martedì 9 ottobre 2012

Apple, la class action dei consumatori italiani per la garanzia di due anni dei prodotti

Corriere della sera

«Cupertino non rispetta le norme europee sull'estensione delle garanzie». L'azione dopo il monito della Commissione Ue
Nuovi guai per Cupertino e questa volta il fuoco incrociato arriva dall'Italia. Federconsumatori e il Centro Tutela Consumatori e Utenti (Ctcu) di Bolzano hanno avviato una class action contro le società del colosso Apple per reiterazione in riferimento al diritto di garanzia biennale. Un'azione legale che era già nell'aria, dopo che il commissario alla Giustizia dell'Unione Europea, Viviane Reding, aveva esortato i paesi membri dell'Ue a vigilare sul rispetto delle norme Ue che impongono una garanzia di due anni.


CatturaDOPO LA MULTA DELL'ANTITRUST - L'obiettivo dell'azione è «ottenere per i consumatori il risarcimento di tutti i danni conseguenti ai comportamenti passati e presenti delle aziende del Gruppo Apple». Lo scorso 21 dicembre - ricorda il Ctcu - l'Antitrust ha condannato tre società del Gruppo Apple a pagare sanzioni per quasi un milione di Euro. «Le società - prosegue la nota - sono state ritenute responsabili di pratiche commerciali scorrette e precisamente: non hanno informato in modo adeguato i consumatori circa i loro diritti di assistenza gratuita biennale sui prodotti venduti limitandosi invece a riconoscere la sola garanzia commerciale di un anno di Apple; in merito alla natura, al contenuto ed alla durata dei servizi di assistenza aggiuntiva offerti ai consumatori in occasione dell'acquisto di un bene di consumo non hanno chiarito

adeguatamente il diritto del consumatore alla garanzia biennale di conformità da parte del venditore così da indurli ad attivare un rapporto contrattuale nuovo, a titolo oneroso, il cui contenuto risultava in parte sovrapposto ai diritti già spettanti in forza della garanzia legale, che non prevede addebito di costi o limitazioni». Lo scorso maggio il Tar del Lazio ha confermato le sanzioni, condannando anche alle spese di lite le società del Gruppo Apple. «È notizia di questi giorni che l'Antitrust ha riaperto il Caso Apple in quanto le aziende continuerebbero a disattendere il Codice del Consumo.

PREOCCUPAZIONI PER L'IPAD MINI - Ma i problemi per Cupertino non sono finiti. Le voci su un'imminente presentazione del nuovo iPad Mini (una versione più piccola dell'iPad, il cui lancio non è ancora stato ufficialmente confermato da Apple) si fanno sempre più insistenti. Secondo il Wall Street Journal, la compagnia guidata da Tim Cook avrebbe già ordinato ai fornitori asiatici 10 milioni di schermi più piccoli di quelli dell'iPad (apparentemente attorno ai 7.8 pollici), un numero quasi doppio alle forniture richieste da Amazon.com per il Kindle Fire. Secondo le fonti, rigorosamente anonime, Apple avrebbe in mente di produrre tra i 9 e i 10 milioni di mini-tablet nel quarto trimestre.

Nel frattempo, il vortice di indiscrezioni non fa bene al titolo di Apple: oggi in ribasso dell'1,9% circa a 625,9 dollari, le azioni sono del 9% più basse rispetto al record intraday fissato il 21 settembre a 705,07 dollari e del 3% al di sotto della media degli ultimi 50 giorni a 658 dollari. Inoltre i dieci milioni di iPad Mini minacciano le vendite del Nuovo iPad, l'ultimo tablet lanciato da Apple. Gli esperti avvertono che, considerando il successo dei tablet concorrenti di piccola dimensione, i clienti preferiranno l'iPad Mini rispetto al modello precedente, troppo ingombrante e pesante. «L'iPad Mini rischia di eclissare il nuovo iPad» - ha avvertito Brian White di Topeka Markets al blog All Things Digital - «perché la sua dimensione e maneggiabilità saranno molto apprezzate».


Redazione Online9 ottobre 2012 | 19:53

Vota Stefano, il cane politico che sfida la la casta siciliana alle prossime elezioni

Libero

L'iniziativa provocatoria è opera di alcuni cittadini di Favara, in provincia di Agrigento


Cattura
Secondo gli ultimi dati, il cagnolino, un bull dog francese, potrebbe addirittura superare la soglia di sbarramento e dare del filo da torcere agli altri candidati 
"Vota Stefano, è meglio un cane politico che un politico cane". Questo lo slogan di alcuni manifesti elettorali apparsi in Sicilia.

