martedì 11 settembre 2012

Nuova sparatoria a Milano

Luca Romano - Mar, 11/09/2012 - 17:47

Lo scontro a fuoco si è verificato vicino a viale Monza, nella zona nord-est della città. Secondo alcuni testimoni a bordo dell’Audi c’erano 3-4 persone che hanno esploso alcuni colpi d'arma da fuoco contro il guidatore della Focus. Nessuno è rimasto ferito ed entrambe le auto sono scappate in direzione opposta. Al setaccio degli inquirenti le immagini delle telecamere di sicurezza presenti in zona

Milano è come il Bronx? L'accostamento sembrerà azzardato ma gli episodi di criminalità nel capoluogo lombardo si ripetono uno dopo l'altro e cresce la preoccupazione dei cittadini.



Dopo la sparatoria di lunedi sera in zona Porta Romana, in cui hanno perso la vita due persone (un uomo e una donna), oggi a Milano si registra una nuova sparatoria. Si è verificata intorno alle 15 in via Giacosa, angolo via Pietro Crespi, vicino a viale Monza (guarda la mappa), in mezzo al traffico cittadino.
I colpi sono partiti da un’Audi A2 di colore grigio all’indirizzo di una Ford Focus blu. Nessuno è rimasto ferito. Entrambe le auto sono scappate in direzione opposta.

Secondo alcuni testimoni ascoltati dai carabinieri, a bordo dell’Audi c’erano 3-4 persone (forse sudamericane) che hanno esploso 4-5 colpi contro il guidatore della Focus. Un colpo ha centrato un’auto in sosta, una Peugeot 106 di proprietà di un residente nella zona. I carabinieri per terra non hanno trovato né tracce di sangue né bossoli. Questo ha portato i militari a ritenere che nessuno sia rimasto ferito e che l'arma utilizzata nell'agguato possa essere un revolver. Gli investigatori saranno fondamentali le immagini delle telecamere di sicurezza presenti in zona.

Mia sorella, prima vittima di una faida che non finirà mai

La Stampa

Viaggio a Scampia con il fratello della ragazza che si ribellò ai boss


Le «Vele» di Scampia, tragico simbolo della guerra di camorra per il controllo del mercato dello spaccio della droga a Napoli

GUIDO RUOTOLO
inviato a napoli

Il vespone bianco si nasconde tra la vegetazione di sterpaglia che cresce spontanea nei sotterranei della Vela abbandonata. I due pusher sembrano sfidare la pattuglia di polizia che da otto giorni sta impedendo materialmente che nella «piazza» dello spaccio si possa vendere droga. Vagano senza meta gruppi di tossicodipendenti disperati. C’è Abdul, il nero, che il poliziotto conosce e allontana. Dalla radio della centrale si capisce che diversi disperati si stanno concentrando nei pressi del Bosco di Capodimonte in cerca di un Caronte che procuri la polvere per andare nell’altro mondo. «Finora si stanno ammazzando tra di loro. Che se la piangano tra di loro. Non equivocatemi, speriamo che i prossimi morti non siano vittime innocenti». Francesco Verde è il fratello di Gelsomina, Mina, la ragazza di 21 anni torturata e uccisa nella prima guerra di Scampia, il 21 novembre 2004.

Era stata fidanzata tre anni prima con uno dei fratelli Notturno, una delle famiglie del cartello AbbinanteNotturno-Abete in guerra con i Di Lauro. E i Di Lauro, appunto, sequestrarono Gelsomina perché da lei volevano conoscere i nascondigli dei Notturno. Povera Gelsomina. La sua storia è evocata nel film «L’intervallo» presentato adesso a Venezia. «Gelsomina - ricorda il fratello - non si piegò, lei era contro la mentalità camorrista. Si lasciò con il fidanzato proprio perché non accettò di essere la donna di un boss. Avrebbe potuto prendere tempo, dire ai Di Lauro di non conoscere i nascondigli dei Notturno, ma che era pronta a informarsi. E invece fu torturata, ammazzata, bruciata».

Sessanta morti, si contarono allora. Oggi siamo a una decina. Ma gli ultimi due fanno paura. Sono i fratelli di boss di clan contrapposti. E’ una guerra dei vertici del potere camorrista per il potere. E altro sangue scorrerà. «Appena il clan o il cartello di famiglie al potere si indebolisce - dice Francesco Verde - arrivano i nuovi pretendenti. Magari i capi delle piazze dello spaccio che sgomitano per arrivare in alto. E si torna a sparare e a morire». I fuochi della rabbia e del dolore delle famiglie che piangono i loro caduti di questa guerra, stanno facendo terra bruciata. A Scampia-Secondigliano, nella periferia maledetta della città non c’è un prestigio o una onorabilità da difendere per un potere (criminale) fatto di consenso e di presenza sul territorio.

No, quella è una rappresentazione della mafia siciliana o dei Casalesi. Gli Scissionisti bruciano tutto in pochi attimi. Come il canto delle cicale, il loro ciclo vitale è breve. Commerciano e spacciano droga, tutte le droghe possibili. E accumulano polvere bianca e montagne di euro. Prima e dopo, sopra e sotto, dentro e fuori, non c’è altro. Francesco Verde collabora oggi con la sua «Progetto per la vita onlus» insieme all’«Associazione resistenza anticamorra» allo sportello Anticamorra di Scampia. «Quella che si combatte in questi giorni è sempre la stessa guerra. Era nata così: gli Scissionisti contro i Di Lauro. Oggi sono sempre loro che si fanno la guerra. Gli Scissionisti si sono frammentati in vari clan che combattono per la supremazia e il potere. Sono i Vannella-Grassi che vogliono fare cappotto, fregare tutti. E dire che nella guerra precedente morti innocenti si sono pianti in tutte le famiglie.

Oggi orfani, nipoti, parenti e vedove alimentano la nuova guerra dimenticandosi del passato, dei propri cari alleandosi con i carnefici. Sono i soldi che accecano gli animi». «Benvenuti a Scampia. Basta crederci e trovi un mare di bene a Scampia». Il murales della municipalità ti accoglie all’ingresso del quartiere. Sembra un messaggio subliminale. Un paradosso. «Il punto - spiega Ciro Corona, Associazione resistenza anticamorra è che siamo sfiancati. Scampia la stiamo perdendo. C’è ancora un barlume di speranza che la partita possiamo vincerla. La presenza di una miriade di associazioni non è più sufficiente. Adesso la politica deve mandare un messaggio chiaro. Non servono le presenze saltuarie, le sfilate di ministri e di segretari».

Ciro Corona vive a Secondigliano e sottolinea l’altra parte della mela: «Con lo sportello anticamorra, nove denunce anonime al mese, stiamo cambiando un modo di essere e di pensare di Scampia. Arriva la denuncia anonima che un camorrista ha costruito un cancello abusivo a protezione della propria casa? Il commissariato di polizia di Scampia entro le 24 ore risolve il problema”. Ma quella che si sta combattendo è una «guerra asimmetrica». Da otto giorni lo Stato canta vittoria. E a ragione: 200 uomini tra carabinieri e poliziotti di rinforzo hanno nei fatti bloccato le piazze dello spaccio di Scampia. Non si vendono più polvere bianca, pasticche, fumo alla Casa dei Puffi, al Lotto TA-TB di via Ghisleri, ai Sette Palazzi (Comparto A), alla Vela Celeste. Ma fino a quando la macchina della prevenzione e della repressione dello Stato sarà in grado di garantire questo sforzo straordinario?

Negli scantinati della Vela Celeste c’è la carcassa di un’auto bruciata. E decine di siringhe. Allacci abusivi per l’acqua e la corrente. Tappeti di immondizia e pozze d’acqua che piove dalle tubature. Doveva essere un complesso abitativo d’avanguardia. Le Vele che resistono (ne sono state abbattute 3 su 7) sono monumenti viventi del degrado sociale e urbano. Il dirigente del commissariato di Polizia di Scampia, Michele Spina, racconta che una sola piazza, il Lotto TATB, aveva un fatturato giornaliero di 80.000 euro. Gli investigatori ipotizzano che la guerra in atto sia stata scatenata dalle mire espansionistiche dei Vannella-Grassi. Francesco Verde ha una smorfia di rabbia: «Sono sempre loro. Sono partiti da piazza Zanardelli, che era la roccaforte dei Di Lauro, e adesso vogliono espandersi. La storia si ripete, a Scampia. Aspettiamo di vedere come andrà a finire».

Sarajevo, incontro tra le fedi «Non esistono guerre sante»

Il Messaggero
di Renato Pezzini

Meeting delle religioni a 20 anni dal conflitto bosniaco.Il convegno organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio



SARAJEVO - In una città dove sui muri delle case ci sono ancora i buchi dei proiettili parlare di pace sembra un’impresa folle. Vent’anni fa, al culmine del disfacimento dell’ex Jugoslavia, qui esplodevala più feroce delle guerre balcaniche. Tre anni di assedio dalle colline intorno a Sarajevo, granate sui mercati, sulle scuole, pulizia etnica, odio calcificato sotto la pelle. Serbi contro bosniaci, croati contro serbi, ortodossi contro musulmani, cattolici contro ortodossi. Vent’anni dopo un pope, un imam, un rabbino e un vescovo si riuniscono sotto le insegne di un meeting che ha un titolo complicatissimo: «Il futuro è vivere insieme».


La Comunità di Sant’Egidio ogni anno replica in qualche parte del mondo la giornata della pace che Papa Wojtyla convocò nel 1986 ad Assisi. Questa volta in Bosnia Erzegovina è venuto anche il capo del governo italiano, Mario Monti. Un po’ perché a fare gli onori di casa c’è il suo ministro Andrea Riccardi, che di Sant’Egidio è il fondatore. Un po’ perché parlare di pace a Sarajevo ha un sapore particolare: «È una città emozionante», dice Monti «ma è pure luogo e simbolo della sofferenza, della difficoltà e della necessità dell'incontro».
 
Nell’agosto del 1992 le bombe serbe mandarono in fiamme la biblioteca di Sarajevo. Due milioni di libri distrutti, inchiostro che nei secoli aveva inoculato tolleranza e rispetto in questo ricettacolo di etnie e religioni differenti dove nel Seicento i musulmani accolsero gli ebrei in fuga dalle persecuzioni della Spagna cattolica. Si salvarono pochi volumi dall’incendio, fra questi l’Haggadan, prezioso manoscritto di rituali ebraici per la Pasqua. Fu un musulmano a strapparlo al fuoco, e adesso l’imam lo riconsegna al rabbino capo della città. Si abbracciano e tutti applaudono.
 
Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, è fra quelli che battono le mani più calorosamente: «La sopravvivenza dell’Haggadan di Sarajevo è la sopravvivenza di uno spirito multietnico e multiculturale che qui fu possibile». Il convegno della Comunità di Sant’Egidio ha un sottotitolo che è un moto di speranza: «Religioni e culture in dialogo». Quando tocca al ministro Riccardi darne conto parla della pace «che è santa a differenza della guerra che santa non può essere mai». E parla del dolore. Il dolore sempre uguale delle madri che hanno perso figli e mariti, il dolore scritto nel dna di questa città insanguinata dalle lotte fratricide condotte talvolta in nome di un’etnia, talvolta in nome di un dio: «Ma le religioni», dice Riccardi, «non vogliono più essere utilizzate per benedire i muri che dividono».
 
Ci sono migliaia di persone nel grande salone in riva alla Miljacka, il piccolo fiume che attraversa Sarajevo.
Una babele di lingue e di religioni che provano a stare insieme. All’imbrunire si sente la voce del muezzin che chiama alla preghiera dalla moschea grande, nella cattedrale del Cuore di Cristo il prete conclude la messa della domenica. Alla stessa ora Mario Monti va al microfono, parla di «questo luogo in cui il Diciannovesimo secolo è cominciato (con l’attentato del 1914 che scatenò la prima guerra mondiale) ed è finito (con l’interminabile assedio del 1992 durato tre anni). Ma è anche la città che si era globalizzata ben prima della globalizzazione».
 
Osservando questo labile confine fra integrazione e divisione a Monti viene automatico parlare di Europa. Perché l’Unione, dice, «sta vivendo una crisi profonda, che non è solo finanziaria, e mina le basi di quell’umanesimo intorno al quale era nata e si era sviluppata la costruzione europea». Come in un flash passa in rassegna la storia recente di un Continente che aveva «messo in comune capacità, risorse e conoscenze per fondare una società nella quale fosse impossibile ripetere gli errori tragici del passato. Ora però sembra aver smarrito, spero solo temporaneamente, il senso dell’agire insieme».
 
In qualche modo Sarajevo sembra assomigliare, nelle sue parole, all’Europa. E viceversa. Dove quello che univa le diversità improvvisamente può diventare scintilla di lacerazione: «L’euro, la moneta unica, è stato il pinnacolo più alto di questo processo di integrazione. Adesso invece rischia di essere motivo di nuove divisioni». Colpa di una visione particolaristica e rassegnata, dice: «E allora il problema non è solo quello di rimettere a posto i bilanci, ma risvegliare nelle persone anche un nuovo ottimismo e speranza nel futuro».
 
In platea ad ascoltarlo c’è pure Bakir Izetbegovic. Suo padre Alija era presidente della Bosnia negli anni devastanti della guerra, lui oggi è il presidente della Bosnia che prova a riunire le proprie diverse anime in una convivenza pacifica. Stamane lui e Monti si incontreranno. Hanno molte cose di cui parlare.


Lunedì 10 Settembre 2012 - 16:16

Vittima del racket, riapre il suo chiosco di panini

Corriere della sera

Il camioncino era stato bruciato il 17 luglio. Tanti i giovani che hanno mostrato solidarietà al proprietario Loreno Tetti


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MILANO - È finito anche il pane da quanto grande e sentita è stata la solidarietà che gli studenti di Città Studi hanno mostrato lunedì a Loreno Tetti, vittima del racket, proprietario di un chiosco di panini incendiato nella notte tra il 17 e il 18 luglio «perché non mi sono tirato indietro», testimoniando al processo contro la ’ndrangheta. Sorpreso e felice di vedere tanti giovani in suo sostegno, Tetti ha confessato che si aspettava «più sostegno morale ed economico dal Comune. Dalle Forze dell’ordine è arrivato, dal Comune no». Ristoratore da più di 30 anni, dopo il fallimento del suo ristorante in zona Vercelli - «servivo piatti a tutti i vip della Milano da bere» - Tetti ha cominciato a servire panini ai giovani studenti che oggi lo hanno praticamente adottato e che, a quanto dicono, hanno tutta l’intenzione «di stargli accanto nella scelta che ha fatto». Una scelta «doppiamente coraggiosa» secondo il presidente di zona 3, Renato Sacristani, che nelle prossime settimane ha intenzione di proporre lo stanziamento di 1000 euro per una iniziativa «che porti solidarietà non solo simbolica. Sarà «un panino anti-racket per raccogliere contributi e aiutare Tetti anche economicamente».

 Gli studenti affollano il chiosco dei panini di Tetti Gli studenti affollano il chiosco dei panini di Tetti Gli studenti affollano il chiosco dei panini di Tetti Gli studenti affollano il chiosco dei panini di Tetti Gli studenti affollano il chiosco dei panini di Tetti

SOLIDARIETA' - Tra i numerosi studenti, affamati ma soprattutto solidali con «il nostro» Loreno, anche gli assessori all’ambiente Pierfrancesco Maran e alla sicurezza Marco Granelli, i presidenti della commissione sicurezza Mirko Mazzali e della commissione antimafia David Gentili, rappresentanti delle Forze dell’ordine e delle associazioni anti-mafia milanesi. Attualmente, a proteggere il chiosco sono impegnate a rotazione 3 pattuglie, agenti sia in divisa sia in borghese, a quanto spiegato da Granelli che ha ribadito il massimo impegno dell’amministrazione «per non lasciare solo che ha avuto il coraggio di denunciare e per continuare a presidiare le zone dove c’è attività commerciale e spaccio». Oltre a Città Studi, i Navigli e corso Como sono le zone che fanno gola alla criminalità organizzata, secondo Granelli: «Lì abbiamo già fatto molto e continueremo».

Redazione Milano online10 settembre 2012 | 16:40

Messico, accusato di stupro crocifisso in strada

Corriere della sera

Rapito da uomini armati mentre era prigioniero della polizia. Viene ritrovato il giorno dopo all'incrocio di due strade provinciali

WASHINGTON - Eladio Martinez Cruz, 24 anni, è stato accusato da una donna di violenza sessuale. Un'aggressione commessa all’interno di un magazzino nei pressi di Contepec, stato messicano di Michoacan. Il 6 settembre una pattuglia della polizia ha fermato il giovane per trasferirlo al commissariato. C’erano degli accertamenti da svolgere. Ma la vettura con gli agenti è stata intercettata e bloccata da un commando armato che ha sequestrato Cruz. Il giorno seguente una telefonata anonima ha segnalato la presenza di un cadavere ad un incrocio. La polizia lo ha trovato subito: era il corpo del presunto violentatore. Lo hanno crocifisso a due grandi insegne stradali dopo averlo torturato. C’era anche la spiegazione: «Così finiscono gli stupratori».

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LA VENDETTA - È presto per dire se il modus operandi - feroce - diventerà una tendenza come lo è stato per le decapitazioni in questi anni di narco-guerra. Qualcuno ha iniziato a farlo, altri si sono ispirati aggiungendo crudeltà. Quanto ai responsabili del delitto si è ancora nel campo delle ipotesi. La rivendicazione era senza «firma». Gli esperti ipotizzano la vendetta dei «Cavalieri Templari», formazione criminale che si atteggia a vendicatrice del popolo, anche se poi stermina innocenti come gli altri «cartelli». In alternativa potrebbe essere stata l'azione di un gruppo di vigilantes che ha deciso di farsi giustizia senza attendere la chiusura delle indagini e il verdetto di una corte.

NELLA TERRA CALIENTE - La notizia di Eladio Cruz si è confusa con quella di un altro massacro. Stavolta nella Terra Caliente, stato di Guerrero. Sedici cadaveri - in parte mutilati - sono stati abbandonati su un camioncino. Alcuni avevano un messaggio sul petto: «Sono un Cavaliere Templare». E una scritta sulla fiancata del veicolo: «Familia Michoacana». Questo farebbe pensare ad un’azione di quest’ultima - banda dedita al traffico di droga - contro i rivali. I Templari sono nati da una scissione creatisi all’interno della Familia e sono stati protagonisti in questi ultimi mesi di duri scontri a fuoco sotto la guida di un ex maestro, nome di battaglia La Tuta.

Guido Olimpio
@guidolimpio11 settembre 2012 | 9:42

Francesco, 30 anni: “La mia vita da emigrante e il sogno di tornare a casa”

Corriere della sera
di Maria Serena Natale

E’ ufficiale, gli italiani tornano a emigrare. Con ambizioni da “cervelli in fuga” o il semplice sogno di una vita più stabile, sulle rotte dei nostri nonni: secondo gli ultimi dati dell’Agenzia tedesca del lavoro, nel biennio 2009-2011 il flusso verso la Germania ha subito un’accelerazione netta con un aumento di lavoratori italiani immigrati pari al 6,3%. Non solo estero, però. Tiene, e si rafforza, l’emigrazione interna. Sempre più giovani lasciano le regioni meridionali per il Nord, spesso con la speranza di tornare e contribuire allo sviluppo delle loro terre con le competenze acquisite altrove. Ecco la testimonianza di Francesco.

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Sono Francesco, pugliese di trent’anni, emigrante/pendolare da ormai dieci anni. Premetto che sono stato sempre contrario ai compromessi per farsi piazzare da qualche parte sfruttando conoscenti o politici e per questo ho sempre cercato di raggiungere gli obiettivi prefissati senza ricorrere a scorciatoie. Della serie non “Mi manda Picone” e non voglio che mi ci mandi.
Sono quasi dieci anni che la mia vita è subordinata a orari di aerei, treni e navette. Tutto è iniziato per esigenze di studio a Roma, poi le necessità economiche mi hanno portato a Milano.
Negli anni 50 parte della popolazione meridionale utilizzava il treno per emigrare verso Nord. Emigrare allora era una ragione di sopravvivenza. Valigia di cartone legata con lo spago e via sul treno della speranza che portava nei grandi centri del Nord con la speranza di trovare un lavoro.

Uno qualsiasi.

A distanza di cinquant’anni nella sostanza non è cambiato nulla. L’emigrazione esiste ancora. Sono cambiati invece gli obiettivi che l’emigrante si pone: non ricercare un lavoro qualsiasi ma quello per cui sono state sudate sette camicie. Ed è proprio così che la mia avventura è iniziata. Di camicie non ne avevo sette e di sudare nemmeno a parlarne perché i miei primi viaggi sulla tratta per Roma erano in pullman d’inverno, e quindi altro che sudore! Il freddo penetrava nelle ossa mentre m’addormentavo con la testa sul finestrino. Ma per cercare un’indipendenza economica un ventenne farebbe questo ed altro. Fu così che nel novembre 2011 rientrai in graduatoria per partecipare ad un corso post-diploma organizzato da un ente formativo della Regione Lazio che mi portò dopo sei mesi di studio ed uno stage presso un’azienda barese ad un’assunzione su Milano cambiando radicalmente la mia vita personale e professionale.
Sono ormai 10 anni che vivo a Milano e vi assicuro che non ci avrei scommesso un centesimo su una permanenza così duratura.

Ho sempre avuto un obiettivo: professionalizzarmi per poi spendere nella mia regione le competenze maturate cercando di arricchire la mia terra. Mi domando: cos’è cambiato dal primo Dopoguerra quando anche i nostri nonni hanno abbandonato le loro terre natie?
E’ possibile invertire, bloccare, arginare un’emorragia di giovani che anno dopo anno spopolano il Meridione e che nella maggior parte dei casi non ritorneranno più se non per le feste comandate? Gran parte della mia generazione ormai ha superato il punto del non ritorno.
Passa il tempo, le generazioni si avvicendano ma invertire questa tendenza è cosa ben lontana dalla realtà.
Francesco

Droga, neomelodici e il mito Scarface Vent'anni di guerra tra le Vele

Il Mattino
di Rosaria Capacchione


NAPOLI - Per raccontare Secondigliano in tempi di faida bastano le sintetiche annotazioni della centrale operativa, con le segnalazioni di scooter che all’improvviso cambiano strada, ripiegano sui vicoli di Vanella Grassi, si disperdono aspettando che il pericolo - un’auto dei carabinieri o della polizia - sia passato. Sono le sentinelle, gli specchiettisti, gli aiutanti dei killer che chiamano la battuta e, quando è il momento, sparano. Tra qualche mese, se saranno ancora vivi, torneranno nelle piazze di spaccio di Scampia perché la loro vita è quella, di venditori di droga che aspirano a diventare ricchi, ricchissimi, e anche potenti, ma senza prospettive differenti dall’essere camorristi, senza pensare alla politica e agli affari, senza neppure progettare un futuro lontano dal quartiere.

20120911_scarAgiscono con movenze ripetitive di faida in faida, più gangster che mafiosi, con Scarface come modello e i nemelodici come colonna sonora. Uguali a com’erano vent’anni fa. Sorprendente l’attualità dell’analisi contenuta nella relazione della commissione antimafia approvata il 21 dicembre del 1993, quando presidente era Luciano Violante, il primo documento parlamentare che esamina in maniera organica un’associazione criminale differente da Cosa Nostra. Nel parallelo con la mafia, Violante aveva rilevato «la prevalente assenza di rituali, lo stato di illegalità secolare nella quale vivono gli strati più poveri della popolazione in molte aree della regione, la disponibilità ad avvalersi anche di bambini come corrieri, spacciatori al minuto di sostanze stupefacenti e trasportatori di armi».

Allora come oggi, «in Campania, inoltre, accanto alle organizzazioni camorristiche vere e proprie, operano gruppi di gangsterismo urbano e bande di giovani delinquenti; l'interscambio con queste forme di criminalità organizzata è intenso e si sviluppa secondo logiche di alleanza, di inglobamento, di confederazione. Si tratta di rapporti non duraturi, ma in alcuni momenti possono essere mobilitati eserciti di migliaia di persone». Anche giovanissimi, anche bambini, cosa che in Sicilia era ed è tuttora impensabile. Questo è il contesto, la maretta costante per il controllo della più importante piazza di spaccio d’Europa, con la veloce scalata delle posizioni di comando e l’altrettanto veloce caduta verso il basso, quando si è scalzati dal vecchio gregario.

Con variazioni significative in alcuni periodi storici. Quelli delle faide. Prendiamo la primavera del 1997, quando fu ucciso il nipote di Maria Licciardi, il «principino» Vincenzo Esposito, erede designato del clan più potente dell’Alleanza di Secondigliano. Un omicidio banale, dopo una lite in discoteca. I morti si contarono a decine fino a quando non fu ammazzato l’assassino, Francesco Fusco, cognato di Maurizio Prestieri, oggi collaboratore di giustizia. Si racconta che fu Paolo Di Lauro, cresciuto alla scuola maranese dei Nuvoletta, a decidere per tutti, a convincere il suo amico Prestieri della necessità di quella morte per mettere fine alla carneficina. Che in effetti finì. Nel 2004, invece, in gioco c’era il passaggio generazionale, i vecchi che avevano deciso di andare in pensione lasciando ai figli la gestione degli affari di droga. Paolo Di Lauro, che di figli in vita ne aveva nove, puntò sul cavallo sbagliato,

Cosimo, troppo irruente per il comando. Nell’accordo di «fine rapporto» era previsto che gli equilibri in gioco non venissero modificati: per esempio, che Raffaele Amato continuasse a mantenere i rapporti con i trafficanti internazionali. Non a caso lo chiamavano «lo spagnolo», perché in terra iberica (dove poi è stato arrestato) aveva legami solidissimi con i fornitori di cocaina ed eroina africani e sudamericani. Amato, con il cognato Cesare Pagano e il fedelissimo Gennaro Marino erano nel cuore di «Ciruzzo ’o milionario»; Cosimo Di Lauro non ne tenne conto. Scatenò la guerra, mise a ferro e fuoco i quartieri controllati dagli altri, vinse qualche battaglia, perse la guerra. Che durò quasi un anno, fece una settantina di vittima e fu chiusa in pubblico, in tribunale, con il bacio tra Paolo Di Lauro e l’amico-avversario Rosario Pariante.

Gli «scissionisti» di Amato avevano vinto, ma è stata una vittoria effimera, durata fino alla grande repressione dello Stato che ha portato in carcere tutti i capi del cartello. Oggi la situazione è apparentemente simile. In strada ci sono i gregari dei vecchi capi, i fratelli e i cognati. Ma i rapporti di forza non sono più alla pari. Molto hanno fatto anche i pentimenti e i dissidi interni, soprattutto familiari, tra Amato e Pagano. Ed ecco spuntare quasi dal nulla le terze e quarte file, che stanno cercando di mettere le mani su un giro d’affari stimato almeno cento milioni di euro all’anno. Sono i violentissimi giovanotti di Vanella Grassi, gli stessi modi da gangster di cui parlava Violante diciannove anni fa.

Li chiamano «i girati», vogliono il mercato per sé, cercano alleati estemporanei nelle Case Celesti, in via Ghisleri, nelle Vele, nel lotto P, nelle Case dei Puffi, anche perché da soli non saprebbero come trattare con i narcos. E sparano. Ma non è affatto certo che di questa nuova faida scatenata a inizio d’anno siano le menti. È possibile che a manovrare i fili ci siano i «vecchi», i capi dell’Alleanza, i figli di Paolo Di Lauro, i boss dell’hinterland (come Polverino o Mallardo), tutti interessati allo stesso mercato ma anche a una gestione meno violenta del territorio. Una gestione che escluda il racket ai commercianti (per riconquistare il consenso sociale) e non avvicini troppo le forze dell’ordine.

Ancora una volta vale la pena di scomodare la relazione Violante: «(la camorra) nei momenti di difficoltà perde i suoi connotati specifici e si confonde con l’illegalità diffusa. Ma quando si ripresentano le condizioni idonee riappare, sia pure con significative diversità rispetto al passato. In effetti più che di riapparizione si tratta di riproposizione, in fasi di particolare debolezza dello Stato e della società civile, di un modello criminale fondato sulla intermediazione violenta in attività economiche, legali ed illegali, che si adegua ai caratteri che queste attività assumono nel tempo.
 
L'immersione corrisponde, in genere, non a momenti repressivi particolarmente efficaci, ma a politiche nazionali dirette ad una integrazione dei ceti più poveri, come è accaduto durante l'età giolittiana, o a politiche di sviluppo industriale, come è accaduto in alcune fasi del secondo dopoguerra, che hanno dato a molti la possibilità di guadagnare un salario senza rivolgersi alla camorra».

Martedì 11 Settembre 2012 - 10:39    Ultimo aggiornamento: 12:27

Disabili e inserimento nel lavoro Un Forum per agevolarlo

Corriere della sera

Laboratorio “in rete” per attuare la Legge 68. Promosso da Opera Don Calabria e Comunità Capodarco di Roma

ROMA - Creare progetti mirati per favorire l’inserimento nel mondo del lavoro di chi ha una disabilità; istituire in ogni municipio della Capitale il «Servizio per l’inclusione lavorativa dei disabili»; potenziare l’offerta formativa per le persone con disagio mentale, garantendo loro l’accessibilità anche alle nuove tecnologie; creare una figura strutturata di «facilitatore per stage di formazione» per la buona riuscita di ogni esperienza.
 
Sono i principali obiettivi del neonato forum «Formazione e Lavoro», promosso da Opera Don Calabria e Comunità di Capodarco di Roma, due tra le più importanti organizzazioni impegnate nella lotta all’esclusione sociale di persone con disabilità. Possono aderire all’iniziativa, sottoscrivendo il Manifesto, sia associazioni sia professionisti.

