giovedì 1 novembre 2012

I negozi inglesi contro il «cappuccino» (sostituito col frothy coffee )

Corriere della sera

Niente più uso dei nomi «cappuccino»,«espresso»,«caffelatte» nelle diciture di una nota catena di supermercati

Troppa confusione di termini intorno al momento del caffè, anzi, del coffee, nel Regno Unito. Ecco perché una grande catena di negozi ha deciso di promuovere un progetto per riportare quel che è del caffè su suolo britannico al caffè: cominciando dal suo nome, in tutte le sue varianti, che d’ora in avanti verrà perfettamente tradotto in inglese della Regina, senza contaminazioni estere e senza usare dunque i tipici termini italiani tanto famosi nei coffee shop.


FINE DEL CAPPUCCINO – Nelle caffetterie della catena della grande distribuzione Debenhams (oltre 160 grandi magazzini tra Regno Unito, Irlanda, Danimarca) i menu d’ora in avanti riporteranno i nuovi nomi voluti dalla Plain English Campaign. Niente più cappuccino, espresso, e tutti i suoi derivati. Si passa a coffee, with milk (con latte, il vecchio macchiato), really really milky (che va a sostituire un nostro caffelatte), e poi ci sarà il frothy coffee (il nostro cappuccino, dove frothy sta per schiumoso) mentre il mocha (una sorta di clone del bicerin torinese o del marocchino un po’ più elaborato, a seconda delle interpretazioni) diventerà un semplice chocolate flavoured coffee, un caffè insaporito al cioccolato. Bandito anche l’espresso, nonostante l’uso sia ormai comune da decenni ovunque all’estero: sarà sostituito da un più esaustivo a shot of strong coffee, una dose di caffè forte. E non ci sono solo i termini italiani a infastidire i fautori del progetto dell’inglese puro in caffetteria, giacché anche l’inglese black coffee usato per chiamare la tazza di caffè semplice e nero, non espresso, diventerà banalmente un simple coffee.

DUE TAZZE PER TUTTI – Sotto il mirino dei puristi ci sono pure i contenitori e relative misure delle varie bevande calde: per esempio le nuove dimensioni amate dalla catena americana Starbucks (come il bicchiere venti, o trenta, oppure il tall, il grande, ma anche i più comuni e internazionali small, medium, large) con cui si denominano le varie tazze e il contenuto. Vengono banditi anche questi termini per tornare a due soli modelli, più noti in tutte le case inglesi, ovvero la cup, tazzina regina del tè pomeridiano, e il mug, la tipica tazza grande con manico usata per la colazione, ma in modo informale per sorseggiare lo stesso tè, le tisane, il caffè lungo, il latte in tutte le case.

L’IDEA – Tutto nasce, sostiene il comunicato stampa ufficiale diramato dalla catena Debenhams, proprio dalla confusione riscontrata tra gli avventori delle caffetterie. Cui i negozi hanno chiesto, in un questionario, se si sentivano a proprio agio con i nomi attuali: il 70 per cento dei clienti abituali ammetterebbe di provare confusione davanti al menu dei coffee shop britannici e a quegli strani nomi esotici. E allora, ecco partire la prima sperimentazione, in una delle caffetterie più frequentate della catena, quella che si affaccia sulla londinese Oxford Street. Se il progetto piacerà, presto tutto il Regno Unito (almeno nei negozi del gruppo) bandirà l’espresso italiano e il cappuccino.


Eva Perasso
1 novembre 2012 | 18:34

Studio russo sul giornale di governo “Le elezioni Usa violano i diritti umani”

La Stampa

L’articolo di Churov ricorda un classico della propaganda sovietica, quando il Cremlino rispondeva alle accuse con altre accuse...
anna zafesova


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“In tutti i 223 anni di storia delle elezioni democratiche americane esse abbondano di esempi di violazione dei diritti dei cittadini”. Il verdetto, inapellabile, è di Vladimir Churov, presidente della Commissione elettorale centrale russa. Passata la stagione delle urne - tra Duma, presidenziali e una serie di amministrative - in patria, l’uomo che un anno fa le piazze russe in rivolta contro i brogli avrebbero voluto licenziato e processato si dedica a una dettagliata analisi del sistema elettorale americano.

E giunge alla conclusione che il voto Oltreoceano “non è diretto, non è universale, non è equo e non garantisce il segreto elettorale”. Per spiegare ai russi che il loro sistema elettorale - soprattutto nella versione applicata da lui - è molto meglio di quello americano Churov ha pubblicato sul giornale ufficiale del governo Rossijskaja Gazeta un articolo, dal titolo altisonante “Sul rispetto dei diritti elettorali dei cittadini negli Stati Uniti”, che fa seguito a un rapporto di ben 164 pagine uscito il giorno prima sul sito della Cec e dedicato alla comparazione dei sistemi elettorali russo e americano.

Il paragone pare tutto a vantaggio del primo. Churov se la prende sia con il sistema dei grandi elettori, sia con le liste elettorali nelle quali un quinto degli americani non si registra. Un grosso difetto è la decentralizzazione del voto, e il numero troppo alto delle personalità da eleggere: 18 mila, dal presidente agli sceriffi. Scarso anche il controllo, in assenza di un sistema rigido di carte di identità e passaporti, “su 24 milioni di elettori ci sono dati imprecisi”, si lamenta Churov.

Nulla a che vedere con la Russia, dove a ogni elezione saltano fuori nei seggi le “anime morte” iscritte nelle liste elettorali, e dove il sistema del voto “distaccato” rispetto al proprio seggio territoriale permette di girare più circoscrizioni votando diverse volte, come hanno fatto le comitive a pagamento organizzate dai sostenitori del governo in numerose città russe. Secondo Churov, “è difficile parlare del diritto degli americani di eleggere il proprio presidente, ed è addirittura impossibile se parliamo dei diritti dell’americano medio”.

