giovedì 6 settembre 2012

L'esempio del Napolitano greco: si taglia la lauta pensione. Giorgio, lo faresti anche tu?

Libero

Le decisione di Papoulias: rinuncia allo stipendio e riduce l'assegno ai suoi due predecessori. Perché il Colle non riduce la paga di Amato e Scalfaro?

Il buon esempio viene dalla Grecia, la stessa Grecia che truccò i conti per entrare nell'euro. Ma che su questa decisione dovrebbe essere imitata, subito

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Il buon esempio viene dalla Grecia. Strano, ma vero. Dal Paese ellenico, che per entrare nella zona euro truccò i bilanci, arriva un'inaspettata notizia che dovrebbe ispirare anche l'omologo italiano. Stiamo parlando di presidenti della Repubblica (di due Paesi in difficoltà): Karolos Papoulias e Giorgio Napolitano. Il primo, ha deciso, vuole contribuire alla riduzione della spesa pubblica della Grecia, e ha chiesto la riduzione di un terzo della pensione dei due suoi predecessori (Costis Stefanopoulos e Christos Sarzetakis) e dello stipendio dei futuri (e presenti) presidenti.

Già lo scorso febbraio, Papoulias aveva rinunciato al suo stipendio: secondo la stampa di Atene, la decisione del presidente della Repubblica farà risparmiare alle casse dello Stato circa 350mila euro l'anno. Ecco, ora parliamo del secondo, di Re Giorgio, dell'inquilino del Colle. Non è che, per puro caso, vorrebbe prendere in considerazione un simile provvedimento? Perché Napolitano non pensa a decurtarsi lo stipendio per contribuire, lui come tutti noi, al miglioramento - seppur simbolico - dei conti dello Stato? E se per caso trovasse la necessaria ispirazione - questo è il nostro appello - segua in tutto e per tutto l'esempio greco, tagliando anche lo stipendio dei suoi due predecessori: Carlo Azeglio Ciampi e Oscar Luigi Scalfaro. Grazie.

Altro che ribelle: belle parole e pochi fatti. Zdenek è un comunista...

Libero

Ideologia, disciplina, collettivismo e culto della personalità: fuggito dalla Praga occupata, il boemo usa metodi sovietici. E la Juve è l’alibi dei suoi flop

di Giuseppe Pollicelli

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Zdenek Zeman è uomo di silenzi, provocazioni e paradossi. Ma il paradosso più grande non lo ha espresso con le parole, lo ha prodotto con la biografia, lo ha realizzato attraverso la sua parabola esistenziale e professionale.

Il più grande paradosso di Zeman consiste nell’avere abbandonato a ventuno anni la sua città, Praga, per fuggire al comunismo, e nell’essere poi divenuto una delle personalità più popolari e carismatiche d’Italia (dove vive dal 1968, quando fece la scelta dolorosa di fermarsi a Palermo, lontano dai carri armati sovietici ma anche dagli affetti più cari) ricorrendo senza rendersene conto alle medesime «armi» che hanno garantito al comunismo le sue fortune. Quella che viene accordata a Zeman e al suo immodificabile modulo di gioco, il 4-3-3, non è mai semplice e razionale stima: è adesione fideistica, è un abbandono dai connotati mistici che ha le esatte caratteristiche della fede nel comunismo e nelle sue mirabolanti promesse. Una fede che, in quanto tale, non tiene in alcun conto le evidenze, nutrendosi bensì di profezie, di attese messianiche, di invettive.

Stessa ideologia
 
Le analogie tra la figura di Zeman e il comunismo sono talmente tante, e così stringenti, che vale la pena passarle in rassegna. Innanzi tutto, alla base della filosofia zemaniana, vi è l’ideologia: per Zeman, come per il comunismo, non sono mai le idee a doversi adattare alla realtà, è la realtà che deve piegarsi agli schemi dell’ideologia. E se la realtà a questi schemi non si piega, vuol dire che è la realtà a essere sbagliata, non l’ideologia, la quale è perfetta e, dunque, immutabile.

Come nel comunismo, ciò che è collettivo deve sempre fare premio, per Zeman, su ciò che è individuale: il calciatore che osi trasgredire il modulo va subito emarginato, affinché non contamini il corpo sano della squadra. Come il comunismo, Zeman auspica l’avvento di un uomo nuovo, una forma evoluta di essere umano che non conosca tentazioni, cedimenti, slealtà. Come il comunismo, Zeman preconizza il sol dell’avvenire, il materializzarsi di un evo in cui nessuna squadra giocherà più per portare a casa il risultato e tutte le partite finiranno 8-5 o 2-6, e la formazione allenata da Zeman, che è il migliore, conquisterà il campionato più spesso delle altre perché non vi saranno più cinici imbroglioni a impedirlo.

Come il comunismo, Zeman applica la disciplina di partito: lo fece quando, in un sorprendente accesso garantista, prese le difese del patron del Foggia Pasquale Casillo, implicato in fatti di camorra. Come capitava a un Togliatti o a un Berlinguer, e ancor di più succede con l’icona di Guevara, a Zeman è riservato un autentico (e trasversale) culto della personalità. Come il comunismo, Zeman ottiene sporadici successi e innumerevoli fallimenti (nessun trofeo vinto in carriera, una quantità ragguardevole di esoneri, eccezionali record negativi come i quattro derby persi in un anno sulla panchina della Roma), ma ai suoi seguaci non importa, poiché il tempo dell’affermazione arriverà.

Come il comunismo, Zeman vuole il riscatto dei perdenti e dei (presunti) derelitti, sempre demagogicamente considerati la parte buona da contrapporre a quella, ignobile, dei vincenti. Come il comunismo, Zeman ha il suo nemico giurato, la Juventus (identificata con il grande capitale e le sue losche manovre), che è anche un poderoso alibi per giustificare le sconfitte, il comodo bersaglio grosso da colpire ogni volta che gli eventi prendono una brutta piega. Come il comunismo, Zeman difetta quanto a coerenza: paladino dell’integrità morale, nel 1994 spese queste parole riguardo alla mafia: «Io non l’ho mai scoperta, la mafia. (...) Le stragi di Capaci e via d’Amelio? Ma questa è mafia? Allora, se questa è mafia, cancello tutto e dico che la mafia è una cosa bruttissima, gravissima e così via. Ma io non sono convinto che quella sia mafia».

Qualche bugia... 

Come il comunismo, Zeman mente: in qualità di teste dell’accusa al processo di Calciopoli disse di non aver mai avuto a che fare in vita sua con Moggi, salvo smentirsi clamorosamente nel documentario Zemanlandia, in cui racconta di quando, da allenatore del Parma, pranzò proprio con Big Luciano. Come il comunismo, Zeman gode di un occhio di riguardo da parte dei media (che lo trattano alla stregua di un santo o di un eroe), delle istituzioni (di recente il sindaco di Roma gli ha consegnato il premio fair play «Avversari sì, nemici mai», non molti giorni dopo la diffusione di una foto che immortala Zdenek mentre autografa una maglia con su scritto «Odio la Juve!»), e della giustizia, che non lo ha indagato per omessa denuncia benché nel 2005 avesse avuto la sensazione - lo disse lui stesso, e figuriamoci se un leader del suo calibro poteva non sapere cosa accadeva nel proprio spogliatoio - che i giocatori del suo Lecce si fossero accordati con quelli del Parma per non farsi male.

Come il comunismo, Zdenek promette meraviglie che, alla resa dei conti, si rivelano ingannevoli miraggi. E allora hasta la victoria, mister Zeman! Tanto lo sappiamo che è soltanto un bello slogan.

Cane preso a picconate in testa la storia di Lenny sbarca in tv

Il Mattino
di Amedeo Picariello


AVELLINO - È stato barbaramente seviziato: sono arrivati a colpirlo ripetutamente alla testa con un piccone. Si è salvato grazie ad un intervento chirurgico eseguito presso l'ambulatorio veterinario dell'Asl di Avellino. La storia di Lenny, un meticcio di due anni, ha destato sgomento , ma soprattutto tanta commozione.


CatturaIl cane, ritrovato esanime nelle compagne di Volturara Irpina ora sta bene e sta lentamente recuperando: si trova tuttora in degenza presso la struttura di Monteforte Irpino. La sua vicenda sarà al centro di un reportage della popolare trasmissione «La vita in diretta». Questa mattina gli inviati di Rai uno faranno tappa presso l'ex ospedale «San Giacomo» dove incontreranno il dottore Sossio Andreottola, responsabile dell'unità operativa di igiene urbana-veterinaria, che ha operato il cane e gli ha salvato la vita. Lenny è stato ritrovato da un passante: aveva trovato riparo - dopo la brutale aggressione – sotto una tettoia in ferro poco distante da un casolare di campagna, poco fuori dal centro abitato di Volturara Irpina.

