sabato 22 settembre 2012

Breccia di Porta Pia, rubati 40 fucili durante le celebrazioni

Il Messaggero


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ROMA - Gli zuavi pontifici, che dal Belgio hanno raggiunto Roma per partecipare alle celebrazioni del 142/mo anniversario della breccia di Porta Pia, non hanno potuto sfoggiare stamani i loro fucili storici. Durante la rievocazione storica al Gianicolo, sotto ilmonumento a Giuseppe Garibaldi, che fa parte degli eventi organizzati per l'anniversario della presa di Roma, hanno indossato i caratteristici berretti rossi ma erano disarmati. E questo perché i fucili sono stati rubati dal pullman nel quale sono stati costretti a lasciarli non potendoli portare, secondo quanto si è appreso, all'interno dell'albergo nel quale alloggiavano.
 
Si tratta di 25 fucili, non idonei a sparare e alcuni dal valore storico, che rappresentano le armi con le quali gli zuavi pontifici, provenienti da Francia, Belgio e Olanda, difesero lo stato Pontificio. «Si sta indagando - ha spiegato il sindaco di Roma Gianni Alemanno - per capire cosa sia successo. Ho già detto agli zuavi che se non si ritrovano li rimborseremo. Comunque sono armi innocue».
 
La rievocazione storica è stata celebrata questa mattina al Gianicolo dalle associazioni gruppo storico garibaldino, associazione nazionale bersaglieri, gruppo zuavi del Belgio, associazione invalidi di tutte le guerre e diverse autorità capeggiate dal sindaco Alemanno che ha affermato: «Continua la celebrazione della breccia di Porta Pia. È un modo di ricordare le nostre radici e di onorare un bellissimo corpo militare che caratterizza la solidità nazionale».


Sabato 22 Settembre 2012 - 13:44
Ultimo aggiornamento: 16:32

Magia nei cieli Usa per l'ultimo volo dello shuttle

La Stampa

Lo shuttle Endeavour ha compiuto il suo ultimo viaggio sul dorso del Boeing 747, regalando momenti di magia a chi ha avuto la fortuna di ammirarlo durante la sua traversata in cielo.
Dopo essere partito dal centro spaziale Kennedy, in Florida, ed aver fatto scalo a Houston, in Texas, è atterrato il 21 settembre nella base aerea di Edwards, a Nord di Los Angeles.
La navetta ha sorvolato numerose località, tra cui la collina di Hollywood e il Golden Gate Bridge di San Francisco. Lo shuttle verrà trasportato nei prossimi giorni al museo del California Space Center e sarà visibile a tutti da fine ottobre in poi.


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Ipotesi ritorno della foresta fossile La causa è il riscaldamento climatico

Corriere della sera

Quasi tre milioni di anni fa ricopriva l’isola di Bylot: potrebbe tornare in vita entro la fine del secolo


MILANO – Ricopriva un’isola del Canada settentrionale oltre due milioni e mezzo di anni fa; nel giro di meno di cento anni potrebbe riprendere vita: il paleo-scenario è stato dipinto da una squadra di ricercatori dell’Università di Montreal, guidata daAlexandre Guertin-Pasquier, che ha presentato lo studio ierialla Conferenza annualedei Paleontologi Canadesi. La causa: il pianeta che si riscalda.


UNA FORESTA SCONGELATA - I resti fossili dell’antica foresta boreale sono stati recentemente scoperti sull’isola di Bylot: si tratta di una di quelle foreste che sta ora riemergendo da una lunghissima ibernazione. L’isola di Bylot giace nei territori Nunavut, nell’estremo nord del Canada. E’attualmente una delle isole disabitate più grandi al mondo: solo gli Inuit ci si recano stagionalmente per le loro battute di caccia.

La foresta fossile ricopriva rigogliosa l’isola tra 2.6 e 3 milioni di anni fa, come ha dimostrato l’analisi paleomagnetica dei sedimenti ancora presenti nel terreno dall’epoca in cui era viva. Le particelle di magnetite sono infatti allineate con l’orientazione magnetica del pianeta, e permettono quindi una datazione, in base al fatto che il Polo Nord Magnetico si muove nel tempo, e lo spostamento dei poli magnetici terrestri è relativamente ben documentato. La foresta era probabilmente simile a quelle oggi presenti nell’Alaska meridionale, dove pini, abeti e salici crescono ai margini di alcuni ghiacciai.


LO SCIOGLIMENTO - I ricercatori hanno analizzato campioni di legno ritrovati sotto la torba e il permafrost che ricopre parte dell’isola, un’analisi resa possibile dal fatto che quel permafrost si sta sciogliendo a una velocità ancora più preoccupante di ciò che gli esperti avevano previsto – liberando nell’atmosfera le massicce quantità di metano che secondo gli scienziati climatici contribuirà drammaticamente ad aumentare il riscaldamento globale. L’équipe dell’Università di Montreal ha anche cercato campioni di polline, che permettono di scoprire il tipo di flora che ricopriva un tempo quelle terre, e stimare quindi le temperature presenti all’epoca: quel genere di foresta si sviluppa quando la media annuale è di 0ºC.

UN ALBERO NON TROPPO BENVENUTO - Attualmente la temperatura media annuale sull’isola di Bylot è di -15ºC, ma ciò sta rapidamente cambiando: secondo gli scienziati, le condizioni climatiche presenti quando quelle foreste fossili erano vive saranno di nuovo attuali nel giro di 80 anni. Non sarebbero chiaramente i medesimi alberi millenari a rigermogliare, ma alberi dello stesso tipo a trovare terreno fertile.«Secondo i modelli computerizzati, le condizioni climatiche potranno sostenere la crescita dei tipi di albero che abbiamo trovato nella foresta fossile, inclusi probabilmente querce e noci – ha dichiarato Guertin-Pasquier – Ci vorràdel tempo ovviamente perché un’intera foresta si sviluppi di nuovo, ma i risultati dimostrano che i nostri nipoti potranno probabilmente piantarci un albero e vederlo crescere». In questo caso, veder crescere un albero potrebbe non essere una gioia.


Carola Traverso Saibante
22 settembre 2012 | 13:22

Un fallito. "Raccolgo mille nomi per una lista". Ne mancano ancora 942...

Libero

L'ultimo clamoroso flop di Gianfranco, che aveva "annusato" l'antipolitica e si riempiva la bocca di "società civile"


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"Fate largo, arrivano i Mille per l’Italia. Gianfranco Fini e il suo “squadrone” pescato dalla società civile. Peccato che a una settimana dallo “sbarco” in quel di Arezzo, le adesioni siano al di sotto delle aspettative, gli hotel semivuoti, i fedelissimi del capo in crisi di nervi e alle prese con il reclutamento selvaggio delle “camicie rosse” finiane. Chi c’è c’è, l’importante è fare numero. Niente gente di partito, tutti fuori dagli apparati, volti giovani e impegnati «nel nome del patriottismo riformatore», l’idea era questa. Il presidente della Camera aveva annunciato così, in pompa magna, la nascita della sua nuova creatura", racconta Brunella Bolloli su Libero in edicola oggi. Dopo la morte del Terzo Polo, il leader futurista, fiutando il clima dell'antipolitica galoppante, aveva pensato di smarcarsi e puntare sulla fantomatica civile. "Voglio raccoglierne mille", spiegò credendosi Garibaldi. Mille nomi, più e meno pesanti. Il risultato? A raggiungere quota mille ne mancano 942. Per Fini, un altro, clamoroso, flop.

Quali sono i bar migliori d'Italia?

La Stampa
A CURA DI FRANCESCO RIGATELLI
Roma

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Il bar migliore d’Italia è il 300mila di Lecce, mentre l’aperitivo più raffinato lo servono al Settembrini Cafè di Roma in zona Prati. Nel complesso le prime colazioni da non perdere sono invece quelle dei caffè storici piemontesi. È quanto emerge dalla lettura della nuova Guida Bar d’Italia 2013 del Gambero Rosso presentata ieri a Roma. Ma quali sono le nuove tendenze di simili locali?
Considerando i bar di eccellenza, dunque gli esercizi che cercano di innovare, si delineano due generi principali. Partendo dal caffè tradizionale infatti alcuni si sono specializzati nella pasticceria e altri verso un modello, aperto 24 ore su 24, vicino alla ristorazione. Di quest’ultima tipologia sono appunto due i bar premiati dalla guida.
 
Com’è il bar migliore d’Italia?
Il «300mila» nasce nel 2006 disegnato dal suo stesso proprietario, Davide De Matteis: un giovane leccese che ha imparato l’arte prima allo storico Caffè Zanarini di Bologna, poi a Monaco di Baviera dove ha lavorato in un locale di proprietà di Horst Tappert (meglio noto come l’ispettore Derrick), Franz Beckenbauer e Boris Becker. Il suo 300mila non è come il Caffè Capilungo in piazza Sant’Oronzo, inimitabile nelle ricette tradizionali leccesi quali il pasticciotto o il fruttone, ma un bar di nuova concezione.

Moderno negli arredamenti e nel servizio, funziona dalla prima colazione, al pranzo, all’aperitivo. Lo stesso vale per il Settembrini di Roma, premiato come miglior posto per l’aperitivo. Non è un vecchio caffè, ma un bar, un luogo di degustazione di vini, un ristorante e una libreria. Fa servizio catering e take away. Insomma, è l’evoluzione del bar. E al centro dello spazio ha un lungo tavolo comune che è l’ultima moda di questi locali. Dello stesso genere, ma con possibilità di pranzo, cena, sushi e sashimi, vanno segnalati tra i finalisti il Relais Cuba Chocolat di Cuneo e il Murena Suite di Genova.
 
