domenica 9 settembre 2012

In carcere 22 anni, per un errore L'ex ergastolano esce e si sposa

Corriere della sera

Il 13 febbraio l’assoluzione piena per non aver commesso il fatto. E ora comincia una nuova vita con Michela


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CERTALDO — Una vita ad aspettare giustizia per un delitto non commesso. Poi, il 13 febbraio l’assoluzione piena per non aver commesso il fatto, dopo 22 anni di ergastolo. E ieri nella chiesa di Certaldo, davanti ad un paese in festa, Giuseppe Gulotta, da uomo libero, si è sposato con Michela Aronica. Ad assistere alla cerimonia, anche il figlio William, 23 anni: «Con mio padre — ha detto — ci iniziamo a conoscere ora». «È il giorno più bello della mia vita — ha detto Gulotta, che è ancora in attesa di risarcimento dallo Stato — dopo quello della mia completa assoluzione. Mi hanno tolto la vita e poi me l’hanno restituita: segno che c’è ancora una giustizia che funziona».

L'ergastolano innocente si sposa

Emozionatissima la sposa, Michela Aronica: «Finalmente siamo insieme e felici» ha detto prima di entrare in chiesa, per la cerimonia celebrata dal Proposto di Certaldo, don Pierfrancesco Amati. Incredibile la vicenda giudiziaria di cui Gulotta è rimasto vittima: il 22 gennaio del 1976 nella caserma dei carabinieri di Alcamo vengono uccisi due carabinieri appena diciottenni, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta. Gulotta viene condannato sulla base della testimonianza di Giuseppe Vesco, che accusa lui e due amici di Gulotta, poi fuggiti in Sudamerica.  Ma il brigadiere che raccoglie la deposizione di Vesco, ammetterà solo molti anni dopo la condanna di Gulotta, di aver usato maniere forti ed eccessivamente persuasive nell’interrogatorio di Vesco, che poi cercherà di ritrattare. Resterà però inascoltato, fino a quando nel 1977 viene trovato impiccato in carcere. Gulotta esce dal tunnel dell’ingiusta condanna solo 22 anni dopo quel delitto non commesso. A chi gli chiede notizia del risarcimento dello Stato, Gulotta risponde: «Ci pensano gli avvocati, io non ho ancora ricevuto nulla. Ma non ho mai perso la speranza e ora posso ricominciare a vivere».

Daniele Magrini
09 settembre 2012

Licenziato, riassunto, rilicenziato Art.18, l'odissea di un giornalista

Il Giorno

L'uomo, Antonio Voceri, 44 anni, aveva ottenuto il reintegro in base alla vecchia versione della norma dello Statuto dei Lavoratori. Una volta modificato dalla riforma Fornero, è stato nuovamente allontanato dal lavoro


Milano, 9 settembre 2012

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Licenziato illegittimamente, riassunto e nuovamente licenziato. E' l'odissea vissuta da un giornalista, a causa della nuova disposizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che consente i licenziamenti economici individuali e che in caso di una loro illegittimità prevede solo un risarcimento monetario. E' accaduto ad Antonio Voceri, 44 anni, dipendente di Tecnomovie, società che fornisce i contenuti a Sisal Tv per il quale sono state applicate le procedure della legge 28/6/2012, appunto l'art.18 modificato.

E' forse il primo caso di applicazione del nuovo art.18 nella categoria. Voceri, 44 anni, sposato e con due figli era stato licenziato e poi ripreso a lavoro ancor prima della causa per violazione del vecchio articolo 18. Infine è stato licenziato nuovamente. Assistito dall'Associazione lombarda dei giornalisti (Alg), ha impugnato il provvedimento ritenendolo nullo (in questo caso il dipendente viene reintegrato) perche' - come scritto nella procedura di conciliazione obbligatoria davanti alla Direzione territoriale del lavoro - e' ''una ritorsione relativa al precedente licenziamento illegittimo ed e' anche discriminatorio''. ''Oltretutto - vi si legge - vi sarebbe anche la possibilita' di un diverso collocamento in azienda''.

L'azienda invece ''contesta quanto dichiarato dal lavoratore, dichiarando che tale licenziamento non e' discriminatorio, non e' ritorsivo e non e' illegittimo'' e che ''soprattutto il lavoratore non e' ricollocabile''. L'azienda ha offerto sei mensilita' per evitare la causa. Proposta declinata da Voceri. ''Il sindacato dei giornalisti ha da subito messo in guardia sulla pericolosita' del nuovo art.18 - ha commentato il presidente dell'Alg, Giovanni Negri -. Sono convinto che il giudice di fronte alla palese nullita' del licenziamento provvedera' al reintegro''.

Santorini, il vulcano che distrusse Atlantide sta sollevando l'isola di 14 cm

Il Mattino


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ROMA - Un gigantesco pallone di magma, grande 15 volte lo stadio olimpico di Londra, si sta gonfiando sotto il vulcano greco di Santorini tanto che la superficie dell'isola si è sollevata di 8-14 centimetri in un anno, dal gennaio 2011 ad aprile 2012. Il fenomeno, secondo gli esperti dell'università britannica di Oxford che lo descrivono sulla rivista Nature Geoscience, non è l'annuncio di una nuova eruzione, ma probabilmente un evento transitorio. La spedizione, che ha usato rilievi sul campo basati su rilevatori Gps e immagini radar satellitari, ha scoperto che in un anno la camera magmatica del vulcano si è riempita di 10-20 milioni di metri cubi di magma.


La scoperta sta aiutando i ricercatori a comprendere meglio il funzionamento interno di questo vulcano, protagonista di una catastrofica eruzione 3.600 anni fa che ha seppellito l'isola di Santorini sotto metri di pomice. L'evento eruttivo più catastrofico della storia dell'umanità. Ad esse è legato il mito della distruzione del contiente perduto, Atlantide. I ricercatori si sono concentrati su questo vulcano dopo che nel gennaio 2011, nell'arcipelago di cui fa parte l'isola di Santorini, è stato avvertito uno sciame di piccoli terremoti, alcuni dei quali così deboli che sono stati rilevati solo dai sismometri ma «si tratta - spiegano gli esperti - del primo segno di attività del vulcano rilevata in 25 anni».

«Durante le mie visite sul campo a Santorini nel 2011 - osserva Michelle Parks, una delle autrici - è emerso che molti degli abitanti erano a conoscenza di un cambiamento nel comportamento del vulcano. Le guide turistiche, per esempio, mi aggiornavano sui cambiamenti nella quantità di gas, avvertibile dal forte, odore rilasciata dalla cima, o delle variazioni del colore dell'acqua in alcune delle baie intorno alle isole. Gli abitanti del posto che lavorano nei ristoranti sull'isola di Thera, invece, sono venuti a conoscenza dell'attività sismica dal tintinnio dei bicchieri nei loro bar».

La sfida dello studio, secondo il ricercatore David Pyle dell'università di Oxford, è «capire come le informazioni sul modo in cui il vulcano si sta comportando in questo momento si coniugano con le conoscenze del vulcano basate sugli studi di eruzioni antiche». Ci sono davvero pochi vulcani, rileva l'esperto «di cui abbiamo informazioni dettagliate sulla loro storia passata».

Domenica 09 Settembre 2012 - 15:36    Ultimo aggiornamento: 18:54

Se governa il Prof i morti non contano

Vittorio Feltri - Dom, 09/09/2012 - 15:26

I progressisti non disturbano il premier. E così un barcone di disperati affonda nel silenzio: creava indignazione solo col Cav

Mentre siamo tutti presi dalla superiore esigenza di lodare Mario Monti e Mario Draghi,ai quali si at­tribuisce il merito di aver salvato l’Italia, l’Europa e l’euro dalla catastrofe, i nostri guai nazionali in realtà si aggravano.

                                                                                                                          

 Per rendersene conto è sufficiente dare un’oc­chiata agli indicatori più significativi; a parte lo spread, che va su e giù oggi co­me sempre per effetto di muta­menti umorali, non ce n’è uno positivo: consumi, disoccupa­zione, debito, Pil, eccetera foto­grafano un cimitero. Nonostante ciò, durante la messa cantata officiata dallo Studio Ambrosetti, perfino gli imprenditori, e gli economisti invitati al rituale consesso di Cernobbio, hanno applaudito al governo tecnico, auspicando che il premier venga riconferma­to nella prossima legislatura.

