sabato 27 ottobre 2012

Che ci faceva la "penna rossa" di Repubblica a cena col pm Greco?

Libero

La toga e il giornalista avvistati a un ristorante di Roma: parlavano anche di riforma della giustizia...


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Storie di ristoranti, amicizie e intrecci che si sviluppano tra un piatto di spaghetti cacio e pepe e una portata d'abbacchio. Uno degli epicentri della Roma che conta è Alvaro, al Circo Massimo, una storica trattoria della capitale. Ed ecco che, come riportato da Il Giornale, a un tavolo viene avvistata una strana coppia: il direttore di Repubblica, la "penna rossa" Ezio Mauro, e il pm Francesco Greco, procuratore aggiunto capitolino, nonchè unico "superstite" dello storico pool di Mani Pulite della procura di Milano, una toga in primissima linea nella lotta alla corruzione. Chi sedeva ai tavoli vicini, ha riferito, ha sentito la coppia parlare della riforma della giustizia. E chissà di che cos'altro Mauro e Greco, tra una portata e l'altra, hanno discusso...

Marcia su Roma, la resistibile ascesa del Cavaliere Mussolini

Il Messaggero

di Fulvio Cammarano
ROMA


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NONOSTANTE la scarsa marzialità di molti dei partecipanti e le evidenti incertezze organizzative dell’intera impresa, la marcia su Roma del 28 ottobre 1922 va considerata a tutti gli effettiil risultato di una strategia politica lungamente preparata che aveva come obiettivo la conquista del potere. «Bisogna mettere in azione le masse - sentenzia Mussolini il 16 ottobre nel convegno preparatorio di Milano – per creare la crisi extraparlamentare ed andare al governo». E a chi gli consiglia di prendere tempo per organizzarsi meglio ribatte dubbioso «e se il momento politico cambia?». La marcia entra, dunque, da una finestra spazio-temporale che Mussolini percepisce come occasione unica quanto provvisoria.
 
Mai come in quel momento, infatti, la sinistra appare in ritirata e il governo debole. L’unico che lo preoccupa e lo ossessiona è Giolitti, che va tenuto fuori gioco. Sono le numerose e per lo più segrete trattative di alcuni gerarchi e dello stesso Mussolini a trasformare la minacciosa, ma certo militarmente non irresistibile mobilitazione di oltre 16.000 uomini in un’azione ambigua - al confine tra insurrezione e attività di lobbying, per quanto violenta e intimidatoria - che deve spingere il Re a consegnare il governo nelle mani di Mussolini.
 
Dal canto suo, il capo del fascismo, pur preferendo la più sicura opzione negoziale che di fatto paralizza il già debole ed incerto governo Facta, aveva a suo tempo pianificato anche eventuali esiti strategici più estremi. La marcia è qualcosa di più di un’azione unica, in quanto è accompagnata e affiancata da molte occupazioni di uffici pubblici e stazioni in diverse città italiane, senza che gli squadristi incontrino grandi resistenze da parte delle forze dell’ordine e degli avversari politici. Tale dimostrazione di forza, che ha le sue radici nell’abitudine alla violenza prodotta dalla guerra mondiale, è anche caratterizzata dalla presenza di molti giovani che al conflitto non hanno partecipato.
 
Di fronte alla revoca ordinata dal Re dello stato d’assedio, i quadrumviri comprendono di aver vinto e dichiarano tracotanti: «la sola soluzione politica accettabile è un ministero Mussolini», in caso contrario «si procederà nelle operazioni militari necessarie per il raggiungimento della vittoria». Comunque, per dare soddisfazione ad una mobilitazione che stava per vincere senza combattere, «quale sia la forma e il metodo della soluzione vittoriosa, la Milizia Fascista dovrà attraversare Roma».

La due opzioni su cui Mussolini poteva puntare sono la prova dell’esistenza di due anime all’interno del movimento fascista, ma soprattutto segnalano che l’ampiezza delle opportunità di fronte a lui sono il risultato non certo casuale o fortunoso del diffuso e prolungato clima di violenza squadrista dei mesi precedenti. «Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono posto dei limiti. Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli, potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusiva mene di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo momento, voluto» - dirà pochi giorni dopo la marcia parlando alla Camera nelle vesti di nuovo padrone.
 