Aveva stretta al collo una corda. L'animale era in condizioni disperate. L'uomo ha chiamato i carabinieri. I militari dell'Arma prontamente giunti sul posto hanno allertato il servizio veterinario dell'Asl di Avellino. Lenny è stata trasportato presso l'ambulatorio di Monteforte e subito operato. Non ha il microchip identificativo. Su quanto accaduto stanno indagando i carabinieri ai quali toccherà risalire all'autore o agli autori dell'efferato pestaggio. «Lenny – ha spiegato il dottore Andreottola - presentava gravi e profonde ferite alla testa che gli sono state inferte quasi certamente da un piccone. Nonostante la criticità della situazione siamo riusciti a strapparlo da una morte certa. Non appena lo abbiamo visto riaprire gli occhi e nutrirsi di nuovo sia noi sanitari che i volontari che ci danno una mano abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Adesso, però - ha concluso il veterinario – arriva la fase più difficile. Tutti noi auspichiamo che qualcuno si faccia avanti per adottare Lenny. Ed è quanto ribadiremo ai microfoni della Rai».

Giovedì 06 Settembre 2012 - 15:55    Ultimo aggiornamento: 16:13

In due minuti la storia del mondo

Corriere della sera

Dal Big Bang al web: successo per il filmato di uno studente


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Un video virale di uno studente 19enne conquista il web. La storia dell'universo - dal Big Bang all'era di internet - in un azzeccato montaggio di immagini e musica

Il video: guarda

Lapidi interattive, così i morti rivivono online

La Stampa

Grazie ai codici QR si potranno conoscere le persone defunte tramite biografie, foto, video e i commenti di familiari e amici



TORINO

Compagna di ogni momento della vita quotidiana, la tecnologia ha cominciato a trasformare anche la morte. Diversi cimiteri tradizionali si sono dotati di totem telematici che aiutano a orientarsi,connessioni wifi e banche dati online, ma alcuni stanno già andando oltre e sperimentano lapidi interattive, che offrono un modo rivoluzionario per ricordare i propri cari. Grazie a codici QR (Quick Response) che possono essere acquisiti dagli smartphone, si possono leggere biografie online del defunto e pagine web correlate che mostrano profili, immagini, video e tributi di familiari e amici. In Inghilterra, l'impresa di pompe funebri Chester Pearce di Poole, nel Dorset, ha iniziato a sperimentare l'utilizzo di questa tecnologia perchè i visitatori possano conoscere da vicino le persone sepolte, anzichè limitarsi a un nome e le date di nascita e di morte.

In futuro potrebbe anche diventare un utile aiuto per chi volesse cercare di ricostruire il proprio albero genealogico. I codici QR vengono incisi su una piccola placca di granito o di metallo e poi incorporati o incollati su lapidi, monumenti o targhe commemorative poste sulle panchine. Stephen Nimmo, direttore del Chester Pearce, ha spiegato al Guardian di aver avuto l'idea durante una visita alla necropoli delle mura del Cremlino, a Mosca, dove risposano spoglie famose. Riflettendo su quante informazioni gli fossero note di quelle persone, Nimmo ha pensato anche alle volte in cui, attraversando un cimitero,  il pensiero si rivolge ai tanti nomi, perlopiù di sconosciuti: «utilizzando i codici QR si potrà scoprire tutto quello che c'è da sapere».
 
(Agb)

L’ultimo viaggio (poco ecologista) dello shuttle Endeavour

Corriere della sera

Il 12 ottobre farà il suo ultimo viaggio: dall’aeroporto di Los Angeles al California Science Center

La shuttle space Endeavour prima di partire per lo spazio La shuttle space Endeavour prima di partire per lo spazio

MILANO - L’ultimo viaggio dello space shuttle Endeavour, dopo aver compiuto il giro della Terra per oltre quattromila volte, avverrà sull’asfalto, come una comune automobile o un bus, lungo le larghe avenue di Los Angeles. Percorrerà 19 chilometri, ovvero la distanza necessaria per spostare la navicella spaziale dall’aeroporto (il Los Angeles International Airport) fino al museo che la ospiterà per sempre, il California Science Center all’interno del parco espositivo della città degli angeli. Nonostante l’ampiezza delle vie e le grandi distanze della megalopoli californiana però, per far transitare l’ultimo degli shuttle nelle corsie delle auto sarà necessario abbattere circa 400 alberi dai lati delle sue strade. Una decisione impopolare che lascia sgomenti e arrabbiati i residenti dell’area sud di Los Angeles.

DAL PRIMO ALL’ULTIMO VIAGGIO – Quinto e ultimo della serie degli space shuttle costruiti dalla NASA, insieme a colleghi famosi come il Challenger e il Discovery, l’Endeavour ha compiuto in 20 anni 25 missioni in orbita. La prima, nel maggio 1992, durò circa 10 giorni e servì, tra l'altro, a sostituire il motore del satellite Intelsat. L’ultima missione, nel maggio 2011, vide a bordo anche l’astronauta italiano della Agenzia Spaziale Europea Roberto Vittori. In tutto l’Endeavour, il cui nome è un omaggio all’imbarcazione dell’esploratore britannico James Cook, ha completato 4671 orbite e ha girato intorno alla Terra per 299 giorni. E ora si prepara per il passaggio finale, questa volta via terra: l’arrivo al polo museale che lo custodirà da qui in avanti e lo aprirà alle visite. Una fine comune anche alle altre navicelle costruite dalla NASA, tutte consegnate a musei americani.

UN PERCORSO ACCIDENTATO – Ma per arrivare al California Science Center, questa enorme struttura alta 37 metri, pesante circa 63 tonnellate e con una apertura alare di quasi 24 metri, dovrà sacrificare la vegetazione locale. Per la precisione, si tratta di 128 piante di Inglewood, città a sud ovest della contea di Los Angeles, e 265 alberi che ornano i viali della South Los Angeles, come racconta il LA Times, precisando però che il numero esatto degli arbusti da abbattere non è ancora ufficiale. Nessuna speranza comunque che questi 400 alberi vengano salvati: per far passare l’Endeavour, dopo molti studi e tentativi di percorsi alternativi (tra cui anche l’idea di arrivare via cielo, ovviamente scartata, o quella di fare a pezzi la navicella, come avvenne a Milano per l’arrivo del sottomarino Enrico Toti da 458 tonnellate via terra, cui fu smontata la torretta), il male minore è sembrato proprio quello di solcare i grandi viali della città.

ALBERI E PREZZI DELLE CASE - A Inglewood i primi alberi sono già stati soppressi, mentre le comunità locali sono state tranquillizzate dalle promesse del museo che attende l’Endeavour per il prossimo 12 ottobre: verranno ripiantati il doppio degli alberi oggi abbattuti per il passaggio della navicella e investiti fino a 500mila dollari per “migliorare il paesaggio della città”. Certo, le magnolie, i pini, e le altre piante ormai vecchie di decine di anni che ombreggiavano i viali di questa area di Los Angeles non ci saranno più e la popolazione, oltre a denunciare il danno ambientale, teme già per la svalutazione delle abitazioni che affacciano sul percorso scelto per portare a casa l’ultimo degli shuttle.

Eva Perasso
6 settembre 2012 | 14:30

Il Pakistan espelle gli stranieri di Save the Children: "Spie Usa"

La Stampa

Islamabad: l'organizzazione è stata utilizzata come copertura

Il Pakistan ha dato agli stranieri che lavorano per l'organizzazione Save the Children una settimana di tempo per lasciare il Paese.

Lo Stato sarebbe infatti convinto che l'organizzazione umanitaria sia stata utilizzata come copertura dagli Stati Uniti per spiare e rintracciare Osama Bin Ladin. Le "prove concrete" con cui i funzionari pakistani stanno giustificando l'espulsione dei membri stranieri proverrebbero dalla confessione, dopo l'arresto, di Shakil Afridi, medico che lavorava al confine con l'Afganistan, all'Isi, agenzia di spionaggio militare del Paese. Il governo degli Stati Uniti e Save the Children hanno sempre negato qualsiasi rapporto tra Cia e l'organizzazione umanitaria, ma i funzionari pakistani sono ormai fermi sull'espulsione.

Come riportato dal quotidiano The Guardian, un funzionario dell'intelligence pakistana ha affermato che «la nazione ha condotto una delle più lunghe indagini della nostra storia. Si tratta di una questione molto seria e al personale straniero di Save the Children è stato chiesto di lasciare il Paese solo dopo aver verificato le prove concrete». Il dott. Afridi è stato accusato di aver creato una finta campagna di vaccinazione contro l'epatite B, nella zona di Abbottabad, per cercare di individuare la posizione esatta di Osama Bin Ladin. I funzionari pakistani sostengono che il medico avrebbe cercato di prelevare campioni di sangue agli abitanti delle case dove poteva nascondersi il leader terrorista, per confrontarli con i campioni di Dna in possesso dalla Cia.

Anche se il medico non è riuscito nel suo intento, la sua collaborazione con l'intelligence americana è considerata alto tradimento. Save the Children ha rilasciato in una nota la dichiarazione di «non aver mai consapevolmente assunto persone legate alla Cia e che il dott. Afridi non è mai stato un impiegato dell'organizzazione, non ha mai ricevuto uno stipendio da loro, e che la stessa, non ha mai eseguito programmi di vaccinazione ad Abbottabad». Save the Children è stata di recente riorganizzata con la fusione di rami precedentemente autonomi che avevano a capo gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Svezia. L'organizzazione ha ancora dichiarato che all'interno dei 2000 dipendenti che ha in Pakistan, solo 6 sono stranieri, per cui il lavoro continuerà così come era andato avanti fin'ora, aiutando milioni di bambini in tutto lo Stato.

