domenica 16 settembre 2012

Il compleanno dei cantieri dell' A3: cinquanta anni di lavori

Corriere del Mezzogiorno

Manifestazione in autostrada con una torta, un'auto d'epoca e lo slogan: «Salerno-Reggio 50 anni di vergogna»

Ecco Zeus, l'alano gigante: è il cane più grande del mondo

Il Mattino


NEW YORK - È Il cane più grande del mondo. Zeus, un alano alto come un asino, si nutre di 14 chili di carne al giorno. Ha superato Giant George, anche lui gigantesco alano, di due centimetri. Zeus è alto 1,12 centimetri al garrese, è lungo due metri e mezzo e pesa «solo» settanta chili. Denise Doorlag, la proprietaria di Zeus, è assolutamente entusiasta del suo animale domestico. E, nonostante accudire un simile animale comporti spese più elevate – la donna è stata costretta a comprare un furgoncino per agevolare le normali procedure di trasporto, come da casa al veterinario – nessuno in famiglia soffre questo “difetto” del cane da record. Anzi, nel Michigan, dove vivono, Zeus è giustamente diventato un idolo.


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Domenica 16 Settembre 2012 - 12:23    Ultimo aggiornamento: 17:47

Calcio nel sedere della figlia? Episodio sporadico, nessun addebito al padre

La Stampa


Salva la posizione dell’uomo, condivisa la linea del Gup, che aveva legato le condotte anche alla problematica situazione familiare. Respinta l’istanza della madre, costituitasi parte civile, ma resta la possibilità di valutare diverse, ulteriori fattispecie di reato.

Il caso



Come educare i propri figli? Pure ricorrendo alle maniere forti? Oggi più che mai, i confini della legalità, in questa materia, si sono fatti labili, come raccontano, spesso, le cronache. Alle volte, però, i giudici vanno controcorrente, stabilendo (Cassazione, sentenza 34978/12) che un calcio nel sedere della figlia non può portare a contestare al padre il reato di maltrattamenti in famiglia. A indicare questa linea era già stato il Giudice dell’udienza preliminare, che, valutando i fatti, aveva chiarito che gli episodi ‘incriminati’, ossia «offese, minacce e un calcio nel sedere», seppure «censurabili», non erano «espressione di una volontà di sottoporre a sofferenze fisiche o morali». 

Piuttosto, andava valutato, con attenzione, «il profondo stato di disagio in cui si trovava» il padre per la «separazione dalla moglie», e il fatto che «la bambina viveva abitualmente con la madre e solo saltuariamente aveva passato momenti di incontro con il padre». Nessun addebito possibile, quindi, secondo il Gup, nei confronti dell’uomo, anche per le difficoltà vissute a seguito della separazione. A contestare la pronuncia positiva per l’uomo è la madre della bambina.

Ella, costituitasi parte civile, sceglie il ricorso per cassazione, e, tramite il proprio legale, evidenza alcuni elementi che, a suo avviso, andrebbero nuovamente presi in considerazione. Più in dettaglio, la certezza delle condotte tenute dall’uomo, sia sotto il profilo oggettivo che sotto quello soggettivo, e la mancata considerazione dell’ipotesi dell’«abuso dei mezzi di correzione e disciplina». Decisivo, secondo il legale, poi è anche «lo stato di ansia» vissuto dalla bambina, che «non gradiva restare sola durante la notte con il padre»: evidente la malattia, in questa ottica, provocata dalle condotte del padre (come la costrizione a «scrivere una lettera» per far dire alla bambina di «volere recarsi in vacanza col padre»).

Per i giudici della Cassazione, però, l’ottica utilizzata dal Gup è condivisibile: gli episodi di prevaricazione nei confronti della bambina erano «sporadici, non contraddistinti dal carattere dell’abitualità». Di conseguenza, nessun fondamento è ravvisabile per il reato di maltrattamenti in famiglia. Però, allo stesso tempo, i giudici riconoscono che le condotte in ballo possono essere inquadrate «in diverse fattispecie di reato», ma è il titolare dell’azione penale a doversi attivare «secondo tali diverse prospettive».

