mercoledì 3 ottobre 2012

Google avverte: “Lo Stato ti spia” Rischia chi si occupa di Medio Oriente

La Stampa



I servizi di sicurezza dei Paesi mediorientali starebbero monitorando migliaia
di computer, anche all’estero

alessio schiesari


Aprire Chrome, Gmail o semplicemente la pagina di ricerca di Google e trovarsi questo messaggio: «Attenzione, riteniamo che un attacco supportato da un’autorità statale sta cercando di compromettere il tuo account o il tuo computer». È successo martedì pomeriggio a migliaia di giornalisti ed esperti di politica estera, prevalentemente statunitensi. Google aveva già annunciato nel mese di giugno che avrebbe avvertito i suoi utenti minacciati da attacchi informatici, anche qualora questi fossero lanciati da agenzia di sicurezza nazionale.

Secondo quanto riportato da Mike Wiacek, direttore del team di sicurezza di Google, la maggior parte di questi attacchi provengono da Paesi mediorientali, che hanno affinato le proprie capacità di hackeraggio per controllare i propri cittadini all’estero. Stati come l’Iran, il Qatar, gli Emirati Arabi e il Bahrein hanno investito molto in programmi di sicurezza informatica e hanno acquisito capacità di controllo che starebbero utilizzando per monitorare attivisti, imprenditori e chiunque possa rappresentare un pericolo per la sicurezza nazionale.

Il New York Times ha raccolto le testimonianze di molti giornalisti che hanno ricevuto il messaggio di allerta, tra cui il responsabile del blog sulla sicurezza informatica di Wired e altri reporter che si occupano soprattutto di Medio Oriente. A chiunque sia stato spiato il provider di Mountain View consiglia di cambiare la password e, possibilmente, anche l’indirizzo email. Secondo gli analisti, il Paese più attivo in questa guerra informatica è l’Iran, che la settimana scorsa ha deciso di sospendere tutti gli accessi ai servizi Google. La guerra informatica tra Teheran e Washington è iniziata quando, nel 2010 il virus Flame ha distrutto le centrifughe nucleari usate per arricchire l’uranio. Un attacco che, secondo il governo iraniano, sarebbe partito dalle agenzie di sicurezza statunitensi e israeliane.

Tatuaggi e coloranti cancerogeni

Corriere della sera

Il Rapex, sistema europeo di allerta rapido, ha indicato come pericolosi gli inchiostri prodotti da un'azienda Usa


MILANO - Dragon Yellow, Golden Rod, Egg Shell, Lemon Yellow, Maroon Honey e vari altri. Sono alcuni degli inchiostri per tatuaggi prodotti dell’azienda statunitense Intenze, che il Rapex – il sistema europeo di allerta rapido per i beni non alimentari – ha segnalato nei giorni scorsi come pericolosi. Motivo: contengono un’ammina aromatica, chiamata o-anisidina, specificamente vietata da una risoluzione del Consiglio d’Europa del 2008, perché cancerogena. I prodotti sotto accusa, una quindicina in tutto (guarda l'elenco), hanno colori che vanno dal rosso ruggine, all’arancio, fino al giallo intenso e al verde, e in Italia non potranno più essere venduti.

I RISCHI - Ma chi li porta indelebili sulla pelle deve preoccuparsi? «Concordo pienamente con la decisione europea, perché qualsiasi intervento volto a tutelare la salute della popolazione va accolto con favore, soprattutto se riguarda prodotti il cui uso non è necessario - commenta Luigi Naldi, dermatologo degli Ospedali Riuniti di Bergamo e direttore del Centro Studi Gise -. Tuttavia, sebbene il Rapex consigli di farsi togliere i tatuaggi che contengono i coloranti segnalati, va precisato che il rischio di sviluppare un tumore è davvero molto ridotto. Certo, questa vicenda dà certamente un motivo in più per eliminare un tatuaggio, se già si aveva l’intenzione di farlo. Ma bisogna tenere presente che i colori incriminati sono proprio quelli meno sensibili all’azione dei laser usati per queste procedure, e che comunque, per avere un risultato soddisfacente, occorrono molte sedute. L’intero trattamento può durare anche più di un anno».

RIMOZIONE - Proprio Naldi firma questo mese, sulla rivista specializzata Archives of Dermatology, uno studio che ha identificato i fattori che più influenzano la buona riuscita di questi trattamenti. Negli oltre 350 pazienti che si sono sottoposti alla rimozione, tutti trattati presso il centro specializzato Iclid di Milano, il laser Q-switched, il più usato in questi casi, permette di ottenere un risultato soddisfacente nel 47 per cento dei casi dopo 10 sedute, e nel 75 per cento dei casi dopo 15.

«Ma fra una sessione e l’altra devono passare almeno otto settimane, perché il laser funziona frantumando l’inchiostro, che deve poi essere eliminato da cellule specifiche del sistema immunitario, chiamate macrofagi. Perché la loro azione sia completa occorre tempo» spiega il dermatologo. Il fumo, l’estensione del tatuaggio, la presenza del verde o del giallo sono tutti elementi che influenzano negativamente il risultato. «Il fumo, in particolare, inibisce l’azione dei macrofagi - chiarisce Naldi -, mentre i disegni più grandi di 30 centimetri possono lasciare tracce. Infine, i colori verde e giallo sono i meno sensibili al laser, che lavora molto meglio con i tinte scure, quali il nero o il rosso cupo».

CONTROLLI - Non è la prima volta che i tatuaggi sono accusati di nuocere alla salute. «Le irregolarità però riguardano più spesso la conservazione degli inchiostri - prosegue l’esperto -. Recentemente, negli Stati Uniti, un problema di questo tipo ha determinato una piccola epidemia di un’infezione cutanea causata da un micobatterio. Anche se la grande maggioranza dei tatuatori ha una preparazione specifica e svolge il suo lavoro con responsabilità, il settore avrebbe bisogno di maggiori controlli, anche considerato che la moda dei tatuaggi conquista un numero sempre crescente di persone. Da una nostra stima risulta che il 30-40 per cento degli under 30 ha un tatuaggio e che, a differenza di quanto avveniva in passato, oggi le donne hanno superato gli uomini. I tatuaggi femminili tuttavia sono in genere di piccole dimensioni e molto meno vistosi di quelli maschili».

Margherita Fronte
3 ottobre 2012 | 10:16

Eliminare i rifiuti con tecnica spaziale

Corriere della sera

La gassificazione con torcia al plasma, ideata dalla Nasa, sperimentata all'Aeronautica Usa

Torcia al plasmaTorcia al plasma

Smaltire i rifiuti in maniera alternativa. È quello che hanno pensato gli scienziati ambientali dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti, intenti a sperimentare la gassificazione al plasma per evitare ai militari americani di respirare i fumi dei rifiuti incendiati a cielo aperto durante le missioni di guerra. Un modo di trasformare i rifiuti in energia pulita non solo promosso dall’Air Force, ma preso in considerazioni anche da diverse amministrazioni e aziende di New York e del Texas come possibile soluzione di smaltimento. Anche se, per il momento, l’altezza elevata dei costi sembra scoraggiarne la diffusione capillare. Scettica, una parte degli studiosi italiani che, nonostante riconoscano i benefici ambientali dello smaltimento dei rifiuti mediante torce al plasma, per una sua possibile applicazione urbana hanno molto da obiettare. Proponendo metodi alternativi e molto più economici che prevedono, invece della totale dissoluzione, il riutilizzo dei residui.

METODO SPAZIALE - Il sistema per combattere l’inquinamento avallato dall'Air Force, proviene dalla Nasa, che lo ha sviluppato per sulle navicelle spaziali dove la questione dello smaltimento dei rifiuti si presenta come un problema di complicata gestione. E dove, la gassificazione con torcia al plasma per trasformare in gas e dissolvere i legami molecolari dei rifiuti trasformandoli in un arco energetico, poteva essere una buona soluzione.

IL PROCESSO - Per avviare la gassificazione con la torcia al plasma occorre avviare un processo che richiede una temperatura di 5 mila gradi Celsius. Temperatura che permette la dissoluzione dei legami molecolari e la divisione della parte organica da quella inorganica. E di ricavare dalla prima il gas di sintesi (syngas), cioè una miscela in grado di produrre energia elettrica, termica e biocarburante. La parte inorganica, vetrificata, è invece trasformabile in materiale edilizio.

I DUBBI ITALIANI – Meno convinta del metodo stellare la scienza italiana. «Il sistema della torcia al plasma», afferma Stefano Consonni, professore del dipartimento di energia del Politecnico, «è un tormentone ricorrente, di cui si parla da almeno dieci anni. La sua applicazione su larga scala non è sensata. In primo luogo perché si possono gassificare i rifiuti soltanto in piccole quantità. E poi perché il suo utilizzo ha costi altissimi. La gassificazione dei rifiuti è un sistema di nicchia, utile e logica quando si parla di portaaerei oppure grandi navi, ma in un contesto cittadino è fuori discussione».

IL PROBLEMA DEI RESIDUI – A interessare gli studiosi italiani per risolvere l’inquinamento dei rifiuti sono misure diverse di contenimento. «Uno dei problemi principali», spiega Consonni, «riguarda i residui prodotti dagli inceneritori. Sotto i 1.200 gradi, infatti, le ceneri non vetrificano e rilasciano materiali e residui che, a seconda dei rifiuti che si bruciano, possono richiedere un’ulteriore trattamento. Per esempio, in Giappone il processo di vetrificazione delle scorie viene fatto successivamente al loro incenerimento ottenendo materiale riutilizzabile per i fondi stradali. Se riuscissimo anche noi a intervenire sui residui si risparmierebbe un sacco di soldi in discarica, dove le scorie dei rifiuti che rimangano sono considerate rifiuti speciali».

ALTERNATIVE – Non resta a guardare l'Italia dove, per cercare di risolvere questo problema, è stato costituito il centro studi MatER (Materia ed energia da rifiuti), presso il laboratorio Leap e con la collaborazione scientifica del Politecnico di Milano. Polo di ricerca dove non solo si studiano metodi per riclicare i residui, ma si analizzano inceneritori e raccolta differenziata. Tra i numerosi progetti portati avanti da MatER, la potenzialità di recupero dei sottoprodotti degli impianti. In particolare, la parte di ceneri ottenute dalla termovalorizzazione dei rifiuti urbani solidi e dalla granella di vetro data dal trattamento di rifiuti di natura diversa e utilizzabili nella vetroceramica o come materiali isolanti.