L'acqua del sindaco», un successo inaspettato

Corriere della sera

C'è la fila alle «case dell'acqua», specie tra gli anziani. Ma c'è chi non è d'accordo: soldi pubblici ingiustificati

MILANO - Sono oltre 16 milioni i litri erogati ogni anno dalle case dell’acqua nei Comuni della provincia di Milano, Monza Brianza, Sondrio, Lodi e Pavia. Un dato ottenuto con un sistema tele rivelamento che controlla quotidianamente, via Gprs, i litri erogati dalle singole strutture. Un’idea, quelle delle case dell’acqua, nata diversi fa da quattro società pubbliche –Cap Holding, Ianomi, Tam e Tasm – che gestiscono sul territorio lombardo le reti idriche di circa 300 Comuni per promuovere l’utilizzo dell’acqua pubblica. E che ha visto le prime costruzioni al Parco sud Milano, a Buccinasco, già vent’anni fa.

 Case dell'acqua: un successo Case dell'acqua: un successo Case dell'acqua: un successo Case dell'acqua: un successo Case dell'acqua: un successo

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ACQUA NATURALE E GASATA - Un sistema di distribuzione che offre gratis acqua naturale e gasata e che, nel corso degli anni, ha fatto della Lombardia la regione con maggiore presenza di strutture: 244 su un totale di 411 distribuite in tutto il territorio italiano. Una pratica, quella di prendere gratis l’acqua alla spina, che si sta diffondendo sempre di più tra i cittadini dei Comuni che ospitano le strutture di distribuzione. E che, visto il successo, ha stimolato la Regione Lombardia a investire 800 mila euro. In cima alle preferenze, i consumi dell’acqua gasata, ottenuta grazie all’aggiunta di CO2, consolidati all’80% sul totale dell’acqua prelevata.

VANTAGGI AMBIENTALI – Molti, i benefici ambientali legati all’utilizzo delle case dell’acqua. Tra cui il risparmio della plastica e la riduzione dei trasporti su ruote per la distribuzione delle bottiglie. «Ogni anno nelle provincie lombarde», dice Alessandro Ramazzotti, presidente di Cap Holding, «grazie a questo sistema di erogazione dell’acqua risparmiamo circa 16 milioni di bottiglie da un litro e mezzo, per un totale di circa 350 tonnellate di plastica. In più, con le case dell’acqua abbiamo anche ridotto i trasporti su ruote, limitando notevolmente le emissioni nell’aria con circa 1.400 Tir in meno sulle nostre strade».

I CITTADINI – Più che positiva la risposta dei cittadini nei piccoli Comuni lombardi. Tra le strutture che vanno meglio quella di Rozzano, Corbetta e Sesto San Giovanni, primatiste con oltre un milione di litri erogati ogni anno. E dove, la maggior parte dei consumatori appartengono alle fasce più deboli, per esempio gli anziani. Un entusiasmo che, per accontentare le richieste delle amministrazioni comunali, vedrà la costruzione entro la fine del 2012 di 28 nuove case. Tra i giorni preferiti dai cittadini per far scorta di acqua, il sabato e la domenica. Ma anche durante la settimana lavorativa nella fascia pomeridiana.

LA POLEMICA – Nonostante il successo raccolto in questi anni dalle case dell’acqua c’è anche chi è contrario al finanziamento da parte del sistema pubblico a questo tipo di forniture. Tra i detrattori, l’Istituto Bruno Leoni (Ibl) che, nei giorni scorsi, ha pubblicato uno studio incentrato sulle questione. «L’acqua alla spina», spiega Serena Sileoni, fellow dell’Ibl e autrice della ricerca, «rappresenta un vero e proprio settore di mercato e quindi il suo sostegno e il suo finanziamento da parte della pubblica amministrazione è ingiustificato. Si tratta di un servizio aggiuntivo che non dovrebbe essere pagato dai contribuenti, visto che il servizio di fornitura di acqua pulita è già pagato a monte dai cittadini», affema Sileoni.

«Anche perché il servizio non è fruibile da tutti, dato che molte persone per necessità legate alla salute devono bere acque minerali con determinate proprietà. In più, questi tipi di finanziamenti contribuiscono ai problemi di bilancio e sono tra i motivi per cui i conti pubblici non tornano mai. Oltre all’ingiustizia distributiva», prosegue la ricercatrice, «ci sono anche altre questioni che gettano ombra su questa operazione pubblica. Tra cui l’ambiguità con cui viene presentata l’acqua nei distributori, visto che non viene rimarcata la differenza tra le proprietà dell’acqua alla spina rispetto a quelle minerali. Le due acque non sono equivalenti, perché le minerali in bottiglia provengono da fonti sorgive e non dall’acquedotto e dalla falde cittadine. Infine», conclude, «anche l’ideologia ambientale, se pure di nobili principi, rischia di offuscare l’operazione imprenditoriale fatta con i soldi dei contribuenti».

CONTROLLI E PROMOZIONE SUL TERRITORIO – «L’acqua della rete idrica», ribatte Ramazzotti, «viene considerata come acqua di serie B. Mentre, ad esempio in Lombardia, l’acqua è buonissima. Il nostro non è un sistema per far concorrenza alle acque minerali, ma un modo per promuovere sul territorio l’acqua pubblica, incentivandone il consumo. Il costo di realizzazione delle case dell’acqua è contenuto e pesa poco sul bilancio comunale. Dato che richiede solo l’allacciamento elettrico e un tubo. In più, tutta l’acqua della rete che arriva alle case dell’acqua è strettamente controllata. Ogni quindici giorni, infatti, controlliamo i parametri e una volta al mese vengono fatte delle analisi dall’Asl per accertarne la qualità. Infine», conclude Ramazzotti, «anche la polemica sull’uso ingiustificato dei soldi pubblici perché il servizio non è usufruibile da tutti mi sembra sbagliata. È come se un cittadino non volesse pagare i fuochi d’artificio fatti dal Comune perché non ha occasione di vederli o non fosse d’accordo sui soggiorni degli anziani al mare nei periodi invernali perché preferirebbe usare quei soldi per la costruzione di un parco giochi».

LA RISPOSTA DEI SINDACI – Nel clima di polemica, non tarda ad arrivare la risposta dei primi cittadini lombardi che hanno dotato i loro Comuni di case dell’acqua. «Le nostre case dell’acqua», spiega Mario Soldano, sindaco di Cologno, «sono molto apprezzate dai cittadini anziani. Soprattutto perché offrono una forma di risparmio. Il nostro distributore eroga circa 2.500 litri al giorno ed è costato a bilancio 9 mila euro. Quando il servizio, per problemi tecnici, è rimasto fermo qualche giorno, siamo stati letteralmente sommersi dalle proteste per ripararlo il prima possibile. Promuovere l’acqua pubblica fa parte di un processo educativo che non solo fa risparmiare i cittadini, ma li spinge anche a comportamenti ecologici virtuosi».

SUCCESSO - Un’operazione di successo sul territorio difesa anche dal sindaco di Pioltello. «Davanti alle nostre case dell’acqua», racconta il primo cittadino Antonello Cocas, «ci sono sempre tante persone da sembrare un pellegrinaggio. Dopo la fase di promozione e i grandi risultati ottenuti, la prossima sfida sarà quella di gestire al meglio il servizio, evitando gli sprechi. Anche perché molti usano il distributore per lavarsi le mani o come un lavatoio, nonostante i divieti siano ben segnalati. Per controllare l’acqua stiamo pensando a diverse soluzioni. Dalla tessera sanitaria con limiti settimanali oppure, invece di distribuirla gratis, di farla pagare pochi centesimi».

Carlotta Clerici
6 settembre 2012 | 10:30

Così ci hai chiesto di essere addormentato

Corriere della sera

La lettera al cardinal Martini della nipote Giulia: «Siamo stati assieme, nelle ultime 24 ore, tenendoti la mano»


Caro zio,
zietto come mi piaceva chiamarti negli ultimi anni quando la malattia ha fugato il tuo naturale pudore verso la manifestazione dei sentimenti questo è il mio ultimo, intimo saluto.

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Quando venerdì il tuo feretro è arrivato in Duomo la prima persona, tra i fedeli presenti, che ti è venuta incontro era un giovane in carrozzina, mi è parso affetto da Sla.
D'improvviso sono stata colta da una profondissima commozione, un'onda che saliva dal più profondo e mi diceva: «Lo devi fare per lui» e per tutti quei tantissimi uomini e donne che avevano iniziato a sfilare per darti l'estremo saluto, visibilmente carichi dei loro dolori e protesi verso la speranza. Lo sento, Tu vorresti che parlassimo dell'agonia, della fatica di andare incontro alla morte, dell'importanza della buona morte. Morire è certo per noi tutti un passaggio ineludibile, come d'altro canto il nascere e, come la gravidanza dà, ogni giorno, piccoli nuovi segni della formazione di una vita, anche la morte si annuncia spesso da lontano. Anche tu la sentivi avvicinare e ce lo ripetevi, tanto che per questo, a volte, ti prendevamo affettuosamente in giro.

