lunedì 1 ottobre 2012

L'Ue di nuovo contro Apple: «Non rispetta l'obbligo di garanzia di due anni»

Corriere della sera

Viviane Reding ha scritto ai paesi membri «Vigilate, i rivenditori non forniscono informazioni chiare»

(foto web)(foto web)

Cupertino di nuovo sotto torchio in Europa per le garanzie dei suoi prodotti. Bruxelles sollecita i governi europei a vigilare affinché Apple rispetti l'obbligo Ue di offrire una garanzia di due anni sui suoi prodotti e la smetta di fuorviare i clienti offrendo il secondo anno a pagamento. La vicepresidente e responsabile per la Giustizia, Viviane Reding, ha inviato ai 27 ministri responsabili della protezione consumatori una lettera denunciando che in 11 paesi, tra cui l' Italia, la Apple ha fatto ricorso a «inaccettabili pratiche di marketing» e chiedendo di segnalare i possibili abusi.

LA MULTA - Punto di partenza della lettera, la multa da 900 mila euro inflitta dall' Antitrust italiano nel dicembre scorso (e confermata a maggio) alla Apple che offriva l'estensione della garanzia tacendo il fatto che per le norme europee la copertura è obbligatoria per due anni. «Da questo caso - osserva Reding nella lettera ai ministri - appare che i rivenditori, per far sembrare più attraenti le garanzie offerte, evitano di fornire ai consumatori chiare, vere e complete informazioni sulla garanzia legale di cui beneficerebbero senza spese in base alla legge europea». Reding chiede che le vengano segnalati casi analoghi «per far sì che i consumatori abbiamo fiducia che i loro diritti sono garantiti allo stesso modo in tutta la Ue» ed annuncia che a breve il primo rapporto sulla messa in atto della Direttiva sulle pratiche commerciali sleali.

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LA REPLICA - In realtà in passato Apple aveva già chiarito la sua posizione in merito alla garanzia legale rimandando alla norma che prevede il diritto del consumatore di rifarsi nel primo anno direttamente con il produttore (Apple in questo caso) e il secondo anno solo con il venditore. Questo significa che se si acquista un prodotto presso un Apple Store, sullo store online di Apple o presso un APR (Apple Premium Reseller), Apple diventa automaticamente non solo produttore, ma anche venditore, per cui si ha diritto a chiedere la garanzia legale di due anni direttamente all’azienda (sia nel primo che nel secondo anno). Se, invece, si compra un prodotto Apple presso un altro negozio, allora la Apple rimane solo produttore e non venditore. In realtà indagine delle associazioni di consumatori in Italia avevano dimostrato che così non avveniva e che anche nei punti vendita Apple o sullo store online la garanzia era assicurata solo per il primo anno.

LA CAUSA - E in Italia esiste un precedente pericoloso per Cupertino: Nils Calasanzio, 22enne vicentino ha fatto causa alla Apple proprio perché il suo computer non era garantito per il secondo anno dall'acquisto. E ha vinto, ottenendo il risarcimento.



M.Ser. 1 ottobre 2012 | 17:39

Attacco hacker alla Casa Bianca Che però riesce a evitare il furto di dati

Corriere della sera

Washington conferma l'operazione contro i propri sistemi informatici. E gli esperti sostengono che la firma sia cinese

Obama nello Studio Ovale alla Casa Bianca (Foto web)Obama nello Studio Ovale alla Casa Bianca (Foto web)

L'attacco alla Casa Bianca arriva dalla rete. La sede del presidente americano ha subìto un tentativo di infiltrazione nei propri sistemi informatici, ma i suoi tecnici sono riusciti a respingere l'attacco. Lo rende noto un funzionario anonimo dell'amministrazione Obama, affermando che l'obiettivo era una rete non riservata. I tecnici di Washington si sono accorti in tempo della minaccia e hanno isolato il sistema prima che l'attacco si diffondesse.

IL PRECEDENTE CINESE - Secondo la fonte, non sembra che siano stati rimossi dei dati. L'informatore anonimo ha poi voluto sottolineare che l'attacco non ha preso di mira sistemi con informazioni segrete, spiegando che si trattava di una particolare forma di phishing, definito «non infrequente». Il phishing è una truffa online che invita gli utenti a cliccare su link contraffatti al fine di derubarli. L'anno scorso Google ha attribuito ad alcuni hacker cinesi la responsabilità di tentativi di phishing riportati da centinaia di utenti Gmail, fra cui importanti funzionari del governo e delle forze armate Usa. La Casa Bianca non ha fatto riferimenti alla Cina, non avendo avanzato alcuna ipotesi sulla provenienza dell'attacco, ma molti hacker stanno sostenendo che l'operazione stia organizzata a oriente.

Redazione Online 1 ottobre 2012 | 15:59

Bonus agli onorevoli: l'ennesima cuccagna

Paolo Bracalini - Lun, 01/10/2012 - 08:27

Altro che Regioni, i gruppi distribuiscono a deputati e senatori 73 milioni l’anno di "paghette". Ai capigruppo Pd 2.500 euro. Ai leghisti a Natale i buoni per iPhone e tv. Oltre allo stipendio

Una paga mensile di un italiano medio, sì ma come bonus in più oltre allo stipendio (di 12mila euro mensili), peraltro a fronte di nessuna spesa o attività documentata.


Arrivano fuori busta (li dichiareranno, poi?), con un bonifico mensile dal conto corrente del gruppo parlamentare di appartenenza, e il parlamentare può farne ciò che vuole, anche una vacanza a Sharm El Sheik. Diciamo che un Fiorito avrebbe fatto faville in Parlamento, dove la cuccagna dei rimborsi ai gruppi politici è molto più grassa che in Lazio: 73 milioni l'anno, tra Camera e Senato (36 e 37). Come vengano usati è il quarto segreto di Fatima, visto che i partiti (gli unici che sanno la risposta) non danno informazioni. Ma qualche deputato e senatore sì, ed ecco il responso.

Il trattamento di cui sopra, cioè l'extrabusta, riguarda alcuni gruppi, non tutti. I senatori e i deputati del Misto, ad esempio, lo ricevono ogni mese, da un minimo di 900 euro fino a 2.300 euro, a seconda dell'anzianità nel gruppo. Alla Camera li gestisce l'altoatesino Siegfrid Brugger (Svp) capogruppo del Misto, che ci parla di un totale di annuo di circa 900mila euro, interamente devoluto ai «suoi» 52 deputati. «Prendiamo 1.600 euro di bonus», dice un onorevole Misto, soldi da spendere come si vuole, un po' meno (900 euro) quelli che non fanno parte di un partitino incluso nel Misto (Api, Liberali, Grande Sud...). Di più, invece, i senatori del Misto, che arrivano anche 2.300 euro al mese di extra. E qui, spiega uno di loro, non si vede nessun rendiconto finale.

Ma anche i deputati di Popolo e territorio (quello di Moffa, Scilipoti, Razzi, eccetera) hanno l'extra stipendio. Ce lo rivela uno della pattuglia: «Il finanziamento arriva al capogruppo, che poi li assegna a noi, ogni fine mese mi arrivano 1.800 euro. Come vengono usati quelli che avanzano? E chi lo sa? Non ci fanno vedere niente. Dovete chiederlo al nostro tesoriere», che altri non è se non Massimo Calearo, quello che ama le Porsche targate Slovacchia e che dice: «In Parlamento vado poco, ma con lo stipendio da parlamentare pago i 12mila euro del mutuo della casa che ho comprato...». Meno male che in più, come deputato e tesoriere, ha anche l'extra preso dai fondi dei gruppi.

Anche l'Udc è in mani esperte, avendo come tesoriere a Montecitorio - si legge sul sito della Camera - l'onorevole Giuseppe Naro, rinviato a giudizio per finanziamento illecito ai partiti. L'onorevole amministra, da tesoriere, i circa 2,1 milioni di euro che l'Udc riceve per il buon «funzionamento» dei suoi deputati. Il partito di Casini alla Camera non distribuisce paghette a fine mese a tutti, e così succede nei gruppi più consistenti. In questo caso, c'è la «superpaghetta» per i deputati e senatori che abbiano ruoli dirigenziali all'interno del gruppo: capigruppo, vice, segretari d'aula, presidenti di commissioni. E qui il bonus è molto più alto.

Risulta che Franceschini, capo dei deputati del Pd (che prende 10 milioni di euro alla Camera), riceva circa 2.500 euro in più al mese, i vice 2.000, e via a scendere fino ai 1.500 euro dei segretari d'aula. Più generosi nel Pdl (12 milioni di euro all'anno per il funzionamento del gruppo), dove pare che capigruppo e vice capigruppo (che sono nove) prendano ancora più dei colleghi del Pd. Un sistema simile c'è anche nella Lega, che non produce un bilancio dei soldi del gruppo alla Camera. Per i pezzi grossi c'è (stato o ancora?) un extra (anche 2mila euro), e il bonus dell'affitto pagato coi soldi del gruppo (a Calderoli, ma si dice anche per Bossi e almeno un altro senatore, veneto).

Il capogruppo leghista ha poi a disposizione una carta di credito, con la quale il precedente ha speso 55mila euro in un anno e mezzo. E poi regali. La scorsa Pasqua sono arrivati 4.200 euro a testa, come regalino, mentre a Natale 2.500 euro a testa in buoni Mediaworld. Che poi significa: soldi pubblici usati per comprare lavastoviglie, iPhone e tv al plasma per le case dei senatori leghisti. Al Senato il sistema non è stato ancora modificato, alla Camera sì, ma all'acqua di rose (mentre giovedì arriva il Dl taglia spese locali).

L'uso dei soldi verrà verificato dal Collegio dei questori e Ufficio di presidenza (cioè dai partiti stessi) e da una società di revisione. Che però non è la Guardia di finanza o la Corte dei conti, fa un semplice controllo di conformità ai principi contabili stabiliti per i gruppi. Nessuno, tantomeno una società esterna, potrebbe contestare una cena, l'acquisto di un Suv, i 50mila euro sulla carta di credito o la paghetta mensile decisa dai partiti. La cuccagna continua.

