domenica 7 ottobre 2012

Israele, drone (misterioso) nello spazio aereo L'aviazione lo abbatte

Corriere della sera

Proprio oggi Hamas aveva condotto delle esercitazioni. Ipotesi Libano, secondo le fonti di sicurezza israeliane


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L'allarme è scattato questa mattina alle 10.00 in Israele: un velivolo sconosciuto senza pilota ha violato lo spazio aereo dopo essersi avvicinato dal Mediterraneo, vicino alla costa di Gaza. Subito dopo due F16 dell'aviazione israeliana - secondo la ricostruzione del media - hanno intercettato il drone e lo hanno affiancato, accompagnandolo in volo fino ad una zona isolata a sud del Monte Hebron dove è stato abbattuto. Secondo il portavoce dell'esercito Yoav Mordechai, truppe dell'esercito sono quindi affluite in quella regione per localizzare i resti del drone e cercare di identificare il Paese di provenienza. Un punto, questo, che al momento ancora non è stato chiarito. Il portavoce ha anche spiegato che il velivolo - rimasto nello spazio aereo israeliano per meno di trenta minuti - non aveva a bordo esplosivi e non proveniva da Gaza, come era invece stato ipotizzato da alcuni siti. Non ha invece voluto precisare come il drone sia stato abbattuto, limitandosi a dire che la località nel nord del deserto del Neghev è stata scelta per «ragioni operative e di sicurezza».

L'ESERCITAZIONE - Proprio oggi nella Striscia il ministero dell'Interno del governo di Hamas aveva annunciato di aver condotto una esercitazione sul campo di tutte le forze di sicurezza, spiegando che si era trattato di una «normale esercitazione, in linea con gli sforzi di mantenere sicurezza e stabilità nella Striscia. Sulla possibile provenienza del drone, la Radio militare israeliana ha avanzato l'ipotesi del Libano: il velivolo potrebbe aver fatto un lungo giro prima di arrivare nello spazio aereo dello stato ebraico dalla parte della costa vicino Gaza. Nell'agosto del 2006 - ha ricordato il sito di Ynet - dopo la fine della Seconda guerra del Libano, l'aviazione israeliana intercettò due droni Ababil degli Hezbollah. Uno dei due velivoli senza pilota fu abbattuto sul mare nello spazio aereo libanese, mentre il secondo fu colpito a nord della città israeliana di Haifa. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ringraziato l'esercito israeliano per il successo ottenuto nell'intercettare il drone: «Continueremo - ha detto - a difendere i nostri confini sul mare, in terra e in cielo per difendere i cittadini di Israele». Anche il ministro della Difesa Ehud Barak si è congratulato con i militari: «Giudichiamo con grande serietà questo tentativo di entrare nel nostro spazio aereo e - ha detto esamineremo più tardi una nostra risposta».



Redazione Online7 ottobre 2012 | 19:04

L'afa arriva in vetta: sempre più veloce l'addio dei ghiacciai

Corriere della sera

Nel 2050 le Alpi lombarde perderanno la copertura glaciale

In questi tempi di riscaldamento globale, a leggere i rapporti dei glaciologi sembra di scorrere dei bollettini di guerra: estinzioni in massa dei ghiacciai, riduzioni areali e volumetriche, ritiro delle fronti, crolli. Anche i ghiacciai lombardi, che, dislocati nelle province di Sondrio, Brescia e Bergamo, sono ben 203, non si sottraggono a questa tendenza, che sta rapidamente modificando il paesaggio delle nostre montagne, rendendole irriconoscibili rispetto a un tempo. Allarmanti i dati contenuti nel rapporto del Servizio glaciologico lombardo, appena uscito da Hoepli con il titolo I ghiacciai della Lombardia. Evoluzione e attualità.

 Il ritiro dei ghiacciai lombardi Il ritiro dei ghiacciai lombardi Il ritiro dei ghiacciai lombardi Il ritiro dei ghiacciai lombardi Il ritiro dei ghiacciai lombardi

PERDITA - Già tra il 1991 e il 2007 i ghiacciai lombardi avevano perduto il 24% della loro superficie e dei 119 km quadrati iniziali ne erano rimasti solo 90. Il caso più clamoroso era stato quello del ghiacciaio dei Forni, la seconda colata italiana dopo l'Adamello. Celebrato dall'abate Stoppani nel Bel Paese, questo glorioso ghiacciaio dell'Ortles-Cevedale nei suoi settori inferiori aveva registrato una perdita, che oggi si aggira intorno ai sessanta metri di spessore. La tendenza alla deglaciazione si è fatta ancora più grave negli ultimi quattro-cinque anni, con una perdita volumetrica complessiva pari a oltre 700 milioni di metri cubi di ghiaccio. «In soli cinque anni», spiega Luca Bonardi dell'Università degli studi di Milano, «abbiamo perduto quasi un quinto dei volumi glaciali della regione: una massa d'acqua superiore a quella del lago Trasimeno».

GEOTESSILI NON BASTANO - A fronte di decrementi tanto clamorosi, è evidente che risulta impossibile correre ai ripari utilizzando i teli geotessili, sperimentati negli ultimi anni su alcuni ghiacciai. Al riscaldamento globale si aggiunge il fatto che la Lombardia è penalizzata dalla quota relativamente bassa delle sue cime, che toccano i 4 mila metri solo con la spalla del Bernina.

BILANCI - Intanto si compilano i primi bilanci sull'estate appena conclusa. «I dati», continua Bonardi, «indicano una conferma della tendenza in atto. La perdita annuale si attesterà probabilmente tra i 150 e i 200 centimetri di ghiaccio, un valore medio che considera anche l'andamento alle quote più elevate. In pratica, oltre 150 milioni di metri cubi di ghiaccio si sono "liquefatti" in soli due mesi». Il più illustre fra i caduti sul campo lombardo è il ghiacciaio del Pizzo Varuna, nel gruppo del Bernina. «Erano ottanta ettari di ghiaccio nel 1990», ricorda Riccardo Scotti dell'Università di Milano Bicocca, «ridottisi a una decina nel 2007. La torrida estate 2012 ha inferto il colpo di grazia e oggi il ghiacciaio non c'è più. Una perdita significativa per il paesaggio montano della regione».

FUTURO - Queste tendenze sono purtroppo destinate ad aggravarsi nel futuro. Secondo uno studio condotto da Lara La Barbera del Servizio glaciologico lombardo, anche senza immaginare un ulteriore aumento delle temperature estive, peraltro ritenuto probabile negli scenari di previsione climatica dei prossimi decenni, questo andamento porterebbe alla scomparsa pressoché totale del glacialismo regionale entro il 2050-2060.

Franco Brevini
7 ottobre 2012 | 17:54

Sicilia, candidato per due presidenti Dalla sera alla mattina cambia casacca

Corriere della sera

La storia di Antonio Paladino: non ha fatto in tempo a stampare i manifesti e già aveva cambiato partito


I manifesti di Antonio PaladinoI manifesti di Antonio Paladino

Se ne potrebbe fare un giochino da settimana enigmistica. Della serie: «Trova le differenze». Perché il faccione è lo stesso, la giacca e la camicia azzurra pure, ma la «ragione sociale» è cambiata nel giro di una notte. Le elezioni in Sicilia sono ormai un festival di alleanze che si scompongono e ricompongono rapidamente. E allora può succedere che un candidato cambi casacca dalla sera alla mattina ma restando sui manifesti elettorali con due magliette diverse.

FOTO E SLOGAN - Antonio Paladino, 49 anni, commercialista che opera a Catania, per qualche giorno è stato candidato nella lista di Grande Sud che sostiene il candidato governatore Gianfranco Miccichè. Ma qualche giorno dopo era già arruolato nell’Udc e di conseguenza era schierato a sostegno di un diverso candidato governatore , l'esponente del Pd Rosario Crocetta. E probabilmente visto che bisognava fare in fretta non si è preso neppure la briga di cambiare nè la foto dei manifesti, nè lo slogan «sosteniamo sviluppo e lavoro». Poco importa se a distanza di qualche giorno l'impegno di Paladino è stato messo a servizio di un candidato governatore e del suo avversario.

LE DIFFERENZE - Dicevamo le differenze tra il prima e il dopo. Quella più evidente è chiaramente il cambio di casacca. Ma a ben vedere Antonio Paladino non si è accontentato solo di schierare il suo faccione per due presidenti diversi. Nel secondo manifesto ci tiene a non mettere in mezzo la sua laurea, levando il titolo di dottore. Vuoi mettere che qualcuno non avesse colto una buona ragione per votarlo.

Alfio Sciacca
7 ottobre 2012 | 17:00

Studiavo i rapanelli mio figlio gli hedge fund

La Stampa

Storia di una carriera scolastica non troppo esemplare “Ma oggi si è persa l’attitudine a desiderare”

Giacomo Poretti


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Le elementari, praticamente, è come se non le avessi fatte, perchè il maestro Agnello dormiva; poi si svegliava e picchiava chi tirava gli areoplanini di carta. Se ne sono accorti alcuni genitori, perché, in terza elementare, qualche bambino conosceva e scriveva l’alfabeto solo fino alla «g» di giostra. Voi direte: però alle medie è andato tutto bene!? Credo di sì, non so se possa comportare qualche cosa di negativo il frequentare una scuola media ad avviamento agrario. Era l’ultimo anno della scuola media ad avviamento agrario Ferrazzi & Cova, poi, diplomata la leva del ’56, avrebbe chiuso i battenti. Portava il nome del proprietario terriero più ricco del paese. Era stata fondata qualche decennio prima, perchè gli adolescenti del paese si sarebbero fermati alla licenza media, e poi avrebbero lavorato nei suoi campi.