Carlotta Clerici
2 ottobre 2012 (modifica il 3 ottobre 2012)

Lo studio sulle origini: «La vita sulla Terra portata da meteoriti»

Corriere della sera

La teoria al Congresso europeo di Scienza planeratia sulla "litopanspermia"


Congresso europeo di Scienza planetaria che è tenuto in questi giorni a Madrid, un gruppo di astrofisici dell’Università di Princeton, dell’Università dell’Arizona e del Centro spagnolo di Astrobiologia ha presentato una scoperta che possiamo veramente considerare rivoluzionaria. Detto in modo molto succinto, microorganismi trasportati sulla Terra da frammenti di meteoriti provenienti da altri pianeti possono essere stati il germe primigenio della vita sul nostro pianeta

(GUARDA IL GRAFICO).

Uno degli autori di questa scoperta, la professoressa Renu Malhotra, titolare della cattedra di Scienze planetarie e presidente del programma di Astrofisica teorica all’Università dell’Arizona, mi dice: «Il Sole si è formato circa quattro miliardi e mezzo di anni orsono, entro un ammasso stellare comprendente poche migliaia di stelle. Tale ammasso si è poi disperso in stelle singole alcune centinaia di milioni di anni fa.

Con i nostri lavori, corredati da calcoli, abbiamo concluso che delle rocce proiettate all’esterno da un sistema planetario hanno viaggiato nello spazio con velocità molto diverse le une dalle altre. Alcune di queste rocce interplanetarie (poche, ma in una percentuale non trascurabile, circa l’uno per mille) viaggiavano a velocità modeste. Proprio grazie alla loro ridotta velocità avevano alta probabilità di essere catturate da un sistema planetario vicino, quando ancora l’ammasso stellare e i pianeti erano in stato nascente». Usa un termine lungo e complesso, ma che cattura l’immaginazione: litopanspermia. Ovvero la disseminazione ovunque nello spazio di spore di vita trasportate da rocce.

Tale idea, in realtà piuttosto antica, era stata fino ad adesso quanto meno ricevuta con notevole scetticismo. La studiosa, infatti, ribadisce: «I precedenti studi di astrofisica avevano escluso che un simile scambio inter-planetario di rocce avesse potuto verificarsi. Ma si basavano sulla velocità media delle rocce, piuttosto elevata, non sulla bassa velocità di alcune di queste». Fino a pochissimi anni fa, infatti, si escludeva che un pianeta potesse, con la sua sola forza gravitazionale, attirare e catturare grossi frammenti proiettati nello spazio da un altro sistema planetario.

I calcoli attuali, però, danno un risultato diverso. La Malhotra insiste su questo punto: «I nostri calcoli ci dicono che le rocce a bassa velocità subiscono un processo di cattura planetaria molto diverso da quello contemplato fino ad adesso. Subentra la teoria del caos e una teoria matematica chiamata "bordi di debole stabilità" (weak stability boundary theory, in sigla Wsb). La probabilità di cattura per una roccia a bassa velocità (circa 100 metri al secondo) risulta essere circa un miliardo di volte superiore a quella di una roccia di media o alta velocità».

Iniziata nel 1925 dall’ingegnere tedesco Walter Hohman e presto applicata alle dinamiche delle orbite nello spazio, questa teoria matematica si applica ai deboli trasferimenti di energia tra le masse. La invito a riassumere, in termini semplici, il significato di questa scoperta per quanto riguarda l’origine della vita sulla Terra. Non esita e così risponde: «La durata dell’ammasso stellare di cui dicevo sopra si sovrappone con il lasso di tempo durante il quale si formò il nostro sistema solare, quando esso proiettava molti frammenti rocciosi nello spazio inter-stellare. E questo si sovrappone con l’era geologica durante la quale si formò la vita sulla Terra. Plausibilmente, altri sistemi planetari simili al nostro coesistevano e quantità non trascurabili di frammenti rocciosi possono ben essere stati scambiati tra tali giovani sistemi planetari». I loro calcoli suggeriscono che tali scambi di resistentissime spore possano essere avvenuti circa 300 milioni di volte.

Le faccio notare che il compianto Francis Crick, premio Nobel con James Watson per la scoperta della celeberrima doppia elica del Dna, aveva sostenuto con vigore l’origine extraterrestre della vita sul nostro pianeta, ricevendo occhiate scettiche. Sorride e aggiunge: «L’idea è molto più antica, addirittura presente nella cultura della Grecia classica e in studiosi ottocenteschi. Un’idea affascinante che adesso trova appoggio nei nostri calcoli». In conclusione, le chiedo se questi dati possono avere anche dei risvolti applicativi. «Sono ancora irrisolti molti problemi di sopravvivenza biologica (nello spazio, dopo un atterraggio brusco e così via). Ritengo che i nostri lavori possano incitare a proseguire in queste ricerche, in stretta collaborazione con i biologi.

Per gli astrofisici e gli scienziati planetari si aprono prospettive di applicazione della teoria Wsb a passati scambi, in ambedue le direzioni, entro il nostro sistema planetario (tra la Terra e Marte, tra la Terra e le lune di Giove, per esempio). La sfida dei prossimi anni è quella di trovare segni affidabili di forme di vita nello spazio e in pianeti diversi dal nostro». Naturalmente, sulla Terra dovevano esistere condizioni climatiche e termiche capaci di far prosperare le spore trasportate dei frammenti spaziali. La presenza di acqua si rivela essenziale. I loro calcoli confermano che tutto torna. Ma insistono su un punto, doveroso: questa non è la conferma che la vita sulla Terra proviene dallo spazio, è solo la conferma che si tratta di una reale possibilità.


Massimo Piattelli Palmarini
3 ottobre 2012 | 8:03

Tribunale civile di Roma: il mistero dei fascicoli scomparsi

Corriere della sera

Si ipotizza la presenza di una rete di persone che si occupa di far sparire i faldoni per rallentare i tempi dei processi

Luca Chianca


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ROMA- Una procedura di pignoramento, nei confronti del proprietario di un appartamento che da anni non paga gli oneri condominiali, si è trasformata in un incubo per l'avvocato Wladimira Zipparro che ha visto sparire per ben due volte i fascicoli depositati presso il Tribunale Civile di Roma.

I FASCICOLI SCOMPARSI - Il primo fascicolo scompare un anno fa dalla cancelleria del Giudice dell'esecuzione, con dentro tutti i documenti in originale. Così l'avvocato si vede costretta a ripresentare tutto daccapo. Tempo per ricostruire tutta la vicenda: un anno, perché a luglio di quest'anno il giudice accoglie la richiesta e fa depositare il provvedimento di pagamento nell'ufficio preposto dove il fascicolo deve essere custodito. Dopo un anno finalmente sembra cosa fatta, ma a sorpresa anche il fascicolo dove si trovava l'unico esemplare dell'ordinanza emessa dal Giudice scompare d'incanto. Nessuno lo aveva scannerizzato, né inviato in copia all'Ufficio del Registro. È solo grazie alla tenacia dell'avvocato e del magistrato Sciarrillo che in breve si è riusciti ad emettere un nuovo provvedimento qualche giorno fa e chissà se sarà quello definitivo.

Ma è così facile far sparire dei fascicoli al Tribunale civile di Roma?
 
A quanto pare sì. Basta farsi un giro per capire con che facilità si può accedere alle cancellerie, ai fascicoli lasciati sugli scaffali, agli armadi aperti nei corridoi dove chiunque potrebbe portarsi via qualcosa.
Girare per il tribunale però dimostra anche un'altra cosa: negli uffici dove per esempio erano stati depositati i faldoni del procedimento seguito dall'avvocato Zipparro, i controlli sono un po' più rigidi perchè si entra uno per volta. E allora come è stato possibile far sparire per ben due volte tutto il materiale? In quei casi risulterebbe entrare in gioco una rete interna di persone di fiducia in grado di muoversi indisturbati all'interno degli uffici che, con un sistema collaudato, riuscirebbe senza troppe difficoltà a far sparire i fascicoli e allungare i tempi del processo. E così dopo la seconda sparizione l'avvocato ha deciso di presentare una denuncia penale.

Il video


Luca Chianca
luca.chianca@reportime.it
2 ottobre 2012(ultima modifica: 3 ottobre 2012 | 7:41)

Che cosa rimane di Jobs, l’imprenditore che si fece star

La Stampa

La sua Apple è più umana e addirittura più ricca. Lui stesso diceva: “La morte fa spazio al nuovo”


Steve Jobs il 27 gennaio 2010, alla presentazione dell’iPad, mentre spiega come vedeva se stesso e la Apple, al crocevia tra tecnologia e arte

Bruno Ruffilli
torino

Uguale ma diversa. Così è Apple oggi, a un anno dalla scomparsa di Steve Jobs: più ricca, più solida, forse perfino più umana. Tanto da chiedere scusa per i suoi errori, come quelle mappe, inaffidabili, lacunose, spesso semplicemente sbagliate, che nell’ultimo sistema operativo di iPhone e iPad hanno sostituito le vecchie realizzate da Google. Qualche giorno fa Tim Cook se n’è assunto la responsabilità e ha perfino indicato soluzioni alternative, in attesa che il problema venga risolto. Jobs avrebbe detto che sono gli utenti a sbagliare: come quando spiegò che la cattiva ricezione dell’iPhone 4 era colpa di chi lo impugnava male. 
Tim Cook guida Apple dal 24 agosto 2011, scelto dallo stesso Jobs pochi mesi prima della sua scomparsa.

Ma non lo ha nominato in nessuna delle sue apparizione pubbliche per presentare nuovi prodotti: non durante il lancio dell’iPhone 4S, giusto un anno fa, mentre a Jobs rimanevano poche ore di vita, né parlando del nuovo iPad o dei portatili superpotenti. E nemmeno tre settimane fa, quando ha introdotto l’iPhone 5, cui Jobs lavorò fino all’ultimo. Nessun colpo di scena nelle sue presentazioni: la musica è forse un po’ più attuale, la scena un po’ più colorata, c’è perfino qualche imperfezione, forse voluta (quando ha fatto i complimenti ai Foo Fighters, band rock chiamata a chiudere l’ultima presentazione, si è sentito distintamente un «Awesome», «Grandioso!» proveniente da dietro le quinte).

La nuova Apple si presenta in scena con molti volti, non quello del solo Cook: ci sono Scott Forstall, Johnathan Ive, Phil Schiller, Bob Mansfield. È l’iTeam, sono gli uomini scelti da Jobs per traghettare nel futuro la sua creatura. L’era Cook comincia subito con uno strappo: a settembre dello scorso anno, Cupertino avvia un programma di beneficenza, annunciando che raddoppierà le donazioni dei dipendenti. Jobs non era particolarmente sensibile alla questione, ma forse Cook intuisce che l’immagine di Apple ha bisogno di cambiare.