L’81 per cento dei convegnisti interpellati si è dichiarato entu­siasta all’idea della continuità, benché l’interessato,cioè il boc­coniano, continui a ripetere di non volere rimanere a Palazzo Chigi. Che punti più in alto? Ormai anche i professori han­no imparato a comportarsi co­me i peggiori professionisti del­la politica: mentono come respi­rano. E viene subito in mente Corrado Passera, ministro di quasi tutto, che alcuni mesi or­sono annunciò di avere recupe­rato una novantina di miliardi da investire nella fatidica cresci­ta, di cui, però, finora, non si è vi­sto lo straccio di un centesimo, tant’è che l’unica cosa cresciuta sul serio dalle nostre parti è il prezzo del carburante.

I titoli dei giornaloni che si danno arie da indipendenti pur non essendolo (i loro padroni sono banche o finanzieri che, dopo avere creato i noti proble­mi, si propongono come solu­zione dei medesimi) ieri erano o parevano scritti dalla stessa manina. Corriere della Sera : «Monti: evitato il tracollo. Sì del­la Casa Bianca a Draghi. Anti spread, piano del governo. Con­ti blindati per essere in regola in caso di aiuti della Bce». La Re­pubblica : «Cresce il partito del Monti bis. Prodi: se necessario deve restare». Ce ne sarebbero molti altri dello stesso tenore servile, ma lasciamo perdere.

Quelli che abbiamo riportato so­no sufficienti a capire il vento che tira: i potenti si mobilitano per prolungare la permanenza ai vertici dei loro amici. Gli affa­ri sono affari. Davanti ai quali tutto il resto passa in secondo piano. La sinistra (e non solo la sini­stra) si adegua alla volontà dei si­gnori: pur di non uscire dal gio­co, si adatta a ricoprire ruoli marginali. Dei diritti umani non le importa più un accidenti. Idem degli ultimi, dei disereda­ti, degli immigrati. I progressisti non parlano più di integrazio­ne, di civiltà dell’accoglienza. Qualche emozione ha suscitato in loro la vicenda dell’Ilva di Ta­ranto, ma si è trattato probabil­mente di un riflesso condiziona­to, pavloviano.

Sulla prima pagina della Repub­blica , ieri, non c’era traccia del peschereccio affondato a Lam­pedusa: 80 migranti dispersi (si­nonimo di morti) e 56 salvati per miracolo. Notizia liquidata co­me un tamponamento sull’auto­strada. Sono lontani i tempi dei respingimenti che suscitavano scalpore e raccapriccio perché il ministro dell’Interno, Rober­to Maroni, che li aveva legalizza­ti, non era un tecnico ma un le­ghista, quindi un alleato di Sil­vio Berlusconi. Allora rispedire i poveracci al porto da cui erano salpati veniva appunto conside­rato uno scandalo, un reato di omesso soccorso. Polemiche in­fuocate, dibattiti televisivi, ac­cuse di razzismo al governo.

Ora che gli immigrati, invece di essere respinti, si lasciano anne­gare in massa, chissenefrega: neanche un titolino a una colon­na in prima pagina sul quotidia­no di Ezio Mauro che insegna agli italiani a stare al mondo; nemmeno un’interrogazione parlamentare, zitti perfino i pre­ti che reputavano il centrode­stra un flagello e Maroni l’amba­sciatore del demonio a Roma. S’è voltato pagina. Siamo entra­ti in un’altra epoca, quella dei professori, che qualsiasi cosa facciano la fanno per il nostro bene. I disperati crepano in ma­re? Sia fatta la volontà degli dei, tutti compari di Eugenio Scalfa­ri e progenie.

Duecento anni di colazioni da Tiffany

La Stampa

Il 15 febbraio del 1812 nasceva in Connecticut il co-fondatore della più famosa società di gioiellieri al mondo: una storia di art noveau, preziosi, Truman Capote e Audrey Hepburn



 

LORENZO CAIROLI

Il 15 febbraio del 1812 nasceva a Killingly, Connecticut, Charles Lewis Tiffany co-fondatore della più famosa società di gioiellieri al mondo la Tiffany&Co. Tutto cominciò quando Tiffany si trasferì a New York. La città era in espansione, nuovi uffici aprivano ogni giorno, carte, inchiostri e matite sembravano non bastare mai. Se qui si aprisse un deposito di cancelleria, pensa il giovane Tiffany, si farebbero dollari a palate. L’idea piace al suo amico John Young, i due si mettono in società e nel 1837 apre la Tiffany&Co.Charles ha visto giusto, gli affari vanno a gonfie vele, si comincia a vendere all’ingrosso, poi si apre al pubblico infine si arricchisce l’offerta con la novità degli articoli regalo : argenti, bigiotteria, gioielli.

E’ la svolta. Nel 1848 Tiffany chiude con carte e inchiostri e i gioielli comincia a farseli da se. E poco dopo apre una filiale a Parigi. La favola della maison Tiffany è cominciata. Il figlio di Charles, Louis Comfort, ha il pallino per gli affari come il padre ma è anche un formidabile artista. Dipinge, crea elementi di arredo, disegna linee di gioielli. A New York è allievo di George Inness e Samuel Coleman.
A Parigi va a bottega da Léon Bailly. Ma sono le fabbricazioni del vetro a sedurlo.

E nel vetro, Louis, darà vita a una rivoluzione copernicana. La moda di allora privilegiava il vetro trasparente, lui impone quella del vetro opalescente che realizza con un processo di sua invenzione. Nel 1893 introduce una nuova tecnica, chiamata Favrile, con cui ottiene, per soffiatura a mano, vasi e coppe. L’art noveau gli ispirerà splendide vetrate a mosaico. Nel 1900 gli verrà conferita la Legion d’Onore e oggi, le sue creazioni sono esposte nei più prestigiosi musei del mondo, a cominciare dal Metropolitan di New York.

Eppure se adesso tutti noi sussultiamo alla parola Tiffany il merito non è dei gioielli favolosi che la Tiffany continua a creare e nemmeno per l’art nouveau al vetro di Louis o per le geniali intuizioni di suo padre. Chi consegna Tiffany alla leggenda sarà uno scrittore, Truman Capote, un essere – come lo definì il suo amico Goffredo Parise – grottesco ma bellissimo, una strana apparizione di fata-uomo. Quando Truman inizia a scrivere ‘Colazione da Tiffany’ è già famoso; il suo romanzo d’esordio Altre voci, altre stanze è stato un clamoroso caso letterario che il giovane Capote ha saputo gestire con straordinaria scaltrezza.

E’ il beniamino della jet-society, è amico e confidente della Monroe, ospite di Marella e Gianni Agnelli sul loro panfilo, adorato da Gloria Vanderbilt e dagli armatori greci. I suoi fotografi sono Beaton e Cartier-Bresson, e quando decide di andare in Russia ci va coi coniugi Gershwin e con la compagnia di ‘Porgy and Bess’ e quando lo tenta il Giappone si aggrega alla troupe di ‘Sayonara’ restando per mesi alle costole di Marlon Brando al quale estorcerà l’intervista più intima e piccante della sua carriera. Quando ‘Colazione da Tiffany’ esce nelle librerie, Capote è in Grecia. Al suo ritorno troverà l’America ai suoi piedi. Persino il suo acerrimo nemico Norman Mailer gli rende omaggio. " E’ acido come una vecchia zitella – scrive Mailer – ma a modo suo è un ragazzino con le palle, ed è lo scrittore più perfetto della mia generazione, scrive le frasi migliori parola per parola, ritmo su ritmo.

Non cambierei nemmeno due parole di Colazione, chè diventerà un piccolo classico". Aveva ragione. Nel nome della protagonista, Holly Golightly, che in origine avrebbe voluto chiamare Connie Gustafson (?) c’è tutto il Capote-pensiero : una donna che della vita fa una festa (holiday) attraverso la quale cammina (go) spensieratamente (lightly). Con la pubblicazione del libro ebbe luogo quello che Truman chiamò il Gran Premio Lotteria Holly Golightly: metà delle donne che conosceva, e anche qualcuna che non conosceva, affermò di essere il modello di quel personaggio stravagante. Carol Marcus, Oona Chaplin, Phoebe Pierce, Gloria Vanderbilt, Doris Lily. Una certa Bonnie Golightly citò Capote per violazione della privacy e diffamazione da risarcire con almeno ottocentomila dollari. La causa si arenò presto, e poi questa Golightly era grassa, seducente come un cactus messicano e quasi in menopausa.