L'incubo dei marò: abbandonati da sette mesi in India

Quotidiano.net

Ogni giorno dall'hotel al commissariato per firmare il registro


Video VIDEO E FOTO La crisi diplomatica tra Italia e India

Il processoi sembra un rebus, ma Terzi non si arrende: "Abbiamo subito un torto: la nave dei nostri ragazzi costretta  a entrare in porto"
di Lorenzo Bianchi


SONO PASSATI 209 giorni. Le foto che pubblichiamo documentano l’unico impegno quotidiano di Massimiliano Latorre e di Salvatore Girone, i due sottoufficiali del battaglione San Marco addetti alla protezione della petroliera Enrica Lexie fermati il 20 febbraio a Kochi perché sospettati di aver sparato a due pescatori indiani scambiandoli per pirati. I marò sono diretti al commissariato di Ernakulam, l’ufficio della polizia nel quale debbono firmare ogni giorno un registro che attesta la loro presenza nella capitale del Kerala. Il compito quotidiano è il solo punto fermo delle loro lunghe e monotone giornate. Il tribunale di Kollam, una città a circa 200 chilometri da Kochi, ha fissato questo obbligo quando, il 2 giugno, ha deciso di scarcerarli su cauzione. Li accompagnano due militari italiani della delegazione che li assiste. I sacchetti che hanno in mano li dicono probabilmente reduci da un modesto shopping.

Tutto il gruppo viene dall’hotel Trident. Nell’albergo Latorre e Girone ammazzano l’attesa infinita cercando di tenersi occupati. Entrambi hanno a loro disposizione alcuni attrezzi per fare ginnastica. Il Trident ha attivato anche una connessione internet che gli consente di navigare sul web e di rispondere alle e mail, il mezzo più economico per comunicare con le famiglie (ma nelle loro stanze c’è anche una linea telefonica esterna).

FRA UN PAIO di settimane la Corte Suprema di Nuova Delhi dovrebbe pronunciare il verdetto cruciale per le loro vite. Il condizionale è d’obbligo, perché la Seconda sezione non ha ancora indicato una data precisa per l’udienza. I magistrati dovranno stabilire se la competenza territoriale del processo è italiana o indiana e se i due fucilieri del San Marco sono coperti dalla «immunità funzionale». In attesa di questo verdetto l’alta corte di Kochi ha sospeso il suo pronunciamento sul ricorso per la traduzione in italiano degli atti che la polizia ha prodotto a sostegno dell’accusa.
 
Tutto l’assetto delle cosiddette prove è più che precario. A cominciare dalla circostanza che l’autopsia del professor Sasikala, direttore del Laboratorio di anatomo patologia del Kerala, sui proiettili trovati nei corpi dei pescatori ammazzati, descriveva pallottole di calibro 7,62, molto più grande del 5,56, quello delle munizioni dei fucili Beretta Sc 70-90 e delle mitragliatrici Fn Minimi in dotazione al nucleo di protezione della Enrica Lexie.  E il relitto del peschereccio è stato salvato in extremis dall’affondamento nel porto di Kochi..

LA TESI dell’Italia, basata sul fatto che la petroliera era in acque internazionali, è che il processo spetta ai giudici di Roma. Il ministro degli Esteri Giulio Terzi è stato netto: «C’è stato fatto un torto e vogliamo che sia riconosciuto, non intendiamo risolvere la questione con sotterfugi». «Il problema — ha rincarato — si è creato con la furbizia di chi ha costretto la nave a entrare in porto. I marò sono stati fatti scendere con la forza». Il comandante dell’Enrica Lexie fu invitato ad attraccare a Kochi per riconoscere il peschereccio che aveva tentato di abbordare la sua nave.

La Convenzione Unclos (United Nations convention of the law of the sea), ratificata dall’India nel 1995, prevede che le false comunicazioni sono un «illecito penale». Il Kerala ha obiettato che il trattato non si applica perché non c’è ancora una legge nazionale di attuazione. L’ex ministro della difesa Ignazio La Russa è pessimista e chiede che si valuti il ritiro dei contingenti italiani da tutte le missioni antipirateria e addirittura da quelle delle Nazioni Unite che li vedono al fianco di soldati indiani (per esempio la Unifil 2 in Libano). «Ciò che è stato fatto finora — ha argomentato — non è sufficiente».

Su Kate il colmo dell'ipocrisia: i tabloid che si scandalizzano

Cristiano Gatti - Dom, 16/09/2012 - 10:22

La stampa inglese è regina del gossip sfrenato. Ma se gli altri mettono a nudo i Reali scopre l'indignazione. E dà lezioni di giornalismo

Quelli che guidano a sinistra e che varcando la Manica si chiedono ogni volta chi siano tutti quegli idioti contromano.