Così, quando si ricomincia a parlare di suicidi nella fabbrica cinese Foxconn, incarica un’azienda esterna di valutare le condizioni di lavoro alle catene di montaggio di iPad e iPhone, ma anche di milioni di altri prodotti hi-tech per altre aziende, come Nokia, Sony e Microsoft. Cook fa di più: vola in Oriente e controlla personalmente gli stabilimenti; segue servizio fotografico con casco giallo tra gli operai.
Intanto Apple continua a crescere in Borsa, tanto che oggi vale il doppio di un anno fa: non ha presentato nel 2012 nessun prodotto rivoluzionario, ma si trova nella fortunata condizione di continuare a innovare semplicemente proseguendo sulla strada già tracciata.

Così aumenta la risoluzione degli schermi, i vari software si integrano con i servizi cloud (iCloud), prendono piede, dopo il touch, altre forme di interazione tra uomo e macchina, come Siri, l’assistente vocale lanciato sull’iPhone. Arriverà, prima o poi, un televisore, ma intanto, con il nuovo processore A6, a Cupertino hanno dimostrato di saper realizzare da soli un elemento chiave di ogni apparecchio informatico, e certamente si vedranno chip con la Mela sui prossimi Mac. Anche questa era un’idea fissa di Jobs: produrre tutto in casa, software e hardware, per avere sempre sottomano quello che serve quando serve. E, nel caso, scegliere tra più fornitori, per non dare a uno solo troppo potere.

È successo con Samsung, che produce chip e display per iPhone e iPad: ma il vero bersaglio della lunga battaglia legale è Google, che avrebbe copiato il sistema operativo di Apple. 
Nella biografia di Walter Isaacson, Jobs minaccia una «guerra termonucleare» contro Android. Cook ha spiegato invece che detesta le aule di tribunale e preferisce la via dell’accordo. Al momento non sembra possibile (i coreani hanno appena chiesto di vietare le vendite l’iPhone 5, che violerebbe alcuni loro brevetti), eppure è un altro tratto che rivela come la personalità di Tim Cook sia profondamente diversa dal suo predecessore. 

Un altro strappo potrebbe arrivare fra qualche settimana, se davvero sarà lanciato il nuovo iPad Mini, che Jobs non voleva. Ma forse il miglior complimento che si possa fargli è di non aver provato a imitare Jobs, l’unico amministratore delegato di una società che abbia mai avuto la fama e l’affetto tributati a una rockstar. Che nel suo famoso discorso all’Università di Stanford disse: «La morte è molto probabilmente una delle migliori invenzioni della vita. È l’agente del cambiamento. Spazza via il vecchio per fare posto al nuovo». 

Twitter @BrunoRuffilli

Nel Museo dei narcos, tra armi d’oro cimeli trash e t-shirt antiproiettile

La Stampa

In dieci sale esposti gli oggetti sequestrati ai trafficanti ma anche quelli, a volte incredibili, usati per nascondere la droga



Armi decorate in oro e con il calcio tempestato di gemme

lorenzo cairoli


C’è un museo a Città del Messico che fino a poche settimane fa non compariva su nessuna guida e in cui non era ammesso nessun turista. Dieci sale allestite in un bunker del Ministero della Difesa destinate solo a un pubblico di militari, sedicimila per l’esattezza, quelli che quotidianamente combattano in prima linea i cartelli del narcotraffico. I pochi giornalisti che riuscivano a visitarlo e a scattare qualche foto - a volte clandestinamente - uscivano gongolanti, un po’ per il privilegio, un po’ per l’eccezionalità dei cimeli esposti, lussi sibaritici da decadenza dell’impero romano, deliranti esempi dell’estetica trash della narcoburguesia. Il Museo de Enervantes, noto a tutti come el Museo del Narco, espone amuleti, feticci, cellulari e armi rivestite in oro o tempestate di pietre preziose o adornate con figure religiose. 

Nelle dieci sale, distribuite su una superficie di 302 metri quadrati, vengono mostrate tutte le tecniche utilizzate dai narcos per trasportare la droga - marjiuana occultata in forme di formaggio, nella cioccolata, in scarpe dal doppio fondo - e tutte le strategie operative e di intelligence della Difesa Nazionale per smascherarle. Benchè le dieci sale costituiscano l’ossatura del museo e siano costantemente oggetto di studio da parte dell’esercito, sono i cimeli da narcomattanza a far stralunare gli occhi ai turisti e a far incassare laute mance alle guide.

Ammiratissima, quasi la Monna Lisa di questo museo, è la pistola Amado Carrillo Fuentes, alias el Señor de los Cielos, leader del famigerato Cartello di Juárez. Morì nel luglio del 1997 sotto i ferri di un chirurgo plastico che avrebbe dovuto regalargli un viso completamente nuovo. Il suo corpo non fu mai trovato. Si dice che la sua pistola la regalò a Joaquín “El Chapo” Guzmán, zar incontrastato del Cartello di Sinaloa. E’ una Colt calibro 38, con l’impugnatura placcata in oro massiccio e tempestata da 22 smeraldi e 389 brillanti, incastonati in modo da formare le sue iniziali.

Un altro fiore all’occhiello del museo, quasi un collo di Modigliani, è un fucile AR-15 appartenuto a Héctor Luis Palma Salazar, alias El Güero o El Güero Palma, uno che come Escobar si fece le ossa rubando auto, poi alzò il tiro col sicariato e sbancò con il narcotraffico. Fu uno dei primi leader del Cartello di Sinaloa, insieme a El Chapo Guzmán. Nel caricatore del fucile El Güero fece effigiare una palma in oro. Tra i cimeli esposti, spicca una t-shirt antiproiettile sequestrata a Osiel Cárdenas del cartello del Golfo, lanciagranate, mitra con mira telescopica e laser e armi agli antipodi, come dei fucili “casarecci”, montati dai contadini con tubi e percussori di vecchie armi per difendersi durante il raccolto della coca. 

Ci sono oggetti in cui morte e religione vanno inaspettamente a braccetto, come una pistola con una Vergine di Guadalupe di oro e argento incisa nel calcio. O una porta di legno su cui è disegnato un narcotrafficante in mezzo a un campo di marjuana, quasi come un buttero maremmano di Fattori. Ovviamente nelle bacheche del museo sono esposte tutte le sostanze stupefacenti che circolano in Messico e gli oggetti in cui vengono nascoste. Vasi, taniche di benzina, bambole di peluche, animali imbalsamati.

E perchè soldati e turisti abbiano un’idea chiara di come vive e di come ragiona un narcotrafficante ci sono due sale in cui sono esposti oggetti del narcolifestyle. Sombreros messicani, un manichino arabescato da macabri tatuaggi, cinture dalle fibbie mastodontiche, occhiali scuri, cd di narcocorridos, stivali da cowboys e camicie scabrosamente trash che avrebbero fatto passare Escobar per un impeccabile modello di Armani. 

Sopravvisse a uno schianto nel 1954 precipita e muore sullo stesso aereo

La Stampa
Beffa del destino: ha fatto riparare il velivolo sul quale morirono il fratello e il padre. Lo usava per manifestazioni aeree d’epoca



Un biplano Dragon DH-84


sydney

Quando aveva 11 anni, l’australiano Des Porter sopravvisse allo schianto di un biplano d’epoca De Havilland in cui morirono il fratello e il padre. L’appuntamento con il destino è stato rinviato di 58 anni: diventato nel frattempo un pilota, Porter è morto in un incidente con quello stesso velivolo, un Dragon DH-84, che aveva riparato e fatto tornare a volare. L’aereo, di cui erano rimasti solo altri quattro esemplari al mondo, è caduto lunedì nel Queensland mentre rientrava da uno show di beneficenza con a bordo anche la moglie e quattro amici di Porter, tutti deceduti.

Nel 1954 Des Porter era stato estratto miracolosamente dal relitto del biplano anni ’30 De Havilland in un fiume vicino a Brisbane, prima che l’acqua invadesse la carlinga. Per il padre e il fratello di 13 anni non c’era stato niente da fare. Alcuni anni dopo scoprì in un hangar tutte le componenti dell’aereo che erano state smontate e le rimise insieme per poi tornarci a volare come faceva con suo padre. I rottami dell’aereo, sparsi su un’area molto vasta, sono stati localizzati 160 chilometri a nord di Brisbane dopo due giorni di ricerche avviate in seguito all’Sos lanciato dal pilota per le nubi basse e la fitta nebbia che gli impedivano di orientarsi. Il velivolo stava rientrando nella sua base di Caboolture ed è probabile che abbia terminato il carburante.

Uno sciopero così non è da Paese civile

Corriere della sera

A Milano assalto ai cancelli del metrò per prendere l’ultima corsa. Treno bloccato in galleria, panico e malori

Cattura
Non è da Paese civile uno sciopero così, con il caos, i disagi, la paura di centinaia di passeggeri sequestrati nel metrò e Milano che paga un prezzo altissimo alle ragioni contrattuali degli autoferrotranvieri. Non è accettabile scaricare ogni volta sull’utenza il peso di una protesta che appare rituale, bloccare le città italiane, da Venezia a Roma a Napoli a Bari, senza cercare un compromesso tra rivendicazioni legittime ed esigenze della comunità. Altre volte, invece, la meccanica dello sciopero con le fasce di garanzia è stata assorbita dai cittadini rassegnati a lunghe code e grandi attese. Ieri a Milano c’è stato un corto circuito. Un’isteria collettiva scatenata da un freno a mano tirato sulla linea Uno del metrò.

Tutto bloccato, a pochi minuti dal secondo tempo dello sciopero. I passeggeri che dovevano scendere dal treno si sono rifiutati di farlo. Quelli che dovevano allontanarsi dalla banchina hanno ignorato l’invito dell’Atm. Il timore di perdere l’ultimo metrò ha fatto scattare un’insubordinazione. I cittadini non si sono fidati degli annunci e delle parole dei controllori. Hanno presidiato il treno. Si sono ammutinati. La ragione è stata scavalcata da un atto di forza. Uguale e contrario a quello che tanti passeggeri ritenevano di aver subito da chi ha proclamato lo sciopero. C’è sempre qualcosa di esagerato quando una situazione precipita. Le immagini delle persone che abbassano la schiena, rischiando di essere schiacciate dai cancelli del metrò per raggiungere in tempo il posto di lavoro, sono indicative. Qualcuno aveva calcolato i tempi esatti dell’agitazione: e protesta o corre perché spera di farcela e teme che le serrande vengano abbassate qualche minuto prima.

