venerdì 28 settembre 2012

Mappe sbagliate per iOS6, Tim Cook si scusa

Corriere della sera

«Stiamo facendo di tutto per migliorarle». E poi dalla Apple consigliano di usare per ora altre app

Le mappe di iOS 6 Le mappe di iOS 6

Tim Cook si scusa per le mappe sbagliate di iOS6, il nuovo sistema operativo della Apple. E lo fa, nel giorno in cui l'iPhone 5 ha debuttato anche in Italia tra code e notti bianche, con un messaggio online, in cui Cupertino si dice «extremely sorry», «molto dispiaciuti per la frustrazione che questa applicazioni di mappe ha causato ai consumatori. Stiamo facendo di tutto per migliorarle». Mea culpa, insomma. E nel frattempo Apple raccomanda di scaricare applicazioni alternative dall'App Store per ovviare al problema o di usare quelle di Google o di Nokia.


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Un bel colpo all'orgoglio per l'azienda di Steve Jobs, che in molti hanno ricordato in questa occasione sostenendo che con lui vivo un disguido del genere non sarebbe mai successo. Di recente Cupertino aveva deciso di abolire le mappe di Google dai propri supporti, sostituendole con un'applicazione ad hoc. Peccato però che le mappe in questione si siano rivelate piene di errori, anche grossolani, con informazioni errati sui trasporti sche hanno causato non pochi problemi agli utenti.



Redazione Online28 settembre 2012 | 16:06

E Fiorito spese 4mila euro in una cartoleria

Corriere della sera

Dopo l'elenco dei bonifici da centinaia di migliaia di euro


Franco Fiorito, detto Er Batmman, in una recente apparizione a
ROMA - Ormai è un pozzo senza fondo. Dopo l'elenco dei bonifici da centinaia di migliaia di euro disposti da Franco Fiorito, nuove sorprese arrivano scorrendo la lista dei destinatari degli assegni firmati dall'allora capogruppo Pdl alla Regione Lazio. Tanto che nel registro degli indagati sono stati iscritti i suoi segretari Bruno Galassi e Pierluigi Boschi, entrambi autorizzati a operare sui conti correnti del Pdl presso la filiale Unicredit che si trova nella sede della Pisana. Boschi ne ha firmati almeno due con "girata" a se stesso: l'uno da 2.288 euro il 7 maggio scorso e l'altro da 2.289 euro il 28 giugno scorso. Ma sotto inchiesta rischia di finire pure la sua ex fidanzata Samantha Reali, che ha beneficiato di compensi per almeno quattro mesi.

Spulciando tra le nuove spese sono state scoperte "uscite" quantomeno curiose da giustificare come attività politica. Un esempio per tutti: i 4.120 euro pagati il 12 aprile scorso a Pineider, la cartoleria più prestigiosa di Roma. E poi ci sono i 3.000 euro per pagare il pernottamento in un villaggio turistico, i 4.200 euro per la società Image che vende manifesti e quadri. Il resto degli assegni sono stati intestati a persone che adesso si dovrà capire a che titolo abbiano preso i soldi: 1.558 euro sono stati versati a Meri Greco che in un'altra occasione ha ottenuto 1.565 euro; Stefano Forte ha incassato per due volte assegni da 900 euro l'uno; uguale trattamento per Maria Puzone, che risulta essere parente del consigliere Romolo del Balzo.

Il primo a denunciare le "uscite" senza giustificativo di Fiorito era stato il suo successore Francesco Battistoni che con l'assistenza dell'avvocato Enrico Valentini aveva chiesto alla magistratura di verificare la gestione della tesoreria. Una situazione che era stata evidenziata anche dalla Banca d'Italia con una segnalazione di operazioni sospette che riguardava una sequenza di 109 bonifici. Il resto lo hanno fatto le indagini del Nucleo Valutario che nella prima informativa consegnata ai magistrati hanno elencato tutte le anomalie contabili e sottolineato come Fiorito avesse - soprattutto nell'ultimo periodo - accreditato i soldi a se stesso e agli altri senza specificare il nome del destinatario in modo da eludere i controlli interni del partito. Inseriva l'Iban, ma l'identità rimaneva coperta e così era più complicato risalire a chi riceveva le somme.

Un iter che Fiorito ha scelto di non seguire quando si è trattato di pagare la sua ex fidanzata - che era stata assunta con un contratto a tempo - oppure la compagna del padre che si occupa delle sue tre ville di Tenerife, alle Canarie. Una procedura che avrebbe invece utilizzato per elargire soldi anche ad altri consiglieri del Pdl che avrebbero fatto passare come spese per il funzionamento del gruppo cene, viaggi, feste, ma anche automobili di grossa cilindrata, borse, computer.


Fiorenza Sarzanini
28 settembre 2012 | 10:12

Incidente in metrò, indagato il macchinista Il pm ha deciso il sequestro di alcuni vagoni

Corriere della sera

Ancora da stabilire se il guidatore abbia avuto un malore oppure si sia distratto


MILANO - Indagato il conducente della metropolitana che ha tamponato a 14 chilometri di velocità il treno che lo precedeva tra le fermate della linea verde Garibaldi e Gioia, provocando ferite e contusioni a 22 passeggeri.

 Lo scontro tra treni Lo scontro tra treni Lo scontro tra treni Lo scontro tra treni Lo scontro tra treni

L'INCHIESTA - Il pubblico ministero Galileo Proietto lo ha iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di lesioni colpose sulla base dell'articolo del codice penale intitolato che afferma «chiunque, con la propria azione od omissione colposa, fa sorgere o persistere il pericolo di un disastro ferroviario è punito con la reclusione fino a due anni». Il pm ha disposto il sequestro di alcuni vagoni dei due convogli coinvolti nell’incidente per far luce sulle cause dell’accaduto. Non è ancora chiaro se l’indagato, 35 anni, abbia avuto un malore o se si sia distratto.

