martedì 23 ottobre 2012

La regina delle ammiraglie ha 40 anni: una lunga collana di innovazioni

Il Messaggero
di Giampiero Bottino
















L'esordio risale al salone di Francoforte del 1972. Da allora gli ingegneri della casa che ha inventato l'auto hanno sempre utilizzato questa vettura per lanciare soluzioni tecnologiche mai viste in precedenza.


MILANO - Si dice che la vita cominci a 40 anni. Sarà anche vero, ma non nel mondo dell'auto, dove si contano le dita di una mano (al massimo di due) i modelli capaci di tagliare questo invidiabile traguardo.L'impresa è appena riuscita alla Classe S, vettura simbolo della lussuosa e confortevole opulenza Mercedes che il mondo poté ammirare per la prima volta nel settembre del 1972, al Salone di Francoforte.

L'eredità.
Si perpetuava così una tradizione della casa di Stoccarda, che fin dal 1949 onorava con la lettera S i suoi modelli di punta ma che per la prima volta, con la nuova ammiraglia, trasformava quella prestigiosa lettera nell'elemento distintivo di un'intera famiglia. Tra l'altro destinata a diventare un simbolo dell'opulenza tedesca, dello status sociale di chi poteva permettersela e della capacità tecnologica del costruttore, che ne ha fatto il «dimostratore» privilegiato delle soluzioni più sofisticate sfornate da tecnici e ricercatori della Stella a tre punte.

Laboratorio su ruote.
La sempre più imponente ammiraglia di Stoccarda si è da subito imposta nella fascia più alta del mercato come un'autentica fucina di innovazioni, spesso destinate a fare scuola agli altri costruttori. A cominciare dalle sospensioni anteriori a doppio braccio oscillante trasversale, capaci di migliorare in modo significativo fin dalla prima generazione (definita Serie 116 nel codice interno) le caratteristiche dinamiche della vettura, a tutto vantaggio della sicurezza attiva.

Rischio zero.
È proprio sul fronte della sicurezza che la «grosse Mercedes» gioca le sue carte migliori: il serbatoio della benzina viene integrato sopra l'asse posteriore per garantirgli una maggiore protezione, mentre nell'abitacolo la plancia è opportunamente imbottita, gli interruttori e le leve sono deformabili o incassati, il volante a quattro razze con modulo d'urto offrono la massima protezione in caso di incidente. L’innovazione più interessante è però la cellula di sicurezza con struttura dell'intelaiatura del tetto irrigidita, montanti ad elevata resistenza e porte rinforzate, mentre l'avantreno e il retrotreno a deformazione controllata contribuisco a dissipare l'energia generata d un urto prima che questa si «trasferisca» sui passeggeri.

La superberlina.
La 450 Sel 6.9 del 1975 mette a rumore - e non solo per il galoppo dei 286 cv del suo poderoso V8 - il mondo dell'auto per il comfort garantito dalle prime sospensioni idropneumatiche con regolazione del livello di casa Mercedes, per la chiusura centralizzata, il climatizzatore e l’impianto lavafari anteriore. Grande successo, nonostante il prezzo doppio rispetto alla top di gamma precedente.

La svolta diesel.
Ancora più elevato il clamore sollevato, tre anni dopo, dalla 300 SD. Per la prima volta una vettura di questa categoria viene equipaggiata con un motore a gasolio, 5 cilindri 240 D 3.0 da 80 cv che sulla Classe S diventano 115. Una scelta sorprendente, anche perché ispirata dai mercati Usa e canadese storicamente «allergici» al gasolio. Non una decisione tecnica, ma un escamotage per abbassare il livello medio dei consumi di flotta, portandoli entro i limiti delle leggi varate dall'amministrazione Carter.

Frenata magica.
Sempre nel 1978 scocca l'ora di un'altra rivoluzione tecnologica firmata Classe S. In autunno l'ammiraglia di Stoccarda arricchisce il catalogo degli optional con una novità in esclusiva mondiale: si chiama ABS, oggi lo conosciamo tutti, ma allora era guardato quasi con sospetto per la rumorosa vibrazione che il suo intervento provocava nel pedale del freno. Una diffidenza cancellata a suon di migliaia di vite risparmiate, e non solo tra chi viaggia in Mercedes. Per la primogenita di 40 anni fa, il momento della pensione arriva con gradualità, a seconda dei modelli che escono di produzione tra l'aprile e il settembre del 1980. A mettere la parola fine alla gloriosa storia della prima generazione è proprio una 300 diesel destinata al mercato americano. È la Classe S n. 473.035 a lasciare la catena di montaggio di Sindelfingen, lasciando il posto alle eredi che ne hanno continuato la corsa sulla strada del successo.

FOTOGALLERY
Mercedes Classe S 1972


Mercedes CLS Shooting Brake


Mercedes 105 anni di trazione integrale


Mercedes SLS AMG Electric Drive

Il papà guidatore di risciò commuove il mondo

Corriere della sera

Costretto a lavorare portando la figlia al collo, dopo la morte della moglie, raccoglie la solidarietà di centinaia di famiglie

Il guidatore di risciò al lavoro con la figlia di un mese (Il guidatore di risciò al lavoro con la figlia di un mese

Una foto che ha fatto il giro del mondo, commosso anche i cuori più duri e stravolto la vita di un padre indiano, povero e sensibile, e di sua figlia. Bablu Jatav, guidatore di risciò di Bharatpur, nord del Rajasthan, 38 anni, è rimasto da solo ad accudire la bimba, un mese fa, quando la moglie Shanti è morta di parto. È tornato subito al lavoro, mammo e baby sitter, senza supporti. Con 500 rupie da pagare ogni mese per la casa (poco più di sette euro) e 30 ogni giorno, per il risciò.