Quelli che da secoli sono convinti d'essere su un continente, compatendo gli europei come isolani isolati. Quelli, proprio loro, gli inglesi, da sempre indefessi consumatori di giornali che non risparmiano nessuno e non si negano niente, arrivando a corrompere chiunque pur di avere una notizia riservatissima o una foto scabrosa, soprattutto se pettegola, carogna e dall'interesse sociale uguale a zero. È da questa brava gente che adesso dovremmo tutti imparare una lezione etica di rispetto della privacy. Anatemi, minacce e pesanti giudizi morali investono chi si azzarderà - da noi, neanche a farlo apposta, Chi - a pubblicare le foto della principessa Kate, più precisamente del suo topless, come peraltro ha già fatto il francese Closer. La bassezza, dicono, provocherebbe «un ingiustificabile turbamento» alla nobildonna.Sì, siamo nel terzo millennio e un topless riesce ancora a sollevare scandali. E a creare crisi internazionali.

Nel caso specifico, le zinne reali sono al centro di una durissima battaglia contro Berlusconi, proprietario tramite Mondadori delle riviste che hanno in mano le foto. La corte ha rivolto un appello a Chi perché si fermi, minacciando in caso contrario feroci azioni legali. E sin qui siamo nella normalità. Ma è l'atteggiamento indignato dei giornali inglesi, neanche avessero riscoperto l'altra sera chissà quale vocazione deontologica, a suscitare la più divertita sorpresa. La stampa di lì, che come noto brilla per rispetto nei confronti delle vicende di corte (vedi all'epoca Lady Diana, vedi adesso il caso del principino Harry impegnato nel famoso gioco porcello, nudo con le mani sulle frattaglie, in giro per corridoi alla ricerca di porcelle), proprio questa stampa svergognata e invadente, invasiva e macellaia, cinica e guardona, ora insegna al mondo come si sta al mondo. Scrive il Sun - sì, quel Sun, padre di tutti i colpi bassi:

«Sono foto grossolanamente intrusive della privacy che nessun decente giornale inglese toccherebbe con un bastone…». Scrive il Mirror online: «I magazine di Silvio vendono la privacy per fare soldi». Scrive il Times: «La principessa Kate ha patito un'enorme invasione della privacy». L'autorevole ci spiega che con le sue poppe il mondo civile ha superato una pericolosa linea rossa…Sono magnifici. Qualcuno di noi, vittima di un atavico inferiority complex, continua a considerarli maestri di giornalismo. E probabilmente, dato che stavolta c'è di mezzo pure il cinico e scostumato editore Silvio, l'occasione si rivelerà ideale per assecondare l'ondata moralista in arrivo da London.

Ma non è proprio il caso di farla così lunga. Di dar corda a simili maestri di etica e di morale. Tutta questa faccenda sa di magistrale ipocrisia, molto british, molto patetica. Tra quei maestri ce ne sono molti che schiattano di rabbia, solo perché quelle foto non le hanno sul proprio tavolo. Non li conoscessimo: da quelle parti tira più un seno di principessa che quattromila carri di buoi. Per la vita di corte ci perdono il sonno. Sarò un po' troppo repubblicano, ma questi sono uomini che godono a farsi chiamare sudditi. E dovremmo starli ad ascoltare?

Google, il film «blasfemo» e la censura variabile

Corriere della sera

Dopo la decisione di Google di bloccare il video incendiario in alcuni Paesi

Google ha respinto la richiesta della Casa Bianca di rimuovere da YouTube il film «blasfemo» su Maometto che ha incendiato un pezzo del mondo islamico. Si è limitata a bloccare il video in India e Indonesia. Ma, con il protrarsi dei disordini, ha oscurato il trailer in Libia e in Egitto. È questa la cupa realtà di una libertà di parola a «geometria variabile».

Dall’utopia di Internet che con la sua comunicazione istantanea e onnipresente abbatte i muri illiberali eretti dai dittatori, alla cupa realtà di una libertà di parola a «geometria variabile», limitata selettivamente in alcuni Paesi con decisioni discrezionali. E i censori non sono i governi ma YouTube, Google, Twitter e Facebook: i signori della Silicon Valley. Il caso del trailer di «Innocence of Muslims », il film che ha incendiato un pezzo del mondo islamico con la sua raffigurazione di un Maometto truffatore donnaiolo e pedofilo, è l'esempio estremo, ma anche l'ennesimo, di un problema noto da tempo: l'impossibilità di mantenere, nel mondo della comunicazione digitale e globalizzata, una visione della libertà d'espressione universale e assoluta, applicata ovunque nello stesso modo.