Paura a Gioia, tamponamento tra due treni Paura a Gioia, tamponamento tra due treni Paura a Gioia, tamponamento tra due treni Paura a Gioia, tamponamento tra due treni Paura a Gioia, tamponamento tra due treni


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Redazione Milano online 27 settembre 2012 | 20:13

Code e feste, la notte del melafonino Cinque motivi per avere (o no) l'iPhone

Corriere della sera

Il rito di aspettare davanti ai negozi: la lunga attesa degli Apple-maniaci italiani «Per noi è come un vizio»

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Mentre leggete questo articolo, alcune migliaia di immarcescibili Apple-fan avranno già messo le mani sul nuovo iPhone 5, da oggi in commercio anche in Italia. La notte bianca dell'iPhone è andata in scena nei negozi degli operatori Tim, Vodafone e Tre, oltre che nella catena di elettronica Marcopolo Expert. Code, in alcuni casi anche piuttosto corpose, fuori dagli Apple Store. A Bologna due ragazzi padovani, Luca e Riccardo, hanno trascorso 48 ore in strada pur di mettere le mani per primi sul nuovo iPhone. «C'è chi spende per fumare o per bere, noi lo facciamo per l'iPhone 5», spiega il 20enne Luca, replicando a chi lo svillaneggia online. Essere primi in coda d'altronde garantisce un warholiano quarto d'ora di fama su YouTube.

Le notti bianche e le giornate in fila non si fanno per la paura di restare a bocca asciutta. «Siamo fiduciosi di poter soddisfare tutte le richieste dei nostri clienti. Non solo per il lancio di venerdì, ma anche per il weekend», spiegano infatti da Mediamarket, la catena che con i marchi Media World e Saturn è leader in Italia nell'elettronica di consumo. Da tempo le code sono piuttosto parte integrante del rito con cui un nuovo prodotto Apple debutta. Prima l'attesa e lo stillicidio di rumor in rete. Poi il disvelamento durante la messa laica del keynote , un tempo officiata da Steve Jobs e ora dal successore Tim Cook. Infine l'arrivo nei negozi che diventa un misto tra un happening religioso e un rendez vous goliardico. Un fenomeno pressoché unico nel mondo del mondo dell'industria.

PERCHE' COMPRARLO - L'iPhone 5 è concepito per essere l'ennesimo oggetto del desiderio. Benché il design «rettangolo con bordi arrotondati» riprenda in maniera puntuale quello dell'iPhone 4 (in circolazione da oltre 2 anni), è un oggetto sexy e affascinante quanto la tradizione Apple richiede. Merito del completo lavoro di rifacimento della componentistica. Più veloce col nuovo processore A6, più efficace quando si va in rete grazie al supporto alle reti Lte di quarta generazione (non ancora disponibili in Italia), con una fotocamera migliore e un display più grande (in formato «sedici noni») e luminoso. Ma il nuovo iPhone arriva soprattutto con uno spessore di 7,6 millimetri (erano 9,3 nell'iPhone 4S) e un peso di appena 114 grammi (da 140). Impugnato sembra quasi vuoto. Il retro non è più interamente in vetro, ma alterna vetro ad alluminio, con il designer Jony Ive che ha sapientemente mixato materiali lucidi e opachi.

PERCHE' NON COMPRARLO -Attenti ai graffi. Diversi acquirenti americani hanno lamentato segni sul retro, soprattutto per il modello di colore nero, addirittura per telefoni nuovi di zecca. Lo stesso Phil Schiller, capo del marketing di Apple, ha ammesso che «qualunque prodotto di alluminio può rigarsi con l'uso. È normale». È normale ma non per Apple, cui si perdona ben poco. Come nel caso della nuova applicazione per le mappe, sviluppata in casa da Cupertino e che ha sostituito Google Maps.

Troppe le imprecisioni segnalate dagli utenti. Ma a una prova pratica sulle strade italiane l'allarme può essere almeno ridimensionato. L'app funziona un po' peggio di Google Maps e decisamente peggio dell'ottimo Nokia Drive, ma senza radicali problemi. A questi due difetti veniali se ne aggiungono altri. Per comprimere le dimensioni, Apple ha rinunciato al suo storico connettore per il nuovo modello Lighting (lampo). Più piccolo ma incompatibile sia con i vecchi accessori (serve un adattatore, che Apple non regala ma vende a «soli» 29 euro), sia con lo standard micro-Usb usato dagli altri produttori.

QUANTO COSTA - Infine c'è il prezzo. È l'iPhone più caro di sempre: da 729 euro ai 949 del top di gamma. In tempi di crisi e contrazione dei consumi quasi mille euro fanno un po' impressione. D'altronde non lo prescrive il medico di svenarsi per uno smartphone, ma agli italiani viene richiesto uno sforzo ulteriore: 50 euro in più di francesi e tedeschi, 60 euro più degli spagnoli, 70 più degli olandesi. Pesano Iva, tasse locali e Siae. Che però spiegano 10-15 euro e non 50. Il resto è lo spread Paese, inefficienze di trasporti e logistica in testa. E forse l'italica passione per quello che è bello e di moda. Costi quel che costi.



