lunedì 10 settembre 2012

L'Anm bacchetta il pm Ingroia «Basta comportamenti politici»

Corriere della sera

E con il collega Di Matteo si doveva dissociare dall'attacco a Napolitano
Ha fatto un'affermazione «politica» il pm di Palermo Antonio Ingroia invitando i cittadini a cambiare la classe dirigente. E con il collega Di Matteo avrebbe dovuto «dissociarsi» dal «plateale dissenso» espresso alla Festa del Fatto quotidiano nei confronti del capo dello Stato. Lo dice all'Ansa il presidente dell'Anm Rodolfo Sabelli.

«ASTENERSI» - «Tutti i magistrati, e soprattutto quelli che svolgono indagini delicatissime - sottolinea Sabelli - devono astenersi da comportamenti che possono offuscare la loro immagine di imparzialità, cioè da comportamenti politici». E con il suo invito a cambiare la classe dirigente del Paese, «Ingroia si è spinto a fare un'affermazione che ha oggettivamente un contenuto politico»; con il rischio così di «appannare» la sua immagine di «imparzialita». Ingroia ha anche sbagliato, come pure Di Matteo, ad assistere in silenzio alla «manifestazione plateale di dissenso nei confronti del capo dello Stato», che c'è stata domenica alla Festa del Fatto quotidiano: «In una situazione così un magistrato deve dissociarsi e allontanarsi», aggiunge Sabelli, che invita tutti i magistrati «a evitare sovraesposizioni» e a «non mostrarsi sensibili al consenso della piazza».

DI MATTEO - «Non ho difficoltà a ribadire la difesa e a manifestare il sostegno ai pm di Palermo. Ma questa non è una novità: l'Anm tutta , la giunta e io ripetutamente abbiamo manifestato solidarietà; non capisco come si possa parlare di mancato sostegno», Rodolfo Sabelli risponde al pm di Palermo Nino Di Matteo, titolare con Ingroia dell' inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia che ieri aveva lamentato il «silenzio assordante» dell'Anm e del Csm sugli attacchi ricevuti dai magistrati che conducono l'indagine.

GASPARRI - «È davvero stupefacente e commovente la rapidità con cui il presidente dell'Anm Sabelli ha censurato le esternazioni politiche di Ingroia». Lo afferma il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri. «Sabelli ne ha contestato l'impropria esortazione a cambiar classe dirigente. Probabilmente nei mesi e negli anni precedenti il dottor Sabelli è stato lontano dal nostro Paese o ha ignorato i comportamenti e le affermazioni di Ingroia, che da tempo si è rivelato militante politico di parte provvisoriamente impegnato in una doppia attività di magistrato e di ideologo», conclude Gasparri.

CICCHITTO - Alle parole di Gasparri fanno eco quelle di Fabrizio Cicchitto (capogruppo del Pdl alla Camera). «Non solo i banchieri ma anche i magistrati limitano l'autonomia della politica», assicura Cicchitto . «Stando alle dichiarazioni di domenica si prospetta una situazione singolare e cioè che gli elementi fondamentali della futura relazione dell'antimafia sono suggeriti e ispirati dal dottor Ingroia, che peraltro si lamenta del ritardo temporale», ha detto, «d'altra parte non ci risulta che ci sia la benchè minima reciprocità e cioè che noi possiamo influenzare o suggerire le strategie giudiziarie al dottor Ingroia». «L'autonomia della politica va garantita non solo rispetto ai banchieri ma anche rispetto ai magistrati. La tragedia è che oggi essa è schiacciata da entrambi questi poteri», ha sottolineato Cicchitto.

Redazione Online10 settembre 2012 | 19:51

La mail ingiuriosa al capo comporta il licenziamento

La Stampa

Scrive una mail insultante verso il capo e perde il lavoro. Il licenziamento è confermato dalla Cassazione (sentenza 14995/12). Un lavoratore è stato licenziato in tronco da una azienda per aver spedito e-mail dal contenuto ingiurioso all’ad della società, al direttore del personale e al suo diretto superiore. A sua discolpa, l’impiegato ha sempre sostenuto di essersi  sentito svuotato dalle mansioni e di avere inviato le mail «turbato per l’emarginazione». Secondo la Cassazione «la gravità delle espressioni utilizzate travalicano il diritto di cronaca e sono riconducibili a ingiuria e diffamazione».

Le mail con gli insulti erano state inviate «lucidamente» dal dipendente che, come sostenuto dalla difesa, voleva appunto manifestare per iscritto il disappunto per l’emarginazione subita. Il licenziamento era stato convalidato dal Tribunale e dalla Corte d’appello. Inutile il ricorso del lavoratore in Cassazione. La Suprema Corte ha osservato che «la corte d’appello, dopo avere evidenziato il contenuto offensivo del messaggio e la sua diffusione tra più persone che non erano solo i diretti destinatari, ha spiegato, con motivazione congrua, che erano condivisibili le argomentazioni sul carattere proporzionato della sua sanzione esplusiva, in considerazione delle gravità delle espressioni usate che travalicano il diritto di cronaca». Il dipendente dovrà sborsare anche tremila euro per le spese processuali.

Fa scrivere 100 volte «sono un deficiente» Cassazione condanna professoressa

Corriere della sera

15 giorni di reclusione per aver punito con metodi prepotenti gli atteggiamenti di «bullismo» di uno studente di 11 anni

Gli insegnanti non possono rispondere con metodi prepotenti agli atteggiamenti di «bullismo» degli allievi perché, così facendo, «finiscono per rafforzare il convincimento che i rapporti relazionali (scolastici o sociali) sono decisi dai rapporti di forza o di potere». Lo sottolinea la Cassazione confermando la condanna a 15 giorni di reclusione nei confronti di una prof che, per punire uno studente di 11 anni, gli aveva fatto scrivere per cento volte sul quaderno la frase «sono un deficiente».

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«MORTIFICATO NELLA DIGNITÀ» - Ad avviso della Suprema Corte - sentenza 34492 - l'insegnante Giuseppa V., docente di una scuola media statale di Palermo, è senz'altro colpevole «di aver abusato dei mezzi di correzione e di disciplina» ai danni dello studente G.C., per averlo «mortificato nella dignità» venendo così meno al «processo educativo in cui è coinvolto un bambino», ossia - aggiunge la Cassazione rifacendosi alla convenzione Onu sui diritti dell'infanzia - «una persona sino all'età di 18 anni». «Non può ritenersi lecito l'uso della violenza, fisica o psichica, distortamente finalizzata a scopi ritenuti educativi», afferma la Cassazione, «e ciò sia per il primato attribuito alla dignità della persona del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti».

E sia perché - prosegue la sentenza - «non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, tolleranza, convivenza e solidarietà, utilizzando mezzi violenti e costrittivi che tali fini contraddicono». Insomma la prof merita il carcere per aver punito in una maniera così «umiliante» l'allievo che, secondo lei, stava tenendo «un atteggiamento derisorio ed emarginante nei confronti di un compagno di classe». «Costituisce abuso punibile anche il comportamento doloso che - come in questo caso - umilia, svaluta, denigra o violenta psicologicamente un bambino, causandogli pericoli per la salute anche se è compiuto con una soggettiva intenzione educativa o di disciplina».

LO SCONTO - I Supremi giudici, però, hanno concesso alla prof uno sconto di pena - rispetto alla condanna d'appello pari a 30 giorni di reclusione - eliminando l'aggravante di aver provocato nell'adolescente un «disturbo del comportamento», ipotesi avanzata dallo psicologo, ma non provata con certezza. Il verdetto è stato scritto dal consigliere Francesco Ippolito, segretario generale della Cassazione, e componente della Sesta Sezione Penale, presieduta da Nicola Milo. In primo grado la prof era stata assolta dal tribunale di Palermo. In appello, il 16 febbraio del 2011, il proscioglimento fu annullato.

(fonte: Ansa)
10 settembre 2012 | 15:46

La montagna recintata: il Kenya mette un freno agli elefanti

Corriere della sera

Per impedire sconfinamenti sui terreni agricoli il governo ha varato una barriera di contenimento elettrificata

La vetta del monte Kenya, nell'omonimo statoLa vetta del monte Kenya, nell'omonimo stato

MILANO – Un recinto di filo elettrico per evitare che gli animali «evadano», rovinando raccolti e causando danni all’ambiente umano circostante: una pratica comune, che si può osservare durante una qualsiasi passeggiata in montagna. In questo caso, però, a essere quasi interamente recintata sarà la seconda montagna più alta dell’Africa, e gli animali in questione sono, in primis, gli elefanti.