LABORATORIO DI ESPERIENZE - «Il Forum vuole essere un laboratorio di idee e di esperienze da mettere in rete, uno strumento per dare concreta attuazione alla legge n. 68/99, all’avanguardia in Europa ma ancora disattesa», afferma Luigi Politano, vicepresidente della Comunità Capodarco di Roma. Secondo i promotori del Forum, a decidere il destino di chi ha una disabilità non possono essere né la crisi né i soli meccanismi del mercato. «Il lavoro, soprattutto per chi è più fragile, offre la possibilità di realizzarsi e avere un ruolo attivo nella società», sottolinea Politano.

ANCORA OSTACOLI - Ma ci sono ancora troppi ostacoli per accedervi. «Sono soprattutto di natura culturale – afferma uno dei promotori del Forum, Fausto Giancaterina –. Per questo vogliamo riaffermare che la loro rimozione e il riconoscimento delle pari opportunità sociali non possono rimanere una pura enunciazione ideale, come stabilisce anche la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità». L’intento è provare a «cambiare cultura», lavorando insieme. «Per esempio – continua Giancaterina –, a Roma e Provincia esistono molte esperienze positive e solide, ma manca un sistema integrato per l’inclusione lavorativa».

SERVONO STRUMENTI - «I diritti rimangono solo sulla carta se mancano gli strumenti giuridici per attuarli – sottolinea Salvatore Nocera, vicepresidente della Fish, la Federazione italiana superamento handicap, che ha già sottoscritto il Manifesto –. Uno di questi potrebbe essere l’accordo di programma, come quello già stipulato per la scuola nella regione Lazio».

Maria Giovanna Faiella
11 settembre 2012

Mar Cinese, Pechino sfida il Giappone Inviati pattugliatori nelle isole contese

La Stampa

Alta tensione in Oriente: Tokyo annuncia la nazionalizzazione dell'arcipelago. Jiabao: «Violata la nostra sovranità, c'è il rischio di gravi conseguenze»


Le isole contese da Giappone e Cina

 

shanghai

Pechino ha inviato alcune unità navali di pattugliamento nelle acque del Mar Cinese Orientale dove si trovano le isole Senkaku oggetto di disputa territoriale con il Giappone. Le navi, ha riferito l'agenzia Xinhua, hanno raggiunto le acque in prossimità delle isole per «ribadire la sovranità cinese». La mossa di Pechino giunge all'indomani della conferma da parte del Giappone dell'intenzione di voler acquistare le isole, chimate Senkaku dai giapponesi e Diaoyu dai cinesi. Il contratto di acquisto delle isole, appartenenti alla famiglia Kurihara, dovrebbe essere siglato oggi secondo quanto annunciato dalle autorità giapponesi. Al momento l'arcipelago, disabitato ma ricco di risorse naturali, sono controllate da Tokyo. La sovranità è rivendicata anche da Taiwan.
La tensione tra Pechino e Tokyo è evidente anche dalle parole del ministero degli Esteri cinese, secondo cui l'annuncio da parte del Giappone dell'acquisto delle isole e della loro nazionalizzazione rappresenta una grave violazione della sovranità della Cina. Nel definire la posizione nipponica come «altamente offensiva per 1,3 miliardi di cinesi, in quanto seriamente calpesta fatti storici e della giurisprudenza internazionale», il governo cinese ha dunque espresso ferma opposizione contro quanto espresso dal Giappone. Nel comunicato poi si ribadisce che «le isole Diaoyu fanno parte del territorio sacro della Cina sin dall'antichità, dai tempi della dinastia Ming, cosa che è supportata da fatti storici e prove legali». Del resto ieri anche il premier cinese, Wen Jiabao, aveva affermato che «nessuna concessione sarà fatta al Giappone e che le isole sono parte inalienabile della Cina».
«Il governo cinese - si legge ancora nella nota - ha sempre attribuito grande importanza allo sviluppo delle relazioni con il Giappone. Cina e Giappone devono vivere insieme in amicizia e non in contrasto. Tuttavia, per garantire uno sviluppo sano e stabile delle relazioni sino-giapponesi occorre che la parte giapponese cooperi e si muova nella stessa direzione della Cina. L'acquisto delle Diaoyu da parte del governo giapponese è in contrasto con l'obiettivo di promuovere l'obiettivo primario delle relazioni tra i due paesi. Sono ormai lontani i giorni in cui la nazione cinese è stata oggetto di umiliazione da parte degli altri - conclude il comunicato - il governo cinese non starà a guardare mentre la sua sovranità territoriale viene violata. La Cina esorta la parte giapponese a sospendere immediatamente tutte le azioni che possano compromettere la sovranità territoriale della Cina. Se invece il Giappone insisterà su questa strada dovrà sopportare tutte le gravi conseguenze che ne deriveranno».

George Martin regista di un mito: tutti i segreti del quinto Beatle

Bruno Giurato - Mar, 11/09/2012 - 09:10

In un dvd il re dei produttori (classe 1926) racconta come è riuscito a trasformare quattro ragazzi di Liverpool negli artisti che hanno rivoluzionato la musica del '900

Per molti è stato il «quinto beatle», ma nei fatti, dopo Lennon & McCartney, ben prima di Harrison e Ringo veniva lui.


George Martin

George Martin, chiamato dai Beatles «Il duca di Edimburgo» per l'aplomb da gran signore(in realtà era figlio di operai). Nato nel 1926, ex aviatore con studi oboe e pianoforte, Martin è l'uomo che nel 1962 ha messo sotto contratto i Beatles per la Emi, attratto dallo sfrontato magnetismo dei quattro, dalla parlantina e dai cappotti di astrakan del manager Brian Epstein, nonostante considerasse almeno in un primo momento, la loro musica «spazzatura».E dal 1962 al 1970 Martin è stato, di fatto, l'artefice-ombra di tutta la discografia dei Beatles: anche il rivoluzionario Sgt Pepper (1967) è stato in un certo senso un suo esperimento creativo. Martin nei dischi dei Beatles ha suonato a volte il pianoforte, ha scritto quasi tutte le parti orchestrali (uno stile che fa ancora scuola nel pop), ha deciso la playlist del dischi. Ma soprattutto ha curato il suono del gruppo.
Le sperimentazioni beatlesiane: dall'orchestra avant-garde di A Day in the life, alle inquietanti voci «al contrario», all'eco sul canto di Lennon, all'uso di strumenti insoliti nella popmusic, sono in buona parte farina del suo sacco. I voli più psichedelici di Lennon e compagnia portano la firma, anche, di questo signore che non ha mai fumato uno spinello in vita sua (più tardi ha commentato: «Forse mi sono perso qualcosa»). Oggi esce il dvd che racconta la sua storia: con diversi ospiti (tra gli altri Paul McCartney e Ringo Starr), titolo: Produced by George Martin. «Produced» perché di fatto Martin ha inventato la figura del produttore musicale, ruolo fondamentale, ma ancora non troppo noto, nel pop e rock di oggi.
Mentre nel cinema il produttore è chi ci mette i soldi, nella musica pop è chi tiene le redini del suono, delle registrazioni e dell'esecuzione del gruppo: una via di mezzo tra un regista, un direttore della fotografia, un direttore d'orchestra, e uno psicologo. Il ruolo è stato definito proprio da Martin coi Beatles. E oggi è ancora più centrale. Un paio di esempi: Amy Winehouse, dopo il quasi-fiasco del primo cd, Frank, è arrivata al successo con Back to black, ma solo dopo l'incontro con Mark Ronson. Michael Jackson ha dato il meglio di sé, da Thriller a Bad, grazie a Quincy Jones.Ma torniamo a Martin: nel video si racconta come, nel 1964 ascoltato il provino di Can't buy my love, Martin ebbe l'idea di usare il ritornello come inizio del brano: partenza brutale e irrituale ma efficacissima come sanno i beatlesiani.
Martin fa anche notare come, per arrangiare Eleanor Rigby, bozzetto quasi dickensiano di Paul suonato per intero da un ottetto d'archi (nemmeno una nota viene dagli strumenti dei Beatles), si fosse ispirato al tipico marchio sonoro delle scene horror di Alfred Hitchcock: con i violini sincopati che ribattono sulla stessa nota, atmosfera che riascoltiamo spesso in tivù, per esempio alle Iene, per sottolineare i momenti di panico dell'intervistato di turno. Interessanti le riprese negli studi di Abbey Road, con i Beatles al lavoro insieme a Martin. Il gruppo rinchiuso per mesi in uno studio senza finestre, asettico, con le pareti da ritinteggiare e perfino il lucchetto al frigorifero: «Non c'era nessuna atmosfera, la dentro, eravamo noi doverla creare» ha commentato più tardi Harrison. Eppure tutta la vis psichedelica, surreale, liberatoria dei Beatles è nata lì.
Altrettanto singolari i rapporti tra Martin e i fab Four: stima e affidamento reciproco con McCartney (a cui Martin produrrà anche due dischi solisti del post-Beatles). Lennon ascoltava molto Martin, salvo scappare via dallo studio lasciandogli compiti impossibili. «Sono sicuro che ce la farai, George», gli disse mentre registravano Strawberry Fields e il buon Martin finì per incollare due versioni del brano, a tonalità e velocità diverse. Completavano il quadro un Harrison più insicuro e meditativo, come da vulgata beatlesiana, e Ringo, inaspettatamente definito da Martin: «uno dei migliori batteristi del mondo». Ma la magia di George Martin è fuori discussione. E insomma, come nel pop c'è un pre Beatles e un post Beatles, nell'alchimia dei suoni c'è un pre George Martin e un post George Martin.

Fino a dove arriva l'indiscrezione?

La Stampa
Catturajjjj

YOANI SANCHEZ

Come in molti altri luoghi, negli ultimi anni a Cuba sono diventate molto popolari le serie forensi e i documentari sul tema delle investigazioni criminali. Le ricostruzioni dei delitti e i programmi che vedono protagonisti i periti della polizia adesso affascinano molti spettatori. Nei punti vendita DVD, certe tematiche sono tra le più richieste dai compratori. Per questo motivo, nei cataloghi del mercato privato degli audiovisivi non possono mancare pacchetti con programmi come CSI, La Dottoressa G, Investigazione criminale, Casi FBI… e molti altri. Forse siamo diventati più morbosi, ma a mio parere la spiegazione è un’altra: la qualità di certi prodotti è molto migliorata negli ultimi dieci anni. Troviamo la parte scientifica unita al poliziesco, un pizzico di suspense e spiegazioni didattiche sul funzionamento del corpo umano. Inoltre certi filmati sono un sistema irresistibile per rilassarsi dopo la noia quotidiana. A parte lo scarso valore artistico, possiedono un’audience da fare invidia ad altri spazi televisivi troppo ideologici e privi di creatività.

Ma oggi non voglio riflettere sul patologo della fiction che vediamo scoprire l’assassinio, né sull’attore che impersona un detective moderno in un laboratorio impeccabile. No, certe cose fanno parte di un copione pensato per intrattenere, che può piacere o non piacere. Mi preoccupa, invece, un’altra cosa: la fuga di notizie costante, verso le reti alternative d’informazione, di materiale forense - reale e crudo - che si verifica sistematicamente dalle filiali del Ministero degli Interni di Cuba. Le foto delle autopsie, i video delle ricostruzioni dei delitti, le immagini scattate dalla polizia sul luogo del crimine, le dichiarazioni rilasciate dagli accusati davanti all’obiettivo di una telecamera. È raro il mese in cui non stiano circolando, tramite telefoni cellulari o memoria USB, parti di dossier criminali che dovrebbero essere custoditi con discrezione e in forma anonima. E non si tratta di fotografie scattate da un intruso che passava dal posto, né da un paparazzo, ma proprio di materiali contenuti negli archivi di polizia.

Pensate se un giorno vi capitasse di perdere un parente in un evento tragico e - orrore! - l’autopsia fatta sul tavolo necroscopico diventasse un popolare snuff movie. È curioso che il Ministerro degli Interni, così segreto quando si occupa di questioni politiche e di spionaggio, amministri gli archivi dei delitti comuni in maniera così poco zelante. Grazie a questa negligenza a volte veniamo a sapere cose che non potremmo conoscere, come la morte di decine di pazienti (http://www.desdecuba.com/generaciony/?p=2810) all’Ospedale Psichiatrico dell’Avana. Nella maggior parte dei casi, l’indiscrezione non implica una rivelazione, ma una profonda intrusione nella vita - o nella morte - di un individuo. Con il conseguente dolore aggiuntivo della sua famiglia, che deve vedere le viscere di un padre o di un fratello esposte sugli schermi di migliaia di computer di tutto il paese.

Mi rattrista che qualcuno bussi alla mia porta per mostrarmi nello schermo del suo Nokia un corpo in una morgue, mi addolora capire che la foto è stata scattata proprio dalle persone che avrebbero dovuto vigilare sulla privacy delle vittime, anche dopo la morte. Mi allarma che questa sia una delle manifestazioni più recenti della prolungata violazione dell’intimità del cittadino che soffre la nostra società. Mi sembrava già deplorevole il componente del CDR (Comitato di Difesa della Rivoluzione) che denuncia i suoi vicini, il maestro che informa sulle idee politiche dei propri alunni e il medico che racconta in televisione la visita a un paziente. Adesso abbiamo anche la leggerezza del medico legale, ultimo ingranaggio dell’indiscrezione.

Questa non è una serie di fiction, né un altro episodio in cui Grissom cattura l’assassino dopo aver analizzato il contenuto dello stomaco di una larva. Questa è la realtà, il dolore effettivo dei parenti della vittima, il rispetto che ogni essere umano merita anche se ha smesso di respirare. La sua nudità, le sue ferite, il suo rigor mortis, il suo abbandono nella freddezza della morgue, sono cose che non devono essere profanate. Meno che mai da persone incaricate di vigilare che un momento così triste non si trasformi in una preda da esibire.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

La dieta delle modelle "magre da morire": droghe, batuffoli di cotone e ormoni»

Il Messaggero


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ROMA - «Sigarette, lavaggi dell'intestino quotidiani, lassativi, pillole dietetiche, farmaci con obbligo di ricetta, a base di anfetamine come l'Adderal». Sono solo alcune delle tecniche utilizzate dalle modelle per tenere lontana la fame. Parola dell'indossatrice russa Kira Dikhtyar, che in concomitanza con l'inizio della New York Fashion Week, ha raccontato a «Fox New» di esser stata rifiutata da uno stilista perchè troppo magra. Eppure in principio ci fu Twiggy, la sottile per antonomasia: la modella magra come un «legnetto», simbolo della Swinging London.
Da allora sono passati quasi 50 anni e la supermodella inglese continua ad essere lo stereotipo a cui assomigliare per fotomodelle e indossatrici.

La pin up burrosa tutte curve stenta a tornare in auge e così giovanissime modelle si sottopongono a diete e regimi alimentari per rimanere magre, magrissime.  A nulla è servita, dunque la campagna lanciata a giugno da «Vogue», per promuovere comportamenti più salutari fra le modelle e un più sano approccio alla rappresentazione del corpo nella fashion industry. L'ultima denuncia di comportamenti ai limiti dell'autolesionismo è di corpi estremamente esili. Tornando alla denuncia, la 24enne russa racconta di alcune colleghe che mangiano batuffoli di cotone per riempire lo stomaco: «Ho sentito diverse storie di agenti che incoraggiano le ragazze a utilizzare droghe come cocaina e speed per accelerare il metabolismo e mangiare meno».

A detta della Dikhtyar, anche le iniezioni stanno diventando sempre più popolari, «dalle punture di Hcg (gonadotropine corioniche umane) abbinate a una dieta da 500 calorie al giorno a quelle dell'ormone tiroideo T3, che modelle perfettamente sane si iniettano per sollecitare la tiroide, in modo da accelerare, anche in questo caso, il metabolismo». In particolare, le iniezioni di Hcg, utilizzate con prescrizione nella terapia della fertilità per la fecondazione assistita, sono ora sotto i riflettori proprio per l'uso come rimedio dimagrante, perché in grado di sopprimere l'appetito. Gli effetti collaterali? Devastati, non ultimi ictus e trombosi. Ma la marcia delle modelle verso un'immagine di sé sempre più esile e impalpabile non si arresta e non si arresterà. Almeno fino a quando la moda continuerà a volerle magre da morire.

Apple copia Braun? E il Daily Mail copia Gizmodo

La Stampa
Bruno Ruffilli

Il quotidiano inglese riprende senza citarlo un articolo di quattro anni fa del famoso blog hi-tech


Quando si dice il tempismo: appena prima del lancio del nuovo iPhone, l’inglese Daily Mail ha pubblicato un articolo sul rapporto tra Apple e Braun, con particolare attenzione al design.
 
Puntuale è arrivata un’agenzia stampa, a segnalare la notizia:

Roma, 10 set. (TMNews) - “Nulla si inventa, tutto si trasforma". Potrebbe essere questo il principio ispiratore del responsabile design industriale e vice presidente senior della Apple, Jonathan Ive, stando all'articolo del quotidiano "Daily Mail", che mette a confronto alcuni prodotti con il logo della mela con altri realizzati dall'azienda tedesca di elettronica Braun. Il giornale britannico punta il dito contro la casa di Cupertino accusandola di essersi ispirata per tutti i suoi prodotti di successo - dal PowerMac G5 all'iPhone - a radio, amplificatori e calcolatrici uscite dalla Braun tra gli anni '50 e 60. Il Daily Mail correda il servizio con numerose fotografie di prodotti della Braun accanto a quelli realizzati dall'azienda fondata da Steve Jobs. In effetti è difficile non trovare similitudini tra la radio tascabile Braun T3 del 1958 e l'Ipod del 2001.

Stesse misure, entrambi rettangolari, con una ghiera meccanica circolare che nella radio serviva a sintonizzare le frequenze, nell'Ipod a scegliere le canzoni. Stesso discorso per gli altoparlanti Le1 della Braun e l'Apple Imac del 2007 e per la radio T1000 della Braun e il PowerMac G5/Mac Pro. C'è da dire, però, che Ive non ha mai nascosto di essersi ispirato nei suoi lavori al "genio della semplicità", quel Dieter Rams, che per 30 anni è stato capo del design alla Braun seguendo il principio del "weniger, aber besser" ("meno, ma meglio"). E lo stesso Rams, in più occasioni ha detto di essere lusingato da chi, come Ive, prende ispirazione dalle sue opere. Una frase ricorrente dell'architetto tedesco è "l'imitazione è la più sincera delle adulazioni".

Che tra i due maestri del design ci sia un sottile filo rosso, lo si deduce anche dalle parole scritte dal vice presidente senior della Apple nella prefazione del libro "Dieter Rams: As little design as possible" di Sophie Lovell. "Quello che Dieter Rams e il suo team alla Braun hanno fatto è stato di produrre centinaia di oggetti meravigliosamente concepiti e progettati: prodotti realizzati splendidamente in grande quantità e accessibili a tutti", ha scritto Ive.

Peccato, però, che per una curiosa ironia, né il Daily Mail né la nota di agenzia facciano riferimento a una delle possibili fonti della notizia, risalente a quattro anni fa, cadendo così nello stesso peccato di cui accusano Apple (anche la fotogallery è uguale), o magari un articolo del Telegraph dell'anno scorso.

D’altra parte, non né una notizia né un segreto, ma una constatazione: Jonathan Ive si è ispirato a Dieter Rams. Lo ha ammesso lui stesso, e solo la battaglia dei brevetti attualmente in corso tra Apple e Samsung o l’attesa per il nuovo smartphone della Mela possono farla tornare di attualità.

Vale qui appena la pena di ricordare che una causa legale ha senso solo se i prodotti concorrenti (come l’iPhone e gli smartphone Samsung) sono attualmente sul mercato, mentre gli apparecchi Braun che hanno ispirato Ive sono classici del design, fuori commercio da decenni. E spesso, nella rielaborazione Apple, hanno cambiato radicalmente destinazione d’uso, come l’altoparlante per stereo che poi si è reincarnato nell’iMac ultima generazione (e che, a dirla tutta, era già quasi uguale a un altro altoparlante, prodotto dalla inglese Quad).

Fratelli Cervi, il mito oscura la storia

Mario Cervi - Mar, 11/09/2012 - 08:59

Il romanzo di Dario Fertilio ripropone il dubbio: le icone della lotta antifascista immolate sull'altare del Partito?

Con rispetto e ammirazione ma senza condizionamenti Dario Fertilio si china a ripercorrere la tragedia dei fratelli Cervi: arrestati dai fascisti, nella loro casa colonica, il 25 novembre 1943 e fucilati dopo torture nel poligono di tiro di Reggio Emilia, il 28 dicembre successivo.


I sette fratelli Cervi

Vicenda che ha avuto una eco immensa anche perché contrassegnata, come è stato rilevato, da un numero epico e leggendario. Sette i fratelli martiri come i Sette samurai di Akira Kurosawa, come i sette figli di Niobe, come i sette fratelli di Andromaca, come le porte di Tebe. Fu lasciato vivo, oltre alle donne, solo il capostipite Alcide che trascinò il suo immenso dolore fino al 1970.A questo libro, che s'intitola L'ultima notte dei fratelli Cervi. Un giallo nel triangolo della morte (Marsilio, pagg. 254, euro 17), Fertilio ha voluto dare la qualifica di romanzo. E lo è per la presenza d'un personaggio di fantasia, il partigiano «Archimede», il quale della strage diventa narratore e dei suoi segreti custode. Ma i fatti sono autentici, i dubbi sono angosciosi. Se n'è ben reso conto lo stesso Fertilio, interrogandosi sull'opportunità di riscoprire un mito senza intaccarne l'eroismo ma liberandolo da indebite sovrastrutture ideologiche.

«Fino a che punto - la domanda viene da Fertilio - è legittimo imboccare vie differenti, ipotesi suggestive, percorsi alternativi alla narrazione consolidata di un mito?».Fertilio propone molti interrogativi. Sulla utilizzazione - non voglio scrivere manipolazione - cui il mito fu assoggettato con raffinata abilità dal Pci, sull'ipotesi, di sicuro non campata in aria, che nella notte prima della cattura i Cervi abbiano vagato in cerca d'uno di quei rifugi clandestini che il partito aveva approntato - le cosiddette case di latitanza - e che si siano trovati davanti a porte sbarrate, tanto da tornare, rassegnati, alla loro cascina. Respinti, si suppone, perché troppo indipendenti (addirittura in sentore d'anarchia), e perché riluttanti a spargere sangue.Intrecciate ai dubbi sono in queste pagine storie di fascisti che diventano cospiratori comunisti, che forse hanno tradito i Cervi, che a guerra finita riuscirono a occupare posizioni importanti nel Pci locale.

Diversamente da altri eccidi d'allora, questo riguarda esclusivamente gli italiani. Italiane le vittime, italiani i fucilatori, italiani i delatori. I Cervi - del ceppo emiliano come l'attore Gino, dal ceppo cremonese veniva invece la mia famiglia - furono messi a morte per rappresaglia. Un commando dei gap aveva ucciso un innocuo e inerme gerarchetto, il segretario comunale di Bagnolo Vincenzo Onfiani, e la furia fascista s'era scatenata. L'utilità delle rappresaglie l'aveva spiegata bene uno dei Gap, ad Archimede: «“A noi serve, assolutamente serve, colpire il nemico e le sue spie per spingerlo alle rappresaglie”. “Ma le rappresaglie (obiezione di Archimede, ndr) fanno fuori gli innocenti”. ”Bravo. Loro fanno fuori gli innocenti. E sai che cosa pensa la gente dei fascisti che fanno fuori gli innocenti? Pensa che siano bestie, come infatti sono. E più la gente ci pensa più si allontana da loro. Proprio quello che noi vogliamo.

Le rappresaglie sono utili alla causa”».Nelle pagine che precedono il romanzo vero e proprio Dario Fertilio riassume con grande efficacia il percorso che il «mito» dei fratelli Cervi ha compiuto, diventando granitico non unicamente nell'essenza, che granitica è, ma anche nel ruolo del partito. Si capisce quale.I Cervi erano comunisti. Credevano nel ruolo salvifico dell'Urss, auspicavano - da contadini autodidatti - un futuro in cui quel tipo di mirabile società fosse realizzato anche in Italia. Nello stesso tempo erano buoni cattolici, magari per l'influenza delle donne di casa. Alcide Cervi ha firmato un bellissimo libro di memorie, I miei sette figli, che in realtà fu scritto da Renato Nicolai, scrittore e sceneggiatore, e rivisto da Italo Calvino. Divenne, e lo meritava, un bestseller. Vi erano coniate frasi di raffinata solennità. «L'unico modo per non avere padroni cattivi è non avere padroni».

Alla vecchia quercia Alcide furono conferite dalla dirigenza sovietica medaglie per la «guerra patriottica». Un film con Gian Maria Volonté completò la risonanza popolare e culturale del sacrificio dei Cervi.Nella tragedia Palmiro Togliatti aveva, come si dice volgarmente, inzuppato il pane. I Cervi diventarono simbolo d'una fede che aveva la sua casa madre a Mosca. Ma nella casa madre c'erano stati cambiamenti. Con un procedimento orwelliano in gran voga per l'enciclopedia sovietica le memorie di papà Cervi furono nelle ristampe aggiornate e adeguate al mutare del contesto politico. «Furono eliminati tutti i riferimenti aperti all'Unione Sovietica e all'opera benefica di Stalin, quelli che in prima edizione avevano fatto della cascina Cervi un kolkoz padano. Modificando per pennellate successive il ritratto di famiglia comunista si ottenne un album narrativo più sfumato, “democratico”, cancellando i riferimenti ideologici filosovietici, moltiplicando le presenze tutelari dei riformisti Andrea Costa e Camillo Prampolini», annota Fertilio.Il «giallo» di cui al sottotitolo del libro riguarda soprattutto un'ambigua figura, quella di Riccardo Cocconi, oscillante tra fascismo e comunismo. Secondo un signor X e secondo i fratelli Giorgio e Paolo Pisanò, all'origine della cattura dei sette vi sarebbe stata la delazione d'un infiltrato doppiogiochista. I miti, come le statue, sono esposti all'oltraggio dello sterco.

Movimento 5 stelle, Favia: «Non ripeterei modi e toni ma la sostanza è quella»

Corriere della sera

Il consigliere regionale emiliano torna a parlarne dopo lo sfogo in tv: «Ho detto quelle cose in momento di amarezza»

«Sono io quello che pagherà di più questa cosa» ma meglio «fare un passo indietro per farne due avanti». Giovanni Favia, il consigliere regionale emiliano-romagnolo autore del fuori onda che ha creato lo scompiglio all'interno del Movimento 5 Stelle, torna ad intervenire e lo fa di nuovo ai microfoni di La7 intervistato, da Lilli Gruber a Otto e mezzo. «Se ho ferito la sensibilità dei molti che credono al Movimento, chiedo scusa - ha detto nel corso della trasmissione tv - Io devo fare i conti con quello che è successo. Non ripeterei modi e toni ma la sostanza resta. Ho detto quelle cose in un momento di profonda amarezza e delusione perchè effettivamente abbiamo problemi che hanno portato a fratture».


M5S, Favia: "Non ripeterei quei toni ma sostanza dello sfogo c'è" (10/09/2012)

COMBINE - Favia, che dice di essere trattato «come un giuda», reagisce all' «accusa infamante di combine per il passaggio al Pd» e parla anche del suo futuro: «Io sono pronto a dimettermi ma lo decideranno i cittadini, nessun altro può deciderlo»

Redazione Online10 settembre 2012 (modifica il 11 settembre 2012)


E al mare il comico si sfoga sui suoi

Corriere della sera

«Erano disoccupati, ora hanno potere e 3 mila euro al mese. Gli piace troppo». Ai bagnanti dice: con il premio di maggioranza saremo al governo

GENOVA - Le pinne e gli occhiali ce li ha, il fucile - come cantava Edoardo Vianello negli anni Sessanta - invece no ma Beppe Grillo non ha bisogno di armi, gli basta parlare. In braghette rosse, ben piantato su uno scoglio affiorante nel mar di Liguria, emergente dalle onde come Nettuno, il leader del Movimento 5 stelle ieri mattina ha intavolato con i bagnanti una lunga chiacchierata.

Quasi ogni mattina Grillo si allena per prepararsi alla prossima sfida: arrivare in Sicilia a nuoto, attraverso lo Stretto, per il lancio della campagna elettorale della Regione. Per ora la sua tenuta in mare è sui 2 chilometri. Ma il problema sono le correnti, quelle marine. Da «quel poveretto» di Assange agli attacchi a Monti («tutto quello che fa è finalizzato al recupero crediti per le banche»), al terremoto in Emilia («Ci sono appena stato: non ci sono i soldi e entrano in campo le banche a ipotecare le piccole aziende») Grillo ha parlato per quasi due ore.

Anche del «suo» consigliere regionale emiliano Giovanni Favia che in un fuori onda ha accusato il Movimento 5 stelle di scarsa democrazia. Grillo l'ha spiegata così: «Nel Movimento abbiamo questi due o tre ragazzi che hanno fatto due mandati e non si possono più ripresentare e così sono entrati nel panico» e si porta le mani al collo, come chi si sente soffocare. «Li capisco, per carità. Erano disoccupati e per un po' di anni si sono trovati a prendere uno stipendio da tremila euro al mese e a gestire un po' di potere, e adesso si sentono l'acqua alla gola perché devono lasciare. Così vanno in televisione a straparlare di democrazia. Il "grano" e il "poterino" purtroppo, sono un problema».

