giovedì 4 ottobre 2012

Mina a Grillo: «Corri Forrest, corri…»

Corriere della sera

La cantante offre al Movimento il suo appoggio: «Un dittatore? Sì, come loro mangia, beve, dorme e...»

Il fotomontaggio che accompagna il post di Mina sul blog di GrilloIl fotomontaggio che accompagna il post di Mina sul blog di Grillo

Anche una delle più celebri cantanti italiane, Mina, offre il suo appoggio a Beppe Grillo e al Movimento 5 stelle. L'artista lascia le sue lodi al movimento politico ribelle attraverso un post sul blog dell'ex comico.

NON DOVEVI ESSERE SILENZIATO? - «Corri, Forrest, corri», è l'esortazione della Tigre di Cremona, che fa l'occhiolino al film Forrest Gump. Dopo essersi scusata per essere stata distratta dai suoi impegni, non avendo seguito la politica italiana, Mina scrive: «Riaperto l'oblò, ritrovo ancora te, Beppe, nello splendore dei riflettori. Scusa, ma non eri un trascurabile, insignificante, nulla politico? E quand'anche avessi avuto qualche vocina in capitolo, non dovevi per caso essere silenziato e relegato nel cosmico cantuccio del web, secondo ordini trasversalmente e uniformemente accettati?».

I DITTATORI - La cantante ironizza sulle paure del mondo politico e della stampa che accostano via via Grillo a dittatori come Mussolini, Hitler, Stalin o Mao, e aggiunge: «È vero, c’è qualcosa che fai esattamente come Mussolini, come Stalin, come Mao, come Giannini ed è bere, dormire, mangiare e, orrore, fare la cacca».

«VA', DRITTO COME UN FUSO» - E chiude il suo lungo intervento («prima di impegnarmi a emulsionare una buona maionese con le uova fresche») con l'esortazione all'uomo Grillo e al suo movimento: «Mi concedo solo un piccolo momento per un'incazzatura. Che bassezza, la povertà di questa iconografia da strapazzo. Le similitudini per la tua antidemocraticità, per il tuo qualunquismo, per la tua voglia di reclamizzarti sono pezzi disordinati di ineleganza, al limite del ridicolo. O della querela. Ne vedremo delle belle, temo. Tu va', dritto come un fuso. Corri Forrest, corri…».



Redazione Online4 ottobre 2012 | 19:16

Ikea censura le donne? Il web non perdona

Corriere della sera


Dopo il caso dei cataloghi in Arabia le protagoniste di scatti celebri sostituite con mobili

Dopo che Ikea è stata pizzicata a modificare i suoi cataloghi in Arabia eliminando le donne, il tumblr americano Ikea files si è divertito a prendere in giro il colosso svedese sostituendo alle protagoniste di scatti celebri mobili Ikea (Da ikeafiles.tumblr.com)


195
236
41011

La nuova frontiera delle stampanti 3d? Le pistole e i fucili

Corriere della sera

Negli Usa in tanti sono riusciti a fabbricare un'arma grazie a questa tecnologia. E c'è chi teme l'aumentare delle stragi

Video . Le armi fai da te


Cattura
Non solo giocattoli e ingranaggi. Oggi con le stampanti 3d si fanno le armi. Già, perché sfruttando questa tecnologia si possono stampare e assemblare parti composte da diversi materiali con diverse proprietà fisiche e meccaniche dando vita a degli oggetti dal nulla. Comprese le pistole. Perfettamente funzionanti e pronte a esplodere colpi con i proiettili tradizionali. Secondo quanto riporta l'edizione americana di Wired, una compagnia di stampa in 3 dimensioni americana, la Stratasys, sta lavorando con i più importanti produttori di armi americani, compresa la Knight's Armament Co. and Remington Arms per creare con questo sistema prototipi di pistole e fucili.

COMMERCIO ILLEGALE - L'idea ovviamente ha allarmato molti. Anche perché, sebbene i materiali e le formule impiegate per il progetto siano tenuti segreti, è chiaro che queste pistole sono metal free e dunque invisibili ai metal detector. Poi, certo, è da vedere se l'arma in questione è in grado di resistere all'esplosione dei proiettili. Altra caratteristica di queste pistole 3d è che non sono nemmeno particolarmente care, con costi che vanno dai 600 dollari ai 2000 dollari. Il Guardian ha scritto: «Vi immaginate cosa potrebbe capitare in America se tutti avessero la possibilità di stamparsi un'arma in casa senza alcun controllo e senza bisogno di una licenza?». Pensando alla strage della Columbine o a quella di Denver viene da pensare che la trovata sia davvero pericolosa perché mette chiunque nelle condizioni di fabbricarsi un'arma. Inoltre il commercio di queste pistole e fucili si sta diffondendo sul Deep Web, e cioè sui siti nascosti, dove viene spacciato di tutto, dalla droga alla armi, passando per le immagini pedopornografiche.

IL BUSINESS - Recentemente un armaiolo amatoriale, che opera sotto lo pseudonimo “HaveBlue” (che tra l’altro è il nome in codice utilizzato per i prototipi di caccia stealth che sono poi diventati i Lockheed F-117), ha annunciato in alcuni forum online di essere riuscito a stampare un’efficiente pistola calibro 22. Ma non solo. Un ingegnere del Wisconsin è riuscito a fabbricare un fucile automatico, l'AR-15 rifle, lo stesso usato da James Holmes nella strage di Denver. Qualcuno ha provato anche a creare una Wiki Weapon. Cody Wilson, studente di legge dell’Università del Texas, ha messo insieme un programma ma è stato interrotto quando la compagnia - ancora la Stratasys - che gli aveva spedito l'arma ha inviato uno staff di tecnici a casa sua per bloccare l'operazione.

«Non l’ho neanche tirata fuori dalla scatola», ha detto il ventiquattrenne Cody Wilson, coordinatore del Defense Distributed, il collettivo online responsabile del progetto “Wiki Weapon”. Peccato che l'idea fosse quella di farlo diventare un business su larga scala. E nel frattempo è sempre più chiaro che con il diffondersi delle nuove tecnologie sia necessario creare delle norme ad hoc anche per le pistole e i fucili di questo in tipo. Soprattutto negli Stati Uniti. Un paese dove - secondo il Washington Post- 90 abitanti su 100 possiedono un'arma.


Marta Serafini
@martaserafini4 ottobre 2012 | 17:03

Love Me Do», mezzo secolo di Beatles

Corriere della sera

Il 5 ottobre 1962 veniva pubblicato il primo 45 giri dei «Fab Four» Un weekend di celebrazioni(con record) a Liverpool

La prima stampa di Love Me Do con etichetta rossa Parlophone (da recordmecca.com)La prima stampa di Love Me Do con etichetta rossa Parlophone (da recordmecca.com)

Le celebrazioni, inevitabili e in fondo, davvero meritate, si avranno un po' ovunque nel mondo, Italia compresa. Ma il cuore della festa sarà a Liverpool. Qui, dal 5 al 7 ottobre, si vive un evento insolito e mai realizzato prima, un weekend interamente dedicato a una canzone. Strano? Non troppo, perché quella canzone semplice, dal testo banalissimo, in puro stile brit pop di inizio anni Sessanta ha cambiato la storia della musica e del costume per generazioni. Il 5 ottobre del 1962 la Parlophone, etichetta secondaria della Emi, pubblica Love Me Do, il primo 45 giri dei Beatles, la «prima pietra» della nuova musica. Mezzo secolo dopo, quel motivetto assurge a simbolo anticipatore di un'epoca culturale e viene celebrato come tale.

Alcune delle prime copie di Love Me Do (da icollector.com)Alcune delle prime copie di Love Me Do (da icollector.com)

ABBEY ROAD - Ora i collezionisti si disputano le prime copie originali del 45 giri con etichetta rossa (subito dopo la Parlophone passo al nero con scritte argento) e senza foto di copertina, perché la gran parte dei dischi prima dell'esplosione del fenomeno Beatles erano in buste anonime di carta con un foro al centro che metteva in vista, appunto, l'etichetta sul vinile. Ci sono molte circostanze che legano quel debutto alla storia futura dei «Fab Four».

La registrazione negli studi di Abbey Road, meta ancora oggi di «pellegrinaggi» di appassionati, dove sarebbe stata scattata anni dopo la foto per la copertina più famosa e discussa, quella con i quattro sulle strisce pedonali. E a Love Me Do si lega anche il primo incontro con George Martin, musicista allora impiegato alla Parlophone, che avrebbe costruito negli anni il suono dei Beatles. Cominciò subito a lasciare il segno, suggerendo quelle poche note di armonica per introdurre il brano che stavano registrando.


LE CELEBRAZIONI - A Liverpool, dunque, questa settimana va in scena il «Love Me Do Weekend». Tanti gli appuntamenti che hanno come scenario i luoghi beatlesiani della città (il programma in pdf), parte di un tour turistico da anni consolidato. Ma l'evento più singolare sarà il tentativo di record mondiale del numero di voci che canteranno la canzone dei Beatles. L'iniziativa, partita mesi fa con un modulo online di adesione, sarà l'evento di massa che caratterizzerà il fine settimana di Liverpool. Ma le celebrazioni ci saranno anche in Italia.