Il candidato in questione è un simpatico bull dog francese e, secondo gli ultimi dati, potrebbe addirittura superare la soglia di sbarramento. Stefano, che rappresenta il "Partito della rabbia", è protagonista dell'iniziativa provocatoria di alcuni cittadini di Favara, in provincia di Agrigento.

Passaporto elettronico ricevuto comodamente a casa? Sono 8,20 €, prego

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Sulla Gazzetta Ufficiale del 3 ottobre 2012 (n. 231) è apparso il Decreto Ministeriale del 3 maggio, provvedimento che quantifica l’importo dell’onere posto a carico dell’interessato che voglia ricevere il passaporto elettronico al proprio domicilio. Il costo del servizio a carico del richiedente per ricevere il passaporto elettronico a casa, senza perdersi nei labirinti degli uffici, è stato fissato in € 8,20. La spedizione speciale avverrà con apposito invio fornito in assicurazione e eseguito da operatori postali,ai quali dovrà essere direttamente consegnata la cifra. Il servizio è chiaramente facoltativo e sarà reso operativo decorsi 45 giorni dalla pubblicazione del decreto (quindi a metà di novembre).

Lo smarrimento, o qualsiasi altro episodio di mancata consegna del plico contenente il passaporto, perso nei meandri delle cassette postali, dà esclusivamente luogo ad un indennizzo pari a € 50,00: previa presentazione di apposito reclamo, verrà corrisposto direttamente dalla Società che gestisce la stessa consegna a domicilio. All'uopo il Ministero dell'interno delega sin d'ora alla riscossione dell'indennizzo il destinatario richiedente.

Visto il prezzo della consegna e del passaporto in sé (oscillante tra i 44 e i 45 € a seconda della dotazione totale delle pagine), supera la cifra dell’eventuale indennizzo, bisogna augurarsi massima efficienza.
Passaporto 2.0. Quello elettronico ha varie caratteristiche innovative: la stampa anticontraffazione e un microchip che consente la registrazione dei dati (riguardanti il titolare e l’autorità del rilascio) permettono massima garanzia. Ora non resta che attendere una dotazione più capillare lungo il territorio italiano.

L'esultanza degli amici italiani del Caudillo

Corriere della sera

I protagonisti della sinistra radicale che festeggiano l'ennessimo successo elettorale di Chavez

Cattura
Alle quattro del pomeriggio, Fausto Bertinotti sa tutto, ha letto tutto, ha visto tutto (del resto, a quest’ora, molti altri personaggi di una certa sinistra italiana sono pronti a valutare e festeggiare l’ennesimo successo elettorale di Hugo Chávez: Nichi Vendola sta filando in macchina verso Bari, ci sono gallerie, il cellulare non prende, «ma se mi richiama tra un po’, le faccio un bel ragionamento»). Bertinotti — ex líder máximo rifondarolo ed ex presidente della Camera — è a casa.

BERTINOTTI - «Vuol sapere se sono sorpreso della vittoria di Chávez? No, io non avevo alcun dubbio che sarebbe finita così». Un ottimismo, il suo, non scontato. «Ma no, al contrario... Vede, Chávez ha vinto ormai troppe elezioni, e le ha vinte tutte democraticamente: e questo sa cosa significa? Che il suo successo ha basi solide, che siamo ben oltre forme di carisma, siamo al di là dell’estemporaneità...». Basi solide. Con qualche crepa di scarsa democrazia. «Ecco! Con che spocchia, mi chiedo, noi che in Italia e in Europa viviamo davvero nella costante sospensione della democrazia, ci permettiamo di criticare...

Sì, lì ci sono dei limiti, è vero: ma noi, da qui, noi davvero possiamo dare lezioni di democrazia a Chávez? Io mi soffermerei su altro». Per esempio? «Sul modello di welfare creato da Chávez. Un modello che si può discutere, che passa dalle case date ai poveri e arriva a una politica forse troppo assistenzialista: ma che ha la forza di essere stato creato addosso a quel Paese, tagliato su misura come un sarto taglia un vestito. Non sfuggirà anche ai più tenaci nemici di Chávez che il Venezuela è il paese sudamericano dove minore è la distanza tra poveri e ricchi».