È difficile spiegare a un lavoratore lasciato a piedi che i sindacati non ce l’hanno con lui,ma con il governo. Chi soffre e patisce di più questa situazione è un utente debole, penalizzato dalla crisi e infastidito dai troppi disagi. Chiede anche lui rispetto. Chiede anche lui di essere capito. Di non essere lasciato lì, come un pacco. Di non essere umiliato. Venezia, Bologna, Roma, Napoli, Bari. In ogni città il blocco del trasporto pubblico ha creato un’emergenza. Ma a Milano l’emergenza è diventata allarme, una questione di ordine pubblico. È intervenuto il prefetto. Si è mosso il questore. Sono arrivate le ambulanze del 118. Si è affacciata l’ipotesi della precettazione, mentre il sindaco Pisapia twittava da lontano: Atm sta intervenendo il più presto possibile...

 Sciopero: disagi e malori dopo il blocco di due treni a Lima Sciopero: disagi e malori dopo il blocco di due treni a Lima Sciopero: disagi e malori dopo il blocco di due treni a Lima Sciopero: disagi e malori dopo il blocco di due treni a Lima Sciopero: disagi e malori dopo il blocco di due treni a Lima

Ci sono colpe, responsabilità? Adesso la Lega parla di situazione da Terzo mondo e chiede le dimissioni del presidente Atm. Il teatrino della politica si muove secondo i soliti rituali. La sinistra accusa il centrodestra per la gestione passata dei trasporti. Ma la questione sollevata dall’inferno nel tunnel della linea rossa di Milano è un’altra. È quella del rispetto per i cittadini, della responsabilità dei sindacati, della necessità di tutelare tutti quei lavoratori sui quali si scarica lo sciopero dei trasporti pubblici. È arrivato il tempo di fare un salto di qualità nelle relazioni tra sindacati e governo: uscendo dai soliti riti, evitando di mettere quaranta sigle attorno a un tavolo (che non si troveranno mai tutte d’accordo) e scegliendo accordi territoriali, dove è possibile.

Il sindacato dovrebbe prendere atto che la chiave solidaristica nella distribuzione degli aumenti è un modello superato; certe situazioni, costo della vita, stress e rischi non si possono comprimere dal Nord al Sud, come negli anni Settanta, quando sempre e comunque era lo Stato a far da cassa comune. Il governo, poi, non dovrebbe più far passare cinque anni per un contratto. I fatti di Milano, conseguenza imprevista dell’agitazione, lasceranno certamente il segno. Sono lo specchio di una situazione che rischia di andare fuori controllo: invitano tutti ad assumersi nuove responsabilità. Il Paese non merita certe scene di inciviltà.


Giangiacomo Schiavi
3 ottobre 2012 | 9:07

Hanno messo la Sicilia in ginocchio E adesso si ricandidano tutti

Libero

Sono 76 su 90 i consiglieri regionali uscenti che si ripresentano alle elezioni di fine mese. Alla faccia di scandali, condanne e conti in rosso


Hanno distrutto la Sicilia per anni
e adesso si ricandidano tutti


Tra i "nuovi" c'è il sindaco di Scaletta Zanglea, il paese dove un'alluvione causò 37 morti. Il suo slogan? "Prima la sicurezza del tuo territorio"

Cambiare tutto per non cambiare nulla. Potrebbe essere questo lo slogan delle elezioni regionali che si terranno a fine mese in Sicilia. Già, perchè dei 90 consiglieri (pardon, deputati) regionali che sotto il regno di Raffaele Lombardo hanno trascinato l'isola sull'orlo del default, ben 76 si ripresentano per un nuovo mandato. Certo, i candidati sono in tutto un esercito di 1.629 distribuiti in 19 liste.

Ma c'è da scommettere che il grosso dei 90 che siederanno nella prossima edizione dell'Assemblea regionale siciliana sarà composto proprio dagli uscenti, non fosse per la maggior capacità di spesa di cui godono in campagna elettorale (è lo stesso sistema delle leggi in vigore a favorire gli uscenti, spalancando loro la porta per un veloce rientro, grazie alla possibilità di destinare alla campagna elettorale i fondi regionali). Grande Sud di Gianfranco Micciché non ha lasciato fuori neppure Franco Mineo, recidivo nonostante sia accusato di relazioni pericolose con i boss mafiosi dell’Acquasanta. Roberto Corona e Fabio Mancuso (entrambi Pdl) e Riccardo Minardo (Grande Sud) sono tutti finiti in carcere nel corso dell'ultima legislatura.

E, come scrive "Il fatto quotidiano", anche molti tra i "nuovi" in realtà sono vecchie conoscenze della politica siciliana dal passato non proprio trasparente. Giuseppe Drago fu presidente della Regione siciliana negli anni '90 e concluse il suo mandato con una condanna a tre anni per peculato. "L'impegno che continua" è lo slogan di Marco Forzese dell'Udc, che da assessore a catania era stato condannato dalla Corte dei conti a restituire 5mila euro al Comune. Giuseppe Buzzanca, già sindaco Pdl di Messina, ha sul groppone una condanna a 6 anni per peculato.

E il sindaco di Alcamo Giacomo Scala (Pd) ha alle spalle 4 anni di sorveglianza speciale perchè gravemente indiziato per mafia. Poi c'è il caso di Mario Briguglio, sindaco di Scaletta Zanglea: merita una citazione perchè nel suo Comune ci furono 37 morti in seguito a un'alluvione e lui, che per quell'evento è indagato per disastro e omicidio colposo plurimo, si presenta con il surreale slogan "Prima la sicurezza del tuo territorio".

Chiamato per l'estrema unzione, multato Avvisa gli ausiliari, sanzionato lo stesso

Corriere della sera

Un frate dell'abbazia di Chiaravalle aveva parcheggiato in sosta vietata


Padre Pietro Maria con la multa Padre Pietro Maria con la multa

MILANO - A volte capitano cose incomprensibili che tracciano un solco ancora più profondo tra gente comune e pubblica amministrazione. Martedì pomeriggio un frate dell'abbazia di Chiaravalle è stato multato per aver parcheggiato l'auto in sosta vietata ed essere salito in una casa per dare l'estrema unzione a un anziano. Peccato che poco prima avesse chiesto l'autorizzazione a un ausiliario della sosta che gli aveva fatto capire che avrebbe chiuso un occhio.

L'ESTREMA UNZIONE - Primo pomeriggio di martedì, padre Pietro Maria riceve la telefonata di un amico: «Papà sta male dovresti venire subito a dargli l'estrema unzione». Il sacerdote non ci pensa un attimo: sale sulla sua Fiat Brava color rosso e parte in direzione di via Cappellini, una strada non molto larga, a senso unico, che sbuca in via Vittor Pisani, a due passi dalla stazione Centrale. Un viaggio con il traffico impazzito, caos, e l'impossibilità di trovare un parcheggio: tutto a causa dello sciopero dei mezzi pubblici. Arrivato in via Cappellini il frate decide di lasciare l'auto in sosta vietata per andare il più in fretta possibile al capezzale del malato. In strada ci sono anche due ausiliari della sosta e padre Pietro Maria chiede solo un po' di comprensione: «Devo salire in questa casa, di fronte al 16, c'è una persona anziana che ha bisogno dell'estrema unzione. Solo pochi minuti e scendo».

GLI AUSILIARI - I due «accertatori-ispettori» dell'Atm sembrano aver capito la gravità del momento. Secondo il frate fanno intendere che chiuderanno un occhio, che non ci sono problemi per un evento tanto tragico quanto inusuale. Impartito il sacramento, salutato l'amico, padre Pietro Maria è sceso in strada e ha trovato la sorpresa, sgradita: sul vetro della sua Brava c'era una multa redatta alle 15.10: 38 euro per sosta vietata. Il religioso è stato preso dallo sconforto, ha chiamato l'amico che l'ha tranquillizzato: «Non preoccuparti, la multa la pago io, subito». Se il racconto del sacerdote sarà confermato, per gli ausiliari della sosta si tratta dell'ennesimo episodio in cui dimostrano una mancanza totale di buon senso. Un buon senso che deve prevalere sui rigori della legge specie in questo caso dove c'è di mezzo l'ultimo sacramento per un uomo di fede. Le casse del Comune avrebbero potuto fare a meno di questa laica multa. Peccato che sia andata in questo modo.

Alberto Berticelli3 ottobre 2012 | 10:26

Celentano la snobba, l'Albania si arrabbia: vieni a cantare da noi

Libero

I fan avviano una raccolta firme per convincere il cantante ad esibirsi a Tirana. Glielo chiedono da vent'anni, non l'ha mai fatto

Lo showman milanese in Albania è un'icona pop. Ma anche un simbolo anti-comunista. Da quando il dittatore Enver Hoxha censurò Chi non lavora non fa l'amore perché controrivoluzionario


Cattura
L'Albania chiama, Adriano Celentano risponde? Dopo lustri di delusioni, l'associazione albanese Amici di Celentano non si arrende e annuncia l'avvio di una raccolta firma online pur di vedere il Molleggiato esibirsi a Tirana. L'obiettivo è raccogliere centomila adesioni per convincere Celentano a inserire una data nel Paese delle Aquile nel suo prossimo tour, che inizia il 7 e 8 ottobre a Verona. E' dal 1990 (anno di fondazione dell'associazione, subito dopo la caduta del regime comunista) che gli amici albanesi del ragazzo della via Gluck sognano di vedere dal vivo il cantante, nonché attore e showman. Celentano (che nel solo Fan club di Tirana trova oltre 60mila estimatori certificati) li ha sempre snobbati. Ora che farà?

Simbolo della libertà - In Albania molti parlano l'italiano, molti seguono la serie A, molti grazie al satellite guardano anche la tv tricolore. Che un mito pop nostrano diventi una star anche lì sembra una questione di proprietà transitiva. Ma il caso di Celentano è diverso: nell'Albania degli anni '70 non era una semplice icona musicale, ma un simbolo di libertà culturale.

Passione politica - La fortuna del Molleggiato inizia quando il brano Chi non lavora non fa l'amore (primo classificato al festival di Sanremo 1970), popolare anche in Albania, viene censurato dal regime comunista del dittatore Enver Hoxha. Il governo arriva ad organizzare una campagna di sensibilizzazione nelle scuole per spiegare ai giovani il significato "reazionario" del brano. Il risultato? Celentano diventa in un simbolo politico.

Fan clandestini - Quando nel 1972 la televisione di stato organizza il festival della canzone albanese, il regime arresta i cantanti e li condanna per liberalismo e degenarazione occidentale. Peggio di tutti va a Sherif Meidani, che si becca vent'anni per aver imitato il modo di ballare di Celentano.

