martedì 30 ottobre 2012

La moglie di Bersani al vigile: "Multa? Lei non sa chi sono io"

Libero

Il settimanale "Chi" racconta l'arroganza dei potenti: Daniela Ferrari, per evitare la contravvenzione per divieto di sosta, avrebbe pronunciato la più odiosa delle frasi


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Il più classico, e odioso, dei "lei non sa chi sono io!". Obiettivo della potente di turno, evitare una multa. La protagonista, secondo la ricostruzione del rotocalco Chi, sarebbe Daniela Ferrari, la moglie del segretario del Partito Democratico, quel Pierluigi Bersani "amico del popolo". Ecco la ricostruzione offerta dal settimanale. La moglie del leader del Pd, impegnata a fare shopping in una profumeria di Ponte dell'Olio, in provincia di Piacenza, avrebbe visto una vigilessa intenta a multarla per divieto di sosta.

La Ferrari esce dal negozio, si fionda dall'agente e contestando la multa le scappa quel "lei non sa chi sono io!". Chi cita poi altre testimonianze, secondo le quali il traffico del piccolo centro sarebbe rimasto paralizzato proprio a causa della sosta vietata di Lady Bersani. La vigilessa, però, sarebbe rimasta impassibile davanti alla frase della Ferrari: la sua intransigenza sarebbe stata accolta da un applauso dei passanti. La titolare della profumeria ha poi raccontato al settimanale: "E' tutta colpa del mio pos (il sistema di pagamento elettronico, ndr) perché ha ritardato il pagamento per motivi tecnici. E la signora Bersani, mia cliente, era davvero sulle spine".

La smentita - Subito è arrivata al smentita di Stefano Di Traglia, portavoce di Bersani, che ha bollato come falso l'articolo di Chi sulla moglie Daniela. "E' totalmente falsa la notizia riportata da Chi sulla moglie di Bersani che si sarebbe rivolta a una vigilessa con un lei non sa chi sono io", ha scritto Di Traglia su Twitter.

Arriva il cerotto che non fa male

Corriere della sera

Pensato per i neonati e per gli anziani, si strappa rapidamente e senza lasciare residui né irritare la pelle


MILANO - Finora, il metodo migliore per togliere un cerotto era quello di contare fino a tre e di strappare il più in fretta possibile. Veloce sì, ma niente affatto indolore. Non a caso, da un’indagine nei reparti di terapia intensiva neonatale degli ospedali statunitensi è stato accertato come un simile metodo di rimozione causi un milione e mezzo di lesioni (a volte addirittura permanenti) alla pelle dei neonati prematuri. Ecco perché un team di scienziati del Brigham and Women’s Hospital di Boston, in collaborazione con i colleghi del Massachussets Institute of Technology (MIT), ha ideato il primo «tears without tears», ovvero «il cerotto senza lacrime», che si strappa rapidamente e senza lasciare residui né irritare la pelle, restando oltretutto perfettamente aderente all’epidermide (a differenza invece alle precedenti versioni pain-free, che tendevano a staccarsi quasi subito). Il segreto di questo nuovo cerotto è un terzo strato sottilissimo, composto da derivati del chitosano (un polisaccaride naturale) e posizionato fra lo strato adesivo e la pellicola esterna delle consuete versioni in carta o plastica.

COME ORIGAMI - Come si vede dal video dimostrativo pubblicato dal Daily Mail, quando un nastro adesivo tradizionale viene rimosso (in questo caso da una carta origami, la cui delicatezza è paragonabile a quella della pelle di un neonato), si porta appresso parte della carta, mentre il nuovo cerotto lascia il foglietto intatto e un eventuale residuo colloso viene eliminato semplicemente passandoci sopra un dito, con movimenti circolari. Per ora testato solo sui topi di laboratorio, il nuovo cerotto potrebbe arrivare sul mercato nel giro di uno o due anni, come conferma l’autore dello studio, il professor Robert Langer, sui Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), spiegando che i test sui bambini sono già stati pianificati e che il nuovo cerotto non è ideale solo per i piccoli pazienti, ma anche per gli anziani, la cui pelle sottile e delicata può essere facilmente danneggiata da uno strappo troppo deciso.

Simona Marchetti
30 ottobre 2012 | 16:29

Alessandria d'Egitto costruita secondo un orientamento astrale

Corriere della sera

Ora potrebbe essere più vicino il ritrovamento della tomba di Alessandro Magno, sogno di generazioni di archeologi

L'allineamento in una vecchia immagine di Alessandria d'EgittoL'allineamento in una vecchia immagine di Alessandria d'Egitto

La ricerca della tomba di Alessandro Magno seppellito dal suo generale Tolomeo, è uno dei sogni degli archeologi. Forse un passo in questa direzione si è compiuto con il risultato di un’indagine che ha portato a svelare uno dei tanti segreti nascosti nella più celebre città fondata da Alessandro, Alessandria d’Egitto, appunto. La pianta della città sarebbe nata con una logica simbolica e la sua strada principale sarebbe stata allineata secondo la posizione del Sole all’alba nel giorno che segna la nascita di Alessandro il 20 luglio 356 avanti Cristo.

ALESSANDRIA - A questa conclusione è giunto lo studio di Giulio Magli e Luisa Ferro del Politecnico di Milano pubblicato sull’Oxford Journal of Archeology di novembre. La costruzione dell’insediamento iniziava nel 331 a. C. e poi la città sarebbe diventata famosa soprattutto per il faro gigantesco e la biblioteca più grande dell’antichità, due opere che magnificavano la potenza del suo fondatore. Ma anche la sua natura divina.