Nessuno dei 29 della classe del ’56 avrebbe voluto lavorare nei campi, ma le 14 ore di agraria alla settimana erano vissute con gioia e stupita curiosità. Quando si andava nell’orto a vangare e a preparare il terreno per la semina ci sembrava l’unico lavoro sensato e giocoso che si potesse fare, altro che la geometria, gli avverbi o l’apparato scheletrico dei rettili! Se devo darmi un giudizio direi che la sintassi, le equazioni di 1°, 2° e anche di 3° grado, e la storia medioevale, non sono il mio forte, però ho imparato quando maturano i rapanelli, quando si raccoglie il melograno e come si fa una spargera. C’erano tutti i segni per capire che avrei dovuto fermarmi lì con la scuola, ed invece no, ho voluto insistere e ho frequentato le scuole serali: istituto professionale per elettromeccanici.

Non voglio impietosirvi, ma, dopo sette ore e mezzo di lavoro in fabbrica, sedersi alle 18.30 su un banco di scuola e prestare attenzione ad un professore che ti parla di differenza di potenziale, intensità di corrente, genitivo sassone o il senso del «perturbarbante» nella letteratura gotica del ’700 non è propriamente agevole. Se poi ci mettete che erano gli Anni 70, potete facilmente immaginare che le materie preferite da quasi tutti erano intervallo e sciopero possibilmente con occupazione. Come posso parlarvi io di scuola? La mia scuola sembra collocata in un romanzo dell’Ottocento, eppure era l’altro ieri.

La mia era la scuola dei grembiuli neri con il fiocco colorato, del patronato scolastico che portava le matite e i quaderni ai bambini poveri: anche a casa nostra ne avevamo bisogno, ma mia mamma mi diceva: «Mi raccomando, non prenderli, non dargli soddisfazione a quelli lì....». Era la scuola in cui il maestro aveva sempre ragione, tranne quello che si addormentava. Posso parlarvi solo come genitore. Un genitore che conserva ancora il rammarico di non aver mai conseguito la maturità, che custodisce vergognosamente l’invidia verso un qualsiasi laureato, che mantiene ancora inalterato il fastidio verso un giovane che alla domanda «che classe fai?», risponde «quarta ginnasio»... devo pensare cinque minuti e poi dire «terza liceo...», «no prima liceo...!».

E, allora, dì prima liceo, perché devi dire «quarta ginnasio» con quella vocina lì? Te lo dico io, il perché: perché te la tiri, ecco perchè... Lo so, è l’invidia. Per non parlare dei laureati: come mi fanno girare le balle i laureati, voi non potete immaginarlo... però che bello che deve essere avere una laurea! «Sono laureata in Filologia romanza»: ma che c... hai studiato? Ma cosa sarà mai! Mi piaceva anche quella della filologia romanza, ma ho evitato accuratamente di fidanzarmi con lei: avrei potuto tirarle il collo dall’invidia; molto meglio aver sposato un’incantevole psicoterapeuta! Ho passato anni a desiderare di avere una laurea in filologia, in letteratura, in filosofia, in matematica comparata, no in matematica no, perchè non ero forte nelle tabelline...

Deve esserci qualche cosa nel mio destino, perchè poi l’incontro più significativo per quanto riguarda il lavoro è avvenuto con due praticamente analfabeti: ad uno in particolare, Aldo, alle scuole medie è stato scritto sul libretto di valutazioni «Attitudini: nessuna». Trattenete l’indignazione. Io e Giovanni, che lo conosciamo bene, possiamo dire che le insegnanti avevano ragione. Nel senso che non era tagliato per la matematica, la fisica, il passato remoto, il congiuntivo e il condizionale, ma aveva talento ed anche tanto. Il problema è scoprirlo... Mio figlio, ora, ha iniziato la prima elementare e ha già cinque insegnanti, io ne ho avuti quattro in tutta la vita. Il lunedì ha inglese, il martedì immagine e disegno, il mercoledì attività motorie, il giovedì musica; adesso stanno pensando per il venerdì di introdurre analisi dei prodotti finanziari, hedge fund e futures.

Un pomeriggio ha il corso di nuoto, un altro scuola di calcio e forse lo iscriveremo a deltaplano spericolato, ma solo perchè lo fa il suo amico migliore. Io andavo all’oratorio e, quando non c’era l’oratorio, ci si annoiava, importanza della noia... Io e mia moglie ringraziamo il Signore per averci fatto incontrare questa esperienza... Già tremo all’idea di fare i compiti con lui. Come fa un insegnante a educare un bambino, cosa deve escogitare per dirgli che è meglio essere onesto piuttosto che delinquere? Più che le materie sono importanti le persone, ma il concetto di meritocrazia si è perso.

Noi tre non abbiamo studiato. Di Aldo hanno detto «attitudini nessuna», mentre Giovanni ha dato un solo esame di inglese. Queste disavventure scolastiche non hanno impedito a me e ai miei compagni di svolgere nella vita, lavori ed incarichi anche di una certa rilevanza. Mi aspetto che la scuola faccia emergere i talenti degli alunni. Ma sono anche i genitori che vengono educati e, quindi, crescono. Peccato che il Paese ha perso l’attitudine a desiderare.

Questo racconto è parte del discorso che ieri Giacomo ha tenuto al convegno per i 40 anni di fondazione della scuola «La zolla» di Milano

Riso, il declino di re Carnaroli: i prezzi del made in Italy in calo del 50%

La Stampa

Agguerriti concorrenti di India e Cina trattano con l'Ue per esportazioni a dazio zero



gianfranco quaglia



Si è arreso anche Sua Maestà «Carnaroli», il re della risicoltura Made in Italy. Era l'ultimo alfiere a reggere il vessillo dei prezzi «politicamente corretti», almeno per il settore produttivo, segnato da una forte crisi. Invece le quotazioni della varietà più apprezzata dai consumatori e ricercata dai ristoratori per la preparazione del classico risotto italico, sono crollate: da 670 euro tonnellata, con punte di 800, sino agli attuali 300-330 euro. Un tonfo del 50-60 per cento, in tutte le principali Borse risi (da Vercelli a Novara, Mortara, Pavia, Milano). E' come se nel settore vinicolo un Barolo, un Montalcino o un Sassicaia venissero relegati nella fascia di vini da tavola. Perché il Carnaroli, come i grandi vini, in alcuni casi viene addirittura stagionato e diventa «Gran riserva».

Il crollo del prezzo di questa varietà d'eccezione rappresenta la spia rossa di una tendenza che investe e trascina tutto il settore. Ne è convinto il presidente dell'Ente Nazionale Risi,Paolo Carrà: «Le quotazioni della campagna ancora in corso sono tutt'altro che soddisfacenti. Le altre varietà da mercato interno non si discostano dai 300 euro-tonnellata. Occorre invertire il sistema della contrattazioni e del mercato». Prezzi giudicati sotto la soglia di remunerazione aziendale, dopo i vertiginosi aumenti dei costi di produzione, in testa il rincaro del gasolio, tanto che i risicoltori italiani stanno temporeggiando nella raccolta, proprio per evitare un surplus di spesa nella fase di essiccazione del prodotto.

Ma, di questo passo, non è escluso che molte aziende abbandoneranno la coltivazione risicola. I primi effetti si sono già visti quest'anno: la superficie si è ristretta, scendendo da 246 a 235 mila ettari. Insomma, potrebbe essere in gioco il futuro del riso Made in Italy, anche perché all'orizzonte si affacciano nubi minacciose e nuovi concorrenti: incerti i contributi della futura Pac, il Far East bussa alle porte dell'Unione europea. Il presidente Ente Risi: «I competitor più agguerriti sono l'India, secondo produttore al mondo dopo la Cina, e il Vietnam. Entrambi i Governi hanno avviato trattative di accordi bilaterali con l'Ue per esportare riso a dazio zero. Non solo: nel 2012 l'Italia ha perso mercati importanti come la Siria, la Turchia e altri Paesi del bacino del Mediterraneo.

Tutti mercati conquistati dagli Stati Uniti». Giovanni Daghetta, presidente del Comitato consultivo per il riso della Commissione europea: «In Europa sono diminuite le importazioni di riso grezzo, circa 869 mila tonnellate con un -8%, ma contemporaneamente sono arrivate 150 mila tonnellate di piccole confezioni di riso finite sugli scaffali dei supermercati». Tutto cereale orientale, in parte Basmati dal Pakistan, destinato alle comunità etniche.

La grande sfida del Made in Italy è rappresentata dall'export: il 56% dell'intera produzione italiana (circa 1,6 milioni di tonnellate) è venduto nell'area comunitaria, l'11% va a Paesi Terzi e solo il 33% finisce sul mercato domestico. Rispetto all'Italia e all'Europa nel resto del mondo la produzione è stimata in aumento: 465,1 milioni di tonnellate, 1,4 milioni in più del 2011. Secondo i dati resi noti da Rice Outlook, anche l'Egitto produrrà 700 mila tonnellate in più, in rialzo anche gli Stati Uniti di 375 mila tonnellate. Una valagna di riso che premerà alle frontiere europee e il nostro riso dovrà sgomitare giocando la carta della qualità.