Poi le difficoltà fisiche sono aumentate, deglutivi con fatica e quindi mangiavi sempre meno e spesso catarro e muchi, che non riuscivi più a espellere per la tua malattia, ti rendevano impegnativa la respirazione. Avevi paura, non della morte in sé, ma dell'atto del morire, del trapasso e di tutto ciò che lo precede. Ne avevamo parlato insieme a marzo e io, che come avvocato mi occupo anche della protezione dei soggetti deboli, ti avevo invitato a esprimere in modo chiaro ed esplicito i tuoi desideri sulle cure che avresti voluto ricevere. E così è stato. Avevi paura, paura soprattutto di perdere il controllo del tuo corpo, di morire soffocato. Se tu potessi usare oggi parole umane, credo ci diresti di parlare con il malato della sua morte, di condividere i suoi timori, di ascoltare i suoi desideri senza paura o ipocrisia.

Con la consapevolezza condivisa che il momento si avvicinava, quando non ce l'hai fatta più, hai chiesto di essere addormentato. Così una dottoressa con due occhi chiari e limpidi, una esperta di cure che accompagnano alla morte, ti ha sedato. Seppure fisicamente non cosciente - ma il tuo spirito l'ho percepito ben presente e recettivo - l'agonia non è stata né facile, né breve. Ciò nonostante, è stato un tempo che io ho sentito necessario, per te e per noi che ti stavamo accanto, proprio come è ineludibile il tempo del travaglio per una nuova vita. È di questo tempo dell'agonia che tanto ci spaventa, che sono certa tu vorresti dire e provo umilmente a dire per te. La chiave di volta - sia per te che per noi - è stata l'abbandono della pretesa di guarigione o di prosecuzione della vita nonostante tutto. Tu diresti «la resa alla volontà di Dio». A parte le cure palliative di cui non ho competenza per dire è l'atmosfera intorno al moribondo che, come avevo già avuto modo di sperimentare, è fondamentale.

Chi era con te ha sentito nel profondo che era necessaria una presenza affettuosa e siamo stati insieme, nelle ultime ventiquattro ore, tenendoti a turno la mano, come tu stesso avevi chiesto. Ognuno, mentalmente, credo ti abbia chiesto perdono per eventuali manchevolezze e a sua volta ti abbia perdonato, sciogliendo così tutte le emozioni negative. In alcuni momenti, mentre il tuo respiro si faceva, con il passare delle ore, più corto e difficile e la pressione sanguigna scendeva vertiginosamente, ho sperato per te che te ne andassi; ma nella notte, alzando gli occhi sopra il tuo letto, ho incontrato il crocefisso che mi ha ricordato come neppure il Gesù uomo ha avuto lo sconto sulla sua agonia.  Eppure quelle ore trascorse insieme tra silenzi e sussurri, la recita di rosari o letture dalla Bibbia che stava ai piedi del tuo letto, sono state per me e per noi tutti un momento di ricchezza e di pace profonda.

Si stava compiendo qualcosa di tanto naturale ed ineludibile quanto solenne e misterioso a cui non solo tu, ma nessuno di coloro che ti erano più vicini, poteva sottrarsi. Il silenzio interiore ed esteriore i movimenti misurati l'assenza di rumori ed emozioni gridate - ma soprattutto l'accettazione e l'attesa vigile - sono stati la cifra delle ore trascorse con te. Quando è arrivato l'ultimo respiro ho percepito, e non è la prima volta che mi accade assistendo un moribondo, che qualcosa si staccava dal corpo, che lì sul letto rimaneva soltanto l'involucro fisico. Lo spirito, la vera essenza, rimaneva forte, presente seppure non visibile agli occhi. Grazie Zio per averci permesso di essere con te nel momento finale. Una richiesta: intercedi perché venga permesso a tutti coloro che lo desiderano di essere vicini ai loro cari nel momento del trapasso e di provare la dolce pienezza dell'accompagnamento.

Giulia Facchini Martini
4 settembre 2012 | 11:21

Strage di Bologna, adesso spunta il brigatista Marra

Gian Marco Chiocci - Gio, 06/09/2012 - 10:00

Anche lui in hotel prima della bomba come i terroristi di Carlo, che per gli 007 era legato al br Girardi

Le coincidenze cominciano a essere troppe. All'indomani della rivelazione del Giornale sulla presenza di un presunto brigatista rosso in un albergo dirimpetto la stazione di Bologna la notte precedente la strage del 2 agosto, si materializza il nome di quel «simpatizzante»: si tratta di Francesco Marra, personaggio controverso, al centro di violentissime polemiche col fondatore storico della formazione della stella a cinque punte, Alberto Franceschini.

La conferma arriva direttamente dal deputato Enzo Raisi di Fli, che da anni si batte per far emergere la verità vera sulla bomba e per far riaprire un caso ormai chiuso da una sentenza a dir poco discutibile che ha mandato all'ergastolo gli ex Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. Le nuove indagini puntano prepotentemente alla rete del terrorista Carlos, legato ai palestinesi, che avrebbe compiuto la strage come ritorsione all'arresto in Italia del leader del Fplp Abu Saleh e di alcuni autonomi legati a quest'ultimo. Due dei capi di questa rete, «Separat», attualmente indagati a Bologna - Thomas Kram e Krista Margot Frohlich - la notte prima dell'esplosione avevano dormito in un hotel a due passi dalla stazione, proprio come quel «simpatizzante».

Che, come detto, ha finalmente un nome. «L'uomo legato alle Br al quale avete fatto riferimento nell'articolo di oggi (ieri, ndr) è Francesco Marra. Abbiamo scoperto con immensa fatica che venne interrogato nel 1981 dalla Digos perché come gli uomini di Carlos risultò tra gli ospiti di un albergo vicinissimo la stazione. L'Antiterrorismo dell'epoca - continua - fece una ricerca negli hotel della città nei giorni dell'attacco cercando chi avesse precedenti penali. Spuntò fuori lui e nel telex della questura lo si descrive come “esponente di estrema sinistra e simpatizzante Br”. Lui, a verbale, spiegò di essere stato a Bologna per turismo, in compagnia di una ragazza». Lui, Marra, ha sempre negato la sua appartenza alle Br, ammettendo solo di conoscere Franceschini. Ma proprio quest'ultimo l'ha più volte indicato sia come componente attivo delle Br che come «infiltrato» nell'organizzazione.

Altra curiosa coincidenza è che la «neoindagata» Frohlich, componente di Separat ed ex militante delle cellule rivoluzionarie - beccata nel giugno dell'82 a Fiumicino con detonatori e 3,5 chili di miccia alla pentrite, uno dei probabili ingredienti della bomba di Bologna - è la moglie di Sandro Padula, capocolonna romana delle Br dopo l'arresto di Mario Moretti, condannato all'ergastolo nel primo processo Moro, che per questo motivo ha spesso criticato le controindagini di Raisi e della stessa procura di Bologna sulla pista «palestinese». Nella catena di coincidenze, un anello lega il gruppo Separat a un altro personaggio della lotta armata rivoluzionaria in Italia, come racconta una interpellanza del 2005 del parlamentare di An Enzo Fragalà (ucciso in circostanze mai chiarite):

«Dai rapporti del Sismi sono emersi collegamenti tra brigatisti rossi ed esponenti del gruppo terroristico di Carlos; a Mohammed El Mansouri (libanese) venivano trovati in tasca, fra l'altro, un biglietto ferroviario internazionale rilasciato dalla stazione di Lubiana per la tratta Roma-Parigi; Mohammad El Mansouri era in contatto con le Farl, le Frazioni Armate Libanesi le quali erano a loro volta in contatto, secondo un memorandum del Sisde del 15 gennaio 1985, con Alessandro Girardi, uomo delle Brigate Rosse all'interno di Separat, considerato dal Sismi in un rapporto del 2 ottobre 1996 come uno dei collegamenti dell'organizzazione (terroristica comunista) di Carlos in Italia».

Qual è il luogo della città che ami di più?» Anche Pisapia partecipa a Cartoline da Milano

Corriere della sera

Il sindaco ha scelto la Rotonda della Besana. Da giovedì tutto  il progetto sul blog cartolinedamilano.corriere.it


Il sindaco Pisapia sceglie la Rotonda della BesanaIl sindaco Pisapia sceglie la Rotonda della Besana

MILANO - Le cartoline sono qualcosa che solitamente associamo alla vacanza, al viaggio, alla scoperta di nuove mete. Abbiamo mai provato a pensare a delle cartoline spedite proprio dalla nostra città? Il progetto «Cartoline da Milano» nasce per dar corpo a questi sguardi e individuare i luoghi più amati dai cittadini e da giovedì sbarca sul blog cartolinedamilano.corriere.it.
 