A Milano appuntamento venerdì 5 ottobre allo Spazio Oberdan alle 20.00 messo a disposizione dall’assessorato alla Cultura della Provincia. L’evento a cura di Beatlesiani d’Italia prevede collegamenti con Liverpool per il «Love Me Do Weekend», proiezioni di filmati e uno spettacolo teatrale sulla storia dei Beatles. Roma ricorda la ricorrenza con un «Love me do Party» al Club Xs Live in via Libetta. Festa a ingresso libero, che prende il via alle 20.30 di giovedì 4. A mezzanotte si spengono le candeline del compleanno e la festa prosegue fino a notte fonda con numerosi ospiti e, ovviamente, cover band dei Beatles sul palco.

FILM - Per chi non ha vissuto gli anni dei Beatles, il revival di questo periodo mette a disposizione qualche chicca, come la riproposizione di due film in versione digitale rimasterizzata: il cartoon Yellow Submarine e il bizzarro viaggio in bus di Magical Mistery Tour, riproposto in versione più estesa dell'originale anni Sessanta. Entrambi permettono di perceoepire ciò che il fenomeno Beatles rappresentava allora anche oltre il successo delle loro canzoni.


Redazione online3 ottobre 2012 (modifica il 4 ottobre 2012)

Figlie rapite in Australia Il giudice: subito in Italia

Corriere della sera

Il tribunale dà ragione al padre e gli affida le quattro sorelline: due sono già partite. Con grandi resistenze delle bambine


Cattura
PONTASSIEVE — Una lunga, sfiancante battaglia legale per avere il diritto di riportare a casa le proprie figlie. Tommaso Vincenti, l’impiegato di Pontassieve finito suo malgrado al centro di un caso internazionale, dopo oltre due anni di attesa ha ottenuto ragione dai giudici australiani: le quattro figlie, di 9, 10, 13 e 14 anni, rapite dalla moglie Laura Garrett e portate in Australia in barba alle leggi internazionali, devono rientrare immediatamente in Italia. La decisione è arrivata mercoledì, prima di ogni previsione, da parte del giudice Colin Forrest della Family Court di Brisbane, che ha deciso che le quattro bambine debbano essere imbarcate su un aereo per l’Italia «quanto prima possibile». Già mercoledì sera sono partite su un aereo in direzione Roma, ma come raccontano i giornali stranieri, contro la loro volontà. Le sorelline infatti, sono state riprese dai media locali mentre piangevano e gridavano, letteralmente trascinate verso l'aeroporto.

La mamma e i figli contesiLa mamma e i figli contesi

Sul piano giuridico, la vicenda sarebbe assai semplice e avrebbe dovuto risolversi da molto tempo: Tommaso e l’australiana Laura si conobbero quindici anni fa durante una vacanza di lei in Italia. Si sposarono e diedero alla luce quattro figlie, nate e cresciute in Italia. Ma, a giugno del 2010, la donna, dopo un periodo di crisi matrimoniale, portò le bambine in Australia sostenendo di voler fare una vacanza di un mese assieme alle piccole; ma non le riportò mai più in Italia, impedendo al marito anche soltanto di vedere le bambine. La Convenzione dell’Aia, che Italia e Australia hanno sottoscritto, equipara queste azioni al rapimento dei minori e, per questo motivo, il paese ospite avrebbe il dovere di rimandare immediatamente i minori a quello d’origine.

Ma in questi anni la Garrett non si è mai arresa: prima ha cercato di dipingere il marito come un violento, poi una volta avuto torto dai tribunali, è arrivata al punto di nascondere le bambine alle autorità. Sono stati moltissimi i ricorsi che ogni volta le hanno permesso di congelare l’esecuzione di sentenze a lei sempre sfavorevoli. Tommaso Vincenti ha avuto la possibilità di riabbracciare le bambine soltanto cinque mesi fa. «Ci risulta che, stavolta, la decisione dei giudici dovrebbe essere inappellabile, stiamo aspettando a ore la notizia dell’imbarco delle bambine su un aereo» spiegano dalla famiglia Vincenti. «Sono travolto dall’emozione - dice Tommaso - la giustizia, dopo un calvario lungo più di due anni ha prevalso. Questo è un bellissimo momento, per me, per la mia famiglia e per le bambine. Ma finché non avrò la notizia certa che saranno su un aereo non riuscirò a stare del tutto tranquillo».

Tommaso Vincenti, in questo momento si trova in Italia: si era infatti recato a Brisbane la settimana scorsa per assistere alle udienze della Family Court, ma era tornato subito in patria perché non si aspettava una sentenza così rapida. Del resto, dopo due anni di battaglie, soltanto un mese fa aveva dichiarato di non aspettarsi più nulla dalla giustizia australiana e che si sentiva preso in giro da dei giudici, che pur dandogli ragione, facevano in modo di ritardare l’esecuzione delle sentenze, accettando di valutare i continui ricorsi dell’ex moglie, malgrado si trattasse di questioni che attenevano solo alla giustizia italiana. Infatti, Laura Garrett, che secondo le cronache australiane sarebbe scoppiata in lacrime al momento del verdetto, una volta in Italia, se lo vorrà, potrà far valere le proprie ragioni sull’affidamento delle bambine di fronte al Tribunale dei Minori di Firenze. Tommaso Vincenti lo aveva ripetuto molte volte: «Se riuscirò a farle tornare a casa, non gli impedirò mai di vedere la loro mamma».


Giulio Gori04 ottobre 2012

Il Tar: le coppie di fatto hanno il diritto di pagare rette più basse per l’asilo

Corriere della sera

Il caso di tre bimbi veneziani. Il giudice: «Non si somma il reddito del genitore non sposato». A Salzano verseranno il minimo. Il sindaco: è discriminante


Cattura
VENEZIA—Per i giudici del Tar del Veneto, una coppia di fatto ha il diritto di pagare, per l’asilo nido dei figli, una retta ridotta rispetto alle coppie sposate. Ed è subito polemica. «Una discriminazione verso chi sceglie il matrimonio», denuncia Alessandro Quaresimin, il sindaco del comune veneziano di Salzano che ora si trova a dover fare i conti con l’ordinanza emessa nei giorni scorsi dal Tribunale amministrativo regionale.

Perché se da un lato le coppie di fatto lottano per ottenere il giusto riconoscimento, dall’altro mettere al mondo dei figli al di fuori del matrimonio può essere economicamente vantaggioso. Il caso è scoppiato quando una donna si è recata in Comune per chiedere di iscrivere i tre figlioletti al nido comunale. Ha presentato la propria dichiarazione Isee, che certifica redditi e situazione patrimoniale, e si è sentita chiedere dal dirigente anche quella del marito. «Non siamo sposati», ha spiegato la neo-mamma.

Il padre dei bambini, pur risultando risiedere altrove, è a tutti gli effetti il suo compagno, come conferma l’avvocato Cristian Novello, che ha seguito la vicenda per conto della donna: «Non sono né separati né divorziati. Sono una coppia di fatto e il Comune ora dovrà prendersi la responsabilità, se lo vorrà, di regolamentare la questione ». Il responsabile comunale non ha infatti voluto sentire ragioni e ha preteso che, al pari degli altri genitori sposati, venisse consegnata anche la dichiarazione del padre dei bimbi, che lavora e ha un discreto reddito.

Di fronte al rifiuto della veneziana, come previsto dal regolamento le è stata applicata la tariffa più elevata: 1.056 euro al mese. La donna si è opposta e ha presentato ricorso chiedendo al Tar di annullare il provvedimento del dirigente. Il giudice, in attesa di emettere la sentenza definitiva (la discussione è fissata per il prossimo anno), ha deciso di accogliere la richiesta della madre dei tre fratellini, sospendendo la decisione del Comune. Da una prima analisi, secondo il tribunale, «il ricorso presenza sufficienti elementi di fondatezza».

Il motivo? «La composizione del nucleo familiare di riferimento appare poter essere solo quella prevista dalla normativa statale » che, per l’appunto, riconosce le coppie sposate e non quelle «di fatto». Di conseguenza, scrive il giudice veneziano, visto che il consiglio comunale non ha approvato un diverso regolamento, la legge «non consente di calcolare cumulativamente anche la situazione economica del genitore non coniugato e con diversa residenza anagrafica». Un’interpretazione che metterà in seria difficoltà tutti quei Comuni veneti che non hanno regolamentato la questione. Anche perché, confermano diversi legali, negli ultimi anni molti rinunciano al matrimonio proprio per ottenere le agevolazioni sulle tariffe comunali.

«È innegabile - ammette anche l’avvocato Novello - che in questo caso viene favorita la coppia non sposata. Ma la legge parla chiaro e l’amministrazione non può che adeguarsi alla decisione del Tar». D’ora in avanti la coppia di Salzano pagherà la retta minima, dato che la donna ha un reddito basso: 686,40 euro, quasi la metà di quanto il Comune aveva imposto ai genitori. «È una discriminazione verso i cittadini sposati - ribadisce il sindaco - che invece pagano il nido sulla base dei loro redditi complessivi. Ma è anche un danno per le casse pubbliche, visto che la retta minima non basta neppure a coprire le spese dell’asilo e, di conseguenza, sarà il Comune a doverla integrare con i soldi di tutti i cittadini. Fondi che invece sarebbero dovuti servire ad aiutare le persone in reale difficoltà economica ».

Andrea Priante
04 ottobre 2012

Quelle spose bambine infilate nel letto di uomini anziani

Corriere della sera

di Pier Luigi Vercesi


Cattura
Freud finì i suoi giorni tormentato dal rammarico di non essere riuscito ad accertare «cosa vogliono le donne».

