domenica 26 agosto 2012

Così ho ucciso Bin Laden», minacce di morte all'autore del libro e protagonista del blitz

Corriere della sera

Chiesta sui siti legati ad Al Qaeda l'eliminazione dell'uomo che sui faceva chiamare Owen e del quale è stata poi resa nota l'identità


L'ex membro dei Navy Seal protagonista del blitz durante il quale è stato ucciso Osama bin Laden e autore del libro «No easy Day», in uscita il prossimo 11 settembre, è stato minacciato di morte dopo che è stata rivelata la sua identità. Secondo quanto riportato dalla rete Nbc, alcuni siti web legati ad Al Qaeda hanno chiesto l'eliminazione dell'uomo che si fa chiamare Mark Owen, lo pseudonimo utilizzato dall'ex militare per la sua sicurezza.

VERA IDENTITA' - «Allah, rendilo un esempio facendogli vivere giorni bui», reciterebbe uno dei post. Nonostante le richieste della casa editrice Penguin di mantenere la sua identità segreta, Fox News ha riportato il vero nome dell'uomo giovedì scorso, identificandolo come Matt Bissonnette, e ha pubblicato anche una sua foto in assetto da combattimento.

NUOVE GRANE - Nel frattempo l'ex Navy Seal potrebbe affrontare anche altri problemi: come riferito dalla Cnn, Owen non ha presentato il manoscritto al Dipartimento della Difesa per verificarne il contenuto. E secondo l'esperto Fran Townsend non aveva il diritto di rendere pubblici i dettagli del raid nel compound di Abbottabad, in Pakistan.

Redazione Online26 agosto 2012 | 19:39



«Vi racconto come ho ucciso Osama Bin Laden». Negli Usa il libro che svela la missione

Un ex Navy Seals rivela i dettagli della missione ad Abbottabad. E subito la stampa scopre la sua identità
La copertina del libro
Vi racconto come ho ucciso Osama Bin Laden. L'11 settembre 2012 negli Usa uscirà il libro scritto da un membro dei Navy Seals che ha partecipato alla missione ad Abbottabad in Pakistan per eliminare il leader di Al Qaeda, responsabile degli attacchi al Word Trade Center.

IDENTITA' SVELATA - Il libro pubblicato dalla Penguin promette di essere uno dei titoli più venduti dell'anno e, come spiega il New York Times che ha dato in anteprima la notizia, potrebbe notevolmente influenzare la campagna presidenziale americana. Il membro dei Navy Seals aveva scelto uno pseudonimo, Mark Owen. E ha - per ovvi motivi di sicurezza - modificato anche il nome dei suoi colleghi. Peccato che dopo poche ore ne sia stata svelata l'identità e che alcuni siti abbiano pubblicato delle foto che gli apparterrebbero. Si chiama Matt Bissonnette, ha 35 anni ed è originario di Wrangell in Alaska e, come riferisce Fox News, si è dimesso dalla marina la scorsa estate. Secondo la stampa americana, Bissonnette ha partecipato a un'operazione contro i pirati somali nel 2009 e ricopriva il grado di comandante del Team 6.


Matt Bissonnette (da Business Insider)Matt Bissonnette (da Business Insider)

«BLACK HAWK DOWN»Il libro, dal titolo «No Easy Day, il racconto in prima persona della missione che ha ucciso Osama Bin Laden» inizia con il resoconto della caduta di un elicottero in cui l'autore avrebbe potuto perdere la vita e si conclude con la telefonata di conferma alla Casa Bianca della morte del terrorista, il 2 maggio 2011. Il racconto viene definito come «uno dei libri fondamentali della storia moderna». E se è ancora difficile dire quanti dettagli vi siano contenuti, di sicuro c'è che il soldato Bissonnette racconta della sua infanzia in Alaska e del suo addestramento per arrivare alla missione più importante della sua vita. Secondo la casa editrice, questo soldato è stato uno dei primi ad entrare nel nascondiglio di Bin Laden ed è stato presente alla morte del terrorista. Ad aiutalo nella stesura è stato Kevin Maurer, autore di altri quattro libri scritti da embedded con le forze speciali in Afghanistan.

Matt Bissonnette con i suoi compagni (è quello in basso a destra)
Matt Bissonnette con i suoi compagni (è quello in basso a destra)

L'AUTORIZZAZIONE - La Penguin non ha reso noto se abbia ricevuto o meno l'autorizzazione ufficiale alla pubblicazione di informazioni tenute fino ad ora strettamente segrete. Ma il portavoce della Marina Usa ha scritto in una mail: «L'autore non ha ricevuto alcuna approvazione. Né la Marina ha mai avuto richieste da parte della casa editrice in tal senso». Anche il Consiglio Nazionale di Sicurezza afferma di non saperne nulla. Secondo molti Bissonnette è un «traditore» che sta mettendo a rischio le prossime missioni dei Navy Seals. E per alcuni osservatori verrà probabilmente accusato di tradimento per aver diffuso segreti militari. Ma nel frattempo la casa editrice ha previsto una tiratura di 300 mila copie. Per quanto riguarda la promozione l'autore apparirà in televisione con il volto coperto e con la voce contraffatta. Nei giorni scorsi era uscito un altro libro sul raid, opera del giornalista investigativo Ricch Miniter, in cui sosteneva che Barack Obama aveva annullato per ben tre volte l'operazione e che alla fine si era deciso spinto dal segretario di Stato, Hillary Clinton. Una rivelazione potenzialmente esplosiva visto che il presidente ed il suo staff hanno sempre rivendicato come una sua iniziativa l'eliminazione di Bin Laden.

