martedì 25 settembre 2012

I prezzi di iPhone5: si arriva a 959 euro!

Corriere della sera




Sono online i prezzi a listino forniti da Tim per l’iPhone5, in arrivo in Italia da venerdì prossimo. Si parte da 729 euro per il modello da 16 Gb – come era stato anticipato da diversi siti – per passare a 839 per quello da 32Gb fino ad arrivare alla cifra forse record per uno smartphone di 959 euro per il modello di punta con 64 Gb a bordo. Come spiega iPhoneItalia, essendo i prezzi senza contratto – e considerando che il listino Tim è sempre stato identico a quello Apple – in Italia l’iPhone 5 costerà 50 euro in più rispetto a Francia e Germania. Se la notizia sarà confermata, online rimbalzano già le tabelle di confronto per chi fosse interessato a comprare il gioiellino all’estero (qui sotto quella di HdBlog di qualche giorno fa: infatti il prezzo del 64 Giga non corrisponde. Sempre da HdBlog è stata presa l’immagine amara-spiritosa che apre il post).



Sempre su iPhoneItalia è quindi possibile trovare una foto che rende conto dei prezzi dello smartphone di Apple attraverso le offerte in abbonamento di 3Italia.



Infine, per chiudere il giro degli operatori, su Tom’s Hardware è stata pubblicata una tabella che riassume molto bene l’offerta di Vodafone per l’Italia. Sotto un’immagine presa dal sito sull’abbonamento chiamato Relax per il 16 Gb

Via libera del Senato: presto lo stop automatico alle "cartelle pazze"

Chiara Sarra - Mar, 25/09/2012 - 18:59

La Commissione finanze ha messo a punto il testo del ddl: se l'ente non risponde entro 220 giorni, la cartella sarà automaticamente annullata. Resta il nodo delle cosiddette ganasce fiscali


Presto le "cartelle pazze", quelle con importi a diverse cifre, risultato di errori da parte del Fisco, potranno finalmente far meno paura ai malcapitati che le ricevono.



La commissione Finanze del Senato ha infatti messo a punto il testo di un ddl (in realtà presentato tre anni fa) che permette il loro annullamento.

Il meccanismo è semplice: il contribuente che dovesse ricevere una cartella esattoriale prescritta o errata potrà, entro 90 giorni dalla notifica, presentare una dichiarazione all'ente creditore, che avrà ulteriori 60 giorni per dare una risposta. Trascorsi "inutilimente" 220 giorni dalla dichiarazione iniziale, la multa sarà automaticamente annullata. E per i cittadini che provano a fare i furbi sono previste sanzioni onerose e responsabilità penale per aver dichiarato il falso. La norma ha il sostanziale via libera del governo, ma resta da sciogliere il nodo sull'attenuazione delle cosiddette ganasce fiscali sotto i 2mila euro.

Grillo attacca la stampa. E Favia lo sfida: "Io non lascio"

Luca Romano - Mar, 25/09/2012 - 16:06

Il leader del M5S attacca la stampa e parlando dei giornalisti dice: "Vorremmo conoscerli più da vicino: i loro nomi, il loro curriculum, i loro pensieri. Vorremmo sapere qual è il loro stipendio, vogliamo intervistarli..."

Non gli è piaciuto come la stampa ha parlato dell’evento di domenica scorsa a Parma.





E così Beppe Grillo si è scagliato, ancora una volta, contro i giornali e il mondo dell'informazione italiana tout court. Mondo che preferisce snobbare, preferendo per le sue interviste tv straniere.
Ma detto questo, lo sfogo e l'attacco del guru genovese sono subito comparsi sul blog del leader del MoVimento 5 stelle. Che si èesibito in una categorizzazione sciasciana dei giornalisti.

"Con un’informazione libera l’Italia cambierebbe in 24 ore. I giornalisti italiani si suddividono in tre categorie: gli indipendenti (pochi, eroici e spesso emarginati), gli schiavi (tantissimi, sfruttati epagati 5/10/20 euro a pezzo) e i Grandi Trombettieri del Sistema, nominati in posizioni di comando dai partiti e dalle lobby (direttori di testata, caporedattori, grandi firme, intellettuali per meriti sul campo)", scrive l'ex comico, polemizzando sulla copertura mediatica dell’evento di Parma.

"A Parma tecnici ed esperti hanno discusso per ore di inceneritori, dei danni alla salute, della loro assoluta inutilità, di rifiuti zero, dei tre miliardi di debiti di Iren, società quotata in Borsa e posseduta in maggioranza dai Comuni targati pdmenoelle. Nulla di tutto questo è stato riportato. La piazza vuota, semi vuota, quasi piena è stato l’unico argomento di interesse (in piazza della Pace erano presenti 3.000 persone e decine di migliaia erano collegate in streaming). 

Parlare d’altro per non parlar di niente", ha tuonato Grillo, aggiungendo che "il conflitto di interessi tra informazione e potere economico e politico è diventato insopportabile" e che "l'Italia è un’Isola dei Famosi, un reality show di sessanta milioni di persone che ascoltano favole, racconti fantastici in dosi così massicce e da così lungo tempo da aver trasformato il Paese in un gigantesco Truman Show in cui la verità è menzogna e la menzogna è verità".

Infine, il proprietario del logo del Movimento 5 Stelle ha concluso con una ironica (?) provocazione: "Intervistiamo i giornalisti che si presentano agli incontri pubblici e alla manifestazioni e pubblichiamo i video su Youtube. Lo faranno volentieri per salvaguardare il diritto all’informazione".
Intanto, il tema della democrazia interna, esploso con il fuorionda del consigliere regionale dell'Emilia-Romagna Giovanni Favia, continua a tenere banco. E proprio Favia, intervistato da Radio 24, è tornato sull'argomento.

"Il tema non è Favia che pone dei problemi di democrazia, ma è che ci sono moltissime persone nel movimento che hanno voglia di capire come saranno queste dinamiche", ha dichiarato il consigliere, aggiungendo come "purtroppo si è alzato un muro da parte di Beppe Grillo e dello staff e non posso farci nulla, io continuo il mio lavoro in Regione con lo stesso impegno di prima".

Poi, Favia lancia una vera e propria sfida a Grillo: "Sotto un profilo politico, che io abbia o meno la fiducia di Beppe, non cambia in alcun modo il fatto che io possa portare avanti la bandiera del M5S e soprattutto la mia battaglia al servizio dei cittadini in Regione. Beppe Grillo è padrone del logo, ma non è padrone del movimento. Il movimento l’abbiamo creato mattone su mattone sul territorio, io sono stato eletto da una lista civica. 

Nonostante Beppe Grillo mi indicò come candidato presidente, io feci comunque le primarie nella nostra regione. Sono stato scelto e votato dai cittadini e quindi rispetto il mio impegno con loro".Al di là dei dissidi con Grillo, secondo Favia, la questione sono i tanti nel M5S che chiedono strumenti di democrazia interna a livello nazionale e che non vanno delusi perché "se noi sbagliamo le elezioni per il Parlamento, non ci sarà una seconda chiamata. Come abbiamo aumentato i voti velocemente, così li possiamo perdere".

Il «momento Palin» di Romney: «Perché non si possono aprire gli oblò negli aerei?»

Corriere della sera

Le dichiarazioni mentre commenta l'atterraggio d'emergenza della moglie Ann. Ironie da giornali e social network

C’era una volta Sarah Palin, la ex governatrice dell’Alaska. Nel 2008 la stella nascente della politica Usa avrebbe potuto sedersi sulla poltrona di vice-presidente degli Stati Uniti se John McCain avesse superato Barack Obama, ma soprattutto se la hockey mom non fosse incappata nelle oramai famose (e innumerevoli) gaffe. La stessa sorte sembra toccare ora a Mitt Romney. L’ultima cantonata del 65enne mormone? A una cena di beneficenza si è lamentato perchè non è possibile aprire i finestrini degli aerei. «Un grave problema in caso di incidenti», ha detto. E la rete ride.

LE DICHIARAZIONI - Come mai Mitt Romney ha detto una cosa simile, ignorando apparentemente i terribili rischi della conseguente depressurizzazione del velivolo in caso di apertura dell’oblò? Il repubblicano stava parlando ai sui a Beverly Hills della moglie Ann, costretta venerdì scorso a un atterraggio d'emergenza a Denver, in Colorado. Il velivolo sul quale viaggiava, un jet usato per la campagna del marito, aveva infatti avuto un'avaria, con infiltrazione di fumo in cabina. «Non credo si sia resa conto di quanto ci siamo preoccupati», ha raccontato Romney dal podio accanto alla consorte. Aggiungendo: «Quando c'è un incendio su un aereo, non si sa dove scappare, e non si può far entrare aria perchè i finestrini non si possono aprire. Non so perchè lo facciano (i costruttori degli aerei, ndr). E' un vero problema. E’ molto pericoloso».

