lunedì 3 settembre 2012

Bruce Willis vuole fare causa alla Apple per la proprietà dei brani dell'iPod

La Stampa

L'attore sta considerando di procedere con una battaglia legale per avere il diritto di poter lasciare alle figlie la propria libreria musicale


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Siamo abituati a vedere Bruce Willis in fuga da esplosioni e combattere i terroristi per salvare il mondo, ma la sua ultima battaglia si combatte comodamente dalla poltrona di un tribunale. L'eroe d'azione holliwoodiano  sta prendendo in considerazione un'azione legale contro il colosso tecnologico Apple, per il desiderio di lasciare in eredità alle sue figlie il suo catalogo musicale di iTunes.Willis ha scoperto che chi acquista musica online, in realtà non ne diventa proprietario, ma paga una licenzia per usufruire della musica in affitto.
L'azione legale dell'attore potrebbe beneficiare non solo a se stesso, ma all'intera comunità dei clienti dell' iTunes Store di Apple. La maggior parte degli acquirenti non si preoccupa di leggere i dettagli dei termini e le condizioni al momento di acquisto di un album o un singolo, ma se lo facesse sarebbe subito chiara la volontà della società che vieta la trasmissione dei brani ad un'altra persona. La passione di Willis per la musica ha fatto si che ne acquistasse dallo Store migliaia di dollari, per cui ora l'attore pretende che la Apple aggiorni la politica della vendita ed elabori una soluzione migliore per tutti i clienti.


Grillo show contro i marocchini: è polemica

Corriere della sera

In uno spettacolo consiglia ai carabinieri di dargli «due schiaffetti»


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Polemiche su Beppe Grillo per uno spezzone di un suo spettacolo del 2006 diffuso in rete nel quale, è l'accusa, avrebbe fatto commenti xenofobi, che istigano alla violenza contro gli immigrati. Ma molti difendono il comico e sostengono che il brano del monologo incriminato sia stato decontestualizzato. E per dimostrarlo rimandano alla versione integrale dello spettacolo di Grillo, affermando che durante l'esibizione il fondatore del Movimento 5 Stelle ha sostenuto esattamente il contrario di quanto affermato dai suoi detrattori.

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La Bic lancia la penna "solo per lei" E la rete sbeffeggia l'idea

Corriere della sera

Critiche e ironie per il claim sessista «adatta alle mani sottili di una donna». E ancora: «a che serve?»
La penna 'only for her'La penna 'only for her'

La trovata, bisogna dirlo, non è esattamente delle più intelligenti. La Bic, il colosso, della penna in aprile del 2011 ha lanciato una penna per sole donne (Only for her), «progettata per stare bene tra le mani di una signora» e adatta alle mani sottili di una donna. I modelli hanno colorini pastello, il packaging rosa e dei brillantini sparsi qua è là. Ma per il resto sono assolutamente uguali alle penne comuni. Per un po' nessuno ha notato l'anomalia. Ma poi qualcuno su Amazon ha postato il primo commento sarcastico: «Grazie per aver inventato questa meravigliosa penna con cui potrò scrivere le mie ricette».

CASALINGHE ANNI '50 - E' bastato qualche frecciata per scatenare la rete. «A che serve una penna per sole donne?». «E' roba da anni '50». Qualcun altro ha commentato: «finalmente una penna per annotare il ciclo sull'agenda». Molte sono state le accuse di sessismo alla Bic per la scelta del claim e del colore. Insomma, un disastro su tutta la linea. Come se non bastasse, è stata creata una pagina su Tumblr.com che raccoglie tutte le recensioni negative. Qualcuno si è anche divertito a ricreare una finta pubblicità. E della faccenda si sono occupati giornali come il Time e il Washington Post. Difficile dunque capire se il colosso della penna a sfera abbia deciso di lanciare il modello sul mercato seguendo il principio «purché se ne parli», oppure se abbia commesso uno sbaglio seguendo una logica di mercato che vede ancora le donne come casalinghe anni '50.

Marta Serafini
@martaserafini3 settembre 2012 | 13:43

Se il mittente è Equitalia la cartella non è valida

Libero

Spunta uno scoglio normativo. Che succede? Potrebbero essere invalidate le notifiche delle cartelle esattoriali inviate da Equitalia per posta
di Andrea Scaglia


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C’è uno scoglio normativo che rischia d’invalidare le notifiche delle cartelle esattoriali inviate da Equitalia via posta, in genere per raccomandata con ricevuta di ritorno. E attenzione, che se da una parte questo giornale ha sempre rimarcato la necessità che la società incaricata della riscossione dei tributi inevasi tenga in maggior considerazione le specifiche situazioni - e ci si riferisce ai casi in cui i mancati pagamenti son dovuti a disavventure personali o accertate crisi aziendali e via dicendo - d’altra parte non si vuol certo indicare ai furbetti della tassa non pagata la strada per sfangarla. Resta il fatto che il problema esiste. Ed è peraltro già noto alle commissioni tributarie di tutta Italia.

Il fatto è che, in sostanza, la notifica della cartella esattoriale effettuata da Equitalia per posta rischia di non esser valida. Lo dice la legge. O meglio, lo si evince. Nel senso: è vero che la norma 890/82, quella che si applica al’Amministrazione finanziaria dello Stato,  all’art. 14 prevede  gli avvisi possano esser notificati al contribuente anche a mezzo della posta. E però questa disposizione è riservata agli uffici che esercitano la potestà impositiva, non agli agenti di riscossione. D’altro canto - come peraltro rimarcato proprio da una sentenza della Commissione tributaria di Lecce dello scorso anno e confermata tra le altre da un altro verdetto emesso da quella di Foggia il 13 maggio - l’art. 26 della legge 602/73 inizialmente prevedeva sì la notifica

per posta anche da parte dell’esattore, facoltà però revocata dal decreto legge 46/99, in base al quale (art. 12) «la cartella è notificata dagli ufficiali della riscossione o da altri soggetti abilitati dal concessionario nelle forme previste dalla legge ovvero, previa eventuale convenzione tra Comune e concessionario, dai messi comunali o dagli agenti della Polizia municipale». Ragion per cui, dunque, i giudici tributari concludono che tale facoltà è riservata «agli uffici che esercitano potestà impositiva, e quindi solo all’Agenzia delle Entrate, la possibilità di notificare avvisi e altri atti a mezzo posta». Conclusione: le notifiche inviate direttamente da Equitalia sono nulle.

Ambiguità - come detto - da risolvere in fretta. Anche perché, delle 34 milioni di cartelle Equitalia notificate ai contribuenti negli ultimi due anni, quelle inviate via raccomandata rappresentano il 40-50 per cento: se tutti facessero ricorso sarebbe un disastro per la società in questione, e in ultima analisi anche per l’Erario. E però le contestazioni, proprio basandosi sull’impossibilità di notifica, si stanno moltiplicando, con le Commissioni tributarie a dar ragione ai ricorrenti: per fare solo qualche esempio, è successo a Vicenza il 13 aprile, poi come detto a Foggia il 13 maggio, a Campobasso l’11 giugno e a Genova il 27 dello stesso mese, e ancora Milano, Catanzaro, Parma, Roma. Dappertutto. Le sentenze delle Commissioni tributarie non fanno in genere giurisprudenza su tutto il territorio nazionale, ma in questo caso tutte le sezioni locali arrivano alla stessa conclusione. C’è però da dire che al contrario la Corte di Cassazione, con la sentenza del 2011, ha stabilito che invece la notifica postale di Equitalia può esser considerata valida. Pronunciamento che però non  convince i giudici tributari che dopo quel verdetto  hanno continuato a dar ragione ai ricorrenti.

Scritto questo, che il sistema di riscossione fiscale sia quantomeno da riorganizzare, ecco, questo è un fatto. Allora cambiamo (parzialmente) discorso e passiamo ai contenziosi tributari, persone e imprese che portano il fisco - o chi per esso - davanti al giudice poiché si ritengono vittime d’una qualche ingiustizia o sopruso. E anche qui, non si tratta di dare addosso all’Erario in quanto tale: errori e disservizi e assurdi burocratici non sono certo esclusiva di questo o quell’ufficio. Ma insomma, i numeri fanno impressione.

Perché i contenziosi fiscali pendenti davanti alle Commissioni tributarie - a tutto il 31 dicembre 2009 - s’avvicinano al milione. Per la precisione: 945mila e 295. E già questo è un problema mica da ridere. In questo senso l’attuale governo, per la verità, ha introdotto l’istituto della mediazione per le liti  in cui è in ballo una cifra che non superi i 20mila euro: in caso di accordo, è prevista una riduzione del 40% della sanzione. I dati aggiornati alla fine dello scorso maggio parlano di oltre 125mila istanze di mediazione presentate, e però solo 14mila andate a buon fine.