Marta Serafini
@martaserafini23 agosto 2012 (modifica il 24 agosto 2012)

Anche il Comune sbugiarda Fini: "Non ha scoperto proprio niente"

Libero

L'assessore di Monte Argentario conferma la ricostruzione di Libero: "Sapevamo di quell'ancora, certi comportamenti ci danno fastidio..."

di Chiara Giannini

Cattura
«Tutti sapevano di quell’àncora, da oltre quindici anni. Non si tratta affatto di una scoperta esclusiva». A confermare senza mezzi termini quanto ipotizzato ieri da Libero è l’assessore con delega a Porto Ercole del Comune di Monte Argentario, Michele Lubrano. Il giorno dopo l’annuncio del «ritrovamento» da parte del presidente della Camera, Gianfranco Fini, di un’àncora di tipo ammiragliato nei fondali di Punta Avvoltore, politici locali ed esperti sommozzatori assicurano che il reperto è in realtà conosciuto da tempo a tutti i subacquei della zona. I titolari dell’Argentario Divers, la scuola di sub cui da anni il presidente della Camera si rivolge per le sue escursioni, contestano quanto scritto da Libero: «L’àncora che abbiamo individuato insieme all’onorevole Fini era sconosciuta a tutti gli operatori del settore, come ben sanno i subacquei che conoscono l’Argentario. Quelle già note e segnalate sono ovviamente al loro posto».

A raccontare una storia diversa dalla loro non sono però solo l’assessore Lubrano e altri amministratori locali, ma anche altri sub della zona, che da anni si immergono nei fondali di Punta Avvoltore e li hanno scandagliati palmo a palmo. Tutti costoro confermano che l’àncora è la stessa: le dimensioni e il punto in cui è stata «ritrovata», segnalato nella relazione della Capitaneria di Porto, corrispondono a quelli dell’àncora conosciuta da tutti. Tra i subacquei interpellati da Libero c’è anche Moreno Soldi, titolare della Esco.tur, nota azienda di noleggio di mezzi marittimi della zona. «Mi immergo dal 1977», spiega, «e ho sempre visto quell’àncora nelle acque di Punta Avvoltore. Si tratta di un reperto di scarso valore sia culturale che economico. Le àncore di tipo ammiragliato, infatti, si trovano comunemente, spesso appoggiate davanti alle sedi delle Capitanerie di porto». 

In Angola ero un killer" Centrale, una notte nel degrado

Il Giorno

Risse, scippi e alcol. Solo stranieri nei giardini della stazione. Netturbini, dipendenti Atm e tassisti rassegnati: ogni sera questo spettacolo
di Giambattista Anastasio


Milano, 26 agosto 2012 - «SONO sempre gli stessi, ormai li conosco tutti» dice il netturbino dell’Amsa. «Sono sempre gli stessi» confermerà più tardi un poliziotto. «Deve vedere che botte che si danno certe notti: sembra di vedere Tyson» racconta un dipendente Atm uscito dalla guardiola per una sigaretta. «Finché si picchiano tra di loro va anche bene — aggiungerà un tassista fermo al posteggio in attesa di caricare clienti.

Quando però iniziano a lanciarsi addosso bottiglie di vetro o sassi, come successo più volte, o a scippare i turisti, allora diventa un problema per tutti». «Per lo meno hanno imparato a spostarsi» dice ironico il netturbino una volta finito il giro tra capanelli di gente. Il sacco è stracolmo di bottiglie di vetro: chi le ha abbandonate è ancora lì, a un passo dalla sua pettorina fosforecente e dai cestini della spazzatura. Ma è lui a doverle raccogliere una ad una. Dal prato e dal marciapiede. Mandando giù l’amaro. «Ha visto che spettacolo?» chiede.

CatturaLO «SPETTACOLO» dai protagonisti fissi va in scena ogni notte negli immediati dintorni della stazione Centrale, tra prati e marciapiedi solcati dai binari, in piazza IV Novembre, dove fa capolinea il tram 9. Su quei prati e su quei marciapiedi si ritrovano fin dal tardo pomeriggio decine di extracomunitari, in stragrande maggioranza africani non fosse per qualche senzatetto, anche donna, di casa nostra. «È 14 anni che sto sulla strada, andatevene» grida in perfetto italiano una donna di mezza età. L’erba delle ampie aiuole fatica a vedersi coperta com’è dai teli sui quali dormono decine di stranieri e clochard. Coperta da borse frigo e sacchetti di ogni tipo dai quali escono pentole e contenitori con cibo vario. Gruppi indistinti di uomini e donne si passano piatti e bottiglie di mano in mano. Intorno a loro fisici provati dalla fame giacciono nel sonno, simili a cadaveri senza affetti. Il colore della necessità, da un lato. Il cinema crudo di vite costrette all’aperto, dall’altro. Fin qui è quel che si definisce degrado: umano, urbano, ambientale. Ma c’è altro.

All’estremità della piazza c’è un chioschetto. Venerdì notte dietro al bancone c’era un ragazzo del Bangladesh. Un foglio stampato a computer davanti alla cassa recita: «Non in vendita bottiglie di vetro». Intorno al chiosco, invece, le bottiglie di vetro abbandonate sul marciapiede non si contano. Ed è continuo il via vai di africani che vi si avvicinano e vi si allontanano con birre in mano. È qui che, al di là del degrado, si consumano le notti complicate della Centrale. Tra gli avventori del chioschetto trovarne uno sobrio è, che piaccia o no, un’impresa. È qui che si consumano risse violente, a colpi di pugni, bottiglie o sassi.