IL WEB NON PERDONA - Come riferisce il Los Angeles Times non è chiaro se qualcuno dei presenti gli abbia spiegato le conseguenze dell'apertura degli oblò: il gelo (la temperatura all’esterno scende anche di 40 gradi) e i bassi livelli di ossigeno in alta quota ucciderebbero i passeggeri, mentre la differenza di pressione fra l'esterno e l'interno rischierebbe di spezzare l'aereo. I commenti sarcastici si sprecano. «E’ incredibile, dovrebbe sapere queste cose. Dopotutto ha trascorso molte ore in volo», scrive Patrick Smith dal suo blog Ask the pilot. Non perdona Twitter. Accanto all’hashtag #RomneyPlaneFeatures gli utenti presentano al multimilionario Romney nuove e strabilianti idee come far costruire il suo «Air Force One ideale». Premesso, ovviamente, che vinca le elezioni di novembre.

Elmar Burchia
25 settembre 2012 | 16:09

Mujica, il taglio nel naso e le buche dell'Avana

La Stampa

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YOANI SANCHEZ


Fu una lastra del tetto che volava nel vento a provocare un taglio nel naso del presidente uruguayano José Mujica. Un pezzo di metallo che si staccò, proprio quando aiutava un vicino a rinforzare la copertura del tetto della sua casa. L'aneddoto ha fatto il giro dei media e delle reti sociali come esempio della semplicità di un uomo di governo già noto per il suo austero modo di vivere. Si trovava lì, come un contadino qualsiasi, per fare in modo che l'uragano non si portasse via le tegole di un'abitazione vicina alla fattoria dove vive, a Montevideo. Senza dubbio, un aneddoto carico di insegnamenti che molti altri governanti del mondo dovrebbero imitare.

La storia di Pepe Mujica mi ha fatto riflettere sulla separazione che esiste a Cuba tra il modo di vivere dei dirigenti e il popolo. Il contrasto è così marcato, così abissale, che determina buona parte degli errori che i primi commettono al momento di prendere decisioni. Il problema non è che abitano case migliori, risiedono in stupendi quartieri residenziali e che guidano auto più moderne. No. La grande differenza sta nella mancanza quasi totale di pratica che hanno le autorità in relazione ai problemi che affliggono il nostro quotidiano. Non sanno cosa voglia dire attende per oltre un'ora a una fermata dell'autobus, non conoscono lo sconforto di un'interruzione elettrica nel bel mezzo della notte, il fastidio di camminare per strade prive di illuminazione pubblica o piene di buche.

Non hanno la più pallida idea dell'odore di sudore rancido che pervade gli interni dei camion dove viaggiano decine di persone da un paesino all'altro, né del baccano prodotto dai carri a cavalli che rappresentano per molti l'unico mezzo di trasporto. Non hanno mai passato una notte nella stazione La Coubre, in lista d'attesa per ottenere un biglietto del treno, né hanno dovuto pagare l'equivalente del salario mensile a un custode che rivende i tickets per salire sopra un vagone scassato. Quando mai un comandante o un generale di questo paese è entrato in un negozio che smercia prodotti in pesos convertibili per vedere se il macinato di carne si vendeva a un prezzo più economico ed è dovuto uscire perchè il denaro non bastava per nessuna merce esposta sugli scaffali?

Da quanto tempo un ministro non apre un frigorifero e si rende conto che l'acqua avanza ma manca il cibo? Il presidente del parlamento avrà dormito qualche volta sul materasso rattoppato in continuazione dalla nonna? Avrà rammendato gli indumenti intimi per continuare a usarli? Avrà usato l'aceto da cucina per lavarsi i capelli come se fosse uno shampo? I figli di questi gerarchi sanno qualcosa di quelle umide prime ore del mattino che devi passare ad accendere il fornello a kerosene per preparare il cafè per la prima colazione? Hanno visto da vicino la faccia del funzionario che dice “no” – quasi con gusto - quando gli si chiede l'esito di una pratica? Qualcuno di loro avrà dovuto vendere pacchettini di arachidi per sopravvivere come fanno tanti vecchietti in pensione per tutto il paese?

Non possono governarci perchè non ci conoscono. Non sono capaci di trovare soluzioni perchè non hanno mai sofferto le nostre stesse difficoltà. Non ci rappresentano perchè ormai da troppo tempo si sono persi in un mondo di privilegi, comodità e lusso. Non hanno la più pallida idea di che cosa voglia dire, al giorno d'oggi, essere un cubano.

Traduzione di Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

Polverini si dimette e si sfoga: «Consiglieri personaggi da operetta»

Il Messaggero

Svolta nella crisi dopo le inchieste sulle spese d'oro del Pdl. La governatrice: «Indegni, li mando a casa io». Voto anticipato entro sei mesi. Casini: «Ora partiti più trasparenti»

di Alberto Gentili


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ROMA - Per un solo istante brilla un luccicone negli occhi di Renata Polverini. Brilla quando abbraccia Francesco Storace, prima d’infilare a passo di carica la porta d’uscita. «Ora sono una donna felice, libera. Domani? Intanto non mi suonerà la sveglia», quasigrida dribblando i cronisti. E lasciando sui taccuini una minaccia: «Ora potrò dire ciò che ho taciuto per senso dello Stato. Sono pulita, continuerò a fare politica a testa alta». Nuovo ringhio: «Gli altri, tutti gli altri, li mando a casa io. Non sono degni di sedere in Consiglio. Ma ora lasciatemi andare a cena. Ci andrò con le mie carte di credito, come ho sempre fatto in questi due anni e mezzo». E via, protetta dalla scorta.
 
La governatrice sbarca al residence Ripetta poco prima delle otto di sera, pantaloni bianchi e maglietta in tinta con l’immancabile décolleté. La grinta verace è quella di sempre: «Se siete pazienti parlo in conferenza stampa, se no facevamo una manifestazione...», sibila ai cronisti. Al suo fianco Luciano Ciocchetti, Udc, vicepresidente della Regione. In sala assessori e consiglieri di Città nuove, la sua lista, precipitati da Latina e dintorni. Quando Renata s’affaccia, scatta un applauso. Fino a quel momento facce scure e discorsi bisbigliati, come a un funerale. Polverini si mette in posa dietro al tavolo, sorriso ostentato e prolungato a uso e consumo delle telecamere. Poi attacca, parole scandite e sguardo fisso verso gli obiettivi. Non è più tempo di sorridere.
 
L’incipit suona come quello di Massimo Troisi: «Scusate il ritardo. Scusate se vi ho fatto aspettare. Ma l’ho voluto dire prima al presidente Napolitano e al premier Monti». Cosa? S’interroga impaziente la platea. E Polverini: «La mia decisione irrevocabile di dimettermi».
 
E’ il momento di imbracciare l’artiglieria. La governatrice usa il cannone senza risparmiarsi: «Non potevo mai immaginare che in Consiglio, pieno di personaggi da operetta, si facesse un uso sconsiderato di fondi pubblici. La mia giunta è pulita, ha operato bene. Ma il Consiglio regionale è indegno. E allora li mando a casa io». E giù bordate anche contro l’opposizione: «La festa era finita da lunedì, ma ho atteso oggi per smascherare la loro falsità. Potevano presentare questa mattina le dimissioni al segretario generale, ma non l’hanno fatto. Sono dei vili, dei codardi, hanno approvato i tagli pensando di poter fare inciuci. Mi è stato detto che è la prima volta dal 1970 che un governatore se ne va senza avere colpe».
 
Non una pausa. Neppure per prendere fiato. C’è da parlare del futuro, c’è da professare l’estraneità al Lazio-gate: «Continuerò a fare politica, continuerò a testa alta. Con questi malfattori non ho nulla a che fare. Questa storia nasce da una faida interna al Pdl, frequentato da personaggi ameni che si aggirano per l’Europa». Chiara l’allusione al «nemico» Antonio Tajani.

Lo sponsor del presidente del Consiglio regionale, Mario Abbruzzese: «Sono inorridita per ciò che è accaduto, prendetevela con lui. Ben venga questo dibattito su chi aveva bisogno di un Suv e chi mangiava ostriche. Ma non le mangiava solo il Pdl... Io non ci sto, vadano a casa e non si azzardino a parlare di me». Prima pausa. Sguardo ancora più duro: «Spero che la Procura lavori bene, i colpevoli devono pagare».
 
