venerdì 12 ottobre 2012

Il Tour de France: «Armstrong e il doping? Non riassegneremo quelle sette edizioni»

Corriere della sera

La maglia gialla dal 1999 al 2005 resterà vacante se l'americano sarà squalificato a vita

Armstrong, in maglia gialla, a un controllo  antidoping durante il Tour 2003 (Ansa/Thissen)Armstrong, in maglia gialla, a un controllo antidoping durante il Tour 2003 (Ansa/Thissen)

Il direttore del Tour de France, Christian Prudhomme, ha annunciato che in caso di squalifica a vita di Lance Armstrong per doping da parte dell'Unione ciclistica internazionale, e quindi di revoca di tutte le vittorie ottenute in carriera, le sette Grande Boucle vinte dall'americano dal 1999 al 2005 non saranno riassegnate.

«DOSSIER SCHIACCIANTE» - Fino a questo momento le edizioni revocate per doping sono sempre state riassegnate (nel 2006 da Landis a Pereiro, nel 201o da Contador ad Andy Schleck), ma adesso quei sette titoli sembrano destinati a rimanere vacanti. Prudhomme sta studiando il dossier di oltre 1000 pagine elaborato dall'Agenzia statunitense antidoping (Usada) contro Armstrong, e lo definisce «schiacciante». Il comportamento del ciclista americano «ha messo in discussione un sistema e un'epoca», ha aggiunto.

I corridori che non «vestiranno» una maglia gialla vecchia ormai quasi un decennio, in parte, non meriterebbero di essere investiti di un titolo proprio per gli stessi motivi di Armstrong. I secondi classificati di quelle edizioni, infatti, sono: lo svizzero Alex Zülle (secondo nel 1999); il tedesco Jan Ullrich (2000, 2001 e 2003); lo spagnolo Joseba Beloki (2002); il tedesco Andreas Klöden (2004) e l'italiano Ivan Basso (2005). Almeno due di loro creerebbero una situazione imbarazzante per Prudhomme e per il ciclismo: Ullrich ha già perso per squalifica tutti i titoli vinti dopo il 2005, l'azzurro nel 2006 non aveva preso parte - da favorito - al Tour perché ritenuto coinvolto nella Operacion Puerto, e il 7 maggio 2007 aveva ammesso di aver fatto uso di doping venendo squalificato per 24 mesi.


Redazione Online12 ottobre 2012 | 17:38

Lance Armstrong e la lotta al cancro «Ha sbagliato, resta un grande esempio»

Corriere della sera

Oncologi e associazioni: «Ha dato voce a giovani e adolescenti malati». Ma c'è chi accusa: «L'uomo ha deluso»

Lance Armstrong con il bracciale LiveStrongLance Armstrong con il bracciale LiveStrong

MILANO - «Un uomo carismatico, forte, ma anche timido, che parla della sua malattia con semplicità, come potrebbe fare chiunque. Un uomo che sa dare forza a chi si trova nelle sue stesse condizioni». Così Elisabetta Iannelli, vicepresidente dell’Associazione italiana malati di cancro (Aimac) e segretario nazionale della Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (F.A.V.O.), parla di un uomo che in questi giorni è sotto i riflettori per «il più sofisticato, professionale e vincente programma di doping che lo sport abbia mai visto»:

Lance Armstrong. Un uomo che ha fatto della sua battaglia contro il cancro una battaglia comune, che ha trasformato la sua malattia in "occasione" per parlare ai ragazzi, a tutte le persone malate di cancro dicendo loro: «Forza, puoi farcela». Un uomo che ha comunicato al mondo «ho un tumore ai testicoli» e se non è frequente che un malato oncologico parli del proprio male, questo vale soprattutto per chi viene colpito in una parte del corpo così delicata e "vitale". Un uomo che – se le accuse dell’Agenzia americana anti-doping si riveleranno vere – ha assunto sostanze dopanti (Epo, testosterone, corticosteroidi), fornendole anche ad altri corridori e mettendo così a rischio la salute di molti. Un uomo, due facce.