È qui che si studiano appostamenti e vittime degli scippi. «È successo a due ragazze, solo qualche sera fa: erano distratte, poverine, che ne potevano sapere?»: è il soliloquio di un tassista dal posteggio della stazione. «Questo non è niente» ci dice, sorridendo, un passante col cane al guinzaglio: sono da poco passate le 22.30 di venerdì quando dal chioschetto si sentono urla e un fragore di vetro che si infrange sul marciapiede. Una lite: un africano da una parte, tre dall’altra. Qualcuno che prova a separarli. Non arrivano alle mani: già, «questo è niente». Una prova generale dello «spettacolo» a cui richiamava il netturbino. Uno spettacolo che ha protagonisti ricorrenti sì, ma non uguali.

UNO SGUARDO intorno a quel chiosco: c’è l’adolescente maghrebino con pettinatura e magliette all’ultima moda, ci sono trentenni e quarantenni in jeans, camicie linde e scarpe da tennis in voga, c’è quello che ce l’ha fatta che arriva in auto, maglietta arancione sgargiante, e lascia la portiera aperta per dar sfogo alle casse della radio. Ci sono volti di mezza età segnati da cicatrici. Occhi «sgamati», rapidi. Occhi vissuti. E occhi affamati. «Sono sempre gli stessi, ogni sera». Già, ma chi sono? Riusciamo ad avvicinare uno dei quattro che fino a poco prima litigava al chiosco. «Siamo tutti africani — racconta —, facciamo tutti lavori di merda e veniamo qui al pomeriggio e alla sera perché beviamo insieme, senza problemi». «Le risse? C’è sempre qualcuno che beve troppo, crea problemi e va messo a posto» risponde.

«Ma la forza dell’Africa — riprende — è che siamo uniti. Qui — e prende ad indicare i vari gruppi — ci sono somali, congolesi, senegalesi, camerunensi: qui a volte ci sono anche 40 Paesi». Fatica però a dire da dove venga lui. «Me ne fotto, me ne fotto — risponde infastidito —. Io sono qui da anni». Un amico gli si avvicina e prende a parlargli in francese: «Vieni via, vieni via» gli dice. «Cosa stai a parlare, hanno la macchina fotografica» aggiunge. «Niente foto, niente foto» prende a gridare l’altro al nostro indirizzo. Sarà rassicurato. Fa per allontanarsi. Ma torna subito sui suoi passi: «Ho 54 anni e ho dovuto lasciare il mio Paese, l’Angola, a 21. Sono scappato perché ho ucciso una persona. Mi hanno dato dei soldi per uccidere una persona. Erano tanti soldi e io ero ragazzino: l’ho fatto. Ma non posso più tornare».

giambattista.anastasio@ilgiorno.net

Rubato il parmigiano della solidarietà: spariti 800 chili di formaggio

Il Mattino
di Paolo Bontempo


PONTELANDOLFO E CERRETO - Una vicenda che ha davvero dell'incredibile finisce in tribunale. Protagonisti sono i cittadini di due comunità del Sannio: Pontelandolfo e Cerreto Sannita. Tutto ha parte da una iniziativa di aiuto ai terremotati dell’Emilia Romagna attraverso una campagna per l’acquisto del parmigiano reggiano mai consegnato e perciò finita male. Da una iniziativa che doveva ottenere risultati ben diversi, oltre il semplice gesto di solidarietà, ora gli enti locali coinvolti sono stati costretti a rivolgersi a legale di fiducia per tutelare i cittadini rispetto alle somme devolute in beneficenza senza aver ricevuto in cambio il formaggio commissionato.

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Questa la storia. In seguito alla sottrazione del formaggio proveniente dell'Emilia Romagna ai cittadini di Pontelandolfo, la giunta comunale ha deciso di conferire, unitamente al Comune di Cerreto Sannita, incarico legale per promuovere azione civile di risarcimento danni a salvaguardia, appunto, dei cittadini di Pontelandolfo e Cerreto Sannita che hanno subito il danno. Infatti gli abitanti di Cerreto Sannita e Pontelandolfo per aiutare i terremotati dell’Emilia Romagna avevano aperto una campagna per l’acquisto del parmigiano reggiano; la popolazione aveva risposto favorevolmente acquistando 800 chilogrammi nel Comune di Cerreto Sannita e 590 chilogrammi nel Comune di Pontelandolfo.
 
Per poter effettuare materialmente il ritiro del formaggio gli stessi organizzatori dell’acquisto di «solidarietà» avevano dato incaricato ad un’azienda specializzata del settore che si era resa disponibile al servizio. Tale carico, però, non è mai stato consegnato alla Protezione Civile per cui si presume che sia stato oggetto di furto. Per tale ipotesi di reato è stata effettuata proprio nei giorni scorsi anche una regolare denuncia da parte degli addetti alla protezione civile che opera, appunto, nei comuni di Pontelandolfo e di Cerreto Sannita, coinvolti, loro malgrado, nella vicenda.