ALLINEAMENTO - «Il fenomeno dell’allineamento è visibile ancora oggi», spiega Magli,«e sullo stesso nell’antichità sorgeva anche la stella Regolo nella costellazione del Leone e nota come la stella dei re già mille anni prima da parte di assiri e babilonesi. Ora questo riferimento è scomparso a causa dello spostamento dell’asse terrestre». Al risultato si è giunti anche grazie a una lunga missione di studio condotta ad Alessandria a cui ha partecipato Luisa Ferro. Diverse, tuttavia, sono le conclusioni. La prima è che un significato simbolico accompagnasse spesso la fondazione delle città nell’antichità, come diversi ricercatori sostenevano; la seconda è che la stessa tomba del fondatore sia collocata secondo un particolare orientamento astronomico e in questa direzione ora si cercherà conferma.

Giovanni Caprara
30 ottobre 2012 | 16:57

L’Arabia Saudita offre 100 mila posti Ma le infermiere spagnole dicono no “Non è vita per donne come noi”

La Stampa


Il salario è di 3.500 euro al mese più i benefit, ma in troppe non rinunciano alle abitudini occidentali

gian antonio orighi
madrid


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In una Spagna massacrata dalla disoccupazione (il 25%, la più alta della zona Ue), è arrivata dall’Arabia Saudita un’ offerta da mille ed una notte: impiego immediato per 100 mila infermiere. Stipendio da favola: 3.500 euro al mese esentasse, viaggio andata e ritorno gratis, alloggio pagato, 54 giorni di ferie annue. Ma il Consejo General de Enfermería (CGE, l’associazione degli infermieri iberici ), ha risposto picche, nonostante le disoccupate siano 16.375. La ragione di un, a prima vista, inspiegabile niet? “La condizione della donna in quelle terre”, ha spiegato Máximo González Jurado, presidente del CGE.

Il divieto non è obbligatorio per professioniste che per ottenere il titolo devono studiare 4 anni all’università più due di specializzazione. E infatti ci sono già infermiere spagnole a Riad e in altre città saudite. Lo stipendio è buono, ma la vita per donne che in patria godono di una grande libertà, è molto diversa. Amaia Ibarrola lavora da un anno nel King Faisal Specialist Hospital di Riad. “Le mie uniche spese sono il vitto, molto economico, e Internet. E, se faccio anche le guardie, arrivo sui 4 mila euro al mese – racconta questa infermiera di 31 anni-. Ma, sull’altro piatto della bilancia, c’è la vita sociale negata. Dobbiamo portare sempre la “abaya” (la tunica nera che copre dal collo al piedi, ndr), con il jihab in testa.

Non possiamo mostrare né le braccia né le ginocchia, e neppure indossare jeans o vestiti strecht. Non solo: non possiamo guidare l’auto né parlare con gli uomini. E la “mutawa”, la polizia religiosa, ci controlla dappertutto”. Se Amaia fa di necessità virtù, anche perchè guadagna in doppio che in patria, tante altre sue colleghe scartano un Paese islamico che nega i diritti delle donne. “ Non ci vado in Arabia Saudita, incontrerei ostacoli che impedirebbero la mia vita personale. Preferisco l’Australia”, dice Eva García, segoviana di 52 anni. 

Che carriera Schulz Per Silvio era un ducetto Napolitano lo fa Cavaliere

Libero

Il presidente del Parlamento europeo, divenuto famoso per un siparietto col Cav a Strasburgo, riceverà la massima onorificenza. Motivo: si è commosso a Marzabotto


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Da "kapò" a Cavaliere della Repubblica. Un bel salto per Martin Schulz, l'eurodeputato tedesco divenuto famoso per il battibecco del luglio 2003 al Parlamento europeo con l'allora premier italiano Silvio Berlusconi, e che proprio da quell'episodio trasse la spinta che lo ha portato a diventare neintemeno che presidente dell'Aula di Strasburgo. Ebbene, l8 novembre prossimo, il "kapò" riceverà la massima onorificenza dal capo dello Stato Giorgio Napolitano.

Riguarda il battibecco su Libero Tv

Il Colle avrebbe deciso di conferire il cavalierato al socialdemocratico tedesco in seguito alla visita a Marzabotto, il 25 febbraio scorso. Davanti al sindaco del comune bolognese, Romano Franchi, e a uno dei superstiti dell'eccidio, Schulz si commosse nel ricordo delle vittime della strage nazifascista avvenuta fra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944, definendola «uno dei crimini peggiori della Seconda guerra mondiale nel quale una divisione dei nazisti assassinò crudelmente 800 persone tra donne, bambini e anziani». Poi, aggiunse: «Non sono qui solo come presidente del parlamento europeo, ma anche come tedesco». E, quasi in lacrime, confessò di essere «sconvolto e confuso per la brutalità dei tedeschi e la crudeltà dell’'evento». Uno come Napolitano, che si commuove ogni due per tre, non poteva che farlo Cavaliere. Chissà che commozione, alla cerimonia.

Apple, il caso Mappe scuote i vertici: fuori in due

Corriere della sera

Se ne va Scott Forstall, l'uomo del sistema iOs, ex "protetto" di Jobs. «Ha pagato le mancate scuse per gli errori nelle mappe»

È un vero terremoto quello che scuote i vertici di Apple. Decisivi probabilmente i problemi registrati con il nuovo software per le mappe su iPad e iPhone e anche una trimestrale ottima ma inferiore alle attese. Il pezzo grosso che esce dal colosso di Cupertino è Scott Forstall, senior vice president responsabile del sistema operativo iOs per iPhone, iPad e iPod Touch. Con lui se ne va anche John Browett, responsabile della divisione commerciale.

CHI È - Forstall paga le conseguenze degli errori lamentati dai clienti nella nuova app Mappe nel sistema iOS, che ha sostituito il servizio di Google Maps. Veterano di Apple, era in azienda dal 1997. Considerato da fonti vicine all'azienda un "protetto" di Steve Jobs, era fra i nomi avanzati da alcuni per succedere al fondatore dopo la sua morte. Ma era anche conosciuto come un uomo dal carattere difficile e, secondo una fonte citata dal Wall Street Journal, «mai entrato nella cultura di Apple». Scott Forstall lascerà l'azienda il prossimo anno e nel frattempo «consiglierà (il direttore generale) Tim Cook», stando a quanto si legge nel comunicato del gruppo.