L’uscita di Churov ricorda un classico della propaganda sovietica, quando alle critiche sulla mancanza di libertà dall’Occidente il Cremlino replicava con accuse simmetriche, mentre la propaganda spiegava ai cittadini che negli Stati Uniti “uccidono per strada i neri”, mentre i disoccupati muoiono di fame sui marciapiedi di New York. Un’operazione possibile all’epoca della censura totale, ma che il governo prova a replicare anche nell’era Internet, facendo presentare al ministero degli Esteri un rapporto “sulla violazione dei diritti umani negli Usa”.

Molto più democratica la Russia, dove i cittadini hanno il diritto di eleggersi sempre lo stesso presidente, e casomai non lo volessero l’efficiente organizzazione elettorale glielo impedirà. Come hanno dimostrato i numerosi casi di brogli svelati dagli osservatori al voto per la Duma del 4 dicembre scorso, che per la prima volta ha scatenato la protesta in piazza. Alle manifestazioni Churov occupava un posto di tutto rilievo, tra manifesti con vignette che lo prendevano in giro, elaborati striscioni con gaussiane che mostravano - i russi sono sempre stati bravi in matematica - come i risultati elettorali di Russia Unita sfidassero qualunque legge statistica, o semplici cartelli con la scritta “146%”, che era stata l’incredibile somma totale dei voti uscita fuori nella regione di Rostov. 

Perfino l’allora presidente Dmitry Medvedev chiamò Churov, non si sa quanto ironicamente, “un vero mago”, al che il responsabile delle elezioni in tutta la Russia rispose modestamente: “Sono ancora un apprendista”. I video con i brogli sono stati smentiti da Churov come “montaggi e falsificazioni girate in appartamenti privati arredati come seggi”.

Ma qualche dubbio sulle “magie” probabilmente venne perfino a Vladimir Putin, che si è rifiutato di invalidare il voto, ma per le presidenziali ha installato in tutti i seggi russi una webcam. Un’innovazione mai vista negli Usa, e Churov orgogliosamente accusa Washington di “sconvolgente arroganza” nel proporre valori democratici ad altri Paesi, mentre “hanno le elezioni peggio organizzate del mondo”. Dal suo punto di vista ha ragione: in effetti, in America il risultato elettorale resta imprevedibile. 

Scoprire gli autoritari

La Stampa

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yoani sanchez


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Per scoprire un autoritario ditegli che il mondo è esistito prima di lui, che la patria era la patria prima che lui nascesse: non lo crederà. Per scoprire un autoritario potente ditegli che nonostante tutto amate, sorridete, giocate. Non gli farà per niente piacere. Apprendete a scoprire gli autoritari, perché accumulano potere, si proteggono con le leggi, hanno la capacità di annientare il diverso. Per scoprire un autoritario cercate di ricordare l’ultima volta che l’avete visto dibattere, accettare un errore, elogiare un avversario: MAI. Apprendete a scoprire gli autoritari perché possono trasformarsi in fanatici. Per scoprire un autoritario ditegli che in questo mondo c’è spazio per tutti e lui risponderà che c’è posto solo per lui e per i suoi simili. Per scoprire un autoritario ditegli che presto o tardi ci sarà un cambiamento e vedrete che gli uscirà schiuma dalla bocca, metterà subito mano alla cintura, alle armi. Per scoprire un autoritario offrite un abbraccio e lo trasformerà in schiaffo, insulto, indifferenza.

Per scoprire un autoritario cubano ditegli che l’arcobaleno è composta da sette colori, lui negherà e sosterrà che è solo rosso e verde oliva. Per scoprire un autoritario basta che vi diciate preoccupati per le sorti della patria e lui verrà subito fuori per ritirarvi la nazionalità. Per scoprire un autoritario cubano basta analizzare il suo linguaggio. Dice tradimento, invece di pluralismo, usa il termine aggressione al posto di dibattito. Per scoprire un autoritario basta che gli proponiate di dialogare, fuggirà spaventato, sorpreso, e si nasconderà. Per scoprire un autoritario fate caso agli aggettivi che usa contro chi ha un pensiero non conformista, riveleranno i suoi demoni, le sue paure. Per scoprire un autoritario dovete solo notare la sua inclinazione all’insulto, la sua paura del dibattito e quella mano alzata pronta a colpire. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

In mostra i disegni di Michelangelo così la Sistina diventò un capolavoro

Il Messaggero
di Fabio Isman


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Esattamente mezzo secolo dopo, stessa ora e stesso luogo, papa Benedetto XVI celebra i solenni Vespri di Ognissanti in latino, pochi ammessi, con cui il predecessore Giulio II della Rovere svelò al mondo una delle sue meraviglie: la Volta della Cappella Sistina, che Michelangelo aveva appena concluso, dopo quattro anni di immani fatiche. Antonio Paolucci, che dirige i musei Vaticani, dice: «La Sistina, oltre alla Volta e al Giudizio, mostra alle pareti dipinti di Ghirlandaio, Perugino stesso, i tre Botticelli più grandi che esistano». «Ma la Volta cambia tutto: dipinte trent’anni prima, queste opere sembrano ormai più vecchie di un secolo.

Un’era precedente». E’ una data da celebrare: Sky dedica a Buonarroti l’inaugurazione del suo nuovo canale tv dedicato all’arte; ieri la Rai ha mostrato due antichi filmati di Nino Criscenti, e nella Biblioteca della Camera (via del Seminario 76), il presidente Gianfranco Fini ha inaugurato una piccola ma preziosa mostra sui disegni preparatori che Michelangelo esegue per la Cappella: si può vedere l’attimo in cui sboccia il genio, e quasi rivivere il momento magico della sua prodigiosa creazione artistica.

La mostra, che resterà aperta gratuitamente fino al 7 dicembre (Michelangelo e la Cappella Sistina nei disegni autografi della Casa Buonarroti; orario dalle 10 alle 20, ultimo ingresso alle 19; il sabato fino alle 13; chiuso oggi, 1° novembre, e le domeniche; info su www.camera.it) si basa su un’idea di Pina Ragionieri, che dirige Casa Buonarroti di Firenze, dalla cui collezione provengono i disegni, ed è stata realizzata dall’associazione culturale Metamorfosi.