UNA SCOSSA «PER AMICA» - Il progetto è nato da una collaborazione tra il governo keniota e varie organizzazione conservazioniste, tra cui il Mount Kenya Trust e Rhino Ark. Si tratterà di una barriera alta due metri (più un metro interrato) di filo elettrico che provoca scariche non pericolose, ma efficaci per prevenire l’attraversamento degli animali. Con il lavoro dei conservazionisti, decine di chilometri sono già state costruiti: adesso è stato inaugurato ufficialmente il progetto per completare il perimetro della montagna, con un costo stimato di quasi 12 milioni di dollari, e cinque anni di tempo per realizzarlo.

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UN CONFLITTO UOMO-ELEFANTE - Con le sue vette che superano i 5000 metri, il monte Kenya sorge nel centro del paese africano a cui ha dato il nome, poco sotto all’equatore. I suoi paesaggi vanno dalla savana ai ghiacciai, passando per vari tipi di foreste. Dal 1949 ospita un parco nazionale che copre un’area di 715 km quadrati, oggi patrimonio dell’Unesco. Sono circa 2000 gli elefanti che vivono nel parco. La necessità di «imprigionare» gli animali nel territorio a loro destinato nasce dal moltiplicarsi di contrasti drammatici tra gli uomini e la fauna selvaggia che cerca nuovi sbocchi. I conflitti uomo-elefanti sono spesso alla ribalta delle cronache, non solo in Africa ma anche in molti paesi asiatici. I pachidermi, perseguitati per l’avorio e in balia di un habitat ogni giorno più limitato, sconfinano in terreni coltivati da comunità spesso molto povere, che si trovano a dover affrontare i loro raid e i conseguenti raccolti distrutti. Sono battaglie sanguinarie - a volte anche mortali – tra due parti vulnerabili.

UN MONDO RECINTATO- Secondo Rhino Ark, i fili elettrici sono la perfetta soluzione per trovare un equilibrio tra le esigenze delle comunità locali che vivono e coltivano ai margini del parco, e la protezione dei suoi animali. L’associazione no profit - che raccoglie circa un milione di dollari l’anno grazie a una manifestazione sportiva di fuoristrada - ha già ultimato un progetto simile in Kenya. Grazie a lavori durati 12 anni, sono stati recintati i monti Aberdare, la terza catena montuosa più grande del Paese per altezza, che abbonda di animali selvatici ed è la fonte d’acqua della capitale, Nairobi. La scelta del filo elettrico è un espediente sempre più diffuso. Pochi giorni fa, per esempio, è partita la costruzione di una barriera di 15 chilometri in Kekirawa, Sri Lanka, dopo che il presidente Mahinda Rajapaksa era stato sollecitato durante un programma televisivo dalle lamentele in diretta dei cittadini sugli attacchi dei loro villaggi da parte degli elefanti.

Carola Traverso Saibante
10 settembre 2012 | 15:10

Attenti a Emma, nasconde un virus

La Stampa

La Watson sostituisce Heidi Klum nel ruolo di celebrità più pericolosa


Emma Watson ha sostituito Heidi Klum nel ruolo di celebrità più pericolosa da ricercare online: lo dice McAfee, società specializzata in tecnologia della sicurezza. Per il sesto anno consecutivo, McAfee ha analizzato i risultati delle ricerche effettuate sul web riguardanti le celebrities, rilevando anche che le donne mettono più a rischio la sicurezza degli internauti rispetto agli uomini. Il comico Jimmy Kimmel è infatti l'unico maschio all'interno della top 20 del 2012. «Spesso - dice McAfee - i criminali informatici sfruttano le tendenze più in voga e i nomi delle celebrità per attirare le persone verso siti che in realtà nascondono software dannosi e che sono stati progettati per rubare password e informazioni personali. I risultati più pericolosi di quest'anno erano associati alla ricerca del nome delle celebrità con “download gratuiti” e “foto nuda”.

Secondo lo studio “McAfee Most Dangerous Celebrities”, dopo Emma Watson le più pericolose sul web in termini di sicurezza sono Jessica Biel e Eva Mendes; ma nella top ten ci sono anche Selena Gomez, Shakira, Salma Hayek e Sofia Vergara. In particolare, la società ha scoperto che volendo ricercare le più recenti immagini di Emma Watson c'è una probabilità del 12.6% di arrivare su un sito web positivo alle minacce online. Per McAfee «i download gratuiti sono significativamente il termine di ricerca a rischio più elevato», per proteggersi bisogna «prestare attenzione quando viene chiesto di scaricare qualcosa prima di fornire all'utente contenuti» e «scegliere di guardare i video in streaming o di scaricare contenuti da un sito riconosciuto».

(Ansa)

Chiusi i Giochi: abbiamo vissuto in una “bolla” paralimpica?

Corriere della sera

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di Claudio Arrigoni

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Qualcuno ha detto: è stato come il passaggio dalla tv in bianco e nero a quella a colori in alta definizione. E altri: lo sport ci ha portato in un’altra realtà. Appunto: un’altra. Paradise, cantavano i Coldplay in una festosa e divertente cerimonia di Chiusura dei Giochi Paralimpici di Londra. All’Olympic Park si stava in Paradiso: tutto accessibile, le persone viste come tali e non per la loro condizione. Ora ci si deve svegliare, si scende dal luna park paralimpico. Il mondo è quello che abbiamo vissuto a Londra in questi dieci giorni? Cominciano a chiederselo, qui in Inghilterra, ma non solo: abbiamo forse vissuto in una grande bolla paralimpica e il mondo reale è un altro?

La domanda non è mal posta. Lo sport paralimpico è più avanti della società. Chi ha visto le immagini che arrivavano da Londra lo ha capito. Dopo pochi minuti la disabilità scompariva, o meglio, rimaneva come condizione, ma l’attenzione era all’atleta. Nelle venue paralimpiche il mondo era quello che dovrebbe essere: ognuno, con le sue differenze, a esprimere valori e umanità. Cosa ti ha colpito quando sei arrivato? L’asfalto, ha detto Glen Shorey, 18 anni, studente, in carrozzina per una malattia genetica, giunto al Parco Olimpico. ”La superficie è così liscia e bella. Normalmente non è così, di solito è irregolare e scomodo”. Non un’osservazione banale. Accessibilità e inclusione. I Giochi di Londra sono stati questo prima di tutto.Sempre Glen: “Chi incontravo guardava me, parlava con me, si rivolgeva a me. Di solito parlano con chi mi accompagna o mi spinge la carrozzina, anche per fare domande a me”. Altra osservazione non banale. I Giochi hanno mostrato il mondo per tutti.

La Paralimpiade di Londra sarà un punto fermo nel pensare al nuovo. Sebastian Coe, presidente del Comitato organizzatore di Olimpiade e Paralimpiade (altra novità: prima i Comitati organizzatori erano diversi): “In questo Paese non penseremo più alla disabilità nello stesso modo”. “Inspire a generation”, ispirare una generazione: era il motto di questi giorni. Le centinaia di migliaia di persone che hanno affollato stadi e impianti (mai successi prima) e i milioni di telespettatori (anche in Italia, non negli Stati Uniti, dove la Nbc ha trasmesso in differita pochissime ore) porteranno nel cuore e nella mente ciò che hanno visto e vissuto. E speriamo ne facciano tesoro per cambiare il mondo.

Da oggi si chiude. Si torna alla vita reale. Abbiamo davvero vissuto in una bolla per dieci giorni?

Trovato a Filadelfia ex guardiano di Auschwitz

Corriere della sera

Il centro di ricerche di Ludwigsburg sui crimini nazisti:  «Favorì lo sterminio dei deportati». L'ipotesi dell'estradizione

I reticolati di Auschwitz (Eidon/Rpoland)I reticolati di Auschwitz (Eidon/Rpoland)


Un ex guardiano del campo di concentramento di Auschwitz che fornì «un contributo essenziale» all'eliminazione di almeno 344mila deportati è stato rintracciato a Filadelfia, negli Usa. Lo ha denunciato il Centro di ricerche sui crimini nazisti di Ludwigsburg che ha presentato un dossier sul suo conto alla procura di Weiden, in Baviera, nelle cui vicinanze l'uomo visse per un certo tempo prima di emigrare in America. Secondo quanto rivela il Tagesspiegel, l'uomo si chiama Johann B. ed è un 87enne ex cittadino slovacco di madre americana che dopo la Seconda Guerra Mondiale si trasferì negli Stati Uniti, assumendone la cittadinanza e trovando lavoro come meccanico.