Rumpelstiltskin

La Stampa

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YOANI SANCHEZ


Il sudore di quelle tre donne che mi hanno fatto entrare nell’auto della polizia me lo sento ancora appiccicato alla pelle e pervade le mie narici. Grandi, corpulente, implacabili, mi hanno portato in quella stanza senza finestre dove un ventilatore malandato faceva fresco soltanto nella loro direzione. Una mi guardava con particolare sarcasmo. Forse il mio volto le ricordava qualcuno del passato: una rivale scolastica, una madre dispotica, un’amante perduta. Non lo so. Quel che ricordo è che, nella sera del 4 ottobre, il suo sguardo avrebbe voluto annientarmi. È stata lei a frugare sotto la mia gonna con maggior piacere, mentre altre due donne in divisa mi afferravano per procedere alla mia “ispezione”.

Più che cercare qualche oggetto nascosto, quella perquisizione aveva l’obiettivo di lasciarmi con un sensazione di violazione, di vulnerabilità e di stupro. Ogni sei ore cambiavano le mie guardiane. Nel turno di mezzanotte sembravano meno severe ma io mi sono chiusa nel mio mutismo e non ho risposto alle loro domande. Mi sono rifugiata in me stessa. Mi sono detta: “Mi hanno tolto tutto, persino il fermaglio per i capelli, ma - ridicoli inquisitori - non hanno potuto strapparmi il mio mondo interiore”. Per questo ho deciso di rifugiarmi, durante le lunghe ore di una reclusione illegale, nella sola cosa che possedevo: i miei ricordi.

La stanza voleva apparire ordinata e pulita ma ogni cosa aveva la sua dose di sporcizia e decadenza. Il pavimento composto da mattonelle di granito chiaro era ricoperto da molta sporcizia accumulata. Mi sono messa a guardare le figure formate dalle piccole pietre incorporate in ogni piastrella e le macchie di sudicio. Dopo un po’ di tempo che osservavo cominciavano a uscire fuori i volti. I personaggi affioravano dal pavimento grezzo della mia cella del Dipartimento di Istruzione di Bayamo.

Da una parte spuntava la figura alta e magra di Don Chisciotte, mentre in un altro angolo sono riuscita a vedere il profilo semplice del Bobo de Abela (personaggio comico cubano, ndt). Un paio di occhi obliqui, formati da malta e ghiaino, ricordavano in maniera incredibile lo sguardo della protagonista del film Avatar. Io ridevo da sola, mentre le mie sorveglianti cominciavano a credere che il mio rifiuto di ingerire alimenti e acqua mi stesse friggendo letteralmente il cervello. Ho intravisto nel granito irregolare il Gobbo di Notre Dame e la snella figura di Gandalf, munito del suo bastone.

Ma tra tutte quelle forme che uscivano fuori da un pavimento così rozzo ce n’era una - più intensa - che sembrava saltare e ridere davanti ai miei occhi. Forse era l’effetto della sete o della fame, non lo so proprio. Un nano con la barba lunga e lo sguardo cinico sorrideva in maniera maliziosa. Era Rumpelstiltskin, il protagonista di un racconto per bambini dove la regina è obbligata a indovinare il suo nome complicato se non vuole consegnare al dispotico nano quanto possiede di più caro al mondo: suo figlio. Cosa ci faceva quel personaggio in mezzo alla mia reclusione temporanea?

Perché vedevo proprio lui al di sopra di tanti altri riferimenti visivi che ho accumulato durante la mia vita? Ho intuito immediatamente la risposta. “Sei Rumpelstiltskin”, gli ho detto a voce alta e le mie carceriere mi hanno guardato preoccupate. “Sei Rumpelstiltskin - ho ripetuto - e so come ti chiami”. “Sei come le dittature. Una volta che uno inizia a chiamarle con il loro nome, è come se cominciasse ad annientarle”.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Tibet, si immola un altro giovane Le vittime della protesta sono 54

La Stampa

Sangay Gyatso, di 27 anni, avrebbe compiuto il suo gesto di rivolta davanti al monastero di Dokar

Un giovane tibetano si è «autoimmolato» dandosi fuoco, portando il totale dei suicidi di protesta contro la Cina a 54, secondo fonti tibetane. Il giovane, Sangay Gyatso, di 27 anni, avrebbe compiuto il suo gesto di protesta davanti al monastero di Dokar, in una zona a popolazione tibetana della provincia cinese del Gansu. 


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Si tratta della seconda «autoimmolazione» in tre giorni dopo quella dello scrittore Gudrup, che si è dato fuoco il 5 ottobre nella Regione Autonoma del Tibet. La prima «autoimmolazione» è avvenuta nel 2009. Tutte le altre si sono verificate nel 2011 e 2012. Gli autoimmolati, secondo il gruppo Campagna Internazionale per il Tibet, sono in maggioranza monaci e in buona parte provengono dal monastero di Kirti, nella provincia cinese del Sichuan, in una zona che è chiusa da anni agli osservatori esterni.

Secondo le informazioni che arrivano dalla diaspora tibetana, Sangay Gyatso, padre di due figli, si è dato fuoco in segno di protesta contro l’occupazione cinese del Tibet. Sangay si è immolato nella regione di Tsoe nella provincia di Amdo, nel Tibet orientale, intorno alle 12 ora locale. Poco prima di darsi fuoco, l’uomo ha gridato slogano contro l’occupazione cinese del Tibet e per il ritorno del Dalai Lama. Nelle foto che sono arrivate ai compagni in esilio e che girano in rete, il corpo del giovane appare completamente bruciato. Il recente meeting dei tibetani in esilio per discutere della crisi in Tibet ha lanciato un forte messaggio di unità del popolo tibetano e ha auspicato un ancora maggiore attivismo dei tibetani in esilio. Durante l’incontro è stata ribadita la piena responsabilità del governo cinese per la perdita di vite umane in Tibet negli ultimi anni in particolare.

La Svizzera neutrale? Ora non più

Gianluca Garbi - Dom, 07/10/2012 - 11:23

Per mantenere fisso il corso del franco, la Banca nazionale compra titoli tedeschi e spinge al rialzo lo spread

A scuola ci hanno insegnato che la Svizzera è un Paese neutrale.


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La neutralità di questo Paese finisce però quando si entra nel campo economico e ci si accorge che questo piccolo Stato è in realtà una vera potenza in grado di incidere sull'economia e sulla politica del mondo. Con un arsenale di armi macroeconomiche che non si limita alla forza del segreto bancario che, neutralizzando le politiche fiscali dei governi degli altri Stati, fornisce appoggio a coloro che non amano pagare il costo sempre più elevato delle imposte loro riservate. Nel recente passato, e anche oggi, la Svizzera ha contribuito a destabilizzare l'euro. La conferma è arrivata dall'agenzia di rating Standard and Poor's, peraltro duramente attaccata per i suoi rilievi sul tema da parte dello Stato elvetico. Pur non simpatizzando con le agenzie di rating che sono state, se non causa, almeno complici della crisi finanziaria mondiale, ritengo che questa volta abbiano colto nel segno.

Alla fine dello scorso anno la Swiss National Bank ha annunciato un «peg» (cambio fisso, ndr) euro/franco svizzero a 1,2 e ha così iniziato ad acquistare euro (per frenare la supervalutazione della propria valuta). Secondo i report di diverse banche d'affari questi euro sono stati per lo più investiti in bund tedeschi. E proprio a partire dal giorno dell' annuncio lo spread Btp-Bund a 10 anni ha raggiunto i livelli più alti: si è trattato quindi di un movimento del differenziale spiegabile da una riduzione del rendimento dei titoli tedeschi più che da un incremento su quelli italiani. Situazione che, inoltre, ha anche portato alle dimissioni del governo Berlusconi.

Credo che se fossero pubblicati i dati delle giacenze medie di titoli di Stato detenuti per ogni Paese dalla Banca Centrale elvetica negli ultimi 12 mesi, emergerebbe che la giacenza di titoli tedeschi e francesi ha raggiunto nel periodo un record storico; record che, guarda a caso, corrisponde al momento in cui l'Italia si è trovata quasi sull'orlo del default. Da dove nasce il sospetto che le Banche Centrali extra-euro abbiano contribuito alla destabilizzazione della nostra moneta?

Intanto possiamo osservare che, nonostante la particolare situazione di crisi dell'area euro degli ultimi 12 mesi, la moneta non si è particolarmente deprezzata. Questa stabilità del tasso di cambio, seppur positiva e che può anche avere origine da altri fattori macroeconomici, rappresenta comunque un'anomalia. Anomalia spiegabile in buona parte dall'attività delle Banche Centrali dei Paesi fuori dell'unione monetaria europea che, per garantire la stabilità dei tassi di cambio, hanno continuato ad acquistare euro investendoli in titoli di Stato liquidi con un rating massimo, ovvero in Bund tedeschi, facendone scendere il rendimento ben al di sotto dell'inflazione.

Non è infatti altrimenti giustificabile un rendimento reale negativo di tali titoli in assenza di crescita anche in Germania. Se poi consideriamo le ingenti somme normalmente movimentate dalle Banche Centrali, l'effetto sull'allargamento degli spread è piuttosto evidente. Quando le stesse Banche Centrali svolgono un'attività simile di protezione del tasso di cambio con valute diverse dall'euro, come ad esempio il dollaro, acquistano il biglietto verde e lo investono in Treasuries senza creare alcun problema per i singoli stati Usa. In Europa però, in assenza di eurobond, i flussi di investimento non vengono ripartiti in modo omogeneo, creando un effetto che premia in modo ingiustificato la Germania.