LICENZIATI - Nonostante Apple abbia dichiarato che i due dipendenti «lasciano» la società, il New York Times puntualizza che a Forstall e Browett è stato dato il benservito. A costare il posto al primo, in particolare, sarebbe stato, secondo il quotidiano, il rifiuto di firmare la lettera di scuse per le mappe sbagliate del nuovo sistema operativo. Lettera concepita e sottoscritta da Tim Cook, che a nome dell'azienda si era detto «molto dispiaciuto per la frustrazione che questa applicazioni di mappe ha causato ai consumatori», aggiungendo: «Stiamo facendo di tutto per migliorarle».

Scuse «esagerate» secondo Forstall, che ha fatto muro, attirandosi le ire degli altri top manager. Browett, invece, che si era unito all'azienda solo lo scorso aprile, lascerà immediatamente. Apple ha fatto sapere di essere alla ricerca di un sostituto. Capo delle operazioni degli Apple Store, Browett aveva tagliato le ore le ore di lavoro e ridotto il personale nei negozi a marchio Apple, decisione poi ribaltata dai vertici di Cupertino e riconosciuta come un errore.

I SOSTITUTI - Le responsabilità di Forstall saranno assunte da altri tre fra i più alti dirigenti Apple. Craig Federighi, responsabile del sistema operativo dei computer Mac, seguirà lo sviluppo di iOS. Jony Ive, capo designer della compagnia, si occuperà ora anche dell'aspetto estetico del sistema degli iPhone e iPad. Eddy Cue, capo dei servizi online e di iTunes, si assumerà invece la responsabilità di seguire l'app Mappe e Siri, l'assistente virtuale presente sui dispositivi mobili di Apple.

Redazione online30 ottobre 2012 | 12:14

Il bimbo uccide il papà nazista Può essere giudicato un killer?

Corriere della sera

Cresciuto nel culto della violenza. Il genitore lo portava ai raduni di destra in cui si professava la difesa della razza

WASHINGTON - Joseph, 12 anni, è cresciuto non proprio in un nido. Fin da bimbo ha visto attorno a lui divise nere da SS, bandiere con la croce uncinata, fucili. Fin da piccolo invece che fiabe ha sentito risuonare il saluto «Sieg Heil», accompagnato dal braccio teso e da lunghe «tirate» del padre neonazista, Jeff Hall. Un uomo severo che volentieri gli riservava trattamenti duri e disciplina. Ma che comunque Joseph amava. Amava. Al passato. Sì, perché all'alba del Primo Maggio di un anno fa, il ragazzino ha fatto fuori il papà a colpi di 357 Magnum sottratta da un armadio. Gli ha sparato alla testa mentre dormiva su un divano. Senza alcuna esitazione.

Ora il caso giudiziario di Joseph è diventato materia giuridica. Per Michael Soccio, procuratore di Riverside, California, il bambino è «un assassino», sapeva quello che faceva, ha commesso un omicidio premeditato, privo di attenuanti. Non la pensa così l'avvocato d'ufficio, Matthew Hardy: Joseph - è la sua tesi difensiva - ha problemi psicologici e neurologici, inoltre ha subito abusi fisici e, soprattutto, è stato «condizionato» dall'ideologia neonazista. Insomma, non poteva distinguere tra giusto e sbagliato. Su questo punto si è accesa la battaglia. L'ambiente nel quale è vissuto il bimbo insieme all'educazione razzista ha davvero favorito l'omicidio del padre? Gli indizi portano a rispondere di sì, anche se Soccio argomenta il contrario.

Nell'esporre la sua accusa, il procuratore ha sottolineatoche Joseph voleva davvero bene al papà. Lo stava a sentire, anche se i metodi imposti tra le pareti di casa erano ferrei. Il bambino ha sparato a Jeff Hall - ha aggiunto - per due motivi: lo aveva sculacciato la sera prima e temeva che se ne andasse per sempre. La fede neonazi del genitore dunque, secondo questa interpretazione, non c'entrerebbe proprio nulla. Poi per dimostrare una presunta predisposizione al crimine del minore ha sottolineato come Joseph abbia alle sue spalle episodi gravi. Dei precedenti. Tra questi l'aggressione nei confronti di un insegnante al quale ha attorcigliato un cordone al collo. Motivi per restare sotto controllo - in prigione - il più a lungo possibile.

La legge in California prevede che i minori di 14 anni non possano essere incriminati, a meno che non esista una prova chiara che fossero consapevoli di fare del male. E Joseph, nella visione del procuratore Soccio, ricade in questa categoria: sapeva, eccome. Un eventuale verdetto di colpevolezza potrebbe tenerlo in prigione, come minimo, per una dozzina di anni. Non sarà facile però per il giudice emettere la sentenza. Impossibile non tener conto della storia personale di Joseph. Madre adottiva, quattro fratelli, denunce, scontri sull'affido, una lista infinita di visite da parte dei servizi sociali. Un inferno familiare.

Dove l'unico punto di riferimento era un uomo - Jeff Hall - che tirava su i suoi figli spiegandogli come «difendere ovunque i diritti dei bianchi» e l'importanza della segregazione razziale. Ma non si accontentava di parlarne nel tinello. Spesso si portava dietro alle manifestazioni un pezzo della famiglia. La seconda moglie e qualche figlio. Uscite pubbliche dedicate alla propaganda dove il padre, in divisa da seguace hitleriano, enunciava il suo piano di battaglia.

Per contrastare chi minacciava la purezza ariana nel cuore d'America o per fermare, con pattuglie armate sul confine, l'invasione degli immigrati dal Messico. Ad una di queste era presente anche un giornalista del New York Times che ha raccontato ieri la storia. Jeff Hall era esploso in uno dei suoi attacchi di rabbia perché alcuni dei suoi figli avevano combinato un pasticcio. Dalle testimonianze e dagli atti giudiziari è emerso che gli strilli del neonazi erano a volte accompagnati dalla mano pesante.

