortablysmug si cela infatti Shashank Tripathi, 29 anni, analista finanziario ed ex collaboratore del New York Magazine, per il quale ha raccontato la propria vita sessuale per una settimana. Ciò che però ha suscitato ancora di più le ire della rete è che Tripathi sia consulente elettorale per il candidato repubblicano Christopher R.Wight. E che con i suoi messaggi abbia cercato di mettere in cattiva luce l'amministrazione democratica nella gestione dell'emergenza.


Il messaggio di scuse postato da Tripathi


PROCURATO ALLARME - Sia quel che sia, Tripathi, ha chiesto perdono con un post su Twitter. «Chiedo scusa a tutta New York», ha cinguettato @comfortablysmug. Un gesto che non è bastato al consigliere comunale di New York Peter Vallone, che ha espresso la volontà di denunciare Tripathi. E se l'azione legale dovesse partire, si tratterebbe di un precedente davvero importante che porterebbe alla ribalta la questione del «procurato allarme» sui social network. D'altro canto Twitter ha fatto sapere che non chiuderà il profilo incriminato finché non riceverà una richiesta formale, mentre il datore di lavoro Tripathi, il candidato Wight, ha annunciato attraverso un comunicato di aver «accettato le dimissioni» di Tripathi e di avere scelto un nuovo responsabile della campagna elettorale. In attesa di scoprire che cosa succederà in tanti si stanno chiedendo e (stanno chiedendo online allo stesso Tripathi) il perché. Ma lui, fino ad ora non ha dato una spiegazione plausibile di un gesto così stupido.

Marta Serafini
@martaserafini2 novembre 2012 | 14:43

Caso Fiom, alla Fiat è panico tra gli operai: «Chi sarà messo in mobilità adesso?»

Corriere del Mezzogiorno

Dopo la comunicazione ufficiale dell'azienda seguita alla sentenza del Tribunale di Roma relativa al reintegro dei 19 licenziati Fiom



NAPOLI - Ventiquattrore dopo la comunicazione ufficiale di Fiat della messa in mobilità di 19 lavoratori dello stabilimento di Pomigliano per far spazio ad altrettante tute blu della Fiom come sentenziato dal Tribunale di Roma, come era presumibile nella cittadina vesuviana è scoppiata la guerra tra poveri. Per ora, per fortuna, si tratta solo di schermaglie verbali, tra chi rischia di perdere il lavoro e chi invece dovrà essere assunto obbligatoriamente.

«Mi sono posto il problema che per far entrare me ci sarà qualche altro a dover uscire -spiega Sebastiano D'Onofrio, ex rsu Fiom nello stabilimento Fiat di Pomigliano, tra i 19 iscritti al sindacato per i quali la Corte d'Appello di Roma ha ordinato l'assunzione in Fabbrica Italia Pomigliano - ma noi non abbiamo alcuna responsabilità nei licenziamenti annunciati da Marchionne, e questo lo sanno bene anche i tanti lavoratori che sono nella newco, perché la Fiat sta facendo solo quello che ha sempre fatto».

Dopo una notte trascorsa senza prender sonno, l'ennesima da quando è cominciata la lotta della Fiom in difesa del lavoro, l'operaio sostiene di «stare male» per quanto è stato annunciato dal Lingotto, e per i 19 lavoratori della newco che potrebbero perdere il posto in fabbrica per «fare spazio» a loro. «E' inaccettabile - aggiunge l'operaio - quello della Fiat è un atto scellerato, e Marchionne oltre a dettare legge su chi deve entrare e chi no, adesso caccia anche chi è dentro. Noi però, a differenza di quanto dicono gli altri sindacati, non abbiamo colpe, se non quella di voler difendere il lavoro di tutti gli operai dello stabilimento, quelli dentro e quelli fuori».

D'Onofrio ieri mattina ha incontrato alcuni operai che lavorano nella newco, i quali gli hanno palesato i propri timori: «Ma nessuno di loro ci ha addossato la colpa - sottolinea - mi fa star male il pensiero che qualcuno potrebbe dover lasciare il proprio lavoro per fare posto a me. Venerdì noi della Fiom ci incontreremo, e discuteremo sul da farsi. Noi però non abbiamo colpe sulle scelte fatte da Fiat - conclude - basta pensare che solo due giorni fa, per la trimestrale di cassa, l'Ad diceva che avrebbe mantenuto i livelli occupazionali negli stabilimenti, e meno di 24 ore dopo annuncia i 19 licenziamenti».

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Non tutti però capiscono le ragioni della Fiom. «Possiamo comprendere la disperazione degli operai iscritti alla Fiom - afferma Antonio, che lavora in Fip nel reparto montaggio - ma come si è mosso il sindacato della Cgil proprio non ci va giù. Hanno fatto di tutto per nonfirmare l'accordo per la nuova missione produttiva, sono rimasti fuori l'azienda ed anziché fare il mea culpa per non aver saputo affrontare le problematiche da vero sindacato, si sono affidati alla magistratura.

Alla faccia delle relazioni sindacali. Mi devono spiegare se sono soddisfatti che per 19 che entrano, altri 19 escono. O per loro ci sono solo i propri iscritti?». Ma la Cgil che proprio quel famoso accordo avrebbe voluto che Fiom l'avesse siglato punta il dito sul numero uno del Lingotto: «Non si dia sponda al ricatto messo in campo da Fabbrica Italia. - afferma il segretario generaledella Cgil Campania, Franco Tavella - Un ricatto che non riguarda solo il ricorso dei 19 lavoratori ma il futuro delle relazioni sindacali e di tutte le maestranze di Pomigliano».

«La Fiat - secondo Tavella - con la sua iniziativa mette a rischio le previste assunzioni appigliandosi ad un principio che mortifica la libertà dei lavoratori, prima fra tutte quella di aderire al sindacato, che diviene così un problema non esclusivo della Fiom ma che riguarda tutti i sindacati». «Facciamo appello alle altre organizzazioni sindacali - conclude il segretario della Cgil - affinché non si firmi alcuna mobilità che possa dare sponda ad un atto vile ed arrogante messo in campo dalla Fiat».