Già, cosa vogliono le donne, e le ragazze prima ancora che lo diventino?
Confesso di prenderla alla lontana perché provo imbarazzo nell’affrontare il tema della copertina di Sette che troverete domani in edicola
(con un reportage della fotografa Stephanie Sinclair  che per otto anni ha indagato il fenomeno del matrimonio infantile in India, Yemen, Afghanistan, Nepal e in Etiopia. E di cui potete vedere un’anteprima nel video di Jessica Dimmock - cliccando qui)
Ci ripetiamo ogni giorno quanto sia importante rispettare religioni, culture, abitudini di altri popoli. Lo insegniamo ai nostri figli. Ma è assurdo tollerare pratiche aberranti perché  «a loro va bene così».
Storie di ragazzine portate via di notte dalle case dei loro giochi e infilate nel letto di uomini fatti, addirittura anziani. Spose bambine, magari con la tranquillità economica che prima non avevano, ma violate, sulla soglia della vita, in quanto di più sacro vi è nell’esistenza umana.
Qualcuno ha il coraggio di dire: sono matrimoni riusciti, più felici di quelli occidentali. Non scherziamo.
Ho ripreso in mano un saggio scritto quarant’anni fa dall’antropologa Elaine Morgan che Einaudi titolò L’origine della donna. Partendo dall’anello di congiunzione tra noi e la scimmia, spiega come si andava consolidando la convinzione che la femmina è proprietà del maschio:
«Se si è persuasi che le donne siano mentalmente inferiori, non ci si dà la pena di educarle e, finché non le si educa, rimangono mentalmente inferiori. Andando oltre, e lasciando capire che ogni indizio di non essere mentalmente inferiore è poco femminile, e quindi scostante per i maschi, è probabile che la donna stessa faccia tutto il possibile per nascondere un simile “difetto” in se stessa e per eliminarlo nelle proprie figlie».
Ecco perché le madri possono perpetrare tali tradizioni: non sono felici, sono moralmente schiavizzate. Scrivendo quello che pensiamo e mostrando le immagini che saranno esposte a New York, Sette festeggia la Giornata mondiale delle bambine indetta dall’Onu per l’11 ottobre. È la prima, meglio tardi che mai.


Clicca sull’immagine per vedere il reportage

Pensare che Ildegarda di Bingen (domenica sarà proclamata Dottore della Chiesa, a pag. 116), 900 anni fa scriveva: «L’uomo e la donna sono l’uno il compimento dell’altro, senza squilibri di primogenitura».
E non la consideravano matta, la consideravano santa.
P.S. Elaine Morgan racconta come, migliaia di anni fa, un ominide riuscì finalmente a spiegare, a suo fratello, che un pesce si chiamava pesce. Aveva inventato il linguaggio. Ma per altre migliaia di anni, le parole vennero usate solo di fronte all’esperienza sensoriale dell’oggetto che indicavano. Finché un giorno una bambina emise i primi gorgeggi su una spiaggia e pronunciò, imitando il padre, la parola pesce. I genitori, inteneriti, sorrisero. Allora la piccola ominide, sapendo che quel verso rallegrava i genitori, continuò a ripeterla tutta la sera, anche se, nella grotta dov’erano tornati, non c’erano pesci. Ascoltandola, i genitori riuscirono, per la prima volta, a materializzare nella loro mente il pesce rimasto sulla spiaggia. Eravamo diventati animali intelligenti.

«La piccola ominide– racconta la Morgan – quella sera continuò a cicalare finché il padre grugnì e si allontanò per dormire e finché la madre non le cacciò un capezzolo in bocca per farla tacere. Non era abbastanza affamata per succhiare, ma le piaceva tenerlo tra le labbra. Continuò a canticchiare tra sé e sé, a volte chiudendo le labbra intorno al capezzolo, a volte lasciandolo andare. E così facendo, coniò la parola bisillabica che ha dato nome all’intero ordine biologico dal quale era stata prodotta. Mamma– disse la piccola ominide – Mam-ma». Andò più o meno così. O forse no, ma è bello immaginarlo.

Stragi naziste, Berlino: "La Germania si assume la responsabilità storica"

Quotidiano.net

Il ministro tedesco degli Affari europei, Michael Georg Link, ha incontrato a Palazzo Chigi il ministro Moavero: "Faremo tutto il possibile per fare in modo che i crimini commessi non possano venire dimenticati. Il governo continuerà ad assumersi la responsabilità storica"

Berlino, 3 ottobre 2012


Cattura
“Faremo tutto il passibile per fare in modo che i crimini commessi non possano venire dimenticati. Il governo continuerà ad assumersi la responsabilità storica” di quei crimini. Lo ha detto il ministro per gli Affari europei tedesco Michael Georg Link dopo un incontro con il ministro Enzo Moavero a Palazzo Chigi riguardo la decisione della magistratura tedesca di archiviare l’inchiesta su Sant’Anna di Stazzema.

“Sono convinto - ha detto il ministro tedesco - che la procura di Stoccarda non abbia preso con facilità questa decisione giuridica, ma puo’ decidere solo nel quadro e nel rispetto delle leggi vigenti. E non c’è legge - ha proseguito - che possa rendere non accaduto quanto invece è accaduto. Mi immedesimo nella sofferenze delle persone interessate e capisco quanto possa essere stata una forte delusione”, la sentenza della magistratura, dice il ministro per gli Affari europei tedesco Michael Georg Link. “Per questo motivo - conclude - ho fatto presente che la procura possa decidere solo nel rispetto delle leggi”.


Foto Umicini

A Pisa si festeggiano i 25 anni del dominio “.it”

La Stampa

Il dominio «.it» nasceva 25 anni fa a Pisa





video
Pisa, 4-7 ottobre: è tempo di Internet Festival


roma


Venticinque anni fa nasceva a Pisa, dove verrà festeggiato all’Internet Festival al via oggi, il primo dominio internet targato «.it» (fu il cnuce.cnr.it). Per questa ricorrenza, il Registro «.it» - l’anagrafe dei domini italiani che opera all’interno dell’Istituto di informatica e telematica del Consiglio nazionale delle ricerche (Iit-Cnr) - ha commissionato un’indagine su come le microimprese (da uno a nove addetti) usano Internet e su come il suffisso «.it» abbia aiutato la loro visibilità on-line.  Dall’indagine (svolta dall’Istituto Pragma nel febbraio-marzo 2012 che ha coinvolto 1.500 aziende rappresentative di 4.317.859 realtà imprenditoriali italiane) emerge che il 71% delle micro-imprese con un nome a dominio ha scelto il «.it»; il 77,2% del campione utilizza internet tutti i giorni e il 92,6% usa la posta elettronica; il 21,4% usa la rete per l’e-commerce, soprattutto per gli acquisti online (14,5%).

Solo il 62,7% delle aziende che usano il web ha però un proprio dominio e poco più del 9% è presente in Rete con più estensioni. Quale che sia la «targa» scelta («.it», .com, .eu) gli intervistati dichiarano di avere registrato il proprio nome per motivi di «visibilità»: «farsi conoscere» (63%), usare «gli indirizzi di posta personalizzati» (38,6%) e per «attività di comunicazione» (14%). 

Secondo l’indagine dell’Istituto di informatica e telematica del Consiglio nazionale delle ricerche il 41% delle imprese che possiede un dominio «.it» lo ritiene essenziale e il 26,8% dichiara di averlo scelto come simbolo di italianità e di averne ottenuto dei vantaggi. «Il 41,7%, inoltre, sostiene infatti di aver aumentato la propria visibilità e ben il 41,2% ha registrato un incremento del business», commenta Anna Vaccarelli, responsabile relazioni esterne del Registro«.it», mentre per Domenico Laforenza, direttore dell’Iit-Cnr e del Registro«.it», «in tempi di crisi, questi due segnali positivi sono indicativi di come in rete, con investimenti relativamente contenuti, ci siano ancora margini di aumento del proprio giro di affari».

L’indagine Pragma sarà illustrata all’Internet Festival di Pisa, venerdì prossimo alle ore 15 presso l’Aula magna della Scuola Superiore Sant’Anna. All’Internet Festival (sabato ore 15, aula magna Scuola Sant’Anna) verranno anche presentati i vincitori della Startcup Registro«.it», competizione di idee aperta a giovani aspiranti imprenditori nel settore dell’Ict e delle tecnologie della telefonia mobile. “Sono arrivate 52 idee progettuali e 18 di queste sono state selezionate per essere presentate a investitori e società operanti nei settori di riferimento”, spiega Vaccarelli.  Per i 25 anni del Registro«.it», è stato creato il sito www.registro25.it , dove alcuni testimonial di eccezione raccontano perché hanno scelto il «.it»: dal nuotatore Luca Marin alla surfista Alessandra Sensini, dalla italdesign di Giorgetto Giugiaro all’Opera primaziale pisana, fino alla società Meridiana. 

