lunedì 24 settembre 2012

Cina, tutti pazzi per l'iPhone Maxi rissa alla catena di montaggio

La Stampa

Uno scontro che ha coinvolto duemila lavoratori ha portato alla chiusura della fabbrica di Taiyuan, nel nord della Cina

Pechino


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Una maxi-rissa che ha coinvolto almeno 2 mila lavoratori ha portato alla chiusura della fabbrica della Foxconn a Taiyuan, nel nord della Cina, un impianto dove sono impiegati 79 mila lavoratori. Almeno quaranta persone sono state ricoverate in ospedale. La rissa si è scatenata domenica sera e, stando alla ricostruzione fornita dall'azienda, non sarebbe legata a questioni lavorative. Una tesi parzialmente smentita dal portavoce di Foxconn, che ha ammesso di «non conoscere le cause dei tumulti». Per sedare la rivolta si è reso necessario l'intervento di 5mila agenti di polizia, che sono riusciti a ristabilire l'ordine solo intorno alle tre di notte. Nella notte erano circolate in internet alcune immagini della rivolta, che sembra essersi scatenata nei dormitori dell'azienda.

Foxconn è la più grande azienda di componentistica elettronica al mondo: conta oltre 1,2 milioni di dipendenti e lavora per molte multinazionali del settore, tra cui Apple, Microsoft e Hewlett Packard. Nella fabbrica di Taiyuan si producono componenti e per auto e, secondo quanto riferito da alcuni lavoratori, anche componentistica elettronica per l'iPhone 5. Se questa informazione fosse confermata, si tratterebbe dell'ennesimo scandalo legato agli impianti di produzione di Apple in Cina. Tre settimane fa, il quotidiano Shangai Daily ha riportato la notizia migliaia di studenti cooptati per lavorare all’assemblaggio degli iPhone 5 negli impianti Foxconn di Huai'an.

Gli studenti venivano forzati a lavorare in catena di montaggio ed erano sprovvisti di un vero e proprio contratto di lavoro, ma venivano assunti attraverso degli stage obbligatori. Studenti di ingegneria ed economia si sono ritrovati lavorare fino a dodici ore al giorno per una paga di 190 euro la settimana, da cui venivano detratte le spese di vitto e alloggio. Nel 2010 una catena di decine di suicidi di operai che producevano iPad e altri prodotti Apple, portò alla luce le durissime condizioni di lavoro nelle fabbriche di Foxconn. 

Lavoratori - talvolta minorenni - costretti a turni di ottanta ore la settimana, stivati in enormi dormitori e costretti a subire punizioni e umiliazioni nel caso di arrivo in ritardo sul posto di lavoro. Negli anni Apple si è ripetutamente impegnata a migliorare le condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi e ad imporre ai propri partner degli standard di lavoro più umani. Promesse smentite però dai continui scandali che coinvolgono gli impianti di produzione della casa di Cupertino in Estremo Oriente.

Scimmie usate come cavie, le immagini-choc dell'Inghilterra della Guerra Fredda

Corriere della sera

E' il programma portato avanti dal Ministero della Difesa britannico sessanta anni fa

Una scimmia usata come cavia, una delle immagini-cho dell'operazione Cauldron (fonte Daily Mail)Una scimmia usata come cavia, una delle immagini-cho dell'operazione Cauldron (fonte Daily Mail)


MILANO - Nome in codice: Operazione Cauldron. Scopo dell'esperimento: Testare sugli animali, e in particolare sulle scimmie, le terribili conseguenze di un’eventuale guerra batteriologica. Non è la trama di un nuovo film fantascientifico, bensì il programma portato avanti dal Ministero della Difesa britannico sessanta anni fa, in piena guerra Guerra Fredda. Certi che i sovietici stessero sviluppando armi batteriologiche, i britannici non volevano essere da meno e dal maggio al settembre del 1952 effettuarono sull'isola di Lewis, nell'arcipelago delle Ebridi Esterne, una serie di esperimenti segreti durante i quali circa 3500 cavie e 83 Macaco Resus (primate della famiglia dei Cercopitecidi molto diffuso in Asia) furono esposti ai germi mortali della peste bubbonica.



SGUARDI TERRORIZZATI - I test furono immortalati in un filmato di 47 minuti la cui esistenza era nota da anni, ma che è stato pubblicato nella versione integrale per la prima volta solo qualche giorno fa su YouTube grazie agli sforzi di Mike Kenner, 58 anni, attivista originario di Weymouth, Dorset, che è riuscito ad ottenere dal Ministero della Difesa il famigerato video. Nel filmato si vedono le scimmie stipate in piccole casse, la loro testa è incastrata in striminzite celle e il loro sguardo è terrorizzato. Intorno a loro vi sono uomini in tuta che indossano maschere antigas. A un certo punto gli esseri umani scompaiono e dopo pochi minuti una piccola bomba è fatta scoppiare: la maggior parte degli animali esposti ai germi della peste morirono dopo pochi giorni, mentre i sopravvissuti furono uccisi e dissezionati in modo da studiare come i loro organi avessero reagito ai germi mortali.



COMMENTI - Mike Kenner afferma che si tratta di un filmato davvero unico: "Non esiste al mondo nessun video simile - dichiara l'attivista al Daily Mail - Per quanto ne so, è l'unico film che mostra animali esposti ad agenti patogeni. Quando si scorgono le scimmie non si può fare a meno di entrare in empatia e pensare che queste armi erano state progettate per essere usate contro gli esseri umani". Geoffrey Scarlett, al tempo degli esperimenti era un sottufficiale a bordo della Ben Lomond, la nave che ospitava gli animali e gli scienziati.

Al tabloid britannico racconta che molti marinai presenti sull’imbarcazione sapevano poco del progetto: "Ci hanno semplicemente detto che sarebbero stati portati a termine test di guerra batteriologica - afferma l'ottantaduenne - Ma non ci hanno riferito dove stavamo andando. Fin dall'inizio ci hanno detto che la nostra presenza era facoltativa e che potevamo tranquillamente non assistere agli esperimenti. Per quanto ne so, nessuno ha abbandonato. Bisogna ricordare che quelli erano altri tempi e il benessere degli animali non era una priorità".



SUCCESSO - Alla fine gli scienziati giudicarono i test condotti sull'isola di Lewis "un successo" e l'allora primo ministro Winston Churchill preparò anche una dichiarazione che li giustificasse davanti alla popolazione britannica se per errore questi fossero divenuti di dominio pubblico: "La possibilità che i batteri possano essere utilizzati in una guerra futura non può essere trascurata - si legge nella nota del Premier - Le ricerche sono portate avanti in modo che le misure difensive possano essere adottate. Gli esperimenti attualmente in corso fanno parte di queste ricerche". L'attuale Ministero della Difesa britannico ha preso le distanze dal filmato e ha dichiarato che queste pratiche non sono in linea con le moderne norme etico - scientifiche.


Francesco Tortora
24 settembre 2012 | 16:06

Aldo Moro verso la beatificazione

Libero

Il papa nomina il presidente Dc ucciso dalle Br "servo di Dio". Avviata l'inchiesta per farlo beato

Maria Fida: "Mio padre ne è assolutamente degno, per il modo nel quale ha trascorso i giorni della sua vita e quelli della sua morte"


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Il Presidente del Tribunale Diocesano di Roma ha dato il via libera all'inchiesta sulla beatificazione di Aldo Moro, dopo il nulla osta dato dal cardinale Agostino Vallini, Vicario del Papa, che ha indicato lo statista 'servo di Dio'. A rivelarlo Gero Grassi, deputato del Pd, vicepresidente della commissione affari sociali della Camera che ci tiene a sottolineare come "a distanza di 34 anni da quel tragico evento 'qualcuno' debba dire che Aldo Moro andava salvato. Credo anche che i protagonisti delle Brigate Rosse, alcuni dei quali sono diventati impropriamente "uomini di spettacolo", debbano dire tutta la verita'.

Quando ho appreso la notizia ho provato un brivido e grande gioia ha pervaso i miei pensieri. Moro è un martire laico della democrazia.  Era profondamente religioso e indipendentemente dai miracoli, merita la 'beatificazione' per l'esempio che ha dato nella sua vita terrena". "Avviare il processo di beatificazione per Aldo Moro", aggiunge Grassi, "significa dare un esempio positivo da seguire, oltre che ricordare ed onorare un 'buon cristiano', che ha sacrificato la vita per difendere liberta' e giustizia sociale. Aldo Moro per assonanza nel cognome ci riporta alla mente l'esempio di San Tommaso Moro che preferì abbracciare la morte, piuttosto che rinnegare la sua Fede e piegarsi alle richieste di Enrico VIII. Aldo Moro è per tutti un martire della democrazia".

Maria Fida Moro, figlia dello statista democristiano ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio 1978, sostiene di "non avere ancora notizie dirette su questa bellissima proposta ma insieme a mio figlio Luca ritengo che in piena umiltà cristiana mio padre ne fosse assolutamente degno, per il modo nel quale ha trascorso i giorni della sua vita e quelli della sua 'morte',  ovvero la prigionia nelle mani dei terroristi, essendo esempio di   mitezza, compassione e misericordia”.  

“Non sarebbe una riparazione da parte della Chiesa -puntualizza la primogenita dell’ex presidente della Dc - ma un atto che avrebbe un valore in sè. Perchè mio padre è stato uno straordinario  esempio di umanità e di fede”. “Come altri prima di lui, da Dossetti a Sturzo -ricorda-   potrebbe salire all’onore degli altari perchè è stato un politico che ha lavorato sempre per il bene comune, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II. Aveva una profonda spiritualità, e questo era   il suo tratto distintivo”, conclude Maria Fida Moro.

A favore della beatificazione dello statista democristiano anche Ferdinando Imposimato, legale di Maria Fida Moro, parte offesa nel processo sulla strage di via Fani. “I brigatisti che lo hanno tenuto prigioniero, mi hanno raccontanto che Aldo Moro ha mostrato una fede irriducibile: nel 'carcere del popolo' ha letto sempre la Bibbia, anche se dietro aveva la bandiera con la Stella a 5 punte”.  “Moro ha dimostrato anche un senso di perdono -rimarca Imposimato- per coloro che lo avevavo abbandonato, comprese le alte gerarchie ecclesiastiche.