I suggerimenti diventeranno poi gli spunti per il lavoro di cinque grandi fotografi. Per le ideatrici del progetto Valeria Cantoni, presidente dell’Associazione Art For Business e Camilla Invernizzi, fondatrice dell'omonima agenzia e curatrice per la parte fotografica insieme a Giovanna Calvenzi: « Cartoline da Milano offre ai milanesi l’opportunità di fermarsi un momento a osservare che cosa li circonda» Il progetto del Comune di Milano ha preso vita grazie al contributo di Eni e Fondazione Cariplo. Fra le centinaia di risposte già arrivate si aggiunge quella del sindaco di Milano Pisapia che ha scelto la Rotonda della Besana con questa motivazione

L'immagine della Rotonda della Besana mi accompagna da tutta la vita. Quando ero bambino, la stanza dove dormivo aveva una finestra che si affacciava proprio sulla Rotonda, un luogo che per me rappresentava un autentico mistero. Lo vedevo dall'alto, bellissimo, affascinante, ma anche pieno di sterpaglie e chiuso al pubblico. Ero incuriosito, volevo capire che cosa fosse quel luogo così trasandato e inaccessibile. Mi capitava spesso di chiedere spiegazioni ai miei genitori e ai loro amici, le risposte che ricevevo apparivano, come è naturale per un bambino, sempre incredibili.

Alcuni sostenevano che fosse stata una succursale del Lazzaretto, altri dicevano che lì c'erano stati tanti morti, altri ancora parlavano di una chiesa sconsacrata. Sembrava che nessuno conoscesse esattamente la storia di quel luogo. Solo dopo alcuni anni sono riuscito finalmente a svelare questo mistero, mi sono documentato per conoscere la vera storia dietro a quella che per me era sempre stata una bellissima immagine: la Rotonda della Besana era il cimitero dell'Ospedale Maggiore di Milano, la Cà Granda. Nel suo cortile sono stati sepolti decine di migliaia di malati deceduti in ospedale.

Una scoperta non proprio allegra, ma che ha reso ancor più sacro ai miei occhi quel luogo. Negli anni la Rotonda è stata restituita alla città. Acquistata dal Comune di Milano, è diventata un luogo aperto al pubblico. È sempre stata una gioia per me vedere nonne e nipoti passeggiare, mamme e padri con i loro figli e poi tantissimi ragazzi a studiare. È diventato un luogo di cultura molto bello, abbellito e curato ogni giorno di più. Ricordo che ogni tanto, quando già ero avvocato e avevo bisogno di riflettere, andavo a farmi una passeggiata nel cortile della Besana. Ma la Rotonda è un luogo destinato a cambiare nel tempo e ad accogliere sempre nuove opportunità.

Proprio recentemente, con una delibera della giunta comunale, questo luogo ha subito un'ulteriore trasformazione, diventerà uno spazio di gioco e cultura interamente dedicato ai bambini. Questo non significa che i più grandi non potranno entrare, ma lo potranno fare solo ed esclusivamente se accompagnati da un bambino. Mi sembra una cosa meravigliosa, che mi fa dire che tutti i milanesi, ma non solo, dovranno vedere e conoscere questo luogo perché lì ci potranno trovare il bello, il sacro, il profano, ma anche soprattutto tanta gioia e tanta cultura.

Alessandra ha scelto la biblioteca di Porta VigentinaAlessandra ha scelto la biblioteca di Porta Vigentina

A «Cartoline da Milano» stanno partecipando in moltissimi, qui di seguito alcuni esempi dei suggerimenti dei cittadini. Alessandra ha scelto la biblioteca di Porta Vigentina: «All'interno c'è un bel cortile, un luogo pieno di grazia malgrado non sia molto curato. C'è un bellissimo prato in cui sedersi e leggere. Ci deve essere qualcuno che si occupa delle piante di quel giardino. E seppur in maniera maldestra, traspare l'amore con cui viene curato».

La preferenza di Andrea è per la statua del «Sciur Carera»La preferenza di Andrea è per la statua del «Sciur Carera»

La preferenza di Andrea va invece alla scultura romana in corso Vittorio Emanuele «Il sciur Carera, detto anche l'Omm de Preja, si incontra all'altezza del civico 13 in corso Vittorio Emanuele. Qui la Milano più conosciuta, quella del commercio e della moda, incontra la Milano del passato. É bello vedere il contrasto tra questa testimonianza antica e le luci moderne dei negozi che le fanno da quinta».

Gianfranco «vota» il Palalido Gianfranco «vota» il Palalido

Gianfranco «vota» il Palalido «Per chi ama lo sport è un tempio. Vederlo ora sventrato fa male. Spero che risorga in fretta e ritorni a essere un posto unico. Un po' come la montagnetta di San Siro. Un simbolo della Milano che si sa valorizzare».



Redazione Milano online 5 settembre 2012 (modifica il 6 settembre 2012)

Niente cani», il taxi chiude la portiera A Linate «respinto» un barboncino

Corriere della sera

In un altro caso rifiutata la richiesta per un animale bisognoso di cure


MILANO - Mariella è sbarcata a Linate, trascinandosi il carrello con le valigie, i bimbi (piccini), e un minuscolo barboncino nero, tre sere fa. L'attesa di un taxi è stata più lunga del viaggio di ritorno. In coda, come tanti, e quando è stato il suo turno ben sette conducenti di auto pubbliche le han fatto segno «no» con la manina. Invitandola a provare con il collega che arrivava subito dietro. No, perché il regolamento consente loro di non caricare passeggeri a quattrozampe. Non importa che il piccolo cane viaggiasse a bordo del trasportino. E fosse, non abbiamo alcun dubbio, infinitamente più educato, silenzioso e paziente di tanti bipedi.

IL SECONDO EPISODIO - Cambio di scena. A essere respinta e costretta a tornare a casa a piedi, sotto un temporale impietoso l'altra sera, una signora non più giovane che si era recata in un ambulatorio veterinario poco lontano da piazza Risorgimento non perché non sapesse come ingannare il tempo ma perché il suo cagnolino, anziano, stava male e aveva bisogno di cure indifferibili, da codice giallo per intenderci. La signora ha ricevuto sei no. Finché, con il piccolo cane tenuto stretto fra le braccia come un bambino, ha preso la via di casa, tra fulmini e scrosci di pioggia, mezzi pubblici a quell'ora inesistenti.

Paola D'Amico
6 settembre 2012 | 10:05

Film gratis, basta scaricare un torrent per essere controllati

Il Mattino

Cattura
ROMA - Ore contate per chi scarica film e altro materiale multimediale gratis via Torrent confidando nella privacy assoluta. Secondo un recente studio della Birmingham University sui cento file più popolari su BitTorrent, gli utenti verrebbero individuati entro tre ore dalla connessione ai vari siti per il download dei contenuti. Si tratta - spiega il blog Punto Informatico - di «semplici indirizzi IP, non riconducibili all'identità degli utenti se non attraverso una specifica richiesta da parte di un giudice». I ricercatori inglesi, analizzando un flusso di dati molto significativo, hanno rilevato che i contenuti più popolari vengono tracciati da società specializzate in monitoraggio dei flussi digitali.

Mercoledì 05 Settembre 2012 - 19:41    Ultimo aggiornamento: 19:43

Strani record: sullo spazio handicappati con tre permessi falsi sul parabrezza

Il Mattino

Cattura
FIRENZE - Ha parcheggiato l'auto in uno spazio invalidi personalizzato, esibendo ben tre autorizzazioni ma tutte false. Un autentico record nazionale. In genere i tagliandi taroccati sono al massimo uno. In questo caso si è decisamente sopra la norma. Per questo motivo un giovane di 24 anni, domiciliato a Firenze, è stato denunciato stamani dalla polizia municipale di Rifredi.
È successo a Firenze, in via Vittorio Emanuele II dove la persona titolare di uno spazio riservato, trovandolo occupato da un'auto, ha chiesto l'intervento della Municipale.
 
Ai vigili di quartiere intervenuti sul posto l'auto è sembrata subito sospetta: sul cruscotto facevano bella mostra addirittura tre autorizzazioni per portatori di handicap, due appartenenti alla stessa persona. Da una serie di controlli incrociati con la Polizia Municipale del Comune di residenza del titolare dei permessi questi sono risultati falsi, copie a colori ben fatte ma fasulle. L'auto è stata rimossa, i permessi sequestrati ed il conducente del veicolo denunciato.

Mercoledì 05 Settembre 2012 - 18:57    Ultimo aggiornamento: 19:06

E di Notte svanì il Divieto di Finanziare i Parenti

Corriere della sera

Regione Friuli-Venezia Giulia


Fratelli, sorelle, figli, cognati e cugini degli amministratori del Friuli-Venezia Giulia stanno libando nei lieti calici: la legge che impediva ai loro congiunti di dare soldi regionali alle società di parenti è stata, almeno in parte, abolita.
 
«Ma questi sono matti! In un momento come questo mettono il dito nell'occhio della gente!», sbotta alla notizia Roberto Antonione, novarese di nascita ma triestino da sempre, già presidente regionale e poi coordinatore di Forza Italia, «Non è neanche più un problema politico. È proprio un problema sanitario. Al di là di ogni altro aspetto è una questione di buon senso. Buon senso. Ma dove vivono? Sulla luna? È vero che da un po' di tempo Trieste, purtroppo, ha un sacco di fratelli, sorelle, cognati, amanti sparsi qua e là sulle poltrone che contano. Ma santo cielo!»