La libertà di scelta e di movimento di Mussolini è resa possibile dal rapido svuotamento della proposta politica socialista e dall’impraticabilità di quella comunista oltre che dalla debolezza del sistema liberale.
I prefetti si sono mossi, per lo più, in ordine sparso e in modo poco incisivo facendosi così interpreti dell’incertezza che alberga al vertice dello Stato dove il Sovrano sembra timoroso di essere deposto nel caso di sedizione degli alti comandi dell’esercito, in parte simpatizzanti del movimento fascista. Facta, poi, che Salvemini definirà sprezzantemente «uno dei maggiori idioti di tutti i tempi e di tutti i Paesi» non appare il Presidente del Consiglio più adatto per dare sicurezza al sovrano.

L’esito della marcia, come sappiamo, sarà la resistibile ascesa del Cavaliere Mussolini, ma soprattutto la conferma che il metodo della violenza e dell’intimidazione è entrato a far parte del vocabolario politico dell’establishment, come dimostrerà qualche anno più tardi Adolf Hitler, suo ammiratore ed emulo. Entrando a Roma da vincitori, gli squadristi, senza saperlo, conducono al successo un’intera cultura europea, quella anti-illuminista, che dalla seconda metà dell’800 aveva cominciato a contestare gli esiti parlamentari del liberalismo, la sua capacità di mettere in moto processi democratici e conflitti sindacali angosciosi quanto incontrollabili. Nella voglia di violenza di quei giovani che entrano a Roma c’è dunque tutto il disprezzo per la natura antieroica e mediatrice del liberalismo. E non a caso è il grigio dell’aula parlamentare, più del rosso delle bandiere della Sinistra, a inquietare gli squadristi di tutta Europa.



Sabato 27 Ottobre 2012 - 13:20
Ultimo aggiornamento: 13:21

Roma, intitolati due viali a re Umberto II di Savoia e a sua moglie Maria José

Il Giorno

Vittorio Emanuele: "Ora i miei nonni e i miei genitori al Pantheon"

I viali dedicati ai Savoia sono all'interno del Parco di Villa Ada. Alemanno: "Figure controverse che hanno compiuto un atto di amore verso l'Italia. Umberto II poteva spaccare il Paese dopo il referendum, ma non l'ha fatto"


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Roma, 27 ottobre 2012 - Roma rende omaggio ai Savoia: da oggi due viali all'interno di Villa Ada sono intitolati a Umberto II, l’ultimo re d’Italia, e a sua moglie la Regina Maria José.
Ad inaugurare le targhe dedicate al ‘re di maggio’ e a sua moglie, due personaggi che hanno avuto un posto importante nella storia d’Italia, è stato il sindaco di Roma Gianni Alemanno. "Sono due figure sicuramente controverse", ha detto il primo cittadino. Così come "controversi" sono stati i risultati del referendum che ha sancito la fine della monarchia.

"Hanno compiuto un atto d’amore nei confronti del nostro Paese - ha aggiunto - evitando uno scontro civile dopo il referendum. Umberto II poteva spaccare l’Italia e non l’ha fatto. Io confermo tutta la fedeltà alle istituzioni repubblicane, convinto che questo sia il giusto assetto per l’Italia ma dobbiamo riconoscere a casa Savoia un ruolo fondamentale dell’unificazione dell’Italia e del Risorgimento".
Vittorio Emanuele di Savoia, presente alla cermionia, ha rivolto un appello alle istituzioni cittadine: "I miei nonni e i miei genitori attendono ancora una giusta sepoltura al Pantheon". Per Vittorio Emanuele "sarebbe l’ultimo atto di giustizia storica per chiudere un periodo di transizione".

Per le toghe Berlusconi è l'unico che "non poteva non sapere"

Gabriele Villa - Sab, 27/10/2012 - 08:05

La formula usata per condannare l'ex premier non vale per gli altri politici. Da Bersani con Penati a Rutelli con Lusi passando per Di Pietro con Maruccio


Qualcuno doveva «per forza» sempre sapere e qualcun altro poteva «tranquillamente» non sapere. È una curiosa filastrocca, quella che si sente oramai recitare spesso in certe aule di giustizia.

