giovedì 13 settembre 2012

Che follia suicida attaccare Gheddafi

Vittorio Feltri - Gio, 13/09/2012 - 15:00

Se una volta la Libia era potenzialmente una minaccia, oggi è un reale pericolo e non si limita ad annunciare violenza, ma la esercita con efferatezza

Avevamo avuto subito l'impressione che la cosiddetta primavera araba non promettesse un futuro radioso.

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Lo pensavamo un anno e mezzo fa, circa, e ora è arrivata la conferma che i nostri sospetti erano fondati. Non parliamo della Siria o dell'Egitto dove il disastro è evidente da tempo – e non ci stupiamo che la situazione si aggravi di giorno in giorno – bensì della Libia che ormai ha rivelato in pieno la sua indole fanatica. L'Occidente si era coalizzato per cacciare il dittatore Gheddafi, convinto che i ribelli potessero trasformare la tirannide in un paradiso democratico; li aveva aiutati nella battaglia fornendo loro armi sofisticate e aerei da bombardamento; aveva scommesso sulla sconfitta del Colonnello e, dopo averlo abbattuto con somma soddisfazione, si deve rendere conto di avere sbagliato i calcoli.

Se una volta la Libia era potenzialmente una minaccia, oggi è un reale pericolo e non si limita ad annunciare violenza, ma la esercita con efferatezza. L'uccisione dell'ambasciatore e di tre cittadini statunitensi (trascurando la vittima in Egitto nel corso di disordini) dimostra che, da Tripoli a Bengasi, quel Paese è in balia di esaltati estremisti incapaci di essere tolleranti, i quali si servono di pretesti religiosi per accanirsi su chi abbia idee diverse dalle loro.Il movente della strage infatti è quasi paradossale oltre che folle: punire gli Usa per avere prodotto un film, critico verso l'islam, girato da un regista di origine ebraica.

Ciò significa che la Libia si è liberata di Gheddafi ma è caduta dalla padella nella brace: i nuovi padroni, in altri termini, sono più crudeli e inaffidabili di quelli vecchi, con i quali l'Italia aveva intessuto buoni rapporti e concluso ottimi affari, non solo petroliferi. Che le cose sarebbero andate così bisognava immaginarselo: nel nostro piccolo avevamo previsto tutto. Ma la Francia, in particolare, la Nato e gli stessi Stati Uniti non sentirono ragione: l'imperativo era far fuori il raìs, e nessuno aveva pensato che i successori del despota sarebbero stati peggiori di lui. Così è, invece. Maledetto il giorno in cui l'Europa (esclusa la Germania) e gli Usa decisero di impegnarsi militarmente per rovesciare un regime senza preoccuparsi delle conseguenze. La speranza, tenue, è che il massacro compiuto ieri sia un episodio isolato e non l'inizio di un ciclo di spietatezze cui i fondamentalisti islamici sono avvezzi. L'11 settembre 2001 non è stato dimenticato.
Come reagirà Washington non è ancora dato sapere, ma è improbabile che il presidente Barack Obama, in piena campagna elettorale, rimanga con le mani in mano. Una tragedia tira l'altra. Questa è l'unica certezza.



Io, gay ma costretto a mentire" In Bundesliga scoppia il caso

La Stampa

Il racconto di un calciatore: «I miei compagni lo sanno, ma se la mia sessualità diventasse pubblica non sarei al sicuro»


L'intervista pubblicata dal magazine Fluter

 

berlino

«Sono omosessuale, ma sono costretto a recitare ogni giorno». Un giocatore della Bundesliga rivela al magazine "Fluter" la sua omosessualità ma confessa di avere paura di fare "caming out". «Se la mia sessualità diventasse pubblica non sarei al sicuro», spiega. «Ma non so se sarò in grado di mantenere per tutta la carriera questa continua tensione fra il modello di giocatore eterosessuale e la possibile scoperta». Il giocatore afferma anche di conoscere «diversi» giocatori gay che militano nel massimo campionato tedesco e si dice convinto del fatto che la sua omosessualità non sia un mistero per i suoi compagni di squadra. «Quasi nessuno ne parla, ma tutti devono sapero». A chi domanda se questo gli abbia creato problemi, risponde: «Assolutamente no. Non conosco nessun giocatore in tutto il campionato che abbia un problema di questo tipo. Certo, alcune situazioni come la doccia all'inizio mettevano a disagio sia me che loro.

Ma non ho alcun interesse per altri giocatori e ad un certo punto la cosa è diventata poco importante per tutti. Alla fine, nonostante la loro reputazione, i miei colleghi non sono ignoranti». La vera «minaccia» è rappresentata dalle possibili ripercussioni a livello mediatico e nel rapporto con i tifosi che un suo outing potrebbe avere. «Qualcuno potrebbe mai spiegare alla folla indignata prima della partita che i gay in realtà sono uomini assolutamente normali e poi scendere normalmente in campo? Inimmaginabile», dice. «Allo stadio o dopo la partita qualsiasi sciocchezza all'interno del gruppo sarebbe trasformata in un grande caso».
L'appello di Theo Zwanziger, il presidente della federcalcio tedesca che ha invitato i calciatori a dichiarare apertamente la propria omosessualità, in pratica non ha senso.

«Tutto si può dire quando non devi andare allo stadio il giorno dopo per la partita. Forse la portata del problema sarebbe minore se tutti i giocatori uscissero allo scoperto, ma anche da questo punto di vista al momento ho poche speranze». Il giocatore spiega che attualmente non ha un fidanzato e che la sua ultima relazione è stata «avvelenata» dal segreto. Agli eventi pubblici si fa accompagnare dalle sue amiche. Se rivelasse la sua omosessualità, sostiene, la sua vita sarebbe sconvolta. «Storie, titoli, riviste...Tutti vorrebbero scoprire cosa faccio con il mio compagno sotto le lenzuola. La mia passione, il calcio, sarebbe tutto irrilevante.

O decido di andare con il mio ragazzo a un evento per poi finire su tutti i giornali per tre settimane oppure mento a me stesso e tengo tutto in privato. Semplicemente non c'è alcuna soluzione». «Ovviamente -dice ancora- sarei felice se all'improvviso arrivassero una valanga di outing. Un po' di normalità mi renderebbe felice, potere semplicemente andare con un partner futuro in un ristorante pubblico...Sarebbe un sogno». I media tedeschi hanno dato ampio risalto all'intervista. Il quotidiano Bild evidenzia che è la prima volta che un giocatore della Bundesliga fa outing. «È l'inizio della fine del tabù», scrive il settimanale Die Zeit nella sua versione "online".

Isola d'Elba, 27 km, 30.000 abitanti, 8 comuni, ma che senso ha?

Corriere della sera

Da un estremo all'altro l'Isola d'Elba è lunga in tutto 27 chilometri. Sul suo territorio vivono poco più di 30 mila persone. Ma la sua superficie è divisa in otto comuni. Ognuno con le sue spese, le sue strutture da mantenere e il suo personale. Una moltiplicazione di costi che alla fine di ogni anno presenta alla pubblica amministrazione un conto salato.


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I COMUNI - Il più grande comune dell'isola d'Elba è Portoferraio, 12 mila abitanti. Poi ci sono Porto Azzurro e Capoliveri con poco più di tremila abitanti. C'è il piccolo comune di Rio nell'Elba, 1.200 abitanti e, a tre chilometri di distanza, affacciato sul mare, Rio Marina con 2.200 persone. Poi c'è Campo nell'Elba, 4.000 abitanti e a pochi chilometri l'uno dall'altro Marciana e Marciana Marina, 1.900 abitanti.
Ognuno degli otto comuni ha una giunta con sindaco, vicesindaco e assessori, a cui si sommano i consiglieri degli otto consigli comunali. Alla fine, facendo la somma, gli amministratori risultano in tutto 131 e se si considera che la superficie dell'isola è di 200 chilometri quadrati il conto è semplice: un amministratore comunale ogni chilometro quadrato e mezzo di territorio.

I COSTI - E non è solo una questione di sedie. Se i 30 mila abitanti dell'isola fossero uniti sotto un solo comune l'amministrazione pubblica dovrebbe, ad esempio, pagare lo stipendio a un solo segretario comunale. Oggi invece di manager comunali nell'isola ce ne sono cinque, quasi uno per ogni comune. Così, secondo i dati pubblicati dalle amministrazioni sui siti dei loro comuni, il segretario di Portoferraio è costato nel 2010 al piccolo paese 127 mila euro. Quello di Porto Azzurro 89 mila euro, quello di Marciana Marina 86 mila euro e quello di Capoliveri 97 mila euro. In tutto nel 2010 per i segretari comunali le amministrazioni dell'Isola d'Elba hanno dovuto pagare oltre mezzo milione di euro.
 
E le spese non finiscono qui: ci sono otto palazzi municipali da mantenere e otto polizie municipali da gestire. Gli ultimi dati disponibili del ministero degli Interni sui bilanci consuntivi dei comuni parlano, solo per quest'ultima voce, di una spesa annua di 2 milioni e 212 mila euro, un milione di euro in più, per esempio, della vicina cittadina di Cecina, anch'essa all'incirca di 30 mila abitanti.

IL COMUNE UNICO - Alla fine tre dei sindaci dell'Isola d'Elba hanno chiesto alla Regione un referendum per cancellare gli otto comuni e costituirne uno solo. È da vedere se alla fine ci riusciranno.

Video

Emanuele Bellano
info@reportime.it
12 settembre 2012(ultima modifica: 13 settembre 2012 | 9:30)

Il blog di Grillo sotto attacco hacker

Corriere della sera

La conferma del comico: «Stiamo cercando di respingerlo»

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Non c'è pace per Beppe Grillo. Dopo le polemiche che hanno travolto il Movimento 5 Stelle, gli hacker attaccano il blog del comico. La conferma arriva direttamente dal comico che su Twitter spiega: «Stiamo cercando di respingerlo». Detto fatto, dopo poco il sito è tornato online. Gli Anonymous fanno sapere che non c'entrano nulla.