Quando, martedì scorso, la Casa Bianca ha chiesto a YouTube di ritirare un video ripugnante e offensivo per tutti i musulmani, la società ha risposto con rifiuto: l'azienda si è data un codice per cancellare i filmati diffamatori, quelli che incitano alla violenza, i video che descrivono con compiacimento atti efferati. Offendere sensibilità religiose, rischiare di alimentare sommosse non rientra in questi criteri. Google, la società che controlla YouTube, si è limitata a bloccare il video nei Paesi—come l'India e l'Indonesia—nel quale la diffusione di immagine offensive di quella natura è un reato.

Poi, però, col protrarsi dei disordini, Google è intervenuta di nuovo oscurando momentaneamente il video in Libia e in Egitto «in considerazione della delicatezza della situazione » che si è creata in quei Paesi. Anche Facebook ha adottato interventi restrittivi, cercando di non dare troppo nell'occhio, mentre Twitter ha già da tempo adottato la strategia della «geometria variabile »: i suoi addetti di volta in volta decidono in quali Paesi lasciar circolare e in quali bloccare i messaggini più controversi.

Secondo alcuni avvocati per la difesa dei diritti civili quella di Twitter è una scelta intelligente: un modo di rendere visibile e «trasparente» la censura, mettendola sotto gli occhi di tutti. Un atto censorio che sarebbe al tempo stesso anche una denuncia, insomma. Ma per Forbes Google e gli altri, quando fanno interventi discrezionali sicuramente giustificati dalla necessità di arginare le violenze, si mettono su un sentiero scivoloso: dal Pakistan alla Tunisia fino alla lontana Australia dove gli islamici sono pochissimi, mezzo mondo è in fiamme, col pretesto di quel video. Chi decide quali sono le situazioni di «particolare delicatezza» che giustificano un intervento censorio, sia pure temporaneo?

Salar Kamangar, il biologo nato a Teheran e cresciuto in California, classe 1977, che è amministratore delegato di YouTube? Larry Page, il capo di Google che col suo algoritmo ha cambiato il mondo e che nelle sue scelte si affida più volentieri alle formule matematiche che all'intuizione? O il presidente della società di Mountain View, Eric Schmidt, il manager più anziano ed esperto che però, coi suoi stretti rapporti con l'Amministrazione Obama, può far pensare a una non piena indipendenza di Google? E' proprio il caso di affidare a un pugno di ragazzi geniali, soprattutto ingegneri e matematici imbevuti della cultura libertaria californiana, la misurazione di quel «clear and present danger», un pericolo imminente e immediato, che può giustificare l'introduzione di un limite alla libertà d’espressione?

La questione è stata fin qui sempre accantonata e ogni azienda è andata per la sua strada: in Cina Google ha deciso di non piegarsi alla censura del regime e ha trasferito uffici e server a Hong Kong, mentre altri siti hanno addirittura rivelato alle autorità l'identità di utenti autori di messaggi anti-regime. Che sia impossibile difendere sempre e ovunque tutti i messaggi in un mondo pieno di facinorosi e provocatori oltre che di uomini di buona volontà, lo sappiamo da tempo.

Ma, non avendo soluzioni a portata di mano, abbiamo sperato che le aziende digitali riuscissero a venirne fuori limitando gli interventi censori a pochi casi estremi. Ma i casi si moltiplicano e le decisioni da prendere sono sempre più complesse e discutibili. Come in Turchia dove, nel 2007, il governo chiese a YouTube di cancellare un filmato considerato offensivo nei confronti di Ataturk, il padre della Patria. La società rifiutò e allora intervenne la magistratura turca oscurando non solo il filmato ma tutto il sito. Un altro rifiuto di Google, nel 2010, spinse i giudici del Pakistan a mettere fuori legge e bloccare un cartone animato satirico su Maometto. Quanto ai filmati di incitazione alla violenza ispirati da Al Qaeda, due anni fa le società di Internet ignorarono le pressioni dei governi occidentali: li bloccarono solo dopo un duro intervento del ministro dell' Interno inglese che li definì un'apologia degli omicidi a sangue freddo.

