mercoledì 19 settembre 2012

I Phone 5: attenzione alle false mail di consegna

Corriere della sera

Oltre 40mila falsi messaggi Ups e FedEx segnalano il recapito del telefono. Ma in realtà installano un trojan bancario

La schermata del falso messaggio Ups di consegna dell'iPhoneLa 

Molti dei due milioni di acquirenti dell'iPhone5 stanno aspettando la mail di notifica per la consegna del tanto atteso melafonino. Messaggi che dovrebbero arrivare da Ups e FedEx, i corrieri incaricati da Apple. Peccato che qualcuno abbia pensato di sfruttare l'attesa diffondendo false mail di consegna.

Lo script del trojan

45 MILA EMAIL - Come riportato da molti utenti sui forum, a tanti è capitato di aver ricevuto una mail che preannunciava la consegna. Al messaggio è allegato un file htm con un link che dovrebbe fornire le informazioni sullo stato dell'ordine. Ma cliccandoci sopra si viene reindirizzati su un altro link che installa un trojan bancario sul Pc. Truffa informatica, dunque. Secondo WebSense, società di sicurezza informatica, le email esca intercettate sarebbero 45 mila. «Le esche UPS/FedEx non sono una novità ma di questi tempi- quando le persone stanno aspettando con impazienza un'email di questo tipo - è molto probabile che i destinatari abbasseranno le proprie difese ed eseguiranno il file allegato», ha dichiarato Patrik Runald, direttore del Security Labs di Websense. Il consiglio? «Fare attenzione se si sta aspettando la notifica di consegna e non aprire gli allegati contenuti nella mail».


Marta Serafini
@martaserafini19 settembre 2012 | 18:25

Blogger e leader del Pirate Party chiede la rimozione del proprio libro «piratato»

Corriere della sera

Julia Schramm, da sempre in lotta contro il copyright vieta la diffusione online del proprio libro.

Julia Schramm, autrice di «Cliccami: diario di un'esibizionista in Internet»Julia Schramm, autrice di «Cliccami: diario di un'esibizionista in Internet»

La blogger Julia Schramm è una delle leader del Pirate Party. E come tutti gli arrembanti «pirati» si batte per spezzare i legacci del copyright in nome della libera condivisione digitale. Lei stessa, componente del comitato esecutivo del movimento, è in prima linea nella lotta per la liberazione della proprietà intellettuale. Soprattutto quella altrui. Perché quando si tratta del proprio lavoro, e dei diritti editoriali che finiscono nelle proprie tasche, le cose cambiano. Esattamente come una qualsiasi multinazionale dell'editoria o della discografia, Schramm ha infatti chiesto la rimozione del suo ultimo libro da una popolare piattaforma di condivisione online. E i siti di condivisione, educatamente, hanno eseguito.

LA RIMOZIONE - L'ultima opera di Julia Schramm si intitola «Cliccami: diario di un'esibizionista su twitter», ed è il frutto della sua fortunata attività di blogger. Come rivela Spiegelonline, solo come anticipo, l'editore Knaus Verlag, del gruppo britannico Random House, le ha versato la bellezza di 100mila euro. Ed è in virtù di questo contratto che è stato necessario chiedere ai vari siti che avevano piratato il pdf del testo l'immediata rimozione. Una procedura di notice and takedown, disclipinato dal tanto odiato (dai pirati) Digital Millennium Copyright Act. Lunedì scorso, cliccando «Cliccami» appariva la seguente risposta: «Questo file non è più disponibile a causa di una richiesta di rimozione ai sensi del Digital Millennium Copyright Act presentata da Julia Schramm e dal gruppo Verlag».

Cattura
LA GIUSTIFICAZIONE DELL'AUTORE - Julia Schramm ha spiegato di non aver potuto fare altrimenti. E che, comunque, «Testi gratuiti saranno sempre a disposizione dei lettori sul mio blog. Così come sarà possibile leggere alcuni estratti del libro». La blogger ha poi promesso di pubblicare gratis il nuovo volume, una volta riconquistati i diritti d'autore a 10 anni dalla prima pubblicazione.


Antonio Castaldo
gorazio
19 settembre 2012 | 17:34

Dalle vignette blasfeme a Wikileaks se la libertà dei media sfida la morale

La Stampa

E' giusto pubblicare qualsiasi cosa e qualsiasi immagine sempre e senza autocensure?. Quali sono i limiti da rispettare?


Le 75.000 copie del settimanale Charlie Hebdo con le vignette di Maometto distribuite questa mattina nelle edicole francesi sono tutte esaurite: nella foto, il  direttore del settimanale, Charb

 

FRANCESCA PACI
roma


Prima il film anti-islam "Innocence of muslims", ora le vignette della rivista satirica francese Charlie Hebdo con Maometto raffigurato senza veli. La rabbia musulmana, che il settimanale americano Newsweek ha messo in prima pagina scatenando reazioni contrastanti su Twitter, risponde alle provocazioni con un tempismo talmente fulminante e una irrazionalità indipendente dalla cronaca (quanti hanno visto il trailer e quanti il numero corrente di Charlie Hebdo?) da far ipotizzare ad analisti e studiosi la presenza di un burattinaio. Il tempo ci dirà come sono andate e stanno andando le cose. Poste però le debite differenze tra diritto di opinione e diritto d'offesa, e solo dopo aver condannato la violenza assassina (bello, a questo proposito, l'editoriale di Thomas Friedman sul New York Times), non è la prima volta che ci troviamo di fronte a casi complicati, in cui la libertà d'informare (o anche solo di comunicare un'opinione) entra in conflitto con la morale, i costumi, la buona educazione, la legge.

E non solo quando si tratta d'islam, anche se purtroppo quando si tratta di islam le reazioni degenerano rapidamente fino a produrre, negli scenari peggiori, l'inferno di Bengasi in cui sono stati uccisi l'ambasciatore americano Stevens e altri tre diplomatici. E' giusto pubblicare qualsiasi cosa e qualsiasi immagine sempre e senza autocensure, come grossomodo indica il modello Wikileaks? Ci sono limiti, e casomai quali, a ciò che si può pubblicare, soprattutto nell'era di internet in cui le informazioni viaggiano a 360° e alla velocità della luce assumendo, una volta "postate", una autonomia quasi irreversibile? Sì? No? La questione è più che mai aperta nel mondo senza confini in cui però rinascono (per reazione?) le identità (nazionali, religiose, etniche, culturali). Ecco alcuni esempio di casi "problematici".

30 settembre 2005
Il quotidiano danese Jyllands Posten pubblica dodici caricature del Profeta Maometto, in una delle quali è raffigurato con una bomba al posto del turbante. Il giornale norgevese Magazinet le riprende e - mentre le vignette si moltiplicano in rete raggiungendo luoghi dove i giornali danese e norvegese non sarebbero arrivati mai - in tutto il mondo si scatena la rabbia dei musulmani. Il 2 novembre dell'anno precedente il regista olandese Theo van Gogh era stato assassinato da un estremista islamico come ritorsione per il suo film Submission (il film continua a venire mostrato quasi si vuole provare l'incompatibilità tra islam e democrazia, così come il cortometraggio Fitna girato dal politico olandese Geert Wilders nel 2008).
 
24 febbraio 2010 Tre dirigenti di Google vengono condannati per violazione della privacy (ma non per diffamazione) a sei mesi di reclusione. La sentenza del Tribunale di Milano si riferisce a un filmato pubblicato su Google video nel 2006 in cui un minore affetto da sindrome di down veniva picchiato da quattro compagni di scuola dell'istituto tecnico Steiner di Torino (condannati a un anno di messa in prova presso l'associazione di cui fa parte la vittima). ll video era stato girato nel maggio 2006, caricato su Google Video l'8 settembre e rimosso il 7 novembre.