Paolo Ottolina
28 settembre 2012 | 8:16

Ecco la vera storia del "caso Dreyfus": Puniti per un articolo scritto da altri

Libero

Farina commentò una notizia (imprecisa) data dalla "Stampa". Non arrivò nessuna smentita


La precisazione del giudice rispetto all'articolo apparso sul quotidiano torinesi venne battuta solo dall'Ansa, ma Libero non è abbonato all'agenzia
di Fosca Bincher


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È  la sera di venerdì 16 febbraio del 2007. Un cronista de La Stampa raccoglie all’ospedale Regina Margherita di Torino la storia allucinante di una ragazza di 13 anni lì ricoverata dopo lo choc provato per avere abortito. La fonte è di tutto rispetto: il primario di neurochirurgia dell’ospedale, Roberto Rigardetto. È un primario, ed è anche professore alla Facoltà di medicina, di cui attualmente è vicepreside. Ha alle sue spalle decine e decine di pubblicazioni nazionali e internazionali. I cronisti de La Stampa, quotidiano leader a Torino, gli credono. Il suo racconto viene trasferito alla cronista di turno che a quell’ora -    tarda - non è in grado di verificare altro, e pubblica. L’articolo esce nelle pagine nazionali (pagina 18)   con il titolo: «Obbligata ad abortire a 13 anni». L’occhiello aggiunge altri particolari: «Torino, i genitori e il giudice tutelare vanno contro la sua volontà. Il padre è un quindicenne».

Nel sommario ancora altri aspetti: «Dopo l’intervento finisce in psichiatria. Il primario: è stata una violenza». Nell’articolo si virgolettano perfino parole della ragazzina,   chiamata Valentina: «Non posso buttare questo bambino - ha implorato - cercate di capirmi». Si racconta che la ragazza dopo l’aborto è quasi impazzita, ed è stata ricoverata nel reparto di psichiatria del Regina Margherita. Ma lei non ci vuole stare. 

La Stampa virgoletta a Valentina una frase detta ai genitori: «Me l’avete fatta ammazzare e adesso mi ammazzo io, m’ammazzo». Poi   un’altra frase: «Io qui non ci voglio stare, non sono pazza, sto solo male come un cane per quello che i miei genitori e i giudici mi hanno obbligato a fare». L’articolo è accompagnato da un commento di Chiara Saraceno che scrive: «In questo caso il giudice sembra avere preso le parti dei genitori contro la ragazza, capovolgendo il senso della norma». Non era così, ma la Saraceno era ignara.

La nota dell’Ansa - È  questo articolo che racconta il falso per cui è stato condannato a 14 mesi di carcere Alessandro Sallusti. Quella mattina di sabato 17 febbraio a Libero viene letto lo scoop della Stampa. A nessuno salta in mente che possa essere falso: il quotidiano è autorevole, il fatto è avvenuto a Torino, l’articolo è zeppo di particolari, dichiarazioni del primario incluse. Lo commenta indignato Renato Farina, con lo pseudonimo di Dreyfus a cui è obbligato perché tutti i non giornalisti possono scrivere le loro opinioni sui giornali in Italia, meno lui.

A dire il vero la stessa indignazione gronda in dichiarazioni politiche, in una denuncia del Movimento per la Vita, in un commento del cardinale Poletto, vescovo di Torino,  e in uno di monsignor Ravasi. L’articolo viene ripreso nella sua versione originaria anche dall’Ansa di primo mattino. Questo Libero non lo può sapere, perché non è abbonato all’Ansa (come molti  quotidiani: il canone di abbonamento è elevato e non tutti se lo possono permettere) e quindi non  vede quei lanci di agenzia.

Alle 15,30 - l’ho ricostruito grazie alla cortesia di  colleghi abbonati all’agenzia - solo l’Ansa prova una rettifica:  «Aborto tredicenne: nessun intervento giudici tutelari». Il testo spiegava: «Nessun giudice tutelare del tribunale ordinario di Torino è intervenuto sulla vicenda della tredicenne costretta ad abortire. Lo si è appreso da fonti giudiziarie». Era un falso, perché   un giudice era intervenuto. E in ogni caso si trattava di rettifica ufficiosa uscita solo sull’Ansa, di cui Libero non aveva visione. A dire che tutto era falso scese in campo - sempre sull’Ansa - Silvio Viale, leader dei medici abortisti di Torino.

Solo alle 19 e 17 arriva una dichiarazione ufficiale del presidente del Tribunale di Torino, Mario Barbato: «Non c’è stata alcuna costrizione del giudice». Alle 20,45 l’Ansa - che Libero non può vedere - fa una ricostruzione della storia: la ragazzina era peruviana, adottata da due operai torinesi  che  dopo si sono separati. Quando è restata incinta ha detto alla madre che voleva abortire, ma di non dire nulla a papà. Per escludere il padre - che in effetti non ha saputo nulla - c’è voluto l’intervento del giudice tutelare, Giuseppe Cocilovo  (è stato il suo vero ruolo nella vicenda).

Il giorno dopo - Il giorno dopo esce il commento di Dreyfus su Libero, e un articolo del collaboratore di Torino, Andrea Monticone, in cui si riporta sia la notizia de La Stampa - col condizionale - sia la versione di chi diceva che non c’era stata alcuna costrizione. La Stampa ha un secondo pezzo, a metà fra la versione originaria e la rettifica: «La madre: non ho soldi, devi abortire. Valentina ha firmato la richiesta davanti al giudice». Non si riporta la rettifica Ansa, ma alla ventesima riga si dice che il giudice Giuseppe Cocilovo «le ha dato il permesso di prendere autonomamente una decisione». A Libero non arrivano  rettifiche, e leggendo altri giornali non può  immaginare ne esista una.