Video : Doping, parla la massaggiatrice di Armstrong

LA MALATTIA, IL RITORNO - «Ma il suo impegno per i malati di cancro, anzi per i sopravvissuti al cancro, è incredibile – scandisce Elisabetta Iannelli -. Come sportivo e come uomo può aver sbagliato, ma tutto quello che ha fatto non si cancella». Armstrong scopre di avere un tumore ai testicoli nel 1996, quando ha 25 anni. Dopo due anni di malattia e cure pesantissime (per metastasi al cervello e ai polmoni), nel ’98 il ciclista texano si sente dire dai medici che ha sconfitto il tumore.

Il corpo, la forza, sono di nuovo a sua disposizione: torna subito in pista e dal 1999 al 2005 riesce in un’impresa pazzesca, vince sette Tour de France consecutivi. Proprio quei sette anni sono sotto la lente dell’Usada (U.S. Anti-Doping Agency), che sul suo sito ha pubblicato il rapporto: mille pagine di accuse, ricostruzioni, testimonianze soprattutto. Dopo la malattia Armstrong non ha solo collezionato trofei: ha anche fondato la Lance Armstrong Foundation e ideato un logo ("LiveStrong"), che si è diffuso in tutto il mondo grazie al famosissimo braccialetto giallo.

TESTIMONIAL VINCENTE - «Con la sua Fondazione sostiene e dà speranza ai pazienti di ieri e di oggi, a coloro che hanno vinto o stanno cercando di vincere un tumore – spiega Iannelli, che ha conosciuto Armstrong a Dublino nel 2009, a una convention organizzata dalla Fondazione per formare e sostenere le associazioni di pazienti in tutto il mondo -. È un testimonial forte e vincente, ha messo la sua esperienza al servizio di tutta la comunità, muovendo tantissime energie, ha avuto la lungimiranza di collaborare con le istituzioni oncologiche esistenti.

Ha promosso la "World Cancer Declaration" e la Dichiarazione sulle malattie non trasmissibili emanata dalle Nazioni Unite. Tutto questo non viene cancellato dalle accuse di doping. Armstrong resta un esempio in cui tante persone si sono identificate trovando la motivazione e la forza per andare avanti». Resta il fatto che il 24 agosto l'Usada ha ufficializzato la decisione di squalificarlo a vita, annullando tutti i suoi risultati sportivi dal 1998 in poi, compresi i sette Tour de France, e il 5 settembre è uscito il libro dell'ex-compagno di squadra alla US Postal Tyler Hamilton dal titolo "The Secret Race", dove si descrivono dettagliatamente le pratiche dopanti adottate nella squadra ai tempi delle vittorie di Armstrong.

QUEI GIOVANI «ORFANI» - Ma resta anche il fatto che Lance Armstrong «è riuscito a dare voce agli adolescenti malati di tumore, un gruppo di pazienti che è sempre stato "orfano" perché poco ascoltato - come spiega Andrea Ferrari, oncologo pediatra dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano e coordinatore del Gruppo di Lavoro Tumori Rari e del Comitato Adolescenti dell’Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica (Aieop) –. Per i giovani adulti e gli adolescenti malati di tumore ai testicoli ha davvero cambiato la storia. Con risultati strabilianti.

Ora la sua Fondazione è una "macchina da guerra" e ha raccolto fondi enormi per la ricerca». Grazie ad Armstrong, gli adolescenti e i giovani uomini sono usciti dal cono d’ombra, si sono sentiti liberi di parlare della propria malattia, hanno avuto più forza nell’affrontarla. Ma sono gli stessi giovani che in palestra o nelle gare sportive rischiano di assumere sostanze illegali, dopanti, per "dare di più". E allora, il modello luminoso rimane tale? Secondo Ferrari, doping o no, «Armstrong resta un esempio valido: è tornato a correre, ha vinto, si è rialzato, è tornato alla normalità. Ha fatto cose gigantesche. Ha sbagliato? Tornare alla normalità vuole anche dire tornare a sbagliare».

«L'UOMO HA DELUSO» - È più duro il commento di Stefano Cascinu, responsabile dell’Oncologia Medica nell’azienda ospedaliera universitaria di Ancona e presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), che da tre anni promuove "Non fare autogol", iniziativa per la sensibilizzazione degli adolescenti italiani sui principali fattori di rischio oncologico che ha per testimonial i calciatori di tutte e 20 le squadre di Serie A.