Il cuore colmo di disperazione per la perdita della moglie e insieme di orgoglio, per quel piccolo dono della vita, dopo quindici anni di matrimonio. La sua storia sarebbe passata sotto silenzio, se quella vita di stenti non avesse provocato una forte disidratazione nella piccola, esposta per ore e ore al sole e alla polvere, avvolta in un telo appeso al collo del papà. La bimba è finita in ospedale, dove le è stata diagnosticata anche una polmonite e una forte anemia. «La mia bambina è debole perché non è mai stata allattata dalla mamma», ha detto Bablu.

RETE DI AIUTI -L'edizione locale della Bbc ha deciso di pubblicare la notizia. La rete ha fatto il resto, innescando un tam tam virtuoso; a partire dall'amministrazione distrettuale, che si è offerta di aiutare Bablu; dall'ospedale che ha deciso di trasferire la piccola Damini nella più grande Jaipur, per garantirle cure migliori. Una banca privata gli ha offerto un risciò e a una somma in denaro, circa 200 dollari. Alla Bbc, che ha ricevuto centinaia di telefonate di offerte di aiuto e soldi alla famiglia, è anche arrivata una telefonata di un tassista di San Francisco, che ha raccolto 300 dollari per il guidatore di risciò e sua figlia. Donatori in prevalenza pakistani. Un altro americano di origini indiane ha donato 100mila rupie (1.800 dollari) per aiutare la piccola famiglia. Tanta la solidarietà via social media: «Le ragazze potranno non diventare mai delle regine per il loro partner - si legge in uno dei tanti tweet circolati sull'hashtag #SaveTheGirlChild -. Lei però sarà sempre una principessa, per il suo papà».


A. D. G.23 ottobre 2012 | 17:45

E il beluga imparò a parlare come gli umani

Corriere della sera

Imita il nostro linguaggio e lo fa non a seguito di addestramento ma di propria spontanea volontà

Video : Il «discorso» del beluga

MILANO – E’ un caso che pare unico nel regno animale: una specie che può e vuole imitare i suoni del linguaggio umano e non dopo un percorso di apprendimento, ma di propria spontanea volontà. E’ il caso dei beluga, le balene bianche.


Cattura
IL SUB E LA BALENA - «Chi mi ha chiesto di uscire?» chiese il sub riemergendo dalla vasca dove stava nuotando. Nessuno. O meglio: qualcuno aveva effettivamente parlato, ma non era stato uno dei suoi compagni umani. Era Noc, una balena bianca. Sono passati tanti anni da quel giorno, tanti anni di studio, che ha confermato ciò che quel sub udì: le balene bianche possono emettere vocalizzazioni che imitano i suoi umani, e lo fanno spontaneamente quando decidono loro. Noc quel giorno aveva ripetutamente imitato il suono «Out!», «Fuori!» udito dal sommozzatore. Non era la prima volta che scienziati che si occupano di questi cetacei li sentivano emettere suoni che assomigliavano a quelli umani, in mare aperto o negli acquari. Per la prima volta, però, è stato possibile condurre uno studio così approfondito. I risultati di anni di ricerca e registrazioni da parte degli scienziati della National Marine Mammal Foundation di San Diego sono ora stati pubblicati nella rivista scientifica Current Biology.

UN ESERCIZIO COMPLICATO - Le balene beluga sono dette «canarini del mare» proprio per le frequenti vocalizzazioni in toni acuti che emettono per comunicare. Lo studio in questione è il primo che riesce a dimostrare come questa specie possa apprendere spontaneamente a imitare i suoni di un’altra specie, quella umana, utilizzando a proprio piacimento le vocalizzazioni copiate. I suoni emessi dagli esseri umani - e magistralmente riprodotti dalla balena bianca - sono di parecchi ottavi più bassi di quelli normalmente utilizzati dal beluga per comunicare con i membri della sua specie.

Per riuscire a riprodurli, Noc riusciva ad gestire la pressione nelle sue cavità nasali - dove vengono prodotti i suoni – ed effettuare altri complessi aggiustamenti anatomici, come gonfiare il sacco vestibolare dello sfiatatoio. «Le nostre osservazioni suggeriscono che la balena doveva modificare i suoi meccanismi vocali per riuscire a imitare il nostro linguaggio» ha spiegato Sam Ridgway, presidente della National Marine Mammal Foundation. Non solo i suoni, ma anche le pause (e l’armonia complessiva dei fonemi emessi) combaciavano perfettamente con quelli del linguaggio umano.

UNA STORIA NON FINITA - Altri animali, in particolare i delfini tra i cetacei, e i pappagalli, sono in grado di imitare suoni umani in stile e durata, ma questo processo è il frutto dell’apprendimento, dovuto all’insegnamento dell’uomo. Anche Noc, dopo la casuale scoperta, per alcuni anni durante la sua gioventù si è prestato ai ricercatori, rispondendo alle imbeccate vocali degli scienziati che hanno così potuto studiare a fondo come l’animale riusciva ad imitarli. La balena bianca, però, una volta raggiunta la maturità sessuale ha smesso di parlare agli umani: forse come loro crescendo ha perso alcune delle meravigliose capacità che aveva da piccolo. O forse da ‘ragazzo’ era semplicemente più interessato ad altre cose… Noc è morto cinque anni fa, ma le sue giovani, prodigiose vocalizzazioni resteranno nella storia.


Carola Traverso Saibante
23 ottobre 2012 | 16:46

La statua della testata di Zidane indigna il calcio francese: «Toglietela»

Corriere della sera

I presidenti di distretti di calcio dilettantistico scrivono una lettera all'ex fuoriclasse francese per chiedergli di presentare una denuncia contro l'opera

Sono passati sei anni e tre mesi, ma evidentemente ai francesi ancora non va giù di aver probabilmente perso un Mondiale contro l’Italia per i dieci secondi di follia di Zinedine Zidane che, con quella inopinata e assurda testata a Marco Materazzi nella finale di Berlino, scrisse una delle pagine più brutte della storia del calcio, non solo transalpino. E men che meno i cugini d’Oltralpe sono disposti a tollerare che qualcuno (nella fattispecie, l’artista algerino Adel Abdessemed, maestro dell’arte concettuale) ricordi loro quel momento di collettiva tregenda sportiva con una statua di bronzo alta cinque metri e per di più messa davanti al centro Pompidou di Parigi (che, ironia della sorte, è da sempre il simbolo della libertà artistica parigina). Da qui la richiesta che l’opera in questione venga rimossa seduta stante.