Tutti i trucchi dei furbetti del rimborso»

Corriere della sera

Un consigliere: «Residenze fittizie per far lievitare i km pagabili»

Dalla scorsa settimana Lorenzo Pellerano ha trentanove nuovi nemici. Tanti sono i consiglieri regionali in Liguria escluso se stesso. «Noi - aveva detto a margine di una seduta - abbiamo a disposizione Telepass e Viacard senza tetto di spesa. Non sono sicuro che il consiglio verifichi i percorsi e vada a chiedere a ognuno di noi il rimborso delle spese personali...». E giù, una valanga di critiche per aver gettato su tutti l'ombra del sospetto allontanata con la pubblicazione a tempi di record del dettaglio di quegli oltre 80 mila euro che il consiglio spende per i pedaggi autostradali.

Da oggi, è probabile, i nemici del giovane consigliere della Lista Biasotti, lista civica di centrodestra che porta il nome dell'ex governatore, potrebbero salire fino a 1.112. Tanti sono i consiglieri regionali in Italia (sempre escluso se stesso). «Guardi, io non volevo mettere nessuno sul banco degli imputati», cerca di ridimensionare. Ma poi eccolo, con un nuovo affondo in favore della sua «riabilitazione» della vera politica. «Francamente - dice - evviva tutto questo "fracasso": trucchi, trucchetti, ma anche sistemi legalmente inattaccabili che fanno la gioia del furbetto di turno. Li conosciamo tutti, alcuni sono istituzionalizzati: basta! La Liguria non è il Lazio ma non ci sono solo le ostriche.

Prendiamo il nostro rimborso forfettario per gli spostamenti dei consiglieri». Che va ad aggiungersi al rimborso dei pedaggi autostradali e agli 8.400 euro lordi di indennità. Prendiamo: «Francamente di quei 2.800 euro che percepisco ogni mese ne spendo solo qualche decina. Lavoro parecchio ma mi muovo in motorino. È che in Liguria come in altre Regioni i soldi che sono stati tagliati come indennità sono finiti lì. Niente scontrini, niente autocertificazioni. Niente di niente. Tutto si calcola in base alla distanza della residenza del consigliere dalla Regione e all'attività media».

Lui, avvocato marittimista («basta dire entro in politica e campo tutta la vita»), nessuna tessera del Pdl in tasca («in questa politica non mi riconosco ma è finito il momento di dire solo "che schifo"»), ha 29 anni, da due è consigliere. Per «riuscire meglio a dividere le spese istituzionali (3 euro e 50 da inizio anno) da quelle politiche» ha ritirato solo la Viacard. E vive a Genova. «Vicino alla Regione e quindi dentro quella fascia dei 25 chilometri che mi dà diritto a 2.800 euro. Che salgono fino a 4.500 per chi risiede oltre gli 80. Tutto regolare. Non voglio passare per un Savonarola ma certe somme potrebbero tentare, del resto è già successo: vivo a Genova, dichiaro invece di abitare in una seconda casa agli estremi della regione e mi intasco un rimborso di quasi duemila euro in più».

Il trucco è noto e bipartisan, dice mettendo in fila solo le ultime notizie. In Basilicata sono finite sotto la lente le trasferte a Potenza di quattro consiglieri (lì il rimborso, carburante escluso, è di 3.240 euro al mese) che risiedevano di fatto in città e non nei comuni dichiarati. Stessa accusa per il pdl Alberto Vecchi, consigliere dell'Emilia Romagna (85 mila euro di rimborsi contestati). Dell'esistenza dello stesso trucco ha parlato l'ex assessore della giunta Alemanno Umberto Croppi che ha messo in guardia anche da un'altro escamotage: quella di farsi assumere da un amico dopo essere stati eletti per spartirsi con lui lo stipendio poi pagato dai contribuenti.

Ci sono poi i consiglieri che arrivano in assemblea e firmano la presenza con ancora il casco della moto in testa per poi subito filare via. Quelli che, come ha raccontato il pdl Roberto Rosso, anche in vacanza si fanno firmare dall'amministratore locale di turno la presenza istituzionale nel comune. Che dire poi quanto alle spese vive dei gruppi e alla pratica del «raccatta tutto», scontrini, ricevute e fatture d'ogni tipo, per farsi rimborsare la maggior quota rimborsabile? In Emilia Romagna l'Idv Paolo Nanni avrebbe presentato quattro ricevute relative a quattro cene avvenute contemporaneamente e chiesto il rimborso per un convegno fantasma. E in Sardegna in 20 devono rispondere di scontrini non proprio regolari. Il pdl Silvestro Ladu ha presentato pure una ricevuta per la riparazione dell'auto della moglie.

C'è poi l'anomalia dei gruppi formati da uno o due consiglieri. E qui Lorenzo Pellerano c'è dentro in prima persona: il suo gruppo, composto da due persone, prende 190 mila euro. Troppo? «Noi spendiamo quei soldi soprattutto in personale: quattro persone d'esperienza che ho già trovato qui». Troppe? «Il tema è delicato... Ma sicuramente si può risparmiare anche sui gruppi, grandi e piccoli». Per ora il primo risultato portato a casa, giusto ieri ma solo con un annuncio, è in materia di Telepass: «Valutiamo se farne a meno», l'ha buttata lì il presidente del Consiglio Rosario Monteleone.


Alessandra Mangiarotti
1 ottobre 2012 | 8:13

Via l'inglese e le sigle difficili La semplificazione degli ospedali

Corriere della sera

Da Firenze a Napoli, così cambiano i cartelli nei reparti. E «Day surgery» diventa chirurgia giornaliera


ROMA - La Uoc di cardiologia è al primo piano, accanto all'Uos di diabetologia, davanti al day hospital di medicina. Si trova sullo stesso piano dell'Uosd di chirurgia laparoscopica. Frastornato da inglese e acronomimi che la cartellonistica non sviluppa nella forma completa, il cittadino si disorienta e impiega più tempo del necessario per raggiungere la meta. Il letto dove dovrà ricoverarsi o l'ambulatorio per il controllo.

La Toscana sta per rivoluzionare la segnaletica. Dopo diverse proteste, specie da parte di persone anziane, l'assessore alla Salute Luigi Marroni ha deciso di cambiare la toponomastica: «Togliamo i termini incomprensibili dagli ospedali, bisogna assolutamente semplificare», ha annunciato al Festival della Salute, appena terminato a Viareggio. Rivisitazione delle parole straniere e abolizione delle sigle in certi casi impronunciabili sono i punti di partenza. Insiste Marroni: «La riforma della sanità cui stiamo lavorando pone al centro dell'attenzione il malato.

Dunque abbiamo il dovere di rivolgerci a lui evitando anche per posta un linguaggio burocratico, per addetti ai lavori. Non dovremmo più inviare lettere zeppe di abbreviazioni». L'Uoc è l'unità operativa complessa, il reparto diretto da dirigenti medici che fino alla riforma del 1999 si chiamavano primari. L'Uos è l'unità operativa semplice, dove c'è un viceprimario (il cosiddetto primarietto). Per Uosd si intende unità operativa semplice dipartimentale. Il dizionario degli acronimi sanitari è ricco di tranelli. Smia, Tsmree, Uompia, Smria che indicano i servizi per l'infanzia e l'adolescenza denominati in modo diverso da, nell'ordine, Toscana, Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna. Più conosciuta l'Utic, l'unita terapia intensiva coronarica.

Poi c'è l'inglese: day hospital, day surgery, day service, unit stroke, triage, emergency room, rooming in sono gli esempi più comuni. E' vero, certe parole sono difficilmente traducibili in italiano. Il day surgery, il reparto dove il paziente operato ad esempio di cataratta, viene dimesso la sera stessa, dovrebbe essere ribattezzato chirurgia giornaliera. «Però almeno sugli acronimi occorrerebbe intervenire - è d'accordo Massimo Cozza, Cgil medici Funzione pubblica -. E' ora di uniformare la terminologia a livello nazionale. La gente non ci capisce nulla. L'unica parola che tutti conoscono è ticket. Oltretutto sbagliata. Si dovrebbe chiamare tassa per non ingannare. La traduzione letterale è biglietto».

L'esigenza di semplificare al massimo è avvertita in modo particolare negli ospedali pediatrici. Al Santobono Pausilipon di Napoli sta per partire un progetto di riorganizzazione architettonica. «Spazi più razionali e cartellonistica semplice», informa Annamaria Minicucci, il direttore generale. Operazione chiarezza che, questo l'obiettivo, dovrebbe essere portata avanti in blocco dai nosocomi pediatrici (Gaslini Genova, Bambino Gesù, Padova, Salesi di Ancona, Burlo Garofalo di Trieste, Regina Margherita di Torino, Meyer di Firenze).

Al centro nord sono più avanti. Un fenomeno più volte denunciato dall'associazione Cittadinanzattiva. Antonio Gaudioso, il nuovo segretario nazionale, cita alcuni dati di un'indagine su 465 ospedali di due anni fa. La mancanza di informazione e la difficoltà di orientamento sono problemi diffusi. Il 70% degli ascensori non dispongono di indicazioni sui reparti presenti ad ogni piano. Quasi il 50% non danno lumi su nomi e qualifica dei medici e del coordinatore infermieristico. Opuscoli informativi? Assenti nel 60% dei casi.

Margherita De Bac1 ottobre 2012 | 11:03

Regioni e Province non pagano i contributi dei dipendenti e fanno fallire l'Inps

Libero

Le amministrazioni pubbliche non versano la quota a loro carico, solo quella che prelevano dalle buste paghe dei lavoratori

L'istituto di previdenza dei dipendeti pubblici, entrando nel SuperInps, ha portato in dote un disavanzo di 10,2 miliardi di euro


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La riduzione dei dipendenti pubblici nel corso degli anni, ma soprattutto il fatto che, fino al 1995, le amministrazioni centrali dello Stato non versavano i contributi alla Cassa dei trattamenti pensionistici e che dopo il '96 le amministrazioni dello Stato (quindi anche Ministeri, Regioni, Province, Comuni) hanno versato "solo la quota della contribuzione a carico del lavoratore (8,75%) e non la quota a loro carico" pari al 24,2%.