Si tratta del primo procedimento penale a livello internazionale che vede imputati responsabili di Google per la pubblicazione di contenuti sul web. La stampa anglosassone attacca l'Italia accusandola d'essere liberticida e Google replica: «Ci troviamo di fronte ad un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet. La Legge Europea è stata definita appositamente per mettere gli hosting providers al riparo dalla responsabilità, a condizione che rimuovano i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza». L'ambasciata americana a Roma la sentenza rischia di mettere a repentaglio la libertà di internet.
 
2 settembre 2011 Wikileaks mette integralmente in rete 251 mila cable della diplomazia statunitense senza ritocchi editoriali (unredacted), vale a dire senza cancellare i nomi di collaboratori e informatori locali che a quel punto diventano noti a chiunque. Molti commentatori attaccano l'organizzazione guidata da Julian Assange giudicandola criminale. I media ex partner di Assange - il Guardian, il New York Times, Der Spiegel, El Pais e Le Monde - pubblicano un durissimo comunicato congiunto condannando la "non necessaria" diffusione dei dati integrali. Wikileaks spiega che la colpa, casomai, ricade sul giornalista del Guardian David Leigh, il quale nel luglio del 2010 aveva pubblicato nel suo libro WikiLeaks: Inside Julian Assange’s War on Secrecy la password d'accesso cosegnatagli in precedenza da Assange. Comunque sia andata il risultato è che decine di collaboratori degli americani, residenti in zone non esattamente rispettose delle differenti scelte altrui, si trovano scoperte.
 
18 settembre 2012
Il settimanale francese Closer viene condannato per la pubblicazione delle foto di Kate Middleton in topless: il magazine non potrà vendere né diffondere ulteriormente gli scatti incriminati (ma ha già venduto 500mila copie, 100mila più del solito). Il direttore del giornale rischia fino a un anno di prigione e 45mila euro di ammenda. Internet nel frattempo ha ripreso e rilanciato la storia e le immagini a 360° tanto che gli avvocati della famiglia reale britannica rinunciano a chiedere il ritiro delle copie già in circolazione ammettendo implicitamente che il danno è fatto. La sentenza promette 10 mila euro al giorno di multa per ke future eventuali pubblicazioni ma non impedisce ad altri editori di pubblicare le foto, perché appartengono a chi le ha scattate. Il direttore del tabloid Irish Daily Star, che ha pubblicato le foto, viene allontanato. Ebay rinuncia alla possibilità di vendere online le copie di Closer.


Twitter: frapac71

Non ha ucciso l'ex moglie". L'assoluzione arriva dopo 11 anni

La Stampa

Il cadavere della donna fu trovato in un canale. Nel 2010 la Cassazione aveva ordinato un nuovo processo


Marco Benvenuti

Assolto, definitivamente. A distanza di oltre un decennio è finita l'odissea giudiziaria di Domenico Merisi, 61 anni, già vigile urbano di Terdobbiate ora assessore comunale ai lavori pubblici: non ha ucciso l'ex moglie Margherita Berrafato gettandone il corpo nel canale. Così ha deciso la Corte d'Assise d'Appello di Torino confermando le sentenze emesse dal gip di Novara nel 2007 e da una prima Corte d'Appello nel 2010. La Cassazione aveva annullato quest'ultima decisione per carenza di motivazione, ordinando un nuovo processo. E ieri il caso è stato riesaminato: «Finalmente è finita - commenta il legale di Merisi, l'avvocato Gianni Correnti -. La giustizia è stata lenta, sofferta, ma ha comunque trionfato: nessun innocente è stato condannato».

Si chiude così una tormentata vicenda iniziata la mattina del 30 novembre 2001, quando il corpo della quarantenne Margherita fu ripescato cadavere nelle acque del Quintino Sella a Terdobbiate. Sulla donna nessun segno di violenza. Tragica fatalità, per la Procura di Novara, che archiviò l'inchiesta. Una decisione cui si opposero i parenti della vittima, che riuscirono a far riaprire il caso dalla Procura generale. L'ipotesi: omicidio per gelosia. Nel corso dei vari processi il procuratore Anna Maria Ronchetto ha sempre chiesto per Merisi 30 anni di carcere. Così è stato anche ieri. Ma gli unici ad essere stati condannati, per le spese di giudizio, sono stati i parenti della defunta.

Abu Omar, nuovo processo per gli ex vertici del Sismi

La Stampa

La sentenza della Cassazione: Pollari e Mancini alla sbarra. Confermata la condanna per i 23 agenti della Cia responsabili del rapimento dell'imam egiziano


Nicolò Pollari, ex direttore del Sismi

 

Roma

Devono essere riprocessati, dalla Corte di Appello di Milano, gli ex vertici del Sismi Nicolò Pollari e Marco Mancini per la vicenda del rapimento dell’ex imam Abu Omar, per la quale erano stati dichiarati non processabili in nome del segreto di Stato. Lo ha appena deciso la Cassazione. Il nuovo processo d’appello si svolgerà anche a carico dei capicentro del Sismi, Giuseppe Ciorra, Raffaele Di Troia e Luciano Gregorio. Per loro, come per Mancini e Pollari, la V Sezione Penale della Suprema Corte ha accolto il ricorso della Procura di Milano e quello dei legali di Abu Omar e della moglie. Abu Omar venne rapito da agenti della Cia il 17 febbraio 2003, ora vive in Egitto e non può espatriare.

Confermate, dalla Cassazione, le condanne per i 23 uomini della Cia responsabili del rapimento dell’ex imam egiziano Abu Omar. La Suprema Corte ha reso definitiva la condanna a sette anni di carcere per tutti gli imputati americani e a nove anni per il capo area Robert Lady. I 23 agenti della Cia sono latitanti e giudicati in contumacia. Nei confronti di Lady è attivo il provvedimento di sequestro di una sua abitazione, sul lago, in territorio italiano.

Adesso, dopo questo verdetto, il ministero della Giustizia - a quanto si è appreso da fonti legali - dovrà richiedere l’estradizione, in Italia, dei 23 agenti. Con questa decisione legata al misterioso sequestro dell’ex imam di Milano, avvenuto il 17 febbraio del 2003, la Suprema Corte si è allineata alle richieste della pubblica accusa rappresentata da Oscar Cedrangolo che, nel luglio scorso, aveva chiesto di dire no al segreto di Stato che il 15 dicembre 2010 aveva indotto la Corte d’Appello di Milano a dichiarare il «non doversi procedere» nei confronti di Nicolò Pollari, Marco Mancini, ex vertici del Sismi e per gli altri 3 funzionari.

Piazza Cavour, inoltre, ha messo la parola fine alle 23 posizioni degli agenti della Cia respingendo tutti i 23 ricorsi. In questo caso la pubblica accusa di piazza Cavour, sempre lo scorso luglio, aveva chiesto un nuovo processo per i 23 agenti evidenziando un «difetto di notifica» ai difensori degli 007. Respingendo i 23 ricorsi, invece, la Cassazione ha inteso dire che il processo a loro carico si è svolto correttamente, con giustizia, con tutte le garanzie per imputati contumaci. Nel processo sul sequestro ad Abu Omar c’era in ballo la questione risarcitoria: un milione e mezzo di euro di risarcimento all’imam e alla sua consorte.


Il caso Abu Omar, i "rapimenti" della Cia
La Stampa


Osama Hassan Mustafa Nasr, noto come Abu Omar, in un'immagine di archivio

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Caso Abu Omar, le tappe della vicenda


A CURA DI MARCO BARDAZZI


Che cosa si intende per «extraordinary rendition»? La definizione, che letteralmente può essere tradotta come «consegna straordinaria», è riferita a una pratica utilizzata in particolare dalla Cia per trasferire in segreto personaggi sospettati di terrorismo in varie parti del mondo.
 