Sull'argomento, ma con una posizione diametralmente opposta, torna anche Giovanni Sgambati leader della Uilm Campania: «La decisione della Fiat altro non è che la conseguenza di chi pensa di fare lerelazioni sindacali utilizzando le aule di tribunale». «Come Uilm -prosegue Sgambati - non avalleremo mai licenziamenti collettivi ma è utile che la Fiom rifletta sul fatto che l'unica via è quella di condividere le intese e non di dividere i lavoratori anche perché vi é una contraddizione visto che i dirigenti sindacali firmeranno individualmente un contratto che non è stato sottoscritto dall'organizzazione che loro stessi rappresentano».



Fiat licenzia 19 operai per riassumere 19 ricorrenti Fiom (31/10/2012)

Paolo Picone
02 novembre 2012

Ciancimino disse ai cronisti: "Marco si meriterebbe l'ergastolo"

Libero

Spuntano le telefonate in cui il figlio di don Vito si confida con un giornalista del "Fatto": "Non si può essere arrestati per calunnia, altrimenti Travaglio..."


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"Ecco, mancava una bella intercettazione telefonica tra Massimo Ciancimino e Sandra Amurri: provvediamo subito. Anzi, a dirla tutta avrebbero già provveduto i blogger Enrico Tagliaferro e Antonella Serafini, ma il paradosso è che per la grande informazione è come se non esistessero. Provvediamo anche a questo, dunque torniamo ai protagonisti. Massimo Ciancimino non ha bisogno di presentazioni ma solo di un buon avvocato; l’altra, Sandra Amurri, è una cronista del Fatto Quotidiano che già ricordammo per la manipolazione di un verbale che la vide sanzionata con la «censura» dall’Ordine dei giornalisti: un passaggio di un’intercettazione, in cui un mafioso diceva «da lì», lei lo trasformò in «D’Alì», cognome di un senatore siciliano.

Ma Sandra Amurri è anche altro: è la cronista - già candidata con Antonio Di Pietro - che tempo fa si scaraventò nell’inchiesta sulla «trattativa» perché testimoniò di aver origliato una sconcertante conversazione di Calogero Mannino alla pasticceria Giolitti di Roma. Cioè: secondo la Amurri, l’ex ministro Mannino si sarebbe messo a declarare ad alta voce, in mezzo al bar, che le cose che Ciancimino aveva detto su di lui erano tutte vere. Parola di una cronista già censurata per aver manipolato delle parole scritte: su quelle orali possiamo fidarci.

Così come possiamo fidarci del suo interlocutore Ciancimino, già arrestato per aver contraffatto un «pizzino» manoscritto del padre e avervi trasposto il nome di un noto funzionario di Polizia. Insomma, un dialogo tra intenditori: del resto i due se la raccontarono e scrissero anche in vari festival del giornalismo e in località turistiche - coi vari Sandro Ruotolo e Francesco La Licata - nel periodo in cui il citato Ingroia definiva Ciancimino «quasi un’icona dell’antimafia».

Questo l’ambiente. L’intercettazione che andiamo a presentare riguarda una conversazione perfettamente in linea con la caratura dei protagonisti, giacché verte su cose che non si sa neppure se esistano, anzi. Una per esempio è «il signor Franco», il presuntissimo uomo dei misteri siciliani, l’agente dei servizi che per 30 anni sarebbe stato l’ufficiale di collegamento fra la mafia e pezzi dello Stato: questo naturalmente secondo Ciancimino". Filippo Facci racconta sul numero di Libero in edicola venerdì 2 novembre il retroscena del menage a trois tra lui, Travaglio, il direttore del Fatto; lei, la Amurri, cronista della stessa testata; e la "malafemmina", Ciancimino, fino a poco tempo fa personaggio portato sul palmo della mano dai professionisti dell'antimafia. Sentite che dice il figlio dell'ex sindaco di Palermo: "Marco è fortunato che per la calunnia non c'è l'arresto, altrimenti... ".

Caos Idv, Di Pietro nella bufera Donadi accusa: «È come Berlusconi»

Corriere della sera

Il capogruppo Idv alla Camera: «Truffato dal segretario, il suo declino sarà simile a quello dell'ex premier»

«L'Idv negli anni in cui è esistita non ha fatto antipolitica. Il Di Pietro di oggi decide di tradire la sua storia, con un declino simile a quello di Berlusconi, cambiando idea dalla sera alla mattina, senza rendersi conto che quanto potevano dare alla politica lo hanno già dato». Sono le parole che Massimo Donadi affida a TgCom24, ribadendo che «non ci sono precedenti nella storia repubblicana di un leader di partito che fa il necrologio del suo partito sulle colonne di un giornale, dicendo in più che sosterrà Grillo.

Questa è un'operazione articolata da due politici navigati. Di Pietro ha scritto il necrologio troppo presto». Il capogruppo Idv alla Camera aggiunge che «negli ultimi sei mesi, Di Pietro ha sbagliato tutto: ha attaccato Napolitano, ha rotto deliberatamente l'alleanza col centrosinistra portando in Sicilia a un'innaturale alleanza a sinistra. Lì si è voluti fare la vergine-prostituta. La scelta di Di Pietro di abbandonare il centrosinistra per cedere alle sirene dell'antipolitica di Grillo è un leader che non è più utile al suo Paese».

2 novembre 2012 | 12:23

Amsterdam ci ripensa: cannabis in vendita per i turisti stranieri

Il Messaggero


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AMSTERDAM - Niente più divieto di acquistare cannabis nei coffee shop di Amsterdam per i turisti stranieri. Lo ha annunciato il sindaco della città, dopo mesi di discussioni riguardo alle nuove leggi sulla droga varate in Olanda.

Marcia indietro.
La decisione, riferisce la Bbc, è stata presa dopo che il nuovo governo olandese ha deciso di lasciare alle amministrazioni locali la facoltà di scegliere se implementare il bando imposto ai visitatori stranieri. In base alle norme varate dal precedente governo conservatore, i turisti stranieri non potevano più consumare cannabis all'interno dei circa 700 coffee shop olandesi dove è possibile acquistare marijuana. Almeno 1,5 milioni di turisti si recano ogni anno nella sola Amsterdam per frequentare i coffee shop della città. Secondo il sindaco Eberhard van der Laan, il divieto avrebbe portato a un aumento dello spaccio di droga e della criminalità.