C'era lui, l'ex pupillo di Berlusconi, alla guida della Regione autonoma il giorno in cui fu varata («Non me ne vanto mica: semmai è assurdo che certe regole elementari non ci fossero già prima») la legge 7 del 20 marzo del 2000. All'articolo 31 del «Testo unico delle norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso» fu stabilito che «non è ammissibile la concessione di incentivi di qualsiasi tipo a fronte di rapporti giuridici instaurati, a qualunque titolo, tra società, soci, ovvero tra coniugi, parenti e affini sino al secondo grado. Tale disposizione si applica qualora i rapporti giuridici instaurati assumano rilevanza ai fini della concessione degli incentivi».

Per dodici anni, il divieto deciso dalla giunta di centrodestra (onore al merito) ha arginato chissà quanti regalini. Finché, in una notte d'estate, approvando l'ultimo assestamento di bilancio prima delle prossime «regionali» del 2013, l'attuale maggioranza ancora di centrodestra, ha deciso di alleggerirsi del fastidioso ingombro. E ha inserito due righe di «interpretazione autentica» dell'articolo 31. C'è scritto che «tra gli organismi indicati non sono ricompresi quelli culturali, di volontariato e di promozione sociale privi di finalità di lucro».
 
La modifica è stata fatta, come capita in questi casi, alle tre di mattina del 4 luglio. Quel giorno, per capirci, sui giornali c'erano le seguenti notizie: «Tagli, tocca a statali e sanità». «Chiusura per 216 mini ospedali». «Lo Stato a dieta stretta». «Ferie, buoni pasto, stipendi e forti tagli agli organici: ecco l'austerity del travet». Insomma, un giorno di ordinaria crisi nera.

Il comunicato stampa era così generico («Numerose le modifiche all'articolo 12 dell'assestamento di bilancio, inerente il funzionamento della Regione e passato a maggioranza. Si comincia con gli adeguamenti algebrici alle poste della tabella L...») da sfuggire a ogni eventuale osservatore malizioso. E per settimane, infatti, finché non ci ha messo il naso Marco Ballico del «Piccolo» di Trieste, non se n'è reso conto nessuno. Neppure l'opposizione di centrosinistra: «Sono sincero, non ne sapevo niente», spiega con qualche imbarazzo il capogruppo del Pd in regione Gianfranco Moretton, «Non ce ne eravamo neanche accorti. D'altra parte, devo dire che se questi contributi si possono dare solo a società no profit...».

Quindi se un politico regala un finanziamento a un'associazione di suo fratello o di sua moglie che dona buoni pasto ai cittadini in difficoltà che poi vanno a votare... «Ah, no, certo, no... Mi rendo conto che ci sono dei risvolti a rischio... Difatti, vado a memoria, credo che noi abbiamo votato contro...»
 
Va da sé che la nuova deroga alla vecchia legge, che si aggiunge alle 63.194 deroghe, eccezioni e scappatoie di cui scriveva qualche settimana fa Michele Ainis, riguarda i parenti ma anche i «soci». Dettaglio non secondario, per i friulani e i giuliani che negli ultimi mesi hanno letto di episodi abbastanza controversi.
Primo fra tutti quello dell'apertura di un'indagine del procuratore generale della Corte dei conti, Maurizio Zappatori, sui 400 mila euro versati con un appalto a trattativa diretta, senza gara, a Radio Rtl 102,5 per un mese di promozione turistica grazie a una postazione volante in piazza Ponterosso con interviste e collegamenti.

Appalto già nel mirino della magistratura che mesi fa ha mandato degli avvisi di garanzia all'assessore leghista alle attività produttive Federica Seganti, all'ex direttore di Turismo Fvg, Andrea Di Giovanni e infine a Massimo Lombardo, amministratore unico della «Alan Normann Comunicazioni srl» e a sua moglie Valentina Visintin, cotitolare col marito dell'agenzia che si è occupata della cosa ma soprattutto capo segreteria dell'assessore Seganti.
 
Una iniziativa identica, seguita da altrettante polemiche, l'aveva già presa, nel profondo Sud, Reggio Calabria.
Dove il governatore Giuseppe Scopelliti (che nelle settimane di sosta della postazione mobile s'improvvisò disc-jockey con sandali infradito, occhiali Ray -Ban fumé e maglietta nera) fu attaccato dalla sinistra con l'accusa, sdegnosamente respinta, di avere trovato i soldi in fase di assestamento del bilancio stornandoli dalle «misure di contrasto alla povertà e di sostegno alle famiglie».
 
La piccola vanità discotecara del presidente calabrese, però, rischia di essere oscurata da quella del senatore leghista Mario Pittoni. Il quale, per la gioia dei suoi elettori friulani, avrà una particina nel film che Renzo Martinelli, il regista di «Barbarossa» amatissimo dai leghisti, dedicherà col titolo «September Eleven 1683» alle gesta di Marco d'Aviano, il frate che ebbe un ruolo di spicco nella difesa di Vienna attaccata dai turchi. Spiega il parlamentare che avrà solo una particina in omaggio a un trisnonno, Gianbattista Pittoni, che partecipò alla storica battaglia. Dicono le opposizioni che non era il caso. Tanto più che, grazie ai buoni uffici del Carroccio, il film è finanziato anche, sia pure solo con 150mila euro, dalla Regione autonoma.

GIAN ANTONIO STELLA
6 settembre 2012 | 9:29

Stefano Cucchi, nuovi documenti «La frattura risale al 2003»

Il Messaggero
di Luca Lippera

Spunta un vecchio referto. La famiglia: «È ininfluente»


ROMA - Ora c’è un documento ufficiale. Una nuova prova scovata dalla Procura di Roma si accinge con ogni probabilità a sconvolgere dalle fondamenta il corso del processo Cucchi. La frattura a una vertebra lombare che per i familiari della vittima fu la principale causa della morte del trentenne arrestato per spaccio di droga risale in realtà a sei anni prima del presunto pestaggio di cui sono accusate tre guardie carcerarie.

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Una cartella clinica dell’ospedale di Marino, scovata dalla polizia su delega del pubblico ministero Vincenzo Barba, eloquente: «Cucchi Stefano - Data di ingresso: 22/9/2003 - Diagnosi: Trauma lombare con frattura di L3 (terza vertebra lombare, ndr)». I fatti al centro del giallo, invece, sono dell’ottobre del 2009 e non bisogna essere principi del Foro per capire la portata della cosa.

La certosina ricerca fatta dai magistrati tra decine di migliaia di cartelle cliniche è figlia dello scontro aperto tra i familiari della vittima e la Procura. I Cucchi e i loro legali, in accesa polemica con il pm, sostengono che la frattura fu il risultato di un pestaggio subito dal trentenne di Tor Pignattara in una cella sotterranea del Tribunale il 16 ottobre del 2009. Di qui l’insistita richiesta che le tre guardie imputate nel processo fossero accusate non di lesioni bensì di omicidio. I periti del pm, capeggiati da Paolo Arbarello, direttore dell’istituto di Medicina Legale della Sapienza, avevano raggiunto altre conclusioni: la frattura non poteva provocare il decesso del detenuto e comunque la lesione era vecchia. Il nuovo documento, retrodatando la lesione al 2003, spazza via mesi e mesi di polemiche e di supposizioni.

Ma Fabio Anselmo, capo dello staff legale della famiglia Cucchi, tenta di minimizzare. «Per noi sostiene non cambia nulla. Riteniamo che ci sia stata una frattura alla vertebra lombare anche nel 2009. Non siamo ancora in possesso dei documenti sanitari di cui si parla. Le pregresse fratture di vertebra L3 sarebbero non una ma due». Possibile? «Certamente. Quella del 2009, unitamente a quella sacrale, ha comportato complicanze che hanno portato Stefano a morte». Ilaria Cucchi ha ricevuto la notizia ieri nel primo pomeriggio. «Non ho visto il documento dice Comunque questo fatto non cambia nulla. Mio fratello è morto nel 2009, non nel 2003, e mi devono spiegare il perché». La cartella del 22 settembre del 2003 fu redatta, alle nove di sera, durante uno dei molti ricoveri subiti da Cucchi nella vita da tossicodipendente.

Il trentenne di Tor Pignattara finì a Marino per chissà quale strada e il medico, dopo aver riscontrato la frattura, ne dispose il trasferimento all’ospedale di Ostia, reparto Ortopedia. Il paziente, scrive il dottore di turno, riferisce «trauma della strada di cui non produce documentazione». Nel foglio di accettazione del centro sanitario sul litorale ci sono anche il telefono di casa dei Cucchi e il cellulare di uno dei genitori. Stefano restò al Grassi fino al 1° di ottobre, dieci giorni, letto 27, ed è impensabile che a casa non ne sapessero nulla.

Il referto scovato dalla polizia, a disposizione di tutte le parti presso la cancelleria del pm, è stato trasmesso anche a Evelina Canale, presidente della corte d’assise che sta celebrando il processo. La prossima udienza è fissata per il 19 settembre ma è probabile che si riveli interlocutoria. I giudici, proprio per dissipare i dubbi, hanno affidato a un nuovo gruppo di periti il compito di stabilire l’epoca della frattura e le cause della morte. Oltre alle guardie carcerarie, è bene ricordarlo, sono imputati tre medici del reparto carcerario dell’ospedale Pertini, i quali, per l’accusa, furono «manchevoli e negligenti» nelle cure.
 