Quali sono i casi più noti e meglio documentati?
Il più celebre è senza dubbio il sequestro dell’ex imam di Milano Abu Omar, un caso su cui è ora arrivata una sentenza che segna un precedente a livello internazionale. In Gran Bretagna hanno avuto vasta eco le accuse di un britannico di origini etiopi, Binyam Mohamed, che dopo aver lasciato Guantanamo sarebbe stato ripetutamente trasferito e torturato in Pakistan, Marocco e in un «black site» vicino a Kabul. Il tedesco Khaled Masri e il canadese Maher Arar hanno denunciato in varie corti di giustizia vicende analoghe.
A che cosa serve una procedura del genere? 

Lo scopo è custodire e interrogare prigionieri in modo clandestino, senza sottostare ai vincoli imposti dalle leggi federali americane. L’amministrazione Bush negli anni scorsi ha respinto ogni accusa di aver trasferito detenuti allo scopo di farli torturare. Inchieste di organismi internazionali hanno però concluso che gli Usa hanno violato la Convenzione dell’Onu sulla tortura.
 
Si tratta di una pratica istituita dopo l’attacco all’America dell’11 settembre 2001?
No. Le «renditions» cominciarono a venir utilizzate dagli Stati Uniti già negli anni Ottanta come arma contro il terrorismo internazionale, prendendo di mira in particolare i dirottatori palestinesi. Il programma delle «extraordinary renditions» vere e proprie fu però varato nel 1995 con una direttiva presidenziale (Pdd 39) da Bill Clinton. Nei primi anni di attività di Al Qaeda, la Casa Bianca clintoniana era pronta a ricorrere a operazioni clandestine per trasferire terroristi islamici in paesi dove fossero disponibili metodi d’interrogatorio duri, come l’Egitto.
 
Che cosa è accaduto dopo il 2001?
Rivendicando poteri straordinari necessari per far fronte alla «guerra al terrorismo», l’amministrazione Bush ha dato il via a una lunga serie di catture clandestine all’estero e trasferimenti segreti di presunti terroristi. Il governo di Washington ha sostenuto che, viste le caratteristiche particolari della sfida aperta da Al Qaeda distruggendo le Torri Gemelle, occorrevano strumenti straordinari per combatterla e ha attribuito all’esecutivo questi poteri. È in un certo senso la stessa logica che ha spinto a etichettare i prigionieri catturati in Afghanistan come «combattenti nemici» e a creare per loro a Guantanamo un sistema speciale di detenzione e giustizia militari. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha però ripetutamente bocciato questa interpretazione dei poteri del presidente.
 
Quanti sono i casi di «renditions» avvenuti in questi anni?
Non esistono dati ufficiali, soltanto stime: secondo un’inchiesta condotta per conto del Consiglio d’Europa dallo svizzero Dick Marty, almeno un centinaio di persone sarebbero state prelevate dalla Cia in vari paesi e poi trasferite in centri di detenzione segreti («black sites») o consegnate ai servizi segreti di paesi come Egitto, Giordania e Marocco. Un altro rapporto del Parlamento Europeo sostiene che la Cia ha compiuto 1.245 voli non dichiarati sopra l’Europa, in alcuni casi per trasferire prigionieri verso paesi che praticano la tortura. Secondo il rapporto Marty, quattordici governi europei (tra cui l’Italia) sono stati coinvolti a vario titolo nelle operazioni clandestine.
 
Cosa sono i «black site»?
Si tratta di prigioni segrete dove la Cia avrebbe detenuto e interrogato una trentina di presunti leader di Al Qaeda. Rivelazioni emerse in questi anni li collocano in un paio di paesi dell’Europa orientale, in Thailandia e in Afghanistan. Il presidente George W. Bush li ha ufficialmente svuotati nel 2006, trasferendo i detenuti a Guantanamo.
 
Barack Obama ha cambiato le cose? Due giorni dopo l’insediamento alla Casa Bianca, il nuovo presidente ha firmato ordini esecutivi che vietano qualsiasi pratica di interrogatorio che violi le leggi nazionali e internazionali, con un divieto assoluto di ricorrere alla tortura. I media americani, in particolare il «New York Times», negli ultimi mesi hanno però accusato Obama di non aver sollevato il velo sulle pratiche clandestine degli ultimi anni, per non trovarsi costretto a dare il via a inchieste e processi che coinvolgerebbero la Cia ed esponenti della passata amministrazione.


La Stampa



Il Caso Abu Omar fa riferimento al rapimento e trasferimento in Egitto, suo Paese di origine, dell'Imam di Milano Hassan Mustafa Osama Nasr, noto appunto come Abu Omar (foto). Una spy-story per la quale sono imputati l'ex direttore del Sismi, Nicolò Pollari, alcuni suoi uomini, e 26 agenti Cia. In Egitto Abu Omar fu poi torturato, tanto da subire lesioni permanenti.


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Voi dareste un bambino a questa coppia?

Libero

Vendola fa campagna elettorale sulla vita privata: nozze e adozioni gay. Ma un leader che spacca l'Italia e scorda la crisi è affidabile?

Cattura
La carta elettorale su cui Nichi Vendola punta tutto è stata scoperta da tempo. Sono i diritti civili: nozze gay, anche le adozioni. La campagna del governatore della Puglia sul tema è ormai diventata martellante. E' un tema che sta spaccando la sinistra, il Partito Democratico e, in parte, anche l'Italia. Vendola non molla, e ribadisce che vuole celebrare il matrimonio con il suo compagno, Eddy Testa.

Recentemente, intervistato da Vanity Fair, il leader di Sinistra e Libertà ci raccontò i suoi sogni, nei quali si trovava al cospetto di un prete, al quale per tutta la vita ripeteva il fatidico "sì", quello che gli avrebbe permesso di convolare a nozze. Oggi, mercoledì 19 settembre, intervistato dal quotidiano Pubblico ha addirittura alzato l'asticella: non solo matrimonio, ma anche adozioni. Non che la posizione del governatore pugliese non fosse nota, ma sbandierarla sui media nei giorni più caldi della campagna elettorale tutta interna alla sinistra rende le acque ancora più agitate. "Se ora potessi fare quello che voglio, farei un figlio", ha sottolineato Vendola, che ha ribadito che potrebbe essere un ottimo padre.

Un leader poco credibile - L'ultimo risultato delle ultime esternazioni vendoliane - con sommo gaudio della destra che osserva l'autodistruzione degli avversari politici - è stato una bella lettera aperta di 30 membri del Pd (la corrente dei Popolari guidata da Fioroni) in cui si intima a Bersani di non far partecipare Nichi alle primarie di coalizione. Anche per ampie frange del Pd (quel Pd che poche settimane fa sembrava a un passo dall'abbraccio con l'Udc di Casini) delle posizioni di Vendola non ne possono più: il partito è spaccato.

Oltre alle pressioni di Renzi, ci sono quelle di Vendola, che vuole portare i democrat alla sinistra della sinistra. Insomma, il leader di Sel sfrutta la sua vita privata per la campagna elettorale. Il risultato? Il dibattito (interno alla sinistra, e non solo) si polarizza su temi certo significativi, ma residuali rispetto ai problemi dell'Italia di oggi: crescita, tasse, disoccupazione, come uscire dalla crisi, insomma.

Senza voler entrare nel merito delle posizioni di Vendola, è legittimo interrogarsi sull'effettiva necessità di spostare il dibattito politico su matrimoni ed adozioni per le coppie omosessuali. E' affidabile, o credibile, un leader che nel bel mezzo della peggiore crisi economica dell'Italia del dopoguerra fa campagna elettorale sulle unioni e le adozioni omo? E voi affidereste un figlio a un leader poco credibile?

Google+ dice no all'anonimato Ma lo brevetta

La Stampa

Brevettata una tecnologia per creare alias all'interno del social network. Ma resterebbe l'obbligo di registrarsi col proprio nome

CLAUDIO LEONARDI


Fin dalla nascita, Google+, il social network dell'omonimo motore di ricerca, si è distinto nella lotta ai profili anonimi o coperti da nomi fasulli. Le regole del servizio sono chiare e piuttosto severe nel disincentivare l'uso di false identità: "Google considera il collegamento tra persone sul Web come il collegamento tra le persone nel mondo reale. Per questo motivo, è importante utilizzare il proprio nome comune, in modo che le persone con cui si desidera entrare in contatto possano trovarci" è spiegato nella pagina sulle norme che regolano la creazione della propria identità digitale. Una politica che, recentemente, si è voluta estendere anche a YouTube.