Giovedì 01 Novembre 2012 - 15:59
Ultimo aggiornamento: 16:30

Ladri di biciclette nei guai: arrivano i cyber cacciatori

Il Messaggero
di Laura Bogliolo

Un codice leggibile dal telefonino identifica i mezzi rubati


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ROMA - Armati di smartphone si aggirano per la città a caccia di biciclette scomparse. Quando avvistano una due ruote parcheggiata in modo sospetto puntano il cellulare sull'adesivo che riporta uno strano codice, aspettano qualche secondo e hanno la risposta: quella bicicletta è stata rubata. Li hanno già ribattezzati i cyber cacciatori dei ladri di biciclette, pronti a vigilare nella città. Usano il sito Archiviobici.it e la tecnologia Quick Read Code, un codice a barre applicato sulla propria bici nel quale sono memorizzate informazioni che possono essere lette facilmente dai telefoni cellulari. L'idea è di un consulente informatico romano, membro del gruppo Salvaiciclisti. «Sono tantissime le bici rubate nella Capitale» spiega Stefano Mecchia, 43 anni, che ogni giorno raggiunge sulle due ruote l'ufficio in via Laurentina da Tor de' Schiavi.
 
«Rubata a Prati sabato scorso una Collalti fatta a mano, aiutatemi», «scomparsa la mia city bike, non ha un alto valore economico, ma ci sono molto affezionata», «con dispiacere comunico il furto della mia bici nuovissima parcheggiata all'Eur». I messaggi dei ciclisti romani continuano a scorrere sul forum Ciclomobilisti, decine di richieste di aiuto che denunciano una situazione definita «drammatica» dagli appassionati delle due ruote: 150mila la usano abitualmente, il doppio occasionalmente. E continuano a essere tanti i furti: 12 gli arresti eseguiti da carabinieri soltanto nel 2012. Ladri di biciclette sempre più fantasiosi, come quel padre e figlio di Fondi che ogni mattina arrivavano in centro fingendosi fruttivendoli, e tornavano a casa di sera con il camioncino carico di due ruote. I carabinieri trovarono oltre cento biciclette nel loro garage.
 
La disperazione per i furti di bicicletta ha promosso la nascita di un metodo 2.0 per difendersi: applicare sul mezzo un adesivo che riporta il Qr code, che solitamente viene nascosto sotto la sella o nella parte bassa del telaio.
 
Ci si iscrive al sito, compilando una scheda con nome, recapito telefonico, foto della bici, modello e il numero del telaio. «Il sistema genera automaticamente l'adesivo da stampare e incollare sulla bici» spiega Mecchia. Se si subisce un furto, si pubblica l'annuncio e le sentinelle del web si attivano: passeggiando per la città, osservando bici sospette, hanno la possibilità di leggere con il cellulare i dati riportati sull'adesivo e verificare se si tratta veramente di una bici rubata.
 
Stefano Di Noi, 36 anni, impiegato, si è appena iscritto al sito: «Credo sia un ottimo modo per tentare di prevenire i furti, ho applicato quattro adesivi, un paio in vista, gli altri nascosti» dice l'appassionato delle due ruote che ogni giorno dalla Balduina raggiunge l'ufficio in bici sulla Salaria. Fabrizio Caristi, 53 anni, membro dell'associazione Ciclonauti che gestisce la Ciclofficina popolare a via Baccina parla di «una iniziativa lodevole contro il problema dei furti, sempre più diffuso». I ladri di bicicletta, intanto, sono stati avvertiti: occhio al Qr code, la bici ormai è sotto sorveglianza.


Venerdì 02 Novembre 2012 - 10:47
Ultimo aggiornamento: 12:31

A caccia dei segreti (persi) del piccione Aveva i dispacci dello sbarco in Normandia

Corriere della sera

All'interno di una capsula rossa attaccata allo scheletro i messaggi delle forze alleate. Attraversò la Manica ma non fece ritorno

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Portava con sé i dispacci delle forze alleate. Messaggi criptati. Sul suo crinale codici alfanumerici spediti al di là della Manica. Ma il piccione non ha mai fatto ritorno alla base, perdendo così informazioni rilevanti proprio il giorno dello sbarco in Normandia. Il 6 giugno 1944 gli Alleati decisero l'invasione della costa settentrionale della Francia allora sotto il giogo nazista. Scelta che si rivelò vincente, tale da cambiare completamente l'inerzia della seconda guerra mondiale, provocando la lenta ritirata tedesca fino alla sconfitta totale.

IL RITROVAMENTO - Ora 70 anni dopo lo scheletro di quel piccione è stato ritrovato in un camino, ma i suoi segreti - conservati in una capsula rossa attaccato al suo corpo - non sono stati ancora decifrati. Sul foglietto una serie impressionante di codici, ora dimenticati dai servizi di sicurezza inglesi. Ma il dipartimento governativo di Cheltenham sta provando a decifrare i segreti che il piccione portava con sé. L'associazione (reale) dei piccioni viaggiatori - in Gran Bretagna esiste ed è molto attiva - ritiene che l'uccello si sia perso durante il viaggio, disorientato dal brutto tempo, o semplicemente esausto per il tragitto percorso nella Manica. I suoi resti però sono stati scoperti da un tale David Martin, che stava accendendo il fuoco dentro la sua casa a Bletchingley.

L'IPOTESI - Secondo gli esperti il piccione doveva informare i Generali alleati sull'esito delle operazioni di guerra in Normandia. Ora però è un mistero capire il contenuto degli scritti. E soprattutto comprendere come si sia trovato 70 anni dopo a 80 miglia da dove doveva essere, cioè a Bletchley Park. Il messaggio - raccontano i resoconti di guerra - fu spedito alle 16.45 del 6 giugno e conteneva 27 codici, ognuno dei quali composto da quattro cinque lettere o numeri. Ora il tentativo di decriptarli dando forma a contenuto al giorno più importante della seconda guerra mondiale.