Sono queste le cause del profondo rosso dei conti dell'Inpdap. Ben 10,2 miliardi di euro di disavanzo ai quali si aggiungono quasi 5,8 miliardi di euro di passivo nel 2012 che l'istituto che gestisce le pensioni dei dipendenti pubblici porta in dote al SuperInps nel quale il governo dei professori con il decreto Salva Italia ha fatto confluire l'Inps che gestisce le pensioni dei lavoratori privati, l'Inpdap (dipendenti pubblici), e l'Enpals (sport e spettacolo). Secondo i tecnici questo SuperInps avrebbe tagliato ben 20 milioni di euro di sprechi solo nel 2012, per poi salire a 50 milioni nel 2013 e a 100 milioni nel 2014.

La realtà, come spesso accade, però è diversa dai numeri che si leggono sulla carta. Il Corriere della Sera, che ha letto la nota di assestamento al bilancio 2012 dell'Inps, sostiene infatti che il risultato complessivo dell'esercizio 2012 del SuperInps in rosso di 8 miliardi e 869 milioni, contro un - 2,2 miliardi dell'esercizio 2011. A rischio c'è anche lo stato patrimoniale: prima dell'incorporazione di Inpdap e Enpals, l'Inps aveva chiuso il 2011 con un avanzo di 41 miliardi. Tolti i 10,2 miliardi di passivo Inpdap e aggiunti i 3,4 miliardi di attivo portati invece dall'Enpals, il patrimonio di partenza del SuperInps, all'inizio del 2012, era di circa 34 miliardi. Ma alla fine dell'anno, sottratta la perdita d'esercizio di 8,8 miliardi, si scenderà a 25 miliardi: 16 miliardi in meno nel giro di un anno.

L'allarme, si legge sul Corsera, è che anche nei prossimi anni i conti dell'ex Inpdap chiuderanno in forte disavanzo, tanto più che il governo ha appena deciso una nuova riduzione dei dipendenti pubblici (secondo il ministro Patroni Griffi scenderanno di 300 mila nei prossimi tre anni). Tutto ciò si ripercuote «negativamente sul patrimonio netto dell'Inps con il rischio di un suo azzeramento in pochi anni». Per questo il Civ (Consiglio di indirizzo e vigilanza presieduto da Guido Abbadessa) raccomanda almeno "una incisiva attività di vigilanza diretta ad accertare il corretto versamento dei contributi da parte delle pubbliche amministrazioni e in particolare degli enti locali".

Solidarietà all'Angelo di Alfredino che si calò nel pozzo di Vermicino

La Stampa

Licheri è malato e due amici in bici partono dalla Lombardia per portargli aiuti


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ROMA - Abita a Nettuno Angelo Licheri, l'ultimo dei soccorritori a calarsi in quel terribile pozzo che 30 anni fa inghiottì il piccolo Alfredino Rampi a Vermicino. Mezz'ora a testa in giù, legato per le caviglie, in un buco fangoso del diametro di 30 centimetri senza riuscire a disincagliare il bambino dalla morsa della terra, dove era sprofondato fino a 60 metri dopo essere caduto in quel buco mal segnalato. Il suo gesto generoso in una situazione disperata ha fatto di Licheri, per tanti, un eroe. Ma ora è lui ad avere bisogno di aiuto: è malato, una gamba amputata per il diabete l'anno scorso, la lunga degenza in una clinica di Velletri, difficoltà economiche.

E allora due suoi amici hanno deciso di ricordare all'Italia quel gesto e quel volto stravolto dalla sofferenza, il corpo escoriato, immortalato dalle foto in bianco e nero dell'epoca. L'idea è stata una maratona ciclistica: trenta ore in bicicletta non stop da Millesimo, in Valbormida, a Nettuno, dove Licheri risiede in un palazzo vicino alla chiesa di Santa Maria Goretti. La partenza è fissata per oggi a mezzogiorno: Santino Mellogno e Franco Pastorino, i due ciclisti che animano l'inziativa, hanno davanti 600 chilometri. All'arrivo consegneranno ad Angelo Licheri il ricavato di una lotteria che hanno organizzato nella loro città.

«Non sapevo che Licheri fosse un nostro concittadino – dice il sindaco di Nettuno, Alessio Chiavetta – l'ho scoperto ieri, quando mi ha telefonato il sindaco di Millesimo per dirmi di questa maxi pedalata. Così abbiamo deciso di organizzare una degna accoglienza per i due ciclisti e per Licheri. Mercoledì saranno ricevuti nell'aula consilare del Comune, come accoglienza ufficiale della città. Daremo indicazione dell'orario e invito fin da ora i cittadini ad intervenire». «Saremo tutti onorati – continua Chiavetta – di conoscere questo eroe, che è stato un esempio di grande altruismo. In pochi avrebbero avuto il coraggio di fare un gesto simile. E ovviamente il nostro ringraziamento andrà anche ai due ciclisti di Millesimo che con la loro maratona hanno voluto ricordarcelo».

Licheri è anche la voce narrante della tragedia di Vermicino in un cortometraggio prodotto lo scorso anno dalla Quadra Film di Cosenza intitolato «L'Angelo di Alfredo». Con lui anche gli altri protagonisti di quella gara di solidarietà su cui, poi, si scatenarono pure illazioni di tutti i tipi. «Su quelle ore dopo sono state dette molte cose sbagliate e senza senso – ha affermato in più occasioni Licheri – aggiungendo altro dolore a una grande tragedia. Il cortometraggio, e non mi aspettavo una cosa così intensa e reale, è una ricostruzione vera, una cronaca dei fatti visti nella giusta luce».

Domenica 30 Settembre 2012 - 14:43    Ultimo aggiornamento: 21:12

Chi non paga le bollette di luce e gas finisce nella lista nera

Libero

Approvato nelle commissioni di Camera e Senato un documento per l'istituzione del registro dei morosi

Le associazioni dei consumatori insorgono: "Così si impedisce ai cittadini e alle imprese di attivare una fornitura energetica o cambiare venditore" 


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Un registro dove iscrivere chi non paga le bollette di luce e gas. Questa l'idea dell'Autorità per l'energia, contenuta in un documento approvato dalle Commissioni X di Camera e Senato, che servirebbe a tutela degli operatori che eviterebbero di fare nuovi contratti ai morosi.

La lista nera, però non piace alle associazioni dei consumatori. Il sistema ed i suoi contenuti in un mercato che ad oggi registra forti criticità e contenziosi tra le aziende ed i clienti finali, tuonano Assoutenti, Adiconsum, Adoc, Atroconsumo, Cittadinanzattiva, Codacons, Codici, Confconsumatori, Mdc, Movimento consumatori, Federconsumatori, Lega Consumatori, Unc"non possono essere in maniera più assoluta condivisi dalle associazioni dei consumatori" per "pratiche commerciali scorrette e servizi non richiesti" o "fatture emesse con dati di consumo stimati e non effettivi (principalmente nel settore power) che generano fatture con importi non corretti ed abnormi rispetto al consumo reale". Il tutto in nome della "garanzia della privacy" e della "situazione economica contingente".

Se questo sistema dovesse essere introdotto, "tutti cittadini che per vari motivi non risultino aver pagato una bolletta, rischiano di finire nella banca dati dei cattivi pagatori,  con tutte le conseguenze del caso come ad esempio l'impossibilità di attivare una nuova fornitura energetica o cambiare venditore. Lo stesso accadrebbe per le imprese".

Puzzle su Dachau: è polemica in Germania

Corriere della sera

In vendita su Amazon, mostra i forni crematori, Deputata guida la protesta


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Un puzzle raffigurante i forni crematori del campo di concentramento nazista di Dachau in vendita sul sito di Amazon fa scoppiare la polemica in Germania. Una deputata conservatrice ha scritto all'azienda per protestare. Il puzzle costa 24,99 dollari e viene venduto sotto la categoria dei giochi per bambini con più di 8 anni.

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Ha finito di scontare la pena: tra dieci giorni Contrada torna libero

Maria Teresa Conti - Dom, 30/09/2012 - 16:53

L’ex 007, 81 anni, ai domiciliari per motivi di salute, ha espiato i dieci anni che gli sono stati inflitti per concorso esterno in associazione mafiosa. Ora il giudice di sorveglianza deve decidere se applicare la misura accessoria della libertà vigilata per tre anni

Il gong sta per scoccare.


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Tra dieci giorni Bruno Contrada, l’ex funzionario del Sisde condannato in via definitiva nel 2008 a dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, tornerà a essere un uomo libero. Ha infatti finito di scontare, tra custodia cautelare e benefici legati alla buona condotta, la condanna, trascorsa negli ultimi anni agli arresti domiciliari per gravi motivi di salute e per l’età avanzata. A 81 anni, dunque, l’ex 007 torna in libertà pressocché completa. Dovrà infatti presentarsi davanti al magistrato di sorveglianza che deve decidere sull’applicazione della pena accessoria di tre anni in libertà vigilata che gli è stata comminata.Comunque, è praticamente finita.

E a finire è un caso che negli anni Novanta ha tenuto banco tanto quanto desta clamore, oggi, la vicenda della presunta trattativa Stato-mafia. Contrada infatti, al momento dell’arresto, il 24 dicembre del 1992, era il numero tre del Sisde e un poliziotto arci-conosciuto, tra i più noti d’Italia. Ne è passata di acqua sotto i ponti, da allora. L’ex 007 ha subito cinque processi: condannato in primo grado, assolto in appello, quindi un secondo processo d’appello, dopo l’annullamento con rinvio della Cassazione, finito con la condanna, e infine, nel 2007, la condanna definitiva stabilita dalla Suprema corte a conferma del verdetto di primo grado del 1996. L’ex 007 ha espiato 31 mesi e sette giorni di carcere in regime di custodia cautelare preventiva. Quindi ha scontato parte della condanna definitiva nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, da cui è uscito per gravi motivi di salute.Contrada, in questi vent’anni, ha sempre protestato la sua innocenza. Vani sinora i tentatativi di revisione del processo, fatti più volte dal suo legale, l’avvocato Giuseppe Lipera. Adesso, comunque, la detenzione è praticamente finita

Caso Sallusti, il giudice di Cassazione è amico della toga diffamata

Luca Fazzo - Dom, 30/09/2012 - 16:13

Il relatore del processo in Cassazione conosceva da tempo il magistrato diffamato. E una toga milanese: "Visto il legame tra i due, doveva fare un passo indietro"

Racconta Tiziana Maio­lo: «Perbacco se me lo ricordo, Giuseppe Cocilovo. Era arrivato a Milano dalla Sicilia, appena vinto il concorso da magistrato.