Desta un po' di sorpresa, dunque, scoprire, come avrebbero fatto sul sito Slashdot, che nello stesso momento in cui il motore di ricerca combatte l'anonimato provvede anche a "brevettarlo". Risulterebbe infatti, spulciando nell'Uspto, registro statunitense dei brevetti, che Google abbia inventato e "patentato" un sistema per la creazione e gestione di più alias all'interno dei social network, per proteggere l'utenza dal rischio di stalking o furto di identità. Si chiama "Social computing personas for protecting identity in online social interactions" e, secondo quanto si legge nella sintetica descrizione del registro, "utilizza un account engine per ricevere informazioni per una pluralità di identità (personas) e per associare le informazioni delle diverse identità a un account".

Che significa, in sostanza? Apparentemente, che Google avrebbe trovato il modo di salvare capre e cavoli. Con il suo sistema brevettato, permetterebbe ai suoi iscritti di essere visibili all'esterno con uno o più pseudonimi, ma avrebbe modo di sapere che quegli pseudonimi si riferiscono a una persona con identità ben precisa. Ti registri come Andrea Rossi, ma alcuni contatti nelle tue cerchie sul social network potrebbero conoscerti come Ramses II, o qualunque altro nickname. Il condizionale, naturalmente, è d'obbligo, dal momento che la tecnologia, fresca di brevetto, non è ancora stata integrata su nessun servizio. La battaglia contro l'anonimato online, che aveva anche sacrosanti fondamenti, costava però a Google la cancellazione di molti, forse troppi account. L'abitudine a nascondersi o, se si preferisce, a proteggersi dietro pseudonimi è profondamente radicata nelle abitudini degli utenti.

Dura, dunque, cancellarla. E tuttavia, quando si sostiene una questione di principio, non fa una bellissima impressione trovare scorciatoie. Il motore di ricerca ha sempre sostenuto la necessità della trasparenza e della sincerità sul suo network, perché le relazioni virtuali si sovrapponessero a quelle reali. La soluzione proposta, invece, sembrerebbe dare garanzie di tipo legale a Google, e in parte anche all'utenza, ma riproporre il modello dell'anonimato nelle relazioni online, con l'ammissione implicita che mostrarsi in Rete comporta ancora qualche rischio.

Onda, il pastore antimine, va in pensione

Corriere della sera

Dopo sei anni passati a scovare pacchi esplosivi in Libano e in Afghanistan, a riposo il cane che ha salvato numerose vite umane

Onda e il suo 'conducente'Onda e il suo 'conducente'


SHAMA (LIBANO) - Dopo sei anni passati a scovare mine e pacchi esplosivi, finalmente Onda va in pensione. Questo pastore tedesco di nove anni è uno dei cinque amici a quattro zampe che attualmente operano nella base di Shama, nel sud del Libano, sotto la supervisione di altrettanti militari, membri del Gruppo cinofilo dell’Esercito italiano di Grosseto. Il prossimo mese Onda tornerà in Italia e potrà godersi una serena “vecchiaia” dopo aver partecipato a ben 4 missioni in aree di crisi e aver contribuito a salvare la vita di numerosi nostri connazionali.

L’ESPERIENZA - Il principale compito di Onda, negli ultimi sei mesi, è stato di evitare che nella base italiana dell’Unifil (la missione di pace in Libano organizzata dalle Nazioni Unite e in cui sono impegnati circa 1100 soldati del nostro Paese) entrassero ordigni nemici: ogni veicolo che arriva nell’installazione militare deve essere analizzato dall’animale che, grazie al suo formidabile fiuto, riesce a snidare qualsiasi minaccia. Poi assieme agli altri amici a quattro zampe Rock, Vlasco, Ombra e Uxo, deve accompagnare i soldati italiani nelle perlustrazioni e individuare l’eventuale presenza di mine e ordigni bellici nella parte meridionale del paese mediorientale.

Al fianco del suo inseparabile conducente, il sergente Marco D’Ambrosio, trentacinquenne originario di Caivano (Na), Onda è ormai una veterana dei luoghi di crisi: nel 2008 ha lavorato in Kosovo, l’anno successivo è stata in Afghanistan mentre in Libano è già alla sua seconda esperienza: «Onda è abituata a viaggiare qualche metro davanti alle truppe – dichiara orgoglioso il sergente d’Ambrosio – Nel momento in cui le metto il collare, capisce che il suo compito è trovare gli ordigni. Quando riconosce la presenza di una sostanza esplosiva, si siede per richiamare la mia attenzione. A questo punto intervengono gli artificieri e Onda è premiata con una pallina di gomma. Dopo anni di lavoro assieme, tra noi si è creato un binomio perfetto».

  • Onda, il pastore antimine, va in pensione (19/09/2012)
    L’ADDESTRAMENTO - Onda, come tutti i cani che lavorano con le truppe italiane, è stata addestrata dal Gruppo cinofilo dell’esercito nel Centro militare veterinario di Grosseto. Le razze privilegiate dai soldati nostrani sono i pastori tedeschi e i pastori belgi malinois. I primi sono considerati più riflessivi, i secondi più reattivi: entrambi si adattano alle esigenze delle truppe e dei loro padroni. Una volta compiuti undici mesi, Onda ha cominciato l’addestramento di un anno con il suo conducente e ha imparato a distinguere e a individuare decine di esplosivi. E’ poi seguito il “training on job” in Kosovo durante il quale il cane ha dimostrato di aver appreso le tecniche per riconoscere la presenza di ordigni.

I SUCCESSI - «Fortunatamente in Libano – dichiara il sergente Alessandro Nerilli, conducente del cane Rock – durante la nostra permanenza nessun soldato italiano è morto a causa di una mina o di un esplosivo. Ci fidiamo ciecamente dei nostri cani e loro si fidano di noi». Eppure di brutte avventure Onda e il sergente D’Ambrosio ne hanno vissute parecchie: «Sicuramente il periodo in Afghanistan è stato il più stressante – dichiara il trentacinquenne - Laggiù ogni giorno succedeva qualcosa. Ricordo la prima volta che ha scovato una mina anticarro. Eravamo a Farah, all’uscita da un villaggio davanti al nostro esercito.

Ci precedevano le truppe afghane che dopo alcune ore di marcia hanno trovato una lamiera al centro della strada. Avevamo percorso durante la mattinata la stessa strada e quella lamiera non c’era. A questo punto è intervenuta Onda che prima si è avvicinata al punto sospetto e poi si è subito seduta. Gli artificieri hanno stabilito che sotto la lamiera c’era un piatto di pressione collegato a una mina di 7 kg. Avrebbe potuto distruggere un carro armato e uccidere parecchie persone. Mentre gli artificieri lavoravano, il mio cuore batteva a mille, ma alla fine sono stato molto orgoglioso del lavoro portato a termine».

FUTURO - Il sergente sa che un altro amico a quattro zampe lo accompagnerà nel suo prossimo viaggio in un’area di crisi. Tuttavia non nasconde che nessuno potrà sostituire Onda nel suo cuore: la cagna dal prossimo ottobre vivrà nel giardino di casa sua a Grosseto, giocando con i due piccoli figli del militare: «I cani non ottengono né uno stipendio né una pensione dallo Stato - scherza il sergente – Eppure danno un aiuto incredibile all’esercito italiano».

Francesco Tortora
19 settembre 2012 | 13:08

Il papiro svela: "Gesù disse loro: «Mia moglie...»"