" Perbacco – chiosò Capote – è come se Joan Crawford dicesse di essere Lolita!". Il titolo del libro veniva dai taccuini di Capote, da un aneddoto sentito e archiviato molti anni prima. Durante la seconda guerra mondiale un uomo di mezza età ha una relazione con un marine. Vorrebbe regalargli qualcosa di speciale per dimostrargli la propria gratitudine, ma è domenica, tutti i negozi sono chiusi, può solo offrirgli una colazione. " Dove ti piacerebbe andare ?

Scegli il posto più lussuoso e più caro della città " . Il marine, che non è di New York, ha sentito parlare di un unico posto di lusso e costoso, e risponde: " Facciamo colazione da Tiffany". Nel 1961, dopo il romanzo è la volta del film. Diventerà un film di culto nonostante a girarlo siano quasi tutte seconde scelte. Per Holly, Capote voleva la sua amica Marylin Monroe. Nessuno poteva vincere meglio di lei le paturnie, salendo su un taxi e andando da Tiffany, perché in mezzo a quel piacevole odore di argento e portafogli di coccodrillo non può succedere niente di male.

La scelta della produzione cadde invece su Audrey Hepburn che chiese uno dei suoi registi di fiducia : Cukor o Wyler. Le diedero invece l’emergente Blake Edwards che portò in dote il compositore Mancini e lo sceneggiatore Axelrod. Quest’ultimo aveva esperienza da vendere e un talento speciale per la commedia , aveva scritto con Wylder ‘Quando la moglie è in vacanza’ e aveva all’attivo film come ‘Fermata d’autobus’ . Si inventò un finale diverso dal libro, tre o quattro personaggi, come quello del signor Yunioshi o di Liz, l’amante che mantiene Paul, lo consegnò a Edwards che girò un film in stato di grazia e a Mancini che lo musicò in maniera indimenticabile, regalando alla storia del cinema il leit-motiv di Moon River.

Hubert de Givenchy vestì Audrey Golightly, la Tiffany aprì di domenica, per la prima volta nella sua storia, per permettere le riprese del film, e con la frase di Holly: ‘Se io trovassi un posto a questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany… comprerei i mobili e darei al gatto un nome‘ Tiffany si garantì la più clamorosa tra le pubblicità possibili. Scrive ancora Parise : " Nel ’51 Capote beveva solo latte bollito dell’Harris Bar, nel ’61 già erano iniziate altre bevande molto più micidiali di qualunque bevanda, oggi una sua fotografia mi è impossibile guardarla. Ma restano sempre intatte le sue voices, le sue rooms, le sue costruzioni stilistiche del colore della rosa o una sola parola – Tiffany – a ricordare non il gioielliere ma lui.

Il bicchiere della staffa da un milione di dollari

Corriere della sera


Il bar del ristorante Husk

Quanto può costare il bicchiere della staffa? Più di un milione di dollari. A pagare potrebbe essere il datore di lavoro di un sommelier. Succede negli Stati Uniti, a Charleston, nella Carolina del Sud, al ristorante Husk, classificato dalla rivista Bon Appetit come il migliore degli Stati Uniti nel 2011 e compreso nella lista dei 101 migliori posti per mangiare nel mondo secondo Newsweek del mese scorso. Il bicchiere della staffa è quel rito che si ripete in molti luoghi di lavoro di tutto il mondo. Alla fine della giornata i colleghi si concedono un bicchiere di vino o una birra prima di andare a letto.

Così è successo per Adamo Burnell, 32 anni, sommelier all’Husk. Guidando con la sua Audi verso casa ha urtato una Mustang, che è finita contro un muro incendiandosi. Il guidatore, Quentin Miller, 32 anni, è morto. Il tasso alcolemico del sommelier era di 0,24, tre volte il limite di legge della Carolina del Sud (l’Italia è molto più tollerante, il limite legale è 0,5). La famiglia della vittima ha fatto causa al ristorante, accusandolo di permettere ai dipendenti di bere in servizio. Il presidente della società che gestisce il ristorante ha giurato che “dal 1991 ha severamente vietato di bere ai dipendenti nel posto di lavoro, 24 ore su 24, sette giorni alla settimana.

Abbiamo anche installato telecamere per far rispettare il divieto”. Ma l’avvocato dei Miller ha raccolto testimonianze che dimostrano il contrario. Camerieri e sommelier assaggiano vino durante il servizio e si rilassano con qualche drink al bar dopo l’orario di lavoro. La compagnia assicurativa del ristorante ha proposto il versamento di 1,1 milioni di dollari per chiudere la causa. Non è bastato.

Il processo seguirà quindi il suo corso, ma intanto negli Stati Uniti si è aperto un dibattito accesso, come riporta Usa Today, sulle regole da seguire per i patron dei ristoranti. L’idea prevalente è che d’ora in poi ci sarà una sorta di tolleranza zero: “Dicono che esageriamo a non far bere i dipendenti – argomenta Karalee Nielsen, a capo di sette ristoranti a Charleston – ma se pretendiamo che le banche siano alcol-free, perché si dovrebbe fare una eccezione per i ristoranti?”.

Viene da chiedersi: ma il divieto totale di sorseggiare un bicchiere potrebbe mai avere possibilità di successo in un ristorante italiano?

La Regina annuncia il suo lutto E' morto il cane Monty

La Stampa


LONDRA

Monty, uno dei tre cani di razza corgi della Regina Elisabetta, è morto all'età di 13 anni. Lo ha annunciato oggi Buckingham Palace. Il cagnetto, insieme a Willow e Holly, era apparso nel breve filmato inserito nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra in cui la regina appariva nei panni di una Bond girl accanto a Daniel Craig. La famiglia reale ha una particolare predilezione per i cani di questa razza da quando il padre della regina Giorgio VI prese il primo nel 1933. Monty era stato il cane di compagnia della regina Madre, morta nel 2002 a 101. Oltre ai due corgi restano a far compagnia a Elisabetta due dorgi Candy e Vulcan, dopo la recente scomparsa di Cider, un altro piccolo esemplare di questo incrocio.

Domenica 09 Settembre 2012 - 14:45    Ultimo aggiornamento: 14:48

Cartolina dal mare arrivata con 31 anni di ritardo: chi l'aspettava ora è in pensione

Corriere della sera

Spedita nell'81 a Marina di Massa è stata recapitata all'Istituto dei ciechi


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MILANO - Non c'è poesia nella lentezza, non almeno in questo viaggio. La cartolina della signora Pasquina spedita dal mare a due colleghe ci ha messo trentuno anni, ad arrivare in città. Fu il 22 luglio del 1981, a Marina di Massa; è stato il 4 settembre, martedì, in via Vivaio. Dalle vacanze al lavoro, dal mare all'Istituto dei ciechi dove Pasquina, scomparsa a sessantaquattro anni il 24 agosto dopo una malattia, ha insegnato il mestiere del centralinista a cinquecento ragazzi non vedenti.

E quant'è ulteriormente anomalo, anormale e stridente il tempo infinito rispetto al tragitto contenuto (250 chilometri appena) e soprattutto rispetto all'animo e al carattere di Pasquina. Originaria della Val Camonica, amata e gentile, donna così pratica, decisa, efficiente. Ed era rispettosa, aggiunge Rodolfo Masto, commissario straordinario dell'Istituto. «Rispettosa verso i ciechi il che, mi creda, davvero, ovunque così come in questo posto non è una cosa ovvia e scontata». Si può ancora parlare di coordinate e di coincidenze ma forse si darebbe eccessiva importanza a quel che rimane un errore, la cartolina impigliata e nascosta in un cassetto di qualche ufficio postale, in un cesto, fra mille altri documenti, sotto una poltrona, e ritrovata, e subito inviata, senza scuse, senza puntualizzazioni, senza spiegazioni, niente.

Coordinate e coincidenze, si diceva comunque: il giorno di consegna a Milano è stato lo stesso giorno d'inizio del corso per centralinisti nel primo anno senza la prof . Infatti l'ottobre di un anno fa Pasquina aveva detto basta, pensione in anticipo, aveva abbandonato la cattedra, «telefonia e tecniche del centralino» la dicitura esatta del corso. Un addio per curarsi. Due figli, quarant'anni di carriera in via Vivaio dei quali una trentina da insegnante, aveva l'abitudine, dal luogo delle ferie, sempre a portata per carità e mai lontano verso mete esotiche, di mandare un brevissimo saluto con una cartolina a Enza e Maria, colleghe e anche amiche, oggi in pensione. Le firme - sua, dei bambini e del marito, che non c'è più da anni - e soltanto un Ricordandovi . La data, 21/7/81, e quel Ricordandovi . Basta. Lungo e avvolgente come un abbraccio.