Ma, dice Grillo, «la vera democrazia è la nostra regola: noi non siamo un partito e al nostro interno non si fa carriera. Gli è piaciuto troppo, vogliono fare carriera politica? Liberissimi. Se ne andranno in un partito, andranno nel Pd o nell'Idv o non so dove, scelta loro. Sono un dittatore per questo? Perché dico che le regole vanno rispettate? Noi di regole ne abbiamo poche: quando qualcuno si vuole candidare mi manda il certificato penale, quello di residenza nel posto dove si candida, la dichiarazione di non essere iscritto a un partito e di non aver fatto politica prima». Grillo si accalora: «Un po' di vaglio ci vuole per chi chiede di usare il simbolo, se arriva Totò o' curto e dice che vuol fare il sindaco gli dobbiamo dire sì e basta se no io sono un dittatore? Allora sì, sono un dittatore. Non sono un leader, non sono un segretario di partito, ma sono un garante del rispetto delle regole».

E dov'è la democrazia di chi critica i 5 stelle? «Bersani dice che mi devo confrontare. Boh. Quando mi sono iscritto al Pd alla sezione di Arzachena perché volevo parlare al congresso hanno riunito il "comitato centrale" per dire che non potevo iscrivermi perché ero "ostile" e non mi hanno lasciato parlare e ora sono io che non mi confronto? La realtà è che sono morti, morti, morti e hanno una paura fottuta del Movimento perché se si va a votare con il premio di maggioranza vinciamo noi e andiamo al governo. Comunque in Parlamento ci andiamo. E per prima cosa confrontiamo i redditi dei parlamentari e delle loro mogli e mariti prima che fossero eletti con quelli dopo uno o due mandati per vedere se sono cresciuti e come».

Un bagnante (capelli bianchi, occhiali alla Onassis, si dichiara un professionista) si sporge dal molo e chiede lumi: e di Di Pietro, che ne pensa? «Brava persona, onesta - dice Grillo -. Ma non sapeva usare la Rete. È venuto a parlarmi, gli ho presentato un amico, un esperto, ed è passato dal 4 all'8% ma poi è rimasto all'interno di un sistema marcio e così gli capitano gli Scilipoti, per questo non potremo mai metterci d'accordo. Ma è l'unico che salvo, sarebbe un buon ministro degli Interni o anche il Presidente».

I bagnanti assentono. E Berlusconi, chiedono, tornerà in politica? «Non so ma non credo, ormai è un altro morto» profetizza Grillo che invita tutti a cambiare «questo Paese ormai al fallimento». È dura, dicono dalle sdraio. È dura, conferma Grillo in mare con gli occhialini sulla testa: «Lavorano alla distruzione della mia persona come facevano Stalin e Mao. La mia famiglia è preoccupata, io ho sei figli inermi davanti a queste cose».

Erika Dellacasa
11 settembre 2012 | 8:10

Harley: la serie speciale nata su Facebook

Corriere della sera

Realizzata con i consigli dei fan sul social network. E parte anche il programma di finanziamento anti-crisi

HARLEY DAVIDSON IRON 883 SPECIAL EDITION SPORSTER HARLEY DAVIDSON IRON 883 SPECIAL EDITION SPORSTER

SENAGO (MI)-La crisi c'è e si sente. Inutile nasconderlo o cercare per forza di essere ottimisti. Il tracollo dell vendite di moto e scooter -in pochi anni il mercato si è dimezzato- ha colpito tutti. Compresa l'Harley-Davidson che in Italia conta di chiudere il 2012 con un -35% rispetto all'anno precedente, consegnando fra le 5 e le 5.500 unità.

 Harley Davidson Sportster Iron 883 Special Edition Harley Davidson Sportster Iron 883 Special Edition Harley Davidson Sportster Iron 883 Special Edition Harley Davidson Sportster Iron 883 Special Edition Harley Davidson Sportster Iron 883 Special Edition

EDIZIONE SPECIALE PER L'ITALIA- In attesa di tempi migliori, la prima novità è un'esclusiva per il nostro paese: la Harley Davidson Iron 883 «Special Edition». «Per realizzarla abbiamo chiesto aiuto ai nostri fan su Facebook, prodighi di consigli e anche di critiche», spiegano dalla filiale italiana. Se quasi tutti erano d'accordo nel montare gli specchi rovesciati, sulla cover del filtro dell'aria con la bandiera tricolore i pareri erano contrastanti. «Quando guido un'Harley penso all'America, non all'Italia». Alla fine, però ha prevalso il partito del sì: l'edizione speciale è in livrea nera opaca (inclusa la carrozzeria), con dragbar al posto del tradizionale manubrio, comandi e pedane leggermente avanzati, sella e ammortizzatori ribassati. Costa 9.800 euro e sfoggia il tricolore ben in vista.

LA 883 DA 99 EURO AL MESE- Dicevamo della crisi che impone novità sul versante finanziario. Se i modelli più grandi tengono meglio, quelli d'ingresso -che in genere portano nuovi clienti al marchio americano- soffrono di più. La risposta del produttore è in un nuovo piano di finanziamento lanciato insieme alla Banca Santander: si chiama «Harley Own Special Sporster» e prevede il versamento di un 20% al momento del contratto (l'offerta è valida solo sulla serie Sportster), mentre la parte restante si paga in 24 o 36 rate, a cui va aggiunta la maxi-rata finale. Alla fine del periodo il cliente può scegliere se tenere la moto, valutare la permuta con un altro modello, oppure ridare indietro al concessionario la Sportster come saldo della maxi rata. In rquesto'ultimo modo il finanziamento viene estinto, una formula già ampiamente utilizzata nel settore automobilistico. Un esempio? Se si sceglie la Harley Davidson Iron 883 che costa 9.100 euro, l'anticipo è di 2.652 euro, l'importo finanziato in 36 mesi è di 6.448 (in rate da 99 euro al mese), mentre la maxi-rata ammonta a 4.098 euro.

D.S. corriere_motori10 settembre 2012 | 17:55

Massacrò un carabiniere: arresti domiciliari

Luisa De Montis - Lun, 10/09/2012 - 16:42

Matteo Gorelli, il 20enne che il 25 aprile 2011 insieme ad altri 3 amici pestò a sangue un carabiniere (morto dopo un anno) in un posto di blocco a Grosseto, ha ottenuto i domiciliari

Arresti domiciliari, da scontare in una comunità Exodus in Lombardia, per Matteo Gorelli, il ventenne che il 25 aprile 2011, insieme ad altri tre giovani, aggredì due carabinieri in un posto di blocco a Sorano (Grosseto).



Per le gravi lesioni subite l'appuntato Antonio Santarelli (44 anni) entrò in coma ed è morto l'11 maggio scorso. Nell'aggressione fu ferito in modo grave anche un altro carabiniere, Domenico Marino, 34 anni. Il gip sabato ha firmato il provvedimento che consente a Gorelli di lasciare il carcere di Grosseto, dov'è stato rinchiuso dal giorno dell’aggressione, per essere trasferito nella comunità.

La richiesta era stata presentata dai difensori del giovane, gli avvocati Luca Tafi e Francesco Paolo Giambrone. Quest'ultimo ha spiegato che dall’inizio della carcerazione non era mai stata fatta richiesta di arresti domiciliari per il giovane che da tempo "ha iniziato un percorso di recupero di sé" e "il cui dolore per quanto accaduto non è mai cessato e si è acuito" con la morte di Santarelli. Il pm aveva espresso parere favorevole all’istanza per gli arresti domiciliari.

Barca, il comunista che disse "niet" ai diktat di D'Alema

Giancarlo Perna - Lun, 10/09/2012 - 16:00

Il titolare della Coesione è figlio di un dirigente Pci e si proclama di estrema sinistra. Ora è sulla cresta ma finì in castigo quando rifiutò i diktat poco trasparenti di Baffino

Non facciamolo sapere a Frau Merkel, ma nel governo di Herr Monti c'è anche un ministro apertamente comunista. È Fabrizio Barca, l'economista titolare della Coesione territoriale.



Il comunismo di Barca è intenso e romantico. Un affare di cuore legato alla gioventù e alla tradizione familiare.«Sono iscritto al Pci», ripete spesso, ridendo del paradosso, poiché il Pci non esiste più da decenni. Un modo per dire che è fermo a Berlinguer e non si riconosce nel Pd. Contemporaneamente, nel dirsi iscritto a un partito che non c'è, sottolinea che lui - da un certo momento in poi - ha scientemente accantonato la politica per gli studi. Anche se, prima di quel momento, è stato un comunista fatto e finito.

Pressoché coetaneo di Max D'Alema e Walter Veltroni, il cinquantottenne Barca appartiene alla generazione post sessantottina cresciuta nella Fgci, pollaio dell'adolescenza rossa. Negli anni Settanta lo troviamo al Festival mondiale dei giovani comunisti a Berlino Est. Era delegato ufficiale di Botteghe Oscure con Veltroni, Ferdinando Adornato e altri promettenti dirigenti comunisti di quel domani che non ci fu. Ci andò con la benedizione del padre, Luciano, alto dirigente del partito e riconosciuto custode dell'ortodossia tanto che negli anni '50 e '60 fu direttore dell'Unità e Rinascita, gli house organ dei filo Soviet.

Pareva ovvio che Fabrizio ne seguisse le orme nel Pci e in Parlamento, dove Barca senior (oggi novantaduenne) è rimasto sette legislature occupandosi di legislazione bancaria, il suo pallino. Di punto in bianco, invece, e sotto la spinta del babbo, Barca jr si tuffò negli studi economici, prese una sfilza di dottorati e master anglosassoni e smise con la politica. Appartiene quindi anche lui al gruppo di rampolli di alti funzionari comunisti che, consapevoli della fine del loro mondo, indirizzarono i figli verso la City e Wall Street, distogliendoli da Mosca.

Vengono in mente, accanto a Barca, Dario Cossutta, il pargolo di Armando, e Lucrezia Reichlin, figlia di Alfredo e Luciana Castellina. Tutti e tre si sono illustrati come economisti e hanno proseguito la tradizione elitaria dei genitori ma con strumenti opposti: abbracciando la cultura economica occidentale, anziché abbeverarsi al marxismo. Un modo intelligente di perpetuare le dinastie. Il percorso sapienziale di Fabrizio è di prim'ordine. Dopo la laurea in Statistica alla Sapienza, ha ottenuto un Master of Philosophy a Cambridge. Ha poi solcato l'Atlantico, americanizzandosi al punto da parlare la lingua come l'italiano e trovare moglie colà. È stato visiting professor al Mit di Boston e a Stanford. Ha inoltre insegnato a Parigi, Roma e nella - ormai inevitabile - università Bocconi di Milano.

Gli ex comunisti del Pd hanno sempre apprezzato Barca ma con occhio distratto perché era, sì dei loro, ma aveva preso le distanze. Recentemente, Fabrizio ha anzi fatto sapere che vota «a sinistra del Pd». Probabilmente Sel, che soddisfa di più la sua inclinazione vetero comunista e lo avvicina al padre - uscito dal Pci negli anni Novanta per protesta contro la svolta della Bolognina -, marxista con venature cattoliche, vicino alle sofferenze degli «ultimi» e alle cose che Vendola dice magnificamente per infinocchiare il prossimo. Bene, pur sapendo che il ministro Barca non è in sintonia, quelli del Pd - in particolare i fan di Monti - sognano di ingaggiarlo per la prossima stagione politica. Diversi lo vogliono nel futuro governo di centrosinistra, altri lo vedono addirittura premier e premono perché partecipi alle primarie, terzo incomodo tra Bersani e Matteo Renzi.

Tra questi, il prodiano Sandro Gorzi, il veltroniano Salvatore Vassallo, l'enfant prodige lombardo Giuseppe Civati. Fabrizio nicchia, ma ci pensa su. Nel frattempo, cerca notorietà facendo il simpaticone in tv, twittando a raffica, moltiplicando le apparizioni Youtube e dando cameratescamente del tu a qualsivoglia giornalista gli capiti tra i piedi.Barca ha debuttato ventiquattrenne nell'ufficio studi della Banca d'Italia. È rimasto vent'anni in Via Nazionale finché l'ex governatore, Carlo Azeglio Ciampi, di cui era un cocco, lo chiamò al ministero dell'Economia che guidava durante i governi Prodi e D'Alema, poco prima di salire sul Colle.

Al ministero, di cui oggi è dirigente generale, ha avuto esperienze e vicissitudini. Barca è l'inventore della Nuova politica territoriale, complesso marchingegno per sostenere l'industria privata nel Mezzogiorno con soldi pubblici, prevalentemente Ue. Fabrizio, che ha ottimi agganci a Bruxelles, si dimostrò un mago nell'ottenerli. La Npt fu però un fallimento totale, come riconosce lui stesso. I sussidi sono finiti nelle tasche di ladri conclamati o fior di imbecilli, senza vantaggio per l'economia del Sud. Lo spreco di risorse è stato enorme.

Con D'Alema premier (1998-2000), Barca cadde in disgrazia. Baffino - pare - gli chiese di largheggiare in elargizioni agli industriali campani vicini al compagno Bassolino allo scopo di aumentarne la popolarità. Fabrizio, che è un tipo onesto, rifiutò il favoritismo considerandolo contrario ai doveri d'ufficio. Così - raccontano - perse il posto di capo dipartimento e retrocesse a consigliere ministeriale, sinecura che consiste nell'essere a disposizione standosene al mare.

Quando gli capitano cose come queste - o all'opposto quando è sotto stress per il lavoro - Barca si deprime. Per superare lo sconforto moltiplica quella che è la sua grande caratteristica: camminare continuamente. Nel suo curriculum ufficiale ha scritto di essere appassionato di trekking. Appassionato va sostituito con maniaco. Se è giù di corda, caschi il mondo, corre nei luoghi più impervi della Terra per marciare con i bastoni. È stato, per dire, sulle Ande. La famiglia, molto unita, lo segue.

Lui in testa, i tre figli dietro, la moglie, Clarissa Botsford, chiude. Per accompagnarlo, la consorte, un'americana poco comunicativa, molto liberal e di sinistra, chiede l'aspettativa alla romana Terza Università dov'è lettrice. Queste fughe esotiche hanno influenzato i ragazzi tanto che la figlia Valentina è oggi in Sudamerica con una ong. Un altro figlio è in Inghilterra, il che ha permesso al padre-ministro di uscirsene con una battuta giudicata anti patriottica: «Finché l'Italia non sarà migliore, meglio stiano fuori». Se è per questo, ha anche ostentatamente snobbato la parata del 2 Giugno per una spaghettata al mare col babbo.

Tornando al Barca silurato da D'Alema, quando Tremonti nel 2001 arrivò all'Economia, lo trovò relegato in una stanzetta. Fosse per lui, ce l'avrebbe lasciato, avendo scelto come pupillo Vittorio Grilli, oggi ministro, allora dirigente. Fu il viceministro Pdl, Gianfranco Miccichè, a ripescare Barca apprezzandone, con entusiasmo siciliano, la bravura. Lo rinominò capo dipartimento. Prima di accettare, Fabrizio tergiversò perché Miccichè era di destra. Si consigliò pure con Ciampi, che lo pregò di non fare il fesso. Così si fece piacere Miccichè, fu leale con lui e mise le ali alla carriera.

Si spengono nello stesso giorno Enrica e Ancilla Roncalli

Il Giorno

Sempre molto legate allo zio, i loro funerali si terranno mercoledì alla chiesa parrocchiale di Sotto il Monte, alle 10 e alle 16


Ancilla e Enrica Roncalli
Ancilla e Enrica Roncalli

Bergamo, 10 settembre 2012


La famiglia Roncalli di Sotto il Monte, oggi piange due figure care ed importanti. Si sono spente a distanza di poche ore l’una dall’altra, Enrica e Ancilla Roncalli, nipoti di Papa Giovanni XXIII. Enrica, 92 anni, era definita da tutti la 'nipote prediletta' del pontefice, è mancata intorno alle 5 alla clinica San Francesco di Bergamo dove era ricoverata da una settimana. Ancilla, 83 anni, figlia di Giuseppe e Ida Biffi, da tempo malata, è invece morta nella sua abitazione di via Gerole a Sotto il Monte.
 
Le due nipoti mantennero sempre uno stretto rapporto con lo zio, con cui si scambiarono numerose lettere. I funerali si terranno mercoledì alla chiesa parrocchiale di Sotto il Monte, alle 10, quello di Ancilla, alle 16, quello di Enrica.

L'ultima idea per difendersi dai lupi la pecora può inviare sms al pastore

La Stampa

L'invenzione di uno svizzero: un cardiofrequenzometro monitora il battito dell'animale e lancia Sos in caso di attacco


Nel dipartimento dei Vosges è emergenza lupi: l’anno scorso ci furono 12 attacchi ai greggi con 46 vittime. In questo, sono già stati 48 con 165 ovini uccisi. E i pastori stanno correndo ai ripari

 

ALBERTO MATTIOLI
corrispondente da parigi

Attenti al lupo. Solo che stavolta non c’è bisogno di urlarlo. Provvede direttamente la pecora minacciata: via sms sul telefonino del pastore. Incredibile ma vero. Beh, anzi beee, anche questo è progresso.
Come progresso sono certamente state tutte le campagne per salvare i lupi dall’estinzione. Proteggi oggi, proteggi domani, il lupo ha fatto il suo grande ritorno sulle montagne francesi. Attualmente, ce ne dovrebbero essere circa duecento, concentrati soprattutto nel sud-est e specie nella catena montuosa dei Vosgi, grosso modo nell’angolo di Francia fra la Svizzera e la Germania. E il lupo, naturalmente, fa il suo mestiere: mangiarsi la pecora. I numeri sono lì. Nel dipartimento dei Vosges, l’anno scorso ci furono 12 attacchi ai greggi con 46 vittime. In questo, sono già stati 48 con 165 ovini uccisi.

Dunque il problema diventa vagamente biblico: chi protegge dai protetti? Tutte le soluzioni escogitate finora si sono rivelate fallimentari. Lo Stato ha sovvenzionato gli allevatori perché acquistassero una razza particolare di cani da pastore, che però ha l’inconveniente di attaccare, oltre ai lupi, anche chi passeggia in montagna, quindi salva le pecore ma deprime il turismo. Poi si è pensato di installare dei recinti elettrificati, ma in quota è difficile e costoso. Infine, il Dipartimento dei Vosgi ha installato cinque macchine che diffondono musiche e flash luminosi che dovrebbero spaventare i lupi, che però hanno mangiato la foglia e continuano a mangiare le pecore.

Finalmente, un inventore, manco a dirlo svizzero (dopo l’orologio a cucù, un altro contributo al progresso mondiale) ha messo a punto il collare antilupo. Da vedere, sembra un banale collare da pecora, concesso e non dato che le pecore siano solite portarne. In realtà, contiene un sofisticato «cardiofrequenzometro» che monitora il ritmo cardiaco dell’animale. Il sistema difensivo dovrebbe quindi funzionare così. Quando il lupo si avvicina, la pecora si agita e la sua frequenza cardiaca inizia a salire. Allora si attiva il collare, che prima fa schizzare tutt’intorno una sostanza lupo-repellente e poi fa partire un sms in direzione del telefonino del pastore. Il quale deve essere molto veloce, precipitarsi sul luogo del delitto e sventarlo.

Detta così, sembra una follia. Pare invece che funzioni. O almeno gli svizzeri ci stanno lavorando. Jean-Marc Landry, biologo ed etologo che sta collaborando al progetto, spiega al «Parisien» che «questi collari si adatterebbero molto bene alla pastorizia dei Vosgi, composta di molti piccoli greggi in luoghi chiusi che non possono essere tutti sorvegliati dal cane pastore». Adesso si tratta di trovare un finanziatore e poi di commercializzare i collari antilupo. Resta naturalmente da chiedersi se valesse la pena di battersi per la salvezza del lupo per poi impedirgli di mangiare le pecore, come fa da che mondo è mondo e da che lupo è lupo. A meno che, dopo la pecora che manda sms, non si inventi anche il lupo vegetariano.

Hollande, Balotelli e quell’ossessione per «juif»

Corriere della sera
di Stefano Montefiori



Hollande
Christina Wulff, moglie dell’ex presidente tedesco, nei giorni scorso ha querelato Google perché chi cerca il suo nome vede proporsi automaticamente il suggerimento di ricerca «escort» e «passato a luci rosse». Il suo caso mi ha ricordato un’azione promossa in Francia, prima dell’estate, da sei associazioni anti-razziste: nella versione francese di Google, chi digita il nome di un personaggio famoso vede spesso associarsi il complemento di ricerca juif, «ebreo».

La funzione Google Suggest si basa su un algoritmo che tiene conto delle ricerche più frequenti effettuate dagli utenti: se scrivo Hollande e compare il suggerimento «hollande juif», significa che i navigatori francesi, quando usano Google.fr per fare ricerche sul loro presidente, sono interessati in prima battuta alle sue origini (l’altra ricerca frequente è «hollande hidalgo», sulla più volte smentita relazione con Anne Hidalgo).


La ricerca per la «première dame»

L’Union des étudiants juifs de France (UEJF), J’accuse!-action internationale pour la justice (AIPJ), SOS Racisme e il Mouvement contre le racisme et pour l’amitié entre les peuples (MRAP) si erano rivolte a Google protestando perché

«Molti utenti del motore di ricerca più usato in Francia e nel mondo sono quotidianamente confrontati all’associazione non sollecitata e quasi sistematica del termine ebreo con i nomi delle persone più in vista nel mondo della politica, dei media o degli affari»
Mercoledì 27 giugno le parti avevano rinunciato alla causa in tribunale, dopo un accordo con Google frutto di una mediazione dai contenuti rimasti volutamente riservati. Il fatto è che oggi, mesi dopo quell’accordo, la situazione non è cambiata. Ho testato Google.fr pochi minuti fa, e verificare se un personaggio noto sia ebreo oppure no continua evidentemente a essere una delle principali preoccupazioni dei navigatori francesi. Rispetto a qualche settimana fa, dopo i gol agli Europei, anche Mario Balotelli suscita la stessa curiosità.


Dopo i gol agli Europei, curiosità per Balotelli

La posizione di Google è che il suo algoritmo si limita a tenere conto di quel che cercano gli utenti. Se per i francesi è così importante sapere se qualcuno è ebreo, non è evidentemente colpa di Mountain View. Posizione ragionevole, che lascia aperta la questione delle ragioni di un simile interesse popolare.

twitter @Stef_Montefiori

La Gazzetta del Mezzogiorno

di Nicola Mascellaro
Cattura6

Prima del "Corriere"



Torchio litografico del 1840


Chi furono gli antenati, i progenitori del giornalismo e della stampa pugliese? Bisogna risalire agli inizi del secolo scorso, anzi alla fine del 700 per trovare le prime tracce nella nostra regione. La storia comincia in pratica con la nascita della Repubblica Partenopea (1799). Sorsero allora a Napoli vari giornali che potevano finalmente esprimere una libera voce, dopo il dominio borbonico. Le prime corrispondenze dalle tre Puglie apparvero sul Monitore. Si trattava di articoletti brevi, senza firma stampati in piccoli caratteri nell’ultima colonna di quel foglio napoletano che però serviva tutto il Sud. Vi si potevano leggere tutti
i decreti e le disposizioni del governo.

Ma, restaurata nel 1815 la dinastia borbonica, si spense subito quel piccolo e breve lumicino di libera stampa. Solo nel 1820 si potranno leggere di nuovo corrispondenze e notizie della nostra regione sul Giornale Costituzionale delle due Sicilie, che era l’organo ufficiale del governo. Parlano del movimento liberale delle Puglie, delle elezioni dei deputati e altri fatti di carattere locale. Ma i tempi cambiavano rapidamente. Scoppiata l’insurrezione in Sicilia e a Napoli, Ferdinando II fu costretto a concedere la Costituzione. Videro la luce molti giornali.

L’attività pubblicistica fu particolarmente vivace nel Salento, dove era forte la tradizione di intellettuali liberali. Si sa che questi giornali pubblicati nel Leccese discussero vivacemente di politica e di riforme, ma non ne è sopravvissuta alcuna collezione. Il primo giornale barese fu L’Osservatore, del 1848, edito dalla tipografia Pansini nelle officine dell’Intendenza (l’odierna Prefettura). Era logico quindi che avesse una linea politica piuttosto moderata. Ma anche dell’Osservatore non è rimasta alcuna copia.

I giornali di questo periodo ebbero vita breve perché presto Ferdinando II abolì la diffusione della stampa e furono addirittura condannati… coloro che avevano osato scrivere liberamente. Fu permessa solo la stampa umoristica, la satira, che l’ottusità della corte borbonica non riusciva a vedere quanto fosse più pericolosa di quella libera. A Bari si stampava La Comare, quotidiano definito ironicamente… per sole donne che in apparenza si occupava di frivolezze e aneddoti spiritosi. Ma giunse infine la spedizione di Garibaldi. Vennero i tempi dell’unificazione del Regno d’Italia e della affermazione della nuova borghesia intellettuale e politica. E fu un pullulare di giornali.

L’autonomia, sempre più accentuata dalla cultura partenopea, favorì la nascita di giornali locali. Questi interpretavano l’esigenza di esprimere efficacemente le aspirazioni, i bisogni della gente pugliese, di farsi portavoce più diretti del pensiero locale, nonché, spesso, sostenere i programmi dei vari partiti politici. Ma purtroppo, proprio a causa di interessi politici e spesso e volentieri anche per sostenere candidature personali, avevano vita breve. Insomma, non si può certo parlare di giornali popolari. Anche perché, l’estrema povertà e l’elevato grado di analfabetismo, favorivano la diffusione di settimanali o bisettimanali.
 
Il primo settimanale di cui si ha notizia è il Peuceta, che uscì alla fine del 1860 diretto da Giuseppe Presta.
Non si sa per quanto tempo fu pubblicato, ma trattò con fervore la questioni regionali. Il primo quasi quotidiano (era stampato tutti i giorni tranne la domenica) è il Piccolo Corriere di Bari (1865) stampato sempre nella Prefettura dalla tipografia Pansini che in seguito diventerà anche sede della tipografia del Corriere delle Puglie. Nelle sue quattro pagine di piccolo formato, per questo era… Piccolo Corriere, il giornale era discretamente ricco di notizie anche dall’estero. Era marcatamente di tendenza progressista e sostenne politicamente Giuseppe Massari, divenuto Sindaco di Bari e deputato della sinistra.

Fino al 1870 uscì anche un bisettimanale che si occupava di politica amministrativa e di commercio; un quindicinale di diritto e qualche giornale umoristico. Tra il 1870 e 71 nacquero il Gazzettino di Bari e il Gazzettino del Popolo, giornali così piccoli che avevano le dimensioni di un libro. Con la sinistra al Governo, nel 1876, toccò al Bari il compito di fare da portavoce ufficioso del governo nella regione. Era stampato dalla tipografia Cannone. Nello stesso periodo anche al provincia mostrava il suo bisogno d’espressione con giornaletti locali come il Corriere di Barletta e il Popolo di Trani. Ma la maggior fioritura di giornali, di grande e piccolo formato, avvenne nel decennio successivo: quotidiani, settimanali, quindicinali – politici, umoristici o letterari – nascevano e morivano come tanti piccoli fiori primaverili.

Trattavano interessi regionali, parteggiavano per questa o per quella fazione, sostenevano programmi politici e anche se molti avevano toni accesi e polemici, furono tutti ispirati dal desiderio di far progredire le tre Puglie e il suo riconosciuto Capoluogo sotto l’aspetto morale, economico e sociale. Del 1880 è interessante La Lima, giornale a suo modo popolare che, a scanso di equivoci, pensò bene di dichiarare sotto la sua testata… stride tutti i giorni meno quando non le piace. L’elenco dei giornali che caratterizzarono quegli anni sarebbe molto lungo. Siamo ormai in una vera e propria epoca di risorgimento per la stampa e la diffusione dei quotidiani.

Poi, nel 1886, esce la Settimana, divenuto, l’anno successivo Corriere delle Puglie, Gazzetta di Puglia e infine Gazzetta del Mezzogiorno. E’ di questo giornale che raccontiamo la storia, degli uomini che l’hanno realizzato e tenuto vivo fino ai giorni nostri e che nella loro vita hanno sempre avuto due sole passioni: il giornalismo e l’amore incondizionato della loro terra, della nostra terra, della terra di Puglia.

L'antefatto

Si è sempre detto, nelle varie pubblicazioni sul cammino del nostro giornale e sulla storia del giornalismo pugliese in generale, che La Gazzetta del Mezzogiorno nasce il 1° novembre 1887 come Corriere delle Puglie. Il tempo e le vicissitudini storiche gli faranno cambiare il nome della testata, ma la data di nascita, come quotidiano non cambia.



La serpeggiante via delle Mura, belvedere dei baresi


E’ appunto per questa ragione che nel 1987 si è celebrato il centenario della nascita della Gazzetta e che in questi volumi si tenta di raccontarne la sua lunga storia.  In realtà c’è un antefatto. Nella primavera del 1885, un gruppo di commercianti pugliesi si reca nella neo Capitale d’Italia per incontrare un certo Martino Cassano. Un barese purosangue, figlio di un noto professionista, residente a Roma per motivi professionali.
E’ collaboratore di due quotidiani il Fanfulla e la Gazzetta d’Italia. Il motivo dell’incontro è la fondazione a Bari di un quotidiano d’ispirazione liberale ma attento agli interessi della classe commerciante e mercantile dei baresi. La città aveva ormai raggiunto i 60mila abitanti e l’assenza di un organo di informazione quotidiana era molto avvertita.

Non è che Bari fosse priva di iniziative editoriali, anzi. Esistevano infatti, la Gazzetta di Bari, il Risorgimento Pugliese, il Progresso, la Sinistra, Spartaco, Avvenire di Bari e diverse altre pubblicazioni, ma tutti periodici. Mancava dunque un quotidiano e questi erano dunque i propositi dei commercianti. Quando però si trattò di mettere in pratica il progetto, ci si accorse che mancavano gli spiccioli, come diremmo oggi, rispetto alle lire che sarebbero state utili a quel tempo.