Non si tratta solo di religioni, culture differenti, conflitti di civiltà: Google può avere diverse regole di comportamento anche in Occidente e, addirittura, nel suo perimetro aziendale: la propaganda filonazista, notava ieri il Washington Post, è assente dal sito tedesco Google.de, ma fiorisce indisturbata in quello americano Google.com. E la violenza sugli animali, cancellata da tutti i filmati di YouTube, può, invece, essere vista sul sito della società capogruppo, Google, attraverso il suo motore di ricerca.

Massimo Gaggi16 settembre 2012 | 10:02

Nel testamento di Ruini la «scomunica» a Martini

Paolo Rodari - Dom, 16/09/2012 - 10:19


A pochi giorni dalla morte del cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano e biblista di grido il quale secondo quanto sostiene lo scrittore cattolico Vittorio Messori «ha scandagliato a tal punto, metodo storico critico alla mano, la Scrittura da non poter più credere al Gesù storico, il Gesù dei Vangeli, bensì soltanto e unicamente e non senza intimo dramma in un indefinito Cristo della fede», è colui che per molti osservatori è considerato in suo alter ego all'interno della Chiesa italiana, e cioè il cardinale Camillo Ruini, a sostenere in un libro che altro non è che il suo profondo e pensato testamento spirituale, che la Chiesa in cui invece egli è nato e cresciuto è un'altra.

Cattura
Beninteso, Ruini non cita mai direttamente Martini. Ma è evidente che è alle «zone grigie», la fede del dubbio e dell'incertezza, la fede delle «zone d'ombra» che Martini ha proposto nei suoi anni di predicazione, che Ruini contrappone la sua fede, quella della certezza che davvero il Gesù dei Vangeli è il Gesù storico, il Gesù realmente esistito, il Figlio di Dio a cui ancora oggi i fedeli possono affidarsi e riferirsi.

Gesù, e la fede in lui come persona realmente esistita e non come modello ideale a cui adeguare la propria condotta morale, è il cuore del pontificato di Joseph Ratzinger che, non a caso, a Gesù di Nazareth «così come i Vangeli ce l'hanno consegnato» ha dedicato due volumi, mentre un terzo è in imminente uscita. Due volumi la cui introduzione dice volutamente che occorre credere che il Gesù dei Vangeli è il Gesù realmente esistito e che per riconoscere questa verità occorre superare nell'approccio alla Scrittura il metodo storico critico, quel metodo che scandaglia a tal punto il testo sacro da non saper più dire cosa dello stesso testo è vero e cosa non lo è. Ruini, da quando ha dismesso i panni di presidente della Conferenza episcopale italiana e quelli di arcivescovo vicario di Roma, è al progetto culturale della Cei che si dedica, avendo come orizzonte Dio e la proposta di Dio all'interno della società.

«Intervista su Dio. Le parole della fede, il cammino della ragione» (Mondadori) è, infatti, il titolo del libro-intervista che Ruini ha scritto con il giornalista del quotidiano Avvenire Andrea Galli e che entra nel cuore del grande tema che ha attraversato la Chiesa cattolica anche e soprattutto negli anni che sono seguiti al Concilio Vaticano II: si può ancora credere a Gesù? E lui, Gesù, è una proposta attuale per il mondo contemporaneo oppure no? E poi: come proporlo? Adeguandolo alle istanze del mondo oppure al contrario chiedendo che sia il mondo, anzitutto, ad adeguarsi a lui? Ruini non mostra dubbi. È possibile per ogni uomo arrivare a Dio, ma «non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai, a quel Dio il cui volto riconosciamo nell'amore spinto sino alla fine, in Gesù crocifisso e risorto».

Ruini non cita Martini direttamente, dicevamo. A lui egli ha dedicato parole chiare pochi giorni fa su Avvenire. All'osservazione che su temi come fecondazione artificiale e unioni omosessuali «Martini sembrava più aperto alle ragioni di certa cultura laica» e «ha espresso pubblicamente posizioni chiaramente lontane da quelle della Cei», Ruini ha risposto che «non lo nego, come non nascondo che resto intimamente convinto della fondatezza delle posizioni della Cei, che sono anche quelle del magistero pontificio e hanno una profonda radice antropologica».