Un'attesa lunga vent'anni - Dopo la caduta del regime, l'Albania ha potuto esprimere liberamente tutto il proprio amore per il Molleggiato: a lui sono stati dedicati libri, associazioni, mostre e convegni. Con un sogno: poterlo vedere dal vivo. Ora che Celentano, prossimo ai 75 anni, comincia quello che potrebbe essere il suo ultimo tour, troverà il tempo per fare felici i fan albanesi?

Buca le gomme all'auto di un disabile perché costretto a spostare la sua Jaguar

Corriere della sera

Il presidente dell'Aler di Lecco Antonio Piazza viene invitato dal Pdl a dimettersi, ma lui: «È ingiusto»

Il presidente dell'Aler di Lecco Antonio Piazza (foto Cardini, dal sito laprovinciadilecco.it)Il presidente dell'Aler di Lecco Antonio Piazza (foto Cardini, dal sito laprovinciadilecco.it)

Aveva parcheggiato la sua Jaguar in un posto per disabili. Non solo. Costretto a spostare l'auto dai vigili urbani chiamati dal disabile, si era vendicato bucando le gomme della macchina del portatore di disabilità una volta che gli agenti si erano allontanati. Protagonista di questa vicenda il presidente dell'Aler di Lecco (Azienda lombarda per l'edilizia residenziale) Antonio Piazza, che martedì è stato sollecitato dal suo partito, il Pdl, a dimettersi.

LE TELECAMERE - Il disabile, intenzionato a parcheggiare, aveva trovato il suo posto auto occupato dalla Jaguar di Piazza. Seccato, aveva chiamato la municipale affinchè multassero l'automobilista indisciplinato. Ma Piazza, per vendicarsi, bucò le gomme della vettura del portatore di disabilità. Non fece i conti con le telecamere della zona che ripresero tutta la scena. Martedì il dirigente è stato costretto a dimettersi. «Le mie dimissioni - si è giustificato il numero uno dell'Aler lecchese - non sono assolutamente giuste. Non le ho certo date volontariamente. Il mio comportamento è sempre stato improntato nella massima correttezza nel ruolo che ho svolto fino ad oggi nell'azienda lombarda per l'edilizia residenziale. Spero che l'assessore lombardo nelle prossime ore le respinga».

Redazione Online3 ottobre 2012 | 9:26

Sì, ho tradito il Papa» . E il corvo fa sette nomi

Corriere della sera

Il maggiordomo Gabriele si difende: «Fui suggestionato dai cardinali Comastri e Sardi e da monsignor Cavina»


CITTÀ DEL VATICANO - C'è l'imputato Paolo Gabriele, sempre in completo grigio, sempre pallido e con le occhiaie, seppure un po' più disteso della prima udienza, che nega «nel modo più assoluto» di avere avuto complici nel diffondere le carte riservate del Papa (salvo osservare: «Non mi ritengo l'unico nel corso degli anni ad aver fornito documenti riservati alla stampa») e si dichiara «innocente» dall'accusa di furto aggravato ma dice: «Mi sento colpevole di aver tradito la fiducia che aveva riposto in me il Santo Padre che sento di amare come un figlio», e sospira e poi s'alza in piedi deferente quando in aula entra monsignor Georg Gänswein, segretario particolare del Papa.

C'è Gänswein che non lo degna di uno sguardo, si muove un po' a disagio nella veste di testimone («è la prima volta», sorride alla corte), giura sul Vangelo e ripete il racconto di come il 21 maggio incastrò l'ex maggiordomo, aggiungendo una cosa importante: è cioè che tra i documenti riservati trovati in casa di Gabriele non c'erano solo le fotocopie accumulate dal «2010-2011» («dal caso Viganò», dice il domestico) ma anche documenti originali, con tanto di timbri e sigle papali, «del 2006, 2007 e 2008», ovvero fin da quando «l'aiutante di camera» prese servizio nell'appartamento del Papa.

E poi ci sono, per la prima volta, dei nomi: sette in tutto. Si era già parlato di «due porporati italiani», ora saltano fuori i cardinali Angelo Comastri e Paolo Sardi, che assieme al vescovo Francesco Cavina e alla storica collaboratrice di Ratzinger, Ingrid Stampa, erano stati citati da Gabriele dopo l'arresto come persone con cui «aveva avuto contatti». È stato il «pm» vaticano Nicola Picardi a ricordarlo ieri: «Lei ha detto di essere stato suggestionato da una situazione ambientale, citando in particolare queste persone».

Il cardinale Sardi «era una specie di guida spirituale». A luglio il quotidiano Die Welt aveva collegato il clima di Vatileaks alle «invidie» d'un gruppo di persone rimaste emarginate, citando Sardi e Stampa più il vescovo Joseph Clemens, ma la Santa Sede aveva smentito ogni loro coinvolgimento. Di qui la domanda del pm: hanno collaborato con lei? Gabriele ha scosso la testa, «non mi vedo in questa ricostruzione», ha detto che Sardi era per lui «un punto di riferimento» all'inizio, quando lavorava in Segreteria di Stato, che poi non lo fu più, che «non mi sembra corretto collegare la suggestione a queste persone» e «potrei dire un numero di persone enorme» con cui aveva contatti.

Nessun complice, non aveva parlato di venti corvi? Gabriele ha negato: «Confermo di non aver avuto complici, con suggestione non intendevo collaborazione». Resta però la sensazione di un clima inquinato, almeno a livello basso. Gabriele dice di aver fatto delle copie per il «padre spirituale» che chiama «Giovanni» nel caso altri avessero diffuso documenti, e dimostrare così quali erano i suoi. Ha fatto altri tre nomi a proposito del documento «Napoleone in Vaticano», un testo anonimo che attaccava il comandante della Gendarmeria Domenico Giani e che il legale di Claudio Sciapelletti aveva detto essere stato consegnato «da un monsignore per Gabriele» al tecnico informatico. Gabriele sostiene invece che glielo diede tale Luca Catano, uno che si presentava come un magistrato (ma è risultato mentisse e che avesse già millantato in passato) e aveva conosciuto attraverso un «amico del liceo che si dimostrava addentro le cose della Gendarmeria», Enzo Vangeli.

Luca Catano è un volontario dell'«Associazione dei Santi Pietro e Paolo» che fa servizio in Basilica. In questo giro è stato coinvolto anche Vincenzo Mauriello, minutante della Segreteria di Stato che però, dicono in Vaticano, sarebbe stato raggirato: Gabriele gli aveva chiesto documenti dicendo che erano per Gänswein. Certo il maggiordomo era ossessionato dalla Gendarmeria - dice che «fu don Georg a chiedermi cosa ne sapevo» - , da storie di interne e intrighi, aveva stampato centinaia di documenti da Internet sulla massoneria e i servizi segreti, sui casi di cronaca come la scomparsa di Emanuela Orlandi o la «P4». Ed era convinto che al Papa fossero nascoste le cose, «a pranzo chiedeva cose che avrebbe dovuto sapere». Oggi si prosegue, tra venerdì e sabato la fine del processo. Gabriele resta convinto del fatto suo: «Vedevo come certe situazioni le viveva il popolo e come i vertici del potere».


Gian Guido Vecchi
l3 ottobre 2012 | 9:11

Mussolini, il cadavere vivente

La Stampa

Così si giudicava davanti alla Petacci. In un libro di Franzinelli la tragedia finale del Duce, ostaggio dei tedeschi




Benito Mussolini nella sua ultima apparizione pubblica a Milano, il 16 dicembre 1944, mentre parla alla Guardia nazionale Repubblicana

Gianni Riotta

“Un cadavere vivente»: così Benito Mussolini, Duce del fascismo ridotto dopo l’8 settembre del 1943 nella meschina Repubblica di Salò, ostaggio dell’ex allievo e alleato Adolf Hitler, si giudica davanti all’amante Claretta Petacci, la sola persona che gli parli da «vivo», non da «cadavere», come uomo e politico. L’ostaggio di Salò, Mussolini e la tragedia 1943-1945, ultimo libro dello studioso Mimmo Franzinelli (in uscita per Mondadori), ha due chiavi.

La prima, storica, documenta, grazie a nuovi archivi da poco aperti, la verità che troppa propaganda, fascista e no, ha occultato. Che Mussolini fosse davvero «prigioniero» dei tedeschi, fantoccio che non riesce a mandare un telegramma cifrato, ad avere una sede di sua scelta, mentre le SS germanizzano il Nord Italia - a Trieste, perfino, cancellano targhe e iscrizioni dedicate al «Duce». Le serali telefonate clandestine alla Petacci vengono registrate, Mussolini sospetta anche dei camerati, della moglie Rachele, del figlio Vittorio.

Costretto in un acquario, il Duce irride in privato la Repubblica di Salò che si batte contro «angloamericani» e partigiani, politico troppo astuto per non comprendere come pochi reparti, male armati e peggio schierati, non incidano sulla campagna d’Italia. Quanto alla «Repubblica», al fascismo «sociale» rinverdito per contrastare il tradimento del Re, l’ex socialista e agitatore del Popolo d’Italia sa di non affascinare più gli italiani, feriti dalla sconfitta.

Alla «prigionia politica» si accompagna la prigionia esistenziale, seconda chiave del saggio. Liberato dal Führer con il colpo di mano in Abruzzo, il Duce lamenta i «sessanta anni», ripete ossessionato che «la voce del sangue» gli rivela il tramonto del proprio «astro», del proprio «destino». Non più capace di dedicarsi alla strategia militare, disciplina in cui per arroganza e ignoranza mai ha brillato, scivola nella superstizione, impreca contro il «venerdì», giorno che gli porterebbe male. Di venerdì, annota Franzinelli, Mussolini finisce nelle mani dei partigiani e all’esecuzione.

È un uomo in cui sembra di riconoscere quella che oggi chiamiamo «depressione» in senso clinico, smarrimento dell’identità, il passato che schiaccia il futuro. Avessimo in Italia registi come Oliver Hirschbiegel e attori come Bruno Ganz, il libro di Franzinelli offre già - con le note a piè di pagina e una ricca appendice di documenti - la perfetta sceneggiatura per un film come La caduta, gli ultimi giorni di Hitler. Mentre il Paese che ha portato in guerra senza ragioni soffre morte, fame, deportazioni, l’ombra del Duce si trascina in riva al Garda, schiumando di odiare i laghi, di amare il mare e i fiumi che, colmi di energia, collegano le montagne alle spiagge. L’acqua lacustre gli sembra metafora del marciume in cui vive.