O sarebbe meglio dire calci pesanti. Ma gli amici - probabilmente con il suo stesso credo - hanno giurato che non era nulla di «criminale». È sempre stato un «buon papà», ribattono a chi ricorda le violenze. Un «buon papà» che ha insegnato ai suoi figli a maneggiare le armi. Joseph purtroppo ha imparato a farlo bene. E lo ha dimostrato all'alba del Primo Maggio di un anno fa.

Guido Olimpio
30 ottobre 2012 | 8:52

Ndrangheta in Lombardia, le parole dei boss In un libro vita dei clan e legami con la politica

Corriere della sera

«Dire e non dire», il nuovo lavoro del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri con lo scrittore Antonio Nicaso


MILANO ­- Parlano anche i silenzi. I gesti e le smorfie. Nei dieci comandamenti della ‘ndrangheta ci sono le parole dei boss calabresi trapiantati in Lombardia. Regole semplici, universali e complesse. Misteri e segreti, a volte incomprensibili. Perché come dice, intercettato dai carabinieri Alessandro Manno alla guida del locale di Pioltello, «loro non ci arrivano perché non sanno...che significa ‘ndrangheta». Parole di boss. Come quelle che Fabio Zocchi dedica a Vincenzo Rispoli, altro capolocale a Legnano: «...è una potenza qua in Lombardia, fa così, si muove, si muovono duemila persone di colpo, proprio di colpo, si girano e corrono». Parlano di morte gli affiliati lombardi e parlano di politica. Come Vincenzo Mandalari, capo a Bollate: «non è importante destra e sinistra a livello locale».

Il volume «Dire Il volume «Dire

I PENTITI - Le loro voci, i loro racconti più nascosti, sono stati raccolti dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri, magistrato che dal 1989 vive sotto scorta e tra i più esposti nella lotta alla mafia calabrese, insieme allo storico delle organizzazioni criminali e scrittore Antonio Nicaso nel volume «Dire e non dire» (208 pagine, 17,50 euro) edito da Mondadori. Un’opera che spiega i comandamenti della ‘ndrangheta attraverso la viva voce dei protagonisti. Intercettazioni ambientali e telefoniche, colloqui in carcere e interviste. Unite alle rivelazioni dei pentiti. Come quelle del collaboratore di giustizia Antonino Belnome, ex capolocale di Giussano e Seregno, apripista della nuova stagione dei pentiti al Nord:

«La forza è là, la mamma è là», dice Belnome a proposito dell’Aspromonte. «Perché ­– sottolineano Gratteri e Nicaso – la ‘ndrangheta è una e una sola». Un’organizzazione che in più di 150 anni di storia è stata in grado di colonizzare mezzo mondo. Dalla Lombardia al Piemonte, fino a Lazio, Liguria ed Emilia Romagna estendendosi poi al Sud America, al Canada, all’Australia. Una mafia fondata su regole arcaiche, tramandate a memoria, e dalla struttura non verticistica che lascia a ciascuna famiglia la possibilità di fare affari in autonomia ma senza mai recidere il cordone ombelicale con il «Crimine» di San Luca, ossia la struttura che riunisce i rappresentanti dei clan della Tirrenica, della Jonica e di Reggio Calabria. Regole antiche, dicevamo, come quella che vieta – al di fuori della cerchia degli affiliati – di pronunciare anche solo la parola ‘ndrangheta, bollata dai boss nelle aule della giustizia o nelle interviste come «un’invenzione dei giornali».

LA LOMBARDIA - Se è vero che il cuore delle regole resta ben protetto dai monti dell’Aspromonte, è in Lombardia e in generale nel Nord che secondo Gratteri e Nicaso si concentra (da almeno quarant’anni) buona parte del presente delle cosche: riciclaggio, traffico di droga, appalti e politica. Come dimostrato anche dalla recente inchiesta dei carabinieri di Milano che ha portato in carcere l’ex assessore regionale alla Casa Domenico Zambetti. Perché come spiegò il collaboratore Saverio Morabito negli anni Novanta, la ‘ndrangheta ha bisogno della politica «altrimenti dove andrebbe?».

Importantissima anche l’indagine sulla cosca Valle, fuggita da Reggio Calabria più di trent’anni fa e approdata a Cisliano nell’hinterland milanese. Filone che ha portato all’arresto, oltre che di diversi uomini delle forze dell’ordine, anche di due giudici calabresi: Giancarlo Giusti e Vincenzo Giglio. La violenza - «Perché il sangue è sangue. Non te lo dimenticare», l’avvertimento di Antonio Esposito a Nicodemo Filippelli, boss del Varesotto. Padana o calabrese la ‘ndrangheta ha le sue regole, identiche per tutti. Le cosche a Milano si sono imposte sulla popolazione e sull’imprenditoria facendo leva sulla paura. Oggi si comanda senza sparare. Ma quando serve i boss sanno essere spietati.

Ecco cosa dicono Pio Candeloro, capo del locale di Desio, e Domenico Cannarozzo a proposito dell’estorsione a un imprenditore concorrente: «Gli taglio la testa a un agnello e gliela metto in macchina». «Meglio un botto, un botto che lo sentono fischiare. Un bel botto con un bello scruscio (rumore) che gli vola la porta». «Gli facciamo venire il terrore, gli spacchiamo tutte le finestre». «Bravo. Gli facciamo venire il terrore a quel deficiente, gli armiamo una bomba carta...mezza casa gli vola». Dice Davide Flachi, figlio del boss Pepé, al broker delle cosche reggine a Milano Paolo Martino: «Quando ti siedi al tavolo...meno parole dici e meglio è, in qualsiasi situazione». Perché la regola numero uno è dire. E non dire.