«Armstrong ci ha messo la faccia, la sua Fondazione ha realizzato e continua a realizzare progetti eccellenti – dice Cascinu -, ma di certo l’uomo e lo sportivo hanno deluso. Noi stiamo facendo progetti con sportivi per dare esempio di vita ai ragazzi. Il testimonial è fondamentale per parlare di prevenzione e malattia ai ragazzi, ed è importante che chi è un esempio capisca il peso del suo ruolo. Armstrong è una delusione per i pazienti che hanno creduto in lui e non è un buon esempio né sportivo, né per l’insegnamento della salute e della prevenzione ai ragazzi».

IL RIMBALZO EUFORICO - Riccardo Torta, direttore dell’unità di psicologia clinica e oncologica dell’ospedale San Giovanni Battista e docente all’Università di Torino, spiega così la "parabola" discendente dell'ormai ex campione texano: «Il grande desiderio di recupero fisico e di competitività può averlo spinto a usare sostanze dopanti. Non è certo attenuante per lo sportivo e per chi ha voluto fare da esempio, ma è una motivazione forte per l’uomo. Voleva tornare, per sé e per il mondo.

Per tutti i malati usciti guariti dalle cure c’è un impatto emotivo forte, molti attraversano una fase di "onnipotenza", un rimbalzo emozionale euforico, quella che noi chiamiamo crescita post traumatica. Armstrong si era sentito tradito dal corpo con cui aveva un rapporto più stretto di altri, è normale il culto del proprio fisico da parte di chi fa sport, soprattutto sport duri come il ciclismo. Condanniamo l'atleta, come tutti gli altri che hanno vinto truffando. L’uomo invece ha una scusante in più: era psicologicamente più fragile. Combatteva non solo per vincere, ma per dimostrare a se stesso e agli altri che poteva ancora farcela». Come lui tanti altri, con il rischio di cadere nella trappola del doping. E se Armstrong tirasse fuori un'altra volta la sua forza leggendaria e dicesse «perdonatemi, ho sbagliato»?

Laura Cuppini e Vera Martinella
(ha collaborato Maria Strada)
12 ottobre 2012 | 19:27

Due cani come Romeo e Giulietta: veglia da una settimana sulla compagna morta

Il Messaggero


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ROMA - Li chiamano Romeo e Giulietta e da un piccolo paesino russo nella regione di Perm sono diventati delle celebrità della rete: tutto merito di un anonimo che ha caricato su YouTube il video di un cane che veglia da una settimana sul corpo senza vita della sua compagna, a quanto sembra investita da un'auto. Un'amore - è proprio il caso di dirlo - senza confini.

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Chi sgarra lo crepiamo di palate»: così il clan investiva sull'assessore della giunta Formigoni

Corriere della sera

Zambetti dal carcere: «Non sapevo che quelle persone fossero della 'ndrangheta»


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MILANO - «È sempre meglio averlo, un amico» in Regione Lombardia o al Comune di Milano. Anche perché, se un politico poi non si conferma «la persona seria» che ai clan di 'ndrangheta sembra quando gli si offrono i voti e lui li accetta, c'è sempre modo di rimediare: «Sennò dopo andiamo a prenderlo e lo crepiamo, parliamoci chiaro..., lo andiamo a prendere in ufficio e lo... lo crepiamo di palate».

Il candidato «risorsa di tutta la cosca»
L'«amicizia» prima di tutto, ripetono in continuazione i boss nei colloqui intercettati dall'inchiesta del pm milanese Giuseppe D'Amico. Ma l'idea di «amicizia» coltivata dalle cosche - quelle che «ce l'abbiamo in pugno» l'assessore di Formigoni alla Casa, Domenico Zambetti, arrestato mercoledì per voto di scambio, concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata - è un accorto investimento sul futuro nel particolare «mercato dei voti», dove «le regole - riassumono gli inquirenti - sono molto semplici: da una parte il politico ha necessità di aumentare il pacchetto di preferenze elettorali per incrementare il consenso politico e ricoprire un incarico maggiormente significativo nelle istituzioni pubbliche, dall'altra le cosche hanno l'interesse a incassare sia denaro sia maggiori vantaggi che possano derivare dai futuri incarichi ricoperti dal candidato, il quale, da quel momento, volente o nolente, diviene una risorsa che la consorteria impiega per consolidare il proprio potere sul territorio».