(TMNews)

Usa, scoperte spie russe Otto a processo a Houston Rubarono microchip militari

Quotidiano.net

Tre dei presunti “agenti del governo russo” sono scappati in tempo. Otto sono stati arrestati e processati a Houston. Secondo gli esperti statunitensi i missili russi anti-nave e i MiG-35 montano chip e microprocessori che sono simili o esattamente identici a quelli sviluppati negli Stati Uniti

Mosca, 4 ottobre 2012


Cattura
Si profila un altro “scandalo di spionaggio” tra Mosca e Washington. Le forze dell’ordine Usa stanno indagando su un caso di spedizioni illegali di attrezzature ad alta tecnologia per il Ministero della Difesa russo. Tre dei presunti “agenti del governo russo”, secondo i dati diffusi dagli americani, sono sfuggiti all’FBI e sono riparati in Russia.
Segui le notizie su Facebook

Altre otto presunte “spie russe” sono state arrestate e processate a Houston. Su richiesta dei pubblici ministeri presto dovrebbero essere trasferiti a New York. Nel frattempo il ministero degli Esteri russo minimizza e smentisce che si tratti di una “storia di spie”, spiegando la vicenda piuttosto con un caso criminale. Secondo il procuratore di Brooklyn, “(Sergei) Klinov, (Yuri) Savin e (Dmitry) Shegurov sono sfuggiti alla legge americana. Klimov stesso in parte ha confermato queste informazioni. In precedenza è stato annunciato che erano stati individuati 11 sospetti in un’organizzazione per l’esportazione illegale di tecnologia militare verso la Russia.

Per il ministero degli esteri russo la questione riguarderebbe meramente l’export illegale di microchip, ma la Difesa non sarebbe affatto coinvolta. Mosca fa anche notare di avere “seri interrogativi circa l’incapacità delle autorità americane di notificare correttamente ai nostri servizi consolari l’arresto dei nostri connazionali”. Ma la versione degli Stati Uniti è un po’ diversa: in Russia è stata consegnata tecnologia militare per milioni di dollari.

Secondo le forze dell’ordine statunitensi, sarebbe coinvolta una compagnia registrata a Mosca, la Apex, e un’altra attiva su Houston, Arc Electronic - guidata dal 46enne Fishchenko, naturalizzato americano - legata ai servizi segreti militari e servizi speciali della Russia. Pare tutto sia nato dalla conclusione di esperti statunitensi che i missili russi anti-nave e i MiG-35 avevano montati chip e microprocessori che sono simili o esattamente identici a quelli sviluppati negli Stati Uniti.
Secondo gli investigatori, due documenti redatti in Russia potrebbero dimostrare il coinvolgimento degli indagati e loro legami con il governo russo.

L’inchiesta è stata aperta a Brooklyn dai pubblici ministeri in relazione al fatto che tutti i flussi di merci destinati all’esportazione della società sono passati attraverso il Kennedy International Airport. Spesso i beni non sono stati spediti direttamente a Mosca, ma in Canada, Finlandia e Germania: il pagamento sarebbe stato effettuato dalla Russia attraverso una società registrata alle Isole Vergini britanniche, Panama e Belize.

Foto ANSA

La farsa dei tagli ai politici: stipendi salvi

Massimiliano Scafi - Gio, 04/10/2012 - 08:25

Bloccata la riduzione delle indennità dei parlamentari. Oggi (forse) il sì alla norma sull'ineleggibilità dei condannati: la "pulizia" delle liste già a partire dalle politiche 2013


Roma - I tagli alla politica? La Casta che si mette a dieta? E voi ci credevate davvero? Sta per accadere un miracolo, si diceva, i parlamentari italiani si sono arresi, vogliono adeguare i propri emolumenti a quelli dei loro colleghi europei: sembrava un sogno, una favola, invece era una patacca.



Dopo lo stop del governo al testo del «taglia-indennità», la legge di iniziativa popolare, nata dopo una raccolta di firme della gente, si è miseramente spiaggiata alla Camera e annaspa a pancia in su nella commissione Affari costituzionali. Vista la dichiarata «volontà bipartisan» di «proseguire l'iter», i due relatori stanno cercando di rianimarla.

Con poche chance. Più speranze invece sembra avere il provvedimento sull'ineleggibilità dei condannati. Filippo Patroni Griffi, ministro della Funzione pubblica, s'impegna a nome del governo «ad attuare la delega in tempo utile perché possa essere applicata alle prossime elezioni». Si tratta di un emendamento del ddl anticorruzione che Palazzo Chigi potrebbe trasformare in decreto: il Consiglio dei ministri se ne occuperà già oggi pomeriggio.

Nonostante tutte le corsie di emergenza previste dai regolamenti, difficilmente si potrà fare in tempo per le Regionali del Lazio. L'obbiettivo più realistico è di riuscire a «pulire» le liste per le Politiche del 2013. In compenso si ferma anche il previsto ridimensionamento delle 108 province: mentre il ministro Patroni Griffi annuncia che il governo dovrà «fare un intervento chirurgico» sul Titolo V della Costituzione per armonizzare le funzioni degli enti locali, prima di tirare fuori il bisturi occorrerà attendere la sorte dei tanti ricorsi che pendono alla Consulta.

E la Casta non dimagrisce. Eppure, per quanto riguarda gli stipendi, sarebbe un'operazione semplice semplice. Basterebbe riempire di contenuti, ossia di cifre, l'articolo unico del provvedimento, pronto da anni. Leggiamo. «I parlamentari, il presidente del Consiglio, i consiglieri e gli assessori regionali, provinciali e comunali, i governatori, i presidenti delle province, i sindaci» e anche tutti «i funzionari nominati nelle aziende a partecipazione pubblica» non possono «percepire a titolo di stipendi, emolumenti, indennità somme superiori alla media della Ue per incarichi equivalenti».

Troppo semplice. Infatti la commissione di tecnici guidata dal presidente dell'Istat Enrico Giovannini, incaricata all'epoca di Tremonti, di studiare i paramenti di riferimento si è accorta che negli altri Stati c'è un mix di benefit e servizi «che rendono difficile la comparazione» e a dicembre si è dimessa «per l'impossibilità di fornire dati utili». Giovannini è tuttora in carica ma senza gli altri consiglieri, come ha riferito alla commissione Affari costituzionali, il suo parere non ha valore.

E il governo, preso nell'orgia dei tagli, ha congelato la nomina dei nuovi consiglieri.Giovannini potrebbe comunque fare dei numeri e formulare delle proposte. Ma le sue indicazioni avrebbero solo «valore istruttorio» e non legale. Toccherebbe quindi ai parlamentari l'onere della scelta politica, stabilire il quantum del decurtamento. E qui torniamo al problema iniziale: siamo sicuri che la Casta voglia rinunciare a dei soldi, mettersi finalmente a dieta?

I due relatori stanno tentando di risollevare la balena, «l'articolo 68 della Costituzione - dice Pierluigi Mantini, Udc - prevede che l'indennità di deputati e senatori sia stabilita da una legge. Io sarei dell'idea di indicare un tetto massimo, così almeno su un punto possiamo intervenire». Si pensa anche ad agganciare gli emolumenti a quelli del Parlamento europeo. Proprio da Bruxelles è stato copiato il sistema per il rimborso dei portaborse: verranno pagati direttamente, basta soldi cash ai parlamentari e basta creste.

Aceto balsamico, vini doc e limoni di Sorrento Tutti falsi: il megasequestro dei Na c

Corriere della sera

Sono 3.500 i chilogrammi sequestrati dai Carabinieri in tutt'Italia. Multe per 2.500.000 di Euro per finanziamenti illeciti dalla Ue

Un'etichetta contraffatta Un'etichetta contraffatta

Erano etichettati come vini doc, in realtà erano preparati solubili tutt'altro che di qualità. E poi c'erano i famosi limoni di Sorrento che in realtà provenivano dall'Argentina. Sono alcuni tra i 3500 chilogrammi di prodotti prodotti ortofrutticoli, lattiero caseari e gastronomici con falsi marchi di qualità sequestrati dai Nac (Nuclei Antifrodi dei carabinieri) nell'ambito di verifiche disposte in tutta Italia dal Comando Carabinieri Politiche Agricole e Alimentari a tutela dei consumatori.

LIMONI E PIZZE - I 6 quintali di limoni provenienti dall'Argentina ma commercializzati come igp (indicazione geografica protetta) nazionali sono stati scoperti in provincia di Napoli. Mentre in quella di Macerata sono stati sequestrati 1.300 kg di pizze che riportavano sulle etichette falsi marchi a denominazione «Cipolla rossa di Tropea» e «San Marzano».

IL FALSO MADE IN ITALY - Le indagini dei Nuclei Antifrodi Carabinieri sulla contraffazione dei prodotti di qualità hanno dunque riguardato anche il falso Made in Italy prodotto all'estero: è stata infatti attivata la rete di cooperazione internazionale di polizia di Interpol per contrastare la contraffazione dei vini a denominazione «Barolo, Chianti, Valpolicella, Montepulciano e Nero d'Avola» prodotti in Gran Bretagna in «wine-kit», preparati solubili in acqua che il consumatore straniero è indotto a considerare come vino nazionale di qualità.

ANCHE L'ACETO BALSAMICO - La stessa iniziativa è stata presa anche per contrastare la produzione in Germania del falso «Aceto Balsamico di Modena IGP». Contestati pure 2 milioni e 500 mila euro di sanzioni amministrative in materia di finanziamenti comunitari illeciti nel comparto agro-alimentare.