Redazione Online2 novembre 2012 | 10:29

Al grillino 3.500 euro al mese. Ma per i suoi è tutto ok

Stefano Zurlo - Ven, 02/11/2012 - 08:19

Ecco chi dice di non voler soldi pubblici. Il Comune di Bologna ha già versato a Piazza 21mila euro. Oltre al normale stipendio

Il sistema funziona in tutta Italia. Anche a Bologna, la città che da decenni sbandiera una sua presunta diversità.


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E perfino fra i grillini che della lotta alla casta e ai suoi odiosi privilegi hanno fatto la loro bandiera. Se sei dipendente, pubblico o privato non fa differenza, e non hai tempi di andare in ufficio perché le tue ore sono mangiate dagli impegni in consiglio comunale - ma anche provinciale o regionale, guai a discriminare qualcuno e qualcosa - dalle sedute, dalle commissioni, dalla lettura delle carte e tutto il resto, non c'è problema. Sarà il Comune a pagarti lo stipendio o quella frazione della retribuzione che manca all'appello. Anzi, l'ente si sostituirà al datore di lavoro anche per l'adempimento di tutti gli oneri contributivi e previdenziali. Perfetto. La norma, una pensata di D'Alema nell'anno di grazia 2000, ha una sua ratio, ma il risultato pratico è sotto gli occhi ormai scettici di tutti: rimborsi per tutti. Anche per i grillini che un giorno sì e l'altro pure intingono il dito nell'inchiostro dell'indignazione.

Anche i grilini di Bologna. Come Marco Piazza, ingegnere, classe 1972, tecnico alla Zucchetti Axess spa. Dalle carte che Antonio Amorosi ha estratto dal database di Palazzo d'Accursio e pubblicato sul sito di Affari italiani si evince che pure Piazza ha preso il suo rimborso. Ventunmilacentocinquantadue euro, anzi 21.152,86 per il periodo compreso fra febbraio e luglio 2012. Non proprio spiccioli; anzi, a fare due calcoli, si può vedere che la cifra è pari, a spanne, a 3.500 euro al mese. Uno stipendio non proprio popolare. Dunque, in totale più di ventimila euro, prontamente bonificati da Palazzo d'Accursio al consigliere che contesta il sistema per permettergli di recuperare la sua retribuzione completa.

Lo stesso meccanismo descritto ieri dal Giornale per Federica Salsi, altra componente della pattuglia del Movimento Cinque Stelle sbarcata nel 2001 a Palazzo d'Accursio e guidata dal capogruppo Massimo Bugani. Anche Federica Salsi, apparsa martedì sera a Ballarò e strigliata da Beppe Grillo che non gradisce le apparizioni televisive dei suoi discepoli, ha ottenuto i canonici rimborsi, per le assenze più che giustificate dal luogo di lavoro, in questo caso dall'azienda del marito. Solo che nel suo caso si tratta di una «paghetta» modesta, circa 400 euro al mese, secondo le indiscrezioni che filtrano dal municipio, impenetrabile come ai tempi della guerra fredda. Grillo ha puntato la consigliera come un birillo da abbattere: «I talk show - ha scritto su suo blog - sono il vostro punto G».

Così le scintille e il dibattito sulla democrazia zoppa del Movimento che non vuole diventare un partito, hanno oscurato le più prosaiche vicende legate ai soldi. Anche i grillini, inquilini nuovi e forse pure un po' spaesati del Palazzo, fanno parte del sistema. Pure loro si siedono sulle leggi, anche quelle che più colpiscono l'opinione pubblica, anche loro accettano gli “oboli“ di Stato. Come ha fatto Federica Salsi, che lavora per il consorte. E come Marco Piazza della Zucchetti Axess, specializzata nel settore della sicurezza e videosorveglianza. E naturalmente le retribuzioni si sommano ai gettoni guadagnati sul campo in consiglio comunale. A Bologna circa 1.700 euro netti al mese. Niente male per i nemici giurati della casta che mangiano alla greppia dei finanziamenti senza fine alla politica. Una torta, quella dei rimborsi, che vale su scala nazionale fra 1 e 2 miliardi di euro.

Fantasma senza busto fotografato Rocca di Narni, notte da gosthbuster

Il Mattino

L’European paranormal activity ha condotto una ricerca: «Figure anomale in più punti del vecchio maniero»


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NARNI - Nella Rocca Albornoz di Narni potrebbero «vivere» entità paranormali: a ipotizzarlo è l'indagine svolta dai ricercatori della European paranormal activity society nel castello
 
La notte di Halloween a caccia di fantasmi. L'incontro è stato organizzato in occasione della notte di Halloween proprio all'interno del maniero trecentesco. Tra le varie attività di ricerca svolte sul posto nel corso del sopralluogo portato a termine all'inizio del mese, infatti, gli studiosi, che comunque rimangono cauti sulla natura delle presenze e non vogliono definirle fantasmi, hanno scattato, con apposite apparecchiature, sei foto in altrettanti punti della strutture.
 
Due figure anomale nelle foto. In due di esse sarebbero riconoscibili, sempre secondo gli esperti, in modo più definito alcune figure considerate «anomale». In particolare, in una stanza al primo superiore della Rocca, la macchina fotografica della società che si occupa del paranormale avrebbe «catturato» la presenza di una figura simile a un velo o in alternativa (ipotizzano i ricercatori) a delle ali. Si tratta di uno scatto non nitido e particolarmente disturbato, a causa (sempre secondo l'Epas) di campi elettromagnetici che potrebbero quindi confermare la presenza di entità non ben definite.
 
Un mezzo busto inquietante. La seconda foto, scattata nella sala delle armi, adiacente a quella dei banchetti, rileverebbe invece la presenza della parte inferiore di un mezzo busto, in particolare due gambe che sembrerebbero camminare. Le altre fotografie sono invece offuscate e quindi più suscettibili a varie interpretazioni.