Chiese e ottenne dalle Br il testo delle Sacre Scritture, e in quelle pagine si rifugiava tutti i giorni. Ha vissuto la sua prigionia con coraggio e spirito di santità estrema. Non è vero che aveva paura della morte: era solo preoccupato che con   la sua fine la famiglia venisse abbandonata, cosa che poi si è puntualmente verificata”.   “Sono tra i firmatari della proposta di beatificazione - conclude Imposimato - è il minimo che si possa fare per il più   grande statista che l’Italia abbia avuto dalla nascita della   Repubblica. L’uomo che ha versato il sangue per il bene comune, aveva una grande fede in Dio ma anche il culto per i diritti inviolabili dell’uomo”.

La vera fine di Heim, il dottor Morte

La Stampa

A Mauthausen si conquistò una fama diabolica alla Mengele. Sulla sua morte, un tribunale tedesco ha fatto chiarezza: quanto venne raccontato in un libro era solo una bufala

lorenzo cairoli


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Si è dunque conclusa nel modo meno romanzesco la caccia ad Aribert Heim, il "dottor Morte" a cui bastarono solo sette settimane nell’ambulatorio di Mauthausen per conquistarsi una fama diabolica pari quasi a quella di Mengele. Iniettava fenolo e petrolio nel cuore e nei polmoni delle sue vittime, poi ne cronometrava l’agonia. Le teste che avevano dentature perfette le trasformava in fermacarte da scrivania. Asportava organi e vivisezionava senza anestesia. Lo chiamavano "Doctor Tod', Dottor Morte, ma anche "El Banderillero"’ perchè l’ago delle sue siringhe si conficcava nel petto delle vittime come la banderilla di un matador.

Simon Wiesenthal gli diede la caccia per tutta la vita. Sul suo capo pendevano tre taglie – una del governo tedesco, una del governo austriaco, una del Centro Wiesenthal. Per la polizia tedesca era ancora vivo, specie dopo la scoperta di un conto corrente in una banca berlinese con quasi un milione di euro intestati a lui. Il 16 ottobre 2007 l’editore francese Grasset pubblicò il libro "Ni oubli, ni pardon", "Nè oblio nè perdono". Danny Baz, il suo autore, fu descritto da ‘Le Figaro’ così:

Je mange, bois, respire Aribert Heim’. L’homme qui a écrit cette phrase est de passage à Paris. Il arrive de Kinshasa… Ne cherchez pas à voir son visage: il n’y aura pas de photos de lui dans la presse. L’homme ne veut pas apparaître. Pas envie d’être la victime d’un néonazi surexcité qui le reconnaîtrait. On ne sait jamais’ ("Io mangio, bevo, respiro Aribert Heim". L'uomo che ha scritto questa frase è di passaggio a Parigi. Arriva da Kinshasa... Non cercate di vedere il suo viso: non ci saranno sue foto sui giornali. Non vuole apparire. Nessuna intenzione di essere la vittima di un neonazista sovreccitato che lo riconosca. Non si sa mai.)

Baz, ex colonnello dell’aviazione israeliana, di padre marocchino e madre rumena, dallo sguardo torvo (per via di una ferita all’occhio) e dagli occhialini cerchiati disse di aver dato la caccia ad Heim per due anni. Poi l’epilogo. In un villaggio del Quebec, Saint-Joachim, il suo commando, denominato "Civetta" e finanziato da un superstite di Mauthausen, Ted Arison, l’armatore della Norwegian Cruise Line (nel libro "Barney") catturò Heim, lo condusse al largo di Los Angeles, sull’isola di Catalina, dove un Tribunale presieduto dallo stesso Baz emise la sua sentenza di morte. Venne ucciso, cremato e le sue ceneri disperse nel Pacifico. A "Le Point" Baz confessò: «Il 40 % di quello che si legge nel mio libro va preso con le pinze. Cè' qualche omissione, licenza poetica, un po' di rivisitazione della realtà ma questo non significa affatto che il mio libro sia inattendibile».

Con la sentenza del tribunale tedesco di Baden Baden abbiamo appreso che il libro di Baz è una colossale impostura, il capolavoro di una Wanna Marchi con la kippà che ha truffato un editore famoso, i lettori di mezzo mondo e che ha preso per i fondelli i più autorevoli quotidiani francesi – i canadesi, invece, avevano capito subito che il libro di Baz puzzava di fregatura lontano un miglio. Heim è morto venti anni fa di tumore, in Egitto, altro che commandi e ceneri sparse nel Pacifico. Si era convertito all’Islam, si faceva chiamare Zio Tarek, andava pazzo per la cioccolata del Caffè Groppi al Cairo. Adesso si capisce perchè Danny Baz non si faceva mai fotografare. Altro che timore di rappresaglia da parte di qualche testa calda neonazista…

Il buco nero delle carte ricaricabili

La Stampa

Fiorito le ricaricò 64 volte per 188.000 euro, ma per ora non si conoscono i titolari

Grazia Longo
roma


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Nella bulimica gestione del conto regionale Pdl da parte dell’ex tesoriere Franco Fiorito spiccano 64 ricariche di 10 carte di credito - per un valore complessivo di 188 mila euro - di cui non si conosce il destinatario. La procura e la Guardia di finanza stanno cercando di capire chi ha beneficiato di queste 64 ricariche. Il dato certo, comunque, è l’ennesimo buco nero dell’attività dell’ex capogruppo indagato per peculato. Che continua a professarsi innocente e ad accusare i compagni, come dimostra l’autodifesa scritta di suo pugno che pubblichiamo oggi. Eppure i sospetti sulle 64 ricariche si aggiungono alle altre sue presunte ruberie: 753 mila euro in 109 autobonifici, 1 milione e 426 mila euro di «bonifici senza specifica», più 846 mila euro di assegni senza beneficiari.

Il simbolo del magna-magna finora contestato dagli inquirenti a «Er Batman» di Anagni (soprannome che si è guadagnato cadendo da una Harley Davidson ferma sul ciglio della strada), ma che potrebbe essere esteso anche ad altri dei suoi 16 compagni di partito. La Corte dei Conti - oltre alla procura ordinaria - sta vagliando la documentazione relativa agli sprechi e alle spese ingiustificate dei consiglieri regionali. Per ora, l’unico indagato è Fiorito, accusato di aver distratto denaro pubblico a uso personale. Un’abitudine che si è intensificata a ritmo incalzante con il passare del tempo. Dal giugno 2010 al luglio 2011 il buco nero delle carte di credito ha registrato un’escalation: da una prima ricarica di 800 euro, il 26 luglio 2010, si sale a 1000 il 1° gennaio 2011 e a 4000 il 16 marzo 2011. Poi si deve aspettare fino ad ottobre 2011, con una ricarica di 4500 euro.

Ma più passa il tempo e più Fiorito si sente sicuro e aumenta le ricariche (operazioni da 2000, 3000 e 4000 euro). Ci sono giornate in cui l’attività del magna-magna è super frenetica: nella sola giornata del 21 marzo scorso «Er Batman» si concede due autobonifici da 8381 euro ciascuno, una ricarica da 2000 euro e un prelievo da 7000. E appena due giorni dopo, il 23 marzo, si registrano due ricariche da 3500 euro, due da 2500 e due bonifici senza destinatario da 4191 l’uno. Intanto Fiorito insiste: «Non sono un ladro, assolutamente no. Forse ho gestito male il denaro, ma non ho rubato». E per ribadire la sua innocenza ha consegnato agli inquirenti anche una minuta con la sua autodifesa. Dove tira in ballo solo due dei nove compagni di partito che ha accusato durante l’interrogatorio di mercoledì scorso.

Si tratta di Francesco Battistoni e Lidia Nobili, collegati con una freccia alla voce spesa «per la comunicazione». Indica la cifra «250 mila euro per la Lallaria», società a cui si è rivolta la Nobili, che ha però fatturato 111 mila euro e non 250 mila. Segue una lista spese imputate ai compagni: champagne, cravatte, servizi foto, auto, cene e festini. Stamattina Fiorito sarà interrogato a Viterbo dal pm Massimiliano Siddi per «reato connesso». Assistito dall’avvocato Carlo Taormina, dovrà fornire spiegazioni sulle fatture depositate in Regione per i rimborsi al consigliere regionale viterbese, suo nemico giurato, Francesco Battistoni. Fatture che secondo lo stesso Battistoni e almeno due società con sede a Viterbo, la Panda Cz e la Majakovskij Comunicazioni, sarebbero state falsificate, aumentando di decine di volte il loro importo.

L’ex tesoriere insiste con le accuse, compresa quella contro Carlo De Romanis: «Non è vero che ha pagato lui la festa mascherata da greci. Io ho dato i soldi ai giovani del Ppe e comunque il preventivo da 45 mila euro di Cinecittà l’ho respinto io». Il party si è svolto il 10 settembre 2010, sul conto corrente Pdl c’è un bonifico di 15 mila euro per i giovani del Ppe ma è stato versato il 23 febbraio scorso. Ma De Romanis giura d’aver pagato la festa in costume di tasca sua.

Donna Assunta e la destra cafonal: "Mio marito Giorgio girava in 500"

Libero

La vedova di Almirante: mio marito ha lasciato cento miliardi di beni immobili


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Auto blu? Ville? Suv? Assunta Almirante, vedova del fondatore del Movimento Sociale, è sconcertata. In un'intervista al Quotidiano Nazionale si sfoga: il mio Giorgio viaggiava con la sua 500. Ormai c'è un degrado tragico. Ma la Polverini, che ha scelto questo benedetto signor Fiorito, doveva rendersi conto di quello che succedeva. Un padrone di casa, anche quando ha tante persone che l'aiutano si rende conto se determinate cose funzionano o meno"

Al giornalista che le ha chiesto se anche in passato i politici maneggiavano così tanto denaro pubblico, lei risponde: "Proprio no, mio m arito faceva la questua, ma riuscendo lo stesso a creare un partito vero. E poi, quando è arrivato il finanziamento pubblico, lui ha lasciato cento miliardi di lire di beni immobili. Che tutt'ora ci sono e sono del Msi. Bloccati, sotto tutela di un comitato". Donna Assunt aricorda che suo marito non ha mai avuto l'auto blu. "Cossiga, a quell'epoca ministro dell'Interno era terrorizzato dal fatto che Almirante girasse avanti e indietro arrivando fino in Trentino con la Cinquecento. Cossiga gli diceva che così metteva la sua vita in pericolo, ma gli rispondeva che non l'avrebbe mai toccato nessuno. Lui si sentiva sicuro". 