E’ quanto mai intrigante, perché, accanto ad ogni disegno, indica il dettaglio dell’opera michelangiolesca a cui si riferisce. Ecco come Buonarroti ha partorito il braccio di Adamo cacciato dal Paradiso; o le cornici e alcuni dei Nudi della sua Volta immane; o il Profeta Daniele, con pochi tratti a carboncino ed alcuni pentimenti: ripensamenti, o correzioni. Usa il disegno del braccio di Adamo anche in un’altra scena, l’Ubriachezza di Noé. Pina Ragionieri ha giustamente anteposto alla sfilata dei disegni (fragili; da mostrare raramente perché non diventino evanescenti; quasi al buio, come nella Biblioteca della Camera) un’incisione della Volta prima di Michelangelo: con il soffitto fatto di un cielo semplicemente stellato.

E conclude con una rarità ancor più pregiata: uno dei primi studi per il Giudizio, in cui Buonarroti immaginava ancora di salvare l’Assunzione della Vergine del Perugino, da cui la cappella prendeva il nome: ci sono già dei suoi corpi avviluppati, ma resta ancora la cornice del dipinto di chi fu tra i suoi giudici per la collocazione del David, da giovanissimo, a Firenze. Non lo farà: nella parete di fondo della cappella, per il suo Giudizio, sacrificherà anche due lunette che egli stesso aveva dipinto vent’anni prima, e le prime due storie quattrocentesche di Gesù e Maria. Cristina Acidini, che è soprintendente a Firenze, dice: «Disegna e studia soprattutto il corpo, il bacino: perché dà il movimento alla figura e alla postura.

E’ un anatomopatologo: pensa i corpi per sezioni; la testa lo interessa di meno: è sempre l’ultima alla quale provvede». E Antonio Paolucci aggiunge: «Raffaello, che lavora nello stesso tempo pochi metri più in là, alle Stanze, significa ordine, calma, bellezza; Michelangelo è davvero il tormento e l’estasi: certamente più drammatico. Per questo, oggi, il pubblico s’identifica con lui; nei musei Vaticani vedo che la gente ne fa un idolo assoluto: come è per Caravaggio». Vasari racconta che, mezzo secolo esatto fa, chi ammira per la prima volta il soffitto michelangiolesco resta incredulo e muto: un miracolo dell’arte e del mondo, «oltre trecento figure dipinte, mille metri quadrati di colore» (Paolucci).

Ed è straordinaria la differenza dei blu con il Giudizio: i colori della Volta li paga Michelangelo, e c’è l’azzurrite; quelli del Giudizio sono a carico del Papa: è il più caro e intenso lapislazzulo. Dice Fini: «Perché la mostra? Perché l’articolo 9 della Costituzione afferma che la Repubblica promuove e tutela i Beni culturali: oggi dovevamo rendere solenne un’occasione che resta indimenticabile». E Pietro Folena, presidente di Metamorfosi, ricorda che «tra tanti Papi, e nella Sistina, Michelangelo resta sempre fervente repubblicano». Sono esposte anche deliziose incisioni; un gruppo di Giorgio Ghisi è composto da dieci di loro (le matrici sono a Roma, all’Istituto per la Grafica) che, rimontate, creano un bel totale del Giudizio; c’è anche una Volta, due secoli fa trasformata nel ripiano di un tavolino per il the: era già arrivata la stagione del «kitsch».


FOTOGALLERY

I disegni di Michelangelo per la Sistina


Giovedì 01 Novembre 2012 - 14:28
Ultimo aggiornamento: 14:29

Le 23mila «pausa caffè» degli spazzini costano un milione di euro agli stabiesi

Corriere del Mezzogiorno

La denuncia del sindaco Bobbio: «Diciannove lavoratori della Multiservizi assenteisti»


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NAPOLI - Fatti due conti, l'amministrazione di Castellammare di Stabia ha scoperto che l'assenteismo dei suoi netturbini è costato circa un milione di euro alla collettività. Le varie, a quanto pare non sempre giustificate, «pause caffe» degli spazzini della Multiservizi equivalgono, se monetizzate, a parecchi soldi. Anzi, una montagna. Secondo il sindaco Luigi Bobbio un milione di euro.

SANZIONI - Il calcolo scaturisce dall'indagine che la Procura di Torre Annunziata ha effettuato a carico della società Multiservizi (addetta ai servizi ambientali). Si sarebbe scoperto che 19 lavoratori si sono assentati ingiustificatamente per un totale di oltre 23mila ore. Bobbio, ha anche comunicato che sono stati notificati agli interessati 83 contestazioni disciplinari.

Redazione online01 novembre 2012

Norvegia, finito il turno di lavoro: aereo non atterra e torna indietro

Luisa De Montis - Gio, 01/11/2012 - 15:17

Un aereo norvegese era quasi atterrato a destinazione ma ha improvvisamente invertito la rotta riportando i passeggeri al punto di partenza

Un aereo norvegese, con a bordo 40 passeggeri, quasi arrivato a destinazione è tornato all’aeroporto di partenza perché il suo equipaggio aveva finito il turno.


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Il velivolo, della compagnia regionale Wideroe, aveva già cominciato la fase di atterraggio a Mosjoen, nel nord del paese, quando il comandante ha annunciato ai passeggeri che aveva deciso di tornare indietro, a centinaia di chilometri più a sud, definendo lui stesso la mossa "incredibile". La compagnia ha fornito ai passeggeri un alloggio o un altro mezzo di trasporto per raggiungere la destinazione finale e ha motivato la decisione con il regolamento "molto severo" vigente in Norvegia.

"Sfortunatamente l’aereo era decollato con un equipaggio che aveva già finito il suo turno. Le autorità ci impongono regole molto severe sugli orari di lavoro e non possiamo trasgredirle", ha riferito un portavoce.