Sarebbe quindi opportuno, e nell'interesse di tutti, intavolare delle discussioni con le Banche Centrali di alcuni grandi Stati extra europei per trovare soluzioni compatibili con l'euro-sistema suggerendo, per esempio, di concentrare i loro investimenti sui titoli emessi dall'EFSF (fondo di stabilità, ndr). Si manterrebbe così l'obiettivo della stabilità dei tassi di cambio evitando pericolosi divari di rendimento. Anche per la Germania sarebbe meglio rinunciare all'extra risparmio derivante dal fatto che i Bund - in termini reali - hanno rendimenti negativi, essendo ben al di sotto dell'inflazione, accettando di pagare tassi pari all'inflazione, piuttosto che contribuire al salvataggio dell'euro con costi nettamente superiori.

Se questa strada del dialogo è quindi auspicabile, non sono da escludere scelte anche più drastiche, come il divieto di detenzione di titoli di Stato di singoli Paesi dell'area euro da parte di Banche Centrali extracomunitarie, lasciando loro solo la possibilità di investire in titoli emessi da altri soggetti, sia privati che pubblici (EFSF, KFW, EIB, CDP e via dicendo). La famosa neutralità svizzera, insomma, potrebbe non essere così innocua.

Ecco dove abita l'assessore che non riesce a pagare il mutuo

Libero

Raffaele Cattaneo, l'uomo a cui meno di 8mila euro al mese non bastano, vive in una villa con 14 vina e una piscina. Ma lui non molla, e si difende in un video (ridicolo)
di Michela Ravalico



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Politicopazzomavero#. Raffaele Cattaneo, assessore ai trasporti della Regione Lombardia, ciellino di ferro, uomo di Formigoni, figlio di un operaio delle Ferrovie Nord , rischia di giocarsi la sua carriera politica per un pizzico di orgoglio di troppo. Venerdì ha scritto su Twitter: «Ho letto il decreto sul taglio alle regioni: drastica riduzione dell’indennità entro il 30 novembre. Uno come me cosa deve fare?». «Non rubo e quindi non ho tesori all’estero. Vivo di ciò che fra un mese mi verrà dimezzato e tra mutuo, rette, eccetera non so come fare». Firmato: Raffaele Cattaneo.

Seguito dall’hashtag politicopazzomavero#. Apriti cielo. Anzi, è meglio dire apriti inferno. Uno degli assessori più tranquilli, stimati e attivi della giunta Formigoni rischia di finire alla gogna per una battaglia di principio. Quella in difesa dei politici che lavorano 12 ore al giorno e che meritano quello che guadagnano. Così dice lui, questa è la sua linea difensiva, ora che la frittata è fatta. Ma il dubbio che si stia mangiando le mani per aver fatto la più clamorasa gaffe della sua carriera non ce lo leva nessuno.

Cattaneo si difende in video. Guardatelo su LiberoTV e ridete

Il punto chiave, quello che i lombardi e gli italiani in generale gli perdoneranno a fatica, sono le cifre. «Ecco il mio statino: 6.420 euro al mese netti>, twitta l’onesto Cattaneo e appiccica sul social network la foto della sua busta paga di settembre. «Mediamente come assessore guadagno 8mila euro netti al mese per 12 mensilità», aggiunge (anche se nella scorsa legislatura, lo confessa lui stesso nell’intervista a TgCom24, ne guadagnavo 10mila netti al mese come del resto tutti gli assessori). Se la scure di Monti dimezzera davvero gli stipendi dei governatori, Cattaneo scenderà a 4mila. Netti. Come farà a pagare il mutuo, le bollette e le rette scolastiche dei tre figli, si domanda. Chissà quante volte tutti gli italiani che non hanno l’onere, né l’onore, di fare politica se lo sono domandati.

L’assessore non ce ne voglia, ma ci siamo permessi di spiare la sua situazione ipotecaria tramite una visura catastale. Abbiamo scoperto che di mutuo paga 1300 euro al mese. E’ questa la rata mensile di un mutuo quindicennale siglato con Banca Intesa nel 2002 (mancano solo 5 anni per estinguerlo, forza assessore) sulla casa poco fuori Varese in cui Cattaneo ha il piacere di rifugiarsi tutte le sere dopo le sue 12 ore di lavoro. Più che casa si dovrebbe dire villetta: l’unità immobiliare ha 14 stanze, è circondatata da un bel parco e per quanto si vede dall’immagine tratta da Google earth ha pure una piscina. «La villa di proprietà dell’assessore è inserita in un contesto di condominio di lusso, in cui vivono altre 13 famiglie, e la piscina è una piscina condominiale», precisano dal suo staff.


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Se davvero lo sventurato Cattaneo finirà per guadagnare solo 4mila euro al mese, insomma, non dovrebbe fare fatica a rispettare l’impegno preso con la banca. Ma c’è un altro omissis che lombardi, italiani e lavoratori in genere faranno fatica a perdonare all’assessore, varesino di nascita, ma di fede interista. I suoi emolumenti non si limitano a quelli come assessore ai trasporti. Cattaneo, da almeno 7 anni, è anche consigliere indipendente della società aeroportuale Sea. Un incarico che gli dovrebbe fruttare (anche se l’azienda non può confermare) circa 2mila euro al mese. Inoltre è consigliere del consiglio di sorveglianza di Infrastrutture lombarde.

«Lasciatemi in mutande, ma basta con questa antipolitica – ha azzardato ieri durante la trasmissione pomeridiana di Tgcom24 per spiegare le sue ragioni – la mia è una provocazione. Non intendo certo offendere gli italiani che lavorano e guadagnano meno di me, ma i politici vanno pagati e valutati per le responsabilità che hanno e per i risultati che ottengono. Io gestisco investimenti per 20 miliardi di euro e ho la responsabilità diretta di gestione su 2 miliardi di euro. Lavoro dalle 12 alle 15 ore al giorno e ho rinunciato a una carriera di dirigente nel privato per scendere nel pubblico. Non si può fare di tutte le erbe un fascio, c’è tanta politica con la schiena dritta che lavora per il bene della gente».

Tutto giusto e tutto vero. Forse Cattaneo ha solo sbagliato il momento. La pensa così anche Formigoni. «Ha posto un problema che c’è, ma lo ha fatto in modo totalmente sbagliato», ha detto il Celeste. Di poche parole, ma chiare.

Condannata l'eroina antimafia Pd: il tramonto di "Lady legalità"

Libero

Maria Grazia Laganà, parlamentare del Partito Democratico, condannata in primo grado: nei guai per le forniture ospedaliere. In imbarazzo tutto il partito

di Andrea Scaglia



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Condannata, sia pur in primo grado. Per truffa, falso e abuso. Due anni di carcere, pena sospesa. Certo la notizia è clamorosa, e non solo perché trattasi di parlamentare del Partito Democratico, dunque ennesima tegola giudiziaria per Bersani e compagnia. A essere giudicata colpevole dal Tribunale di Locri è stata infatti Maria Grazia Laganà. Vedova oggi 53enne di quel Francesco Fortugno che, all’epoca vicepresidente del Consiglio regionale calabrese in quota Margherita, venne assassinato il 16 ottobre 2005. Giusto l’altro giorno la Cassazione ha confermato in via definitiva gli ergastoli per un mandante - Giuseppe Marianò - e due esecutori. In qualche modo sconfessando la pista politico-mafiosa, e invece confermando la ricostruzione incardinata su una vicenda di rancori e gelosie professional-elettorali ambientata proprio all’ospedale di Locri - dove lavorava lo stesso Marianò e anche la moglie di Fortugno.

Per anni Maria Grazia Laganà ha ripetuto che i veri mandanti andavano cercati più in alto. E dopo l’elezione al Parlamento nel 2006 - sponsorizzata da Walter Veltroni e ripescata dopo i solito complicato gioco di rinunce e recuperi - ha rappresentato un punto di riferimento per quanto riguarda le manifestazioni di sensibilizzazione contro lo strapotere della ‘ndrangheta in Calabria. Per questo la condanna della Laganà fa sensazione: perché ha sempre fatto della legalità un punto fermo del suo impegno politico. Peraltro, lei ha sempre ripetuto - anche nelle dichiarazioni spontanee in aula prima del verdetto - di essere innocente. Si è autosospesa dal partito, «per evitare qualsiasi speculazione politica».

La vicenda che ha portato alla condanna della Laganà risale proprio a quando rivestiva il ruolo di vicedirettore sanitario dell’ospedale di Locri. Un’inchiesta cominciata dopo l’omicidio di Fortugno, in seguito allo scioglimento dell’Asl in questione e dopo la relazione compilata al commissario straordinario subentrato, il prefetto Paola Basitone, poi divenuta vice capo della Polizia. E comunque, le accuse si basano sulle dichiarazioni - che evidentemente la Corte ha ritenuto essere sufficientemente riscontrate - di un’ex dirigente dello stesso ospedale, Albina Micheletti - assolta nel processo.

La quale ha raccontato d’essere stata convocata nell’estate del 2005 dalla Laganà. E questa, alla presenza dello stesso Fortugno, avrebbe caldeggiato l’approvazione di una fornitura per il pronto soccorso da parte della ditta Medinex di Reggio Calabria. Dunque mascherine, divise, set universali per pazienti, supporti per terapia infusionale, borse di ghiaccio e quant’altro. Il commissario in carica in quel periodo, Benito Stanti, riferì poi in tribunale che arrivarono effettivamente in ospedale tre forniture di materiale ospedaliero per un valore di poco inferiore a 800mila euro, e di essersi insospettito perché la fornitura pareva eccessiva - un magazziniere gli confermò che di articoli del genere già  ce n’erano a sufficienza, e comunque la Medinex si riprese parte del materiale, per circa 130mila euro.