Uomo fedifrago, donna tradita. Però il rapporto era irrecuperabile: nessun addebito per la separazione

La Stampa

Elemento decisivo è la crisi irreversibile del legame tra moglie e marito: la relazione extraconiugale dell’uomo si colloca in un periodo successivo, e quindi non può legittimare l’addebito al coniuge. Assolutamente illogica, invece, l’ipotesi che il tradimento possa essere considerato una reazione all’affermazione della donna di non voler avere figli. Lo afferma la Cassazione nella sentenza 16089/12.  A essere beccato con le mani nella marmellata è l’uomo. Eppure non basta per addebitargli la separazione, che chiude definitivamente il rapporto, se il ‘fattaccio’ si colloca in una situazione di crisi irreversibile della coppia.

Sono contraddittorie le posizioni assunte dai giudici, rispettivamente, in primo e in secondo grado: per il Tribunale che certifica la separazione, essa è da addebitare all’uomo, alla luce della sua lapalissiana infedeltà; per la Corte d’Appello, invece, tale addebito è da annullare, perché i disdicevoli comportamenti dell’uomo sono posteriori, molto probabilmente – mancando prove certe in senso contrario –, all’epoca in cui la relazione fra i due coniugi «era già entrata irreversibilmente in crisi», e vanno valutati come «reazione» – seppur poco ortodossa – alla contrarietà espressa dalla donna ad avere un figlio.

E' netta la contrarietà espressa dalla donna alla pronuncia della Corte d’Appello. Critiche vengono espresse – nel ricorso proposto per cassazione – all’enorme peso riconosciuto alla frase, frutto di un «momento d’ira», relativa al rifiuto di avere un figlio dal compagno, frase considerata come causa scatenante del tradimento subito; perplessità vengono evidenziate anche rispetto alla collocazione temporale dell’infedeltà coniugale.

Secondo la donna l’addebito nei confronti dell’uomo è assolutamente plausibile, quindi. Per i giudici di Cassazione, però, la scelta, nella sostanza, della Corte d’Appello va confermata, soprattutto per una ragione: è acclarata la «situazione di crisi del rapporto coniugale», e non vi sono prove chiare per affermare che la «relazione extra-coniugale fosse iniziata prima» della cristallizzazione della crisi.

A questo proposito, per ulteriore chiarezza, i giudici ricordano che l’«inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale non può giustificare, da sola, una pronuncia di addebito della separazione, qualora una tale condotta sia successiva», come in questa vicenda, «al verificarsi di un’accertata situazione di intollerabilità della convivenza». Ciò che, invece, non è accettabile, nella pronunzia di Appello, è l’idea di «mettere in relazione l’insorgere» del rapporto extra-coniugale dell’uomo con l’affermazione della coniuge di non voler avere un figlio dal marito». Nonostante questa tara, però, la decisione dei giudici di secondo grado, seppur legittima solo a metà, va confermata: nessun addebito per la separazione.

Unità astronomica, kg e una lezione del Nobel Klitzing

La Stampa

Piero Bianucci
Torino


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Pochi se ne sono accorti, ma da qualche settimana è entrata in vigore una nuova e più semplice definizione dell'unità astronomica (UA), il “metro” del cielo. Invece è una cosa importante e interessante per due motivi: 1) l’unità astronomica sta alla base di tutte le misure delle distanze cosmiche; 2) la nuova definizione è riferita alla velocità della luce. In prima approssimazione, l’unità astronomica equivale alla distanza che separa la Terra dal Sole, cioè all’incirca 150 milioni di chilometri (8 minuti e 20 secondi luce: un anno luce, l’unità di misura più comune in astronomia, è pari a 65 mila unità astronomiche, o se volete a poco meno di 10mila miliardi di chilometri).

Dopo secoli di sforzi da parte degli astronomi per stabilire l’unità astronomica con la massima precisione possibile, ora il suo valore è stato definitivamente fissato in 149.597.870.700 metri. Figlio della Rivoluzione francese, che lo volle pari a un decimilionesimo dell’arco di meridiano che va dal polo nord all’equatore, oggi il metro è l'unità di lunghezza nel Sistema Internazionale (SI) e dal 1983 viene definito in modo assoluto come la distanza che la luce percorre nel vuoto in un 299.792,458° di secondo.

D’accordo, non sarà una definizione tanto pratica, ma il suo pregio sta nel fatto che così il metro fa riferimento a una costante universale della natura (appunto la velocità della luce nel vuoto), e questa è la massima aspirazione dei metrologi. L'unità astronomica rappresenta la base geometrica della triangolazione per le parallassi stellari. Dalle distanze di stelle ottenute con la misura della loro parallasse gli astronomi hanno potuto tarare altre scale per valutare distanze maggiori: per esempio la scala fondata sulla magnitudine assoluta, a sua volta derivata dalla periodicità delle variabili cefeidi.

Su scala cosmologica, la distanza ricavata dallo spostamento spettrale verso il rosso della luce delle galassie è a sua volta connessa alle magnitudini assolute e alle distanze stimate dalla magnitudine assoluta delle supernove. Ma sotto traccia ritroviamo sempre le cefeidi e le misure di parallasse legate all'unità astronomica. La nuova definizione è stata approvata alla XXVIII assemblea generale della International Astronomical Union svoltasi in agosto a Pechino. La precedente definizione ufficiale dell'unità astronomica era “il raggio di una orbita newtoniana circolare, non perturbata descritta attorno al Sole da una particella di massa infinitesima, che si muova mediamente di 0,01720209895 radianti al giorno (o costante di Gauss)."

Questa definizione, oltre ad essere complicata, risultava anche variabile sul lungo periodo in quanto dipende dalla massa del Sole, che ogni secondo diminuisce di 4,6 milioni di tonnellate, la quantità di materia che viene trasformata in energia secondo la formula di Einstein E= mc2 per sostenere il suo irraggiamento. Dunque ben venga la nuova definizione. Dicevamo della passione dei metrologi per le costanti fondamentali della natura, da usare come punti fissi a cui ancorare le unità di misura. Di questa passione ho visto una chiara testimonianza il 19 settembre all’Istituto nazionale di ricerca metrologica di Torino (INRiM), dove ha tenuto una conferenza Klaus von Klitzing (foto), premio Nobel per la fisica nel 1985 per la sua scoperta dell’effetto Hall quantistico.

Nato a Poznan nel 1943, fisico tedesco di origine polacca, Klitzing ha insegnato Monaco di Baviera e ha fatto ricerca a Oxford e all’Imperial College in Inghilterra, a Grenoble in Francia e a Monaco in Germania. Attualmente dirige il Max-Planck-Institut di Stuggart. Ascoltarlo all’INRiM, in una sala gremitissima (solo posti in piedi), è stato molto piacevole, perché Klitzing ha saputo condire di humour metrologia e meccanica quantistica. Notevole una sua immagine accanto a una bottiglia di vino: fotografia che fissa l’istante della scoperta dell’effetto Hall quantistico, avvenuta in un laboratorio di Grenoble nel 1980, ovviamente, “per caso”, come spesso avviene per le grandi scoperte, o come, talvolta per civetteria usano raccontare gli scopritori.

L’effetto Hall classico è la formazione di una differenza di potenziale, detto potenziale di Hall, sulle facce opposte di un conduttore elettrico dovuta un campo magnetico perpendicolare alla corrente elettrica che scorre in esso. Lo scoprì il fisico Edwin Hall nel 1879. Se tutto ciò vi sembra semplice, ebbene, l’effetto Hall quantistico è assai più complicato. Esso si manifesta a bassissima temperatura (1 Kelvin, a ridosso dello zero assoluto) e sotto l’azione di un campo magnetico intenso. In tali condizioni la resistenza di Hall di sistemi elettronici bidimensionali può assumere solo determinati valori – cioè è quantizzata – ed è indipendente dal materiale usato (silicio, carbonio, arseniuro di gallio) entro l’incertezza sperimentale di una parte su 10mila miliardi..

Non previsto dall’elettrodinamica classica, l’effetto Hall quantistico svolge un ruolo molto importante in metrologia. Su di esso, infatti, dal 1990 a livello internazionale si basano tutte le tarature di campioni di resistenza elettrica. Il valore convenzionale adottato per la resistenza di Hall quantistica è di 25.812,807 Ohm (costante di von Klitzing). Il problema è che questa definizione non è compatibile con il sistema internazionale delle unità di misura (sistema SI). Un problema analogo esiste con l’effetto Josephson che consente la taratura di campioni di tensione elettrica sulla base della costante di Josephson, a sua volta collegata al valore della carica dell’elettrone e della costante di Planck.

“Questo conflitto tra le unità SI e le unità pratiche – spiegano all’INRiM – si può risolvere accettando nuove definizioni per le unità SI di base, come raccomandato dalla ventiquattresima Conferenza generale dei Pesi e delle Misure tenutasi nell’ottobre 2011. L’idea di principio di questo nuovo sistema SI è costituita dal collegamento diretto tra i valori fissi di costanti fisiche fondamentali e le unità SI di base, come già si è fatto per il metro, l’unità di lunghezza, ancorandola a un valore fisso della velocità della luce. Se si accettano valori fissi per la costante di Planck e per la carica elettrica elementare nella cornice di un nuovo sistema SI, tutte le tarature di grandezza elettriche (basate sugli effetti Josephson e Hall quantistico) saranno automaticamente in accordo con il sistema SI. Per arrivare a questo traguardo occorre però abbandonare le attuali definizioni delle unità di base “ampere” e “chilogrammo”.

Di tutte le unità base, il chilogrammo è l’unica delle sette unità di misura del SI ancora identificata in un preciso oggetto fisico, il campione primario conservato a Parigi. Proprio qui si inserisce un discorso curioso e interessante. Per una definizione realmente universale del chilogrammo è possibile perseguire due strade: una si rifà al numero di Avogadro, l’altra alla costante di Planck. Un po’ come si usa dire per le mezze stagioni, il kg di oggi non è più quello di una volta.