Redazione Online4 ottobre 2012 | 12:05

Se McDonald's dà lezioni di equità alla sinistra

Vittorio Macioce - Gio, 04/10/2012 - 07:15

Il mondo alla rovescia di Milano. La multinazionale: "Il Comune non vuole i pasti democratici in Galleria"

E tu che cliente sei, di Prada o di McDonald's? Questa è una storia di multinazionali, di appalti, di affitti, di chi sta in centro e di chi va in periferia, e un po' anche di chi compra cosa, e quindi di ricchi e di poveri.


Cattura
A Piazza Duomo, nel centro del centro di Milano, in quel luogo che evoca lo sguardo dei flaneur, in Galleria, c'è ancora gialla la grande M di McDonald's. Ancora per poco. Il 16 ottobre si smobilita. Non ci sarà più posto per gli hamburger, per il fritto delle patatine e per l'odore dell'America mordi e fuggi. Arriva Prada, con le sue belle scarpe, roba per pochi, che in questo monopoli per conquistare la vetrina più lussuosa ha stracciato Apple e Gucci. Solo che McDonald's non se ne va in silenzio, ma con una sottile provocazione contro chi governa Milano.

Quella sinistra alla Pisapia che parla di popolo e migranti, di poveri e precari, sempre con quel retrogusto di chi non ha mai mangiato un grasso panino da fast food, ma sa riconoscere la differenza tra sushi e sashimi, tiene a bada la salute con cibi di origine controllata e mozzarelle di bufala lavorate direttamente a Palazzo Marino per rispettare la legge aurea del chilometro zero, che vale per tutti tranne per la papaya equa e solidale di qualche centro sociale rigorosamente occupato.

Tutta roba magari buonissima, ma con un difetto d'origine: costa. La cucina dei Pisapia scoppia di salute, ma ha bisogno di portafogli di ricchezza atavica. McDonald's quindi chiude con un pranzo gratis il 16 ottobre, dall'una alle tre del pomeriggio. E scrive: «Vogliamo ringraziare dopo vent'anni di attività 40 milioni di clienti. McDonald's consente ogni giorno a 700mila persone di mangiare spendendo una cifra contenuta nelle più belle piazze d'Italia. Purtroppo il Comune di Milano ha deciso di non renderlo più possibile in Galleria».

Pisapia chiaramente dice che un appalto è un appalto. Prada ha offerto di più. È il mercato bellezza. E quando ci sono di mezzo i soldi non valgono le ragioni sociali. Lasciate stare che poi questa scelta di lusso piace alla cultura della sinistra di lotta e di governo. Lo dicono tra le righe. Ci sono multinazionali e multinazionali. McDonald's puzza, Prada è buona e santa borghesia, colta ed elegante, sempre ricca e capitalista, ma con lo charme che piace alla gente che piace.

Quello che i signori della M gialla vogliono dire è che questa sinistra si dimentica che i poveri non calzano Prada, ma mangiano gli hamburger a pochi euro. Li ama, ma in periferia. Quelli di McDonald's dicono che fare la fila per comprarsi un panino è un segno di democrazia, un momento di eguaglianza, visto che tutti quanti stanno lì, senza privilegi, senza distinzioni, quelli con i soldi e quelli con la fame, grassi e magri, italiani di prima, seconda e terza generazione, quelli che vengono dall'Africa e quelli del Sudamerica, clandestini e con permesso di soggiorno, lavoratori a tempo o senza tempo, quello che sotto il Duomo, in Galleria, ci abitano e quelli che ci vanno perché in cerca di un tetto e di un angolo dove sopravvivere alla notte. Nella lettera di McDonald's c'è scritto, magari per interessi partigiani, una piccola verità. Il burger è per tutti, Prada per pochi. E tu Pisapia che cliente sei? La risposta il 16 ottobre a Milano, in Galleria.

Gigli a Barra: la Ferrari omaggio dei Casalesi

Corriere del Mezzogiorno

Ecco il video della sfilata durante la festa 2007: l'auto sarebbe stata donata dai casertani ai boss locali


NAPOLI - Nel 2007 la ‘paranza Insuperabile’, quella a cui sabato scorso a Napoli hanno sequestrato e abbattuto il ‘giglio’ pronto per la tradizionale festa, era già stata assoldata da un altro clan che controllava il quartiere Barra, gli Aprea. Per l’occasione, il ‘Padrino’, salutato anche quella volta sulle note di Nino Rota da una folla esultante, arrivò a bordo di una fiammante Ferrari F430. Un’auto, che, secondo un pentito, era stata data in prestito dal clan del Casalesi. Un gesto altamente simbolico, che indica legami solidi tra quel clan napoletano e i boss di Gomorra: «Massimo Russo di Casale ci inviò la sua Ferrari, perché Gaetano Cervone doveva fare il ‘padrino’ del Giglio», ha raccontato Giuseppe Manco al pm Vincenzo D’Onofrio.


Redazione online03 ottobre 2012

L'Idv usava soldi pubblici per sparare sul Cavaliere

Andrea Zambrano Stefano Zurlo - Gio, 04/10/2012 - 08:45

Spesi 17mila euro del gruppo per un convegno con Ingroia e Travaglio. Nuovi blitz della Finanza negli uffici consiliari. in 400 faldoni spese per 4,8 milioni di euro in due anni

Bologna - Non è escluso che l'inchiesta della Procura di Bologna sui fondi regionali ai partiti possa estendersi anche all'assemblea regionale.


Cattura
Prenderebbe così corpo un secondo filone d'inchiesta dopo quello aperto dai pm Plazzi e Scandellari per peculato e che sta mettendo a soqquadro ii gruppi consiliari. Al termine della giornata di ieri, con la Guardia di finanza tornata negli uffici della Regione Emilia Romagna, sono stati portati via i documenti del Pdl e dell'Udc.

Oggi, a Bologna festa del Patrono, i finanzieri torneranno per portare via i documenti di Pd, Idv e Movimento 5 Stelle. Il clima ieri nelle torri di Kenzo era da fuggi fuggi. Poca voglia di parlare, fotocopiatrici bollenti. In tutto la Finanza stima che saranno circa 400 i faldoni che alla fine dei blitz verranno portati nella sede Gdf della Ponticella.

L'occhio della Procura per il momento è su quei 4,8 milioni di euro che la Regione ha elargito ai partiti in soli due anni. Ma è chiaro che, come successo anche in passato, in questi casi sono tanti i filoni che potrebbero aprirsi. Negli ultimi tre anni infatti la Procura felsinea ha messo piede in Regione sei volte, ogni volta trovando qualche cosa su cui indagare: dallo scandalo Delbono a Terremerse. I partiti ostentano tranquillità e trasparenza. È il caso dell'Italia dei Valori, che solo ieri ha pubblicato on line il bilancio 2010.

Bilancio apparentemente virtuoso, in cui i dipietristi scrivono di aver ricevuto dalla Regione nei primi sei mesi di legislatura la bellezza di 250mila euro e di averne spesi 184mila, lasciando quindi un saldo attivo di 67mila euro da mettere a bilancio nel 2011. Tutto normale, anche se c'è chi già maligna che non si è mai visto un gruppo che consegna alla Regione a fine legislatura i soldi non spesi.

Di solito si fa sempre pareggio. A guardare il dettaglio del rendiconto le sorprese non mancano. Il gruppo ha speso la bellezza di 17mila euro per organizzare nel dicembre 2010 una serata al Paladozza: «Il dittatore del bunga bunga». Un evento di partito in realtà, e non di gruppo, dove figurò anche un patrocinio fittizio della Regione e nel quale con la compagnia di giro antiberlusconiano, da Travaglio a Ingroia, oltre all'inventore della battaglia anticasta Sergio Rizzo, si sparò a zero su Berlusconi, all'epoca a Palazzo Chigi.

Tutto con soldi pubblici destinati all'attività del gruppo Idv. Spulciando si notano poi spese faraoniche per convegni, come i 14mila euro per «I primi cento giorni in Regione»: c'è scritto che ai partecipanti, circa 500, venne offerto un rinfresco. Ma i punti oscuri sono tanti, come rivela al Giornale Valerio D'Alessio, in quel periodo dipendente Idv in Regione: «Io quel convegno non lo ricordo – spiega - dei primi cento giorni si parlò solo nell'assemblea in cui venne eletta segretaria regionale Silvana Mura, ma non ci fu alcun banchetto e nemmeno c'erano 500 persone». Mostriamo a D'Alessio anche le voci degli altri convegni. Anche qui la risposta è la stessa: «Non ricordo questo convegno sulla Costituzione dove sono stati spesi 3.400 euro e nemmeno quello sull'articolo 54 della Costituzione che è stato pagato 7.300 euro.

Quando organizzavo io gli eventi spendevo a volte anche cento euro, insomma certe cifre mi lasciano allibito». Curiosi poi i 22mila euro per l'iniziativa «I consiglieri incontrano i cittadini nelle piazze» per i referendum sull'acqua e il nucleare. Ancora D'Alessio: «22mila euro per andare nelle piazze? Ma quando mai? Per quegli eventi il gruppo ricevette anche il rimborso elettorale e i banchetti furono organizzati dai volontari». E la voce «Filmati» per 13mila euro? «Nell'Idv c'erano degli amatori che giravano quei pochi eventi pubblici che il partito ha fatto. Tutti quei soldi sono troppi». E forse è proprio per questo che la Procura ha iniziato a guardarci dentro.