Se il velivolo fosse atterrato, sarebbe poi dovuto rimanere fermo in aeroporto perché non c’era l’equipaggio di riserva pronto e il suo piano di volo serale sarebbe stato annullato. Così - ha spiegato il portavoce della compagnia - avremmo danneggiato 200 passeggeri invece di 40.

La prossima campagna elettorale del Pdl? Su un tovagliolo l'idea del Cavaliere

Corriere della sera

Berlusconi cena a Montecatini e come autografo lascia il curioso schema elettorale

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Il tovagliolo firmato da Silvio Berlusconi (foto dal sito del Tirreno)

Non un autografo qualsiasi. Ma un disegno, con tanto di data e firma. Che traccia lo schema della prossima campagna elettorale del Pdl. Autore Silvio Berlusconi. Al termine di una cena al ristorante «Enoteca da Giovanni» a Montecatini, di cui dà notizia il Tirreno, l'ex premier non si è accontentato di lasciare in ricordo una semplice firma. Ma ha tracciato un piano cartesiano con alle estremità le categorie «vecchio-nuovo» e «sporco-pulito». Il Cavaliere ha unito poi i punti «nuovo» e «pulito», assegnando la percentuale del 50% (il consenso?) all'area delimitata dai due punti. Il tutto su un tovagliolo di carta. Titolo: «Prossima campagna elettorale».

POLEMICHE E MESSAGGIO - E così, mentre nel Pdl sale la tensione in vista delle primarie (con Cicchitto impegnato a smentire le voci di una contrapposizione tra una parte dei gruppi parlamentari e l'ex premier), Silvio Berlusconi, stando almeno alla foto pubblicata dal Tirreno, imprime su un tovagliolo il suo progetto elettorale. A interpretarlo bene, il disegno sembra suggerire: con volti nuovi e candidati puliti si può vincere.

Redazione Online 1 novembre 2012 | 14:38

L'ex ministro francese fa il gesto dell'ombrello in diretta tv

Nico Di Giuseppe - Gio, 01/11/2012 - 13:13

Alla richiesta di un riconoscimento dei crimini perpetrati dalla Francia durante il colonialismo, l'ex ministro Longuet ha risposto così al ministro algerino

È ancora aperta la ferita che divide la Francia e l'Algeria sui crimini di guerra commessi in epoca coloniale.


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Crimini per i quali Algeri continua a chiedere un'ammissione chiara di responsabilità da parte dell'Eliseo.

La prova del perenne astio tra i due paesi si è avuta in diretta televisiva, ieri sera, alla fine di un talk show su un canale francese. Protagonista il senatore dell'Ump ed ex ministro della Difesa con Sarkozy, Gerard Longuet, il quale ha risposto con un plateale gesto dell'ombrello ad una richiesta di Mohamed Cherif Abbas, ministro algerino dei Moudjahidine (così sono chiamati i combattenti per l'Indipendenza), che gli chiedeva un "riconoscimento franco dei crimini perpetrati dal colonialismo francese".

Il gesto è stato fatto mentre andavano in onda i titoli di coda. Peccato però che una telecamera sia rimasta accesa e quindi i telespettatori abbiano visto tutto. Durissimi i commenti in Algeria sull'accaduto, anche perché Longuet ha giustificato l'accaduto dicendo che il suo gesto appartiene alla cultura popolare.

Prof Penati torna a insegnare Ma i genitori non lo vogliono

Libero

Da anni è in aspettativa alle scuole medie Thouar-Gonzaga di sesto San Giovanni. "meglio che da indagato se ne resti in politica"


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L'ex presidente della Provincia di Milano ed ex consigliere regionale era in congedo straordinario senza percepire lo stipendio
I comizi d’ora in poi dovrà farli ai suoi studenti. Filippo Penati ha deciso di mantenere le sue promesse. E rivestire i panni del professore, lavoro che aveva lasciato più di vent’anni fa, quando era entrato in politica. L’ex sindaco di Sesto San Giovanni ha preso la sua decisione: niente più elezioni o campagne elettorali, ma compiti in classe e interrogazioni. Quel posto è suo: professore di educazione tecnica alle suole medie Thouar-Gonzaga. Lo prevedono le regole della scuola. Si chiama aspettativa e il politico del Pd ha potuto goderne sino a oggi: un congedo straordinario senza percepire lo stipendio. Ma i genitori degli studenti che il politico-insegnante potrebbe ritrovarsi in classe non ci stanno. C’è chi spera «che non torni» e chi si augura che, piuttosto che insegnare da indagato, «stia in politica».

Aerei: il bagaglio ora si indossa senza pagare l’extra

Corriere della sera

Giacche e abiti multitasche che si trasformano in un borsone. Possono trasportare fino a 15 chili di vestiti e oggetti

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I viaggiatori in lotta permanente con le limitazioni imposte al bagaglio possono tirare un sospiro di sollievo. Una nuova «arma» è arrivata in aiuto agli strateghi della valigia perfetta - non un grammo in più né uno in meno di quelli consentiti dalla tirannia delle compagnie aeree, dove ogni euro in meno pagato per il biglietto corrisponde a tot grammi in meno di bagaglio consentito. Finita l’epoca in cui bisognava chiamare la mamma, il marito o il vicino di casa per fare peso sulla valigia e strizzarci dentro un paio di capi supplementari.

In cui, per risparmiare qualche etto, si perlustrava con occhio scientifico ogni singolo oggetto da trasportare, e con rigore artigiano si eliminava un blister dalla scatola di pasticche, con mosse da piccolo chimico si travasavano shampoo e profumi in recipienti più idonei e con lucida costernazione si lasciavano nell’armadio paia di scarpe come fossero cani abbandonati all’autogrill. Tutto questo è un capitolo chiuso, e il merito è del Jaktogo, il bagaglio incorporato.