LA VICENDA - Nel 1942 Johann B. si era arruolato volontariamente nelle Waffen SS ed era stato poi assegnato al lager di Buchenwald, dove era stato addestrato per fare il guardiano, prima di essere trasferito ad Auschwitz-Birkenau nel novembre 1943. Quando era entrato negli Stati Uniti Johann B. aveva ammesso di aver prestato servizio ad Auschwitz-Birkenau, sostenendo però di non aver mai torturato, né ucciso nessuno ma di essere stato impiegato come sorvegliante della rampa sulla quale arrivavano i treni con i deportati. Diverso è invece il giudizio delle autorità tedesche, secondo le quali le attività del personale di Auschwitz-Birkenau erano varie. Gli inquirenti di Ludwigsburg sostengono che Johann B. «con la sua attività di sorveglianza alla rampa, con il servizio di guardia del lager e nelle torrette del campo di Birkenau ha favorito lo sterminio dei deportati in collaborazione con altri elementi delle SS».

I PROSSIMI PASSI - Attualmente la Procura di Weiden sta esaminando le carte per decidere se chiedere l'estradizione in Germania di Johann B., come era avvenuto già con John Demjanjuk, il guardiano di Sobibor condannato nel maggio 2011 a cinque anni di reclusione dal tribunale di Monaco di Baviera e deceduto a 91 anni il 17 marzo 2012.

Redazione Online10 settembre 2012 | 12:24

Lo sportello caduto dal cielo: giallo a Seattle

Corriere della sera

Probabilmente un pezzo staccatosi dal carrello di atterraggio di un Boeing B767. Indaga la Faa statunitense

Il frammento caduto a SeattleIl frammento caduto a Seattle

MILANO - «Sembra un frigorifero caduto dal cielo»: East Hill è un tranquillo quartiere di Kent, alle porte di Seattle, nello stato di Washington. Venerdì mattina, poco prima delle sette, i residenti si stavano recando al lavoro e i bambini a scuola, quando improvvisamente qualcosa di grosso è caduto dall’alto. «Abbiamo udito un forte botto», ha raccontato Maureen Rinabarger alla stazione locale KOMO. Dopo lo schianto a terra, il pezzo di metallo è rotolato una decina di metri prima di fermarsi. Solo il caso ha voluto che nessuno venisse colpito da quell’oggetto, lo sportello del carrello di atterraggio di un Boeing.

AEREO DA TRASPORTO - «Per fortuna non è finito in testa a nessuno», dicono un po’ spaventati i residenti di East Hill. Gli ispettori del Dipartimento dei Trasporti statunitense, la Faa, sono subito arrivati sul luogo dell’incidente per studiare la parte dell’aereo. A quanto sembra, il grosso foglio di metallo sarebbe lo sportello del carrello di atterraggio di un Boeing B767. Per il quotidiano Seattle Post-Intelligencer potrebbe appartenere a un aereo da trasporto. L’apparecchio, al momento, non è ancora stato identificato. Pochi istanti prima che l’oggetto si schiantasse al suolo, alcuni testimoni hanno raccontato di aver sentito quello che sembrava un aereo cargo che volava a quota insolitamente bassa. Kent sia trova quasi in mezzo a due aeroporti: il King County International Airport (Boeing Field) e il Seattle Tacoma International Airport.


Seattle: cade dal cielo un pezzo di Boeing 767 (10/09/2012)
IL MOTORE SULL’AUTO - Sebbene insolito, non è sconosciuto il fenomeno di oggetti che cadono dal cielo. Ciononostante, poche volte si è assistito ad un pezzo così grosso schiantarsi su un quartiere residenziale. I precedenti sono numerosi: nel maggio del 2011, sempre a Seattle, parti del rivestimento di un aereo da trasporto sono piombati su una superstrada. Due anni prima, l’esplosione di una turbina di un McDonnell Douglas MD80 dell’American Airlines, decollato da La Guardia, ha fatto precipitare frammenti grossi come telefonini su una zona industriale di New York. Nel maggio di quest’anno, invece, un fatto simile è accaduto a un Boeing B777 della compagnia Air Canada: pezzi del velivolo sono piovuti su Toronto. L’episodio forse più estremo si è però verificato nel 2009 in Brasile: un modello da trasporto di un McDonnell Douglas DC-10, decollato da Manaus, perse una parte del propulsore appena lasciata la pista. Anche qui, come per miracolo, nessuno rimase ferito sebbene il motore avesse centrato una macchina.

Elmar Burchia
10 settembre 2012 | 13:06

Fatto-La7, rissa continua: si sfascia la lobby filo pm

Diana Alfieri - Lun, 10/09/2012 - 08:08

Il direttore Padellaro si smarca da Travaglio che continua a incensare i Cinque Stelle. E Telese risponde agli attacchi dei grillini: "Pubblico non è di Montezemolo"

Roma - Padellaro difende Monti e si smarca dal Travaglio fan del leader Cinque stelle.


Il giornalista Marco Travaglio

Telese attacca Grillo-Casaleggio, mentre prepara il nuovo giornale Pubblico, dopo aver lasciato Il Fatto quotidiano in contrasto con Travaglio. Ma non erano tutti dalla stessa parte, nel «partito dei giudici»? Cose del passato, ora è rissa continua. E la linea politica è ondivaga.«Renzi e Grillo si stanno muovendo e agitando in una politica che non è quella reale», dice Padellaro alla festa del suo giornale alla Versiliana di Marina di Pietrasanta. Poi il direttore de Il Fatto prosegue: «Specialmente dopo l'intervento risolutivo di Draghi, il sistema Monti è una certezza e non una alternativa. Nel 2013 le opzioni sono due: Monti ancora premier o Monti presidente della Repubblica». Nel secondo caso, per Padellaro, «il primo ministro sarà scelto nella sua sfera di influenza».

Insomma, il direttore sembra non condividere l'entusiasmo di Travaglio per il guru del Movimento 5 stelle, al quale l'editorialista del quotidiano dedica pezzi-peana che lo descrivono come un puro, fuori dalle sporche logiche politiche, che per questo viene attaccato da una «macchina del fango».Veniamo a Luca Telese, che sul sito del nuovo giornale se la prende con Beppe Grillo, ma più ancora con il suo ormai famoso ghost writer Gianroberto Casaleggio. In sostanza, con quella che definisce «la fantasiosa controinformazione grillina».L'occasione è un post sul blog beppegrillo.it, che riguarda il caso Giovanni Favia, il consigliere regionale dell'Emilia-Romagna che ha aspramente criticato Grillo e Casaleggio in un fuori onda trasmesso in tv da Piazza Pulita, suscitando aspre polemiche e sospetti (alimentati dall'house organ del Movimento 5 Stelle) di aver concordato il servizio con il conduttore Corrado Formigli.

A Telese fa saltare la mosca al naso soprattutto il fatto che in questo contesto si critichi il giornale che sta fondando, «persino le persone che ci lavorano e anche il sottoscritto, sul piano personale».Il transfuga de Il Fatto si chiede intanto chi sia l'autore dell'attacco. «Una nota scritta da Beppe Grillo e firmata da un giornalista freelance? O una nota firmata da un giornalista freelance e scritta dal ghost writer di Grillo, Gianroberto Casaleggio? Considerando Grillo più intelligente che paranoico sono portato a propendere per la seconda ipotesi, e quindi anche se rispondo al secondo farò finta che questo strano collage di gossip, deliri e fantasia lo abbia scritto lui».Il passaggio del post che scatena le ire di Telese è quel «piccolo schizzetto di fango», dove si racconta che il 5 per cento di Pubblico appartiene a una società di produzione mediale di cui è amministratore Lorenzo Mieli.

«Ovvio che per Grillo - replica Telese - sia l'emanazione del padre, Paolo, e - addirittura - l'anello di congiunzione con ben due temibili poteri forti contro di lui: l'Rcs e Montezemolo. Qui mi sono messo le mani nei capelli: perché il giorno in cui lasciai Il Fatto, Cinzia Monteverdi, amministratrice di quel giornale, urlava per i corridoi: “Ho parlato con Paolo Mieli...Mi ha detto che se suo figlio mette un solo centesimo in quel giornale lo prende a calci in culo”».Il fondatore di Pubblico insorge di fronte a questi sospetti e contesta la controinformazione grillina che alimenta sospetti sulla sua operazione editoriale, usando la solita macchina del fango.«I padri e i figli talvolta sono persino in conflitto fra di loro, o più semplicemente hanno idee diverse», spiega Telese. E aggiunge: «Per me Lorenzo è semplicemente un geniale produttore con cui ho lavorato a inizio carriera». Infine, replica ad un altro «schizzo di fango»: rivela che la fidanzata di Lorenzo, Clementina, è la figlia di Luca Cordero di Montezemolo. Ironizza Telese: «Tutti appendici di poteri che si muovono per colpire Grillo. Boom!». E il caso Favia? Il consigliere M5s ha detto «cose vere su Casaleggio», e ora vogliono «incastrarlo».