Rachele Mussolini, travolta dalla fucilazione del genero Galeazzo Ciano e dalla rottura tra l’adorata figlia Edda e il padre, è per Mussolini secondina in casa, tra amarezze e scenate. Sola resiste, ed esce nella storia con candore di amante, Claretta Petacci. Che invita Mussolini a tornare quello della Marcia su Roma del 28 ottobre 1922, a farsi nazista con Hitler, mentre il fratello Marcello, uomo corrotto e impopolare, fa perdere tempo al Duce con disegni grotteschi. Appaiono davanti a Benito Mussolini, uomo già perfetto in quella che Curzio Malaparte definisce nel suo libro migliore T ecnica del colpo di Stato (Adelphi), piani da caffè di provincia, l’arma segreta dell’ingegnere Grassi a metano liquido, l’alleanza «proletaria» «Mussolini, Hitler, Stalin» contro le «democrazie massoniche». Intanto la lettera di un vescovo, che chiede al Duce di intercedere con i nazisti perché almeno i condannati a morte abbiano i conforti religiosi negati dalle SS, non riceve risposta.

La Petacci alza il tono con l’uomo che ama e che potrebbe esserle padre: «Guardo te: te come uomo, te come Duce, e dico che precipiti verso la completa rovina. Sei - inconcepibile ma vero - nello stato di nervi di prima. Sei travolto dagli avvenimenti: non li domini. Sei soffocato nel marasma, perduto nella nebbia di una serie di pettegolezzi, di giudizi mal dati, di affermazioni infondate, immiserito in un ambiente che senti inadatto al tuo spirito di comando, e che invece di provocare in te una giusta reazione calma e fredda e decisa ti sopraffà e ti sconvolge il sistema nervoso, per cui tu ti dibatti come l’aquila contro la rete…». Cade Roma, città imperiale, alla vigilia dello sbarco in Normandia nel giugno del 1944, e Mussolini cede all’impotenza. Claretta incalza: «Io non posso accettare un simile decadimento spirituale in un uomo che ha ancora nelle mani i destini di un popolo, e ancora può salvare la civiltà e la storia».

Nel dicembre del 1944, per un solo giorno, Benito Mussolini torna «Duce». Va a parlare al Teatro Lirico di Milano, culla del suo movimento. Ritrova lo smalto nel comizio, tra camicie nere e gagliardetti, mentre i partigiani sorvegliano preoccupati la piazza. Fa «politica», nega che a tradire sia stato «il popolo italiano» come insinua la propaganda nazista, accusa il Re, le cricche, giura che «la Valle del Po» sarà difesa con «le unghie e con i denti», invita Germania e Giappone a riconoscere lo sforzo bellico di Salò. È un trionfo effimero: da Berlino l’ambasciatore Anfuso comunica che la Cancelleria non ha gradito la velata polemica e ha censurato il testo. Il maestro del colpo di Stato è finito.

Mimmo Franzinelli disegna l’ultimo atto del Duce con rispetto di fatti e personaggi, con prospettiva politica, libero dai pesi ideologici che dal 1945 hanno, comprensibilmente, orientato la ricerca. Solo raramente la sua scrittura cede agli orrori del tempo (una spia è definita «lurida»), altrimenti ha distacco ed equilibrio. Come quando racconta di Priebke e Kappler, uomini del Führer a Roma e criminali delle Fosse Ardeatine, che con la stessa lucidità degli antifascisti migliori spiegano nei dispacci che il consenso del fascismo è perduto per sempre e nulla che venga da Benito Mussolini e dal regime sanguinario e imbelle della Repubblica Sociale avrà più efficacia.

Twitter @riotta

Il mistero delle lavatrici scoppiate

Corriere della sera

Negli ultimi mesi almeno 50 incidenti domestici con apparecchi di tutte le marche: in frantumi oblò e vetri

Lavatrici: in Inghilterra «esplodono» Lavatrici: in Inghilterra «esplodono»

Gli oblò si sgretolano, i vetri si infrangono e le cucine e bagni delle famiglie inglesi si riempiono di frammenti taglienti ovunque: uno strano caso ha coinvolto negli ultimi mesi alcune decine di lavatrici – solide, spesso praticamente nuove, di marche conosciute e affidabili – in giro per la Gran Bretagna. Tanto che, dopo aver scovato le segnalazioni e le lamentele in alcuni siti online, uno dei più apprezzati garanti dei consumatori inglesi (l’associazione Which?) ha aperto un’inchiesta per scoprire cosa si nasconda dietro lo strano caso delle lavatrici scoppiate. 

I PRIMI CASI – Tutte le segnalazioni di dubbi incidenti domestici legati alle lavatrici sono arrivate attraverso un noto forum online molto frequentato in Gran Bretagna, Whitegoodshelp : la prima, cui sono seguite decine e decine di conferme e di nuovi casi, è addirittura del 2008 . L’oblò di una lavatrice si sgretolava sul pavimento senza che fosse stato forzato o colpito in alcun modo. A questo messaggio, negli anni, si sono aggiunte molte testimonianze, che variavano nelle modalità (alcuni lamentavano di rotture dei vetri durante il ciclo di lavaggio, magari nel corso della centrifuga, altri invece parlavano esclusivamente di vetri caduti a macchina spenta), così come nel nome del produttore o nell’età della macchina per lavare i panni. Con una impennata di casi inglesi proprio negli ultimi mesi, tanto che lo stesso forum online ha iniziato a finire sotto la lente della stampa britannica .

LE LAVATRICI INCRIMINATE – A finire nei commenti del forum sono marche diverse, con tipologie di prezzi e qualità disparate. Da un breve calcolo, gli scoppi segnalati dal sito inglese riguardano circa una ventina di apparecchi della Beko (un marchio turco ancora poco diffuso in Italia, ma presente in tutto il mondo), e molti meno di case invece note in Italia come Miele, Bosch, Zanussi, LG e via dicendo, di cui si segnalano circa 3-5 casi a testa in media. E gli stessi utenti hanno raccontato – oltre allo scoppio – di come in modi diversi le case produttrici abbiano contribuito nel sostituire gli apparecchi o nel provvedere alla loro riparazione.

I TEST DI LABORATORIO – Dopo le segnalazioni incriminate, i tecnici di Which? hanno provveduto a svolgere alcuni test di laboratorio per verificare – sui modelli segnalati dagli incidenti domestici – quali anomalie potessero aver causato tali esplosioni. Ma delle oltre 50 macchine sottoposte a prove di forza, nessuna ha avuto problemi e per questo motivo quello delle lavatrici scoppiate resta tuttora un piccolo mistero. Per la cui soluzione è solo possibile fare supposizioni: gli stessi tecnici inglesi parlano forse di venature del vetro non percepite dal cliente, ma anche di oblò prodotti oggi con vetri mediamente più sottili rispetto al passato. 

Eva Perasso
2 ottobre 2012 | 13:40

Insulti anticristiani a Gerusalemme

Francesca Riggio - Mar, 02/10/2012 - 12:43

Insulti oltraggiosi in lingua ebraica: "Gesù figlio di.." e " Il prezzo da pagare". A Gerusalemme divampa il sentimento anticristiano. Il portavoce della polizia: "Apriremo un'inchiesta"

Le tensioni a Gerusalemme tra ebrei e cristiani non si placano.





Questa mattina alune scritte oltraggiose nei confronti di Gesù, come "Gesù figlio di.." sono state trovate sul portone d'ingresso del Convento di San Francesco sul Monte Sion. La paternità dell’atto di dissacrazione è stata attribuita ai sostenitori del movimento dei coloni, si tratta di gruppi dell'estrema destra religiosa ebraica. L'accaduto ha destato non poco clamore e Micky Rosenfeld il portavoce della polizia israeliana ha comunicato che presto verrà aperta un'inchiesta.

Non è il primo caso. Già nel febbraio scorso la scritta " Morte ai cristiani" era apparsa fuori dal monastero della Croce a Gerusalemme, da allora il forte sentimento anticristiano è cresciuto rapidamente. Il 20 agosto scorso un gruppo di giovani coloni ha infatti devastato un complesso residenziale cristiano a Betfage, mentre circa un mese fa, precisamente il 4 settembre, un altro insulto oltraggioso ("Gesù è una scimmia") è stato trovato sulle mura dell’Abbazia di Latrun, alle porte della capitale israeliana. All'epoca dei fatti il Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, in una intervista al quotidiano Haaretz aveva accusato i dirigenti israeliani di aver avuto reazioni troppo deboli di fronte al ripetersi di atti di ostilità verso la comunità cristiana locale.

Report» stana i politici indagati

Corriere della sera

La Gabanelli e la sua scuola lottano in solitudine anacronistica all'interno di una tv malaticcia

Milena GabanelliMilena Gabanelli

Prendendo a prestito un titolo di un film di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, I non riconciliati, si potrebbe dire che il pregio maggiore di Milena Gabanelli è di essere una irriducibile, orgogliosa della sua alterità, della sua pervicace coerenza. Mentre in tv tutti si riconciliano, specie su Rai3, Gabanelli e la sua scuola lottano in solitudine anacronistica all'interno di una tv malaticcia, i cui gesti e le cui parole assomigliano a tanti sintomi (Rai3, domenica, ore 21.35).

Gabanelli è tornata con un'inchiesta di Bernardo Iovene dal titolo «Oggi in Parlamento». Com'è noto, tra deputati e senatori a oggi si conta un numero rilevante di indagati e condannati per reati contro la Pubblica Amministrazione, corruzione, concussione, appropriazione indebita, bancarotta fraudolenta, finanziamento illecito, associazione per delinquere e favoreggiamento alla mafia. Di condanna si può parlare solo al terzo grado di giustizia ma di opportunità politica se ne può discutere anche prima.

Senza entrare nel merito dei singoli casi, l'inchiesta di Iovene ha mostrato la miseria di questa classe politica: dalle facce alle giustificazioni addotte, dalle risposte di Gelmini a quelle di Landolfi, dall'arroganza di De Gregorio a quello che ultimamente e definitivamente Vittorio Feltri ha detto di Farina, alias agente Betulla. Dal 1994 a oggi solo la Giunta delle Autorizzazioni della Camera ha analizzato 500 casi di procedimenti giudiziari.

Per questo la risposta più inquietante è stata quella del senatore Piero Longo, avvocato di Berlusconi (l'altro è il deputato Niccolò Ghedini, cui si imputa di aver concepito alcune leggi a misura del suo assistito). Incalzato da Iovene sull'opportunità che in Parlamento siedano inquisiti, Longo ci ha regalato questa sacrosanta verità: «Perché il Parlamento dovrebbe essere migliore del Paese che rappresenta?». È così, non raccontiamoci storie. Come insegna il caso Fiorito, er Batman di Anagni, la gente elegge chi più le rassomiglia, chi più è disposto a «conciliarsi» con tutti e con tutto.