Nel libro però Ruini cita il teologo che più di altri si definisce figlio spirituale di Martini, ovvero Vito Mancuso. Questi sostiene che l'esistenza di Dio è inattingibile dalla mente umana e dice di vedere in Ruini non tanto un avversario quanto uno che la pensa come lui ma non ha il coraggio di dirlo perché non vuole troppo discostarsi dalla posizione ufficiale della Chiesa. Ruini risponde dicendo che invece una conoscenza razionale di Dio è possibile perché l'uomo è per sua natura aperto al trascendente, a Dio. Poi, certo, Dio può illuminare, dall'alto farsi conoscere, ma resta il fatto che è della natura dell'uomo cercarlo e dunque anche conoscerlo.

Come presidente del comitato per il progetto culturale della Cei, Ruini ha dato vita a due grandi convegni internazionali dedicati in sostanza a questo argomento. Il primo, nel dicembre del 2009, su «Dio oggi». Il secondo, nel febbraio del 2012, su «Gesù nostro contemporaneo». «Con lui o senza di lui cambia tutto», era il sottotitolo del convegno su Dio. Scrive il vaticanista Sandro Magister che «dalla lettura di questo libro di Ruini si capisce il perché. Che Dio esista non lo si ricava da una dimostrazione geometrica. Ma gli argomenti di ragione che avvicinano a lui bastano a far intuire che la sua esistenza resta «l'ipotesi migliore», per dirla con Joseph Ratzinger». Come a dire, la ragione è sufficiente per avvicinare l'uomo a Dio, per fargli dire che esista. Mentre una visione che tende a negare questo tipo di conoscenza per ancorarsi soltanto alla fede, alla fede che magari crede ma crede ciecamente, al buio si potrebbe dire, è più vicina alla mentalità protestante che ad altro.

James Bond finisce nei guai per una bionda

Massimo M. Veronese - Dom, 16/09/2012 - 10:34

Nell'ultimo film 007 sostituisce il Martini con una birra. E i fan si ribellano: "Fischiate la scena"

No Martini, No Bond.


James Bond si versa un Martini

Stai a vedere che a stendere 007 non sarà Blofeld, la Spectre, il Dottor No o Kananga ma un boccale di birra olandese «sounds good» con la stella rossa sul tappo che manco quella carogna del colonnello Rosa Klebb dalle scarpe a punta di coltello si portava in dotazione dalla Russia con amore. James Bond cambia drink, e questo si sapeva, una lattina di Heineken al posto del suo celebre Martini «agitato non mescolato». Le ragioni sono ovvie, non una cascata di diamanti ma quasi: il colosso della birra made in Amsterdam ha puntato sul prossimo film di 007, «Skyfall» di prossima uscita, una campagna pubblicitaria da 60 milioni di euro, quasi fosse una puntata al Casino Royale. Una promozione distribuita su 170 mercati mondiali, la più gigantesca operazione mai realizzata in quindici anni di legame commerciale tra Heineken e Bond.

La campagna pubblicitaria comprende anche spot tv, un giochi su Facebook, biglietti gratis per le prime cinematografiche, da Londra a Rio de Janeiro, collegati a una speciale caccia al tesoro. Ma la scommessa, al contrario della birra, non va proprio giù ai fedelissimi dell'agente segreto creato da Ian Fleming. Tant'è che, giura il Financial Times, il placement con Bond in versione Daniel Craig è stato girato ma alla fine potrebbe non essere inserito nella versione cinematografica. Bond con la birra in mano come Andy Capp più che Octopussy fa molto Oktoberfest. E sui social network postano network all'acido nitrico. «Il mio nome è Bond, James Bond. Potrei avere una pinta di Heineken?» cinguetta uno su twitter. E su Facebook è già nata una pagina dal titolo «Boo James Bond Heineken

Scene» che invita tutti gli spettatori che andranno a vedere il film ad accogliere la scena incriminata con fischi, schiamazzi e boo, appunto, assortiti. Più micidiale del lanciadardi da polso.La birra rischia così di diventare un fiasco. E gli agenti di Sua maestà fiutano il pericolo. Craig avrebbe definito il legame pubblicitario sfortunato ma necessario mentre George Lazenby, il più anonimo degli 007, al blog di spettacolo TMZ ha spiegato che l'accordo rompe una tradizione: come cambiare l'Aston Martin con Ricky Martin o sostituire le Bond Girls con le Spice Girls.Heineken e Bond sono legati da 15 anni da un accordo di sponsorizzazione e mai l'Heineken ha voluto imporsi in una scena.