E i vecchi caffè come resistono? Puntando sulla qualità della pasticceria invece che sull’innovazione sociale. La nuova guida fotografa ad esempio una situazione particolarmente florida in Piemonte e in Sicilia. Tra i migliori caffè storici si posizionano i torinesi Baratti&Milano, Mulassano, Platti, Neuv Caval’d Brôns, alla pari del Caffè Quadri di Venezia. E per restare in Piemonte sono al vertice anche il Converso di Brà, che appunto di fianco al bar tutto in legno ha una piccola ma eccellente zona pasticceria (speciale il pasticcino al caramello), il Trovarobe di cose buone di Sommariva del Bosco dove Tonino Strumia produce gelati al moscato, alle pere cotte, all’Arneis e la moglie Franca dolci come la chantilly o i sombò (dei cremini al vino) e il Ferrua di Biella dalla leggendaria sfoglia dei croissant di Mario Canterino.
 
Oltre al Piemonte quali sono gli altri posti ad alta concentrazione di caffè buoni? In Piemonte i locali con il massimo dei voti sono otto, seguono Lombardia, Veneto e Sicilia con quattro. Si tratta di Zilioli a Brescia, Sirani a Bagnolo Mella (Brescia), Colzani a Cassago Brianza (Lecco), Morlacchi a Zanica (Bergamo), poi Il chiosco a Lonigo (Vicenza), Biasetto a Padova, il Dandolo dell’Hotel Danieli a Venezia e appunto il Quadri in piazza San Marco. In Sicilia infine sono segnalati l’Irrera a Messina, Di Pasquale a Ragusa e Spinnato a Palermo. Al Caffè Sicilia di Noto, condotto dal creativo Corrado Assenza, è andata una menzione speciale.

Così come al Tuttobene di Campi Bisenzio vicino a Firenze, che all’entrata ha l’orto biologico a km zero e dentro la libreria gastronomica. A parte i caffè veneziani e siciliani, la maggior parte di questi posti, come Sirani e Colzani in Lombardia, sono locali di design dotati delle ultime tecnologie. Colzani, per esempio, premiato come bar migliore d’Italia nella guida 2012, ha una storia emblematica: partito trent’anni fa come piccola bottega brianzola di pasticceria a conduzione famigliare, è diventato pian piano caffetteria, poi sala da tè, gelateria e poi, con il crescere della seconda generazione, degustazione di vini, libreria, internet point, ristorante e addirittura hotel con tanto di spa al suo interno.
 
Tutti questi bar di assoluta eccellenza possono essere anche un volano economico in un momento di crisi?
Una risposta in tal senso l’ha data Andrea Illy alla presentazione della guida. L’imprenditore del caffé ha dichiarato di voler proporre al governo che i bar diventino un luogo di formazione per i giovani e di incubazione di nuove idee imprenditoriali. Secondo Illy si potrebbe pensare di professionalizzare in questo modo dei giovani che accettino di mettersi alla prova anche senza significativi guadagni immediati, ma con la prospettiva di introdursi nel mondo del lavoro in un settore che offre comunque delle discrete prospettive di crescita.

Ma i romani fanno paura?». Una mostra contro i luoghi comuni

Il Messaggero

di Andrea Giardina
ROMA


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«I ROMANI esistono davvero? Ho tanta paura dei romani». Sono parole di una bambina di tre o quattro anni. Le avrà pronunciate nel 1912 o nel 1913 sfogliando, com’è lecito immaginare, un libro illustrato. Che cosa l’avrà turbata in quel libro nonsappiamo. È probabile che a impressionarla siano stati quadri dedicati ai massacri nell’anfiteatro, come quelli di Jean-Léon Gérôme, Pollice verso (1872) oppure le Ultime preghiere dei martiri cristiani (1883).
 
IN FONDO anche noi, da bambini, abbiamo appreso quanto fossero feroci i romani di fronte a scene di martirio, di leoni e di corpi sbranati, di gladiatori abbattuti.
 
La bambina che pronunciò quelle parole si chiamava Simone Weil. Un rapporto diretto lega – oggettivamente, se non soggettivamente – quei sentimenti infantili al ruolo che l’antica Roma ha nella sua critica dello Stato totalitario contenuta nelle Riflessioni sulle origini dello hitlerismo, scritte nel 1939. In quegli anni in Italia culminava il mito fascista della romanità e Mussolini celebrava la rinascita dell’impero romano, con molti plausi anche all’estero. Ma Simone Weil scriveva pagine controcorrente. Diceva che la più autentica replica contemporanea degli antichi romani non erano gli italiani, ma i nazisti. Gli antichi germani, affermava, erano un popolo giusto, libero, casto, ospitale, generoso, onesto: insomma, l’esatto contrario dei tedeschi di Hitler.
 
I nazisti dicevano d’ispirarsi ai germani interpretati da Tacito, ma avevano in realtà raccolto l’autentica eredità morale degli antichi romani: «Dopo duemila anni solo Hitler ha saputo copiare correttamente i romani. I romani hanno conquistato il mondo con la serietà, la disciplina, l’organizzazione..., con la convinzione di essere una razza superiore e nata per comandare, con l’impiego meditato, calcolato, metodico della più spietata crudeltà, della fredda perfidia, della propaganda più ipocrita... senza essere mai sensibili né al pericolo, né alla pietà, né ad alcun rispetto umano, con l’arte di alterare nel terrore l’anima stessa dei loro avversari, o di addormentarli con l’arte con la speranza, prima di asservirli con le armi; infine con una manipolazione così abile della menzogna più grossolana da ingannare persino la posterità e da continuare a ingannarci».
 
Oggi nessuno storico serio condividerebbe simili affermazioni, ma non stiamo parlando di una storica ed è proprio questo che rende interessante l’analogia. Quella espressa da Simone Weil coincide con un’idea vischiosa, che dalla fine degli anni Trenta del secolo scorso in poi si è diffusa nel mondo – indipendentemente dall’influsso dei suoi scritti – soprattutto attraverso i film dedicati all’antica Roma. L’annuncio di una tendenza che avrebbe caratterizzato il cinema di ambientazione romana del secondo dopoguerra fu molto precoce. Il segno della Croce, il celebre film che Cecil B. DeMille aveva girato nel 1932, ebbe una nuova edizione nel 1944, nella quale fu aggiunta una scena iniziale in cui due cappellani, uno cattolico l’altro protestante, sorvolano Roma in aereo e introducono gli spettatori alla storia del cristianesimo: «Nerone credette di essere il padrone del mondo. Per lui, come per Hitler, la vita umana non aveva alcun valore...». Nel manifesto pubblicitario distribuito dalla Paramount, una squadriglia di aerei americani componeva in cielo il segno della croce...
 
I romani al cinema stavano per diventare un tipo umano nazi-fascista. Nel Quo vadis? di Mervyn LeRoy (1951) si compie un altro passo in questa direzione: nella scena più drammatica e più bella, il principe canta estasiato e sgraziato di fronte allo spettacolo della città che arde. Lo avvolge una tunica nera, nera come la divisa dei fascisti, e trapunta di aquile. Il prefetto Tigellino e le guardie pretoriane sembrano ufficiali della Gestapo, con l’aggiunta del nero fascista. Nerone parla a una folla oceanica da un balcone mussoliniano, ma saluta alla maniera nazista.
 
I comunicati dell’ufficio stampa della casa produttrice MGM insistevano abilmente sui riferimenti bellici attualizzanti: le sequenze più spettacolari, si diceva, avevano imposto “la stessa attenzione ai minimi particolari che un esercito moderno deve impiegare per un’invasione su grande scala per terra e per mare”. In altre parole, Quo vadis? aveva richiesto un impegno paragonabile a quello dello sbarco in Normandia (un kolossal bellico autentico), e il cinema insegnava che la lotta contro i dispotismi del XX secolo non poteva dirsi conclusa per sempre. Questi stereotipi hanno fatto scuola: tranne rare eccezioni hanno imposto un canone per i racconti filmici dell’antica Roma.
 
Se consideriamo il cinema come indicativo della percezione diffusa della romanità, non c’è dubbio che oggi – a distanza di circa settant’anni – molte cose siano cambiate: i film per il grande schermo e le serie televisive ci propongono racconti di vario genere; si dà maggiore spazio alle vicende della tarda repubblica, sono stati inventati personaggi originali quali il gladiatore di Ridley Scott, e anche l’habitat della città padrona appare talvolta diverso, più simile a Calcutta – per i colori che vediamo e gli odori che immaginiamo – che alle algide scenografie di Norimberga o della Roma fascista.

Eppure permane un robusto filo di continuità. La veste dell’imperatore ricorda sempre quella del Führer, gli eserciti trionfanti continuano a sfilare in una via dell’Impero che nell’antica Roma non è mai esistita, mentre la capitale rimane sinonimo di corruzione, con la variante che alla depravazione degli imperatori folli si è aggiunta quella dei politici della repubblica in agonia, del loro ambiente sociale, dei loro clienti. Una violenza ridondante possiede gli uomini o le donne, tutti insieme carnefici e vittime.
 
Nella percezione diffusa ci sono tuttavia anche elementi di novità, che cogliamo nella proliferazione e nel successo delle mostre, nella moltiplicazione dei siti internet, nella pubblicazione di libri di alta divulgazione, nella creazione di splendidi parchi archeologici in cui le ricostruzioni d’ambiente – materiali o virtuali – raggiungono talvolta un eccellente effetto pedagogico, nel risalto che le scoperte archeologiche hanno sui mezzi di comunicazione. Si sono inoltre aperte nuove vie per l’analogia, e dopo le guerre in Iraq il tema America as a new Rome è stato riproposto in modo tanto nuovo quanto ossessivo (nel 2009 una ricerca basata su quelle parole ha prodotto circa ventidue milioni di occorrenze). È bene precisare che lo svolgimento di questa analogia ha coinvolto sia brillanti divulgatori sia autorevoli scienziati della politica.
 