UNA GIACCA PER AMICA - Il Jaktogo è un giaccone fatto di poliestere, leggero ma resistente. Ordinabile su internet, si può anche richiedere in pelle o denim. Nasconde ben 14 tasche, di cui una può confortevolmente ospitare un laptop. Quando lo indosserete, infarcito di ogni vostro possedimento, il vostro aspetto sarà decisamente premaman, ma la cosa meravigliosa è che, una volta passati i controlli e imbarcati e sbarcati dall’aeroplano, il giaccone si può trasformare in un’ordinaria e pratica borsa.

«In effetti a volte mi guardano un po’ strano all’aeroporto, in compenso normalmente vendo una decina di giacche a viaggio», racconta su Mail Online John Power, l’ingegnere che ha ideato Jaktogo. Lui è un frequent flyer (uno che vola spesso), stufo di sperperare migliaia di sterline in valigie extra. La sua invenzione costa 56 dollari (circa 43 euro), ma se si pensa che può contenere ben 15 chili di roba, e si fanno due conti con i prezzi esorbitanti che hanno i bagagli supplementari nelle compagnie aeree (soprattutto le low-cost), i conti sono presto fatti: l’investimento è ottimo. Jaktogo infine esiste anche in versione vestito scamiciato, stile palloncino.

IL LOOK FEMMINILE A PROVA D’AEROPORTO - A dare qualche consiglio per il look perfetto per viaggiare attraverso gli aeroporti ci ha pensato invece Jessica Marati, giornalista blogger e viaggiatrice che, dopo anni di esperienza e varie mise provate - dal classico jeans+scarpe da tennis, alla tuta con stivali – ha messo a punto l’abbigliamento perfetto (al femminile) per passare i controlli di sicurezza e arrivare al gate senza troppe perdite di tempo e stress. Iniziamo: camicia-vestito a manica lunga (perfettamente compatibile con Jaktogo, tra l’altro, sia in versione giacca, che in versione scamiciato). Pantacollant (o fuseau o leggins, che dir si voglia).

Un capo dentro cui avvolgersi, di peso e grandezza variabile secondo la stagione: da un morbido scialle a uno sciarpone o grande foulard, o persino una coperta, se la temperatura morde. Le scarpe devono essere imperativamente sfilabili con facilità: niente stringhe né cerniere, dunque, meglio stile babbuccia. Ed eccoci pronti a partire, abbigliamento strategico e Jaktogo allacciato. Certo, viaggiare leggeri nella vita è sempre la cosa migliore, ma un aiutino per potersi portar dietro qualcosina in più può sempre far comodo.


Carola Traverso Saibante
31 ottobre 2012 | 14:43

Cina verso la svolta “Basta con la politica del figlio unico”

La Stampa

Un centro studi governativo: troppo impopolare

ilaria maria sala
hong kong


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Arrivano nuove critiche all’impopolare «politica del figlio unico» applicata in Cina, ma questa volta la fonte è un think-tank alle dipendenze del Consiglio di Stato, la Fondazione per la Ricerca sullo sviluppo, che consiglia di eliminare progressivamente la prassi, arrivando a sospenderla del tutto da qui al 2020. Lo studio, annunciato ieri dall’agenzia di stampa Xinhua, ribadisce fino a che punto sia mal digerita una politica che, introdotta nel 1980 per ridurre la popolazione cinese, è stata causa di alcuni fra i più gravi abusi dei diritti umani nel Paese. Se il problema che ha portato alla sua introduzione è sotto gli occhi di tutti – un’esplosione demografica che pesa sia sulle infrastrutture che sul potenziale di sviluppo nazionale – le difficoltà e la sofferenza create dalla decisione di limitare le coppie ad avere un solo figlio sono numerose, e minacciano di estendersi nei decenni. 

Per restare sul piano prettamente economico, la delicata questione dell’invecchiamento della popolazione, che dovrebbe portare a circa 450 milioni di anziani di qui al 2050. Ma i peggiori casi di aborti forzati e controllo delle nascite invadente si sono avuti proprio da parte di autorità locali sulle cui spalle grava la responsabilità di assicurare che le municipalità non sforino il piano regolatore delle nascite. Pena la riduzione dello stipendio, il blocco delle promozioni, multe e altri provvedimenti punitivi.

La preferenza, in particolare nelle zone rurali, per il figlio maschio ha portato a un’incontrollabile diffusione dell’aborto selettivo, risultata in milioni di bambine «mancanti», a cui non è stato dato il permesso di nascere e a un potenziale esercito di scapoli che non potranno trovare moglie in Cina. Ciò nonostante, molti attribuiscono proprio alla severità della politica del figlio unico lo stabilizzarsi dell’esplosione demografica, e il fatto che le riforme economiche siano riuscite a togliere dalla miseria centinaia di milioni di persone. 

Già da diversi anni, però, la politica più odiata dalla popolazione cinese è stata addolcita: nelle campagne, le coppie il cui primo nato sia femmina hanno diritto ad un secondo figlio. Molti gruppi etnici minoritari possono avere fino a tre figli. Nelle città, inoltre, le coppie formate da figli unici possono avere due bambini, e molti degli abitanti di alcune città particolarmente sviluppate, fra cui Shanghai, possono avere due figli. Anzi: come ripetono instancabilmente gli slogan dipinti sui muri delle campagne, l’aspirazione della dirigenza nazionale (che non teme gli echi eugenetici della sua incitazione) è quella di «innalzare la qualità della popolazione e ridurre il numero delle nascite».

Innumerevoli sono poi le persone che hanno deciso di pagare le salate multe per chi ha più di un figlio, o che si recano all’estero (inclusa Hong Kong) per dare alla luce il pargolo senza incorrere in penalizzazioni. Gli appelli contro il perdurare della politica del figlio unico sono stati numerosi nel corso degli anni, e per quanto quest’ultimo venga da un think tank particolarmente altolocato, fino ad ora non ci sono stati segnali da parte del governo cinese di voler eliminare interamente questa controversa pratica. Ma in queste settimane, in attesa del 18esimo congresso del Pc, che selezionerà la nuova classe dirigente, i maggiori controlli imposti per evitare ogni segnale di dissidenza o protesta sono accompagnati da imprevisti dibattiti per una maggiore liberalizzazione.