Dove la giustizia naturalmente è uguale per tutti. Uno che per esempio deve, doveva, e, presumibilmente, dovrà sempre sapere «per forza» ciò che accade attorno a lui, anche se qualcosa accadesse a mille chilometri di distanza da lui medesimo, è il Cavaliere, il solito, predestinato, colpevole di tutte le malefatte di questo Paese, Silvio Berlusconi. Per contro, la lista di coloro che invece possono, potevano e, presumibilmente, potranno non sapere anche in futuro, è piuttosto lunga e quindi, per non trasformare l'edizione odierna del nostro Giornale in una sorta di dizionario, prenderemo giusto qualche lettera a caso dell'alfabeto dei personaggi politici per offrire solo qualche esempio significativo.

Vi ricordate Filippo Penati? Massì, certo, l'ex braccio destro di Pier Luigi Bersani ed ex vice presidente del Consiglio regionale lombardo. Quando rivestiva la carica di presidente della Provincia di Milano, Penati comprò a prezzi stratosferici le azioni della Serravalle dall'imprenditore Marcellino Gavio che sembra proprio che ricompensò a sua volta, il partito mettendo a disposizione 50 milioni di euro di plusvalenza per la scalata dell'Unipol alla Bnl. Affare non proprio chiarissimo di cui si è parlato discretamente sui giornali.

Ma il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, che pure non ha mai negato di aver messo Penati per un anno a capo della segreteria politica, si è affrettato solo e sempre a dire: «Io? Io non lo sapevo. Non ho mai saputo niente su che cosa faceva lassù in Lombardia». D'accordo, Penati non era il tesoriere dei democratici ma in questo caso i magistrati si sono sempre fidati della parola del Pier e del suo «non sapevo niente». «Occhio perché io querelo - ha persino detto via radio e sui giornali Bersani - perché sul mio rapporto con Penati sento fanfaluche incredibili».

Perché non credergli dunque?E perché non credere ad un altro integerrimo come l'esterrefatto degli esterrefatti, Gianfranco Fini a proposito della sua estraneità alla ben nota vicenda della casa monegasca. Pensate che Gianfry, anche messo sotto pressione dal nostro quotidiano, anche inchiodato dall'evidenza ha sempre ripetuto: «La vendita dell'appartamento è avvenuta il 15 ottobre 2008 ma sulla natura giudica della società acquirente e i successivi trasferimenti non so assolutamente nulla. Qualche tempo dopo la vendita ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l'appartamento. La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere facilmente intuite.

Non sapevo che la casa di Montecarlo fosse stata ristrutturata e affittata a mio cognato». Buona fede, no? E che dire delle dichiarazioni di Francesco Rutelli, sempre giudicate attendibili dalla Procura di Roma a proposito dell'attività di un suo discreto conoscente: Luigi Lusi, il suo ex tesoriere alla Margherita: «Le attività di Lusi sono state condotte solo per il suo tornaconto personale, al di fuori di ogni mandato, e a totale insaputa mia e del gruppo dirigente della Margherita». Una questioncella di appropriazione di 18-20 milioni di cui si può ben non sapere nulla. A maggior ragione se Lusi è sempre stato considerato un collaboratore fidatissimo di Rutelli tanto che è stato proprio lui ad affidargli le chiavi della tesoreria del partito e a insediarlo poi nella stanza dei bottoni del Partito democratico.

E il rigoroso Antonio Di Pietro? Si è beccato persino il tapiro dalla banda di Striscia la notizia per il candore di «uomo che non sapeva nulla». Già, perché è rimasto «sorpreso, stupito e sconcertato» nello scoprire che Vincenzo Maruccio, capogruppo dell'Idv al Consiglio regionale del Lazio e suo stretto collaboratore fosse indagato per peculato. All'esponente regionale dell'Idv, in particolare, sono stati contestati assegni, prelievi in contanti e bonifici non proprio trasparenti, Pensate che lo stesso Tonino ne aveva sponsorizzato la candidatura con grandi attestati di stima. Quindi la sua sorpresa è comprensibile. Soprattutto quando allarga le braccia e dice: «Mi è dispiaciuto molto».