«Aiutiamolo, un appaltino non si sa mai...» Se questo è l'obiettivo, gli «amici» nei clan mettono in conto persino qualche piccolo iniziale sacrificio di tasca loro, proprio come avviene quando si investe sul futuro. Lo rivela bene uno dei due ambasciatori delle cosche calabresi nei rapporti con i politici lombardi, Eugenio Costantino, un giorno in cui con un complice non parla dei 200.000 euro per 4.000 voti propiziati nelle regionali 2010 all'assessore Zambetti, ma dei 500 voti appoggiati sulla campagna 2011 per il Comune di Milano della ignara figlia Sara dell'ex presidente del Consiglio comunale Vincenzo Giudice: il quale, per gli inquirenti, stringe l'accordo ma non vuole pagare in denaro i voti offertigli da una apparente cordata di professionisti calabresi, dicendosi però disponibile a dare poi una mano nei lavori della metrotranvia di Cosenza, appaltata alla società della Metropolitana milanese che all'epoca presiedeva.

«Quello - riferisce ai complici Costantino - dice di non avere una lira... questo qua ha promesso davanti a me e a un altro testimone che, se la figlia prende un po' di voti, "io vi garantisco che qualche lavoro riesco a darvelo, soldi non ne ho, però se trovo i vostri voti io vi aiuto con il lavoro, con il lavoro a me mi è molto più semplice", ha detto. Arrivati a questo punto cosa facciamo? Gli diamo una mano lo stesso, però prendiamo accordi per lavori successivi - delinea Costantino -. Magari qualche voto glielo facciamo dare lo stesso». Perché «ohh non si sa mai, crearsi un amico in più non fa mai male, un nemico non fa bene... è sempre a Milano, qualche appaltino ce lo può passare...

Per esempio adesso abbiamo aiutato questo di Milano e grazie a noi ha preso 500 voti, magari abbiamo bisogno del Comune di Milano e possiamo andare, perché è dentro al Comune». Così poco a poco, osservano gli investigatori, «un atteggiamento parassitario lentamente sta spostando l'ago della bilancia in favore delle cosche che, sfruttando questa risorsa, sono in grado di accrescere a dismisura il loro potere sul territorio. La vincita degli appalti, al di là di indubbi vantaggi economici, è in grado di alimentare ulteriormente quel serbatoio di voti da orientare nelle successive consultazioni elettorali, creando lavoro all'interno della stessa comunità calabrese. E questo rappresenta quel sottile meccanismo in grado di mettere nelle mani di pochi (le cosche) la possibilità di deviare i flussi elettorali».

Zambetti e Crespi respingono le accuse
Zambetti (che oggi, difeso dall'avvocato Giuseppe Ezio Cusumano, verrà interrogato dal gip Alessandro Santangelo) si dice molto scosso dal carcere, dove soffre diabete e pressione alta, respinge gli addebiti e confida che i magistrati lo riconoscano. Afferma di non aver saputo che le persone che dicevano di volerlo appoggiare fossero dei clan, nega di aver barattato soldi con voti, sostiene di aver solo pagato modesti rimborsi per ristoranti elettorali, accenna di aver poi avuto paura a partire da una lettera minatoria.

Anche il sondaggista Ambrogio Crespi (fratello di Luigi), arrestato, ma come asserito collettore di voti, e anch'egli interrogato oggi con l'avvocato Marcello Elia, respinge le accuse: lamenta di essere vittima solo di quanto altre persone direbbero di lui al telefono, rimarca di non essere stato a Milano nel periodo caldo delle elezioni 2010, spiega l'enfatizzata conoscenza con Vallanzasca solo con l'intervista alla moglie dell'ex bandito nel dicembre 2011 sul suo giornale online Il Clandestino , e ricorda quanti pochi voti prese perfino per sé quando nel 2006 si candidò.