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Allora era un ragazzo, avrà avuto venti­sei o ventisette anni. Se posso di­re, era anche carino da morire, un bel biondino... Un sacco di colle­ghe gli morivano dietro. E appena arrivato si era messo a frequenta­re gli ambienti di Magistratura de­mocratica ». Roba vecchia, roba di trent’anni fa. Ma che illumina un versante poco esplorato della vi­cenda giudiziaria che, se nulla ac­cadrà nel frattempo, tra ventisette giorni spedirà Alessandro Sallu­sti, direttore del Giornale , a espia­re in carcere una condanna per dif­famazione a un anno e due mesi.Il diffamato, secondo la condan­na, è proprio Giuseppe Cocilovo, il magistrato che la Maiolo- allora cronista giudiziaria del Manifesto - ricorda come un bel ragazzo ad inizio carriera.

E che in quegli an­ni, appena sbarcato al Nord, strin­se un rapporto di fiducia, amicizia e vicinanza politica con uno dei giudici di punta di Magistratura democratica in quegli anni a Mila­no: il pubblico ministero Antonio Bevere. Cioè lo stesso magistrato che oggi lavora in Cassazione, che ha partecipato nel ruolo chiave di relatore al processo a Sallusti per la diffamazione di Cocilovo, e che scriverà le motivazioni della con­danna, nonostante la presunta vit­tima- destinata a beneficiare gra­zie alla sentenza di un robusto ri­sarcimento nonché della soddi­sfazione di vedere Sallusti in gale­ra - fosse non un giudice qualun­que ma uno suo vecchio amico e compagno.Nei giorni scorsi, prima e dopo la sentenza definitiva a carico di Sallusti, di Giuseppe Cocilovo si è sempre parlato come di «un giudi­ce di Torino».

Ed in effetti attual­mente Cocilovo è in servizio a Tori­no: prima come giudice tutelare, e in questa veste ha gestito il caso che generò l’articolo su Libero di “Dreyfus”, alias Renato Farina; e poi come giudice di sorveglianza. Ma la carriera di Cocilovo non si è sempre svolta a Torino. Tutta la prima parte, quella decisiva degli esordi e della formazione,l’ha tra­scorsa nel palazzo di giustizia di Milano. Un tribunale grande, do­ve due magistrati in teoria posso­no non incrociarsi per anni. Ma Cocilovo e Bevere si incrociaro­no, eccome.

I rapporti tra i due era­no così stretti che nei giorni scorsi, quando si seppe che Bevere sareb­be stato il giudice del processo Co­cilovo­ Sallusti, un magistrato di­ceva: «Mi sarei aspettato che Beve­re rinunciasse al processo, visti i suoi legami con la parte offesa». Ma Bevere non rinuncia. E con­dannaSallusti. Di quegli anni, la Maiolo fu una osservatrice privilegiata. Era pre­sente anche lei, per dire, alla cena in cui durante il sequestro Moro, Bevere organizzò un incontro tra il leader dell’Autonomia Operaia Toni Negri e il pubblico ministero Emilio Alessandrini, che l’anno dopo verrà assassinato da Prima Linea. Cocilovo arriva a Milano in quello stesso anno. E entra imme­diatamente nell’orbita di Bevere. «All’epoca - ricorda la Maiolo.

Magistratura Democratica era so­stanzialmente divisa in due: una parte più istituzionale, vicina al Pci, ed una decisamente radicale, che radunava i giudici della sini­stra extraparlamentare. Io bazzi­cavo quasi esclusivamente i magi­strati di questa seconda corrente. Quelli più in vista erano Nicoletta Gandus, Romano Canosa, Ame­deo Santosuosso. E Antonio Beve­re. Quando Giuseppe Cocilovo ar­rivò a Milano si schierò immedia­tamen­te con Md e iniziò a frequen­tare la sua ala più estremista ». È in quegli anni che il rapporto tra Co­cilovo e Bevere si solidifica.

Per Co­cilovo il collega, di tredici anni piùanziano, diventa un punto di riferi­mento costante. Poi le strade dei due si dividono. Per Bevere a Mila­no il clima si fa antipatico, dopo che il procuratore gli ha tolto le in­chieste sulle Br a causa delle sue posizioni di estrema sinistra: se ne va a Roma, prima in tribunale, poi in Cassazione. Cocilovo va a Torino. E qui, nel gennaio 2007, autorizza ad abortire una ragazzi­na di tredici anni rimasta incinta. È il caso di cui parlerà la Stampa il 17 febbraio successivo, e l’indo­mani - con un articolo di cronaca e il commento di Dreyfus-Farina­ancheLibero .

Cocilovo sporge querela. A oc­cuparsene sono i suoi colleghi di Milano, il tribunale dove ha lavo­rato a lungo: ma la legge prevede lo spostamento del fascicolo solo nel caso che il magistrato presti an­cora s­ervizio nella sede dove si tie­ne il processo; e d’altronde non ri­sulta che nessuno dei magistrati che a Milano seguono il caso fosse­ro particolarmente amici di Coci­lovo. Ma poi il processo arriva in Cassazione per la sentenza decisi­va. E qui Cocilovo ritrova l’amico di un tempo.

Mali e la sharia: “Così mi hanno amputato la mano”

Corriere della sera

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di Monica Ricci Sargentin

Pubblichiamo l’articolo del collega Andrea de Georgio che ha avuto l’opportunità di passare qualche settimana in Mali e ne descrive la disperata situazione
di Andrea de Georgio



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Ad Alhader Ag Almahmoud, tuareg di Ansongo, poche settimane fa è stata amputata la mano destra in nome della sharia. Lo ha raccontato lui stesso a Bamako il 20 settembre scorso durante un’affollata conferenza stampa di Amnesty International sulle amputazioni e le violenze che negli ultimi mesi stanno sfiancando la popolazione del nord del paese.

Vestito con un’ampia tunica celeste, il volto coperto dal tradizionale turbante tuareg che normalmente lo protegge dalla sabbia e dal vento del deserto, l’uomo ha descritto nei dettagli la sua terribile disavventura mostrando, con riluttanza, il moncherino. Accusato di furto di bestiame, Alhader non è potuto scampare alla sorte che i gruppi terroristi di integralisti islamici del nord riservano ai presunti ladri. Nulla importa se, prima che la punizione fosse perpetrata, gli animali “rubati” erano stati ritrovati. Nulla importa se, con il loro ritrovamento nella foresta, l’accusa fosse decaduta.
“La sentenza era già stata emessa. Con un coltello da carne di quelli che si comprano al mercato il capo del Mujao (Movimento per la jhiad nell’Africa occidentale, ndr 
Il Mali e l’intero Sahel, nel quasi totale disinteresse dei media italiani, stanno attraversando la peggiore crisi della propria storia. Da mesi il paese è spezzato in due non più solo dall’enorme fiume Niger che ne divide da sempre la geografia. Nel gennaio scorso combattenti tuareg di ritorno dalla Libia post-gheddafi sconfitti e pesantemente armati hanno deciso di riprendere la lotta per l’indipendenza dell’Azawad ( “terra del pascolo” in lingua tamashek, ossia l’ampia regione nord del Mali).

Per anni abbandonati a se stessi da uno stato centrale onnivoro di fondi internazionali e per niente interessato alle dune settentrionali – e memori delle passate ribellioni finite male – i tuareg in un primo momento si sono alleati con la galassia di sigle jhiadiste e qaediste della zona (Mujao e Aqmi, Al Qaeda nel Maghreb islamico) trasformando le sabbie del Sahara nel santuario del terrorismo internazionale. L’Mnla (gruppo armato di tuareg per l’indipendenza dell’Azawad) insieme ai “barbuti” venuti da paesi limitrofi nel marzo scorso hanno conquistato le tre città-simbolo del nord, Timbouktou, Gao e Kidal, causando una vera e propria crisi politica nel paese.

Amadou Toumani Touré, presidente democraticamente eletto ed emblema della stabilità nazionale è stato investito da durissime critiche per la mala gestione della questione settentrionale. Cavalcando l’onda del malcontento, il capitano Amadou Haya Sanogo nella notte fra il 21 e il 22 marzo 2012 ha preso il potere nel più classico dei colpi di stato militari africani. In poco tempo, nonostante la condanna unanime dell’atto di forza da parte della comunità internazionale, la sua giunta ha epurato le autorità e si è insediata nei posti di comando. Al nord la situazione invece che migliorare è degenerata fino alla dichiarazione da parte del Mujao e di Aqmi, sbarazzatisi nel frattempo degli scomodi e laici alleati tuareg, della sharia. Come racconta Amnesty International nel suo rapporto  e Human Rights Watch : alle violenze arbitrarie contro militari e civili commesse dalla giunta al potere si sono sommate, negli ultimi mesi, quelle del nord. La lista che recita Saloum D. Traorè, direttore esecutivo di Amnesty Mali, è lunga:
“Distruzioni di luoghi di culto cristiani e sufi, fra cui siti protetti dall’Unesco, divieto di ogni forma di musica, imposizione del velo integrale a tutte le donne, chiusura di scuole miste, ospedali e altri servizi sociali, arresti e omicidi sommari, bambini soldato, stupri di massa, lapidazioni. Sono almeno sette i casi accertati di amputazioni di mani e piedi, senza processo né testimoni, come invece prevedrebbe la legge coranica.”
Il Dottor Traorè è vestito con un grand bubu marrone, abito tradizionale maschile dell’Africa occidentale. Siede nel suo piccolo ufficio in una palazzina di Kalaban Kourà, quartiere periferico di Bamako che si affaccia sulla strada dell’aeroporto. Sul soffitto le pale di un vecchio e polveroso ventilatore cigolano svogliate, senza spostare né l’aria né le alte pile di scartoffie che affollano la sua scrivania. Il racconto continua. “Più di 350 mila persone dall’inizio della crisi sono scappate dai territori del nord cercando rifugio nella capitale o in paesi vicini come Niger, Burkina Faso, Mauritania e Senegal. La gente scappa anche dalla grave crisi alimentare che quest’anno sta decimando il Sahel.”