Grecia, niente scontrino fiscale? Il cliente non paga

Lucio Di Marzo - Sab, 27/10/2012 - 13:12

Per combattere l'evasione fiscale in Grecia hanno pensato anche questo. Se i commercianti non faranno ricevute, i clienti non saranno tenuti a pagare

In Grecia l'evasione fiscale, in un periodo di crisi nera, è un problema da risolvere.


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Anche con misure drastiche, se necessario. Il ministero dello Sviluppo sta studiando manovre durissime, che dovrebbero riuscire nell'intento di debellare il problema. O almeno di mettere molta paura ai commercianti.
Il ragionamento del Parlamento è stato semplice. Se bar, ristorante, caffè e tutti gli esercenti che dovrebbero battere gli scontrini regolarmente si rifiutano di farlo, la soluzione è una sola: permettere ai clienti di non pagare quanto hanno appena comprato. È indubbio che la decisione, se passerà dall'Aula, creerà più di una lamentela, specialmente da parte dei commercianti. Ma la politica greca ha chiuso con le mezze misure.

Addio a Luigi Dadda Ideò il primo calcolatore italiano

Il Giorno

Si è spento a Milano, l'informatico lodigiano che fu tra i primi a cogliere le potenzialità dell'informatica in ambito universitario

Milano, 27ottobre 2012


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Oggi Milano ricorda Luigi Dadda, ideatore del primo calcolatore italiano donato nel 1954 al Politecnico, e scomparso all'età di 89 anni. 

Nato a Lodi il 29 aprile 1923
, fu tra i primi a capire l'importanza dell'informatica, tanto che nel 1961 fu cofondatore dell’Associazione Italiana per l’Informatica e il Calcolo Automatico, che ha presieduto dal 1968 al 1970. Negli anni a seguire fu rettore del Politecnico (1972-84); presidente della Commissione per la Scienza e la Tecnologia alla Presidenza del Consiglio dei ministri (1980-82); presidente dell’Advanced Learning and Research Institute di Lugano; fondatore e direttore della 'Rivista di Informatica'.

Tutti meriti che gli valsero il titolo di grande ufficiale prima e di cavaliere di gran croce poi dell’Ordine al merito della Repubblica, e la medaglia d’oro per i benemeriti della cultura. 

Al suo nome si lega inoltre la fama del Centro di Calcolo ed il Laboratorio di Calcolatori Elettronici del Dipartimento di Elettronica del Politecnico, da lui diretto per anni, che ha svolto ricerche avanzate sui sistemi di calcolo, sull'architettura di microcalcolatori, sui linguaggi di programmazione, sulle banche di dati e sulle reti di calcolatori. E sua è infine la proposta della European Informatic Network, realizzata come progetto dell'allora Comunità economica europea.

I funerali dell'accademico si svolgeranno lunedì prossimo, alle 11, nella chiesa milanese di San Pio X.

3 assoluzioni e 3 ergastoli agli ex soldati di Hermann Göring

Corriere della sera

La sentenza della Corte militare nei confronti di ex ufficiali tedeschi della Divisione corazzata Hermann Göring

Adolf Hiter e Hermann Göring (Afp)Adolf Hiter e Hermann Göring (Afp)

Tre assoluzioni e tre ergastoli, da parte della Corte militare d'appello di Roma, nei confronti di ex ufficiali tedeschi della Divisione corazzata Hermann Göring oggi novantenni, alla sbarra perchè ritenuti responsabili di numerosi eccidi di civili compiuti sull'Appennino tosco-emiliano nella primavera del 1944. Le vittime furono circa 400.

«CRUDELTA' E PREMEDITAZIONE» - Gli imputati, quali «militari aventi funzioni di comando, inquadrati nella Divisione Corazzata Hermann Göring, Reparto esplorante», secondo l'accusa avrebbero a vario titolo «contribuito a cagionare la morte di numerosi privati cittadini italiani... che non prendevano parte alle operazioni militari, fra cui donne, anziani e bambini inermi, agendo con crudeltà e premeditazione». Tutto ciò, «agendo in parte in ossequio alle direttive del comando d'appartenenza, in parte di propria iniziativa» e, comunque, «senza necessità e senza giustificato motivo», «nell'ambito e con finalità di ampie spedizioni punitive contro i partigiani e la popolazione civile che a quelli si mostrava solidale». Gli ex militari rinviati a giudizio furono 12.