Altro che facce nuove: l'Udc ricicla i vecchi tromboni

Francesco Cramer - Lun, 10/09/2012 - 08:12

Casini predica il cambiamento, ma il suo partito è pieno di volti nel Palazzo da oltre 30 anni

Roma - Casini fa squillare le trombe della novità ma la sua baracca è piena di tromboni.


Il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, alla festa del partito a Chianciano

Scaltro come pochi, il leader dell'Udc apre le porte di casa a tutti. Ai ministri tecnici, in primis, che sono seri, sobri, puliti e bravi. Siano quindi i benvenuti i Passera, i Clini, gli Ornaghi, i Riccardi e, of course, i Monti. Sono loro l'Italia dal volto responsabile che fa molto moda e quindi voti. Non solo: sono attese e ben accette anche facce nuove, meglio se giovani e belle. Come quella della Marcegaglia, per esempio. Una con gli attributi, sabato letteralmente osannata dalla platea di Chianciano. Viva Emma e viva tutti quelli che ancora non sono usciti allo scoperto. La «lista per l'Italia» - è il sogno di Casini - farà da calamita alla cosiddetta società civile, parola jolly per far da scudo all'onda dell'antipolitica che ancora minaccia di travolgere il Palazzo. Ecco perché, mossa più strategica e opportunistica che mai, Casini ha pure sbianchettato il suo nome dal simbolo. Via Casini, resterà soltanto «Italia».

Ma, si diceva, c'è l'inghippo. La nave di Pier in realtà pullula di vecchie cariatidi della politica che non hanno alcuna intenzione di annegare nell'oblio. Navigheranno accanto ai giovani per apparire meno vecchi di quanto siano. La galassia Udc è zeppa di antichi arnesi, desiderosi di un nuovo contenitore per servire ancora. Per non morire. Per rinascere, possibilmente. Un po' come dei Visitors, a caccia di un corpo nuovo, sono in tanti a sognare l'ennesimo giro di giostra. Il primo è Casini, il leader, classe 1955, in Parlamento dal 1983: la bellezza di 29 anni e 32 giorni di carriera nel Palazzo. Per non parlare di Mario Tassone, al governo negli anni Ottanta con Fanfani e Craxi; o di Teresio Delfino, natali nel 1949, il cui primo vagito alla Camera l'ha emesso nel 1987 quando al governo c'era Goria.

Nuotano ancora a loro agio, a Chianciano, i padri nobili della balena bianca: attrezzi logori ma ancora buoni nel portar voti. Ciriaco De Mita, per esempio, ex premier, svariate volte ministro, deputato dal '63 al 2008 ed euro-onorevole dal 2009. Sguazza a meraviglia pure Paolo Cirino Pomicino, anche lui pluriministro e deputato dal 1976, ex potentissimo ma in verità mai uscito realmente di scena. In Transatlantico si raccontano di sue frenetiche telefonate durante le ore concitate delle dimissioni del governo Berlusconi e anche nei mesi precedenti: quando si trattava di convincere deputati del Pdl a passare sulla zattera di Pier.

E che dire di Rocco Buttiglione che ancora oggi esterna, consiglia, pontifica? «Non siamo il partito di un leader ma di uomini liberi, aperto a chiunque vuole lavorare insieme per il bene del Paese», dice esultante. Parla di rinnovamento ma lui lavora alla Camera dalla bellezza di 18 anni e 120 giorni.L'amico Carlo Vizzini però lo batte: è in Senato da 28 anni e 358 giorni e fa il presidente della commissione Affari costituzionali. È entrato nel Palazzo nel 1976, quando è nata Domenica in, c'erano Stenmark e Panatta e a Seveso si sprigionava una nube tossica. E l'aria fresca dell'Udc, di tossine da smaltire ne ha ancora parecchie.

Clandestino precipita da un aereo La fuga andata male scuote Londra

La Stampa

Era riuscito a nascondersi nel carrello di un velivolo in arrivo dal Medio Oriente. Il freddo e le manovre di atterraggio l'hanno fatto schiantare al suolo


Scotland Yard ha confermato che si tratta di un clandestino, ma non ha aggiunto particolari

 

ANDREA MALAGUTI
corrispondente da londra

L’hanno visto precipitare dal cielo, come in un film dell’orrore. Quanto è durato il volo? Trenta secondi? Un minuto? Quanto ci si mette a sfracellarsi a terra quando si pensa di essere arrivati sulla soglia di una nuova vita?
 
Nessuno sa ancora come si chiamasse. Ma si sa che era un clandestino. E che probabilmente aveva trent’anni. Quello che è rimasto del suo corpo non agevola l’identificazione. Era un uomo. Questo è sicuro. E presumibilmente si era nascosto nella pancia di un aereo in arrivo dal medioriente, probabilmente nel carrello d’atterraggio. Quando il pilota ha cominciato le operazioni di discesa non è riuscito a tenersi stretto. O forse il gelo lo aveva già ucciso. Sarà un’autopsia a stabilire come è andata davvero. Comunque si è schiantato a pochi chilometri da Heathrow, in un grande parcheggio di una strada residenziale, Portman Avenue.

Ha sfondato il tetto di una macchina ed è rotolato sul selciato. Gli abitanti della zona sono corsi in strada e hanno chiamato la polizia. Sono arrivate le ambulanze. E Scotland Yard ha detto: «Sì, probabilmente era un clandestino». Niente di più. Gente senza nome e senza storia, che vale poche righe sul giornale perché rischia tutto non avendo niente, se non lo sgradevole privilegio di uscire di scena sconvolgendo la quiete di un quartiere di periferia.

Il centenario che non voleva smettere di fare l'atleta

Corriere della sera

Si è ucciso a 101 anni. Aveva lasciato lo sport a 95

Vittorio Colò (Vincenzo Bruni/Blow Up)Vittorio Colò (Vincenzo Bruni/Blow Up)
MILANO - Ha scelto di fermare il tempo. Gli anni, che a novembre sarebbero stati 101. I secondi, contro i quali aveva combattuto in pista, nella sua seconda vita da atleta. Una fila di record del mondo e venticinque primati nazionali nella categoria Master. Sette medaglie ai Mondiali per veterani del 1997 in Sudafrica. Vittorio Colò ha corso fino al 2006 quando aveva 95 anni. L'ultimo record è di due anni prima: tre metri nel salto in lungo nella categoria over 90. Ieri, poco dopo mezzogiorno, è uscito dalla sua casa di via Pergine, davanti al Monte Stella al quartiere Qt8. Ha percorso poche centinaia di metri a piedi, è entrato nella chiesa dedicata a Santa Maria Nascente e s'è sparato un colpo di pistola alla testa.
Un unico, letale, proiettile dall'arma che per anni aveva regolarmente denunciato. Sul pavimento, appoggiati con ordine e cura: la carta d'identità, un foglietto con il nome e il numero del cellulare del figlio, una serie di lettere indirizzate alla famiglia. La grafia ferma, poche parole per chiedere scusa. Nessuna motivazione, solo la stanchezza - come ricorda il figlio arrivato in parrocchia assieme alla moglie - per una vita che stava presentando il conto: «Da quando aveva smesso con lo sport era iniziato un lungo malessere, non una depressione. Ma qualcosa gli mancava. Un anno fa, dopo la festa per i 100 anni, con l'Ambrogino d'Oro del Comune, sembrava essere tornato più solare. Poi il calo fisico s'era fatto sentire, non lo accettava».
La sua gioventù era durata fino ai 95 anni, senza invecchiare mai, correndo a 89 anni i 100 metri in 16 secondi e mezzo. «Era la sua vita, adorava confrontare statistiche e record - spiega il figlio -. Viaggiava per il mondo e non smetteva di allenarsi». Non un eterno ragazzo, nessun patto con il diavolo. «Sapeva che il tempo non lo avrebbe risparmiato. Non era Dorian Gray, sfidava la mente e il fisico, non la vita», racconta chi si allenava con lui nel centro XXV Aprile. Il campo d'atletica che intravedeva dalla finestra del suo balcone. Lì dove tutto era in qualche modo cominciato.
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Colò, nato il 9 novembre 1911 a Riva del Garda (Trento), da studente del liceo venne arruolato per il Gran premio dei giovani. Era il 1929. Una gara, poi subito la finale nazionale del pentathlon. I record regionali e gli anni nelle fila della gloriosa scuola d'atletica Quercia di Rovereto. Infine il trasferimento forzato a Milano per gli studi universitari (Chimica) e il lavoro in una grande industria. Lo stop con l'atletica «a malincuore», come racconterà lui stesso in un'intervista ad una rivista dedicata al mondo della corsa: «Arrivavo quinto o sesto nazionale, non aveva senso proseguire». Un amore interrotto, ma mai sopito. Dopo la pensione il ritorno sulla pista grazie alla storica associazione sportiva milanese Atletica Riccardi. Prima come allenatore: conseguì il «patentino» e iniziò a lavorare con i ragazzi due giorni a settimana.Inventò corsi di avviamento all'atletica. 

