sabato 29 settembre 2012

Ecco la valigetta di Borsellino La conserva il maggiore Canale

Corriere della sera

Conteneva la famosa agenda rossa del magistrato, ma all'interno non c'è

La valigetta di Borsellino nella foto Luigi SarulloLa valigetta di Borsellino nella foto Luigi Sarullo

PALERMO - L'agenda rossa dentro non c'è. Ma c'è la borsa del giudice Paolo Borsellino, la borsa di cuoio al centro di una enigmatica spy story perché compare, sparisce e ricompare vuota sul teatro della strage di via D'Amelio. Eccola vent'anni dopo in una teca, custodita dal collaboratore più fidato di Borsellino, l'allora maresciallo Carmelo Canale, oggi maggiore, ufficiale chiave alla Legione dei carabinieri di Palermo, dopo dieci anni di sospetti e processi, pronto a mostrarla sforacchiata com'è dall'effetto bomba.


 Ecco la valigetta di Borsellino Ecco la valigetta di Borsellino Ecco la valigetta di Borsellino Ecco la valigetta di Borsellino Ecco la valigetta di Borsellino

Qualcuno sarà incuriosito da questo scoop oggi in edicola con «S» il magazine del gruppo «I love Sicilia» anche perché pochi avrebbero immaginato che a conservare il prezioso cimelio fosse l'ufficiale incriminato dalla Procura di Palermo e poi sempre assolto, nonostante venti pentiti abbiano tentato di trasformare Canale in un'ombra inquietante del giudice ucciso meno di due mesi dopo il massacro di Giovanni Falcone. «Me la diede la signora Agnese Borsellino...», rivela Canale mentre il fotoreporter Luigi Sarullo inquadra il fronte della borsa devastato dall'esplosione, al contrario della parte posteriore e dell'interno, perfettamente intatti. E questo significa che doveva essere integra l'agenda rossa contenuta in uno degli scomparti con gli appunti di Paolo Borsellino.

«Dissi subito che nell'agenda c'erano i numeri di telefono delle persone contattate, che le ragioni della strage andavano cercate nel filone mafia appalti, parlai dell'importanza dell'agenda rossa, ma si cominciò a indagare su tutto questo troppo tempo dopo», rivela Canale allo scrittore Aldo Sarullo che ne raccolse il primo disappunto. «Aveva chiesto di essere interrogato su Capaci, sulle notizie che lui aveva in relazione agli appalti, ma i magistrati di Caltanissetta non lo convocarono mai, come si lamentò...».

Il j'accuse di Canale è una ragione in più per riaccendere i riflettori su questa introvabile agenda e sui sospetti rovesciati contro il capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, inquisito e prosciolto dopo che erano state trovate delle foto in cui figurava a due passi dall'auto di Borsellino mentre si allontana dalla scena del delitto con la borsa in mano.

Nessuno ha mai spiegato come quella stessa borsa sia ricomparsa vuota, repertata dall'allora capo della Mobile Arnaldo La Barbera, consegnata agli uffici giudiziari e, dopo qualche tempo, restituita alla signora Borsellino e ai suoi figli, compreso Manfredi, oggi funzionario di polizia.


Felice Cavallaro
29 settembre 2012 | 9:01

Un agente francese dietro la morte di Gheddafi

Corriere della sera

Il merito della cattura del rais sarebbe stato dei servizi di Parigi. Il Colonnello «venduto» all'Occidente da Assad

Dal nostro inviato  LORENZO CREMONESI


TRIPOLI - Sarebbe stato un «agente straniero», e non le brigate rivoluzionarie libiche, a sparare il colpo di pistola alla testa che avrebbe ucciso Moammar Gheddafi il 20 ottobre dell’anno scorso alla periferia di Sirte. Non è la prima volta che in Libia viene messa in dubbio la versione ufficiale e più diffusa sulla fine del Colonnello. Ma ora è lo stesso Mahmoud Jibril, ex premier del governo transitorio e al momento in lizza per la guida del Paese dopo le elezioni parlamentari del 7 luglio, a rilanciare la versione del complotto ordito da un servizio segreto estero. «Fu un agente straniero mischiato alle brigate rivoluzionarie a uccidere Gheddafi», ha dichiarato due giorni fa durante un’intervista con l’emittente egiziana «Sogno Tv» al Cairo, dove si trova per partecipare ad un dibattito sulle Primavere arabe.

PISTA FRANCESE - Tra gli ambienti diplomatici occidentali nella capitale libica il commento ufficioso più diffuso è che, se davvero ci fu la mano di un sicario al servizio degli 007 stranieri, questa «quasi certamente era francese». Il ragionamento è noto. Fin dall’inizio del sostegno Nato alla rivoluzione, fortemente voluto dal governo di Nicolas Sarkozy, Gheddafi minacciò apertamente di rivelare i dettagli dei suoi rapporti con l’ex presidente francese, compresi i milioni di dollari versati per finanziare la sua candidatura e la campagna alle elezioni del 2007. «Sarkozy aveva tutti i motivi per cercare di far tacere il Colonnello e il più rapidamente possibile», ci hanno ripetuto ieri fonti diplomatiche europee a Tripoli.

RIVELAZIONI - Questa tesi è rafforzata dalle rivelazioni raccolte dal «Corriere» tre giorni fa a Bengasi. Qui Rami El Obeidi, ex responsabile per i rapporti con le agenzie di informazioni straniere per conto del Consiglio Nazionale Transitorio (l’ex organismo di autogoverno dei rivoluzionari libici) sino alle metà del 2011, ci ha raccontato le sue conoscenze sulle modalità che permisero alla Nato di individuare il luogo dove si era nascosto il Colonnello dopo la liberazione di Tripoli per mano dei rivoluzionari tra il 20 e 23 agosto 2011. «Allora si riteneva che Gheddafi fosse fuggito nel deserto e verso il confine meridionale della Libia assieme ad un manipolo di seguaci con l’intenzione di riorganizzare la resistenza», spiega El Obeidi. La notizia era ripetuta di continuo dagli stessi rivoluzionari, che avevano intensificato gli attacchi sulla regione a sud di Bani Walid e verso le oasi meridionali.

In realtà Gheddafi aveva trovato rifugio nella città lealista di Sirte. Aggiunge El Obeidi: «Qui il rais cercò di comunicare tramite il suo satellitare Iridium con una serie di fedelissimi fuggiti in Siria sotto la protezione di Bashar Assad. Tra loro c’era anche il suo delfino per la propaganda televisiva, Yusuf Shakir (oggi sarebbe sano e salvo in incognito a Praga). E fu proprio il presidente siriano a passare il numero del satellitare di Gheddafi agli 007 francesi. In cambio Assad avrebbe ottenuto da Parigi la promessa di limitare le pressioni internazionali sulla Siria per cessare la repressione contro la popolazione in rivolta». Localizzare l’Iridium del dittatore con i gps sarebbe poi stato un gioco da ragazzi per gli esperti della Nato. Se fosse confermato, fu quello il primo passo che portò alla tragica fine di Gheddafi poche settimane dopo.


29 settembre 2012 | 14:21

Abruzzo, i cittadini di Opi «abusivi» a casa loro

Corriere della sera

Il territorio apparteneva ai Borboni e poi allo Stato. Fino a 200 euro al metro quadro per riscattare le abitazioni

Il borgo di Opi, che si trova nel cuore del Parco nazionale d’AbruzzoIl borgo di Opi, che si trova nel cuore del Parco nazionale d’Abruzzo

OPI (L’AQUILA) – Svegliarsi e scoprirsi occupanti abusivi della propria casa. Per gli abitanti di Opi, paese dell’Aquilano situato al centro del Parco nazionale d’Abruzzo, l’incubo che agitava i sonni degli avi è diventato realtà. La verifica demaniale, avviata dal Comune in ossequio a una legge regionale del 1988 e conclusasi solo di recente, ha accertato che quasi l’intero territorio di Opi apparteneva ai Borboni ed è passato successivamente nella proprietà dello Stato. È scritto nel catasto onciario di Napoli, risalente al Settecento. I proprietari di appartamenti e terreni dovranno ora pagare un obolo all’amministrazione comunale per legittimare un diritto , tramandato di generazione in generazione, che pensavano fosse acquisito.

SANATORIA - C’è chi pensa che il Comune di Opi colga questa occasione per fare cassa, dato che il conto chiesto ai discendenti dei Borboni, dopo oltre due secoli, non è di scarsa entità. Il prezzo da pagare una tantum per «riscattare» un’abitazione costruita su area demaniale, infatti, può aggirarsi anche sui 200 euro al metro quadrato. I cittadini non ci stanno e hanno costituito un comitato che rivendica da mesi una sanatoria contro quella che chiamano «rivalsa ai prezzi di mercato» sui terreni. «Nella maggior parte dei casi – afferma Alberto D’Orazio, coordinatore del comitato dei cittadini, i quali hanno deciso di rivolgersi a uno studio legale – si tratta di persone che hanno acquisito il diritto di proprietà tramite regolari atti di successione e che ora, per motivi di lavoro, risiedono altrove.