L’opinione pubblica della capitale, pur essendo un paese al 95% musulmano, condanna fermamente l’interpretazione anacronistica e radicale dei gruppi salafiti, rigettando la sharia e aspettando che l’esercito nazionale e la Cedeao (la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale) intervengano militarmente per liberare il nord e ristabilire l’integrità nazionale. Un intervento che, però, nasconde anche grandi interessi geopolitici e petroliferi di potenze mondiali quali Francia, Usa, Qatar e Algeria. Nell’attesa è la popolazione civile, come sempre, a soffrire. Come dice un proverbio africano: “quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a rimanere schiacciata” .

McDonald's dirà quante calorie ci sono nei suoi hamburger

Il Messaggero


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STATI UNITI - Film come «Super size me» o «Fast Food Nation», hanno messo in luce i danni creati all’organismo umano dai cibi ipercalorici delle catene di Fast Food, che negli Stati Uniti costituiscono il cibo principale per milioni di persone. La coscienza che queste pellicole hanno contribuito a far nascere sta costringendo un colosso mondiale come McDonald’s ha cambiare rotta. Ecco allora la decisione di indicare sui cibi della catena di ristoranti la quantità di calorie. Una novità che segue l’obbligo, esistente già a Philadelphia e New York, di trasparenza e che dovrebbe sensibilizzare ed educare il consumatore. Ma lo «zio Mac» a quanto sembra vuole portare avanti anche un altro discorso: introdurre varianti salutiste ai propri menù.

Accanto alle patatine fritte dunque è previsto l’arrivo di cibi consoni alle disposizioni del Dipartimento americano dell’agricoltura. Per i frequentatori di McDonald’s sarà possibile scegliere anche tra molta più frutta e verdura di stagione (si parla ad esempio di mirtilli e cetrioli) ora in quantità ridotte. Anche due piatti come l’Happy Meal e il McWrap dovrebbero migliorare grazie al pollo grigliato e a verdure fresche. Le confezioni di patatine saranno più piccole mentre è stata annunciata la dalla presenza di muffin integrali. Naturalmente non tutti credono al cambio di strategia di McDonald’s: la multinazionale infatti avrebbe creato questo specchietto per le allodole solo per conquistare nuovi consumatori. Inoltre lo specificare le calorie non servirebbe a ridurre i rischi di obesità, in quanto il problema sta nelle quantità di cibo ingerito dalle persone.

Vicenza, azienda di ingegneria assume il baby hacker che ha craccato il registro

La Stampa

Denunciato alla magistratura il 16enne di origine indiane trova un posto in un’azienda «Non discuto il reato, è in gamba»



VICENZA

Denunciato alla magistratura per aver violato i registri informatici della scuola, un giovane hacker di origine indiana potrebbe ora avere il posto di lavoro pronto in un’azienda della zona, specializzata di ingegneria per il web. È il rapido percorso scuola-azienda compiuto da uno studente appena maggiorenne dell’istituto «Marzotto» di Valdagno (Vicenza), che nei giorni scorsi, assieme ad un compagno, era stato denunciato dai carabinieri per aver «craccato» con un programma di sua ideazione il computer della scuola.

Dovrà pure affrontare i guai con la giustizia, ma il 10 che vanta in informatica e la dimestichezza nel forzare i sistemi di sicurezza dei pc sembra garantirgli un lavoro sicuro. Un’azienda di ingegneria, la «Ceremit» di Thiene - riporta oggi il «Corriere del Veneto» - ha già contatto un avvocato per offrire l’assistenza legale al giovane quando dovrà affrontare il Tribunale. Poi gli offrirà una possibilità di occupazione.

«Non discuto il reato - precisa uno dei responsabili della Cermit, Alessandro Petracca - spetta alla magistratura accertare. Ma quel ragazzo sembra essere veramente in gamba, e dobbiamo dargli una possibilità. Molti dei consulenti delle aziende americane sono stati prima degli hacker».

Perché ridursi a zerbini per amore?

Corriere della sera

di Laura Zangarin


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Ci risiamo, è successo di nuovo. Ancora una volta ho dovuto raccogliere col cucchiaino i resti di un’amica spezzata per amore. Panico, disperazione, fiumi di lacrime e insomma tutto il corollario di strazio che conoscerete bene se ci siete passate (o passati: il sesso maschile non è impermeabile agli schianti in amore, forse solo manifesta meno) anche voi o qualcuno a voi vicino.
Mentre mi preparavo ad ascoltare, tra kleenex e singhiozzi, una storia sentita già troppe volte, una serie di domande si affollava nella mia testa:

Perché continuiamo a calpestarci, ad annullarci, a farci del male giustificando tutto (dal brutto carattere al malumore all’indifferenza alla violenza) mettendo in secondo piano (nella migliore delle ipotesi) il nostro benessere emotivo (e fisico) per una relazione che, forse, è semplicemente “sbagliata” per noi?
Questo pensavo mentre asciugavo le lacrime della mia amica, mentre lei ripercorreva il calvario la cui fine mi era tristemente nota. E non smettevo di chiedermi se è così difficile imparare ad avere un po’ di stima in noi stesse. Se provare ad avere cura della nostra integrità personale è davvero una missione impossibile; se sofferenza, pianto, infelicità sono tutto quello che pensiamo di meritare.

Possibile che non siamo capaci di diventare un po’ più “egoiste”?

Da dove nasce questa smania di dare più amore di quanto non se ne riceva? Perché abdichiamo al diritto alla felicità portando avanti, a ogni costo, relazioni non sane? Dobbiamo sempre aspettare che sia un partner a dedicarci amore e attenzioni ? Non siamo in grado di considerarci una priorità con il diritto di precedenza su tutte le altre?

Potrei proseguire con le domande all’infinito. Ma sono certa che le conoscete anche voi.
Quelle che non conosco sono le risposte. Proviamo a cercarle insieme?

Torna libero il cucciolo delle macerie

Corriere della sera

La volpe salvata dopo il crollo nel fienile durante il terremoto in Emilia

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I cuccioli di volpe sono deliziosi, e chissà quanti hanno visto quel volpacchiotto che lo scorso due giugno rimase intrappolato a Finale Emilia per una tardiva scossa d'assestamento mentre stava ispezionando delle macerie in cerca di qualcosa da mangiare. Il suo musetto furbo sbucava tra i detriti un poco impolverato e la sua immagine ha riempito le foto dei giornali e gli schermi televisivi.

E tanta gente si è senz'altro commossa quando l'hanno salvata. Eppure quella bestiola, seppure accolta con affetto, è rimasta senza nome. Nessuno ha infatti sentito il bisogno di darglielo ed è inconsueto che un animale che diviene un po' personaggio rimanga innominato. Ma una ragione c'era e ancora c'è.

I volontari del centro recupero fauna selvatica «Il pettirosso» di Finale Emilia hanno spiegato assai saggiamente che, se si dà un nome a un animale è perché si pensa di tenerlo, mentre se lo si vuole rimettere in libertà, allora è meglio che rimanga senza nome. Che rimanga cioè una volpe come tante, una volpe totalmente selvaggia e dunque priva degli orpelli d'una storia umana.

Così, quando ieri è stata rimessa in libertà, mi piace immaginare che l'abbia fatto da volpe vera, scivolando cioè via furtiva e lasciandosi dietro solo una traccia odorosa. Quell'acre odore di selvatico che un tempo avrebbe fatto impazzire orde di cani e cacciatori. Quelli che ormai speriamo di vedere solo su certe stampe inglesi. Mi pare allora che questa liberazione d'una volpe salvata ma anche rispettata nella sua identità selvaggia dobbiamo leggerla come un caso esemplare, che ci insegna che qualcuno c'è ancora che sa come si rispetta la natura. Natura che, per una volta, ha avuto le sembianze di una volpe.

Danilo Mainardi
30 settembre 2012 | 9:44

Libero chiede i bilanci, il Parlamento si nasconde

Libero

Abbiamo chiesto a tutti i gruppi politici di farci conoscere i loro conti. Oltre cento risposte da Regioni e Province, Camera e Senato tacciono sui 70 milioni percepiti all'anno

di Franco Bechis



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Sono arrivati a Libero più di cento bilanci dei gruppi consiliari di Regioni e province italiane dal Friuli alla Sicilia. Ma i principali leader di partito sui conti più misteriosi che ci siano, quelli che finanziano i gruppi di Camera e Senato, (più di 70 milioni di euro ogni anno), non mollano: segreti erano e segreti devono restare. Alla richiesta di vedere i bilanci 2011 dei loro gruppi nessuno ha risposto formalmente no. Semplicemente in sette giorni non si sono degnati di alcun tipo di risposta, nemmeno se sollecitati.

Solo 3 hanno aderito alla richiesta di trasparenza trasmessa da Libero: il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto e il capogruppo di Coesione nazionale a palazzo Madama, Pasquale Viespoli (il primo a rispondere). Tutti e tre hanno annunciato l’invio del proprio bilancio per la prossima settimana, e naturalmente li abbiamo presi in parola. Nessuna risposta invece dai gruppi che fanno riferimento a Pier Luigi Bersani, Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini, Antonio Di Pietro e Roberto Maroni.

I dirigenti locali dei loro partiti hanno mostrato di rendersi conto dello scandalo suscitato nell’elettorato da quanto accaduto nella Regione Lazio, e al grido «Io non sono come Fiorito»   hanno immediatamente inviato bilanci anche dettagliati che stiamo ogni giorno caricando sul sito internet www.liberoquotidiano.it dove costruiremo grazie alla loro collaborazione una sorta di banca dati della trasparenza sui costi della politica, con i documenti originari che ci stanno trasmettendo da ogni regione e da ogni provincia. Ma se chi fa i conti con le preferenze ed è abituato ad avere contatti con gli elettori sul territorio si rende conto dell’impossibilità

di chiudersi nel bunker in cui finora si erano messi, i leader nazionali parlano in un modo e razzolano in tutt’altro. Un po’ grazie alla nostra iniziativa, un po’ naturalmente per il pressing di opinione pubblica e magistratura da quando abbiamo inviato quella richiesta di trasparenza, molti gruppi e intere comunità politiche hanno aderito inviando i documenti e mettendoli on line loro stessi a disposizione di tutti. Qualcuno lo faceva già a macchia di leopardo (tutti gli eletti del Movimento 5 stelle, qualche eletto di Idv e Sel, l’intera Regione Abruzzo, solo in parte anche la Regione Emilia Romagna), gli altri no.