Suo allievo è stato Andrea Colombo, finalista nella 4 x100 ai Giochi di Sydney. Poi le gare Master, una sorta di grande campionato mondiale diviso per fasce d'età. Colò le ha scalate tutte fino, appunto, alla M95 dedicata agli ultranovantenni. Vittorie, podi e record tanto da farne diventare un personaggio internazionale. Interviste, servizi fotografici, perfino la Rete che impazzisce per quello che ribattezzano «il nonno sprint». Di lui si sono innamorati anche i giornalisti sportivi del Mundo , dopo una gara in terra di Spagna. Colò è un atleta forte e invincibile, con le dovute proporzioni, come Usain Bolt o Michael Phelps. 

Accanto, dopo il matrimonio celebrato quando aveva cinquant'anni, la moglie Enrica. Un unico figlio, che oggi lavora in Università, due nipoti. Proprio la moglie oggi sarebbe dovuta tornare a casa dopo una degenza ospedaliera. Non è più autosufficiente, ha bisogno dell'assistenza di una badante. Vittorio Colò, invece, continuava se non altro a camminare. A quasi 101 anni ogni mattina andava fino all'edicola di via Isernia, poi al parco di piazza Santa Maria Nascente, con le panchine, l'ombra e gli amici con i quali perdersi ancora in chiacchiere e discussioni. E la chiesa, edificio moderno che somiglia a un'enorme capanna, frutto di un progetto bandito dalla Triennale nel 1947. Nel cortile pieno di sole quattro macchine dei carabinieri, sotto il porticato il parroco don Carlo Casati con i parenti. È stato don Carlo a dare l'allarme. Dentro, le pareti di mattoni rossi che si susseguono in un enorme motivo geometrico e le panche di legno scuro. Sul pavimento il corpo di Colò e la pistola. Il suo cuore d'atleta s'è fermato in un istante.

Cesare Giuzzi
10 settembre 2012 | 8:26

La carta d'identità elettronica finisce nel cestino Un altro spreco all'italiana

Il Giorno
di Matteo Palo


Più di dieci anni persi, centinaia di milioni di euro finiti al macero e tanto lavoro per nulla. Sostituita da un nuovo documento unico che incorporerà anche la tessera sanitaria e il codice fiscale


Milano, 10 settembre 2012

Più di dieci anni persi, centinaia di milioni di euro finiti al macero e tanto lavoro della pubblica amministrazione per tornare al punto di partenza. La carta di identità elettronica, secondo gli ultimi progetti del governo dei tecnici, finisce nel cestino. Sarà sostituita da un nuovo documento unico, che incorporerà anche la tessera sanitaria e il codice fiscale. Una rivoluzione tecnologica (almeno si spera), destinata a mettere una pietra tombale su una delle riforme più fallimentari della recente storia italiana. Ma cominciamo dall’inizio di questa lunga vicenda. La carta di identità elettronica (Cie) nasce nel 1997 con due leggi firmate dall’allora ministro della Funzione pubblica Franco Bassanini: doveva trattarsi di una tessera che conteneva dati anagrafici, fiscali e sanitari del cittadino. Nel 1998, però un nuovo intervento normativo rivede leggermente il tiro e fa nascere la “Cie” per come la conosciamo (più o meno) oggi.

Il progetto resta nel limbo per diversi anni e solo nel 2000 arriva un decreto che finalmente lo fa sbocciare. Nel 2001 parte una prima sperimentazione e nel 2006 viene messo a punto un piano industriale dal Poligrafico dello Stato che stima in 537,6 milioni di euro i costi per assicurare quasi 49 milioni di carte ai cittadini. La sperimentazione coinvolge 180 Comuni e porta a emettere, nel tempo, più o meno tre milioni di carte di identità elettroniche. In tutto questo tempo, però, si susseguono decine di problemi e non c’è ministro dell’Interno o della Funzione pubblica che non annunci festante il prossimo pensionamento del documento cartaceo. Lo fa, ad esempio, Bassanini. Ma lo fa anche una legge del 2005, al governo c’era Silvio Berlusconi, secondo la quale (con un eccesso di ottimismo) dal primo gennaio 2006 tutte le carte di identità tradizionali avrebbero dovuto essere rimpiazzate da quelle di nuova generazione.

Ovviamente, tutto è rimasto com’era. Mentre, con il tempo, è cambiato anche il costo della Cie, che è passato da 30 a 20 euro, scombussolando i piani del Poligrafico e creando grane legali. Comunque, resta il fatto che massicci investimenti sono andati in fumo. Secondo i dati del ministero dell’Interno i primi nove anni di sperimentazione sono costati 44 milioni di euro alle casse dello Stato. Secondo altre stime, invece, l’innovazione normativa, mai andata a buon fine, sarebbe costata molto di più: qualcosa come 300 milioni di euro. Tanti soldi per raggiungere un risultato nullo. Perché, ed è cronaca degli ultimi giorni, il governo Monti ha deciso di buttare a mare il lavoro fatto sulla carta di identità elettronica per varare un nuovo documento: si tratterà di una card unica che incorporerà anche la tessera sanitaria e il codice fiscale e che sarà inserita, salvo sorprese, nel provvedimento in arrivo per l’attuazione dell’agenda digitale.

Ma quanto costerà questa nuova rivoluzione? Secondo le prime stime, parecchio. Perché il nuovo documento dovrebbe essere obbligatorio per tutti i cittadini, anche sotto i diciotto anni. Un investimento non da poco se consideriamo che la vecchia carta di identità costava una ventina di euro, mentre il nuovo documento unico necessiterà di chip e di chiavi di accesso più sofisticati del suo predecessore.

Una parte della spesa dovrà essere sostenuta dai cittadini che, secondo le previsioni del ministero della Funzione pubblica, non saranno chiamati a sborsare più di 12 euro. Ma una parte sarà a carico dello Stato: il progetto di abbinare la carta di identità alla tessera sanitaria, guardando alle cifre spese finora, potrebbe valere 600 milioni di euro. Un costo che, di questi tempi, non è proprio trascurabile.

Grillo-Favia, battaglia sulla Rete

Corriere della sera

Un'altra «dissidente»: Casaleggio? Vuole governarci come un giochino sul web

Raffaella PiriniRaffaella Pirini

MILANO - La Rete frantumata. Il giorno dopo lo scontro virtuale tra Beppe Grillo e Giovanni Favia, con l'accusa del leader (sul blog) di aver inscenato un finto fuori onda e la replica del consigliere regionale (via Twitter ) in salsa finiana: «Che fai, mi cacci?», il popolo dei grillini si divide. Oltre duemila commenti sul sito dello showman in un giorno, un fiume di parole che continua ad affluire con costante regolarità, per esprimere dubbi e incertezze.

Voci contrastanti. «Iniziamo ad applicare la democrazia diretta anche per casi come questo! Beppe devi lanciare un sondaggio per stabilire se espellere dal M5s personaggi come Favia (il consigliere nel fuori onda aveva detto che nel movimento c'è mancanza di democrazia e accusato il guru Gianroberto Casaleggio di decidere tutto, ndr )», chiede Aldo Cazzaniga. «È Beppe Grillo che ha creato il "Movimento 5 stelle" ed è bene e giusto che sia lui a scegliere i suoi referenti», fa eco Giuseppe De Bella. «Favia non è affatto in malafede», controbatte Pietro Fardelli.

E mentre nel forum del movimento prendono piede anche proposte per scegliere con primarie online i candidati in vista delle prossime Politiche, gli outsider grillini che hanno infiammato le Amministrative prendono posizione. «Qui non avvertiamo nessuna carenza di democrazia», rimarca al Secolo XIX Paolo Putti, che a maggio a Genova sfiorò il ballottaggio. «Favia ha detto o insinuato diverse falsità di cui non poteva non sapere la falsità», scrive in Rete Vittorio Bertola, capogruppo del M5s a Torino.
 