Per quanto riguarda invece i verdetti relativi ai contenziosi: il primo grado di giudizio (che si svolge presso la Commissione provinciale), nel 35,6% dei casi  il giudice dà ragione del tutto al contribuente. Significa che una volta su tre il Fisco ha cercato d’incassare dal contribuente soldi non a lui dovuti, e scusate ma - in tempi di pressione fiscale così alta - l’umore non ne giova. Senza contare che c’è un altro 25% di procedimenti in cui il magistrato propende per, diciamo così, una soluzione di compromesso. La percentuale di sentenza favorevoli al ricorrente addirittura sale - e arriva al 44,2% - nel secondo grado di giudizio, quello su cui decidono le Commissioni regionali.

Numeri sui quali, qualche mese fa, s’è innescata una piccola polemica. Con il direttore generale dell’Agenzia delle Entrate Attilio Befera a rivendicare un numero sempre più elevato di sentenza favorevoli all’Erario. E la risposta del centro studi torinese Eutekne, vicino alla categoria dei commercialisti, secondo il quale invece il 40% dei ricorsi si è concluso a favore dell’ente impositore (lo Stato, per l’appunto) e il 36,08% a favore del contribuente, mentre il resto va in estinzioni, verdetti di compromesso, conciliazioni. Ma anche questi dati sarebbero da correggere a favore dei contribuenti. Perché se si tolgono i ricorsi rigettati per via di vizi procedurali e si considerano solo quelli arrivati a sentenza di merito, ecco che - sostiene Eutekne - «i contribuenti si vedono dar ragione, in tutto o in parte, il 60,98% delle volte».

Muore a Livorno Serpico l'ex vigile diventato clochard

Corriere della sera

Accusato di furto, radiato. Assolto ma mai reintegrato. Diceva «Nato la vigilia dell'armistizio. Ma non ho mai incontrato la pace».


LIVORNO -«L'amavo molto quella divisa che mi hanno scippato. L'ho portata a testa alta e con onore, eppure non sono più riuscito ad indossarla», raccontava agli amici. Forse la indosserà stamani per l'ultima volta quella divisa, Giampaolo Cardosi, l'ex vigile capellone poi diventato clochard, morto a 69 anni dopo essere caduto dalla bicicletta.

Era stato vittima incolpevole, Giampaolo, di persecuzioni amministrative e giudiziarie: aveva perso lavoro, casa e la madre era morta di crepacuore. La sua unica colpa era stata quella di essere controcorrente, di rifiutarsi di tagliare barba e capelli, di non aver ascoltato gli «ordini» dei suoi superiori che non potevano tollerare quel capellone «sporco e trasandato». Lo accusarono prima di aver rubato duemila lire di una multa; poi un tavolo e quattro vecchie sedie abbandonate in un bosco. Espulso, radiato, canzonato, costretto a dormire sulle panchine, Giampaolo si era trasformano in una creatura ricurva sulla sua misera bicicletta, ma allo stesso tempo non aveva perso fierezza e voglia di combattere. E non arretrò anche quando, dopo decenni di calvario, la giustizia lo prosciolse.



Giampaolo chiese di essere reintegrato: «Vorrei indossare nuovamente la mia divisa, salire sulla bicicletta, fare il mio dovere». Il Comune rispose di «no» ma gli offrì 300 mila euro come riparazione del danno subito. Lui rifiutò i soldi, sdegnato.

I guai non sarebbero finiti. Poco tempo fa era stato accusato di aver imbrattato la sede di Equitalia con frasi offensive. E lui aveva commentato: «La via crucis continua». Livorno popolare gli voleva bene. E nell'anniversario dell'Unità d'Italia c'è stato chi l'ha trasformato in Garibaldi, con tanti manifesti affissi e accolti con ironia ma anche sorrisi compiaciuti.

La sua morte ha scosso la città. «Per favore concedetegli la divisa», ha chiesto un consigliere comunale dell'opposizione incassando centinaia di messaggi a favore di una completa riabilitazione. Sul web sta circolando anche l'ultima frase di Giampaolo: «Sono nato il 7 settembre del 1943 alla vigilia dell'armistizio. Ma nella mia vita io non ho mai incontrato la pace».

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Marco Gasperetti
3 settembre 2012 | 8:18

La roccaforte dei rossi compagni butta in discarica falce e martello

Libero

La statua simbolo è stata rimossa dall'ex casa del popolo e scagliata tra i rifiuti. Alla vigilia della Festa dell'Unità scoppia il pandemonio

A Ponte a Egola partigiani alzano la voce e tuonano: "Tradizione calpestata". Ma intanto il vessillo del comunismo è da rottamare

di Giuseppe Policelli


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Che il comunismo non se la passi benissimo lo sapevamo, ma fa un certo effetto apprendere che la destinazione ultima di falce e martello possa addirittura essere la spazzatura. E ancor di più colpisce il fatto che a riservare una tale sorte al simbolo universale delle lotte di contadini, operai e lavoratori in genere siano proprio dei comunisti. Forse non più comunisti al cento per cento (come spesso succede, la cosa non è perfettamente chiara) ma comunque, e senza dubbio, persone che al comunismo hanno guardato con favore e che tuttora appartengono all’area politica della sinistra italiana.

Ma facciamo un passo indietro. A Ponte a Egola, frazione di San Miniato in provincia di Pisa, la locale casa del popolo ospitava sino a poco tempo fa un’enorme scultura in ferro battuto, foderata di stoffa vermiglia e riproducente la falce e il martello tanto cari ai comunisti di tutto il mondo. L’oggetto, c’è da capirlo, era motivo d’orgoglio per i militanti ma anche, in un territorio storicamente «rosso», per molti semplici cittadini. La falce e martello era stata donata trent’anni or sono ai comunisti di Ponte a Egola da quelli della

 federazione del Pci di Empoli (i quali ne possedevano due, entrambe realizzate da un ex partigiano originario di Vinci), ed era a tal punto rappresentativa da essere perfino stata immortalata in una recente mostra fotografica sui comunisti in Toscana. Ma perché ne parliamo al passato? Cos’è accaduto alla voluminosa scultura? È una domanda, questa, che prima di tutti devono essersi posti, con animo colmo di angoscia, gli animatori più giovani del circolo Arci Pannocchia di Ponte a Egola, dove in questi giorni si sta allestendo una festa dell’Unità Comunista organizzata dal PdCI.

I ragazzi, giustamente, avrebbero voluto togliere la falce e martello dal ripostiglio per farle fare bella mostra di sé in occasione dell’evento. Solo che, quando nel ripostiglio ci sono entrati, la falce e martello non l’hanno vista. E sì che, così grossa, sarebbe stato difficile non notarla. Ma niente da fare. Contrordine, compagni, la scultura non c’è più! E, a quel punto, è scattato il panico. Che fine avrà fatto il glorioso manufatto metallico?

È bastata una breve indagine perché i timori più foschi trovassero conferma: la falce e martello era stata inopinatamente gettata via durante una minuziosa sessione di pulizie estive effettuata da alcuni membri anziani del circolo. Oltre al danno, insomma, la beffa. Sono stati proprio i vecchi comunisti - reputando, evidentemente, ormai inservibile il reperto - a commettere il misfatto, facendo precipitare in una cupa disperazione i militanti più giovani, forse (nell’odierno smarrimento ideologico) maggiormente bisognosi di certezze e punti di riferimento anche solo simbolici.

Quando, almeno in parte, si sono riavuti dallo shock, gli aderenti al circolo Arci Pannocchia hanno messo su una squadra di volenterosi che si è recata presso la vicina isola ecologica nel disperato tentativo di recuperare l’oggetto. Però, a quanto è dato di sapere, l’iniziativa non è stata coronata dal successo. In attesa di future e, purtroppo, poco probabili buone notizie, a Ponte a Egola possono consolarsi pensando che, se la falce e martello è finita nell’isola ecologica, significa che tutto quel ferro verrà riciclato. E, considerando quanti riciclati il Pci ha prodotto fino a oggi, si tratterà probabilmente del riciclo più utile di tutti.

Il Leonka ha vinto (ma a pagare siamo noi)

Chiara Campo - Lun, 03/09/2012 - 08:28

La Giunta Pisapia pronta a regolarizzare il centro sociale. Entro fine mese scambio di area con i Cabassi: operazione da 8 milioni di euro

Quella di giovedì prossimo sarà l'ultima farsa.