Mogol: "Con Sanremo e Lucio in mezzo secolo ho cambiato l'italiano"

Paolo Giordano - Gio, 01/11/2012 - 08:47

L'autore (76 anni) racconta la sua carriera lunghissima: "Ho usato parole insolite che ora sono nel nostro vocabolario"

Lui sì, parla spedito come un treno, la voce sottile, i pensieri senza bussola, un po' qui e un po' là. È l'autore di parole che abbiamo parlato tutti.


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Lui sì, lui Mogol s'intende, ha tutti i motivi per festeggiare 50 anni di carriera con tante risalite in classifica e poche, pochissime discese ardite nell'insuccesso. Lo farà lunedì sera in pompa magna, insieme con Lavezzi e altri, al Teatro Nazionale di Milano con lo spettacolo I capolavori di Mogol. Lo fa pure con un volumetto di aforismi (Le ciliegie e le amarene, edizioni Minerva) che si legge d'un fiato. E lo fa ricordando. Il problema, in fondo, è come ricordare mezzo secolo senza farne trascorrere un altro, tanto è difficile da riassumere.

Caro Mogol, ci vuole un filo conduttore, forse: quello che da Sanremo arriva all'opera passando per Battisti.
«Ho vinto il Festival con la seconda canzone che ho firmato, Al di là, scritta con il grandissimo Carlo Donida. Prese ottocentomila voti, un'enormità. Da allora ho iniziato a lavorare come un matto».

Poi Lucio Battisti.
«Dicevano finanziasse movimenti di estrema destra. Ma non abbiamo mai parlato di politica. Per me avrebbe potuto votare qualunque partito. Il nostro problema era che eravamo neutrali. E a quei tempi essere neutrali era peggio che essere terroristi».

Ci sono (troppe) poche celebrazioni di Lucio Battisti. Un paio di mesi fa è persino scoppiata la polemica sullo stato di degrado della sua tomba a Molteno.
«Da quello che mi hanno detto, mi dispiace profondamente che chi va a portare fiori o lettere sulla tomba di Lucio possa trovare difficoltà o sentirsi a disagio».

Ci sono anche brani inediti del vostro rapporto. Come Il paradiso non è qui.
«E' una delle più belle canzoni ma non si può pubblicare, la vedova ha anche proibito di eseguirla dal vivo. Credo che una canzone senza ascoltatori muoia da sola. E mi dispiace tantissimo».

La lingua di Mogol sta benone e si parla ancora oggi.
«Ho cercato parole inusuali che oggi sono nel nostro vocabolario. L'università Cà Foscari mi ha premiato con un riconoscimento che di solito va agli studiosi di italiano, non “a chi lo crea”, riferendosi a me. Così mi hanno detto».

Oggi l'italiano come sta?
«Si parlano tanti italiani diversi: il politichese, il burocratese, l'avvocatese e via dicendo. Ma l'italiano più vivo si parla in casa».

Molti dicono che i rapper siano i nuovi cantautori.
«Hanno una bella forza espressiva, questo è vero. Ma il rap è musica contro. Musica di negazione e di rivoluzione. Mi sembra più vicino al rock che al nostro cantautorato».

Un cantautore (Vecchioni) ha persino vinto il Festival di Sanremo, roba impensabile trent'anni fa.
«Sono d'accordo con la scelta di Fabio Fazio di “iscrivere” due canzoni per ciascun concorrente».

È un bel po' che non c'è un testo di Mogol in gara all'Ariston.
«Ho cinque brani secondo me giusti, scritti con Gianni Bella prima che stesse male. Uno, Fiore di luna, ha una ritmica straordinaria perfetta per uno come Jovanotti. E poi ce n'è un'altra, Magico autunno, che riesce a commuovere persino se la canto io, il che è tutto dire. È la storia di un uomo in un bosco da solo».

Molto Mogol. Magari piacerebbe a Celentano.
«Avrò sempre piacere di scrivere per lui. L'ho visto all'Arena di Verona, ha cantato bene, con misura. Il giorno dopo abbiamo pranzato e chiacchierato come al solito».

Si diceva che Celentano avrebbe invitato anche Beppe Grillo.
«Il personaggio del momento. Mi sembra buono il suo desiderio di cercare sul territorio persone per bene da candidare. Ma ho anche l'impressione che poi non le lasci agire. Non vuole farli andare in tv: una follia».

Mogol vuole andare a teatro. Con un'opera.
«Sì, La capinera. Tratta ovviamente dal romanzo del Verga. Musica di Gianni Bella, liriche mie, libretto di Giuseppe Fulcheri. Ci vogliono ottocentomila euro, stiamo concludendo gli accordi e nel 2013 dovrebbe mettersi in moto la macchina».

Giusto cinquant'anni dopo Uno per tutte, che aveva anche la sua firma e che Tony Renis fece vincere al Festival.
«Ma non si è mica esaurita la mia vena creativa sa? Nella Capinera ho anche inventato un nuovo verbo: ruscellare. “L'amore che ruscella nel cuore”. Forte e limpido come un ruscello. Bello vero?».

Donne nude sulle bare: pubblicità choc Scoppia la polemica

Il Mattino


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VARSAVIA - Polemiche in Polonia per la pubblicazione di un singolare calendario che pubblicizza bare. L'azienda non si è limitata a presentare l'assortimento completo di casse da morto offerte per il viaggio nell'aldilà , ma ha pensato bene di allietare questa immagine con la presenza di procaci modelle nude.

Un video con le immagini del calendario è stato pubblicato sul web ed è finito nei circuiti internazionali, alimentando il dibattito sul tema: è offensivo questo accostamento?