Ma Martino Cassano aveva già lasciato i suoi impegni romani e suo malgrado, si trasferisce a Bari, dove vivono i suoi genitori, e fonda e dirige, insieme a quattro, cinque collaboratori in un’unica stanza al 1° piano di via Argiro 51, invece di un quotidiano, un settimanale stampato dai Fratelli Pansini, che esce solo la domenica. E’ il 15 novembre 1885 e il giornale si chiama La Settimana. Costa 5 centesimi, è di soli 4 fogli ed è un antesignano nel formato perché ha le dimensioni di quei giornali che oggi si chiamano tabloid… tale che un giornale cittadino si compiace di chiamarlo rachitico… dirà il Direttore proprietario Martino Cassano. Il successo è immediato. Nessun giornale cittadino stampa più di 500 copie, ma dopo soli tre numeri,

La Settimana raddoppia la tiratura. Nonostante ciò, le ristrettezze economiche sono tali che Martino Cassano è costretto a far aprire la prima pagina del nr.12 con un avviso dell’Amministrazione: Preghiamo i Signori che hanno ritenuto fin dal primo numero il nostro giornale di voler rimettercene l’abbonamento. Non vorremmo essere noi pure costretti a pubblicare un elenco dei morosi.

1887



Martino Cassano, fondatore del "Corriere delle Puglie"


Nel numero 38 de La Settimana uscito l’11 settembre 1887, Martino Cassano annuncia ai suoi lettori la realizzazione di un sogno. Il 1° novembre 1887 La Settimana cambierà testata, diventerà Corriere delle Puglie ed uscirà tutti i giorni. L’annuncio dell’11 settembre sarà pubblicato pari pari anche il 2 il 9 e il 16 ottobre e ci piace pensare che questo ripetersi non intendeva essere solo un modo per pubblicizzare il neo quotidiano, ma aveva lo scopo di convincere se stesso che finalmente i suoi sforzi e le sue ambizioni venivano premiati: “Per una città di 60mila abitanti – diceva – un buon giornale è l’affermazione della propria forza. E Bari non conseguirà mai, in faccia al paese ed al Governo, tutta la considerazione che gli è dovuta, se non provvede a colmare in modo degno questa profonda lacuna”.

Il primo numero non è nuovo soltanto nella testa. È nuova la Redazione e l’Amministrazione che passa da via De Rossi 7 (dove si erano trasferite l’anno precedente) a via Abate Gimma 59. Per stamparlo i Fratelli Pansini sono costretti ad aprire una succursale in via Argiro 42.  Come sarà questo Corriere in mezzo a tante pubblicazioni più o meno di Parte? Ce lo dice lo stesso Cassano nel primo numero: “il Corriere si propone di vivere dal pubblico e per il pubblico. Non è disposto ad arruolarsi sotto nessuna bandiera. La sua sola bandiera è il tricolore. E ciò pare che debba bastare per soddisfare i gusti di tutti, o di quasi tutti, il che, in un paese dove la maggioranze regnano, ed i più scaltri governano, dovrebbe poter dire perfettamente lo stesso”. Di Martino Cassano si sa ben poco, ha solo 26 anni ed è molto più conosciuto il padre, studioso e penalista insigne.

Ma i baresi non tarderanno molto ad apprezzarlo, poiché i suoi articoli sono più che eloquenti. Il successo della Settimana prima e del Corriere delle Puglie poi, non è dovuto al semplice fatto che la città ha bisogno di un quotidiano, ma soprattutto al modo in cui Cassano scrive. È semplice, diretto, immediato e graffiante. Ha insomma la capacità tipica dei grandi giornalisti: riuscire a far comprendere a tutti in modo semplice anche le cose più difficili. Aveva l’umiltà di non firmarsi mai e un’eleganza tutta personale nello spegnere i numerosi focolai di polemica di cui erano oggetto lui e il suo giornale.

1888



La Camera di Commercio di Bari verso la fine degli anni 80 dell'Ottocento


Il 1888 è un anno importante per il Corriere. Da una parte cerca una identità grafica, dall’altra comincia a porsi un problema di concorrenza. Ormai, alle 7 del mattino, a Bari, si possono acquistare 6 quotidiani. Due arrivano da Napoli, tre si stampano a Bari e, da Lecce, arriva la già nota Gazzetta delle Puglie nata nel 1880. Nel gennaio ’88 nasce a Bari, con capitali napoletani, diretto da Ciccio Terranova, il Mattino. Il saluto di Cassano a questa nuova iniziativa è caloroso, ma rappresenta anche una sfida. Perciò, nel giro di 6 mesi, cambia tre volte lo stile grafico della testata.

Si cambia tipografia, stanchi dei numerosi errori che i tipografi di Pansini ci regalavano e si sfrutta meglio lo spazio delle 4 pagine con un notevole aumento del testo. Per la tipografia ci si affida a P. Colajanni, in via Conte di Cavour 24, il quale nomina un direttore responsabile di tipografia unicamente per stampare il Corriere e, per essere sempre più competitivo, il 1° giugno ’88 il giornale si presenta con 2 edizioni: esce il mattino e alle 5 del pomeriggio “per non confondersi con gli altri e darvi sempre notizie fresche”.Non è passato un anno e già la sede di via Abate Gimma è stretta. Il 10 agosto ’88 nuovo trasferimento e nuova redazione. Questa volta il Corriere va nel centralissimo corso Vittorio Emanuele al nr. 42, palazzo Capriati. Il 26 agosto alla tipografia Colajanni nominano un nuovo direttore nella persona di Matteo Trizio e, il 12 novembre, altro grandissimo sforzo, Cassano rileva l’antico stabilimento tipografico Colajanni che diventa stabilimento tipografico del Corriere delle Puglie.

Cassano si accorge subito che il Mattino è l’unico quotidiano capace di strappargli il mercato e dapprima cerca di convivere lealmente, anche perché ha molta considerazione per il Direttore Don Ciccio, poi il Mattino commette una grave scorrettezza. Mette in dubbio, in un articolo di fondo, l’indipendenza del Corriere che secondo Terranova è finanziato da non meglio precisate forze politiche. È guerra. La risposta di Cassano a questa insinuazione dà un’idea precisa della sua personalità, della sua prosa e del successo del giornale: Chi sta dietro il Corriere? …ditecelo per carità, non ci fate fare inutili ricerche o pensieri temerari, che, trattandosi di dietro, non si sa mai chi ci può stare. Noi sappiamo bene quello che ci sta dinanzi e se notoriamente si sa, è sleale venire insinuando il contrario.

Poi accade un avvenimento di cronaca cittadina eccezionale. Il 23 febbraio 1888 un certo Giacomo Di Benedetto di Noicattaro viene condannato a morte dal tribunale di Bari per aver assassinato la moglie, tre figli e la suocera. Cassano intuisce immediatamente la risonanza dell’avvenimento e manda in stampa il giornale del 24 con un supplemento di altre 4 pagine interamente dedicate al fatto di sangue. È un successo enorme, nel giro di due ore giornalai e strilloni non hanno più una sola copia e senza volerlo Cassano ha fatto anche il primo speciale della storia. Quella di Di Benedetto sarà l’ultima pena capitale in senso assoluto. L’11 giugno del 1888 il Parlamento abolisce la pena di morte: è la più grande conquista della moderna civiltà dirà Cassano.

Dal giorno successivo il giornale aumenta notevolmente lo spazio dedicato alla cronaca cittadina e, piano piano, cominciano ad apparire le corrispondenze dai centri della provincia e dalla Basilicata.Intanto, si fa storia pugliese. Il 7 febbraio 1888 una delegazione della Provincia delle Puglie – costituita allora dalle città di Lecce, Bari e Foggia – si reca a Londra alla ricerca di un prestito per la costruzione dell’Acquedotto Pugliese. Se ne parlava dal 1863 ma anche se erano stati presentati diversi progetti nessuno ne era stato approvato.

1889



Bari, via Sparano nei primi anni del '900


In un censimento a cura dell’Amministrazione comunale risulta che al 31/12/1888 gli abitanti residenti a Bari sono 66.909. Ma la città sembra ancora un paese di frontiera. Manca la pavimentazione stradale, mancano le fogne, l’acqua e la luce elettrica, che pure già illumina diverse città d’Italia. Da noi si va avanti con poche e maltenuti lampioni a gaz. Ciononostante Cassano, che mostra un amore incondizionato per questa nostra città, non smette mai di incitare e sollecitare le amministrazioni comunale e provinciale per rendere Bari – che chiama Regina delle Puglie

– sempre più bella. È grazie alle sue quotidiane denunce per il miserevole stato delle vie cittadine che il 25 aprile si pone la prima pietra – partendo da via Sparano – per il lastricamento delle strade. Nasce anche il giardino di fronte al Reale liceo ginnasiale (l’odierno Ateneo) con una grande vasca d’acqua la quale – sembra cronaca di oggi – dopo pochi giorni, diventa e rimane putrida.

Dal 1° gennaio, il Corriere aumenta le dimensioni e il testo che passa da 4 a 5 colonne per ogni pagina. Dedica maggior spazio alla cronaca cittadina, alle corrispondenze dalla provincia e non disdegna neppure il vernacolo pur di accattivarsi il pubblico. Non più assillato dalla seria concorrenza del Mattino (che il 7 novembre ’88 ha cessato le pubblicazioni) il 7 febbraio elimina l’edizione del pomeriggio. Ma, nel giro di 6 mesi nascono ben 4 nuovi giornali: La Stampa libera, la Campana delle Puglie, Buonsenso e Caronte, mentre a Lecce nasce il Corriere Meridionale. Sono il frutto del successo del Corriere e sono tutti in funzione anti Corriere. Cassano non se ne dispiace ma è sinceramente addolorato quando queste iniziative muoiono con la stessa facilità con cui nascono.

L’89 è un anno durissimo per l’Italia e per le Puglie in particolare. Soldati italiani muoiono in Abissinia con Menelik e contro il Negus Giovanni che si batte per la non colonizzazione del suo paese. Per le strade del Mezzogiorno, quando non si muore per mano dei maffiusi, si muore di fame e d’inedia. Le Puglie subiscono un tracollo economico senza precedenti. Falliscono la Banca Provinciale e la Banca Diana che rappresenta una vera istituzione per i pugliesi. Il Direttore della Banca Diana si suicida per non affrontare i poveri risparmiatori traditi. Moti contadini scoppiano a Cerignola ed a Sannicandro Garganico mentre migliaia di italiani, dai porti di Napoli e di Bari, lasciano l’amata terra per l’avventura sudamericana. La maggior parte possiede solo il biglietto di viaggio.

Molti muoiono sulle banchine, altri muoiono sui piroscafi stracolmi e tanti altri ancora moriranno nei porti di sbarco, lasciati là da uomini senza scrupoli, perché privi di mezzi per raggiungere città e paesi dell’interno dove si chiedono braccia. La miseria e la disperazione sono tali che la gente parte ugualmente nonostante si abbiano notizie di una grave epidemia di febbre gialla in Brasile e in Argentina. A ben altri viaggi si preparano intanto la ricca borghesia e le corti europee: il 6 maggio si inaugura a Parigi, sotto la meraviglia in ferro creata dall’architetto Eiffel, l’Esposizione Universale.

Anche il Corriere si muove, sloggia. Il 10 agosto, com’era tradizione già allora, la sede della Redazione, insieme alla tipografia, si stabilisce in via Andrea da Bari 21, 23, 25. Nella stessa sede viene aperta anche una sezione commerciale – un hobby di Cassano – che, nel suo svariato magazzino di deposito vende finissime profumerie, efficaci medicinali, corroboranti liquori e tutto quanto il confortable che può desiderare chiunque ama le raffinatezze della vita comoda e galante. Il Corriere ha il suo trionfo il 25 agosto, in occasione della visita nelle tre Puglie di Sua Maestà il Re Umberto I il quale, tornato a Roma, gli fa indirizzare una lettera di ringraziamento per la squisita cortesia del suo giornale in occasione della mia visita alla città di Bari.

1890



Bari, piazza Massari agli inizi del '900


Non sappiamo quanta influenza abbia avuto il successo ed il consolidamento del Corriere delle Puglie sulla diffusione della stampa nella nostra regione. Alcuni dati però sono chiari. In quest’anno e nella sola provincia di Lecce – che in quell’epoca racchiudeva anche le città di Brindisi e Taranto – nascono 6 giornali. La Voce del Popolo a Taranto, il Corriere di Brindisi a Brindisi e, Risorgimento, la Libertà, la Gazzetta Democratica, il Popolo a Lecce. Anche Bari si arricchisce di altri tre giornali: la Cronaca Barese, Sancho Panza e Riscossa.

Non tutti sono dei quotidiani, ma tutti o quasi hanno un solo obiettivo: togliere al Corriere il monopolio del mercato, nella vana speranza di avere il peso, l’influenza ed il posto politico del giornale di Cassano, il quale conscio di queste certezze comincia ad allargare sempre più la rete di corrispondenti nella regione. Aumenta ancora lo spazio dedicato alla cronaca di Bari e, con l’aumento proporzionale dei reporter, la sede di via A. da Bari diventa stretta; perciò, sempre nel rispetto delle consuetudini, il 10 agosto sposta Direzione e Redazione in via Calefati 72. Ma non basta. Il Corriere è in piena espansione regionale ed il 1° ottobre apre una redazione a Lecce, in via Imperatore Adriatico 12 e, a quella provincia, dedica l’intera seconda pagina tranne lo spazio per l’immancabile romanzo d’appendice.

Ridefinisce meglio la prima pagina togliendo dall’apertura i famosi telegrammi dell’Agenzia Stefani (che inviava notizie dall’Italia e dall’estero) e vi lascia le cose veramente importanti per Cassano: l’appoggio incondizionato al Presidente del Consiglio Crispi, l’ammirazione per la Casa Regnante, le critiche al più valido parlamentare pugliese Imbriani che spreca, secondo Cassano, la sua grande abilità e capacità politica militando nel partito radicale. Sono però i violenti attacchi contro l’Amministrazione comunale barese guidata dal sindaco Bottalico – succeduto al più onesto e capace Capruzzi – che contribuiscono non poco a migliorare la condizione urbana della città. Un’altra caratteristica del giornale è l’anticlericalismo. Siamo all’epoca di Leone XIII, la Chiesa non si è ancora rassegnata ad avere soltanto il ruolo di gestore del potere spirituale. Si parla ancora della possibilità di spostare in un’altra nazionale la sede pontificia e Cassano pur confermando la sua fede cattolica è al tempo stesso un autentico mangiapreti.

1891



Bari, piazza Mercantile


Il potere che i giornali da sempre esercitano nella vita pubblica di un Paese ha, di pari passo, reso potente anche il movimento sindacale esistente nelle aziende che oggi chiamiamo editoriali. All’epoca in cui lo stesso Direttore del Corriere era fermamente contrario all’istituzione della festa dei lavoratori – 1° Maggio – il miglior modo per celebrarla è lavorare, all’epoca in cui ci si scandalizzava di fronte alla iniziativa di un agricoltore che accordava ai propri braccianti le 8 ore di lavoro al giorno, il giornale subiva il primo sciopero della sua storia: è il 19 gennaio del 1891. Non riuscirà perché non tutti i tipografi ebbero il coraggio di non presentarsi al lavoro (usciranno 2 sole pagine invece delle solite 4); tuttavia Martino Cassano ha un segno tangibile della forza che può esprimere, nella vita del Paese, una associazione sindacale di lavoratori.


Se quindi il nuovo anno si preannuncia duro per il Corriere, anche a causa della concorrenza, altrettanto dicasi per il povero Bottalico, sindaco di Bari. Il direttore del Corriere gli è sempre più ostile ma mai per scopi personali. Ama troppo la sua città e pur di spronare il Sindaco ad amministrare al meglio la Regina delle Puglie, arriva anche alla bestemmia: ma volete innaffiarle queste strade, per Dio! Aumentano intanto le iniziative editoriali. Escono il Folletto Verde, Riscossa, la Gazzetta del Barese, l’Avvenire di Bari e, fallito poi il tentativo napoletano di mantenere a Bari il Mattino, il 15 agosto esce un nuovo quotidiano, il Meridionale diretto dal cav. Vito De Bellis.

Nello stesso periodo il Corriere si sposta nuovamente e da via Calefati passa nella centralissima via Sparano n. 25, mantenendo e ampliando tipografia del giornale e stabilimento tipografico nell’angolo fra via R. da Bari e via Piccinni. Si valuta che abbia 5.000 lettori e, rendendosi conto che il suo avvenire è nelle tre province pugliesi amplia sempre più la sua rete di Corrieri. Un contributo a far aumentare i lettori del giornale, viene da un giovane strillone che vende il Corriere nel piazzale della stazione. Si chiama Giuseppe Lobuono. Figli, nipoti e pronipoti continueranno ad occuparsi di giornali fondando la più grande agenzia di distribuzione di quotidiani e riviste di tutta la Puglia.


Non manca però il solito colpo di fortuna. Il 5 aprile si celebra a Bari il più grande processo alla mala-vita dalla storia dell’Unità. Sono 176 imputati tutti dello stesso stampo di quelli che oggi chiameremmo mafiosi o camorristi. Il Corriere non solo esce dai confini delle tre province pugliesi ma viene richiesto perfino dai vicini francesi solitamente pronti, a quell’epoca, a denigrare l’Italia e gli italiani. Cassano approfitta del momento di gloria nazionale dando grandissimo spazio al processo che si trascina per quasi due mesi. Sembrerebbero pochi, ma se si tolgono tutti i cavilli procedurali a cui è soggetto oggi un processo, due mesi, allora, erano tantissimi

1892



Bari, un'immagine di corso Vittorio Emanuele agli inizi del Novecento


Gli sforzi e i sogni di Martino Cassano vanno concretizzandosi. Il Direttore-Proprietario del Corriere aveva l’abitudine di annunciare, ogni fine anno, le innovazioni che il giornale avrebbe presentato dal 1° gennaio dell’anno successivo. E infatti col nuovo anno il Corriere si presenta con una nuova veste tipografica e con un nuovo formato. E’ esattamente il formato che ancora oggi conserva La Gazzetta del Mezzogiorno. Si è già detto come nasce la Settimana prima e il Corriere poi. Quello che non si è detto è che quando si trattò di tirare fuori i soldoni per fare un quotidiano, quel gruppo di amici, che aveva contribuito a varare la Settimana, svanì come nuvole al vento e Cassano, ch’era un uomo d’onore e che aveva già promesso ai lettori l’uscita del quotidiano, si ritrovò solo ma non vinto.

Chiese aiuto al Banco di Napoli ma gli venne garbatamente rifiutato. Il motivo si scoprirà qualche mese dopo quando con capitali napoletani nacque il Mattino. Soltanto tre anni dopo, quando pareggerà il bilancio, rivelerà che nel suo primo anno di vita il Corriere aveva accumulato un deficit di ben 60.000 lire. Una cifra enorme - pari forse a 600 milioni odierni - per un giornale di appena 4 pagine. Ma sforzi e sacrifici cominciarono a dare frutti. Dopo il grande processo alla malavita il Corriere viene richiesto anche a Roma e a Napoli. Il 1° aprile il Corriere viene venduto in due grandi chioschi di Napoli, il 14 aprile E. Scarfoglio e M. Serao fondano l’ancor oggi amato quotidiano dei napoletani, Il Mattino. E mentre a Roma già da due anni si discute una legge per il risanamento della città di Napoli, a Bari il sindaco Bottalico fa pubblicare un piano per il risanamento della città vecchia.

Il Meridionale, il nuovo quotidiano concorrente del Corriere e difensore dell’amministrazione di Bottalico, dirà che il progetto è talmente grandioso che è utopistico. Inoltre, si tratta di abbattere secoli di storia barese. Stranamente il Corriere lo approva, riconosce che il progetto è troppo oneroso per le casse della nostra città e al Meridionale risponde che se fosse fattibile non si abbatterebbero secoli di storia ma secoli di miseria. Nel frattempo si va alle urne. Bottalico viene rieletto ma, stanco di sentirsi attaccato da tutte le parti, si dimette subito dopo le elezioni ed inizia la serie dei Reale Commissario.

Comunque, a parte la volontà degli amministratori, l’attivismo dei baresi e l’amore per l’arte contribuiscono alla nascita di un nuovo teatro e al risanamento dell’odierno lungomare Nazario Sauro. Il teatro sorge alle spalle della Camera di Commercio. Per un paio di mesi si chiamerà Circo Vitali, poi diventa Circo Nazionale e poi ancora Politeama Vittorio Emanuele. Si trasferisce quindi la commedia dell’arte (il S. Carlino e l’Arena Nazionale vengono demoliti) e si trasferisce ancora una volta il Corriere. Direzione, Redazione e Amministrazione vanno in via Lombardi, la tipografia in Corso Vittorio Emanuele 163-165 all’angolo di Piazza Garibaldi.

1893



Francesco Crispi torna alla guida del Governo


Per l’intero anno, su tutta la stampa nazionale, domina uno dei più grandi scandali economici della storia d’Italia: lo scandalo della Banca Romana. Per la verità, la Banca Romana pagò per tutti, ma in realtà vi furono coinvolti quasi tutti gli Istituti di Emissione sparsi per il Regno. Durante l’ispezione governativa le Banche cercarono di aiutarsi a vicenda ed in questo frenetico spostamento di capitali, il Direttore della sede romana del Banco di Napoli, il cav. Cuciniello prelevò a proprio nome la cifra incredibile di 2 milioni e mezzo. Subito scoperto si fece arrestare e condannare pur di non rivelare a chi o a quale altro Istituto di Emissione erano destinati visto che lui non li aveva.

Nonostante la relativa tranquillità e l’aumento della diffusione, dovuta al rilevante fatto di cronaca nazionale, i guai anche per il Corriere e per il suo Direttore proprietario non mancarono. Si è già rilevato come i quotidiani nati a Bari dopo il Corriere, erano più o meno tutti anti Corriere. Certo non intenzionalmente ma, quando si accorgevano che era estremamente difficile soltanto competere con il giornale di Cassano, cominciavano ad attaccarlo sia a livello politico che a livello professionale. Il primo a subire di questi attacchi da parte del Meridionale - sorto un anno dopo il Mattino, - fu un giovane ventisettenne, gemma preziosa della redazione e pupillo del Direttore. Era Armando Perotti e si occupava di cronaca teatrale. Una sua recensione e cronaca di uno spettacolo teatrale fu oggetto di critica feroce da parte di un altro redattore del Meridionale. I due finirono per sfidarsi a duello nel solito teatro di San Francesco all’arena.

Nel frattempo, il Meridionale rincarò la dose. Ebbe l’ardire di denigrare pubblicamente le capacità professionali dell’intero corpo redazionale del Corriere. Le offese erano tali che Martino Cassano non potè fare a meno d’intervenire. Scrisse due articoli di una violenza linguistica tale che farebbero avvampare di collera anche oggi. A quel punto, la disputa non poteva essere risolta a livello verbale e quindi la conseguenza naturale era un duello. Il Direttore del Meridionale mandò al Corriere i suoi padrini che Martino Cassano si onorò di ricevere inviando anch’egli i suoi padrini. Fu nominato un giudice che insieme ai padrini doveva verificare se veramente esistevano le condizioni per il duello e se i duellanti rispondevano alle esigenze poste dal codice di cavalleria.

Dopodichè avveniva la scelta delle armi. Fu scelta la sciabola e il duello venne fissato per l’alba del 16 aprile. Naturalmente non venne menzionato il luogo dello scontro perchè i duelli erano proibiti (anche se era noto a tutti dove avvenivano) ma l’onore di entrambi i contendenti era al disopra delle leggi. Ferito per primo Cassano, subito intervennero il giudice ed il dottore ma il direttore del Corriere li allontanò: gli insulti e le offese del Meridionale bruciavano troppo e dovevano essere lavati anche col sangue del rivale. Ed in effetti il duello ebbe termine soltanto quando anche il Direttore del Meridionale fu ferito. Il sangue aveva soddisfatto l’orgoglio di entrambi e una calorosa stretta di mano riconciliò i due Direttori.

1894



Bari, il Fortino della Muraglia e il porticciolo delle "paranze"


Sopito ormai lo scandalo nazionale degli Istituti di Emissione in cui fra i commenti politici in prima pagina, la cronaca romana, l’inchiesta ed il processo nella cronaca nazionale, notizie varie dell’Agenzia Stefani, i telegrammi particolari del Corriere e altro ancora, si riusciva praticamente a riempire, per tutto l’anno, una pagina al giorno, Cassano riporta il giornale al suo ruolo principale: l’informazione nell’ambito delle tre province pugliesi. Ritornano quindi le denunce all’Amministrazione comunale. L’impraticabilità delle strade, in piazza Massari si cammina in 20 cm di fango, i marciapiedi sempre ingombrati dai bottegai, l’assenza del verde, della luce elettrica, della fogna ed in particolare dell’acqua. La realizzazione dell’Acquedotto Pugliese è sempre in alto mare e si rimproverano i parlamentari pugliesi di non essere riusciti a sensibilizzare le istanze nazionali al fine di risolvere il grave problema regionale. Nonostante le interminabili discussioni sui vari progetti, non si è neppure riusciti a stabilire se sia più conveniente attingere dalle acque del Sele o da quelle del Calore.

Nell’Amministrazione barese si litiga continuamente, Bottalico si dimette e viene rieletto per tre volte nel giro di diciotto mesi e Cassano, che vede la sua città languire, a malincuore, sostiene anche Bottalico: purchè sia, ma non lasciate un’intera città senza una guida politica. Verso la fine dell’anno a Bottalico succederà Giuseppe Re David. Nel frattempo il Corriere ritenta l’avventura leccese riaprendo una redazione (prima in piazza S. Oronzo poi in via Libertini) che nel ‘90 era riuscita a mantenere per pochi mesi. Ma anche questa dura poco, il costo è troppo oneroso rispetto al risultato ed anche perchè Lecce si era arricchita di un nuovo quotidiano: il Messaggero Salentino. Inoltre aveva già sopportato spese enormi cambiando nuovamente tutti i caratteri - appositamente fusi per noi - aveva acquistato una nuova macchina di stampa che gli consentiva di raddoppiare la tiratura e aveva spostato lo stabilimento tipografico da corso Vittorio a piazza Massari, 1 e 2.

Nonostante il diverso indirizzo però tra la Redazione (in via Bottalico) e lo stabilimento tipografico, in realtà stanno tutti in quell’enorme palazzo rosso a due piani ch’era meglio conosciuto come Palazzo Diana. Man mano che la città cresce - in modo talmente disordinato che il Corriere riesce perfino a far mettere sotto inchiesta l’Ufficio tecnico comunale - arriva anche il progresso. Appaiono le prime biciclette, quelle con camera d’aria e copertone inventati dai Dunlop padre e figli nel 1890 e, nell’ottobre, il Corriere pubblicherà la prima notizia sportiva della sua storia: l’annuncio e poi la cronaca di una corsa velocipedistica pugliese svoltasi a Bari. Ci fu chi si spaventò nel vedere giovani sfrecciare su due ruote nelle strade basolate della città.

Un giornale chiese perfino di bandire quei veicoli dalle strade cittadine: rappresentano una minaccia pura e semplice all’integrità fisica del popolo tranquillo e pacifico. Il Corriere commentò ironicamente la pretesa del concorrente. Cassano non amava il disordine ma non era certamente cieco difronte al progresso. Infatti, proprio perchè non amava il disordine, non fu tenero durante i primissimi moti contadini che scoppiarono a Ruvo, Corato, Bitonto, Barletta e Bari.


1895



Giacomo Puccini, quest'anno a Bari per assistere alla sua "Manon"


Si sarà certamente notato che nel raccontare questa affascinante storia del giornale, non si è parlato di amministratori e gerenti pur avendo, anche loro, contribuito al successo ed al consolidamento della testata. L’omissione non è voluta. In realtà l’attivismo, il senso degli affari, la personalità di Martino Cassano è tale che risulta trasparentissima soltanto sfogliando il Corriere anche dopo cento anni. Una conferma del carattere e dell’assoluta indipendenza di Cassano si avrà il 1° aprile. Il 15 marzo il Corriere annuncia che per una combinazione finanziaria fatta, da oggi il sig. Eduardo Samele assume la direzione amministrativa. Ma, quando il nome di Samele appare anche nella testata accanto a quello del direttore-proprietario, in città si scatenano tante e tali voci di crisi finanziaria che Cassano è costretto a ribadire che il proprietario del Corriere è sempre e soltanto lui. Quindici giorni dopo il nome di Samele scompare dalla testata. Il messaggio è chiaro: si accettano aiuti ma non condizionamenti.

Tuttavia i rapporti con Samele rimangono cordiali e quando questi apre il primo ufficio di pubblicità barese, Cassano gli affida il compito di gestire tutta la pubblicità del Corriere. Mentre a Taranto nasce il Corriere Tarantino e a Lecce il Tempo, a Bari si registra un avvenimento triste per la stampa pugliese. Il 21 ottobre cessa le pubblicazioni Fra Melitone considerato da molti storici il miglior settimanale satirico della storia pugliese grazie anche e soprattutto alla collaborazione del vignettista barese Frate Menotti (Menotti Bianchi). Continua intanto la battaglia con l’amministrazione comunale perchè si faccia promotrice, attraverso le opere pubbliche, a che Bari diventi città di 1. categoria e non di 2. com’era classificata all’epoca. Al sindaco Re David viene attribuito il merito di aver pavimentato e arredato con giardini il piazzale della stazione e largo Ateneo a tempo di record per un grande avvenimento cittadino. Il 23 febbraio arriva a Bari Giacomo Puccini per assistere personalmente alla sua Manon al Teatro Piccinni. Si fermerà tre giorni e la prima sera avrà 45 chiamate. Quest’avvenimento rilancia l’idea di un grande Politeama.