La Stampa


"Gesù disse loro: «Mia moglie...»". E' questa la frase che sarebbe contenuta in un frammento di papiro in copto del quarto secolo presentato a un convegno in corso a Roma duna storica della Cristianità antica della Harvard Divinity School.
 
Il frammento è più piccolo di un biglietto da visita e contiene otto righe di scrittura in inchiostro nero leggibili solo con la lente di ingrandimento. «Lei sarà in grado di essere mia discepola», sarebbe un'altra frase contenuta nel testo di cui dà notizia il New York Times sul suo sito online.

A dare l'annuncio della scoperta, che ricorda le trame del Codice da Vinci di Dan Brown, è stata Karen King, la prima donna a occupare la cattedra più antica degli Stati Uniti. La provenienza del papiro resta un mistero e il suo proprietario ha chiesto di restare anonimo, scrive il New York Times.

Fino a oggi, quando lo ha presentato al Convegno Internazionale di Studi Copti, la King aveva mostrato il frammento a un ristrettissimo circolo di parirologi e linguisti secondo i quali è «probabilmente» autentico. La studiosa e i suoi collaboratori attendono con mente aperta il parere di altri studiosi, pronti a vedere ribaltate le loro conclusioni preliminari.

In una intervista al New York Times e ad altri giornali americani, la King ha sottolineato che il frammento non deve essere preso come la prova che il Gesù storico fosse effettivamente sposato. Il testo sarebbe stato scritto secoli dopo la vita di Gesù e tutta la prima letteratura cristiana non sfiora la questione.

Ma la scoperta a suo avviso è interessante perché «conferma antiche tradizioni secondo cui Gesù era stato sposato. Ce n'era una già nel secondo secolo - ha detto la studiosa di Harvard - legata al dibattito se i cristiani dovessero sposarsi e avere rapporti sessuali».


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Trent'anni fa la prima emoticon, la felicità espressa in tre puntini

La Stampa

Ne esistono decine, raffigurano stati emotivi, animali e oggetti, e sono diventate componenti fondamentali dell'espressione legata alla parola digitale


Il papà dell'emoticons Scott Fahlman

 

Felicità, tristezza o complicità, bastano tre punti per esprimere un'emozione. Trent'anni fa, dalla sua camera alla Carnegie Mellon University,  l'allora studente Scott Fahlman inviò la prima emoticon in un forum di discussione universitario. Lo studente suggerì ai suoi compagni un modo convenzionale per distinguere i messaggi positivi da quelli negativi, attribuendo il simbolo  :-) ai primi e il :-( ai secondi. In realtà, Fahlman, non è stato il primo utilizzatore delle faccine, ma la nascita del simbolo è attribuita a lui in quanto prima persona ad utilizzarlo pubblicamente. Comunicare non significa esclusivamente parlare. I gesti, gli sguardi, le espressioni, il tono della voce, sono una componente fondamentale che può attribuire diversi significati alla stessa parola.

Con l'avvento dell'era informatica e dello scrivere dietro uno schermo, gli individui hanno subito avvertito la necessità di trovare metodi che potessero esprimere il proprio stato d'animo accanto alle parole digitate. La necessità di comunicare le emozioni, affonda le radici addirittura all'epoca del telegrafo, quando per mandare affetto a un caro lontano si utilizzava  l'abbreviazione del codice morse 73, che poi diventò 88, per indicare "love and kisses". Tra gli utilizzatori di emoticons del '900 troviamo celebri personaggi che hanno ben saputo giocare con le parole, ma che accanto a quelle parole hanno avvertito l'esigenza di una contestualizzazione emozionale. 

Luigi Pirandello,  utilizzò i due accenti circonflessi ^^ per descrivere le sue sopracciglia corrugate e il giornalista americano Ambrose Bierce, già nel 1912 utilizzava il simbolo \_/ per esprimere il suo sorriso. Negli anni '60 fu poi il turno della spilletta trasmetti emozione, quando l'artista Harvey Ball inventò il famoso bottone giallo con due punti e una parentesi per rappresentare la felicità. La prima emoticons documentata e impiegata in maniera convenzionale resta però quella di Fahlman.

Dalle sue prime proposte, l'utilizzo delle faccine si diffuse in tutta la rete Arpanet, diventando una vera e propria corsa all'esprimersi in 3 puntini. L'ingresso nella vita quotidiana degli sms e dei social network hanno poi contribuito alla diffusione mondiale di questo fenomeno, del resto, come si può spiegare in maniera più chiara l'emozione che si sta provando mentre si è nascosti dietro uno schermo?

In nome di Dio, nasce il primo Social Network cattolico

La Stampa

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Oltre mille siti, radio, web tv e istituzioni hanno aderito al progetto internazionale. Mentre due preti genovesi stanno implementando l'enciclopedia del sapere cattolico Cathopedia

Luca Rolandi
Roma


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Nasce il primo social network cattolico, realtà di condivisione e dialogo, approfondimneto a livello globale su questioni di fede, vita e società «per i cercatori della verità». È così che si definisce Aleteia (aleteia.org), «verità» in greco, che verrà presentato nei prossimi giorni e che raccoglie le migliori produzioni di istituzioni e media cattolici del mondo.

Ad Aleteia hanno già aderito finora, come membri, oltre mille tra siti web, radio e tv, istituzioni cattoliche e movimenti da tutto il mondo. «E' un’occasione formidabile per la Chiesa di ampliare il dialogo con cattolici, cristiani, credenti di tutte le religioni e anche non credenti, perchè Aleteia offre risorse a tutti i cercatori della verità»’ spiega il presidente Jesus Colina, già animatore  e promotoe di varie iniziative cattoliche nel mondo dei media a livello internazionale.

«Per questo motivo - aggiunge - Aleteia gode di patrocinio e incoraggiamento dei Pontifici Consigli per le Comunicazioni sociali e per la Promozione della Nuova evangelizzazione». Aleteia è  la prima iniziativa lanciata dalla Fondazione per l’Evangelizzazione attraverso i Media (Fem). Inizierà la sua attività in sei lingue: italiano, arabo, inglese, francese, portoghese e spagnolo. Insieme alla presentazione di Aleteia, giovedì 20 settembre alle 11.30 nel Centro Russia Ecumenica a Roma, verrà annunciato anche il primo servizio mondiale di raccolta pubblicitaria online destinata alle realtà cattoliche, altra iniziativa promossa dalla Fem.
Don Paolo e don Giovanni Benvenuto, due preti della diocesi di Genova, sono invece gli inventori e sviluppatori del portale che sfida, nella sfera cattolica, wikipedia.

Non a caso il suo nome è Cathopedia, dizionario online con oltre 10.000 voci. La sfida è partita nel 2006 quando l'arcivescovo di Genova era ancora l'attuale segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone. Don Paolo Benvenuto, laurea in fisica e una grande passione per l'informatica e la rete, ha avuto nel tempo l'avvallo della diocesi e poi di tutti gli uffici Cei e Vaticani. L'obiettivo offire uno spazio lontano da tutti i fondamentalismi ma anche «confutare e contraddire i contenuti dell'ateismo moderno, militante e offensivo di laicisti irrispettosi delle scelte religiose».

Queste le regole per stare lontani dai funghi velenosi

Corriere della sera

Far controllare gli esemplari raccolti da un esperto micologo permette di scongiurare la grande maggioranza dei rischi


MILANO - Con migliaia di appassionati già pronti, con cestino e stivali di gomma, per la raccolta dei funghi, il Ministero della Salute ha tenuto a ribadire l'allerta sugli avvelenamenti: per non trasformare in tragedia una scampagnata occorre seguire regole precise e diffidare dei consigli della tradizione popolare, che su questo tema non dà le indicazioni giuste. Sul sito del Ministero è disponibile un opuscolo redatto dal Centro antiveleni di Milano, il più importante d'Italia, che illustra come comportarsi.