VENDOLA - Mezz’ora dopo, Nichi Vendola — presidente della Regione Puglia, gran capo di Sel e candidato alle primarie del Pd — usa toni anche più enfatici di Bertinotti. Sentite. «Al netto di errori, anche grossi, come l’amicizia con l’Iran e qualche altra tentazione luciferina, al netto di tutto questo Chávez resta l’artefice, il protagonista d’una sperimentazione concreta di lotta contro la povertà». Meglio sarebbe se certe sperimentazioni avvenissero in un’atmosfera di concreta libertà. «Guardi, noi non dobbiamo più cercare tipi o idealtipi...» (a Vendola, quando s’appassiona, e capita di frequente, scappano termini complessi ed eleganti). Tipi o idealtipi che... prosegua... «Beh, sì, insomma: che ci compensino della rivoluzione smarrita...

Quindi, come è chiaro che sul tema delle libertà civili non possiamo fare sconti a nessuno, è altrettanto chiaro che, per un’altra volta ancora, Chávez esce vincitore dal responso delle urne grazie anche ad una straordinaria mobilitazione delle fasce più povere». Una mobilitazione che, secondo alcuni osservatori, non sarebbe stata del tutto spontanea. «Senta: io non ho il mito di Chávez, però ho una profonda simpatia per quel laboratorio chiamato "rivoluzione bolivariana", un’esperienza che ha fatto invecchiare la stella di Cuba, perché Chávez, questa è la profonda verità, riesce dove Fidel ha fallito». I suoi discorsi faranno sobbalzare molti nel Pd. «Ah ah ah! Sì sì, certo, immagino... e allora le aggiungo pure che dal Sudamerica arriva una bella lezione anche per la sinistra italiana: perché lì non ci si misura con le biografie dei protagonisti politici, ma con i problemi reali della gente».

LA GARA POLITICA - Riepilogando: nient’affatto feriti da certe importanti delusioni tropicali del passato (da Fidel Castro ai sandinisti di Daniel Ortega) gli esponenti della sinistra italiana più radicale ora si coccolano Chávez «el mago de las emociones», come lo definì — in un pamphlet — lo psichiatra e antropologo Luis José Uzcategui. Chávez pensa ai poveri, Chávez distribuisce case e lavoro, Chávez forse qualche tentazione luciferina ce l’ha, «ma comunque è stato eletto democraticamente, come dimostrano le percentuali del risultato finale: la prova che c’è stato dibattito, confronto, gara politica» (questa era la voce di

Norma Rangeri, direttore del manifesto, che alle elezioni venezuelane dedica gran parte della prima pagina). Raccomandazione di Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione: «Dittatura? Scriva che laggiù c’è stata una grande lezione di democrazia». Marco Rizzo, segretario di Csp-Partito comunista: «La verità gliela dico io, che sono l’ultimo bolscevico. In Venezuela, con il comandante Chávez, sono andati a votare quattro volte. Qui in Italia Monti lo hanno eletto le banche. Punto. Fine. Tutto il resto è fuffa».


Fabrizio Roncone
9 ottobre 2012 | 10:48

Perché il Fuoco di Sant'Antonio è sinonimo di malattia che brucia

Corriere della sera

L'eremita egiziano associato a terribili affezioni. Poco prima del 1000, interi villaggi furono colpiti da un misterioso male


MILANO - Eremita, nel deserto resistette agli insidiosi attacchi del diavolo. Investito da fuoco e fiamme, i suoi discepoli lo ritrovarono quasi morente, ricoperto di gravi ferite e dolorose ustioni su tutto il corpo. Così l'egiziano Sant'Antonio Abate (250-356 circa), per il suo rapporto con «quel grande Spirito di fuoco che io stesso ho ricevuto» conquistò non solo la santità, ma anche un posto nella storia delle gravi affezioni dell'umanità. Da secoli il suo nome è associato a tutte quelle malattie, che seppure clinicamente differenti tra loro, provocano dolore e bruciore intensi. In Italia ancora oggi chiamiamo "fuoco di Sant’Antonio" l'Herpes zoster, malattia di origine virale. Ma come "fuoco di Sant’Antonio" furono identificate in passato, soprattutto in altri Paesi, anche l'erisipela, infezione batterica acuta della pelle, e l'ergotismo da segale cornuta, grave malattia tossica che per la sua origine alimentare perdurò per secoli in tutta Europa.

MISTERIOSO MALE - Nel Medioevo, poco prima dell’anno 1000, interi villaggi dei Paesi nordici e della Francia furono colpiti da una misteriosa e grave malattia. «Il male — testimoniava Sigebert de Gembloux (1030-1112 ca), monaco benedettino e cronista medioevale — iniziava con una macchia nera che si estendeva rapidamente, causando un bruciore insopportabile, essiccava la pelle, faceva marcire la carne e i muscoli che si staccavano dalle parti ossee e cadevano a brandelli». Continuava Sigebert de Gembloux nelle sue cronache: «Un fuoco ardente consumava le sue vittime, senza poter apportare alcuna cura alle loro sofferenze.