ABUSIVI - Il legame con le proprie radici li ha spinti ad investire nella ristrutturazione di immobili che hanno due secoli di storia. Interventi che sono stati regolarmente autorizzati, nel tempo, dallo stesso Comune. Su questi immobili, inoltre, hanno pagato con regolarità le imposte. Dopodiché, si scopre che sono occupatori abusivi. Una cosa ridicola visto che quelle aree sono edificate da duecento anni e hanno quindi perduto da tempo immemorabile le caratteristiche di demanialità».

METTERSI IN REGOLA - Il sindaco, Berardino Antonio Paglia, rigetta le contestazioni, sottolinea di portare avanti l’operazione perché la legge glielo impone e fa sapere di essere lui stesso in attesa della legittimazione dei suoi diritti di proprietà. «La verifica è partita nel 2001 quando il sottoscritto non era stato ancora eletto – spiega –, ed è sfociata nella richiesta di legittimazione dei terreni tramite l’iter del cambio di destinazione d’uso (procedura contestata dal comitato, che chiede invece la cosiddetta sclassificazione dei cespiti, ndr). È la legge che lo prescrive e la demanialità, si sa, non può essere oggetto di usucapione. In ogni caso abbiamo previsto abbattimenti dell’importo dovuto da un minimo del 40 a un massimo del 90 per cento e il pagamento può avvenire anche ratealmente».

IL DEMANIO - Il caso di Opi appare paradossale ma non è raro in una regione, come l’Abruzzo, in cui il demanio si estende su porzioni vaste di territorio. Un fenomeno che interessa soprattutto le zone montane. Gli abitanti di Rocca Santa Maria, comune situato in provincia di Teramo, dopo oltre duecento anni di silenzio pressoché ininterrotto da parte delle autorità, hanno scoperto che potrebbero essere definiti occupanti abusivi di quelle che considerano le proprie case e le proprie terre. La comunicazione è giunta nel corso di un’infuocata assemblea pubblica al termine della quale si è sfiorata persino la rissa. Ora il Comune ha chiesto alla Regione Abruzzo di sospendere la pubblicazione della verifica in attesa di ulteriori riscontri. Federico Roggero, docente di storia del diritto medioevale e moderno e consulente del Comune e dell’amministrazione separata di Rocca Santa Maria, invita tutti gli interessati a un atteggiamento più sereno: «La verifica attiene aspetti tecnici – dice - e va risolta nell’ambito di un approfondimento storico e giuridico e non in una dialettica politica».


Nicola Catenaro
28 settembre 2012 (modifica il 29 settembre 2012)

Suicidio in diretta tv. Le scuse della Fox

Corriere della sera

Le telecamere riprendono un inseguimento della polizia a Phoenix, in Arizona, che finisce in modo drammatico



Il giornalista di Fox News Shepard Smith Il giornalista di Fox News Shepard Smith

L'emittente americana Fox News si è scusata per aver mostrato venerdì in diretta il suicidio di uomo. Le sue telecamere hanno infatti ripreso un inseguimento della polizia a Phoenix, in Arizona, conclusosi in modo drammatico e inaspettato. L'automobilista si è fermato, è sceso dalla macchina e si è sparato un colpo alla testa.

INSEGUIMENTO- «Esci, esci, esci», esorta il giornalista in studio, Shepard Smith, rivolgendosi alla regia. La diretta s’interrompe e parte la pubblicità. Era appena andato in onda un suicidio. La tv stava infatti trasmettendo col suo elicottero l’inseguimento di un uomo armato e sospettato di aver rubato poco prima una macchina davanti a un ristorante a Phoenix. Una caccia andata avanti per 90 minuti, dapprima sulle strade della metropoli e poi sulla interstate Highway 10 attraverso il deserto. A circa 100 chilometri dal confine con la California il fuggitivo ferma la macchina, scende e si uccide.

Cattura
PASTICCIO - Dopo il rientro in studio Smith si è scusato con i telespettatori per non aver tagliato la scena: «Abbiamo veramente fatto un pasticcio e ce ne scusiamo. Questo non appartiene alla televisione». «Noi vediamo molte cose che non trasmettiamo perchè non appropriato», aggiunge il giornalista, riferendosi al fatto che negli studi le immagini scorrono cinque secondi prima di andare in onda così da poter evitare la trasmissione di «cose terribili». Infine sottolinea: «Non succederà più sotto la mia supervisione». La tv ha confermato in seguito la morte dell'uomo sulla sua pagina internet. Al momento non è chiara la sua identità.

«LE TV GODONO» - Ciononostante, la terribile sequenza tratta dal programma Studio B with Shepard Smith è subito stata caricata in Rete. Moltissimi i commenti. «La sola ragione per la quale si trasmettono gli inseguimenti è la speranza di vedere un incidente», affermano alcuni utenti dai social network. Un altro su Twitter scrive: «Non posso crederci, ho appena seguito in diretta per un'ora un inseguimento e poi all'improvviso l'ho visto spararsi alla testa». Numerose le critiche anche da parte degli analisti della tv. «Non c'è scusa che tenga per quanto accaduto - ha detto Al Tompkins, del Poynter Institute della Florida - qualsiasi sia la ragione locale per seguire l'evento, questa non è valida per il pubblico nazionale. Ogni volta le emittenti televisive si scusano, ma nel frattempo godono di un temporaneo aumento di audience».

Elmar Burchia
29 settembre 2012 | 10:45

Iphone 5, tutti in coda e follie: fatevi furbi, comprate il 4

Libero

Corsa all'acquisto dell'ultimo gioiellino Apple: la versione top costa quasi 1.000 euro. E intanto i modelli precedenti, molto simili, vanno in saldo

Effetto crisi in Italia: la "notte bianca" per l'iPhone5 è stata un successo ma non clamoroso. Si parte da 729 euro: troppo?

di Attilio Barbieri



Cattura
Code. Lunghe ma non interminabili come accadeva fino a un paio d’anni fa. Il battesimo del fuoco in Italia dell’iPhone 5, l’ultimo nato in casa Apple, si è svolto come da copione. Conclusa la notte bianca organizzata dagli   operatori Tim, Vodafone e Tre in molte città italiane, come accadde  con il lancio dei modelli precedenti, anche   ieri mattina, all’apertura degli Apple store, si sono viste file di   «melafanatics», pronti  a tutto pur di  arrivare alla  cassa prima che finissero gli scatoloni. Rischio scongiurato.

L’iPhone 5 ha nuovo processore A6, più efficace quando si   naviga in rete grazie al supporto alle reti Lte, ha una fotocamera   migliore e uno schermo più grande e luminoso rispetto al modello che lo ha preceduto, il «4S». È anche più sottile, 7,6   millimetri rispetto ai precedenti  9,3 e pesa appena 114   grammi.  Impugnato sembra quasi vuoto. Il retro non è più interamente   in vetro, ma alterna vetro ad alluminio. È però l’iPhone più   costoso di sempre. I prezzi al pubblico, rilasciati ieri dopo mesi di attesa e infinite illazioni (nello stile della casa di Cupertino che fa del mistero un potente strumento di marketing) sono in linea con le previsioni del mercato:

729 euro per il modello da 16   Gigabyte, 839 euro per quello da 32 Gb e ben  949 per quello da 64 Giga. Costi giustificati, secondo gli iPhone-entusiasti dalle prestazioni del dispositivo,  uno smartphone più veloce, in grado di eseguire con fluidità anche i programmi e le applicazioni  piu pesanti. Con un display dotato di una tecnologia ad altissima risoluzione, più grande e brillante di qualunque supertelefonino mai commercializzato finora. Senza dimenticare il sistema operativo, lo «Ios 6», che dovrebbe assicurare prestazioni  migliori e, al suo esordio in Italia, l’assistente vocale Siri.

Grandissima delusione, invece, nelle file dei melafanatics, per  l'applicazione delle mappe dopo il divorzio dal sistema Google Maps. A  Cupertino, però, assicurano che il malfunzionamento sarà risolto presto e il loro sistema diverrà il  punto di riferimento del mercato. In attesa di capire se la profezia si avvererà (basta solo un po’ di pazienza) c’è già chi si domanda se non convenga acquistare, magari in abbonamento, il modello precedente, l’iPhone 4S che sarà più pesante, sarà anche meno veloce e non avrà una risoluzione stratosferica, ma rimane comunque un dispositivo di livello molto alto.

A comperarlo così, senza Sim, lo si paga 629 euro (prezzo ufficiale). Ma è l’acquisto con un abbonamento fra i tanti offerti dai carrier di telefonia mobile, che lo rende più attraente. Gli sconti sono appena partiti o partiranno fra oggi e lunedì. Il canone mensile per l’iPhone 5 va dai 34 euro della Tre ai 54 di Vodafone che offre però un numero illimitato di chiamate ed Sms. Per gli abbonamenti sul «4S» gli sconti sono interessanti: la Tre lo offre ad esempio a 29 euro al mese, con un vincolo di 30 mesi di durata.

Il modello precedente, l’iPhone 4, addirittura a 20 euro. Naturalmente il costo dello smartphone è già incluso. Dunque, chi si dovesse accontentare dei modelli precedenti potrebbe risparmiare dai 150 ai 420 euro. Per la durata dell’intero contratto: due anni e mezzo. Quanti dovessero accontentarsi di passare dal 4 al 4S avrebbero poi un ulteriore risparmio: gli accessori rimangono gli stessi. Con l’iPhone 5 no: i connettori hanno un attacco diverso. Ai «melafanatici» l’ardua scelta. Anche se ben difficilmente chi fa del proprio smartphone un oggetto di tendenza, si accontenterà delle versioni datate.