Malgrado tutto questo, se davvero il cinema e la televisione sono da considerarsi determinanti, dobbiamo riconoscere che a prevalere è sempre la vecchia simmetria tra Roma e violenza. Una nuova sensibilità, minoritaria, si confronta dunque con la forza di un vecchio stereotipo, rinnovato nelle forme ma non nella sostanza.
 
La consapevolezza dell’interesse di questo momento critico ha portato all’idea di sottoporlo, attraverso una mostra, all’attenzione di un pubblico ampio. Il titolo dovrebbe dire tutto. L’antichissimo concetto di Roma caput mundi trasmette, anche a chi ignora il latino, un messaggio di potenza e di egemonia culturale, evocando senza reticenze la pervasività di un colore. Il sottotitolo Una città tra dominio e integrazione richiama l’importanza di un altro colore. Due colori complementari che però non danno una tonalità acromatica, ma un terzo colore altrettanto acceso. Per vederlo apparire basta leggere gli autori antichi e valorizzarli senza ritrosie. I romani insistevano anche sul fatto che fin dalle origini la loro era stata una «città aperta» alle altre genti.

Infatti, essi praticarono una politica dell'integrazione che non trova riscontri di uguale entità nell'intera storia universale: ritenevano irrilevante la purezza della stirpe, concedevano facilmente la cittadinanza, liberavano gli schiavi con procedure semplici e lo schiavo liberato era un «quasi cittadino» (i figli di quest'ultimo erano cittadini di pieno diritto). Alcuni storici contemporanei, sulla scia degli autori antichi, insistono giustamente sull'apporto morale e culturale, oltre che militare, rappresentato da un così vasto e continuo arricchimento del corpo civico. Anche tutto questo può diventare un racconto affascinante, ora che ci siamo liberati della polverosa retorica della romanità.


Sabato 22 Settembre 2012 - 10:05
Ultimo aggiornamento: 10:11

Ore 16.49. L'estate saluta, inizia l'autunno

Corriere della sera

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Ore 16.49. Inizia l’autunno - L’estate 2012 finisce ufficialmente sabato 22 settembre. Alle 16.49, per essere precisi. La terza stagione parte tradizionalmente con l'equinozio, in cui le ore di luce sono pari a quelle di buio. Successivamente il giorno si accorcerà sempre più, sino al solstizio d’inverno del 21 dicembre, giorno più corto dell’anno. L’ora legale, invece, finirà nella notte fra sabato 27 ottobre e domenica 28

(foto Ap).

Facebook, via il riconoscimento facciale per i tag nei paesi dell'Unione europea

Corriere della sera

Il social network rimuoverà l'app acquistata nel 2009 su indicazione del garante europeo

Il riconoscimento facciale funziona utilizzando alcuni punti fissi del viso come per le impronte digitali e viene usato anche dall'Fbi (Foto web)Il riconoscimento facciale funziona utilizzando alcuni punti fissi del viso come per le impronte digitali e viene usato anche dall'Fbi (Foto web)
Via da Facebook la funzione tag suggestion per gli utenti dei paesi europei. Il motivo? «Questa app viola la privacy». La decisione è stata presa dal social network su suggerimento della commissione per la Protezione dei dati irlandese, che in Europa si occupa della gestione dei dati sensibili.

COME FUNZIONA - L'applicazione venne lanciata nel 2009 e subito risultò chiaro che sarebbe stata molto utile per i social network. Così Mark Zuckerberg subito prima dello sbarco in borsa decise di acquisire per 55 milioni di dollari Face.com, compagnia israeliana che l'aveva progettata . Immediate partirono le polemiche. Se infatti un utente carica un'immagine, l'app gli suggerisce automaticamente i nomi delle persone presenti nella foto attraverso il riconoscimento facciale. Poi è l'utente stesso a decidere se seguire o meno il suggerimento. Certo, chi viene citato nelle immagini riceve una notifica e può rimuovere il tag. Ma tutti questi passaggi non sono sempre scontati. E in molti casi gli utenti sono in balia degli automatismi del social network.

PRIMAVERA ARABA - In tanti trovarono spaventoso che un applicazione fosse in grado di riconoscere i volti. Le critiche arrivarono anche da Eric Schmidt di Google che definì il tag suggestion «pericoloso». Soprattutto se usato dai regimi per contrastare gli oppositori. «La gente ha apprezzato il ruolo dei social network nelle rivolte della primavera araba ma c'è qualcosa di inquietante nella condivisione e nella raccolta di informazioni sulle persone», spiegò Schmidt al Guardian. Zuckerberg replicò sbuffando: «L'ansia da privacy non più un problema per molti».

Ma si sbagliava. In Germania è stato fatto notare che Facebook stava creando grazie alla funzione un enorme database di immagini, cosa del tutto illegale nei Paesi dell'Unione Europe. Così da Facebook hanno cambiato idea e hanno deciso di seguire le indicazioni provenienti da Dublino, supportate dal parere dell'Fbi. Il tutto nonostante l'acquisizione di immagini e di dati personali sia un aspetto molto importante per la crescita del valore del social network. Da tempo è in fatti in atto una lotta tra i colossi della Silicon Valley per l'acquisizioni di app di immagini, come dimostrano le recenti acquisizioni da parte di Facebook di Instagram e di Snapseed da parte di Google.

COME SI DISATTIVA - In ogni caso gli utenti possono difendere da soli la loro privacy. Per disattivare il riconoscimento automatico delle foto su Facebook basta entrare nelle impostazioni della Privacy del proprio profilo, scegliere la sezione «suggerisci agli amici le foto in cui ci sono io» e cliccare su modifica. A quel punto basta selezionare no e premere Ok. Un po' complicato. Ma di sicuro utile per sfuggire al Grande Fratello.

Marta Serafini
@martaserafini22 settembre 2012 | 11:27

I 4 vicepresidenti da 12mila euro al mese che non hanno tempo di presiedere il Senato

Libero

La Bonino è andata via per una conferenza, Nania era alle prese con le elezioni siciliane, la Mauro non risponde. Unico giustificato: Chiti


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La domanda è più che legittima considerato che i vicepresidenti del Senato guadagnano 12 mila euro netti al mese (al netto anche dei benefit e dei rimborsi spese): che cosa avevano da fare di così importante giovedì 21 settembre l'ex leghista Rosi Mauro, il Pd Vannino Chiti, la radicale Emma Bonino, il pidiellino Domenico Nania da non poter presiedere una seduta del Senato dedicata all'approvazione di mozioni sulla violenza contro le donne? L'unico con una giustificazione valida è Chiti che era a Strasburgo alla Conferenza dei presidenti dei parlamenti del Consiglio d'Europa, rappresentava il Senato. Ma gli altri, cosa avevano da fare di così importante da non poter stare al loro posto di lavoro: Bonino una conferenza stampa, Nania le elezioni siciliane. E Rosi Mauro?

L'aperitivo da 1.450 euro del consigliere

Corriere della sera

La nota spese dell'ex capogruoppo del Pdl. L'agenda di Battistoni: 4 volte in aula al mese ma cene da 5 mila euro

ROMA - Chi vuol essere consigliere? Prima di rispondere è bene conoscere i dettagli di questa vita faticosissima che almeno alcuni tra i rappresentanti regionali del Lazio sembrano aver sopportato. Mica da tutti districarsi tra le cene al «Pepe Nero», i viaggi, gli alberghi. E poi gli «aperitivi rinforzati» alle Terme dei Papi, che anche quelli vanno organizzati, o comunque bisogna dare disposizioni a un collaboratore, non è semplice. Senza dimenticare il blog, ormai necessario a ogni politico, e poi le dichiarazioni da rilasciare. In pochi, ad esempio, saprebbero distillare verità preziose e indimenticabili per la collettività: «Gli obiettivi della commissione europea in ambito occupazionale sono ambiziosi e impegnativi» (Francesco Battistoni, nel novembre 2011, ne era così fiero da inserirla nel suo blog).

Francesco BattistoniFrancesco Battistoni

Chi vuol essere consigliere? Per avere un termine di paragone: chi potrebbe sopportare la vita fatta da Francesco Battistoni? Perso lo scranno da capogruppo, ora gli rimane la presidenza della commissione Agricoltura, le riunioni di quella della Sanità, e ovviamente tutti gli impegni legati al consiglio regionale che, in media, si riunisce una volta a settimana. Ma comunque l'ex capogruppo Pdl, successore di tanto Fiorito, adesso che non dovrà più badare alle richieste dei suoi colleghi consiglieri Pdl, sarà certamente sollevato dal veder diminuiti certi ritmi di lavoro.

Si prenda, come esempio, il novembre 2011: il Consiglio si riunisce cinque volte (il 2, il 9, il 16, il 23 e il 30) e alla seduta del 2 lui è assente. Ma perché c'era il Pdl a Viterbo, la partita da giocare col rivale di zona per stabilire chi portasse il maggior numero di tessere, così lui dopo aver vinto (3.700 adesioni contro 3.500, raccontano i giornali locali) deve aver bruciato energie anche per scrivere il messaggio ai suoi: «Grazie».
Di certo il tesseramento è un successo, migliaia di persone che, per lui, hanno scelto il Pdl: per via del suo impegno, della sua passione politica, certo. Coincidenza vuole che il giorno seguente, il 3, Battistoni inviti a cena - al Pepe Nero, localino vista lago di Bolsena - ottanta persone. Si può obiettare: ma il sito del locale non cita quaranta coperti?