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Alla richiesta di Libero hanno aderito quasi tutti i gruppi politici sul territorio. Chi ha inviato più bilanci territoriali è stato il Pdl, evidentemente il partito più tramortito dallo scandalo Fiorito e desideroso di mostrare un altro volto ai suoi delusissimi elettori. Secondo in classifica l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro, da cui abbiamo ricevuto non solo i bilanci ma in qualche caso anche le singole busta paga (gruppo regionale del Veneto) o addirittura l’elenco dettagliato delle fatture pagate (decine di pagine inviate dal gruppo della Regione Toscana).

Terzo partito che ha aderito alla campagna «fuori i conti» è stato il Pd, seguito poi da Sel, da Lega, da liste locali e solo in fondo da Udc e Fli, i partiti in assoluto più refrattari alla trasparenza a livello locale. Dopo la sceneggiata fatta in Parlamento sulla certificazione dei bilanci dei gruppi (loro hanno chiesto di evitarla, poi di fronte allo scandalo hanno cambiato le carte in tavola puntando il dito contro altri non colpevoli), ci si sarebbe attesi da Bersani, Casini, Fini e anche Di Pietro la stessa apertura alla trasparenza che il Pdl ha mostrato in Parlamento.

Invece no, più dello scandalo dei loro elettori conta mantenere il segreto più ferreo su quelle spese milionarie e a questo punto dobbiamo ritenere inconfessabili. Non avrebbero dovuto nemmeno aspettare la richiesta di Libero e mettere loro on line tutti i conti dopo quanto accaduto. Invece tirano giù la saracinesca e, anzi, querelano Libero come ha appena fatto il presidente della Camera per avere rivelato agli italiani quale è il suo stipendio mensile. Che peraltro sono loro a pagargli...

Dopo 50 anni di oblio esposti i diamanti scomparsi della duchessa di Newcastle

La Stampa

Li aveva indossati all’incoronazione di Giorgio VI, ora tornano a Parigi, alla Biennale des Antiques




A sinistra: l’allestimento della Biannale des Antiques a Parigi. Accanto, una foto d’epoca della duchessa di Newcastle con uno dei suoi levrieri preferiti


Dopo 50 anni d’oblio, esposto a Parigi, alla Biennale des Antiquaires al Grand Palais, il nodo di diamanti della duchessa di Newcastle. La sua ultima spettacolare apparizione risale al 1937. Il 12 maggio nell’abbazia di Westminster a Londra, la duchessa di Newcastle, ammantata con ricchi velluti e preziose pellicce, come si conviene alla consorte, seppur vedova, di un pari d’Inghilterra, assiste all’incoronazione del re Giorgio VI e della regina Elisabetta. 

La duchessa di Newcastle ha 65 anni. Una donna imponente, autoritaria, come ricorda il settimanale francese “Point de vue”. Etichetta rigidissima. Indossa gioielli di famiglia e una cappa d’ermellino bianco, tra le mani stringe la corona di duchessa che indosserà solo in un secondo momento, nell’attimo esatto in cui il re d’Inghilterra sarà incoronato dall’arcivescovo di Canterbury. Intorno al collo risplendono collier di diamanti e smeraldi, sulla fronte, visibilissima, una spettacolare “aigrette” composta da un fascia di diamanti e da una “broche de corsage” realizzata con diamanti e smeraldi. La duchessa di Newcastle porta orgogliosamente la broche di diamanti a forma di nodo, 20 centimetri di meravigliosa fattura.

Circa quarant’anni prima la duchessa di Devonshire, fresca sposa, l’aveva indossata durante un bal masqué.  Come leit-motive della serata, la padrona di casa aveva scelto un tema ricercato, legato ai personaggi mitici e mitologici che avevano attraversato le corti europee nei secoli. Alla fine del XIX secolo la Russia è un’icona di civiltà. Un punto di riferimento per l’arte, la cultura, la moda. Soprattutto in Inghilterra. E la giovane duchessa di Newcastle è particolarmente sensibile a tutto ciò che proviene da questo paese. Sarà la prima, tra l’altro, ad importare in Europa i celebri levrieri della razza barzoi che un tempo non potevano essere acquistati, ma solo donati agli zar. 

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Uno dei suoi libri preferiti erano le “Memorie della principessa Daschkoff, dama di compagnia di Caterina II, imperatrice di tutte le Russie, in ricordo di Caterina la Grande”. Per il celebre “bal masqué” sceglie di incarnare il personaggio di Sofia Augusta Federica dei principi di Anhalt- Zerbst, sposa di Pietro III Romanov. Sfoggia un abito à panier del XI secolo, una cappa ricamata con lo stemma della famiglia Romanov, l’aquila bicipite con in petto San Giorgio che uccide il drago, boccoli e parrucca incipriata, preziosi gioielli di famiglia e soprattutto, al centro dell’abito, la broche di diamanti a forma di nodo. Gioiello perfetto per questo travestimento in stile XVIII secolo. Dopo creazioni stilizzate, foglie, fiori, i designer ritornano ai motivi e ai temi ispiratori legati al secolo dei Lumi. 

Il nodo è uno degli stilemi più in voga, amatissimo e ricercatissimo. A Versailles, le dame di corte e la stessa Maria Antonietta lo indossavano spesso al centro di preziosi collier. Scolpiti nei diamanti, realizzati anche con pietre colorate o perle. È, però, grazie all’imperatrice Eugenia, innamorata del XVIII secolo, che i Lumi, il secolo dei Filosofi e della Rivoluzione, si riaffacciano a corte con tutto il loro fascino, ricorda ancora il settimanale francese. Nel 1863 l’imperatrice Eugenia ordina alla maison Bapts, due nodi di diamanti, di una certa consistenza, da applicare sui mantelli di corte.

Furono venduti con gli altri gioielli della corona di Francia nel 1887. Due anni dopo la vendita all’asta la giovanissima Florence Candy, 17 anni, sposa il duca di Newcastle, 25 anni. Sicuramente in occasione del suo matrimonio ha ricevuto in nodo una delle “broche” di diamanti a forma di nodo. Due anni dopo quando sposerà il duca di York, il futuro Giorgio V, la principessa Mary di Teck, riceverà almeno quattro di queste sofisticate spille, tra i regali di nozze, create con diamanti, perle e turchesi.

Sicuramente quella della duchessa di Newcastle è una creazione unica, spettacolare. Alla morte della proprietaria nel 1955, scompare anche la broche. Il duca e la duchessa di Newcastle sono senza figli. Molti dei gioielli sono ereditati da lontani parenti, altri saranno messi all’asta. Alla fine degli anni ’50 i gioielli antichi hanno perso parte del loro charme e la vendita all’asta passa sotto silenzio. Cosa è accaduto dopo?, si domanda il settimanale francese. Fascino e mistero di questo gioiello. Scomparso, come dissolto, per decenni. Sino ad oggi. Di nuovo alla ribalta, quasi per caso, ed esposto, a Parigi, alla Biennale des antiquaires, al Grand Palais. 

Tunnel Borbonico, nuova avventura nel ventre della città

Il Mattino

Ripercorrere le orme dei "pozzari" come veri peleologi strisciando negli stretti cunicoli e lanciandosi nel vuoto


di Marco Piscitelli


NAPOLI - Caschetto, tuta, guanti, imbracatura e una buona dose di coraggio per trascorrere qualche ora come un vero speleologo. Dove? Nel ventre più buio e misterioso della città di Napoli. Arrampicarsi sulle pareti in tufo, strisciare in spazi ristrettissimi, lanciarsi nel vuoto con una teleferica sono solo alcuni dei «brividi» che il nuovo percorso del Tunnel Borbonico offre. Nella cavità sotterranea scavata 200 anni fa per volontà di Ferdinando II di Borbone e realizzata del suo Architetto Enrico Alvino, l'Associazione Culturale «Borbonica Sotterranea» ha lanciato negli ultimi mesi dei percorsi differenziati per grado di difficoltà in uno degli angoli più affascinanti e nascosti della città.

«Speleo», questo il nome del nuovo itinerario, sarà disponibile da sabato 6 ottobre solo su prenotazione (al costo di 40 euro) e si aggiunge agli altri percorsi già scelti da migliaia di persone: quello «Standard» che raggiunge le cisterne dell’acquedotto seicentesco del Carmignano utilizzate come ricovero durante la guerra, «Avventura», riservato a coloro che vogliono provare l’emozione di navigare sulla falda acquifera sotterranea di Napoli a bordo di una zattera e «Baby», il percorso ideato per le scolaresche. Affrontando il percorso «Speleo» sarà possibile ricalcare le orme dei «pozzari» ed esplorare i cunicoli dell’antico acquedotto fino a raggiungere enormi cisterne, ancora parzialmente riempite d’acqua, dove non sarà difficile trovare antichi e misteriosi simboli.


«Passeggiare nel sottosuolo di Napoli è un'esperienza divertente ed indimenticabile - assicura Enzo de Luzio, dell’associazione «Borbonica Sotterranea» - Il percorso "Speleo" ha una durata di due ore e mezza e ogni partecipante dovrà indossare il caschetto da speleologo con luce incorporata, tuta, guanti e imbracatura». Accompagnati da speleologi professionisti, gli avventurieri attraverseranno le viscere della città partendo dall’ingresso di vico del Grottone 4 (nei pressi di piazza del Plebiscito). Testimonianza viva della nostra storia recente sono quelle zone del Tunnel utilizzate durante la Seconda Guerra Mondiale come rifugio dai cittadini (tra questi ci fu anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano).

I servizi igienici, il sistema di illuminazione, le lampadine, sono ancora lì, a raccontare, nel silenzio e nell’oscurità, il dramma dei bombardamenti. Il percorso, pieno di "insidie", si sviluppa nella massima sicurezza, raccontano gli organizzatori. «Può essere affrontato da chi non è affetto da allergie o claustrofobie - spiega il presidente dell’associazione, Gianluca Minin - Sono ambienti che danno sensazioni forti nel totale silenzio. Silenzio che in una città grande come Napoli rappresenta una vera e propria rarità. Chi visita oggi il Tunnel borbonico prova le stesse emozioni e sensazioni di chi ha lavorato in questi cunicoli due secoli fa. Uno spettacolo che merita di essere visto dal più alto numero di persone».