Cesare Giuzzi
29 ottobre 2012 (modifica il 30 ottobre 2012)

La Muraglia ligure che sta crollando

Corriere della sera

Le Cinque Terre sono un’area sempre più a rischio: il 92% delle frane avviene nelle zone incolte

I muretti a secco dei terrazzamenti, sulle colline delle Cinque Terre a picco sul mare, se fossero messi in fila, sarebbero lunghi 5.729 chilometri: poco meno della Muraglia cinese. Negli ultimi due decenni questo serpentone sta franando in mare, portando con sé terra, uomini, animali e anche «vie dell’Amore». I terrazzamenti, comparsi nello Spezzino attorno all’anno Mille, hanno consentito per secoli alle popolazioni locali di vivere coltivando queste terre strappate a pendenze impossibili. Dirupi trasformati in vigneti a picco sul mare: un ecosistema perfetto ammirato nel mondo. Peccato che lo stesso mondo adesso le veda franare in mare, un pezzo alla volta.


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LIGURIA - Gli uomini fanno e disfano, nella zona delle Cinque Terre male, visto cosa succede ad abbandonare al loro destino zone prima coltivate e curate. Ma tutto il territorio della Liguria, sotto questo profilo, non gode di buona salute: il 98% dei suoi Comuni (232 su 235) «presenta un’elevata criticità idrogeologica» e «155 mila persone vivono o lavorano in aree considerate pericolose», come è scritto nel rapporto Ecosistema a rischio, firmato da Protezione civile e Legambiente. La provincia di La Spezia non manca un colpo: 32 Comuni a rischio su 32. Una terra che prima era curata come un purosangue, adesso è diventata cavallo da tiro, e infatti scalcia di brutto.

ABUSI - Marino Fiasella, commissario straordinario della Provincia di La Spezia, lo spiega così: «Il principale problema in questa zona è dato dalla troppa gente che sollecita un territorio che necessita di manutenzione e cure meticolose». Nel dopoguerra in Liguria c’erano 150 mila persone che lavoravano la terra, oggi sono meno di 14 mila, in gran parte anziani. Delle terra ci si è continuati a occupare, ma nel giro di pochi anni si è capovolto il modo: costruendo ovunque, con una quantità incredibile di abusi edilizi, e poi dighe e ponticelli fuori norma, frane mai messe in sicurezza, boschi e campi in stato di abbandono.

Il cavallo da tiro è diventato pericoloso: il 4 ottobre 2010 straripano quattro torrenti che mandano Sestri Ponente in apnea; nel 2011 le Cinque Terre rimangono tre: Vernazza e Monterosso vengono sommerse di fango e con loro 18 vittime. Un mese fa esatto, se proprio ancora serviva un evento simbolico, è franata la «Via dell’Amore», che una volta rimessa in sesto andrà anche sicuramente ribattezzata, almeno per rispetto alle quattro turiste australiane rimaste ferite gravemente. Non si capisce cosa si debba attendere ancora prima di veder franare in mare un’intera regione.

IL NUOVO STUDIO - Una buona occasione per riflettere sul problema, augurandosi che non sia l’ultima, la offre una ricerca intitolata Terrazzamenti e dissesto idrogeologico: analisi del disastro ambientale delle Cinque Terre. Insieme ad altri ricercatori la firma Mauro Agnoletti, professore associato di pianificazione del territorio e di storia ambientale all’Università di Firenze. Sarà presentata il prossimo 9 novembre a Firenze, durante i lavori di Florens, biennale internazionale dei Beni culturali e ambientali. Nelle Cinque Terre, più che altrove per la particolare conformazione del territorio, si deve fermare la cementificazione e riprendere la cura della terra. «Non c’è via d’uscita », sottolinea Agnoletti, «se non si comprende che la presenza dell’uomo come agricoltore è la migliore difesa contro il dissesto».

DERIVA - Questo è il primo comandamento per invertire una deriva, anche culturale, che sta confondendo tutto, anche il fatto che la comparsa dei boschi dove una volta c’erano terre coltivate sia letto come buon segnale. «È vero il contrario, e nella nostra ricerca emerge dai dati: su 88 frane esaminate nelle Cinque Terre, il 47,7% è avvenuto in zone di colture abbandonate, e il 44,3% in aree boschive non gestite». Se gli alberi tornano a occupare una zona che l’uomo aveva rimodellato, lo fanno a loro uso e consumo e quindi, per esempio, con le loro radici sfondano i famosi muri a secco su cui si regge l’intero sistema dei terrazzamenti.

«Un conto è fare rimboschimento mirato in montagna, che può stabilizzare il terreno», spiega Agnoletti, «un altro è abbandonare alla riforestazione spontanea zone come quelle delle Cinque Terre». Dove, in caso di piogge sopra la norma e su pendenze elevate, il peso delle piante d’alto fusto ha un effetto devastante di sradicamento, non di tenuta. Il concetto è chiaro, e si ripete quando la natura abbandonata si scrolla di dosso qualcuno. «Ogni volta che si va a cercare le cause dei disastri si scopre lo stesso problema: non c’è più gente che lavora la terra, che va in malora. Le conseguenze, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti». Parole di Claudio Burlando, presidente della Regione Liguria.


Stefano Rodi
22 ottobre 2012 (modifica il 30 ottobre 2012)

Il villaggio che dichiarò guerra ad Halloween

La Stampa

Secondo il “Guinness World Records” i fantasmi che infestano Pluckley sono 12, ma la gente del posto ne conta 4 in più.