GUARDA - I sintomi dell'intossicazione

I NUMERI - «L'iniziativa è rilevante, perché negli anni in cui le campagne di informazioni sono carenti si verificano molti più avvelenamenti - spiega Francesca Assisi, che ha curato la guida -. Nel 2010, per esempio, l'attenzione dei media è stata scarsa e i casi letali sono stati parecchi: solo nel nostro Centro abbiamo avuto sei casi mortali, più uno che si è risolto grazie a un trapianto di fegato». Un record, se si pensa che il CAV milanese - l'unico a fornire dati ufficiali - registra in genere uno o due morti ogni anno. Molto più numerosi gli interventi che si risolvono al meglio. «Dal 1995 al 2011 sono pervenute al Centro quasi 14 mila richieste, - dice l'esperta - ma i casi reali di avvelenamento sono certamente molti di più, sia perché per ciascuna richiesta sono coinvolti spesso più commensali, sia perché non sempre chi è in difficoltà si rivolge a noi».
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PRECAUZIONI - «Fra tutte le indicazioni presenti nella guida, ce n'è una che da sola permette di scongiurare la grande maggioranza dei rischi per la vita - sottolinea Assisi -. I funghi devono sempre essere fatti controllare da un esperto micologo». Gli Ispettorati micologici, istituiti presso le Asl, offrono questa consulenza gratuitamente e possono rappresentare un punto di riferimento anche in caso di avvelenamento. Nella raccolta, poi, si deve aver cura di non tagliare la base del gambo, che può essere indispensabile per il riconoscimento del fungo, mentre vanno evitati gli esemplari già ammuffiti o fradici. I funghi raccolti vanno infine trasportati in un contenitore rigido e areato: le buste di plastica possono accelerare la degradazione e favorire la produzione di sostanze nocive.

SCONSIGLIATI - Sì, perché anche specie che sulla carta sono commestibili possono diventare pericolose se sono conservate, o cucinate, senza le dovute attenzioni. Il gambo dei chiodini (Armillaria mellea), per esempio, può provocare intossicazioni e va buttato via, mentre il cappello deve essere bollito per 15-20 minuti prima della cottura definitiva o della conservazione. I porcini crudi, invece, sono fortemente indigesti. «In generale, comunque, anche i funghi commestibili sono piuttosto impegnativi per il nostro stomaco, perché contengono la chitina, che è difficile da digerire - riprende Assisi-. Per questo, sono alimenti sconsigliati alle donne in gravidanza e ai bambini sotto i 12 anni».

Margherita Fronte
19 settembre 2012 | 10:21

Carrillo, l'eurocomunista amico di Berlinguer

Corriere della sera

Si è spento a 97 anni l'arcinemico di Francisco Franco, rientrato in Spagna dopo 38 anni di esilio alla morte del Caudillo
Dal nostro corrispondente Andrea Nicastro


Enrico Berlinguer e Santiago CarrilloEnrico Berlinguer e Santiago Carrillo


MADRID - In gennaio avrebbe compiuto 98 anni. Invece se n'è andato ieri, durante la siesta, come un vero spagnolo del secolo scorso. Santiago Carrillo era stato per 38 anni la spina nel fianco del Generalissimo Francisco Franco. Il suo Partito Comunista Spagnolo clandestino era l'unico (assieme all'Eta basca) capace di mantenere viva una qualche opposizione alla dittatura. Vinse la sua sfida con il Caudillo, vide la libertà tornare in Spagna, ma perse l'appuntamento con il potere.

Ci sono tre immagini che più di tutte segnano la vita pubblica di Santiago Carrillo. Una è del 1936. La foto è sgranata, lo si vede, giovane comunista, arringare una folla strabordante dalle gradinate della Plaza de toros di Madrid. Pare di sentire il gracidio del suo microfono. Si vedono le cinture che reggono i pantaloni a mezza pancia, corpi di contadini appena inurbati, gel sui capelli, la passione per l'idea di un mondo nuovo che si tocca con mano. I cannoni di Franco, i bombardieri italiani e tedeschi avrebbero spezzato quel sogno nel giro di tre anni.

Un'altra foto è di 40 anni più vecchia. C'è un Carrillo un pò appesantito, vestito con giacca, cravatta e panciotto di tweed, come un solido industriale. Ha occhiali fumé e una parrucca riccia che diventerà mitica. E' il travestimento che il comunista in esilio ha scelto per rientrare in patria. Franco, il nemico, è appena morto. C'è nell'aria la sensazione che la Spagna possa finalmente voltare pagina. La pressione internazionale rende possibile il cambio di regime e la scelta europeista del comunismo occidentale guidato dall'amico italiano Enrico Berlinguer rende il suo Partito un interlocutore affidabile. Carrillo vuole esserci, contribuire alla Transizione, e, dopo i galloni dell'esiliato, vuole guadagnare anche quelli del prigioniero politico. Finisce in carcere come voleva, ma ne esce subito come sperava. La Spagna davvero sta cambiando.

La terza foto è del 23 febbraio 1981. E' scattata nell'aula grande del Congresso dei deputati di Madrid. Carrillo ha già 66 anni. All'appuntamento elettorale il suo Partito Comunista ha deluso, ormai è chiaro che la sua parabola è al tramonto. Confluirà nel Partito socialista di Felipe Gonzalez. Ma in quel 23 febbraio la tempra dell'esule e resistente emerge fierissima. Davanti alla pistola del colonnello golpista Antonio Tejero, solo tre spagnoli disobbediscono al militare. Uno è Carrillo. Con gli altri parlamentari pancia a terra o nascosti tra i banchi, il vecchio comunista accende una sigaretta. Questa volta, sembra dire il suo sguardo tranquillo, la storia è dalla mia parte.

Andrea Nicastro
19 settembre 2012 | 9:34

Con i pacemaker «riciclati» tante vite salvate nei Paesi poveri

Corriere della sera

Usa, un medico di origini indiane ha creato un programma di aiuti che utilizza i dispositivi di pazienti deceduti


MILANO - Dagli Stati Uniti all’India e alle Filippine, la strada è lunga. Ma un battito di cuore unisce questi Paesi quasi agli antipodi. Per uno che si spegne nel petto di un cittadino dello stato americano, infatti, un altro potrebbe tornare a pulsare regolarmente in quello di uno dei milioni di diseredati nel subcontinente asiatico. La prima volta che questo pensiero lo ha sfiorato, cinque anni fa, Timir Baman stava visitando una paziente all’ospedale universitario del Michigan ad Ann Arbor.

La donna portava un pacemaker: «Quando arriverà il mio momento, mi piacerebbe donarlo a chi ne ha bisogno» aveva detto seria. In quel momento, l’elettrofisiologo di origini indiane aveva seri dubbi sulla possibilità di concretizzare il desiderio della sua paziente. Poi però si era incuriosito e aveva cominciato a cercare notizie nei giornali, scoprendo che di fatto il "riciclaggio" dei pacemaker era una prassi consolidata e di tutto rispetto. In Svezia, India e Canada, lo si è fatto fino dagli anni ’70. Non negli Stati Uniti. La Food and drug administration (Fda) la definisce una «procedura discutibile» e vieta di impiantare pacemaker «di seconda mano» sul territorio nazionale, perché a suo dire sarebbero poco sicuri.

Tuttavia non proibisce di raccoglierli per poi portarli all’estero, purché sterilizzati in quei Paesi. Assieme a Kim Eagle e a Thomas Crawford, colleghi del Centro cardiologico dell’Università del Michigan, Baman ha così dato vita al progetto "My Heart Your Heart". Grazie ad un accordo con le agenzie di pompe funebri e i crematori, i medici sono riusciti a recuperare circa 9 mila pacemaker.

Non tutte le apparecchiature sono idonee, ovviamente. In media un pacemaker nuovo dura dai 6 ai 10 anni. Il requisito principale di quelli "riciclati" è che abbiano conservato almeno il 70% di vita della batteria. L’obiettivo è di procurarsi una scorta di dispositivi, tutti controllati e sterilizzati in base a un protocollo rigoroso per poi donarli ad ospedali e centri medici dei Paesi in via di sviluppo che siano in grado di effettuare l’intervento e anche di seguire i pazienti nel tempo.