Molti subirono questi attacchi crudeli, durante lo spazio di una notte, morendo in qualche ora». La gente era terrorizzata e impotente di fronte agli effetti devastanti della misteriosa malattia, temuta quanto la lebbra e la peste bubbonica. Nell'857, la misteriosa affezione colpì gli abitanti dei villaggi della riva sinistra del Reno, vicino a Xanten. Da lì, in circa mezzo secolo, la malattia si estese, aumentando progressivamente d'intensità, fino a raggiungere Parigi e dintorni, dove fece circa 40 mila vittime. E prese il nome di "fuoco di Sant'Antonio" dai suoi dolorosi sintomi, che evocavano invisibili fiamme dell'inferno. Seppure estremamente più aggressiva, ai medici del tempo ricordava peraltro quell’ignis sacer, fuoco sacro, già descritto da greci e romani.

FUOCO SACRO - Ippocrate (460-377 a.C.) aveva osservato una «grande caduta della carne, tendini e ossa». A Roma, Virgilio (70-19 a.C.) nelle Georgiche e Tito Lucrezio Caro (98-55 a.C.) nel "De rerum natura" avevano riferito di queste malattie del "fuoco sacro". Aulo Cornelio Celso (14 a.C.-37 d.C.), nel trattato "De arte medica", aveva descritto due forme di "fuoco sacro": l'una con «ulcere maligne specie al torace, ai fianchi, e altre parti del corpo, come gli arti» e l'altra «con ulcere di superficie di colore rosso scuro… che colpiscono spesso le gambe delle persone anziane e molto malate».

Il rapporto di Sant'Antonio Abate con la malattia del "fuoco sacro" si rafforzò alla fine del Medioevo, quando, nella piccola chiesa di La Motte - Saint Didier, vicino a Vienne nel Delfinato francese, dove il santo era venerato, si assistette alla prodigiosa guarigione di alcune persone affette da quella patologia che pregavano sulla sua tomba. Scarsa o quasi nulla la conoscenza delle cause di diffusione della malattia. Un primo sospetto lo ebbe nel 1125 il medico francese Robert Dumont, che richiamò l'attenzione sulla segale cornuta: «proprio in questo anno è maturata male», costringendo la popolazione a «mangiare pane cattivo di colore viola». Come si seppe molto più tardi, solo nel XVI secolo, Dumont aveva visto giusto.

ERGOTISMO - Quello che allora era chiamato "fuoco di Sant’Antonio" era ergotismo, grave intossicazione d’origine alimentare, causata dalla presenza nella segale alterata di un fungo parassita altamente tossico (Claviceps purpurea). Il fungo aveva trovato le condizioni ideali per svilupparsi soprattutto nell'Europa del Nord e in Francia perché in questi Paesi le stagioni spesso fredde e umide favorivano la coltivazione, più economica, della segale per fare il pane, in sostituzione del frumento. A seguito dell’azione farmacologica dei derivati tossici della segale contaminata dal fungo, le arteriole del cervello, delle estremità degli arti e quelle che irrorano l'intestino si contraggono e si restringono fino ad impedire al sangue

di circolare: le mani e i piedi diventano freddi e i tessuti, non più vascolarizzati, si necrotizzano con dolori terribili. A ciò, possono aggiungersi anche gravi disturbi a livello psichico, con forme di allucinazione, simile alle intossicazioni da LSD, l'acido lisergico estratto dalla segale. L'avanzata dell'ergotismo nei secoli parve inarrestabile. A partire dal 993 vi furono migliaia di morti e gravi invalidità. Furono letteralmente flagellati dal male gli abitanti dell'Ile de France, Champagne, Marsiglia e Delfinato, Limosino, Aquitania, Artois e Lorena, Léon (in Spagna), Vallonia e Fiandre, e di molte regioni tedesche. Tra il 1105 e il 1109, la malattia toccò il suo apice anche in Inghilterra. La diffusione e il contagio proseguirono per tutta l'Europa fino al XVI secolo.

GLI ULTIMI EPISODI - Parallelamente, molti medici si interessarono al problema, indagandone le cause e offrendo i possibili rimedi, ma per avere certezza sulle cause ci vollero circa un paio di secoli. Nel 1556, il medico Loniero di Marburg, in occasione di un’epidemia di "fuoco di Sant'Antonio" nella regione dell'Assia in Germania, indicò come causa il pane preparato con farina alterata. Nel 1630, pare che il medico Thuiller, curante personale del duca di Sully, avesse a sua volta scoperto la causa.