IL PRECEDENTE- Il gruppo aveva già attaccato il sito ai primi di giugno. Un attacco durato ore ma non condiviso da tutto il movimento. Ora però la situazione sembra diversa, anche perché la pagina non è stata raggiungibile per mezz'ora. E c'è chi sospetta che in realtà fosse solo un problema tecnico.

Redazione Online 13 settembre 2012 | 12:59

Maroni: «Perché i tablet solo ai prof del Sud? Odiosa discriminazione verso il Nord»

Corriere della sera

Il segretario della Lega si scaglia contro il piano del ministro Profumo: «Poi dice che siamo noi i razzisti»


Bobo MaroniBobo Maroni


NAPOLI - I tablet solo ai prof del Sud con un investimento di oltre 30 milioni di euro. Questo il progetto del ministro dell'istruzione Profumo. Immediata la replica dei docenti del nord, per bocca del segretario della Lega Nord: «Non ho ben capito perchè i tablet vanno solo ai professori del Sud, poi si dice che la Lega è razzista - ha detto Bobo Maroni ai microfoni di Radio Anch'io - Qui un membro del governo dice: 'favoriamo solo i professori del Sud'. È un atto di discriminazione incomprensibile, spero che il governo ci ripensi e faccia retromarcia. È una cosa pazzesca, una odiosa discriminazione che non ha alcun senso».

PIANO DEL GOVERNO - Il piano del governo per la telematizzazione dell'arretratissima scuola italiana prevede un computer in ogni classe delle scuole medie e superiori del Paese e al Sud, appunto, un tablet per ogni insegnante. Sono le novità illustrate dal ministro durante la conferenza stampa di presentazione del nuovo anno scolastico 2012/2013. «In un momento di difficoltà - ha affermato Profumo - ogni euro investito deve tornare alla comunità e la scuola può dare un contributo fondamentale. L'obiettivo è realizzare un progetto strategico che parta dalla scuola per innovare il Paese». Per Puglia, Campania, Sicilia e Calabria l'intervento è più capillare e prevede il coinvolgimento di 2.128 scuole (il 64,5% del totale) nelle quali sarà assegnato un tablet ad ogni docente per un finanziamento complessivo di 31,8 milioni di euro.

Al. Ch.13 settembre 2012

Se offendere i cristiani non è mai peccato

Maurizio Caverzan - Gio, 13/09/2012 - 07:06

Dal sesso blasfemo alla rana crocifissa. L'Occidente porge sempre l'altra guancia, così ne approfittano

Noi, invece, ci abbiamo fatto il callo. E non è detto che sia un bene.


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Però è così, ci siamo abituati. D'accordo, un po' di scandalo. Qualche reprimenda. Pensosi interventi contro gli eccessi dell'arte blasfema e le fantasiose profanazioni dell'iconografia cristiana. Al massimo l'invettiva di qualche prelato. Nell'Occidente evoluto siamo grazie a Dio lontanissimi dalle rappresaglie letali di Bengasi per un film quanto si voglia offensivo del profeta Maometto. Tolleranti e democratici, siamo: forse troppo. Per dire, la popstar da alcuni decenni più famosa nel mondo si chiama Madonna e nei suoi concerti è solita issarsi su una croce - non di legno ma di cristalli Swaroski - con tanto di corona di spine. Tuttavia, se le gerarchie stigmatizzano la performance, come quando fu inscenata a Roma nel 2006, allora scattano le accuse di censura e oscurantismo.Qualche giorno fa la Mostra del Cinema di Venezia ha ospitato in concorso Paradise: Faith, un film nel quale la protagonista, una fanatica cattolica, arriva a masturbarsi con un crocifisso.

Proteste? Un avvocato ha sporto denuncia per vilipendio alla procura di Venezia e uno sparuto gruppetto di ultrà cattolici ha manifestato al Lido. In compenso, l'austriaco Ulrich Seidl si è portato a casa il premio per la miglior regia. Ai giornalisti il regista ha detto che il suo film «non è blasfemo, però mi piace scioccare». Ecco il trucco. La maggioranza delle opere sono costruite per «stupire i borghesi». Tranelli perfetti con l'alibi dell'arte contemporanea. I titoli di giornale fanno da volano pubblicitario e, in assenza di una legislazione che delimiti i confini tra arte e pura offesa, non c'è di meglio che suscitare le proteste delle gerarchie e dei cattolici più impulsivi per ottenerne un'indiretta visibilità.

Qualche mese addietro le polemiche s'infiammarono sull'opera teatrale di Romeo Castellucci Sul concetto di volto nel Figlio di Dio. Il Salvator mundi di Antonello da Messina incombente sul palcoscenico veniva imbrattato di escrementi dal figlio che accudiva il padre senza riuscire a fermarne il flusso di liquami. Poteva non destare scalpore una siffatta pièce? Gruppi tradizionalisti protestarono davanti ai teatri. Ma autori come Luca Doninelli e Antonio Socci l'hanno avvicinata al teatro di Giovanni Testori. Eppure Castellucci ha parlato di una «fatwa cristiana su di me». Nientemeno. Tornando al cinema, sempre alla Mostra di Venezia, era il 1988, destò scalpore L'ultima tentazione di Cristo che Martin Scorsese aveva tratto da un romanzo greco. Gesù disertava la sua missione, sposava prima Maria Maddalena poi la sorella di Lazzaro e aveva come alleato Giuda. Tutto finì in un fuoco di paglia. Anche il film che ebbe scarso successo. Dello stesso periodo è Piss Christ, opera del fotografo Andres Serrano che ritraeva un crocifisso di plastica immerso in un bicchiere di vetro contenente l'urina dell'autore.

In anni più recenti sono soprattutto scultori e pittori a esercitarsi nello sberleffo della simbologia cristiana. Accese polemiche suscitò, per esempio, La rana crocifissa (con un boccale di birra e un uovo nelle mani) di Martin Kippenberger quando - estate 2008 - fu esposta dal nuovissimo Museion di Bolzano. Non valsero gli interventi di alcuni vescovi che sottolinearono «l'offesa ai sentimenti religiosi» a far rimuovere l'opera. Anni fa Alfred Hrdlicka, un altro artista austriaco (un'ossessione da quelle parti?), aveva ritratto l'Ultima cena come «un'orgia omosessuale» con scene esplicite.

Ma quando nel 2008 L'Ultima cena di Leonardo restaurata da Pier Paolo Pasolini, questo il titolo, fu esposta nella retrospettiva del Museo della Cattedrale di Vienna, le proteste dei visitatori - chi l'avrebbe detto? - sorpresero i curatori della mostra. Nel 2010 altra bufera per La Madonna del terzo Reich del pittore Giuseppe Veneziano esposta a Pietrasanta: anziché un Gesù Bambino, Maria teneva in braccio Hitler. Stupore e incredulità dei curatori anche allora. Nel 2007 rimase invece a scandalizzare la comunità cristiana locale il quadro esposto in un museo di Sidney intitolato Bearded Orientals: Making the Empire Cross e raffigurante Bin Laden. L'immagine dell'ex terrorista si fondeva con quella di Cristo.

Se il dialogo diventa un boomerang

La Stampa

MAURIZIO MOLINARI


Durante la rivolta anti-Gheddafi il diplomatico americano Chris Stevens era arrivato a Bengasi nascosto dentro una nave cargo, sbarcando da clandestino su mandato di Barack Obama per allacciare i rapporti con i ribelli, ma ora la lascia dentro una bara dopo essere stato ucciso da alcuni dei libici che ha contribuito a salvare. Nella tragica parabola dell’ambasciatore Usa in Libia, che Hillary Clinton ha descritto tradendo evidente commozione, c’è il boomerang della «Primavera araba» che piomba sulla Casa Bianca obbligando il Presidente a disinnescare in fretta una «sorpresa di settembre» che minaccia di complicare la corsa alla rielezione.

Il boomerang sta nel fatto che quanto avvenuto martedì sembra smentire la strategia con cui Obama ha sostenuto la «Primavera araba»: l’intervento militare voluto per salvare Bengasi dalla repressione di Muammar Gheddafi ha gettato la stessa città nella braccia dei salafiti alleati di Al Qaeda così come la scelta di obbligare l’alleato egiziano Hosni Mubarak alle dimissioni ha consentito ai jihadisti di issare le loro bandiere nere sul pennone dell’ambasciata Usa al Cairo, dopo aver ammainato e umiliato la «Old Glory». Convinto di poter creare una nuova stagione di dialogo con i partiti islamici che guidano le transizioni post-dittatori in NordAfrica, Obama si trova alle prese con il colpo di coda dei jihadisti: sfruttare la perdurante instabilità per tentare di ricreare nelle sabbie del Sahara la piattaforma terrorista perduta sulle montagne afghane e pakistane a seguito dell’intervento della Nato.

La coincidenza con l’anniversario dell’11 Settembre rende ancora più difficile la sfida per Obama perché evoca negli americani la convinzione che quella contro il terrorismo islamico sia la «lunga guerra» di cui parlavano George W. Bush e Donald Rumsfeld ma che l’amministrazione democratica ha respinto come dottrina, arrivando a cancellarne perfino la definizione nei manuali del Pentagono di Leon Panetta. E come se non bastasse c’è la sovrapposizione con la campagna elettorale che trasforma il boomerang della «Primavera araba» in una possibile «sorpresa di settembre» - in anticipo di un mese su quelle che in genere decidono le presidenziali - capace di giovare allo sfidante repubblicano Mitt Romney, che non a caso si è affrettato a parlare di «Inverno arabo» per evidenziare l’incapacità del Presidente uscente di distinguere fra amici e nemici dell’America.


All’entità delle sfide che, nell’arco di poche ore, si sono così sommate inaspettatamente sul «Resolute Desk» dello Studio Ovale Obama ha risposto riproponendo il metodo che l’ex capo di gabinetto Rahm Emanuel riassume così: «Affrontarle tutte con uguale determinazione». Da qui la decisione di mandare marines e droni in Libia e, al tempo stesso, rigirare contro Romney l’accusa di incompetenza, accusandolo di «aver sfruttato un attentato terroristico a fini di politica interna». E’ nei momenti di crisi che il 44° Presidente torna ad essere il politico-lottatore di Chicago, facendo ciò che più gli riesce meglio: andare all’offensiva.