Per tutelare l’interesse collettivo, dopo aver atteso ancora, lo stesso organo esecutivo comunale del centro del Titerno ha ritenuto opportuno affidare l’incarico ad un legale al fine di poter proporre la necessaria ed indispensabile azione civile di risarcimento danni a salvaguardia dei cittadini. Le somme raccolte, per mezzo di bonifico bancario, sono state regolarmente versate nelle casse della ditta «la Madonnina», azienda casearia emiliana che aveva evaso l’ordine; purtroppo non per causa loro il formaggio non è giunto mai a destinazione.

Ora l’auspicio è che sulla vicenda le indagini delle Forze dell’Ordine possano fare al più presto chiarezza, per fugare tutti i dubbi e le perplessità che l’ingarbugliato caso implica. Un gesto di solidarietà che, purtroppo, non si è concluso nel modo auspicato. Altre iniziative di solidarietà sono in atto in altri comuni del Sannio e prevedono l'acquisto del formaggio proveniente dalle zone terremotate dell'Emilia Romagna. Speriamo che questi gesti di solidarietà manifestati in altri comuni non abbiano lo stesso epilogo della triste vicenda che ha coinvolto i cittadini di Pontelandolfo e Cerreto Sannita; una vicenda che avrà un risvolto giudiziario dopo gli incarichi conferiti dai Comuni interessati ad un solo legale di fiducia.

Domenica 26 Agosto 2012 - 11:09    Ultimo aggiornamento: 11:10

Quando i condomini non trovano parcheggio

La Stampa

Gli acquirenti di una porzione condominiale devono rivolgersi al venditore nel promuovere l’azione di accertamento del diritto all’uso di un’area adibita a parcheggio. Lo afferma la Cassazione con la sentenza n. 8353/12.

Il caso

I signori D., nel lontano 1972, asservivano ad un edificio in costruzione (in seguito, il Condominio) un’area soggetta a vincolo di in edificabilità, parzialmente vincolata a parcheggio. Successivamente, i D. alienavano l’area edificabile sovrastante al piano terreno - che rimaneva perciò di loro proprietà - ai signori C.B.. Costoro sopraelevavano il fabbricato e vendevano i singoli appartamenti, uno dei quali al signor P., mentre il piazzale rimaneva di proprietà dei D., che lo davano in locazione alla concessionaria R.M.. Al fine di veder riconosciuto il diritto all’uso dell’area destinata a parcheggio (previo accertamento del sotteso vincolo di destinazione), il Condominio e P. convenivano in giudizio i D., cui in seguito subentravano gli eredi. La Corte d’Appello di Genova dichiarava, però, il difetto di legittimazione attiva del Condominio – dovuto all’assenza di mandato da parte dei condomini – e non inquadrava le aree oggetto di causa tra le parti comuni dell’edificio a norma dell’art. 1117 c.c..

Le parti soccombenti proponevano allora il presente ricorso per cassazione, che la Suprema Corte ha respinto. Infatti, in casi come quello di specie – dove cioè si agisce per l’accertamento del vincolo di destinazione a parcheggio di aree in edifici di nuova costruzione - la legittimazione ad agire non spetta al Condominio, ma ai singoli compratori delle unità immobiliari. In più, sussistendo, al contempo la legittimazione attiva degli eredi P., la Corte esamina anche l’altro motivo di ricorso. Chi ha diritto all’uso? Premesso che gli eredi di P. avrebbero dovuto citare in giudizio non i D., ma gli aventi causa C.B., la Cassazione aggiunge che il vincolo di destinazione sorto come adempimento nei confronti dell’Ente pubblico in fase di edificazione non può essere considerato come fonte negoziale nei successivi rapporti tra le parti. Nello stabilire che i ricorrenti non hanno diritto all’uso dell’area di parcheggio, gli Ermellini affermano che l’azione di accertamento della titolarità dei diritti sul bene controverso – ben diversa da quella che mira a reprimere la sottrazione del bene - deve essere rivolta verso il dante causa (nella specie, i C.B.) e non contro gli originari proprietari.

Promossa dai cardiologi la sigaretta elettronica

Corriere della sera

I medici: «Nessun danno al cuore, solo un lieve aumento della pressione, ma servono altri studi»
La sigaretta elettronica
La sigaretta elettronica non fa danni al cuore. E anche se è troppo presto per definirla una rivoluzione nella lotta al tabagismo, può aiutare i fumatori ad abbandonare un'abitudine che in questo secolo causerà 1 miliardo di morti nel pianeta. Questo, in sintesi, il responso dei cardiologi europei sul surrogato della «bionda» disponibile da qualche anno anche in Italia. Al Congresso dell'European Society of Cardiology (Esc) che si è aperto sabato 25 agosto a Monaco di Baviera, è stato presentato uno studio su questo prodotto.

LO STUDIO - La ricerca è stata illustrata da Konstantinos Farsalinos dell'Onassis Cardiac Surgery Center in Grecia. Gli autori hanno misurato la funzione del muscolo cardiaco in 20 fumatori volontari sani 25- 45enni prima e dopo aver fumato una sigaretta vera, e in 22 volontari della stessa età prima e dopo aver aspirato per 7 minuti una sigaretta elettronica. È emerso che mentre il primo gruppo mostrava un significativo aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa sia massima che minima, la sigaretta elettronica produceva solo un incremento lieve della pressione diastolica (la minima).

Anche all'esame ecocardiografico, mentre chi fumava «bionde» vere presentava significative alterazioni dei parametri che indicano la funzionalità cardiaca, i tabagisti che si erano convertiti alla sigaretta elettronica non mostravano alcuna conseguenza nonostante la piccola dose di nicotina (11 milligrammi/millilitro) contenuta nel liquido del prodotto per ridurre il disagio dell'astinenza.