«La cartella dell’ospedale di Marino dice Diego Perugini, avvocato di Nicola Menichini, una delle guardie carcerarie rinviate a giudizio per il presunto pestaggio ci consente di fare finalmente un passo fondamentale verso la verità. È un documento oggettivo che non ammette repliche. La frattura di cui si parla da anni, indicandola come causa del decesso, risale a sei anni prima dei presunti fatti. Starà ai giudici dire se Cucchi subì percosse di altro tipo e chi ne fu, eventualmente, il responsabile. Ma quella vertebra, una lesione ritenuta mortale dai familiari, non c’entra niente. Mi aspetto che non si tenti più di distorcere la verità e che la parte civile la finisca di immaginare complotti. Tra l’altro mi chiedo una cosa: come è possibile che la famiglia Cucchi, avendo avuto un figlio per giorni in ospedale, non fosse al corrente di una frattura alla schiena?».


Giovedì 06 Settembre 2012 - 09:27

Aborto: decisione delicata, spetta solo alla responsabilità della donna

La Stampa


Nel procedimento dinnanzi il giudice tutelare, a questi è attribuito il compito di autorizzazione a decidere, con connotati non configurabili come potestà co-decisionale. La scelta inerente all’interruzione della gravidanza è quindi rimessa alla responsabilità e alla sensibilità della donna, come previsto dalla legge n. 194/1978. Così si espressa la Corte Costituzionale – in armonia a numerose pronunce precedenti – con l’ordinanza n. 196/12.


Il caso

Il giudice tutelare del Tribunale di Spoleto solleva la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4 della l. n. 194/1978 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza), nella parte in cui si prevedeva la facoltà della donna di procedere – nei primi novanta giorni della gravidanza – all’aborto. Il ricorrente richiama sia norme fondamentali della Carta (artt. 2, 32, primo comma, 11 e 117 Cost.), sia la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 2011 – resa nel procedimento C-34/10, Brüstle contro Greenpeace e V. – la quale avrebbe, a suo avviso, attribuito, in modo inequivoco, massimo rilievo giuridico all’embrione umano, non solo definendolo tale sin dalla fecondazione, ma considerandolo anche un «soggetto di primario valore assoluto». Il diritto alla vita, nell’ottica del giudice di Spoleto, non sarebbe adeguatamente tutelato nella legge del 1978, al pari del diritto alla salute, riconosciuto a chiunque possieda una individualità giuridicamente rilevante.

La Consulta connota l’«autorizzazione a decidere». In coerenza con numerose pronunce in tale direzione (da ultima, ordinanza n. 126/2012), la Corte Costituzionale riafferma come, nel procedimento dinnanzi il giudice tutelare, a questo sia attribuito il compito di “autorizzazione a decidere”, un compito che (alla stregua della stessa espressione usata per indicarlo dall’art. 12, secondo comma, l. n. 194/1978) non può configurarsi come potestà co-decisionale, essendo rimessa la decisione – alle condizioni ivi previste – soltanto alla responsabilità della donna. Il provvedimento del giudice tutelare, infatti, «risponde ad una funzione di verifica in ordine alla esistenza delle condizioni nelle quali la decisione della minore possa essere presa in piena libertà morale» (ordinanza n. 514/2002). Pertanto, non essendo il rimettente chiamato propriamente a decidere, o a co-decidere, sulla delicata scelta della interruzione della gravidanza, la denunciata norma non trova applicazione del giudizio a quo. Di conseguenza la correlativa questione di legittimità costituzionale risulta manifestamente inammissibile per irrilevanza.

Basta Africa, ora gli aiuti vanno ai bambini inglesi

La Stampa

Londra, “Save the Children” raccoglie fondi per i più poveri

ANDREA MALAGUTI
corrispondente da londra

«It Shouldn’t Happen Here». Non dovrebbe succedere qui. Quando capita che il Regno Unito smette di essere la sesta potenza economica della terra e si trasforma nel Burkina Faso, nel Mali, o torna a precipitare a metà dell’Ottocento non riuscendo più ad assicurare un pasto caldo ai propri figli più poveri e tanto meno un cappotto di lana per affrontare l’inverno? «Capita oggi, ogni minuto. È una povertà diversa da quella africana. Ma è dura. E fa pensare ai tempi di Dickens, all’Inghilterra vittoriana». Per la prima volta in novantatré anni di vita «Save the Children», l’organizzazione che si occupa di difendere i diritti dei più piccoli nel mondo, ha deciso di raccogliere fondi non per i bambini e le bambine dell’Uganda, ma per i ragazzini di Londra e di Manchester, per le famiglie disagiate di Aberdeen e di Belfast.

Non una cifra importante, 500 mila sterline, ma un piccolo malloppo che ha finito per trasformarsi nel marchio d’infamia della Gran Bretagna muscolare guidata dal conservatore etoniano David Cameron, il profeta della Big Society, il quarantacinquenne che ha promesso ai sudditi di Elisabetta un futuro luminoso, entusiasmante e condiviso, ma intanto, tra un rimpasto di governo e un’ulteriore sterzata a destra - donne ridotte del 60%, solo ministri bianchi, programmi di cementificazione indiscriminata in tasca - è costretto a fare a spallate con un quotidiano complicato e cattivo nel faticoso tentativo di uscire dalla più dura recessione degli ultimi trentacinque anni.

I suoi compagni di partito sono schierati con lui compatti come una falange. «Siamo di fronte a una provocazione evidente. Save the Children fa politica. Questa raccolta di fondi è infondata e strumentale». Chris Welling, un signore effettivamente vicino a Tony Blair e a Gordon Brown che cura la strategia della Charity, ha risposto con un’alzata di spalle. «Ci battiamo per chi ha bisogno. Né più né meno. I dati sono a disposizione di chi li vuole vedere».

Poveri, allora. Ma che cosa significa? «Tecnicamente le famiglie che guadagnano meno di 17 mila sterline l’anno. Ma secondo le nostre ricerche fanno fatica anche i genitori che arrivano a trentamila. Colpa dei tagli al welfare, dell’aumento del costo del cibo e delle bollette». I bambini costretti in questa palude sarebbero tre milioni e mezzo. Tra loro uno su quattro lo scorso anno ha dovuto rinunciare alla gita scolastica. Troppo costosa. Uno su otto non riesce ad avere un pasto caldo quotidiano. E uno su sette non può immaginare di comprarsi un paio di scarpe. «I genitori litigano. Saltano il pranzo. Non arrivano a fine mese. Lo stress aumenta. E con quello le frustrazioni e i debiti. Naturalmente sono i più piccoli che pagano il conto.

Questo non è un problema di destra o di sinistra, è un problema e basta. E lo Stato se ne deve occupare». Intanto lo fanno loro, col programma «It Shouldn’t Happen Here». Certo, Londra non è Mombasa e Liverpool non è Kigali, ma la Gran Bretagna che fischia con ferocia il ministrodel Tesoro George Osborne alla premiazione degli atleti paralimpici, ha paura di essere precipitata in un pozzo. Un incubo in cui i più piccoli, come in certi film fantasy e gotici, aprono un armadio e si ritrovano in un altro mondo pieno di streghe e di fantasmi. Solo che lì è previsto il lieto fine.

Schettino sulla Concordia "Che cosa ho combinato"

La Stampa

I dialoghi sulla plancia di comando della nave Costa incagliata al Giglio il 13 gennaio

GRAZIA LONGO
roma

Mi sento in colpa!». Sono le 21.46 e 11 secondi del 13 gennaio scorso - esattamente 1 minuto e 4 secondi dopo l’impatto della Costa Concordia contro uno scoglio davanti all’isola del Giglio, costato la vita a 32 persone - quando il maître Antonello Tievoli esprime il suo rimorso per quell’inchino maledetto di fronte alla sua terra d’origine. Parole che seguono a ruota quelle del comandante Francesco Schettino il quale, alle 21.45 e 22 secondi , sbotta in un inequivocabile «Madonna ch’aggio cumbinato». L’anticipazione della perizia suppletiva sulla scatola nera della nave, che sarà depositata la prossima settima al Tribunale di Grosseto, fornisce dettagli più precisi rispetto alla prima, presentata a inizio luglio, perché individua in maniera circostanziata gli autori dei dialoghi - tra il drammatico e il farsesco - intercorsi sulla plancia di comando. Quanto al maître, Schettino (attualmente con l’obbligo di dimora nella sua abitazione di Meta di Sorrento per disastro colposo, omicidio plurimo e abbandono della nave), già durante il primo interrogatorio rifiutò di essere bollato come l’unico che voleva omaggiare con l’inchino il comandante in pensione Mario Palombo. Sostenne subito che voleva fare un regalo al gigliese Tievoli. La scatola nera svela e conferma tutte le indiscrezioni finora trapelate.

La Costa sapeva dell’inchino
Alle ore 18.27 (poco dopo la partenza da Civitavecchia) Schettino annuncia «amm’a fa’ l’inchino al Giglio». Alle 18.36 e 32 secondi l’addetto alla cartografia Stefano Canessa dice al primo ufficiale Giovanni Iaccarino: «Giovà, per la pratica hai avvisato?» e lui riponde: «Ah, per il passaggio al Giglio...».
Nonostante le bugie successive, già alle 21.51, il comandante Schettino, al telefono con il direttore della sala macchina (allagata) Giuseppe Pillon afferma: «E allora stiamo andando a fondo praticamente, non l’ho capito?».
 