L'ufficiale giudiziario si presenterà per l'ennesima volta alle porte del Leoncavallo. E per l'ultima, notificherà il rinvio dello sfratto. L'ultima, perchè entro la fine di settembre la giunta Pisapia metterà in regola il centro sociale. La telenovela è alle puntate finali: sindaco e partiti di maggioranza inizieranno a discuterne nel vertice che si terrà mercoledì a Palazzo Marino su Area C e si rivedranno a metà mese per chiudere nei dettagli il caso Leonka. La trattativa con la famiglia Cabassi proprietaria dello stabile di via Watteau 7 è alle battute finali, come era stato anticipato nei mesi scorsi il Comune è pronto a scambiare il capannone con la superficie e le ex scuole Mazzini di via Zama, edificio inutilizzato dal 2009.

Fino agli anni '90 il complesso in zona 4 ha ospitato la materna con cinque aule, un'elementare con sedici classi e la palestra, il giardino, un salone per la ricreazione. L'operazione è andata avanti e oggi è chiaro anche il valore economico: otto milioni di euro. Dopo lo scambio, almeno formalmente la giunta dovrebbe avviare un bando per l'assegnazione degli spazi di via Watteau in cambio di un affitto annuale per chi se li aggiudica (potrebbe aggirarsi intorno ai 120mila euro). Ma il finale è già scritto.

Il Leonka dopo anni di «resistenza» riceverà chiavi in mano l'edificio e potrà iniziare i lavori per allargarsi. «Giusto fare un bando - afferma il presidente dell'aula Basilio Rizzo, esponente della sinistra radicale - ma anche inserire un punteggio ad hoc per le realtà che lavorano da tempo e hanno una storia nel quartiere». «Finalmente si va verso una soluzione di un problema che da anni veniva lasciato irrisolto» festeggia il consigliere di Sel Mirko Mazzali, presidente della Commissione sicurezza da sempre legato alla battaglia del centro sociale. Ma i malumori nel centrosinistra non mancano. E il Pd potrebbe trasformare in una vittoria di Pirro quella che sindaco e sinistra radicale vogliono offrire al mondo antagonista come un fiore all'occhiello della giunta. Via libera all'operazione di scambio, ma i Democratici vogliono sul piatto lo sgombero di Macao dall'ex macello di viale Molise. La palazzina dell'Ortomercato su cui peraltro il Comune ha un piano di valorizzazione - tradotto, vendita - e se lo sfratto non avviene in tempi stretti rischia di diventare un nuovo caso Leonka.

Il collettivo che ha occupato prima la Torre Galfa, poi Palazzo Citterio e il teatro Derby, da metà giugno si è piazzato nella palazzina liberty di viale Molise, proprietà di Sogemi. In due mesi e mezzo ha avviato il Summer Camp, lavori in corso per sistemare bagni e soffitti, allestire il giardino e gli spazi per chi si ferma a dormire. Sabato sera, grande festa per il primo giorno di settembre, dal titolo «Punk is not a crime». E nello stile Leonka, birre e alcolici tax free, zero scontrini per tutto. Finora la giunta arancione non ha sollecitato l'intervento della questura, anzi. Ma il Pd rovina la festa agli amici di Sel:

«La storia del Leoncavallo è iniziata come una concessione regolare dello spazio da parte dei Cabassi, poi è scattato lo sfratto - marca la differenza la capogruppo del Pd Carmela Rozza -. Lo scambio di aree con cui risolveremo quella vicenda deve servire da esempio, diamo una risposta alle associazioni che avviano un percorso di regolarizzazione, e in via Watteau dovranno esserci anche housing sociale e spazi per altre associazioni. Ma dovremo dire con fermezza che chi occupa abusivamente va sgomberato. Il caso Macao? Tolleranza zero».

Mafia, trent'anni fa l'omicidio Dalla Chiesa: il ricordo di Palermo

Quotidiano.net

Sul luogo dell’eccidio, il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri deporrà una corona di fiori, e successivamente assisterà alla Messa celebrata nella Chiesa di San Giacomo dei Militari
Palermo, 3 settembre 2012

A trent'anni dall'omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente di scorta Domenico Russo, stamattina in via Isidoro Carini, luogo dell’eccidio, il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri ha deposto una corona di fiori, e successivamente assisterà alla Messa celebrata nella Chiesa di San Giacomo dei Militari, all’interno della Caserma “Carlo Alberto dalla Chiesa”, sede del Comando Legione Carabinieri Sicilia.

SCHIFANI - “Ricordo con commozione Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo. Cadde in servizio, in quella tragica occasione, un uomo che aveva segnato in maniera emblematica l’impegno contro l’illegalita’ e la criminalita’ organizzata: dalla militanza nella guerra di liberazione al contrasto all’azione delle Brigate Rosse in Piemonte, fino alla lotta a Cosa Nostra, come Prefetto in Sicilia”. Cosi’ il presidente del Senato, Renato Schifani, in un messaggio inviato al Prefetto di Palermo.

QUEL SETTEMBRE DI 30 ANNI FA - Sul muro ancora sporco di sangue, qualcuno lasciò un lenzuolo con scritto “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. Oggi che sono passati trent’anni esatti da quel 3 settembre 1982, il ricordo del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, freddato a colpi di kalashnikov insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo, è più vivo che mai nella memoria collettiva dei siciliani, soprattutto di quelli che hanno creduto che quella sera la speranza non finì, ma trovò con quel sacrificio un ulteriore slancio per credere ancora che fosse possibile un cambiamento a favore della legalità. Reduce dalla brillante opera di contrasto alle Brigate Rosse, il Generale dalla Chiesa fu nominato prefetto di Palermo nella tarda primavera del 1982, con la promessa di poter esercitare poteri speciali per contrastare Cosa nostra, che in quel periodo stava vivendo una delle fasi più sanguinarie della sua storia, con decine di omicidi. In realtà il prefetto intuì subito di avere le mani legate, e soprattutto le difficoltà di affrontare una realtà come quella palermitana, privo del sostegno da parte dello Stato.

Nonostante ciò, dalla Chiesa riuscì a portare a termine brillanti operazioni che portarono all’arresto di numerosi boss, allo smantellamento di una raffineria di eroina; nonché alla stesura di una vera e propria “mappa della nuova mafia” con particolare attenzione ai rapporti che legavano Cosa nostra e politica. Una “missione”, quella del Generale venuto dal Nord e che già negli anni ‘50 aveva lavorato in Sicilia, a Corleone, che fu interrotta alle 21.15 del 3 settembre 1982. Cento giorni dopo il suo arrivo. Poche centinaia di metri dopo essere usciti dalla Prefettura di Palermo, la A112 bianca sulla quale viaggiavano dalla Chiesa e la moglie fu affiancata da un commando a bordo di un’auto e una moto. Le raffiche di Kalashnikov non lasciarono scampo ai due, così come accadde per l’agente di scorta, Domenico Russo, che seguiva la vettura del prefetto. Per l’omicidio del Generale dalla Chiesa, della moglie e dell’agente di scorta, sono stati condannati all’ergastolo come mandanti i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci; mentre esecutori materiali, in primo grado, sono stati condannati Vincenzo Galatolo e Antonino Madonia, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci.

Come sarebbe accaduto 10 anni dopo in occasione dei funerali di Giovanni Falcone, anche le esequie di dalla Chiesa, tenutesi nella stessa chiesa di San Domenico, videro la partecipazione di migliaia di persone che attaccarono duramente le presenze politiche accusate di aver lasciato solo il prefetto. Vi furono attimi di tensione, con le autorità oggetto di lanci di monetine e insulti. Unico ad essere risparmiato dalla contestazione fu il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Dell’omelia del cardinale Pappalardo sono rimaste nella memoria dei palermitani le parole tratte da un passo di Tito Livio: “Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici. E questa volta non è Sagunto, ma Palermo. Povera la nostra Palermo”.



Dalla Chiesa 30 anni dopo. Il figlio Nando: "Delitto politico"

"Mio padre fu lasciato solo. Esecutori in galera, i mandanti no"

Nando Dalla Chiesa: "Dopo tre decenni non ho cambiato idea. Lo dissi allora e lo confermo oggi: fu quel gruppo di potere che faceva capo alla Dc"

di Tino Fiammetta

MILANO, 3 settembre 2012

«CREDIAMO che il tempo faccia dimenticare tutto. Non è vero, ci sono cose che non si dimenticano. È come un fiume carsico che scorre sotto terra e all’improvviso viene fuori. Ecco, la morte di mio padre è così, non è stata una morte naturale». Per Nando Dalla Chiesa è il giorno del ricordo e del dolore mai sopito. La prima domanda è privatissima. La seconda politica e riguarda la «firma» sulla strage.