Per portare i pacemaker a destinazione, il progetto si avvale dell’aiuto di World Medical Relief, un’associazione di beneficenza fondata a Detroit nel 1953, specializzata nella raccolta e la distribuzione di medicinali, attrezzature e forniture mediche sia negli Stati Uniti che all’estero. Il pacemaker stimola elettricamente la contrazione del cuore, quando questa non viene assicurata in maniera normale dal tessuto di conduzione cardiaca. Si stima che quasi 2 milioni di persone nel mondo muoiano, perché non possono avere un pacemaker. Solo negli Usa, invece, quasi il 45% dei pazienti con pacemaker, alla loro morte vengono espiantati per motivi diversi e più dell’80% degli apparecchi vengono gettati via o smaltiti come rifiuti.

Un progetto "macabro" e in qualche modo calato dall’alto? Le due indagini condotte negli Usa (una su un gruppo di 210 pazienti con pacemaker e defibrillatori, e l’altra su un campione generale di 1009 persone) dicono esattamente il contrario: l’84% degli intervistati nella prima e il 71% nella seconda hanno affermato di voler donare il proprio apparecchio una volta deceduti.

«Finora abbiamo selezionato mille tra pacemaker e defibrillatori, con almeno 4 anni di vita residua della batteria — spiega Thomas Crawford, attuale responsabile del progetto "My Heart Your Heart" —. Abbiamo donato circa 200 dispositivi, per lo più nelle Filippine e Nicaragua, ma anche in Pakistan e Bolivia. Abbiamo sviluppato e successivamente convalidato un protocollo di sterilizzazione. Adesso stiamo facendo richiesta alla Food and drug, perché ci permetta di esportare i dispositivi in Paesi in cui i pazienti non hanno accesso a questa terapia salvavita. Vogliamo dimostrare che questo approccio è sicuro, attraverso uno studio clinico».

Già, la sicurezza. In due diverse metanalisi, pubblicate su Circulation nel 2010 e nel 2011 dal gruppo dell’Università del Michigan e altri, è emerso che nei circa 20 studi presi in considerazione non appaiono "differenze significative" tra il tasso di infezione in pacemaker riutilizzati e nuovi. E, comunque, l’impianto dei primi ha fatto registrare una percentuale di infezioni e di guasti nel complesso bassa: meno del 2 e dell’1% rispettivamente. E i pazienti sopravvivono (bene) anche con un dispositivo "riciclato". Bharat Kantharia, in forza allo University of Texas Health Science Center di Houston, e altri sei colleghi cardiologi di origine indiana che lavorano negli Usa hanno pubblicato sull’American Journal of Cardiology il primo studio clinico su un numero significativo di dispositivi donati dagli Stati Uniti.

I ricercatori hanno raccolto 121 pacemaker, la metà dei quali aveva ancora abbastanza batteria (oltre tre anni) per essere riutilizzato. Dopo averli parzialmente sterilizzati li hanno mandati all’ospedale di Mumbai, dove sono stati sterilizzati nuovamente e impianti in 53 pazienti. In India un pacemaker nuovo costa tra i 2.200 e i 6.600 dollari (1.750 e 5 mila euro), oltre alle spese per il medico e l’ospedale. Tutti i pazienti con il pacemaker riciclato sono sopravvissuti e si sono subito adattati bene, senza infezioni o guasti nei due anni successivi. Un quarto dei pazienti operati vive però in aree così lontane che non è stato possibile monitorarlo. Tutti tranne due hanno riportato significativi miglioramenti nei loro sintomi e qualità di vita. Quattro sono morti, ma non per colpa del pacemaker.

Ruggiero Corcella
19 settembre 2012 | 10:16

Fini, Casini e Franceschini Ecco chi copre il magna magna della politica

Libero

La Giunta della Camera boccia la proposta per far verificare i bilanci dei vari gruppi da società esterne

Gianfranco prima prova a intestarsi la battaglia sulla trasparenza, ma l'ok finale alla porcata è suo


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Dopo lo scandalo del Lazio sulle ruberie dei fondi assegnati ai partiti, è stata bocciata la proposta di affidare a società esterne il controllo dei bilanci dei gruppi. In sostanza, a controllare sui rendiconti e sulle spese saranno i partiti stessi. Una beffa. Eppure a gridare ora allo scandalo sono gli stessi furbetti  Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini, Antonio Di Pietro e Dario Franceschini che parlava anche a nome di Pierluigi Bersani che hanno detto no alle certificazioni esterne.

La giunta per il regolamento della Camero dei deputati è scivolata sulla classica buccia di banana: all'unanimità hanno negato la possibilità che a controllare i fondi pubblici ai gruppi parlamentari sia una società di revisione esterna. Alla fine su proposta del Pd, al posto dei controllli di società private, la scelta dei "segugi" è caduta sul collegio dei questori. Gianfranco Fini prima prova a intestarsi la battaglia sulla trasperenza, ma l'ok finale alla porcata è sua.

Perché svegliamo i pazienti all'alba quando il sonno aiuta a guarire?

Corriere della sera

Dai carrelli ai telefoni: gli ospedali sono troppo rumorosi. Nei corridoi si parla ad alta voce: basterebbe chiudere le porte

Misurare la febbre: classica operazione mattutina Misurare la febbre: classica operazione mattutina

Le luci si accendono, l'infermiera sveglia il paziente. All'alba. Termometro, c'è da provare la febbre. È un risveglio standard negli ospedali. Ora però uno studio americano sulla rivista Annals of Internal Medicine spiega che i rumori ospedalieri nuocciono alla salute mentre il sonno aiuta a guarire.

«Svegliare una persona senza motivi non è un reato grave. La prima volta almeno». Così Robert Anson Heinlein in «Lazarus Long l'Immortale». «Buon giorno», dico una di queste mattine a un ammalato dell'ospedale. «Come va?». «Bene, cioè abbastanza bene», mi risponde, e io «perché abbastanza, non si trova bene qui da noi?». «Dormo male». «Che succede?». «Le infermiere sono gentili, ma alle sei del mattino a volte nel bel mezzo di un sogno accendono la luce e mi svegliano: è l'ora del termometro. Ma io la febbre non l'ho, non l'ho mai avuta. E poi c'è da provare la pressione. Perché? La mia è sempre stata normale, certo che se mi svegliano in quel modo lì si alza. E dopo tutto questo trambusto non mi riaddormento più». E ancora: «Ho dormito poco, qualche pisolino come i gatti - mi dice un mattino un altro malato - è normale, sono in Ospedale».

No, non è affatto normale. E qualcuno di là dall'oceano ha cominciato ad occuparsene seriamente. Jeremy Ackerman, per esempio, il quale da anni si batte perché medici e infermieri dell'ospedale capiscano che è ben difficile che gli ammalati si riprendano in fretta dai loro malanni se non dormono bene. Ackerman, che lavora ad Atlanta, ha convinto certi suoi colleghi di Emory University ad affrontare il problema con le regole della scienza. Ma indagare le reazioni del cervello in risposta ai rumori e farlo con i malati dell'ospedale non è così facile, e forse non è nemmeno tanto giusto. Così Orfeu Buxton è ricorso a uno stratagemma: ha registrato per diverse notti i rumori del suo ospedale e poi li ha fatti ascoltare a dodici dei suoi studenti mentre dormivano.

Ciascuno di questi studenti era collegato a un apparecchio che registrava l'encefalogramma nel sonno, così si potevano rilevare variazioni del tracciato in risposta ai rumori. Cambiando intensità e tipo di rumore poi si sarebbe potuto capire cos'è che disturba di più il sonno: gli allarmi delle pompe di infusione, per esempio, e quelli di tante altre apparecchiature, oppure i campanelli dei malati che hanno bisogno di aiuto o i telefoni a cui non sempre si riesce a rispondere subito e allora suonano per minuti interminabili, e ancora i carrelli delle medicazioni e tanti altri rumori.