Ma fu solo nel 1676 che sul "Journal des Sçavants", il primo giornale scientifico d'Europa, apparve una memoria nella quale si riportavano esperimenti su volatili ai quali era stata somministrata segale cornuta. Nello stesso anno, l'Accademia delle Scienze di Parigi riuscì a far proibire ai mugnai di fare la farina con grani di segale cornuta inquinati. Tuttavia, la malattia continuò a manifestarsi e a provocare ancora vittime, tra il '700 e l'800. In Italia casi di ergotismo si verificarono a Milano nel 1795 e a Torino nel 1798; In Russia la malattia si presentò nel 1926 e in Irlanda nel 1929. In tempi più recenti, nel 1951, in Francia, a Pont Saint-Esprit, l’ergotismo causò 7 morti, 50 pazienti furono ricoverati in psichiatria e 250 persone accusarono sintomi molto seri.

Antonio Alfano
9 ottobre 2012 | 11:55

Ecco perché il Vaticano II non condannò il comunismo

Roberto de Mattei - Mar, 09/10/2012 - 08:30

L’Unione Sovietica e i Paesi del blocco ricattarono i vertici ecclesiastici affinché il sinodo non approvasse petizioni contro gli orrori staliniani

Come tutti gli eventi storici, anche il Concilio Vaticano II ha avuto le sue ombre e le sue luci.





Poiché in questi giorni se ne evocano soprattutto le luci, mi sia permesso ricordarne una vasta zona d'ombra: la mancata condanna del comunismo. Erano gli anni '60 e aleggiava un nuovo spirito di ottimismo incarnato da Giovanni XXIII, il «Papa buono», Nikita Kruscev, il comunista dal volto umano, e John Kennedy, l'eroe della «nuova frontiera» americana. Ma erano anche gli anni in cui veniva innalzato il muro di Berlino (1961) e i sovietici installavano i missili a Cuba (1962). L'imperialismo comunista costituiva una macroscopica realtà che il Concilio Vaticano II, il primo «concilio pastorale» della storia, apertosi a Roma l'11 ottobre 1962 e conclusosi l'8 dicembre 1965, non avrebbe potuto ignorare.

In Concilio vi fu uno scontro tra due minoranze: una chiedeva di rinnovare la condanna del comunismo, l'altra esigeva una linea «dialogica» e aperta alla modernità, di cui il comunismo pareva espressione. Una petizione di condanna del comunismo, presentata il 9 ottobre '65 da 454 Padri conciliari di 86 Paesi, non venne neppure trasmessa alle Commissioni che stavano lavorando sullo schema, provocando scandalo. Oggi sappiamo che nell'agosto del '62, nella città francese di Metz, era stato stipulato un accordo segreto fra il cardinale Tisserant, rappresentante del Vaticano, e il nuovo arcivescovo ortodosso di Yaroslav, monsignor Nicodemo, il quale, come è stato documentato dopo l'apertura degli archivi di Mosca, era un agente del KGB.

In base a questo accordo le autorità ecclesiastiche si impegnarono a non parlare del comunismo in Concilio. Era questa la condizione richiesta dal Cremlino per permettere la partecipazione di osservatori del Patriarcato di Mosca al Concilio Vaticano II (si veda: Jean Madiran, L'accordo di Metz, Il Borghese, Roma 2011). Un appunto di pugno di Paolo VI, conservato nell'Archivio Segreto Vaticano, conferma l'esistenza di questo accordo, come ho documentato nel mio Il Concilio Vaticano II. Una storia non scritta (Lindau, 2010).

Altri documenti interessanti sono stati pubblicati da George Weigel nel secondo volume della sua imponente biografia di Giovanni Paolo II (L'inizio e la fine, Cantagalli, 2012).Weigel ha infatti consultato fonti come gli archivi del KGB, dello Sluzba Bezpieczenstewa (SB) polacco e della Stasi della Germania Est, traendone documenti che confermano come i governi comunisti e i servizi segreti dei Paesi orientali penetrarono in Vaticano per favorire i loro interessi e infiltrarsi nei ranghi più alti della gerarchia cattolica. A Roma, negli anni del Concilio e del postconcilio, il Collegio Ungherese divenne una filiale dei servizi segreti di Budapest. Tutti i rettori del Collegio dal 1965 al 1987, scrive Weigel, dovevano essere agenti addestrati e capaci, con competenza nelle operazioni di disinformazione e nell'installazione di microspie.