Il francobollo dal valore di 150 lire che reca impresso il castello di Miramare, Trieste, è accecato dalla luce, spiega il fotografo che esamina la cartolina prendendola dalla scrivania di Masto. Accecato nel senso scolorito, sbiancato. Un indizio, anzi una prova certa dell'età. Odora di libro dimenticato sugli scaffali sotto la polvere, la cartolina, che ha forza e resistenza: si è ben conservata, ha mantenuto la sua linea piana e regolare, piccole orecchiette, semplici tenere sbavature si sono formate a due angoli. Dettagli insignificanti. Cinque le fotografie sulla facciata. Un pescatore con tradizionale abbondante barba bianca e il viso cotto dal sole; la distesa degli ombrelloni, non una accozzaglia ma file ordinate e colori non sgargianti, un secco blu, un tenue giallo; scogli e onde; barche a vela; la battigia. In mezzo alle fotografie, in orizzontale la scritta tutto a carattere maiuscolo Marina di Massa.

La missiva è stata consegnata nel mattino. Il postino ha percorso il cortile d'ingresso dell'Istituto, la custode si è fatta incontro per ritirare. Raccomandate, lettere istituzionali, e una cartolina. Toh. La custode e con lei altri, tanti altri, naturalmente han pensato d'aver sbagliato a leggere. Il 1981? Ma no, dai. Il 1981? Impossibile. Eppure entrambi i timbri sono evidenti, leggibili e non lasciano scampo a differenti spiegazioni. Il commissario straordinario Masto ha percorso gli spaziosi corridoi pieni di storia, di ritratti di benefattori, di grandi milanesi. Il legno che scricchiola, i soffitti alti. In una stanza alcuni impiegati hanno manovrato speciali macchine per l'ingrandimento, che hanno confermato le due date, una in particolare: quella di partenza, il 22 luglio di trentuno anni fa. Adesso, concluso il viaggio, la cartolina rimarrà qui in Istituto, per riposare finalmente in pace.

Andrea Galli
9 settembre 2012 | 12:10

Il pm Ingroia: "Io in politica? Lo dice anche Berlusconi..."

Redazione - Dom, 09/09/2012 - 08:06

Alla festa del Pd, il procuratore aggiunto di Palermo sulla sua candidatura: "È troppo presto per parlare di queste cose"

«Silvio Berlusconi è una persona di spirito che ama fare le battute.



La circostanza che mi abbia consigliato di entrare in politica, come ricostruito dal Fatto quotidiano è vera. È avvenuta al termine di uno scambio di battute al termine del colloquio avuto nei giorni scorsi». Il magistrato antimafia Antonio Ingroia, il procuratore aggiunto di Palermo al centro delle polemiche per la sua indagine sulla presunta trattativa Stato-mafia, ha confermato ieri sera a Padova, a margine di un incontro alla festa regionale del Pd, l'indiscrezione sulla frase rivoltagli dall'ex premier ascoltato qualche giorno fa a Roma dai pm di Palermo che indagano su una presunta estorsione ai suoi danni compiuta dal senatore Marcello Dell'Utri (che invece ha dichiarato di non credere ai complimenti di Berlusconi: «So quello che dico: è impossibile, sono notizie assolutamente infondate, apprezzare Ingroia è inverosimile»).Il pm puntualizza: «Al momento - ha aggiunto - io faccio il pubblico ministero, amo il lavoro che faccio. Come è noto tra qualche mese andrò a ricoprire un incarico delle Nazioni Unite in Guatemala, in linea con il lavoro che ho fatto finora nel contrasto al narcotraffico».

Rispondendo poi a una domanda dei cronisti sulla affinità di vedute con il Pd sulle questioni legate alla lotta alla mafia, Ingroia ha aperto un fronte di vicinanza ideale al partito di Pierluigi Bersani: «Non c'è dubbio - ha spiegato - che sono anni che partecipo a dibattiti a feste del Pd come questa. Con molti del Pd la pensiamo allo stesso modo sul tema della lotta alla mafia. Con altri esponenti di altre parti politiche non posso dire la stessa cosa». Circa l'ipotesi di una sua candidatura alle prossime elezioni politiche il procuratore antimafia non ha chiuso la porta ma non ha escluso un suo futuro impegno: «È troppo presto per parlare di queste cose - ha chiarito Ingroia - intanto io continuo a fare il mio lavoro. Poi si vedrà».

In effetti, il magistrato siciliano ha sempre preferito restare ambiguo su una sua possibile discesa nell'agone politico. «È escluso che possa candidarmi in nome di liste o sigle di partiti», ha detto quando è stato fatto il suo nome per le Regionali siciliane, precisando però: «Non mi pare che allo stato ci siano le condizioni per mie candidature in generale, non ci sono i presupposti per altre cose». Per ora... le condizioni... i presupposti... ma mai un secco «no».

Afghanistan lasciato solo, finirà per buttarsi nelle braccia dei cinesi

La Stampa

Parla lo scrittore pakistano Ahmed Rashid: il blitz per Bin Laden ad Abbottabad ha scavato il solco fra Usa e Afpak



Ahmed Rashid, nato a Rawalpindi nel 1948, ha combattuto contro il regime di Ayub Khan negli Anni Sessanta È stato poi corrispondente per vent’anni per il Daily Telegraph. Fra i suoi libri «Talebani», «Caos Asia» e l’appena pubblicato in lingua inglese «Pakistan on the Brink»

ANTONIO PICASSO


Fanatismo religioso, terrorismo, inefficienza della classe dirigente nazionale. Delle sfide che sta affrontando il Pakistan si dovrebbero far carico anche gli Stati Uniti». Ahmed Rashid, giornalista pakistano, è da poco tornato nelle librerie con «Pakistan on the brink» (Pakistan sul baratro). Dopo «Talebani» e «Caos Asia», questo nuovo lavoro riassume le evoluzioni della crisi afghano-pakistana, o dell’Afpak problem come si dice in gergo, dal 2 maggio 2011 a oggi. Vale a dire da quando un commando del Navy Seal, le forze speciali statunitensi, elimina ad Abbottabad Osama bin Laden. L’operazione porta alla crisi più drammatica nel sempre complicato dialogo tra il governo pakistano e la sua controparte statunitense. Per il Pakistan quanto successo ad Abbottabad, tranquilla cittadina di montagna nel Nord del Paese, è un’invasione territoriale da parte di una forza militare straniera.

Dottor Rashid qual è l’aspetto più grave di questa crisi diplomatica tra Pakistan e Usa?
«Il fatto che nessuno dei due governi abbia compiuto il minimo sforzo per ricucire lo strappo. Osama bin Laden è stato ucciso in territorio pakistano perché era lì che si nascondeva. Le Forze armate e l’Intelligence di Islamabad non vogliono ammettere questa evidenza. D’altra parte Washington non si è mai degnata di cercare una collaborazione win/win con il Pakistan per fronteggiare il nemico comune.
 
I taleban?
«I taleban e con essi Al Qaeda e tutte le espressioni di violenza ed estremismo che hanno condotto il Pakistan al quasi fallimento».
 
Lei pensa che il Pakistan sia un Paese fallito? Come la Somalia o, per alcuni aspetti, l’Afghanistan?
«No, non ancora. Siamo di fronte a delle sfide che devono essere colte in maniera virtuosa. L’età media della società nazionale è intorno ai 20 anni. Si tratta di un elemento positivo. Tuttavia l’anno prossimo ci saranno le elezioni per il rinnovo dei 337 seggi dell’Assemblea nazionale. Sono proprio le nuove generazioni ad allargare disarmate le braccia di fronte ai sempre soliti candidati. Dopo l’autoritarismo inutile di Musharraf, l’attuale tandem Zardari-Gilani (rispettivamente presidente e premier, ndr) era ciò di cui aveva meno bisogno il Paese. Siamo nelle mani di un gruppo di tangentisti. Il problema è che non ci sono alternative. E lo stesso sarà tra un anno. Non possiamo ancora dichiarare fallimento, ma stiamo per farlo».
 
A proposito di elezioni, quelle statunitensi sono più prossime e più incisive a livello internazionale, rispetto alle pakistane. Lei cosa prevede e con quali ripercussioni sull’Afpak?
«Sono abbastanza convinto della vittoria di Obama. Trovo però vergognoso che entrambi i candidati abbiamo evitato di fare alcun accenno all’Afpak durante la campagna elettorale».
 