LE CONDANNE DI VERONA - Il tribunale di Verona, il 6 luglio 2011, ne condannò 9 all'ergastolo, assolvendone tre. Altri tre sono deceduti nelle more del processo d'appello, che ha visto dunque sei imputati: l'allora capitano dell'esercito tedesco Helmut Odenwald, di 93 anni; l'ex tenente Erich Köppe (93); i sottotenenti Hans Georg Karl Winkler (90) e Ferdinand Osterhaus (95); il caporale, e poi sergente, Alfred Luhmann (87) e il sergente Wilhelm Stark (92). La Corte militare d'appello ha oggi assolto Odenwald, Köppe e Osterhaus e confermato l'ergastolo a Winkler, Luhmann e Stark. La conferma della condanna di primo grado era stata sollecitata dal procuratore generale Antonio Sabino, mentre i difensori degli imputati avevano chiesto l'assoluzione.


Redazione Online26 ottobre 2012 | 20:00

Alla ricerca dell'anello di Sophia a Materei

Corriere del Mezzogiorno

Visita teatralizzata sui luoghi dell'«Oro di Napoli»


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NAPOLI - «Fu nel mese di ottobre che il Rione Materdei soffrì e godette lo scandalo dell’anello di smeraldo». Fu così che il grande maestro del neorealismo italiano, Vittorio De Sica, introdusse l’indimenticabile episodio de «L’oro di Napoli » interpretato da Sophia Loren nei panni della procace pizzaiola che si lancia col marito Rosario alla ricerca dell’anello finito nell’impasto di una pizza. Sono passati cinquant'anni ma negli angoli di Materdei è possibile ancora trovare intatti, o quasi, i suggestivi ambienti che hanno fatto da sfondo al film.

Alla ricerca de «L'oro di Napoli»



«L’ORO DI NAPOLI LIVE TOUR» - E proprio per rivivere quei momenti passati, domenica 11 novembre, le vie e i palazzi del rione, grazie a uno spettacolo itinerante, torneranno a raccontare lo scandalo dell’anello di smeraldo. Gli attori Angela Rosa D’Auria, Gaetano Fusco e Gianluca Masone si caleranno nei panni che furono di Sophia Loren, Giacomo Furia e Paolo Stoppa e trascineranno i partecipanti nella divertente ricerca dell’anello, mettendo in scena le sequenze principali del film nelle location che le hanno ospitate. Il Movietour entrerà così in luoghi come il basso delle «pizze a credito», oggi sede della Vineria «L’oro di Napoli» e soprattutto, per la prima volta, farà il suo ingresso negli interni originali della casa in cui don Peppino Finizio tenta il suicidio sul terrazzo. Mentre gli attori costruiranno un gioco di interazioni col pubblico, tutti i partecipanti saranno testimoni dell’avventura dei pizzaioli e prenderanno parte a una tragicomica veglia funebre.

LE LOCATION DI ALTRI FILM - Dopo il rione Materdei, il movietour incrocerà altri grandi film napoletani per terminare in piazza Bellini, dove gli attori saluteranno i presenti con una lettura e una rievocazione di «Matrimonio all’italiana». Tra una scena e l’altra, un esperto di cinema ricorderà gli aneddoti sulle riprese del film e con l’uso di alcuni fotogrammi saranno confrontati i luoghi reali con i set, per un’esperienza cinematografica unica.

INFORMAZIONI - La durata dello spettacolo itinerante è di circa tre ore e il prezzo è di 12 euro. Il programma dettagliato è sul sito www.campaniamovietour.com dove tra l’altro è possibile effettuare la prenotazione.