Libero scrive quanto incassa Fini e lui ci querela

Libero

Il leader Fli, il politico più pagato d'Italia, ci chiede 500mila euro per averne "violato la privacy"
di Franco Bechis


Cattura
Gianfranco Fini ci ha citato in tribunale per avere rivelato l’entità del suo stipendio da presidente della Camera. Il 12 agosto scorso abbiamo pubblicato il suo netto mensile - ridotto in conseguenza dei tagli degli ultimi anni - che ammonta a 15.114 euro netti, superando di poco nella classifica della politica quelli di Roberto Formigoni, governatore della Lombardia e quello di Nichi Vendola, governatore della Puglia. Ripubblicandolo per dovere di cronaca ci prenderemo naturalmente un’altra causa dal presidente di Montecitorio.

Non cambia molto: ha appena fatto arrivare a Libero una citazione danni che parte da una base minima di 500 mila euro rivolta a 11 giornalisti, in testa il direttore Maurizio Belpietro (gli vengono contestati sette commenti, siccome a me ne vengono contestati cinque con questo che sto scrivendo quasi quasi lo raggiungo). Quella cifra sui conti di Libero sarebbe una mazzata, per Fini si capisce è poca cosa: meno di tre anni di stipendio netto. Manco l’intera prossima legislatura, che rischia di non fare perché il suo partitino nei sondaggi rischia - e di molto - di non raggiungere il quorum necessario. Nella sua supercausa che materialmente è scritta dal legale di fiducia di Fini e della sua compagna Elisabetta Tulliani, l’avvocato Giuseppe Consolo, c’è un po’ di tutto. Reagisce così a Libero che quest’estate l’ha pizzicato con la scorta che - per soli 80 mila euro spesi dal contribuente - aveva requisito un resort da luglio a settembre per proteggerlo caso mai facesse una scampagnata da quelle parti.


Le accuse di Libero
L'Italia tira la cinghia, Gianfranco no: è uno scandalo vivente

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Politici paperoni
"15mila euro al mese": ecco l'articolo che fa infuriare Gianfry

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E parlano di facce nuove
Fini e Casini si sono intascati  8 milioni di euro in trent'anni

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Il giorno del corvo, alla sbarra il maggiordomo del Papa

La Stampa

vatican

Paolo Gabriele è accusato di furto aggravato Rischia fino a quattro anni di carcere


GIACOMO GALEAZZI
CITTÀ DEL VATICANO



Cattura

Nel giorno in cui la Chiesa celebra la festa dell’arcangelo vendicatore San Gabriele (protettore di chi porta notizie), si apre il processo all’ex maggiordomo di Benedetto XVI. Il «corvo» rischia una pena fino a quattro anni di carcere: un massimo di tre per il furto dei documenti e uno in più per l’aggravante di aver rubato in casa di chi si fidava di lui. Paolo Gabriele, che intanto si dedica alla pittura e viene descritto dagli amici come «pentito e preoccupato per i suoi tre figli», stamattina alle 9.30 comparirà nella piccola aula da trenta posti del Tribunale vaticano per l’inizio del processo a suo carico, insieme con Claudio Sciarpelletti, tecnico informatico della Segreteria di Stato, imputato di favoreggiamento, che sua volta, rischia fino a un anno di detenzione. Agli arresti domiciliari in Vaticano,

Gabriele appare un uomo prostrato psicologicamente, provato per la crescente consapevolezza, ora che si spalanca la porta del tribunale vaticano, di aver coinvolto la famiglia nelle conseguenze delle sue azioni. Il momento in casa Gabriele, è quanto mai difficile. A pesare è soprattutto la messa agli atti del rinvenimento dell’assegno da 100mila euro intestato al Pontefice, della pepita d’oro e di una preziosa edizione dell’Eneide del 1581. La profonda fede che lo anima aiuta «Paoletto» a sperare in un provvedimento di clemenza: voleva portare a conoscenza dell’opinione pubblica il volto oscuro del Vaticano perciò nega che il movente sia stata l’avidità. Si sentiva il difensore del Papa «sotto attacco» in Curia e fuori. A fare la differenza sarà la ricerca della prova, che in Italia col nuovo Codice avviene attraverso il contraddittorio tra le parti, mentre in Vaticano si basa sull’istruttoria formale guidata dal giudice.

Nel processo, dunque, non sarà necessario ripetere in aula tutte le testimonianze raccolte durante l’istruttoria formale condotta dal giudice Bonnet, come i testimoni indicati nelle carte del rinvio a giudizio con le lettere dell’alfabeto. Lo si farà solo se ce ne sarà richiesta delle parti. Stamattina il tribunale avvierà il dibattimento che si svolgerà con la relazione del giudice. Poi le parti avranno la possibilità di svolgere tutte le loro attività difensive, quindi si passerà alla requisitoria del pm e alle arringhe difensive. Infine il tribunale si ritirerà in camera di consiglio ed emetterà la sentenza. A presiedere la Corte sarà Giuseppe Dalla Torre, presidente del tribunale vaticano, giudici a latere Paolo Papanti Pelletier e Venerando Marano. L’accusa sarà rappresentata da Nicola Picardi. Gabriele sarà difeso dall’avvocato Cristiana Arru, Sciarpelletti da Gianluca Benedetti. Il processo è pubblico, ma gli ingressi saranno ristretti.

Vi assisterà un pool di otto giornalisti, su circa 70 che ne hanno fatto richiesta. Assolutamente vietate riprese tv, foto e registrazioni audio, mentre immagini di inizio udienza saranno fornite dal Ctv e dall’Osservatore Romano. Impossibile prevedere ora una durata del processo: non è stato ancora fissato un calendario delle udienze. La confessione già resa da Gabriele sull’appropriazione dei documenti del Papa, poi finiti sulle pagine di libri e giornali, non costituisce «prova regina», ma dovrà essere confortata dall’accertamento dei fatti. Ampi i poteri del tribunale, che può anche disporre nuovi atti istruttori, o anche inviare atti al pm se emergessero ipotesi di reato a carico di altre persone. Di sua iniziativa non può richiedere la relazione trasmessa al Pontefice dalla Commissione cardinalizia su Vatileaks, a meno che non sia lo stesso Papa a volerla far avere ai giudici. Anche in caso di condanna, resta la possibilità della grazia.

Un secolo fa l’ergastolo al cameriere infedele

La Stampa

Rudolph Gerlach, un giovane e aitante monsignore di origini bavaresi: una spia anti italiana al fianco di Benedetto XV


Andrea Tornielli Città del Vaticano


Cattura
Un «cameriere segreto» con la passione dell’intelligence, ben introdotto nell’appartamento pontificio. Un Papa di nome Benedetto, un alto funzionario discreto e affidabile di nome Monti che ha giocato un ruolo chiave per aiutare il Vaticano in un momento difficile… Si apre Oltretevere il processo all’aiutante di camera Paolo Gabriele, reo confesso per aver sottratto e divulgato documenti riservati provenienti dalla scrivania papale, ma la spy story che raccontiamo si è svolta quasi cent’anni fa: il Papa era Benedetto XV, al secolo Giacomo Della Chiesa, il cameriere segreto un giovane e aitante monsignore di origini bavaresi, Rudolph Gerlach. E Monti – Carlo – era il direttore dell’ufficio per gli Affari del Culto nonché ambasciatore ufficioso del governo italiano presso il Vaticano.

Della Chiesa, genovese, arcivescovo di Bologna dopo una lunga carriera in Segreteria di Stato, aveva conosciuto l’intraprendente Rudolph all’Accademia dei Nobili ecclesiastici, e l’aveva preso a benvolere. Gerlach, arrivato al sacerdozio dopo aver tentato invano la carriera di ufficiale nell’esercito tedesco, era stato nominato cameriere segreto dal nuovo Papa Benedetto XV nel 1914 e frequentava assiduamente da allora l’appartamento pontificio.

Il controspionaggio italiano lo riterrà coinvolto nelle azioni di sabotaggio che portarono all’affondamento di due navi da guerra della nostra Marina, la «Benedetto Brin», fatta esplodere nel porto di Brindisi il 27 settembre 1915, e la corazzata «Leonardo da Vinci», distrutta a Taranto il 2 agosto dell’anno successivo. L’accusa sostenne che monsignor Gerlach era in contatto con l’Evidenzbureau, il Servizio informazioni austroungarico, e che usava le notizie apprese in Vaticano per aiutare i nemici dell’Italia, favorendo anche il finanziamento dei nostri giornali «disfattisti». Il Tribunale militare lo giudicherà in contumacia condannandolo all’ergastolo.