Ciò significa che i salafiti della Cirenaica, e i loro mandanti di Al Qaeda in Maghreb, entrano da subito nella «Kill List» con cui il Presidente ha decimato i leader jihadisti negli ultimi tre anni e mezzo così come il duello aperto sulla sicurezza nazionale con Romney può giovare ad andare alle urne spingendo gli americani a pensare più al raid di Abbottabad che ai numeri della disoccupazione. Da qui lo scenario delle prossime settimane di un Presidente sempre più nei panni del comandante-in-capo, determinato a mantenere in fretta la promessa di obbligare i killer di Stevens a «fare i conti con la giustizia». Per togliere dalla strada della «Primavera araba» l’ostacolo jihadista e per avvicinarsi alla rielezione in maniera imprevedibile per i suoi sostenitori: potendosi vantare più dei nemici dell’America eliminati che non dei posti di lavoro creati.


Netizen arabi condannano violenze anti-USA a Bengasi

La Stampa


TRADOTTO DA ELENA INTRA


I netizen arabi stanno condannando con durezza il vile attacco di ieri sera ai danni del Consolato USA a Bengasi. Secondo le prime ricostruzioni, quattro americani, incluso l'ambasciatore Christopher Stevens, stavano recandosi in un luogo più sicuro quando sono rimasti colpiti un razzo lanciato dai manifestanti che avevano circondato l'edificio. Analoghe proteste, dovute a un film prodotto da un regista israelo-americano in cui viene ridicolizzato il Profeta Maometto, erano già avvenute lunedì a Il Cairo, dove i dimostranti si sono arrampicati sulle mura dell'Ambasciata statunitense per togliere la bandiera a stelle e strisce e sostituirla con uno striscione islamico. L'uccisione dell'ambasciatore Stevens e di altri tre membri dello staff ha indignato i netizen di tutta la regione -- come rivealno i seguenti interventi su Twitter.
 
Il Movimento dei Giovani Libanesi chiede:

@ShababLibya: A cosa è servito attaccare ieri sera il consolato? Niente se non distruzione, violenza e un'enorme tragedia
Abdulraqeeb Al Azzane osserva:
@alazzane: L'uccisione dell'ambasciatore americano non è una vittoria per il Profeta stupidi! Serve a infondere lo stereotipo sbagliato che i produttori del film stanno promuovendo. Che vergogna!
Nasr Aldbea afferma:
@NasrAldbea: Sono sicuro che quelli che hanno bruciato e bombardato non sanno niente del film. Quando ho visto cosa è successo in Egitto, sospettavo che qualcosa di simile sarebbe avvenuto anche in Libia.
Khalil Agha scrive:
@Khalil_alagha: L'ambasciatore americano ucciso a Bengasi era un grande sostenitore della rivoluzione libica e amava il mondo arabo. La sua ricompensa è stata la morte. Siamo una nazione senza speranza.
Saudi Fahad Albutairi invece spiega:
@Fahad: Non c'è nessuno più pericoloso di qualcuno che unisce fanatismo religioso e ignoranza. La rivoluzione libica perderà la sua credibilità se i criminali che hanno ucciso l'ambasciatore americano non verranno puniti.
Gli fa da eco Libyan Ahmed Misrata:
@AhmedEMisrata: Gli avvenimenti della scorsa notte sono una disgrazia per la nostra rivoluzione, per le nostre vittime e soprattutto, una disgrazia per gli insegnamenti del Profeta PBUH #Benghazi
Dall'Egitto, Schehrazade sottolinea:
@_Schehrazade_: Un uomo che stava facendo il suo lavoro è rimasto ucciso in Libia perchè qualche dilettante ha fatto un inutile film e qualche fanatico gli ha dato peso. L'odio continua.
Proprio da Bengasi, @N_Benghazi scrive:
@N_Benghazi: Il Profeta non avrebbe accettato che del sangue sia stato versato perchè le persone sono rimaste offese dal film di un signor nessuno. #libya
Lo scrittore egiziano Karim El Degwy fa delle previsioni:
@KarimElDeqwi: L'attacco all'Ambasciata in Libia avrà un grosso impatto e cambierà i risultati delle elezioni in una maniera che non porterà vantaggi agli arabi e ai musulmani. Congratulazioni per il terrorismo che ci piace!
E infine ancora dall'Egitto, Nadia El Awady conclude:
@NadiaE: Meritiamo davvero tutto quello che ci sta accadendo. Tutto il mondo ci disprezzerà fin quando non ci libereremo dall'ignoranza e dal fondamentalismo in cui siamo immersi. C'è qualcosa di sbagliato in noi e non in uno stupido film.

Post originale: Arab World: Outrage Over Killing of US Ambassador in Benghazi di Amira Al Hussaini.

Quelli che inneggiavano alla primavera araba

Diana Alfieri - Gio, 13/09/2012 - 07:08

Da destra a sinistra molti esultarono per la caduta di Gheddafi. Ma i segnali inquietanti c'erano già un anno fa. I fondamentalisti stanno avanzando in Libia come in Tunisia e in Egitto

Roma - È il paradosso della democrazia.



Fino a che punto si può essere tolleranti con gli intolleranti? La primavera del Maghreb nasce come un momento di libertà, intensa, improvvisa, carica di futuro. Solo che adesso quella «primavera» è nelle mani degli estremisti islamici. E il futuro non è quello che in tanti si aspettavano. Il guaio è la retorica di chi si ubriaca di belle parole, senza mai pensare alle conseguenze. Uno come Vendola sta riflettendo ora sul suo entusiasmo? «Quello che più rimbalza dalla primavera araba è il lungo inverno dell'Europa, un gelo che non finisce mai». Solo che il gelo ora sta a Bengasi e si espande intorno, fino all'Egitto. Gad Lerner diceva: «La Libia è così il primo stato che dopo la primavera araba registra la sconfitta dell'islamismo politico».

Servito. E cosa resta dell'identità di Giuliano Pisapia che paragonava la sua marcia su Milano ai giorni di piazza Tahrir? Il volto massacrato di Gheddafi aveva fatto prevedere un clima rigido per la primavera araba, si parlò di «autunno» o inverno» per la Libia liberata dal Raìs e già ostaggio del radicalismo salafita. La fine di Gheddafi, per quanto macabra, aveva fatto comunque esultare gli ottimisti della rivolta maghrebina, dagli atlantisti del Pd a quelli del centrodestra, diviso tra falchi e colombe. Per l'allora ministro degli Esteri, Frattini, la fine di Gheddafi era «una vittoria del popolo libico, un passo avanti verso «un governo libico democratico», e anche La Russa, allora capo della Difesa, salutava l'inizio di una «nuova fase», aperta dalla morte del Colonnello, una cosa che non rallegra ma che «i libici si aspettavano».

Alla caduta del governo del Raìs, due mesi prima, il piddino Enrico Letta aveva accolto la «buona notizia per l'Italia», un esito che faceva giustizia «di tante titubanze e prese di distanza che anche dai palazzi italiani più autorevoli sono arrivate in questi mesi». Si riferiva alla nota scetticismo dell'allora premier Berlusconi verso il raid su Tripoli (e quando, morto Gheddafi, Berlusconi commentò con un «sic transit gloria mundi», Veltroni del Pd lo trovò «vergognoso»). Massimo D'Alema, ex premier nella guerra alla Serbia, scriveva su Italianieuropei di essere «convinto che si debba guardare in modo positivo a questa grande e autentica rivoluzione».

In realtà solo pochi giorni dopo si era capito che la nuova fase sarebbe stata molto simile al caos. A cinque giorni dalla barbara uccisione di Gheddafi, il presidente del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) libico spiegò che la sharia, cioè la legge coranica, sarebbe stata «la fonte del diritto» per la nuova Libia. Non è un caso isolato. Anche nella Tunisia liberata da Ben Alì il partito che ha conquistato più di un terzo dei voti sono stati gli islamisti (moderati) di Ennahda, che significa «Movimento della Rinascita» (attraverso una «via tunisina all'Islamismo»).

Anche la primavera araba in Egitto non ha dato i risultati previsti. Il nuovo presidente uscito dalle elezioni egiziane del 2012 si chiama Mohamed Morsi ed è anche il capo del partito fondamentalista Libertà e Giustizia, strettamente legato ai Fratelli Musulmani. I timori degli osservatori più scettici si sono avverati. Specie in Libia, dove il passaggio di regime è stato più lungo e cruento.

Una scommessa che si direbbe persa per l'azionista principale della guerra in Libia, il ri-candidato alla Casa Bianca Barack Obama. Lo slogan degli obamiani, subito dopo la fine di Gheddafi, non a caso era questo: «Reagan aveva dato la caccia a Gheddafi, Bush a Bin Laden, Obama li ha beccati tutti e due». Per gli Stati Uniti una guerra perfetta: 2 miliardi di dollari di spesa (niente confronto ad Afghanistan e Irak), zero vittime, almeno finora.

Avevano fatto conti troppo sbrigativi, come molti hanno fatto notare già dai primi giorni. Lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, su Repubblica, spiegava mesi fa che «la Libia è un Paese da rifare da zero, lo Stato non esiste, non esistono partiti, sindacati. La primavera araba sta drenando nel suo passaggio una violenza inaudita. La laicità non prenderà facilmente piede in questi Paese in ebollizione, il cui futuro a breve termine suscita molte inquietudini». Era l'ottobre di un anno fa, i germi già c'erano tutti.

Il Riccardo III di Shakespeare? È sepolto sotto un parcheggio

Corriere della sera

Rinvenuto a Leicester, lo scheletro ha la spina dorsale incurvata: secondo la tradizione il re era gobbo

Riccardo III in un ritratto del XVI secolo conservato alla National Gallery Riccardo III in un ritratto del XVI secolo conservato alla National Gallery

anche m per l'opera shakespeariana che porta il suo nome. Lo scheletro maschile presenta somiglianze con la descrizione storica del «sanguinario» re Riccardo, che regnò in Inghilterra per appena due anni (1483-1485). I resti, tutti ben conservati, sono sottoposti ora agli esami del Dna. «Ciò che abbiamo rinvenuto è veramente notevole», ha commentato Richard Taylor, direttore degli affari sociali dell'Università. «Questo scheletro ha certamente caratteristiche che richiedono un'ulteriore e dettagliata analisi», ha aggiunto nel corso di una conferenza stampa.