Lei ha sempre indicato la Democrazia cristiana.
«Dopo trent’anni non ho cambiato idea. Ho fatto riferimento a quel gruppo di potere della Dc, ho fatto anche dei nomi, i cugini Salvo, Ciancimino, e poi Lima. E a quel sistema di potere ben consolidato in Sicilia a cui ho fatto riferimento fin dai primi momenti successivi all’attentato».

Un sistema di potere col quale il generale doveva fare i conti.
«Si sentivano minacciati da mio padre. L’azione di mio padre era diretta contro di loro. E non lo dico solo io e adesso. Anche mio padre in una lettera a Spadolini faceva riferimento a queste minacce».

E sull’attentato?
«Fu un gesto così palese, smaccato, squassante, Qualche giorno dopo l’assassinio di mio padre diedi un’intervista a Giorgio Bocca. Ricordo che feci dei nomi, dissi che era stato un delitto politico e di cercare i mandanti nella Dc».

Lei allora era molto giovane.
«Allora non avevo alcuna esperienza politica o di palazzo, diedi quel giudizio con gli occhi di chi aveva vissuto in caserma e respirato la lotta alla mafia».

Lei ha ripetuto ultimamente di avere un cruccio.
«Già, fu una cosa così sfrontata che mi rimprovero di non avere nemmeno immaginato che potessero ucciderlo. Pensavo che se lo avessero fatto davvero, sarebbe stato come firmare il delitto. Non immaginavo ancora che in Italia in pochi avrebbero voluto vedere la firma».

Gli esecutori sono in galera.
«Ma i mandanti no, quelli esterni intendo».

Veniamo alle polemiche di oggi. E la trattativa Stato-mafia?
«Anche questo già detto e scritto da tempo nel mio libro ‘Le convergenze’. La trattativa c’è stata, anzi una doppia trattativa, una con il nuovo partito che si andava formando, cioè Forza Italia che andava in Sicilia a caccia di consensi, e l’altra con lo Stato che riguardava le richieste presentate dai boss di Cosa Nostra».

Che puntavano a rivedere le norme sul carcere duro.
«Quello che chiedeva Riina...».

La trattativa si porta dietro anche le polemiche che coinvolgono il capo dello Stato.
«Il capo dello Stato è impropriamente chiamato in causa. Tutto questo non fa che avvelenare il dibattito politico in corso. Penso che tutto sia andato molto al di là delle vere intenzioni del presidente e per il bene di tutti sarebbe meglio mettere tutto a tacere».

Torniamo a lei. Domani sarà proiettato un documentario creato anche da sua figlia.
«Mia figlia Dora ha 29 anni è nata pochi mesi dopo la morte di mio padre e non l’ha mai conosciuto. Il film racconta proprio una bambina che cerca il nonno».

Cardinal Martini, il biblista che si era scordato il Vangelo

Libero

Aveva il complesso di inferiorità verso i laici. Così cercava l'applauso del mondo, e l'ha trovato

di Antonio Socci


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Vedendo il mare di sperticati elogi ed esaltazioni sbracate del cardinale Martini sui giornali di ieri, mi è venuto in mente il discorso della Montagna dove Gesù ammonì i suoi così:  «Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi» (Luca 6,24-26).
I veri discepoli di Gesù infatti sono segno di contraddizione: «Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo (…) il mondo vi odia.

Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 16, 18-20). Poi Gesù indicò ai suoi discepoli questa beatitudine: «Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v'insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell'uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli» (Luca 6,20-23).

Una cosa è certa, Martini è sempre stato portato in trionfo sui mass media di tutto il mondo, da decenni, e incensato specialmente su quelli più anticattolici e più ostili a Gesù Cristo e alla sua Chiesa. Che vorrà dire?
Obiettate che non dipendeva dalla sua volontà? Ma i fatti dicono che Martini ha sempre cercato l’applauso del mondo, ha sempre carezzato il Potere (quello della mentalità dominante) per il verso del pelo, quello delle mode ideologiche dei giornali laicisti, ottenendo applausi ed encomi. È stato un ospite assiduo e onorato dei salotti mediatici fino ai suoi ultimi giorni.

O vi risulta che abbia rifiutato l’esaltazione strumentale dei media che per anni lo hanno acclamato come l’Antipapa, come il contraltare di Giovanni Paolo II e poi di Benedetto XVI? A me non risulta. Eppure avrebbe potuto farlo con parole ferme e chiare come fece don Lorenzo Milani quando la stampa progressista e la sinistra intellettuale e politica diceva: «è dei nostri».

Lui rispondeva indignato: «Ma che dei vostri! Io sono un prete e basta!». Quando cercavano di usarlo contro la Chiesa, lui ribatteva a brutto muso: «in che cosa la penso come voi? Ma in che cosa?», «questa Chiesa è quella che possiede i sacramenti. L'assoluzione dei peccati non me la dà mica L'Espresso. E la comunione e la Messa me la danno loro? Devono rendersi conto che loro non sono nella condizione di poter giudicare e criticare queste cose. Non sono qualificati per dare giudizi».

E ancora: «Io ci ho messo 22 anni per uscire dalla classe sociale che scrive e legge L'Espresso e Il Mondo. Devono snobbarmi, dire che sono ingenuo e demagogo, non onorarmi come uno di loro. Perché di loro non sono», «l'unica cosa che importa è Dio, l'unico compito dell'uomo è stare ad adorare Dio, tutto il resto è sudiciume».

Queste meravigliose parole di don Milani, avremmo voluto ascoltare dal cardinale, ma non le abbiamo mai sentite. Mai. Invece ne abbiamo sentite altre che hanno sconcertato e confuso noi semplici cattolici. Parole in cui egli faceva il controcanto puntuale all’insegnamento dei Papi e della Chiesa.

Tanto che ieri Repubblica si è potuta permettere di osannarlo così: «non aveva mai condannato l’eutanasia», «dal dialogo con l’Islam al sì al preservativo». Tutto quello che le mode ideologiche imponevano trovava Martini dialogante e possibilista: «non è male che due persone, anche omosessuali, abbiano una stabilità e che lo Stato li favorisca», aveva detto.

È del tutto legittimo – per chiunque - professare queste idee. Ma per un cardinale di Santa Romana Chiesa? Non c’è una contraddizione clamorosa? Cosa imporrebbe la lealtà? Quando un cardinale afferma: «sarai felice di essere cattolico, e altrettanto felice che l’altro sia evangelico o musulmano» non proclama l’equivalenza di tutte le religioni?

Chi ricorda qualche vibrante pronunciamento di Martini che contraddiceva le idee “politically correct”? O chi ricorda un’ardente denuncia in difesa dei cristiani perseguitati? Io non li ricordo. Preferiva chiacchierare con Scalfari e – sottolinea costui – «non ha mai fatto nulla per convertirmi». Lo credo. Infatti Scalfari era entusiasta di sentirsi così assecondato nelle sue fisime filosofiche.

Nella seconda lettera a Timoteo, san Paolo – ingiungendo al discepolo di predicare la sana dottrina – profetizza: «Verranno giorni, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità, per volgersi alle favole» (Tm 4, 3-4).

Nella sua ultima intervista, critica con la Chiesa, Martini si è chiesto dove sono «uomini che ardono», persone «che hanno fede come il centurione, entusiaste come Giovanni Battista, che osano il nuovo come Paolo, che sono fedeli come Maria di Magdala?».

Evidentemente non ne vede fra i suoi adepti, ma nella Chiesa ce ne sono tantissimi. Peccato che lui li abbia tanto combattuti, in qualche caso perfino portandoli davanti al suo Tribunale ecclesiastico. Sì, questa è la tolleranza dei tolleranti.

Martini ha incredibilmente firmato la prefazione a un libro di Vito Mancuso che – scrive “Civiltà cattolica” - arriva «a negare o perlomeno svuotare di significato circa una dozzina di dogmi della Chiesa cattolica». Ma il cardinale incurante definì questo libro una «penetrazione coraggiosa» e si augurò che venisse «letto e meditato da tante persone» (del resto Mancuso definisce Martini «il mio padre spirituale»).

Dunque demolire i dogmi della fede non faceva insorgere Martini. Ma quando due giornalisti – in difesa della Chiesa – hanno criticato certi intellettuali cattoprogressisti, sono stati da Martini convocati davanti alla sua Inquisizione milanese e richiesti di abiura. Che paradosso. L’unico caso, dopo il Concilio, di deferimento di laici cattolici all’Inquisizione per semplici tesi storiografiche porta la firma del cardinale progressista. «Il cardinale del dialogo», come lo hanno chiamato Corriere e Repubblica.