Controlli periodici di estrema precisione hanno accertato che il peso (ma sarebbe più corretto parlare di massa) del campione primario del kg, custodito con mille cure vicino a Parigi in una cassaforte climatizzata del Bureau International des Poids et des Mésures, nel corso dell’ultimo secolo è cambiato di circa 50 miliardesimi di grammo. Come se non bastasse, la variazione è irregolare. Talvolta i controlli rivelano che il peso del kg campione diminuisce. In altri casi aumenta.

Le sofisticatissime bilance oggi disponibili non lasciano dubbi: il cilindro di platino-iridio che dal 1901 è il prototipo al quale devono riferirsi tutte le bilance del mondo può subire variazioni di un miliardesimo di grammo al mese subito dopo le periodiche operazioni di pulitura e lavaggio, severamente regolamentate da procedure rigorose. Terminata questa fase di “dimagrimento”, di solito il kg campione incomincia a “ingrassare” al ritmo di circa un miliardesimo di grammo l’anno.

Le cause non sono del tutto chiare. Il calo di peso che segue la pulitura dipende probabilmente dalla perdita di minutissimi residui del lavaggio e dall’asporto di molecole superficiali dovuto alla spolveratura. L’acquisto di peso può essere giustificato con il depositarsi di granelli di polvere onnipresenti anche nell’ambiente più pulito. Variazioni irregolari con tendenza al “dimagrimento” si possono spiegare con l’affiorare di minuscole bollicine di gas che potrebbero essere rimaste nel campione quando venne fuso.

Non saranno certo queste infinitesime oscillazioni del kg campione di Parigi (e di quelli derivati custoditi negli istituti di metrologia dei 53 Stati aderenti alla Convenzione del Metro) a preoccupare la massaia quando acquista il suo mezz’etto di prosciutto. Tuttavia in molti campi della tecnologia più avanzata una incertezza di 50 miliardesimi di grammo su un kg rappresenta un problema serio. Piccole differenze diventano significative quando si misurano masse di migliaia di tonnellate.

In un mondo globalizzato e con tecnologie sempre più complesse, la domanda di precisione diventerà ancora più esigente. Basti pensare alle nanotecnologie, una ingegneria su scala molecolare, e alla navigazione satellitare, che richiede orologi atomici precisi al miliardesimo di secondo (questo limite, peraltro, è già largamente superato: oggi i migliori orologi atomici spaccano il milionesimo di miliardesimo di secondo). Ma anche l’industria chimica, l’ingegneria, la tutela dell’ambiente, la medicina, la nutrizione e in generale il miglioramento della qualità della vita richiederanno misure sempre più affidabili.

C’è poi l’aspetto teorico-filosofico (riferirsi a costanti fondamentali della natura) e l’aspetto – come dire? – antropologico. I metrologi sono scienziati per loro natura votati a una precisione che va oltre ogni immaginabile pignoleria. Anche per questo non possono tollerare i capricci del kg campione e trovano imbarazzante la loro attuale condizione di impotenza. Come abbiamo già detto, infatti, l’unità di massa è la sola che rimanga tuttora dipendente da un oggetto materiale adottato per pura convenzione umana e non sia invece saldamente ancorata a una ben più affidabile costante fondamentale della natura. Per questo motivo la ventiquattresima Conferenza Internazionale dei Pesi e della Misure ha auspicato che entro il 2015 si giunga a una nuova definizione del kg, liberandola dall’asservimento al glorioso ma ormai inadeguato cilindro di platino-iridio.

Iran blocca l'accesso a Google e Gmail E lancia la sua rete nazionale

Corriere della sera

Teheran oscura il servizio di posta e il browser di Mountain View. In atto un progetto per creare una rete nazionale

(Foto web)(Foto web)

Google e Gmail bloccate. Le autorità iraniane hanno bloccato l'accesso al browser di Mountain View e al relativo servizio di posta come passo verso la formazione di un servizio Intranet nazionale. L'accesso alla pagine di ricerca di Google è stato ristretto nella sua versione non sicura (www.google.com), così come quello al protocollo di sicurezza (https://www.google.com). Le limitazioni sono state annunciate tramite un sms dal consigliere della Procura iraniana Abdolsamad Khoramabadi. «A causa delle continue richieste del popolo, (l'accesso a, ndr) Google e Gmail verrà filtrato a livello nazionale. E così sarà fino a ulteriore comunicazione», si legge nel messaggio inviato ai telefoni cellulari.

IL PIANO - Le restrizioni non sono state comunicate dal sito web di Google, ma diversi iraniani hanno riscontrato difficoltà di accesso a Gmail a meno di non accedervi tramite il software VPN (virtual private network), strumento usato per superare la censura. Gmail è comunemente usata da imprenditori iraniani per comunicare e per scambiare documenti con compagnie straniere. Detto ciò, in Iran l'accesso al servizio di posta è sempre stato difficile. Nei giorni scorsi alcuni media occidentali, tra cui il Washington Post, avevano dato la notizia che il governo iraniano, per limitare l'influenza occidentale e difendersi dagli attacchi cyber, sembrava aver messo a punto gli elementi necessari alla realizzazione di una rete internet nazionale in modo da poter aver un maggior controllo sulle informazioni online.

Il mese scorso, rivelava sempre il quotidiano, i ministri iraniani della comunicazione e delle informazioni avevano svelato il piano di mettere offline i dati delle principali agenzie del paese (difesa, ricerca nucleare, ecc. Ecc.) e trasferirli sulla nuova rete entro la fine di settembre. La nuova rete sarebbe stata realizzata col contributo del gigante cinese dell'informatica Huawei. Già a febbraio le autorità iraniane avevano temporaneamente bloccato l'accesso a Google e a Gmail alla vigilia delle elezioni parlamentari di marzo. YouTube è stato invece censurato diverse volte dalla metà del 2009 dopo le proteste e le accuse di frode elettori per l'elezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Anche i social network Facebook e Twitter vengono ripetutamente sospesi.

Redazione Online 24 settembre 2012 | 13:14

Angela Celentano, mail dal Messico «La bambina in quelle foto sono io»

Corriere della sera

La ragazza dice di chiamarsi Celeste: si è riconosciuta nelle immagini e nella storia. Il racconto a «I fatti vostri»


Cattura
Il giallo ormai storico del Monte Faito (Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli) potrebbe essere ad una svolta. Una mail e una foto, arrivate dal Messico potrebbero segnare una grande novità nella storia di Angela Celentano, la ragazza che 16 anni fa scomparve dal bosco. È quanto emerso da «I Fatti Vostri» su Rai 2. La ragazza dice di chiamarsi Celeste si è riconosciuta nelle foto e nella storia. Sta bene ma non vuole essere cercata.

LA CORRISPONDENZA - La prima mail di Celeste è arrivata due anni fa, ha raccontato Maria, la mamma di Angela Celentano, esattamente il 25 maggio 2010. Da quel giorno, è iniziata una corrispondenza con l'altra figlia, Rossana. Celeste ha raccontato di essere stata adottata. Ai Celentano ha anche inviato una foto recente che, a detta dei genitori di Angela, raffronta con quella di Angela «ha diversi punti di contatto».

LEI NON VUOLE ESSERE CERCATA - I Celentano hanno anche aggiunto che la pista «sembra verosimile» e tra «le più probabili» delle tantissime segnalazioni pervenute in queste anni. I contatti, però, si sono interrotti. Più di tutto, la ragazza avrebbe più volte ribadito che è «felice» e che non vuole essere cercata.


Redazione online24 settembre 2012

Ecco la Milano arancione: tassano tutti poi comprano opere per 250mila euro

Alberto Giannoni - Lun, 24/09/2012 - 13:56

Le spese della Giunta Pisapia: acquistati quattro lavori dello scultore torinese Luciano Fabro. Il Comune: "È un investimento"

Milano - Tagli alle pensioni, tagli alla sanità, tagli ai servizi sociali.



Stefano Boeri, assessore alla Cultura


E 250mila euro spesi dal Comune per quattro opere d'autore. Investimenti: l'assessore alla Cultura Stefano Boeri (nel tondo), con una buona dose di audacia politica - la stessa che lo guida nella candidatura alle primarie del centrosinistra - li considera investimenti. E mentre il Comune di Milano - come tutti gli altri enti locali - fa sempre più fatica a far quadrare i conti, e quindi tosa come pecore i suoi cittadini-contribuenti (o dovremmo dire sudditi?) la giunta guidata da Giuliano Pisapia delibera l'acquisto (da un quarto di milione) di quattro opere dell'artista Luciano Fabro da destinare al Museo del Novecento, galleria comunale aperta due anni fa.Fabro, va detto, è un artista quotato. Nato a Torino, a Milano ha lavorato a lungo, facendone il centro della sua attività artistica, vissuta - negli anni migliori - dentro il gruppo della cosiddetta «Arte povera».

La scelta artistica, tuttavia, è considerata piuttosto discutibile: Fabro a parte, il movimento non fu prettamente milanese, e inoltre non sembra azzeccatissimo per l'allestimento dell'Arengario (in piazza Duomo). «Non conosco le opere, ma se si tratta di 60mila euro l'una non mi sembra troppo - commenta il critico Philippe Daverio - detto questo non so se servirà a risollevare le sorti del museo. Bisogna vedere cosa vuole diventare e se la scelta è parte di un progetto».Qualcuno fa notare che forse, con le casse comunali che piangono - settore Cultura compreso - sarebbe stato più utile promuovere iniziative, eventi e mostre (almeno un paio?), in un momento in cui l'attività diretta del palazzo è piuttosto carente (sì, è vero, c'è Picasso, ma si tratta sostanzialmente di un «prestito» francese). Senza contare le tante opere che languono invece nei magazzini comunali.

Comunque, a prescindere da opinabilissime valutazioni sulle politiche culturali, il quadro ai cittadini è molto chiaro. Il Comune, amministrato da un anno e mezzo scarso da una maggioranza di sinistra-centro, è implacabile nell'applicare il più classico «tassa e spendi»: in 12 mesi ha applicato incrementi delle addizionali Irpef, deciso inasprimenti dei tributi comunali (suolo pubblico e spazzatura) e non contento ha introdotto una tassa - mascherata da misura anti inquinamento - anche sulla circolazione dei veicoli, la famigerata Area C che stanga chi entra in centro con l'auto.