ROVINA L'IMMAGINE DI UN CAMPIONE - «Mette in scena il gesto più deplorevole dell’immensa carriera di Zidane; veicola un messaggio contrario all’etica sportiva e strumentalizza la forza simbolica di quel colpo di testa, nascondendo deliberatamente il talento e le emozioni positive trasmesse da Zidane ai francesi», si legge nella lettera che Michel Keff, presidente dell’Association Nationale des Presidents de Districts de Football (ANPDF) ha inviato allo stesso Zidane, affinchè denunci il presidente del Pompidou, Alain Seban, «per l’uso così negativo che viene fatto della sua immagine».

ODE ALLA SCONFITTA - La missiva con la richiesta di censura, firmata oltre che da Keff anche da una trentina di presidenti dei distretti di calcio dilettantistico di Francia, è quindi finita su Le Figaro che, con orgoglio tutto transalpino, titola sulla possibile rimozione della statua, definita «un’ode alla sconfitta» da Philippe-Alain Michaud, curatore della mostra di Abdessemed al Pompidou. Peccato però che, almeno per ora, da parte di Zidane ci sia stato invece un clamoroso (e forse pure un tantino imbarazzato) silenzio, come sottolinea il londinese Times, suggerendo che il campione «ci vada cauto per non inimicarsi l’èlite della società francese» (Abdessemed è fra gli artisti preferiti dal miliardario François Pinault) ed evitare così un altro – e forse ancor più deleterio – colpo di testa.



Simona Marchetti
23 ottobre 2012 | 14:04

Turone, ribelle in «fuorigioco»

Corriere della sera

Dotato di grande tecnica, Ramon era un libero/mediano moderno, tecnico, capace di impostare l'azione e concludere


Maurizio «Ramon» Turone da Varazze Maurizio «Ramon» Turone da Varazze

Il suo nome è un film, un libro, una storia che emerge a momenti come l'isola non trovata. «Er go de Turone» del 10 maggio 1981 è diventato il padre di tutti i torti arbitrali. Maurizio «Ramon» Turone da Varazze (1948) segnò di testa la rete che avrebbe permesso alla Roma di sorpassare la Juventus e vincere lo scudetto. Ma il gol (regolare) venne annullato da Paolo Bergamo. Il destino li ha consegnati alla storia. Ma Ramon si dichiara, giustamente, stanco di essere ricordato solo per quello. Ha ragione.

Qui contano le sue sei stagioni al Milan (1972-1978) che lo prelevò dal Genoa, le 191 partite ufficiali (2 gol), le due Coppe Italia (1973-1977), la Coppa delle Coppe (1973) quest'ultima il 16 maggio, quattro giorni prima del tracollo di Verona in cui Ramon sostituì Schnellinger, acciaccato. Ecco, in questo episodio, c'è un po' la sintesi della sua storia milanista. Dotato di grande tecnica, Ramon era un libero/mediano moderno, tecnico, capace di impostare l'azione e di concludere con prepotenza. Ma queste sue caratteristiche lo costrinsero nel ruolo di jolly e quando finalmente avrebbe potuto avere il posto giusto, quando sembrava arrivato il suo momento, era cominciata l'epoca di un «piscinin» di nome Franco Baresi.

Roberto Perrone
23 ottobre 2012 | 13:26

Addio doppia Panda, il modello vecchio andrà in pensione

Corriere della sera

La mossa del Lingotto entro fine anno per evitare la concorrenza fra le due vetture

La Panda Classic prodotta in Polonia a Tychy La Panda Classic prodotta in Polonia a Tychy

MILANO - È la Panda (vecchia) la prima concorrente della Panda (nuova). Con questo mercato era inevitabile. E inevitabile è la conseguenza: sarà la Panda (nuova) a mandare in pensione anticipata la Panda (vecchia). Dovrebbe accadere a fine anno. Verrà annunciato, con buona probabilità, già la settimana prossima. Martedì 30 ottobre è il giorno in cui il consiglio Fiat approverà la trimestrale. Sarà però, soprattutto, il momento in cui Sergio Marchionne presenterà target e programmi rivisti alla luce di una crisi che picchierà duro ancora nel 2013. I sindacati, dall'incontro già fissato con l'amministratore delegato, si aspettano almeno un paio di mosse che dimostrino l'effettiva volontà di ridare ossigeno alle fabbriche italiane.

PREZZI, FOTO E SCHEDE DELLA FIAT PANDA

CONCORRENZA INTERNA-Una potrebbe essere lo «sblocco» degli investimenti a Mirafiori (con i mini Suv di Fiat e Jeep, che intanto programma lo sbarco in Cina di tutti i modelli). Un'altra, appunto, la fine della produzione parallela della Panda: la vecchia, tuttora «in linea» a Tychy, e la nuova, partita un anno fa a Pomigliano. Succede che la prima (57 mila vetture stimate per il 2012) «cannibalizzi» più del previsto la seconda (100-120 mila per fine anno). Ed è solo questione di crisi e, dunque, di prezzi: 9.050 euro la base della macchina che ancora si produce in Polonia, 12.450 quella dell'auto made in Italy . Così accade sempre più spesso: i clienti entrano nelle concessionarie puntando al nuovo modello ma poi, visti i listini, scelgono il vecchio.

Loro risparmiano. Pomigliano, però, non gira come programmato. La cassa integrazione è arrivata anche lì. L'assorbimento totale dei dipendenti (ne mancano all'appello circa 1.500) è una promessa gravata oggi da un grande punto di domanda. E si allungano i tempi perché i 900 milioni spesi dal Lingotto per il rilancio possano produrre utili. Lo stop anticipato della Panda polacca è quindi una delle opzioni. Marchionne non scoprirà le carte fino al 30. Ma i sindacati la danno già per acquisita.