Aldo Grasso2 ottobre 2012 | 10:41

I trent’anni del compact disc

La Stampa




A cura di Piero Negri
torino


Il 1° ottobre 1982 la giapponese Sony lanciò sul mercato il primo lettore per compact disc, che leggeva le tracce digitali con un raggio laser. Come si arrivò a quel risultato? La Philips lavorava al progetto di un disco a lettura ottica per riprodurre musica registrata fin dal 1974. Furono gli ingegneri olandesi a dare il nome al prodotto che sarebbe nato da quelle ricerche. Lo chiamarono «compact disc» per sottolineare il l
videogame con un progetto precedente, di grande successo: quello della cassetta audio, la «compact cassette».

Come si inserì la Sony, allora?
Nel 1979 la Sony aveva presentato il suo disco ottico, che poteva contenere 150 minuti di musica, a una convention tenuta in Belgio, praticamente a casa degli avversari. Un gesto di sfida. Ma poi a capo della divisione del colosso giapponese arrivò il quarantenne Norio Ohga, grande appassionato di musica, classica e no, e amico personale di Herbert Von Karajan. Ohga capì che una guerra di formati avrebbe danneggiato sia i giapponesi sia gli europei. Si arrivò a un accordo tra Philips e Sony, un matrimonio celebrato da Von Karajan in persona.

Cosa stabiliva l’accordo?
Nel 1980 i capi di Sony e Philips (Akio Morita e Joop Sinjou), seduti appunto al fianco di Von Karajan, firmarono pubblicamente un documento che stabiliva che la nuova tecnologia avrebbe richiesto dischi del diametro di dodici centimetri, a lettura ottica, capaci di contenere 78 minuti circa di musica.

Perché?
Per contenere l’intera «Nona Sinfonia» di Beethoven. Almeno, questa fu la ragione che diede Ohga: la versione più lunga di quell’opera, registrata a Bayreuth nel 1951 con la direzione di Furtwängler, durava poco meno, 74 minuti. In realtà, pare che la Philips avesse quasi pronto un disco da 11,5 centimetri e che quindi si sia arrivati a un formato nuovo per entrambi in modo da azzerare tutti i vantaggi competitivi. Il primo Cd realizzato, però, naturalmente con Karajan sul podio (e con i Berliner Philharmoniker), non riguardò la «Nona Sinfonia» e neppure Beethoven. Fu una registrazione della «Sinfonia delle Alpi» di Strauss. Il primo Cd pop pubblicato fu invece «52nd Street» di Billy Joel, uscito su vinile nel 1978, che peraltro durava 40 minuti e mezzo.

Da quando è possibile considerare il Cd il nuovo standard?
Il 2 marzo 1983 l’americana Cbs (che nel 1987 verrà acquistata dalla Sony) pubblicò 16 compact disc: fu il Big Bang commerciale del nuovo formato, che in Italia avvenne il 2 maggio 1983, quando vennero immessi sul mercato 180 titoli, in gran parte di musica classica e in gran parte tratti dal catalogo PolyGram, sussidiaria musicale della Philips. In tutto il 1983 - come riporta la «Storia dell’industria fonografica in Italia» di Mario De Luigi - se ne vendettero 400 mila pezzi.

Per assistere al sorpasso sul vinile si dovette attendere il 1990, quando i Cd arrivarono a quota 15,8 milioni e i dischi si fermarono a 14,6 milioni. Nel mondo, il primo album che superò il milione di copie in Cd fu «Brothers in Arms», che i Dire Straits pubblicarono nel 1985. Il primo artista che ripubblicò tutto il repertorio fu David Bowie, che nel febbraio 1985 fece uscire con la Rca 15 dischi e quattro antologie in Cd. Nel 1988 gli stabilimenti di produzione nei cinque continenti erano già cinquanta, nel 2007, quando il Cd compì 25 anni, si calcolò che nel mondo ne erano stati venduti circa 200 miliardi di esemplari. 

Come è cambiata la musica, con il nuovo disco ottico?
Chiediamo aiuto al musicista rock David Byrne, che negli Usa ha appena pubblicato il libro «How Music Works», «Come funziona la musica»: «Liberatisi dai limiti fisici dei solchi dei vecchi dischi in vinile, ora musicisti e produttori avevano a disposizione l’intera gamma dei suoni udibili dall’orecchio umano. E inevitabilmente si arrivò ad abusarne. Alcuni album (il critico Greg Milner cita tutti i dischi degli Oasis e “Californication” dei Red Hot Chili Peppers) furono registrati a un volume così artificialmente alto che sembrano meravigliosi al primo ascolto e poi diventano insopportabili. Come se la potenza di suono impedisse una dinamica sonora più interessante e articolata». 

Il Cd ha degli oppositori?
Moltissimi. Molti audiofili oggi preferiscono il suono «più caldo» dei dischi in vinile e c’è una corrente sempre più cospicua, soprattutto in ambito rock, contraria a un’eccessiva digitalizzazione. I White Stripes, che segnarono gli Anni Duemila della musica rock, a lungo inviarono ai critici solo 33 giri: «Non vogliamo essere recensiti da chi non possiede un giradischi in casa», dicevano.

Il Cd è morto?
No, ma certo non sta benissimo. Sopravvive bene nelle incarnazioni successive, come il Dvd, introdotto nel 1995 da Philips, Sony, Toshiba e Panasonic, che ha lo stesso diametro ma contiene l’equivalente di 7 cd, film interi, audio e video. Nel 2010 il numero di Cd venduti nel mondo si dimezzò rispetto all’anno di picco, il 2000. La caduta accelera del 5% l’anno: si prevede la scomparsa del Cd al compimento dei 40 anni, nel 2022. 

La strana peste dell’isola delle vedove

La Stampa

In Nicaragua, vicino a Chinandega, tra i maschi, quasi tutti contadini, sei su dieci sono malati di Irc, insufficienza renale cronica: altissima la mortalità, ma nessuno sa spiegare la causa del fenomeno


Una piantagione di canna da zucchero bruciata: c’è chi dà la colpa alle sostanze usate nella coltivazione

lorenzo cairoli

Mentre il triangolo del Nord - Honduras, El Salvador e Guatemala - s’impone agli onori della cronaca come l’area più violenta del pianeta, secondo uno studio dell’Onudd (Oficina de las Naciones Unidas contra la Droga y el Delito), in Nicaragua da più di un anno tiene banco il caso dell’Isla, un’isola vicino alla città di Chinandega, dove ogni dieci abitanti di sesso maschile sei sono affetti da insufficienza renale cronica. Percentuali da epidemia a cui nessuno sa dare una spiegazione. Intanto gli uomini dell’isola, quasi tutti tagliatori di canna, muoiono come mosche. 

Roger de la Cruz, maestro elementare nella scuola dell’Isla, guarda i suoi alunni con grande afflizione. “Insegniamo a 320 bambini. Un terzo di loro, per colpa della malattia, è senza padre . Siamo solo in seimila sull’isola, eppure ci sono giorni in cui ci tocca seppellire anche due morti. Una volta l’isola era un paradiso. Le notti fiammeggiavano di rumba. Si ballava fino all’alba e si beveva il miglior rum della terra, il nostro Flor de Caña, con quel suo inconfondibile color ambrato. Oggi quelle notti sono solo un ricordo sbiadito. Nessuno di noi ha più la forza di ballare. E chi ancora non è stato infettato dalla malattia vive nell’incubo di ammalarsi”.

Malattia, la chiamano. La peste dell’Isla. Un rompicapo persino per scienziati eminenti. Sull’isola si muore per insufficienza renale anche a vent’anni. Eppure questa è una malattia che colpisce gli anziani e che spesso è associata all’ipertensione, a ostruzioni delle vie escretrici, al diabete. Una malattia che se non viene diagnosticata a tempo condanna il paziente a una morte lenta ed atroce. I reni smettono di funzionare e al paziente non resta che la dialisi. Ma costa più di 18 mila euro all’anno. Un lusso che sull’isola nessuno può permettersi.

I ricercatori spiegano che la metà dei decessi sono dovuti a fattori di rischio conosciuti ma quello che allarma è il numero crescente di morti atipiche. Strane epidemie si sono registrate in Centroamerica negli ultimi anni e in Asia, ad esempio in Sri Lanka. In Nicaragua, dal 2005 ad oggi, le morti per IRC sono aumentate del 41%. Nel vicino Guatemala e in El Salvador le malattie renali sono incrementate del 26%. Negli ultimi dieci anni, solo nel dipartimento di Chinandega, oltre trentamila persone sono morte di IRC, tra cui molti giovani, quasi tutti contadini e quasi tutti tagliatori di canna.

Per questo la Organización Panamericana de Salud parla di una nuova malattia, la nefropatía azucarera o nefropatía mesoamericana, di causa sconosciuta. Anche in Messico è emergenza. José Ángel Córdova Villalobos, il segretario della salute del gabinetto del presidente Calderon, ammise nel 2011 che molti messicani era affetti da IRC allo stato terminale, senza però fornire cifre ufficiali nè un registro in cui si potesse risalire agli epicentri della malattia, all’età dei pazienti e alla loro storia clinica. Anche se correvano voci di epidemie a Tierra Blanca, in Veracruz a San Juan del Río in Querétaro, e a Ciudad Hidalgo in Michoacán.

La gente dell’Isla è forte, abituata a lavorare sotto a un sole ardente, senza clemenza. Ma da quando c’è la malattia gli uomini si sciolgono come neve. Vacillano verso le loro case, si accasciano annientati sui letti e non si alzano più. Altri passano tutta la giornata seduti su una sedia di plastica fuori dalle loro capanne di fango con la faccia stravolta dal dolore. Marcelino Vargas ha sempre lavorato nelle piantagioni di zucchero di canna del Gruppo Pellas, i distillatori del celeberrimo Flor de Caña. Piantando canna, scavando canali di irrigazione, disinfestando, tagliando canna dalle otto del mattino alle 3 del pomeriggio, senza fermarsi mai, la schiena arrossata da un sole infernale e dalle spighe pungenti, col solo lenimento di una tanica d’acqua.

Ha perso per insufficienza renale prima il padre, poi due anni fa suo fratello. Adesso tocca a lui. Era un uomo che sembrava impermeabile alla fatica, forte, vigoroso, ora somiglia a una larva, la faccia gialla, la pelle color del mais. Lascerà una moglie e sette figli orfani mente sua madre Rosa tutte le mattine implora la Vergine di lasciarle in vita almeno un figlio. Le ragazze dell’isola non vogliono più innamorarsi. Da tempo non ammiccano più ai giovani tagliatori di canna, anzi, li evitano. Sanno che con loro non c’e’ futuro. Solo una precoce vedovanza. Il mistero dell’Isla appassiona gli scienzati. In molti ricordano un’epidemia che flagellò i Balcani negli anni ’50. Anche lì i contadini morirono come mosche.