GLI SCAVI NEL PARCHEGGIO - L'equipe, che ha compiuto degli scavi nel parcheggio di Leicester per tre settimane, ha affermato che lo scheletro ha la punta di una lancia incastrata nel dorso e ha ricevuto numerosi colpi al teschio simili alle ferite che si riportano in battaglia. Oggi Riccardo III, morto nella battaglia del campo di Bosworth nel 1485, è noto come un monarca malvagio e crudele, secondo il ritratto shakespeariano, che lo descrive paralizzato a un braccio dalla nascita, claudicante e gobbo, probabili invenzioni create da Tommaso Moro nella sua opera storica che tanto influenzò Shakespeare.

NESSUNA GOBBA - Lo scheletro ritrovato non ha la gobba, ma presenta la spina dorsale incurvata, secondo gli archeologi: «Ciò avrebbe fatto apparire la sua spalla destra molto più alta di quella sinistra», ha spiegato Taylor, sottolineando che la descrizione è coerente con il ritratto storico di Riccardo. Le ossa sono state trovate in quella che un tempo era l'area del coro di una cappella considerata il luogo in cui riposava il re, scoperta dagli archeologi sotto il parcheggio. Gli storici ritengono che le spoglie di re Riccardo siano state sepolte nel convento francescano dei Grey Friars a Leicester, ma la chiesa fu demolita nel 1530 e se ne perse l'esatta posizione. I campioni di Dna saranno ora comparati con quelli del 55enne costruttore di mobili residente a Londra Michael Ibsen, diretto discendente della sorella maggiore di Riccardo, Anna di York.

(Fonte: Afp)
12 settembre 2012 | 17:54

Un'italiana fa causa alla Cia «È mia la taglia su Bin Laden»

Gian Marco Chiocci - Mer, 12/09/2012 - 07:11

Una scrittrice ciociara, ex spia, cita il Dipartimento di Stato Usa e il Viminale. Nel 2010 scrisse agli 007 americani: "Osama si trova ad Abbottabad, in Pakistan"


Mera coincidenza, gran culo o soffiata straordinaria? Una delle tre, non si scappa. Undici anni fa, l'11 settembre 2001, la Storia virava bruscamente insieme agli aerei dirottati dai terroristi per schiantarsi contro le Torri Gemelle. Dodici mesi addietro, Osama Bin Laden veniva freddato in un blitz delle teste di cuoio Usa in Pakistan e sepolto in mare nel più assoluto segreto. Oggi il Dipartimento di Stato americano e il ministero dell'Interno sono stati citati in giudizio davanti al tribunale di Roma chi, prima nel 2003, e poi direttamente alla Cia nel 2010 (otto mesi prima del blitz dei Neavy Seals) fornì una notizia che si rivelerà esplosiva perché indicava il rifugio segreto dove il capo di Al Qaeda troverà poi la morte. Una spiata che venne evidentemente sottovaluta (insabbiata o utilizzata) e sulla quale ora la scrittrice ciociara Mary Pace, a caccia della taglia di 25 milioni sulla testa di Bin Laden, vuole che si faccia chiarezza.

La signora in questione è un personaggio che da un paio di decenni si occupa di intelligence e terrorismo internazionale ai massimi livelli. Un personaggio uscito dai romanzi di John Le Carrè: giovanissima infiltrata del generale Giovanni De Lorenzo (quello del piano Solo, per intenderci) nelle fila del Pci, custodisce da anni i segreti esplosivi di Guido Giannettini, l'ex superspia del Sid (il servizio segreto degli anni Settanta) già inquisito e assolto per la strage di piazza Fontana. Ques'ultimo, poco prima di morire, le avrebbe rivelato il luogo esatto dove si nascondeva, a suo dire, l'uomo più braccato del mondo. La confidenza puntava a una riserva di caccia di circa trenta chilometri quadrati compresa tra le factories pakistane di Wah, Gadwal, Sanjval e Havelian, quest'ultima nel distretto di Abbottabad.

Una soffiata millimetrica (se si considera che il Pakistan è grande quattro volte l'Italia) che Pace passò il 20 agosto 2003 a due ispettori della Digos di Frosinone che, a loro volta, girarono all'Ucigos a Roma. Da allora, di quella soffiata, non se ne è più saputo nulla, nessuno ha sentito il bisogno di approfondire se quel che diceva una donna notoriamente ben inserita negli ambienti dell'intelligence fosse una panzana o un'imbeccata precisa. Mary Pace, in un esposto alla magistratura, e nel successivo atto di citazione stilato dal suo avvocato Carlo Taormina, non avanza ipotesi, ma adombra «eventuali responsabilità penali di tipo omissivo». Ci sarebbe qualcuno che si è preso la responsabilità di non avvisare gli americani di quella pista, e se sì chi è? Oppure, la notizia è stata data alla Cia? Se sì, quando? A chi?

Anno dopo anno, di fronte al silenzio e alle porte chiuse, la giornalista apprende da propri canali che l'informativa è nel frattempo atterrata al Viminale. Così nel 2007 prende e scrive un pezzo per il settimanale «Il Borghese» rendendo pubblica la storia riferita alla Digos quattro anni prima, aggiungendo che Osama Bin Laden sarebbe protetto dagli 007 pakistani. Riscontrando indifferenza e ostilità, la Pace riesce a mettersi in contatto con la Cia sono nell'estate del 2010. A luglio un «referente» del centro di Langley si mette in contatto con la signora via posta elettronica e cellulare (tutto il materiale è agli atti). Dopo un'iniziale indifferenza lo 007 sembra parecchio interessato tanto che gli articoli e le analisi della Pace vengono descritti come «impressionanti». L'agente yankee le chiede le credenziali («dove lavora, che cosa ha scritto sul terrorismo») e le fa la più classica delle domande nell'oscuro mondo degli spioni:

«Che cosa ci puoi dire che noi non sappiamo già?». Mary Pace spiega. Seguono altre mail (il 17 e il 26 luglio) per un ulteriore scambio di informazioni. A ottobre di quello stesso anno, le comunicazioni con la Central Intelligence Agency si interrompono. Gli 007 spengono improvvisamente il pc e attaccano la cornetta. Il 2 maggio 2011, otto mesi dopo l'ultimo colloquio tra la Cia e Mary Pace, il presidente Obama annuncia il blitz delle forze speciali Usa in una villetta di Abbottabad (nel distretto di Havelian, nel triangolo sensibile indicato dalla giornalista nella sua informativa alla Digos nel 2003). Passano poche ore e il portavoce della Casa Bianca si affretta a dichiarare che la maxi-taglia da 25 milioni di dollari non sarà pagata a nessuno, perché non ci sono informatori dietro l'operazione.

Curiosamente, il segretario alla Difesa Leon Panetta, ex direttore della Cia, lo smentisce e ammette che una «gola profonda» in questa storia c'è: un medico pakistano che avrebbe venduto la tana del lupo agli americani. «E le mie indicazioni, allora?» si chiede la giornalista. Parte così l'attacco giudiziario: l'avvocato Taormina cita in giudizio il Dipartimento di Stato Usa e il Viminale, rivendicando il diritto alla stratosferica taglia per la sua cliente. In contemporanea, negli Usa esce il libro «No easy day» con la versione ufficiale sull'assalto dei Navy Seals al compound scritto da un'ex testa di cuoio che racconta di aver sparato a Osama Bin Laden senza riconoscerlo e di averlo inchiodato a terra con una sventagliata di mitra. In una casa affollata di poliziotti e carabinieri la misteriosa Mary Pace non ha voglia di scherzare. Sarà stata una coincidenza, avrà tirato anche a indovinare, ma l'aver trovato l'ago nel pagliaio pakistano con sette anni d'anticipo l'autorizza a provare a battere cassa.

(ha collaborato Simone Di Meo)

Hezbollah e questione Palestinese, i nodi del viaggio del Papa in Libano

Il Messaggero
di Franca Giansoldati


CITTA’ DEL VATICANO - E’ costellato di trabocchetti l’imminente viaggio del Papa in Libano. Tanto che alla vigilia di una delle trasferte più delicate e difficili che si appresta a fare Benedetto XVI, il Vaticano ha tentato di mettere le mani in avanti sottolineando che il pontefice sarà solo un messaggero di pace e non «un capo politico». Le parole che pronuncerà vanno dunque intese, ha riferito il portavoce padre Lombardi, come riflessioni rivolte a tutte le componenti della società con l’obiettivo di gettare ponti. Tenendo conto che il Paese dei Cedri conta ben 18 confessioni religiose ingabbiate in una struttura costituzionale costruita sul modello Cencelli versione mediorientale, si capisce bene di come il sentiero che dovrà percorrere tra venerdì e domenica il Papa sarà prevalentemente in salita.

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Già qualche avvisaglia si intravede all’orizzonte, soprattutto dopo che il ministro britannico William Hague e il suo omologo olandese, Rosenthal hanno da poco avviato un serrato dibattito in seno all’Ue per discutere se inserire o meno il braccio armato di Hezbollah sulla lista dei gruppi terroristici. Il Vaticano sulla questione evita prudentemente di manifestare qualsiasi giudizio, forse per non guastare il clima di collaborazione riscontrato in Libano. «Non ho una posizione su Hezbollah da riferire» afferma padre Lombardi, che aggiunge anche di non essere a conoscenza di udienze o incontri con il Papa, come spesso accade durante i viaggi papali a rappresentanti politici o religiosi particolarmente significativi. Un secondo elemento di complessità da affrontare riguarda la questione palestinese.