Anche Repubblica racconta il fatto il 18 febbraio. Inquadrando il caso come controverso: «Tredicenne in psichiatria dopo l’aborto. “Costretta dai genitori”. “No, non è vero”. Mette sullo stesso piano la versione che ha indignato Dreyfus e la versione dei giudici, quasi non credesse troppo a quest’ultima. Si va avanti così per giorni. Solo il 21 marzo su La Stampa appare bella nascosta nella rubrica delle lettere la rettifica firmata dal presidente del Tribunale di Torino, Mario Barbato. Titolo: «Ma il giudice non “ ordina” l’aborto». L’avesse mandata anche a Libero, sarebbe stata pubblicata. Ma questo non è avvenuto. Mai una rettifica diretta, solo la querela rivolta esclusivamente a Libero (nessuna citazione a La Stampa). Così per un’opinione espressa su una notizia pubblicata da un altro giornale oggi va in carcere Sallusti. Per restarci 14 mesi.

Ruba per comprare i libri al figlio

La Stampa

Bloccata all’uscita dal supermercato: «Non l’avevo mai fatto»
GIAMPIERO MAGGIO
IVREA


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Ha rubato, è stata scoperta ed è finita in galera. Tutto per trovare i soldi necessari a comprare i libri di scuola al figlio dodicenne. Quella di Clelia, quarantacinque anni, disoccupata che vive in alto Canavese è una storia di povertà e disperazione. Finita davanti al giudice per il processo per direttissima, ieri mattina, ha urlato tutta la sua rabbia: «Non sapevo che fare, mi vergognavo a dire a mio figlio che soldi per i libri non ce n’erano». 

Tra gli scaffali
Così, l’altro ieri sera, si è fatta accompagnare da un’amica al Bennet di Ivrea, un centro commerciale alla periferia della città. E’ entrata pochi minuti prima della chiusura, ha girovagato tra scaffali e corsie e quando ha capito di essere sola si è avvicinata al reparto profumeria. Nelle tasche di un giaccone ha infilato profumi e bigiotteria per un valore di 400 euro. «Li avrei rivenduti con l’aiuto di un’amica». Poi, con i soldi ricavati, avrebbe potuto acquistare i libri al figlio. Le è andata male. L’ha sorpresa una dipendente che dopo averla notata ha chiamato i carabinieri e l’ha fatta arrestare. L’amica che era con lei, quando ha capito cosa stava succedendo e ha visto che la stavano portando via, è scappata.

Uno stipendio, 6 persone
Adesso Clelia, una donna minuta con i capelli lunghi e ricci che le cadono sulle spalle, decide di raccontare la sua storia. Attorno a lei, nel piccolo cortile di casa, con il giardino curato e i vasi di gerani appoggiati alle finestre, ci sono i famigliari che la rincuorano e continuano a ripeterle di non preoccuparsi e che tutto si risolverà presto. «In casa siamo in 6, lavora solo mio marito e ha uno stipendio di mille euro al mese. Ci sono le bollette e le tasse da pagare, tre figli da mantenere, una nuora che è incinta. Non ce la facciamo più ad andare avanti»
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La scuola
Pochi giorni fa il più piccolo della famiglia, al secondo anno di scuola media, è tornato a casa dicendo alla mamma che bisognava comprare i libri. Trecento euro da pagare subito. Soldi, però, non ce n’erano. L’idea di chiederli ai parenti non l’ha neppure sfiorata: «Questione di orgoglio, non è facile ammettere di essere poveri». E allora l’è venuta l’idea del furto. «Ho passato una notte a guardare il soffitto, a girarmi e a rigirarmi nel letto, non riuscivo a darmi pace. Un tormento». Clelia ha programmato il colpo da sola, all’oscuro del marito e dei figli più grandi. «Conosco una tizia in paese che queste cose le fa da un pezzo. Me ne aveva parlato un po’ di tempo fa. E sapevo che mi avrebbe aiutata». Così si è fatta accompagnare fino al centro commerciale e non ha detto una parola. Quando è arrivata ha spiegato alla donna che era con lei di aspettarla in macchina e che avrebbe fatto in fretta. «Le ho detto che dovevo compare da mangiare». Poi è entrata. 

L’arresto
«Ero agitatissima», racconta attraverso i famigliari. Ma si è fatta coraggio. Quando ha raggiunto gli scaffali ha fatto più in fretta che poteva: ha staccato le tacche antitaccheggio e ha infilato più roba possibile nel giaccone. «In quel momento sapevo che stavo facendo una cosa sbagliata, ma non ho avuto scelta, ero come in trance». Si è guardata attorno e quando ha capito che aveva via libera ha tentato di guadagnare l’uscita. Fuori, però, ad aspettarla c’erano già i carabinieri. Ora Clelia dovrà affrontare un processo. Fra pochi giorni tornerà in aula accompagnata da un avvocato. Il marito la guarda con tenerezza. «Abbiamo capito perché lo hai fatto, vedrai che andrà tutto bene. Non ti preoccupare». 

Svizzera, Monna Lisa è ringiovanita: presentata un'altra versione del quadro

Corriere della sera

Presentata la Monna Lisa anteriore, simile alla Gioconda del Louvre. Dovrebbe essere una versione antecedente

La Monna Lisa anteriore (Epa)La Monna Lisa anteriore (Epa)


La Gioconda più giovane. Per la «Mona Lisa Fondation di Zurigo», la fondazione alla quale i proprietari hanno affidato il quadro perché venisse studiato, si tratterebbe della prima versione, abbozzata nel 1503 e rimasta incompiuta della celeberrima Monna Lisa di Leonardo. Presentata giovedì a Ginevra insieme a un libro di studi che ne sostiene l'attribuzione al genio toscano, eccola l'altra Gioconda da tempo battezzata la «Isleworth Mona Lisa» (o Monna Lisa anteriore).