Sul web però spunta un'altra intervista che rafforza la fronda dei grillini che desiderano più democrazia e trasparenza, chiedendo «un confronto». Al centro della polemica, il cambiamento in corsa della norma sul limite dei due mandati (valgono anche se svolti solo in parte) «tagliata su una persona, Giovanni Favia», «un cambio non certo voluto dalla Rete». A parlare, in un video apparso solo ieri, è Raffaella Pirini, eletta con la sua lista civica e con il Movimento 5 stelle consigliere comunale a Forlì nel 2009. «Il video è di aprile. Ma non è cambiato nulla», spiega al Corriere . E aggiunge: «Quello di Favia era solo uno sfogo per migliorare i meccanismi. Meglio abbassare i toni e cercare un confronto». Poi la stoccata al cofondatore: «Casaleggio? Dica se vuole governare il movimento come se fosse un giochino sul web. Le sue telefonate a molti esponenti sono cosa nota».
 
Nel groviglio di ipotesi sull'origine del caso Favia, spuntano anche i democratici, che avrebbero voluto minare la solidità dei grillini. «Un complotto del Pd contro Grillo? Ma no...», rassicura Luciano Violante. Massimo D'Alema avverte: «Se Grillo è a due cifre, lo spread va a cinque».

Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, invece, è certo: «Dietro Grillo c'è un coagulo di poteri forti» anche se il movimento «va guardato con rispetto, in tanti territori fa cose importanti». Interviene pure Gianfranco Fini: «Credo che il presupposto elementare per la democrazia interna nei movimenti e nei partiti sia quello di rispettare il dissenso». Intanto, in attesa del prossimo round verbale tra i contendenti (oggi Favia interverrà a «Otto e mezzo» su La7), Grillo rivendica: «Il M5s vuole la democrazia diretta. Referendum propositivi senza quorum. Elezione diretta del candidato».

Emanuele Buzzi
10 settembre 2012 | 7:26

Accoglienza da star per i pm di Palermo «Su di noi silenzio assordante del Csm»

Corriere della sera

Di Matteo contro i vertici delle toghe. Ingroia: «Cambiate questo ceto politico»

MARINA DI PIETRASANTA (Lucca) - «Non so se mi conviene». Nella foto ricordo dietro al palco Giancarlo Caselli finge di avere qualche remora a lasciarsi immortalare con Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, i due colleghi palermitani negli ultimi mesi al centro di qualche leggerissima polemica.
 
Il procuratore capo di Torino scherza, naturalmente. Al teatro della Versiliana, casa della festa annuale de Il Fatto Quotidiano , il presunto partito dei magistrati gioca in casa, eufemismo altrettanto leggero. Quando i due pubblici ministeri della trattativa Stato-mafia fanno il loro ingresso ricevono dal pubblico un trattamento alla Jagger-Richards: tutti in piedi, e sei minuti di applausi, interrotti soltanto da un cenno della mano di Marco Travaglio, obbligato a tempi contingentati per via del concerto di Franco Battiato che incombe.

La presenza di Di Matteo e Ingroia all'evento organizzato dal quotidiano che più di ogni altro si è speso in loro favore raccogliendo 157 mila firme a sostegno dell'azione della Procura di Palermo presentava qualche problema di opportunità. Secondo una vulgata molto diffusa, giusta o sbagliata che sia, il giornale diretto da Antonio Padellaro è considerato uno dei vertici di un complotto politico-mediatico a danno del Quirinale, che ha sollevato un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale sulle intercettazioni telefoniche, contenute nell'indagine sulla cosiddetta trattativa fra Stato e mafia al tempo delle stragi, in cui appare il presidente della Repubblica.
 
A domanda diretta i due diretti interessati hanno risposto in modo diverso, operando quasi un capovolgimento di ruoli. Molto deciso Di Matteo, che dovrebbe essere il più tranquillo della coppia: «Mi sono posto il problema e l'ho subito risolto: sono qui, e non vado spesso a dibattiti pubblici». Ecumenico, quasi pacato Ingroia: «Certo che ci ho pensato. Ma è mia convinzione che sia più importante cosa si dice, e non il dove. Per altro, la sera scorsa sono stato ospite a un dibattito del Pd a Padova: par condicio».

Dopo la consegna della chiavetta Usb con le 157 mila sottoscrizioni per mano di una emozionatissima signora di Collegno, Margherita Siciliano, che con una sua lettera l'aveva proposta per prima, lo scambio delle parti tra i due magistrati è stato rispettato anche sul palco. Dopo aver ringraziato i cittadini firmatari - «non cerchiamo il consenso popolare, ma per noi è importante sentire l'affetto della gente» - Di Matteo ha denunciato, pare sia una prima volta, «il silenzio assordante» del Consiglio superiore della magistratura, delle istituzioni e degli organi «centrali e romani» dell'Associazione nazionale magistrati rispetto alle «invettive e attacchi violentissimi di politici e giornalisti importanti» da loro ricevuti sulla vicenda delle intercettazioni al capo dello Stato. Ovazione.
 
Nel pubblico si percepiva una atmosfera diffusa da «siamo solo noi». Non poteva essere diversamente, data l'occasione. Ma 6.000 (seimila) persone tra platea e megaschermi ad ascoltare con devozione tre magistrati e due giornalisti - Marco Lillo e Travaglio - rappresentano un dato importante. Quando è stata la volta di Ingroia, il magistrato più esposto e contestato d'Italia, in partenza per il Guatemala, l'ha presa da lontano con toni soffici, per arrivare verso la fine, rivolgendosi ai suoi sostenitori, ovvero a tutti i presenti, con una specie di bilancio conclusivo della sua esperienza a Palermo.

«La posta in gioco è questa: le stragi del biennio 1992-93 sono il modo in cui la mafia contrattò un patto con il vecchio e il nuovo che avanzava. Abbiamo bisogno del vostro sostegno - ha detto rivolto al pubblico -, che i riflettori siano sempre accesi. In queste condizioni della politica, con il Parlamento delle leggi ad personam e del disastro legislativo, la nostra indagine è il massimo risultato realizzabile. Non è ancora emersa tutta la verità».

La conclusione è stata un appello che a voler essere maligni sembrava una discesa in campo, più che un commiato. «Tocca a voi - ha detto - non essere tifosi e spettatori. Dovete cambiare questa classe dirigente e questo ceto politico. Il futuro è nelle vostre mani». Titoli di coda sulla ricostruzione dello scontro con il Viminale fatta da Travaglio. Da registrare qualche «vergogna» dalla platea rivolto a Giorgio Napolitano, ogni volta, quindi quasi sempre, che il giornalista ci andava pesante con il presidente della Repubblica. Di Matteo e Ingroia assistevano impassibili.
 
La sintesi del dibattito e annesso bagno di folla è stata fatta con flemma piemontese da Caselli. «Con tutto il rispetto, ma trovo lecito nutrire dubbi legittimi di opportunità circa il conflitto di attribuzione sollevato dal Colle presso la Corte costituzionale». All'uscita dalla Versiliana i fedelissimi di Ingroia e Travaglio usavano espressioni parecchio più colorite. Ma il senso, insomma, era quello.


Marco Imarisio
Marco Imarisio
10 settembre 2012 | 7:34

Nasce il partito degli espulsi da Grillo

Andrea Cuomo - Lun, 10/09/2012 - 07:59

Guai a 5 stelle. Adesso i ribelli "evoluti" vanno all'attacco: "Con lui non c'è libertà: chi critica le sue regole viene cacciato via blog". Su Facebook il gruppo "Vaffa Beppe" conta oltre 3.300 iscritti che protestano contro il leader dittatore

Roma - Si definiscono «grillini evoluti» e il nome dice tutto.



Hanno fondato un gruppo dal nome «Movimento Revolution» molto attivo sul web, su Facebook, su Youtube. Il loro motto è «andiamo oltre, oltre Beppe Grillo, oltre la vecchia politica, oltre tutte le dispute che ci sono state fino a oggi». Si permettono il lusso di accostare il comico genovese a tutta la paccottiglia politica tradizionale: «Siamo tutti stanchi di essere sottomessi a tutto, basta con Pd, Pdl, Udc e basta anche con Beppe Grillo». Ma a toccare Grillo qualche preoccupazione devono pure nutrirla se è vero che il sito è definito «di testimonianza senza paura». Roba da brividi.Il contro movimento dei grillini-senza-Grillo si sta organizzando. Sono sempre di più gli esodati dal comico genovese e sono molto arrabbiati. Per stasera è anche prevista una riunione in collegamento Skype con i vari gruppi locali.