Avranno fatto i turni, come in fabbrica. Costi leggermente superiori a quelli della mensa, cinquemila euro. Comunque, nella vita del consigliere non c'è un attimo di respiro. Poco prima era stato a Tarquinia per affermare ciò che, forse, la platea aspettava di sentir dire chissà da quanto tempo: «Il vostro patrimonio culturale è un'immensa risorsa che dobbiamo valorizzare al meglio» (mette sul blog anche questa, casomai qualcuno l'avesse persa). Il 4 novembre Battistoni presenta, insieme con una decina di colleghi, la proposta di legge sulla «filiera corta» e poi, probabilmente stanco, prende una camera (la 928) all'Aldero Hotel, quattro stelle nella Tuscia Viterbese. La sera è al ristorante dell'albergo, sempre tutto da solo - dice la ricevuta - e alla fine spende 1.650 euro, bevande incluse.

Gli impegni si succedono, è impossibile citarli tutti: di certo mentre Silvio Berlusconi annuncia al Paese la sua intenzione di dimettersi dopo il ddl Stabilità, lo stesso giorno, l'8, nel Lazio arriva in commissione Agricoltura la proposta di legge sulla filiera corta. Subito dopo, il 10, ecco l'impegno per il distretto della ceramica di Civita Castellana: il consiglio approva la mozione 256 presentata, oltre che da Battistoni, da uno schieramento trasversale di consiglieri eletti nel viterbese. Una soluzione per il dramma di duemila persone in cassa integrazione? Insomma: «Il Consiglio sostiene la richiesta del Comune di Civita Castellana al Governo di riconoscere lo stato di crisi». Giusto il tempo di un'altra cenetta al Pepe Nero - sobria, 16 persone con spesa di 800 euro - e il 14 Battistoni è davanti allo stabilimento Brunelli di Aprilia per un sit in «al fianco di allevatori e pastori.

L'obiettivo - annuncia - è quello di favorire il rilancio dei prodotti agroalimentari». Due giorni più tardi ottiene dal Pdl il pagamento di tredicimila euro a «Panta Cz pubblicità», per stampa e affissione di mille manifesti e così - tra sedute di partito, Consiglio e commissioni - il 25 organizza un incontro alle Terme dei Papi per un convegno-aperitivo con i militanti. Conto modesto, 1.450 euro, meno della metà di quanto pagato per la cena al ristorante «La Ripetta», 3.500 euro, del 31 dicembre. Anche se a leggere la ricevuta, sotto la data ce n'è un'altra: «Cena del 22 per auguri di Natale». Vale la pena ricordare che, ovviamente, tutte le spese sono state sostenute dal Pdl grazie ai fondi elargiti dalla Regione. Un ultimo dato. Rivolgendosi agli elettori, in campagna elettorale, il consigliere usava spesso uno slogan: «Francesco Battistoni, come te».

Alessandro Capponi22 settembre 2012 | 8:21

Brucia il capannone dei cinesi Il leghista: Tutti vivi? Che peccato

Libero

Lo "scivolone" postato su Facebook poco dopo lo scoppio delle fiamme in una fabbrica alle porte di Milano. Ora Ferrabue rischia l'espulsione


Adesso, Patrizio Ferrabue, segretario della sezione del Carroccio di Bovisio Masciago rischia l'espulsione dal partito. Mesi fa il leghista Luca Dordolo fu protagonista di un episodio analogo

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“Nessun morto? Che peccato. Sarà per la prossima volta". E' la frase postata su Facebook dal segretario della sezione del Carroccio di Bovisio Masciago, Patrizio Ferrabue, che ha commentato così l'incendio che ieri in Brianza ha distrutto una ditta di giocattoli in cui lavoravano solo operai cinesi. Ora il politico rischia l'espulsione dal partito e l'incriminazione per istigazione all'odio razziale.

La vicenda - Un enorme deposito di giocattoli cinesi è andato in fiamme ieri sera, tra Brugherio e Monza, nel cuore produttivo della Brianza. Un incendio che ha prodotto altissime colonne di fumo visibili anche da Milano. L'incidente non è sfuggito ai leghisti brianzoli che hanno colto l’occasione per lasciarsi andare a commenti dai toni razzisti. Scambiando due battute con altri utenti, Ferrabue ha chiesto: “Quanti cinesi morti?”. La risposta: “Nessuno…” E lui ribatte: “Vabbè sarà per la prossima, però che peccato!!!!”. Tutte questo accompagnato da una faccina sorridente. Oggi i messaggi sono scomparsi da Facebook ma ad immortalarli e renderli pubblici ci ha pensato Daniele Sensi che li immediatamente pubblicati nel suo blog.

I precedenti - Adesso, Patrizio Ferrabue potrebbe far la stessa fine dell’ex capogruppo della Lega Nord nel consiglio comunale di Udine, Luca Dordolo, espulso dal movimento nel mese di giugno dopo aver scritto un post razzista riguardante un episodio di cronaca nera: una donna indiana uccisa dal marito era stata gettata nel Po, lui se l’era presa con l’assassino, colpevole di aver “inquinato il sacro fiume”. Non soddisfatto, Dardolo, che ad agosto è stato rinviato a giudizio per istigazione all’odio razziale,  nelle scorse settimane Dordolo era tornato a colpire, postando l’immagine di un orango accanto a quella di Mario Balotelli, commentando “Ma sono uguali!!!”.

L'Occidente cambi rotta con l'islam

Fiamma Nirenstein - Sab, 22/09/2012 - 07:18

Servono consapevolezza culturale e volontà politica per costruire rapporti paritari con chi ci odia


Eppure resta in noi occidentali un senso di incredulità prima ancora che di orrore quando vediamo, come è accaduto ieri, che, col pretesto del misero film contro Maometto, il mondo si tinge di nuovo tutto quanto di rosso sangue.

Non possiamo fare a meno di chiederci per che cosa sono dunque morti i 17 pakistani massacrati ieri a Lahore e a Karachi, per cosa è stata messa a ferro e fuoco l'Indonesia, perchè proprio ieri un commando terrorista palestinese ha lasciato sul terreno un soldato israeliano nel Negev perdendovi anche tre dei suoi adepti, perchè Parigi è sotto assedio, perchè fino da noi a Roma, a Sydney in Australia, e in Tunisia, in Libano, in Yemen,e davanti all'ambasciata francese al Cairo si sventolano le bandiere nere di minaccia al nostro mondo... in Oriente e in Occidente i musulmani in piazza sanno bene che noi, nel nostro mondo, la stessa critica irridente che applichiamo alle loro icone le applichiamo alle nostre, che gli ebrei si prendono in giro da soli da secoli, che film e rappresentazioni artistiche di gusto svariato riproducono Gesù, la Madonna, i Santi, senza che nessuno gli dica quando e come farlo.

Ha fatto bene o male Charlie Hebdo, internet dovrebbe togliere il filmetto dal cyber space, il settimanale tedesco Titanic che non pubblica ma approva le sue vignette... hanno, come dicono in molti, qualche colpa nell'ondata di violenza che il mondo musulmano solleva adesso? La risposta è che non c'è colpa, semmai un senso di opportunità che tuttavia ciascuno interpreta a suo modo, nell'esercitare il diritto alla propria libera opinione, e che tutte le colpe risiedono invece nell'uso della violenza per rispondere a chi ti disegna, ti dipinge, ti immagina in maniera diversa da quella che tu vorresti. Ma un paio di responsabilità ci sono invece, e serie, ma non sono di Charlie Hebdo.

Ciò che piuttosto conduce sia il settimanale satirico sia chiunque poi si affidi a reazioni apparentemente esagerate per rispondere alla prepotenza di un'imposizione totalitaria, religiosa o laica che sia, è la mancanza di una più solida, culturalmente basata disponibilità del nostro mondo a affrontare a fondo, con dignità e coraggio, il problema del nostro rapporto con l'islam, una grande religione che, nascendo e sviluppandosi, detta dignità e compattezza a un mondo frammentato, ma che oggi nella sua componente politica ha un tratto di violenza e di conquista comprovato da tante azioni, e che dal tempo in cui l'Afghanistan sotto il tallone russo ne fu liberato dai mujahidin e da Bin Laden, pensa, almeno in questa componente, che sia cominciato un tempo di reconquista mondiale. Che dovremmo dunque fare per evitare che Charlie Hebdo diventi la bandiera dell'Occidente libertario?

Dovremmo prendere in mano questa bandiera sul piano culturale e su quello politico. Dalla fine del secolo scorso ha preso il sopravvento, nonostante la voce potente del professore Bernard Lewis, la scuola storica di Edward Said, che ha letto la storia dell'Islam come una storia in cui l'Occidente non ha fatto altro che tentare di sopraffarne gli uomini e la fede. Niente di più falso. Nel VII secolo il bacino mediterraneo era cristiano finchè non arrivò l'Islam dall'Arabia e conquistò la Palestina, la Siria, l'Egitto, il Nordafrica. Avanzò in Europa conquistando la Sicilia, la Spagna, il Portogallo, arrivando fino in Francia e in Italia. Le navi giunsero fino a Ostia. Le Crociate, che è di moda dipingere come prima forma di imperialismo occidentale, furono un modo di rispondere alla Conquista, quale che possa essere (e il mio è disgustato) il giudizio sul comportamento dei crociati in guerra.