I PROPRIETARI - Rimasto per 40 anni in un caveau svizzero, da dove è uscito di recente solo per un tour in tre musei giapponesi (la mostra che si è tenuta nel 2011-12 si intitolava Leonardo e l'idea della bellezza) il dipinto è di proprietà di un consorzio internazionale che lo ha acquistato nel 2003 dagli eredi di Elisabeth Meyer, la compagna del collezionista d'arte Henry Pulitzer, lontano cugino di Joseph Pulitzer, creatore del premio omonimo. Il soggetto è una Monna Lisa molto simile, ma più giovane e più sorridente rispetto alla Gioconda del Louvre. La Fondazione, che ha pubblicato il libro per presentare i risultati di «35 anni di ricerche», ritiene appunto che si tratti di una versione di dieci anni antecedente la Mona Lisa del Louvre.

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Redazione Online28 settembre 2012 | 11:08

Contante addio, dal 2014 si paga con il cellulare

Libero

Il ministero dell'Economia dovrà stabilire la soglia oltre la quale non si potrà usare la carta-moneta


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Addio contante. Progressivamente gli italiani saranno costretti a fare a meno della carta-moneta e affidarsi a strumenti elettronici, siano essi carte di credito, bancomat e addirittura cellulari, per fare qualsiasi acquisto: dal 2014 tutti pagamenti dovranno essere tracciabili. Lo stabilisce un decreto sviluppo che "Italia Oggi" ha avuto modo di leggere. Un documento che, oltre a fissare la soglia oltre la quale sarà vietato il contante (ancora non è stata decisa), fa partire la sperimentazione per far diventare il telefono cellulare una carta di pagamento. Ma non solo.

Sono previste tutta una serie di innovazioni tecnologiche che ci renderanno più facile la vita. Ecco allora la carta d'identità elettronica, che sarà distribuita gratuitamente, che si fonderà con la tessera sanitaria: il 2014 è previsto come l'anno del change over e del completo abbandono di quella in formato cartaceo. Altra novità è che la ricetta online sarà valida dal 1° gennaio 2014 su tutto il territorio nazionale. Poi ci sono i libri digitali per gli studenti a partire dall'anno scolastico 2013-2014 e la soppressione delle piccole scuole, quelle presenti nei terriori definiti geograficamente di particolare isolamento: gli alunni, con la vigilanza di un tutor, saranno collegati in rete con modalità didattica dell'e-learnig.

Subiranno una svolta anche i pagamenti elettronici della pubblica amministrazione: non si accetteranno più contanti, così come tutti i soggetti che effettuano l'attività di vendita e di prodotto o di servizi anche professionali, saranno tenuti ad accettare pagamenti effettuati attraverso carte di credito.

Il Dio dei Simpson? È uno di famiglia (e ci puoi scherzare)

Brunetto Salvarani - Ven, 28/09/2012 - 09:07

l'ironia non è peccato: ecco il lato religioso delle icone della "middle class"

«Di solito non sono un uomo religioso, ma se tu sei lassù, salvami, Superman!».





Lo spiazzamento offertoci dalla battuta di Homer Simpson sottintende due cose cruciali. La prima, che il microcosmo del sacro, nella saga a cartoni animati oggi più famosa ha un peso notevole: proprio come capita negli Usa, unica porzione del mondo occidentale in cui le fedi risultano in evidente aumento. La seconda, che il motivo del successo che essa sta ottenendo, in buona misura sta nell'aver intercettato con straordinaria felicità espressiva il cuore della postmodernità, il gioco della citazione, del rimando, dell'allusione insistita a linguaggi, temi, generi, opere d'arte.Un fulmineo ripasso per chi si fosse perso le circa 450 puntate della serie. I Simpson sono la tipica famiglia della middle class che da sempre affolla l'immaginario cinematografico e televisivo statunitense.

Distante anni luce dal modello mieloso delle sit-com di maniera, è connotata da uno smisurato spirito dissacratorio, pur essendo a propria volta quanto mai massificata. Schiava del piccolo schermo, dei fenomeni di massa e di molti pregiudizi parossistici, col suo stile di vita politicamente scorrettissimo, la saga dei Simpson spolpa però ogni mito e ogni consuetudine, riscattandosi dal baratro della mediocrità. Con l'istituzione-famiglia al centro del plot narrativo, sbeffeggiata di continuo, ma anche riconosciuta come l'unico (e ultimo) punto di riferimento in chiave sociale, e a conti fatti il più solido. Il papà, grasso, pigro e devoto a birra e a ciambelle, Homer; la mamma Marge, casalinga perbenista e azzurrocrinita; i tre figlioletti (Bart, Lisa e Meggie).

Questa la formazione base.I personaggi scaturiti dalla matita di Matt Groening interpretano come pochi altri il bisogno di legami sociali in genere oggi negati, ma anche di andare oltre, di cieli almeno parzialmente aperti in tempi di cieli chiusi, della generazione del dopo 11 settembre: considerandola capace di sentimenti, preda di paure irrisolte, aperta al racconto di storie che prendono di petto il groviglio che alberga in tante vite. Gli abitanti di Springfield dimostrano, infatti, di essere in primo luogo una comunità, una compagnia di amici più che di concittadini, con tanto di mito fondatore, feste ricorrenti e tradizioni locali. E confermano che il soprannaturale e le sue deviazioni fanno parte a pieno titolo del teatro della quotidianità, ed è assai più interessante imparare a gestirli che temerli.