«Ringraziare» per la «bella figura» Il meno che si possa intanto dire è che chi fa politica non è schizzinoso. Ecco ad esempio Giudice (indagato per l'ipotesi di corruzione), dopo che la figlia ha preso oltre 1.000 voti in Comune, al telefono con quello che crede essere un avvocato calabrese e non sa sia un 'ndranghetista, ma dal quale sa di aver ricevuto l'offerta di voti in cambio di soldi.
 
Costantino: «Allora Enzo, contento o no?».
Giudice: «Contento sì per lei, ha fatto un risultato eccezionale, peccato non ci sia la possibilità di entrare perché questa cavolo di lista non ha preso i voti necessari».
Costantino: «E vabbe', lei ha fatto bella figura, l'importante che non ha fatto un fiasco, è quello che si voleva no?».
Giudice: «Esatto, esatto».
Costantino: «Ho detto "spero che Enzo sia rimasto contento"...». Giudice: «Assolutamente sì... Poi stavamo vedendo anche come organizzarci per ringraziare... quelli che ci hanno aiutato...».
Costantino: «Non c'è problema, quando vuoi. Noi siamo qua...».



Luigi Ferrarella
12 ottobre 2012 | 8:55

Londra, i laburisti contro Facebook “In Irlanda per non pagare le tasse”

La Stampa

La quasi totalità delle vendite passa da Dublino. Apple, Amazon, Google ed eBay seguono lo stesso schema. L’accusa del parlamentare: “Usano la struttura internet del nostro Paese ma non danno alcun contributo"

andrea malaguti
corrispondente da londra


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Antisocial network. Anzi, secondo il parlamentare laburista Jhon Mann che ha coniato la sgradevole definizione, persino peggio. «Queste aziende sono false e immorali». Perché? Perché quando ci si mette a tavola a fare i conti della serva, si scopre all’improvviso che il futuro brillante offerto da un pianeta interconnesso, in cui basta un click per vagare da un lato all’altro della terra, non è poi così rassicurante. Se merci e messaggi danzano tra un oceano e l’altro annullando il tempo e lo spazio, le aziende che incassano i proventi di questa nuovo mondo meravigliosamente ubiquo fissano invece i loro quartieri generali in luoghi fisici in cui le tasse sono pressoché uno scherzo. L’Irlanda ad esempio, vero paradiso di chi pensa virtuale. 

A fare infuriare l’inquieto John Mann sono stati i numeri legati agli affari Facebook in Inghilterra. Un giro da 175 milioni in dodici mesi che ha portato soltanto 238 mila sterline nelle casse di Sua Maestà. La quasi totalità delle vendite passa da Dublino ed è dunque lì che finiscono le fatture. Moralmente discutbile, ma sostanzialmente legale. Tanto che anche Apple, Amazon (il sito di vendite più popolare in Gran Bretagna, con un giro d’affari 3.2 miliardi), Google e eBay hanno fatto ricorso allo stesso contestato schema. La cassaforte londinese è rimasta a secco, ma i cinque giganti del web hanno risparmiato nel 2011 una cifra calcolata in circa 640 milioni di sterline. «Questi colossi beneficiano della struttura internet del nostro Paese ma non danno alcun contributo.

E’ come se guidassero una macchina senza pagare il bollo», ha gridato Mann, suggerendo poi al governo di introdurre una nuova tariffa - «piccola, ma significativa» - sul traffico in rete. «Perché il Regno dovrebbe investire tanto sulla banda larga se poi chi la usa ci ignora? Nel sistema ci sono troppe scappatoie». Social o antisocial, dunque? Squaletti senza scrupoli o benefattori dell’umanità? 

Mentre il dibattito monta in maniera un po’retorica - va da sé che la globalizzazione senza regole e senza politica è solo Far West - l’Independent ricorda velenosamente alcune recenti orgogliose dichiarazioni del geniale-bimbo-ricco Mark Zuckerberg: «Facebook non è stato creato per essere un’azienda, ma per svolgere una missione sociale: fare del mondo un posto più aperto e connesso». Splendido. Anche se guardando il suo impero da fuori il dubbio rimane: non sarà che tutto il potere accumulato da Zuckerberg abbia finito per inasprirlo, omologarlo, corromperlo e logorarlo? 