A Kabul come l’hanno presa?
«Con indignazione. Le istituzioni afgane possono essere accusate di tutto. Inefficienza, collusione con il nemico, corruzione. A Kabul chi governa certo non è più in gamba della controparte pakistana. Ma per l’opinione pubblica è un altro discorso. Gli afghani sono in guerra da più di trent’anni. Nel 2001, gli Usa erano arrivati promettendo pace e ricostruzione. Adesso se ne vanno lasciando incompleto il lavoro».
 
Ma nel 2001 alla Casa Bianca c’era Bush.
«L’inefficacia della politica di Obama è inversamente proporzionale all’aggressività del suo predecessore. La Washington democratica non ha saputo prendere per mano Kabul, la quale oggi ha paura di tutto. Talebani, pakistani, forze occidentali viste come un esercito straniero. L’Afghanistan si sente tradito. Non mi stupirei se a exit strategy conclusa da parte di Isaf e Nato, il Paese si buttasse tra le braccia di Cina, India, oppure Iran e Russia. Del resto, sono tutti lì ad aspettare che l’Occidente se ne vada».
 
Lei ritiene che gli inviati speciali scelti dalla Casa Bianca - Richard Holbrooke per l’Afpak e George Mitchell per il Medioriente - siano stati una buona idea?
«Da un punto di vista di individui nominati, si è trattato di una mossa interessante. Soprattutto per Holbrooke. Peccato che sia morto nel 2010, interrompendo così un cammino potenzialmente positivo. Sul fronte istituzionale, credo invece che la Casa Bianca sia andata a pestare i piedi al Dipartimento di Stato, al Pentagono e alla Cia. E l’Afpak ne ha pagato il prezzo».

Tweet, iPad e blog Ora il Vaticano benedice i "miracoli" tecnologici

Paolo Rodari - Dom, 09/09/2012 - 09:51

Dal sito per consultare i documenti d’archivio, alla App della radio della Santa sede, il matrimonio tra il web e la Chiesa non è mai stato così felice


È vero che il Papa teologo scrive i suoi libri (così anche l'ultimo in uscita a breve) a mano con la sua minuta e precisa calligrafia, e che studia portandosi a Castel Gandolfo parte della sua poderosa biblioteca (libri di carta, dunque), ma è anche vero che nelle ultime vacanze-studio sui colli albani, ha portato con se un iPad che gli serve per consultare i giornali.



Una scelta che rispecchia la nuova era che anche il Vaticano sembra aver voluto abbracciare: l'era multimediale strizzando l'occhio in particolare al «mobile».L'ultima notizia viene dalla Radio Vaticana che proprio in queste ore offre la sua prima App per Android. In sostanza, si tratta della possibilità di ascoltare in diretta, su cinque canali, tutti i programmi della Radio in quaranta lingue diverse, dirette video, pagine web, servizi giornalistici, tutto racchiuso in un unico strumento, che permette anche di conoscere e seguire gli appuntamenti quotidiani del Papa. L'App, interamente gratuita, è scaricabile dal market Google Play.

L'applicazione si apre sull'agenda degli appuntamenti pubblici di Benedetto XVI (disponibili, in questa prima versione, in italiano, inglese, francese e spagnolo). E l'offerta prevede, a breve, oltre alla piattaforma Android, una per Iphone/Ipad e un'altra per Windows Phone. Insomma, non poco per un'istituzione ancorata alla dottrina di sempre, la sua bimillenaria tradizione, e sempre in bilico tra la necessità di gettare il cuore oltre l'ostacolo, verso il mondo e le sue sfide, e l'esigenza di non tradire se stessa, la propria particolare identità.
Tutto, a onore del vero, iniziò nel 2009. Allora piovevano critiche sul Vaticano per una presunta superficialità nel monitorare le notizie che circolavano sul Papa sul web. Fu così che il Vaticano si diede da fare e assoldò la Meltwater, società internazionale con sede principale in Norvegia (Oslo), affidandole l'incarico di seguire ogni giorno il web e riferire alla sala stampa vaticana chi e come sulla rete parla delle cose vaticane.

L'obiettivo era chiaro: valutare strategie di comunicazione e prevenire possibili cortocircuiti mediatici come furono il «caso Ratisbona» e il «caso Williamson». Da quel giorno, anche l'ultimo dei blog è stato tenuto sotto controllo dal «grande occhio» vaticano, perché prevenire, pensano oltre il Tevere, è meglio che poi dover correre ai ripari.Da quel momento il fidanzamento della Santa Sede col web fu un crescendo di appuntamenti e sorprese. Una delle ultime riguarda i documenti vaticani del passato. Al posto di chiuderli negli antichi cassetti dell'archivio segreto, un «ministero» della Santa Sede li ha resi accessibili a tutti, e lo ha fatto in tutte le maggiori lingue nel mondo. Dal 16 marzo scorso, infatti, la Congregazione per la dottrina della fede, pur conservando i propri documenti sul sito ufficiale della Santa Sede, per facilitarne la consultazione ha aperto una nuova pagina web.

Dentro vi si trovano «in chiaro» anche i documenti di quello che un tempo era il Sant'Uffizio, l'antico «ministero» vaticano che tanto ha fatto tremare con le sue disposizioni eretici e infedeli. Ma non è solo la Dottrina delle fede ad essersi aperta al Web. Anche la Civiltà Cattolica, la storica e antica rivista dei gesuiti i cui testi sono visionati prima della pubblicazione dalla segreteria di stato vaticana, ha voluto come nuovo direttore Antonio Spadaro, il gesuita amante del web che su Twitter dialoga alla pari con fedeli e lettori. Fu lui, tra l'altro, insieme al cardinal Gianfranco Ravasi (anch'egli twitterista doc) e monsignor Claudio Maria Celli, a chiamare in Vaticano alcuni mesi fa tutti i blogger dell'area religiosa a loro giudizio più influenti. Un miscuglio di razze e cyber intelligenze che spiegarono all'istituzione come cinguettare su Dio, la fede, la vita della Chiesa. Rocco Palmo, ad esempio, giovane blogger che su Whisper in the Loggia anticipa le nomine papali del mondo anglosassone provocando a volte anche insofferenza nelle gerarchie, venne chiamato come relatore: i miracoli del multimediale.

Il prossimo aprile toccherà ancora al cardinal Ravasi dire la sua. Egli, infatti, farà propria la formula dei Ted - Technology, Entertainment and Design - inventata in California trent'anni fa ma divenuta celebre grazie alle nuove tecnologie. Sul web si offrono via video non più di 18 minuti a chiunque per proporre in una maniera possibilmente brillante idee che meritano di essere diffuse. È, infatti, in via di organizzazione il Ted Via della Conciliazione, promosso in collaborazione con il Cortile dei Gentili, lo spazio di confronto tra credenti e non credenti istituito - su suggerimento di Benedetto XVI - dal Pontificio Consiglio per la cultura guidato appunto da Ravasi. L'appuntamento si terrà a Roma il 19 aprile 2013 e avrà per tema «la libertà religiosa oggi». Come è nello spirito di questa iniziativa ad alternarsi sul palco saranno personalità tra loro molto diverse: religiosi e star dello spettacolo, intellettuali e stelle dello sport. Tutti dalla tribuna diranno la loro sul rapporto tra libertà religiosa, diritti umani e sviluppo dei popoli. Tra gli oratori, la cantante di origine cubana Gloria Estefan, l'attivista per i diritti umani egiziana Lamia Aly Mekhemar e il calciatore Didier Drogba.

Trecentomila lettere pazze: l'ultima gaffe del Fisco

Libero

L'Agenzia delle Entrate invia "avvertimenti amichevoli" ai contribuenti: le spese non corrispondono alle dichiarazioni 2010. Ma è pioggia di errori


Cattura
Non sono, ancora, cartelle pazze. Ma, in alcuni casi, sono lettere 'pazze', firmate dal direttore generale dell’Agenzia delle Entrate Attilio Befera. Trecentomila lettere relative alla dichiarazione dei redditi del 2010 e alle contemporanee spese giudicate dal Fisco "non compatibili con i redditi dichiarati". Nella lettera si chiede di giustificare tali acquisti e, in particolare, la provenienza dei soldi impiegati. Il problema è che, in diversi casi documentati e raccolti dall'agenzia AdnKronos, i riscontri dell’Agenzia non risultano corretti.