Certo, irridendo spesso gli scenari del sacro, a partire dalla civil religion di marca squisitamente yankee («Ma Marge, e se avessimo scelto la religione sbagliata? Ogni settimana faremmo solo diventare Dio più furioso!», dice Homer alla moglie per sfuggire alla funzione domenicale; e ancora si lascia scappare un «Dio è il mio personaggio immaginario preferito»).Al tempo stesso, si inneggia a un dialogo interreligioso fatto di prassi più che di riflessioni metafisiche, come nell'episodio che vede unirsi le forze dell'ebreo Krusty il Clown, dell'indù Apu e del cristiano fondamentalista Ned Flanders per salvare la casa dei Simpson ormai carbonizzata a causa dell'incorreggibile negligenza del pater familias. E ci si rivolge in presa diretta a Dio (raffigurato secondo i crismi dell'iconografia classica) nei momenti di maggiore crisi.

Mentre il reverendo Lovejoy, pastore di una non meglio precisata chiesa evangelica, regolarmente sbeffeggiato dal duo Homer/Bart, è più intento a conservare una qualche autorità sociale che a rispondere alle richieste dei suoi fedeli: tanto che sarà la stessa Marge a prenderne il posto, come Signora Ascolta, per replicare attivamente ai loro dubbi e problemi. A esser presa di mira non è tanto l'istituzione Chiesa, quanto i suoi rappresentanti.I Simpson sono l'unica serie televisiva animata che si permette di parlare di Dio, di quello con la «D» maiuscola. E i contatti diretti di Homer con Lui gli confermano l'inutile prolissità delle prediche di Lovejoy. Mentre Homer litiga con Marge, ligia a ogni dovere civilreligioso, è lo stesso Padreterno che rassicura Homer sull'insignificanza di una partecipazione puramente rituale. Quasi un monito sull'urgenza di rinfrescare il linguaggio ecclesiale!

Ma il passaggio più esilarante è forse, al riguardo, un monologo homeriano, in uno dei suoi (rari) momenti di grazia, che produce la seguente preghiera: «Caro Dio: gli dei sono stati benevoli con me. Per la prima volta nella mia vita, ogni cosa è assolutamente perfetta. Quindi ecco il patto: tu fermi ogni cosa così com'è, e io non ti chiederò mai più niente. Se è ok, per favore non darmi assolutamente nessun segno... (silenzio). Ok, affare fatto. In gratitudine, io ti offro questi biscotti e questo latte, se vuoi che li mangi per te, non darmi nessun segno... (silenzio) sarà fatto!».

Esauritesi le preoccupazioni degli inizi degli anni '90 - quando la serie sbarcò in sordina in Italia - con le riserve di genitori e pedagogisti sul linguaggio un po' crudo e qualche scena violenta, oggi il consenso sembra unanime. Il turpiloquio è ridotto al minimo; mentre gli accenni di violenza sono caricaturali e grotteschi, e dunque pieni di autoironia. La morale dei Simpson e insieme la loro idea vincente è che, dopo il classico tsunami di peripezie e disavventure, ciò che può salvare il salvabile è solo il focolare domestico. Il nucleo familiare, per sgarrupato che sia, come bene-rifugio, investimento a lungo termine, àncora di salvezza in un universo denso di trappole.

Direttori plurindagati in tutte le redazioni: non solo al Giornale

Redazione - Ven, 28/09/2012 - 08:18

Anche a carico di chi guida "Corriere" e "Repubblica" decine di inchieste per diffamazione. La pena più dura? Sotto i sei mesi

Ventisei nell'arco di due anni. E solo al tribunale di Milano.


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È il numero degli articoli del Corriere della sera finiti sotto processo insieme ai giornalisti che li hanno scritti e al direttore della testata. Un record, ma in una graduatoria affollata di imputati. Il Giorno è a quota 17, Panorama segue a ruota a 15, poi via via tutti gli altri. Fa parte del mestiere, una professione che si svolge su un confine difficile, mai fissato con chiarezza. Basta poco e scatta l'accusa di diffamazione. L'avvocato Sabrina Peron ha sviluppato nel 2007 uno studio approfondito, uno dei pochi sul tema, per conto dell'allora presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia Franco Abruzzo.

La fotografia è un po' datata ma molto interessante perché al setaccio del legale sono passate tutte la cause arrivate al tribunale di Milano fra il 2003 e il 2004 e poi tutti i procedimenti definiti dalla corte d'appello del capoluogo lombardo nel triennio 2003-2005.Le cifre del contenzioso sono imponenti: un flusso continuo di carte bollate che ritorna nelle aule in cui si discutono i procedimenti di secondo grado.

Qua troviamo il Giornale che sfuggiva al rilevamento precedente perché gran parte delle sentenze che lo riguardano arriva dal tribunale di Monza. E il Giornale è al vertice di questa poco invidiabile classifica con 55 processi, ma gli altri vengono dietro, sia pure a distanza: Panorama è a 19, Repubblica a 16, il Corriere della sera a 13, la Padania a 8, le tv di Mediaset a 7. Non è possibile generalizzare, ma si può affermare che i processi per diffamazione sono all'ordine del giorno, per non parlare di quelli civili che richiedono alti conteggi.

Attenzione: una sentenza come quella che riguarda Alessandro Sallusti si fa però fatica a trovarla. In tribunale, nel giro di 24 mesi, la punizione più dura è sempre sotto i 6 mesi. E in corte d'appello si scende ancora, anche se su un calendario spalmato su tre anni: il massimo della pena è di 4 mesi e 15 giorni, a correzione di un verdetto precedente, non di matrice ambrosiana, che aveva appioppato al giornalista una pena pesantissima di 24 mesi di carcere. In secondo grado, come si vede, la punizione è stata mitigata, il contrario di quel che è accaduto ad Alessandro Sallusti che in prima battuta era stato condannato a pagare 5mila euro, ovvero una pena pecuniaria.