I giornali sono ammirati per le sue massime. Devo confessare che io le trovo terribilmente banali. Per esempio: «emerge il bisogno di lotta e impegno, senza lasciarci prendere dal disfattismo». Sembra Napolitano. Grazie al cielo nella Chiesa ci sono tanti veri maestri di spiritualità e amore a Cristo. L’altro ritornello dei media è sull’erudizione biblica di Martini. Senz’altro vera.

Ma a volte il buon Dio mostra un certo umorismo. E proprio venerdì, il giorno del trapasso di Martini, la liturgia proponeva una Parola di Dio che sembra la demolizione dell’erudizione e della “Cattedra dei non credenti” voluta da Martini, dove pontificavano Cacciari e altri geni simili.

Scriveva dunque san Paolo che Cristo lo aveva mandato «ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: “Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l'intelligenza degli intelligenti”.

Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dov'è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché… è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione… Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1Cor 1, 17-25).

E il Vangelo era quello delle dieci vergini, dove Gesù – ribaltando i criteri mondani – proclama “sagge” quelle che hanno conservato la fede fino alla fine e “stolte” quelle che l’hanno perduta. Spero che il cardinale abbia conservato la fede fino alla fine. Le esaltazioni di Scalfari, Dario Fo, Il Manifesto,

Cacciari gli sono inutili davanti al Giudice dell’universo (se non saranno aggravanti).
Io, come insegna la Chiesa, farò dire delle messe e prenderò l’indulgenza perché il Signore abbia misericordia di lui. È la sola pietà di cui tutti noi peccatori abbiamo veramente bisogno. È il vero amore. Tutto il resto è vanità.

Bombardò gli Usa, vent’anni dopo divenne una star per gli americani

Enrico Silvestri - Dom, 02/09/2012 - 17:09

Il 9 settembre del ’42 il pilota giapponese Nobuo Fujita lanciò quattro ordigni su Brookings in Oregon senza provocare danni, ma violando per la prima e, unica, volta lo spazio aereo statunitense. In visita ai luoghi attaccati durante la guerra, fu portato in trionfo e ricevette la cittadinanza onoraria

Il 9 settembre 1942 Nobuo Fujita rese reale la paura degli americani di vedere apparire stormi di aree giapponesi pronti a radere al suolo il loro Paese.


Nabuo Fujita

Il pilota in realtà compì solo due raid, sganciò quattro ordigni nei pressi della città di Brookings nell’Oregon, senza provocare morti, feriti o anche danni materiali. Ma al suo rientro in patria divenne subito un eroe e, incredibilmente, anche negli Stati Uniti dove si recò vent’anni dopo per visitare i luoghi bombardati durante la guerra. Tanto da tornare altre tre volte, diventando una sorta di «ambasciatore di pace» e venire infine nominato cittadino onorario di Bookings.

Il bombardamento delle coste orientale dell’America fu oggetto di diversi piani da parte degli alti comandi militari giapponesi ma anche di terrore in campo opposto, tanto da scatenare nel 1942 la famosa «battaglia di Los Angeles». La notte del 24-25 febbraio iniziarono a suonare sirene di allarme in tutta la contea. Venne imposto un totale black out, richiamati migliaia di addetti alle postazioni antiaeree e alle 3.16 i cannoni iniziarono a sparare. La sbarramento continuò con sempre minore intensità fino alle 7.21 quando venne ordinato il cessate il fuoco. In quelle quattro ore vennero esplosi 1.400 colpi che causarono tre morti, più altri tre per infarto, senza contare i diversi edifici danneggiati dal fuoco amico. Anche se a distanza di 70 anni, nessuno riuscì a spiegare cosa avesse fatto scattare l’allarme aereo. Tuttavia l’episodio ispirò qualche anno dopo il famoso film di Steven Spielber «1941, Allarme a Hollywood».

Ma sei mesi dopo l’incubo divenne realtà con l’incursione di Nobuo Fujita, 31 anni, da dieci pilota della marina imperiale giapponese. Fujita pilotava un idrovolante imbarcato in un sommergibile oceanico I-25 con compiti di ricognizione con il quale il 7 dicembre 1941 prese parte all’attacco su Pearl Harbour. Anche se il suo velivolo non potè partecipare per un guasto alle operazioni militari. In seguito fu impiegato in voli di ricognizione sulle coste australiane, neozelandesi e persino su Kodiak in Alaska in preparazione di un ipotetica invasione delle isole Aleutine.

Nell’estate del 1942 il suo sommergibile si avvicino alle coste dell’Oregon e cannoneggiò la base statunitense di Fort Stevens nei pressi di Astoria. Il battello incrociò a lungo in quel tratto di oceano per portare poi a compimento le prime, e uniche, missioni aeree contro il territorio americano. Alle 6 in punto del 9 settembre l’I-25 emerse al confine fra Oregon e California per lanciare l’idrovolante sul quale erano imbarcati oltre a Fujita anche il navigatore Okuda Shoji e soprattutto due bombe da 170 libbre. Fujita lanciò gli ordigni, uno dei quali provocò un piccolo incendio sulle alture nei pressi di Brookings, 6.500 abitanti. Dopo il bombardamento l’I-25 venne attaccato da un aereo americano e costretto a immergersi sul fondo. Il 29 settembre attorno a mezzanotte Fujita ripetè l’attacco lanciando due bombe a qualche chilometro da Port Orford. Al suo rientro riferì di aver osservato incendi, tuttavia non furono mai rinvenuti neppure i crateri delle esplosioni.

Due attacchi in fondo insignificanti dal punto di vista militare, tuttavia sufficienti per fare del pilota un eroe nazionale, accolto trionfalmente al suo rientro in patria. Ma curiosamente anche in America. Nel 1962 si recò a Brookings dove trovò ad attenderlo una lettera di benvenuto firmata dal presidente Kennedy. Con un aereo da turismo e un pilota messi a disposizione dalla comunità, sorvolò nuovamente i luoghi che aveva bombardato 20 anni prima. In segno di amicizia, egli donò alla comunità la sua katana di famiglia, vecchia di 400 anni. Impressionato dalla calda accoglienza, l’ex aviatore nipponico invitò tre studentesse della Brookings-Harbor High School in Giappone.

La visita avvenne nel 1985 e le liceali, una volta arrivate, gli consegnarono una lettera del presidente Reagan, attestante «l’ammirazione per la sua gentilezza e generosità». Fujita ritornò ancora tre volte a Brookings nel 1990, 1992, quando piantò un albero nel luogo dove colpirono le bombe, in segno di pace, e 1995 quando trasferì la sua katana dal municipio alla nuova libreria cittadina. Poco prima della sua morte, avvenuta il 30 settembre 1997 venne anche nominato cittadino onoraio di Brookings e l’anno successivo suo figlio Yoriko Asakura seppellì parte delle sue ceneri nel luoghi colpiti dalle bombe, completando così la sua trasformazione da feroce guerriero ad ambasciatore di pace

Censura 2.0: il salto di qualità della censura in Cina

Corriere della sera
di Voices from the Blogs


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Abbiamo già parlato della censura “tradizionale” (la censura 1.0) che lascia tracce evidenti del suo intervento: chiusura di siti o account, blocco dei social network o delle ricerche sui motori di ricerca. Ma c’è questa censura che “si vede” e una molto più sottile e difficile da intercettare, quella forse più pericolosa: la Censura 2.0, il vero e proprio salto di qualità del controllo delle opinioni in rete. Questo tipo di censura è stata identificata e ed è risultata visibile solo grazie a tecniche di sentiment analysis applicate a milioni di post cinesi nel corso del 2011. E i risultati sono sorprendenti.

Mentre la Birmania annuncia la fine della censura sui media,  ”The Great Firewall of China“, così si chiama il progetto che opera la censura in Cina, tiene duro e si evolve. Dopo aver chiuso la divisione cinese dell’azienda nel 2010 per problemi legati proprio alla censura, a gennaio 2012 Google annuncia che avvertirà gli utenti, con un messaggio automatico, su possibili blocchi al proprio motore di ricerca attuati dal governo cinese a seguito di ricerche su parole sensibili. Non mancano i siti web chiusi per decisione governativa con gli immancabili Jingjing e Chacha, i poliziotti-cartoon che invitano a “comportarsi bene” (volete sapere ad esempio se il vostro sito è accessibile dalla Cina? Andate a verificarlo qui!).