Scatta lo sfogone. L’ex pasionaria del sindacato nero scivola sul piano personale: «Io dico basta. Basta per le persone che lavorano con me, non lo meritano. Non lo merita la mia famiglia che è stata infangata. Ma ora mi sento bene, mi sento finalmente una persona libera. Da due anni e mezzo mi sentivo in gabbia, però già respiro meglio. Spero di dormire questa notte, non ci riesco da giorni. Il sonno non mi è mancato perché avevo la coscienza sporca, ma perché ero in gabbia». Nota civettuola: «Tra le cose positive di questi giorni c’è che ho mangiato poco e quindi mi dicono che ho una linea straordinaria».
 
E’ il momento dei ringraziamenti. All’Udc: «Il loro comportamento è stato ineccepibile, Ciocchetti, Cesa, Casini mi sono stati a fianco fino all’ultimo». A Francesco Storace: «Ha sofferto più di me». Scatta l’applauso. Prima piano, poi ritmato. Storace abbraccia Polverini. Sgorga il luccicone. Arriva l’addio infilando l’uscita: «Nulla mi avrebbe convinta a restare, la situazione era troppo compromessa. Ma ora dirò tutto, ho visto cose allucinanti. Adesso sono libera, sono una donna felice». Non sembra.


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Regione Lazio, ecco la spartizioni tra tutti i gruppi



Renata Polverini si dimette, rabbia e sorrisi alla conferenza stampa



a Roma spuntano i manifesti della Polverini: «Ora facciamo pulizia»



Martedì 25 Settembre 2012 - 10:10
Ultimo aggiornamento: 12:39

Georgia, quando la tortura finisce in televisione

Corriere della sera
di Riccardo Noury


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E così anche la Georgia ha la sua piccola “Abu Ghraib”. Niente a che vedere, si spera (anche se le autorità giudiziarie del paese sono state sollecitate ad approfondire), con la dimensione e la sistematicità del sistema di tortura praticato dalle forze statunitensi in Iraq ed emerso nel 2004; ma qualcosa di simile per quanto riguarda lo scandalo prodotto dalla diffusione di riprese filmate di pestaggi e stupri di detenuti (di cui qui mostriamo solo una parte). La scorsa settimana, Maestro Tv e Canale 9 hanno mostrato a un pubblico attonito le immagini delle torture praticate un mese fa nella prigione n. 8 della capitale della Georgia, Tbilisi. Si vedono prigionieri picchiati da una quindicina di guardie carcerarie mentre altri sono in attesa del loro turno in una stanza adiacente. In un’altra sequenza, due prigionieri vengono sodomizzati con un bastone e un manico di scopa e la violenza continua nonostante urlino di farla cessare.

Il 19 settembre il procuratore generale della Georgia, Murtaz Zodelava, ha comunicato l’avvenuto arresto di 10 persone, tra cui il vicecapo della direzione penitenziaria Gaga Mkurnalidze, il direttore della prigione n. 8 Davit Khutchua e il suo vice. Sull’onda dello scandalo, la ministra per la Giustizia e le carceri, Khatuna Kalmakhelidze, si è dimessa. Le due emittenti televisive hanno dichiarato di aver ricevuto il filmato da Vladimir Bedukadze, ex funzionario della direzione penitenziaria, che dall’estero ha accusato direttamente il ministro dell’Interno Bacho Akhalaia di aver ordinato le torture. Questa circostanza ha inizialmente spinto il governo a sostenere la tesi del complotto straniero e di torture ricostruite su un set cinematografico, allo scopo di danneggiare il paese in vista delle elezioni parlamentari del 1° ottobre.

L’indignazione provocata dalle immagini e dalla goffa difesa del governo hanno spinto migliaia di cittadini in piazza e costretto il presidente Mikhail Saakašvili a promettere una profonda riforma del sistema penitenziario e dure condanne per i responsabili delle torture. Gli attivisti georgiani sostengono che quello che si è visto nelle immagini è solo la punta dell’iceberg. Oltre 20 organizzazioni non governative hanno denunciato l’assenza di indagini, nonostante 700 detenuti di un’altra prigione, la n. 15, avessero firmato una lettera di protesta. A dar loro ragione è arrivata una dichiarazione del Difensore civico della Georgia, Giorgi Tugoshi, che il 19 settembre ha parlato di “varie forme di trattamento improprio, disumano e degradante” praticate sistematicamente nella prigione n. 8.

La dichiarazione cita anche le prigioni n. 2, n. 15 e n. 18, dove sono stati riscontrati casi simili a quelli rivelati nella prigione n. 8, e non solo ultimamente. Che il fenomeno della tortura nelle prigioni della Georgia sia strutturale, lo testimoniavano già nel 2005 un rapporto del Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura e sugli altri trattamenti o pene crudeli, disumani e degradanti, e l’anno dopo un altro rapporto del Comitato Onu contro la tortura. A quei rapporti, la Georgia replicò nel 2007 presentando un piano d’azione che aveva l’obiettivo di individuare misure concrete per prevenire i maltrattamenti e la tortura. Un piano, a quanto pare, del tutto inattuato.

Ikea censura la foto pro Pussy Riot

Corriere della sra

Il colosso svedese rimuove dal sito russo un'immagine che ritrae 4 ragazzi con un passamontagna seduti su mobili Ikea

La foto pro Pussy Riot che Ikea ha deciso di rimuovere dal suo sito

Quando la foto di quattro ragazzi con indosso dei passamontagna colorati comodamente seduti su un sofà Ikea è comparsa sul sito russo del marchio svedese, all'ufficio centrale devono aver tremato. Quei volti coperti dalla lana colorata mandano infatti un messaggio forte e chiaro. E, cioè, sostengono le Pussy Riot, la band punk di cui tre componenti sono state condannate a due anni di carcere per un concerto anti Putin in una cattedrale di Mosca. Un processo che ha fatto discutere il mondo e che ha dimostrato come il regime di Putin non perdoni chi lo contesta. Così all'Ikea russa ci hanno pensato un po' e poi hanno deciso di rimuovere l'immagine.

MEGLIO NON RISCHIARE - Censura per evitarsi grane? «Noi siamo un'organizzazione commerciale indipendente da qualsiasi visione politica e religiosa», hanno risposto nascondendosi dietro un dito. La foto era stata postata in una sezione dedicata al concorso per scegliere la miglior copertina del prossimo catalogo delle Pussy Riot. A firmarla, un utente di nome Starovoitova, proveniente dalla città degli Urali di Yekaterinburg. Passano poche ore da quando quei ragazzi con il passamontagna seduti sull'Ektorp vanno online, e lo scatto diventa primo in classifica con 1.431 voti. Troppo pericoloso per l'ufficio commerciale - in Russia Ikea ha appena investito 2.5 miliardi di euro - che decide di censurare il tutto.

Forse a influenzare il colosso svedese sono stati i problemi riscontrati anche in altri paesi. Già, perché Ikea non è nuova alla provocazioni. Un esempio è la campagna pubblicitaria a favore delle coppie gay lanciata in Italia. O, ancora, sempre in Russia vennero lanciati dei manifesti per pubblicizzare un letto, con il claim: «Il 10% degli europei è stato concepito nei nostri letti». E ancora, il catalogo Ikea è la pubblicazione più letta nel mondo. Dopo la Bibbia, grazie a Dio». Insomma, in passato il colosso svedese ha dimostrato coraggio lanciando campagne provocatorie, anche andando contro la linea politica dei governi dei paesi in cui opera. Ma questa volta, sulle Pussy Riot, ha scelto la strada della censura. Peccato.


Marta Serafini
@martaserafini25 settembre 2012 | 10:34

Venti centesimi di euro: pochi per parcheggiare, ma sufficienti per condannare il posteggiatore

La Stampa

Le minacce, anche velate, di danneggiare l’automobile rappresenta l’elemento centrale: addebitabile l’estorsione al parcheggiatore abusivo. Tutto ciò a prescindere dalla esiguità della somma richiesta all’automobilista. Lo afferma la Cassazione con la sentenza 21942/12.

Il caso

Semplice obolo, lo chiama il parcheggiatore abusivo, sottintendendo che la richiesta di 20 centesimi di euro sia davvero poca cosa, peraltro in cambio di un servizio prezioso, ossia la custodia dell’automobile. Ma, per la giustizia, la definizione è molto diversa: estorsione piena, neanche semplicemente tentata. Soprattutto tenendo presenti le velate minacce espresse nei confronti dell’automobilista. Spazio destinato a parcheggio, senza nessun parchimetro, per fortuna, ma, in Italia, l’abitudine, pessima, è che quello spazio divenga di proprietà di posteggiatori abusivi.