Gli errori del Fisco - Non essendo ancora attivo il nuovo redditometro, i dati sono quelli contenuti in database incrociati come il Pra per gli acquisti di auto o il registro delle imbarcazioni. Incroci che, evidentemente, non sempre sono compiuti con la dovuta attenzione. Emblematico il caso  di un contribuente, per altro lavoratore subordinato con aliquota   marginale Irpef al 38%, e quindi con ritenuta delle tasse alla fonte. Gli vengono attribuiti, nel 2010, l’acquisto di un’abitazione, di un’automobile, oltre all’accensione di un mutuo.

Peccato che non abbia effettuato nessuna delle tre operazioni addebitate. Insomma, un caso di errore palese. Ma ce ne sono altri, più o meno plateali. I toni della lettera sono ancora concilianti. Ma chi legge si sente inevitabilmente sotto accusa. Il destinatario è, qualora espressamente specificato, tenuto a presentarsi alla sede dell’Agenzia delle Entrate competente territorialmente entro un termine molto breve, per evitare di incorrere in una multa fino a duemila euro. In   alcuni casi, invece, si specifica che la lettera "ha finalità meramente informative e pertanto non è necessaria alcuna risposta". 

Consigli e avvertimenti - In particolare nella lettera si spiega al contribuente che "potrà essere chiesto di dimostrare che la quota di spese eccedente, per almeno un quinto (20%), il reddito complessivo dichiarato sia stata finanziata con redditi diversi da quelli posseduti nel 2010, o con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile". Poi, si ricorda che "nel caso in cui non fosse in grado di dimostrare la compatibilità delle spese sostenute con il reddito dichiarato, l’Agenzia delle Entrate potrà procedere all’accertamento sintetico del reddito complessivo".

Quindi, arriva il "suggerimento": "considerare con attenzione questa comunicazione e le opportunità di ravvedimento offerte dalla normativa fiscale". Perché, trattandosi della dichiarazione 2011 (sui redditi del 2010) è ancora ammesso il ravvedimento operoso, ovvero la spontanea correzione di errori. L'invito dell’Agenzia, infine, "è a considerare il contenuto di  questa comunicazione anche ai fini della dichiarazione 2012 (periodo di imposta 2011)". Peccato che molte delle lettere, anche quelle che portano data fine maggio, siano spesso arrivate ai contribuenti solo ad agosto inoltrato. Quando le dichiarazioni 2012 sono già state fatte e consegnate.

Ben oltre i numeri

La Stampa

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YOANI SANCHEZ

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Due giovani sorridenti spiegano in un annuncio televisivo i vantaggi del Censimento della Popolazione e delle Abitazioni 2012. Parlano della necessità di avere statistiche aggiornate e affidabili sulla nostra società. Per concludere il breve spot, pronunciano in coro una frase dove assicurano che “dal 15 al 24 settembre a Cuba ci conteremo tutti”. Lo spettatore è portato a riflettere su come sia ben diverso che ci contino rispetto al fatto che contino su di noi. Ma andando oltre le “azioni fallite” evidenziate dal linguaggio ufficiale, sono altre le cose che fanno preoccupare.

Noi cubani non ci fidiamo delle ispezioni, guardiamo con grande sospetto statistiche e indagini dentro le nostre abitazioni. La nostra esistenza è divisa tra una zona legale - pubblica - e un’altra costellata di illegalità per sopravvivere. Ecco perché non sempre accogliamo con piacere i sondaggi. In una situazione diversa, un censimento non dovrebbe preoccuparci più di tanto. In fondo si tratta solo di uno strumento statistico che fornisce alla cittadinanza alcuni dati su se stessa. Numero di abitazioni, quantità di abitanti di un genere o dell’altro, indice di crescita della popolazione… e molte altre cifre che rivelano capacità e mancanze di una nazione.

Tuttavia, nel caso del nostro paese è molto difficile separare un semplice inventario dal conseguente e inevitabile controllo statale. Impossibile delimitare un’indagine - per ingenua e anonima che sembri - dalla sua controparte più temuta: la vigilanza. Soprattutto in rapporto a oggetti e risorse di “dubbia provenienza” che sostengono il nostro quotidiano. Per questo motivo buona parte dei cubani finirà per mentire a diverse domande che faranno gli incaricati mentre altri non si lasceranno neppure censire (http://www.diariodecuba.com/cuba/12883-varios-grupos-de-la-oposicion-interna-piden-no-colaborar-con-el-censo-de-poblacion-y-vivi).

I risultati finali comporranno un mix di approssimazioni, omissioni e falsità pronunciate da molti intervistati per non rivelare come vivono davvero e quel che possiedono. Dopo aver parlato con diversi amici e vicini di casa, ho avuto conferma di come la gente non sia disposta a confessare tutto quel che l’Ufficio nazionale di Statistica vuol sapere. Un’amica, che ha potuto restaurare la sua casa grazie ai guadagni realizzati vendendo illegalmente generi di abbigliamento, mi spiega come farà: “Metterò in camera il televisore a schermo piatto e dirò al bambino di nascondere il computer”, afferma senza vergogna. E subito dopo aggiunge: “Quando mi chiederanno di che cosa viviamo, risponderò dei 420 pesos cubani mensili (meno di 20 dollari) che guadagna mio marito”.

“Ah… e se domanderanno la marca del mio frigorifero, mentirò di nuovo dicendo che è Haier… anche se dalla sala si può leggere la sigla LG”. Ma per lei la cosa più difficile sarà chiedere al fratello, a sua moglie e alla loro bambina piccola di non farsi trovare in casa durante quei giorni, perché nessuno deve vederli, visto che i tre vivono all’Avana senza regolari documenti. Quando l’incaricato uscirà dalla sua abitazione di sicuro non avrà un’idea corretta dello standard economico e del modo in cui vive la mia astuta amica. Avrà raggiunto il suo scopo. Per lei devono pensare che sia rosso dove è verde, poco dove è molto, adesso invece di domani. Perché da piccola le insegnarono che dire la verità significa mettersi in mostra, dare informazioni allo Stato e incolparsi da sola.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi


Wojtyla mi ha liberato da Satana

La Stampa
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La storia di Francesco posseduto dal demonio racconta nel libro scritto con il vaticanista del Foglio Paolo Rodari

Giacomo Galeazzi
Città del Vaticano

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Posseduto dal demonio. Da quando aveva quattro anni, fino a trentuno, Francesco è stato posseduto dal diavolo. O meglio, da ventisette legioni, e cioè schiere, del suo esercito, l’esercito del male. E poi liberato. Da chi? Da più esorcisti, ovviamente. Ma non solo. L’aiuto determinante è arrivato dai santi, tra questi Karol Wojtyla, apparsogli durante le dissociazioni più violente per confortarlo e, insieme, indicargli la porta d’uscita. Ci si può credere oppure no, ma se la storia che Francesco Vaiasuso, quarantenne gallerista d’arte ad Alcamo, racconta nel libro scritto con il vaticanista del Foglio Paolo Rodari.

“La mia possessione. Come mi sono liberato da 27 legioni di demoni”, Piemme – è vera, se davvero Satana ha ordinato, come lui sostiene, ai suoi sottoposti di possedere e sventrare il suo corpo per tutti questi anni e se questa presenza malefica è stata davvero sconfitta dai santi, molti di coloro che nutrono dubbi circa l’esistenza del mondo preternaturale, un mondo malvagio oltre la vita materiale, e di quello soprannaturale, hanno molto di qui in avanti su cui riflettere.

Le prime avvisaglie della presenza demoniaca furono le malattie. Anni di sofferenze incurabili, almeno per i medici. Poi un ritiro spirituale sulle Dolomiti siciliane, le Madonie. E un religioso gesuita che intuisce che i malanni di cui soffre Francesco forse, più che naturali, sono spirituali. Lo invita a recitare con lui una preghiera che scorre senza intoppi fino a che il religioso non chiede a Francesco di rinunciare allo spirito di medianità. «Rinuncio allo spirito di medianità» dice. Francesco cerca di ripetere: «Rinuncio allo…, allo…». Nessun suono si materializza.

Con uno sforzo disumano riesce a dire: «Spi… spi… spi…».  Ma la parola “spirito” non esce mai. Lentamente, e dopo parecchi minuti, pronuncia una parola che soltanto lontanamente assomiglia alla parola «medianità». In realtà si tratta di un miscuglio di sillabe senza senso. Inizia anche un po’ a sbavare. Il religioso gli porge un fazzoletto e lo invita ad asciugarsi. E’ soltanto un sintomo, niente di più, di un qualcosa di oscuro che alberga nel suo corpo. Francesco sente che è così. Chiede consiglio a dei sacerdoti di cui si fida. Arriva fino a padre Matteo La Grua, un importante esorcista di Palermo.