Questa fu solo la prima ondata, e la conquista si concluse secoli dopo con l'ondata Ottomana. Ci furono pascià turchi a Budapest e a Belgrado, i musulmani assediarono Vienna: fino a tutto il XVII secolo l'Europa ha vissuto sempre sotto l'attacco musulmano e fu ricacciandolo indietro che si avventurò nella reconquista. L'Impero Ottomano dura dal 1299 al 1922, dunque 623 anni. Bisognerebbe ristabilire nella coscienza pubblica la verità storica, togliere la vittimizzazione dell'Islam dalla testa nostra e degli islamici in primis, costruendo su un piano di parità un rapporto finalmente senza rancore da parte loro.

In secondo luogo, la politica dovrebbe finalmente agire. È stato comodo appoggiarsi ai vecchi dittatori alla Mubarak e poi inneggiare alle rivoluzioni arabe: ma se mettessimo dinnanzi ai nostro occhi il faro dei diritti umani e civili e la libertà di opinione, potremmo forse avere la stessa luminosa iniziativa che portò Ronald Reagan, con l'emendamento che condizionava certi rapporti economici e commerciali alla libertà di movimento dei russi, a mettere l'Unione Sovietica in scacco. Altro che il filmetto mostrato in questi giorni in cui Obama e la signora Clinton si scusano di nuovo e di nuovo.

Ig Nobel», i premi agli scienziati pazzi

Corriere della sera

Scoperte vere fatte da studiosi veri: ma tutte stravaganti. Dalle oscillazioni del caffè in tazza al sedere degli scimpanzè


Una cosa è certa: ogni anno gli Ig Nobel Prize (che in inglese suonano come «ignobili») riescono a far «sorridere e pensare» secondo il motto con il quale sono nati vent’anni fa. Qualcuno li ha battezzati i «premi degli scienziati pazzi» e, di fatto, sono presentati come una parodia dei veri Nobel che vengono assegnati in ottobre a Stoccolma. Però le ricerche sono frutto di veri scienziati e i risultati sono pubblicati su rispettose riviste scientifiche. Qui, infatti, vengono scelte quando brillano per la loro stravaganza da specialisti di varie nazioni in diverse discipline tra i quali ci sono alcuni Nobel. Preparatevi: ecco le «scoperte ignobili» per il 2012.

CODA DI CAVALLO - Tre studiosi, due olandesi e un peruviano hanno dimostrato sulla rivista Psychology Science come piegando la testa a sinistra mentre si guarda la Torre Eiffel questa sembri più piccola. Una conclusione inaspettata che ha meritato il premio per la psicologia. Il riconoscimento più atteso è sempre quello della fisica. Già il risultato era nell’aria perché se ne parlava tra gli addetti e infatti non è sfuggito alla giuria che ha scelto la «fisica delle coda di cavallo» come assolutamente meritevole.

Il lavoro è frutto della fatica di quattro scienziati, due americani e due britannici, che hanno calcolato il bilanciamento delle forze che danno forma e movimento alla coda di cavallo nei capelli delle signore. Affascinati dai misteri dei conturbanti ondeggiamenti dei circa centomila capelli che in media crescono, hanno voluto capire come il continuo intrecciarsi offrisse alla fine l’immagine di un’onda fluida. I dettagli sono stati pubblicati da Physical Review Letters e dal Journal of Applied Mathematics.

SIMULAZIONI - Sempre nella fisica, ma in questo caso nella sofisticata fluido dinamica, un russo e un americano, hanno concentrato i loro sforzi per capire come mai il caffè di una tazza che teniamo in mano rischia facilmente di uscire quando camminiamo. Il modello considerato (si precisa che diverse simulazioni sono state necessarie per giungere al risultato) è il contenitore quasi cilindrico di una caffè americano. Hanno considerato le oscillazioni del liquido, simile al moto del pendolo scoprendo che si accordano con i movimenti delle gambe e se il passo non è regolare ecco il guaio: il caffè tracima pericolosamente (Physical Review).

Ma il pensiero libero degli scienziati ha volato su ben altri complicati fronti. Con successo un americano e un olandese hanno stabilito che gli scimpanzè riescono a riconoscere altri scimpanzè guardando il loro fondoschiena (Premio per l’anatomia). Complesso è apparso il premio per la medicina andato ad un francese (Michel Antonietti) il quale ha trovato il modo giusto per suggerire ai clinici che effettuano le colonscopie come minimizzare le possibilità che il paziente esploda (World Journal of Gastroenterolgy e European Journal of Gastroenterolgy & Hepatology).

IL CERVELLO DEI SALMONI - Altri riconoscimenti sono andati a chi ha studiato l’attività cerebrale nei salmoni morti e a chi ha indagato lo strano fenomeno degli abitanti di un paese in Svezia, Anderslov, i quali hanno i capelli che diventano verdi. I premi Ig Nobel, organizzati dalla rivista Annals of Improbable Research sono stati assegnati giovedì nel Sanders Theatre dell’Università di Harvard con il sostegno dell’Harvard Computer Society e altri sponsor. Il sorriso è d’obbligo ma il vincitore dell’Ig Nobel nel 2000, Andrey Gejm, dieci anni dopo vinse il vero premio Nobel per la fisica.

Giovanni Caprara
21 settembre 2012 (modifica il 22 settembre 2012)

Possono vestirla a nuovo… ma sempre Mesa Redonda resta

La Stampa

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YOANI SANCHEZ


A Cuba pochi spazi televisivi sono stati oggetto di così tante burle e parodie come la “Mesa Redonda”. Nato nei momenti caldi della cosiddetta Battaglia delle Idee, questo programma mostra il più alto grado di proselitismo politico che si possa incontrare nei nostri media nazionali. Il suo scopo fondamentale è quello di mortificare i telespettatori con il discorso politico ufficiale, senza lasciare spazi a opinioni critiche e non governative. Denigrare gli anticonformisti, senza concedere diritto di replica, rientra tra i comportamenti più consueti compiuti dai microfoni di una trasmissione così noiosa. Tutto questo basato sulla premessa che viviamo nel “paradiso” mentre il mondo esterno cade a pezzi.



Dal 10 settembre, la durata della “Mesa Redonda” è stata ridotta a mezz’ora. Ha pure modernizzato la sua scenografia e pare persino che abbiano aggiunto un fiammante iPad a uso esclusivo del moderatore. Vengono eseguite inquadrature più audaci e alcuni dei suoi robusti partecipanti si sono messi a dieta. Si vorrebbe, grazie a questi ritocchi, aggiungere un pizzico di modernità a ciò che era coperto da una spessa polvere di anacronismo. Tuttavia, i precetti fondamentali che guidano il programma sono ancora intatti. Il problema più evidente è l’assenza di pluralismo, la monotonia data dal fatto che tutti i partecipanti esprimono un identico pensiero. La contraddizione più stridente è che un simile orrore retribuisce i giornalisti con gli stupendi più alti di tutto l’Istituto Cubano di Radio e Televisione (ICRT).

Può darsi che le mie parole sulla “Mesa Redonda” siano influenzate dal fatto che pure io lavoro nel campo dell’informazione. Per questo motivo illustrerò con un recente aneddoto l’opinione che molti cubani manifestano su questo programma. Poco tempo fa, un’amica si trovava fuori da una stazione di polizia per chiedere la liberazione di un attivista detenuto arbitrariamente. Il telefono mobile suonò.

Era suo padre che la chiamava. Il genitore si mostrava allarmato perché un vicino gli aveva raccontato che sua figlia si era immischiata in cose da “dissidenti”. Nel bel mezzo della spinosa situazione, la mia amica riuscì solo a rispondere: “Papà, ti ho già detto di non guardare più la “Mesa Redonda””. Con questa semplice frase evidenziava l’abisso che esiste tra la realtà nazionale e il copione di quella tribuna televisiva. Rimproverava suo padre di continuare a credere in una Cuba inesistente, un paese dove non si verificano arresti fuori dalla legge, minacce di polizia e meeting di ripudio. Una nazione apocrifa che esiste solo dal lunedì al venerdì, per un’ora… nel nostro piccolo schermo.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

I pachidermi delle regioni

Corriere della sera


Lo scandalo che travolge la giunta Polverini non è certo un buon motivo per abolire la Regione Lazio. Né la Lombardia o la Sicilia, dopo le peripezie di Formigoni e di Lombardo. Ma sta di fatto che le Regioni sono diventate molto impopolari; e il popolo è pur sempre sovrano. Di più: nei termini in cui le abbiamo costruite, le Regioni sono un lusso che non possiamo più permetterci. Non solo in Italia, a dirla tutta. Ne è prova, per esempio, il no di Rajoy alla Catalogna, che reclamava una maggiore autonomia fiscale. Ma è qui e adesso che il decentramento dello Stato pesa come una zavorra. È qui che la spesa regionale è aumentata di 90 miliardi in un decennio. Ed è sempre qui, nella periferia meridionale dell'Europa, che i cittadini ne ottengono in cambio servizi scadenti da politici scaduti.

Sicché dobbiamo chiederci che cosa resti dell'idea regionalista, incarnata nei secoli trascorsi da Jacini, Minghetti, Colajanni, Sturzo. Dobbiamo domandarci se quell'idea abbia ancora un futuro e quale. Intanto ne conosciamo, ahimè, il passato. L'introduzione degli enti regionali costituì la principale novità della Carta del 1947, ma poi venne tenuta a lungo in naftalina, perché la Democrazia cristiana non voleva cedere quote di potere al Partito comunista. Quando tale resistenza fu infine superata - all'alba degli anni Settanta - le Regioni vennero al mondo zoppe, malaticce. Da un lato, il nuovo Stato repubblicano aveva occupato ormai tutti gli spazi; dall'altro lato, i partiti politici avevano occupato lo Stato. Ed erano partiti fortemente accentrati, dove i quadri locali prendevano ordini dall'alto. Le Regioni si connotarono perciò come soggetti sostanzialmente amministrativi, dotati di competenze legislative residuali e senza una reale autonomia.