Ma questa censura diretta ed evidente sembra essere solo un aspetto della limitazione di libertà di espressione: l’interesse principale del governo cinese sembra essere ben altro. Lo dimostra una ricerca condotta ad Harvard da Gary King, l’autore delle tecniche di analisi utilizzate da Voices from the Blogs in Italia. Contrariamente a quanto avviene in occidente, dove gli utenti di social media e motori di ricerca si concentrano su poche piattaforme (Facebook è bloccato, ma esiste RenRen, Sina Weibo sostituisce Twitter, e così via) in Cina esistono centinaia di architetture e piattaforme di blogging e social network (blog.sina, hi.baidu, voc, bbs.m4, tianya, ecc.)  e per questo, il governo cinese impiega un numero di poliziotti della rete che oscilla tra le 20 mila e le 50 mila unità.

Non solo Twitter, Facebook e Google in Cina. (Fonte Gary King, Harvard University)

Non solo Twitter, Facebook e Google in Cina. (Fonte Gary King, Harvard University)

L’analisi di King ha analizzato oltre 1.300 fonti diverse nel corso del 2011 per un totale di oltre 3,5 milioni di post ed è emerso che la linea di censura attuata dal governo cinese è molto più sottile di un semplice blocco e comunque non direttamente percepibile dai navigatori. Fortunatamente, anche 50.000 poliziotti sono ancora un numero insufficiente di risorse umane per poter tenere sotto controllo l’intera rete e quindi King e collaboratori hanno potuto analizzare la differenza tra i blog appena pubblicati e gli stessi blog a distanza di poche ore o giorni. Ne sono emersi alcuni fatti interessanti.

Corsa al sale (foto: China Daily)

Corsa al sale nella regione di  Zhejiang (foto: China Daily)

Primo, ciò che viene censurato non sono le critiche al governo o ai politici locali (ce ne sono al vetriolo) ma tutti i messaggi che invitano ad aggregarsi per manifestare. Non importa che la manifestazione sia politica o meno, indistintamente tutti i post sul tema vengono accuratamente riscritti nelle parti in cui si parla di auto-organizzarsi o riunirsi. Un esempio tra tutti: a seguito del disastro di Fukushima, nella regione dello Zhejiang, si era sparsa tra la popolazione la voce infondata che il sale iodato servisse a ridurre gli effetti  delle radiazioni. Subito si è verificata la corsa al sale con il conseguente esaurimento delle scorte. Alcuni post che invitavano a manifestare in piazza contro questa mancanza di approvvigionamento sono stati sistematicamente riscritti dai funzionari della polizia cinese. Altri esempi sono le proteste nella Mongolia centrale per la salvaguardia dell’identità culturale o la rivolta di Zengcheng dei lavoratori immigrati.

La censura che c'è ma non si vede, e se non si vede in rete non c'è!

La censura che c’è ma non si vede, e se non si vede in rete non c’è! Ce lo ricordando Chacha e Jingjing.

Secondo, la censura interviene in un arco temporale che va dalla stessa giornata a circa una settimana. Questo tipo di censura riguarda in modo sistematico circa il 13% dei post, indipendentemente dagli eventi considerati, a meno che non siano proteste organizzate dal governo stesso, nel qual caso non si opera censura. Alcuni temi scottanti sono lasciati volontariamente liberi o debolmente censurati (ad esempio il tema della politica del “figlio unico”) mentre la pornografia sembra essere uno dei settori più controllati dalla censura. Inoltre, mentre è possibile criticare politici e agenzie governative, non è possibile parlare di censura e nominare i “censori“.

Ai Wei Wei, autoscatto per il Time

Ai Wei Wei, autoscatto per il Time

Terzo, alcuni temi spariscono strategicamente dalla rete senza apparente motivo. E’ il caso dei post sul dissidente Ai Weiwei. Il governo cinese ha intensificato la censura di post relativi al caso a partire da cinque giorni prima dell’arresto avvenuto il 3 aprile 2012 senza che nei media (cinesi o occidentali) ci fosse particolare evidenza che qualcosa stesse per accadere. Nel lavoro di King si trovano altri esempi in cui con questa tecnica si riesce anche prevedere le “attenzioni” a breve termine del governo cinese.

In conclusione, la censura diretta, quella 1.0 come l’abbiamo definita, quella che chiude i siti o elimina i link, non ci dice più di quello che già non sappiamo. L’analisi dei target della censura 2.0, quella sottile e che non si vede, ma che lascia tracce, invece ci può dire molto più. Purtroppo non tutti hanno gli strumenti per vedere ciò che non si vede e, ahinoi!, si sa che al giorno d’oggi se una cosa non c’è su internet… questa spesso non esiste neppure!

Lunedì il giorno preferito dagli assenteisti Malattie: il privato supera il pubblico

Il Mattino

Rapporto dell'Inps: dipendenti della pubblica amministrazione a casa 1,4 giorni in meno. Il Veneto più "efficiente" del Friuli

di Davide Lisetto
VENEZIA

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Ammalarsi il lunedì - magari dopo un fine settimana un po’ esagerato - sembra continui a essere un "vizio" dei lavoratori italiani. In oltre il 30 per cento dei casi, infatti, il lunedì si conferma essere la giornata di inizio delle malattie. Ciò che invece un recente rapporto dell’Inps - sui dati 2011, cioé da quando è in vigore la normativa che prevede la spedizione on-line del certificato di malattia da parte dei medici - fa emergere è il rovesciamento della situazione precedente: ad ammalarsi di più sono i lavoratori del settore privato rispetto ai dipendenti del pubblico impiego. Come dire: ci si ammala più frequentemente nelle fabbriche che negli uffici degli enti statali.
 
I numeri parlano chiaro: i dipendenti del comparto privato si ammalano in media 17 giorni all’anno, mentre i "travet" degli uffici pubblici stanno a casa con il certificato 15,6 giornate. Una media che trova conferma anche nel Nordest. Dove si vede che ci si ammala di più in Friuli Venezia Giulia che in Veneto. I lavoratori friulani delle aziende private - sempre secondo i dati del rapporto Inps recentemente pubblicato da L’Espresso - stanno a casa per malattia 16,6 giorni all’anno, i colleghi veneti, meno cagionevoli, utilizzano il certificato per 15,7 giorni: ben una giornata di differenza per ciascun addetto. Nella pubblica amministrazione, invece, i numeri si equivalgono: i dipendenti pubblici in Friuli Venezia Giulia si ammalano 15,1 giorno all’anno, come i colleghi veneti che sono assenti dall’ufficio poiché a letto per 15 giorni nell’arco dell’anno.
 
Nella "geografia" delle malattie, l’80 per cento della distribuzione delle assenze è concentrata negli "stop" fino ai dieci giorni. Dando un’occhiata poi alla distribuzione del numero di eventi per giorno di inizio della malattia il lunedì è nettamente preponderante (quasi nessuno si ammala di sabato o di domenica) con il 32 per cento dei casi nel settore privato e il 28 nella pubblica amministrazione. Uno dei motivi del "capovolgimento" della situazione viene senz’altro attribuito alla legge Brunetta del 2008 che avrebbe reso il pubblico impiego più "virtuoso": la normativa infatti riduce la retribuzione al solo salario base ai primi dieci giorni di malattia oltre a imporre che i certificati debbano essere redatti solo dai medici convenzionati. Un provvedimento che, secondo le stime dell’Inps, avrebbe ridotto le malattie dei furbi di almeno il 40 per cento.
 
Nel complesso, con l’arrivo della crisi le malattie sono in aumento in tutti i comparti della produzione. Inoltre, il rapporto dell’istituto di previdenza mette in rilievo che ci si ammala di meno nelle aziende piccole (solo 1,5 giorni all’anno nelle ditte con meno di cinque dipendenti) dove probabilmente la "filiera" del controllo è più corta. Rispetto alle tipologie contrattuali dei lavoratori ad ammalarsi di meno sono quelli con il contratto a tempo determinato, probabilmente più "ricattabili" di chi ha il posto fisso e garantito.
 
Riguardo all’età, i lavoratori più a rischio malattia sono ricompresi nella fascia tra i 60 e i 64 anni: 29,8 giorni l’anno per i privati e 22,9 per i pubblici. La possibilità di dover stare a letto anziché in fabbrica o in ufficio cala un po’ nella fascia tra i 55 e i 59 anni: 24,8 giorni nel privato e 20,6 nel pubblico. Più "sani" i lavoratori giovani: tra i 25 e i 29 anni un dipendente privato si ammala 13,1 giorni, mentre un lavoratore pubblico 11,4 giorni.