Storicamente il Tunnel (per info: http://www.tunnelborbonico.info) rappresentava una veloce via di fuga (verso il mare) per la famiglia reale. Nel dopoguerra è stato usato come deposito giudiziario (antiche auto e moto sequestrate sono ancora lì) ma soprattuto le cavità sono state letteralmente inondate con tonnellate di rifiuti di ogni genere.


Tunnel Borbonico, il percorso Speleo (da tunnelborbonico.info)

Il carro scala dei

L'opera di «pulizia» portata avanti dall'appassionato team guidato da Minin ha ridato luce e visibilità a tesori che rischiavano di essere dimenticati per sempre (sono state recuperate anche statue dell'epoca fascista).
«L'ultimo "gioiello" che abbiamo valorizzato all'interno del Tunnel è un carro scala dei "civici pompieri" che veniva trainato dai cavalli. È stato trovato, ricoperto dai rifiuti, in una cavità del Corso Vittorio Emanuele. Una testimonianza storica che meritava gloria. E noi gliel’abbiamo data».

marco.piscitelli@ilmattino.it
Sabato 29 Settembre 2012 - 16:58    Ultimo aggiornamento: Domenica 30 Settembre - 09:56

Quel mausoleo alla crudeltà che non fa indignare l’Italia

Corriere della sera

Il fascista Graziani celebrato con i soldi della Regione Lazio


Il mausoleo costruito per Rodolfo Graziani ad Affile, in provincia di Roma, sul quale dominano le scritte 'Patria' e 'Onore', capisaldi del fascismo. Il mausoleo costruito per Rodolfo Graziani ad Affile, in provincia di Roma, sul quale dominano le scritte 'Patria' e 'Onore', capisaldi del fascismo.

«Mai dormito tanto tranquillamente », scrisse Rodolfo Graziani in risposta a chi gli chiedeva se non avesse gli incubi dopo le mattanze che aveva ordinato, come quella di tutti i preti e i diaconi cristiani etiopi di Debra Libanos, fatti assassinare e sgozzare dalle truppe islamiche in divisa italiana. Dormono tranquilli anche quelli che hanno speso soldi pubblici per erigere in Ciociaria un sacrario a quel macellaio? Se è così non conoscono la storia.

Rimuovere il ricordo di un crimine, ha scritto Henry Bernard Levy, vuol dire commetterlo di nuovo: infatti il negazionismo «è, nel senso stretto, lo stadio supremo del genocidio». Ha ragione. È una vergogna che il comune di Affile, dalle parti di Subiaco, abbia costruito unmausoleo per celebrare la memoria di quello che, secondo lo storico Angelo Del Boca, massimo studioso di quel periodo, fu «il più sanguinario assassino del colonialismo italiano». Ed è incredibile che la cosa abbia sollevato scandalizzate reazioni internazionali, con articoli sul New York Times o servizi della Bbc,ma non sia riuscita a sollevare un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica nostrana. Segno che troppi italiani ignorano o continuano a rimuovere le nostre pesanti responsabilità coloniali.

Francesco Storace è arrivato a dettare all’Ansa una notizia intitolata «Non infangare Graziani» e a sostenere che «nel processo che gli fu intentato nel 1948 fu riconosciuto colpevole e condannato a soli due anni di reclusione per la semplice adesione alla Rsi». Falso. Il dizionario biografico Treccani spiega che il 2 maggio 1950 il maresciallo fu condannato a 19 anni di carcere e fu grazie ad una serie di condoni che ne scontò, vergognosamente, molti di meno.

È vero però che anche quella sentenza centrata sul «collaborazionismo militare col tedesco», era figlia di una cultura che ruotava purtroppo intorno al nostro ombelico (il fascismo, il Duce, Salò...) senza curarsi dei nostri misfatti in Africa. Una cultura che spinse addirittura Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti (un errore ulteriore che ci pesa addosso) a negare all’Etiopia l’estradizione di Graziani richiesta per l’uso dei gas vietati da tutte le convenzioni internazionali e per gli eccidi commessi e rivendicati. E più tardi consentì a Giulio Andreotti a incontrare l’anziano ufficiale, in nome della Ciociaria, senza porsi troppi problemi morali.


Il sito web del comune di Affile dedica una pagina a Rodolfo Graziani 'figura tra le più amate e più criticate a torto o a ragione'Il sito web del comune di Affile dedica una pagina a Rodolfo Graziani 'figura tra le più amate e più criticate a torto o a ragione'

Allora, però, nella scia di decenni di esaltazione del «buon colono italiano» non erano ancora nitidi i contorni dei crimini di guerra. Gli approfondimenti storici che avrebbero inchiodato il viceré d’Etiopia mussoliniano al suo ruolo di spietato carnefice non erano ancora stati messi a fuoco. Ciò che meraviglia è che ancora oggi il nuovo mausoleo venga contestato ricordando le responsabilità di Graziani solo dentro la «nostra» storia. Perfino Nicola Zingaretti nel suo blog rinfaccia almaresciallo responsabilità soprattutto «casalinghe».

Per non dire dell’indecoroso sito web del Comune di Affile, dove si legge che l’uomo fu una «figura tra le più amate e più criticate, a torto o a ragione» del periodo fra le due guerre e un «interprete di avvenimenti complessi e di scelte spesso dolorose». Che «compì grandiosi lavori pubblici che ancor oggi testimoniano la volontà civilizzante dell’Italia». Che «seppe indirizzare ogni suo agire al bene per la Patria attraverso l’inflessibile rigore morale e la puntigliosa fedeltà al dovere di soldato».

«Inflessibile rigoremorale»? «Rodolfo Graziani tornò dall’Etiopia con centinaia di casse rubate e rapinate in giro per le chiese etiopi», racconta Del Boca. «Grazie a lui il più grande serbatoio illegale di quadri e pitture e crocefissi della chiesa etiope è in Italia». Certo, non fu il solo ad avere questo disprezzo per quella antichissima Chiesa cristiana fondata da San Frumenzio intorno al 350 d.C. Basti ricordare le parole, che i cattolici rileggono con imbarazzo, con cui il cardinale di Milano Ildefonso Schuster inaugurò il 26 febbraio 1937 il corso di mistica fascista una settimana dopo la spaventosa ecatombe di Addis Abeba: «Le legioni italiane rivendicano l’Etiopia alla civiltà e bandendone la schiavitù e la barbarie vogliono assicurare a quei popoli e all’intiero civile consorzio il duplice vantaggio della cultura imperiale e della Fede cattolica ».

Fu lui, l’«eroe di Affile», a coordinare la deportazione dalla Cirenaica nel 1930 di centomila uomini, donne, vecchi, bambini costretti amarciare per centinaia di chilometri in mezzo al deserto fino ai campi di concentramento allestiti nelle aree più inabitabili della Sirte. Diecimila di questi poveretti morirono in quel viaggio infernale. Altre decine di migliaia nei lager fascisti.

E fu ancora lui a scatenare nel ’37 la rappresaglia in Etiopia per vendicare l’attentato che gli avevano fatto i patrioti. Trentamila morti, secondo gli etiopi. L’inviato del Corriere, Ciro Poggiali, restò inorridito e scrisse nel diario: «Tutti i civili che si trovano in Addis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente con i sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada... Inutile dire che lo scempio s’abbatte contro gente ignara e innocente».

I reparti militari e le squadracce fasciste non ebbero pietà neppure per gli infanti. C’era sul posto anche un attore, Dante Galeazzi, che nel libro Il violino di Addis Abeba avrebbe raccontato con orrore: «Per tre giorni durò il caos. Per ogni abissino in vista non ci fu scampo in quei terribili tre giorni in Addis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano».

Negli stessi giorni, accusando il clero etiope di essere dalla parte dei patrioti che si ribellavano alla conquista, Graziani ordinò al generale Pietro Maletti di decimare tutti, ma proprio tutti i preti e i diaconi di Debrà Libanòs, quello che era il cuore della chiesa etiope. Una strage orrenda, che secondo gli studiosi Ian L. Campbell e Degife Gabre-Tsadik autori de La repressione fascista in Etiopia vide il martirio di almeno 1.400 religiosi vittime d’un eccidio affidato, per evitare problemi di coscienza, ai reparti musulmani inquadrati nel nostro esercito.
Lui, il macellaio, quei problemi non li aveva: «Spesso mi sono esaminato la coscienza in relazione alle accuse di crudeltà, atrocità, violenze che mi sono state attribuite. Non ho mai dormito tanto tranquillamente ». Di più, se ne vantò telegrafando al generale Alessandro Pirzio Biroli: «Preti e monaci adesso filano che è una bellezza».

C’è chi dirà che eseguiva degli ordini. Che fu Mussolini il 27 ottobre 1935 a dirgli di usare il gas. Leggiamo come Hailé Selassié raccontò gli effetti di quei gas: si trattava di «strani fusti che si rompevano appena toccavano il suolo o l’acqua del fiume, e proiettavano intorno un liquido incolore. Prima che mi potessi rendere conto di ciò che stava accadendo, alcune centinaia fra imiei uomini erano rimasti colpiti dal misterioso liquido e urlavano per il dolore, mentre i loro piedi nudi, le loro mani, i loro volti si coprivano di vesciche. Altri, che si erano dissetati al fiume, si contorcevano a terra in un’agonia che durò ore. Fra i colpiti c’erano anche dei contadini che avevano portato le mandrie al fiume, e gente dei villaggi vicini».

Saputo del monumento costato 127 mila euro e dedicato al maresciallo con una variante sull’iniziale progetto di erigere un mausoleo a tutti i morti di tutte le guerre, i discendenti dell’imperatore etiope, come ricorda il deputato Jean-Léonard Touadi autore di un’interrogazione parlamentare, hanno scritto a Napolitano sottolineando che quel mausoleo è un «incredibile insulto alla memoria di oltre un milione di vittime africane del genocidio», ma che «ancora più spaventosa» è l’assenza d’una reazione da parte dell’Italia.

Rodolfo Graziani «eseguiva solo degli ordini»? Anche Heinrich Himmler, anche Joseph Mengele, anche Max Simon che macellò gli abitanti di Sant’Anna di Stazzema dicevano la stessa cosa. Ma nessuno ha mai speso soldi della Regione Lazio per erigere loro un infamemausoleo.