Che a volte si limitano a chiedere qualche moneta agli automobilisti, e altre volte decidono di ricorrere alle minacce, ossia ipotizzano ‘sfregi’ alla vettura, per vedere ‘ricompensata’ la loro ‘vigile’ presenza. Quest’ultima ipotesi, però, permette di addebitare al parcheggiatore abusivo il reato di estorsione. Esemplare la vicenda in esame, con un’automobilista costretto a ‘donare’, più volte, somme tra i 20 e i 30 centesimi di euro, per evitare il danneggiamento alla propria vettura. Per i giudici, però, nessun dubbio è possibile: viene riconosciuto, sia in primo che in secondo grado, il reato di estorsione.

Servizio a pagamento? Valutazione esagerata, quella compiuta dai giudici, secondo il posteggiatore, che presenta ricorso in Cassazione puntando a rendere meno gravi gli episodi messi in evidenza dall’automobilista. E' chiara la linea seguita dal legale che lo rappresenta: il parcheggiatore si è quasi sempre limitato a «dolersi dell’esiguità della somma» ricevuta «senza porre in essere alcuna minaccia», eppoi «la mera richiesta di un obolo non poteva essere considerata una minaccia rilevante» nell’ottica del reato di estorsione, perché era, comunque, stato offerto «un servigio».

Di avviso completamente diverso, però, sono i giudici della Cassazione, i quali mostrano di condividere appieno le valutazioni effettuate in Appello – arrivando quindi alla conferma della pronuncia di secondo grado – e di considerare grave il comportamento tenuto dal parcheggiatore abusivo. Quest’ultimo, difatti, aveva espresso «minacce pressanti» nei confronti dell’automobilista, ipotizzando il danneggiamento della vettura, soprattutto alla luce delle piccole somme che gli erano state donate.

E in un episodio, in particolare, l’automobilista, dopo aver ‘pagato’, era stato costretto a spostare l’automobile e a parcheggiare altrove, perché quest’ultimo aveva ritenuto «non sufficiente» la piccola somma di denaro che gli era stata data. Lapalissiana l’estorsione compiuta, sottolineano i giudici, caratterizzato da «violenza e minaccia», e a prescindere dalla «modestia della somma» richiesta dal parcheggiatore.

Sallusti, salta l'accordo con il giudice

La Stampa

Il direttore del Giornale domani rischia il carcere: "Voleva soldi, la mia libertà non è in vendita"

roma


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«Ho dato disposizione ai miei avvocati di non chiudere l'ipotesi di accordo con il magistrato che mi ha querelato per un articolo neppure scritto da me e che ha ottenuto da un suo collega giudice la condanna nei miei confronti a un anno e due mesi di carcere». Lo scrive oggi in un editoriale il direttore del Giornale Alessandro Sallusti intervenendo sul caso della sentenza che lo vede accusato di diffamazione.
 
«Il signore voleva altri soldi - prosegue il giornalista -, oltre i trentamila euro già ottenuti, in cambio del ritiro della querela e quindi della mia libertà. Io penso, l'ho già scritto, che le libertà fondamentali non si scambino tra privati come fossero figurine ma debbano essere tutelate dallo Stato attraverso i suoi organi legislativi e giudiziari. Anche perché nel caso specifico c'è un'aggravante, e cioè che a essere disposto a trarre beneficio personale dal baratto è un magistrato».
 
Sallusti svela un particolare della vicenda: «In primo grado sono stato condannato a cinquemila euro di multa più diecimila di risarcimento, nonostante l'accusa avesse chiesto per me due anni di carcere. Al momento di stendere le motivazioni della sentenza, il pm si pente: ho sbagliato a non dare a Sallusti anche una pena detentiva, scrive nero su bianco, ma ormai è fatta. Che cosa è intervenuto tra la sentenza e la stesura delle motivazioni? Non è che per caso qualcuno ha privatamente protestato per la mitezza della condanna, che a mio avviso era invece più che equa, non avendo io diffamato nessuno?».

Er Batman e gli eroi mascherati Tutti i superpoteri alla ciociara

Quotidiano.net


Stefano Galletti: "Senza auto blu dovrò guidare io e fare meno telefonate. Certo, potrei usare l'auricolare". Renata Polverini: "Non me reggo in piedi. Me so fatta 'na pannecchiella in macchina" 
di Luca Bolognini

ROMA, 25 settembre 2012


STABILIRE chi sia più coatto tra Fiorito-Er Batman e De Romanis-Ulisse è un po’ come risolvere l’annoso dubbio se sia più forte Superman o Hulk. L’unica certezza è che dal Laziogate è emersa una stirpe di nuovi eroi, dotati di poteri ciociari devastanti.
 
IL CAVALIERE OSCURO Francone Fiorito non ha nulla da invidiare a Bruce Wayne. Come il miliardario di Gotham non ama la luce del sole: «Si alza tardi, verso mezzogiorno. Prende l’auto — ha raccontato un suo vicino di casa — e se ne va. Qualche volta esce ancora più tardi». Fiorito, 180 chili di strapotere, è una vera macchina da guerra. Tra i suoi ‘nemici’ c’è Alemanno: «L’altro giorno — ha affermato spavaldamente Er Batman — me lo volevo mettere nel taschino». Anche lui, come il personaggio creato da Bob Kane e Bill Finger, aiuta sempre e solo i più deboli. «Io non rubavo.

Non ho mai rubato. E se ho sbagliato l’ho fatto in buona fede. Io — ha spiegato davanti alle telecamere — distribuivo risorse». Il suo carisma è l’arma in più. «Nella mia vita — ha raccontato Bruno Galassi, segretario del gruppo Pdl in Regione — non ho mai comandato, ho fatto solo il dipendente. Anche nel gruppo del Pdl. Diciamo che non avevo libero arbitrio. Ero senza lavoro. (Fiorito,ndr) è stata un’ancora di salvezza. Il capo disponeva di me». Ma per Francone una sola Batmobile (il Suv di cui aveva «tremendamente bisogno») non era abbastanza. «Perfino ai night — ha fatto sapere Claudio Celletti, compagno di partito — ci andava con la macchina del Comune di Anagni. Tre, quattro, cinquemila euro a notte». Puro stile Bruce Wayne, insomma. Ma anche il Federale di Anagni ha un punto debole: «Sono allergico alle ostriche», ha spiegato in tv.
 
IL PROFESSOR XAVIER Il leader degli X-Men è dotato di un’intelligenza sopraffina, ma in molti alla regione Lazio potrebbero umiliarlo. Tra loro c’è Stefano Galletto. «La mia vita senza auto blu? E come vuole che cambi? Vorrà dire — ha spiegato in vista dei tagli operati dalla Polverini — che quando sarò in macchina dovrò guidare io e fare meno telefonate». Una vera tragedia, evitata solo dagli iperattivi neuroni del consigliere Pd: «Potrei usare l’auricolare». Eureka! Sembra che la Nasa, impressionata dalla velocità di elaborare nuove strategie in ambienti ostili, sia già sulle sue tracce.

L’UOMO RAGNO
C’è anche chi si arrampica sugli specchi meglio di Peter Parker. Carlo De Romanis, nonostante le foto del toga party organizzato in suo onore circolassero da tempo su Facebook, ha sfruttato alla grande il suo senso di ragno per evitare le accuse: «Ma quali donne semi svestite? Era una festa in costume con gladiatori e vestali per celebrare il Natale di Roma».
 
DEVIL Sono in molti alla Pisana a voler soffiare il costume rosso all’eroe non vedente della Marvel. L’elenco di chi non si è accorto di quello che stava succedendo, almeno secondo le dichiarazioni ufficiali, è sterminato. In pole position per prendere il posto di Devil c’è Mario Brozzi. «Mario Abruzzese (il presidente del consiglio regionale, ndr) pagava, io non chiedevo. E in ogni caso — ha spiegato — non ho mai avuto motivo di ragionare su questa cosa fino a questi giorni. Ricevevo una cifra che ritenevo più che congrua e cercavo di utilizzarla al meglio».

SUPERWOMAN
Renatona Polverini sperava di sostituire Clark Kent, ma lo scandalo che le è esploso tra le mani l’ha messa ko. «Psicofisicamente — giurava spavalda — a me nun m’ammazza nessuno. Nun c’è provà». Come l’Uomo di Acciaio ha dimostrato di saper tornare indietro nel tempo: «Le mie dimissioni erano vere, ma sospese». Nei giorni scorsi, in ogni caso, aveva cominciato a dare i primi segni di cedimento: «Ieri sera, per la prima volta, ho preso delle gocce per dormire, non l’avevo mai fatto, eppure — aveva confessato — ne ho passate tante». Ma il vero colpo di grazia è arrivato dai più piccoli. «Non me reggo in piedi. Me so fatta ‘na pannecchiella in macchina. Sai – aveva raccontato al sindaco Servadio — so’ stata con i bambini emiliani allo Zoomarine». Criptonite allo stato puro: troppo anche per Super Renata. Le dimissioni, evidentemente, erano inevitabili. In pochi però sono preoccupati: i nostri politici, come i supereroi, alla fine tornano sempre.