Poi, nel 2001, grazie alla bacchetta magica del centrosinistra, scocca la riforma del Titolo V; ed è qui che cominciano tutti i nostri guai. Perché dal troppo poco passiamo al troppo e basta; ma evidentemente noi italiani siamo fatti così, detestiamo le mezze misure. E allora scriviamo nella Costituzione che la competenza legislativa generale spetta alle Regioni, dunque il Parlamento può esercitarla soltanto in casi eccezionali. Aggiungiamo, a sprezzo del ridicolo, che lo Stato ha la stessa dignità del Comune di Roccadisotto (articolo 114). Conferiamo alle Regioni il potere di siglare accordi internazionali, con la conseguenza che adesso ogni «governatore» ha il suo consigliere diplomatico, ogni Regione apre uffici di rappresentanza all'estero. Cancelliamo con un tratto di penna l'interesse nazionale come limite alle leggi regionali. E, in conclusione, trasformiamo le Regioni in soggetti politici, ben più potenti dello Stato.

I risultati li abbiamo sotto gli occhi. Non solo gli sprechi, i ladrocini, i baccanali. Non solo burocrazie cresciute a dismisura e a loro volta contornate da un rosario di consulte, comitati, consorzi, commissioni, osservatori. Quando il presidente Monti, nel luglio scorso, si mise in testa di chiudere i piccoli ospedali, il ministro Balduzzi obiettò che la competenza tocca alle Regioni, non al governo centrale. Negli stessi giorni la Corte costituzionale (sentenza n. 193 del 2012) ha decretato l'illegittimità della spending review , se orientata a porre misure permanenti sulla finanza regionale. Costituzione alla mano, avevano ragione entrambi, sia la Consulta sia il ministro; ma forse il torto è di questa Costituzione riformata.

La Costituzione ha torto quando converte le Regioni in potentati. Quando ne incoraggia il centralismo a scapito dei municipi. Quando consegna il governo del territorio alle loro mani rapaci, col risultato che il Belpaese è diventato un Paese di cemento. Quando disegna una geografia istituzionale bizantina (sul lavoro, per esempio, detta legge lo Stato, ma i tirocini sono affidati alle Regioni). Quando mantiene in vita anacronismi come le Regioni a statuto speciale. Quando pone sullo stesso piano il ruolo delle Regioni virtuose (per lo più al Nord) e di quelle scellerate (per lo più al Sud). Infine, ha torto quando nega allo Stato il potere di riappropriarsi di ogni competenza, se c'è una crisi, se la crisi esige un'unica tolda di comando.

C'è allora una lezione che ci impartiscono gli scandali da cui veniamo sommersi a giorni alterni. Vale per le Regioni, vale per i partiti. Perché viaggiamo a cavalcioni d'un elefante, ecco il problema. E l'elefante mangia in proporzione alla sua stazza. Quindi, o mettiamo a dieta il pachiderma o montiamo in sella a un animale più leggero. Quanto alle Regioni, vuol dire sforbiciarne le troppe competenze. Se non altro, gli incompetenti smetteranno di procurarci danni.

Michele Ainis22 settembre 2012 | 8:19




Il rito miope dell'autoassoluzione

L' autoassoluzione della giunta regionale del Lazio è così perentoria da apparire sfacciata, quasi impudica. L'assenza di dimissioni di Renata Polverini, e la sua rivendicazione di avere «bonificato» la situazione facendo saltare un paio di teste, è peggio di una presa in giro: dimostra una miopia ai limiti dell'irresponsabilità. Si tratta di una cecità politica che coinvolge quanti a livello nazionale pensano di poter comprimere una montagna di soldi e fango destinati a tracimare. La Guardia di Finanza che entra nella sede della Regione Campania e indaga sulle spese dell'Idv di Antonio Di Pietro a Bologna, allarga l'obiettivo e addita gli enti locali come una vera idrovora del denaro pubblico. D'altronde, lo scandalo segue la scia delle inchieste della magistratura che hanno toccato Lombardia e Sicilia, abbracciando simbolicamente l'intero territorio nazionale.

Si delinea dunque proprio quell'«effetto domino» politico-giudiziario che i partiti temono a pochi mesi dalle elezioni. Il fatto che di fronte ad accuse gravi di sperperi la reazione sia quella di farsi schermo con la legge, costituisce un'aggravante. Si tratta, di fatto, di norme di autofinanziamento che le nomenklature si sono ritagliate su misura, e che gridano vendetta in una fase di crisi economica acuta. Rappresentano la degenerazione caricaturale del potere legislativo, e minacciano di colpire a morte qualunque idea di autonomia locale. Sono destinate a portare non soltanto al disgusto nei confronti della politica, ma ad una riduzione drastica e a furor di popolo dei fondi per regioni e comuni.

Il rischio è che le vittime innocenti del malcostume diffuso, anche se si spera non generalizzato, siano settori come la sanità, l'istruzione, i servizi. Quando si pensa che in passato sindaci e governatori erano considerati il serbatoio naturale al quale attingere la classe politica nazionale, vengono i brividi. Oltre a bruciare denaro dei contribuenti, va in fumo qualunque speranza di ricambio. Il «potere municipale» si sta manifestando con le caratteristiche di una partitocrazia minore ma più famelica e più arrogante dell'altra. Forse perché la selezione è avvenuta al ribasso; o perché ha goduto di riflettori addomesticati e indulgenti, all'ombra di una altisonante retorica federalista.

L'idea di fingere punizioni esemplari per dare un contentino all'opinione pubblica senza cambiare comportamenti e meccanismi di finanziamento, è illusoria. I calcoli elettorali dei partiti, più preoccupati di non perdere clientele e voti che di dare segnali veri di rinnovamento, somigliano a sacchetti di sabbia affastellati in fretta e furia per fermare uno tsunami. In realtà, il collasso del modello regionale è il cascame inevitabile della crisi della Seconda Repubblica. E l'implosione di alcune forze politiche è il segno che il collante della spesa pubblica non regge più neppure a livello locale. Anzi, se ha retto tanto a lungo è stato solo grazie ad una complicità trasversale.

Il 2012 promette di essere la tomba di un modo di governare come lo sono state le inchieste giudiziarie di una ventina d'anni fa. E il vuoto di potere che si intravede provoca vertigini ancora più preoccupanti. Mette paura non tanto il rifiuto di vederlo, ma l'incapacità di farlo per mancanza di consapevolezza. Un'Italia che per anni è stata «mitridatizzata» assorbendo dosi di velenoso malgoverno, adesso è costretta a guardare in faccia politici locali che sono lo specchio di questa lunga impunità. Ma forse la nomenklatura è convinta che si possa continuare all'infinito, perché «così fan tutti». La novità è che, moralità o moralismi a parte, si tratta di un andazzo troppo costoso. Il parassitismo e l'inefficienza hanno un prezzo che pochi, ormai, si possono permettere di sostenere. Dover ricorrere di nuovo alla «supplenza» dei tecnici o delle procure è la certificazione dell'ennesima involuzione.

Massimo Franco22 settembre 2012 | 8:23

Per i giudici Sallusti è un "pericolo sociale"

Luca Fazzo - Sab, 22/09/2012 - 08:10

La motivazione assurda fa il processo alle intenzioni: commetterà ulteriori episodi criminosi. Niente sconti perché la presunta vittima è un collega magistrato. E così rischia 14 mesi di galera


MilanoAlessandro Sallusti è pericoloso. Se il direttore del Giornale venisse lasciato in circolazione potrebbe commettere altri reati.