La multa è la pena standard di questi processi, il carcere l'eccezione. Si è chiuso a colpi di euro il 94 per cento dei processi in tribunale, solo il 6 per cento delle querele è finito con la condanna al carcere, ma sempre con una pena poco più che simbolica. In corte d'appello le proporzioni cambiano ma non di molto: il 72 per cento delle condanne non va oltre la multa e solo il 20 per cento si traduce in una condanna detentiva.Insomma, il caso Sallusti è in controtendenza: è raro che la pena salga passando dal primo al secondo grado.

È ancora più difficile trovare una condanna a 14 mesi e, anche se mancano dati specifici, sembra davvero un unicum la mancata concessione della condizionale. Non sorprende invece il fatto che a querelare il direttore dimissionario del Giornale sia stato un magistrato. In tribunale, dove già sono di casa, i giudici sono parte offesa nel 18 per cento dei procedimenti per diffamazione. Le persone giuridiche, quindi società e associazioni, rappresentano il 14 per cento del totale, contro il 9 per cento dei politici. In appello i magistrati svettano con il 19 per cento delle querele, ma i politici li appaiano con la stessa percentuale, mentre gli amministratori delle persone giuridiche si fermano al 9 per cento.

I custodi della legge sono dunque fra le categorie più attente nel non farsi pestare i piedi.L'alluvione di numeri può anche risultare indigesta, ma aiuta a far capire lo guerriglia che si combatte su quel confine inquieto. In particolare sul terreno della cronaca dove spesso si accende la scintilla della disputa: nel 46 per cento dei casi in tribunale, un po' meno in secondo grado. Certo, nove sentenze su dieci puniscono l'assenza del criterio di verità, insomma la pubblicazione di notizie false. Patacche. Ma in appello emerge un altro fenomeno allarmante che rischia di mandare al macero tutti gli altri numeri: un quarto dei processi svanisce nella nuvola della prescrizione. Le cancellerie sono ingolfate, ma col passare del tempo le accuse si assottigliano e le pene scendono. Con Sallusti è successo tutto il contrario. Ma, si sa, le statistiche non hanno la faccia del direttore del Giornale.
di Stefano Zurlo

La galera per i giornalisti? Una follia del codice Rocco ancora valido dopo 82 anni

Paolo Bracalini - Ven, 28/09/2012 - 08:10

Le norme sulla diffamazione sono quelle ideate nel Ventennio fasciasta. Nel mondo 146 reporter reclusi: nessuno nelle democrazie occidentali

Roma - Ruanda, Iran, Vietnam, Burundi, Corea del Nord, Turkmenistan, Sudan, Laos, Siria, e altri regimi.


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Sono 146 i giornalisti imprigionati nel mondo (dato raccolto da «Reporter sans Frontieres»), ma neanche uno tra le democrazie occidentali, in cui rientra anche l'Italia. Che però, nel suo codice penale, prevede la galera per i reati a mezzo stampa, dunque per i giornalisti. Un retaggio del passato, uno dei tanti del codice penale introdotto nel 1930 da Alfredo Rocco, ministro della Giustizia del governo Mussolini ed ispiratore delle leggi speciali dette «fascistissime».

Il codice è stato ritoccato più volte ma resta ancora l'impianto base del sistema penale italiano, specie nell'impostazione sui reati di opinione e contro lo Stato che risente della filosofia autoritaria nella quale è stato concepito. Il cattolico Pinto, estensore dell'omonima legge sul risarcimento per l'eccessiva durata del processo, definì il codice penale Rocco «incompatibile, in tanti casi, con la democrazia», Violante ha parlato di «residuo di un'epoca totalitaria», il giurista Rodotà di un «prodotto della cultura autoritaria paradossalmente sopravissuto».Prendiamo l'articolo che riguarda la diffamazione a mezzo stampa, il 595, quello applicato a Sallusti. Prevede la reclusione «da sei mesi a tre anni». Originariamente - spiega il vicepresidente del Csm, Vietti - il codice Rocco prevedeva l'applicazione o della pena detentiva oppure di quella pecuniaria, mentre il cumulo di entrambe arriva nel 1948.

Ma non basta, la pena è aumentata «se l'offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad una autorità costituita in collegio». Una misura sproporzionata, in ogni caso, rispetto alla diffamazione, sostiene il penalista Ennio Amodio. Per questo tipo di reato meglio sarebbe tornare «ad una giuria mista popolare o ad un collegio di giudici di pace», «per recuperare l'equilibrio» e dare anche «una maggior garanzia per l'imputato, perché il giudice quando avverte che l'attacco è all'ordine della sua categoria, va con mano pesante».

Il codice però si preoccupa più dell'integrità dello Stato che delle garanzie dell'imputato («garantismo inquisitorio» lo chiama Amodio). C'è persino il reato di «disfattismo economico» (art. 267), fortunatamente limitato a periodi di guerra, e solo fino a qualche anno fa i reati di «Associazione antinazionale», «Propaganda ed apologia antinazionale», «Illecita partecipazione ad associazioni aventi carattere internazionale».

Il libro II del codice penale (Rocco) si apre sui «delitti contro la personalità dello Stato». Qui sono intervenute una serie di modifiche soltanto nel 2006, quando ministro della Giustizia era il leghista Castelli («abbiamo alzato il tasso di democrazia del Paese»). I reati vengono definiti in modo più preciso, le pene alleggerite.