Sul loro sito (movimentorevolution.it) hanno la posizione di molti grillini di seconda generazione: rispetto ambiguo per il carisma del leader genovese, diffidenza pura per Gianroberto Casaleggio: «A differenza di quello che pensate - si legge nella home page del movimento - cari grillini, voi non siete i nostri nemici. Forse siete ingenui, forse sprovveduti, forse fate qualche cazzata, ma non siete IL problema». E IL problema è «un pirla con i capelli settecenteschi che vuole pure fare il padrone». «Noi sappiamo come funzionano le cose - si legge poco dopo - siamo ex grillini. Andiamo oltre noi stessi, lasciamo perdere le sciocchezze e cambiamo l'Italia. La differenza è che noi col mondo del Milionario Grillo e della Casaleggio associati non ne vogliamo avere a che fare». Sgangherature grammaticali a parte, un concetto molto chiaro.

Una delle pagine Facebook create dal Movimento Revolution ha un nome che non pecca certo di scarsa chiarezza: «Vaffanculo Beppe Grillo», che conta 3.331 iscritti e che ha come manifesto raccogliere «tutte le testimonianze delle ingiustizie di Grillo nei confronti del Grillini». Ad animarlo è Massimo Dini, 38 anni, che vive a Parma, città laboratorio del grillismo di lotta e soprattutto di governo.Ma tra i leader dei «grillini evoluti», il più in vista è forse Gaetano Vilnò, che Grillo etichetta come «infiltrato della destra» e che da tempo si è messo in testa di mettere in luce il lato oscuro del Movimento 5 Stelle, raccogliendo testimonianze di ogni genere e maturando anche una certa compassione nei confronti di chi ancora crede in Grillo: «Ormai solo una persona con scarsa capacità critica non vedrebbe la situazione - scrive in un post .

Beppe Grillo sta portando avanti il suo movimento privato, intestato a lui con tutti i diritti del caso».Vilnò, 39 anni, è stato uno dei primi epurati da Beppe Grillo, nel 2009. Motivo? Secondo lui semplicemente «aver fatto alcune domande». In un video postato su Youtube Vilnò ricorda che «all'interno del Movimento 5 stelle non può esserci democrazia, anche perché l'unico leader riconosciuto è Grillo». La descrizione che Vilnò fa del M5S lo fa somigliare più a Scientology che a un movimento politico: «I grillini spesso entrano in buona fede, poi si ritrovano ad avere a che fare con una situazione che non riescono a gestire. Grillo fa le regole, decide le iniziative, ha fatto il programma senza sapere neanche chi lo ha stilato e senza voto elettronico, ha deciso i candidati».

E chi non ci sta? Viene diffidato attraverso il blog o addirittura con una lettera di uno studio milanese di avvocati: «Grillo ha messo gli avvocati del Movimento 5 Stelle a disposizione contro i grillini stessi». Quanto alla torre d'avorio mediatica, la spiegazione sta nel fatto che «Grillo non ama il contraddittorio, anche perché non saprebbe come rispondere. Lui preferisce i monologhi di mezz'ora, un'ora e poi andare via». È anche questo il motivo per cui il comico genovese non entra in politica di persona: «Lui ha interesse all'indotto della politica mediatica. Del resto lui fattura 5 milioni l'anno, ma i grillini non devono prendere soldi, e se rivestono qualsiasi carica devono firmare delle dimissioni in bianco, così che se Grillo si sveglia domani e vuole lasciare a casa qualcuno lo può fare». Cosa successa a Filippo Boriani, consigliere del quartiere Saragozza di Bologna sbattuto fuori dal Movimento per aver taciuto su suoi precedenti mandati consiliari, senza nemmeno avere avuto la possibilità di difendersi. Alla faccia della politica dal basso.

Nord Corea, quando il comunismo è extra lusso

Laura Muzzi - Lun, 10/09/2012 - 09:53

Su Google Earth la Corea del Nord che non ti aspetti: palazzi con giardini, piscine con vertiginosi scivoli e campi da golf

Palazzi con giardini, piscine con vertiginosi scivoli, campi da golf da 18 buche, residenze iperlussuose raggiungibili attraverso ferrovie sotterranee, munite di piste di atterraggio aereo o costruite accanto a laghi verdi dove ormeggiano mastodontici yacht.


La prigione di Sinuiju

Che si tratti di Dubai? A guardare le immagini fotografate da Google Earth non si direbbe mai che sono state scattate in uno dei più rigidi regimi comunisti ancora esistenti: la Corea del Nord. L’occhio indiscreto del satellite questa volta non è stato puntato per monitorare lo stato di avanzamento delle tecnologie nucleari ma ha scoperto qualcosa di altrettanto inquietante: nel Paese dei Gulag, dove secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite un bambino su tre è malnutrito e 7.2 milioni di abitanti sono classificati come “poveri cronici”, il lusso sfrenato del clan dei Kim non trova limiti.

Curtis Melvin, un economista americano che ha compilato un catalogo di dettagliate immagini satellitari della Corea del Nord, ha affermato in una recente intervista al “The Telegraph” che secondo fonti interne al Paese in quella residenza avrebbe vissuto proprio Kim Jong-il, il “caro leader” morto a dicembre dello scorso anno e che adesso sarebbero utilizzate dal figlio terzogenito Kim Jong-un, attuale «leader supremo» della Corea del Nord.

“Ci sono ville come queste ovunque – spiega Melvin – Ad un certo punto ce n’era una per ogni provincia. Sulla costa poi è pieno. La maggior parte delle strade più belle del Paese sono state costruite proprio per raggiungere queste residenze.” Il clan dei Kim detiene da moltissimi anni il potere. La Repubblica Democratica Popolare di Corea è retta dal dopoguerra da una dittatura totalitaria di stampo stalinista costituita prendendo esempio dalle istituzioni della Cina di Mao Zedong.

Le modifiche costituzionali apportate alla morte del suo capo storico, Kim Il-sung, avvenuta nel 1994 a 82 anni, hanno creato per lui la carica speciale di «Presidente Eterno». Kim Il-sung fu messo a capo del Paese dall’Unione Sovietica nel 1948 e ha governato con un pugno di ferro per quasi cinquant'anni. Alla sua morte gli è successo il figlio Kim Jong-il con il titolo ufficiale di «Caro Leader». Kim Jong-il è morto a dicembre scorso, secondo quanto riferito, a seguito di un attacco cardiaco, ponendo fine al suo dominio di leader assoluto del paese durato 17 anni.

La carica è quindi passata al figlio terzogenito Kim Jong-un che ha proseguito la politica del padre e del nonno di assoluta chiusura del Paese a qualsiasi tipo di penetrazione straniera, senza lasciare intravedere un miglioramento della cupa situazione dei diritti umani nel paese. Secondo l’ultimo rapporto annuale di Amnesty International “i nordcoreani hanno continuato a subire violazioni quasi nell’intera sfera dei loro diritti umani. Sei milioni di cittadini hanno bisogno di urgenti aiuti alimentari e un rapporto delle Nazioni Unite rivela che il paese non è in grado di nutrire la sua popolazione nell’immediato futuro. È stata segnalata l’esistenza di numerosi campi di prigionia, dove sono diffuse detenzioni arbitrarie, lavoro forzato, tortura e altri maltrattamenti. Continuano le esecuzioni, anche pubbliche. Le punizioni collettive sono la prassi, così come le violazioni alla libertà di espressione e di riunione”.

A descrivere lo stile di vita nordcoreano anche un libro indagine del giornalista americano Blaine Harden, “Escape from Camp 14” (Fuga dal Campo 14), che racconta la vita di Shin Dong-Yuk, l’unica persona al mondo nata in un campo nordcoreano e poi riuscita ad evadere. Quando lo zio di Shin tentò di fuggire, tutta la sua famiglia fu incarcerata a vita. Dal libro emerge la cruda realtà di questo spietato regime comunista che punisce senza pietà i familiari dei traditori dello stato. Si suppone che oggi in Corea del Nord esistano almeno sei campi di concentramento dove sono rinchiuse circa 180mila persone che sono state incarcerate senza processo né possibilità di difendersi.