L'SB polacco, secondo lo studioso americano, cercò persino di falsare la discussione del Concilio sui punti peculiari della teologia cattolica come il ruolo di Maria nella storia della salvezza. Il direttore del IV Dipartimento, il colonnello Stanislaw Morawski, lavorò con una dozzina di collaboratori esperti in mariologia per preparare un pro-memoria per i vescovi del Concilio, in cui si criticava la concezione «massimalista» della Beata Maria Vergine del cardinale Wyszynski e di altri presuli. La costituzione Gaudium et Spes, sedicesimo e ultimo documento promulgato dal Concilio Vaticano II, volle essere una definizione completamente nuova dei rapporti tra la Chiesa e il mondo.

In essa mancava però qualsiasi forma di condanna al comunismo. La Gaudium et Spes cercava il dialogo con il mondo moderno, nella convinzione che l'itinerario da esso percorso, dall'umanesimo e dal protestantesimo, fino alla Rivoluzione francese e al marxismo, fosse un processo irreversibile. Il pensiero marx-illuminista e la società dei consumi da esso alimentata era in realtà alla vigilia di una crisi profonda, che avrebbe manifestato i primi sintomi di lì a pochi anni, nella Rivoluzione del '68. I Padri conciliari avrebbero potuto compiere un gesto profetico sfidando la modernità piuttosto che abbracciarne il corpo in decomposizione, come avvenne.

Ma oggi ci chiediamo: erano profeti coloro che in Concilio denunciavano l'oppressione brutale del comunismo reclamando una sua solenne condanna o chi riteneva, come gli artefici dell'Ostpolitik, che occorreva trovare un compromesso con la Russia sovietica, perché il comunismo interpretava le ansie di giustizia dell'umanità e sarebbe sopravvissuto uno o due secoli almeno, migliorando il mondo?
Il Concilio Vaticano II, ha affermato recentemente il cardinale Walter Brandmüller, presidente emerito del Pontificio Comitato per le Scienze Storiche, «avrebbe scritto una pagina gloriosa se, seguendo le orme di Pio XII, avesse trovato il coraggio di pronunciare un ripetuta ed espressa condanna del comunismo».

Così purtroppo non accadde e gli storici devono registrare come un'imperdonabile omissione la mancata condanna del comunismo da parte di un Concilio che si proponeva di occuparsi del problemi del mondo a lui contemporaneo.di Roberto de Mattei, autore di Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau 2010, vincitore del Premio Acqui Storia 2011 e tradotto o in corso di traduzione in cinque lingue

Inps rivuole la 14esima da una morta Il nipote: "E' una vergogna"

Il Giorno

L’Inps di Brescia scrive ai nipoti della signora Maria Stefanini, defunta nel 2006 perché rivuole indietro i 394 euro versati in eccesso sulla pensione della zia

di Eleonora Magro

Aprica, 9 ottobre 2012


Cattura
L’Inps di Brescia scrive ai nipoti della signora Maria Stefanini, defunta nel 2006 perché rivuole indietro i 394 euro versati in eccesso sulla pensione della zia. «Importo non spettante», questa la motivazione del debito che l’ente pensionistico bresciano vuol veder rientrare nelle proprie casse, a tutti i costi.
«E’ una cosa vergognosa, che fa perdere la fiducia nelle istituzioni – racconta con rabbia Antonio Stefanini, addetto all’ufficio stampa del comune di Aprica nonché titolare di un camping a Corteno Golgi, nella confinante provincia di Brescia e nipote della pensionata, sorella del padre -. Perché, se non proprio un’istituzione primaria, l’Inps è almeno emanazione delle istituzioni italiane e da esso ci si aspetterebbe non indebite indiscriminate richieste di fantomatiche parti di pensione percepite in eccesso dieci anni fa da nonni morti da lustri, bensì serietà ed eventuali azioni e sanzioni di rimborsi dai pensionati - se dovuti - a breve distanza di tempo, compiute direttamente nei confronti delle stesse persone, non dei lontani eredi».