In ogni caso, per falso e abuso sono stati condannati a un anno e quattro mesi anche un altro ex dirigente dell’Asl, Maurizio Marchese, e Pasquale Rappoccio,  che della Medinex era il titolare. Rappoccio venne poi arrestato nell’ottobre 2011 dall’Antimafia con l'accusa di intestazione fittizia di beni e connivenze con la cosca Condello, e anche coinvolto nelle inchieste sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia.

Ambasciator Mortadella: alla fine in Africa ci va lui (e non Veltroni)

Libero

L'Onu gli propone un incarico nel Sahel, nell'Africa sub-sahariana, nei pressi del Mali



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Il Colle può attendere (forse). Romano Prodi assume un nuovo incarico: sarà inviato speciale per il Sahel, l'area dell'Africa sub-sahariana a rischio instabilità, in particolare, per le ripercussioni del conflitto in Mali. Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, intende nominare il Mortadella per il delicato incarico, e lo ha comunicato al Consiglio di Sicurezza con una lettera indirizzata al presidente, l'ambasciatore guatemalteco Gert Rosenthal, che a sua volta ha informato gli altri quattoridici membri, annunciando che prenderà atto della nomina di Prodi, e dunque l'omologherà, se non gli saranno notificate obiezioni entro le 10 di martedì, ora di New York, le 16 in Italia. Sembra un quadretto a metà tra la parodia e un film di James Bond, ma è tutto vero, nomi compresi: l'ex presidente del Consiglio se ne va (forse) in Africa. Per lui è stato creato un nuovo ruolo, quello di ambasciator Mortadella.

Prodi l'africano - Certo, il "pericolo" della scalata al Colle è tutt'altro che scongiurato. Il piano per portare Prodi sulla poltrona che, a breve, Giorgio Napolitano lascerà libera esiste e forze trasversali del Parlamento si adoperano per portarlo a compimento. La speranza, per chi non vede di buon occhio l'insediamento di Prodi al Quirinale, è che l'incarico di ambasciatore per il Sahel almeno lo distragga un po' dal proposito. Per convincerlo ad impegnarsi nel Continente Nero, Ban Ki-moon, nella sua missiva, ha ricordato "la lunga e onorata carriera del signor Prodi al governo e nella diplomazia internazionale come fautore di consenso, avendo egli servito per parecchi anni quale primo ministro dell'Italia e quindi presidente della Commissione Europea". Tra l'altro, già dal 2008, l'ex presidente del Consiglio italiano presiede il Gruppo di Lavoro Onu-Unione Africana per le missioni di pace in Africa. Al centro del suo possibile prossimo incarico si pone soprattutto il progetto di dare vita a una forza multinazionale per il Mali e gli Stati vicini, creata con il sostegno dello stesso Palazzo di Vetro dall’Ua e dall’Ecowas, la Comunità Economica dei Paesi dell’Africa Occidentale, la principale organizzazione regionale.

Il racconto di Giampaolo Pansa: "Così muore una spia fascista"

Libero


E "Il sangue dei vinti" divenne una pioggia rossa. Le anticipazioni del libro di pansa nel racconto dll'amore impossibile di Anna, iscritta al Pfr, che sfuggì ai camerati per finire in mano ai comunisti


Per gentile concessione dell’editore, sul Libero in edicola oggi, domenica 7 ottobre, pubblichiamo l’introduzione del nuovo libro di Giampaolo Pansa, La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti (Rizzoli, pp. 446, euro 19,5). Il volume sarà in libreria mercoledì 10 ottobre. Pansa torna ad occuparsi della guerra civile italiana, e lo fa smontando la leggenda rossa per cui i partigiani sono sempre stati considerati moralmente superiori rispetto ai militi della Repubblica sociale. Questo libro, bello e coraggioso, arriva quasi dieci anni dopo Il sangue dei vinti, l’opera con cui il grande giornalista ha incominciato il suo viaggio tra le verità nascoste del periodo storico seguito alla caduta del regime fascista. Quel volume, divenuto un bestseller, attirò a Pansa critiche pesanti e attacchi feroci. Ora La guerra sporca completa il suo appassionato racconto, a metà tra l’inchiesta e il romanzo.


"Questo libro va contro una leggenda che resiste inalterata da un’infinità di anni. La leggenda sostiene che esistano guerre sporche e guerre pulite. La mia opinione è diversa: tutti i conflitti armati sono sporchi delle vite  sottratte a chi vi partecipa o ne rimane coinvolto. In ogni caso, su entrambe le parti in lotta cade sempre una pioggia rossa: una pioggia di sangue. Da dove mi arriva questa immagine? Anni fa avevo scritto un libro su un personaggio quasi sconosciuto: il sardo Andrea Scano, un partigiano comunista espatriato di nascosto in Jugoslavia dopo la conclusione della guerra civile. Era ricercato dai carabinieri perché raccoglieva armi e munizioni in vista di una rivoluzione proletaria.

Dopo essere vissuto da latitante a Fiume, ormai diventata una città jugoslava, era finito nel gulag più orrendo del maresciallo Tito, quello creato a Goli Otok, l’Isola Calva. E qui era rimasto per tre anni, torturato da una sequenza infinita di orrori". Inizia così l'introduzione di Pansa de La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti, il racconto degli orrori della guerra civile in cui la celebre firma del giornalismo italiano smonta la leggenda della superiorità morale dei partigiani. L'intera, lunga e appassionante introduzione potete leggerla sul quotidiano in edicola oggi, domenica 7 ottobre. Noi, intanto, vi proponiamo ampi stralci del prologo del libro, ampi stralci di uno dei racconti, dal titolo La fascista e il partigiano, in cui Pansa racconta come muore una spia fascista
di Giampaolo Pansa



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Anna C. era la ragazza fascista. Una maestra elementare di 22 anni, alta, bionda, occhi azzurri, con un viso da madonna e dal contegno riservato. Il suo corpo, invece, era da schianto. Aveva un seno prorompente, fianchi ben torniti, gambe muscolose, caviglie sottili. Assomigliava alle donne di un disegnatore alla moda, Gino Boccasile: le signorine Grandi Firme. Nel volto da ragazza perbene spiccava una bocca sensuale, le labbra perfette, con un contorno accentuato dal rossetto. A renderla ancora più attraente era la castità. Molti non ci credevano, ma Anna era illibata, pudica e senza malizia. La famiglia veniva ritenuta tra le più religiose della città. Il padre dirigeva l’anagrafe comunale. La madre insegnava matematica al liceo scientifico. Tutte le domeniche andavano alla messa grande in Duomo, quella delle undici, celebrata dal vescovo. (...)

UNA SCELTA PERICOLOSA Quando ebbe inizio la guerra civile, Anna volle subito iscriversi al Partito fascista repubblicano. I genitori cercarono di dissuaderla. Era la loro unica figlia e volevano preservarla dalla tempesta che sentivano imminente. Ma i tentativi dei famigliari fallirono. Anna era una fascista convinta. E spiegò ai suoi che aveva il dovere di stare a fianco dei camerati che difendevano la patria dagli inglesi, dagli americani, dai sovietici e dai ribelli comunisti al soldo di Mosca. In quel momento, era il novembre 1943, non esisteva ancora il corpo delle Ausiliarie. Ma il segretario del fascio cittadino accolse Anna a braccia aperte. Era un commerciante sui cinquant’anni, già squadrista, rimasto sempre fedele a Mussolini. Non aveva mai messo in mostra fanatismi né eccessi violenti. E si era mantenuto così pure in un’epoca dove la voglia di uccidere l’avversario sembrava diventata la prima fra le virtù.

La ragazza continuò a insegnare alle elementari e cominciò a passare il tempo libero nella sede del Pfr. Qui pensarono di utilizzarla nell’assistenza ai militari che avevano aderito alla repubblica. E nelle opere di beneficenza del partito, come la Befana fascista e l’aiuto alle famiglie bisognose. Tra i suoi incarichi ci fu anche quello di visitare ogni settimana il carcere giudiziario della città. Era una prigione piccola, a pochi passi dal centro, sul limite dei vasti giardini pubblici. Vi stavano rinchiusi delinquenti di mezza tacca. Ladri, ricettatori, borsaneristi pizzicati mentre trafficavano.

Insieme a loro, si trovavano quattro o cinque detenuti politici. Erano partigiani o renitenti alla leva, catturati dalla Guardia nazionale repubblicana. Avevano la sorte segnata: prima o poi li avrebbero deportati in Germania. E si sapeva quale destino avrebbero incontrato. Anna andò a visitare anche loro. Ma si rese subito conto che la sua presenza non era per niente gradita. Veniva accolta in malo modo, con insulti e risate di scherno. Non mancavano mai le proposte indecenti e i gesti volgari. La ragazza faceva di tutto per non eccitarli. Indossava grembiuloni grigi, senza forma. Però neppure questo era servito.

Soltanto uno dei detenuti politici la ricevette in modo diverso. Era un partigiano piccolino, magro, con l’aspetto dell’adolescente, anche se spiegò ad Anna di avere 21 anni. Il suo stato spaventò la ragazza. Durante o dopo la cattura, l’avevano pestato senza misericordia. Lo si capiva dal viso, ancora gonfio per le botte. E dalla difficoltà nel restare ritto in piedi. Disse ad Anna di chiamarsi Pietro S. e di essere originario della provincia di Napoli. L’armistizio dell’8 settembre l’aveva sorpreso mentre era sotto le armi, in un reparto di fanteria stanziato ad Alessandria. Dopo essersi nascosto per un paio di mesi, si era aggregato a una delle prime bande della Garibaldi. Di fare il ribelle non gli importava, però non poteva neppure ritornare al proprio paese, ormai al di là del fronte.