LORENZO CAIROLI


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Pluckley, nella contea del Kent, vanta un singolare primato: è il villaggio più infestato di tutta l’Inghilterra. Singolari, anche i suoi parassiti. Fantasmi, mica pidocchi. Secondo il ‘Guinness World Records’ i fantasmi che infestano Pluckley sono 12, ma la gente del posto ne conta 4 in più. C’è il poltergesit dispettoso del Black Horse Pub. C’è il fantasma della venditrice di crescione che adorava fumare la pipa e bere gin distesa sul ponte del Pinnock Bridge e che una sera, più ubriaca del solito, fece rotolare la sua pipa nella cesta del crescione e morì arsa dalle fiamme. C’è il fantasma del maestro, impiccatosi a scuola. C’è il fantasma dall’urlo lancinante, un’operaio che perì inghiottito dalle fiamme della sua fornace. C’è il fantasma del bandito crocifisso a un albero. C’è insomma, in tema di entità, l’imbarazzo della scelta. Eppure questa Disneyland del soprannaturale non ha proprio nulla di inquietante.
 
Al contrario, è l’epitome del classico villaggio inglese: belle case, un grazioso ufficio postale, il pub, la macelleria – rinomata in tutta la contea per i suoi spezzatini di cervo – e un cimitero bomboniera. E intorno, paesaggi idilliaci e mosaici di campi, brughiere e frutteti che ‘The Darling Buds of May’, una fortunata serie televisiva degli anni novanta in cui recitava anche una Catherina Zeta Jones alle prime armi, fece conoscere a tutti gli inglesi. E tutto questo a solo un’ora da London Bridge. Ma ogni anno, specie la notte di Halloween, Pluckley diventa meta di pellegrinaggio di un turismo barbarico e incivile. Un’ordalia di amanti del dark, satanisti, ghost-hunters, teppisti da stadio assedia Pluckley col pretesto del trick ‘r treat, mettendo sossopra il villaggio. Le comitive fanno bisboccia fino all’alba costringendo gli abitanti a un’indesiderata notte bianca, senza contare le devastazioni, i muri del paese deturpati da graffiti, i botti da capodanno, le deiezioni selvagge, i vandalismi nel cimitero. Così dal 2009 Pluckley ha bandito Halloween. 

Niente più ghost-tours, barbecues, maiali arrosto, padiglioni della birra, luna park. Solo poliziotti di ronda e gli abitanti barricati in casa. Nonostante questo comitive di trick or treaters arrivano puntualmente ogni anno, in una sorta di pellegrinaggio pagano. Appena arrivano alla stazione vengono accolti da una guida e da tre poliziotti e accompagnati in un tour della città’ - cimiteri compresi - che si conclude al Black Horse Pub con una cena a base di birra Guinness, pollo e riso e alle 19 e 30 vengono riaccompagnati al treno perché’ il partito anti-Halloween di Pluckley ha fama di essere molto intollerante e attaccabrighe. 
In fondo, meglio essere infestati da poltergeist e da fantasmi, che non da un’orda di disumani.

Animali a Milano, dal cane al leone ecco le nuove regole da seguire

Corriere della sera

Molti gli elementi innovativi come il divieto di «macellazione casalinga». Regole rigide per i circhi


Fumetto di Giancarlo GaligarisFumetto di Giancarlo Galigaris

La bozza del nuovo Regolamento per la tutela e il benessere degli animali è un documento corposo che si articola in dodici capitoli e 76 articoli. Entro metà dicembre sarà sul tavolo della Consulta degli animali e delle nove zone. Poi la discussione in Consiglio comunale, al quale compete l’approvazione. Molti i capitoli innovativi. Uno riguarda i circhi che usano animali. Il Comune non può vietarne l’attendamento, finché una legge nazionale che li tutela. Ma può rendere loro la vita più difficile. Ed ecco, per esempio, l’introduzione di misure come l’obbligo di maxi gabbie da 250 metri quadrati in presenza di tre struzzi: persino piazzale Cuoco sarà insufficiente ad ospitare tenda e attori.

Farà discutere il divieto di macellazione casalinga. Chi ha questa necessità per ragioni culturali, spiega il garante Valerio Pocar, dovrà recarsi al macello comunale. Porte aperte ai pet in ogni giardino della città. Banditi invece ‘botti’ di fine anno, petardi, razzi, mortaretti, fochi d’artificio, articoli pirotecnici “ad eccezione di quelli che generano solo effetti luminosi e non sonori”. Ancora, capitolo sperimentazione. In attesa che la legge nazionale vieti l’allevamento e l’uso di animali a questo fine, il Regolamento impegna il Comune a non dare nuove autorizzazioni ad istituti di ricerca che facciano richiesta.

Si prevede, poi, nelle case di riposo comunali la creazione di stanze ad hoc per l’anziano che voglia tenere il proprio animale e luoghi di visita accessibili ai pet. Il Regolamento colma una lacuna: dà contenuto e funzioni al ruolo del garante, che fino ad oggi era equiparabile a un titolo onorifico. Potrà, per esempio, accedere a tutti gli atti amministrativi, attinenti anche al verde e alle ristrutturazioni, per evitare che si ripeta l’allontanamento di nidi di rondoni dalla torre del Castello Sforzesco com’è avvenuto.

E promuovere indagini di polizia e iniziative di sensibilizzazione ed educazione della popolazione al mondo animale. Saranno introdotti obblighi più stringenti per i proprietari che devono garantire vaccinazioni e cure ai propri animali. È maltrattamento tenerli in spazi non adeguati e anche troppo umidi o troppo assolati in relazione alle caratteristiche etologiche di ogni specie. Guai a tacere gli avvelenamenti. La denuncia è d’obbligo. Come vietato è l’uso della catena per i cani.

Chi vorrà cedere cane o gatto al canile dovrà versare un contributo per il suo mantenimento e per le spese sanitarie. E, per contrastare il fenomeno degli ‘accumulatori’, si introduce l’obbligo di segnalare all’Ufficio animali la detenzione di più di 5 animali (ad eccezion di pesci e invertebrati) nell’abitazione dove si vive. Volete fare pet therapy con i vostri pet? Occorre essere abilitati e autorizzati dall’ufficio animali . “L’auspicio è che sempre più milanesi anche se non sono interessati ad avere un loro animale dice il garante Pocar - capiscano l’importanza del ruolo degli animali per chi li ha”. Il capitolo XI dedica un articolo ad ogni specie animale, dagli esotici agli equidi dai crostacei ai piccioni. Tutele per tutti. Prevede percorsi di recupero e riabilitazione per gli animali feriti e spiana la strada all’ingresso di pasti vegetariani e vegan nelle mense comunali.