Redazione online 26 ottobre 2012

Il fiuto della Regina per i comunisti “Ci stanno spiando”, prima dell’MI5

La Stampa

Nei diari di Guy Liddell gli errori e le avventura degli 007 britannici


andrea malaguti
CORRISPONDENTE DA LONDRA


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Guy Liddell non aveva capito. Si era fatto fregare come un allocco. E dire che era tuttaltro che un novellino. Anzi, forse era il migliore. Certo, amava il violoncello e se non fosse stato per la prima guerra mondiale sarebbe stato quello il suo lavoro - la musica, quella sì che gli portava pace -, ma era figlio di un capitano, aveva giocato un ruolo decisivo nella raccolta di informazioni riservate prima del D-Day, e soprattutto era poi diventato il numero due dell’MI5, i servizi segreti di Sua Maestà, dove era entrato negli Anni Trenta. 

Il punto è che i nemici li capiva benissima. Era con gli amici che tendeva a confondersi. Aveva sbagliato il matrimonio con Calipso Baring, che se n’era andata in California con i loro figli, e soprattutto (perché così aveva compromesso anche la carriera) si era fidato ciecamente di Kim Philby, Guy Burgess, John Cairncorss, Donald Duart Maclean e dell’irreprensibile Anthony Blunt, i cinque doppiogiochisti di Cambridge al servizio dei russi. Avevano studiato assieme nell’università più prestigiosa del Paese. Ed è vero che spesso cianciavano di marxismo, uguaglianza sociale e sciocchezze simili, ma erano impulsi di ragazzi che non sopportavano il fascismo. Tutto qui. Come avrebbe potuto immaginare che un giorno si sarebbero messi al soldo di una potenza straniera?  Deve essere stato anche per questo che morì di crepacuore il 3 dicembre del 1958. Aveva 66 anni e si accorse che la gran parte dei suoi pensieri gli avevano ballato in testa trascinandolo su strade sbagliate.

Ora c’è anche il suo diario che lo prova. Lo teneva dal 1939. E per i servizi era un documento prezioso, perché Liddell ci scriveva ogni cosa. La sua visione del mondo, la sua idea degli altri, i sospetti, le certezze, le delusioni. Era un uomo puro. Fedele al Regno. Devoto ai vecchi legami. Da stamattina gli archivi nazionali hanno messo le sue memorie a disposzione del pubblico. Fine del segreto di Stato. Sono le pagine sul 1951 quelle forse più interessanti. Quelle scritte nei giorni in cui comincia lo scandalo, quando Donald Maclean e Guy Burgess scappano da Londra per rifugiarsi a Mosca. Liddell cade nello sconforto e a quel punto si confida con Blunt. Chiede lumi a lui. Anthony è imparentato con la famiglia reale, è uno storico dell’arte tra i più noti in Europa, adora Filippo Brunelleschi e Leon Battista Alberti, ci si può mettere una mano sul fuoco. E’ questo che scrive negli appunti. E’ questo che dice anche al segretario personale della Regina Madre, Alan “Tommy” Lascelles, che pure lo guarda strano. «Se lo dite voi mi fido.

Ma Elisabetta non sarebbe per nulla stupita di scoprire che Blunt è un comunista». Se lo sentiva, lei. Non il numero due dei suoi agenti scelti. Una cecità che portò qualcuno a pensare che anche Liddell avesse due anime. Da che parte giochi, Guy? Bastò il dubbio a mandarlo in pensione. Poi un infarto se lo portò via prima di poter vedere in televisione il suo amico Anthony che, nel 1979, spiegava alla nazione perché si era schierato con l’Unione Sovietica. «Ma vi prego, lasciate che continui a occuparmi d’arte». I servizi lo sapevano dal 1964 che Blunt, archivista delle gallerie reali, era contaminato. Preferirono lasciarlo diventare anziano e innocuo prima di trasformarlo in una vergogna nazionale. In quegli stessi giorni l’accademico marxista Goronvy Rees convocò la stampa a Mosca per spiegare che le spie di Cambridge erano una in più di quelle che si era sempre creduto. Di chi non ci siamo accorti?, gli chiesero. «Di Liddell», rispose lui. «Che prove hai?». «Lo so e basta». Non gli credette nessuno. E fu la fine del film, perché a quel punto Londra fece partire i titoli di coda. 