Giovedì 01 Novembre 2012 - 19:02    Ultimo aggiornamento: 19:14

Il rettore taglia le spese ma si raddoppia lo stipendio

Redazione - Ven, 02/11/2012 - 08:26

Scandalo all'Università di Pisa. Gli studenti: vergogna. Ma lui si difende: ho più lavoro di prima

Pisa C'è aria di crisi, tempi duri un po' ovunque e in tutti i settori, così, la parola d'ordine è tagliare.


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Anche l'università di Pisa è costretta a tirare la cinghia. La nuova organizzazione dell'ateneo toscano, nel clima della spending review, ha consentito un risparmio del 20 per cento delle spese. Sarà forse anche per questo motivo che il consiglio d'amministrazione ha deciso di raddoppiare le indennità di carica di rettore, prorettore e dei capi delle unità dipartimentali. Secondo quanto hanno denunciato sindacati e associazioni studentesche, invece che i 50mila euro lordi annui percepiti fino ad oggi, il magnifico rettore pisano Massimo Maria Augello riceverà tra i 90 e i 95mila euro (da sommare naturalmente allo stipendio da docente ordinario).

Il prorettore passa da 20 a 38mila euro (circa), i dirigenti delle unità dipartimentali da cinquemila a 9.500 euro. Il gettone di presenza al cda passa da 200 a 500 euro. La delibera è passata nonostante il voto contrario dell'organizzazione studentesca Sinistra Per e le critiche dei sindacati. «L'aumento che per noi è motivo di forte criticità in particolare per le cariche monocratiche - afferma Sinistra Per -. Comprendiamo l'aumento di impegno e della responsabilità individuale, ma continuiamo a ritenere inopportuno, in un momento di crisi e di tagli all'Università e a tutte le amministrazioni pubbliche, aumentare le singole retribuzioni, soprattutto se pensiamo che i principali beneficiari saranno docenti ordinari che percepiscono già, in moltissimi casi, oltre 100 mila euro all'anno».

E naturalmente scoppia la polemica. «È uno schiaffo a chi in questi mesi è costretto a tirare la cinghia e ha difficoltà a mandare i propri figli all'università», ha detto Virgilio Falco, portavoce nazionale di StudiCentro, l'organizzazione studentesca dell'Udc. Attraverso l'ufficio stampa, l'università pisana fa sapere che l'aumento delle indennità è il frutto di una manovra più complessa. L'ateneo è stato riorganizzato secondo la riforma Gelmini. Le 11 facoltà e i 48 dipartimenti sono scomparsi, lasciando il posto a 20 unità dipartimentali. Un'operazione che ha consentito di risparmiare fino al 20% del bilancio. «Di contro - spiega l'ufficio stampa - il carico di lavoro di rettore, prorettore e direttori è aumentato».

Fuga in Argentina, come per i nazisti è il buen retiro dei narcotrafficanti

La Stampa

Con nuove identità, talvolta anche con i connotati cambiati dal chirurgo estetico, la migrazione è andata intensificandosi negli ultimi dieci anni, ma ora scattano gli arresti

lorenzo cairoli


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Una volta l’Argentina era il buen retiro dei criminali nazisti. Subito dopo la guerra 70 mila di loro vi migrarono. Genova era il porto dove svanivano. Piovene definì Genova città misteriosa, al modo di Londra, in cui l’animo può compiacersi in acrobazie che oggi si direbbero metafisiche, immaginando qui un cinese, qui un baro, una vecchia duchessa, un commerciante di caucciù, un dinamitardo, accostandoli, mescolandoli, ponendoli in rapporti occulti. Congerie di misteri simili non si incontrano mai nelle semplici città italiane, ma a Genova si, perché Genova è l’unica che susciti la fantasia di retroscena clandestini.

Da Genova passarono tutti i criminali nazisti che si imbarcarono per il Sudamerica. Adolf Eichmann, Erich Priebke, Wilfried von Owen, il segretario di Goebbels e persino il mefistofelico Mengele che per un breve periodo soggiornò presso una famiglia in via Vincenzo Ricci. Per i nazisti braccati l’Argentina di Peron era il miglior rifugio. La Casa Rosada inviava agenti in Europa per agevolare il loro espatrio; passavano dalla Svizzera con documenti di identità della Pontificia commissione di assistenza e con il lasciapassare della Croce Rossa, come capitò con Priebke, poi facevano rotta verso il Sudamerica, via Genova. Adesso che i nazisti si sono estinti - l’anagrafe non è una scuola di pensiero - l’Argentina di Cristina Kirchner è diventata il ricettacolo dei pezzi da novanta del narcotraffico internazionale. 

In aprile il generale Luis Alberto Pérez Albarán, il capo dell’Antinarcotici colombiana, concesse un’intervista al quotidiano argentino “Clarin” in cui rivelò: «Il narcotrafficante colombiano in Argentina si sente sicuro. Può muoversi indisturbato, non deve nascondersi, tutto quello che fa, lo fa alla luce del sole, come se questo paese avesse il dono di renderlo impercettibile, incorporeo, inafferrabile». Però la cuccagna sembra finita. Il 17 aprile, nel Barrio Norte di Buenos Aires, è stato assassinato Jairo Saldarriaga, alias Mojarro, il capo dei sicari di Daniel “El Loco” Barrera Barrera. Nello stesso mese di aprile, nel corso dell’Operazione Luis XV, sono state arrestate due donne colombiane legate a filo doppio con El loco Barrera - la sua ex moglie, Ruth Martínez Rodríguez, e sua nipote, Lilith Barrera Marín.

Tra gli arrestati nei 79 raids dell’operazione Luis XV compare anche María Claudia Gómez Martínez, moglie di Pedro Guerrero Castillo, alias Cuchillo, un narcoparamilitare e uno degli uomini più ricercati di Colombia insieme a Daniel Barrera Barrera alias el “Loco Barrera”, Luis Enrique Calle Serna alias “Comba”, e Daniel Rendon Herrera alias “Don Mario”. La migrazione in Argentina dei narcotrafficanti - soprattutto ex paramilitari - e dei loro familiari è andata intensificandosi negli ultimi dieci anni. Basti ricordare che nel novembre del 1999 si scoprì che in Argentina viveva María Victoria Henao Vallejo, vedova di Pablo Escobar. E qui visse e studiò architettura e disegno industriale il figlio di Escobar, col nome fittizio di Sebastián Marroquín.