Nel liquido, aggiungono inoltre gli studiosi greci, un laboratorio tossicologico indipendente non ha trovato nè nitrosamine nè idrocarburi aromatici policlinici, principali veleni contenuti nelle sigarette. «Servono altri studi prima di dire che si tratta di un prodotto rivoluzionario», commenta Farsalinos. «Tuttavia, in base ai dati ad oggi disponibili, la sigaretta elettronica si può considerare un'alternativa al tabacco molto meno pericolosa e potenzialmente utile alla salute».

 (Fonte: Adn-Kronos Salute)
25 agosto 2012 | 20:23

La città delle donne senza volto

Corriere della sera

Bruciate con l'acido da mariti gelosi o fidanzati respinti Viaggio a Satkhira, il villaggio-ghetto del Bangladesh
DACCA (Bangladesh) - Neanche un mese e la sua amorevole zia aveva già pensato di lubrificarlo con qualche goccia di acido solforico e rispedirlo in paradiso. Motivo? La gelosia che la donna nutriva nei confronti della sorella (o cognata) per aver messo al mondo un maschietto, mentre a lei era toccata in sorte soltanto una bambina.

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Cose che avvenivano e tuttora avvengono nel Bangladesh, uno dei più popolosi Paesi asiatici (140 milioni di abitanti), dove fin dalla più tenera età la condizione delle donne sembra essere tra le più ardue del mondo: condizione che non si esaurisce nel tumultuoso e affollato «girone» delle prostitute, indagato nel precedente reportage, ma riguarda tutti gli aspetti del vivere quotidiano.
Delitti e regolamenti di conti in questa remota contrada, chiusa fra India e Birmania e affacciata sul Golfo del Bengala, sono per lo più provocati da promesse di matrimonio non mantenute o da dispute su case, terreni e interessi economici di vario genere. Una specie di guerra locale, in cui si fa ricorso ad un'arma estremamente silenziosa ma letale: l'acido, appunto.
 
Che costa poco ed è abbondante: esso viene infatti usato ogni giorno per la produzione e lavorazione dei gioielli mentre fa inorridire il fatto che lo si sfrutti anche per deturpare il volto di tante donne. Secondo i dati dell'Acid Survivors Foundation, nell'ultimo decennio sarebbero state almeno 450 all'anno le vittime del disgustoso veleno spruzzato in faccia al gentil sesso. Tra queste la signorina Fozila, che anni or sono subì l'aggressione dell'ex fidanzato respinto e ne uscì col volto devastato: «Per cui da allora - ha ammesso senza rimpianti - non ho più osato guardarmi allo specchio».

 Bangladesh, le donne sfigurate dall'acido Bangladesh, le donne sfigurate dall'acido Bangladesh, le donne sfigurate dall'acido Bangladesh, le donne sfigurate dall'acido Bangladesh, le donne sfigurate dall'acido

Prima di intraprendere il nuovo pellegrinaggio nei «distretti - urbani e rurali - del vizio» sono investito dalla parole di una ragazzina che, mettendo a rischio l'integrità della laringe mi grida: «Ho cominciato a prostituirmi a 11 anni e adesso ne ho 17. Tutta colpa di quella zoccola di mia mamma, che non ho mai perdonato, anche se adesso ha smesso di battere. Per me, ormai, non c'è più scampo. Finirò i miei giorni qui dentro. Ma fin che campo, i clienti li voglio giovani». E bocca di rosa si spiega meglio, aggiungendo, senza perfidia: «Per gli anziani come te non c'è posto nel mio letto».

Durante una visita al Dhaka Medical College and Hospital, l'ospedale maggiore della capitale, ci dà il benvenuto una paziente di 21 anni, Helena, sulla cui pelle, dopo un violento alterco col marito, la vampa bollente dell'acido ha lasciato una ragnatela indelebile di lividi e cicatrici. Al fratello che ogni settimana viene a trovarla chiediamo se intende fare denuncia. Neanche per sogno, è la risposta immediata ed è subito chiaro che non ha alcuna intenzione di fornire spiegazioni sul proprio comportamento: che è comunque del tutto

simile a quello di migliaia di mariti, autorizzati per tradizione millenaria a infliggere punizioni corporali alle mogli troppo indipendenti e civettuole. Il machismo, nel Bangladesh, ha connotati suoi propri: ma non sembra esservi dubbio che nel Paese la sottomissione delle donne, il loro status sociale, i doveri e le consuetudini cui devono attenersi per non violare la netta linea di demarcazione fra i due sessi abbiamo finito per trascinarle fatalmente verso il «girone» della schiavitù dove sono confinate a vita le inquiline dei bordelli.

Asma Akhtar aveva 12 anni quando un ragazzo del suo villaggio le chiese di sposarlo: offerta drasticamente respinta dalla famiglia di lei, perché nella scala sociale lui era al di sotto di almeno un paio di gradini. E adesso, grazie alla punizione che ne è seguita, i lineamenti della sua incantevole adolescenza stanno aggrovigliati in una maschera buia, appena rischiarata dalla fioca luce dell'unico occhio rimasto incolume.  Stessa amara sorpresa per Monjla, 19 anni, che pure aveva fatto un «matrimonio d'amore» ma la notte di nozze non ci furono né baci né carezze da parte del marito: il quale invece - deluso dall'inconsistenza della sua dote - versò in faccia alla sposina una buona dose di acido. Era il dicembre dell'anno scorso, il Natale alle porte, Adeste fideles e via scampanando...