Gian Antonio Stella
30 settembre 2012 | 9:03

Adesso vogliamo la verità sulla caduta del governo Prodi”

La Stampa

La scoperta della lettera del faccendiere a Berlusconi riapre ferite politiche
Francesco Grignetti
roma


Cattura
Riapre vecchie ferite, l’ultima scoperta dei magistrati che indagano sul conto di Valter Lavitola: come e perché cadde il governo Prodi? Lui, l’ex premier del centrosinistra ha commentato con tono amaro: «La corruzione era evidente a tutti».

Parla più apertamente un suo fedelissimo quale Franco Monaco, del Pd: «Si spiega l’ira di Fini, ma, con tutto il rispetto, sarebbe di gran lunga più grave, se provata, l’ipotesi che il governo Prodi sarebbe caduto per una compravendita di parlamentari di cui sono noti nomi e cognomi. Vogliamo la verità».

Così come sbotta un altro ex ministro di quel governo, Antonio Di Pietro: «Adesso è sotto gli occhi di tutti la verità sulla caduta del governo Prodi. Non fu provocata dalla litigiosità della coalizione, come hanno raccontato i giornali, ma molto più volgarmente dai soldi sborsati per comprare senatori senza dignità, gentaglia peggiore di quella che si vende negli onesti quartieri a luci rosse».

Gianfranco Fini in effetti s’è molto arrabbiato perché la lettera di Lavitola, scovata nel computer del socio Carmelo Pintabona, indirizzata a Berlusconi ma mai recapitata, rivela che le «indagini» del giornalista sul caso dell’appartamento di Montecarlo sarebbero state pagate 500 mila euro. Così si annunciano querele incrociate tra Fini e Berlusconi. E Fabrizio Cicchitto torna all’attacco: «Non può più presiedere la Camera ora che è evidente a tutti che l’on. Fini è cosi impegnato nella versione più dura dello scontro politico ed elettorale».

S’indigna, e annuncia querele, uno che fu protagonista di quella caduta, Clemente Mastella: «Con questo personaggio non ho mai avuto rapporti né alcun tipo di frequentazione. Il signor Lavitola millanta e dice il falso.». Il giornalista-faccendiere rivendica con Berlusconi il merito di avere portato Mastella al centrodestra grazie a un traffico di informazioni riservate. Ma Mastella, che era ministro della Giustizia, aveva bisogno dell’aiuto di un Lavitola qualsiasi? «Non ho mai ricevuto da Lavitola e da chicchessia notizie che riguardassero quello che lui chiama “il vergognoso arresto di mia moglie”. A questo punto chiedo che gli inquirenti approfondiscano una vicenda incredibile quanto sconcertante».

Torna d’attualità un tema, la caduta del governo Prodi, che era già stato scandagliato dalla magistratura napoletana. Come qualcuno ricorderà, a margine dello scandalo Saccà (telefonate di raccomandazioni di Berlusconi all’allora direttore generale della Rai) si era scoperto che un paio di faccendieri avevano avvicinato nell’estate del 2007 il senatore italo-australiano Antonio Randazzo, offrendogli due milioni di euro per passare con Berlusconi. Quell’inchiesta finì in archivio, ma non è detto che il pm napoletano Vincenzo Piscitelli non rilegga con occhi nuovi tutti gli atti. Tanto più che Lavitola in un interrogatorio del maggio scorso ha spiegato estesamente il passaggio di casacca di Sergio De Gregorio e poi i tentativi di compravendita al Senato.

«Il senatore Comincioli (nel frattempo deceduto, ndr) era l’uomo principale che al Senato si occupava di tentare di avvicinare i parlamentari del centrosinistra e io in quel senso svolgevo una funzione di consigliere... Altri soldi li avrebbe dovuto dare a Dini, a Mastella, a Pallaro, persone che si sono trovate messe al margine dal centrosinistra... e ognuno di loro ha fatto un movimento». Per la cronaca, mentre Clemente Mastella ha chiuso i battenti del suo partito, De Gregorio ha investito molti soldi nel movimento «Italiani nel mondo», Pallaro ha condotto una dispendiosa quanto vana campagna elettorale con la «Lista Pallaro» alle ultime elezioni, Lamberto Dini lanciò i «Liberal Democratici» (occhio alle iniziali), e oggi è confluito nel Pdl. 

A chi faresti adottare un bambino?

Corriere della sera

di Elvira Serra e Daniela Natali



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Da una parte una donna che partorisce un figlio lasciandolo in ospedale e chiedendo l’anonimato. Dall’altra un figlio che, divenuto grande, vuole conoscere l’identità di chi lo ha generato. Due diritti che si scontrano. E secondo la Corte europea per i diritti umani la legge italiana tutela in modo eccessivo il primo. Il caso specifico è quello di una donna di 63 anni che si è rivolta a Strasburgo non per conoscere l’identità della madre, ma per avere informazioni generiche che la aiutassero a ricostruire almeno in parte il suo passato.

Secondo la Corte europea, l’Italia dovrebbe fare alcune concessioni sul fronte dei diritti dei figli riconoscendo per lo meno, come fanno altri Paesi, il diritto alla «reversibilità» dell’anonimato della madre qualora questa, in tempi i successivi e su specifica richiesta del figlio, si dichiari d’accordo a svelare il suo nome. La sentenza, raccontata ieri da Avvenire , non è che uno dei temi sempre più urgenti sulle adozioni. Il contesto è cambiato: Facebook e i social media permettono di colmare rapidamente le distanze con presunti parenti biologici.

Prima di arrivare a tanto, quali misure è giusto prendere?
E poi c’è tutto un nuovo mondo, caratterizzato dalle coppie omosessuali, dalle coppie di fatto e dai single, che legittimamente ambisce a completare il suo nucleo familiare con uno o più figli. Ancora, ci sono i bambini concepiti in provetta nelle coppie gay: oltre al genitore biologico, quale ruolo ha l’altro partner? In Europa e nel resto del mondo molte risposte sono già state date: le persone sole possono diventare genitori in Inghilterra, in Spagna, negli Stati Uniti, in Francia, in Germania (l’elenco completo è nel grafico); stesso discorso per le coppie gay, con piccole varianti. E l’Italia?

CONOSCERE LE PROPRIE RADICI
Nel nostro Paese l’anno scorso sono state concluse positivamente 4.022 adozioni internazionali. Quelle nazionali sono state 1.131 nel 2007 (ultimo dato Istat disponibile), anche se vale come riferimento il numero stimato dal ministero della Giustizia per il 2010, quando sono stati dichiarati adottabili 1.177 minori, pronunciati 776 affidamenti preadottivi e 932 adozioni «legittimanti» (cioè concesse alle coppie sposate; i single rappresentano l’eccezione tutelata dall’articolo 44 della Legge 184 del 1983). Quanti di loro chiederanno di entrare in contatto con il padre o la madre naturali?


«I figli adottivi sentono il bisogno di ricostruire tutti i tasselli della loro storia, soprattutto in adolescenza. La reversibilità dell’anonimato mi pare possa tutelare tutti. Anche se va detto che non è assolutamente la maggioranza dei ragazzi adottati a chiedere di mettersi in contatto con la famiglia naturale. E anche chi lo fa, non intende “cambiare” genitori, ma è spinto da una necessità di chiarezza. Vuole capire che cos’è successo e perché si è arrivai all’adozione», spiega Anna Olivero Ferraris, docente di psicologia dell’età evolutiva alla Sapienza di Roma, che del tema si è occupata nel libro Il cammino dell’adozione . Ma l’idea di mettere in dubbio, anche solo in parte, l’assoluta garanzia dell’anonimato delle madri spaventa invece, e molto, l’Associazione famiglie affidatarie e adottive.

«La ricerca del proprio passato quando diventa esasperata nasce spesso da un “non detto” o da un bugia. Ma si tratta di una mentalità superata. Fermo restando che in Italia, a meno che la partoriente non abbia appunto richiesto l’anonimato, dopo i 25 anni, passando per i tribunali per i minorenni i figli adottivi possono conoscere i genitori biologici».
Non la pensa così un’altra associazione di riferimento, «Genitori si diventa». La presidente, Anna Guerrieri, dice:

I SINGLE E LE COPPIE GAY
Di fatto chi non è sposato è tagliato fuori dalle adozioni «legittimanti». E quando anche viene concessa, l’adozione non crea lo status di figlio legittimo. «E qui la norma andrebbe riveduta», interviene Grazia Cesaro, presidente della Camera minorile di Milano. Per intenderci: «Le differenze tra le due tipologie sono varie: gli effetti non sono parificati, restano gli obblighi verso la famiglia di origine, permane anche la revocabilità». Mario Zevola, presidente del tribunale per i minorenni di Milano, all’inizio del 2012 lanciava l’allarme sulla diminuzione delle richieste di adozioni, nazionali e internazionali, nel bacino del capoluogo lombardo (cui fanno capo anche Sondrio, Lecco, Pavia, Monza e Brianza): sono passate dalle 2.226 del 2007 alle 1.993 del 2010. Grazia Cesaro spiega il fenomeno in questo modo:
«La crisi ha certamente portato a una diminuzione della disponibilità da parte delle coppie, ma è anche vero che è aumentata la possibilità di avere un figlio con le tecniche di procreazione assistita».
Non sono pochi gli omosessuali che se ne servono. E si pone il problema, «prioritario» per l’ex presidente di Arcigay ora alla guida di Equality, di permettere «l’adottabilità dell’altro partner del figlio biologico di uno dei due: ormai sono centomila i bambini di genitori omosessuali, in gran parte nati da precedenti matrimoni, ma molti concepiti con fecondazione assistita all’estero». Una convenzione del Consiglio d’Europa del 2008 prevede la possibilità di estendere l’adozione ai conviventi e lascia evidentemente questa libertà anche alle coppie omosessuali. In Italia non è stata ratificata. «Se è per questo non siamo mai riusciti a discutere le nostre proposte di legge sui matrimoni gay e sull’omogenitoria lità», puntualizza la deputata Pd Anna Paola Concia.
È giusto? È sbagliato?
Una settimana fa Federico Milazzo, consigliere dell’Anfaa, adottato quando aveva sei anni, ha scritto a La Stampa una lettera in cui diceva:
«Non esiste un diritto all’adozione per gli adulti (per nessun adulto), sono viceversa i bambini ad avere “diritto” a una “famiglia”».
Lui intende la famiglia tradizionale-eterosessuale. Però oggi non esiste più solo quella.