Ed è in questo contesto che decide di darsi all'arte. Attenzione - dicono dall'amministrazione comunale - «quei 250mila euro potrebbero essere anche parte di una sponsorizzazione». E in effetti il museo, che pure nel primo anno ha prodotto un deficit, ha importanti sponsor privati. Attenzione - aggiunge Boeri - non si tratta di uno stanziamento nuovo, anzi di «un fondo che esiste già da tre anni, che è stato già costituito in passato». Poi l'assessore, orgogliosamente, rivendica: «Le nostre materie prime sono paesaggio, coste, storia e cultura, e rappresentano una ricchezza attraverso il turismo. Queste sono cose che acquistano sempre più valore». «Meglio che fare appalti stradali», conviene Daverio.

Password: uno su nove sceglie per pigrizia «1234», l'allarme sicurezza

Corriere della sera

Tre sequenze raccolgono, insieme, quasi il 20% di tutti i pin. Il numero «8068» è quello che attrae meno di tutti

L’allarme era già stato lanciato nel giugno dell’anno scorso da Daniel Amitay, uno sviluppatore di applicazioni per l’iPhone che, usando la sua “Big Brother Camera Security App”, aveva registrato in forma anonima oltre 200mila pin, ottenendo così la lista di quelli più usati. L’intento era quello di mettere in guardia i possessori dei cellulari Apple sull’utilizzo della sequenza più gettonata – ovvero “1234”, scelta da 8.884 utenti del campione e seguita da “0000” e da “2580” – ma la casa di Cupertino la giudicò una minaccia alla sicurezza dei dati personali e decise di rimuoverla dall’app store. Oggi però una seconda ricerca, questa volta condotta dalla Data Genetics su un database di 3,4 milioni di password numeriche beccate dagli hacker negli ultimi 5 anni, conferma la scoperta di Amitay: in tema di password e simili, la comune tendenza umana è quella di farsi prendere dalla pigrizia (o dalla scarsa fantasia) piuttosto che lambiccarsi il cervello per trovare una combinazione di 4 numeri che sia sì facile da ricordare ma al tempo stesso difficile da indovinare per gli estranei.

Ed ecco così spiegato il motivo per cui una persona su nove punta decisa all’1234, ma anche all’1111 o allo 0000, quando deve scegliere un pin (va detto che le combinazioni studiate sono relative ai computer e non sono codici bancomat, anche se gli esperti sono convinti che molti usino la stessa password per entrambe le funzioni): non a caso, le tre sequenze di cui sopra raccolgono, insieme, quasi il 20% di tutti i pin, mentre altrettanto frequenti sono le combinazioni che cominciano con il “19” (ovvero, indicanti un qualunque anno del XX secolo) come pure quelle che richiamano significati culturali (“2001”, “1984” o “0007”) o eventi legati alla persona in genere (gettonatissima in questo caso la data di nascita).

Per contro, il numero “8068” è quello che attrae meno di tutti quando c’è da pensare ad un codice, visto che ha ottenuto appena lo 0,000744% dei consensi (praticamente, è stato scelto solo 25 volte) e maluccio è andata anche per il “9629” e per il “6835”, a malapena considerati. Comunque sia, alla fine si è appurato che la metà di tutti i pin scaturiva da appena 426 codici differenti su 10mila possibili: un dato che conferma quanto ci sia ancora da fare in tema di sicurezza dei dati personali.

Un problema che sembrano però non avere gli over 55, visto che uno studio dell’Università di Cambridge ha evidenziato come le persone più mature tendano a scegliere password più sicure rispetto ai loro “nipotini digitali” , anche se la soluzione finale potrebbe essere quella di una password già insita nel nostro inconscio, come teorizzato da una recente ricerca della Stanford University, in collaborazione con la Nortwestern University di Chicago e Sri International, per eliminare sigle o codici e metterci così al riparo dal rischio hacker.


Simona Marchetti
24 settembre 2012 | 13:29

Protesta nella fabbrica dell'iPhone5 Tensione tra 2 mila operai e polizia

Corriere della sera

L'agitazione dopo che un agente ha colpito un dipendente della Foxconn di Tayan, dove si sono verificati numerosi suicidi legati alle condizioni di lavoro. Oggi impianto chiuso

La fabbrica Foxconn di ShenzhenLa fabbrica Foxconn di Shenzhen
 
Manifestazione di protesta nella notte tra domenica e lunedì alla fabbrica della Foxconn di Taiyan, dove si producono parti per il nuovo iPhone5. Oggi l'impianto resterà chiuso, stando a quanto comunicato dalla proprietà. Secondo informazioni raccolte su Weibo (il Twitter cinese), intorno alle 10 di domenica sera oltre 2 mila lavoratori di quella che viene spesso definita «l'azienda dei suicidi», per l'ondata di suicidi che ha interessato i suoi dipendenti negli anni scorsi a causa delle pessime condizioni di lavoro, hanno manifestato nel compound della struttura. Il blog engadget.com ha diffuso anche un video che mostra l’inizio della protesta.

TENSIONE CON LA POLIZIA - Stando ad una prima ricostruzione nei dormitori della fabbrica sarebbe scoppiata una rissa fra gruppi rivali di dipendenti. Solo alle 3 del mattino la polizia, che ha arrestato diversi operai, è riuscita a riportare la calma.

PRODUZIONE SERRATA - L'impianto di Taiyuan, nella provincia centro-orientale dello Shanxi, impiega 79.999 persone e in questi giorni è impegnata nella produzione e nell'assemblaggio soprattutto del retro dell'ultima versione dell'Iphone. La Foxconn Technology Group, di proprietà della taiwanese Hon Hai Precision Industry Co., impiega oltre 1,3 milioni di persone con diversi impianti di produzione in Cina e in altri paesi, lavorando per primarie società mondiali come Apple, Sony, Nokia e altri.

MOLTI SUICIDI - Negli anni scorsi è stata scossa da una serie di suicidi fra i suoi dipendenti a causa delle pessime condizioni di lavoro. Non è la prima volta che i dipendenti della Foxconn manifestano, soprattutto contro le condizioni di lavoro negli impianti



Redazione online24 settembre 2012 | 8:02

Al Senato i bilanci restano segreti Mistero sui 22 milioni ai gruppi

Corriere della sera

Bocciate le proposte per rendere pubblici e certificare i conti

ROMA - La prima diga è dunque stata abbattuta e non è stato facile. I gruppi parlamentari della Camera dovranno rendere pubblico il bilancio, che sarà certificato da un soggetto esterno. Per la prima volta sapremo come viene spesa anche questa fetta di finanziamento pubblico dei partiti. Ci si attende adesso il crollo della seconda diga. Quella del Senato. Che cosa farà la Camera alta? L'assemblea di Palazzo Madama si è sempre tenuta accuratamente alla larga da questo problema, del quale il suo attuale presidente, a differenza di Gianfranco Fini, ha esperienza diretta.

Per otto anni Renato Schifani è stato infatti il capo del gruppo parlamentare di Forza Italia a Palazzo Madama. E negli ultimi tempi, da presidente dell'assemblea, non ha lesinato appelli alla trasparenza. «La politica» ha dichiarato pubblicamente il 26 maggio scorso alla festa della polizia a Padova, «deve saper ricomporre il divario con la gente e non soltanto a parole. Essere vicina agli italiani significa soltanto un verbo: fare presto e bene, uscendo dal tunnel nebuloso e mostrando di aver capito, di voler andare avanti nel pieno rispetto delle norme e della trasparenza».

Finora, però, nessuno è riuscito a fare breccia nel muro impenetrabile che copre i finanziamenti ai gruppi parlamentari del Senato. Il 3 agosto dello scorso anno, durante la discussione sul bilancio interno, sette senatori del Partito democratico fra i quali, oltre al tesoriere del gruppo Vidmer Mercatali c'era anche quello della Margherita Luigi Lusi finito poi nei guai giudiziari per la distrazione dei rimborsi elettorali del partito di Francesco Rutelli, presentarono un ordine del giorno che avrebbe condizionato l'erogazione dei contributi «alla presentazione del bilancio, alla sua certificazione in forme opportune e alla sua pubblicità sul sito internet del Senato». Respinto. Come bocciato fu pure un altro ordine del giorno analogo presentato dai dipietristi che mirava a obbligare i gruppi alla «rendicontazione annuale dei contributi loro assegnati» e alla «pubblicità di tale rendicontazione». Il primo agosto scorso, un ordine del giorno simile a questo, partorito sempre dall'Italia dei Valori, ha invece avuto il parere favorevole dei questori. Ma poi non è successo niente.

I bilanci sono così rimasti segreti. E non parliamo di pochi denari. Nel 2012 le previsioni assestate indicano una cifra superiore a quella pubblicata ieri dal Corriere. Si è arrivati a 38 milioni 350 mila euro, 750 mila euro in più rispetto al 2011. È una somma superiore anche a quella stanziata dalla Camera (quest'anno circa 35 milioni) ma perché a differenza di Montecitorio comprende anche 16,2 milioni destinati ai collaboratori, che a Palazzo Madama vengono assegnati ai gruppi. I soldi utilizzati per il funzionamento dei gruppi parlamentari del Senato ammontano così quest'anno a 22 milioni 150 mila euro, vale a dire 69 mila euro in media per ogni seggio, compresi i senatori a vita, contro i 55.550 euro della Camera.

Con quei denari si pagano per esempio i dipendenti. Ma anche, e qui sta uno degli aspetti forse di maggiore sensibilità, le indennità aggiuntive per i senatori che ricoprono cariche all'interno del gruppo: il presidente, i suoi vice, i componenti del direttivo e altri ancora. Senza un bilancio, siccome ogni formazione politica decide in autonomia il livello di questi bonus, non se ne possono conoscere pubblicamente le entità. Né sapere in quali forme queste indennità vengono erogate. E la cosa, trattandosi di fondi pubblici distribuiti a persone che ricoprono cariche elettive, è francamente curiosa. Di più. I gruppi parlamentari sono di fatto vere e proprie associazioni, assimilabili a quelle private non registrate.

Per le quali, è vero, la pubblicazione del bilancio non è obbligatoria. C'è solo un piccolo particolare, sempre lo stesso: maneggiano soldi dei contribuenti. Il che rende ancora più impellente la necessità di far cadere il velo che finora non consente di sapere come quei gruppi impiegano i contributi. Soprattutto dopo quello che è saltato fuori al consiglio regionale del Lazio, dove con quei soldi non si pagavano soltanto i conti astronomici del ristorante o si acquistavano lussuose Bmw X5, ma c'era perfino chi ci comprava un quintale e mezzo di mozzarella di bufala, a giudicare dalle ricevute di un caseificio sulla via Casilina.