Dopo le prime visite di Anna, il ragazzo le confessò di vivere nel terrore che lo spedissero in un lager tedesco. Immaginava che lì avrebbe incontrato una fine lenta, tra sofferenze atroci: la fame, la sete, la perdita di ogni volontà, la scomparsa della sua dignità di essere umano. Quando Anna entrava nella cella, Pietro scoppiava in lacrime. Un giorno la pregò di procurargli del veleno per uccidersi. Lei si rifiutò. Allora il partigiano cominciò a implorarla di farlo uscire dalla prigione. Anna replicò che era una proposta folle. Il ragazzo le urlò: «Se è così, lasciami perdere, non venire più a visitarmi!». Anna non disse nulla a nessuno. Ma continuò a pensare al partigiano e alla sua disperazione. Il pensiero divenne una costante fissa delle proprie giornate. Anche prima di addormentarsi, vincendo l’ansia da ragazza inerme in un mondo pieno di cattiveria, rifletteva sulla richiesta di Pietro. E alla fine maturò una decisione: doveva aiutarlo a fuggire dal carcere.

SPARIRE PER SEMPRE
Poiché non era una sciocca, Anna sapeva che, se fosse riuscita nell’intento, anche lei avrebbe dovuto sparire. Lasciando l’esistenza di sempre e gettando i genitori nello sconforto. E forse alle prese con una ritorsione violenta dei suoi camerati, pazzi di rabbia per essere stati traditi. Poi si chiese perché le importasse  tanto la salvezza di quel ribelle. E si diede una risposta: senza rendersene conto, giorno dopo giorno si era innamorata di lui. Prima di allora non aveva mai conosciuto l’amore. Adesso l’aveva incontrato nella condizione più difficile. (...)

Anna ideò un piano di fuga molto semplice. Aveva notato che i tre militi di guardia alla prigione si davano il cambio verso le nove di sera, quando era già buio. Il carcere restava sguarnito per cinque minuti. Non avrebbe dovuto esserlo, ma la città era sempre stata tranquilla, un luogo dove non accadeva mai nulla. La ragazza s’impadronì delle chiavi che aprivano le celle. E una sera del maggio 1944 fece uscire Pietro. Lo trascinò fuori e lo spinse sul retro della prigione, dove aveva nascosto due biciclette. Le inforcarono e sparirono dentro i grandi giardini pubblici, in quell’ora deserti. Poi presero una strada secondaria che portava alle colline.

Pedalarono come forsennati, lei con il cuore in gola, lui pazzo di felicità. Pietro sapeva dove dirigersi perché la banda partigiana stava accampata in una località non lontana. Verso la mezzanotte arrivarono a una piccola cascina isolata. Pietro bussò, gridò il  suo nome e un contadino gli aprì. Doveva conoscere il ragazzo perché lo abbracciò e lo fece entrare insieme ad Anna. L’uomo non gli rivolse domande sul conto della bellezza bionda che lo accompagnava. Diede da mangiare a entrambi. Poi li guidò in un angolo della soffitta dove era sistemato un pagliericcio. Fu alla luce flebile di una lampada a petrolio che Anna e Pietro si amarono. Lei confessò al ragazzo di essere vergine e lui la trattò con delicatezza. Si addormentarono verso l’alba, spossati.

La ragazza comprese di essere felice come non lo era mai stata. E ringraziò la Madonna per averle dato il coraggio di compiere quel passo, così intenso e bello. Il brutto emerse il giorno dopo, quando nessuno dei due se l’aspettava. Nel primo pomeriggio arrivarono al campo della banda partigiana di Pietro. I compagni accolsero il ragazzo con urla di entusiasmo. Era un prigioniero che ritornava libero, grazie all’aiuto di quella ragazzona. Anche lei venne festeggiata. Il clima cambiò quando si fecero vivi il comandante e il commissario politico della banda. Il primo era un giovane ufficiale dell’esercito, il secondo un operaio comunista.
Vollero sapere da Pietro in che modo era riuscito a evadere e chi fosse la ragazza che l’aveva aiutato.

Lui raccontò la verità. E commise l’errore di aggiungere che Anna era una fascista, decisa a fuggire insieme a lui. I due capi gli fecero ripetere la storia dell’evasione. Pietro obbedì, senza mai contraddirsi. Del resto quanto andava dicendo era tutto vero. Ma nella guerra civile, un conflitto senza pietà per nessuno, poteva essere difficile far trionfare la verità. Pietro lo comprese quando cominciarono a rivolgergli domande gonfie di sospetto. I fascisti non ti avranno mica liberato per farti ritornare alla banda e spiarci? La ragazza non sarà una spia anche lei? Chi ci dice che non ti abbia fatto uscire dal carcere per conto dei suoi camerati?

ATROCI SOSPETTI
Pietro si difese, mentre Anna cadde in preda al terrore. Il commissario politico sembrava propenso a credere al racconto del ragazzo. Non così il comandante, sempre più diffidente. Pensava di avere di fronte un traditore e una fascista che fingeva di essere un’ingenua mossa soltanto dall’amore. Il partigiano comprese che cosa stava per accadere. Si scaraventò fuori dalla baracca dell’interrogatorio, gridò ad Anna di seguirlo e si mise a correre come un disperato. Riuscirono ad afferrare le biciclette, però non fecero molta strada. La fuga sembrò al comando un’ammissione di colpa. Vennero ripresi e rinchiusi in un capanno. Quella stessa notte Pietro e Anna furono condotti in un bosco vicino, con le mani legate dietro la schiena.

Li affiancava un ribelle sui trent’anni, incaricato di giustiziarli. Arrivati nella boscaglia, l’uomo accoppò Pietro con una rivoltellata alla nuca. Ma non uccise Anna. Non aveva cuore di ammazzarla. Si limitò a colpirla alla testa con il calcio della pistola. La ragazza perse i sensi. E non si accorse di venire caricata su un calesse sgangherato, accanto al cadavere di Pietro. Il partigiano li trasportò in un paese vicino. Qui furono scaricati sul selciato della piazza. Con un cartello che diceva: «Così muoiono le spie fasciste».

L'aura della nuova dottoressa della Chiesa

Corriere della sera

Anche una sofferenza fisica ebbe un ruolo nella santità di Ildegarda di Bingen

Ildegarda di BingenIldegarda di Bingen

La pioggia di stelle che Ildegarda di Bingen, proclamata Dottore della Chiesa, interpretava come la caduta degli angeli sulla terra, poteva essere semplicemente preludio a un attacco di emicrania. Nell’aura, la fase che talvolta precede la comparsa del mal di testa, sono comuni infatti allucinazioni visive dette scotomi scintillanti, accompagnati da altre immagini strane, per esempio forme geometriche distorte e linee spezzate simili a quelle dei merli che ricoprivano le mura dei castelli medioevali, per questo detti «spettri di fortificazione». Era questo fenomeno, non necessariamente sempre seguito dal dolore, che permetteva alla santa del dodicesimo secolo di vedere «la città di Dio» in condizioni di completa veglia e perfetta lucidità, come lei stessa nei suoi scritti sostiene?

IL CONGRESSO- A ricordare questa lettura «medica» delle visioni della monaca medioevale è stato Luca Violini, noto speaker e doppiatore. Accompagnato dalla musica del pianoforte, ha aperto sabato a Rimini il Congresso della Società Italiana di Neurologia con uno spettacolo intenso, nel quale ha raccontato alcune malattie neurologiche attraverso le parole di grandi scrittori. Tra gli altri non poteva mancare Oliver Sacks, egli stesso neurologo alla Columbia University e autore di libri famosi come «Risvegli», da cui il film con Robin Williams e Robert De Niro. Nella sua raccolta di casi clinici curiosi -- dall’altrettanto originale titolo «L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello» --, come anche in “Emicranie”, Sacks spiega come le visioni descritte da Ildegarda di Bengen nei suoi libri rispecchino in maniera molto precisa l’esperienza di chi soffre di questa particolare forma di emicrania complessa detta appunto «con aura».

LA STORIA - Sacks non è stato il primo ad avanzare questa ipotesi. Egli riprende le parole di Charles Singer, storico della scienza che già nel 1917 aveva interpretato come aure emicraniche queste esperienze mistiche: «In tutte le visioni esiste come elemento di rilievo un punto o un gruppo di punti di luce, che scintillano e si spostano, di solito con moto ondulatorio, e che sono per lo più interpretati come stelle o occhi fiammeggianti. In parecchi casi una luce, più grande delle altre, mostra una serie di figure circolari concentriche disegnate con tratto ondulato; spesso vi è la descrizione di ben precise figure-fortezza, in alcuni casi irradiantisi da una zona colorata.

Spesso le luci davano l'impressione, descritta da tanti visionari, di essere vive, di ribollire o fermentare...». Ildegarda, donna di spicco nella sua epoca non solo come mistica e come voce viva nella Chiesa del suo tempo, ma anche come studiosa di medicina e compositrice di musica ascoltata ancora oggi, soffriva di malesseri continui, che tuttavia non le hanno impedito di vivere a lungo, così come fa l’emicrania; le manifestazioni interpretate come visioni mistiche cominciarono durante l’infanzia , come appunto accade spesso in questi casi. Ma soprattutto le miniature che accompagnano il manoscritto anticipano di secoli, in maniera artistica ma assai precisa, le prime illustrazioni mediche delle aure emicraniche.