Raffaella Polato
23 ottobre 2012 | 12:59

Gli Anonymous violano i server della polizia E mettono in rete documenti riservati

Corriere della sera

Gli hacktivist hanno «bucato» i server. Pubblicati file sui No Tav, su Luca Abbà e intercettazioni

Il disegno pubblicato sul blog di Anonymous Il disegno pubblicato sul blog di Anonymous

Gli Anonymous italiani fanno il salto di qualità. E lanciano il guanto di sfida alla polizia. Già, perché se fino a qualche mese fa le operazioni degli hacktivist italiani si limitavano per lo più a modificare siti (a defacciarli, come si dice in gergo) come avvenuto per Vittorio Sgarbi o Alex Schwazer, ora il movimento italiano sembra essere impegnato in operazioni più complesse. Così dopo aver pubblicato dati dell'Ilva di Taranto, Anonymous passa all'attacco della Polizia.

«LA VOSTRA DISONESTA'» - Il risultato sono un gran numero di documenti, messi in rete proprio come se fossero leaks. Tra questi, la maggior parte sono documenti di routine, dalle circolari per l'uso dell'arma ai file che classificano il profilo degli stalker, fino ai documenti di aggiornamento interno. Ma in mezzo, nel marasma di dati trafugati, ci sono anche intercettazioni, i verbali dell'incidente in cui è rimasto coinvolto il No Tav Luca Abbà, le informative sui movimenti antagonisti attivi a Torino e nella Val di Susa. E, ancora, gli stipendi degli agenti, permessi, scambi di mail, attività sotto copertura, gli spostamenti e i trasferimenti di detenuti. Scrivono gli Anonymous sul loro blog ufficiale:

«Questi documenti dimostrano la vostra disonestà (ad esempio una comunicazione in cui vi viene spiegato come appropriarvi dell’arma sequestrata ad un uomo straniero senza incorrere nel reato di ricettazione). Il livello di sicurezza dei vostri sistemi, al contrario di quanto pensassimo, è davvero scadente, e noi ne approfittiamo per prenderci la nostra vendetta». Non è la prima volta che Anonymous attacca la polizia. In marzo il portale della polizia di Stato era stato messo fuori uso per alcuni minuti. Ma mai gli hacker erano riusciti a «bucare» (entrare) nei server della polizia


Marta Serafini
@martaserafini23 ottobre 2012 | 9:08

Auschwitz, morto l'ultimo testimone: Antoni Dobrowolski, 108 anni un numero sulla pelle: 38081

Il Mattino


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VARSAVIA – E’ morto oggi all’eta’ di 108 anni a Debno, nel nordovest della Polonia, Antoni Dobrowolski, il piu’ anziano prigioniero del campo di sterminio nazista di Auschwitz ancora in vita. Dobrowolski era nato in una famiglia polacca a Wolborz, nella Polonia centrale. Fino all’invasione tedesca della Polonia nel 1939 aveva lavorato come insegnante in una scuola elementare nella vicina località di Rzeczyca.

Sotto l’occupazione tedesca Dobrowolski continuò clandestinamente a tenere corsi per bambini polacchi, sfidando il divieto categorico degli occupanti nazisti. «A quel tempo sì, avevo paura ma d’altronde si rischiava tutti, e mi rendevo conto che mi avrebbero potuto fermare per strada in qualsiasi momento anche per altre attivita’ che svolgevo da militante dell’Esercito clandestino polacco (Armia Krajowa)», ha detto Dobrowolski intervistato tre anni fa da un canale tv locale. Nel giugno 1942, scoperto dalla Gestapo, Dobrowolski fu arrestato e portato con gli altri detenuti del carcere di Radom nel campo di sterminio di Auschwitz (Oswiecim, sud della Polonia), dove gli fu inciso sul braccio il numero 38081.
 
Successivamente fu trasferito nel lager tedesco di Gross-Rosen e da lì a Sachsenhausen, presso Berlino, dove lavorò in una fabbrica di armi. Nella primavera del 1945, insieme agli altri prigionieri, Dobrowolski fu liberato dalle forze alleate. Dopo la guerra tornò in Polonia stabilendosi con la famiglia a Debno, dove è stato direttore in una scuola elementare e poi per diversi anni preside di un liceo. Sulla sua terribile esperienza non ha voluto raccontare nulla, nemmeno in famiglia, fino alla meta’ degli anni novanta.
 
«Quello dell'Olocausto, in casa, era un tema tabù», ha raccontato suo figlio Andrzej. Il silenzio è stato rotto solo dalla nipote Magdalena Dobrowolska, che dal 2002 vive in Germania, e che nel 2008 ha girato un documentario intitolato “38081”, di ottanta minuti, nel quale il nonno, l’ex prigioniero di Auschwitz, racconta senza ombra di odio le sue memorie degli anni di guerra. «Non si tratta di un documento classico ma della riflessione di un uomo condannato a morte dall' ideologia criminale, che non cerca i colpevoli e non e’ ossessionato dalla sete di vendetta», ha detto del film un suo ex allievo, ora professore di filologia, Jerzy Swidzinski. Il film fu presentato con successo nel 2008 al Centro internazionale di cultura a Berlino. Per suo figlio, il film parla non solo della morte, della fame e del dolore ma sopratutto della capacita’ di perdonare.
 
Le lettere di Dobrowolski da Auschwitz, gli altri documenti e le sue fotografie insieme con la sua casacca a righe bianco e nere, l'uniforme caratteristica dei prigionieri hitleriani con la quale Dobrowolski arrivò a Debno, sono stati esposti in una mostra nel museo di quella città. Nel campo di sterminio di Auschwitz, divenuto il simbolo dell’Olocausto, sono stati uccisi oltre un milione di ebrei. Nel famigerato lager nazista morirono anche più di 70 mila polacchi non ebrei, 21 mila Rom, 15 mila prigionieri sovietici e altre migliaia di prigionieri della resistenza al nazismo.