Catalogna, se torna alle urne è per chiedere l'indipendenza

La Stampa

Dopo la rottura con il premier Rajoy, il governatore Mas è tentato dal voto anticipato

Alessio Schiesari


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Patto fiscale, elezioni anticipate e referendum indipendentista. Artur Mas, il governatore della Catalogna, fa il gioco delle tre carte per tenere sotto scacco Mariano Rajoy e l’esecutivo a guida popolare di Madrid. Tre carte sul tavolo del negoziato più difficile per il premier spagnolo, quello del patto fiscale che Barcellona vorrebbe stravolgere, ottenendo la riscossione diretta dei tributi. Una richiesta inaccettabile per Rajoy, stretto nella tagliola dell’austerity tedesca e a capo del partito storicamente più centralista di Spagna: il PP. Mas e Rajoy si sono incontrati giovedì scorso per discutere dell’autonomia finanziaria rivendicata dalla Catalogna, ma l’incontro – com’era nelle previsioni – si è risolto senza nessun accordo. Le posizioni sono inconciliabili: Rajoy non può permettersi di allentare i cordoni della borsa proprio ora che sta discutendo con la Troika una seconda tranche di aiuti, questa volta non destinati alle banche, ma alle disastrate finanze dello Stato iberico.

Il governatore Mas è arrivato al palazzo della Moncloa - la sede della presidenza del consiglio - forte della manifestazione indipendentista che, lo scorso 12 settembre, ha portato nelle strade di Barcellona due milioni di catalani, un cittadino su quattro. Più che una manifestazione, una prova di forza che ha dato al “president” catalano la certezza di tenere il coltello dalla parte del manico, e lo ha spinto all’aut aut: o i soldi dei catalani rimangono in Catalogna, o accontenteremo la base e chiederemo l’indipendenza. Non prima però di tornare alle urne, fare il pieno di voti con Convergencia i Uniò (il suo partito) per sedersi al tavolo della trattativa più forte di prima.

Per uscire dall’impasse Rajoy ha provato a giocarsi gli ultimi due jolly rimasti: la monarchia e Confindustria, entrambe avverse alle rivendicazioni catalaniste. Re Juan Carlos una settimana fa ha pubblicato una lettera in cui chiede alla Catalogna un gesto di responsabilità, mettendo da parte le spinte centrifughe che «spaventano, minacciano e fanno litigare», in un momento delicatissimo per le finanze spagnole. «Con questa lettera, il re ha perso molti amici in Catalogna», è stato l'algido commento di Mas al messaggio di Juan Carlos.

Anche Juan Rosell, catalano doc e presidente della Ceoe, l’associazione padronale spagnola, ha tentato di dissuadere il leader di CiU: «La secessione della Catalogna sarebbe una follia. Lo scenario che si sta delineando inquieta tutti gli imprenditori spagnoli, non solo quelli catalani». Anche quest'appello però si è scontrato contro il muro di Mas, che non è arretrato di un centimetro: «Gli imprenditori mi hanno chiesto di tentare il possibile con il patto fiscale, ed è ciò che ho fatto. Noi non siamo diventati matti, vogliamo solo più Catalogna e più Europa». In altre parole, meno Spagna.

La tentazione di forzare la mano e tornare alle urne già quest’anno – il 25 novembre o il 2 dicembre – è forte, ed è quello che verrà discusso tra oggi e giovedì al parlamento catalano. Un eventuale voto anticipato potrebbe essere accompagnato da una dichiarazione di “Stato proprio”, senza però utilizzare espressamente la parola indipendenza. Almeno fino alla chiamata alle urne, dove CiU conta di ottenere una maggioranza bulgara. Per Mas sarebbero le prove generali del referendum secessionista che la base gli chiede con forza, e che il governatore potrebbe utilizzare per mettere Rajoy con le spalle al muro.

L’offensiva di Mas sta mettendo in imbarazzo il partito socialista sia a livello nazionale che regionale. Il suo leader a Madrid, Alfredo Rubalcaba, ha proposto ieri «una riforma costituzionale che guardi a un modello federale». «La Catalogna - ha continuato Rubalcaba - deve rimanere Spagna, ma essere una Catalogna forte». Una soluzione di compromesso per tentare di arrestare la slavina secessionista che scende dai Pirenei e sta travolgendo anche i socialisti catalani, spaccati tra le critiche a Mas e la paura di alienarsi le simpatie degli indipendentisti. Ieri il sindaco socialista di Leida Àngel Ros si è detto favorevole a un referendum sulla secessione che «tuteli il diritto dei catalani a decidere». Esattamente quello che Madrid vuole evitare.

Papà non paga? E a scuola spunta la mensa separata

Cavenago di Brianza, un centinaio di bambini dovrà portarsi il cibo da casa e consumarlo in un locale a parte

FABIO POLETTI
inviato a cavenago


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ACavenago di Brianza, che più Brianza non si può, è scoppiata la guerra del panino. Da una parte ci sono due sorelline di origini siriane di 7 e 9 anni che hanno rischiato di saltare il pasto alla scuola elementare Ada Negri perché i loro genitori non avevano pagato il buono mensa. E come loro rischia di fare la stessa fine un altro centinaio di bambini non in regola con la retta della refezione che costa 4 euro e 20 centesimi a testa al giorno. Dall’altra parte c’è la società che gestisce la mensa, la multinazionale francese Sodexo - che nel 2011 ha fatturato nel mondo 16 miliardi e 47 milioni di euro - che piange per un avanzo da 23 mila euro di rette non pagate, solo in questa scuola prefabbricata a un piano con un giardino spelacchiato attorno, che ospita 600 bambini tra elementari e medie e una palestra.

La Sodexo che vuole i suoi soldi ha minacciato di dare ai bambini con i genitori inadempienti un panino vuoto e un succo di frutta, versione assai moderna del medievale pane e acqua. L’amministrazione comunale di Cavenago di Brianza - 6800 abitanti martellati dalla crisi - ha chiesto che i genitori che non pagano, vengano a prendersi il loro figlio all’una e lo riportino a scuola alle due e mezza, possibilmente già rifocillato. Per quelli che non pagano e non possono venirsi a prendere il figlio - o perché lavorano o perché un lavoro lo stanno cercando - il Comune e la scuola stanno pensando di costruire un locale separato dalla mensa dove gli alunni possano mangiare il cibo cucinato e portato da casa.

A Cavenago di Brianza questo locale l’hanno già battezzato «il ghetto». Oppure il muro «della schiscetta», come si chiama a Milano il «baracchino» con il cibo precotto a casa. I più cinici la chiamano invece la «stanza del buco di bilancio». Uno scandalo, si capisce. Una discriminazione bella e buona a cui il sindaco Sem Galbiati, 43 anni e orecchino casual, al secondo mandato con una giunta di centrosinistra, cerca a fatica di opporre il ragionamento:

«Il regolamento delle Asl impone che nei locali della mensa non entri altro cibo se non quello cucinato dalla stessa mensa. In altri Paesi del Nord Europa fanno così. La nostra preoccupazione è che la mensa venga chiusa per tutti, rendendo impossibile il tempo pieno con i conseguenti disagi per tutti quanti». Il fatto è che il Comune di Cavenago di Brianza versa già 22 mila euro all’anno per aiutare le famiglie in crisi che non riescono a far fronte alla refezione scolastica. Da 4 euro e 20 la retta per il secondo figlio scende di altri 10 centesimi.

Per il terzo si arriva a 3 euro e 69. Le due sorelline di origine siriana sfamate quel giorno dalle loro maestre hanno altri due fratelli, ma loro non pagano, i soldi ce li mette il Comune. Giura il sindaco: «È chiaro che ci sarà pure qualche furbetto che si “dimentica” di pagare la refezione. Ma quando 120 bambini su 600 sono inadempienti il problema è molto più grande. Noi possiamo poco. Dovrebbe essere la politica a dirci cosa fare». Il fatto è che lo sa nessuno. Il direttore scolastico della scuola elementare Ada Negri, il professor Franco Maria Franci, non è in sede.

La sua vice, la professoressa Polverini, fa sapere che non vuol parlare. Ma all’una davanti a scuola non c’è mamma che si trattenga dal commentare la guerra del panino. Una signora col maglioncino rosso in attesa del figlio che va alle medie si lamenta mica poco: «Mio figlio a mangiare lo porto a casa. Con 4 euro compero un chilo di pasta e pure il sugo. Ci sono giorni, mi ha detto, che in mensa gli danno solo una fetta di pizza e un frutto. Anche al bar spenderei 4 euro per un pranzo così».