L’INTERPRETAZIONE - Gli stessi studiosi che hanno spiegato così le visioni di Ildegarda non intendono tuttavia negarne il valore religioso o spirituale. «Cariche di questa sensazione estatica, ardenti di un profondo significato teoforo e filosofico, le visioni di Ildegarda contribuirono a portarla verso una vita di santità e misticismo» scrive Sacks. «Esse forniscono un raro esempio del modo in cui un evento fisiologico, banale, odioso o insignificante per la grande maggioranza delle persone, possa diventare, in una coscienza privilegiata, il sostrato di una suprema ispirazione estatica».

Roberta Villa
7 ottobre 2012 | 11:29

I bambini clandestini hanno diritto al pediatra

Corriere della sera

Un documento che sarà approvato a giorni con applicazione immediata elimina la discriminazione

ROMA - Funziona in modo diverso in ogni Regione. E a rimetterci sono i più fragili. I figli di immigrati irregolari, privi di un diritto fondamentale, la salute. Elimina questa discriminazione un documento di indirizzo sull'assistenza ai cittadini stranieri che verrà approvato la prossima settimana in Conferenza Stato-Regioni, con applicazione immediata. I minori extracomunitari dovranno avere il pediatra di base, come i bambini italiani. «Siamo riusciti finalmente ad arrivare a un provvedimento per migliorare alcuni problemi dell'assistenza sanitaria agli immigrati», ha detto annunciando la novità il ministro della Salute, Renato Balduzzi.

La prossima settimana ne parlerà ai medici della Società italiana medicina dell'immigrazione (Simi). La parte che riguarda i figli di genitori senza permesso di soggiorno è la più qualificante di un documento che ha come radice leggi già esistenti e le chiarisce in modo chiaro per uniformare l'assistenza. Attualmente è poco frequente che un bimbo del Marocco o del Senegal figlio di una famiglia clandestina venga curato da un pediatra di base, dunque entri sotto l'ala assistenziale dello Stato italiano.

Solo l'Umbria, e in parte la Puglia, prevedono questo meccanismo. Altrove i figli degli irregolari vengono sballottati tra consultori, ambulatori per adulti e altri servizi. In ogni caso non vengono seguiti da un unico medico. «Il documento era già pronto un anno fa. È un salto culturale perché cancella le diseguaglianze. Non era giusto che ogni Regione si regolasse autonomamente in base alla locale impostazione politica», dice Salvatore Geraci, presidente della Simi e responsabile sanità della Caritas.

Il documento garantisce inoltre un percorso sicuro ai rom «in fragilità sociale», cioè gli anziani. Infine chi ha presentato domanda per la sanatoria in corso entrerà automaticamente sotto la tutela del servizio sanitario italiano. Concetta Mirisola, commissario straordinario dell'Istituto nazionale per la promozione della salute dei migranti, con sede al San Gallicano di Roma, fotografa la realtà: in 4 anni sono stati curati in ambulatorio 50 mila persone e circa 150 mila sono state le visite. Il 70% ha riguardato stranieri irregolari. Tra i problemi dell'assistenza la mancanza di figure necessarie come il mediatore culturale e l'antropologo. Alla Caritas confermano. Sei pazienti su 10 sono clandestini e fra loro il 50% extracomunitari e il 20% comunitari in condizioni di salute molto critiche.

Margherita De Bac
7 ottobre 2012 | 12:29

Ciao, Pierangelo

Corriere della sera

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di Franco Bomprezzi


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Quando avevamo “cent’anni di meno”. Mi è tornata in mente subito quella sua canzone. Una foto in redazione, maggio 1992, nel pieno del suo tour “Italia d’oro”. Vent’anni fa, un secolo fa. Insieme ancora una volta per l’ennesima intervista, che lui da me accettava volentieri (spero) perché poteva parlare senza rischiare di essere frainteso, anche quando si affrontava un tema che cercava quasi sempre di evitare, ossia la disabilità. Lui, il Pierangelo Bertoli da Sassuolo, amava solo cantare, e sul palco si trasformava, magnetico e generoso come sono tanti cantautori emiliani, tutti amici suoi, uno, tra l’altro, quasi suo allievo, tal Luciano Ligabue.

Mentre Pierangelo era stato scoperto da una che di talenti se ne intende, Caterina Caselli. Una vita a muso duro, un lottatore incredibile, con quella voce screpolata e arsa da mille sigarette fumate avidamente, senza ritegno e senza sensi di colpa, anche in faccia a me che dopo un po’ mi trovavo immerso in una nuvola ovattata, e faticavo a leggere gli appunti. Ci ha lasciati, come si dice, dieci anni fa, il 7 ottobre del 2002. Dieci anni che sembrano un’epoca. Le sue canzoni si sentono raramente nelle radio commerciali e poco anche in televisione, se non per qualche rara operazione nostalgia. C’è il figlio, Alberto, per fortuna, che continua a cantare i suoi versi.

L’ho incontrato in televisione da Gianluigi Paragone, che ha un po’ rovinato “A muso duro” (ma in buona fede), in apertura del suo programma “L’ultima parola”, la settimana scorsa. Mi sono emozionato di nuovo, ci sono cascato. Perché Bertoli è davvero parte della mia vita di Invisibile. Troppe volte, da stonato, ci ho provato a cantare la sua rabbia, le sue passioni, con esiti orrendi, ma con la gioia di condividere qualcosa in più, ossia un punto di osservazione della realtà, un modo di vedere la gente e le cose, che in un certo senso è stato agevolato dalla sedia a rotelle, dalla sua poliomielite, dalle mie ossa fragili. Siamo di quella generazione lì, che non si è mai tirata indietro. Lui è quello famoso, si direbbe adesso.

Divenne importante persino la sua campagna Pubblicità Progresso quando in un fortunatissimo spot cercava invano di entrare in una cabina telefonica inaccessibile per chiamare l’ambulanza, testimone di un incidente. Doppio messaggio, forte e chiaro: troppe barriere architettoniche. Ma anche: noi, persone con disabilità, potremmo essere utili all’intera società, se solo ci mettete in condizione di farlo. Nacque da lì il primo serio piano di abbattimento delle barriere, e non è che poi si sia fatta tantissima strada. Era scomodo, il Pierangelo. Politicamente sempre schierato all’estrema sinistra. E dunque doppiamente emarginato dalla scena televisiva: “handicappato” e di sinistra.

Ma a lui interessava davvero poco, perché il suo pubblico lo avrebbe seguito in capo al mondo. Palazzetti pieni, concerti sempre affollati, tournée quasi ogni anno. E poi la grande casa senza barriere a Sassuolo, i figli, la famiglia. Una bella persona davvero. “Italia d’oro”, anno 1992. Scriveva e cantava così: “E torneranno a parlarci di lacrime dei risultati della povertà, delle tangenti e dei boss tutti liberi, di un’altra bomba scoppiata in città. Spero soltanto di stare tra gli uomini, che l’ignoranza non la spunterà, che smetteremo di essere complici, che cambieremo chi deciderà”.
Ciao, Pierangelo. Grazie di tutto.

La confessione dell’ex SS “È vero, uccisi 25 donne”

La Stampa

Ma per la strage di Sant’Anna di Stazzema la Germania lo ha assolto




Nella foto il trasporto delle salme da Sant’Anna di Stazzema all’Ossario sul Colle di Cava, 4 anni dopo la strage del ’44

Niccolò Zancan
Torino


Eppure c’è chi ha ammesso. Parola per parola. Orrore su orrore. «Verso la parte terminale del pianoro, dove ricominciava la salita, vi erano due case. Si trattava di case piuttosto piccole, erano rivestite in muratura, ma avevano un aspetto misero. Di fronte a queste case, sedevano in cerchio circa 25 donne».

Questa è la voce di Ludwig Göring nato a Itterbash, Germania, il 18 dicembre 1923, tornitore di casse d’orologio in pensione. Ma, soprattutto, «impiegato alla mitragliatrice» nelle Waffen SS - come da dizione giudiziaria tedesca - durante la seconda guerra mondiale. E quello che ha messo a verbale davanti alla procura della Repubblica di Stoccarda - e poi anche davanti alla procura militare italiana - è il suo ricordo della strage di Sant’Anna di Stazzema.

L’avevano chiamata «operazione antipartigiani». Dopo la notte trascorsa vicino a La Spezia, si ritrovarono di fronte a quelle donne disarmate. «L’ufficiale di grado più elevato era molto impaziente - racconta Göring - ci sollecitò a fare presto. Urlò: “Posizionare la mitragliatrice!”. Dopo l’ordine di fare fuoco, sparai sulle donne. Durò pochissimo. Tre uomini cosparsero di benzina i cadaveri e vi appiccarono il fuoco. Improvvisamente vidi che dalla catasta in fiamme si levava correndo un bambino, un ragazzo di circa 10-11 anni, che si allontanò subito di corsa, scomparendo dietro la scarpata che distava circa tre metri. Non avevo visto prima il bimbo. Neanche mentre sparavo avevo notato che vi fosse un bambino con le donne». 