L’eterno ritorno dei vituperati nomi sulla scheda

La Stampa

Dalla Lombardia al Lazio, gli scandali da recordman


MATTIA FELTRI
ROMA



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Una lettura consigliata è quella della relazione che il Prefetto di Reggio Calabria ha spedito al ministero dell’Interno. Sono 231 pagine in cui si racconta di come la mafia, attraverso la politica, si è presa la città. Pino Plutino, assessore all’Ambiente (scrive il gip), «ha beneficiato sia delle preferenze elettorali provenienti direttamente dagli affiliati» della cosca dei Caridi sia di un sostegno costante evoluto in «alterazione della libera competizione elettorale». A Reggio Calabria - dice chi indaga, poi si vedrà - ogni boss, ogni clan, ogni quartiere aveva il suo politico di riferimento a cui consegnare chili di voti in uno strepitoso mutuo soccorso.

L’assessore lombardo Domenico Zambetti, per i medesimi motivi, si era appoggiato alla ’ndrangheta da cui acquistò quattromila voti al prezzo di cinquanta euro l’uno, per un totale di duecentomila euro. Gli servivano per entrare in consiglio fra trombe e tamburi, e gli riuscì, e ne ricavò un assessorato di quelli di lusso, alla Casa. Non è che quelle preferenze gli siano costate soltanto in denaro. Ricevette minacce. Fece favori. «Lo abbiamo in pugno», dicevano i boss, i quali naturalmente puntavano alla ciccia sugosa, i lavori per l’Expo.
Scandali e scandaletti recenti sono il giro d’Italia attorno ai campioni delle preferenze, come li ha definiti Roberto De Luca, docente di Sociologia e Scienze della politica dell’Università della Calabria. In suoi numerosi studi (pubblicati anche dal Mulino) è spiegato che le preferenze impongono una campagna elettorale permanente, un’organizzazione articolata ed efficace, la disposizione di serate e convegni e cene, e poi volantini e comparsate in tivù e sui giornali. Roba costosa.

I casi del Lazio spiegano perfettamente come crescano i costi della politica (oltre a una naturale voracità umana). Franco Fiorito, il consigliere ciociaro del Pdl, era stato eletto con quasi 30 mila voti di preferenza, e dalle sue parti ricordano una campagna elettorale sfarzosa, muri tappezzati, camion coi manifesti, orchestrine. Un caravanserraglio che Fiorito ha dovuto mantenere anche dopo essere stato eletto, sennò si rischia l’oblìo e uno più furbo, o più briccone, si piglia il banco. Vale per Samuele Piccolo, il ragazzo d’oro del Pdl che nel 2008, a 27 anni, entrò nel consiglio comunale di Roma col record di preferenze: 12 mila. Pochi mesi fa è stato arrestato con l’accusa di aver costituito una associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale. I denari che ne ricavava servivano (sempre parola di chi indaga) per noleggiare le sale dei ristoranti, per stipendiare i ragazzi del call center a disposizione della sua struttura o per i santini. 

Non è un’equazione: nel 2010 Maurizio Cevenini a Bologna raccolse più preferenze di Silvio Berlusconi e in percentuale fu il più votato d’Italia, ed era un galantuomo. Però anche Vincenzo Maruccio, il consigliere laziale dell’Idv accusato di essersi messo in tasca quasi 800 mila euro, si insediò alla Pisana (da esordiente, perché aveva fatto un giro da assessore nella giunta Marrazzo, e arrivava dal nulla, se non dalla devozione a Tonino Di Pietro) con ottomila preferenze, primo degli eletti nel suo partito. Che la questione sia complicata lo ha detto anche un’autorità come Alfredo Vito, che nella Prima repubblica era chiamato “mister centomila preferenze”, sebbene a Napoli arrivasse anche a 150 mila. Le preferenze furono abolite proprio per le distorsioni che provocavano, «ma adesso è peggio», ha detto Vito a febbraio al Mattino. «Oggi la malavita ha rapporti organici coi partiti, e il rischio è che il voto sia filtrato dai clan».