Domenica 02 Settembre 2012 - 12:31    Ultimo aggiornamento: 12:40

Palpatina al seno per raccolta fondi di beneficenza. E' polemica

Il Mattino
TOKYO

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Le vie della beneficenza sono infinite e passano anche per una "palpata" al seno dell'attrice porno preferita. Per partecipare alla raccolta fondi per la serissima associazione "Stop Aids" che ha sede a San Francisco, la tv pornografica satellitare giapponese ha chiamato a raccolta il suo affezionato pubblico. In cambio di una di una donazione potrete fare una "toccatina" alla vostra attrice del cuore. Dieci delle principali porno attrici, star del canale satellitare, si sono rese disponibili alla serata di beneficenza.





E' stato un vero e proprio assalto. Tra grandi polemiche e proteste la raccolta fondi è stata un successo anche se in molti hanno censurato la tv satellitare (paradise tv) che avrebbe utilizzato la beneficenza solo per farsi pubblicità. I rappresentanti della tv hanno tenuto a precisare che non c'è stato nessun tipo di violenza sulle donne che hanno partecipato. Gli uomini più "focosi" sono stati subito allontanati e, a tutti, è stato imposto di lavare e disinfettare le mani prima della "toccatina".

Domenica 02 Settembre 2012 - 15:24    Ultimo aggiornamento: 15:27

Jack lo squartatore era un carrettiere

Nino Materi - Dom, 02/09/2012 - 20:20

Nuova ipotesi dall'Inghilterra. Ma la lista dei sospettati resta lunga...

Un secolo fa i grandi gialli non venivano risolti.


Jack lo Squartatore

Esattamente come accade oggi. Ma allora almeno non c’era la sceneggiata di Ris e Polizia scientifica pronti a giurare: «L’assassino ha lasciato evidenti tracce di Dna. Il colpevole ha le ore contate...». Nel 1888 dissero più o meno così anche gli agenti di Scotland Yard chiamati a indagare sul primo delitto di Jack lo squartatore. Peccato che, dal 1888 ad oggi, di «ore» ne siano trascorse parecchie, senza che però l’identità di Jack the ripper venisse mai individuata. O meglio: di identità - in 124 anni di «accertamenti» - ne sono state ipotizzate tante. Tutte però rigorosamente tarocche. All’elenco ora si aggiunge il nome di un carrettiere di Londra, tal mister Charles Cross. È questa infatti l’ultima ipotesi avanzata da uno studioso del serial killer che tra le brume dell’Inghilterra vittoriana accoppò cinque (ma c’è chi sostiene addirittura 17) prostitute. «Charles fu la stessa persona che trovò la prima vittima di quello che venne poi ribattezzato Jack lo squartatore - ha detto il professor Edward Stow al Telegraph.

L’uomo venne visto accovacciato su Polly Nichols mentre cercava di nascondere alcune ferite. Fu interrogato molto superficialmente dalla polizia a cui fornì false generalità. Solo ora abbiamo scoperto che il suo vero nome era Charles Latchmere». «All’epoca - aggiunge lo studioso - la polizia cercava un individuo speciale. Ma la maggior parte dei crimini vengono commessi da gente semplice e ordinaria. Charles era presente sulla scena di ogni singolo omicidio lungo la strada del suo lavoro, ma la circostanza fu clamorosamente ignorata. Dopo l’omicidio di Polly Nichols, le altre vittime di Jack the ripper vennero infatti ritrovate nell’area compresa tra l’abitazione londinese dell’uomo, in Bethnal Green, e il suo posto di lavoro a Broad Street. Il presunto assassino morì nel 1920». Ipotesi suggestiva, per carità. Né più e né meno, però, delle tante altre che nel corso di oltre un secolo si sono rincorse, con la non trascurabile controindicazione di rivelarsi sempre delle bufale. Ad esempio prendete Patricia Cornwell.

Scrittrice coi fiocchi che, nel suo libro "Ritratto di un assassino", ha impacchettato il seguente verdetto: «Jack lo squartatore è il pittore inglese Walter Sickert». Caso chiuso? Mica tanto. Nel film interpretato da Jhonny Depp si sostiene la tesi secondo cui Jack the ripper era il medico di corte, costretto a trasformarsi in pluriomicida per coprire le malefatte del principe Edward. Prove? Zero. Idem per quanti giurano che Jack fosse «una donna di nome Jacqueline che ammazzava le prostitute con le quali il marito la tradiva abitualmente».

Ma i ripperologisti sono un esercito sterminato e sotto i loro sospetti sono finiti personaggi di ogni tipo: dal duca di Clarence, nipote della regina Vittoria, all’oscuro pescivendolo Joseph Barnett; da William Henry Bury, indicato come «sospetto numero uno» dal New York Times, allo scrittore William Beadle, reo di aver ucciso la moglie con modalità simili a quelle inflitte a una delle vittime di Jack. E che dire delle ombre che si sono addensate perfino sul capo di Lewis Carroll, l'autore di Alice nel paese delle meraviglie? Un bel tipo che - secondo l’accusa - di giorno scriveva favole per bambini e di notte squartava donne di malaffare. Insomma una specie di dottor Jekyll e mister Hyde. Ma questa è un’altra storia, anzi un altro romanzo.

Corea del Sud, morto il reverendo Moon era a capo della «Chiesa dell'Unificazione»

Corriere della sera

Balzato agli onori delle cronache quando 2001 celebrò le nozze tra il vescovo Milingo e la coreana Maria Sung

È morto a 92 anni il «reverendo» sudcoreano Sun Myung Moon leader religioso della Chiesa dell'Unificazione, che conta milioni di fedeli in tutto il mondo. Moon, noto in Italia per aver sposato l'ex arcivescovo cattolico Emmanuel Milingo, è stato negli Usa un fervente anti-comunista. Era anche a capo di un impero mediatico «News World Communications» incentrato sul conservatore Washington Times ed altre testate in Corea del Sud, Sud America e Medio Oriente.

COMPLICAZIONI POLMONARI - Il reverendo Su Myung Moon è morto in Corea del Sud, in un ospedale nei pressi della sua abitazione a Gapyeong nelle prime ore del mattino. Moon era stato ricoverato lo scorso mese per complicazioni polmonari.

SCOMUNICATO - Il reverendo Moon era balzato agli onori delle cronache quando il 27 maggio 2001 celebrò le nozze a New York tra il vescovo cattolico Emmanuel Milingo e la coreana Maria Sung in un matrimonio collettivo. Per questo episodio, Milingo venne scomunicato dal Vaticano: le polemiche furono roventi, «nel momento in cui Milingo sposò Maria Sung con il rito della setta anticristiana del reverendo Moon, fu sotto l'azione di influssi occulti», disse l'esorcista don Gabriele Amorth.

LA CHIESA DELL'UNIFICAZIONE - Fuggito dalla Corea del Nord, dove era nato il 6 gennaio del 1920, a Jeonju, il reverendo Moon fondò la chiesa dell'Unificazione nel 1954, un anno dopo la fine della guerra del 1950-53. La sua setta ha raggiunto quota 3 milioni di seguaci in 194 Paesi. Famoso per i matrimoni di massa, ne celebrò uno nel 1992 con ben 30.000 coppie al Jamsil Stadium di Seul. Nonostante le polemiche, la chiesa ha costruito nel tempo un impero commerciale in tutto il mondo, tra cui 10 aziende solo in Corea del Sud, fino a raggiungere anche la Corea del Nord, dove ha promosso la realizzazione di una grande struttura di vetro e acciaio a Pyongyang.

Nel racconto dei seguaci di Moon, l'idea della Unificazione del mondo cristiano trae origine da un'apparizione di Gesù, la mattina di Pasqua del 1936. Secondo la chiesa dell'Unificazione «occorre un secondo avvento»: il reverendo Moon e sua moglie, che si rivelano ufficialmente (nel 1992) come i «Veri Genitori» (venuti a ripetere l'opera fallita da Adamo ed Eva), e le coppie inserite sul matrimonio dei Veri Genitori genereranno figli liberi in tutto dal peccato originale. In Italia la Chiesa dell'Unificazione è stata fondata nel 1965 da una missionaria americana, Doris Walder, con il nome di Associazione Spirituale per l'Unificazione del Mondo Cristiano.