Gli studiosi hanno visto (il lavoro di Orfeu Buxton è pubblicato su «Annals of Internal Medicine» di questi giorni) che la cosa peggiore, specialmente nei periodi di sonno leggero, sono gli allarmi delle pompe di infusione e la gente che parla ad alta voce nei corridoi o addirittura fuori dalle stanze (basterebbe avere il garbo di chiudere le porte, ma negli ospedali non lo fa quasi nessuno). Questi rumori svegliavano gli studenti quasi sempre. C'era anche chi non si svegliava o non ricordava di essersi svegliato ma tutti, con i rumori dell'ospedale, al mattino si sentivano già un po' stanchi.

Un limite dello studio di Emory University è che gli studenti sono giovani e sani, mentre chi si ricovera in ospedale di solito ha una certa età e tante altre ragioni per non dormire, a cominciare dai dolori o dai fastidi legati alla malattia. E per le persone anziane e malate, specie se si è appena riusciti a prendere sonno, svegliarsi di soprassalto è una tragedia. Anche perché se non si dorme la pressione del sangue si alza (per via dell'adrenalina e di altri ormoni) e questo alla lunga fa male anche al cuore, e poi ci sono disturbi dell'umore, difficoltà a concentrarsi e perdita di memoria.

I più vecchi poi, che hanno bisogno di ricoveri frequenti, se non dormono per tante notti di fila perdono l'orientamento e in casi particolari si arriva al delirio. E si dovrebbe fare di tutto per evitarlo - qualche ospedale negli Stati Uniti ha stabilito un «quiet time» proprio per questo -: gli anziani che hanno disturbi cognitivi legati all'ospedalizzazione alla fine muoiono più degli altri.

Insomma, quello dei rumori in Ospedale è un problema grave a cui si dovrebbe dare davvero molta più attenzione. Oggi si parla tanto di «Ospedale senza dolore», è uno slogan, creato soprattutto per sensibilizzare medici e infermieri. Giusto, giustissimo, e speriamo di arrivarci davvero, un giorno, a un ospedale dove chi si ricovera non debba soffrire per niente. A quando l'«Ospedale senza rumore»?

Giuseppe Remuzzi
19 settembre 2012 | 7:48

Ottorino ed Esmeralda, becco di rame

Corriere della sera

Due splendide oche canadesi rischiavano di morire, poi l'intervento: oggi la loro storia è diventata una fiaba e in futuro, forse, potrebbe diventare anche un film


Ottorino ed Esmeralda

Si chiamano Ottorino e Esmeralda, e sono due splendide oche canadesi, le uniche al mondo che possono vantare un becco di rame: oggi la loro storia è diventata una fiaba e in futuro, forse, potrebbe diventare anche un film. Per la prima volta una protesi in rame è stata realizzata e applicata ai due volatili che avevano perso gran parte del becco e rischiavano di morire perchè non riuscivano più a nutrirsi. L'operazione è stata compiuta dal veterinario umbro Alberto Briganti, che esercita a Figline Valdarno (Firenze) e a Spoleto, che ha avuto l'intuizione di modellare alcune lastre di rame a forma di becco.

Il doppio intervento è stato presentato a Firenze da Briganti spiegando che «si tratta davvero di una bella storia, di quelle che oggi si sentono raramente. Da questa esperienza è stato anche creato un marchio, Copperbeak, che è legato al progetto di dare vita ad una Fondazione per la cura e il recupero di animali selvatici in difficolta». Ottorino ed Esmeralda, ha aggiunto, «sono due animali da compagnia che ci sono stati portati dalle loro rispettive famiglie. La loro storia è già diventata una fiaba per bambini e intendiamo venderne i diritti per finanziare la fondazione.

Con lo stesso obiettivo vogliamo dare in licenza il nostro marchio». Per la fiaba, ha detto ancora Briganti «ci sono già interessi dal mondo dell'editoria, in futuro pensiamo anche da parte del mondo del cinema, e siamo riusciti ad avere anche alcuni contatti con la Walt Disney». Il veterinario ha spiegato che «da tempo siamo impegnati ad aiutare gli animali, specie quelli selvatici, ma è un costo non da poco. Abbiamo assistito tantissimi animali, lupi investiti o che stavano male, cervi che avevano filo spinato incastrato tra le corna, e abbiamo compiuto addirittura un cesareo a un'aquila che non riusciva a fare il suo uovo».

18 settembre 2012

Regione Lazio: e se lo scandalo non fosse solo Fiorito?

Corriere della sera

Rocco Berardo, Consigliere regionale del Partito Radicale, ci spiega alcuni di quegli sprechi strutturali che da anni fanno della Regione Lazio una fabbrica di San Pietro


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Gli sprechi all’interno del Consiglio Regionale del Lazio non sono solo negli abusi: le cene, le fatture false, i rimborsi che stiamo scoprendo in questi giorni. Quello che incide veramente sono le abnormi spese strutturali che da anni non vengono razionalizzate. Gruppi misti formati da una sola persona, milioni di lire in immobili da costruire per uffici che non bastano mai e commissioni per sostenere le olimpiadi con tanto di auto blu per il presidente. Ma soprattutto un mare di spese per servizi di cui è difficile calcolare il costo complessivo.

 Video

Emilio Casalini
info@reportime.it
19 settembre 2012 | 8:58

Lo spot su YouTube di Scilipoti fa discutere con la sua S1mOne

Il Mattino

20120918_scilipoti
ROMA - Fa discutere lo spot elettorale di Domenico Scilipoti su YouTube. Gli effetti di montaggio sulla ragazza che annuncia la presenza del Mrn alle elezzioni, fa sembrare la giovane una copia «italiana» di S1mOne la giornalista virtuale di un film con Al Pacino interpretata da una stupenda Rachel Roberts.

Gli autisti di Vendola "piedoni" Per loro non ci sono scarpe

Libero

La ditta che aveva vinto l'appalto per la fornitura delle uniformi rinuncia alla commessa


Cattura
Li hanno già soprannominati i Ciclopi di Nichi. Nel consiglio regionale pugliese e nel gruppetto scelto di autisti esistono veri e propri giganti che stanno complicando la vita a chi deve fornire loro le uniformi di servizio. Alla segreteria generale del consiglio regionale è arrivata una lettera della ditta che ha vinto nel 2009 l’appalto per la fornitura di vestiari ai dipendenti (divise, scarpe e calze), in cui si raccontava la disperazione nel trovare scarpe e calze adatte ai piedoni dei Ciclopi di Nichi. Impossibile, tanto che la ditta La Patriottica di Bari ha deciso di rinunciare a una commessa che vale per ogni dipendente 811,20 euro l’anno. Ne appare traccia - pur nel linguaggio burocratico - nella delibera amministrativa del consiglio regionale con cui si è cercata la soluzione ai piedoni, visto che i Ciclopi non possono andare in giro scalzi.

«La ditta aggiudicataria- si annota- ha avuto difficoltà nel fornire le scarpe e le calze anche in virtù di particolare esigenze fisiche di alcuni dipendenti». E siccome i guai non vengono mai da soli, i poveretti dal 2009 hanno cucito sulle divise lo stemma ufficiale della Regione Puglia «posto in petto a sinistra». In tre anni quello stemma «confezionato su stoffa, è stato soggetto a logorio tanto da diventare indecoroso». Per lo stemma, soluzione facile: verranno sostituiti con costi a carico della amministrazione. Per i piedoni si è scelta una soluzione più globale, a danno de La Patriottica: tutto il personale del consiglio regionale si comprerà da sé scarpe e calze, girando per trovare le giuste misure e scegliendo i modelli che più aggradano. Saranno rimborsati dalla Regione dietro scontrino: entro un tetto di 150 euro per un paio di scarpe e di 5 euro per un paio di calze.

Fosca Bincher