Lunedì 22 Ottobre 2012 - 19:55    Ultimo aggiornamento: 20:00

El Alamein, la battaglia che gli italiani sono fieri di aver perso

Giordano Bruno Guerri - Mar, 23/10/2012 - 08:50

Il 23 ottobre del 1942 le truppe degli alleati attaccarono le forze dell’Asse Le sconfissero, ma le nostre divisioni Ariete e Folgore entrarono nel mito


Ricordo ancora che nel 1985 Storia Illustrata usci con allegato alla copertina un dono per i lettori: un sacchettino di sabbia di El Alamein. Mi affascinò pensare a quale immensa buca era stata scavata nel deserto per portare in Italia quella sabbia. Ma ancora di più era suggestivo considerare quale culto ci fosse, dopo 43 anni, per quella battaglia, peraltro perduta.


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È un culto che sopravvive, oggi, che di anni ne sono passati 70, e i superstiti si contano forse sul caricatore di una pistola. L'importanza di quello scontro, tanto più epico perché avvenuto per giorni e giorni, nel deserto, non basta a spiegare tanta emozione.

Fino all'autunno del 1942 le forze dell'Asse sembravano avere ancora il predominio militare. Fra settembre e novembre, però, inizia la battaglia di Stalingrado, che segna la fine dell'avanzata italo-tedesca in Russia; in ottobre la battaglia di El Alamein, nel deserto egiziano, ferma l'avanzata dell'Asse verso il Canale di Suez. In novembre, con l'accerchiamento di von Paulus a Stalingrado e la ritirata di Rommel a El Alamein, quella che doveva essere una morsa per conquistare il Medio Oriente e i suoi pozzi di petrolio diventa lo spasimo di due moncherini. Ed è inutile chiedersi cosa sarebbe accaduto “se” Rommel avesse vinto: sarebbe stata una guerra diversa, ma avrebbe portato lo stesso alla vittoria finale degli Alleati, perché fu una vittoria soprattutto di mezzi. Tuttavia gli italiani non lo potevano sapere.

Il Nord Africa era lo scenario di guerra che li appassionava di più, per ragioni geografiche, storiche, sentimentali. Ma quello libico-egiziano era il fronte che procurava più dolori, oltre ai più gioiosi entusiasmi. Appena iniziata la guerra, il 28 giugno 1940, il maresciallo Italo Balbo era stato abbattuto per errore dalla contraerea italiana. Il suo successore, maresciallo Rodolfo Graziani, non si era distinto per intraprendenza e il 19 gennaio 1941 Mussolini dovette chiedere aiuto a Hitler. Nei mesi successivi sbarcò sulla costa libica l'Afrikakorps del generale Erwin Rommel. L'offensiva continuò nel gennaio 1942 finché, in maggio, le truppe italo-tedesche arrivarono ad El Alamein, a circa 100 chilometri da Alessandria d'Egitto. La campagna sembrava vinta, e il successo rese più sopportabile agli italiani le loro pesanti condizioni di vita.

Figurarsi con quale passione e sgomento seguirono le sorti dello scontro finale quando, dopo mesi di inattività italo-tedesca, furono gli inglesi a prendere l'iniziativa. Il generale Harold Alexander, comandante delle truppe inglesi in Egitto e Medio Oriente, affidò l'attacco al generale Bernard Montgomery, che aveva a disposizione tre divisioni corazzate e l'equivalente di sette divisioni di fanteria. Benché per numero le truppe dell'Asse potessero contrastarle, gli inglesi disponevano di una netta superiorità aerea, di nuovi cannoni anticarro e dei nuovi carri armati Sherman. La sera del 23 ottobre '42, nel silenzio della luna piena, quasi mille pezzi di artiglieria inglese spararono contemporaneamente per circa venti minuti.

Alla fine del 24 l'offensiva aveva aperto profonde sacche nello schieramento italo-tedesco, ma non era riuscita ad aprire una vera breccia. Nelle prime ore del 25, Montgomery ordinò un nuovo attacco prima dell'alba, ma dovette affrontare violenti contrattacchi, in particolare della 15ª divisione corazzata tedesca e dell'Ariete. E Rommel? Non c'era. Alla fine di settembre era stato ricoverato in ospedale in Germania e sostituito dal generale Stumme che però era morto d'infarto ventiquattr'ore dopo l'inizio della battaglia. Hitler non esitò a chiedere a Rommel di riprendere il comando, ma era già tardi. Il 27 e il 28 ottobre la 15ª e la 21ª divisioni corazzate tedesche scatenarono una violenta offensiva, invano.

A questo punto fu deciso l'attacco finale, ovvero l'operazione Supercharge. L'operazione iniziò all'una antimeridiana del 2 novembre. Tutti i carri armati italo-tedeschi superstiti attaccarono il saliente britannico su due fronti, ma vennero respinti. Il 3 iniziava la ritirata, nonostante Hitler l'avesse assolutamente proibita. «Ma la decisione», commenta Winston Churchill nella sua Storia della Seconda Guerra Mondiale, «non era più nelle mani dei tedeschi».Churchill annota anche un comportamento tedesco che dopo El Alamein sarebbe diventato una prassi: «Rommel si trovava ormai in piena ritirata, ma vi erano mezzi di trasporto e carburante sufficienti soltanto per una parte delle sue truppe e i tedeschi... si arrogarono la precedenza nell'uso dei mezzi. Parecchie migliaia di uomini appartenenti alle sei divisioni italiane, furono così abbandonate nel deserto... senz'altra prospettiva che quella di essere circondati».