Una signora in tuta azzurra in attesa di due figli, uno alle elementari e uno alle medie, ammette di essere una di quelle che è in arretrato con la retta della refezione del figlio: «Io sono disoccupata, mio marito in cassa integrazione. Per sfamare a scuola i miei due figli dovrei spendere quasi 150 euro al mese. Non ce li ho. Chi me li dà? Vogliono fare la stanza per i bambini che si portano il cibo da casa? Facciano pure. Non mi scandalizzo. Il luogo dove mangiano i miei figli è davvero l’ultimo dei nostri problemi».

La notte al super aperto 24 ore su 24|Il video

Corriere della sera

Viaggio nel primo punto vendita che «non chiude mai» «Anche 400 clienti per notte»


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Un supermercato aperto 24 ore su 24, sette giorni su sette, nel cuore di Milano. E' il Carrefour di piazzale Principessa Clotilde. Dal 10 settembre è l'unico market sempre aperto in città. Luogo in cui in una nottata infrasettimanale lavoratori dei locali della zona, tassisti, giovani e turisti stranieri entrano per fare la spesa o concedersi uno spuntino fuori orario. I clienti dimostrano di apprezzare molto la novità, finalmente in linea con le altre metropoli nel mondo.

Il video

In cella gli schiavisti dei disabili

La Stampa

Le vittime costrette a chiedere l’elemosina: “Ci minacciavano”
massimiliano peggio
torino


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«Ho paura di quello che può succedere. Siamo stati avvertiti di non parlare. Mi hanno detto che avrebbero dato fuoco alla mia casa in Romania e di non parlare. In passato altre volte ho rinunciato di venire a Torino a chiedere l’elemosina, ma sono stato picchiato». Così Marius racconta la sua vita, sorseggiando un caffè negli uffici della procura. Sembra molto più vecchio dei suoi 28 anni trascorsi in strada a mendicare, mostrando la malformazione ai piedi che ha dalla nascita. Fino a pochi giorni fa lui e altri tre disabili romeni erano esche per elemosine.

Schiavi di un nucleo familiare romeno che li portati a Torino per sfruttare le loro gravi menomazioni fisiche. In cinque sono stati arrestati con l’accusa di riduzione in schiavitù e tratta di persone. A incastrarli sono stati gli agenti della polizia municipale della Squadra Investigativa Antitratta della procura, sviluppando un’indagine avviata nel 2011 dai colleghi del Nucleo di Prossimità del comando di via Bologna. Gli agenti, nei mesi scorsi, hanno filmato e pedinato a lungo i disabili e i loro aguzzini. 

Le immagini documentano la raccolta del denaro negli incroci del centro, anche a due passi dal tribunale. La consegna dei profitti presso i furgoni-dormitori parcheggiati nel piazzale a ridosso del giardino Ex Artiglieri della Montagna, in corso Vittorio Emanuele. E soprattutto i trattamenti bestiali. Ad esempio quando costringono uno dei disabili, privo di braccia, a mangiare un panino strisciando sul cemento, come un cane. «La vita sui furgoni - annotano negli atti gli investigatori - imponeva alle persone offese di soddisfare i bisogni fisici in strada. L’unico beneficio concesso loro era quello di lavarsi una volta alla settimana. Ciascuno di loro doveva pagare 2 euro. Tale gesto non era per benevolenza, ma per mantenere un apparente decoro». E la questua non si fermava mai, malgrado la grandine e le temperature infernali. Su un furgone sono stati trovati più di 5 mila euro.

A guidare la banda era il capo famiglia, Ghiula Budai, 52 anni. È stato arrestato con i figli Daniela, Calin e Florin. Il quinto, Tamas Rezes, aveva l’incarico di sorvegliare l’attività dei disabili. In genere se ne stava seduto su una panchina. I cinque sono stati fermati la scorsa settimana su richiesta dei pm Dionigi Tibone e Stefano Castellani. Il gip ha convalidato l’arresto e disposto la misura cautelare in carcere. «Le condizioni di soggezione continuativa e disagio sociale, in cui si trovavano le persone disabili - ha spiegato ieri il procuratore aggiunto Sandro Ausiello illustrando l’inchiesta - ha indotto la procura a contestare reati gravissimi come la riduzione in schiavitù e il contestuale reato di tratta, poiché non avendo autonomia sono stati portati in Italia dai loro sfruttatori».

Tutti i disabili, ora ospiti di una casa protetta, sono originari di Satu Mare: uno di loro è perfino parente degli aguzzini. Scrivono negli atti i magistrati: «sono analfabeti, già in Romania erano dediti all’elemosina». Sfruttati e soggiogati: secondo il loro racconto il provento dell’elemosina veniva diviso al 50%. «Gli indagati però - osservano i pm - annotavano su un notes solo il 50% spettante al medicante, con la promessa che tale denaro sarebbe stato restituito al ritorno in Romania: peccato che nessuna delle parti offese sia in grado di leggere e scrivere». 



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Elemosina, il racket che sfrutta i disabili

Google sorprende ragazzini con la pistola Davanti alla casa dove morì una bimba

Corriere della sera

Street View alla periferia di Detroit «trova» degli adolescenti che giocano con le armi. E sembra la casa di una morte impunita

Un ragazzino punta la pistola verso la macchina che effettua le riprese per Google. Il portico assomiglia a quello della casa di Ziya turner (Google Street View)Un ragazzino punta la pistola verso la macchina che effettua le riprese per Google. Il portico assomiglia a quello della casa di Ziya turner (Google Street View)

Una bambina di un anno e mezzo trovata morta dentro a un armadio a muro, sepolta sotto a una pila di vestiti, nella casa della nonna. E nessun indiziato per la morte della bambina, Ziya Turner. Poi Google lascia trapelare quello che potrebbe anche essere un indizio attraverso il servizio Google Maps.

LA PISTOLA - Una delle macchine di Cupertino incaricata di filmare la periferia di Detroit, infatti, secondo quanto riporta la Cbs è passata proprio davanti a una casa identica a quella in cui è morta la piccola Turner, al 18800 di Brinker Avenue, sorprendendo alcune persone con una pistola. La casa è chiaramente riconoscibile: mattoni gialli, portico con tappeto in moquette verde, giardino spoglio. Se non è lo stesso edificio, può essere uno di quelli vicini. Che però non hanno gli stessi colori.

La casa di Ziya Turner in una foto d'archivio (cbslocal.com)La casa di Ziya Turner in una foto d'archivio (cbslocal.com)

Sotto al portico dei ragazzini con una pistola, che addirittura scherzano con la macchina stessa. Ziya, trovata morta la sera dello scorso 30 giugno, era scomparsa dalla sera prima, quando uno zio che aveva a che fare con parecchi bambini l'aveva persa di vista.

DETROIT, CITTÀ VIOLENTA - L'immagine - difficile sapere quando è stata scattata - viene quindi pubblicata sul progetto di Google Maps insieme a quelle scattate in tutto il quartiere e viene poi riconosciuta da diversi utenti, anche se un'altra emittente, la Abc, sottolinea che non ci sono ancora prove che i due episodi siano collegati. Al momento la polizia non ha aperto nessuna inchiesta, ma sui social network è scattata la polemica: intanto, gli utenti si chiedono se si tratti di un adulto o un ragazzino; poi il dubbio: è nel suo diritto in quanto a casa sua.

Sulla destra il ragazzo con la pistola dietro la schiena: poco dopo seguirà con l'arma il percorso della  macchina di Google (Google Street View)Sulla destra il ragazzo con la pistola dietro la schiena: poco dopo seguirà con l'arma il percorso della macchina di Google (Google Street View)
la legge del Michigan consente il libero possesso - oppure è un ospite?; Detroit ha già un'immagine di città piuttosto violenta: se non ci sono gli estremi di un reato, è opportuno che l'immagine venga rimossa da Google?; c'è una vera connessione con il caso della piccola Turner?



Maria Strada
merystreet24 settembre 2012 | 21:20

Appello al mondo civile: boicottate Ahmadinejad

Fiamma Nirenstein - Mar, 25/09/2012 - 08:23

Il leader islamico pronto a ripetere all’Onu le sue farneticazioni per giustificare l’aggressione a Israele. Ma non va ascoltato

L'assemblea dell'Onu, con le sue cospicue falle, è in corso.