Ma quanti abitanti ha Roma? Un mistero, i conti non tornano

Jacopo Granzotto - Ven, 12/10/2012 - 08:54

Le cifre ufficiali parlano di meno di tre milioni di residenti. Numeri che però non considerano una variabile impazzita: i pendolari

Il dubbio sorge spontaneo, basta uscire di casa.


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Secondo l'ultimo, sondaggio Istat, Roma conterebbe due milioni e settecentomila abitanti. Possibile? Il censimento risale al 2001, quello nuovo esce nel 2013. Incredibile, ma vero. Parigi, Istanbul hanno tre-quattro volte gli abitanti di Roma eppure, in confronto, sembra di vivere in campagna. Benvenuti nel tritacarne degli invisibili che ogni giorno costruiscono case invisibili (soprattutto al fisco) e che prendono la visibilissima macchina.

Una città che si estende ogni anno di più fuori dal grande raccordo anulare e, lo sapevate? ha un'estensione maggiore di New York (Ostia che è comune di Roma sta a 36 chilometri dalla capitale...). Alla fine scopri che il segreto sta nei temibili pendolari, quelli che hanno la residenza altrove, motivi fiscali, ma che comunque sono presenti: non si sa quanti siano, restano in città fino al venerdì pomeriggio e intasano. Anche per questo motivo le case, qui come a Milano, non sono scese di prezzo: c'è domanda e si specula. Due milioni e sette? I conti non tornano.

Stabilire con attendibile certezza quanti siano gli abitanti di questa benedetta città è dura, lavoro di pochi numeri e molto intuito. Eppure, nonostante la fuga dal centro storico sembra palese che la cifra dell'Istat sia da raddoppiare. Sul web furoreggia il dibattito: la leggenda metropolitana vuole che nei giorni feriali siano otto milioni le presenze, un ingestibile inferno, una scommessa nata persa per i sindaci prossimni venturi. Esagerato? Forse no.

Detto questo, nulla di nuovo. Nessuno, sin dai tempi dell'antica Roma, è mai riuscito a capire bene quanti siano i romani in città. Anche perché dal centro a uno dei tanti quartieri periferici dove una volta si pascolavano le pecore e si coglieva il cicorione (Selva Nera) si devono percorrere sedici chilometri di ingorgo a cinque all'ora. La città continua ad allargarsi e a moltiplicare i presenti. Ma molti dei nuovi arrivati vengono dalla Romania e, presumibilmente, non hanno mai avuto a che fare col modulo Istat.

E poi c'è il rebus dell'area metropolitana, Aprilia compresa, che conta quattro milioni e duecentomila presenze, quasi tutti lavorano a Roma e si muovono in auto. «C'è poco da fare, questo è un irrisolvibile problema che riguarda tutte le grandi città europee e Roma non fa eccezione - ci spiega Giuseppe Sindoni, responsabile Istat dei servizi sul censimento della popolazione.

La realtà percepita è assai diversa dai dati ufficiali, misurare il numero delle persone è impossibile, la difficoltà è oggettiva. Sono stato recentemente a Lussemburgo che conta ottantamila abitanti, sono molti di più; Londra rimborsa i pendolari che non hanno i soldi per viverci, ma intanto ci lavorano e così via...». Insomma, anche da queste parti c'è uno scollamento tra il dato dei residenti e le persone presenti, una forbice appesantita dalla presenza del mezzo privato. Tra questi settecentomila anarchici scooteroni, record mondiale da condividere con Saigon e una seria minaccia per l'incolumità del pedone.

Ma torniamo a Roma. «Intanto - continua Sindoni- a quei due milioni e sette ufficiali vanno aggiunti altri centomila dai dati anagrafici, dunque arriviamo a sfiorare i tre milioni». Altri dati, quelli definitivi promettono all'Istat, arriveranno entro il 2013, probabilmente già in estate. «Sì, e lì si potrà avere un quadro più attendibile della situazione, tenendo comunque conto che se vediamo le statistiche anagrafiche la popolazione mensile è decrescente». Un rompicapo.