Il campo di battaglia era disseminato surrealmente di cannoni e automezzi distrutti. L'aviazione inglese, superiore per tutta la battaglia, attaccava senza tregua e senza contrasto lunghe colonne di uomini in ritirata verso ovest. Per gli italiani era finito, ancora una volta, il sogno d'Africa. E al nemico si apriva la possibilità di invadere l'Europa dall'Italia, dalla Francia o dalla Grecia. Sarebbe toccato all'Italia. Dove, intanto, le notizie sempre più sconfortanti, invano occultate dalla propaganda, aggravavano le condizioni di vita del popolo.
Oggi chi si emoziona ancora a leggere della battaglia di el Alamein non è necessariamente nostalgico, né tantomeno fascista o folgorato da furore bellico. Alla memoria di un popolo, sconfitto in guerra, fa bene il ricordo di avere combattuto con onore, e di avere perso perché mancavano le armi, non il coraggio.


www.giordanobrunoguerri.it

Processo l'Aquila, condannati tutti i membri della commissione «Grandi rischi»

Corriere della sera

Sei anni per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose: rassicurazioni circa l'improbabilità di una forte scossa

Storica condanna per i membri della commissione Grandi rischi: sei anni di reclusione per tutti gli imputati, sei esperti e il vice direttore della protezione civile, Bernardo De Bernardinis. È questa la decisione del giudice unico Marco Billi che ha condannato i componenti della commissione Grandi rischi, in carica nel 2009. I sette avevano rassicurato gli aquilani circa l'improbabilità di una forte scossa sismica che invece si verificò alle 3.32 del 6 aprile 2009.

L'ACCUSA - L'accusa nei loro confronti era di omicidio colposo, disastro e lesioni gravi, per aver fornito rassicurazioni alla popolazione aquilana, in una riunione avvenuta solo una settimana prima del sisma. I pm hanno chiesto per loro la condanna a quattro anni di carcere, mentre i legali degli imputati hanno chiesto per tutti la piena assoluzione. Grande era l'attesa all'Aquila sulle sorti degli imputati. La sentenza è stata letta dal giudice unico Marco Billi alle 17 circa, dopo quattro ore di camera di consiglio.

A intervenire per ultimo l'avvocato difensore Antonio Pallotta, legale di Giulio Selvaggi. Sette gli esperti e scienziati imputati, accusati di aver dato ai residenti avvertimenti insufficienti del rischio sismico. Precisamente si contesta loro di aver dato «informazioni inesatte, incomplete e contraddittorie» sulla pericolosità delle scosse registrate nei sei mesi precedenti al 6 aprile 2009. La difesa ha puntato sulla impossibilità di prevedere i terremoti, posizione sostenuta da ricercatori internazionali. Tutta la comunità scientifica si interroga ora su un punto: le rassicurazioni eccessive possono indurre la gente ad adottare comportamenti rischiosi, ma può un errore di comunicazione valere una condanna per omicidio colposo?


LA SENTENZA - Il giudice ha ritenuto i sette membri della commissione tutti colpevoli di omicidio colposo plurimo e lesioni colpose. A Franco Barberi, Enzo Boschi, Mauro Dolce, Bernardo De Bernardinis, Giulio Selvaggi, Claudio Eva e Gianmichele Calvi sono state concesse le attenuanti generiche. Oltre alla condanna a sei anni, sono stati condannati anche all'interdizione perpetua dai pubblici uffici. È «una sentenza sbalorditiva e incomprensibile in diritto e nella valutazione dei fatti» ha commentato l'avvocato Marcello Petrelli, difensore di Franco Barberi. «Una sentenza che - ha aggiunto - non potrà che essere oggetto di profonda valutazione in appello».

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LE REAZIONI - Si è detto «avvilito, disperato» Enzo Boschi, ex presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv). «Pensavo di essere assolto - ha aggiunto - ancora non capisco di cosa sono accusato». «Mi ritengo innocente di fronte a Dio e agli uomini» ha aggiunto Bernardo De Bernardinis, ex vicecapo della Protezione civile e attuale presidente dell'Ispra. «La mia vita da domani cambierà, ma se saranno dimostrate le mie responsabilità in tutti i gradi di giudizio - ha aggiunto - le accetterò fino in fondo». Levata di scudi, sulla sentenza, da parte dei professori del mondo scientifico: «È la morte del servizio prestato dai professori e dai professionisti allo Stato - ha detto il fisico Luciano Maiani, attuale presidente della commissione Grandi rischi - non è possibile fornire una consulenza in termini sereni, professionali e disinteressati sotto questa folle pressione giudiziaria e mediatica. Questo non accade in nessun altro Paese al mondo».

POLITICI - Sorpreso e amareggiato anche il mondo politico. «È una sentenza un po' strana e un po' imbarazzante: chi sarà chiamato in futuro a coprire questi ruoli si tirerà indietro» ha detto il presidente del Senato, Renato Schifani. «Questa sentenza è la morte dello stato di diritto e una follia allo stato puro - ha commentato il leader Udc, Pier Ferdinando Casini - . L'obbligo previsionale in ordine a eventi tellurici è sancito». «Le sentenze vanno sempre rispettate - ha puntualizzato Pierluigi Bersani - ma l'importante è che prosegua la solidarietà. La giustizia deve fare il suo corso ma anche la ricostruzione deve farlo».




Redazione online22 ottobre 2012 | 22:28

Dal Giappone il telefonino poliglotta

Corriere della sera

Ntt DoCoMo presenta un servizio di traduzione vocale simultanea che traduce messaggi vocali e ideogrammi

(Afp)(Afp)

Parlare con un giapponese e capirlo. Grazie a Ntt Docomo, il principale operatore di telefonia mobile giapponese, l'impresa sarà presto alla portata di tutti. Almeno al telefono. L'operatore ha presentato un servizio telefonico di traduzione vocale simultanea per parlare con qualcuno di cui non si comprende la lingua. L'applicazione per Android, gratuita per smartphone e tablet, sarà in commercio a partire dal primo novembre.

LA TRADUZIONE - Hanashite Non'yaku - questo il nome dell'applicazione per i clienti Ntt DoCoMo - consentirà a chi parla giapponese e a quelli che parlano inglese, coreano e cinese, di avere una conversazione tradotta: all'altro capo del telefono arriverà la versione «locale» della conversazione, precedentemente registrata attraverso il microfono del dispositivo. Il «delay» tra voce originaria e traduzione, garantisce l'azienda del Sol Levante, sarà di meno di un secondo. Ntt ha però ammesso che il servizio non offre ancora una traduzione «perfetta».
 