Il debito da pagare, di 394,55 euro, è riferito al periodo tra il 2002 e il 2004, e la richiesta di rimborso dice l’Inps bresciana era stata domandata alla pensionata stessa nel 2004, poi alla sorella Domenica Stefanini, defunta nel 2007 e ora, a distanza di otto anni al nipote, non unico della famiglia. «Non intendo versare un centesimo e sono pronto ad arrivare persino ad un contenzioso – ribadisce Antonio – anche perché non mi è stata data nessuna descrizione o documentazione che attesti il presunto importo dovuto». Inoltre, risponde ancora il Antonio Stefanini residente a Corteno Golgi ma impegnato professionalmente in Aprica, «la richiesta è indebita per il fatto che non viene considerata la percentuale del valore dell’eredità percepita dai singoli eredi» e quindi una suddivisione «eventuale» del debito in percentuale diversa. La collera di Stefanini non è certo l’unica, molti sono i pensionati con meno di 650 euro al mese, di recente nel mirino dell’Istituto di previdenza, e che da novembre dovranno restituire la 14° percepita indebitamente nel 2009. «Di questi tempi credo nessuno – conclude - , tantomeno le istituzioni o gli enti separati e protervi dello Stato, possa permettersi di mettere le mani nel portafogli dei cittadini che lavorano e pagano una porzione che ormai supera il 100% del loro misero reddito tra imposte, tasse, contributi, tariffe obbligate, bolli e balzelli vari».

Scoperta la tomba della regina guerriera dei Maya

Corriere della sera

Si tratta della Signora K'abel, vissuta nel VII secolo d. C., la donna più potente durante l'impero della dinastia Kan

Un team di archeologi, coordinati da David Freidel, della Washington University di St. Louis, ha scoperto in Guatemala la tomba di Kalomt'e K'abel (ossia la Signora K'abel), considerata una delle più importanti regine della civiltà classica Maya, vissuta nel VII secolo d. C. La tomba è stata rinvenuta durante gli scavi nella città reale di El Perú-Waká, a circa 75 chilometri a ovest da Tikal, area ricca di siti archeologici che conservano importanti resti Maya. Una grande tomba, ricca di offerte, tra cui diversi vasi in ceramica risalenti alla fine del VII secolo, e grandi quantità di gioielli di giada, conchiglie e lame di ossidiana.


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ATTRIBUZIONE - È stato però il ritrovamento di un piccolo vaso di alabastro, trovato nella camera sepolcrale, a portare gli archeologi alla giusta attribuzione. Sul vaso è scolpita una conchiglia, da cui emergono la testa e il braccio di una donna. La rappresentazione della donna in età matura, con il volto incorniciato da una ciocca di capelli, e quattro geroglifici scolpiti sul piccolo recipiente, hanno permesso di identificare il tempio come quello della Signora K'abel. Il suo nome è scritto negli ultimi due geroglifici. Anche l'esame dei resti osteologici confermano che vi fu sepolto un individuo adulto, ma il deterioramento delle ossa non permette di identificare se maschio o femmina.

CASUALITÀ - «Si tratta di una scoperta importante, non solo perché è la tomba di una figura di enorme prestigio nella storia dei Maya, ma anche perché le informazioni testuali e le immagine scolpite sul vaso costituiscono un’importante e rara combinazione di documenti archeologici e storici», aggiunge Freidel, professore di antropologia e studioso della civiltà Maya. «Insomma un colpo di fortuna, anzi una casualità», commenta. Gli archeologici, infatti, erano impegnati nello studio delle caratteristiche architettoniche di altari e santuari e delle numerose offerte rinvenute nel tempio principale della città di El Perú-Waká: quasi un chilometro quadrato di piazze, palazzi, piramidi e residenze, circondate da ulteriori abitazioni e templi dispersi nella foresta. E non pensavano di individuare un luogo di sepoltura reale. «Ma ora è più chiara la ragione per cui il tempio era così venerato: vi era sepolta K'abel».

LA REGINA GUERRIERA - K'abel è considerata la donna più potente del Petén occidentale durante l'impero della dinastia Kan nel VII secolo della nostra era. Ha governato per almeno vent'anni (672-692) con il marito, K'inich Bahlam. Ma era lei la più alta autorità, la «Suprema guerriera», aveva il comando militare della casa imperiale del Re Serpente. Una sua descrizione si trova sulla stele 34 di El Perú, oggi al Cleveland Art Museum.

SCAVI - Il progetto archeologico è iniziato nel 2003 ed è finanziato dalla Fondazione per i beni culturali e naturali del Guatemala (Pacunam). Il sito di El Perú-Waká, si trova nel cuore della Laguna del Tigre National Park, nella Riserva della biosfera Maya.