La folle storia dell'Ikea (e non solo): investe, ma la burocrazia la blocca

Paolo Stefanato - Gio, 04/10/2012 - 08:17

Il gruppo svedese costretto a rinviare un punto vendita a Roma: "In Italia servono nove anni per aprire, il doppio che in Europa". E persino le nostre imprese sono in fuga

L'ultimo schiaffo (meritato) all'Italia viene dall'Ikea, una delle multinazionali più amate dal pubblico.


Cattura
«Investire in Italia significa affrontare un percorso dove la burocrazia inerte è un ostacolo» ha detto ieri Lars Petersson, amministratore delegato di Ikea Italia. Il gruppo è presente nel nostro Paese dal 1989 e oggi ha una rete di 20 negozi d'arredamento che nell'anno fiscale 2011-2012 (chiuso il 31 agosto) hanno registrato ricavi per 1.598 milioni di vendite (il 6,3% del totale mondo, che è di 25,3 miliardi). Il riferimento esplicito di Petersson è ai ritardi burocratici per l'apertura del terzo punto vendita in programma a Roma, in zona Pescaccio: 36mila metri quadrati, un investimento di 115 milioni, con una previsione di 310 posti di lavoro diretti e 70 indiretti.

«Comprendiamo che al momento la situazione regionale è molto complicata - ha ammesso il numero uno in Italia dell'azienda svedese - ma troviamo inaccettabile che simili lungaggini ritardino l'apertura di un progetto come il nostro. Per aprire un nuovo negozio in Italia occorrono tra i sette e i nove anni, tempo doppio rispetto al resto dell'Europa». A Roma, spiega, le prime domande sono state presentate sette anni fa e tuttora tutto è in alto mare, «ma senza che formalmente nessuno sia contrario all'investimento. Assistiamo a una situazione di vischiosità passiva, di procedure che non si muovono, di totale inerzia degli uffici». Una multinazionale, come peraltro qualunque azienda, ha bisogno di certezze. Il caso più emblematico (e più istruttivo) è quello vissuto da Ikea in Toscana. «Per sei anni abbiamo aspettato una risposta definitiva per l'apertura di un grande negozio a Vecchiano, presso Pisa.

Alla fine, esausti, abbiamo cancellato il nostro progetto e la casa madre svedese ha dato un'indicazione precisa: dirottiamo a Lubiana i 70 milioni d'investimento previsti per Pisa. A quel punto - continua Petersson - il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, ha preso in mano la situazione, ritenendo assurdo perdere così la nostra presenza e 270 posti di lavoro. Ha personalmente nominato un interlocutore unico che ci ha seguiti nella scelta di un terreno alternativo e nell'intero percorso burocratico. Una specie di sportello unico. Bene: a maggio 2011 è partito questo iter, quattro mesi dopo abbiamo scelto la localizzazione e ora, a metà ottobre 2012, posiamo la prima pietra. Tempi e procedure che andrebbero standardizzati ovunque, in tutta Italia».

La si chiami semplificazione burocratica, la si chiami politica industriale, l'obiettivo è sempre lo stesso: dare agli investitori italiani ed esteri certezza del diritto, dei tempi e delle procedure. Invece quando ciò accade, si grida al miracolo. Mentre Ikea si appresta a investire altri 400 milioni in Italia nei prossimi tre anni, ci sono imprese come British gas, come Erg Rivara Storage, come Erg-Shell, che rinunciano soffocate dalla burocrazia: il caso British è emblematico, ha lasciato l'Italia dopo 11 anni di inutili attese delle autorizzazioni e dei permessi per un rigassificatore a Brindisi da 400 milioni d'investimento. Le autorità non si sono nemmeno pronunciate su un insediamento che avrebbe creato 1000 posti di lavoro. Kafkiano.

Caso in qualche modo analogo quello della italo inglese Erg Rivara, che nel 2002 aveva presentato domanda per un progetto di stoccaggio del gas a Rivara, nel Modenese, poi sopraffatto dal silenzio delle amministrazioni. Senza parlare delle aziende italiane che se ne vanno oltreconfine per rincorrere più efficienza e un fisco più equo: dal Nord-Est sono centinaia e centinaia le società che si sono sviluppate o che hanno traslocato i propri stabilimenti in Austria e in Slovenia. Anche una multinazionale-gioiello come la friulana Danieli (impianti siderurgici) ha dovuto riconoscere la maggior efficienza delle burocrazie dei Paesi più vicini.

Si vuole il Sushi, si mangia cinese: Il boom dei (finti) ristoranti giapponesi

Corriere della sera

Contatti tra la Fipe e l’ente per il commercio estero nipponico: l’ipotesi di un certificato di autenticità del cibo

(Foto-servizi)(Foto-servizi)

Se i chicchi di riso sono troppo duri poggiate delicatamente la bacchetta sul tavolo. Guardate con attenzione come è tagliato il sashimi. Magari date un’occhiata se notate piatti-clone tipici della cucina nipponica (realizzati spesso in cera). Direte: pochi segnali per capire davvero se siete di fronte a un ristorante “autenticamente” giapponese. Il rischio è che lo chef nascosto in cucina sia originario del Guangzhou. Non proprio a due passi da Tokyo.

LE INSEGNE COPIATE – Così l’ipotesi-contraffazione – giocata sull’affinità linguistico-culturale e sulla capacità di replicare alla perfezione gli ideogrammi nipponici sulle insegne dei sushi-bar – sarebbe diventata la formula preponderante dei ristoratori cinesi per smarcarsi da un brand-Paese percepito come meno attraente. Ecco perché questa (presunta) mega-operazione di “distrazione di massa” non poteva che preoccupare anche Tokyo. Tanto da indurre Jetro – l’ente governativo giapponese di promozione del commercio con l’estero – a giocare di sponda con Fipe (la federazione italiana pubblici esercizi) ipotizzando persino un certificato di autenticità del cibo per limitare al minimo gli effetti di questo inquinamento alimentare.

IL BOOM – Soprattutto perché la cucina giapponese in Italia riscuote così tanto successo da essere diventata un vero e proprio fenomeno culturale. Solo a Milano si calcolano oltre 200 ristoranti “simil-giapponesi” (nel 2006 erano 70). Mentre a Firenze sono 50, di cui solo sei – sembrerebbe – hanno al loro interno un cuoco proveniente dal paese del Sol Levante. Un paradosso. Una crescita esponenziale di nuove aperture che sorprende non poco, considerando che ambasciata e consolato nipponico in Italia non hanno finora registrato una diaspora verso il Belpaese per intercettare la domanda culinaria nostrana.

IL LOW COST - Dice a Corriere.it Lino Stoppani, presidente Fipe che questo interesse della folta comunità cinese verso la gastronomia del Paese-rivale (la Storia non dimentica certo l’eterna conflittualità sino-giapponese) abbia anche una motivazione economica: «I cinesi hanno grandissime competenze culinarie, sono instancabili lavoratori e soprattutto hanno puntato sul low-cost. Così succede che con 20 euro puoi mangiare pesce crudo in pieno centro a Milano. Una fascia di prezzo alla portata di tutti».

LA DISAFFEZIONE – Al potere d’acquisto ridotto al lumicino si associa una maggiore disaffezione verso la cucina cinese. Le resistenze sono legate soprattutto all’igiene e alla qualità degli alimenti, amplificate dagli echi (mediatici) delle epidemie di Sars e Aviaria, che hanno finito per “razionalizzare” i ristoranti presenti in Italia che fino a qualche anno fa godevano di una certa credibilità. Per molti esercenti l’unica via d’uscita è stata perciò quella di riposizionarsi sul mercato, aprendo un sushi-bar sfruttando la fortissima somiglianza somatica con i loro vicini d’Oriente.

LA FILIERA - Il resto l’ha fatto una filiera che di fatto sfugge a ogni controllo, con una serie di operatori in regime di oligopolio e inefficaci reti distributive che penalizzano di più le materie prime giapponesi rispetto alle omologhe cinesi. Il risultato è il boom della cucina “fusion” servita alla cantonese. Con salsa di soia proveniente chissà da dove.

Fabio Savelli
FabioSavelli3 ottobre 2012 (modifica il 4 ottobre 2012)

Fusione fredda", deciderà il mercato?

Corriere della sera

Il paradosso: un'invenzione che si basa su teorie scientifiche ancora sconosciute, utilizzando principi negati dalla scienza ufficiale, è però acquistabile sul mercato.

Paolo Soglia





Quando il fisico Sergio Focardi e l’imprenditore Andrea Rossi diciotto mesi fa hanno presentato il loro “energy catalizer” (E-Cat), sapevano di far resuscitare un termine quasi dimenticato, diventato un tabù nella comunità scientifica: “Fusione Fredda”.

L'E-CAT - L’E-Cat è una sorta di “boiler”: scalda acqua producendo vapore, cioè energia termica. Ma nessuna reazione chimica potrebbe giustificare tutta l’energia prodotta da questo marchingegno. La spiegazione, secondo Rossi e Focardi, è una sola: il reattore innesca una reazione ancora sconosciuta tra atomi di Nichel e Idrogeno detta Lenr, Low Energy Nuclear Reaction. Energia nucleare dunque, ma non radioattiva, poiché non c’è uso di materiale fissile né produzione di scorie.