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Per questo, per impedirgli di continuare a diffamare il prossimo, l'unica soluzione è chiuderlo in carcere. È questo il ragionamento in base al quale la Corte d'appello di Milano ha stabilito che Sallusti deve finire in galera. Quattordici mesi, senza condizionale. Solo la decisione della Cassazione, fissata per mercoledì prossimo, separa ormai Sallusti da una cella.La sentenza che candida il giornalista alla galera è stringata. Sette pagine firmate dal giudice Pierangelo Guerriero per dare ragione ad altri due giudici: il suo collega Giuseppe Cocilovo, in servizio a Torino, che si era sentito diffamato da un corsivo di Libero (diretto allora da Sallusti) in cui il suo nome nemmeno compariva; e il sostituto procuratore generale Lucilla Tontodonati, che aveva fatto ricorso contro la sentenza di primo grado, che aveva condannato Sallusti ad appena cinquemila euro di ammenda.
La procura generale milanese fa appello, invocando per Sallusti la pena detentiva. E la Corte d'appello le dà ragione. Anche se negli atti non c'è nulla che dica che il corsivo firmato “Dreyfus” sia stato scritto da Sallusti, scatta la condanna: e non per «omesso controllo», ma proprio come supposto autore dell'articolo. Articolo polemico, duro, in cui si contestava la decisione del tribunale di Torino di autorizzare una tredicenne ad abortire: e la ragazzina, come aveva scritto il giorno prima La Stampa, era poi finita in manicomio.«Con riferimento alla posizione di Sallusti - scrive la Corte d'appello - va riaffermata non solo la natura diffamatoria dell'articolo a firma Dreyfus, ma anche la falsità della ricostruzione dei fatti». Secondo la querela, a decidere di abortire sarebbe stata la ragazzina, e il giudice si sarebbe limitato a ratificarne la decisione: in questo consisterebbe la falsità.
«E - aggiunge la sentenza - gli altri organi di stampa si erano affrettati a correggersi ben prima dell'uscita degli articoli» di Libero. La difesa di Sallusti ha sottolineato la incongruità di questo passaggio: il primo articolo della Stampa sul caso della ragazzina è del 17 febbraio 2007, il corsivo di Dreyfus è del 18, il giorno successivo. Quando sarebbe avvenuta la rettifica?La sentenza risolve sinteticamente un altro tema importante del processo, e cioè il fatto che l'articolo incriminato non porti la firma di Sallusti, e che Sallusti non ne sia l'autore: il direttore viene condannato «per avere, in qualità di direttore responsabile del quotidiano Libero e quindi da intendersi autore dell'articolo redazionale a firma Dreyfus, offeso la reputazione di Cocilovo Giuseppe». Per la Corte d'appello è del tutto irrilevante che il giudice Cocilovo non venga mai citato nell'articolo, neanche velatamente: «il suo nome era stato indicato in precedenza in varie sedi, cosicché era facile leggendo gli articoli di cui è processo ricollegare alla sua persona il giudice indicato in maniera anonima negli stessi».
D'altronde al corsivo firmato Dreyfus viene attribuita anche la colpa delle «minacce ricevute dalla parte civile nei giorni seguenti alla pubblicazione degli articoli (...) proprio quest'ultima circostanza evidenzia in maniera incontrovertibile la facile riconoscibilità del giudice di cui si parla negli articoli, anche se non ne è esplicitamente indicato il nome».La severità della sentenza viene motivata anche col fatto che la presunta vittima è un magistrato: «La soglia di lesività si presenta molto elevata ove si consideri che la parte civile svolgeva all'epoca dei fatti la funzione di giudice tutelare, figura professionalmente volta alla tutela degli interessi dei soggetti deboli».Infine la questione cruciale, che rende questa sentenza diversa da ogni altra in materia di reati a mezzo stampa: la decisione di negare a Sallusti le attenuanti generiche e la sospensione condizionale della pena, ordinando (Cassazione permettendo) la sua carcerazione.
«Le attenuanti vanno concesse in presenza di elementi positivi quali la giovane età, una condotta processuale improntata a particolare lealtà o qualunque altra condizione personale o sociale meritevole di attenzione. Nel caso di specie non si ravvisa alcuna circostanza che possa essere in tal modo valutata (...) Pena equa sembra alla Corte per Sallusti quella di anni uno e mesi due di reclusione e di euro 5mila di multa alla luce dei criteri di cui all'articolo 133 c.p. (quello che fa riferimento della “capacità a delinquere del colpevole”, ndr) avuto riguardo alla gravità dei fatti nonché alla personalità dell'appellante, non incensurato come risulta dal certificato penale». La condizionale viene negata perché sostanzialmente i giudici lo considerano socialmente pericoloso: «Per Sallusti non è possibile formulare una prognosi favorevole e ritenere che egli si asterrà dal commettere in futuro ulteriori episodi criminosi avuto riguardo alle numerose condanne da lui già riportate per reati della stessa specie».


Sallusti: "Preoccupa il silenzio delle alte cariche"

Il direttore del Giornale ai microfoni del TgLa7: "Ho paura di vivere in un paese dove ci si permette di arrestare le idee, di metterle in carcere"


Luca Romano - Ven, 21/09/2012 - 21:43


"Ho paura di vivere in un paese dove ci si permette di arrestare le idee, di metterle in carcere".

Con queste parole il direttore del Giornale Alessandro Sallusti commenta ai microfoni del TgLa7 diretto da Enrico Mentana la condanna a quattordici mesi di carcere per un articolo che non ha scritto lui. "Mi preoccupa - spiega - il silenzio di oggi delle alte cariche dello Stato e del governo che presumo, per motivi di antipatia personale o ideologici, non hanno detto nulla su questa vicenda".

Ci sono due fatti che insospettiscono il direttore del Giornale che adesso attende il verdetto della Cassazione previsto per mercoledì prossimo."Il primo fatto è che queste idee sono di una parte di opinione - spiega Sallusti al TgLa7 - il secondo è che la querela è stata fatta da un magistrato ed è stata giudicata in modo così severa da un altro magistrato". Poi, c’è una considerazione finale: "Mi preoccupa il silenzio di oggi delle alte cariche dello Stato e del governo che presumo, per motivi di antipatia personale o ideologici, non hanno detto nulla su questa vicenda". "Sono sempre molto bravi e molto pronti a enunciare dei principi nei convegni - continua il direttore del Giornale - ma quando devono far sentire la loro voce a difesa di tutti i cittadini, a prescindere dal loro pensiero, spesso battono in ritirata".

Nonostante la situazione, Sallusti assicura che iI suo stato d’animo è "assolutamente sereno". "Sono convinto della mia assoluta buona fede e di non aver commesso alcun reato", continua commentando la vicenda giudiziaria che lo vede condannato, senza la condizionale, per il reato di diffamazione dopo la querela di un giudice tutelare, Giuseppe Cocilovo. L'articolo in questione non è stato redatto da Sallusto, ma è stato pubblicato su Libero nel 2007, quando era direttore gerente del quotidiano e dunque considerato "responsabile oggettivo". La vicenda sarà giudicata il 26 settembre dalla Corte di Cassazione, per la sentenza definitiva. "Una situazione che non esito a definire ’kafkianà e che non ha precedenti - conclude Sallusti - Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni. Per il momento, diciamo che resto in fiduciosa attesa".


L'irritazione è bipartisan: "Ora intervenga il Quirinale"


Destra e sinistra unite nella solidarietà a Sallusti. Alfano: "L'Italia non è una dittatura. Sarebbe un abuso che sa di epoche passate". E in serata Schifani telefona al direttore

Anna Maria Greco - Sab, 22/09/2012 - 08:15


Roma - Insorgono politici e giornalisti. Di destra, sinistra e centro.

C'è chi si appella al Quirinale, chi al Parlamento, chi al ministro della Giustizia. Tutti protestano perché nel nostro Paese, unico tra quelli occidentali, un reato d'opinione può portare dritti in galera.Come nel caso di Alessandro Sallusti, che il rischio-carcere ora lo vede vicino. A pochi giorni dalla sentenza della Cassazione, che il 26 settembre potrebbe rendere esecutiva la condanna della Corte d'appello, una folla trasversale di sostenitori esprime solidarietà al direttore de Il Giornale, sdegno per la decisione dei magistrati e reclama una riforma delle leggi sulla diffamazione. «In quale Paese al mondo - si chiede in una nota l'Ordine dei giornalisti - si può essere condannati a 14 mesi di detenzione per omesso controllo, in relazione ad un articolo scritto da altri, con una sanzione che passa nei due gradi di giudizio da 5.000 euro di multa al carcere?».

La questione è tanto seria, per l'Odg, da richiedere l'intervento della Guardasigilli Paola Severino. In serata arriva in redazione la telefonata di solidarietà del presidente del Senato Renato Schifani al direttore. Quella di Sallusti è una «condanna mostruosa», rincara la dose la Fnsi: «È inaccettabile che un giornalista per le sue opinioni rischi la galera».

Il parlamento deve intervenire, per la Fnsi, e abolire «norme sulla diffamazione e le sanzioni restrittive della libertà personale del giornalista retaggio di sistemi non compatibili con la democrazia, con le carte universali dei diritti umani, con la Carta dei diritti europei». E il segretario del Pdl Angelino Alfano non ha dubbi: «Solidarietà ad Alessandro Sallusti che, ricordo, è direttore di un giornale in una democrazia moderna, liberale e adulta come l'Italia e non in un regime dittatoriale con grosse limitazioni alla libertà di espressione che hanno tanto il sapore di terre lontane, epoche passate e tempi che non vorremmo mai più veder tornare».

La questione tocca anche il governo Monti. «Mi sembra abnorme - dice il ministro per l'Integrazione Andrea Riccardi - che un direttore di un giornale possa finire in carcere, con una condanna a 14 mesi senza condizionale, per omesso controllo in un caso di diffamazione a mezzo stampa». Il Pdl, dai vertici alla base, si schiera in difesa di Sallusti. I coordinatori Sandro Bondi e Ignazio La Russa si augurano che la Cassazione rimedi alla condanna e il parlamento intervenga sulla norma. Maurizio Gasparri, capogruppo al Senato, parla di «una vicenda grave che tocca anche quei principi fondamentali della nostra Costituzione, come la libertà di pensiero».

Per il suo omologo alla Camera, Fabrizio Cicchitto, è «uno scandalo per la democrazia». «La vicenda - dice il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni- dimostra l'assurdità del sistema Italia, dove i cittadini sono spesso in balia di leggi sbagliate o di decisioni discrezionali». Mariastella Gelmini definisce la condanna «una vera e propria follia», un'«assurdità spaziale» la definisce Anna Maria Bernini, un segnale che l'Italia «ha problemi con la libertà» per Gaetano Quagliariello.

Franco Frattini invita a «sanare questa anomalia», Maurizio Lupi parla di mobilitazione per impedire che Sallusti «subisca una carcerazione che ha il sapore di una punizione per le sue idee», Altero Matteoli spera che la Cassazione impedisce «questo scempio». Protestano Stefania Prestigiacomo, Licia Ronzulli, Giancarlo Mazzuca.Almeno sul caso Sallusti i due maggiori partiti sembrano uniti. Chiede l' intervento «immediato» della Severino e una modifica legislativa Giorgio Merlo del Pd. «Il carcere per le opinioni espresse su un giornale - dice Vincenzo Vita - è un residuo di epoche andate».