Simona Regina
8 ottobre 2012 (modifica il 9 ottobre 2012)

La sfida per avere «.mail» Postini mondiali anti Google

Corriere della sera

La lotta dei domini. Il ruolo delle Poste italiane. La società Usa chiede il riconoscimento di «.mail»

DOHA — Non è certo la prima battaglia per un dominio. E non sarà l’ultima. Ma nello scontro a distanza tra il «.post» e il «.mail», di cui si sta occupando anche la diplomazia postale in seno all’Onu, c’è molto di più della semantica e del marketing che fino ad ora hanno animato questo tipo di confronti. Ormai è chiaro che quando parliamo di Internet parliamo dimodelli di business e occupazione. E questo braccio di ferro tra colossi lo dimostra: da una parte c’è Google che ha chiesto all’Icann, l’ente non profit che governa gli indirizzi Internet, l’utilizzo del dominio commerciale .mail (uno dei cosiddetti .brand messi all’asta prima dell’estate).

Dall’altra ci sono i gruppi postali riuniti proprio in questi giorni a Doha per il 25esimo congresso dell’Union Postale Universel, agenzia delle Nazioni Unite, che ieri ha dato un deciso endorsement, tramite il proprio direttore generale Edouard Dayan, al .post, progetto per la creazione di un ecosistema unico dei servizi postali di cui è capofila Poste Italiane. Con la retorica tipica ma dovuta dei consessi dell’Onu Dayan ha presentato il dominio .post definendolo un evento «storico» da affidare al mondo: «È un territorio unico, uno spazio dedicato e più sicuro che permetterà di comunicare in maniera universale. Ed è di tutti, Paesi ricchi e poveri. Lo spazio .post favorisce l’inclusione digitale e permette il trasferimento di tecnologia verso le economie in via di sviluppo».

Unico manager citato da Dayan nel caloroso lancio del .post è stato proprio Massimo Sarmi, amministratore delegato di Poste Italiane. «Portiamo i creatori dell’Upu in una dimensione nuova. Oggi l’Italia con Sarmi divide con noi questa soddisfazione». Un riconoscimento non casuale: fu il manager italiano oltre tre anni fa a fare incontrare lo stesso Dayan con l’allora direttore dell’Icann Rod Beckstrom avviando la nascita del .post. Da qualche giorno il sito posteitaliane. post è attivo. Ma non si tratta di una semplice migrazione: il .post è infatti un dominio di primo livello come il .com che rimane il primo (è del 1984) e il più diffuso (oltre il 50% dei siti web è un .com). Ed è protetto dal Drm Sec, un protocollo che permetterà a regime di proteggere tutta la rete postale mondiale.

Insomma, si tratta di una piattaforma nuova non banale e proprio le Poste di Sarmi hanno adesso decise chance per ottenere la gestione del progetto nella fase successiva di diffusione. Nonostante l’endorsement ci sono degli oppositori sui quali la diplomazia sta già lavorando: il primo è la Germania. Deutsche Post preferirebbe il .epost che ricorda il proprio servizio ma questo non dovrebbe essere un ostacolo. In Germania, curiosamente, il servizio universale postale è affidato a Deutsche Telekom. Un altro è proprio Google che insieme a vari domini come il .docs e il .lol oltre al .google ha tentato il takeover del .mail per potenziare la propria posizione sulle email (è presumibile che lo utilizzerebbe per gmail.mail).

Per ultime ci sono le poste statunitensi che preferirebbe anch’esse il .mail per una semplice questione culturale: il dominio .post alle orecchie di un americano ha maggiori assonanze con la stampa (basti pensare al Washington Post). Alcuni gruppi postali hanno presentato opposizione all’Icann per il conferimento del .mail a Google. Dayan ha confrontato la nascita del nuovo dominio all’altro momento d’oro dell’Upu quando nel 1874 a Berna l’associazione riuscì ad imporre una tariffa unica (da 1.200) e una circolazione universale.

La strategia del settore a questo punto è chiara: ridurre grazie a progetti come la Prem — in sostanza le raccomandate digitali sviluppate anch’esse in casa, da Postecom — l’invio transnazionali di documenti cartacei con una riduzione della CO2. E aggredire l’e-commerce. Lo spazio condiviso .post permette infatti di creare un canale fisico- digitale controllato che dall’ufficio postale di, poniamo, Roma permette di tracciare ogni movimento di un pacchetto fino all’ufficio di Macao. Esempio non casuale. Ieri Sarmi ha anche incontrato la delegazione di China Post per parlare di tariffe di e-commerce per veicolare il made in Italy attraverso la propria rete. E’ il grande risiko del web. E (per una volta) l’Italia c’è.

Massimo Sideri
@massimosideri9 ottobre 2012 | 8:34