Il governo del paese ha sempre negato l’esistenza di questi gulag che sono stati però documentati attraverso le immagini satellitari raccolte da “One Free Korea” un sitoweb nato proprio per sollevare il velo di omertà sull’agghiacciante realtà della Corea del Nord. Nei campi di concentramento ogni anno migliaia di detenuti muoiono per le malattie dovute alla mancanza di cibo e di igiene. Fra le storie dei sopravvissuti, si pensa siano circa una ventina nel mondo gli individui riusciti a scappare, sono emerse le storie più atroci e assurde: vi sarebbero rinchiuse anche persone solo perché sorprese a cantare una canzone di un artista della Corea del Sud.

A peggiorare le condizioni di un popolo già martoriato dagli effetti di questo scellerato regime comunista ci si è messo anche il meteo. Le inondazioni causate dalle piogge torrenziali agli inizi di giugno si sono sommate a un tifone ad agosto, provocando danni diffusi, specialmente nelle province del Nord e del Sud Hwanghae. Secondo quanto riferito, come conseguenza di questa situazione 68 persone risultavano uccise o disperse e più di 25.000 sono rimaste senza tetto. Il tifone è stato talmente violento che persino la lussuosa residenza dei Kim ha subito enormi danni.

Quale migliore occasione per ricostruirla ancora più grande ed accessoriata? Tra la devastazione di un Paese martoriato oggi la villa di Kim Jong-un si erge può bella e maestosa che mai, simbolo di un regime malato che vive nel lusso alle spalle di un popolo ridotto sempre più allo stremo. Facile parlare di comunismo quando la vita di un normale cittadino non vale neanche un millesimo di quella del suo leader ma, in fondo, sono solo storie di vita quotidiana di un lontano regime comunista!

Germania, ebrei e islamici insieme per la circoncisione

Corriere della sera
di Monica Ricci Sargentini


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Musulmani ed ebrei insieme sulla piazza dell’opera di Berlino per difendere il diritto alla circoncisione e per protestare contro il decreto del tribunale di Colonia che ha messo al bando la pratica religiosa tradizionale considerandola come lesione volontaria.  Oltre cinquecento persone ieri hanno preso parte alla protesta sulla Bebelplatz in cui i nazisti bruciavano i libri, cui hanno aderito anche alcuni cattolici. Numerosi gli attivisti vestiti con la bandiera israeliana o con abiti ebraici tradizionali (nella foto un momento della manifestazione).

I giudici della Corte regionale si erano pronunciati il 26 giugno dopo aver esaminato il caso di un bambino di quattro anni, musulmano, ferito durante l’ intervento, paragonando la circoncisione alle punizioni corporali e sostenendo il principio del consenso obbligatorio. Secondo la religione ebraica, invece, la circoncisione deve essere compiuta entro l’ ottavo giorno dalla nascita, i musulmani, invece, la eseguono tra i 7 e i 13 anni. In Germania risiedono 120.000 ebrei e quattro milioni di musulmani. Il quindici per cento degli uomini vengono circoncisi e si praticano 50.000 interventi all’ anno.   

Giovedì scorso, tra l’altro, la comunitá ebraica di Berlino era insorta contro il nuovo regolamento sulle circoncisioni varato nella capitale tedesca, definito una “flagrante interferenza” nelle tradizioni religiose. Il Land aveva decretato che non perseguirà penalmente chi effettua circoncisioni, ma solo se si tratta di medici, se useranno anestetici, e se vi sará un permesso scritto dai genitori e la prova che il piccolo proviene da una comunità ebraica o musulmana. In questo modo però diventano illegali ”mohel”, ovvero i circoncisori ebrei di professione che seguono strettamente le regole religiose, le quali vietano fra l’altro l’uso di anestetico. Di qui l’accusa di interferenza nella tradizione religiosa, contenuta in una risoluzione votata all’unanimità dall’assemblea della comunità ebraica berlinese.

Sulla vicenda si era espressa lo scorso luglio anche la cancelliera Angela Merkel definendo totalmente ingiusto un divieto della circoncisione. E il Bundestag, con una risoluzione approvata a larga maggioranza (si è astenuta soltanto la formazione di estrema sinistra Die Linke) aveva invitato il governo ad agire rapidamente e ad approvare una legge che tuteli il diritto alla circoncisione, a patto che non provochi “sofferenze inutili”. A breve si attende un passo ufficiale del governo. E voi cosa ne pensate?

Lucio Battisti, 14 anni senza di lui Le estati sulla spiaggia di Ostia

La Stampa

ROMA - Aveva solo 55 anni, quel 9 settembre 1998, quando il cuore di Lucio Battisti battè per l'ultima volta. Sono passati 14 anni, ma l'impronta del suo passaggio nella storia della musica italiana è quanto mai indelebile.


La prima pagina del Messaggero con la notizia della morte di Battisti
Album leggendari, una collaborazione inimitabile col paroliere Mogol, ma anche un carattere schivo che negli ultimi anni lo aveva convinto a sottrarsi al sistema del music business. Storie che tutti conoscono e che si tramandano di padre in figlio, in un amore per le sue canzoni più belle, da “Mi ritorni in mente” a “Emozioni”, da “I giardini di marzo” alla “Canzone del sole”. Ma anche episodi meno noti ma altrettanto preziosi, come il ricordo di un giovane Lucio che passava le estati sulla spiaggia romana di Ostia. E una sua amica di allora, Anna, che ancora conserva una foto con Lucio Battisti in costume sul pontile. Diventato famoso, tornò un giorno a trovare sua madre, Linda, e le regalò il suo ultimo disco, “Balla LInda”, spiegando: «Questa è dedicata a te».


Domenica 09 Settembre 2012 - 20:55
Ultimo aggiornamento: 20:56

Se gli atti sessuali non sono consumati non è sempre configurabile il tentativo

La Stampa


Il reato è consumato anche quando il tentativo di compiere gli atti sessuali imposti con la forza dall’agente – nel caso di specie, toccamenti degli organi genitali - non va del tutto a buon fine per la reazione della persona offesa.  Questo è ciò che la Corte di Cassazione ha ancora una volta affermato, con la sentenza 29479/12.


Il caso


Un uomo è condannato dalla Corte d’Appello di Napoli, confermando la decisione di primo grado, per atti sessuali in danno di persona minore; il condannato, insegnante, durante una gita scolastica aveva costretto uno degli studenti a subire toccamenti e tentativi del proprio organo genitale, costringendo con la forza la persona offesa ad avvicinarvi alcune parti del suo corpo.  L’uomo ricorre per cassazione, lamentando l’errata valutazione di alcuni elementi di merito - quali l’attendibilità delle dichiarazioni della persona offesa e la conseguente ricostruzione del fatto – e la scorretta classificazione giuridica della condotta per non aver il giudice del merito ritenuto l’ipotesi del tentativo. La Suprema Corte giudica il ricorso inammissibile, ritenendo che i motivi di ricorso così come prospettati non siano da sottoporre al vaglio del giudizio di legittimità poiché attengono al merito.

Secondo la giurisprudenza richiamata dalla Cassazione (fra tutte la sentenza 2120/95) il giudizio di legittimità non può avere ad oggetto la ricostruzione dei fatti contestati all’imputato, dato che simile compito è assegnato ai primi due gradi di giudizio. Il segno di tale impostazione può essere individuato nel tenore dell’art. 606, lett. e). c.p.p., come novellato dalla l. n. 46/06. In questo senso è paradigmatica la sentenza n. 22256/06 della Sesta sezione Penale della Cassazione, dove si legge che «al giudice di legittimità è preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione di fatti».

L’applicazione di tale insegnamento al caso conduce a ritenere il ricorso inammissibile in quanto la Corte territoriale ha motivato adeguatamente e senza contraddizioni sull’attendibilità delle dichiarazioni rese dal minore in sede di incidente probatorio e sulla ricostruzione del fatto che ne è derivata. Classificazione del tentativo nella violenza sessuale. La Cassazione non manca comunque di ricordare quale sia il corretto orientamento da seguire in teme di tentativo nel compire atti sessuali, indirizzo di segno opposto rispetto a quello prospettato dal ricorrente.

Invero, l’azione del ricorrente è stata correttamente valutata come consumata anche se l’area genitale non era stata raggiunta dalle mani della persona offesa, perché anche un contatto superficiale o fugace che non abbia attinto zone erogene integra il reato in parola se è derivato dalla costrizione imposta dall’agente ed è stato evitato solo per fattori indipendenti dalla sua volontà, quale la reazione della vittima. Poiché nel caso concreto è stata correttamente accertata la sussistenza sia dell’elemento soggettivo (appagamento degli istinti sessuali del ricorrente), sia dell’elemento oggettivo (violazione della libertà di autodeterminazione nella sfera sessuale della persona offesa), la sentenza impugnata non è censurabile sul punto.