La vicenda, ricostruita da Annibale Paloscia nel libro «Benedetto fra le spie» (Editori Riuniti 2007), si concluse con la fuga di Gerlach, favorita dal Vaticano e agevolata dal barone Monti. Quest’ultimo fornì al cameriere il passaporto per fuggire in Svizzera, facendolo scortare fino al confine da un funzionario della Questura. Il Papa non credette mai alla colpevolezza del collaboratore, anche non contribuì certo a rendere credibile la sua estraneità ai fatti l’accoglienza tributata a Gerlach dal Kaiser Guglielmo II a Berlino e dall’imperatore Carlo I a Vienna: furono prodighi con lui di onorificenze e medaglie, esibite con orgoglio dal monsignore. Gli 007 italiani in Svizzera segnalarono che l’ex cameriere pontificio conduceva a Davos «vita di secolare convivenza» con una contessa.

Qualche anno dopo Gerlach chiese di abbandonare l’abito talare, impegnandosi a restituire alcuni documenti vaticani che aveva portato con sé, e venne accontentato. Morirà in Gran Bretagna, nel 1945, dove viveva sotto falso nome collaborando con i servizi segreti di Sua Maestà.

Vatileaks, ecco come funziona il “santo” processo

La Stampa

vatican

A due giorni dal dibattimento che vede coinvolto l’ex-maggiordomo del Papa, un briefing di tecnici spiega il sistema penale vaticano

Alessandro Speciale
Città del Vaticano


Cattura
Si apre sabato prossimo il processo all’ex-assistente di camera di papa Benedetto XVI. Un caso senza precedenti ma che grazie alla natura particolarmente ‘mite’ del codice penale in vigore nello Stato Città del Vaticano – ricalcato su quello, di impostazione liberale, in vigore in Italia nel 1913 e precedente al famigerato “Codice Rocco” voluto dal regime fascista – Paolo Gabriele rischia una pena piuttosto mite. “Da 6 mesi a tre anni” ma “con le aggravanti la pena può arrivare a 4 anni”, ha spiegato oggi il professor Giovanni Giacobbe, promotore di giustizia – ovvero pubblico ministero – della Corte d'appello vaticana, il secondo dei tre gradi di giudizio dello Stato più piccolo del mondo. Giacobbe ha tenuto oggi un briefing con i giornalisti per spiegare come funziona un processo in Vaticano.

La principale differenza rispetto al sistema oggi vigente in Italia consiste nel fatto che sarà il giudice – in questo caso il collegio di tre giudici guidato dal presidente Giuseppe Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto, rettore dell’università Lumsa – e non accusa e difesa a guidare il dibattimento. Sarà lui quindi a interrogare gli imputati (accanto a Gabriele il tecnico informatico della Segreteria di Stato Claudio Sciarpelletti, accusato di favoreggiamento, reato che comporta la pena massima di un anno) su richiesta delle parti. Allo stesso modo, il sistema penale vaticano non ha l’impostazione anglosassone che vede nascere le prove solamente all’interno del dibattimento processuale, grazie alla ‘cross examination’ degli imputati e dei testi.

Invece, il processo che si apre sabato nel piccolo tribunale di Città del Vaticano potrà acquisire tout court tutti gli atti della istruttoria formale degli scorsi mesi, comprese le testimonianze raccolte. Solo se lo richiederanno le parti, e se i giudici lo riterranno necessario, sarà possibile riascoltare i testimoni o chiamarne di nuovi. Durante il briefing, il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ha comunque confermato che il papa potrebbe concedere la “grazia” in qualunque momento del processo.

Ma, ha sottolineato Giacobbe, “una volta iniziato il processo, il Santo Padre dovrebbe attendere la fine del processo, sebbene non sia vincolato in questo senso”. Inoltre, la confessione di colpevolezza da parte dell’ex-assistente di camera da sola non basterà a portare alla sua condanna nel processo vaticano che si apre sabato. ''La confessione accompagnata da circostanze che la convalidano come e' avvenuto in questo caso - ha detto Giacobbe - rende piu' facile il compito dell'accusa, tuttavia in generale la confessione da sola non basta per una sentenza di condanna”. In questo caso, infatti, “la sentenza potrebbe facilmente essere impugnata dalla difesa perché non suffragata da elementi probatori''.

Non si sa, inoltre, se il tribunale possa eventualmente chiedere di acquisire il documento della Commissione di cardinali fornito al Papa nelle scorse settimane – anche se potrebbe accoglierli senza problema qualora fosse il papa stesso a voler fornire questa ulteriore documentazione. Quanto all’utilizzo dei documenti riservati, compiuto in Italia dal giornalista Gianluigi Nuzzi, non è perseguibile da parte della giustizia vaticana.

Buongiorno al TechCrunch Italy: “Social network: un’occasione persa”

La Stampa

Il fondatore Mauro del Rio, a Roma: «Potevano essere una rivoluzione, invece sono solo delle aziende molto profittevoli»

federico guerrini
roma


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La prima edizione di TechCrunch Italy , tenutasi ieri a Roma è stata l’occasione per incontrare non soltanto molti interessanti startuppari, ma anche diversi imprenditori che hanno lasciato il segno nel Web italico e internazionale. Uno di essi è Mauro del Rio, fondatore e amministratore di Buongiorno, una delle società italiane di maggiore successo nel settore delle app legate all ’intrattenimento (musica, gaming) e dei sistemi di pagamento elettronico, tanto da venire acquisita, un paio di mesi fa dal colosso giapponese NTT DoCoMo. Lo abbiamo intervistato per avere il punto di vista di un veterano sui mutamenti in corso nel sistema dell’innovazione italiano, sul futuro delle applicazioni in mobilità e sulle ultime evoluzioni del Web generale.

Lei che è stato uno dei pionieri del web italiano, e ne ha seguita tutta l’evoluzione, se dovesse lanciare oggi una startup, su quale settore punterebbe? Penso che proverei a digitalizzare un’industria tradizionale. Il Web può avere un impatto fortissimo su tutte le industrie, sia digitali che non, ma provare a fare qualcosa di puramente digitale in Italia ha poco senso: non ci sono ragioni particolari per vararne una qui e ci sono invece molte ragioni che lo sconsigliano, in primis un ecosistema meno forte che altrove. Creare invece un’azienda di moda legata al digitale o una di servizi finanziari digitali per l’Italia credo che offrirebbe molte possibilità di business.

Oltre all’ecosistema meno forte, cui accennava, quali sono secondo lei i principali ostacoli che frenano lo sviluppo del settore in Italia? Vedo due fattori: il problema più generale è la differenza culturale verso l’imprenditoria, anche se un evento come questo è tla estimonianza che le cose stanno un po’ cambiando; resta il fatto però che di solito non è certo la prima cosa che le madri italiane si augurano, che il figlio faccia il tecno imprendtore. Per cambiare questo atteggiamento ci vuole molto tempo. Un altro elemento è che in Italia non ci sono exit: la Borsa italiana funziona pochissimo per questo tipo di operazioni. È vero che nel Paese stanno crescendo i gruppi di venture capital quelli che vogliono investire, però anche a loro manca uno sbocco finale. 

Venendo a Buongiorno, è cambiato qualcosa, nella vostra cultura aziendale, dopo l’acquisizione da parte del colosso giapponese? Che riflessi ha dal punto di vista operativo un’operazione di questo genere? Come accennavo prima, i processi culturali richiedono tempi lunghi, i primi cambiamenti operativi stanno avvenendo ora, poi quelli culturali seguiranno. La cosa principale che notiamo fin d’ora, è che possiamo permetterci molto più di prima di ragionare secondo una logica di lungo periodo; non abbiamo il problema dei trimestrali di Borsa. E questo grazie al fatto che facciamo parte di un grande gruppo, che è sul mercato per restarci a lungo.

Anche al di là del vostro caso specifico, crede che sia una scelta obbligata, per una società che ha raggiunto un certo grado di maturazione, entrare in una realtà più grande? No, non penso che debba essere per forza una scelta obbligata, anche se ci sono fattori che possono incidere in un senso o nell’altro. Nel nostro caso, Buongiorno era ed è una società piuttosto grande, d’altra parte anche i nostri interlocutori del campo del mobile e del Web, lo sono. Perciò a un certo punto abbiamo pensato che dopo aver fatto bene in serie A era ora il caso di attrezzarsi per la Champions League.

Sul piano operativo state lavorando a qualche novità? La novità più importante, sul piano strategico, è AppsFuel, lo store per applicazioni in Html 5 che permette di utilizzare il credito telefonico come modalità di pagamento, una caratteristica che lo qualifica e differenzia dagli altri marketplace. L’idea alla base è quella di portare contenuti sugli smartphone, ma in maniera aperta, le applicazioni in Html 5 girano sul browser indipendentemente dal sistema operativo; cosa molto importante perché rende gli sviluppatori più .liberi. Non devono fare per forza le cose come le richiedono Apple o Google. Il meccanismo di fatturazione che passa attraverso gli operatori mobiili è molto più facile da implementare e non ti costringe ad assogettarti a tutta la trafila necessaria in altri casi.

Mozilla sta lavorando a qualcosa di simile: proprio qui a TechCrunch si parlerà di FirefoxOs, in cui le applicazioni vengono pensate per girare nel browser, come siti Web in Html 5. La fondazione no profit può essere un vostro competitor? Il tema è simile, ma loro, secondo me, hanno un logica più squisitamente tecnologica...noi, a mio modo di vedere, combiniamo meglio un’anima tecnologica con un’anima commerciale, di billing, loro sono più ingegneri noi più operativi. Anche se grazie a NTT DoCoMo ora abbiamo anche una parte ingegneristica molto forte. In generale comunque sì, ci sentiamo head to head con Mozilla, fare un app store indipendente di applicazioni Html 5 è una cosa molto grossa, per cui ce la giochiamo noi, loro, e pochi altri.