LO SCETTICISMO - L’E-Cat non viene preso in considerazione dagli alti livelli scientifici, molto scettici nei confronti della “Fusione Fredda”, anche perché Rossi si rifiuta di svelare come funziona il suo reattore: «Non voglio far la fine di Meucci» - spiega lui - ma c’è chi lo accusa apertamente di essere un “venditore di fumo”. Tuttavia in questi mesi ha continuato a far parlare di sé annunciando nuovi clamorosi sviluppi, come “L’Hot Cat”, una centrale termo-elettrica ad alta temperatura che una volta accesa fornirebbe energia praticamente illimitata. Il suo terreno di gioco infatti non è l’ambito accademico-scientifico, ma il mercato. Detiene un brevetto italiano ed ha presentato domanda per quello internazionale: vuole produrre energia con i suoi E-Cat e, soprattutto, vuole essere il primo a venderli.

IL MERCATO - Ma vendere a privati cittadini una tecnologia sconosciuta di tipo “nucleare” si è rivelato assai difficile: troppi dubbi sul reale funzionamento e troppi problemi con le norme di sicurezza. Allora ha cambiato strategia puntando sugli impianti industriali che per legge devono essere gestiti da personale specializzato.

La centrale termica da 1 Megawatt a bassa temperatura che Rossi dice di aver già venduto in ambito militare ha recentemente ottenuto la certificazione di sicurezza volontaria (valida per il prototipo) da parte della società svizzera Sgs. D’ora in poi sarà più facile produrla anche per l’industria civile.
Ecco dunque il paradosso: un’invenzione che si basa su teorie scientifiche ancora sconosciute, utilizzando principi negati dalla scienza ufficiale è però acquistabile sul mercato.

Il costo? Circa un milione di euro, che passando alla produzione industriale, secondo Rossi, dovrebbe abbassarsi attorno ai 100.000 euro. L’utopia dei precursori Fleischmann e Pons è sul punto di realizzarsi? Impossibile affermarlo con certezza. Era considerata la più grande bufala scientifica degli ultimi vent’anni, ma è un fatto che i test su nuove forme di energia che hanno origine dagli studi dei due elettrochimici americani hanno ripreso un impetuoso vigore. Se si stia preparando una rivoluzione però è ancora presto per dirlo.


Paolo Soglia
info@reportime.it
3 ottobre 2012 (modifica il 4 ottobre 2012)

Furto alla biblioteca dei Girolamini : quattro arresti, c'è anche un sacerdote

Corriere del Mezzogiorno

E' il curatore del complesso monumentale, ora si trova ai domiciliari. Lo scandalo è scoppiato a maggio scorso


Cattura
NAPOLI - Si allarga ancora l'inchiesta sulla spoliazione della biblioteca dei Girolamini, dalla quale in pochi mesi sono stati trafugati migliaia di volumi antichi e rari. Altre quattro persone sono state arrestate dai carabinieri della Tutela patrimonio culturale: tra loro c'è padre Sandro Marsano, di 38 anni, l'ex conservatore del complesso, già indagato da tempo. A lui il gip ha concesso il beneficio dei domiciliari. In carcere, invece, sono finiti Maurizio Bifolco, 65 anni, di Roma, Luca Cableri, 39 anni, di Cividale del Friuli (Udine) e il cittadino francese Stephane Delsalle, 38 anni.

PECULATO - A tutti è contestato il reato di peculato in concorso con Marino Massimo De Caro, l'ex direttore della biblioteca ed ex consigliere del ministero per i Beni culturali arrestato nei mesi scorsi, e con altre sette persone. Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giovanni Melillo e dai sostituti Michele Fini e Antonella Serio, hanno consentito di individuare i ruoli di ciascuno dei nuovi indagati. In particolare, padre Marsano avrebbe autorizzato persone estranee alla biblioteca, individuate da De Caro, ad accedere ai locali e a selezionare e portare via i volumi. Stephane Delsalle, esperto in antiquariato librario, insieme con De Caro avrebbe scelto i titoli più importanti da immettere sul mercato, occupandosi poi di piazzarli in Italia e all'estero. Bifolco avrebbe venduto i volumi agli acquirenti, riscosso e distribuito i proventi tra gli indagati.

IN GERMANIA - Cableri, infine, avrebbe individuato la casa d'aste Zisska & Schauer di Monaco di Baviera perchè rivendesse centinaia di volumi trafugati dalla biblioteca. Agli indagati è stata contestata l'aggravante di aver causato all'amministrazione dei beni culturali un danno patrimoniale ancora non determinabile, ma certamente di ingente entità. Allo stato delle indagini, è scritto in una nota a firma del procuratore aggiunto Melillo, risultano rubati oltre 3.500 tra manoscritti, volumi e altri beni. Sono tuttora in corso, si legge ancora nella nota, complessi accertamenti, anche mediante richiesta di assistenza giudiziaria internazionale, per individuare compiutamente le modalità operative attraverso cui è stata gravemente e forse irrimediabilmente smembrata e mutilata la biblioteca dei Girolamini; si cercano inoltre i canali di commercializzazione dei libri e dei manoscritti e, soprattutto, si prova a riportare a casa le opere trafugate.

Redazione online03 ottobre 2012

Cucchi, si rafforza l'ipotesi pestaggio Nuova perizia: due fratture recenti

Il Messaggero

Gli esperti nominati dalla Corte d'assise smentiscono quelli della Procura. La sorella Ilaria: chissà se ora i pm diranno che Stefano si è ferito da solo

di Cristiana Mangani


ROMA - Una nuova lesione vertebrale e un’analisi mai effettuata. Nel processo sulla morte di Stefano Cucchi l’ultima parola spetterà ai periti nominati dalla Corte di Assise. Ma già ieri mattina, durante l’incontro avvenuto all’istitutodi Medicina legale dell’università di Milano, quanto è emerso potrebbe chiudere definitivamente il contrasto. Da un lato chi sosteneva che le lesioni su una delle vertebre del trentunenne romano, morto all’ospedale Sandro Pertini, fossero del 2003.


20121004_cucchi_stefano_e_ilaria
Dall’altro chi, invece, ha sempre ritenuto che fossero state provocate dalle botte che Cucchi ha ricevuto tre anni fa, nei giorni successivi all’arresto. Gli esperti messi in campo dalla Corte hanno chiuso il verbale dell’incontro con i colleghi di parte civile e della procura, sottolineando due aspetti fondamentali. Il primo riguarda una nuova lesione individuata sulla vertebra L4. E non soltanto, quindi, la contestata vertebra L3. Scrivono infatti i tecnici: «Si visionano le aree vertebrali di interesse rappresentate nei fotogrammi in sezione trasversa di L4, dove si visualizza una linea di discontinuità dei tessuti calcificati. Relativamente alla suddetta sede si stabilisce di effettuare sezioni coronali finalizzate all’esame istologico ed immunoistochimico a distanze superiori del millimetro».
 
Il secondo riguarda la vertebra L3, e un particolare finora mai emerso: il prelievo istologico effettuato dai consulenti della procura sarebbe stato fatto in una sede non corretta. I professori Grandi e Cattaneo, nominati dalla Corte, hanno lavorato su nuove immagini dell'intero asse lombare, da cui è emerso chiaramente l’errore. Il fotogramma mostra addirittura un’ulteriore linea di frattura contigua alla vertebra L3 e sullo stesso versante, oltre alla presenza di sangue nel muscolo e nella lacerazione delle fibre muscolari, circostanze che avvalorano l'ipotesi di una lesione giovane.

«Relativamente alla vertebra L3 - si legge infatti nel documento - si concorda di effettuare sulla rimanente porzione decalcificata (non precedentemente sottoposta a sezione e ad indagini istologiche) rappresentante l'area supero-posteriore del corpo vertebrale e l'emicirconferenza anteriore del complesso relativo al canale midollare sezioni coronali finalizzate all'esame istologico e immonoistoichimico» e «anche i tessuti molli così ottenuti verranno sottoposti alle stesse indagini». Ulteriori «controlli negativi» verranno effettuati «sullo stesso soggetto e su soggetto diverso», concludono i periti.
 
La notizia è stata accolta con grande soddisfazione dalla sorella del geometra morto e dall’avvocato Fabio Anselmo che assiste la famiglia. «Ora ci aspettiamo che venga riconosciuta finalmente la verità su quello che è successo a mio fratello, e diciamo basta alle ipocrisie - ha affermato Ilaria Cucchi - Noi siamo molto tristi perché queste notizie rendono sempre di piu l'idea di quanto Stefano abbia sofferto. I pubblici ministeri riflettano, o forse diranno anche questa volta che mio fratello se le è procurate dopo, quelle lesioni».
 
Nelle polemiche che accompagnano da sempre questo caso, se ne è aperta una nuova e riguarda il professor Paolo Arbarello, uno dei consulenti del pm. Un’interrogazione parlamentare presentata dai Radicali ha chiesto ai ministri della Giustizia, dell’Economia e finanza, e della salute, se il medico legale «abbia comunicato, nel periodo in cui ha rivestito la carica di consigliere di amministrazione della Milano assicurazioni, il contemporaneo svolgimento di attività di consulenza tecnica in procedimenti giudiziari. E se risulti che, tra tali attività, ve ne fosse anche soltanto una in cui il gruppo Sai avesse interesse in causa e, in questo caso, quali misure l’organo di controllo abbia assunto per prevenire o rimuovere il possibile conflitto di interessi».