L’incontro tra i due assume da subito toni drammatici. Francesco, di fronte all’esorcista, va in totale dissociazione. Sbava, inveisce, sente qualcuno o qualcosa dentro il suo corpo prendere il sopravvento. Ma nello stesso tempo resta lucido, comprende ciò che sta avvenendo, capisce che non è lui ad avere queste reazioni così violente ma qualcun’altro dentro di lui. Anche qui, capirà poi, sta la particolarità del suo caso, un caso unico di lucidità: posseduto sì, ma sempre lucido, cosciente a se stesso anche durante gli esorcismi più duri.

Già gli esorcismi. Francesco ne subisce a centinaia, per anni. I migliori esorcisti siciliani si cimentano con lui senza ottenere risultati convincenti. Ma presto qualcuno viene in suo aiuto. Beninteso, Francesco non vuole convincere nessuno. Ma è lui a sostenere che durante gli esorcismi, prima della liberazione definitiva, arrivavano i santi a sostenerlo e a confortarlo. Durante le possessioni più violente a un certo punto il suo viso mutava espressione divenendo sereno.

Accadeva quando i santi, fra questi anche san Pio da Pietrelcina, scendevano dal cielo per confortarlo: «Francesco, anche io ho sofferto molto, come te» gli disse una volta padre Pio. «Ma la tua sofferenza sta aiutando tante altre persone. Resisti, presto sarai libero».E poi Wojtyla. Le sue apparizioni sono quanto di più irrealistico e insieme prodigioso si possa immaginare. E’ lui, Wojtyla, a rapirlo un giorno in cielo. Sotto, sulla terra, il suo corpo è in dissociazione davanti a un prete che prega su di lui. Più su, in cielo, la sua anima dialoga con Giovanni Paolo II che, vestito con gli abiti che indossava il giorno dell’elezione al soglio di Pietro, gli dice: «Tu devi andare lì». E indica un punto preciso.

Francesco si volta e la vede, piazza san Pietro, gremita fino a tutta via della Conciliazione d’una gran folla. E anche alla Chiesa che questo libro deve parlare, alla Chiesa che fatica a credere che Satana esiste? Difficile rispondere. Alla fine resta la suspance, l’attesa di comprenedere perché e come, a quattro anni, Satana sia entrato nel corpo di Francesco. Un’enigma che si scioglie pagina dopo pagina, come è stata l’avventura di Francesco che ha scoperto soltanto pochi giorni prima della liberazione come tutto ha avuto origine dentro di lui.

L’ultimo “lusciatt” nel paese che celebra l’arte di aggiustare ombrelli

La Stampa

Mestiere era diffusissimo nel Vergante ora è scomparso. Si usava una lingua che unisce dialetto e parole straniere


Giuseppe Rossi, 85 anni, è l’unico rappresentante di un mestiere prima diffusissimo

 

chiara fabrizi

Ha sperato tante volte che piovesse: dagli ombrelli rotti per qualche folata di vento poteva dipendere l’intera annata. Giuseppe Rossi, 85 anni, di mestiere faceva il «lusciatt», cioè l’ombrellaio. Una delle tante professioni legate a un’Italia rurale in cui bisognava aggiustare ciò che si rompeva, oggi praticamente scomparsa. Nel Vergante e anche a Massino Visconti, paese che celebra ogni anno la proverbiale operosità dei «lusciatt» con la Festa dell’ombrellaio, di artigiani non se ne trova più. E’ rimasto lui, che ogni tanto ne ripara, per diletto e per amicizia, qualcuno che le donne di Massino gli lasciano al cancello della sua abitazione. «Quella dell’ombrellaio è una tradizione di famiglia - racconta Rossi -: lo era mio nonno, lo è stato mio padre e da loro ho imparato il mestiere ed ereditato tutti gli attrezzi, ancora oggi lucidi e pronti all’uso». Un mestiere, ma anche un’arte: «L’ombrellaio deve essere un po’ sarto, lattoniere e anche falegname» spiega.

Per tantissimi anni Giuseppe in sella alla sua bici con tanto di «barsella», la borsa degli attrezzi, ha macinato chilometri nella vicina Lombardia in cerca di clienti: «In primavera partivo per non meno di 3 mesi, in autunno stavo fuori fino a Natale. Di paese in paese, ogni giorno cercavo ombrelli da riparare. Arrivato in piazza, lasciavo nel solito cantone la bicicletta e andavo alla ricerca di lavoro. Poi, al pomeriggio, mi mettevo all’opera. A sera, il conto del guadagno: a volte misero, a volte sufficiente perché mi scappasse un sorriso».

Una passione di famiglia
 
Giuseppe è stato più fortunato di suo padre e della generazione precedente: «Gli anziani si spostavano con il carro e il cavallo e dormivano dove capitava, spesso nei fienili. La loro lontananza da casa durava molti più mesi e non sempre andava bene». La fatica, però, era compensata dalla passione per un mestiere che richiedeva non solo abilità ma anche creatività. In qualche caso, l’ombrello si faceva da capo a piedi: «Avevamo le sagome per tagliare le stoffe. I signori sceglievano la seta, per gli altri bastava il cotone». Chi aveva fortuna nel suo girovagare, anche in terra straniera, si fermava e apriva un negozio e magari diventava un piccolo imprenditore. I più tornavano a casa dove le donne avevano tirato avanti la baracca, lavorato la terra, accudito il bestiame. L’identità dei «lusciatt» del Vergante era così marcata, che avevano inventato una lingua propria, il «tarusc»: nata per impedire agli estranei di capire i loro discorsi, mescolava termini dialettali a parole derivanti dal francese, dal tedesco e dallo spagnolo, che si erano portati dietro, come retaggio del loro girovagare, riparando ombrelli.

Pochi oggi la comprenderebbero ma a Massino Visconti, dove l’Amministrazione comunale lavora da anni perché tradizioni e cultura locale vengano mantenute, si trova anche un dizionario, che traduce in italiano l’idioma degli ombrellai massinesi e dell’intero Vergante. A Gignese, sopra Stresa, c’è addirittura un museo dedicato ad un accessorio, come l’ombrello, che vanta una storia millenaria. Nella sua personalissima collezione, invece, Giuseppe Rossi conserva un ombrello molto particolare: «Sicuramente di fine ‘800, è appartenuto a un milord. L’ombrello è nascosto e sembra piuttosto un bastone da passeggio». Mentre mostra la perfezione del meccanismo, la raffinatezza della stoffa, un po’ di nostalgia l’ultimo «lusciatt» di Massino Visconti ce l’ha: «C’era una grande libertà nel nostro mestiere. E’ un peccato che nessuno voglia più imparare quanto sia bello dare nuova vita ad un oggetto rotto».

La festa in paese
 
A Massino Visconti si guarda con orgoglio agli ombrellai di ieri e di oggi. Sono stati ultimati in questi giorni due murales che il Comune ha commissionato al pittore Maurizio Fantini per celebrare l’operosità dei «lusciatt». A loro l’intero paese dedica la Festa dell’ombrellaio (che quest’anno sarà il 16 settembre dalle 15,30) e la Pro loco assegna il premio «Ombrellino d’oro» a chi si è distinto per intraprendenza e impegno. Il riconoscimento numero 17 andrà alla Fondazione Mike Bongiorno per la sua attività di promozione e sostegno nel sociale, nella ricerca e in ambito culturale. Per di più la famiglia Bongiorno ha un forte legame con il Vergante. Nel corso della cerimonia saranno anche consegnati i due ombrellini d’argento, riservati a operatori del settore: uno andrà all’ombrellificio Maffei di Borgomanero, l’altro alla memoria del massinese Giovanni Bertoli, proveniente da vecchia famiglia di ombrellai e a sua volta attivissimo fabbricante a Milano.

L'incubo di Robocop è realtà: Come Delta City: ecco la città delle multinazionali

Il Mattino


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TEGUCIGALPA - Il governo honduregno ha dato il via libera alla costruzione di quattro «città dello sviluppo». Un nome avveneristico che nasconde una novità assoluta. Almeno nel mondo reale. Il cinema l'aveva prevista da anni, tratteggiandola come un incubo.
Nella saga cult Robocop, "il futuro della legge", era l'intera Detroit a finire, per debiti, in possesso della multinazionale Ocp. Il perfido Dick Jones tirava le fila nel solo interesse del profitto, precipitando la città in uno scenario oppressivo ed oscuro nel quale la sola speranza dei cittadini era il poliziotto cyborg. Robocop appunto. Programmato per proteggere e difendere nel solo nome della legge lo fa in maniera assoluta. E diventa il nemico dell'Ocp. Che gli oppone un altro cyborg da incubo.