Quello degli attacchi al vetriolo continua ad essere un fenomeno allarmante e costituisce una grave minaccia per la popolazione del Bangladesh, anche se gli esperti segnalano un declino nel numero degli incidenti: che secondo un dato non proprio recente avrebbero coinvolto, nel periodo tra il maggio del '99 e il dicembre 2010, 2.433 persone, in maggioranza donne e bambini. Ma bastano cinque ore di macchina, da Dacca, in direzione Sud per sbarcare a Satkhira, città che ospita una fitta comunità di gente sconvolta dal vetriolo: dove incontri donne grottescamente sfigurate, alcune completamente cieche che tendono la mano, altre sorde, altre ancora totalmente svanite, creature di un pianeta alieno.

Il cui più giovane fantasma si chiama Sonali, anni 10: aveva appena 18 mesi ed era a letto con papà e mamma quando un energumeno le spruzzò l'acido in faccia spegnendole in un colpo tutti e due gli occhi. Ma ancora più cupa è la storia di una signora trentenne, completamente accecata dal marito, che però alla fine torna da lui come una pecorella smarrita, non essendoci alternative, per continuare a vivere, che la fame e l'accattonaggio. Le donne non hanno tuttavia voce in capitolo e tanto meno osano protestare, temendo altre misure punitive oltre quelle inflitte loro quotidianamente dalle istituzioni. Non deve quindi sorprendere se si arrabbiano quando qualcuno stupidamente insinua che a provocare l'intervento energico delle autorità sia stato il loro stesso comportamento, definito di volta in volta capriccioso, offensivo, se non addirittura indecente.
 
A chi obietta che si tratta di una vicenda datata, esplosa qualche tempo fa quando da Dacca filtrò la notizia di un gruppo di bambini ricoverati in ospedale con tremende ustioni sul corpo causate dall'acido solforico, rispondo che ha ragione. Ma devo aggiungere a malincuore che altri bambini sono ancora lì, adesso, in quegli stessi ospedali e sulle stesse rigide brandine in attesa della fine della sofferenza. Tra loro è adagiata una ragazza poco più che ventenne, indiana, vittima di un incidente sul lavoro: raccontano che il suo sari abbia preso fuoco e che in un attimo l'abbia avvolta in un sudario incandescente. Il volto è minuto e bianco mentre il petto ha il colore di una corteccia scorticata dal sole. Infermiere e medici danno per scontato che la poveretta non arriverà a domani.

Qualche giornale, riferendosi a Satkhira, l'ha definita «il museo delle sfigurate», ma appena ci metti piede ti rendi conto che la definizione è inadeguata: perché la città non è abitata da statue o mummie imbalsamate, ma da uno stuolo di ragazze cui i pretendenti del posto hanno spesso cambiato i connotati con l'acido. Faccende private in cui raramente interviene la legge. Indisturbati i proprietari delle grandi riserve di acido muriatico e il corollario di collaboratori grandi e piccoli che partecipano all'avventura.

Il dottor Samanta Lal Sen, primario del Dhaka Medical College and Hospital, ricorda che agli inizi della sua carriera nell'ospedale «c'erano solo cinque o sei letti» e che gli interventi su gente afflitta da gravi ustioni «venivano affrontati e superati con grande difficoltà nell'unica sala operatoria». Aggiunge anche d'aver fatto venire dall'Italia e dalla Spagna chirurghi altamente specializzati: «Ma che io sappia - conclude - nessuno è mai riuscito a restituire la fisionomia originale a una donna o a un uomo quando i loro volti avessero subito oltraggi e alterazioni davvero spaventosi oltre che indelebili».

Deve passare un po' di tempo prima che si attutisca o addirittura scompaia il senso di amarezza e sconforto che colpisce chiunque appena mette piede in questo luogo dove il presente come il passato sono spesso scritti con caratteri funerei. Ma si può anche respirare una boccata d'aria buona quando vedi al lavoro la laboriosa compagnia di Action Aid, da sempre impegnata sullo sconnesso terreno della povertà, della fame e dei problemi sociali in ogni parte del globo, soprattutto nei continenti - come Asia, Africa e America Latina - dove l'affanno del vivere quotidiano è più intenso che altrove. «Siamo venuti qui - mi spiega Amiruzzaman, vecchio amico ed instancabile globetrotter fin nelle periferie più remote del Bangladesh, attualmente funzionario della grande organizzazione non governativa - per renderci conto, da vicino, delle condizioni delle donne in questo Paese, ritenute fra le più disperate del mondo.

E credo tu abbia ragione quando dici che siamo di fronte all'immobilismo di un governo e di istituzioni che non hanno alcuna intenzione di ridimensionare il ruolo del maschio, che qui non ha una moglie ma ha una schiava, così come sono schiave le sue figlie e come lo saranno le sue nipoti e nipotine. Ha torto marcio chi ritiene che di fronte agli sproloqui di certi retori di periferia la situazione possa cambiare». Non si può ignorare che siano stati apportati dei miglioramenti in un campo che è rimasto immobile per millenni: solo qualche anno fa

sembrava impossibile che in queste remote regioni asiatiche una donna potesse accedere all'università o che il suo salario si equiparasse a quello del consorte fino all'ultimo centesimo e che spartisse con lui il potere decisionale. Non deve quindi sorprendere - annotano gli arguti maestri della filosofia spiccia - se la donna, non potendo avere né un lavoro né un impiego che le procurassero un sia pur minimo guadagno, abbia messo in commercio la sola cosa di cui disponeva: il proprio corpo.