Come vede l’evoluzione del Web di questi ultimi anni? Con l’arrivo dei walled garden alla Facebook e l’esplosione dei social network? E’ stato un bene, o ha reso meno creativo e effervescente il Web? Un po’ Facebook e soprattutto Twitter, ritengo abbiano un po’ perso un’opportunità. Secondo me, l’esplosione dei social network poteva significare due cose: sfociare in una rivoluzione oppure nel dar vita a una azienda molto ricca, entrambi hanno scelto la seconda opzione. È come se Wikipedia fosse stata a pagamento: potrebbe anche funzionare, ma essendo libera è stata una rivoluzione,

Facebook no, è solo una società molto profittevole. E basta veder come Twitter negli ultimi tempi si sta richiudendo agli sviluppatori esterni. È una scelta perfettamente legittima, in fondo l’obiettivo di tutte le società quello di essere profittevoli. Ma non è necessario che queste piattaforme siano chiuse. Rendere un social network open è anzi una sfida imprenditoriale ancora aperta. Il fatto che diamo tutti i nostri dati a una singola società che li gestisce in maniera proprietaria, è un problema, e dove c’è un problema c’è un’opportunità di business.

Anonymous: viaggio nella legione dei cyberattivisti che fanno tremare la rete

Corriere della sera

Un ebook inchiesta italiano sul dietro le quinte del mondo Anonymous e delle ultime operazioni

La cover dell'ebook destinato ad AnonymousLa cover dell'ebook destinato ad Anonymous


L’ultimo in ordine temporale a venire arrestato è stato il portavoce Barrett Brown, uno dei volti più noti del gruppo Anonymous, pizzicato ai primi di settembre in Texas nella sua abitazione nel corso di una videochat, con tanto di urla della fidanzata in diretta davanti ai colleghi attivisti sgomenti. Ma a cadere nelle rete della polizia negli ultimi anni sono stati in molti: a partire da Sabu, il traditore, il ragazzo che pur di non finire dentro per 8 lunghi mesi fu l’informatore segreto dell’Fbi, tradendo la fiducia dei compagni.

Eppure Anonymous – la rete che attraverso attacchi informatici esprime il suo dissenso verso multinazionali, governi, associazioni private – risorge e si rinnova, si unisce e si divide, si spezza in filoni, litiga e si ricompone, in modo informale e così veloce e scaltro da sfuggire alla polizia che cerca, ormai da un paio di anni, di incastrarne le menti. Anche in Italia, dove la rete anonima ha portato a segno alcuni colpi, come quello dell’azione sull’Ilva di Taranto.

IN UN EBOOK I RETROSCENA - Poche volte è stato possibile per i media riuscire a capire come il movimento che ha messo in ginocchio il sito della Cia e quello di svariati governi e società di carte di credito mondiali in verità si muova e si organizzi: ci è riuscita Carola Frediani, giornalista e da diverso tempo in contatto con alcuni degli appartenenti alla rete (con cui si chiacchiera rigorosamente attraverso IRC, una chat in cui gli utenti Anonymous si rendono anonimi prima di collegarsi), che ha appena pubblicato un ebook

Dentro Anonymous. Viaggio nelle legioni dei cyberattivisti, editore informant, in cui racconta in un lungo viaggio di inchiesta come il gruppo si organizza, con quali strumenti, in che modo è riuscito a mettere a segno le sue azioni più eclatanti, usando testimonianze dirette e interviste ai responsabili per spiegare, per la prima volta in Italia, cosa si nasconde dietro al movimento di hacktivisti (hacker attivisti) più famoso al mondo.

DALLA SALUTE ALLA POLITICA – Difficili da definire: nell’ebook si parla di Anonymous come di una “galassia di individui che si sono ritrovati attratti dalle stesse forze” le cui coalizioni «si fanno e si disfano a seconda degli interessi o dei rapporti personali”» Eclettici nella scelta dei loro bersagli: si passa dall’ultimo caso della denuncia dei rischi alla salute insiti nei prodotti Monsanto, alla recente pubblicazione degli Id Apple trafugati forse all’Fbi (che però smentisce), spostandosi sul fronte pedofilia con la pubblicazione degli account Twitter di potenziali pedofili, arrivando all’attacco di fine agosto al sito del ministero della Giustizia britannico in appoggio a Julian Assange, uno degli eroi degli hacktivisti (non a caso si parla di una sua influenza morale sul gruppo), che più volte si sono prodigati con attacchi informatici nel tentativo di proteggere e aiutare Wikileaks. Di fatto, gli Anonymous, oltre a mettere fuori uso i siti internet dei loro bersagli, proprio di leaks (soffiate) si occupano: pubblicando mail, dati, rapporti, messaggi strettamente confidenziali di enti pubblici e aziende private, facendo così arrabbiare molto, molto in alto.

E proprio per questo la rete anonima, come spiega l’ebook, «più mette a segno colpi ad effetto, più rischia di diventare essa stesso un target: di polizie e investigatori, certo, ma anche di una eterogenea risma di detrattori, che si muovono o si sono mossi nello stesso milieu, usando tecniche molto simili. La forza di questo movimento politico-informatico, il suo hacktivismo, è anche il suo tallone d’Achille».

ANONS ALL’ITALIANA – Anche in Italia vive un nutrito gruppo di hacktivisti senza volto, che parla ai cittadini attraverso un suo blog ufficiale dove riassume le campagne in corso. Oltre alla campagna #OccupyMonsanto, questa estate almeno due azioni hanno riguardato direttamente il nostro Paese: la prima è quella contro il prete Don Giacomo Ruggeri, accusato di pedofilia, di cui la rete ha pubblicato 2 Gb di email personali, anche se, a onor di cronaca, non comparirebbe al loro interno materiale scottante.

La seconda riguarda l’Ilva di Taranto e la solidarietà di Anonymous a dipendenti e operai, 11mila in tutto: la mattina dell’8 agosto Anonymous defaccia il sito del Comune di Taranto, entra nei database dell’Ilva stessa, scarica documenti di vario genere tra cui spiccano grafici che testimonierebbero la presenza di sostanze inquinanti oltre le norme nella sede tarantina. E parte una colossale operazione di solidarietà ai dipendenti.


Eva Perasso
28 settembre 2012 | 14:59

Scala, la rivolta dei coristi Sindacalista in pensione toglie il posto ai colleghi

Il Giorno

Nel mirino delle polemiche Maurizio M., andato in pensione nel luglio scorso e ri-assunto dalla dirigenza di via Filodrammatici con un contratto professionale di un anno
di Nicola Palma

Milano, 28 settembre 2012


Cattura
Scala, scatta la rivolta del coro. Nel mirino finisce il baritono e delegato sindacale Cisl, Maurizio M., andato in pensione nel luglio scorso e ri-assunto dalla dirigenza di via Filodrammatici con un contratto professionale di un anno. Sottraendo di fatto, secondo i suoi colleghi, il posto a uno dei tre candidati risultati idonei nelle audizioni svolte all’ex Ansaldo.
A sollevare il caso, sono stati proprio i quattro membri del coro inseriti nella commissione che ha giudicato i partecipanti al bando internazionale per "assunzione a termine alla Scala di Milano": tre giorni fa, Luciano Buono, Vincenzo Alaimo, Maria Gabriella Ferroni e Kjersti Odegaard hanno inviato una lettera al sovrintendente Stéphane Lissner nella quale censurano il comportamento dei vertici di via Filodrammatici e si dissociano "totalmente dalla uniterale decisione della Direzione del Teatro relativa alla priorità nelle assunzioni".

La vicenda è raccontata punto per punto proprio nella missiva recapitata anche al direttore generale Maria Di Freda e al direttore del personale Marco Aldo Amoruso: a maggio, le audizioni ad hoc "hanno portato alla formazione di una graduatoria di idonei, che annovera diversi nominativi di persone aventi diritto alla chiamata, nelle varie sezioni del coro messe a concorso". Quando due mesi fa si è liberato un posto da baritono per il pensionamento per raggiunti limiti d’età del sessantunenne M., si sarebbe dovuto procedere, "come dispone il vigente contratto nazionale di lavoro", all’assunzione a tempo determinato di personale artistico "attingendo alla graduatoria degli idonei che, in virtù delle audizioni espletate, riporta i signori G.C. e L.B. al primo e secondo posto di tale graduatoria di merito".

Secondo la denuncia dei quattro esaminatori, la Fondazione "ha contrattato col signor M., ormai pensionato, un contratto professionale della durata di un anno, procedendo così a una “chiamata diretta” e scavalcando sia la norma contrattuale che la posizione dei lavoratori aventi diritto". Così M. ha preso regolarmente parte alla tournée moscovita di due settimane fa, "ed è attualmente dipendente retribuito dal teatro con contratto professionale fino al 25 luglio 2013". Agli artisti esclusi, invece, è stato proposto un accordo di tre mesi (a partire dal 24 settembre), "in vista della produzione del 7 dicembre".