Paola D’Amico
30 ottobre 2012 | 9:57

L'oro colorato è una realtà

Corriere della sera

Con un processo fisico a livello nanomolecolare che altera l’assorbimento e la diffusione della luce

Cattura
Mida, il leggendario re della Frigia, era famoso perché tutto ciò che toccava si sarebbe trasformato in oro. Purtroppo, come tutti sanno, nonostante le apparenze questa sua magica facoltà si rivelò una maledizione. Ora il tocco magico l’hanno inventato gli scienziati dell'Università di Southampton, in Inghilterra, che non sono certo capaci di trasformare tutto in oro come Mida, ma che hanno trovato un modo (pubblicato sul Journal of Optics) per cambiare il colore del metallo prezioso più blasonato del mondo. Anche se in verità il loro metodo innovativo è anche applicabile ad altri metalli come l'argento e l'alluminio.

ORO ROSSO E VERDE - Ovviamente si tratta di una tecnica altamente sofisticata che non prevede di ricoprire il metallo con altre sostanze o di trattarlo chimicamente, ma che interviene con un processo fisico a livello nanomolecolare che altera l’assorbimento e la diffusione della luce, facendo diventare l’oro rosso, verde o di altre tonalità. I benefici potrebbero riguardare l’industria dei gioielli, ma anche la produzione di banconote e di documenti più difficili da contraffare.

«È la prima volta che il colore visibile del metallo è stato modificato in questo modo», dice Nikolay Zheludev, vice direttore del centro di ricerca di optoelettronica di Southampton, che ha guidato il progetto. «I colori degli oggetti che vediamo intorno a noi sono determinati dal modo in cui la luce interagisce con gli oggetti stessi. Per esempio, un oggetto che riflette la luce rossa, ma assorbe le altre lunghezze d'onda, apparirà rosso per l'occhio umano. Ed è questo è il principio fondamentale che noi abbiamo sfruttato in questo progetto. Abbiamo scoperto che possiamo controllare quali lunghezze d'onda assorbe il metallo e quali esso riflette».

BANCONOTE SUPERSICURE - È stata applicata la tecnica della goffratura, che consiste nel realizzare piccoli rilievi o frastagliature sulla superficie del metallo, dello spessore di appena 100 nanometri. La forma precisa, l'altezza e la profondità dei modelli determinano esattamente come la luce si comporta quando colpisce il metallo creando colori diversi. Si potrebbe per esempio decorare un anello d’oro o d’argento rendendo una parte di esso di colore rosso, un'altra parte verde e così via. Ma non solo. Parti metalliche con proprietà ottiche così sofisticate potrebbero essere incorporate in banconote e documenti che sarebbe così impossibile imitare.

METAMATERIALI - Questi nanomodellamenti della superficie vengono effettuati su scala atomica utilizzando tecniche consolidate come la fresatura a fascio di ioni. Tecnicamente parlando, il metallo modellato con queste nanotecnologie è quindi un «metamateriale», progettato per fornire proprietà non presenti in natura.

Massimo Spampani
29 ottobre 2012 (modifica il 30 ottobre 2012)

Quante crudeltà per mettersi in borsa un cane bonsai

Oscar Grazioli - Mar, 30/10/2012 - 09:01

Rimpicciolire le razze causa gravissime patologie agli animali. Ma quello che conta è imitare Paris Hilton..

Li chiamano cani da zainetto, perché i giovani studenti amano portarseli dappertutto, anche a scuola, tra l'antologia e il testo di matematica.


Cattura
E più sono piccoli maggiore è il !«figurone» che s'intenderebbe fare con gli amici. Sono diventati una moda che trova la solita origine nelle star di Hollywood, anche se è necessario chiarire che, quella dei piccoli cani da compagnia, è una storia antica, tanto che le nobildonne francesi, spagnole e italiane amavano circondarsi di quelli che allora venivano chiamati chien de poche (cani da tasca) perché riuscivano a trasportarli nelle tasche e, i più minuscoli e apprezzati, nei polsini dei larghi vestiti.

Non è difficile vedere nei dipinti che vanno dal Medioevo al Rinascimento, dall'Ottocento fino ai primi del Novecento, la nobiltà seduta a conversare nei salotti aristocratici con in grembo piccoli cani bianchi e con il manto fluente: si tratta per lo più di esemplari appartenenti alle razze Maltese e Bolognese, selezionati appositamente per le donne di sangue blu, che trovavano molto agevole circondarsi di queste piccole creature facili da gestire in ogni condizione, viaggi compresi.

La moda di quelli che gli americani chiamano ora teacup dogs (tazza da tè) ha dunque una storia antica, ma possiamo affermare con certezza che c'è una condizione sociale che ne ha esaltato l'imporsi sul «mercato» delle razze canine. Si tratta della necessità di piccoli appartamenti, in confronto alle grandi case di una volta, magari situate nelle campagne dove non mancavano pezzi di terra e spazi aperti. Lì naturalmente faceva molto più comodo un grosso cane da guardia che non un lezioso Bolognese, ben pettinato e profumato. Miniappartamenti e monolocali sono, soprattutto per i giovani, un'esigenza che deve combinare con le loro scarse possibilità economiche.