Per questo «i produttori - ha spiegato sempre al Financial Times il direttore per l'attivazione globale di Heineken, Hans Erik Tuijt - non collocherebbero mai 007 in un contesto giudicato inappropriato dagli spettatori». Metro-Goldwyn-Mayer e Sony, che producono il film, hanno raccolto 45 milioni di dollari dai marchi che figurano nel film. Ma anche senza lattina è una brutta figura: sarebbe la prima volta in un film che Bond non riesce a farsi una bionda...

L'Europa fa contento Zaia: dividere l'Italia si può

Libero

Il presidente della Commissione Ue Barroso risponde alla Lega: "Secessione? E' prevista dalle leggi internazionali"

di Matteo Mion


Pare che l’Ue non la pensi come l’ufficio legale della regione Veneto secondo il quale a norma di Costituzione italiana la via del referendum consultivo per ottenere la secessione non è praticabile. In questi giorni di fervore autonomista nelle terre di San Marco il governatore Zaia non fa più mistero del fatto che «referendum o non referendum la spinta indipendentista tra i veneti si avverte chiara». L’indipendenza insomma non è più un affare di pochi estremisti, ma una volontà forte e coesa di molti. Un tema di discussione politica che non attecchisce solo tra Venetisti o Serenissimi, ma coinvolge l’intera regione. Una volontà separatista che rinvigorisce e prospera ad ogni provvedimento centralista e tassaiolo del governo centrale abituato a mostrare i muscoli a Nord e le terga calate a Sud. Rimane da superare il problema giuridico-costituzionale e cioè la camicia di forza normativa che costringe obtorto collo il Veneto nella macroregione italiana.

Tutele per il Sud - L’ordinamento dello stato italiano è stato studiato a tutela del meridione: non consente né la macroregione settentrionale né quella mitteleuropea, ma solo quella sicilian-campana con epicentro a Roma. Zaia ha scaldato il cuore dei veneti con la richiesta al Consiglio regionale di approfondire la tematica del referendum per raggiungere lo stato sovrano indipendente. La sinistra veneta ne ha chiesto immediatamente le dimissioni e questo è un’ulteriore conferma della bontà della strategia politica del governatore leghista. Scontata, però, è arrivata la bocciatura degli azzeccagarbugli di Palazzo Balbi incapaci di non essere proni a Roma. E non ne dubitavamo. I manuali di diritto pubblico su cui vengono eruditi i giuristi patrii sono a dir poco romanocentrici.

E proprio mentre molti veneti accusavano la tegola della bocciatura del referendum, è arrivata una notizia ancor più ghiotta a firma niente meno che Barroso. Il Presidente della Commissione Ue, rispondendo a un’interrogazione dell’europarlamentare leghista Mara Bizzotto ha affermato che «nel caso ipotetico di una secessione in uno stato membro, si dovrà trovare e negoziare una soluzione avendo riguardo all’ordinamento giuridico internazionale». Se Zaia può essere apostofrato dai soliti epiteti progressisti razzista, leghista e bla bla, cosa possono rispondere la sinistra e il Capo dello Stato alle affermazioni di Barroso che ammette la secessione? L’Ue ammette una via giuridica per la secessione, ma l’Italia no.

Doppiopesismo - Il governo è europeista a intermittenza: ciò che non garba a lorsignori della Bocconi fan finta di non vederlo. Così la vicentina Bizzotto è diventata un eroe in tutti i media di Catalogna e Scozia, ma nella penisola tutto tace. Da quelle parti rendono onore alla nostra parlamentare che ha sollevato un tema quanto mai d’attualità in quelle regioni che da anni si affannano alla ricerca di una via democratica per staccarsi rispettivamente da Spagna e Gran Bretagna. Il comunicato di Barroso è stato breve, ma significativo: la secessione in Ue non è più un tabù né uno spauracchio.