Ecco perché ora ci aspettiamo che dopo la Camera anche il Senato imponga la trasparenza dei bilanci dei gruppi parlamentari. Con la stessa regola del controllore esterno, per favore. Come dimostra il caso di Montecitorio, la storia che questo lederebbe l'autodichìa, cioè il principio di autonomia del Parlamento, non sta in piedi. La cosiddetta autodichìa riguarda l'istituzione, non associazioni private al suo interno. La dimostrazione? Spiegano gli esperti, che mentre le controversie fra i dipendenti del Parlamento e l'amministrazione delle due Camere viene regolata da organi interni, le cause fra il personale dei gruppi parlamentari e i gruppi stessi finiscono davanti al giudice ordinario. Più chiaro di così...


Sergio Rizzo
24 settembre 2012 | 7:48

Caso Sallusti, i legali del giudice: equo risarcimento e si ritira la querela

Redazione - Lun, 24/09/2012 - 08:02

I legali del giudice Cocilovo, la cui denuncia ha fatto condannare il direttore, potrebbero ritirare la querela in cambio di un equo risarcimento. Ma per Sallusti nessun giudice può mandare in carcere qualcuno per le sue idee


Segnali di disponibilità a chiudere il caso con una remissione della querela, a fronte di un nuovo indennizzo, vengono dal legale del giudice Luigi Cocilovo, la cui denuncia nel 2007 ha fatto condannare a un anno e due mesi di carcere l'allora direttore di Libero Alessandro Sallusti.

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L'avvocato Monica Senor spiega alle agenzie che «il dottor Cocilovo non intende in alcun modo speculare sulla vicenda». Il magistrato propone che, fermi restando i danni liquidati dalla Corte d'Appello di Milano, la somma sia devoluta alla onlus Save the children. «A tutt'oggi non è ancora pervenuta alcuna risposta», conclude l'avvocato Senor.

Ma il direttore del Giornale, come già sostenuto ieri nell'editoriale, rifiuta ogni transazione privata perché ritiene che la Cassazione debba valutare una volta per tutte se è legittimo da parte di un tribunale mandare in galera i cittadini per reati di opinione. «Se danno c'è stato che venga quantificato e liquidato. L'errore ha un prezzo, un principio no. E il principio che non ha prezzo è che nessun giudice che può mandare in carcere qualcuno per le sue idee», ha scritto ieri Sallusti.

Grillo e la democrazia liquida: il dibattito è aperto. Farà bene al movimento?

Corriere della sera

Nel M5S si discute se usare Liquid Feedback una piattaforma già adottata dai Pirati tedeschi per le votazioni interne

Uno dei forum del M5s in cui si discute di democrazia liquida (Foto Web)Uno dei forum del M5s in cui si discute di democrazia liquida (Foto Web)


Grillo alle prese con la democrazia liquida. Il dibattito sui processi di selezione dei candidati all’interno del Movimento Cinque Stelle agita i grillini da tempo. E non è solo il fuorionda «ribelle» del consigliere Favia ad aver portato alla ribalta il tema. Se ne parla da tempo. Forum, commenti, post, tweet e messaggi. Nel movimento c'è voglia di democrazia diretta, tutti gli attivisti vogliono poter dire la loro. Il tutto mentre si delineano diverse correnti di pensiero non sempre in accordo tra loro. Risultato, già da qualche tempo nei meetup (i circoli) del M5S si dibatte sull'ipotesi di introdurre piattaforme di liquid democracy per discutere e votare le mozioni. E magari anche per selezionare i candidati da mandare alle elezioni.

LA DITTATURA DEGLI ATTIVI - Lo strumento perfetto potrebbe essere Liquid Feedback, piattaforma opensource che permette ai membri di un'associazione di prendere parte ai processi decisionali attraverso la rete e già adottata dai Partiti Pirati di tutto il mondo, quello tedesco in testa. Comodo, soprattutto quando gli esponenti politici sono sparsi nelle varie città e quando il partito non dispone di cifre da investire nella creazione di una struttura partitica intesa in senso classico. Ma come funziona Liquid Feedback? Una volta entrati nel sistema, prima si discute un tema, poi lo si vota. E lo si fa attraverso il cosiddetto «metodo Schulze» che permette di esprimere la propria opinione creando una gerarchia di preferenze. Poi il programma calcola quali sono le opzioni più gettonate.

Ma ancor più interessante è il sistema delle deleghe, che consentirebbe - se usato correttamente - di attuare sul web una vera e propria democrazia diretta. O, meglio, liquida. Attraverso un sistema controllato e certificato si può delegare il proprio voto a un altro partecipante su un determinato tema. Tutto semplice? «Il rischio è che si crei una dittatura degli attivi, cioè di coloro che usano di più la piattaforma», spiega Carlo Brancati vicepresidente del Partito Pirata svizzero. Che aggiunge: «Se un singolo concentra su di sé un certo numero di deleghe si rischia il take over, ossia una minoranza riuscirebbe a far passare le decisioni contro la volontà della maggioranza. Un pericolo che si corre soprattutto se gli iscritti non sono numerosi».

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LE REGOLE DA SEGUIRE - Liquid Feedback ha poi delle falle e dei punti deboli che potrebbero essere sfruttati da un manovratore occulto: «Se fosse vero come si vocifera che Casaleggio impone la sua linea, questo sistema gli consentirebbe di controllare molto facilmente il processo decisionale», continua Brancati. E non solo. Se come ha denunciato Marco Camisani Calzolari più della metà dei follower di Twitter di Grillo sono Bot (falsi), è molto facile che si trovi anche il modo di arginare il sistema di certificazione delle deleghe su LiquidFeedback e che ciascuno riesca a crearsi un gruppo di sostenitori finti per far passare la propria linea.

Ma queste sono ipotesi. Piuttosto, riassumendo, la liquid democracy è molto utile per i movimenti ma va applicata alla lettera perché funzioni davvero. «Sono necessari vari step. Primo, il numero di votanti deve essere abbastanza alto in modo da evitare il take over (come successo nel Partito Pirata italiano). Secondo, bisogna controllare molto bene che la figura dell'Admin (l'amminstratore della piattaforma) non abbia troppo potere e che non influenzi il voto dal momento che non è segreto. E terzo, deve essere redatto un regolamento molto severo per la gestione pratica della piattaforma e della certificazione delle deleghe», sentenzia Brancati.

CASALEGGIO E GLI ATTIVISTI - Ma a che punto è il Movimento Cinque Stelle con la democrazia liquida? Per il momento Liquid Feedback è stato sperimentato in alcune regioni, come la Sicilia. Poi il software è stato tradotto in italiano dai circoli di Bergamo. E, come spiega Marco Piazza, consigliere di Bologna, città in cui il movimento è molto forte: «parecchi attivisti chiedono di provarlo anche in Emilia ma per ora se ne sta solo parlando». Ma nulla di più. E non è per nulla ufficiale che LiquidFeedback sia lo strumento scelto da Grillo (e/o da Casaleggio) per gestire il dibattito interno al movimento. Nel frattempo però «il M5S utilizza già internet per le sue comunicazioni, con il blog di Grillo, con la rete dei MeetUp e con i forum su cui chiunque può intervenire», continua Piazza.

E per la selezione dei candidati? Davvero chiunque si potrà candidare, anche senza un particolare programma o un particolare legame con il territorio? O sarà il leader ad avere l'ultima parola, come avviene in tutti i partiti tradizionali? Recentemente Grillo ha annunciato che «per le prossime elezioni «i candidati del M5S saranno scelti online e il programma sarà discusso e completato attraverso una piattaforma in Rete in modo trasparente». E lo stesso Gianroberto Casaleggio in un incontro a Roma ha indicato FourSquare come possibile strumento per geolocalizzare gli attivisti e le loro iniziative, lasciando intendere che si stanno analizzando altre applicazioni e piattaforme. Come dire, insomma, che se non è Liquid Feedback.


Marta Serafini
@martaserafini23 settembre 2012 (modifica il 24 settembre 2012)

Benzina, il mercato nero del pieno con lo sconto

Corriere della sera

Aumentano furti e frodi. I trucchi dei trafficanti

ROMA - Tre settimane fa, le quattro del mattino. Troppo tardi per chi va a dormire tardi, troppo presto per chi si deve alzare presto. L'ora migliore per i furti. A Roma, in via della Pineta Sacchetti, due ragazzi trascinano una tanica e un tubo di plastica. Stanno succhiando la benzina dai serbatoi delle moto parcheggiate per rivenderla il giorno dopo al solito prezzo, un euro e 40 il litro. Sono veloci, si muovono in silenzio. Ma proprio quando la tanica è quasi piena arrivano i carabinieri, poi l'arresto, quindi il processo per direttissima. Pesci piccoli. Criminali fai da te in un mare dove stanno entrando gli squali della mafia e della criminalità internazionale, sempre alla caccia di settori in crescita e dal profitto facile. Come il mercato nero della benzina. Fuori legge, esentasse, con prezzi convenienti. E in espansione a un ritmo che nemmeno l'economia cinese.

Pesci grandi e piccoli
Tra gennaio e agosto di quest'anno la Guardia di Finanza ha accertato il «consumo in frodo» di 71 mila tonnellate di carburante. Più del doppio rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, con una crescita del 127%. Dall'oro nero al mercato nero. Un effetto collaterale dei continui aumenti del prezzo ufficiale, quei due euro al litro che ci assegnano il titolo di Paese con la benzina più costosa d'Europa. E un boom che arriva proprio mentre le vendite regolari, tra crisi e rincari, vanno giù in picchiata: - 9,3% rispetto all'anno scorso. «Il fenomeno c'è sempre stato - spiega il maggiore Marco Sebastiani, dell'ufficio tutela entrate del Comando generale della Guardia di Finanza - ma è chiaro che si espande quando il prezzo sul mercato legale è in aumento. Diventa più vantaggioso». Più vantaggioso, proprio per questo nella rete non finiscono solo i pesci piccoli con la tanica e il tubo di gomma. Anzi.