Poi nel 2007 si scoprì che la causa di questa piaga biblica era la farina con cui era fatto il pane dei contadini, contaminata da un’erba infestante che la rendeva nefrotossica. Intanto nell’isola corrono voci che siano le piantagioni di canna lacausa della malattia. Qualcuno ha provato a farne tabula rasa col fuoco. Dalla terraferma sono sbarcati dei vigilantes del Gruppo Pellas a presidiarle. Per alcuni studiosi come Laura Arreola Mendoza, accademica dell’Istituto Politécnico Nacional (IPN) la causa di queste epidemie da IRC sarebbe determinata dall’inquinamento ambientale, dalla presenza di metalli pesanti nell’acqua potabile.

Altri, secondo recenti esperienze in Sri Lanka, puntano il dito contro l’uso e l’abuso di fertilizzanti e pesticidi come il Paraquat e il Gramoxone. Altri ancora, più semplicemente, pensano allo sforzo sovraumano di questi contadini, al calore insopportabile che li tormenta per tutta la giornata, ai frequentissimi fenomeni di disidratazione di cui sono vittime. Una tesi che non è piaciuta ai vertici del Gruppo Pellas che quotidianamente dà lavoro a 400 mila tagliatori di canna in tutto il Nicaragua - sottopagati e senza uno straccio di sindacato. Che sull’Isla si muoia per sobrecarga laboral, per loro, più che una tesi è un pesce d’aprile. Intanto il mistero continua. Così come le morti. E adesso la gente del dipartimento di Chinandega quando parla dell’isola, non la chiama più l’Isla, ma l’Isla de las Viudas, l’isola delle vedove. 

La “cabina del futuro” finisce tra politica e procure

La Stampa

Personaggi legati a truffe e riciclaggio, Telecom blocca i telefoni pubblici hi-tech



L’unico esemplare della «tecno-cabina» finora installato: si trova da aprile scorso a Torino, di fronte al Politecnico

gianluca paolucci
torino


Doveva essere la cabina telefonica del futuro. Non solo telefonate ma anche connessione internet, servizi di pubblica utilità, ricarica per scooter elettrici, alimentata da pannelli fotovoltaici.

Ma se dentro c’era tanta tecnologia, dietro a quella cabina c’era un gruppo di personaggi ai quali si stanno interessando procure di mezza Italia per truffe sulle energie rinnovabili e frodi fiscali. Così, il piano lanciato con grande enfasi da Telecom appena qualche mese fa al momento risulta al momento congelato. In aprile, il primo prototipo veniva installato alla presenza delle autorità di fronte al Politecnico di Torino. Poi, più nulla. Il progetto scelto, realizzato dalla Ubiconnected di Roma, non si sarebbe rivelato all’altezza delle aspettative: «Valutazioni sull’adeguatezza della partnership da instaurare», è la versione ufficiale. Peccato perché sarebbe bastata qualche visura camerale e un po’ di Google per accertare che i partner scelti non erano proprio dei migliori.

Risalendo lungo la catena di controllo di Ubiconnected spuntano infatti due nomi legati ad una serie di inchieste giudiziarie. Si tratta di Gaetano Bugliesi e Roberto Saija, per i quali i pm milanesi Luigi Luzi e Carlo Nocerino hanno chiesto il rinvio a giudizio per l’ipoesi di riciclaggio, relativamente ad una maxinchiesta per le truffe sull’eolico che avrebbe fruttato una provvista «truffaldina» di 13 milioni di euro.

Tra le carte dell’inchiesta è finita anche la storia di un appartamento a Campo de’ Fiori, affittato dal 2006 al 2008 da una società che fa capo ai due a Angelino Alfano, all’epoca ministro della giustizia. Canone di 485 euro mensili per 60 metri quadri, a fronte di stime medie tra i 1400 e i 2000 euro. Nel caso specifico, nessuna contestazione dai magistrati. Saija, sentito dai pm, ha dichiarato di conoscere da tempo l’attuale segretario del Pdl, che occupava l’appartamento solo pochi giorni alla settimana e che, in sostanza, avrebbe preferito ai soldi l’opportunità di tenere in casa una persona «di fiducia».

Ma i nomi di Saija e Buglisi compaiono anche in un’altra inchiesta, questa volta a Brindisi, relative alle truffe sul solare in Puglia. Questa vicenda s’intreccia con un’altra storia della quale si è occupato questo giornale: quella del Global Solar Fund, che fa capo alla cinese Suntech e che, a sua volta, è alimentato dai capitali della cinese China Development Bank, uno dei principali istituti bancari del paese controllato del governo di Pechino. Un maxi investimento da 800 milioni di euro che ha già causato molti problemi alla società cinese, al centro di un caso anche a Wall Street, frutto degli accordi siglati con il governo Berlusconi durante la visita in Italia del premier cinese Wan Jiabao, nel 2010. 

Ancora Saija, secondo le ricostruzioni, sarebbe uno degli uomini di fiducia del fondo cinese in Italia. Fondo - che nella vicenda si è dichiarato parte lesa - finito nel mirino della procura pugliese a più riprese, l’ultima alla fine di agosto per le pratiche di frazionamento dei campi solari che avrebbero permesso di scavalcare la valutazione d’impatto ambientale.   Nell’inchiesta milanese invece, oltre a Saija e Buglisi tra i nove indagati, scriveva il Corriere della Sera poco prima del Natale scorso (due settimane prima della presentazione della «cabina del futuro») figura Vito Nicastri, sviluppatore di parchi eolici in Sicilia, arrestato nel 2009 per un’indagine sui contributi pubblici e nel 2010 destinatario di un maxisequestro per i sospetti rapporti con il superlatitante Matteo Massina Denaro. 

E Telecom, cosa c’entra in tutto questo? Niente, assicurano dal gruppo. «Per l’accreditamento delle imprese che si propongono come fornitori o partner, Telecom Italia richiede ai candidati una serie di informazioni, attestazioni e documenti, e per accertare la sussistenza dei requisiti - compresi quelli sugli standard etici richiesti - Telecom procede a verifica diretta con ricorso alle fonti pubblicamente accessibili, oltre all’auto-certificazione da parte delle stesse imprese. In questo quadro le valutazioni che Telecom Italia svolge per decidere se instaurare o meno il rapporto di fornitura o di partnership attengono alla sfera di autonomia propria di ogni azienda». Questa la versione ufficiale. Ma qualcosa, evidentemente, non ha funzionato. E addio cabina del futuro. 

Dal mondo delle «sorpresine» dei regali nasce una piccola e florida azienda

Corriere della sera

La società «Non solo Sorpresine» riesce ormai a garantire lavoro e un fatturato di tutto rispetto
Il magico mondo delle «sorpresine»
di Roldano Radaelli


Il colpo di fulmine scattò con una serie di ranocchiette di plastica dentro una confezione di merendine. Poi, quando i piccoli collezionisti sono diventati adulti e hanno cominciato a capire che tanti appassionati come loro erano pronti a spendere soldi per comprare i pezzi mancanti, i tre hobbisti - con un fiuto per gli affari tutto milanese - hanno trasformato la loro passione, e una competenza incredibile, in un'impresa. E in pochi anni hanno fatto le cose in grande: i gadget delle loro camerette dapprima hanno riempito una stanza, poi un ufficio e oggi le sorpresine stipate in magazzino sono diventate centinaia di migliaia.

I loro negozi virtuali di Ebay e Amazon sono presi d'assalto dai collezionisti di Italia e d'Europa. Oggi «Non solo Sorpresine», da Gorgonzola, riesce a garantire lavoro e reddito ai tre soci e ad una dipendente. Il fatturato? «I numeri sono stati per una sorpresa anche per noi», si limitano a raccontare. Ma come fanno ad accaparrarsi tutti i pezzi delle serie più disparate in tempo e quantità tali da soddisfare le richieste? Nessun accordo con le aziende alimentari, né con i produttori di gadget. Semplicemente ogni settimana comprano quintali di merce, -ovetti, brioche, patatine, surgelati - scartano (si fa per dire, ci fanno grandi scorpacciate o lo regalano, spesso alle organizzazioni di solidarietà) il contenuto, e si tengono il «tesoro», le sorpresine, rigorosamente archiviate una per una come un piccolo gioiello.

IL MERCATO - «Il nostro mercato punta molto anche sulle serie nuove, per cui appena escono - raccontano - ci dobbiamo precipitare dal grossista o più semplicemente all'ipermercato. Un esempio? La serie di "Carletto" ad esempio è andata molto bene - ne abbiamo vendute tantissime - ma abbiamo comprato quintali di surgelati in pochi giorni. Non sapevamo più nemmeno a chi regalarli». Anche il nostro mercato è cambiato, spiegano: «I bambini restano i nostri fornitori principali. Molti ci mandano i loro pezzi doppi, noi gli spediamo quelli che gli mancano. Ma naturalmente il nostro riferimento è rappresentato in gran parte dagli ex bambini che hanno vissuto l'epopea delle prime sorpresine e che oggi sono disposti a spendere anche centinaia di euro per qualche rarità».

Alcune «sorpresine»Alcune «sorpresine»

VINTAGE - Tra le serie di una volta e quelle di oggi le più richieste sono sicuramente quelle "vintage": «Pochi sanno ad esempio che lo stesso prodotto regalava serie diverse in ogni Paese, noi abbiamo anche molte di quelle. Il rimpianto? Le serie di una volta facevano davvero sognare. Fino a qualche anno i vari gadget erano anche accompagnati dalle rispettive "casette", a loro volta animate da suoni e movimenti. Alcune sono così rare che sono in vendita a cifre importanti». Nel mondo fatato di Gorgonzola però il business e l'ordine sono veri. Tanto che nei loro locali vige una regola ferrea: «I bambini non entrano», neanche i loro.

Video

Roldano Radaelli
1 ottobre 2012 | 18:04

Il tatuaggio più nerd del mondo: la barra strumenti Photoshop sul braccio

Il Mattino

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ROMA - «Quando ero al liceo, passavo il tempo usando Photoshop per creare siti internet e collage sul mio show preferito, X-Files. Oggi delle mie abilità ho fatto un lavoro... Grazie Adobe!». Questa letterina è stata recapitata ai produttori del noto programma di fotoritocco da una ragazza, che con le sue passioni da nerd è riuscita a diventare un designer grafico . Nella rete il tatuaggio, davvero molto dettagliato, è già un successo, anche se qualcuno si chiede: visto quanto spesso Adobe aggiorna il suo software, cosa farà poi la ragazza?


Lunedì 01 Ottobre 2012 - 18:00    Ultimo aggiornamento: 18:01