Tre influenti membri delle Autodefensas Unidas de Colombia, Héctor Duque Cevallos, alias Monoteto, la sua guardia del Alexander Quintero Gardner e Juan Galvis Ramírez, vivevano in Argentina in un lusso sfrenato, pensando di essere, anche loro, incorporei, fino a quando non sono stati scoperti e assassinati da sicari colombiani.  Adesso è toccato a Henry de Jesús López Londoño, alias Mi Sangre, uno dei narcotrafficanti più temuti e uno dei capi dei Los Urabeños. Aveva sette passaporti ed era entrato in Argentina con la falsa identità di Rolando Suárez Rodríguez, sedicente imprenditore.

Abitava con sua moglie e i suoi due figli in uno dei quartieri top di Buenos Aires, Nordelta, possedeva sei case, auto blindate e un piccolo esercito di guardie del corpo. Aveva cambiato aspetto grazie al bisturi di un chirurgo plastico che gli aveva anche trapiantato nuovi capelli, coi ricci che il narcos non aveva mai avuto. La Secretaria de Inteligencia lo ha arrestato martedì in un ristorante italiano, “Fetuccine Mario” mentre tra uno spaghetto e l’altro vendeva cocaina ad alcuni membri del cartello de Los Zetas.

Si è spento Rino Fabbri fondatore dell'enciclopedia a fascicoli

Corriere della sera

Coi fratelli Dino e Giovanni inventò la cultura a fascicoli
Erano i tre moschettieri del sapere che andò in edicola. L'editore Rino Fabbri, 85 anni, fondatore con i fratelli Dino e Giovanni dell'omonima casa editrice, è morto venerdì mattina nella sua casa in Paraguay dove si era trasferito da oltre vent'anni.


Dino e Giovanni negli anni 50Dino e Giovanni negli anni 50

IL SISTEMA FABBRI STUDIATO A YALE -Rino era il più giovane dei tre fratelli. Dino, il secondogenito ha perso nel 2001 la sua battaglia combattuta in tarda età contro la sclerosi multipla, Giovanni, il più anziano, è l'ultimo rimasto in vita. Rino, il più giovane, entrato nell'azienda soltanto alla metà degli anni Cinquanta, aveva scelto di trasferirsi in Paraguay insieme alla moglie, morta 13 anni fa. Sarà sepolto li per sua volontà. «Mio padre - spiega il figlio Gianmaria - era nato a Milano il 28 luglio del 1927, è stato di fatto l'artefice, con le enciclopedie, del rilancio della casa editrice, nata nel 1947, e del conseguente grande successo, tanto che per nell'Università di Yale si è studiato per oltre un decennio il sistema di vendita Rino Fabbri».

Dino, Giovanni e RinoDino, Giovanni e Rino

LA STORIA -Negli anni Sessanta, la casa editrice raggiunse l'apice della sua fama proponendo, l'enciclopedia illustrata Conoscere. Nata nel 1958, fu venduta a fascicoli nelle edicole, in 6 edizioni aggiornate, fino al 1963. I fascicoli venduti raggiunsero i seicento milioni. Provenienti da una famiglia di piccoli borghesi commercianti, i fratelli Fabbri vengono iniziati sin da piccoli all'amore per l'arte e la cultura classica dal padre Ottavio. Il primogenito Giovanni, appena laureatosi in medicina, si unisce alle formazioni partigiane della Val d'Ossola.

Finita la guerra, preferendo i libri alla professione medica, decide di intraprendere la carriera dell'editore, riuscendo a coinvolgere anche i fratelli. La Fratelli Fabbri Editoriottiene un immediato successo stampando libri di testo per le scuole dell'obbligo e, successivamente, divenendo il principale editore di libri di testo per licei. Il salto di qualità viene dall'idea di stampare, in dispense periodiche, grandi opere. Nel 1970 i fratelli vendono all'Ifi degli Agnelli. Il nome però rimane, e nelle edicole si continuano a vendere anche le dispense e i libri sempre con la dicitura «Fratelli Fabbri Editori».

IL CATALOGO ONLINE - Nel 1992 il pacchetto Fabbri è poi passato alla Rcs. Attualmente, sul sito Rcs, si possono consultare anche i cataloghi dell'Edicola Fabbri. La Fabbri portò in dote all'Ifi innanzi tutto un know how, nell'editoria libraria e nella diffusione, di prim'ordine; poi l'editoria scolastica, in particolare quella delle elementari, che si reggeva su solide basi e su un mercato altrettanto forte, ma soprattutto i fascicoli e le dispense, un nuovo modo di fare editoria, in edicola e in libreria, che ebbe un successo immediato. Tra i titoli più famosi I maestri del colore, La Bibbia, L'arte moderna, Le fiabe sonore per i bambini e Conoscere, forse la prima enciclopedia a fascicoli di concezione moderna anche nella grafica.

(Fonte: Ansa)
1 novembre 2012 | 20:10

Il vizio della raccomandazione che non ci fa indignare più

Corriere della sera

La «spintarella» provoca disuguaglianza. Un malcostume che inizia con la nascita



La causa maggiore della raccomandazione, in Italia, è proprio quella che ha messo in risalto il direttore generale dell'Aler: funziona. Nella pratica, non c'è un giudizio diffuso che sia di sincera condanna. Anzi, a molti sembra un sistema di vita che ha una sua efficienza.

In un libro di qualche anno fa, intitolato La raccomandazione , l'antropologa americana Dorothy Louise Zinn diceva che il sistema comincia dalla nascita. Quando un italiano è pronto per venire al mondo, le probabilità che sua madre, appena arrivata in ospedale, abbia chiesto, tramite vari gradi di conoscenza, una stanza singola per starsene in pace, sono molto alte; ed esercita tramite terzi pressioni sulle infermiere, esprimendo la volontà di avere il proprio figlio tra le braccia, qualche minuto in più del consentito. Cioè, nella sostanza: qualche minuto in più degli altri.