Professione da allora altamente onorata dalle sex workers di Faridpur e Daulatdia e dalle cowgirl dell'isola di Bani Shanta che si tengono in forma con la pillola della mucca. Il tutto consumato in un grande amplesso umano-animale-rurale che dovrebbe assicurare la pace nel mondo.


Ettore Mo
26 agosto 2012 | 9:34

La gatta, lo scoiattolo dimezzato e il valore della libertà

Corriere della sera
di Daniela Monti


La mia gatta, questa mattina, ha portato in casa uno scoiattolo. Ho visto la lunga coda pelosa, le zampine posteriori: la gatta ci giocava, lanciandolo in aria come fa con i pupazzetti di pelo finto. Ho dovuto faticare parecchio per farle mollare il povero animale. Sarà ancora vivo?, mi chiedevo.

Ma quando lo scoiattolo ha finito, suo malgrado, di volare in aria, mi sono accorta con raccapriccio che si trattava solo della parte posteriore dell’animale: la coda, appunto, le zampine e il busto tagliato con precisione a metà. Non perdeva sangue.  Era solo una perfetta parte posteriore di un piccolo animale dalla pelliccia morbida e dalla coda folta.

Che la gatta si sia mangiata la parte davanti? L’ho escluso, un po’ perché si tratta di una gatta abituata a buste e scatolette, un po’ perché più che mangiato a morsi, lo scoiattolino sembrava essere stato sezionato dalla lama di un chirurgo.

Una trappola.
Il povero scoiattolo deve essere finito in una trappola che lo ha tagliato di netto a metà e la mia gatta deve averlo trovato lì, acciuffando la parte con la coda – certo per lei la più “interessante” –  e portandomela a casa come un trofeo di caccia.
 
Tutto  questo è accaduto nella piccola casa di montagna ai piedi delle Grigne, nel Lecchese, dove sto trascorrendo il fine settimana. Qui ci sono scoiattoli e anche topolini. Qualche vicino – accanto c’è una colonia, chiusa, e un piccolo nucleo di case di contadini – deve aver messo delle trappole per ucciderli. Quindi là fuori,  nel prato che fino a stamani mi sembrava innocuo, ci sono marchingegni in grado di squartare piccoli roditori o di ferire animali più grandi.

E vengo al punto: la mia gatta è tornata nel prato.
Durante l’anno vive in un appartamento in città, non me la sento di tenerla chiusa anche qui.

Ma se, la prossima volta, nella trappola ci finisce una sua zampa?
Mi immagino di vederla tornare grondante di sangue. 
Ho provato a chiedere un po’ in giro, ma non mi stupisco che nessuno ammetta di mettere delle trappole (e neppure di detestare i gatti dei vicini).
Accetto il rischio: i pochi giorni di libertà della gattina valgono il pericolo di finire in una tagliola?
Io penso di si (ma intanto sono qui con le dita incrociate). Sbaglio?
N.b. Cari lettori, non massacratemi per la leggerezza del post. Sarà sciocco, eppure questo piccolo avvenimento mi ha confermato nell’idea che la libertà, anche per gli animali, non è priva di rischi.
Nulla che valga è a costo zero.

Rileggere la storia mostra la strumentalizzazione dell'eredità di De Gasperi

Giampietro Berti - Dom, 26/08/2012 - 07:23

Un documentario andato in onda su Rai3 ha tirato per la giacca, oltre ogni pudore, il grande statista democristiano...

Si sa che la storia e la politica non vanno molto d'accordo, poiché una vive nel passato, l'altra nel presente.



È vero che la storia, come aveva giustamente sentenziato Benedetto Croce, è sempre storia contemporanea, dato che ogni generazione rilegge ciò che è stato in base al suo presente. Poiché questo muta - cioè mutano i valori, gli interessi, gli orientamenti culturali e politici - allora non può non mutare anche il giudizio storico. Ma, appunto, il giudizio storico, non le elementari verità che lo sottendono, come è invece il caso offertoci in questi giorni dal dibattito intorno alla presunta attualità di Alcide De Gasperi. Si discute sull'opportunità di ricostituire un partito capace di dar voce alle molte anime del cattolicesimo politico, formando una grande coalizione in grado di farle convivere anche con altre tradizioni assai diverse.

Ci si dimentica però che il centrismo degasperiano fu consono a un sistema politico del tutto differente dall'attuale perché segnato da un pluralismo ideologico assai marcato, così come si era formato nel crogiuolo della prima metà del '900. Venerdì sera ne abbiamo avuto l'ennesima prova con l'edulcorato ma preciso documentario apparso su Rai 3. Con la disfatta del comunismo, Tangentopoli e la fine della DC, siamo invece, di fatto, all'interno di un bipolarismo che allora non esisteva, come oggi non esistono quei partiti politici che a quel tempo costituivano l'ossatura stessa di tutta la vita politica italiana.