Giovedì 01 Novembre 2012 - 08:53    Ultimo aggiornamento: 09:01

Israele non aspetta più L'attacco all'Iran dopo il voto americano

Vittorio Dan Segre - Gio, 01/11/2012 - 10:00

Il premier non vuole più rimandare, chiunque vinca Oltreoceano. Teheran sarebbe pronta a testare una carica nucleare sotterranea

A distanza di pochi giorni dalle elezioni americane (anche se si può già votare in anticipo come ha fatto il presidente Obama a Chicago) riaffiora l'incubo per Washington e per Gerusalemme di una azione militare israeliana contro l'Iran.


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Molto faceva pensare che una intesa fosse stata raggiunta fra Netanyahu e Obama per evitare un attacco israeliano contro l'Iran prima delle elezioni. Ora si ha l'impressione che comunque esse vadano, l'operazione contro Teheran è prossima, anche se Washington si sforza ad assicurare a Gerusalemme che non permetterà all'Iran di fabbricare la bomba. (A riprova della determinazione americana oltre mille soldati statunitensi stanno partecipando a una grande manovra congiunta difensiva anti missilistica). Nonostante l'opposizione a un attacco israeliano autonomo all'Iran resti forte (dal presidente Peres alle più alte gerarchie militari e di sicurezza) alla base di questa possibilità c'è la recentissima fusione del partito Likud di Natanyahu con quello del ministro della difesa Lieberman (Israel Beitenu).

Secondo Haaretz si tratta della formazione di un «gabinetto di guerra». Il bombardamento «misterioso», la settimana scorsa, del deposito di armi e munizioni di origine iraniana nei pressi di Khartum, la capitale del Sudan, destinato a rifornire Hezbollah e Hamas, sarebbe una prova generale per l'attacco (1.700 km da Israele cioè stessa distanza che con Qom, la base sotterranea nucleare iraniana; uso apparente di un nuovo marchingegno capace paralizzare l'elettricità, ecc). Per il primo ministro Natanyahu, anche se riconosce che le sanzioni contro l'Iran stanno facendo effetto, non si può più rimandare ulteriormente la decisione militare per almeno cinque ragioni.

A Che vinca Obama o Romney nessuno dei due potrebbe intervenire nell'immediato contro l'Iran. Il primo perché convinto di poter fermare la corsa iraniana alla bomba con le sanzioni e negoziati che prendono tempo; il secondo perché non sarebbe al potere che in gennaio.

B L'Iran con le nuove centrifughe per l'arricchimento dell'uranio installate negli scorsi giorni nella base sotterranea di Qom sarebbe ormai in grado entro un mese se non meno di far esplodere una carica atomica sotterranea comprovante la capacità di Teheran di darsi in qualunque momento uno strumento nucleare montabile su un missile.

C L'America si trova a migliaia di chilometri dall'Iran e può attendere, Israele a centinaia e non può aspettare che Teheran sia in grado di armare i suoi missili con una carica nucleare ridotta.
 
D Un Iran con la bomba - anche se non la usasse mai - sarebbe un Iran dotato di una potenzialità negoziale centuplicata tanto nei confronti dell'Occidente che dei paesi del Medio oriente.
 
E In tal caso Israele perderebbe la sua autonomia politica e militare nei confronto degli arabi, dell'Onu e in particolare sulla questione palestinese soprattutto nel caso vincesse Obama.
Natanyahu si prepara anche a far fronte a questa eventualità rafforzando alle prossime elezioni generali (22 gennaio, il giorno dopo l'entrata in carica del nuovo presidente americano) la propria posizione all'interno. Unendosi a Avigdor Lieberman potrebbe ottenere 50 seggi (su 120) al parlamento di Gerusalemme creando un governo di destra laico nazionalista, libero dai ricatti dei partiti religiosi (contrari ad una azione autonoma contro l'Iran) e meno sensibili alle pressioni di una presidenza Obama bis favorevole ai palestinesi e contraria alla estensione della colonizzazione ebraica in Cisgiordania.

Quel divieto dei sacchetti di plastica che rischia di essere cancellato

Corriere della sera

Bruxelles: è troppo radicale. Ma l'Italia continua con la linea dura


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MILANO - Avete presente i sacchetti di plastica vietati dal 2011 nei supermercati? Non è detta l'ultima parola, potrebbero tornare. L'Unione Europea ha appena inviato una lettera di richiamo all'Italia. «Avete esagerato - dicono in sostanza da Bruxelles -. Il vostro divieto alla circolazione dei sacchetti con spessore inferiore ai 60 micron non è giustificato. Non potete vietare la circolazione di un bene che è conforme agli standard europei degli imballaggi. Se proprio volete essere "ecologici" dovete limitarvi a disincentivare l'utilizzo dei sacchetti di plastica usando la leva fiscale».

Che cosa si fa allora? Dietrofront? Al ministero dell'Ambiente si stanno valutando tutte le vie d'uscita. Dal cambiamento della legge entrata in vigore la scorsa primavera fino al muro contro muro. Nell'attesa che si chiarisca la situazione, resta una certezza: da gennaio chi commercializza sacchetti di plastica fuori norma (con spessore inferiore ai 60 micron) dovrà pagare dai 2.500 ai 100 mila euro. Il decreto Sviluppo, infatti, anticipa di un anno l'entrata in vigore delle sanzioni rispetto alla legge 28/2012. L'intervento della Ue riaccende il confronto tra le ragioni - da una parte - delle aziende che fino al 2010 producevano i sacchetti di plastica tout court o di plastica additivata (biodegradabile ma non compostabile) e dall'altra delle imprese (spesso multinazionali, tra cui la Novamont di Novara, ma non solo) che producono bioplastiche. Le esigenze dell'ecologia si intrecciano con quelle del lavoro e della politica industriale.