Dal Darfur alla Siria, la sua inerzia è stata ed è la malattia del mondo. Le sue scelte, fatte in assemblea e in tutte le sue agenzie a colpi di maggioranze islamiche e terzomondiste, ne fanno un corpaccione irrilevante e talora dannoso. Ma un gesto potrebbe ridargli significato: un serio boicottaggio del discorso di Ahmadinejad previsto per domani. Il presidente iraniano ha però già fatto il suo debutto ieri a una sessione sullo stato di diritto, di cui non può saperne tanto. Ma appare anche molto ignorante in storia, dato che alla riunione ha detto che «Israele non ha radici nel Medio Oriente, è esistita solo una sessantina d'anni e l'Iran invece per un migliaio». Peccato che chiunque abbia letto anche solo la Bibbia sappia che da tremilacinquecento anni esistono una terra e un popolo d'Israele. Dal 1979, invece, esiste un regime che ripete la sua ossessione: distruggere gli ebrei.

Dal 2005 Ahmadinejad usa l'Onu come megafono delle sue teorie genocide e antioccidentali. Ieri ha anche detto che le sanzioni per la costruzione del potere atomico fuorilegge sono «un sacrilegio contro l'Islam». Della delegazione iraniana, venti persone si sono viste negare l'ingresso. L'anno scorso tutti i delegati uscirono dell'emiciclo mentre Ahmadinejad dichiarava che l'Olocausto non esiste e che l'11 di settembre era un complotto americano. Ieri l'ambasciatore all'Onu Ron Prosor ha lasciato la sessione dicendo che «il leader di un Paese fuorilegge, violatore seriale dei principi fondamentali dello stato di diritto non deve entrare in questa sala». Un'intera antologia dei concetti diramati dal podio dell'Onu suggerisce che Ahmadinejad ammorba lo spirito del nostro tempo, viola le leggi, aizza l'Islam, distrugge la residua decenza del discorso politico dell'Onu.

Solo qualche citazione: definì gli Usa nel 2007 «egoisti e incompetenti che giurano obbedienza Satana» e chiese se di tornare «dal sentiero dell'obbedienza a Satana a quello della fede in Dio». Naturalmente, il suo Dio. Sull'attacco alle Twin Towers, secondo lui «il governo americano l'ha sostenuto e ne ha tratto vantaggio» per rovesciare «l'economia americana in declino e mantenere le grinfie sul Medio Oriente così da salvare il regime sionista»(2011). Su Israele ha detto più volte che «l'esistenza del regime sionista è un insulto a tutta l'umanità», che il collasso di Israele «ci sarà ed è vicino», e che «come un cancro che si diffonde in tutto il corpo, questo regime infesta la regione.

Deve essere rimosso dal corpo». E altre mille minacce di genocidio. Ahmadinejad ha detto che la Shoah non deve essere presa come un dato storico, semmai il contrario. Ha ripetuto che da loro gli omosessuali non esistono. Ha ribadito, ed è il grande pericolo, le bugie sull'uso pacifico del nucleare che costruisce l'Iran, e lo farà anche stavolta, finchè avra in mano, col nostro consenso istituzionale, la bomba atomica... Dunque, Ahmadinejad viola la convenzione contro il genocidio e lo fa nel contesto della costruzione dell'atomica! L'Iran è accusato dallo State Department di finanziare e organizzare il terrorismo internazionale, aiuta con armi e uomini Bashar Assad, Hamas, gli Hezbollah, perseguita il suo popolo. E noi dobbiamo ascoltarlo mentre pontifica dal podio dell'Onu? Dunque, alzatevi, delegazioni civili, e andatevene prima che cominci a parlare.

Dal nostro inviato Winston Churchill

La Stampa

Una biografia riscopre il lato più in ombra dello statista Nato come corrispondente di guerra, divenne l'autore di celebrati bestseller fino a conquistare il premio Nobel

RICHARD NEWBURY
londra


Milioni di parole sono state scritte su Churchill, ma poche sui milioni di parole che lui stesso scrisse e per le quali nel 1953 ebbe il Nobel per la Letteratura. Eppure fu come scrittore che Churchill lanciò la sua carriera politica e si guadagnò da vivere. Un vivere davvero sontuoso: «Ho gusti semplici, scelgo solo il meglio!».

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Nel suo Mr Churchill’s Profession - Statesman, Orator, Writer (Bloomsbury, pp. 347, £ 20), l’illustre storico di Cambridge Peter Clarke cerca di correggere questo squilibrio. «La cosa da ricordare è che lui era un giornalista», ha detto di recente la figlia più giovane delo statista, Lady Mary Soames. «Gentiluomo della stampa» è un sardonico ossimoro in inglese. Per fortuna Winston Churchill non era un gentiluomo ma un nobiluomo egoista; uno che non conosceva il gioco leale. Era figlio del Cancelliere dello Scacchiere Lord Randolph Churchill, lo sconsiderato secondogenito del Duca di Marlborough, e di una madre altrettanto scialacquatrice, Jennie Jerome, l’«amica» di Edoardo VII, figlia di un fortunato speculatore di hedge fund di New York, per di più «benedetta» da sangue Cherokee.

Dislessico, per quattro anni consecutivi fu bocciato all’elitaria Harrow School ma, a furia di ripetere, arrivò a padroneggiare la struttura della frase inglese. Poi, dopo l’Accademia militare di Sandhurst, grazie all’appoggio del Principe di Galles fu arruolato nel 4° reggimento ussari che per cinque anni fu di stanza a Bangalore, in India. Qui, come quegli altri statisti-giornalisti dell’età dei mass media e dell’uomo comune - Mussolini, Stalin, Hitler - si istruì da sé attraverso le enciclopedie. Anziché cacciare volpi per cinque mesi l’anno come gli altri ufficiali, l’ambizioso Churchill diede la caccia alle notizie come corrispondente di guerra ovunque un conflitto lo chiamasse. La sua ambizione era, per parafrasare la Bibbia, «trasformare la sua spada nello scranno di ministro» - usare la celebrità militare per andare al governo.

Sfruttando inizialmente l’ambasciatore a Madrid, amico di suo padre, il sindaco di New York, amante occasionale della madre, e le conoscenze del nonno al New York Times , di cui era stato proprietario, Winston a vent’anni coprì la guerra ispano-cubana come corrispondente per il London Graphic e il Nyt . E il giorno in cui compiva 21 anni fu ferito per la prima volta. Ne ricavò un libro che ebbe grande influenza, fu un bestseller e ispirò Theodore Roosevelt e i suoi Rough Riders a invadere Cuba. La sua successiva avventura «morte o gloria» fu nel 1897 sul fronte afghano con il generale Blood - un’altra relazione di Jennie - e i suoi Malakand Field Forces. Le morti, come c’era da aspettarsi, erano frequenti e così, oltre a fare il corrispondente di guerra per il Daily Telegraph , Churchill guidò una compagnia di fanteria del Punjab in aspri combattimenti. Così il futuro comandante in capo entrò in intimo rapporto con la spietata brutalità della guerra.

Prima di lasciare l’esercito Churchill volle ancora unirsi alla Forza Anglo-Egiziana per vendicare il «martirio» del generale Gordon per mano dei 60 mila dervisci del Mahdi di Khartoum. E partecipò all’ultima carica di cavalleria dell’esercito britannico. Aveva 23 anni. Imperterrito, l’anno successivo partì per la guerra boera. Era così famoso che ottenne 250 sterline al mese (l’equivalente di 12.000 oggi) e una troupe per girare film. Le sue imprese di guerriero e spia in Sudafrica fecero di lui un eroe nazionale e gli guadagnarono un seggio tory al Parlamento. Nel 1906 fece un opportunistico passaggio ai liberal subito prima di una loro schiacciante vittoria. Come ministro liberal varò il primo Stato sociale e come segretario di Stato agli Affari interni creò i servizi segreti e modernizzò la Marina. Ripassò ai conservatori con la loro schiacciante vittoria del 1922 e dal 1925 al 1929 fu, come già suo padre, Cancelliere dello Scacchiere.

A partire dal 1908, quando pubblicò i due volumi sulla vita del padre per la quale aveva ricevuto un incredibile anticipo di ottomila sterline che gli consentirono di sposarsi utilizzò i suoi libri per «presentarsi al mondo» e stare a galla finanziariamente. Quei libri diffondevano il suo nome e rendevano pubbliche le sue idee. La Grande storia della prima guerra mondiale in sei volumi (completata nel 1928) nel 1922 gli valse un anticipo di 22 mila sterline, con le quali si comprò la casa di campagna-fabbrica di libri a Chartwell. Il primo ministro Arthur Balfour la sbeffeggiò come «Storia dell’universo travestita da autobiografia».
Nel 1929 Churchill perse su tutti i fronti: una fortuna a Wall Street e la carica di ministro; inoltre doveva novemila sterline alla sua banca e quattromila all’ufficio delle tasse. Eppure proprio in quei mesi scrisse il suo libro più avvincente, Gli anni dell’avventura .