La rotta Atene-Madrid 
Qualche settimana fa la Guardia di Finanza ha scoperto un caso di triangolazione internazionale. Due società greche compravano benzina da una raffineria di Atene e poi la trasportavano in Spagna, attraversando l'Italia. Almeno così dicevano i documenti di viaggio. In realtà, arrivato ad Ancona via nave da Igoumenitsa, il carico si fermava in Italia, veniva stoccato in un deposito clandestino e da lì girato a una serie di distributori che stavano al gioco. Dietro c'era un'organizzazione di 32 persone. Un sistema su larga scala che sta rimpiazzando i vecchi metodi artigianali, ancora utilizzati ma sempre meno centrali.

Come il camionista che non svuota del tutto la cisterna al momento della consegna e ricicla un centinaio di litri per ogni viaggio. Come la cresta fatta sulle forniture ai grandi condomini, dove una parte del gasolio viene dirottata altrove, con portieri e amministratori truffati o truffatori. Come il vizio di tagliare il carburante con solventi chimici o altre sostanze. O come il vecchio trucco di manomettere i contatori del distributore, variazione sul tema del salumiere che tarocca la bilancia, con una truffa consumata in due tempi: prima ai danni dell'automobilista che mette nel serbatoio meno benzina di quella che paga; poi ai danni di tutti perché quei litri nascosti vengono venduti un'altra volta, spesso seguendo i canali del contrabbando.

Il telecomando nelle mentine
Pesci piccoli anche questi, certo. Ma che vanno moltiplicati per i risultati dei controlli a sorpresa fatti dalla Guardia di Finanza: sui 2.400 distributori ispezionati nelle prime due settimane di agosto sono state trovate irregolarità nel 15% dei casi. Un dato che ha suscitato le proteste della categoria. Ma se è vero che la stragrande maggioranza dei distributori sono corretti è anche vero che il mercato nero è sempre più affollato: tra gennaio e agosto le persone denunciate sono state 540, con un aumento del 14%.

E allora si tenta di tutto pur di far perdere le tracce. Il vecchio trucco sui contatori, ad esempio, conosce adesso una versione più raffinata. In un distributore siciliano sono stati trovati alcuni telecomandi nascosti nelle scatole delle mentine. I benzinai li tenevano in tasca e così rallentavano la corsa dei rulli che segnano la quantità di carburante venduto. In provincia di Sondrio sono stati fermati diversi camionisti che avevano a bordo taniche riempite a Livigno, porto franco dove la benzina costa quasi la metà. Senza Iva e accise, la benzina nera costa al litro 50-60 centesimi meno di quella regolare.

Il distributore fantasma Altro che self-service o sconti nel weekend. Ma piano a farsi venire strane idee. I «trafficanti» possono essere condannati fino a sette anni di carcere se c'è di mezzo anche l'associazione a delinquere. E rischia pure chi compra: come le 11 persone denunciate per ricettazione perché avevano fatto il pieno al distributore fantasma di Carini, in Sicilia. Qui due pregiudicati avevano messo su una stazione di servizio completamente abusiva che in poche settimane aveva venduto 55 mila litri di gasolio.

I finanzieri si erano insospettiti per le lunghe file di camion che si vedevano nella zona industriale della cittadina. Un episodio clamoroso che però è una rarità. In molti casi la benzina nera viaggia in parallelo a quella verde: il carburante di contrabbando viene usato nei depositi per rabboccare quello in regola, diluendo il corpo del reato. Ma c'è anche chi preferisce tener separati i due rami del business.

I milioni spariti Poche settimane fa, a Roma, la Guardia di Finanza ha sequestrato una stazione di servizio che seguiva il doppio canale. Una pompa era in regola e infatti si poteva pagare anche con carta di credito, l'altra dava benzina in nero e il pagamento era consentito solo cash. «Di qua le carte, di là in contanti»: è stata proprio questa strana richiesta a insospettire prima alcuni clienti e poi le Fiamme Gialle. Conti truccati, un problema anche per le casse dello Stato che sulla benzina fanno tanto affidamento fin dalla guerra d'Abissinia, con la prima accisa datata proprio 1935. Tra gennaio e agosto di quest'anno il fenomeno ha sottratto all'Erario 41 milioni di tributi. Rispetto all'anno scorso l'aumento sfiora il 40%. Un'altra prova che fra taniche, tubi di gomme e triangolazioni internazionali il mercato è sempre più nero.


Lorenzo Salvia
24 settembre 2012 | 8:55

Il primo bicchiere a 11 anni A 12 dagli alcolisti anonimi

Corriere della sera

Gli ultimi dati dell'Asl. La nuova moda: drink a raffica Spesso si inizia a bere in famiglia ma poi la voglia di alcol finisce fuori controllo Andrea Noventa Asl


L'età del primo bicchiere si abbassa sempre di piùL'età del primo bicchiere si abbassa sempre di più

Ci sono gli undicenni che invece aprire lattine di aranciata cominciano a bere vino e a sperimentare le prime sbronze. Ci sono i dodicenni che, mentre gli amici vanno agli allenamenti della scuola calcio, si riuniscono con gli alcolisti anonimi per cercare un modo per disintossicarsi. Ci sono i sedicenni che come abitudine comune del fine settimana ordinano cinque bicchiere di alcolici e li bevono uno dopo l'altro. C'è da avere paura ad esaminare i dati dell'Asl di Bergamo sul consumo di alcol tra i ragazzi della nostra provincia. Un consumo che di anno in anno diventa sempre più diffuso e più pesante.
Anche perché l'età media dei primi consumi di alcolici si abbassa sempre di più: basti confrontare gli 11 anni dei ragazzini bergamaschi con i 14 della media europea.

Le prime esperienze avvengono soprattutto in ambiente familiare, e questo, secondo l'Osservatorio dipendenze dell'Asl, non è necessariamente un male, in un Paese con «cultura tradizionalmente alcolica», come l'Italia (dove peraltro il limite minimo fissato dalla legge per bere alcolici è di 16 anni). «Il bere alcolici insieme ha una grande componente sociale, e i ragazzi - commenta il dottor Andrea Noventa, del reparto prevenzione dell'Asl -. Ma poi ci sono scarsi controlli delle forze dell'ordine sulla vendita di alcolici, scarsi controlli delle famiglie e scarsa conoscenza dei rischi da parte dei giovani».

Anche perché «le figure familiari rivestono spesso il ruolo di educare i figli rispetto a questo comportamento» e spesso «l'iniziazione familiare è un fattore protettivo rispetto ai comportamenti di abuso». Il problema è che poi si crea una familiarità con l'alcol che dilaga negli anni successivi, con «bevande a forte gradazione alcolica e modalità di assunzione tipiche dei paesi anglosassoni». Per esempio il binge drinking , la pratica di origine inglese di bere uno dopo l'altro almeno cinque bicchieri di alcolici. A quindici anni lo ha già sperimentato il 40% dei maschi e più del 20% delle femmine. Il 35% degli studenti superiori bergamaschi ammette di averlo fatto almeno una volta nell'ultimo mese.

Sono soprattutto maschi, ma la pratica si sta diffondendo tra le ragazze sedicenni della nostra provincia a velocità maggiore di quanto avvenga nel resto della Lombardia. Tra chi pratica il binge drinking il 60% dei maschi ed il 74% delle femmine lo ha fatto al massimo due volte in un mese, mentre il 14% dei ragazzi e il 9% delle ragazze ci si è dedicato come minimo sei volte, quindi anche in due occasioni la settimana. Ma l'abitudine di bere, come dicevamo, parte da lontano. Uno studio della Hbsc (Health Behaviour in School aged Children Comportamenti collegati alla salute in ragazzi di età scolare) dice che tra i nostri undicenni c'è un 25% che beve alcolici una volta al mese, un 4% che lo fa ogni settimana e uno 2% che beve ogni giorno.

Fra i tredicenni il 45% beve alcolici ogni mese, il 10% ogni settimana e il 2% ogni giorno. Fra i quindicenni ha un consumo mensile il 45%, settimanale il 36% e quotidiano il 6%. È proprio in questa fascia di età che chi beve sperimenta le prime ubriacature: vale per l'1% degli undicenni e per il 16% dei quindicenni. «Il consumo di alcolici in questa fascia d'età si concentra soprattutto nel weekend - dice lo studio - e tale tendenza si accentua al crescere dell'età». E qui nascono i problemi veri. Secondo una ricerca Espad Italia, fra gli studenti delle scuole superiori bergamasche, il 91% dei ragazzi di 15-19 anni ha consumato bevande alcoliche almeno una volta, l'84% nell'ultimo anno, il 73% nell'ultimo mese e il 6,5% ogni giorno.

Tra coloro che hanno bevuto alcol nell'ultimo anno, più della metà lo ha fatto dalle 6 alle 39 volte, anche se per il 26% dei maschi ed il 15% delle femmine il consumo è stato più frequente (40 e più volte nel corso dell'anno). I ragazzi che bevono scelgono soprattutto birra (37,9%), vino (35,8%), «alcolpop», cioè alcolici al sapore di frutta (33,9%), cocktail (33%) e superalcolici (26,4%). I maschi prediligono birra e vino, mentre le femmine non hanno preferenze.

Di fronte a tutto questo l'Asl sta spingendo molto verso la prevenzione. Nello scorso anno scolastico i medici del Dipartimento dipendenze hanno incontrato 4.024 studenti delle scuole medie e del biennio delle superiori in percorsi di informazione e sensibilizzazione sui rischi di alcol e droga. L'Azienda sanitaria ha anche organizzato infopoint nei locali notturni e ha creato un Codice etico coinvolgendo i titolari di bar, locali pubblici, e feste per impegnarli a non somministrare alcolici ai minori di 16 anni. Ma i medici sanno che la strada è ancora lunga e ogni anno sempre più difficile.


Fabio Paravisi
23 settembre 2012 (modifica il 24 settembre 2012)

Querelare è una moda. E il record in Italia ce l'hanno i magistrati

Paolo Bracalini - Lun, 24/09/2012 - 07:01

Sono le toghe la categoiria che fa aprire più procedimenti per diffamazione. In Italia nessun cronista è in cella. Sallusti sarebbe il primo


Occhio a scrivere di magistrati, moderare il tono, calibrare bene gli aggettivi, misurare ogni sillaba, omettere critiche al loro operato, attenersi rigidamente al fatto, non esprimere valutazioni se non generiche, sennò arriva la querela e si rischia il carcere come un delinquente abituale.