La donna sieropositiva con 100 figli che ha truffato 5 milioni all’Inghilterra

La Stampa

L’incredibile storia di Ruth Nabuguzi, una 49enne ugandese con decine di false identità per frodare ogni sussidio possibile offerto dal welfare state britannico


alessio schiesari


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Sopravvivere per vent’anni malata di Aids. E nel frattempo mettere al mondo e mantenere un centinaio di figli. Quella che sembra una storia eroica e strappalacrime è in realtà un’enorme frode ai danni del welfare britannico architettata da Ruth Nabuguzi, un’ugandese emigrata a Londra 21 anni fa. Da allora, è diventata un’esperta in identità fittizie e documenti falsi, ed è riuscita a rubare allo Stato britannico circa 5 milioni di euro.

Nabuguzi, e una cerchia di amici e famigliari d’accordo con lei, conoscevano ogni clausola e debolezza del sistema di assegni del Dipartimento lavoro e pensioni, e mungevano ingordamente da ogni piega possibile dello stato sociale britannico. La truffa più importante, se guardiamo alle cifre, è quella riguardo le medicine per curare la sieropositività. Per oltre vent’anni la donna ha ricevuto i costosissimi anti-retrovirali a spese del servizio sanitario nazionale. Nabuguzi era però sana come un pesce e spediva in Uganda le medicine pagate dai contribuenti di Sua Maestà dove dei complici le rivendevano a prezzi esorbitanti. La donna ha inoltre ricevuto circa 800mila euro come contributo all’affitto della casa dove risultava residente, in un quartiere nell’est di Londra. Gli assegni per provvedere all’educazione dei cento figli fasulli ammontano a circa 180mila euro, di cui quasi cinquantamila per un solo corso universitario. 

Secondo gli inquirenti «non è possibile avere una stima esatta di quanti soldi la donna sia riuscita a truffare, perché aveva così tante identità e ha ricevuto assegni per così tanti anni che risalire alla storia completa è impossibile». Secondo Paul Raudnitz, il pubblico ministero che accusa Nabuguzi e gli altri membri della cricca che hanno organizzato le truffe, «i tentacoli di questa frode si sono estesi molto lontano e per molto tempo». Districarli tutti è un’impresa ardua. Dalla ricostruzione che sono riusciti a fare gli investigatori, Nabuguzi è arrivata in Gran Bretagna grazie a un asilo politico nel 1991 sostenendo di aver lasciato quattro figli in Uganda. Tre anni dopo ha chiesto un nuovo asilo, questa volta con il nome di Jane Namusisi e dichiarando due figli nel paese natio. Nel 1999 ha chiesto il terzo asilo, questa volta a nome di Pauline Zalwango, madre di tre figli immaginari.

Durante le perquisizione a casa di Dennis Kyeyune, uno dei nove coimputati e – probabilmente - figlio o nipote di Nabuguzi, Scotland Yard ha rinvenuto una borsa nera piena di documenti falsi che era stata nascosta in un controsoffitto. Il giudice Nocholas Ainley che ha seguito il caso ha sostenuto che «sì trattava di un’enorme truffa organizzata a livello famigliare, ma che pone delle serie questioni rispetto alla politica di asili politici e a quella migratoria nel Regno Unito». 

Sette proposte dopo il passaggio di Sandy

La Stampa

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yoani Sánchez


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Migliaia di persone che vivono nell’Oriente cubano non dimenticheranno mai le prime ore del mattino di giovedì scorso. Il vento, i tetti che volano, le forti piogge, gli alberi che cadono su strade e case, saranno il ricordo perenne dell’uragano Sandy. Non riusciranno mai a togliersi di mente la prima notte, dopo il disastro, quando da un letto malconcio o da un divano a pezzi si sono resi conto che tra i loro volti e la notte stellata non c’era più separazione. Alcuni hanno perso tutto, anche se non avevano molto.

Altri si sono visti portare via dall’uragano le modeste proprietà messe da parte con i sacrifici di una vita. Un dramma umano si è abbattuto su una zona già segnata da carenze materiali, emigrazione costante verso occidente e da epidemie di dengue e colera. Per i danneggiati piove sul bagnato, letteralmente e metaforicamente. La natura inasprisce il collasso economico e i problemi sociali di una regione del paese. Per questo dobbiamo moltiplicare la solidarietà, rimboccarci le maniche per aiutare a rimettere in piedi un’abitazione, dividere un pezzo di pane e farci in quattro per dare una mano agli sfortunati cubani che Sandy si è lasciato alle spalle.