Il sistema si alimenta fino alla fine dell'esistenza. Subito dopo, i congiunti si muovono tra conoscenze varie per ottenere un funerale migliore e una posizione favorevole al cimitero. In mezzo ai due punti estremi, ci sono le scuole, i concorsi, il lavoro; ci sono i posti al teatro, le file da saltare, i passaporti, i posti auto, un tavolo in giardino al ristorante, il pesce più fresco in pescheria, e via con un elenco lunghissimo di eventi minuscoli o sostanziosi nei quali la differenza la fa il tuo pacchetto di conoscenze, il minor grado possibile di separazione dal potente di turno.

La vita di un italiano, a prescindere dalle grandi corruzioni che sono in atto da tempo e che in queste settimane esplodono alla vista di tutti, è legata alla raccomandazione come a uno statuto naturale. Le tangenti, le minacce, le pressioni, gli imbrogli e le corruzioni sono conseguenza (quasi) naturale di un sistema di vita basato sul concetto di disuguaglianza. Perché in fondo la raccomandazione non serve ad altro che a creare una differenza tra me e tutti gli altri. Io voglio ottenere tramite una rete di amicizie cose, posizioni e rendite migliori; agli altri, lascio il resto. Non voglio accettare le regole condivise con la mia comunità: voglio qualcosa in più. Cioè: voglio vivere meglio degli altri.

Una comunità dovrebbe basarsi sul concetto contrario. Cercare cioè di ottenere il meglio per tutti. La raccomandazione invece distribuisce disparità, e come conseguenza crea sfiducia nella neutralità. Se vado al ristorante, in fondo ho paura che mi rifilino cibo meno buono, perché non mi conoscono. E il cibo buono lo riservino per coloro che hanno ottenuto la raccomandazione. Ma non mi rendo conto che tale pratica l'ho messa in moto io tutte le altre volte. La vita italiana, nella sostanza, è modellata sull'ossessione che si ha in provincia: lì, non conta cosa vuoi fare, ma quante persone conosci.
 
Ora, non tutti gli italiani che praticano la raccomandazione quotidiana sono abili a farne una pratica di corruzione ad alto livello. Però è come se qui la vita fosse un continuo allenamento, una lunghissima preparazione atletica, minuziosa e quotidiana, al malcostume, alla disuguaglianza dei diritti, alla propensione al privilegio. E quindi, chiunque abbia il talento di approfittarne, arriva con il massimo della preparazione.
Il problema, però, non è se ogni italiano sia propenso a diventare il protagonista delle ruberie della scena italiana. No: quello che riguarda tutti noi, è se abbiamo la forza di riconoscere, indignarci e reagire, quando qualcuno procede per vie traverse - noi che siamo abituati fin dalla nascita a vivere in un mondo così. E ci sembra anche che, un mondo così, bene o male, abbia funzionato.

Francesco Piccolo
2 novembre 2012 | 8:10

Ecco la "democrazia" cinese: "Vietato aprire i finestrini"

Libero

A Pechino il Congresso del Partito Comunista. Città blindata e misure assurde: impossibile comprare aereoplanini, concerti rinviati, gite scolastiche bloccate


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La Cina si prepara a "eleggere" la nuova nomenklatura del Partito comunista e, in occasione del 18° Congresso del partito, Pechino si è trasformata in una città blindata dove divieti e censura la fanno da padroni. Ad esempio, alla direzione dell'Hotel Chongqing, luogo che ospiterà i vertici della politica nazionale a partire dal'8 novembre, è stato imposto di chiudere il nightclub dell'albergo.

Ovviamente i divieti non finiscono. Ce ne sono di ben più assurdi.
Vietato aprire i finestrini - Per esempio, per tutta la durata del summit in città non sarà possibile acquistare aeroplani giocattoli e coltelli. I tassisti saranno obbligati a bloccare i finestrini posteriori nel timore che qualcuno possa lanciare volantini o altro, tutti gli istituti della capitale hanno bloccato le gite scolastiche, i concerti sono stati rinviati e saranno vietate le riprese cinematografiche all'aperto. Per gli automobilisti che arrivano da fuori ci saranno permessi più stringenti, e i camion non potranno avere accesso alla quinta circonvallazione.
 
Solo programmi cinesi - Per quanto riguarda i media, la situazione non è delle migliori e, in questi giorni, internet sembra essere più lento, nelle palestre frequentate dalla classe media i televisori trasmettono solo programmi cinesi e su Twitter c'è già chi parla di censura; come il paroliere Gao Xiaosong, smentito poi dal ministero della Cultura, che su social network avava accusato le reti tv di censurare le canzoni contenenti la parola "morte". Se da una parte, l'evento è sponsorizzato con fiori e slogan di pace del tipo: "Accogliamo con gioia il 18° Congresso", dall'altra sembra che fiori e felicità siano solo valori di facciata e che le parole chiave del summit siano in realtà divieto, censura e regime.

I delfini sono svegli anche quando dormono

Corriere della sera

Non abbassare mai la guardia può aver giocato un ruolo determinante nell'evoluzione

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I delfini sono vigili anche quando dormono: per poter respirare, affiorando in superficie, e monitorare l’ambiente circostante, evitando incontri ravvicinati con predatori affamati. Secondo una ricerca pubblicata su PlosOne, l’importanza di non abbassare mai la guardia può aver giocato un ruolo determinante nell'evoluzione di questo comportamento. I delfini, infatti, dormono con una sola metà del cervello alla volta e un occhio aperto. Hanno, cioè, sviluppato quello che viene definito «sonno uniemisferico alternato»: quando un emisfero cerebrale mostra il tracciato elettroencefalografico tipico del sonno, l’altro emisfero presenta quello della veglia, e viceversa.

SENTINELLE INSTANCABILI - Dallo studio, condotto da Brian Branstetter della National Marine Mammal Foundation, è emerso che i delfini possono rimanere all'erta fino a quindici giorni consecutivi, senza alcun segno di affaticamento. Questi maestosi animali sono dunque sentinelle incrollabili. E, anche mentre dormono, riescono a scandagliare l'ambiente con i loro biosonar. I delfini, infatti, sono animali ecolocalizzatori: emettono cioè dei suoni (clic) e, ascoltando gli echi di ritorno che rimbalzano da ciò su cui si imbattono, possono individuare e stimare la distanza di oggetti, prede e predatori. A causa della visibilità scarsa nelle acque marine, l'ecolocalizzazione è fondamentale infatti per orientarsi, cercare il cibo o scampare a eventuali pericoli.