Lo scambio sarà possibile anche per conversazioni tra possessori di smartphone o tablet e utenti di linea fissa. La conversazione, inoltre, potrà anche essere trascritta. E un altro software, Utsushite Hon'yaku, disponibile dall'11 novembre, tradurrà i testi grazie alla realtà aumentata: questa app trasformerà anche tutte le scritte reali che vengono inquadrate con la fotocamera, cartelli stradali inclusi. Un portavoce dell'operatore giapponese ha precisato che il servizio di traduzione da voce a parole sarà presto disponibile dal giapponese all'italiano, il francese, tedesco, spagnolo, indonesiano, portoghese e thailandese.

I PRECEDENTI - La mossa di Ntt DoCoMo è solo l'ultimo passo di una serie di tentativi messi in campo da diversi operatori nei mesi scorsi. Lexifone e Vocre hanno sviluppato qualcosa di analogo. Alcatel-Lucent e Microsoft ci stanno lavorando. Obiettivo, per tutti, arrivare a un prodotto che consenta di fare a meno di personale multilingue e interpreti, sia nel mondo degli affari che nel campo del turismo. Google ha sviluppato una app «Translate», che traduce in 17 lingue, consentendo conversazioni frontali con uno straniero, ma non funziona ancora per i telefoni.

La start-up israeliana Lexifone punta a inserirsi con un proprio prodotto in un mercato che - stima - vale 14 miliardi di dollari l'anno. Le tecnologie in realtà sono già presenti sul mercato da un paio d'anni, a non voler essere troppo esigenti, ha detto alla Bbc Benedict Evans, esperto di tecnologie di Enders Analysis. «Non sono però ancora al livello del linguaggio parlato soprattutto per il settore del business, dove si ha veramente bisogno di essere certi delle parole che vengono pronunciate»


A. D. G.22 ottobre 2012 | 15:49

In Italia si aggrava la corruzione nella classifica mondiale siamo con Ghana e Macedonia

La Stampa

Il trend peggiora, ma scendono le denunce e le condanne


Il Ghana è vicino, l’Europa lontana. Si diffonde sempre di più la corruzione in Italia, nonostante il calo di denunciati e condannati. Il fenomeno causa danni per diversi miliardi di euro e rappresenta un freno alla crescita del Paese. È il quadro che emerge dal Rapporto sulla corruzione elaborato dalla commissione di studio nominata dal ministro della Pubblica amministrazione Filippo Patroni Griffi e coordinata dal magistrato del Consiglio di Stato Roberto Garofoli. I dati giudiziari mostrano tutti un trend discendente. I delitti di corruzione e concussione consumati sono passati dai 311 casi del 2009 ai 223 del 2010 (-88 casi). Le persone denunciate sono calate nello stesso periodo da 1.821 a 1.226 (-595). I condannati da 341 a 295 (-46). Le condanne per reati di corruzione sono passate da un massimo di 1.700 nel 1996 ad appena 239 del 2006.

Il discorso si capovolge quando si parla di percezione della corruzione. Il Corruption perception index di Transparency International, che misura la percezione percepita, colloca infatti l’Italia al 69/o posto, a pari merito con Ghana e Macedonia, con un progressivo aggravamento negli ultimi anni. L’Italia si è attestata a 3.9 contro il 6.9 della media dei Paesi Ocse, su una scala da 1 a 10 dove 10 individua l’assenza di corruzione. Un altro indice, il Rating of control of corruption della Banca mondiale relega l’Italia agli posti in Europa, con una tendenza negativa negli ultimi anni. L’indice Rcc va da 0 a 100, dove 100 indica l’assenza di corruzione; ebbene, l’Italia è passata dal valore 82, rilevato nel 2000, ad un indice pari a 59 per il 2009.

Ed un fenomeno così pervasivo comporta costi economici pesanti, stimati dalla Corte dei Conti in diversi miliardi di euro. C’è inoltre, rileva il Rapporto, un aumento dei costi strisciante ed un rialzo straordinario che colpisce i costi delle grandi opere, calcolata intorno al 40%. Vanno poi considerati i costi economici indiretti, come i ritardi nella definizione delle pratiche amministrative, il cattivo funzionamento degli apparati pubblici, la non oculata gestione delle risorse pubbliche, la perdita’ di competitività e freno alla crescita del Paese. A questo proposito viene ricordato come un valore nell’indice di percezione della corruzione di Transparency International al livello di uno dei Paesi meno corrotti avrebbe garantito all’Italia un tasso di crescita’ economica di oltre il triplo a breve termine e di circa il doppio a breve termine (1970-2000).

Il Rapporto propone infine una serie di misure per prevenire e contrastare la corruzione. Si va dall’adozione di piani organizzativi in funzione di prevenzione della corruzione da parte delle singole amministrazioni all’elaborazione di un sistema organico affidato ad un’Autorità nazionale indipendente che formuli linee guida per le singole amministrazioni e ne controlli l’attuazione, dall’indicazione per legge dei contenuti minimi dei piani organizzativi che le amministrazioni dovranno adottare (rotazione incarichi, obblighi di informazione, ecc.) allo scioglimento del Consiglio per il reiterato inadempimento nell’adozione del Piano di prevenzione. Si auspica poi l’integrazione delle ipotesi di licenziamento disciplinare per i responsabili di reati contro la pubblica amministrazione e l’innalzamento del livello di trasparenza. 

In Turchia il record mondiale di giornalisti in carcere: sono 76

La Stampa


Cattura
Allarme del Comitato per la protezione dei giornalisti: situazione peggiore che in Cina, Iran ed Eritrea. La Turchia detiene il record mondiale di giornalisti in carcere. Lo dice un rapporto pubblicato oggi dal Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), una Ong con sede a New York, secondo la quale nel Paese è in atto “una delle più vaste operazioni di repressione della libertà di stampa nella storia recente”.