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Sono loro la categoria che querela di più in Italia, dove peraltro la citazione per danni ai giornali è sport nazionale e una speranza di introiti facili per parecchie migliaia di presunti diffamati (a cui poi viene dato torto una volta su due). Nelle indagini dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia commissionate fino al 2007, presidente Franco Abruzzo, si analizzano le sentenze emesse dal Tribunali civile, penale e dalla Corte di Appello di Milano.

Parliamo solo di Milano, e parliamo solo di diffamazione a mezzo stampa, e parliamo soltanto delle cause che arrivano in giudizio, ma parliamo lo stesso di una quantità enorme, da vera «Querelopoli»: 116 sentenze penali nel biennio 2003-2004, 216 sentenze civili, 195 in Appello nei due anni successivi. Chiedono montagne di soldi e punizioni, galera compresa, per semplici giornalisti (ma se non sono direttori la cosa non fa notizia) per tornare a una vita serena dopo i turbamenti della presunta diffamazione: in media 9 milioni di euro (!) di petitum per ristabilire l'onore offeso (contro una media di 15mila euro liquidati per davvero, fortunatamente).

In quei dossier ci sono le tipologie di articoli incriminati (soprattutto cronaca, ma anche commenti e interviste), la tempistica, l'esito, e soprattutto le tipologie dei querelanti, divise per categorie professionali. E qui, appunto, si vede che non è la casta politica (che pure è la più presa di mira dalla stampa, anche violentemente) quella più permalosa e intollerante alle critiche, ma la magistratura, che al minimo graffio ti porta in tribunale. Nelle 157 sentenze emesse dal Tribunale Civile di Milano nel 2001-2002, la professione della «parte attrice» è quella di magistrato nel 18% dei casi, la percentuale più alta tra le categorie, seguita da politici (12%), imprenditori/manager (8%), artisti (6%) e infine, curiosamente, gli stessi giornalisti (4%).

La percentuale di magistrati sale nel secondo grado di giudizio. Se restiamo al biennio 2001-2002 ma passiamo alla Corte d'Appello di Milano, troviamo 46 sentenze di diffamazione a mezzo stampa. E qui ci sono di mezzo magistrati, come parte offesa, nel 45,6%, contro un misero 7% di politici, 7% di manager, 3,5% di amministratori di enti pubblici. Quanto chiedono? Riportano gli avvocati Sabrina Peron ed Emilio Galbiati, consulenti dell'Odg: «Media delle richieste di risarcimento danni (morali e patrimoniali) della parte appellante attrice in primo grado: 9.563.089,50».

Passiamo al penale, articolo 595 del codice, «diffamazione», che prevede multa ma anche reclusione. Qui vengono prese in considerazione 116 sentenze Tribunale Penale di Milano, tra il 2003 e il 2004. Anche in questo caso i magistrati sono la fetta più ampia tra le categorie querelanti, il 18%. Il doppio dei politici (9%), più del quadruplo di avvocati e medici (4%), di sindacalisti (3%), militari (3%), imprenditori (2%), artisti e uomini di spettacolo (2%). Dato allarmante: nel 17% dei casi il Pm ha chiesto la reclusione per il giornalista (da sei mesi a un anno, tre volte su quattro), e non soltanto della multa. Domanda che è stata accolta, a Milano, il 6% delle volte (in un caso si è tradotta in condanna a 4 mesi di carcere), anche se nessun giornalista è attualmente nelle carceri italiane (statistica di «Reporter senza frontiere»).

L'avvocato Roberto Martinelli ha fatto la stessa ricerca ma a livello nazionale, passando in rassegna citazioni civili e querele presentate contro quotidiani e settimanali dal 1997 al 2004. Ebbene, su un totale di 657 cause civili, 133 sono proposte da magistrati, mentre su 402 penali sono 91 i magistrati (la maggioranza). «Le domande di risarcimento – commenta Martinelli - trovano una buona accoglienza nelle aule dei tribunali, i magistrati decidono di altri magistrati e spesso emanano sentenze in favore dei loro colleghi.

Siamo di fronte a una giustizia domestica». Se guardiamo alle statistiche sugli esiti dei procedimenti penali a Milano, non sembra confermato il sospetto che i magistrati si diano più facilmente ragione tra di loro. Ad avere più percentuale di successo sono gli imprenditori e gli amministratori di aziende (75%) e i politici (67%), meno i magistrati (43%). Cosa che può significare l'imparzialità del collega che li giudica. O che le loro querele sono spesso infondate.

Pianista di 102 anni ritorna in concerto “Triste suonare per sé”

La Stampa

L'ex bambina prodigio non ha mai smesso di tenere concerti con intatto il suo tocco vivace


Maria Motta stasera suonerà all’auditorium di Vigevano per beneficenza, la prima volta che si esibì aveva 10 anni

 

CLAUDIO BRESSANI
Vigevano

La prima volta che si esibì in pubblico aveva 10 anni: bambina prodigio, fu chiamata ad eseguire al pianoforte alcune arie di Chopin al teatro Colli Tibaldi di Vigevano, che ora non esiste più. La musica poi ha occupato tutta la sua lunghissima vita e oggi Maria Motta, che di anni ne ha 102, non ha smesso di tenere concerti: stasera alle 21 suonerà all’auditorium San Dionigi di Vigevano su un pianoforte a coda che poi la Fondazione di Piacenza e Vigevano donerà ad una scuola media cittadina con indirizzo musicale, la Bramante. Accompagnerà al piano un giovane flautista e quindi proporrà alcuni brani come solista, con il suo tocco rimasto d’incredibile vivacità.

Nata il 15 maggio 1910 a Vigevano, Maria Motta iniziò a fare la musicista professionista nel 1924: un cinema cittadino, il Marconi, la scritturò per accompagnare al pianoforte le proiezioni dei film muti. Aveva solo 14 anni ma sapeva già suonare qualsiasi spartito a prima vista. «Guadagnavo bene - ama ricordare -: 5 lire a prestazione. La metà di quello che spendeva mia madre per mandare avanti tutta la famiglia. Con i primi risparmi, a Ferragosto del 1927 ho portato i miei genitori in gita a Stresa, in carrozza». A 16 anni si diplomò al civico istituto musicale Costa. Poi, con l’avvento delle pellicole sonore, la sua attività dovette cambiare.

Entrò a far parte di una compagnia di operetta, con la quale iniziò a girare i teatri d’Italia e di mezza Europa.
Lavorò anche con Enrico Montesano, nonno dell’omonimo attore, famoso direttore d’orchestra. Al termine di un concerto al Lirico di Milano conobbe il suo primo marito: uno spettatore che bussò alla porta del suo camerino con un mazzo di fiori, confessando di essere andato a vederla per la quinta sera consecutiva perché innamorato follemente di lei. Lo sposò, ma lui morì pochi anni dopo. Poi si risposò con un noto commerciante di pianoforti. Negli Anni Trenta Maria Motta fece anche parte di una delle prime formazioni musicali di sole donne nate in Italia, un sestetto.

Ha continuato a suonare in giro per l’Europa per oltre mezzo secolo: l’ultimo concerto da professionista l’ha tenuto a Malta quando aveva già superato gli 80 anni. Ma fino ai 100 ha continuato a dare lezioni private di piano nella sua bella villetta alla periferia di Vigevano, dove vive con la sorella minore di cui è lei a prendersi cura perché un po’ malmessa di salute. Ha due crucci: «Non mi chiamano più in giro ad esibirmi come una volta.

E così mi fanno anche passare la voglia di stare al pianoforte perché suonare per conto mio non è come come preparare un concerto». L’altro dispiacere riguarda la patente. L’ha presa a 54 anni e se n’è servita a lungo per spostarsi nelle sue tournée, in sella ad un Vespone oppure al volante di una Lancia Flavia 2000 che possiede ancora. Nel 2008 non gliel’hanno più rinnovata: «Così non posso neanche più andare a fare la spesa e devo dipendere da mia nipote».

Tiziano Ferro: "Mai più Green Hill"

La Stampa

zampa


Il cantante testimonial in un video della Lav


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«Mai più Green Hill». Con queste parole Tiziano Ferro ha deciso di sostenere la Lav nella sua campagna per i beagle di Green Hill liberati e in favore di una ricerca incruenta che non preveda l'uso di animali. Il videomessaggio dell'artista è diffuso da su www.lav.it e sui principali social network.

Si conclude così, con un appello di speranza, lo svuotamento di Green Hill, allevamento di cani per la vivisezione in provincia di Brescia, che ha permesso alla Lav di dare una nuova vita ai 2.639 beagle.

Nel video, proiettato in anteprima al "Liberation Party" organizzato dalla Lav a Brescia, Tiziano Ferro "presenta" al pubblico Merlino, cucciolo liberato dalla struttura di Montichiari (Brescia) i cui beagle sono stati tutti posti sotto sequestro il 18 luglio scorso, e invita il pubblico a sostenere l'associazione nella battaglia di civiltà contro Green Hill e contro la vivisezione.

«È difficile pensare che nel 2012 debba ancora parlarsi di sperimentazione animale -sostiene Ferro- Merlino sull'orecchio ha un tatuaggio enorme col numero che lo catalogava per la lista verso la vivisezione. È inaccettabile. La crescente sensibilità dei cittadini per i diritti degli animali, e le tecnologie avanzate, ci spingono a credere che si possa lottare per una ricerca `cruelty free´. Sosteniamo la Lav nella sua battaglia: posti come Green Hill devono chiudere per sempre. Per fare una donazione basta andare su www.lav.it».


Sono state più di 9mila le richieste di affidamento per i 2600 beagle Una testimonianza importante, supportata dalla grande risposta di pubblico che la campagna SoS Green Hill ha generato. In pochissimo tempo più di 2.600 cani hanno trovato una famiglia pronta ad accoglierli, su un totale di più di 9.000 richieste di affidamento giunte solo alla Lav. Intanto la battaglia legale contro la Marshall, multinazionale americana, indagata per maltrattamenti, continua. In Parlamento è atteso il voto per il recepimento della direttiva europea contro la vivisezione.



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Tiziano Ferro: "Mai più Green Hill"