«Pronostici non se ne possono fare - conclude - forse si può prevedere che quel quasi tre milioni cresca un po'». Vabbè. Chiuso il capitolo numeri che tanto non se ne esce, meglio giocare un po' con l'intuito in attesa del rilevamento 2013. Allora, diciamo 3 milioni e mezzo di residenti ufficiali (ci allarghiamo), più circa un milione di pendolari (sicuro!), più quattro-cinquecentomila immigrati invisibili ma circolanti. Fanno 5 milioni tondi tondi. Eppure sembrano ancora pochini.

La Chiesa rinunci ad avorio e pellicce»

Corriere della sera

L'appello dell'Enpa a Benedetto XVI: «Sofferenza e dolore dietro la produzione di pelli di ermellino. Fatene a meno»

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«Indossare pellicce o acquistare oggetti di avorio, pertanto, è del tutto estraneo alla sensibilità religiosa. Gli insegnamenti di San Francesco parlano di amore per gli animali e di un rapporto rispettoso della loro vita e dei loro diritti». È per questo motivo che l'Enpa, l'Ente nazionale protezione animali, ha deciso di rivolgersi direttamente a papa Benedetto XVI per chiedere alla Chiesa di fare un passo indietro sull'uso di pellicce e avorio nel confezionamento di abiti, paramenti e suppellettili liturgiche. Una richiesta accompagnata da una raccolta di firme internazionale (QUI la petizione) che porti al Vaticano la voce di almeno 100 mila persone da tutti e cinque i continenti.

SALVIAMO GLI ELEFANTI - L'obiettivo è salvaguardare soprattutto ermellini ed elefanti, specie ormai a rischio, la cui caccia è alimentata soprattutto dal mercato delle pelli e dell'avorio. E una parte della domanda arriva proprio dagli ambienti ecclesiastici che ancora oggi prevedono l'uso di materie prime derivanti dall'uccisione di animali che non sarebbero cacciati per altri scopi, ad esempio quelli alimentari. Di qui la decisione di avviare una petizione senza frontiere attraverso avaaz.org. «Con questa iniziativa - spiegano all'Enpa - intendiamo chiedere a Sua Santità e a tutto lo Stato Vaticano, di rinunciare all'acquisto e all'utilizzo dell'avorio e delle pellicce di ermellino, oggetti che provocano l'inutile uccisione di migliaia di animali, anche protetti».

«Acquistando l'avorio - aggiunge l'associazione - si finisce inevitabilmente per alimentare anche il bracconaggio di cui sono vittime gli elefanti, che, lo ricordiamo, vengono uccisi in maniera barbara ed illegale. Altrettanto inutile e dannoso è l’uso delle pellicce, soprattutto quelle di ermellino, ottenute con la morte di moltissimi animali, uccisi in natura oppure dopo una vita trascorsa negli allevamenti, spesso in terribili condizioni di detenzione. In questo modo, gli speculatori si arricchiscono. A farne le spese, oltre ai poveri animali, anche le popolazioni locali costantemente impegnate nella difesa della biodiversità che rappresenta la vera ricchezza delle comunità più povere».

PELLICCE E RITUALI - Le pellicce di ermellino sono ancora oggi largamente utilizzate nei paramenti sacri. Il pontefice, ad esempio, indossa durante i mesi invernali una mozzetta (una sorta di mantellina rossa indossata sopra al rocchetto e all'abito talare) bordata di ermellino e diversi alti prelati ne indossano una completamente di ermellino, e quindi tutta bianca, sopra alla cappa magna, ovvero l'abito a strascico indossato in occasione delle cerimonie solenni. Di avorio sono invece forgiati molti calici e ostensori utilizzati durante messe e celebrazioni.

FABBRICHE DEL DOLORE - «In tutto il mondo sono numerosissime le persone che ritengono le pellicce contrarie ai propri dettami etici e il loro numero cresce di giorno in giorno – fa notare ancora l’Enpa -. Tutti conoscono ormai la triste vita degli animali da pelliccia, rinchiusi in gabbie anguste dove arrivano a ferirsi ed ad autolesionarsi per poi essere uccisi. Si tratta di vere e proprie fabbriche di dolore e di morte che soprattutto oggi non hanno veramente alcun senso di esistere: chi utilizza pellicce finisce per diventare responsabile della sofferenza di moltissimi esseri viventi».


Al. S.
@lex_sala11 ottobre 2012 | 21:02