Il primo a sostenere che Bari aveva bisogno di un altro grande teatro, oltre al Piccinni, fu il critico teatrale del Corriere. Si firmava con lo pseudonimo di Arm, ed era Armando Perotti. Qualche anno dopo Cassano disse che il grande Politeama poteva essere realizzato difronte all’Ateneo ma poi non se ne parlò più. Nel frattempo sorsero altri due Politeama: il Vittorio Emanuele - interamente in legno - e il Politeama Umberto I più grande del precedente e costruito per metà in tufo e metà in legno. Con l’arrivo di Puccini dunque il Corriere scopre che il 6 gennaio un certo Antonio Petruzzelli, su progetto dell’ing. Angelo Messeni, aveva presentato la domanda per edificare un grande Politeama in piazza Cavour davanti al mercato in ferro e difronte alle vie Putignani e Calefati giusta delibera comunale del 1887. Sarà poi tutto modificato ma ormai Cassano non smetterà più di tormentare le amministrazioni comunali per realizzarlo. Anche lo Sport si organizza. Dopo la società ginnastica Pro Patria e diverse altre piccole società ciclistiche, il 18 febbraio nasce la Canottieri Barion che avrà il suo primo ufficio nella Camera di Commercio mentre Redazione e Amministrazione del Corriere ritornano in via Sparano. Questa volta al n. 34!

1896



Renato Imbriani, detto "Protesta"


Tanto tuonò che piovve! Le continue denunce del Corriere contro i deputati pugliesi colpevoli di non aver saputo sensibilizzare il Parlamento alle necessità vitali della Puglia, finalmente danno i loro frutti. Quando decade il progetto Zampari per la realizzazione dell’Acquedotto Pugliese, ci si rende conto che muore l’ultima speranza di un’idea nata nel 1865. La notizia e la delusione inducono il Presidente della Provincia Lattanzio a recarsi a Roma, riunire i parlamentari pugliesi e illustrare crudamente la situazione. La riunione è proficua perchè una grossa delegazione di deputati pugliesi chiede un incontro con il ministro dei lavori pubblici. Della delegazione fanno parte tra gli altri, gli onorevoli De Nicolò, Imbriani, Balenzano, Bovio, Nocito e Serena. In quest’incontro chi fa la parte del leone è quel maestro di dialettica

politica, l’on. Imbriani. L’esposizione della drammatica necessità dell’acqua in Puglia è talmente convincente che il ministro riesce a far firmare al Re un decreto per la costituzione di un comitato permanente per la costruzione dell’Acquedotto Pugliese e il 31 maggio s’insedia una commissione di studio. Il fatto curioso, ma allo stesso tempo significativo a dimostrazione che il Direttore del Corriere pone il benessere della Puglia e delle sue genti al disopra delle simpatie personali, trova riscontro nelle parole di lode che Cassano indirizza all’on. Imbriani pur essendo notissima la profonda avversione fra i due, tanto che Cassano aveva affibbiato all’illustre parlamentare il nomignolo di Imbriani-protesta. Intanto però dell’acqua non si poteva più fare a meno. La città aveva raggiunto gli 80.000 abitanti (78.458 al 31.12.95) e si realizza l’idea di far arrivare, mediante vagoni cisterna, l’acqua dal Serino.

Sotto al grande chiosco di corso Vittorio, difronte a via Sparano, si costruisce una enorme cisterna che prende tutto lo spazio dei giardini e, con un collegamento che attraversa via Cavour, si arriva alla stazione dove vagoni cisterna scaricano l’acqua pura e fresca per i baresi. L’impianto è pronto in aprile e l’acqua costerà centesimi 2 e mezzo al litro. Un’altra battaglia sociale del Corriere riguarda l’Ospedale Consorziale di Bari. La Provincia aveva stanziato l’enorme somma di 90.000 lire per realizzare sia l’acquedotto che la ferrovia Bari-Locorotondo. Quando però le imprese private non furono in grado di realizzare questi due grandiosi progetti, la Provincia incamerò l’enorme somma.

Nessuno si pose la domanda di come utilizzarla e Martino Cassano, che aveva aperto un grande dibattito sulla situazione sanitaria in Puglia, lanciò la proposta: facciamo in questa nostra città un grande ospedale consorziale capace di servire tutta la Puglia. In quest’anno il Corriere giunge al suo decimo compleanno. E mentre il Direttore non riesce ad astenersi dal manifestare viva soddisfazione: a Bari non vi è giornale che abbia potuto raggiungere questa durata perchè le condizioni per fare giornalismo non sono agevoli, d’altro canto non riesce neppure a trovare una sede stabile. Il 10 agosto nuovo trasloco. Da via Sparano, redazione e amministrazione, andranno in via Piccinni, 42.

1897



Bari d'altri tempi, gli istituti balneari alle spalle del Castello Svevo


Pur essendo l’agricoltura, come per il resto del paese, la base dell’economia pugliese, vanno messe in risalto due peculiarità: in Puglia si produceva (e si produce) la maggiore quantità di uva e di vino di quanto se ne producesse in tutto il Regno e si produceva la maggiore quantità e la migliore qualità di olio. Ma per fare in modo che questi prodotti raggiungessero i mercati, era necessaria una rete stradale e soprattutto ferroviaria adeguata oltre che una efficiente struttura commerciale ed organizzativa.

La città di Bari si assunse il compito di realizzare questa struttura. Per questo, fin dal 1885, Bari possiede una delle più belle e grandi Camere di Commercio d’Italia. Tra l’altro il merito ed il successo del Corriere consistono anche nell’aver saputo, fin dalla sua nascita, impostare un giornale che tenesse conto di queste esigenze. Per cui, non solo si occupa attivamente di tutte le questioni agrarie - si versano fiumi d’inchiostro sulle migliorie per aumentare la produzione, sulle malattie della vite e dell’olio - ma possiede anche una rubrica settimanale d’agricoltura e un’altra quotidiana sul mercato agrario. Ciò è rilevante per un giornale di appena 4 pagine di cui ormai una pagina e mezzo è occupata dalla pubblicità.

Mancavano però i collegamenti ferroviari e Cassano a forza di articoli anche duri verso le amministrazioni ed i parlamentari pugliesi, validamente coadiuvato dall’opera instancabile del Presidente della Provincia comm. Lattanzio (che proprio quest’anno inspiegabilmente si suicida) riesce ad ottenere l’inizio dei lavori della ferrovia Bari-Locorotondo, progetto impostato fin dall’85. Si batterà ancora per collegare Bari a Spinazzola, Grumo, Matera ecc. ferrovie essenziali per una regione che esportava uva fresca in tutta l’Europa soprattutto nel grande Impero austroungarico. Con la costruzione di questa ferrovia il valente comm. Re David, come chiama Cassano il sindaco succeduto al meno stimato Bottalico, propone di togliere finalmente il passaggio a livello in fondo a corso Cavour e di costruire un sottopassaggio in fondo a via De Giosa per collegare meglio il traffico da e per Carbonara e Capurso.

Ma non basta, il Corriere vuole Bari sempre più grande e più bella, una città degna dell’industriosità delle sue genti e spinge l’amministrazione provinciale a farsi interprete per un porto più grande. Denuncia al Comune l’assenza di un corpo di pompieri, l’urgenza dell’ampliamento degli organici dei vigili urbani (ce ne sono solo 37 compresi i graduati e ce ne vogliono almeno 60), si rammarica che Andria abbia inaugurato il 18 luglio un grande impianto comunale di luce elettrica che illumina quella città e Bari no. Nè vengono trascurati temi di più grande respiro sociale.

Si denuncia senza mezzi termini lo spettacolo miserevole del lavoro minorile prim’ancora che il Parlamento elabori un progetto di legge per impedire che i bambini minori di 14 anni vengano usati nelle miniere. Ogni giorno, per le vie della città, dalla mattina alle sette, alla sera alle venti, ragazzini con visetti invecchiati dalla fatica e dalla miseria, tirano carretti con pesi enormi che spaventerebbero un asino. Sono stanchi morti, ansanti, sfiniti e se per avventura dovessero cadere, un calcio, uno schiaffo, un pugno dei loro malvagi padroni, li fanno rialzare. Non c’è da meravigliarsi se molti di questi sventurati crescendo sentono poi il bisogno di vendicarsi come possono.


1898



Niccolò Van Westerhout


Il gen. on. Pelloux è il nuovo Presidente del Consiglio e l’ex on. Capruzzi è il nuovo sindaco di Bari. Questi due avvenimenti rappresentano una svolta nel processo di sviluppo socio economico della Puglia e di Bari. La realizzazione dell’Acquedotto Pugliese fa parte del programma di governo presentato dall’apertura della nuova sessione e nessuno, meglio di Pelloux, poteva sapere quale reale necessità era per la Puglia l’acqua. Aveva sostituito il prefetto di Bari durante i moti d’aprile e quindi conosceva, per averlo vissuto, il dramma di una regione ricca di risorse agrarie ma povera di acqua. Pelloux è talmente deciso a portare avanti quest’opera colossale che riesce a convincere anche il Re, il quale accenna alle necessità vitali della nostra Puglia durante il discorso della Corona all’apertura della seconda sessione della 20.ma legislatura.

L’elezione di Capruzzi invece, che dopo nove anni ritorna sindaco di Bari, riapre in Martino Cassano la speranza di vedere la sua città diventare una grande città. Ecco cosa scrive il giorno dopo l’elezione: è permesso ad un giornale che da 12 anni, incessantemente, insistentemente ad amici e ad avversarii va raccomandando la stessa cosa, è permesso a questo giornale scritto senza ira e senza altro interesse che quello vero della città in cui viviamo, è permesso dunque a questo nostro giornale sperare di vedere - ora che molti uomini nuovi siedono sulle cose del Comune - l’amministrazione comunale preoccuparsi e provvedere seriamente, severamente a questo sconcio eterno ch’è la pulizia pubblica e tanti altri inconvenienti che danneggiano questa nostra città che chiamiamo Regina delle Puglie? Non è però solo la Puglia e Bari ad avere una svolta.

Anche il Corriere ha la sua! Il 1° settembre il giornale non ha più sulla testata direttore-proprietario Martino Cassano ma direttore Martino Cassano. La sparizione della parola proprietario dalla testata alimenta una ridda di voci e Cassano, pazientemente, chiarisce: le dicerie e malignazioni che hanno dato campo ad illazioni sulla proprietà del giornale sono infondate. Il Corriere non è stato ceduto, nè venduto: è stata soltanto fatta una Società esclusivamente amministrativa per dare maggior incremento e diffusione al giornale. Il nuovo amministratore è Giuseppe Favia. Ed è nella ricerca di un nuovo assetto che si cambia nuovamente sede. In dodici anni sono stati fatti undici traslochi e questa volta si va tutt’insieme in Vico Prefettura 1. E’ alle spalle della Prefettura, esattamente accanto alla chiesa di S. Domenico. Intanto, l’apertura della stagione lirica al Piccinni pone all’amministrazione comunale un altro problema.

La luce elettrica. Per la prima volta il teatro, all’apertura della stagione, è sfavillante di luce elettrica ad opera dell’appaltatore. Il Corriere è ammirato e allo stesso tempo indispettito. La luce elettrica è ormai patrimonio di molte piccole città pugliesi come Andria Conversano, Molfetta e Giovinazzo che si serve addirittura dell’impianto di Molfetta. E Bari? Poveri noi, il fulcro commerciale dell’intera regione è costretto ancora ad illuminare le sue strade con pochi lampioni a gas in centro e con altrettanti miserevoli maltenuti lampioni a petrolio in periferia. E la chiamamo città. Proprio nell’anno in cui il Piccinni s’accende di luce elettrica il compositore molese Wan Westerhout si spegne a Napoli, stroncato da un male incurabile, a soli 35 anni.

1899



Francia, la cerimonia di degradazione del cap. Alfred Dreyfus, accusato di spionaggio. Sotto, Dreyfus graziato e reintegrato nell'esercito


Forse è azzardato dire che la stabilità, la diffusione ed il successo del Corriere abbiano positivamente influenzato il comportamento delle amministrazioni locali prima e quello dei parlamentari pugliesi poi. Resta però un fatto: uomini come Imbriani, De Nicolò, Salandra, ecc. probabilmente, non avrebbero ottenuto mai tanta influenza in seno al Parlamento senza il supporto costante, senza la voce, a volte reboante del Corriere. La frase storica di Imbriani: la Puglia è sitibonda di acqua e di giustizia sarebbe rimasta in Parlamento così come in Parlamento sarebbe rimasta la




convinzione che i pugliesi sono pigri senza la risposta di De Nicolò: più che pigri i pugliesi sono traditi! L’amore di Cassano per la Puglia è tale che le sue parole di sprone verso la classe dirigente, sono al limite della violenza: le nostre classi dirigenti si perdono nel dilaniarsi, nel demolirsi, nel rovinare stime e reputazioni, nel dare spettacolo di miserie morali. Le nostre classi dirigenti sprecano le loro forze e spesso il loro prestigio in vanterie ed accuse, in lenocini e in vituperi, in lodi ridicole e in calunnie atroci e la diffidenza nella loro azione collettiva, nella utilità che questa azione possa arrecare al pubblico si ingenera, si propaga e si giustifica.

E ancora la Puglia è soverchiata dalla storia di quarant’anni e non vede nei soverchiatori un accenno di resipiscenza. Nessuna regione italiana insieme agli Abruzzi ed alla Basilicata, proporzionalmente alla sua ricchezza, ha dato più e ha ricevuto meno. E’ ora che si pensi seriamente all’acquedotto in Puglia, al porto a Bari, alle strade in Basilicata, alle bonifiche altrove. E’ questo quel che occorre ed a cui i nostri uomini politici debbono

affrettarsi ed a cui gli uomini politici del settentrione debbono sentire il dovere di uniformarsi. Sotto questa sferza continua, Bari e la Puglia crescono. E cresce anche una coscienza professionale giornalistica. Quando nel festeggiare il 10° anniversario dell’uscita del Corriere il Direttore evidenziava la grande difficoltà nell’esercitare un giornalismo serio, il riferimento non era accademico. Siamo in un’epoca in cui tutti potevano permettersi di denigrare i giornalisti che al contrario dovevano essere particolarmente attenti nell’espletare la loro professione. Bastava che un qualunque prefetto interpretasse male una frase per ordinare l’immediato sequestro del giornale. E Il Mattino, che mandava a Bari 170 copie giornaliere, era uno dei giornali più colpiti dall’ira del Prefetto barese. I giornalisti, dal canto loro, avevano pochi mezzi per difendersi, soprattutto dagli scribacchini, anche per carenze legislative.

Spesso si sentivano obbligati a lavare le offese alla professione con i duelli. Per ovviare a queste cose e darsi un’etica professionale cominciarono a sorgere le Associazioni della Stampa. Lo scopo delle associazioni era la salvaguardia della professionalità attraverso regolamenti e proposte anche legislative. La storia poi cambierà il ruolo delle associazioni per farle diventare Sindacato dei giornalisti cioè organo di salvaguardia dei diritti normativi ed economici dei giornalisti e trasferire i compiti istituzionali delle associazioni all’Ordine dei giornalisti. Lo statuto dell’Associazione della Stampa barese viene approvato il 23 febbraio e, a conferma del ruolo non sindacale, viene eletto Presidente Martino Cassano, Direttore e proprietario del Corriere

1900



Pietro Mascagni a Bari il 27 maggio 1900 per celebrare il centenario della nascita di Niccolò Piccinni


Anno ricco di avvenimenti lieti e tragici. Anno provvidenziale per la diffusione del Corriere che ormai non è secondo a nessuno per la sua autorevolezza. Anno in cui per una curiosa serie di coincidenze, il Corriere resta l’unico giornale quotidiano in Puglia, Basilicata e Calabria. Anno in cui muore il gran Re Umberto, ucciso dalla mano assassina di Bresci. Anno in cui nasce ufficialmente la questione del mezzodì. Grande è l’amarezza espressa in un articolo di fondo, per l’idea errata che l’opinione pubblica si va formando sulle nostre regioni: siamo arrivati proprio a questo. Vi è una questione del Mezzogiorno d’Italia, quasi che le popolazioni di una parte così importante della nazione avessero bisogno di una cura speciale, o di leggi speciali, o di censure speciali.

Vi è, è vero, una questione del Mezzogiorno, ma non è quale la calunnia e la malignazione vanno raffigurando. La questione sta nelle ingiustizie che sinora il Mezzogiorno ha sopportato, sta nella riparazione che lo Stato gli deve, sta nella sollecitudine che dovrebbe usarsi perchè il disagio economico procuratogli dal suo patriottismo e dalla sua buona fede sia eliminato col concorso del governo nazionale. Naturalmente le preoccupazioni del Corriere sono tutte rivolte verso le zone interne della regione, verso le centinaia di paesi e paesini che offrono uno spettacolo di miseria quasi medioevale perchè la città di Bari, proprio quest’anno, dà una grande dimostrazione delle sue capacità commerciali. Nel ‘99, in occasione delle feste di maggio per S. Nicola il Corriere aveva suggerito di inserire, nelle manifestazioni religiose, anche mostre di fiori, di pittura, di bestiame, ecc.

Il successo fu tale che, siccome quest’anno ricorre il centenario della nascita di Niccolò Piccinni, il Corriere lancia una nuova proposta: perchè non si organizza una grande esposizione provinciale? L’idea viene fatta propria dalla Camera di Commercio che, in collaborazione con la Provincia, se ne assume tutto l’onere organizzativo ed economico. L’esposizione si terrà dal 6 maggio al 20 settembre. Ad inaugurarla verrà il ministro Boselli. Il luogo dell’esposizione è l’enorme piazzale di piazza Cavour delimitato a sinistra dalla Camera di Commercio e a destra dal costruendo Politeama Petruzzelli. In fondo alla grande piazza c’è il mercato in ferro dove si svolgeranno le mostre al coperto. Il giorno dell’inaugurazione la folla, nell’immensa piazza, è incredibile. Il corteo parte alle 11,45 dal palazzo della Prefettura. In rappresentanza della casa Reale c’è il Duca di Genova Principe Tommaso.

Per tutto il percorso la folla si accalca sui marciapiedi mentre dal Fortino colpi di cannone, ad intervalli regolari, salutano il lieto avvenimento. Tutti vogliono vedere e quando il Principe Tommaso entra nell’esposizione, dalla cupola ancora scoperta del Petruzzelli gremita di gente, si ode un solo grido: viva il Re! Nel padiglione vi sono diverse piccole impalcature, nella più elevata c’è una poltrona di seta rossa per il Principe e le poltrone di velluto verde per le autorità cittadine. Fa gli onori di casa il Corpo dei pompieri in alta uniforme che i cittadini baresi vedono per la prima volta. Il Principe si avvicina al palco e rimane in piedi accanto alla poltrona di seta mentre risuonano nel grande salone le note della marcia reale. La gente si ammutolisce, l’unico tramestìo viene da un’alta impalcatura di fronte al Principe: è la macchina fotografica dei fratelli Antonelli che prende le istantanee.

Tra le aree per l’esposizione c’è anche il campo di S. Lorenzo (l’attuale campetto nella caserma Rossani) dove si svolge la prima grande fiera degli animali. Un altro solenne momento dell’esposizione sarà il 27 maggio quando Pietro Mascagni, nella cornice sfarzosa del Teatro Piccinni, celebrerà il centenario della nascita del grande musicista barese. Il Millenovecento rimarrà a lungo nella memoria dei baresi. Il Piccinni apre per la prima volta i battenti alla commedia e al dramma con Cesare Pascarella e Ermete Zacconi e domenica 22 luglio, sempre per la prima volta, nel grande piazzale Cavour alle 18, quaranta giocatori di football, si esibiranno in sette incontri. Quattro squadre di 9 e 9 e tre di 11 e 11. Il portiere si chiama custode ed ha la facoltà di prendere la palla con le mani e portarla di corsa nella metà campo avversaria.

1901



Gaetano Bresci, autore dell'attentato a Umberto I, in Corte d'Assise nel 1901

E’ un’ironia. L’inizio del nuovo secolo doveva rappresentare il rilancio dell’economia pugliese ed invece si presenta come l’apice di una crisi sociale, industriale e agraria che dura ormai da dieci anni. E quel che è peggio è che non si intravvedono prospettive per il futuro. Tutte le promesse, tutti i provvedimenti previsti dal Governo per aiutare l’economia pugliese, rimangono lettera morta. A ciò si aggiunge una indegna campagna giornalistica che fa apparire il Sud come la palla di piombo al piede del Paese, tanto che il Corriere non può fare a meno di esclamare che se pure grande miseria fosse in Puglia non sarebbe onesto sputargliela in faccia come un insulto! La Puglia dunque è allo stremo delle sue forze. Il Governo ha promesso finanziamenti per l’ampliamento del porto di Bari e agevolare il commercio con l’Oriente. Ha proposto che la famosa linea di navigazione, la Valigia delle Indie, torni a passare per il porto di Brindisi.

Ha approvato il progetto per la realizzazione dell’Acquedotto Pugliese, ha sollecitato il Banco di Napoli ad agevolare il credito per l’agricoltura, ha firmato un decreto per una fabbrica di tabacchi, ma non si è mosso nulla e il duro inverno ha prostrato il granaio pugliese. Sul Gargano migliaia di contadini sono senza lavoro, molti sono senza un tozzo di pane e la gente comincia a rendersi conto che, senza una protesta di massa, tutto rimarrà immobile. Nascono quindi le leghe socialiste, le leghe di resistenza, le Camere del Lavoro - in maggio sarà approvato lo statuto della Camera del Lavoro di Bari - e a Lucera, a Foggia, a Cerignola si organizzano le prime dimostrazioni dei lavoratori della terra. E a Bari?

A Bari, nel Consiglio comunale in particolare, si continua a litigare nonostante la competenza e l’autorevolezza del sindaco Capruzzi che, tra l’altro, ha perso anche la stima e la considerazione del Corriere. Fanno molto più politica la CdC e la Provincia, che l’Amministrazione comunale. Del resto gli uomini sono sempre gli stessi. A Capruzzi è successo Bottalico, a Bottalico Re David ed a questi di nuovo Capruzzi. Tutti insieme sono sempre nel Consiglio con motivi politici e interessi personali diversi da difendere. Basti pensare che la luce elettrica, ormai patrimonio di molti paesi pugliesi come Trani, Andria, Molfetta, Barletta, Bitonto perfino la piccola Giovinazzo, a Bari manca. Dapprima si litiga per imporre la nuova e meno costosa illuminazione all’Azienda del gas e poi, quando la stessa azienda propone un parziale progetto di illuminazione a gas ed a corrente elettrica, si litiga anche su quello!

Lo squallore e i brogli sono tali che Giolitti, ministro dell’Interno, fa decretare lo scioglimento del Consiglio comunale. Capruzzi ebbe anche il coraggio di pubblicare un settimanale intitolato Il Cittadino, un giornale che loda continuamente l’opera degli amministratori locali e che farà incavolare il Direttore del Corriere. Nasce anche il Figaro, settimanale umoristico-caricaturale che ha la pretesa di sostituire il vuoto culturale lasciato da Fra Militone mentre al Corriere i rapporti con la prima società pubblicitaria di Puglia non hanno buon seguito e quindi della pubblicità sul Corriere torna ad occuparsi l’Amministrazione del giornale. C’è un altro gradito ritorno: Armando Perotti fa rivivere ai baresi la Bari ignota e antica. E all’antico si ritorna semplicemente per sapere l’ora esatta.

Infatti siccome gli unici tre orologi pubblici - quello in piazza Mercantile, alla Camera di Commercio e in piazza Umberto - non funzionano quasi mai, il Reale Commissario decide di ripristinare il famoso colpo di cannone. Alle 12 in punto, dal Fortino, un solo colpo annuncia il mezzodì! La drammatica situazione economica e sociale della Puglia è il primo argomento all’ordine del giorno alla riapertura della Camera il 25 novembre. Ma non c’è più Matteo Renato Imbriani a sostenere, con la sua grande influenza politica, le necessità vitali della Puglia. Imbriani, da sempre deputato del collegio di Trani e Corato, muore il 13 settembre ed il Corriere nel ricordare la sua grande personalità scrive: Matteo Renato Imbriani era la forza, la gagliardia, la veemenza, quando lo ispirava il sentimento del giusto. Irrompeva come un vulcano e per lui non vi erano riguardi di amici o di partiti.

Non aveva rancori, combattuto dal nostro giornale, per l’impronta di protesta che si volle dare alla sua candidatura, se ne ricordava, ma non ebbe mai per noi una sola parola di censura. Ci accadde anzi di accogliere con orgoglio le sue parole di benevolenza e di simpatia al nostro giornale. Egli non capiva le piccinerie, disprezzava l’astio e le politiche pettegole. Così si elevava al di sopra di una società che non adulava e così non aveva avversari nè nemici. Era amato ed anche temuto.

1902



Giuseppe Zanardelli, capo del Governo, darà segni concreti di interessamento per la questione meridionale. Sotto, un momento della storica visita del Presidente del Consiglio in Basilicata


In quarant’anni mai la Puglia e il Mezzogiorno in generale avevano ricevuto tanta attenzione e considerazione dal Governo e dal Parlamento quanta ne ricevono quest’anno. E’ la ricompensa dell’opera infaticabile di tre uomini: M.R. Imbriani, N. De Nicolò (che muore proprio quest’anno a soli 51 anni) e N. Balenzano. Eppure, proprio prima del Natale del 1901 il Governo aveva rasentato la crisi nel discutere i provvedimenti da adottarsi in favore del Mezzogiorno dopo i moti operai dell’estate precedente. Poi, all’improvviso, cambia tutto. Il 26 marzo il Governo presieduto dal vecchio Zanardelli chiama al dicastero dei Lavori Pubblici Nicola Balenzano, nato a Bitonto nel ‘48, deputato a 38 anni, per lungo tempo presidente della Provincia di Bari, e che solo un mese prima era stato nominato Senatore (carica, allora, non elettiva). Zanardelli aveva rischiato una crisi governativa proprio perchè convinto che le regioni meridionali avevano un assoluto bisogno dell’aiuto dello Stato e, chiamando nel suo Governo un deputato pugliese, aveva rafforzato l’indirizzo della sua politica.





A marzo il Parlamento si riapre con al primo punto della discussione le previdenze per il Mezzogiorno. Sarà una battaglia ferocissima ma la grande volontà e personalità del binomio Zanardelli/Balenzano risulterà vincente. Il progetto per la costruzione dell’Acquedotto Pugliese diventerà legge il 5 maggio; saranno stanziati fondi per l’ampliamento del porto di Bari, della ferrovia, viene deliberato il finanziamento per la costruzione della Manifattura tabacchi (che darà lavoro a quasi mille persone); infine sarà approvata una legge che stanzierà, sempre per il Mezzogiorno, 25 milioni di lire in lavori pubblici. Sono provvedimenti che per realizzarsi hanno bisogno di tempo ma è pur sempre un inizio anche se in Puglia si è all’apice della crisi economica.

Per avere un’idea della disperata condizione del Mezzogiorno ci sono dati ufficiali. In quest’anno si è avuta una emigrazione permanente verso le Americhe di quasi 163.000 persone, oltre centomila appartengono alle regioni meridionali. Per il secondo anno consecutivo scioperi e dimostrazioni dei contadini vanno intensificandosi da un capo all’altro della regione. I grandi proprietari terrieri contribuiscono ad esasperare gli animi di quella povera gente che a malapena riesce a mangiare un tozzo di pane una sola volta al giorno: offrono 25 centesimi al giorno per dieci ore di lavoro nel Leccese e 40 centesimi nel Foggiano dopo aver loro stessi concordato, con le leghe contadine, tariffe che andavano da 1 lira e 60 c. a 2 lire e 50 c. Migliaia di contadini abbrutiti dalla miseria e dalle provocazioni scendono in piazza.

A Candela si avranno 8 morti. Quando gli animi saranno sopiti e Zanardelli darà un segno ancora più concreto dell’interessamento del Governo per le regioni meridionali con una storica visita in Basilicata, il Corriere scriverà: gli scioperi che hanno prodotto lutti e disastri sono finiti e le genti del Sud sono convinte delle buone intenzioni del Governo ma non si potrà rimanere tranquilli fino a quando la remunerazione dei contadini non sarà tale da essere sufficiente al sostentamento. Non si potrà avere fiducia nella quiete fino a quando peserà il rimorso nella coscienza di chi mangia per le tante famiglie derelitte che non mangiano. Queste parole non esprimono solo un sentimento popolare. Anche il Corriere è cambiato. Solo pochi anni prima aveva scritto che il modo migliore per festeggiare il Primo Maggio era lavorare. Ora riconosce ai propri dipendenti il diritto di festeggiarlo.

E quando viene presentata la proposta di legge per il riposo settimanale il Corriere è tra i pochi giornali a riconoscerne la validità. I tempi cambiano e Cassano, sempre attento al nuovo, affida all’inquieto, all’assetato del nuovo, all’apostolo del moderno Ricciotto Canudo - nato a Gioia del Colle - appena trentenne, ma già noto conferenziere, la corrispondenza da Parigi. Il suo valore critico viene consacrato due mesi dopo la sua nomina. Muore Emile Zola e Canudo scrive un articolo che sarà poi oggetto di commento da parte di tutta la stampa nazionale. Se la battaglia, contro l’indegna campagna denigratoria di molti quotidiani del Nord contro il Mezzogiorno aveva dato prestigio politico nazionale al Corriere, la firma di Ricciotto Canudo ne consacrava anche il valore culturale. Nonostante il rinnovato prestigio, il Corriere non ha ancora una sede stabile. Nell’ottobre, e questa volta al di fuori delle tradizioni, la Redazione e l’Amministrazione subiscono un nuovo trasferimento, vanno in Corso Vitt. Emanuele 102.