Il caso ha scatenato le proteste del coro, tanto che i sindacati hanno dovuto convocare un’assemblea urgente: nei prossimi giorni, anche i delegati invieranno una lettera a Lissner. "Abbiamo chiesto spiegazioni — fa sapere la Uil — ma le risposte non ci hanno affatto soddisfatto: vogliamo chiarezza".

nicola.palma@ilgiorno.net

Perquisizioni e spogliarelli: le intimidazioni ai cronisti

Gian Marco Chiocci - Ven, 28/09/2012 - 08:22

Uno studio rivela i metodi dei magistrati, dai blitz alle ispezioni "personali"

Scrivere per il Giornale, o per qualsiasi altro giornale, sta diventando rischioso.


giustizia14
Se adesso si va dritti in galera non è che fino a ieri la magistratura ci andasse leggera e non avesse altri strumenti per renderti la vita e la professione impossibili. Utilizzava (e utilizza) intercettazioni a strascico e soprattutto si avvale di uno strumento invasivo, ritorsivo, intimidatorio: quello della perquisizione-sfregio, a casa e in ufficio, nelle stanze dei tuoi bimbi o in redazione, a ficcare il naso nelle tue agende, aprendo i libri, i cd, tra la biancheria, in garage o in frigorifero, nell'appartamento di mamma e papà, perfino dai tuoi nonni. Tutto per scoprire la «fonte» e sequestrare il documento - che non trovano mai - all'origine di quella rappresaglia. Ormai è routine: si presentano all'alba, ti sequestrano fisicamente spesso fino a notte fonda, con decine di sbirri a mettere Le mani nel cassetto (e talvolta anche addosso), come titola uno studio del Consiglio nazionale dell'ordine dei giornalisti rintracciabile su internet sui cronisti perquisiti.

Storie drammatiche e paradossali. Il Giornale ovviamente la fa da padrone con Vittorio Feltri e Nicola Porro a raccontare la violenza del blitz che colpì anche Sallusti, sulla farsa del ricatto all'ex presidente di Confindustria. «La Procura di Napoli era partita lancia in resta contro la supposta macchina del fango da me diretta - racconta Feltri - nel frattempo però mi ero dimesso, cedendo il comando a Sallusti (...) e al mio posto fu perquisito lui che non c'entrava nulla, al tempo dei fatti, salvo aver firmato il pezzo. Fu perquisito anche Nicola Porro. Fisicamente. Carabinieri dappertutto: al Giornale e nelle abitazioni dei reprobi. Roba da matti. Ventiquattr'ore dopo pubblicammo davvero un dossier sulla Marcegaglia». Era un falso, collezionato con gli articoli dei giornali illuminati e progressisti. Porro non se lo scorderà più quel giorno. Nudo davanti ai carabinieri come un boss mafioso.

«Sono stato perquisito per un'intercettazione telefonica. Il sottoscritto all'epoca dell'intercettazione non era indagato. Il reato di cui mi sarei macchiato (violenza privata) non è di quelli per cui il codice prevede le intercettazioni. Con questi criteri anche Babbo Natale sarà presto messo sotto controllo (...)».Tra i racconti dei cronisti del Giornale inseriti nel pamphlet anche quello di chi scrive, recordman del triste settore (una ventina di perquisizioni all'attivo, l'ultima in albergo a Montecarlo per la casa Fini-Tulliani). Poi c'è il nostro Stefano Zurlo, anzi suo figlio Giacomo (all'epoca aveva 4 anni) a cui le forze dell'ordine piombate in cameretta chiesero dove papà nascondesse le carte di uno scoop su Pacini Battaglia. E che dire di Anna Maria Greco «colpevole» di aver recentemente pubblicato su questo quotidiano un atto sulla pm Boccassini: perquisita davanti alla famiglia schierata, invitata a spogliarsi e sottoporsi a ispezione personale («...Mi dicono: “ci dia i documenti, così la finiamo qui: dove li ha nascosti?”.

Ho risposto: “Non ce li ho”. Mi hanno detto che dovevano procedere anche alla perquisizione “personale”. Mi sono preoccupata seriamente quando la donna carabiniere ha infilato i guanti di lattice. Mi ha fatto entrare in un bagno e mi ha detto di spogliarmi. “Anche la biancheria intima”, ha precisato. Non volevo crederci. “E che, nascondo documenti segreti nelle mutande?”». Sull'onda del trattamento-Greco passiamo ai perquisiti degli altri giornali, come Roberta Catania di Libero, anche lei invitata a togliersi tutto per accertare che non nascondesse una chiavetta-dati coi segreti dell'inchiesta sul G8. Idem Carlo Mion de la Nuova Venezia che a quattro mesi dalla pubblicazione di un video dell'inchiesta Unabomber, è sollecitato a denudarsi: «Eh no, mi offendete! Ma pensate che per quattro mesi vado in giro col dischetto infilato da qualche parte?». Lo spogliarello è evitato, la perquisizione no.

A Fabio Amendolara della Gazzetta del Mezzogiorno, per il caso Claps, e ad Enzo Bordin del Mattinodi Padova, per una storia di trafficanti di droga, in assenza della pistola fumante sequestrarono interi archivi e fascicoli estranei al caso. Quanto capitato nel 2008 a Emiliano Fittipaldi e a Gianluca Di Feo de l'Espresso, per inchieste su camorra e politica, non ha eguali: «Ho subito due perquisizioni a una settimana l'una dall'altra su due inchieste differenti», racconta il primo. Anche Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera è stata perquisita due volte in una settimana, nel 2002, «perché nel primo controllo non era stata trovata la mia agenda personale».

Nella casetta delle Barbie delle figlie della brava Alessandra Ziniti di Repubblica il Ros cercò l'identikit del capomafia Provenzano. L'appartamentino venne smontato, senza alcun riguardo per i vestitini, le scarpe e le borse delle bambole. La faccia del boss non saltò fuori. Quella della figlia Giulia, arrabbiatissima per il mini guardaroba in disordine, i carabinieri non la scorderanno.

Le pagine del rapporto curato dall'Ordine dei giornalisti nel 2011 sui cronisti fatti perquisire dai magistrati

Le carte, i veleni, lo Ior Il libro che svela i segreti dello scandalo

Corriere della sera

Un'analisi incrociata tra carte, documenti e fughe di notizie

Per un anno intero l'opinione pubblica ha assistito, un po' distratta, un po' sconcertata, allo svolgersi di una vera e propria saga vaticana. Fatta di colpi di scena, di documenti riservatissimi, addirittura indirizzati al Santo Padre, finiti sui giornali, in tv, in un libro. Accuse di corruzione, descrizioni di lotte di potere, di scontri sulla trasparenza finanziaria dello Ior, l'Istituto per le opere di Religione, la cosiddetta banca vaticana. Nei Vatileaks c'è di tutto.

Finché il 24 maggio 2012 il colpo di scena. Il giorno stesso del «licenziamento» del presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, viene arrestato il maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele. Come in un giallo che si rispetti, The butler did it il colpevole è il maggiordomo. L' istant book «I segreti del Vaticano» servirà al lettore ad orientarsi e a farsi un'opinione sul cosiddetto «caso del Corvo» che ha sconvolto i Sacri Palazzi. Lo potrà fare anche grazie alla pubblicazione integrale dei documenti giudiziari e a una cronologia ragionata dei vari aspetti del caso nei dodici mesi (agosto 2011-settembre 2012) che hanno sconvolto il Vaticano. Le firme del Corriere della Sera lo accompagneranno in questa ricostruzione.

Un'analisi incrociata tra carte, documenti, accadimenti di Vatileaks e le vicende che hanno segnato il percorso intrapreso negli stessi mesi dalla Santa Sede per adeguare le proprie leggi e strutture economiche agli standard internazionali per la lotta al riciclaggio e al terrorismo, dimostreranno al lettore «al di là di ogni ragionevole dubbio» come gran parte dei documenti top secret «usciti» dal Vaticano hanno a che fare con le vicende finanziarie. Ma sarà anche evidente che, in gran parte, il contenuto dei «leaks» è stato smentito dai risultati certificati dall'Assemblea del Comitato Moneyval del Consiglio d'Europa, quando lo scorso luglio, il Vaticano e la Santa Sede hanno superato il loro primo test di trasparenza antiriciclaggio.

M. Antonietta Calabrò
@ maria_mcalabro 28 settembre 2012 | 17:18

Mammografia in piazza ma solo per la «casta»

Corriere della sera

L'iniziativa su giornali e tv. Ma soltanto onorevoli e impiegate del Parlamento sono riuscite a prenotarsi


ROMA - Alle undici del mattino, davanti a Montecitorio, ci sono signore di ogni età che, a pochi metri dalla tensostruttura per le mammografie, protestano: «Avevate detto che era per i cittadini, invece come al solito lasciate entrare quelli della Camera». A prenotarsi, in effetti, sono state onorevoli e impiegate del Parlamento. L'iniziativa è patrocinata da Camera dei deputati, Comune di Roma, Regione Lazio. Pubblicizzata su giornali e tv. Visti i tempi d'attesa degli ospedali, le donne accorrono. «Ma quando sono arrivata mi hanno detto che le prenotazioni erano chiuse. Ho chiesto in quale modo ci si poteva prenotare, perché io ho cercato il numero per ore, ma non mi hanno dato risposte».