In Hondurans stanno per nascere quattro città che nascono direttamente per essere proprietà delle multinazionali americane. Non è la Ocp, ma la MGK. Centri urbani privati, del tutto autonomi in materia fiscale, di sicurezza, sanitaria e giudiziale. Il prezzo della compravendita di un pezzetto di Honduras è 15 milioni di euro. Soloper la prima città. Che, per inciso, dovrebbe sorgere nell'area abitata da una popolazione indigena che non ne vuol sapere. Un'iniziativa contro la quale è insorta l'opposizione, che la denuncia come una rinuncia esplicita alla sovranità nazionale. Il presidente del parlamento di Tegucigalpa, Juan Hernandez, ha infati annunciato che il gruppo americano MGK investirà 15 milioni di dollari per cominciare a costruire la prima di queste città, nei dintorni di Puerto Castilla, sulla costa caraibica, e sarà vasta mille chilometri quadrati, come del resto le altre tre in progetto.


Per permettere il lancio di questi progetti , la Costituzione honduregna è stata modificata l'anno scorso per includere un articolo nel quale di specifica che le nuove agglomerazioni «saranno soggette al governo nazionale in tutte le questioni relative alla sovranità, la difesa nazionale, gli affari esteri ed elettorali, cos come l'emissione di documenti di identità e passaporti». Questo significa, per eliminazione, che in materia di tasse, sicurezza pubblica, politica sanitaria e giustizia si tratterà di enclave autonome all'interno del territorio dell'Honduras, cosa che secondo l'opposizione mette in evidenza la fragilità sociale ed istituzionale del paese, ancora traballante dopo il colpo di Stato del 2009.





«Stiamo parlando di protettorati in mano alle corporazioni multinazionali, con lunghe code alle porte, come in Palestina, formate da gente che va a lavorare, o semplicemente vuole muoversi liberamente», ha detto Edmundo Orellana, ex ministro della Giustizia, in dichiarazioni al giornale La Prensa. Il controverso progetto ha destato anche preoccupazione nella comunità dei Garifuna, popolazione di origini africane, caraibiche e arabe - che vive nella regione dove si intende costruire la prima «città modello»: «Quel territorio appartiene ai Garifuna, e non può essere consegnato a capitali stranieri, è un gesto di colonialismo puro», ha dichiarato Miriam Miranda, presidente dell'Organizzazione Fraterna Nera dell'Honduras.
 
Robocop. programmato nel nome della legge, avrebbe qualcosa da ridire. Al cinema.


Sabato 08 Settembre 2012 - 17:07    Ultimo aggiornamento: 18:01

Le squadre di calcio «giocattoli» per i boss: così i clan scendono in campo

Il Mattino

di Gigi Di Fiore


NAPOLI - In campo, nel torneo di Promozione, era sempre aggressivo. Tirava calci, pugni, provocava. Luigi Baccante, detto Maurizio, giocava da mediano nel Marano e tutti sapevano che era un affiliato del clan Nuvoletta. Oggi è all’ergastolo, accusato di essere uno dei mandanti dell’omicidio di Giancarlo Siani
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CatturaCalcio e camorra, lo sport più popolare in Italia che, soprattutto nei piccoli centri e nelle serie minori, attira simpatie, consensi. Le squadre sono per questo appetite da dirigenti in odore di camorra. È successo per il Quarto calcio, arrivato fino alla serie D con la presidenza di Castrese Paragliola, imprenditore considerato vicino al clan Polverino. E succedeva, anni fa, con il Posillipo calcio a Napoli, che aveva in prima divisione dirigente-allenatore Giovanni Paesano, il boss del quartiere ucciso dinanzi al’ippodromo di Agnano il 4 giugno 1995. Nell’ottobre del 1980, Antonio Sibilia, presidente dell’Avellino in seria A con simpatie per il boss della Nco Raffaele Cutolo, costrinse il suo calciatore di colore Juary a consegnare durante un processo una medaglia al noto capocamorra.

Per la gioia di telecamere e giornalisti. In tempi più recenti, quelli in cui inchieste della Dda napoletana sui clan sono incappate nelle intercettazioni del calcio scommesse, le sorprese sono state continue. Tutte legate al giro di affari delle scommesse legate al calcio controllate, anche nelle serie inferiori, dai clan camorristici. Raccontò, negli anni Novanta, il pentito Raffaele Giuliano di Forcella: «Fu mio fratello a inventarsi il sistema del totonero, il sistema delle scommesse clandestine legate al calcio. Già agli inizi, rendeva fino a 200 milioni di lire a settimana». E aggiunse il fratello Guglielmo, anche lui pentito: «Le scommesse rappresentano il maggior introito del nostro clan. Con il tempo, siamo arrivati a guadagnare due miliardi a settimana».

Furono proprio i Giuliano ad accogliere, nella loro casa di Forcella, addirittura Maradona dopo la vittoria del primo scudetto del Napoli. Le foto del calciatore con Carmine Giuliano fecero il giro del mondo. E si parlò del pibe de oro e di camorra anche dopo il furto del pallone d’oro alla Banca della Provincia di Napoli. Alcuni amici di Maradona si rivolsero ai Lo Russo di Miano, per cercare di recuperare i beni del calciatore rubati nel caveau durante la clamorosa rapina. Il sindaco di Castellammare, Luigi Bobbio, ex magistrato, non ha mai perso occasione di denunciare le infiltrazioni del clan D’Alessandro nell’area stabiese. E non ne è stata estranea neanche la squadra locale, la Juve Stabia, che finì nell’inchiesta Golden goal per la partita con il Sorrento al centro di un appetitoso giro di scommesse. Due calciatori del Sorrento, ipotizzò l’indagine dei carabinieri, accettarono 25mila euro da esponenti dei clan stabiesi D’Alessandro-Di Martino per alterare l’incontro.

I calciatori della Juve Stabia furono anche costretti da malintenzionati a rimanere in mutande dopo una trasferta. Denunciò due anni fa l’allora procuratore capo di Napoli, Giandomenico Lepore: «I clan sono sempre più attivi nel giro delle scommesse legate al calcio». Oltre alle scommesse, la squadra locale è anche un mezzo per apparire e attirare simpatie sul clan. A Pagani, provincia di Salerno, due dirigenti della squadra furono arrestati per associazione camorristica dalla Dda di Salerno. Ritenuti vicini al clan D’Auria Petrosino, da finanziatori della campagna elettorale del sindaco, bussavano a soldi al Comune, per la squadra: almeno diecimila euro all’anno. Da una provincia all’altra. Albanova era il nome antico di Casal di Principe. Un nome dato alla squadra locale, che arrivò a sfiorare la promozione in C1 con la presidenza di Dante Passarelli, imprenditore dello zucchero morto in un incidente misterioso, considerato affiliato al clan dei Casalesi.

Nel 1992, tra i dirigenti ci fu anche Francesco Schiavone detto Sandokan uno dei vertici della mafia-camorra casertana. Un famoso comunicato annunciò quell’ingresso societario: «Finalmente un raggio di sole nel Casale calcio. Il noto imprenditore Francesco Schiavone è entrato a far parte della dirigenza». L’investimento nella squadra serviva a far girare soldi, cambiarli, trasformarli. Riciclaggio, ma anche consenso sociale sul territorio. Allo stadio, si consolidavano le simpatie dei tifosi per un boss definito «solo un imprenditore». Anche la Mondragonese, sempre provincia di Caserta, squadra di serie D, ha avuto dirigenza inquinata, con Renato Pagliuca, ex calciatore che fu reggente del clan La Torre. Diceva in giro di voler comprare il brasiliano Cerezo. La squadra era il suo giocattolo. Finì male, ucciso nel 1995. Storie di camorra e di calcio inquinato. Nelle ultime inchieste sul calcio scommesse, protagonisti sono gruppi di clan slavi. Ma le squadre dei piccoli centri restano strumenti di potere e controllo sociale. E, su questo, le mafie sono molto sensibili. In Campania, come nelle altre regioni. Sicilia e Calabria in testa.

Mercoledì 05 Settembre 2012 - 10:43    Ultimo aggiornamento: Sabato 08 Settembre - 13:12