Il patriarca Melkita, Gregorio III di Laham, incaricato di dargli il benvenuto nella sede del patriarcato, ha fatto sapere che si aspetta una parola da parte del Papa sulla vexata quaestio dello Stato palestinese. Si pronuncerà sulla sovranità della palestina in un Paese che accoglie ancora decine di migliaia di profughi palestinesi? E chissà se Gregorio III di Laham quando si troverà davanti il pontefice gli esporrà le sue tesi su Damasco e la guerra civile in corso nella vicina Siria. Alla fine di agosto il patriarca definiva l’esercito siriano libero un «falso esercito», paragonandolo ad una banda di terroristi intenti a massacrare intere famiglie «per causare panico e paura nella popolazione locale». Aggiungendo che «questi estremisti sunniti hanno un solo obiettivo, quello di uccidere ed espellere tutte le minoranze non sunnite dal Medio Oriente, per cercare di stabilire un grande califfato islamico che abbia per legge la loro interpretazione della sharia».

In un contesto tale è difficile tenere lontana la politica, poichè in Medio Oriente è strettamente connessa con la questione religiosa, ma il Vaticano è deciso a fare muro. Padre Lombardi ha anticipato che i sei discorsi che pronuncerà il Papa si concentreranno soprattutto sul ruolo e la missione di pace che spetta ai cristiani e sul bisogno di armonia da costruire nel rispetto di tutti. Insomma, niente interventi politici. Nemmeno sulle vicende siriane che stanno contagiando anche il nord del Libano. Il motto che è stato scelto per il 24esimo viaggio internazionale del Papa è: Pax vobis, la pace sia con voi. E chissà se riuscirà davvero a portare una ventata di armonia in un contesto lacerato da anni di incomprensioni.

Persino all’interno della comunità maronita ci sono spaccature enormi, tra filo siriani e non. Padre Lombardi interrogato sulle divergenze esistenti all’interno degli stessi cristiani, ha tagliato corto: «ognuno si assume le proprie responsabilità» e il Papa di sicuro «non dà a nessuno delle indicazioni specifiche e concrete su quello che ognuno deve fare». Certamente però l’essere cristiani obbliga a rafforzare il dialogo e cercare punti di comunione e assicurare rispetto a tutti. Un concetto che sarà espresso nella Esortazione post sinodale sul Medio Oriente che Papa Ratzinger consegnerà agli episcopati dell’area.


Martedì 11 Settembre 2012 - 20:01
Ultimo aggiornamento: 22:32

La Grecia si vendica e chiede i danni di guerra a Berlino

Rodolfo Parietti - Mer, 12/09/2012 - 08:39

Il Financial Times Deutschland: Atene vuole 575 miliardi dai tedeschi, 200 in più del maxidebito


È la carta della disperazione, l'ultima da giocare. O, forse, è solo una minaccia per avere un po' di respiro prima di buttarsi a capofitto nell'azione di risanamento dei dissestati conti pubblici.



Con lo spettro della bancarotta ancora incombente, e in attesa che dalla troika Ue-Bce-Fmi arrivi quello che potrebbe essere il verdetto finale, la Grecia medita la vendetta finanziaria nei confronti della Germania: chiedere a Berlino un risarcimento per i danni di guerra provocati dai nazisti. Non di pochi spiccioli si tratta: in base ai calcoli effettuati lo scorso anno dall'economista francese Jacques Delpla, la richiesta potrebbe ammontare a qualcosa come 575 miliardi di euro. Una cifra da fondo salva-Stati, lievitata a dismisura da quei 7,1 miliardi riconosciuti ad Atene nella Conferenza di Parigi del 1946 e mai versati dai tedeschi.

La macchina risarcitoria, secondo il Financial Times Deutschland, è già in moto: il governo ellenico ha messo al lavoro una commissione per verificare, attraverso la consultazione degli archivi storici, quali siano i margini di manovra. L'idea sarebbe quella di far pesare alla troika il mancato riconoscimento dei danni di guerra, così da alleggerire il memorandum con cui la Grecia ha accettato misure di austerity da capestro. Questa potrebbe dunque essere una grana in più per il governo Merkel, che già deve fare i conti con il crescente sentimento anti-europeo di molti tedeschi.

Non dovrebbe invece riservare sorprese sgradite la sentenza, attesa stamattina alle 10, con cui la Corte costituzionale tedesca si pronuncerà sulla legittimità del fondo salva-Stati Esm. I pronostici della vigilia sono tutti a favore di una sentenza benigna, pur se condizionata dalla richiesta di un passaggio parlamentare obbligatorio ogniqualvolta il firewall permanente dovrà assumere decisioni importanti. I mercati, infatti, se ne sono infischiati ieri di Moody's, e della sua minaccia di cancellare la tripla A agli Usa se il Congresso non troverà il modo di mettere una pezza all'elevato indebitamento (+0,83% Milano, differenziale Btp-Bund a quota 354).

Se supererà l'ultimo ostacolo posto dagli otto giudici tedeschi in toga rossa, l'Esm dovrà presto farsi carico di scelte da cui dipenderà il futuro dell'euro: al fondo toccherà infatti gestire eventuali nuovi salvataggi di Paesi in difficoltà, intervenire a sostegno di Paesi come Italia e Spagna sotto pressione sui mercati con l'acquisto di titoli di Stato e, una volta avviato il meccanismo di supervisione unica bancaria, potrà ricapitalizzare direttamente le banche dell'Eurozona. Ecco perché un eventuale verdetto di anti-costituzionalità sarebbe una tragedia: verrebbe infatti vanificato il delicato lavoro di tessitura svolto da Mario Draghi per mettere a punto lo scudo anti-spread, nonostante la ferma opposizione della Bundesbank.

Un nein della corte di Karlsruhe equivarrebbe insomma ad azzerare le lancette della lotta alla crisi. Il via libera all'Esm, del resto, conviene anche a Berlino. Davanti al Bundestag, Schaeuble ha ieri spiegato che il mondo e l'Europa saranno alle prese con la crisi del debito anche nei prossimi mesi. Una crisi che, di riflesso, sta indebolendo la stessa Germania, come ha ammesso il ministro delle Finanze.

Decisamente messa peggio è però l'America, che rischia di perdere la tripla A (declassamento peraltro già subìto nell'agosto 2011 da parte di Standard&Poor's) in assenza di un accordo per ridurre il rapporto debito-pil (ora al 73%) dopo le elezioni presidenziali. Il rating di Moody's potrebbe scendere ad «aa1» qualora gli Usa non riuscissero a evitare il cosiddetto fiscal cliff (l'aumento delle tasse e il taglio della spesa fra la fine del 2012 e l'inizio del 2013) che causerebbe nel Paese più disoccupati e una recessione severa.

Vi racconto il mio inferno di sequestrata in Arabia

La Stampa

Via Skype l’appello della donna di Valenza da 6 mesi nelle mani dell’ex marito


La 41 enne di Valenza durante l’intervista via Skype. Il padre resta in Arabia con lei: «Ho paura che vengano a portarla via e che non ce la facciano più vedere»

 

SILVANA MOSSANO
valenza (alessandria)

Da sei mesi sono ostaggio del mio ex marito». Chiara Invernizzi, la valenzana 41enne che tre anni fa aveva sposato un ricco uomo arabo di cui si era innamorata a una mostra orafa di Basilea, lancia un appello. Dopo giorni di silenzio, nella speranza, svaporata che la situazione, stagnante da mesi, si sbloccasse, ora è disperata e sfiduciata. Parla via Skype. Siamo i primi a raccogliere le sue parole, nella casa di Valenza dove vive la madre, Giovanna Lami. Il volto di Chiara compare sul monitor del computer, posato sulla scrivania della sua camera, tra i libri e i quaderni che ne hanno accompagnato gli studi fino alla Cattolica di Milano e al master da Sotheby’s a Londra, il letto a baldacchino e i peluche che ne hanno assecondato i sogni, oggetti e fotografie che raccontano la sua storia.

Chiara racconta: «Mi avevano promesso che saremmo riusciti a espatriare prima del Ramadan, invece siamo ancora qui». Con lei c’è il padre, Andrea, 72 anni, rappresentante orafo, che non si muove dall’Arabia Saudita per proteggere la figlia. Il suo volto provato e scavato compare sul monitor accanto a quello di Chiara: «Ho paura che qualcuno venga a prenderla – dice –, la trascini via e non ce la facciano vedere mai più». L’ultima frase è sussurro e brivido allo stesso tempo. Il rischio si era materializzato qualche mese fa, quando Chiara, per cercare di ammorbidire la situazione già tesissima e favorire la trattativa del divorzio, aveva accettato un invito a cena con l’ex marito. «Ma era scattata la molla della gelosia, del tutto immotivata – racconta la madre, Giovanna Lami, che ad aprile è riuscita a lasciare Gedda .

Lui l’aveva trascinata nella casa coniugale, schiaffeggiata, buttata a terra, calpestata, le aveva stretto il velo attorno al collo. Guardi come l’aveva ridotta» e mostra sul telefonino le immagini di vasti ematomi sul collo. Chiara e Andrea Invernizzi dall’Arabia Saudita non possono uscire. Il ricco arabo, rampollo di una famiglia altolocata che ha il suo impero a Gedda, li tiene in pugno. E la legge glielo consente: «Per poter lasciare l’Arabia Saudita serve il visto all’espatrio che può dare solo chi aveva fornito il via libera all’ingresso nel Paese», spiega Giovanna Lami. Praticamente in trappola.


Ci sono trattative in corso, anche rispetto a una cifra in denaro – due milioni di euro – che l’ex marito aveva versato «in dote» su un conto di Montecarlo intestato a Chiara. Lui li rivuole indietro. «Rinuncio alla somma – dice la giovane donna sfinita -. I soldi li abbiamo già fatti trasferire sul conto del nostro avvocato qui a Gedda, ma non voglio consegnarli prima della certezza di avere il visto». Ha ceduto anche su questo punto, ma l’ex marito, dopo aver lasciato intendere che accettava, non si è presentato a firmare l’accordo. «Non so più che cosa devo fare», dice sconsolata la donna. Il volto è tirato, si passa nervosamente le mani tra i lunghi capelli scarmigliati.