Arriva un'impiegata della Camera: quarant'anni, elegante. E racconta: «A noi è arrivata una email delle Pari opportunità, è così che ci siamo prenotate». L'indignazione monta, le signore alzano la voce: i responsabili di Metaltronica, che fornisce i macchinari, e Sico, che ha curato la parte medica, fronteggiano con qualche difficoltà la protesta. «Sono in lista d'attesa da mesi negli ospedali - racconta Romi Basile, 60 anni - e mi sono precipita qui. Ma mi hanno detto che non c'era posto, che bisognava prenotarsi: io ho provato ma era impossibile. È una vergogna!».

I medici, a quel punto, accettano di sottoporre a controlli tutte le persone in coda. «Non aspettavamo una risposta del genere dell'utenza - fanno sapere dall'organizzazione - e poi c'è stato qualche problema di comunicazione, non avevamo una segreteria dedicata all'evento». E però, magicamente, alla Camera invece sono riuscite a prenotarsi. «Ma c'era il patrocinio, abbiamo ricevuto le loro prenotazioni e le abbiamo inserite, è vero. Ma a fine giornata abbiamo fatto il test a tutte». Escluse le molte che, in mattinata, sono state mandate a casa. «Comunque avevamo previsto 50 screening, invece ne abbiamo fatti 200».

In questo clima di antipolitica e di cene a base di ostriche, arriva anche la denuncia dell'associazione Ant, che offre assistenza ai malati terminali di tumore: «La Asl di Ostia Fiumicino, dove in 10 anni abbiamo fornito assistenza a domicilio a mille malati, ha deciso che non rinnoverà la convenzione da 40.000 euro. Viste le spese sostenute dalla Regione per cene e feste...».

Alessandro Capponi
28 settembre 2012 | 18:16

Scampia, trovato corpo decomposto E la gente occupa uffici municipalità

Corriere del Mezzogiorno

Il cadavere di un uomo di 48 anni era nella «stanza del buco» usato dai tossicodipendenti La rabbia del quartiere


NAPOLI - Il corpo di un uomo di 48 anni in avanzato stato di decomposizione, dall'apparente età di 20 anni, è stato trovato questa mattina nei pressi della «Vel gialla» di Scampia, a Napoli. Il cadavere era in un cumulo di immondizia nei pressi di in campetto di calcio. Per protestare contro il degrado della zona un gruppo di persone, tra donne, bambini e disabili, ha occupato gli uffici dell'ottava Municipalità.

SCOMPARSO - Il cadavere sarebbe di una persona di 48, anni, scompars ai primi di settembre. Ad avvertire la polizia è stato un venditore ambulante che ha avvertito un forte odore provenire da un anfratto fino a poco tempo fa, e cioè prima delle operazioni interforze «Alto impattO, utilizzato come «stanza del buco» dai tossicodipendenti che andavano nella zona per acquistare e consumare le dosi di stupefacente.


Redazione online 28 settembre 2012

Bossi e Maroni, trent'anni insieme ma niente amicizia

Il Messaggero

In lbreria l'Illusionista, un libro di Corrias, Pezzini e Travaglio in cui si racconta l'ascesa e la caduta del capo leghista


E' in libreria L’Illusionista. Ascesa e caduta di Umberto Bossi (Chiarelettere, pag. 208, 13 euro) di Pino Corrias, Renato Pezzini e Marco Travaglioun libro in cui si ripercorre tutta la parabola politica di Umberto Bossi – già barista, fattorino, installatore di antenne, impiegato all’Aci, supplente, infermiere, finto medico, cantante – durata un ventennio. Ora che la marcia trionfale che lo ha portato dalla provincia lombarda alla conquista di Roma si è esaurita, e un’intera stagione politica si sta chiudendo, è tempo di raccontarne la storia. Ne anticipiamo un capitolo
di Pino Corrias, Renato Pezzini e Marco Travaglio



Cattura Non è mai stata l’amicizia a tenere insieme Umberto Bossi e Roberto Maroni, anche se in tanti lo credono. Semmai la reciproca utilità e di sicuro anche un secchio di colla d’antichità incerta, e comunque coeva ai primi anni del loro sodalizio, quando riempivano le notti di chilometri, scritte e manifesti.
Quella del secchio è una storia che il Capo ricicla ogni volta che i due, dopo uno scontro, si riconciliano, per far credere almeno ai militanti che la colla basti a spiegare i misteri di un legame che a occhio nudo appare indecifrabile.
 
Trent’anni di dittatura interna non hanno consegnato alla storia della Lega un solo atto di clemenza di Bossi nei confronti dei ribelli: «È inevitabile agire con durezza. Lo impone la legge della rivoluzione federalista». E quella legge il Capo l’ha esercitata con una certa voluttà. Tranne che con Bobo. Al quale è sempre stato perdonato tutto, perfino l’insubordinazione, perfino il tradimento, fino all’epilogo finale.

Decine di colonnelli padani hanno invocato pubblicamente la sua espulsione, compresa Manuela Marrone, che non lo ha mai sopportato per quella ingombrante vicinanza col marito. Qualche volta ci sono quasi riusciti. Ma il quasi non è abbastanza. Perciò Maroni è ancora lì: e adesso comanda.
La verità è che, a forza di viaggiare insieme, uno è diventato indispensabile all’altro. Proprio come capita nelle lunghe storie di coppia senza amore, quando gli opposti si tengono insieme anche per dividersi i compiti del giorno per giorno. Finendo per diventare complementari: presidiare uno la luce delle sentenze apodittiche, delle pubbliche decapitazioni, e l’altro l’ombra della mediazione che ricuce.

Ci vuol poco nella Lega di Bossi per essere cancellati. Al cognato Pierangelo Brivio bastò reclamare una candidatura al parlamento: rimediò insulti e un pugno. Franco Castellazzi, numero due nei primi anni Novanta, pagò l’imprudenza di chiedere la metà del timone: ghigliottinato con l’accusa di «farsela con Craxi, la Cia e i russi del Kgb». Gianfranco Miglio venne trasformato da «il nostro grande Professore» a una «scorreggia nello spazio» quando pretese di diventare ministro. Poi il ligure Bruno Ravera, gli emiliani Giorgio Conca e Carla Uccelli, i piemontesi Roberto Gremmo e Gipo Farassino, il lombardo Piergianni Prosperini: tagliati via come rami secchi. Tutti liquidati in pubblico, derisi, archiviati: «C’è qualcun altro che non ha capito?».

Maroni invece no. In pieno governo Berlusconi, estate 1994, osa dire in pubblico che «Bossi sta sbagliando tutto», vuole «squagliare non solo il governo, ma anche il movimento». Di più. A ottobre si presenta a Ponte di Legno, dove Bossi sta trascorrendo gli ultimi giorni di relax con famiglia al seguito e un drappello di fedelissimi. Va a chiedere l’inaudito: condividere il potere, anzi «essere il cuscinetto fra la segreteria federale e i gruppi parlamentari» per scongiurare l’imminente rottura che Bossi progetta contro Berlusconi e che Bobo considera un errore, in nome «della governabilità».
 
Un’altra cosa inaudita accade quel giorno: stavolta è Maroni che parla ed è Bossi che ascolta, consumando Marlboro come fossero mentine, entrambi appartati in una saletta dell’Hotel Mirella, mentre i colonnelli seguono da lontano quello strano faccia a faccia. Bossi ascolta Maroni ma poi fa il contrario. A lui la governabilità interessa meno di zero. È convinto che il Cavaliere gli voglia svuotare il partito e agisce di conseguenza, staccando la spina al governo che sta ipnotizzando i suoi uomini.

Perciò al congresso federale di quel freddo febbraio 1995, dopo che almeno cinquanta parlamentari hanno tradito, passando con Berlusconi, tutti aspettano il patibolo pubblico sul quale verrà decollato il re dei traditori, lo scudiero. La folla dei delegati è spietata con il perdente, sente l’odore del sangue. Lo fischiano. Lo isolano. Lo chiamano «Mister Tentenna», «lo scimmiotto di Arcore», «il fighetta». Ma, invece del patibolo, Bossi tiene una mano in tasca e una sul cuore: «Non vogliamo condannare nessuno. Semmai piangere sui nostri dolori. Purtroppo il coraggio nessuno lo può regalare, bisogna che ogni uomo lo trovi nella propria anima. Chi se ne vuole andare però se ne vada oggi, per favore. Perché da domani la Lega intende lanciarsi all’attacco. Da domani i traditori, i pavidi, i venduti li chiameremo con il loro nome».

Da quel buco nero Bobo inaspettatamente risale. Ci vorranno mesi e una pubblica ammenda, le scuse, il pentimento, il perdono. Ingoia persino gli striscioni che lo irridono: «La Lega ce l’ha duro e i maroni ce li ha sotto». Poi, ad aprile, dopo il castigo, la plateale riammissione, durante un comizio a San Pellegrino, quando Bossi lo chiama sul palco per abbracciarlo alla sua maniera: «Maroni, traditore, dove sei?».
Eppure in quei mesi qualcosa si è incrinato per sempre.