Da qui la fortuna, a livello mondiale, del gatto, e quella, per chi non vuole rinunciare al cane, dei cani da zainetto, sui quali gli allevatori sono pesantemente intervenuti, negli ultimi decenni, fino a farne dei veri e propri scherzi di natura solo per andare incontro alle esigenze della moda (che poi vuol dire business). Si sono selezionati cani di taglia sempre più piccola, partendo da razze già piccole di per sé. Oggi il barboncino non deve neanche essere «nano», deve assolutamente essere «toy» (ancora più piccolo del nano) se no, non lo vuole nessuno. Il Chihuahua, classica razza teacu, deve entrare nella tasca della giacca e possibilmente assomigliare a Tinkerbell, il cane che Paris Hilton si porta in viaggio per tutto il mondo, con i suoi guinzagli tempestati di pietre preziose e i suoi vestiti in tono con quelli della ricca ereditiera.

La miniaturizzazione delle razze canine ha provocato danni gravissimi alla loro salute. Un esempio frequente è la siringomielia, una grave affezione che colpisce i piccolissimi Cavalier King Charles, le cui ossa non sono più proporzionate alla massa del sistema nervoso centrale. Si pensi poi a quando si devono fare prelievi di sangue, anestesie o interventi chirurgici a cani che arrivano sì e no al peso di un chilogrammo. Un vero incubo per il veterinario che si trova a lavorare nel campo della microchirurgia, spesso con il microscopio operatorio e con attrezzature adatte ad animali che pesano un terzo rispetto a un neonato (umano). L'importante però è portarsi a scuola il Chihuahua dentro lo zainetto, povera creatura che spesso diventa lo zimbello dei compagni di classe. Un vero affronto per un discendente degli Aztechi, da loro venerato.

L'ascesa dell'ex Pci che cita il Vangelo

Corriere della sera

Da uno dei nostri inviati  DINO MARTIRANO



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PALERMO - La domenica, dopo aver votato a Gela, è andato a pregare davanti alla Madonna delle Grazie. E prima di ripartire per Palermo è passato pure dalla sua parrocchia, Santa Lucia, dove da anni esercita opera di volontariato e di assistenza con gli anziani. Poi, il lunedì, ha atteso con pazienza il consolidamento del risultato elettorale in un rifugio defilato e, all'ora convenuta con i giornalisti, è apparso come un Messia all'angolo tra piazza Politeama e via Libertà: «Io - ha urlato incedendo con voce baritonale nella selva di microfoni che lo accompagnava - sono la rivoluzione e ve lo farò vedere con i primi provvedimenti contro la casta. Io proporrò leggi dalla parte del cittadino e chi ci sta mi segua altrimenti si torna a votare e, a quel punto, vedrete che i siciliani mi daranno il 60% dei consensi».

Video : Crocetta: «Ho vinto, si cambia» di Alfio Sciacca

Eccolo, dunque, l'europarlamentare Rosario Crocetta che prende le misure con gli stucchi e le passamanerie di Palazzo d'Orleans. Il suo cammino, tra sacrestie e sezioni del Partito comunista italiano, inizia nella periferia di Gela dove nasce il l'8 febbraio del 1951 in una casa popolare: padre precario, mamma sarta, tre fratelli più grandi, studi dai Salesiani che nella città del petrolchimico dell'Eni offrono servizi di base alle famiglie degli operai. Rosario serve messa tutte le mattine ma frequenta anche la cellula della federazione giovanile comunista. Il giovane gelese - che intanto prende il diploma di perito chimico e lavora per l'Eni respira la passione politica anche in casa dove il fratello Salvatore è il primo a farsi avanti fino a diventare parlamentare del Pdci di Oliviero Diliberto.

Poi tocca a lui. Rosario punta sul Comune e nel '96-97 diventa assessore alla Cultura nella giunta Gallo (Ds). «Mi è subito piaciuto», racconta Loredana Longo che poi diventerà per oltre 15 anni la sua assistente personale: «Quando arrivò in Comune appese un cartello fuori dell'assessorato: "Non si accettano raccomandazioni". Io andai e lasciai il mio curriculum...». Ma la svolta arriva nel 2002. Dopo la storica sconfitta del 2001, 0 a 61, la sinistra è a pezzi in Sicilia.

E a Gela il giovane Rosario «viene mandato al massacro perché è uno che non appartiene alle nomenclature dei partiti», ricorda Loredana: lui però stringe i denti, perde per 500 voti, fa ricorso al Tar e vince. L'anno successivo si ritrova sindaco di uno dei comuni a maggiore densità mafiosa e subito firma un patto di ferro con il capo del commissariato di polizia di Gela, Antonio Malafarina: il sindaco e lo «sbirro» (che oggi lo segue in questa avventura alla Regione) si fanno vedere insieme, denunciano i collusi con la mafia fino ad arrivare ai piani alti dell'Unione industriali di Caltanissetta.

Poi Crocetta scopre che in Comune lavora la moglie del boss Emanuello che ha vinto il concorso presentando un Isee fasullo: il suo licenziamento è un segnale a tutta la città. Il questore Malafarina ricorda: «Ci siamo subito intesi e la cosa migliore che abbiamo fatto insieme è l'associazione antiracket nella città in cui un commerciante, Giordano, era stato assassinato dalla mafia perché si era rifiutato pubblicamente di pagare il pizzo». Ma Crocetta non è solo il sindaco antimafia. È anche il paladino dei diritti civili che, con discrezione, dichiara di essere omosessuale.

E un politico navigato come Salvatore Cardinale (già democristiano e oggi artefice nel Pd della candidatura di Crocetta) dice che «quella diversità vissuta così intimamente è stata compresa dagli elettori cattolici». I quali, confessa Adriano Frinchi, addetto stampa dell'Udc, «si spellano le mani quando Crocetta cita a braccio i passi del Vangelo». «Ora che mi hanno eletto la mafia può iniziare a fare le valigie», dice con enfasi Crocetta. Sapendo però che lui dovrà continuare a fare un vita blindata: senza andare al cinema o al teatro, senza poter frequentare una spiaggia, obbligato a tenere abbassate le serrande delle finestre per non parlare della libertà negata di affacciarsi al balcone di casa sua.

30 ottobre 2012 | 10:17