SAY E NAY - Lo scienziato ha testato la capacità di due delfini della specie Tursiops truncatus, Say (una femmina di 30 anni) e Nay (un maschio di 26), nel monitorare l’ambiente circostante attraverso l'ecolocalizzazione e segnalare la presenza di oggetti. Dopo cinque giorni dall’inizio dell’esperimento, condotto nella baia di San Diego in un recinto galleggiante, i due animali erano attenti e in grado di rilevare con successo presenze estranee nel loro ambiente (in realtà si trattava di presenze simulate, ottenute dalle registrazione degli impulsi di ecolocalizzazione emessi dai delfini e dalle registrazioni degli impulsi di risposta modellati su un reale bersaglio fisico).

In particolare le prestazioni di Say sono state impeccabili anche dopo quindici giorni: anche dormendo, è riuscita a monitorare l’ambiente circostante, mantenendo un comportamento vigile attraverso l'ecolocalizzazione. «Non sappiamo per quanto tempo ancora avrebbe potuto eseguire correttamente il compito, ma in 15 giorni non ha mai perso un colpo», sottolinea Branstetter, secondo il quale le migliori prestazioni della femmina sono riconducibili a una maggiore esperienza (Say aveva partecipato a due precedenti studi, mentre Nay solo a uno) ma anche alla motivazione:  «Say sembrava essere altamente motivata ​​e desiderosa di partecipare a questo studio: produceva spesso strilli di vittoria ogni volta che individuava un target positivo».

Insomma, i delfini hanno una capacità estrema di controllare costantemente il proprio ambiente per giorni e giorni, senza interruzione. «Del resto», spiega il ricercatore, «se dormissero come gli animali terrestri, potrebbero annegare, non riuscendo a nuotare e ad affiorare in superficie per respirare. E se abbassassero la guardia durante il sonno, sarebbero facili prede. È una questione di sopravvivenza». Non a caso, i delfini scelgono in modo selettivo il loro habitat, preferendo quelli dove la presenza di squali è più bassa, e tendono a muoversi in gruppi più numerosi se ci sono troppi squali nei paraggi, perché più efficace sarà il rilevamento del pericolo in agguato.

PERICOLI IN MEZZO AL MARE – Non sono però solo gli attacchi degli squali a mettere in pericolo i delfini. I 100 milioni di tonnellate di plastica dispersa in mare alterano l’ecosistema e fanno inevitabilmente pesare la loro presenza sugli organismi marini. Anche nell’area protetta del Santuario dei cetacei, lingua di Mediterraneo che si estende fra Toscana, Sardegna settentrionale, Liguria e Costa Azzurra, la presenza di microplastiche è allarmante: il valore medio di 0,62 particelle di microplastica per metro cubo è simile a quello riscontrato nelle isole di spazzatura che galleggiano nell’oceano Pacifico.

Secondo una ricerca condotta all’Università di Siena, le microplastiche impattano pesantemente sul plancton e quindi, a cascata, sugli organismi marini. In particolare, è emerso che la balenottera comune, specie a rischio di estinzione, è contaminata in modo preoccupante dagli ftalati, i derivati più nocivi della plastica che hanno la capacità di interferire sulle capacità riproduttive. I ricercatori, coordinati dalla professoressa Maria Cristina Fossi, hanno provato che gli ftalati presenti nel plancton vengono metabolizzati e possono avere effetti tossici sui cetacei. Ne hanno rilevato, per esempio, alte concentrazioni nell’adipe sottocutaneo di quattro balenottere comuni su cinque ritrovate spiaggiate lungo le coste italiane.

Simona Regina
31 ottobre 2012 (modifica il 2 novembre 2012)

Russia, è entrata in vigore la “lista nera” di Internet

La Stampa

Ufficialmente serve a proteggere i minori, ma per i difensori dei diritti umani è un attacco alla libertà d’informazione
mosca


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E’ entrata in vigore ieri, 1 novembre, la nuova legge russa «Sull’informazione, le tecnologie informatiche e la difesa dell’informazione». Ufficialmente serve a proteggere i minori da informazioni dannose per la loro salute e psiche come pornografia, inviti al suicidio e droghe.

Ma secondo Ong, difensori dei diritti umani e gli stessi web provider, è un attacco alla libertà di informazione, volto a esercitare controllo sulla popolazione e l’opposizione politica. Approvata a luglio , la legge instaura un «Registro Singolo» di siti la cui diffusione è vietata, cioè una sorta di lista nera consultabile sul sito web Zapret-info.gov.ru. Ma non accessibile direttamente: l’utente può inserire un indirizzo e controllare se questo ricade nel bando. In concreto, perché scatti il blocco ai siti, occorre una previa denuncia di cittadini. In seguito RosKomNadzor (Agenzia per la Supervisione di IT, Comunicazioni e Mass Media), interviene ordinando ai provider di chiudere l’accesso al sito entro pochi giorni, via Url o via Isp.

Un espediente, secondo i critici, che permette di bloccare link web più rapidamente senza passare, come vorrebbe la legge, per i tribunali, e direttamente su scala nazionale. «Così la Russia segue la via di Cina e Bielorussia», ha commentato il quotidiano Kommersant. Il 28 luglio scorso dopo la firma del documento da parte di Putin, importanti risorse web russe come il motore di ricerca Yandex, il portale Mail.ru, il social network V Kontakte e la versione cirillica di Wikipedia protestarono pubblicamente contro la legge, autocensurandosi per un giorno o postando messaggi sui rischi per il futuro del web russo. Il governo ha tuttavia respinto le accuse di un tentativo di censura.

Nel primo giorno di attuazione della legge, il Registro ha ricevuto quasi 2mila richieste di bando, di cui 7 soddisfatte, ha fatto sapere Roskomnadzor. I primi 6 nomi inseriti nel registro dei siti vietati conterrebbero pornografia infantile. 

(Ansa)