Ha ammesso in piena consapevolezza, di fronte al preciso avvertimento avanzato dal procuratore generale Bernard Häubler: «Al testimone si fa rilevare che, qualora sostenga di aver sparato, diviene indiziato di concorso di omicidio e potrebbe rendersi perseguibile per concorso in omicidio doloso semplice o omicidio doloso grave». Ludwig Göring risponde così: «Devo parlare, non importa cosa accadrà. Ora voglio dire la verità. In quello spiazzo si trovava una sola mitragliatrice, azionata da me e dall’artigliere addetto alle munizioni... Ero consapevole che una simile fucilazione era proibita. Ma non avevo scelta: un ordine è un ordine».

C’è, dunque, un reo confesso. Eppure il 1° ottobre anche la posizione di Ludwig Göring è stata archiviata dalla Procura di Stoccarda, insieme a quella degli altri soldati nazisti indagati per la strage del 12 agosto 1944, in cui furono trucidati 560 innocenti. Una sentenza che il presidente Giorgio Napolitano ha definito «sconcertante». E che si è basata, per quanto si è potuto capire, proprio sull’impossibilità di ricondurre le singole azioni criminali a precise responsabilità individuali. E invece ci sono i ricordi lucidi del caporalmaggiore Göring, c’è la sua mano che spara: «Quella mattina la mia compagnia si mise in marcia compatta. Si recò sui monti, formando una linea di fucilieri. La distanza fra i soldati era di circa 10 metri. Io trasportavo la mitragliatrice». 

A un certo punto fa addirittura un disegno, indica le posizioni: il pianoro, il bosco, le donne costrette a sedersi in cerchio. Aggiunge: «Stavamo a cinque metri da loro. Tutti spararono. Io svuotai un’intera cartucciera, che non fu ricaricata. Altri soldati spararono con il mitra... Erano solo donne, donne di ogni età, ma non le osservai in modo dettagliato... Mentre ci allontanavamo, i cadaveri stavano ancora bruciando». Gli chiedono: «Ha mai parlato con qualcuno di questi fatti dopo l’accaduto?». Göring risponde: «Sì, circa quattro settimane fa con mia moglie. Quando ricevetti la convocazione della Procura, me ne chiese il motivo». Gli domandano: «Perché adesso è disposto a raccontare questi accadimenti?». E lui: «Perché li ho sempre davanti agli occhi, in continuazione, da quando sono accaduti. E specie da quando si parla in televisione di attacchi terroristici, questi fatti mi tornano alla mente. Non riesco a liberarmene». 

Il verbale è datato 25 marzo 2004. Una ricostruzione confermata successivamente anche davanti al capo della procura militare italiana, Marco De Paolis. Per la stessa strage ha ottenuto dieci condanne. «Senza mancare di rispetto a nessuno - spiega adesso - non può finire così. C’è qualcosa che stride. Da noi la sentenze di condanna sono state confermate in appello e in Cassazione. E tutte si sono basate su prove documentali e testimoniali». Anche sulla confessione tardiva del caporalmaggiore Göring. 

Due miliardi per Palermo ma costruite la moschea”

La Stampa

La proposta dello sceicco del Bahrain al sindaco Orlando. L’enorme investimento trasformerebbe il volto della città




La giunta Orlando sogna di abbattere il mercato ittico e di completare la passeggiata a mare

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palermo

È arrivato sventolando un assegno da due miliardi di euro. Due miliardi due, un sogno piovuto come polvere di stelle in una città sull’orlo del dissesto che gratta ogni giorno il fondo del barile per arginare le emergenze. Roba da non crederci. Invece lo sceicco del Bahrain Zamil al Zamil non è un personaggio da commedia all’italiana. Esiste davvero, in carne ossa e denari. Tanti, tantissimi. Ogni anno il suo Zamil Group, che conta 54 società in sessanta Paesi, fattura 32 milioni.

«Parla di milioni come noi faremmo per le banconote da dieci euro», sussurrano stupiti nelle stanze del Comune, che si è affrettato a lucidare al meglio i suoi cristalli e a srotolare tappeti rossi per accogliere l’illustre ospite, che oltre a essere proprietario di banche e uno dei più grandi armatori del pianeta, è il neoeletto presidente della Camera di Commercio italo-araba. In cerca di investimenti in quella Palermo che ha individuato come luogo di interesse per fare affari ma anche per allargare la sfera di influenza islamica sull’altra sponda del Mediterraneo.

In cima all’agenda dei suoi desideri, la costruzione di una moschea da cinquemila posti, che in città manca a dispetto della forte presenza di immigrati di fede musulmana, da sempre accampati in luoghi di preghiera di fortuna. Il sindaco Leoluca Orlando, gongolante per avere rispolverato le grandi relazioni internazionali della sua epoca d’oro – quando andava a passeggio in città con Hillary Clinton – ha rilanciato chiedendo che a fianco della moschea lo sceicco costruisca una chiesa cristiana.

E, già che c’è, pure un tempio indù. Insomma, una cittadella interreligiosa «un segnale bellissimo per la città del dialogo e della multiculturalità», dice. Lui, Orlando, di cifre non vuol parlare: «Due miliardi? Potrebbero essere anche venti, o duecento». Roba da mandare in visibilio i suoi assessori, pronti ad azzardare ogni sogno,ad acciuffare questo assegno che sembra il milione del signor Bonaventura: dalla riqualificazione della costa degradata a interventi su scuola e assistenza sociale. 

Ma sogna anche Orlando – come sempre in grande - convinto che a far arrivare Zamil in città abbia contribuito la lettura del suo libro «Fighting the mafia and renewing sicilian culture», pubblicato prima in inglese e poi a Beirut in arabo dopo la sua precedente esperienza di sindaco. In realtà Zamil Al Zamil punta anche a fare business.

E non a caso è arrivato in compagnia - oltre che della più anziana delle sue numerose mogli, figlia del più ricco imprenditore edile del mondo arabo - del direttore generale della Zamil offshore, uno dei tanti bracci del suo gruppo. E insieme sono andati ai Cantieri navali di Palermo, anche quelli in crisi nera, pronto a sventolare milioni per rilevare gli stabilimenti. Una visita per cui ha dismesso l’abito tradizionale per indossare pantaloni e camicia chiara, mocassini e occhiali da sole, come un professionista in vacanza.

Alla cena di gala della sera prima, invece, si è mosso lieve con la sua jallabia – veste lunga e copricapo – mangiando con gusto i piatti offerti dal Comune, ovviamente senza traccia di carne di maiale. Con lui, a completare il quadro fiabesco, la vicepresidente della Camera di Commercio italo-araba, il cui nome è stato un rebus per gli addetti al protocollo: la principessa Sheikha Hessa Saad al-Abdullah Al Sabah, discendente della famiglia reale dell’Arabia saudita e figlia dell’ex capo del governo del Kuwait.

Lei è presidente del Council of arab businesswomen, una sorta di Confindustria mondiale delle donne. Anche lei in cerca di buoni investimenti. E pronta a organizzare a Palermo, l’anno prossimo, una sorta di congresso da Stati generali dell’imprenditoria al femminile. Tra le richieste, quella di aprire a Palermo la sede di una rappresentanza diplomatica congiunta dell’Arabia Saudita, del Bahrain e del Kuwait. Giusto Catania, assessore al Decentramento e uomo di spirito, scherza (ma non troppo) a costo di fare fuoco alle polveri delle polemiche. «Perché proprio Palermo? Gli amici arabi mi dicono: ce la vogliamo riprendere, del resto era nostra, i cristiani sono arrivati dopo».

Cassazione: ecco chi è il buon capo

La Stampa


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La Cassazione detta l'abc del "buon dirigente" e sottolinea che la reputazione dei dipendenti non si può «sacrificare» tanto alla leggera. Specie se ci si trova in un contesto pubblico, davanti ad una platea. Nel vademecum stilato dalla Quinta sezione penale, i supremi giudici spiegano che è sempre necessario «accertare se il sacrificio della reputazione del dipendente sia proporzionato all'interesse perseguito posto che la valutazione della continenza non può prescindere dalla comparazione dei valori in gioco».

In questo modo, la Suprema Corte ha disposto un nuovo esame della vicenda che vede imputato per diffamazione il presidente della Coop Centro Italia, G. R., colpevole di avere offeso, nel corso di un seminario, la reputazione del dipendente F. T. affermando, pur senza nominarlo, che l'assistente era stato rimosso «per incapacità a ricoprire il ruolo». Per questa sua esternazione, il dirigente era stato condannato per il reato di diffamazione sia in primo che in secondo grado.

Contro la doppia condanna, il presidente della Cooperativa ha fatto ricorso in Cassazione, facendo leva sulla «libera manifestazione di pensiero consentita - a detta della difesa - a chiunque in uno stato democratico, in via generale, e a maggior ragione nell'ambito di un rapporto subordinato dove è riconosciuto al datore di lavoro un potere valutativo e disciplinare». Piazza Cavour ha disposto un nuovo esame della vicenda davanti al Tribunale di Terni e ha fatto notare che «non è consentito con la parola o con qualsiasi altro mezzo di espressione, ledere l'altrui reputazione, salvo che per tutelare interessi riconosciuti dall'ordinamento».

Considerato poi il contesto in cui sono volati i giudizi sul dipendente, avverte la Cassazione, («l'assenza di interesse pubblico alla conoscenza delle dinamiche e vicende aziendali») è necessario «accertare se il sacrificio della reputazione del dipendente sia proporzionato all'interesse perseguito», dal momento che, precisano ancora i supremi giudici, «la valutazione della continenza non può prescindere dalla comparazione dei valori in gioco». In buona sostanza, il pericolo condanna per il dirigente non è ancora scongiurato.
 
(Fonte: Adnkronos)