1903



Il teatro Petruzzelli, uno dei più grandi d'Italia, in avanzata fase di costruzione


Due anni di costante impegno del Corriere in favore delle popolazioni del Mezzogiorno, coadiuvato da una più incisiva pressione dei parlamentari pugliesi, avevano prodotto una maggior attenzione, del Parlamento prima e del Paese poi, verso quella che sarà definita la Questione Meridionale. Sarebbe azzardato, forse, credere che il frutto di questo impegno abbia prodotto un ministro dei Lavori Pubblici pugliese, ma è senz’altro giusto pensarlo. Resta comunque il fatto che il Corriere acquista un peso notevole nel panorama nazionale dell’informazione. I suoi articoli di fondo vengono spesso integralmente o parzialmente riprodotti da quotidiani romani e napoletani ed altrettanto spesso sono oggetto di polemica con giornali piemontesi e lombardi.

Il nuovo anno però non è propizio al Mezzogiorno. Nel giro di due mesi muoiono l’on. Indelli - deputato di Monopoli - ed il tranese Giovanni Bovio: deputato, insigne giurista e illustre filosofo. Il rispetto e la considerazione che tutti avevano per quest’uomo si riassume in una frase di Matteo Renato Imbriani. Si racconta che in una conferenza di Bovio fu chiesto ad Imbriani di intervenire e questi rispose: dove parla Bovio non v’è parola per altri. Il Mezzogiorno non ha ancora finito di piangere i suoi figli migliori che Zanardelli - Presidente del Consiglio - presenta al Re le sue dimissioni. Il vecchio leone è ammalato, morirà il 30 dicembre. Il nuovo Governo viene affidato a Giolitti e l’on. Balenzano non sarà confermato al dicastero dei Lavori Pubblici.

Questa serie di circostanze pare ringalluzzire l’opposizione avverso i provvedimenti governativi per il Mezzogiorno e si riapre una nuova campagna di stampa a cui il Corriere ribatte con tutte le sue energie. La Gazzetta del Popolo pretende le stesse agevolazioni sui trasporti ferroviari concesse alla Puglia, si rimettono in discussione i finanziamenti per il miglioramento delle comunicazioni stradali nel Leccese, si arriva perfino a formulare dubbi sull’attuabilità dell’Acquedotto Pugliese dopo anni di studi e la pubblicazione del manifesto per la gara d’appalto. Ma ciò che più infastidisce Martino Cassano sono i cenni velati sull’inoperosità della gente del Mezzogiorno, sull’apatia dei pugliesi: ma voi avete mai provato a mangiare sì e no una volta al giorno e non sapere se mangerete domani? dirà in un articolo di fondo rispondendo alle critiche.

Il culmine delle polemiche si raggiunge all’apertura della nuova sessione parlamentare. La delegazione pugliese chiede al Governo formalmente che venga istituita a Bari una sede universitaria. Il Governo trova che la richiesta sia legittima ma stranamente e fermamente l’on. Gianturco, napoletano, si oppone, prevedendo un danno rilevante all’università di Napoli. Ai vostri affittacamere risponde Cassano, indignato per la mancata solidarietà del parlamentare meridionale. Lo sdegno è maggiore perchè il comportamento dell’on. Gianturco dà spazio ai giornali del Nord per riaprire le polemiche e lo stesso Cassano si fa promotore di un comitato permanente di agitazione pro-università. Il Corriere è lanciatissimo, non ha più problemi economici tanto che può permettersi perfino un inviato speciale al seguito del Re in visita a Parigi. Non può più definirsi l’unico giornale quotidiano in Puglia perchè nel frattempo il settimanale Figaro è diventato quotidiano ma per Cassano ogni nuova iniziativa editoriale rappresenta una sfida per migliorare il suo giornale.

1904



Bari, il sottovia De Giosa appena completato


Nei primissimi giorni di gennaio la Camera discute il progetto di legge per il riposo settimanale festivo. La posizione del Corriere sulla proposta di legge è netta. Rispecchia alla perfezione il pensiero del suo Direttore. Sì al riposo settimanale perchè ne riconosce il grande significato sociale. No al riposo festivo perchè, ferocemente anticlericale, il riposo festivo rafforzerebbe il potere della Chiesa che deve invece rimanere spirituale. Le cose però in Parlamento si svolgeranno in modo completamente diverso. Dopo due mesi di discussioni, dopo l’approvazione a maggioranza di tutti gli articoli, il 12 maggio si vota a scrutinio segreto per l’ormai scontata approvazione della legge... e la legge viene bocciata! Qualche deputato, a denti stretti, dirà: non potevamo permetterci di farla passare perchè significava riconoscere l’esistenza delle Camere del lavoro alle quali si debbono tante sventure che hanno colpito i lavoratori.

Viene però approvato il progetto di legge sui provvedimenti per la Basilicata ma non le spese riguardanti la realizzazione della ferrovia Bari-Matera. Quella ferrovia la vogliono troppi comuni ed essendo troppo oneroso accontentare tutti, il progetto viene accantonato. Un’altra grande delusione viene dalla gara di appalto per la costruzione dell’Acquedotto Pugliese. La gara viene aperta il 1° febbraio e ci sono due contendenti - una ditta belga ed una italiana - che per partecipare alla gara hanno versato la cauzione di un milione. La Puglia intera è col fiato sospeso. E’ un gran giorno per la nostra regione - dirà il Corriere - ma quando si aprono le buste per esaminare le offerte si trovano da parte dei partecipanti richieste di garanzie che non sono previste dal regolamento. Al Governo non resta che dichiarare la gara deserta.

La reazione del Corriere è di delusione ma allo stesso tempo di speranza. Con un Governo presieduto dall’on. Giolitti non si può, non si deve credere che le Puglie debbano essere vittime di una grande delusione. Ed infatti il 1° giugno la Camera approva un nuovo progetto di legge in cui lo Stato si impegna a costruire l’Acquedotto Pugliese entro il 1921. Il Corriere continua dunque nel suo impegno sociale politico ed economico in favore delle Puglie e, bisogna ammetterlo, sempre restando al di sopra delle parti o delle fazioni politiche. Non gli è semplicemente possibile minimizzare i gravi disordini popolari di Trani, Ruvo, Francavilla e Cerignola in cui contadini affamati vengono uccisi per aver solo chiesto pane e lavoro. E la rabbia di Martino Cassano è ancora maggiore - perchè maggiore è il suo amore per Bari - di fronte alla incapacità degli amministratori comunali di formare un governo cittadino.

Alla fine dell’anno, quando il Reale Commissario indice le nuove elezioni amministrative, rimbrotta con sarcasmo ed amarezza quei consiglieri che a causa di beghe personali, hanno tenuto una città di quasi 100mila abitanti, per un anno intero, senza governo. Per fortuna però non manca l’iniziativa privata. E sono i privati ad impiantare la prima rete telefonica a Bari ed a far ottenere al Corriere la linea diretta con Roma. Sono i privati a costituire la prima Società elettrica e mentre i negozi di via Sparano sono sfavillanti di luce, la città e le strade rimangono in uno stato miserevole. Anche il Corriere avrà le sue novità. Oltre al telefono compra una nuova macchina di stampa che gli consentirà di aumentare la tiratura e non riuscendo ad avere una redazione stabile a Lecce ne apre una a Taranto in via D’Aquino 74.

La concorrenza intanto è sempre più agguerrita. Il Don Ferrante, che da settimanale satirico è diventato quotidiano, si è arricchito del prestigioso vignettista Frate Menotti; nasce un altro settimanale satirico con il titolo di Fra Formicola; poi l’Indipendente, il Mezzogiorno e infine un altro quotidiano Oggi, che per accattivarsi i lettori si vende a 3 centesimi anzichè a 5. E, tanto per rimanere nelle novità, mentre in America i fratelli Wright sperimentano il primo rudimentale aereo, il Corriere pubblica la prima sciagura automobilistica italiana: a Roma un uomo è morto a causa di uno scontro frontale fra due automobili. A Bari l’auto non è ancora arrivata, in compenso si è inaugurato il primo sottovia della città, quello in via De Giosa anche se, attraversarlo, è una pericolosa avventura anche per i cani! Ma, in attesa dell’automobile, i nostri benemeriti vigili urbani si affannano a multare i ciclisti (ormai sono migliaia) sprovvisti del regolare bollo di circolazione.

1905



I reali d'Italia a Bari per inaugurare il monumento dello scultore Cifariello ad Umberto I in piazza Ateneo, divenuta poi piazza Umberto. In basso, lo scultore Filippo Cifariello


In una regione in cui l’analfabetismo raggiungeva punte del 70% della popolazione la cui causa principale era l’estrema miseria economica in cui si dibatteva la Puglia, fare i giornali e soprattutto venderli, non era semplice. Un giornale aveva speranze di maggior diffusione soltanto se accadevano fatti ed avvenimenti che sconvolgessero ancor più la già triste condizione sociale del Paese. La considerazione può sembrare esagerata ma purtroppo è vera. Le grandi sciagure, le grandi disgrazie pubbliche e private costituivano (ieri più di oggi) la fortuna dei quotidiani. Il 1905 rappresenta per il Corriere l’anno più ricco della sua storia. Ottiene punte di diffusione mai raggiunte prima.




Nelle piazze, nei circoli, nei caffè, nei barbieri venivano addirittura ingaggiati lettori per seguire e leggere a gruppi di 5-6-10 persone fatti ed avvenimenti che colpivano direttamente al cuore. La neve, l’alluvione, la firma per la costruzione dell’acquedotto, la venuta del Re a Bari per l’inaugurazione del monumento ad Umberto I, la vicenda del Capitano Modugno di Bitonto, presunto assassino della moglie, l’assassinio per gelosia della moglie dello scultore Cifariello, che aveva fatto la statua equestre di Umberto I, il dramma tremendo del terremoto in Calabria con duemila morti e centinaia di migliaia di persone ridotte alla più nera disperazione. Questi avvenimenti, tutti in quest’anno, vengono gestiti dal Corriere con alta professionalità e competenza.

Può sembrare semplicistico affermare che viene migliorato l’aspetto grafico e il modo di presentare le notizie, per un giornale di quattro pagine di cui una pagina e mezzo era pubblicità, eppure così non è. Anzi, considerati mezzi e spazi a disposizione, doveva essere difficilissimo. Viene cambiata la testata e vengono quasi sempre eliminati i titoletti. Diventano la norma titoli a tutta pagina o due grandi titoli che attirano attenzione e bilanciano meglio la 1ª pagina. Cura particolare viene data agli elementi che contribuivano alla diffusione. Quando si farà il processo Modugno, a Perugia, il giornale non solo manderà un inviato speciale ma porterà il dibattimento in prima pagina per settimane e sempre con un titolo a tutta pagina. Poi, al fine di assicurarsi una grande diffusione, arruolerà frotte di strilloni che ogni mattina invierà a proprie spese a Bitonto.

Esaltare lo spirito d’impresa e d’iniziativa del Corriere, soprattutto se queste capacità sono basate sulle disgrazie altrui, può non essere edificante, resta però la consolazione che anche queste cose, in definitiva, contribuiscono al progresso civile e sociale di un Paese. Pur con un occhio agli affari il Corriere non intende venir meno al suo impegno, nè si può dire che manchi di quell’acume sufficiente per volgere in proponimenti politici e sociali le grandi questioni e disastri del Mezzogiorno: o il terremoto in Calabria, o le sommosse nei nostri comuni con tragici episodi, o i deplorevoli servizi ferroviari, o il disagio economico di alcune provincie, o le aspirazioni deluse, o le esportazioni paralizzate, o l’usura che invade, o il credito che manca, o le tasse che schiacciano le attività finanziarie e commerciali, tutto insomma che funesta la vita del Mezzogiorno va compreso in questa magica frase: la Questione Meridionale!

1906



Una delle prime automobili cittadine. In basso, le sorgenti delle acque di Capo Sele nel 1906. Nasce il Consorzio per la costruzione dell'Acquedotto


Proprio nell’anno in cui il Corriere festeggia il suo ventesimo anno di ininterrotta pubblicazione, inizia una profonda metamorfosi. Sarà perchè Martino Cassano è ritornato ad essere l’unico Direttore-proprietario (dopo diversi anni in cui era solo Direttore). Sarà perchè, dopo la lunga esperienza ed a soli 45 anni, ha maturato una più profonda conoscenza della società che lo circonda. Sarà perchè il suo amore per la nostra regione è effettivamente smisurato, resta il fatto che il giornale ha una svolta sociale e politica mai riscontrata prima. Attento e perfino scrupoloso nel minimizzare turbative sociali. Contrario ad ogni forma di violenza quantunque giustificata. Cauto verso le riforme sociali che vedevano migliorare la classe dei lavoratori, quest’anno inneggia al Primo Maggio, alla grande festa dei lavoratori, con un titolo a tutta pagina. Quando alla Camera si tenta con l’ostruzionismo di bloccare un progetto di legge in favore del Mezzogiorno e, nel Leccese





(a Scorrano, a Muro Leccese, a Calimera) vi saranno dei morti, il Corriere scriverà: vorremmo che di questa agitazione non vi fosse bisogno, augurandoci che si venga a più miti consigli e si smettano premeditate opposizioni nell’esaminare progetti di legge sui provvedimenti per il Mezzogiorno. Ma se un’agitazione sarà necessaria perchè Governo e Parlamento abbiano senso di efficacia nella risoluzione di quei provvedimenti, noi aderiamo sin d’ora.  Ed ancora, in occasione di tumulti per il mancato riscatto delle Ferrovie Meridionali da parte dello Stato, il Corriere dirà: i tumultuanti non possiamo certo lodarli nei loro eccessi ma è ben antico il detto che alla fame assegna cattivi consigli. E la fame c’è; c’è il malcontento o l’incoscienza delle amministrazioni e vi dev’essere quindi la ribellione quando la misura è al colmo. Alla fine di giugno entrambi i progetti di legge, causa delle crisi del governo Sonnino, saranno approvati dal nuovo governo Giolitti. Anche a livello locale non risparmia critiche. In amministrazione comunale si continua a litigare trascurando gli interessi vitali della città mentre noi abbiamo rinunciato a mantenere rapporti con amici carissimi pur di rimanere al di sopra delle parti. 

A causa di interessi non meglio identificati non si riesce a municipalizzare l’Azienda del gas che è ancora affidata nientemeno che ad una società inglese. E mentre la Società elettrica barese ha praticamente fornito luce elettrica a tutti i negozi della città, la stessa città continua a rimanere quasi al buio. Sottile poi l’accostamento nelle notizie di cronaca, tra un piccolo, lieve incidente automobilistico - auto che appare per la prima volta nella città - e la decisione da parte del comune dell’acquisto di quattro biciclette (per un vigile, un pompiere e due dazieri) a formare le squadre volanti.   L’unica nota positiva viene dalla costituzione del Consiglio di Amministrazione del Consorzio per la costruzione dell’Acquedotto Pugliese, alla cui presidenza viene chiamato l’on. Pavoncelli, con l’inizio dei lavori a Capo Sele verso fine anno, mentre l’Oggi, secondo quotidiano barese con appena due anni di vita, è costretto a sospendere le pubblicazioni: con il Corriere non si può competere, neppure per mezzo di un giornale venduto a due centesimi in meno.

1907



Bari, iniziano i lavori di sterramento per la costruzione del cinema Oriente


Finalmente il Comune e la Tuscan Gas Company hanno deciso di mettere fine alla interminabile pendenza giudiziaria. E’ scandaloso, aveva detto il Corriere, che piccoli centri come Giovinazzo godano della vivida luce elettrica, mentre Bari è costretta ancora ad illuminare le sue belle strade con piccoli, maltenuti becchi a gas. Il Comune intende affrontare la questione con decisione. Convoca quindi il direttore dell’Azienda del gas, commendator Lucifero, e lo mette di fronte ad una scelta precisa: modernizzare gli impianti e dotare la città di luce elettrica pena la municipalizzazione.

Questa volta la compagnia londinese non ha scelta e Lucifero torna da Londra con un mandato pieno: trasformare gradualmente gli impianti per dotare la città di luce elettrica. La verità è che la Tuscan londinese non sapeva proprio niente del motivo per cui si era arrivati a tanto con il Comune di Bari e il commendator Lucifero si era guardato bene dal dire che nel consiglio di amministrazione barese della Compagnia vi erano notabili che non intendevano rinunciare al congruo contributo che la compagnia elargiva di fronte agli enormi profitti.

Quando poi nasce la Società Elettrica Barese, guarda caso, i primi azionisti sono gli stessi notabili della Compagnia del gas i quali, non ancora convinti della nascente impresa, tendono a mantenere due piedi nella stessa scarpa salvo poi a mollare il povero Lucifero quando i profitti della nuova società elettrica diventano favolosi, tanto che, nel giro di tre anni, sono in grado di presentare al Comune un progetto per impiantare in città un servizio di tram elettrici. Progetto che viene subito approvato. La città dunque cresce. Non come vorrebbe il Corriere che chiede al nuovo sindaco Luigi Milella di indire al più presto una conferenza dei comuni per approntare le opere fognanti senza le quali si fermerebbero i lavori dell’Acquedotto Pugliese; che denuncia assenza d’imprenditorialità locale quando le aste per la costruzione del canalone e della Manifattura tabacchi vanno deserte, ma cresce!

Aumentano le automobili, e il Comune emana i primi regolamenti: in città le auto non devono superare la velocità di un cavallo al trotto e devono tenere la sinistra. Aumentano i cinematografi. Ce ne sono già tre. Uno in corso Vittorio Emanuele, uno in via Sparano e uno in corso Cavour. Si cerca di dare un assetto più gradevole al lungomare con la creazione di giardini fra un istituto balneare e l’altro. Un contributo notevole viene da Armando Perotti che torna a scrivere assiduamente sul Corriere. Non scriverà solo di storia antica della nostra città. Troverà sempre il modo di inserirsi in un discorso di crescita culturale e sociale della Puglia. Dopo la costruzione del Politeama Petruzzelli il fatiscente Mercato in ferro, che si trova proprio alle spalle, è un vero pugno in un occhio per baresi e non. Eppure c’è perfino l’offerta di un imprenditore che, a fronte della concessione del suolo, costruirebbe un grande albergo. Ma il Comune, che pure aveva fatto la stessa transazione con i fratelli Petruzzelli, questa volta non accetta l’offerta. Nel frattempo il Corriere non si culla sugli allori.

Quest’anno dedica una cura particolare nella scelta dei corrispondenti pugliesi e da Molfetta appare, per la prima volta, la firma di Leonardo Azzarita, mentre da Castellana scrive Michele Viterbo. Entrambi avranno, in seguito, un posto rilevante nella storia del giornalismo e della cultura meridionale. Il Direttore del Corriere ha compreso subito il valore del giovane Azzarita, e due mesi dopo la prima nota di corrispondenza, gli affida un incarico importantissimo: il commento sulla più grande mostra nazionale d’arte, la Biennale di Venezia. All’impegno culturale si affianca e continua la lotta per una migliore condizione sociale della Puglia e quando, come ormai da qualche anno, in settembre scoppiano disordini e agitazioni agrarie a Ruvo, Canosa, Santeramo, Cassano, Bitonto, Terlizzi, Gravina, il Corriere continuerà a denunciare lo stato di disperazione delle nostre genti. Martino Cassano, lo abbiamo detto, è cambiato. E’ cambiato tanto da aderire al primo vero sciopero della sua storia - questa volta il giornale non uscirà - indetto dai tipografi in segno di solidarietà a colleghi di altre tipografie che chiedono 9 ore di lavoro giornaliero.

1908



"Chiuso per protesta" dietro il Colosso di Barletta. Le prime dimostrazioni del sindacato della carta stampata


Si consideri l’epoca, i mezzi tecnici a disposizione, le differenze culturali e sociali, l’assenza di una politica economica che favorisse il credito, l’intransigenza morale, il culto del privato e ci si rende conto come fare un giornale di informazione e mantenerlo in vita per 22 anni consecutivi abbia veramente dell’impossibile. Le iniziative editoriali infatti non si contano. L’ultimo della serie è il Gazzettino di Puglia che deve però affrettarsi a diventare quotidiano della sera. Difficile far concorrenza al Corriere il quale, superate ormai tutte le avversità, anche la diffidenza, si appresta a trasformarsi ancora, per diventare non solo quotidiano d’informazione ma autorevole giornale d’informazione e d’opinione. Il giornale, ormai, non ha più la pagina del tipico prodotto fatto in casa. Le firme autorevoli sono sempre più frequenti.

Per il Corriere scrivono professori universitari, sociologi, studiosi. Perfino Perotti ha smesso di occuparsi solo di storia pugliese per fare politica pugliese. Sua e del Corriere è l’idea di chiamare l’antica via delle Mura via Venezia in omaggio a Venezia per aver inviato le sue galee nel 1002 a salvare la città dall’assedio dei saraceni. Il giorno della vidua vidua, Perotti chiede la trasformazione del Castello Svevo in centro culturale, il risanamento della città vecchia, ecc. Azzarita si alterna con altrettanti valenti studiosi in articoli di fondo e, per la prima volta, appare la firma del giovane ventitreenne Raffaele Gorjux.

Anche questo nome, insieme a quello di Azzarita, sarà in seguito indissolubilmente legato alla storia del giornalismo pugliese. Naturalmente un giornale che cominciava ad aver peso nel panorama nazionale dell’editoria non poteva passare inosservato alla già fiorente industria della pubblicità. E quindi, dall’inizio dell’anno, lo spazio pubblicitario del Corriere viene gestito dalla Manzoni e C., allora la più grande casa pubblicitaria nazionale. La città è cresciuta ed il Corriere con eccezionale tempismo cresce e l’aiuta a crescere socialmente e culturalmente.

L’8 maggio, il giorno della festa di S. Nicola, corso Vittorio Emanuele è illuminato dalla luce elettrica. Seguiranno via Sparano e corso Cavour. Le botteghe di corso Cavour hanno smesso di esporre le loro mercanzie sul marciapiede ma subito comincia un altro fenomeno: le bancarelle. Un’usanza oggetto di discussioni ancora oggi. Grandi invece i progetti della Società Elettrica Barese, la quale non solo sta già impiantando le rotaie per i primi tram elettrici (serviranno parte della città ed arriveranno fino ai sobborghi di Carbonara e Ceglie) ma ha già presentato un progetto per arrivare fino a Cassano Murge. Si sono appaltati, finalmente, i lavori per costruire la fabbrica di tabacchi e il canalone. Benedetto Croce è venuto a consolidare il sodalizio con la già prestigiosa casa editrice barese che ha aperto una nuova sede in via Abbrescia ed i cinema, benchè ancora muti, sono già diventati sei.

Anche lo sport si arricchisce di un’altra Società. L’11 aprile nasce il Bari Foot Ball Club ed il Corriere che fin qui ha praticamente ignorato lo sport è costretto ad inserire, a giorni alterni, una rubrichetta dedicata agli avvenimenti sportivi. Se questo fervore di iniziative inorgoglisce il Direttore-proprietario, che vede fiorire la Regina delle Puglie, allo stesso modo la condizione miserevole della provincia, con migliaia di braccia disoccupate, lo rattrista. Nonostante la piaga delle continue emigrazioni, quei pochi uomini ancora validi non riescono comunque a sfamare le loro famiglie.

Protesta contro l’impiego di centinaia di lavoratori di altre regioni impegnati alla costruzione dell’Acquedotto Pugliese (ormai alle porte della Puglia) cerca di scuotere una presunta apatia dei leccesi esortandoli a seguire l’esempio della Capitanata, già all’avanguardia con l’organizzazione dei lavoratori per combattere lo strapotere dei grandi proprietari terrieri e del caporalato e, benchè favorevole alle riforme sociali, commenterà negativamente la legge per il riposo obbligatorio. In un fondo di prima pagina, riferendosi ai disordini e all’occupazione delle terre in Emilia-Romagna, dirà che le probabilità di veder cessato il penosissimo stato di violenza diminuiscono perchè il forzato riposo di migliaia di braccia produce un danno enorme all’economia agricola aggravando le tensioni. La legge, approvata nel novembre dell’anno precedente, entrerà in vigore il 5 febbraio e fin dalla prima settimana, lavoratori e proprietari faranno a gara per evaderla. Non si sa bene la data del detto popolare fatta la legge, trovato l’inganno ma è certo che in quest’epoca era già nota.

Eppure, per arrivare alla legge, per ottenere il sacrosanto diritto di un giorno di riposo la settimana, ci sono voluti anni di lotta, decine di proposte di legge, centinaia di emendamenti, inquieti sonni della borghesia industriale ed agricola, discussioni teologiche fra clericali e anticlericali per chiarire se fosse più giusto chiamarlo riposo festivo o riposo settimanale, centinaia di comizi fra le associazioni di operai di diverse categorie, fiumi d’inchiostro sui giornali e poi, quando finalmente la legge c’è, ci si accorge che è dannosa, che aumenta la disoccupazione. L’era dell’Italietta è già cominciata.

1909



Bari, via Piccinni prima che fossero installati i binari per il Tramway


Continuano e si aggravano le notizie provenienti dalla Calabria e dalla Sicilia. Il titolo di prima pagina del Corriere, il 1° gennaio, è sintomatico: Duecentomila vittime. L’esagerazione, rilevabile soltanto oggi, è però emblematica della enormità del disastro. La gente, i soccorritori, compresi i baresi, che a migliaia arrivavano ogni giorno, con ogni mezzo, restavano sbigottiti di fronte alla più devastante immagine distruttiva mai vista. E lo sbigottimento aumentava guardando i superstiti, che per giorni, vagavano fra le macerie, inebetiti e incuranti della fame e del freddo, in una ricerca angosciosa dei propri cari. Il Corriere, oltre ad avere due inviati speciali, si assicurò anche la firma prestigiosa del grande geografo Carmelo Colamonico. Aprì, come fece in altre occasioni, una grande sottoscrizione, invitò organizzazioni sportive e culturali a fare spettacoli di beneficenza in un’unica grande gara di solidarietà. All’interno di questa tragedia Cassano ne vive un’altra tutta personale.

Alla fine dell’anno precedente aveva annunciato che dal 1° gennaio il Corriere sarebbe uscito a 6 o a 8 pagine. La nuova macchina a stampa - una duplex press proveniente direttamente da Zurigo - era arrivata e il nuovo stabilimento tipografico in via Trieste (nell’odierno recinto portuale, vicino al palazzo della dogana) era praticamente pronto. Una serie di sfortunate coincidenze però non avevano consentito di mantenere l’impegno con i lettori e i drammatici avvenimenti di Messina e Reggio lo trovavano impotente di fronte alle richieste di un maggior numero di copie che arrivavano da tutta la regione. Siamo vivamente amareggiati di non poter dare a tutti la possibilità di seguire, con il nostro giornale, il grande disastro che ha colpito il Regno. Facciamo l’impossibile, ma i nostri mezzi ci pongono, purtroppo, limiti insuperabili.

Finalmente il 20 marzo il Corriere esce a 6 pagine. Dire che, sfogliando questo nuovo più grande giornale, si ha l’impressione di uscire da una stanza per entrare in un salone, parrebbe esagerato rispetto ai quotidiani cui siamo abituati oggi. Ma per chi ha sfogliato questo Corriere nei suoi 22 anni di vita, l’impressione non è affatto esagerata. Insieme alla macchina da stampa arrivano anche le Typograph, un moderno mezzo di composizione meccanica (versione tedesca delle Linotype), che creerà il linotipista, una nuova figura professionale all’interno degli stabilimenti tipografici. La linotype, che in settant’anni sarà sempre più perfezionata ma mai fondamentalmente cambiata, più che ridurre i costi di produzione, ridurrà i tempi di lavorazione dando quindi ai quotidiani la possibilità di produrre più pagine.

Se si considera che un giornale veniva confezionato componendo ogni singolo articolo a mano, prendendo cioè caratteri da speciali casse tipografiche lettera per lettera, si può immaginare quale enorme innovazione rappresentava la linotype la quale offriva la possibilità di comporre un articolo più o meno alla stessa velocità con cui lo scriveva il giornalista sulla propria macchina da scrivere.

Aumenta così lo spazio dedicato alle tre Puglie che spesso occupa l’intera quarta pagina e nasce, almeno per il Corriere, la pagina culturale che per decenni ha occupato, la 3ª pagina del giornale. Ballerina invece l’ormai quotidiana rubrica dedicata agli avvenimenti sportivi che, malgrado gli sforzi, non riesce a trovare una collocazione fissa. Bisogna andare a spulciarla attentamente per sapere che quest’anno comincia il 1° giro ciclistico d’Italia; e che a Bari viene costituita una nuova Società sportiva: il Ricreatorio Angiulli. Nel frattempo la Società Elettrica Barese ha completato i lavori per i tram elettrici e il 26 luglio s’inaugura, partendo da Piazza S. Antonio, la linea tramviaria Bari-Carbonara-Ceglie. Ma Bari, dirà Perotti, che si occupa sempre più di politica anzichè di storia, non è città che possa accontentarsi di questa sola linea e siccome il Direttore-proprietario è più che mai impegnato a migliorare il rinnovato Corriere affida volentieri a Perotti il compito di stimolare le amministrazioni regionali a che la Puglia, e Bari in particolare, non sia da meno, nella crescita civile e sociale, delle grandi città italiane.

1910



Bari, via Sparano in un viavai continuo di gente, carrozze, calessi e tram


L’arrivo delle macchine compositrici segna l’inizio della rivoluzione industriale nello stabilimento tipografico del Corriere. Queste avevano in premessa, il conseguimento di tre obiettivi: accorciare i tempi di produzione, aumentare il numero delle pagine, migliorare la qualità della stampa. Si poteva anche fare un discorso di diminuzione del costo del lavoro (come si sa, la rivoluzione industriale fu fortemente osteggiata dal nascente sindacalismo) ma era un’idea che il Direttore proprietario rifiutava per principio. Quando si entrava nel Corriere, dopo un accurato esame di professionalità e serietà, si faceva parte non di un’Azienda, ma di una famiglia e quindi il pensiero che qualche componente di questa famiglia potesse essere estromesso, rattristava Martino Cassano.