Ma rimane l'impostazione da Ventennio del codice. Ad esempio il reato di «Vilipendio alla nazione italiana», fino al 2006 punito con la prigione fino a tre anni, modificato in multa fino a 5mila euro. Se qualcuno «vilipende la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato» non rischia più tre anni di galera, ma bensì (nel nuovo art. 292) una multa che può arrivare a 10mila euro. Resta, nel nostro codice penale, che «chiunque pubblicamente e intenzionalmente distrugge, deteriora, imbratta la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato è punito con la reclusione fino a due anni».

Ed è incredibile come fino a qualche anno fa si rischiasse un anno di carcere se sorpresi semplicemente a «far risalire al presidente della Repubblica il biasimo o la responsabilità degli atti del Governo» (articolo 279, abrogato). È invece in vigore l'articolo che prevede non più il carcere ma 5mila euro di multa per «chiunque offende l'onore o il prestigio di un corpo politico, amministrativo o giudiziario, o di una rappresentanza di esso».

Stessa punizione per chi pubblicamente vilipende la Repubblica, il Parlamento, il Governo, o la Corte costituzionale, l'Esercito o l'ordine giudiziario in generale (multa da 1 a 5mila euro). Chiunque, poi, offende l'onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni. L'«oltraggio al pubblico ufficiale» è stato abrogato ma poi reintrodotto (art. 341 bis), e così, chi in luogo pubblico offende l'onore e il prestigio di un pubblico ufficiale, è punito con la galera, fino a tre anni. A meno che l'imputato non risarcisca il pubblico ufficiale o, addirittura, il suo «ente di appartenenza».

Su Marte scorrevano torrenti d'acqua

Corriere della sera

Nuove prove di un passato diverso del Pianeta Rosso

Una immagine  Nasa: quello che era probabilmente il letto di un fiume su Marte (Reuters)Una immagine Nasa: quello che era probabilmente il letto di un fiume su Marte (Reuters)


Una volta su Marte c'era l'acqua: se ne dicono convinti gli scienziati della Nasa sulla base dei dati e delle immagini inviati dalla sonda mobile Curiosity, atterrata sul Pianeta Rosso lo scorso 6 agosto, che mostrano tracce chiare lasciate da antichi letti di corsi d'acqua. Curiosity, che si muove sulla superficie marziana, è dotata di sensori e di un laboratorio chimico, ha una missione di due anni focalizzata principalmente su una montagna di circa 5.000 metri di roccia stratificata, Mount Sharp, che sorge al centro del cratere Gale, dove la sonda è atterrata.

LE TRACCE - I sedimenti che formano il rilievo, secondo gli scienziati, sono una possibile prova che il cratere una volta era pieno d'acqua, della cui esistenza passata vi sono invece le prove nella disposizione delle pietre, che denotano antichi torrenti, di cui sono visibili i letti e relativi sedimenti alluvionali. Ha subito attirato l'attenzione degli scienziati di Cape Canaveral un macigno conficcato nel terreno di natura differente alle pietre circostanti che appare troppo grande per essere stato depositato là da altro che dall'acqua. E la presenza dell'acqua riaccende le speranze di trovare tracce di vita antica, anche microscopica: «Certamente l'acqua che scorre Š un posto dove microorganismi possono aver vissuto», mentre la roccia affiorante, che gli scienziati stanno decidendo se esaminare, «potrebbe anche avere tracce degli elementi che normalmente associamo ad un ambiente dove può esserci vita», ha commentato il capo degli scienziati, John Grotzinger, del California Institute of Technology.


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Redazione Online28 settembre 2012 | 9:32

Cani e gatti in condominio senza divieti, via libera della Camera

La Stampa

Sarà «vietato vietare» a cani e gatti di poter vivere nelle abitazioni dei condomini. Lo afferma la Lav (Lega antivivisezione) facendo riferimento all'approvazione alla Camera della legge per il diritto a vivere con cani e gatti, che ora dovrà passare al vaglio del Senato .

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Di fatto, spiega la Lav, con l'integrazione del codice civile, «le norme del regolamento condominiale non possono vietare di possedere o detenere animali domestici», si mette la parola '«stop alle discriminazioni». Per la Lav si tratta di «una vittoria per le famiglie che vivono con quasi 20 milioni di quattro zampe e di una battaglia iniziata nelle assemblee condominiali e nei tribunale».

In questo modo, rileva la Lav, «l'Italia adegua un'altra parte della propria legislazione ai principi contenuti nel trattato Europeo che definisce gli animali esseri senzienti, e al codice penale che punisce i loro maltrattamenti». «È un nuovo, concreto passo per porre fine a una discriminazione contro chi vive con animali domestici. Una pace sociale che dovrà essere rispettata da tutti, senza alcun dubbio interpretativo», dice Gianluca Felicetti, presidente della Lav.

Inoltre, «l'approvazione di questa nuova legge fa venir meno inutili controversie giuridiche, con grande vantaggio per la `macchina della giustizia´».Il nuovo articolo - ricorda la Lav - è stato approvato grazie alla presentazione, a inizio di questa legislatura, della proposta di legge della stessa Lav per la riforma del codice civile sostenuta dalle parlamentari Gabriella Giammanco del Pdl e Franca Chiaromonte del Pd, sostenuta dai parlamentari del Pdl Luigi Vitali, Michela Vittoria Brambilla, Gianni Mancuso, da quelli del Pd Rodolfo Viola e Andrea Sarubbi e dal relatore Salvatore Torrisi.

(Fonte: Ansa)