Credo che tutti sappiamo ciò che possiamo dare e quel che siamo in grado di fare, ma nonostante tutto provo a rivolgere alcune proposte alle autorità cubane. Le decisioni che verranno prese nei prossimi giorni saranno determinanti per ridurre le dimensioni della tragedia. Spero che le autorità riescano a mettere da parte le differenze ideologiche e diano ascolto anche a noi cittadini che vogliamo contribuire al recupero del nostro paese. La solidarietà non deve essere monopolio istituzionale, non lo è mai stato, ed è proprio quella convinzione a far nascere proposte solidali, come le seguenti: 

- Eliminare le tasse doganali per favorire l’ingresso nel paese di alimenti, medicinali, elettrodomestici e materiali da costruzione. 

- Fare in modo che la cittadinanza si organizzi per raccogliere, trasportare e consegnare vestiti, medicine e altre risorse necessarie alle zone colpite. 

- Stimolare e autorizzare la raccolta di fondi e risorse da parte degli emigrati cubani da portare sull’Isola, sia in maniera individuale che tramite gruppi e istituzioni.

- Sollecitare accertamenti e collaborazione da parte di organismi internazionali che forniscano aiuti, crediti e consulenze per fronteggiare il disastro. 

- Semplificare nelle province più danneggiate tutte le pratiche per ottenere licenze edilizie e anche per l’assegnazione di terre in usufrutto. 

- Decretare una moratoria nella riscossione delle imposte dai lavoratori privati delle regioni dove Sandy ha distrutto una parte importante delle infrastrutture economiche e agricole. 

- Rinunciare al monopolio istituzionale sulla somministrazione della solidarietà, favorendo e rispettando l’esistenza di canali civici per distribuire gli aiuti.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

La Statua della Libertà compie gli anni e si regala i turisti in cima alla corona

Corriere della sera

Il simbolo dell’America riaperto al pubblico: la vera novità è che si potrà salire sul punto più elevato

francesco semprini
new york


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La Statua della Libertà compie 126 anni e per l’occasione riapre al pubblico. La vera novità però è che per la prima volta dopo diverso tempo sarà possibile salire sul punto più elevato della statua ovvero la corona che ne cinge il capo. Il simbolo dell’America illuminista si erge su Liberty Island, uno degli isolotti che si trovano dinanzi a Manhattan, nella baia di New York. Lo scorso ottobre era stato chiuso per completare alcuni lavori di ristrutturazione interna, in particolare le scalinate che portano proprio alla corona, correggendo l’eccessiva ripidità dei gradini. Ora infatti per arrivare sul punto più alto bisogna salire 393 scalini anziché i soliti 354, e soprattutto per la prima volta la corona sarà accessibile anche ai visitatori in sedia a rotelle.

«E’ stato possibile creare un’ambiente aperto a tutti, preservando la struttura storica della statua», spiega Mindi Rambo, portavoce del National Park Services, l’autorità che si occupa della tutela dei beni ambientali e culturali. Secondo Rambo, i lavori che sono costati 30 milioni di dollari, consentiranno di accogliere 26 mila visitatori in più rispetto ai 3,5 milioni che visitano ogni anno la statua. Alla corona però potranno avere accesso non più di 240 persone al giorno. Realizzata dall’artista Frédéric Bartholdi, l’opera fu donata agli Stati Uniti dalla Francia di Napoleone III il 28 ottobre 1886 come segno della comune origine illuminista sulla quale poggia la fondazione dell’America e il principio ispiratore della rivoluzione francese del 1789.

Rappresenta Libertas, la dea romana della libertà, che sorregge una torcia e la tabula ansata che evoca il codice della legge, sul quale è iscritta la data della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, ovvero il 4 luglio 1776. La corona a sette punte simboleggia i sette continenti e i sette mari. Era il simbolo del sogno americano che salutava gli immigrati all’arrivo con i bastimenti, dopo aver attraversato l’Atlantico e prima di essere registrati nella vicina Ellis Island. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 Lady Liberty è rimasta chiusa sino al 2004, riaprendo a fasi alterne negli otto anni successivi.