Assodato quindi che gli investimenti avevano il solo fine di sviluppare il Corriere, quotidiano che ormai faceva parte della vita di tutti i giorni (caffè, sigaretta e Corriere era il rito mattutino), quale non fu la rabbia di Cassano quando il giornale, a causa delle nuove macchine e dell’imperizia degli addetti, risultò talmente scorretto e pieno di tali strafalcioni che lo stesso Direttore si vide costretto ad essere solidale, non solo con chi protestò ma perfino con chi disdisse l’abbonamento: ma se avrete la pazienza di continuare a seguirci, entro un mese saremo in grado di darvi un giornale più consono alle vostre giuste esigenze ed aspettative. Infatti, non solo ordinò una nuova macchina per composizione - che divennero 5 - adibita esclusivamente alla correzione dei testi, ma fece venire anche un tecnico specializzato, da Milano, con il compito di Direttore di tipografia.

Il giornale è in piena espansione. Travalica il livello regionale. Nomi come Giovanni Capaldi, Sergio Panunzio, Carmelo Colamonico (oltre al dilagante Azzarita, Perotti e lo stesso Raffaele Gorjux che è tornato dalle Americhe a far parte integrante della redazione) sono ormai ricorrenti nelle pagine del Corriere, e quindi non è più pensabile che al centro della vita politica nazionale il Corriere possa andare avanti con il corrispondente. Si rende necessaria, e si apre, una Redazione romana che avrà la sua prima sede in via Porta Pinciana n. 41. Ma non basta, c’è un uomo che il Direttore circuisce letteralmente da vent’anni: è il vignettista Menotti Bianchi meglio noto come Frate Menotti e, quando verso la fine di ottobre annuncia che, da dicembre, il giornale sarà ulteriormente arricchito dalla satira di Menotti Bianchi, si riesce perfino a leggere, fra le righe dell’annuncio, un tono di viva soddisfazione. Se però il Corriere ride, Bari e tutta la sua provincia piangono.

1911



Helen Dutrieu, l'aviatrice esibitasi a Bari


La litigiosità dei pochi notabili baresi che si scambiavano il vertice dell’amministrazione locale era così frequente da rendere impossibile un governo stabile della città. I sindaci rimanevano in carica sei mesi al massimo e siccome la città era in piena espansione, difficilmente le opere pubbliche e sociali venivano completate dallo stesso sindaco che le aveva iniziate. Partendo dunque da questa realtà, non è irriverente affermare che alcuni sindaci furono fortunati durante il loro mandato, altri no. La sfortuna perseguitò il sindaco Bottalico se non altro per aver avuto sempre il Corriere contro ogni sua iniziativa, mentre il povero Giuseppe Capaldi, al suo primo mandato, si vide piombare addosso una epidemia colerica. Fortunato invece può dirsi Giuseppe Capruzzi il quale quest’anno, succeduto a Capaldi, torna per la terza volta al governo della città. Capruzzi, uomo di grande cultura, personalità e competenza, era noto comunque ai baresi come il sindaco che aveva dato inizio ai lavori per la pavimentazione stradale della città.

L’anno in corso lo vede ancor più protagonista. In prima fila a ricevere i corridori del giro d’Italia che per la prima volta passa da Bari; consegna personalmente le chiavi agli inquilini delle case popolari di via Mola; allestisce a Marisabella, una specie di aerodromo dove i baresi vedranno per la prima volta gli aerei (il clou dell’esibizione è un biplano pilotato dalla giovane e leggiadra signorina Helen Dutrieu che lascia migliaia di baresi col fiato sospeso dall’apprensione e dalla meraviglia); viene discusso ed approvato il piano regolatore della città e si avvera il sogno di centotremila cittadini: l’acqua sgorga, limpida e copiosa, dalle prime quattro fontanine della città. Queste sono: in piazza Massari, via Cairoli, via Quintino Sella e via Manzoni. Naturalmente, nessuno si sofferma a considerare che Capruzzi raccoglie i frutti del lavoro altrui.

E’ diventato sindaco nell’anno e nel momento più opportuno: il giro d’Italia passa da Bari perchè si festeggia il cinquantenario della nascita del Regno; la realizzazione delle case popolari sono il frutto della fatica degli on. Lembo e Balenzano che sono riusciti ad ottenere il contributo dello Stato; il piano regolatore fu concepito e realizzato sotto l’amministrazione dell’on. Lembo nel 1905 ed infine l’acqua arriva a Bari dall’Ofantino, prim’ancora che si realizzi l’Acquedotto, grazie alla drammatica emergenza dell’epidemia colerica dell’anno precedente ma soprattutto, grazie all’opera continua e concomitante, presso il ministero dei Lavori Pubblici, degli on. Balenzano, Pavoncelli, Lembo e De Tullio.

L’arrivo dell’acqua però crea subito altri problemi. Se da una parte migliora le condizioni igieniche, dall’altra peggiora lo stato sanitario generale. Dopo il colera, una commissione sanitaria nazionale stabilì che in Puglia c’era il più alto indice malarico d’Italia. E quindi quelle fontanine, prive di adeguati canali di scolo, divennero nuove fonti d’infezioni soprattutto in estate, attirando sciami d’insetti. Così, il Corriere, che a Capruzzi non lesinava lodi, questa volta non lesinò proteste, anzi non gli dette pace finchè non fu eliminata l’acqua stagnante attorno alle fontanine! Sfortuna ebbe anche il Teatro Margherita che, sorto da appena un anno, alla fine di luglio viene completamente distrutto da un colossale incendio.

Il Corriere accenna alla possibilità del dolo ma poi non insiste. In effetti c’erano state aspre polemiche in Consiglio comunale che le aveva girate alla Capitaneria di Porto perchè, nonostante le numerose domande giacenti da anni per l’utilizzo del luogo, il permesso per costruirvi un teatro era stato dato alla chetichella, all’ultimo richiedente e senza il consenso del Comune e dei fratelli Petruzzelli che avevano precisi accordi di consensualità prima che si desse luogo alla costruzione di nuovi teatri cittadini. Insomma, il sospetto che il teatro Margherita fosse stato incendiato per gelosia di mestiere rimase.

1912



La bandiera italiana sventola a Tripoli


Un'idea, un'insieme di sacrifici collettivi, la ferma determinazione di dare alla Puglia un giornale in cui tutte le genti del Sud si riconoscessero, lo smisurato amore di Martino Cassano per la sua terra e per il giornalismo, hanno reso possibile per 25 anni la sopravvivenza prima e l'affermazione nazionale poi di un foglietto nato senza pretese ma con molte ambizioni. La conferma dell'impegno professionale e sociale del Corriere è testimoniata dalla valanga di lettere e telegrammi che arrivano al giornale da parte di semplici cittadini, di uomini politici e di cultura oltre al riconoscimento attribuitogli da quasi tutta la stampa italiana. Tra l'1 e il 2 novembre i quotidiani nazionali quali: Corriere della Sera, Giornale d'Italia, la Tribuna, Il Messaggero, il Secolo, il Mattino, il Resto del Carlino, il Popolo Romano, l'Arena di Verona scriveranno elogi e complimenti al Direttore ed al Giornale, per le nozze d'argento del Corriere.

Del resto, il giornale di Cassano, pur rimanendo un quotidiano regionale, è presente nella maggior parte delle città italiane, sia pure limitatamente ad una sola edicola, la più vicina alla stazione ferroviaria. Fatta eccezione per Napoli, dove lo si trova in vendita in dieci edicole. Ciò a novembre, ma in effetti, il regalo e le soddisfazioni più grandi, Martino Cassano li aveva ottenuti prima. Dalla prima metà di settembre del 1911 e fino all'ottobre di quest'anno, il Corriere aveva dedicato tutto se stesso alle notizie sull'occupazione, da parte dell'Italia, della Tripolitania.

Cassano aveva chiesto ai suoi collaboratori il massimo impegno, fiducioso che il pubblico avrebbe corrisposto ai loro sacrifici. E aveva ragione. La famiglia del Corriere si strinse compatta attorno al suo Direttore.
Ci furono giorni in cui tipografi e giornalisti lavorarono anche 18 ore di seguito e il pubblico non deluse questi sforzi. Si stampavano 50-60mila copie al giorno e spesso non bastavano. Ci furono periodi in cui la rotativa girò ininterrottamente per 24 ore, arrivando a stampare anche 100mila copie. Non fu mai deluso. Venivano vendute edizioni straordinarie anche di un solo foglietto. Fu la più grande dimostrazione di affetto, da parte della redazione e della tipografia, oltre che di stima, da parte dei lettori, che Martino Cassano ed il Corriere potessero mai avere. Fu anche l'anno più ricco della sua storia. I profitti furono enormi e, paradossalmente, guadagnati sulla tragedia di una guerra. Per seguire l'evolversi delle operazioni belliche, il Corriere aveva sacrificato la pagina culturale e parte delle cronache provinciali. Mai, però, la cronaca di Bari. Era necessario tener viva l'attenzione del pubblico e sulle spine gli amministratori locali che, come al solito, tendevano più ad amministrare i loro interessi politici, che la città.

1913



Gioacchino Murat, fondatore del Nuovo Borgo. In basso, Giuseppe Re David, in una caricatura di Frate Menotti


Il successo della esposizione provinciale del 1900 aveva indotto il Corriere a fare due proposte. Nella prima suggeriva all’Amministrazione comunale di fare ogni anno, se non proprio una esposizione provinciale, una fiera in cui, non solo si potesse esporre ai forestieri il meglio della nostra produzione ma che avesse, quale scopo principale, l’acquisizione di esperienza per poter organizzare la grande esposizione regionale che doveva svolgersi nel corso dell’anno in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita del borgo nuovo.Entrambi i suggerimenti furono parole scritte sul ghiaccio: col primo sole svanirono. Non solo l’anno successivo (1901) non ci furono fiere ma i nostri amministratori continuarono, come si è visto, nella solita solfa.





Le solite beghe personali e di partito, la solita breve vita di tutte le amministrazioni: 6-7 mesi al massimo. Si arrivò così alle celebrazioni del centenario del borgo. L’unica cosa certa tuttavia era il luogo in cui le manifestazioni dovevano svolgersi perchè, fino a tre mesi prima della data dell’inaugurazione - 24 aprile - in Consiglio comunale si continuò a litigare (ora per l’appalto, ora per la spesa) tanto che il sindaco Sabino Fiorese minacciò, per la seconda volta, di dimettersi. Eppure, questo sindaco, quasi sconosciuto alla gran parte dei baresi, fu l’amministratore comunale che rimase in carica più a lungo rispetto a tutti i suoi predecessori: oltre 18 mesi. E fu il Corriere, nel novembre precedente, a fargli ritirare le dimissioni.
Fiorese aveva presentato alla provincia il bilancio del Comune per il 1913. La Provincia lo bocciò e il Sindaco si dimise. Il Corriere, pur non entrando nel merito, scrisse: ma le pare possibile, sig. Sindaco, che di fronte al primo intoppo della sua carriera amministrativa, Lei debba dimettersi e lasciare una grande città come la nostra alla mercè del Commissario Regio che nulla conosce delle nostre necessità e bisogni?

E’ possibile che non si abbia il buonsenso e la capacità di ritirare il bilancio bocciato e presentarne un altro? La sfida non era rivolta a Fiorese ma all’on. Lembo di cui Fiorese era l’espressione. Le dimissioni vennero ritirate e Fiorese affrontò la grande prova delle celebrazioni per il centenario. Ma ormai, il tempo per organizzare le manifestazioni non bastava. Mancavano solo tre mesi. Si riuscì a malapena a mettere in piedi il padiglione principale per ricevere ospiti e visitatori.

Le celebrazioni e le mostre annesse si tennero nel grande spiazzo che, dall’angolo della Camera di Commercio si estendeva fino al mare. Fu utilizzato anche il fatiscente mercato in ferro, per abbellire il quale fu speso più di quanto era stato speso per costruirlo. Il culmine della cerimonia fu la posa di una lapide sulla casa all’angolo fra corso Vittorio Emanuele e corso Cavour. Lì dove si suppone che il Re, Gioacchino Murat, pose la prima pietra per la costruzione del borgo nuovo. La lapide fu coniata dal consigliere comunale Armando Perotti il quale certamente non immaginava che la parola gemma avrebbe fatto scervellare anche gli storici moderni.

In questa occasione il Corriere non ebbe le sciagure tecniche dell’anno precedente. Non solo aveva acquistato nuove macchine per comporre ma aveva fatto il più grande sforzo economico che ancor oggi un’azienda editrice possa fare: aveva acquistato una rotativa. Una macchina capace di stampare trentamila copie all’ora e otto pagine per volta. Il giornale a 8 pagine solitamente lo dava la domenica, arricchendo la pagina culturale in cui non era raro trovare la firma di Matilde Serao. Nel contempo, e nonostante gli appelli del Corriere, il sindaco Sabino Fiorese si dimise e l’arrivo del Commissario Regio divenne inevitabile, proprio mentre muore il piccolo grande figlio della città di Bari: Giuseppe Re David.

1914



Antonio Salandra, succede a Giolitti alla presidenza del consiglio


Con il 1913 il Corriere ha completato il processo di rivoluzione tecnico-industriale. Martino Cassano poteva così affermare orgogliosamente che il nostro giornale ha oggi un livello tecnico pari a qualunque altro quotidiano nazionale. Abbiamo eliminato ogni forma artigianale di composizione tranne la titolazione e composizione in grossi caratteri. L’inizio del nuovo anno presenta un panorama politico nazionale e internazionale minaccioso. Ora però il Corriere è pronto ad affrontare qualunque evenienza. A Bari il Commissario Regio inizia il suo semestre di reggenza al Comune. A Roma Sonnino e Luzzatti in particolare costringono Giolitti a dimettersi.

La storia dirà che Giolitti fu vittima del suo successo. La grande riforma elettorale, che dava il diritto al voto a circa 9 milioni di italiani, in netta opposizione con quella di Luzzatti, che ne prevedeva la metà, aveva dato sì più parlamentari ai liberali ma, in proporzione, aveva premiato molto più socialisti e radicali. A Giolitti succederà il primo presidente del Consiglio meridionale della storia del Regno: Antonio Salandra, nato a Troia in provincia di Foggia nel 1853. Giurista, aveva insegnato all’Università di Napoli e Roma, politicamente conservatore, considerato uomo avveduto e prudente, aveva partecipato come ministro in diverse compagini liberali. Il Corriere non lesinò aggettivi per la scelta poichè vide un futuro più roseo per la Puglia. In realtà la Puglia avrà un futuro migliore; ma per motivi nettamente indipendenti dalla volontà di Salandra.

Così come anche a Bari vi saranno nuove prospettive, ma certamente non per merito delle amministrazioni comunali. A luglio Nicola Bavaro diventa il nuovo sindaco e, tempo tre mesi, gli succede Giuseppe Bottalico. Ma ormai il Corriere non ha più nè il tempo nè lo spazio del suo giornale da dedicare alle beghe del palazzo comunale. Il 28 luglio, l’Austria dichiara guerra alla Serbia: è cominciata la Grande Guerra. La Russia interviene in favore della Serbia e il 1° agosto la Germania ordina la mobilitazione generale e dichiara guerra alla Russia. A nulla valgono gli appelli del morente Pio X prima e di Papa Benedetto XV eletto il 13 settembre; poi la grande carneficina è inarrestabile come la macchina bellica che Guglielmo di Germania ha preparato per anni.

I teatri di guerra, in questo scorcio dell’anno, sono due: il Nord Europa e tutta la fascia adriatica, fino alla Turchia. La Puglia e Bari, soprattutto i porti pugliesi di Otranto e Brindisi, oltre a quello militare di Taranto, diventano improvvisamente importanti ed al centro delle attenzioni del governo. Dai nostri porti vanno e vengono verso l’Albania e la odierna Jugoslavia migliaia di soldati e civili. Il mercato in ferro a piazza Cavour viene usato come un immenso dormitorio per le truppe di passaggio. L’Italia non è ancora in guerra ma ha ottenuto il consenso della Triplice per l’occupazione di Valona. Queste vicende danno al Corriere la possibilità di dimostrare tutta la sua potenzialità produttiva e professionale.

Fin dall’inizio delle ostilità ha cominciato a stampare tre edizioni al giorno: una nazionale, una con la prima pagina scritta interamente in lingua albanese - il corrispondente in Albania del Corriere della Sera leggeva sul giornale di Cassano l’evolversi delle operazioni belliche - e un’altra edizione pomeridiana, con le ultimissime notizie, stampato su una macchina (comprata tre anni prima) in edizione tabloid come diremmo oggi, o ridotta, come disse il Direttore. Quante copie vendeva? Tante, se si considera che assunse una ventina di nuovi tipografi, rinforzò la redazione barese, quella romana e mandò un inviato speciale in Albania. La guerra in Libia gli aveva dato ricchezza e solo la guerra poteva fermarlo, come poi accadde.

1915



Il 22 maggio l'Italia dichiara guerra all'Austria-Ungheria


Il 14 gennaio il Corriere interrompe il notiziario sulla guerra europea, che occupa la prima e la seconda pagina del giornale da oltre 4 mesi, per un’altra tragedia tutta italiana: il terremoto. Alle 8,40 circa del mattino del 13, trenta secondi di terremoto causeranno quasi trentamila morti. Le zone colpite sono gli Abruzzi ed il Lazio dove le cittadine di Avezzano e Sora vengono quasi completamente rase al suolo. In un momento diverso, un disastro di queste proporzioni, avrebbe occupato la prima pagina per settimane, invece, quattro giorni dopo, la guerra e la delicata posizione politica italiana faranno dimenticare quest’altra tremenda sciagura nazionale ancora più in fretta di come fu dimenticato il terremoto del 1905 a Catanzaro. E’ in realtà un momento di grande tensione. Si aggiunga che, rispetto alla maggior parte della stampa nazionale, il Corriere ha un problema in più: Salandra è il primo Presidente del Consiglio pugliese e quindi il giornale ha serie difficoltà nel decidere una scelta di campo.

E’ nel modo attento e misurato di bilanciare vittorie e sconfitte della Triplice Allenza e dell’Intesa che si riconosce la grande esperienza e professionalità del Direttore e del nuovo Redattore Capo, Leonardo Azzarita. Questa delicata gestione del notiziario di guerra durerà fino alla commemorazione della spedizione dei Mille, fatta da D’Annunzio a Quarto. Poi, il Corriere romperà gli indugi anche perchè è già noto, nonostante la massima segretezza, il trattato di alleanza con la Francia. Da questo momento il Corriere non ha più freni. Tutto il giornale è improntato al più alto senso patriottico subendo profonde trasformazioni.
La guerra all’Austria-Ungheria fu dichiarata il 22 maggio e le ostilità iniziarono il 24 maggio ma fin da gennaio i rifornimenti di carta, per la maggior parte importata, non sono più illimitati. L’edizione albanese si stampa una o al massimo due volte la settimana e a maggio diminuisce la foliazione. Invece che a 6 e a 8 pagine il giornale esce a 4 e qualche volta a 6 pagine.

Poi ad agosto, il Direttore - proprietario dovrà fare il più grande sacrificio che si possa chiedere ad un Editore: rinunciare all’intera ultima pagina di pubblicità. La Manzoni gli aveva imposto condizioni che contrastavano con il diritto del Direttore-proprietario, pretendendo venissero pagate inserzioni che, per il loro contenuto patriottico, Cassano voleva pubblicare gratis. Inoltre, per dimostrare l’alto senso patriottico di tutta la famiglia del Corriere, quando due redattori partono per la guerra, annuncia che continuerà a corrispondere loro l’intero stipendio, come fossero presenti. Questa notizia gli consente di pubblicarne un’altra: per far fronte alle spese di guerra, lo Stato aveva chiesto la sottoscrizione di un Prestito nazionale e siccome le sottoscrizioni tardavano, il Corriere scrive: Chi potendo, non sottoscrive al Prestito nazionale, o è un traditore o è un ignorante, o è un austriaco.

Ma il patriottismo è una cosa, gli affari sono un’altra cosa. E quando si ha la capacità di far uscire un giornale per quasi trent’anni è evidente che non mancano doti di imprenditorialità. Non si tratta quindi di rinunciare alla pubblicità, ma di decidere un’oculata scelta. Scelta diffusionale. Darà un giornale con meno pagine, ma farà uscire due, tre edizioni al giorno, soprattutto nei primi mesi di guerra. In quanto al notiziario sacrificherà la provincia per aprire tre nuove rubriche: Saluti dal fronte, Come scrivono i soldati di Puglia e Lettere dal Campo.




Bari, il 24 aprile, in piazza Ateneo, dalla fontana sgorga la prima acqua proveniente dalle sorgenti del Sele


Oltre alle alterne vicende della guerra, la gente vuol sapere i sentimenti, i sacrifici dei propri figli o mariti. Quelle vicende e privazioni che spesso non si confessano alla mamma e alla moglie, il Corriere li pubblica, lì nero su bianco anche se conditi di patriottismo. E il giornale riuscirà a vendere anche 60/70mila copie al giorno. Pur avendo eliminato l’ultima pagina piena di pubblicità, Cassano non ha tuttavia rinunciato alla pubblicità locale. L’unica difficoltà consiste nel fatto che questa pubblicità dovrà essere gestita dal Corriere. Non c’è alcun problema, il Direttore ha già individuato nel giovane segretario di redazione Raffaele Gorjux spiccate capacità imprenditoriali e gli apre un ufficio in via Sparano affidandogli la direzione e la gestione della pubblicità del Corriere delle Puglie.

Nel frattempo la Puglia non è più sitibonda. Il 24 aprile - giorno e mese emblematici per la città di Bari poichè nello stesso giorno e nello stesso mese di centodue anni prima Gioacchino Murat poneva la prima pietra per la costruzione del nuovo borgo - dalla vasca di Piazza Umberto, sgorga il primo zampillo di acqua del Sele. La ditta Antico ha quasi completato i lavori per la costruzione dell’Acquedotto Pugliese e, anche se in contrasto con il Ministero dei Lavori Pubblici, ha ufficiosamente inaugurato il grande Acquedotto. Il 1. ottobre Bari avrà 39 fontanine mentre la provincia era già stata servita. In realtà il Ministero aveva ragione, l’Acquedotto non era completato. Non erano terminate le diramazioni per il Leccese e per il Foggiano ed in particolare non si erano effettuati i collaudi necessari, tant’è che, ogni tanto, scoppiavano tubi a causa delle fortissime pressioni.
Ma questo era poca cosa di fronte al problema del convogliamento delle acque di scolo.

Non solo mancavano le fognature ma non vi era neppure un impianto per convogliare le acque di scarico delle fontanine. La guerra intanto ha portato la luce elettrica al Porto di Bari ed accelerato i lavori per la costruzione della ferrovia Bari-Matera che viene inaugurata sette giorni prima della dichiarazione di guerra. Quando poi la maggiore attenzione è convogliata sul Porto di Taranto dove, a causa del continuo passaggio del naviglio da guerra, il ponte girevole resta quasi sempre aperto, il 16 luglio viene bombardata Bari. Ci saranno 6 morti ma veramente pochissimi danni in confronto alla seconda alluvione della storia della città.

1916



Ponte sul Piave distrutto dagli austriaci


All’indomani della fiducia parlamentare al secondo governo Salandra, il direttore del Corriere, Martino Cassano, convoca la Redazione e indica con precisione l’atteggiamento che dovrà avere il giornale in questa nuova congiuntura politica: ossequio alla neutralità vigile e armata, voluta dal Governo, con un senso di simpatia per l’Intesa. I motivi di questa precisa direttiva sono due: mantenere un rapporto corretto col Governo, rappresentato da un meridionale che crede fermamente nella neutralità dell’Italia; frenare gli ardori interventisti di tutta la Redazione. In effetti per i giornalisti del Corriere, questa espressa volontà del Direttore è un’autentica doccia fredda. Ma ciò non impedisce loro di essere i fautori di tutte le manifestazioni pubbliche baresi a favore dell’intervento e dell’Intesa. Queste rivelazioni, che spiegano appunto l’equilibrismo del Corriere durante il periodo della neutralità dell’Italia, vengono fuori alla fine di dicembre durante un processo per diffamazione fra il Quotidiano e il Corriere.

Il Quotidiano è un giornale di Andria, uscito nel 1913 e che, con l’ingarbugliarsi della situazione politica nazionale e internazionale, gode di qualche fortuna a causa del suo acceso interventismo. Il Direttore è un certo Filippo Tempera che qualche anno prima aveva chiesto al Corriere di fare il corrispondente da Andria e Cassano aveva rifiutato l’offerta. Per cui, quando fu chiaro che il Corriere non intendeva assumere una posizione netta rispetto agli eventi e al sentimento popolare, insinuò che il giornale fosse al soldo dell’odiato austriaco. La reazione fu immediata, ma non da parte del Direttore. Il Redattore Capo, Azzarita, se ne offese mortalmente e inviò al Tempera i propri padrini. Il duello non si farà perchè nella disputa interviene il giovane, allampanato Araldo Di Crollalanza, corrispondente da Bari del Quotidiano. Toccherà a lui chiarire al Tempera i veri sentimenti di tutta la redazione del Corriere.

Ciononostante il Quotidiano continuerà ad attaccare il giornale di Cassano il quale, se pure aveva moltissimi amici, non mancava di nemici e, sparlare del Corriere, significava vendere qualche copia in più. Nel corso dell’anno Cassano querela il Quotidiano per tre volte. Da qui il processo.
Nel frattempo, la guerra ha polarizzato l’attenzione di tutti e tutto. Non c’è una sola istituzione, associazione o altro che non agisca in funzione della guerra. La guerra rende possibile la realizzazione del tronco ferroviario dalla stazione al porto di Bari. La guerra costruisce tregue e concordie politiche nelle amministrazioni - Giuseppe Bottalico è sindaco da oltre due anni - e la guerra consente ai redattori del Corriere di dare libero sfogo a tutti i sentimenti avversi agli austroungarici.

Tutto il giornale è un inno al patriottismo e alla guerra. L’unica civetteria che la guerra e l’amministrazione comunale non hanno ancora eliminato è il consueto concerto bandistico in corso Vittorio Emanuele che però non può protrarsi fin dopo il tramonto. Molti redattori andranno spesso a verificare di persona le condizioni dei nostri soldati al fronte - tra questi Azzarita e Viterbo - oltre ad un inviato speciale in zona di guerra. La carta, che non è abbondante, è aumentata del 200 per cento nel giro di un anno, ma pur di dare notizie sempre più aggiornate, sull’evolversi delle operazioni militari, sarà eliminato quasi completamente ogni altro notiziario, riducendo il giornale a 4 pagine ma stampando minimo due edizioni al giorno.

Anche l’edizione albanese subirà tagli. Sarà fatto un solo numero settimanale. Ma nel bel mezzo di questo grande entusiasmo arrivano due notizie che scuotono il giornale: le dimissioni di Antonio Salandra e la morte, a soli 43 anni, del Direttore dell’ufficio di corrispondenza a Roma, il conversanese Francesco Attolini. Per la redazione, e per Cassano in particolare, la scomparsa di Attolini è una notizia tremenda, con lui il Direttore aveva diviso amarezze, gioie e speranze per 25 anni.

1917



La Banda Presidiaria, diretta dal m° S. Rubino, che durante la guerra sostituiva quelle civili


E la banda continua a suonare. Dai primi rilievi alpini fino all’estremo nord dell’Europa l’uomo è impegnato nella più grande strage della storia dell’umanità. A corso Vittorio Emanuele, la banda presidiaria suona musiche di Mascagni, Bellini e Verdi. Nel 1915 la sola Italia ha perso 250mila uomini fra morti e feriti. Nel 1916 le perdite salgono a 400mila e, dalle 11 alle 12,30 (d’inverno) e dalle 18,30 alle 20 (d’estate) in corso Vittorio, tutti i giorni, la banda presidiaria suona inni patriottici e melodie di Puccini ad un pubblico di anziani e vecchi inebetiti dall’estrema miseria, dalla fame e dai lutti. Se nel 1916 l’entusiasmo e l’assenza di carta avevano limitato il notiziario locale del Corriere, anche perchè tutte le manifestazioni, pubbliche o private, erano in funzione degli eventi bellici, quest’anno le ulteriori restrizioni per l’utilizzo della carta, da parte del Governo, faranno del giornale un vero e proprio bollettino di guerra.

Nessun quotidiano potrà fare una foliazione superiore alle 4 pagine e, a partire dal mese di settembre, per 10 volte al mese, non si potranno fare più di due pagine. Poi, quando anche gli Stati Uniti entrano in guerra, le restrizioni saranno ancora peggiori. Da novembre i giornali dovranno avere una foliazione massima di 4 pagine per 18 giorni e di 2 pagine per i rimanenti giorni del mese. A ciò si aggiunga l’intervento della censura che lasciava il giornale con incredibili spazi bianchi senza alcuna indicazione. Solo dopo che i quotidiani ed il ministero vennero tempestati di lettere e telefonate le Prefetture autorizzarono i Direttori a far stampigliare, in quegli spazi bianchi, la parola censura.

Per cui, fra la guerra, la politica interna, gli avvenimenti in Russia e qualche spazio pubblicitario, per la cronaca locale rimaneva veramente poco. Ciononostante, le recensioni sugli spettacoli al Petruzzelli, Margherita, Trianon, Piccinni e l’immancabile programma di concerti al corso, non solo erano inusitatamente lunghe ma non mancavano mai. Eppure, fin da febbraio si annuncia - proprio accanto alle recensioni - la distribuzione delle tessere per il consumo della farina. Poi si eliminerà il pane bianco e, quando è ormai certo che la guerra continuerà, si comincerà a razionare l’olio, lo zucchero, il carbone e la benzina. La carne non era inclusa nei prodotti soggetti al razionamento: per noi era già un lusso in tempo di pace. Queste misure, per regioni come Puglia, Calabria, Basilicata, ecc. non erano poi tanto eccezionali considerato che i sacrifici facevano parte delle nostre abitudini di vita da sempre.