L’ha amato moltissimo, un giorno, quest’uomo bello, intelligente, ricco come un principe. Era certa che «instaurando un rapporto di fiducia» lui l’avrebbe trattata alla pari anziché sottometterla a un ruolo di inferiorità come là si fa con le donne. «Pensavo che il suo carattere fosse dovuto a esperienze negative del passato, la prima moglie che se n’era andata, ad esempio. Pensavo che con una donna diversa, che ama i suoi figli di 11 e 13 anni che mi chiamano mamma, lui sarebbe cambiato».

Stefano Cucchi, nuova perizia: «Fu colpito alla vertebra»

Il Messaggero
di Adelaide Pierucci

La diagnosi del medico della famiglia condivisa dai consulenti del tribunale


ROMA - Un trauma diretto e recente alla vertebra. I superperiti nominati dalla III Corte di Assise di Roma, che stanno valutando le cause della morte di Stefano Cucchi, si sono trovati davanti alla nuova «diagnosi». La versione è quella del professor Gaetano Thiene, il luminare che ha dato una svolta al processo per la morte di Federico Aldrovandi e adesso è stato chiamato dalla famiglia Cucchi a pronunciarsi sui reperti.

20120912_cucchi-34Nell’ultima riunione con i consulenti degli imputati e delle parti civili nessuno avrebbe contestato la teoria di Thiene, che potrebbe concretamente avere un ruolo nella relazione finale degli esperti, chiamati a stabilire cosa abbia ucciso Stefano Cucchi, arrestato il 15 ottobre del 2009 e morto misteriosamente sei giorni dopo. Secondo il professore, la lesione di fibre muscolari della zona lombare, all'altezza della vertebra L3, «con infiltrato emorragico» proverebbe un trauma da colpo diretto (non da caduta) e soprattutto recente. Non si chiude, così, la battaglia su uno dei nodi della vicenda Cucchi. Per la morte del trentunenne romano, arrestato per droga e deceduto il 22 ottobre 2009 all’ospedale Sandro Pertini, sono dodici gli imputati tra guardie penitenziarie, medici e infermieri. Se davvero i periti accogliessero la lettura dei reperti di Thiene, ossia l’ipotesi dell’urto diretto alla vertebra, verrebbero ribaltati gli ultimi esami consegnati dalla procura ai giudici, che fanno riferimento a una lesione del 2003, come testimoniato dalla cartella clinica di un precedente ricovero del detenuto.

«Purtroppo tra i documenti presentati dalla procura, manca proprio la lastra», ha tagliato corto Fabio Anselmo, uno degli avvocati della famiglia Cucchi. «E comunque che senso ha parlare di una lesione su una vertebra integra o che era già stata lesionata in passato? Ci sono tutte le altre ecchimosi, al torace, alla schiena, alla mandibola. Quante volte Cucchi sarebbe caduto? Credo che l’ultima produzione del pm risolverà definitivamente il problema». Intanto il processo slitterà ancora. I tempi della superperizia si allungano. E il 19 settembre il collegio peritale - formato da sei docenti universitari milanesi, i professori di medicina legale Marco Grandi e Cristina Cattaneo, dal cardiologo Giancarlo Marenzi, dal neurochirurgo Erik Sganzerla, dall'anestesista Gaetano Iapichino e dall'urologo Luigi Barana - non potrà consegnare alla Corte la relazione. Solo nei giorni scorsi sono cominciate le tac dei frammenti lombari, seguite in prima persona dall’anatomopatologa forense Cristina Cattaneo, la scienziata delle ossa.

Soltanto il primo di una serie di test, secondo indiscrezioni, che dimostrerebbe l’intenzione dei periti di ripartire da zero con l’esame dei reperti e della documentazione. Per l’avvocato Gaetano Scalise, legale del professore Aldo Fierro, primario del reparto di medicina protetta dell'ospedale Pertini di Roma, uno dei medici sotto processo per il caso Cucchi, non ci sono dubbi. «La nuova documentazione consegnata dalla procura riaprirà la discussione in aula. Anche se noi restiamo convinti delle nostre conclusioni: la morte è stata causata da un problema cardiaco improvviso». Ma, per l’avvocato Anselmo, la questione centrale resta quella della lesione sacrale, «mai messa in discussione», dice, «e non della vertebra L3. Quel trauma, più grave degli altri, causato da un colpo diretto ha provocato la bradicardia e quindi la morte. La bradicardia di Stefano - sottolinea il legale - è un riflesso del ritmo giunzionale che ha mandato in tilt la centralina del cuore. Perché, in questi casi, il ritmo cardiaco rallenta sempre più e se non sopraggiunge, tempestivo, un intervento medico, il battito diminuisce fino a fermare il cuore».

Il processo vede imputati i medici Aldo Fierro, Silvia Di Carlo, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite, Rosita Caponetti e Flaminia Bruno, gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe, e gli agenti della polizia penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici. A vario titolo, e a seconda delle posizioni, sono accusati di favoreggiamento, abbandono di incapace, abuso d'ufficio, falsità ideologica, lesioni ed abuso di autorità. Per Ilaria Cucchi, la predisposizione della superperizia chiesta dalla Corte di Assise, e in quanto cruciale ancora in una fase delicata, proverebbe il fallimento dei consulenti della procura: «Quello che sta emergendo noi lo avevamo già detto un anno fa in udienza preliminare».


Mercoledì 12 Settembre 2012 - 11:02

Ecco l'equazione del divorzio perfetto

Gaia Cesare - Mer, 12/09/2012 - 08:54

Serve per stabilire quanto dare al coniuge dopo l’addio ed evitare lunghi e costosi iter giudiziari

Si comincia coi fiori e le promesse eterne e si finisce con la calcolatrice in mano.

Altro che formula dell'amore perfetto (l'ultima l'ha elaborata l'università di Monaco). Per evitare che la Guerra dei Roses intasi i tribunali, gli inglesi sono pronti ad affidarsi alla formula del divorzio perfetto. Un modo per avere la certezza che se e quando si arriverà al triste addio, ognuno sappia quanto avrà in tasca.Calcolate la differenza di reddito fra i coniugi, individuate una cifra che va dall'1,5 al 2 per cento di quella differenza, moltiplicatela per ogni anno di coabitazione fino a un massimo di 25 anni e saprete fin d'ora quanto aspettarvi alla fine del vostro matrimonio (sempre che non ci sia prole al seguito, per quella c'è una formula più complicata). Così in Canada, dal 2005, hanno evitato un gran numero di controversie matrimoniali, senza per questo sminuire il ruolo dei giudici, che rimangono formalmente non vincolati dalle linee guida stabilite per legge. Un esempio?

Lui guadagna 60mila euro l'anno, lei ne guadagna 30mila, vivono insieme da vent'anni: lui dovrà a lei fra i 9mila e i 12mila euro l'anno. Les jeux sont fait. Fine dello stillicidio di accuse, ripicche, inganni, trovate diaboliche per sborsare di meno o incassare di più. Almeno così sperano i membri della Commissione giustizia inglese, le cui conclusioni faranno parte di un rapporto che verrà sottoposto l'anno prossimo ai ministri competenti. Con il chiaro obiettivo di sollevare i tribunali da lunghe e costose cause per stabilire come dividere i beni quando tra i coniugi non c'è intesa sull'addio. La novità - che in Italia, invece, è una certezza - è che tra le raccomandazioni dispensate a Londra dalla Law Commission c'è quella di escludere dal divorzio l'abitazione di famiglia, ereditata o acquistata prima il matrimonio.

Accade così che mentre i cervelloni di mezzo mondo si accaniscono per trovare la formula dell'amore perfetto, i lucidi giuristi di Sua maestà stiano cercando la formula del divorzio sostenibile. D'altra parte, recenti studi governativi hanno svelato che il numero dei divorzi nel Regno Unito è aumentato dal 2009 a un tasso annuale del 4,9%. Se poi è vero quanto sostengono i sociologi di tre diverse università americane - cioè che il divorzio è contagioso e che l'addio fra una coppia di amici aumenta del 75 per cento le possibilità che una coppia si lasci (si chiama divorce clustering) - allora è meglio correre ai ripari. Anche perché divorziare costa caro, soprattutto a Londra, dove ogni coniuge finisce per sostenere un costo di circa 40mila sterline tra consulenza legale, perizie e burocrazia. Con qualcuno in grado di speculare sulle disgrazie altrui.

Succede infatti che siano nati proprio a Londra e dintorni i primi fondi di investimento per finanziare le separazioni. Con un ritorno annuale dell'8 per cento circa per gli investitori che mettono sul piatto un minimo di 20mila sterline.Ecco perché da tempo, pur professando l'importanza della famiglia e del matrimonio, a Downing Street e dintorni stanno studiando un modo per accelerare la pratica più in voga del momento. Cercando di mettere a punto il divorzio fai-da-te, a portata di click, con accesso libero al divorce information hub, un network in grado di dare tutte le dritte giuste sull'ammontare degli alimenti e la custodia dei figli. Riduzione dei tempi, risparmio di denaro pubblico e privato e minore stress per figli e coniugi sono gli obiettivi dei consulenti governativi. Forse per evitare spiacevoli inconvenienti come quello registrato l'anno scorso nel Lancashire, dove il devoto marito Andrew Castle ha modificato una poltrona di casa e l'ha trasformata in una sedia elettrica legandola con un filo di metallo alla corrente. La meritata vendetta dopo la richiesta di divorzio della sua cara Margaret.