E così anche in Veneto si riaccende la fiamma della speranza non di un’indipendenza che, sebbene anelata da molti, non ha ancora trovato riscontro concreto di essere la volontà della maggioranza dei veneti, ma almeno la possibilità di un dialogo con lo stato centrale non più supino, ma paritario. Per l’Ue Veneto-Stato è possibile: Roma è avvertita. O il governo centrale allenta la morsa fiscale, la depredazione sistematica del Pil e dei risparmi veneti che ha condotto a decine di suicidi imprenditori locali oppure da oggi l’alternativa sta sulla carta intestata dell’Unione europea. Alla morte per italianità, meglio gli Stati uniti del Nord o la Serenissima repubblica: firmato Barroso!    

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Abruzzo, fiori freschi e messe in suffragio per l'anonimo che nessuno volle riconoscere

Corriere della sera

La singolare vicenda di un ragazzo scomparso 15 anni fa e mai identificato: è stato "adottato" da una comunità intera

Il manifesto funebre dedicato all'anonimoIl manifesto funebre dedicato all'anonimo

ROSETO DEGLI ABRUZZI (TERAMO) – Era un giovane di circa trentacinque anni, statura media, capelli ricci e neri. Indossava una giacca verde a quadri taglia 48 e portava scarpe numero 42. Non aveva soldi né documenti addosso. Nel portafogli, solo un piccolo pettine e un santino della Madonna di Loreto. La sua vita è finita sotto le ruote di un treno una domenica pomeriggio di quindici anni fa, intorno alle 14, sulla linea ferroviaria Ancona-Pescara, nei pressi di Roseto degli Abruzzi. Pioveva a dirotto e il recupero della salma fu piuttosto complesso. Disgrazia o suicidio? L’interrogativo è ancora aperto. Certo è che la sua identità (il viso era completamente sfigurato) è rimasta ignota e nessuno ha mai reclamato il suo corpo. C’è tuttavia chi, pur non avendolo mai conosciuto, ha fatto apporre una lapide sulla sua tomba e da quindici anni gli porta fiori freschi e fa dire messe in sua memoria.

«C'È SEMPRE UN BENEFATTORE CHE TI PENSA»- «A dimostrare tanta generosità è un ex dipendente della società Autogrill ora in pensione, Ciro Fattore, originario di Napoli ma residente da tempo a Roseto degli Abruzzi. Rimase colpito dalla storia di questo ragazzo senza nome, sepolto nel cimitero comunale che lui frequentava, e pensò che fosse giusto riservargli un trattamento uguale a quello degli altri estinti. Così fece sistemare prima le luci e poi la lapide in marmo con una targa in ottone che recita: «C’è sempre un benefattore che ti pensa». Ciro, ancora oggi, non sembra darsi pace per la sorte dello sconosciuto: «è mai possibile che non possa ricongiungersi con la propria famiglia?».

I TENTATIVI DELLA POLFER - I tentativi a suo tempo furono fatti. Dopo il suo ritrovamento, la Polfer provò in ogni modo a identificarlo. Cercò tra le persone scomparse e diramò segnalazioni a tutte le stazioni d’Italia. Inizialmente si pensò a un uomo di Pescara, di cui si erano perse le tracce. Ma i familiari, giunti a Roseto, non riconobbero la salma. Così il corpo rimase per tre lunghi mesi nell'obitorio del cimitero in attesa che qualche parente si presentasse e effettuasse il riconoscimento. «Ma nessuno si fece vivo – conferma a Corriere.it Giuseppe Neri, custode del cimitero da venti anni –, quindi il Comune mise un loculo a disposizione, nella parte vecchia, proprio qui vicino, e provvedemmo alla sepoltura».

SEMPRE FIORI FRESCHI SULLA TOMBA - Grazie alla generosità di Ciro e alla collaborazione dell’amico fioraio Gaetano Cinelli, anche lui napoletano, l'anonimo ha avuto l’attenzione che gli mancava e fiori freschi sulla tomba quasi tutti i giorni. La sensibilità di Ciro diventò anche un piccolo caso in Abruzzo, dopo un servizio del Tg3. Quest’anno Ciro e Gaetano, insieme ad altri concittadini, hanno deciso di celebrare l’anniversario della morte del giovane con una messa in suffragio nella chiesa del Sacro Cuore. In tanti hanno risposto all'invito contenuto nei manifesti funebri che il pensionato, con l’aiuto disinteressato di un’impresa locale, ha fatto affiggere in tutta la città. «È stato il nostro modo di ricordarlo – spiega Ciro - e di farlo sentire meno solo» .

Nicola Catenaro
15 settembre 2012 (modifica il 16 settembre 2012)