Gli animi e il patriottismo comunque rimanevano accesi e il Corriere rappresentava l’espressione più alta di questi valori. La scelta esasperata di rappresentare gli ideali guerrieri di un popolo che guerriero non è mai stato, aveva notevolmente aumentato la diffusione del giornale. La guerra, insomma, faceva vendere.
Il Corriere era molto diffuso a Potenza, Catanzaro, Reggio Calabria e, oltre al Sud, aveva acquisito una notevole fetta di mercato in Abruzzo e nelle Marche. Risulta però altrettanto chiaro che, nonostante gli inviati al fronte, il giornale, e le nostre genti, non avevano mai avuto la reale dimensione della tragedia che al Nord stava consumandosi. Infatti, subito dopo Caporetto, spirito e ideali vengono notevolmente sopiti e ridimensionati.

Quando cioè i baresi ed il Corriere (con il Direttore e tutta la sua redazione) accolgono, alla stazione di Bari, diversi vagoni ferroviari stracarichi di profughi provenienti dal Veneto, quando migliaia di madri e di mogli affollano la stazione alla ricerca dei loro cari, il Corriere non avrà più lo stesso smalto. La guerra, con tutta la sua devastazione morale e spirituale, ha colpito anche i giornalisti più accesi e le notizie sulle proposte di pace cominciano ad avere maggior rilievo. Ora si bada anche di più ai fatti nostri, illudendosi che, in un simile sfacelo, il Parlamento porti a termine l’Acquedotto Pugliese o riaccendendo l’antica ruggine con Bottalico (che è sindaco di Bari da tre anni) e tornando alle antiche polemiche.

Ma il Parlamento ha ben altro a cui pensare. Dopo Caporetto ci sarà una nuova crisi di Governo e il neo presidente Orlando destituirà Cadorna. Questa volta, il successore c’è: Armando Diaz. In quanto a Bottalico, che il Corriere si ostinava a criticare, questa volta non aveva colpe. Non il Comune di Bari era sull’orlo dello sfacelo economico, ma l’intera nazione. C’era proprio poco da gestire!

1918



9 agosto 1918. I manifestini "proclama" lanciati su Vienna durante l'incursione di Gabriele D'Annunzio


Caporetto. Il nome di questa cittadina nel Friuli non è solo il luogo in cui l’Esercito Italiano ha perso una battaglia. E’ un simbolo, un monito per il Paese e per il Corriere. Prima di allora, Azzarita da Roma e la redazione a Bari avevano sostenuto l’intervento e la guerra con un impeto tale da ridurre il giornale a livello di bollettino militare. Non c’era giorno che la prima pagina non avesse un titolo a grossi caratteri e non c’era notizia che non fosse funzionale alla guerra. Caporetto spegne i toni sempre accesi di Azzarita (che nel frattempo aveva fatto dell’ufficio di corrispondenza di Roma una vera e propria redazione con cinque giornalisti) come ad esempio: il nostro esercito è il più potente del mondo, e riporta il Corriere a una dimensione più vicina alla sua funzione: fare informazione.

I toni trionfalistici si attenuano, i titoli a tutta pagina sono molto meno frequenti e l’attenzione si sposta dallo scacchiere militare a quello politico. Non migliora l’informazione proveniente dalle province pugliesi che anzi, viene maggiormente sacrificata a causa della penuria di carta. Inoltre, l’aumento del costo del giornale (che da 5 passa a 10 soldi) fa registrare, soprattutto in provincia, un notevole calo diffusionale. La gente ormai non ha gli occhi per piangere. La guerra continua, le materie prime scarseggiano ed aumentano le requisizioni: bovini, cereali, formaggi, ecc. La città di Bari però mantiene il suo normale standard di vendite e, nella speranza di recuperare quanto perde in provincia, il Direttore decide di dare alla Cronaca maggior spazio.

Negli ultimi tre anni aveva raramente inviato i cronisti in giro per la città per denunciare alle varie amministrazioni disfunzioni e deficienze. Ora ricomincia, e il piacere è maggiore perchè, alla guida dell’amministrazione comunale, per il quarto anno consecutivo, c’è Giuseppe Bottalico, il sindaco al quale il direttore- proprietario del Corriere è legato da un’antica ruggine: non l’ha mai avuto nella giusta considerazione. A cercarle, le occasioni di critica possono essere innumerevoli ed il cronista, sotto lo pseudonimo di CAMAR (cioè il Direttore in persona), non ne tralascia alcuna. I commenti diventano sempre più salaci come nel denunciare che l’antica muraglia sta per essere mangiata dal mare, sotto lo sguardo di tutti i cittadini e continua, dicendo: non sappiamo se fra gli attuali amministratori ve ne sia qualcuno che si diletti a riandare di tanto in tanto alle cose cittadine.

Vorremmo però ricordare che i reggitori della cosa pubblica sotto i borboni furono molto più solleciti. Quando poi, per mancanza di fondi, il Comune è impossibilitato ad intervenire, il Corriere rincara la dose: il futurismo municipale ha il suo programma massimo: non fare oggi quello che potrebbe essere fatto domani e molto meno poi quello che domani non potrebbe essere più fatto. Eppure Bottalico ha ordinato, presentato e fatto approvare un nuovo piano regolatore con una visione prospettica di oltre quarant’anni. Ha previsto, giustamente, che la città sarebbe cresciuta e si sarebbe estesa oltre l’estramurale, verso Carbonara, Capurso, Ceglie e Loseto. Ha affidato all’ing. Ambrosini un progetto per la fognatura e lo ha presentato al ministero dei Lavori Pubblici.

 E’ intervenuto più volte, presso gli on. Lembo e Salandra (nuovo Presidente della commissione per l’Acquedotto Pugliese) per sollecitare il completamento della grande opera ma, per il Corriere, queste cose non sono granchè rispetto al degrado della Regina delle Puglie. Insieme a questa cura puntigliosa di Cassano per l’informazione locale, per quella nazionale l’influenza di Azzarita è evidente. Non esiste un editoriale che non abbia la sua firma ed è lui ad esprimere l’opinione del Corriere su qualunque problema politico nazionale o internazionale.

Poi, quando il 4 novembre l’Austria e l’11 la Germania chiedono l’armistizio, Azzarita è incontenibile: ritornano i toni trionfalistici e si schiera nettamente a favore di Sonnino, contro Orlando e Bissolati, sul problema slavo. Il problema Jugoslavo - dirà - così come è stato messo dagli agitatori, non sempre disinteressati e sempre non autorizzati, è tale una enormità dal punto di vista politico e diplomatico nonchè nazionale, da imporre la più benevola diffidenza. Orlando e Bissolati volevano una nazione slava unita, con un rapporto privilegiato e di buon vicinato con l’Italia, Sonnino voleva tutta la Dalmazia, Fiume compresa. Azzarita e D’Annunzio pure. Quasi a simboleggiare questa simbiosi nazionalistica dei due uomini, il giorno dopo la grande impresa pubblicitaria di D’Annunzio su Vienna - vi era arrivato con 8 aerei bombardando la grande capitale con milioni di manifestini-proclami - la città di Bari viene realmente bombardata dagli austriaci. Ci saranno 4 morti ma inspiegabilmente il Corriere ne parlerà solo nove giorni dopo, quando cioè l’incursione sarà resa ufficiale dal Comando Supremo.

1919



La crisi economica del dopoguerra ripropone, in particolare nel Meridione, il dramma dell'emigrazione


Che ogni soldato, tornando dopo anni a casa, trovi una famiglia senza miseria. Che ogni contadino riprenda il lavoro su di una terra cui possa affezionarsi e non maledire il suo sudore sfruttato da proprietari ignoranti, gretti e indegni di possedere quel tesoro inesauribile che è un campo. Che ogni operaio abbia lavoro. Che ogni bambino abbia una scuola. Che ogni orfano una casa. E’ l’augurio del Corriere alla gente di Puglia il primo giorno del nuovo anno senza la guerra. E, dal momento che al Comune c’è ancora Bottalico, una frecciata velenosa al Sindaco, non poteva mancare: auguriamo che i progetti del Comune abbiano finalmente principio.

In una parola, auguriamo che in Bari, finalmente ci si svegli e si lavori! E’, insomma, un invito a tutti a non disperare difronte alle miserie lasciate dalla guerra e cominciare con vigore e speranza il lento processo di ricostruzione. Ma ricostruire cosa, e con quali mezzi? Prima della guerra, la Puglia in particolare, possedeva braccia disoccupate ed una economia basata sull’agricoltura, ridotta, dai grandi proprietari terrieri, a livello feudale. Finita la guerra, non la Puglia, ma l’Italia è sull’orlo del disastro economico con l’intero sistema produttivo da riconvertire. L’industria deve passare dalla produzione bellica a quella commerciale, mentre l’agricoltura è maggiormente colpita dall’assenza di braccia, dall’aumento dei prezzi e dalla riluttanza del latifondista ad investire, preferendo lasciare incolti migliaia di ettari di terreno.

Il Direttore del Corriere conosce meglio di tutti questa situazione ma ciò che CAMAR (pseudonimo di Martino Cassano) non conosce, è la parola arrendersi. Per cui, arma la sua penna - e non è un modo di dire perchè scriverà un numero infinito di articoli di cronaca - e comincia a tirare fendenti a dritta e a manca, al di sopra di ogni ideologia partitica, animato da una sola passione: l’amore per la sua terra, per le genti di Puglia, per la Regina delle Puglie. Attacca tutti: la Camera di Commercio (il cui presidente De Tullio è un uomo della sua stessa tempra); la Provincia, il Comune: La terra di Puglia dovrà risorgere più ricca e più bella di prima, si lavori, usando tutti i mezzi compreso la vostra influenza politica e personale. Bari necessita di case popolari, del completamento dell’Acquedotto Pugliese, delle fognature, di un nuovo carcere giudiziario, di un grande porto commerciale, dell’ampliamento e della sistemazione della ferrovia e perchè no, anche di uno stadio, per dar lavoro a migliaia di muratori disoccupati.

CAMAR non smette di sollecitare, incitare, perfino offendere, quando è il caso. In tutti i suoi innumerevoli articoli il più bersagliato resta il povero sindaco Giuseppe Bottalico. Nel denunciare ancora una volta l’abbandono dell’estramurale, dirà: non ci sentiamo più neanche di dire una parola, ci limitiamo solo a fare un voto: che tutte le imprecazioni e maledizioni arrivino a destinazione e starebbero proprio freschi gli amministratori di questa città che tanto olimpico disprezzo mostrano per la decenza, la dignità e l’incolumità della cittadinanza costretta a subirli. Ad onor del vero, l’accanimento di CAMAR contro Bottalico è ingiustificato. Il Sindaco si mostra attivissimo.

Agevola un accordo industriale Italo-Francese per la costruzione del grande porto e ne firma la convenzione; elabora ed approva un progetto per il Deposito Franco, presenta un progetto per la costruzione del Carcere; grazie al progetto delle fognature presentato l’anno precedente consente, al ministero dei Lavori Pubblici, di trasformare sollecitamente la ragione sociale dell’Acquedotto Pugliese che, il 19 ottobre, diventa Ente Autonomo con sede in Bari. Successivamente, l’on. Luciani di Acquaviva ne assumerà la presidenza. Ma, nonostante gli sforzi, disoccupazione e miseria perdurano e immancabilmente arrivano le epidemie: il vaiolo prima, il colera poi.



Il consiglio direttivo della Camera di Commercio italo-orientale. Al centro il presidente Antonio De Tullio


Nel frattempo, il costo della vita è salito alle stelle e agli scioperi per la disoccupazione si aggiungono scioperi e proteste per il carovita. E’ incredibile, sembra pari pari di rivivere il 1968. Scioperano tutti: contadini, muratori, panettieri, impiegati, maestri, elettricisti, ferrovieri. Uno sciopero di contadini a Lucera, che chiedono terra e lavoro, causerà 4 morti e venti feriti; due morti ci saranno ad Andria e CAMAR avrà parole di fuoco contro i proprietari terrieri: si metta la proprietà terriera sotto il controllo dello Stato, che un comitato di tecnici li costringa a fare quello che meglio risponde all’interesse nazionale e quando si rifiutano, li espropri dei loro beni da affidarsi alle  organizzazioni cooperative dei contadini. Da sempre contrario agli scioperi, lo è maggiormente ora. Non è il momento di incrociare le braccia ma di rimboccarsi le maniche e lavorare con vigore fisico e intellettuale, tuttavia riconosce la validità del movimento operaio perchè poi aggiunge: lo sciopero è un atto di follia di alcuni sconsigliati che tentano di distruggere una organizzazione potente, costruita faticosamente con anni di lotte, di sacrifici e resistenza.

Non è il Sindacato che teme, ma la frangia massimalista che, attraverso la violenza, potrebbe condurre il Paese al Bolscevismo. E’ lo stesso timore di Azzarita che, pur nutrendo un profondo sentimento di avversione verso gli austro-germanici, di fronte al caos interno delle due ex potenze nemiche scriverà: Bisogna fare di tutto per aiutare la Germania ed evitare che il paese si trasformi in una mediocre repubblica bolscevica. Il Corriere dunque, rappresenta, per le varie amministrazioni, una fastidiosa, quasi dolorosa, spina nel fianco. Nè è pensabile ritorcere sul Direttore-proprietario le stesse accuse e deficienze che lui rivolge a commercianti e industriali. Cassano insomma non è uomo che predica bene e razzola male. Nel giro di un anno il Corriere non ha solamente riorganizzato e migliorato i servizi di informazione ma è riuscito a convogliare nel giornale i massimi esponenti della cultura meridionale, nonostante al Giornale delle Puglie si aggiunga in maggio un terzo quotidiano, l’Avvenire delle Puglie.

Scrivono per il Corriere Nicola Pastina, Sergio Panunzio, Cesare Cafiero, Gioacchino Poli, Giuseppe Di Vagno, Luigi De Seclì, Alfredo Violante, Celso Ulpiani. Il giornale non ha mai raggiunto livelli qualitativi così alti confermando quindi la volontà del Direttore di voler contribuire a un processo di ricostruzione civile, sociale ed economico. In campo culturale non solo ritorna Armando Perotti ma il Corriere si assicura anche la collaborazione settimanale di Matilde Serao e Salvatore Di Giacomo. Manca il molfettese Salvemini, ma il giornale affetto da nazionalismo acuto non intende aver nulla a che fare con l’illustre professore pugliese. Salvemini, consigliere provinciale fin dal 1914, è colpevole di essere non interventista e jugoslavofilo, peccati troppo gravi per Azzarita il quale pur riconoscendogli onestà e preparazione alla vita parlamentare, chiederà agli elettori di non eleggere il candidato Salvemini nelle elezioni di novembre. Nonostante il Corriere, Gaetano Salvemini sarà eletto deputato.

Tutto questo fervore di iniziative e interventi in un giornale di appena quattro pagine nei giorni feriali e sei pagine la domenica. Pur avendo la potenzialità per fare, come prima della guerra, un giornale a sei e otto pagine, manca la carta, manca a noi del Sud, denuncia il Direttore, perchè i giornali di Roma e Milano hanno foliazione e tirature illimitate, noi invece, dobbiamo ancora subire il razionamento.

1920



Giuseppe Di Vittorio, in piedi su una sedia, celebra il 1° Maggio a Cerignola


Inflazione, disoccupazione, l’assenza di un governo capace di imporsi e stabilire ordine e disciplina come va continuamente predicando Azzarita, aprono, non la stagione, ma l’anno delle grandi manifestazioni di piazza, politiche e sindacali. A cominciare le ostilità sono i ferrovieri, i postelegrafonici e i metallurgici. I prezzi si sono quintuplicati e i lavoratori chiedono migliori salari, le otto ore di lavoro per tutti. Il lucano F.S. Nitti, presidente del Consiglio, non è in grado di fronteggiare il massiccio attacco della classe operaia e, privato dell’appoggio del nuovo partito di don Sturzo - il Partito Popolare costituitosi nel 1919 - è costretto a dare le dimissioni. Chi al posto di Nitti? Giolitti sussurrano i liberali.

E subito per il Corriere si pone un problema di coerenza. In una delle rare volte che Azzarita elogia Salvemini, scrive: abbiamo ammirato il coraggio del professore di Molfetta che ha denunciato il pantano giolittiano che ancora oggi esala un lezzo di corruzione e di miseria morale e politica. Il secondo governo Nitti avrà vita brevissima. Un decreto per l’aumento del pane scatena l’ira dei lavoratori e quando Nitti si presenta in Parlamento tutti i deputati lo accolgono con un silenzio gelido. Nel frattempo, le voci sul ritorno di Giolitti si fanno più insistenti ed Azzarita rincara la dose: un governo Giolitti riuscirebbe esiziale alla vita nazionale e pregiudicherebbe anche all’estero le ragioni essenziali dell’Italia. Questo secondo giudizio ha già in sè una inversione di marcia, il giudizio politico si maschera di nazionalismo e quando Giolitti viene chiamato dal Re per formare il nuovo governo, Azzarita scrive: le persone esulano dai nostri propositi politici, sui quali soltanto l’interesse superiore del Paese riesce ad incidersi fortemente. Insomma, per il bene dell’Italia, è disposto ad accettare anche Giolitti. Moltissimi anni dopo, un altro giornalista avrà lo stesso comportamento nei confronti dell’ex Partito Popolare.

Le vicende politiche non hanno fermato nè la disoccupazione, nè l’inflazione; anzi, l’hanno acuita trasformando la lotta da battaglia sociale a battaglia politica. La violenza non è più contro la tracotanza del padronato, ma dei partiti. Scendono in campo gli estremismi di sinistra contro gli estremismi di destra - il sindacato rosso contro il sindacato bianco - fanno da catalizzatori i fascisti e gli anarchici guidati da Malatesta, tornato in Italia. Quando Giolitti, per assicurarsi l’appoggio del Partito Popolare, riconosce il suo sindacato, le piazze rimangono campi di battaglia fra socialisti e fascisti che, nel frattempo, si sono rafforzati e armati. I campi di lotta sono Ferrara, Trieste e Bologna.

Le vittime di queste violenze sono molte, ma stranamente, si hanno più morti al Sud che al Nord. 3 morti a Canosa, 2 a Ruvo, 2 o 3 a Minervino, 4 a Parabita, 9 a Gioia del Colle, 3 a Nardò, 2 a Brindisi e 11 morti a San Giovanni Rotondo. I motivi di questo terribile tributo di vite umane in Puglia sono nel Corriere ben evidenziati. Il disastro economico provocato dalla guerra ha arretrato la Puglia di trent’anni. Da Roma in su, gli scioperi sono eminentemente politici mentre dalla Capitale in giù, gli scioperi e le manifestazioni di operai e contadini, si possono definire lotte per la sopravvivenza.




Vittorio Emanuele III seguito dal dimissionario presidente del consiglio, il lucano Francesco Saverio Nitti


Ciò non significa che al Nord le condizioni di vita non fossero ai limiti della sopravvivenza, significa semplicemente che da noi quel limite era largamente superato. Del resto, il direttore del Corriere, che non condivide scioperi e violenze, non ha mai alzato la voce contro contadini ed operai, invece ha spesso definito gretti e ignoranti industriali e proprietari terrieri. E non si può certamente affermare che il giornale non fosse tipica espressione della borghesia. In Puglia, le vittime delle manifestazioni di piazza sono più numerose perchè ci si batte per il diritto alla vita oltre che per il tentativo di cambiare la società. Quando a Gioia del Colle 6 contadini e 3 proprietari terrieri si uccidono perchè non si voleva pagarli, a Ferrara e a Bologna componenti del sindacato rosso muoiono per ottenere i Consigli di Fabbrica.

Cassano scrive: sono fortemente convinto che al punto di evoluzione cui è giunta la grande industria capitalistica e con essa la grande massa degli operai, il controllo sulla produzione diventa non solo un principio di giustizia ma anche una necessità di organizzazione economico-sociale e in tal caso non si può che approvare. Questa netta dichiarazione del Direttore è rivolta anche ad Azzarita che non ha condiviso il decreto sul riconoscimento dei Consigli di Fabbrica, frutto di una contrattazione con Giolitti che sperava così di mettere fine agli scioperi. Nè tanto meno nega a Giuseppe Di Vittorio - Segretario della Camera del Lavoro di Cerignola - una lettera di contestazione sulla parzialità del corrispondente del Corriere nel resoconto di un incontro sindacato-proprietari terrieri.

Anche quest’anno l’impegno personale e professionale di CAMAR è enorme, soprattutto se si considera che il Direttore è impegnato a fronteggiare la crisi economica che ha colpito anche il Corriere. Fin dal 5 gennaio si deve sopprimere l’edizione del lunedì a causa del riposo festivo obbligatorio per i giornalisti.
Poi la crisi di carta costringe per un certo tempo i quotidiani ad uscire con due sole pagine ed infine, a maggio, il prezzo del giornale viene raddoppiato - da due a quattro soldi - con conseguente flessione diffusionale. Quando poi a fine anno le tasse sulla pubblicità sono tanto onerose da decurtare drasticamente l’unica vera fonte economica dei quotidiani, Cassano scriverà che nonostante gli oneri insostenibili, continueremo, come sempre, il nostro impegno civile e sociale a favore della nostra gente, e le sue attenzioni, ovviamente, sono rivolte contro l’amministrazione comunale con a capo, per il sesto anno consecutivo, il Sindaco Bottalico, il quale, nonostante il Corriere, è più attivo che mai: si riprendono i lavori per la deviazione del canalone, inizia il risanamento e la pavimentazione delle nuove strade, il 25 aprile viene posta la prima pietra per la costruzione delle fognature, a settembre fa evacuare il Castello

Svevo dai detenuti (anche se il nuovo Carcere Giudiziario non è ancora pronto), delibera la costruzione del nuovo Ospedale Consorziale a cui l’Arcivescovo Vaccaro contribuisce con una donazione di 200mila lire, presenta un progetto di risanamento del lungomare ed infine chiede al capo del suo partito, l’on. Lembo, di farsi interprete presso il nuovo ministro della Pubblica Istruzione Benedetto Croce per la sollecita risoluzione dell’annosa questione dell’Università a Bari. Eppure, quando a novembre ci saranno le elezioni amministrative, Cassano inviterà apertamente gli elettori a non votare per Bottalico. Una città come la nostra - dirà - votata al più radioso avvenire, non può essere amministrata con piccoli criteri e con limitate vedute. Ma Bottalico non si presenterà candidato e nuovo Sindaco di Bari diventa Raffaele Bovio.

1921



Il dimissionario Giovanni Giolitti


Finisce qui, nell’anno in cui le tensioni sociali sono al limite della guerra civile, l’avventura esaltante e meravigliosa del fondatore del Corriere delle Puglie e si può anche agevolmente dire che finisce in quest’anno la missione di Martino Cassano che aveva creato un giornale per il Sud, per difendere gli interessi del Sud e per promuovere la crescita civile e sociale delle sue genti, come ha sempre affermato, mantenendo per trentacinque anni l’impegno assunto con i suoi lettori. L’11 gennaio, Martino Cassano compie sessant’anni di vita e quarant’anni di giornalismo. L’intera prima pagina è dedicata a lui, alla storia della sua vita e della sua carriera che coincide con quella del giornale, con quella della Regina delle Puglie. Per giorni e giorni arriveranno e saranno pubblicati auguri e attestazioni di stima da parte di amministratori, personalità e gente comune, da tutta l’Italia ma soprattutto dai pugliesi, a cominciare dalle città più grandi per finire ai paesi più piccoli di tutta la regione.

E’ il giusto riconoscimento, la giusta considerazione ad un uomo che ha dedicato la sua vita, le sue risorse e la sua grande umanità e preparazione professionale al servizio del Sud. Nonostante i suoi sessant’anni, Cassano, alto quasi un metro e novanta e non più allampanato ma ben piantato è nel pieno del suo vigore fisico e intellettuale. Per rendersene conto basta vedere quello che ha scritto negli ultimi due anni sotto lo pseudonimo di CAMAR. Ma i tempi stanno cambiando con una velocità incredibile, gli animi sono esacerbati ed esasperati, si sta perdendo il senso della misura, della riflessione ed Azzarita, che da Roma continua a scrivere a valanga, è il capo indiscusso dei tempi nuovi, della nuova forza risanatrice nazionale che riesce a battere ovunque i socialisti con le fresche e battagliere avanguardie della borghesia, e quando Giolitti si dimette, perfino lui incapace di fermare gli eccessi degli estremisti, Azzarita rincara la dose: Giolitti non è riuscito a mantenere l’ordine pubblico turbato dalla sedizione socialista e dalla reazione per legittima difesa dei fascisti, avanguardia combattiva e spregiudicata della borghesia compromessa nei suoi interessi e minacciata nella sua esistenza.

Di fronte a questa ennesima presa di posizione, Cassano tenta timidamente per l’ultima volta di frenare gli ardenti spiriti nazionalistici di Azzarita, contrapponendo al suo articolo un altro in cui si afferma: il socialismo è come una malattia, il fascismo è come una reazione che deve vincere la malattia ma l’uno e l’altro hanno preso una forma volgare e brutale. Bisogna correggerli, bisogna correggere le nostre conoscenze se non vogliamo la morte. Ma ormai è troppo tardi. La febbre nazionalfascista ha preso tutti nella sede barese e nella redazione romana che, a causa delle sue dimensioni, è diventata un giornale nel giornale.

Intanto, dopo le dimissioni di Giolitti, il Re non prende neppure in considerazione la possibilità di formare un nuovo governo ed indice le nuove elezioni. Nella raccolta dei dati per raccontare questa nostra storia, si era cominciato col prendere nota delle vittime e degli scontri fra fascisti e socialisti, ma abbiamo ben presto dovuto rinunciare. Quello che accade prima e durante tutta la campagna elettorale è talmente enorme che si sarebbe potuto riempire un libro. Tralasciando le vittime, gli obiettivi principali dei fascisti sono le Camere del Lavoro; soltanto in Puglia vengono incendiate quelle di Taranto, Minervino, Terlizzi, Cerignola, Ascoli Satriano, Matera e tante altre ancora, mentre il vero centro della battaglia fra le due fazioni è Cerignola. Qui, lo scontro è al vertice: Di Vittorio contro Caradonna e viceversa.

Per le nuove elezioni i fascisti - che non hanno formato ancora un partito - hanno deciso di confluire nelle liste dei liberali e dei partiti di Governo e ad Azzarita, che ha deciso di condurre la battaglia elettorale a modo suo, si pone un problema: il direttore proprietario Martino Cassano. Ma anche Cassano ha un problema. Si sente ormai estraneo e prigioniero nel suo giornale. Si giunge ad un accordo e, il 1° maggio, Cassano scrive: per dare maggior impulso al giornale ho creduto di dover costituire una Società cui partecipano vecchi amici. Io resterò a capo del Consiglio di Amministrazione in qualità di Presidente e continuerò a prendere viva parte alla vita e allo sviluppo di questo foglio. E’ una pietosa bugia. Cassano non scriverà più. Nell’affidare la direzione ad Azzarita però pone una sola condizione: sarà affiancato da Raffaele Gorjux come condirettore.




Leonardo Azzarita nuovo direttore del "Corriere"


Mancano solo quindici giorni alle elezioni ed Azzarita diventa una furia scatenata pur di far eleggere i candidati del Blocco Nazionale fra cui c’è il fascista Caradonna. Ma ciò che farà contro i candidati socialisti della circoscrizione di Bari-Foggia è niente rispetto alla violenza del linguaggio che userà contro Saverio Francesco Nitti, colpevole di aver presentato, in Basilicata, una sua lista. L’obiettivo è la distruzione morale e intellettuale di Nitti che viene accusato di tutto, perfino di connivenza con il bolscevismo dopo averlo definito incapace e servo di Giolitti. Ciononostante Nitti sarà rieletto. Il Blocco Nazionale vince le elezioni, ma in Puglia, insieme a Caradonna e Salandra, vengono eletti anche Giuseppe Di Vittorio e Giuseppe Di Vagno. La soddisfazione di Azzarita è enorme. I fascisti hanno ottenuto 35 seggi e ciò costituisce una forza concreta per ristabilire nel Paese l’ordine e la disciplina. Eppure, Azzarita non è un fascista. Il giorno dopo i risultati elettorali Mussolini dichiara: i fascisti non si presenteranno alla inaugurazione della nuova legislatura in cui è presente il Re perchè la nostra tendenza politica è repubblicana.

Questa dichiarazione per Azzarita non è una doccia fredda, è un’autentica pioggia ghiacciata che gli arriva fino al midollo spinale e reagisce quindi con la violenza che gli è congeniale: noi abbiamo nutrito una grande simpatia per il movimento fascista perchè esso stava all’avanguardia della borghesia, persino aiutato dalla borghesia ma siamo monarchici perchè amiamo l’Italia e ne conosciamo la storia e la nostra devozione alle istituzioni non è una manifestazione di parata perciò, se occorre, le difenderemo anche contro i fascisti. Mussolini insiste ed Azzarita perde le staffe: riteniamo sia giunto il momento di parlare chiaro e forte ai fasci e ai fascisti - scrive - non che sinora non l’abbiamo fatto, non abbiamo mancato, anche durante il periodo elettorale, di dire alto e chiaro il nostro avviso, ed abbiamo deplorato più di una volta le violenze selvagge cui assistevamo e che non trovavano giustificazione alcuna. Quest’ultima affermazione però non è vera, ma ciò dimostra quanto Azzarita si sentisse amareggiato e tradito nella sua buona fede.

Poi, il primo giugno, ad un mese esatto dalla scomparsa politica di Cassano, altro colpo di scena. Un trafiletto in cronaca annuncia che: dopo diciotto anni di intenso e proficuo lavoro, consacrato con amore e fede allo sviluppo del nostro giornale, Raffaele Gorjux, da oggi, lascia