Il film anti-Maometto infiamma l'Islam

La Stampa

L'Afghanistan chiude YouTube, manifestazioni dal Cairo a Beirut


CatturaSolo pochi giorni fa era uno tanti carneadi che giravano attorno alla corte di Hollywood. Oggi è il nuovo bersaglio delle masse islamiche. Sam Bacile, misterioso regista, sceneggiatore e produttore statunitense de "L’innocenza dei musulmani", ha voluto così sfidare l’Islam: dapprima girando un lungometraggio nel quale Maometto viene dipinto come impostore e donnaiolo; poi, pubblicando in rete un trailer di 14 minuti del film. Tanto è bastato per infiammare il mondo arabo contro il nuovo atto "blasfemo" dell’Occidente. Al di là dell’assalto al consolato Usa di Bengasi - dove è rimasto ucciso l’ambasciatore statunitense Chris Stevens - oggi l’intero mondo islamico ha protestato contro la pellicola. Al Cairo, dopo l’attacco di ieri sera, in centinaia questo pomeriggio sono tornati davanti l’ambasciata Usa per difendere «il diritto del profeta». A Beirut una manifestazione è stata organizzata davanti alla sede diplomatica Usa e lo stesso è avvenuto a Tunisi, dove a scendere in piazza sono state alcune decine di salafiti. Ferma la condanna di Teheran mentre in Afghanistan i talebani hanno promesso «vendetta» e il governo di Kabul, definendo il film «inumano e offensivo», ha bloccato per 90 minuti l’accesso a Youtube per impedirne la visione.

Contattato dal Wall Street Journal e dal Time of Israel, Bacile, parlando da un luogo segreto, in California, non si è tirato indietro: «L’Islam è un cancro - ha ripetuto più volte - ma il mio è un film politico non religioso. Dopo l’11/9 tutti dovrebbero essere portati davanti a un giudice, perfino Gesù e Maometto». Bacile si è descritto come ebreo israeliano, di professione promotore immobiliare. Il suo film - ha spiegato - è stato girato in 3 mesi in California, nell’estate del 2011, con uno staff di 59 attori e 45 tecnici ed è costato 5 milioni di dollari, finanziati da un centinaio di donatori «ebrei». Poche le notizie sulla pellicola, dalla durata di due ore e del quale Bacile, nel luglio scorso, ha ’postatò uno spezzone di 14 minuti su Youtube. Mentre non è ancora chiaro chi abbia doppiato il trailer in lingua araba. Nel filmato Maometto appare come un folle, donnaiolo impostore, che accetta perfino la pedofilia. In una scena questa caricatura del Profeta, dal chiaro accento statunitense, indica un asino come «il primo animale musulmanò. In un’altra scena, invece, sono raffigurati efferati episodi di violenza di islamici contro una presunta minoranza cristiana, forse in Egitto.

E, in effetti, secondo la stampa egiziana tra i promotori del film ci sarebbe anche Morris Sadek, americano-egiziano di fede copta noto per i suoi attacchi all’Islam. Di certo, tra i promotori de "L’innocenza dei musulmani" c’è il pastore Terry Jones, celebre per aver bruciato in passato diverse copie del Corano. E il reverendo - inserito dal governo cairota nella lista dei ricercati assieme a 8 copti - ha anche annunciato di voler mostrare il trailer nella sua chiesa di Gainesville, in Florida. Bacile, invece, ha già dichiarato di volere trasformare il film in una serie di «200 ore», puntando su un successo che finora alla pellicola era mancato: quando fu trasmessa per la prima e unica volta, all’inizio del 2012, in un teatro di Hollywood la sala era infatti semi-vuota.


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"In Libia
situazione ancora
fuori controllo"


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Il film maledetto
che ha scatenato
la furia salafita



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Blitz al consolato
Usa al Cairo:
ecco gli scontri


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I tentativi
di soccorrere
l'ambasciatore


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Libia, il console morto intossicato
nell'incendio


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Bruciata la sede
dell'ambasciata
Usa: Libia caos


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La sommossa
anti-americana
scuote Bengasi


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Protesta al Cairo
In piedi sul muro
del consolato Usa


Cameron: «Strage di Hillsborough, non fu colpa dei tifosi del Liverpool: chiedo scusa»

Corriere della sera

A 23 anni dalla tragedia in cui persero la vita 95 tifosi dei Reds, un'indagine svela nuove responsabilità della polizia

Sheffield, 1989: persero la vita 95 tifosi del Liverpool Sheffield, 1989: persero la vita 95 tifosi del Liverpool

Colpa di quegli hooligan ubriachi, bestie irresponsabili, non paghe di quanto già avevano combinato nella maledetta notte dell'Heysel. Fu facile il 16 aprile del 1989 trovare il colpevole: dopo che la sera prima 95 tifosi del Liverpool avevano perso la vita a Sheffield, nella semifinale tra i Reds e il Nottingham Forest, schiacciati e soffocati nella calca, la più grande tragedia dello sport inglese.

NON ANDO' COME ALL'HEYSEL - Il Sun, la stampa britannica tutta, titolarono subito a quattro colonne l'indomani: «Gli ultrà del Liverpool, decisi a entrare a tutti i costi allo stadio, anche se non c'era spazio, hanno perfino rubato i portafogli ai compagni morti sugli spalti, hanno addirittura urinato sui cadaveri». Trascinandosi dietro, in questa frettolosa versione dei fatti, i quotidiani di tutto il mondo. Ma che le cose non fossero andate come a Bruxelles, che le responsabilità del massacro dovessero ricadere sulle forze dell'ordine, sulla mancata sicurezza, sui soccorsi insufficienti era un dubbio che si era insinuato subito nell'opinione pubblica d'Oltremanica. Sicuramente era una certezza per i famigliari dei morti che l'hanno sempre sostenuto.

Video - Cameron su Hillsborough: «Doppia ingiustizia»


CAMERON: «CHIEDO SCUSA DUE VOLTE»: Ora è una verità che ha costretto perfino il premier Cameron a chiedere scusa ai parenti delle vittime. Due volte. «Per l'incapacitá di proteggere le vite dei loro cari l'imperdonabile attesa per arrivare alla verità». Le scuse vengono dopo la pubblicazione di un report indipendente di 395 pagine. La relazione, che potrebbe costituire la base per una nuova inchiesta, ha chiarito che i tifosi del Liverpool «non sono stati la causa del disastro». L'apertura di un cancello del settore Leppings Lane End dello stadio di Hillsborough segnò l'inizio della tragedia. Migliaia di supporter dei Reds, rimasti fuori dall'impianto, cercarono di riversarsi sugli spalti già gremiti. Secondo le inchieste ufficiali, alle 15.15 tutte le 96 vittime erano già decedute. Ora, invece, si scopre che 59 erano ancora vive e anche almeno 41, secondo il report, avrebbero potuto essere salvate se avessero ricevuto soccorsi tempestivi.

EVIDENTI LACUNE OPERATIVE - Il lavoro del Panel accende i riflettori su «evidenti lacune operative» e specifica «in maniera definitiva» che i tifosi del Liverpool «non hanno causato e non hanno contribuito alla morte» delle vittime, come sostenuto a più riprese dalle forze dell'ordine. Si punta il dito, in particolare, verso la polizia del South Yorkshire che avrebbe anche imbeccato alcuni media fornendo versioni parziali e infondate. Le inchieste ufficiali sarebbero state macchiate dalle «modifiche significative» apportate a 164 testimonianze, con l'obiettivo di assolvere agenti e soccorritori da evidenti responsabilità. L'analisi dei documenti, compresi filmati televisivi, ha mostrato che «i pochi isolati episodi di comportamenti aggressivi e di abusi verbali» dei tifosi «erano causati da frustrazione e disperazione. La stragrande maggioranza dei fans sul terreno di gioco cercava di aiutare i soccorritori e portava via morti e feriti». No, nessun hooligan ubriaco e nessuna bestia irresponsabile.

Matteo Cruccu
ilcruccu12 settembre 2012 | 18:09

Offende l'amministratore della società, il sindacalista non va licenziato

La Stampa


Il sindacalista che teme per i "tagli" in azienda e reagisce dando dello sbruffone al datore di lavoro non rischia il posto. Lo afferma la Cassazione (sentenza 15165/12) che ha convalidato l’illegittimità del licenziamento di un sindacalista della capitale, che era stato cacciato dopo essersi rifiutato di ricevere la documentazione relativa alla procedura di mobilità e aver dato dello sbruffone all'amministratore unico della società. Secondo la Suprema Corte l'uomo era stato giustamente reintegrato dalla Corte di merito perchè «il comportamento contestatogli non aveva determinato un danno d’immagine, come supposto dalla parte datoriale, e aveva escluso che la sanzione inflitta potesse considerarsi proporzionata all’addebito».

Il ricorso dell'azienda voleva invece dimostrare che il sindacalista aveva avuto un atteggiamento di «avversione e conflittualità». La Cassazione ha negato invece la giusta causa e il giustificato motivo di cenziamento. In quanto all’espressione usata, censurabile «sul piano disciplinare», si è trattato «di una aspra protesta istintiva che il dipendente aveva manifestato nella sua veste di sindacalista a fronte di scelte imprenditoriali di riduzione di personale e in un momento di particolare conflittualità tra le parti».

Oggi è davvero un Buongiorno

Corriere della sera

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di Franco Bomprezzi

Allora serve. Scrivere non è inutile. Almeno non sempre, non questa volta. Non su “Invisibili”. Sono contento oggi, e la soddisfazione è di tutta la redazione di questo blog. Perché abbiamo fatto “rete”, che mai come in questo caso è davvero un goal. Avevamo ospitato, in sinergia con il settimanale OGGI, l’articolo scritto da un grande inviato di Panorama, Pino Buongiorno, entrato a far parte del mondo delle disabilità, in seguito a una infezione mal curata che ha portato come come conseguenza l’inevitabile amputazione del piede sinistro. Una testimonianza forte e schietta, con la scoperta di un mondo pieno di cose che non funzionano, di situazioni impensabili in un Paese civile e dotato di una legislazione solida e importante. In pochi giorni sono arrivate molte risposte.

Un grande settimanale popolare del calibro di OGGI, un blog del più diffuso quotidiano on line, una grande firma del giornalismo d’inchiesta italiano. Ma io aggiungo: voi, i lettori di questo blog, che avete riempito di commenti affettuosi, critici, intelligenti, sensibili, la storia di Pino Buongiorno, confermandone in un certo senso la “normalità” all’interno del panorama attuale della disabilità nel nostro Paese. Alcuni di voi hanno storto il naso, dicendo, più o meno: “Già, Buongiorno scrive adesso della disabilità solo perché l’ha toccata con mano.