Le bugie
Sono le 21.54 e 50 secondi quando il capitano accetta di informare i passeggeri, ma non sull’incidente contro lo scoglio: «Di’ che c’è stato un black out». E alla capitaneria di Civitavecchia, allertata dai carabinieri informati dalla figlia di una passeggera, ripete alle 22.02: «Abbiamo fatto un black out, stiamo valutando... al limite ci mandino un rimorchiatore».
 
Le giustificazioni con la Compagnia
Se alle 21.56 e 19 secondi, Schettino dice a Roberto Ferrarini, manager delle emergenze di Costa Crociere a Genova: «Roberto ho fatto un casino!... Senti una cosa: io sono passato sotto l’isola del Giglio, qua! È stato il comandante Palombo... mi ha detto “passa sotto, passa sotto”», più tardi minimizza. Alle 22.06 e 27 secondi gli assicura: «Allora Robè, non andiamo a fondo, a fondo non ci andiamo...bisogna chiamare qualche rimorchiatore che ci porti via».
 
La confusione di Schettino
Pur essendo ritenuto uno dei migliori della Costa, il comandante perde il controllo della situazione. Alle 22.29 e 55 secondi, chiede al direttore della sala macchine Pillon: «Allora dobbiamo abbandonare la nave?». Incertezze anche a proposito della salvezza dell’equipaggio. Alle 23.31 e 10 secondi il capo della sala macchine (allagata) è disperato: «Noi andiamo al ponte», ma mentre Schettino temporeggia «Fatemi parlare con Ferrarini» è l’ufficiale di coperta Martino Pellegrini a prendere in mano l’emergenza e a dare l’ordine: «Andate via, andate via...».
 
La confessione alla moglie
Alle ore 23.08 e 2 secondi, mentre i passeggeri stanno evacuando la nave, Schettino telefona alla moglie, Fabiola: «Fabì, ho finito la mia carriera di comandante». Ma non smentisce la sua fama di «guascone»: «Abbiamo urtato su un basso fondale, la nave si è inclinata ma sto facendo una bella manovra... è tutto sotto controllo».
 
La paura della capitaneria
Nell’ultima telefonata a Ferrarini, alle 23.11 e 55 secondi: «Cosa dico alla stampa? No, no alla stampa... alla Capitaneria... ho detto del black out...la verità...». Alle 23.19 e 24 secondi Schettino dice agli ufficiali: «Pigliate le carte... andiamo sul ponte». Una voce chiede se si deve «abbandonare il ponte», ma lui (forse perché sa di essere registrato dal Vdr?) replica: «Non ho detto abbandonare, venite con me». Alle 23.28 e 40 secondi la Guardia costiera di Porto Santo Stefano chiama la plancia, ma dalla Concordia nessuna risposta.

Arrestato in Romania Ciolini, il depistatore delle indagini sulla strage di Bologna

Corriere della sera

Viaggiava sotto falsa identità, a suo carico un ordine di cattura per «manipolazione del mercato»

Una vecchia foto segnaletica di Ciolini (Ansa)Una vecchia foto segnaletica di Ciolini (Ansa)

Era sicuro di poter «imboscarsi» in Romania. Così, con in tasca una carta di identità e una patente false è atterrato a Bucarest l’altro pomeriggio alle 16.30, direttamente da Zurigo, dove vive da tempo. Ma non aveva fatto i conti con i sospettosi poliziotti romeni che, dopo aver controllato i documenti, hanno avvisato il nostro ufficio di collegamento dell’Interpol. E sono scattate le manette per Elio Ciolini, 61 anni, faccendiere depistatore, con addosso una ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Roma il 10 gennaio 2011 per «manipolazione del mercato». Non solo: è accusato, insieme con l’agente Fifa Vinicio Fioranelli e l’operatore finanziario Flik Volker, già arrestati qualche giorno fa, di associazione a delinquere finalizzata alla ricettazione di titoli falsi.

FALSA IDENTITA' - Lui, Elio Ciolini, con in tasca una carta di identità a nome Gino Bottoni di Ferrara, in Svizzera si faceva chiamare con il cognome della zia, Boccioni. Fino a qualche anno fa aveva l’ufficio con vista su Montecitorio. E una lunga serie di contatti: negli ambienti politici, in quelli economici e fra i vertici delle forze dell'ordine. Insomma si presentava con «referenze» irreprensibili: generale della Nato, funzionario dell'Unione Europea e presidente di una onlus anti-racket con sede in via degli Uffici del Vicario. Ma, in realtà, come hanno accertato gli investigatori, era solo un truffatore molto abile. Talmente ingegnoso da convincere una banca ad aprirgli un conto e a versarci 50 mila euro come finanziamento per la onlus e per questo era stato arrestato dai carabinieri di Roma con l’accusa di truffa e usurpazione di titolo.

VECCHIA CONOSCENZA - D'altra parte Ciolini è una vecchia conoscenza dell'Arma: condannato a 9 anni per calunnia per aver depistato le indagini sulla strage di Bologna, con il coinvolgimento, secondo lui, della fantomatica «Loggia Montecarlo», una costola della P2. E aveva annunciato nel ‘92 un possibile golpe con attentati a Giulio Andreotti e a Giuliano Amato, allora presidente del Consiglio e vicesegretario del Psi. E qualche anno dopo disse che anche Silvio Berlusconi era nel mirino di attentatori. All'epoca Andreotti lo definì «pataccaro recidivo», ma dopo le sue rivelazioni scattarono indagini e accertamenti in mezza Italia. Un sacco di nomi inventati e tanti «non ricordo» «Io riferisco quello che mi hanno detto – diceva il depistatore per eccellenza - se è vero non lo so...». Ma la vicenda dell’attentato al leader del Pdl aveva acceso le polveri della polemica lanciata dall’ex presidente del Consiglio sulla sicurezza e l'allarme terrorismo.

LA STRAGE DI BOLOGNA - Nei primi anni Ottanta, ai tempi del depistaggio sulla strage di Bologna, fu definito dai giudici «probabilmente legato sia ai Servizi francesi che a quelli italiani», mentre il direttore del Sismi che subentrò ai vertici iscritti alla P2, il generale Lugaresi, lo definì «esecutore di ordini altrui e uomo legato a Gelli».E, proprio con Gelli, nell’82, si ritrovò in carcere in Svizzera. Anche «l’aggiotaggio informativo» lo ha visto protagonista quando cercò, insieme a Fioranelli e Volker, di recuperare indebitamente capitali dalle banche per comprare la Roma di Sensi. Il suo arresto è diventato l’apertura di tutti i telegiornali romeni. Quando gli agenti dell’Interpol lo hanno bloccato si è limitato a dire: «Sono venuto in Romania per riposarmi un po’». E ancora: «In quanti giorni verrò estradato?».

Michele Focarete
5 settembre 2012 | 21:35

L'Fbi smentisce Anonymous: «I dati degli utenti Apple non sono stati rubati a noi»

Corriere della sera

Ma gli hacker insistono: «Ne abbiamo molti di più. L'Fbi sta spiando i cittadini». Tra gli utenti c'è anche un «Obama»

Tre righe asciuttissime. L'Fbi affida a un breve comunicato la smentita dell'operazione Antise. Il destinatario sono Anonymous e LulzSec, due gruppi di hactivist, che avevano affermato di essere entrati in possesso di un milione di Unique Device Identifier di utenti Apple, e di essere riusciti nell'operazione grazie a una falla di un laptop di un agente dell'Fbi.

«E' SOLO L'INIZIO» - Non ci sono prove, secondo l'Fbi, che quei dati sarebbero stati presi dal computer dell'agente Christopher Stangl, supervisore nella Cyber Action Team del Federal Bureau of Investigation (FBI). L'intenzione è dunque quella di smentire una delle operazioni più importanti degli ultimi anni, annunciata dagli hacker con un comunicato pubblicato su Pastebin. Anonymous nei giorni scorsi ha affermato di aver resi pubblici gli ID per dimostrare come l'Fbi spii i cittadini attraverso i loro dispositivi elettronici: «La fottuta Fbi vi sta spiando», avevano scritto gli hacktivist. Ma il Federal Bureau nega decisamente: «Non abbiamo alcuna informazione sul laptop compromesso», si legge in un messaggio Twitter dell'agenzia federale. Ma i pirati non ci stanno e controribattono su uno dei loro profili pubblici: «Attenzione perché abbiamo anche altri dati (si parla di 12 milioni di ID) e ne pubblicheremo ancora». Insomma, la battaglia tra Fbi, Apple e Anonymous è solo agli inizi.

L'IPAD DI OBAMA - Secondo alcuni poi nella lista ci sarebbe anche l'iPad di Obama. In realtà, si tratta di un profilo chiamato con il nome del presidente degli Stati Uniti, o che almeno lo ricorda. Ma questo non dimostra che il tablet in questione sia davvero il suo. E dalla Casa Bianca non arriva nessuna conferma. Obama rimane comunque un grande fan dei prodotti Apple e ha ricevuto in dono una delle prime versioni dell'iPad da Steve Jobs in persona.

Marta Serafini
@martaserafin5 settembre 2012 | 18:30