Manuela Ghizzoni garantisce il suo impegno in parlamento: «L'ipotesi di carcerazione per reati di opinione non è compatibile con uno Stato di diritto». Mario Adinolfi chiede l'intervento urgente di Giorgio Napolitano, anche come presidente del Csm. L'Udc si unisce al coro: la politica deve «intervenire in tempi brevissimi per riformare una legge antiquata, ingiusta e lesiva del diritto di informazione», per Roberto Rao. Pur con scarsa simpatia per Sallusti e Il Giornale, il deputato del gruppo mist o e portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti, annuncia la richiesta al sottosegretario Peluffo di introdurre nella riforma dell'editoria la modifica delle norme contestate.


Ma sul web qualcuno incita all’odio: "Se lo merita"


Se non conta la libertà di stampa, ma quella di offendere da dietro un pc

Francesco Maria Del Vigo - Sab, 22/09/2012 - 08:14


Un direttore di giornale dietro le sbar­re per un reato d’opinione è roba da Unio­ne Sovietica. Eppure ci sono quelli che go­dono a immaginarsi Sallusti a San Vittore. Anzi, gli augurano di peggio. Per indignar­si di fronte a un’aberrazione di questo ge­nere non è richiesto essere dei sinceri de­mocratici, basta avere un po’ di buonsen­so. Quello che spesso latita, specialmente quando ci si nasconde dietro all’anonima­to di un nickname, schermati dal monitor di un pc.

La notizia del possibile arresto del direttore del Giornale viaggia subito sul web: velocissimi i siti indipendenti e i blog a pubblicarla, più lenti i media tradi­zionali a rilanciarla. Un’opportunità ghiotta per quelli che, con la bava alla boc­ca, non aspettavano altro per sputare un po’ di veleno. Vigliaccamente. Pensando di giocare con la vita altrui ma danneg­giando anche la propria, perché la libertà d’opinione è un bene prezioso per tutti.

Anche per chi passa le giornate in rete a se­minare offese. E allora iniziamo a viaggia­re nel girone di chi lancia il sasso e tira in­dietro il mouse. Tra i primi a scatenarsi ci sono quei simpaticoni del sito satirico Spi­noza. it che, questa volta, stonano ed esa­gerano. «Sallusti rischia l’arresto.Purtrop­po non cardiaco », scrive tal Procopio sul si­to. Alla faccia della satira e del buon gusto.

E a seguire una ventina di sedicenti umori­sti che, in bilico tra il greve e il macabro, po­stano le loro battute. Ma il peggio arriva nei forum di blog e siti d’informazione. «Un anno e due mesi di detenzione? A me sembra un po’ poco»,scrive un commen­tatore nella pagina Facebook dell’ Unità . Ma qui, rispetto ai commenti successivi, abbiamo ancora a che fare con degli «spec­chiati garantisti ».Elisabetta R,infatti,s’in­fila al volo la toga e suggerisce un ulteriore inasprimento della pena: l’ergastolo. Vi sembra esagerato?

Non è ancora arrivato il meglio del peggio. La sete di giustiziali­smo si p­laca solo col sangue e dall’ergasto­lo alla pena di morte il passo è brevissimo. «Io gli darei trent’anni di sedia elettrica», bercia Renato A. C’è anche chi cerca difa­re lo spiritoso con pessimi risultati: «Dopo una vincita al Superenalotto e la morte di B. sarebbe la notizia migliore».

Perché al­la fine se lo merita – proseguono i com­mentatori – perché ha il bollino del pecca­to originale: non è di sinistra. «Uno de me­no », scrive Cesare. «Buttate la chiave», suggerisce Lodovico.E c’è anche chi sotto­linea l’intento educativo della sentenza: «È uno dei protagonisti della macchina del fango, spero che impari la lezione...». “Se lo condannassero sarebbe giusto, al­meno la smetterà di scrivere falsità”, spa­ra Tomas G. con una consecutio tempo­rum claudicante. Stesso refrain anche su Twitter .

Basta digitare «Sallusti» per trova­re, tra i molti messaggi di affetto, decine di insulti. «Stanno per arrestare Sallusti. Og­gi la giornata comincia bene», cinguetta come un uccello del malaugurio Ely. «Un sogno non vedere la sua faccia in tv», twit­ta Danilo. E c’è anche chi si spinge sulla pagina Fa­cebook del nostro quotidiano per augura­re, tra i tanti commenti di solidarietà, che la Cassazione condanni il direttore e lo blindi il prima possibile. In certi meandri del web e dei social network sembra che l’odio non abbia mai fine e se c’è il villag­gio globale doveva pur esserci anche la su­burra globale: un inferno in cui tutti vomi­tano insulti. Insomma, mentre in rete compaiono paginate e paginate di insulti e minacce di morte, un giudice vuole sbat­tere Sallusti in galera per un’opinione (neppure sua). E questa, purtroppo, non è una freddura di Spinoza. Anche se in un paese normale la sarebbe.


E i veri delinquenti intanto restano liberi


Viaggio in un sistema impazzito: truffatori, ladri e scippatori dormono tranquilli: grazie alla condizionale non entrano in carcere

Stefano Zurlo - Sab, 22/09/2012 - 08:17


Il truffatore che su internet ha venduto la luna e ha spillato un bel gruzzolo al credu­lone di turno.

Il dipendente infedele che ha scavato un buco nella contabilità azienda­le e ha messo da parte un tesoretto. Il giova­ne che spinge e minaccia l’agente che si era insospettito e voleva controllarlo. È lungo l’elenco dei candidati alla condizionale che arrivano nelle aule dei tribunali e otten­gono la sospensione della pena. Natural­mente, il ragionamento che si può fare è del tutto teorico e non può essere generalizza­to. Tanti, tantissimi sono i fattori che contri­buiscono a disegnare una pena.

E però più di una volta il ladro riesce a «farla franca». Più di una volta anche lo scippatore esce senza ammaccature dal processo. Il gioco delle attenuanti e delle aggravanti, la scelta del rito, la biografia dell’imputato: tutto concorre al calcolo finale e alla determina­zione della pena che può essere al di sopra o al di sotto della fatidica asticella collocata a quota 24 mesi. Di qua, ma solo per una vol­ta, scatta la famosa condizionale;di là l’ese­cuzione della pena, secondo le modalità stabilite dalla legge. Carcere, detenzione domiciliare, affidamento in prova ai servizi sociali, di fatto automatico quando la pena non supera i 3 anni.

TRUFFA

Se si parla con qualche magistrato, si scopre che è il classico reato punito con una pena lieve.Un anno.Quindici mesi.Di­ciotto mesi. Puoi aver promesso sulla carta una casa che non c’era.Puoi aver offerto su internet, previo pagamento anticipato, qualunque cosa, dal corso di uno sport an­cora poco praticato al cane di una razza che non esiste. L’illusionista che ha abbagliato il cliente sa che, se malauguratamente do­vesse essere scoperto, i danni saranno limi­tati.

Con una buona probabilità di ascolta­re una sentenza poco più che simbolica. Spesso, poi, i procedimenti per truffa sem­plice si fermano prima del verdetto, alla de­nuncia o poco più avanti e, se camminano, vengono infine ghigliottinati dalla prescri­zione. Anche Wanna Marchi. Aveva colle­zionato accuse qua e là per l’Italia, ma ave­va continuato ad ingannare gli italiani dal cielo delle tv. Poi, dopo lo scoop di Striscia la notizia, a Milano le puntarono contro i cannoni di un reato gravissimo: l’associa­zione a delinquere finalizzata alla truffa. E tutto cambiò.

APPROPRIAZIONE INDEBITA

Sei più bra­vo di una talpa e apri una galleria nella con­tabilità dell’azienda? Ancora una volta il co­dice consente di stare bassi e in linea gene­rale i magistrati non picchiano duro. La pe­na sta ampiamente sotto i due anni e la con­dizionale si apre come un paracadute. Re­sta inteso che il dispositivo funziona solo una volta, due in casi eccezionali, poi an­che se la condanna è modesta, chi ha sba­gliato pagherà.

FURTOE SCIPPO

In linea generale chi ruba non viene scoperto e dunque il problema non si pone. Ma anche chi viene pescato mentre affonda le mani negli scaffali di un supermercato, ha discrete chance di uscir­ne a costo zero. Non va allo stesso modo per lo scippatore. Lo scippo è un furto aggrava­to e la pena minima è fissata dal legislatore a tre anni. Ben oltre il tetto. Ma c’è un ma che può far scendere la pena: la concessio­ne delle attenuanti generiche.

Le generi­che possono essere date per tante ragioni: perché chi ha afferrato la borsetta della vec­chi­etta ha solo 19 anni e non gli si vuole rovi­nare la vita; o perché ha risarcito almeno in parte i soldi portati via. O per altro motivo. L’attenuante bilancia l’aggravante:lo scip­po torna ad essere considerato come un fur­to. Da tre anni si scende a due, se non di me­no, con la condizionale di nuovo a portata di mano. Ma non è finita: se si sceglie l’ab­breviato si ha diritto allo sconto di un terzo. Dunque, la pena si blocca a 1 anno e 4 mesi. E di fatto la condanna diventa virtuale.

RESISTENZA A PUBBLICO UFFICIALE

An­che in questo caso il giudice ha, in linea ge­nerale, la mano leggera. Spesso però si trat­ta di un reato satellite: chi attacca gli agenti lo fa perché ha altro da nascondere. E la pe­na sale e scende vertiginosamente come l’ascensore di un grattacielo.