Ma per capire di cosa stiamo parlando vale la pena di ricordare la legge in vigore. In sostanza, i sacchetti monouso (quelli del super, per intenderci) devono essere non solo biodegradabili ma anche compostabili, e quindi prodotti con bioplastiche (risultato della lavorazione di amido di mais o di patate, per esempio). Quelli riutilizzabili possono essere di plastica ma devono avere uno spessore minimo che non scende mai sotto i 60 micron (per i sacchetti usati dai negozi di abbigliamento e calzature, per esempio) ma può arrivare fino a 200 per le borse a uso alimentare. «L'esasperazione ambientalista ci ha portato a fare un passo sbagliato - si accende l'onorevole del Pd Stefano Esposito -. Si è ucciso un pezzo del sistema produttivo. Mi auguro che Legambiente chieda scusa alle centinaia di aziende che abbiamo messo sul lastrico».

Per restare all'interno dello stesso partito, di tenore opposto è la reazione del senatore Francesco Ferrante, direttore di Legambiente fino al 2007: «Ci sono gli estremi perché l'Italia si opponga alla scelta dell'Ue. Un Paese membro può invocare la clausola di salvaguardia ambientale». Il rebus dei sacchetti ormai dal 2007, anno in cui si cominciò a parlare della questione, ha diviso centrodestra e centrosinistra in modo trasversale. Nel mondo produttivo, sul fronte degli strenui avversari della legge ci sono le imprese di Assoecoplast, che avevano puntato sulla possibilità di produrre sacchetti monouso con plastiche additivate. Una soluzione oggi vietata senza se e senza ma.

Negative anche le aziende di Unionplast-Confindustria. «Parliamo di un centinaio di attività e di 4.000 dipendenti - spiega il direttore generale della Federazione gomma plastica di viale dell'Astronomia, Angelo Bonsignore -. L'entrata in vigore delle sanzioni mette tutti fuori mercato da subito. Stiamo chiudendo». Possibiliste le piccole e medie aziende associate ad Apibags. «Abbiamo cominciato a produrre sacchetti in bioplastica. Certo, i costi sono più alti. E gli spessori dei sacchetti in plastica sono davvero eccessivi», argomenta la presidente, Simona Paratore. Sul fronte opposto, Assobioplastiche, l'associazione delle imprese che producono sacchetti in MaterBi e simili. «I nostri materiali sono ecologici. Ma se vogliamo metterla sul piano del lavoro, nel nostro Paese si stanno insediando multinazionali straniere e molte imprese italiane si stanno riconvertendo con successo - dice il presidente, Marco Versari -. Puntare su questo settore significa tutelare l'ambiente. E investire sul futuro».

Rita Querzé
1 novembre 2012 | 9:22

La moglie di Bersani e la multa: «È stato un agguato»

Corriere della sera

L'auto in sosta vietata e la reazione ricostruita da «Chi»: «Ho sbagliato e pagato, mai detto "Lei non sa chi sono io"»


Signora Daniela Ferrari in Bersani (Pier Luigi, segretario del Pd), c'era davvero bisogno di reagire a una multa, squadernando in faccia a una vigilessa uno dei pezzi forti di Totò, ma piuttosto abusato: «Lei non sa chi sono io»?
 
(Voce in lontananza). «Mi scusi, sono al supermercato, sto facendo la spesa. Mi dica? Ah, la multa...Guardi, non mi è ancora passata. Ma non per la contravvenzione, quella è giusta: è tutto il resto che mi ha lasciato amareggiata».
 
Signora, l'ha detta o no quella frase?
«Ma si figuri! Non mi passa neanche per l'anticamera del cervello di usare un'espressione arrogante e caricaturale come quella che mi hanno attribuito, glielo posso giurare sulle mie figlie...».
 
Ma è vero che, quando la vigilessa le ha consegnato il verbale, da una piccola folla si è alzato un applauso polemico nei suoi confronti?
«Sì, è stato molto antipatico. Ho avuto la netta sensazione che in quel paese, alla faccia del "lei non sa chi sono io", mi conoscessero invece fin troppo bene e che qualcuno mi abbia teso un piccolo agguato per montare il caso. Non mi spiego altrimenti il fatto che, non appena presa la multa, attorno alla mia auto si sia formata una piccola folla, con gente che mi sibilava frasi del tipo "vergognati", "torna a casa tua". Capisco il clima elettorale, ma si sta esagerando...».

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Il caso intriga. Che è successo davvero a Ponte dell'Olio, paese di 5 mila anime tra i Colli piacentini? I punti fermi: a metà della scorsa settimana, la signora Ferrari, 60 anni, consorte di Bersani, dipendente di una farmacia comunale a Piacenza, parcheggia l'auto nella centralissima via Veneto, a Ponte dell'Olio, per recarsi in profumeria.

La vettura è in divieto di sosta e, a detta dei vigili, ostruisce la circolazione. Multa inevitabile. La signora riconosce l'errore. A questo punto il quadro si fa nebuloso. Il settimanale Chi , sotto il titolo «La multa dello scandalo», sostiene che la signora Bersani, piuttosto alterata, abbia gridato in faccia alla vigilessa la patetica frase «lei non sa chi sono io». E aggiunge che, alla consegna del verbale, una piccola folla si sia congratulata con la vigilessa. Il sindaco di Ponte dell'Olio, il civico Roberto Spinola, afferma: «Dalla relazione del vigile non risultano espressioni forti della signora, compresa la frase incriminata».
 
Signora Ferrari, si era accorta di aver parcheggiato in divieto di sosta?
«No, ero di fretta, stavo andando a Bettola...».

Cosa è successo?

«Il tempo di entrare in negozio e arriva la vigilessa. Tanto che ho avuto il sospetto che qualcuno, riconoscendo la mia auto, l'avesse avvertita».

Però lei era in divieto...

«Certo e mi sono scusata. Poi ho chiesto alla vigilessa se mi dava il tempo di terminare le operazioni di pagamento in negozio con il bancomat, ma era molto incalzante. Intanto da un gruppo di persone sono partite parole per nulla gentili».

Di quanto è la multa e l'ha pagata?

«38,39 euro... Già saldata. Ma non a Ponte dell'Olio, dove evidentemente non sono gradita: a Bettola».

Francesco Alberti
1 novembre 2012 | 9:01