Redazione Online2 settembre 2012 | 23:53

L'ultima intervista al cardinal Martini: un record su Bbc e «Le Monde»

Corriere della sera

«Chiesa rimasta indietro di 200 anni»: l'articolo pubblicato sul Corriere di sabato fa discutere cattolici e laici nel mondo

In cima alle classifiche internazionali. Richiamato dal Nyt, Seconda notizia più letta suLe Monde. 903 commenti sul sito della Bcc (dove è stata in cima agli share). «La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni». Le parole dell'ultima intervista del Cardinal Martini (rilasciata a padre Georg Sporschill e Federica Radice, pubblicata dal Corriere sabato 1 settembre) fanno discutere e pensare (forse anche «scandalo»). Nell'intervista dell'8 agosto, il cardinal Carlo Maria Martini parla di «una Chiesa stanca» e di una «cultura Occidentale invecchiata». Temi di atroce contemporaneità che non avrebbero, probabilmente sortito nessun affetto se non le avesse pronunciate un uomo, che anche la Chiesa ufficiale ha riconosciuto padre .

Redazione Online2 settembre 2012 | 17:11

Il «corvo» contro le donne in divisa

Redazione - Lun, 03/09/2012 - 07:40


La Squadra mobile negli ultimi anni si è sempre più tinta di rosa, ben quattro sezioni su otto sono comandate da donne senza contare la vice dirigente e le tante ispettrici. E in questura scoppia la «guerra dei sessi». Mercoledì infatti è apparso nei corridoi un volantino senza firma, con pesanti contestazioni nei confronti delle «cape» definite con maschilistico sarcasmo «le barbie». Testo rimasto in circolazione pochissimo tempo prima che i vertici di via Fatebenefratelli ordinassero l'immediata raccolta dei foglietti incriminati e disponessero l'apertura di un'inchiesta interna per capire chi possa essere la mano, o le mani, anonime.Un atto d'accusa che, da un certo punto di vista, potrebbe anche essere considerato una sorta di «redde rationem» sessista dopo che nel 1981 fu aperta anche alle donne la carriera in polizia. In trent'anni le poliziotte sono aumentate di numero, molte hanno fatto carriera e nel 2006 a Grosseto è stato nominato questore la prima donna, Maria Rosaria Maiorino, adesso a Foggia.

Ora la Squadra mobile di Milano è quasi per metà al femminile, con il numero di dirigenti e funzionari equamente divisi tra i due sessi. Una situazione forse mal digerita in un ambiente maschilista per eccellenza, dove si ha a che fare quotidianamente con sangue e violenza. Che il durissimo atto d'accusa, condito anche da gossip poco eleganti, arrivi dall'interno è fuori di dubbi. Nel volantino infatti sono riportati dati e fatti, alcuni anche molto privati, noti solo a chi opera da anni in un ufficio che negli ultimi tempi ha cambiato radicalmente pelle.La Mobile di Milano è infatti diretta dall'estate 2009 da Alessandro Giuliano, il figlio dell'investigatore ucciso dalla mafia nel 1979 a Palermo. Ma scendendo nella scala gerarchica troviamo subito una donna come numero 2, quindi altre ai vertici di quattro sezioni e ancora molte ispettrici con vice responsabili. E su alcune di loro si sono appuntati gli strali degli anonimi estensori. Le accuse riguardano sia il lato professionale sia quello umano.

Di una si scrive: «isterica, presuntuosa, arrogante... critica il personale senza sapere che critica stia facendo....non si confronta con i magistrati che non la rispettano». Di un'altra: «ha distrutto la sua sezione, ha messo il personale uno contro l'altro, per non essere attaccata per la sua incapacità. Si arroga il merito dei pochi lavori andati in porto, dimenticando il personale che si è sacrificato e così ha ottenuto il trasferimento di validi investigatori».Di una terza funzionaria si sostiene che l'unico merito sia quello di aver un parente con alti incarichi all'interno dell'amministrazione. Per il resto «è arrogante e presuntuosa. Assolutamente incapace di fare questo mestiere, dannosa per il solo fatto di far parte della polizia. Ha denigrato validi investigatori che hanno sparato domande di trasferimento a raffica». Letteralmente fatta a pezzi un'altra donna in divisa: «la più cattiva tra le “barbie”.

Vive per riportare al suo dirigente false situazioni per allontanare i poliziotti che non le vanno a genio oppure hanno il coraggio di dirle in faccia quel che pensano».Oddio non se la cavano meglio un paio di maschietti, definiti con disprezzo «barbie con i pantaloni», anche loro accusati di incompetenza, superbia e arroganza e di una assoluta incapacità di saper ascoltare i propri collaboratori. Non mancano infine i pettegolezzi piuttosto salaci, del resto molto diffusi in qualsiasi ambiente, con i quali verrebbero spiegate molte carriere. L'anonimo volantino si chiude con l'appello a una sorta di «sollevazione popolare» con l'invito ai diversi investigatori di rivolgersi ai media, ai magistrati e al capo della polizia.Come detto il foglietto è rimasto in giro pochissimo, poi i vertici della questura hanno disposto la rapida raccolta di tutte le copie e l'apertura di un'inchiesta interna. Anche perché questa potrebbe non essere l'unica uscita di questa sorta di «Pasquino di via Fatebenefratelli». Il durissimo atto d'accusa infatti preannuncia nuove iniziative eclatanti per tutelare il buon nome della «gloriosa Squadra mobile di Milano».

Sant'Anatolia: la statua torna a piangere

Il Messaggero
di Maria Luisa Polidori


Cattura
RIETI - Come prima, più di prima. Da dieci giorni il Santuario di Sant’Anatolia di Borgorose è di nuovo palcoscenico di fenomeni senza un’apparente e logica spiegazione, se non facendo ricorso al mistero della fede.Fenomeni legati alle lacrime che scendono dagli occhi della statua della Santa che campeggia, con i suoi tre metri di altezza, nella navata centrale della chiesa che dà il nome alla piccola frazione del comune di Borgorose.


Dieci giorni nei quali la lacrimazione è stata molto più abbondante che nelle precedenti occasioni, tanto da rendere naso e labbro superiore quasi tumefatti. Un fenomeno che si è in particolare manifestato negli ultimi due venerdì, durante le veglie di preghiera organizzate da Erminia d’Ignazio, la studiosa che da oltre un decennio cura il santuario e che accoglie i pellegrini in visita. Un fenomeno che ha di nuovo richiamato nel santuario una gran folla di fedeli e curiosi, provenienti anche da fuori provincia. Ieri, domenica, la chiesa era stracolma e in molti hanno atteso a lungo prima di poter entrare nel santuario. Gente giunta da Roma e da altre città e paesi del Lazio, da varie zone dell’Abruzzo, da Pescara a Tagliacozzo.


Folla, interesse, partecipazione emotiva e di fede che sembrano però disturbare più del lecito il parroco africano di Sant’Anatolia che, nei giorni scorsi, è giunto addirittura a cacciare dal santuario il fotografo del paese, appositamente arrivato per immortalare la lacrimazione della santa. Un fenomeno, quello delle lacrime sul volto della statua, che ha avuto inizio domenica 15 aprile, durante un matrimonio di una giovane coppia di Avezzano. Mentre il sacerdote celebrava la cerimonia, diversi invitati hanno notato una lacrima che scorreva sul volto della statua bianca di Sant’Anatolia.
 
La situazione si è poi ripetuta anche nei giorni successivi e la lacrima sul volto della statua è stata fotografata da più persone. Tra le prime ipotesi formulate, c’è stata quella di una possibile, semplice infiltrazione che provoca un effetto simile a una lacrima. Ma i fatti sembrano smentire questa eventualità: la chiesa è stata infatti restaurata dalla Soprintendenza nel non lontano 2005 e non presenta parti umide, nemmeno nella nicchia che ospita la statua di gesso, alta tre metri, nella sua navata centrale.

La Chiesa, come è prassi in queste circostanze, si è mossa con la massima cautela e, da aprile, non è stata ufficialmente aperta alcuna procedura di accertamento sulla natura delle lacrime, né sembra sia intenzione di provvedere a breve. Nel santuario, però, nei primi giorni di maggio, si sono recati in visita un alto prelato della diocesi di Rieti, accompagnato da due funzionari romani. Viceversa, la gente si è mossa da subito e, ora, ha ripreso a farlo con maggiore intensità.

Da giorni è un via vai, tutti per salire sull’altare maggiore dove troneggia l’imponente statua della martire Anatolia, un gesso di tre metri, opera di uno scultore cecoslovacco che nel 1898 la volle lasciare in dono alla comunità che l’aveva così generosamente accolto. E pensare che Anatolia non doveva essere stata una dal pianto facile: figlia di buona famiglia romana, fu prima esiliata quassù e poi martirizzata per la sua fede cristiana. Il santuario è da sempre meta di pellegrinaggi, ma stavolta, e soprattutto dopo gi ultimi accadimenti, la storia potrebbe prendere un’altra piega.


Domenica 02 Settembre 2012 - 19:32
Ultimo aggiornamento: 21:58