Bossi ha perdonato Bobo, ma senza dimenticare. Anche perché ogni sera, in casa, la militante più ostinata, Manuela Marrone, non perde occasione di ricordarglielo. Per questo, come una profezia che lentamente si avvera, nei giorni neri della malattia e del ricovero Manuela si convincerà che Bobo voglia di nuovo sostituirsi a Umberto. E da subito lo taglierà fuori dal Cerchio che si sta stringendo a protezione del proprio ostaggio. Non sa, ironia della sorte, che estromettendolo finirà per favorirlo nella battaglia futura, quella finale. [...]


Venerdì 28 Settembre 2012 - 14:39
Ultimo aggiornamento: 15:27

Pisapia finanzia pure il festival del voodoo

Libero

Apre all'Anfiteatro Martesana una mostra con protagonisti gli zombi e le bambole da inflizare con gli spilli

Palazzo Marino si giustifica: "Sono riti da riscoprire. Dobbiamo rilanciare il turismo nel Benin"
di Lorenzo Mottola



Cattura
Tutti in fila per conoscere le meraviglie del voodoo: dallo sgozzamento rituale del gallo al risveglio notturno degli zombi fino alle celebri bambolette puntaspilli, quelle che secondo qualche profano dovrebbero servire per punire i nemici ovunque si trovino. Un’occasione per riscoprire le meraviglie di Papa Legba, spirito guida sempre pronto a farci fare una chiacchierata con i parenti morti, o per venerare Shango, versione afro di Thor.

Senza dimenticare Damballa, la divinità serpente che s’aggira per la jungla. Tutto questo si troverà in una  mostra che aprirà domani all’Anfiteatro Martesana (Via Agordat 19, dalle 19 alle 23). Fino a qui niente di strano: per quanto possa sembrare a molti singolare, il voodoo è praticato da sessenta milioni di persone ed è ancora oggi la religione ufficiale dello stato africano del Benin, da cui è stata esportata oltreoceano - in particolare ad Haiti - dagli schiavi deportati nelle piantagioni. Un tema curioso, soprattutto se si considera che le citazioni in letteratura e nel cinema non mancano. Molto più difficile riuscire a immaginare perché tutto ciò venga fatto con denaro pubblico.

Palazzo Marino, infatti, ha recentemente deciso di stanziare 950 euro per permettere all’associazione “Compagnia Africana” di organizzare la seconda edizione milanese di questo festival. Il tutto per non mancare un presunto «appuntamento mondiale di  studio  e di recupero di aspetti importanti delle culture africane e  di questa grande religione poco conosciuta in Italia», spiega il Comune sul suo sito, «e esplorare la ritualità e l'apporto culturale del voodoo attraverso le sue forme visibili, considerando le contaminazioni avvenute successivamente all'incontro con la cultura occidentale e con la religione cattolica».

Il voodoo (o vudù, a seconda dei gusti) è fondamentale. E la nostra amministrazione, pare, sente la necessità di «stimolare le curiosità del pubblico per promuovere un turismo responsabile. Vogliamo rilanciare il nostro concetto di turismo eco solidale». In poche parole: vorremmo diventare l’unica città al mondo che spende soldi per invitare i turisti a recarsi dall’altra parte del mondo, invece che pubblicizzare le proprie bellezze. E questo per dare «sostegno delle attività agricole dei contadini del Benin».

La cifra, certo, è assolutamente modesta. Va considerato, tuttavia, che parliamo della stessa giunta che ha passato gli ultimi anni a lamentare la condizione indecente delle casse comunali, preparandoci così a una lunga serie di rincari sulle tasse comunali e a dismissioni a raffica di quote di società che fino a oggi hanno fatto guadagnare tutti i milanesi. A quanto pare, tuttavia, per le spese - per così dire - discutibili i fondi si trovano sempre.

Valerio Verbano, sigilli alla casa: «Vogliono venderla»

Il Messaggero

Denuncia dei collettivi: «Recuperato solo il divano dove uccisero» il giovane comunista


Cattura
ROMA - Chiusa ieri «con un blitz improvviso» la casa di Valerio e Carla Verbano a Montesacro. A denunciarlo sono i militanti dei Collettivi, che hanno fatto immediatamente scattare un tam tam su internet, convocando per le 19 di oggi unariunione cittadina all'Astra, in Via Capraia. A quanto riportano i Collettivi «ieri mattina, con un vero e proprio blitz, senza preavvisare nessuno, i funzionari della Regione Lazio, proprietaria della casa in cui era in affitto da oltre 40 anni Carla Verbano, ha mandato una squadra di operai che ha blindato la porta con degli infissi laterali di ferro (ma non l'hanno sradicata e non hanno alzato nessun muro esterno così come si era temuto in un primo momento). Incredibilmente gli operai hanno buttato letteralmente sul pianerottolo il divano sul quale è morto Valerio Verbano, giovane militante di Autonomia Operaia assassinato da un commando fascista il 22 febbraio del 1980».

 «Il divano lo abbiamo recuperato e messo al sicuro», aggiungono «i compagni e le compagne» sulla pagina facebook dedicata a Carla Verbano. Poi concludono: «Ciao Carla, manchi veramente un sacco». A quanto ricostruiscono i Collettivi l'appartamento di via Monte Bianco, rimasto vuoto da quando Carla Verbano, «dopo una lunga malattia ed una infinita battaglia per scoprire la verità sulla morte di suo figlio Valerio è venuta a mancare il 5 giugno di quest'anno» appartiene a un ente «e pare che l'intenzione sia quella di venderlo al più presto».
 
Per scongiurare questa ipotesi collettivi territoriali e centri sociali, «insieme ai compagni di Valerio Verbano e a coloro che in questi anni avevano lavorato con Carla Verbano, avevano inviato prima dell'estate un fax alla governatrice Renata Polverini e all'assessore al Patrimonio alla Pisana per chiedere che la casa venisse affidata a loro. Con l'obiettivo di trasformarla in una un'associazione per la memoria. Ma dalla Regione nessuna risposta, nonostante continue sollecitazioni a funzionari e assessori competenti».
 
Incontro con l'assessore. «L'assessore Armeni mi ha confermato che oggi incontrerà l'associazione Amici e Compagni di Valerio Verbano, che ha chiesto alla Regione di poter mettere in piedi, in quella che è stata casa Verbano per oltre 40 anni, un archivio della memoria di Valerio e della sua famiglia» dichiara, in una nota, Luigi Nieri, capogruppo di Sinistra Ecologia Libertà nel Consiglio regionale del Lazio.


Venerdì 28 Settembre 2012 - 13:22
Ultimo aggiornamento: 15:13

Un muro tra Svizzera e Italia contro l'emigrazione

Lucio Di Marzo - Ven, 28/09/2012 - 12:10

Svizzera e Italia come Israele e Palestina.


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La fiumana italianca diretta ai valichi verso le lande elvetiche non accenna a diminuire. E allora a dare un freno all'emigrazione ci pensa Giuliano "Nanu" Bignasca, leader della Lega dei Ticinesi, corrispettivo del nostro Carroccio in terra svizzera

L'idea è semplice. E non è uno scherzo. Per bloccare gli italiani al di là della frontiera ci vuole un muro che passi per l'Insubria, il Varesotto e il Comasco. Un muro da 60,4 milioni di euro, costruito all'unico scopo di non far salire ancora il numero di italiani che ogni giorno passano in Svizzera, siano essi frontalieri, emigrati, cervelli in fuga o altro ancora.

Tolgono lavoro agli svizzeri: la summa del discorso di Bignasca e questa. E la cosa deve finire. Ecco perché vorrebbe un muro altro quattro metri e spesso almeno 40 centimetri. Roba da 50 milioni di franchi, "espropri compresi".

Il «naso da coca» del milionario scozzese. La foto segnaletica fa impressione

Corriere della sera

James Brown sniffa tutti i giorni tanta cocaina che gli «crolla» il naso

La foto segnaletica di James BrownLa foto segnaletica di James Brown

Gli effetti drammatici della polvere bianca: la scorsa settimana James Brown – questo il nome del protagonista – è stato condannato a cinque anni di carcere a seguito di un blitz della polizia inglese contro il traffico di cocaina. Il 45enne scozzese, diventato talmente ricco col mercato immobiliare da permettersi di andare in pensione a 36 anni, avrebbe iniziato a sniffare per passare il tempo, racconta Wales Online. E dopo nove anni di consumo intenso il suo naso si è letteralmente «ritirato». La foto segnaletica fa impressione.

CADUTA DEL NASO - Lo scorso dicembre, la polizia inglese ha trovato nascosto nella sua macchina, una Bentley decappottabile, un quantitativo di cocaina pari a 117 mila sterline. Dopo aver perquisito la sua lussuosa stanza d’albergo gli inquirenti hanno scovato anche un carico di armi. Secondo il procuratore nel processo in cui è imputato Brown, il 45enne avrebbe cominciato a consumare cocaina in «dosi massicce» poco dopo essersi ritirato dal lavoro per andare a vivere in Portogallo. La sua passione, alimentata quotidianamente con quantità ingenti di droga finanziata dai milioni guadagnati, non solo l'ha portato ad essere paranoico ed avere gravi problemi di salute, ma gli ha causato una vero e proprio collasso delle narici.

Elmar Burchia
28 settembre 2012 | 12:19