Dal 1929 al 1938 guadagnò mediamente 13 mila sterline con i suoi libri. La biografia in sei volumi del suo illustre antenato, Marlborough , per l’editore Harraps, fu completata solo nel 1938. Ma nel 1933 Churchill vendeva all’editore Cassell i diritti per una Storia dei popoli di lingua inglese in quattro volumi per ventimila sterline, da rimborsare se non avesse rispettato i tempi di consegna. Non li rispettò, così dovette mettere in vendita la casa di Chartwell. Fu salvato dalla bancarotta e da una causa per rottura di contratto soltanto rientrando al governo come ministro della Marina nel settembre 1939. Quell’anno scrisse altre 500 mila parole finché, nel giugno

1940, non divenne primo ministro. A quel punto l’editore riconobbe che citare in giudizio il «salvatore della patria» sarebbe stata cattiva pubblicità. La Storia dei popoli di lingua inglese uscì finalmente nel 1956-8 regalando all’editore un enorme ritorno economico. Inoltre Cassell ottenne i diritti anche per i cinque volumi della Storia della seconda guerra mondiale pubblicati nel 1948-52, diritti che per contratto dovevano andare a Harraps. «La storia dirà che lei, Molto Onorevole Gentiluomo, su questo punto aveva torto», disse Churchill al primo ministro Stanley Baldwin a proposito degli accordi di Monaco del 1938. «Lo so - e lo scriverò!». Per Churchill, «le parole sono le uniche cose che durano per sempre». Per lui, la sola immortalità era la reputazione. Forse quella guadagnata per aver fatto una guerra non convenzionale agli editori - e ad altri tiranni.

[Traduzione di Marina Verna]

La svolta ecologista di Internet (contro i server che vanno a gasolio)

Corriere della sera

L'inchiesta del «New York Times»: «Troppa elettricità sprecata»
Dal nostro inviato Massimo Gaggi


NEW YORK - I fondatori delle imprese della «Internet economy» che hanno rivoluzionato l'industria e le nostre vite simili ai «robber barons» dell'Ottocento che erano promotori di sviluppo, ma anche protagonisti di abusi, dalla finanza all'ambiente? Quasi tutti giovani (o ex) e figli della cultura libertaria della «West Coast» americana, Bill Gates di Microsoft e Steve Jobs di Apple, ma anche i Page e Brin di Google, Bezos di Amazon, Ellison di Oracle, Zuckerberg di Facebook e tanti altri, hanno sempre rifiutato sdegnosamente simili paragoni.

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Molti di loro si sentono benefattori dell'umanità, oltre che imprenditori: hanno portato la conoscenza ovunque, tra i poveri e nelle aree più remote del Pianeta. Fanno molta filantropia. E poi, a differenza, dell'acciaio dei Carnegie, delle ferrovie dei Vanderbilt e del petrolio dei Rockefeller, le industrie dell'«information technology» commerciano soprattutto in «byte», impalpabili ed «ecologici» (con le eccezioni delle vendite «online» di Amazon e degli iPhone e iPad di Apple).
 
C'è del vero nella rivendicazione di questa diversità, ma l'edificante quadretto è stato già ampiamente «picconato» a vari livelli: dalle politiche aggressive, ai limiti dell'evasione fiscale, nella concessione di «bonus» ai manager della Silicon Valley (perfino Steve Jobs evitò per un soffio l'arresto, pur non avendo mai avuto benefici personali), alla scoperta che, come a Wall Street o in certe industrie del passato, il maschilismo mette radici anche in gruppi dirigenti composti da giovani di idee prevalentemente progressiste.

Un altro colpo arriva ora da una ricerca del «New York Times» che ha studiato per un anno la materia con l'aiuto della società di consulenza McKinsey e ora ha iniziato a pubblicare un'inchiesta a puntate: le prime due sono un «j'accuse» durissimo nei confronti di aziende che, pur godendo di un'immagine scintillante, bruciano enormi quantità di energia per trasferire dati a milioni di utenti. 30 miliardi di watt di elettricità a livello mondiale, quanto l'energia prodotta da 30 centrali nucleari. E, secondo le analisi di McKinsey, solo una quota variabile tra il 6 e il 12 per cento serve ad alimentare la capacità di calcolo: il resto si disperde in vari modi.

Una falla è il percorso vizioso dei dati: quando interrogo Internet per avere notizie sulla pizzeria all'angolo, le informazioni possono transitare da server distanti anche più di diecimila chilometri. Un altro problema è quello del sovradimensionamento del «data center» deciso dalle aziende del settore che non vogliono correre il rischio di cadute dei loro sistemi, né se la sentono di eliminare un'applicazione anche quando quasi tutti gli utenti hanno smesso di usarla, magari perché sono passati a una versione più aggiornata. E spesso questi grandi server ricevono l'elettricità di cui hanno bisogno da rudimentali motori diesel, altamente inquinanti.

Quello dell'elevato volume di energia assorbito da Internet non è un problema nuovo: il primo allarme lo lanciò nel 2007 l'Epa, l'Agenzia ambientale del governo Usa in un rapporto inviato al Congresso di Washington. Da allora molti progressi sono stati fatti. Google, Facebook e Apple sono forse quelle che si sono impegnate di più per l'ambiente e il risparmio energetico.
 
Così l'autorevole quotidiano americano, che ha scelto di usare un linguaggio pesante fin dal titolo della prima puntata - «Energia sprecata, inquinamento e la mitologia di Internet» - è stato a sua volta bersagliato dalle critiche di molti «internauti» e dai «blog» tecnologici: «Attaccate le imprese digitali non perché inquinano, ma perché la loro tecnologia ha reso obsoleto il vostro business di carta e inchiostro».

Forse stavolta il «Times» ha davvero passato il segno: perfino uno dei personaggi-chiave dell'inchiesta - Jonathan Koomey, professore a Stanford - ieri ha sentito il bisogno di «smarcarsi» scrivendo un post sul blog nel quale sottolinea che, sì, le aziende digitali bruciano molto, ma non più dell'1,3 per cento dell'energia consumata a livello mondiale (rispetto al 25% dei trasporti). E, comunque, stanno facendo molti passi avanti nel risparmio. Ma il lavoro del quotidiano serve comunque a sfatare un mito e porta alla luce casi in cui anche aziende «insospettabili» come Microsoft in certe circostanze hanno usato il gasolio al posto dell'elettricità della Rete, e non solo per generatori ausiliari usati in caso d'emergenza.

25 settembre 2012 | 8:45

Che bello parcheggiare l'auto nei posti riservati ai disabili

Corriere della sera


Cattura
Milano – La vita in città non è certamente facile per i disabili. Specialmente se ti trovi puntualmente il posto macchina occupato o se le ruote della carrozzina continuano a incagliarsi nelle buche o nelle protuberanze di asfalto con cui sono fatti i marciapiedi cittadini. Roberto Monaco ci ha guidato lungo una giornata in un mondo parallelo, un’amplia porzione di territorio che, per coloro che non hanno problemi di motricità, semplicemente non esiste. E magari sono proprio loro quelli che furbescamente parcheggiano nei posti macchina riservati esclusivamente agli invalidi.

Videoinchiesta


Roberto Monaco, da moltissimi anni convive con una sclerosi multipla che da quindici anni l’ha costretto alla carrozzina e all’uso di un auto speciale che gli permette un poco di indipendenza. Non si lamenta: è uno abituato a lottare, ma di fronte a quello che si può vedere a Milano in una sola giornata c’è da stupirsi della civiltà degli abitanti della principale città del nord. Dalla periferia al centro abbiamo potuto costatare che quasi il 65 % dei posti macchina per disabili erano occupati da macchine normali senza nessun tipo di permesso speciale. E che andar in carrozzina per Corso Buenos Aires assomiglia più a una gara di motocross che a una tranquilla passeggiata. Che dire poi degli scivoli pedonali? Gran parte di quelli che Roberto Monaco ha incontrato lungo la giornata o erano distrutti o erano troppo alti, per non parlare di quelli che nemmeno esistono.
 
In una città che si appresta a ospitare l’Expo 2015, da troppi anni ha distratto l’attenzione sugli spazi cittadini che riguardano i disabili. Ora l’assessore alla Mobilità Pierfrancesco Maran, come promesso all’inizio del suo mandato dal sindaco Giuliano Pisapia, ha preso misure speciali e ci sarà la mano dura per i furbetti che continuano a violare la legge a scapito dei disabili. Una categoria di persone che in un paese civile meritano la migliore delle considerazioni e di una città che non ponga ulteriori ostacoli di quelli trovati nelle loro vite.

Ruben H. Oliva
24 settembre 2012 (modifica il 25 settembre 2012)