Dopo un’accurata disamina caso per caso, l’ong ha individuato 76 giornalisti in carcere in Turchia, di cui almeno 61 “sono detenuti in diretto rapporto con i lavori pubblicati o con la loro attività di ricerca di informazioni”. La condizione di altri 15 giornalisti è meno chiara, secondo la ong. Con questo bilancio, “il numero di giornalisti in prigione in Turchia oggi è superiore a quello di altri Paesi più repressivi, come l’Iran, l’Eritrea e la Cina”, afferma il Cpj. La ong ritiene che “il governo del premier Recep Tayyip Erdogan abbia messo in atto una delle più vaste operazioni di repressione della libertà di stampa della storia recente”.

Oltre alle retate di giornalisti con il pretesto delle lotta al terrorismo, l’ong denuncia anche “tattiche di pressione per convincere all’autocensura” nelle redazioni. Secondo il rapporto, il 70% dei giornalisti incarcerati sono indagati per il reato di “appartenenza a organizzazione terroristica”, per presunti legami con il Pkk, il fuorilegge Partito dei lavoratori del Kurdistan che pratica la lotta armata per l’indipendenza curda. 
Gli altri giornalisti sono finiti in carcere per la loro presunta appartenenza a organizzazioni clandestine o per la loro partecipazione a progetti di colpo di Stato. Più di tre su quattro giornalisti detenuti, sottolinea il report, sono ancora in attesa di giudizio, alcuni da diversi anni. 

“Il governo turco deve liberare tutti i giornalisti in carcere sulla base delle loro attività giornalistiche” afferma la Ong, che chiede profonde riforme per le leggi utilizzate per reprimere la libertà di stampa. Il Cpj ha anche fatto appello al premier Erdogan perché smetta di denunciare sistematicamente per diffamazione “i giornalisti critici”, di “disprezzarli pubblicamente” e di esercitare “pressioni su media critici perché adottino un tono più moderato”. 

Fornero, se me lo chiedono scendo in piazza

Libero

Elsa: il 14 novembre pronta a scendere in piazza con i sindacati 



Cattura
Sembra una barzelletta, un controsenso, invece è una notizia battuta dalle agenzie di stampa all'ora di pranzo. Elsa Fornero è pronta a scioperare. Contro se stessa. Sembra impossibile, eppure il ministro del Welfare, intervenendo a un convegno nella sede di Assolombarda, ha detto che se viene invitata lei è pronta a scendere in piazza il 14 novembre nella manifestazione organizzata dalla Cgil di Susanna Camusso contro il governo.

Una manifestazione a difesa del lavoro (la riforma del settore che viene contestata è firmata dalla stessa Fornero) e contro la politica del rigore (di cui il governo Monti è la massima espresione). Ecco cosa ha detto Elsa Fornero per spiegare la sua disponibilità a manifestare: "Sono convinta che la collaborazione ci debba essere sempre, anche con i sindacati. C'è chi è più propenso al dialogo e chi meno, ma le porte al mio Ministero restano sempre aperte, anche per quelli che protestano, purchè arrivino in delegazione e non tutti insieme".

Riforma del lavoro - "Il ministro passa, ma la riforma resterà per un po', spero non la cambino subito perchè gli obiettivi sono buoni", ha detto poi la Fornero. Il ministro, ricordando di avere "masticato amaro" dopo l'annuncio della riforma, ha spiegato di vedere ora qualche segno di apprezzamento e "qualche cambiamento in positivo". Si tratta di un "impercettibile cambiamento di clima" sul quale Fornero ha sottolineato di voler "con determinazione costruire i prossimi cinque mesi di mandato".

Esodati
- Tutti gli esodati che sono stati salvaguardati dal Governo "avranno sicuramente la pensione secondo i vecchi requisiti". Lo afferma il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che commenta così le parole del presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, che oggi ha affermato che tutti i cosiddetti esodati avranno la pensione.   "Come potrei non confermarlo? Tutte le persone che hanno avuto un percorso lavorativo e andranno in pensione certamente ce l'avranno, quindi - ha detto commentando le parole del numero uno dell’Inps, a margine di un convegno in Assolombarda - non so come interpretare questo.

Forse possiamo correggere così: tutte le persone che noi abbiamo salvaguardato avranno sicuramente la pensione secondo i vecchi requisiti.  "Se ci saranno - - ha proseguito il ministro Fornero - altre salvaguardie, e ne stiamo adesso discutendo una che riguarda un certo numero di persone che sono rimaste nelle maglie di decreti un pò troppo severi precedenti, anche queste andranno in pensione secondo le vecchie regole. Gli altri lavoratori - ha concluso - potranno andare in pensione con le nuove regole, ma questo dipenderà dai prossimi governi".

Giovani
- "Non bisogna mai essere troppo 'choosy', meglio prendere la prima offerta e poi vedere da dentro e non aspettare il posto ideale". Così il ministro del lavoro, Elsa Fornero, parlando dei giovani nel corso di un convegno nella sede di Assolombarda. "Bisogna entrare subito nel mercato del lavoro", ha spiegato, sottolineando che occorre "attivarsi" e "mettersi in gioco" in un mercato del lavoro che deve essere "più inclusivo e dinamico".A margine dell’evento, il ministro ha poi precisato di non avere detto che i giovani sono 'schizzinosi' nell’approccio al lavoro. "I giovani italiani - ha sottolineato - oggi sono disposti a prendere qualunque lavoro, tanto è vero che sono in condizioni di precarietà. In passato, qualche volta, poteva capitale ma oggi i giovani italiani non sono nelle condizioni di essere schizzinosi".

Sorge un dubbio. L'avrà detto a suo tempo anche alla figliola, Silvia Deaglio? A 37 anni, la rampolla di posti fissi ne ha due: professore associato di Genetica medica alla facoltà di Medicina dell'Università di Torino (dove insegnano padre e madre) e responsabile della ricerca alla fondazione Hugef. Si sarà accontentata.