Giovedì 04 Ottobre 2012 - 08:53

Dove gli ospedali costano di più le cure sono peggiori

La Stampa

On line la lista nera dei reparti, ma anche i punti di eccellenza della sanità



L’ospedale San Raffaele di Milano


PAOLO RUSSO
roma


Il Ministero della Salute riscrive le pagelle degli ospedali e conferma che dove la sanità costa di più ci si cura anche peggio. Così mentre infuria la «Regionopoli» emerge la mappa dei reparti e dei nosocomi dello spreco, dove si fanno ricoveri e interventi con il contagocce, senza assicurare ne’ l’economicità ne’ la sicurezza dei pazienti in mani poco esperte. Per credere basta cimentarsi nella lettura del nuovo portale che indica efficienza e qualità degli ospedali d’Italia, pubblici e privati convenzionati, presentato ieri dal Ministro Balduzzi. 

Una gigantesca mole di dati che passano al setaccio 42 prestazioni tra le più rilevanti. E scorrendo le «liste nere» dei nosocomi peggiori a prevalere sono proprio quelli delle regioni in piano di rientro dai deficit sanitari. Che la spesa allegra non faccia bene alla salute lo dicono anche altri dati nascosti nelle pieghe del portale, che parlano di 92 strutture dove si pagano stipendi e macchinari per meno di 10 ricoveri l’anno (anche se alcune non sono ospedali ma luoghi di lungodegenza o riabilitazione). E poi ci sono i casi, tutt’altro che rari, di reparti chirurgici dove si fanno non più di due o tre interventi l’anno.

Reparti inutili se non a mantenere il posto di Primario, mentre in altri dipartimenti della stessa struttura mancano medici e posti letto. Solo per fare un esempio in ben 689 ospedali si eseguono meno di 20 interventi l’anno per tumore allo stomaco, meno di quelli che le linee guida internazionali indicano essere la soglia minima di sicurezza per i pazienti. Perché dove si fa meno esperienza sul campo la mortalità aumenta. «Al Policlinico Umberto Primo di Roma lo stesso tipo di intervento si fa in 15 reparti diversi, il che - denuncia il direttore del portale, Carlo Perucci - significa che in molti non se ne fanno più di uno, due l’anno». Che ci sia ancora una sovrabbondanza di ospedali lo dimostra del resto il confronto con un sistema sanitario inglese, dove le strutture di ricovero sono solo 400 contro le nostre 1.483. 

Un dato che nasconde quello dei molti ospedali dove di interventi se ne fanno pochi e che non a caso quasi sempre finiscono nelle parti basse della classifica di ciascuna delle 42 prestazioni monitorate dal Ministero. Gli uomini di Balduzzi non vogliono sentir parlare di classifiche ma basta mettere in fila i numeri del portale per ricavare la lista di «buoni e cattivi». Così l’ospedale di Carate Brianza si distingue per il minor numero di parti cesarei (appena il 4%) mentre nelle cliniche “Villa Cinzia” di Napoli e “Mater Dei” di Roma si usa quasi esclusivamente il più redditizio bisturi (rispettivamente 90 e 92%).

Ma in genere le performance migliori si concentrano al Nord. La frattura del femore va operata entro 48 ore per evitare danni permanenti soprattutto agli anziani. Ma all’Ospedale “Loreto Mare” di Napoli questo avviene nemmeno nell’1% dei casi mentre al “Poliambulanza” di Brescia arrivano al 94%. In genere al Nord 7 pazienti su 10 entrano in sala operatoria nei tempi previsti, al Sud una quota residuale. 

Le informazioni del portale potrebbero presto essere utilizzati anche per applicare meccanismi di “bonus-malus” nel finanziamento delle strutture. Intanto Balduzzi ha promesso trasparenza: dal nuovo anno i dati, in versione semplificata, saranno anche a portata di click degli assistiti.

La Germania ventidue anni dopo: un tedesco su 5 non è mai stato all’Est

La Stampa

Ma il Paese preferito dai nuovi emigranti tedeschi è la Polonia



La cerimonia ieri a Berlino, alla Porta di Brandeburgo

Fotogallery
All’ombra del muro

alessandro alviani
berlino

Nei 22 anni trascorsi da quel 3 ottobre del 1990 che segnò la riunificazione della Germania un tedesco occidentale su cinque non ha mai trovato il tempo o la voglia di metter piede nella parte Est del Paese. Lo rivela un sondaggio condotto da YouGov e pubblicato sulla Bild, secondo il quale il 21% dei “Wessis” (come vengono chiamati gli ex tedeschi occidentali) non è mai stato nei Länder orientali, mentre appena il 9% degli “Ossis” (gli ex tedeschi orientali) non ha mai visto l’Ovest della Germania. 

Un risultato sintomatico di un sentire che fatica ancora a farsi comune. Circa tre intervistati su quattro percepiscono “differenze di mentalità” tra tedeschi occidentali e orientali, termine elegante per descrivere cliché che persistono, nonostante un cammino comune lungo 22 anni: i “Wessis” sono visti come più “orientati al denaro” e “privi di riguardi” dei loro cugini orientali, mentre gli “Ossis” sarebbero più “insoddisfatti” e “invidiosi” degli abitanti di Monaco, Amburgo o Colonia. Un punto, invece, mette d’accordo tutti, o quasi: il 64% dei cittadini federali non vede alcun problema nel fatto che, per la prima volta, ai vertici della Germania ci siano due ex tedeschi orientali, la cancelliera Angela Merkel e il presidente Joachim Gauck.

L’ultimo rapporto del governo sullo stato dell’unificazione fotografa intanto una realtà a tinte miste: se è vero che i Länder orientali hanno fatto grossi passi in avanti, è anche vero che l’anno scorso la forbice che li separa da quelli occidentali si è lievemente allargata, invece di chiudersi. Nel 2011 il Pil pro capite dell’Est della Germania ammontava al 71% di quello dell’Ovest; nel 2010 era al 73%. La disoccupazione era all’11,3%, il dato più basso dalla riunificazione – ma pur sempre quasi il doppio del 6% registrato all’Ovest. Segnali positivi sul fronte dei redditi: nel 1991 all’Est raggiungevano appena il 56% di quelli dell’Ovest, oggi sono all’83%.

E intanto la Germania inizia a conoscere un fenomeno nuovo: sempre più tedeschi orientali che dopo il 1990 si erano trasferiti nei Länder occidentali alla ricerca di un lavoro stanno ora tornando indietro. Non solo, ma, secondo quanto ricostruisce il settimanale polacco Uważam Rze, la Polonia è diventata oggi uno dei Paesi preferiti dagli emigranti tedeschi: nel frattempo i cittadini federali che si trasferiscono a Varsavia o Stettino sono più di quelli che prendono la strada di Spagna, Francia o Italia. Per anni a oltrepassare il fiume Oder alla ricerca di una chance lavorativa erano stati quasi solo i polacchi.

Egitto, due bimbi copti arrestati per oltraggio all’Islam

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentin


Nabil Naji Riz e Mina Nadi Faraj sono due bambini copti, rispettivamente di dieci e nove anni, che si trovano in carcere in Egitto con l’accusa di “oltraggio alla religione” islamica. Secondo alcuni testimoni del villaggio dove risiedono, nel governatorato di Beni Suef,  i due ragazzini avrebbero urinato su dei fogli di carta sui quali erano scritti dei versetti del Corano.  A denunciarli è stato l’imam della moschea locale, Ibrahim Mohamed Ali.  Esaminato il caso il procuratore ha disposto che i due fossero trasferiti  nel carcere giovanile di Beni Suef fino a quando saranno completate le indagini.

E’ il primo caso del genere in Egitto. Un Paese in cui il  nuovo presidente, Mohammed Morsi – membro dei Fratelli Musulmani – si è impegnato a rispettare i diritti della minoranza copta, pari a circa il 10% della popolazione.


phpyTAYKMAM


Secondo il corrispondente di Ahram Online, l’Imam Ali ha prima portato i due bambini nella chiesa copta locale e ha chiesto al prete di punirli. Il sacerdote si è però rifiutato di castigare i due e per quello Ali, aiutato da altri tre abitanti del villaggio, ha portato i bambini in tribunale.
Il padre di Nabil, Nagy Rizk, ha difeso i due bambini affermando pubblicamente che sono analfabeti e per questo non conoscevano il  contenuto dei fogli che hanno trovato in una piccola borsa bianca dove stavano giocando, vicino a un mucchio di spazzatura in strada.

Proprio in questi giorni Amnesty International ha rivolto un appello al presidente Morsi perché attui una riforma della polizia e dell’esercito, le forze di sicurezza sono colpevoli di violazioni dei diritti umani durante la transizione guidata dai militari dopo la caduta del regime di Hosni Mubarak.
Nei due rapporti presentati al Cairo, Amnesty ha condannato “gli omicidi illegali, l’uso eccessivo della forza, della tortura e altri maltrattamenti ai danni dei manifestanti da parte dell’esercito e della polizia” nei 16 mesi che hanno seguito la Rivoluzione.  ”I tribunali militari non hanno fornito alcun risarcimento per le vittime, mentre quelli civili non sono stati in grado di accusare un singolo ufficiale per il crimine commesso”, si legge nel rapporto. “Uomini e donne scesi in piazza venivano picchiati, sottoposti a elettroshock, minacciati e abusati sessualmente dai militari», scrive Amnesty.

E’ paradossale che due bambini siano in prigione mentre i poliziotti violenti sono a piede libero. Se la strada per le riforme è lunga speriamo che quella per la liberazione dei piccoli Nabil e Mina  sia veramente breve.