E siccome è una persona importante, a lui daranno retta”. Quasi fosse una colpa essere da tanti anni una delle migliori firme del giornalismo italiano, impegnato sempre a vedere con i propri occhi ciò di cui avrebbe puntualmente scritto. Buongiorno non si era occupato di disabilità perché le sue competenze professionali erano e restano soprattutto altre: un inviato “speciale”, come si diceva una volta. Pronto a partire in poche ore quando c’è bisogno di essere in prima linea a raccontare gli eventi del nostro tempo.

Adesso mette a disposizione la sua bravura anche su questo tema, per lui ovviamente inconsueto. Ma non lo fa a titolo personale, per risolvere il proprio disagio, o per gridare, all’italiana: “Lei non sa chi sono io…”. No: Pino ci ha messo la faccia rendendosi conto che è giusto non tirarsi indietro, e battersi con forza proprio per chi questa voce non ce l’ha, o non ha la forza per farsi sentire. Abbiamo un amico in più, per vincere le nostre battaglie. Lo dico con orgoglio, pensando che anche io, nel mio piccolo, ho fatto tanto tempo fa la medesima scelta. Nel mio lavoro di giornalista non mi occupavo di handicap, ma di cronaca, o di cultura, o di organizzazione del lavoro di redazione, di attualità internazionale. Ritenevo giusto, essendo in sedia a rotelle, non avere questa speciale “delega” a scrivere di disabilità.

Ora mi rendo conto che invece è necessario che il mondo della comunicazione faccia la propria parte al massimo livello possibile, con ogni mezzo. Perché la crisi colpisce soprattutto i più fragili, e perché invece questo è un mondo di grandi risorse umane, di storie importanti, di potenzialità in ogni campo.
Ed ecco che cosa Pino Buongiorno scrive adesso a tutti voi, a tutti noi:

“Carissimi miei nuovi amici di Invisibili,

Confesso che quando il direttore di Oggi Umberto Brindani mi ha chiesto il primo articolo sulla mia nuova vita da disabile ho avuto un po’ di perplessità. Non gli ho detto subito di sì. La mia ritrosia nasceva dalla scuola di giornalismo nella quale sono cresciuto e dove sono stato allevato da due grandi maestri, Lamberto Sechi ed Enzo Biagi. Il primo, direttore storico di Panorama, vietava a noi tutti di scrivere in prima persona e addirittura, all’inizio dell’avventura del settimanale, non voleva che nemmeno firmassimo gli articoli. Il secondo mi ricordava ogni volta che partivo per una guerra, un terremoto, una strage che “noi giornalisti non siamo mai i protagonisti delle storie che andiamo a vedere. Siamo sempre e solo i testimoni. “Per cui non fare l’eroe e cerca di salvare la pellaccia perché ai lettori servi vivo e non morto” ammoniva Biagi.

Ho riflettuto alcune ore e poi mi sono detto: questa volta posso fare un’eccezione e cioè essere il testimone di me stesso, il testimone della disavventura che mi è capitata. Non deve servire a me, ma ai tanti Invisibili d’Italia. E così è stato. I primi commenti che ho ricevuto sono arrivati da colleghi che mi hanno telefonato o scritto dicendomi che la forza dell’articolo non era lo sfogo personale, ma la ricostruzione meticolosa dei fatti. Altri lettori, che non conoscevo, mi hanno incitato a “portare avanti la battaglia intrapresa utilizzando la funzione sociale di giornalista”.

Sono stati tantissimi i messaggi che ho ricevuto, gli appelli di associazioni di categoria con i dati sulle amputazioni per negligenza, le denunce di quanti sono incappati nello stesso “luminare romano”. Ma la cosa più importante è che improvvisamente gli Invisibili sono diventati Visibili, visibilissimi. L’Asl Roma A chiude la sede senza ascensori funzionanti per disabili. Il presidente dell’Inps si accorda in diretta televisiva con la Conferenza delle Regioni per accelerare le pratiche di invalidità eliminando il passaggio burocratico della prima visita affidata finora alle Asl/Regioni. Il Policlinico Tor Vergata avvia un’indagine conoscitiva sulle pratiche mediche del “luminare” e sul caso specifico.

Il ministro della Sanità Renato Balduzzi è sollecitato a rispondere a un’interrogazione parlamentare del deputato Pd Alberto Losacco. Il ministero degli Esteri attiva, ancor prima che lo facessi io, il rappresentante permanente dell’Italia all’Unione europea Ferdinando Nelli Feroci per ottenere una risposta rapida sui fondi a disposizione dell’Italia sul fronte dei disabili. E il solerte diplomatico risponde in pochissime ore. Giornali, tv e radio, che mi intervistano, vengono finalmente sensibilizzati sulle questioni da me sollevate e soprattutto sulla malasanità. Di tutto questo scrivo su Oggi, in edicola da questa mattina, per quella che è la seconda puntata del mio diario.

Sono davvero felice di aver sconfitto il muro di gomma delle istituzioni pubbliche. Ma la soddisfazione più grande è stata quella di aver scoperto di avere tanti amici, in Italia e non solo, che mi hanno tutti, indistintamente, spronato ad andare avanti. Ora si tratta di battersi per una legge nazionale sulla patologia del piede diabetico e soprattutto sulla corretta informazione che deve circolare fra i tanti ammalati diabetici che sviluppano questa grave complicazione (quasi 900 mila in Italia). Devono poter accedere a centri specializzati dove funzionano team di medici con varie specializzazioni. In questi centri il tasso di salvataggio del piede si aggira attorno all’80 per cento, con punte del 90 per cento. Il mio appello è uno solo: “Fuggite dai lupi solitari della medicina”. Quelli vi portano diritti all’amputazione”.

Grazie Pino, seguiremo passo passo le tue battaglie. Intanto, oggi è davvero un Buongiorno.

Costa Concordia, Schettino non salvò la nave

Lucio Di Marzo - Mer, 12/09/2012 - 15:30

La manovra che permise alla Concordia di non peggiorare la sua situazione dopo l'urto non dipese da una manovra del capitano, ma semplicemente dal caso. Lo dice la perizia depositata a Grosseto

Soltanto un caso.



La manovra che permise alla Costa Concordia di non aggravare la sua situazione dopo l'urto agli scogli del Giglio non fu un'oculata decisione del comandante Francesco Schettino, ma piuttosto un caso.
A dirlo è la perizia depositata al tribunale di Grosseto, che parla di una manovra resa possibile dalle "circostanza e non per la volontà" del capitano della Concordia. Secondo quanto viene anticipato sulla Stampa "l'aver messo tutta la barra a dritta avrebbe potuto anche comportare che la nave dirigesse verso il largo, con probabili conseguenza peggiori di quanto si è poi verificato nella realtà".

Crema antirughe promette eterna giovinezza Esce venerdì, ma già 60mila donne sono in coda

Corriere della sera

Diecimila kit-test inviati a celebrità e comuni consumatori


Come non farsi conquistare dall’idea di una crema antirughe talmente efficace da cancellare (o comunque ridurre sensibilmente) i segni del tempo sulla nostra faccia nel giro di sette giorni, spingendoci persino a rinunciare al ritocchino del chirurgo? In effetti, messa così, sarebbe davvero il sogno di ogni donna (ma pure di qualche uomo), perché le rughe sono forse più odiate dei rotolini di ciccia, non fosse altro per il fatto che i secondi con un po’ di attività fisica alla fine possono anche sparire, ma le prime segnano per la vita e non se ne vanno a dispetto di pozioni più o meno miracolose. Eppure, malgrado il comprensibile scetticismo che da sempre accompagna la notizia di fantomatici rimedi anti-età pronti ad essere messi sul mercato, in Inghilterra ci sono addirittura 60mila persone in lista d’attesa per l’Anew Clinical Pro Line Corrector Treatment di Avon, salutato come il santo gral della lotta all’invecchiamento.

Vero, stando all’azienda i risultati dei test effettuati sul prodotto sarebbero stati a dir poco straordinari (delle 69 donne fra i 35 e i 59 anni che lo hanno usato due volte al giorno per 11 settimane, non ce n’è infatti una che non si sia detta entusiasta del miglioramento ottenuto già dopo soli 7 giorni, al punto da rendere inutile il ricorso al botox), ma le perplessità sull’effettiva efficacia del trattamento, come pure sulla durata dello stesso una volta finito il ciclo di cura, restano intatte. E pazienza se l’attrice Anna Friel, che ha ricevuto uno dei 10mila kit-prova dati dall’azienda in omaggio a celebrità e comuni mortali, giuri che la sua pelle sia diventata «favolosamente più luminosa» grazie alla portentosa crema o che una dermatologa londinese, peraltro non coinvolta nei test di laboratori, la definisca «una delle scoperte potenzialmente più interessanti degli ultimi anni» sul Daily Mail.

LE CODE PER L'ACQUISTO - Del resto, non è la prima volta che un prodotto riscuote un tale successo prima ancora di essere messo in vendita, salvo poi deludere le attese o essere sostituito da un nuovo ritrovato ancor più rivoluzionario poche settimane dopo. È il mercato, in fondo. E se negli anni Novanta furono gli alfaidrossiacidi (altrimenti noti come «acidi della frutta») e il retinolo a conquistare le patite dei rimedi antirughe, in questo caso a far gridare al miracolo è l’A-F33 (acronimo per «Amino Fill 33»), ovvero una proteina modificata in laboratorio (è stata scoperta dagli scienziati dell’Università di Princeton) che stimolerebbe la produzione di un enzima della pelle – il PLOD2 – in grado di aumentare la formazione naturale di collagene ed elastina, rallentando al contempo l’invecchiamento cutaneo. Insomma, una favola. Ma anche se in Inghilterra giurano che è tutto vero, per ora la sola certezza è che l’Anew Clinical Pro Line Corrector Treatment sarà in vendita da venerdì sul sito della Avon a 30 sterline (poco meno di 40 euro): un prezzo tutto sommato abbordabile per provare ad inseguire il sogno dell’eterna giovinezza.

Simona Marchetti
12 settembre 2012 | 15:47