Ricordiamo, comunque, alcuni dati fondamentali che caratterizzarono la cornice storica entro cui si svolse l'azione di De Gasperi. Essa, dispiegatasi tra il 1945 al 1954, va compresa tenendo conto del decennio cruciale della Guerra fredda, che non ammetteva mediazioni di sorta: o si rimaneva all'interno del mondo occidentale, o si finiva nell'orbita dell'Unione Sovietica, un aut aut drammatico. Nel caso dell'Italia questo periodo coincide con la lunga e tormentata transizione alla democrazia, costellata da alcuni momenti decisivi: la difficile liberazione dalla pesante eredità del fascismo, il referendum del 2 giugno 1946 e il passaggio dalla

monarchia alla repubblica, l'Assemblea Costituente, il Piano Marshall, la competizione elettorale del 18 aprile 1948 e la schiacciante vittoria democristiana, la contrastata adesione alla Nato, i governi centristi che si susseguirono nella prima legislatura, i ripetuti e duri contrasti sociali e ideologici che contrassegnarono lo scontro politico tra la DC e le sinistre, l'impegnativa battaglia per il mantenimento dell'ordine pubblico nel clima di una latente guerra civile, l'occupazione delle terre, gli scioperi contraddistinti a volte da conflitti sanguinosi, la faticosa ricostruzione industriale, il fallito tentativo di conferire una stabilità politica all'esecutivo con una legge elettorale maggioritaria.

De Gasperi riuscì ad inserire militarmente, politicamente ed economicamente l'Italia nell'ambito dell'Occidente, anche in contrasto con alcune correnti del suo stesso partito (si pensi a Dossetti e ai dossettiani), garantì la liberal-democrazia e la «società aperta» basata sul libero mercato. Preservò le libertà fondamentali dello Stato di diritto, senza reprimere le giuste istanze economiche e sociali delle classi lavoratrici. Accettò l'aiuto della Chiesa cattolica e di Pio XII, ma non si piegò alle loro direttive. Rispetto ai socialisti e ai comunisti, mantenne un atteggiamento di netta e inconciliabile contrapposizione, pur nel rigoroso rispetto del dettato costituzionale.

Non va infatti dimenticato che socialisti e comunisti lo ostacolarono a partire dalla primavera del 1947, quando furono estromessi dal governo. Sostanzialmente uniti, erano avversi al Patto Atlantico, alla libera iniziativa economica e succubi, soprattutto i comunisti, dell'Unione Sovietica e della pratica stalinista. Comprendiamo le meschine e strumentali esigenze politiche della lotta per il potere: tutti dentro e tutti uniti per spartirsi le poltrone. Ma come si fa, oltre ogni pudore, a tirare per la giacca De Gasperi, inventandosi una dimensione politica e ideale sfiorante la caricatura del buonismo (all'italiana)?

Il vicepresidente ecuadoriano: «Julian Assange deve stare zitto»

Corriere della sera

Moreno non incontrerà il fondatore di Wikileaks : «Non condivido i suoi metodi. Ma è stato giusto concedergli l'asilo»

Lenin MorenoLenin Moreno


«Non ho alcun interesse a incontrare Assange». E ancora: «Assange deve solo stare zitto». Non usa mezze parole il vicepresidente dell'Ecuador, Lenin Moreno. Da Milano, dove è arrivato per presentare un piano di rientro dei cittadini ecuadoriani disabili, il numero due di Correa è intervenuto sulla vicenda del fondatore di Wikileaks, rifugiato dal 19 giugno nell'ambasciata ecuadoriana a Londra per evitare l'estradizione in Svezia.

MORENO A LONDRA PER LE PARALIMPIADI - Così, nonostante Moreno stia per partire alla volta Gran Bretagna per presenziare alle Paralimpiadi (egli stesso è rimasto paralizzato nel 1998, dopo una rapina in cui gli hanno sparato), nessun incontro è stato fissato in agenda. Il motivo? «L'Ecuador ha concesso l'asilo politico ad Assange per motivi umanitari. Ma questo non vuol dire che io sia d'accordo con suoi metodi», ha spiegato Moreno che è candidato al premio Nobel per la pace grazie al suo impegno nei confronti dei disabili.

«Assange ha rubato le informazioni che ha pubblicato e la stampa internazionale le ha riprese. E questo non è giusto», tuona ancora il vicepresidente. E allora perché dare aiuto a uno dei personaggi implicati in uno degli intrighi internazionali più complessi degli ultimi anni? «Se venisse estradato negli Usa rischierebbe la pena di morte o il carcere a vita. E nemmeno questo è giusto. Ecco perché l'abbiamo fatto: reati come quelli commessi da Assange vanno puniti, ma non in maniera così severa». E anche se è difficile credere che il motivo della concessione dell'asilo politico sia solo questo, le parole di Moreno fanno pensare più che altro a un tentativo di apertura con la Gran Bretagna.

DISTENSIONE - Sui rapporti con Londra Moreno è infatti più morbido: «Dato per certo che il diritto sovrano dell'Ecuador di concedere l'asilo politico va rispettato, speriamo che si arrivi presto ad un accordo». Anche se - ricorda più volte Moreno - «la Gran Bretagna concesse un salvacondotto a un dittatore come Pinochet per tornare in Cile. E poi dice di non volerlo dare ad Assange, che non ha ucciso nessuno». Si cerca una soluzione insomma, dopo che la tensione era salita negli ultimi giorni e dopo che sono stati rilevati i piani della polizia britannica per un blitz all'interno dell'ambasciata. 

E non si aspira nemmeno a uno scontro con gli Usa, paese con cui l'Ecuador ha stretti legami commerciali. Sulle parole pronunciate da Assange dal balcone dell'ambasciata («Obama fermi la caccia alle streghe») Moreno non ha dubbi: «Assange deve stare zitto». Dall'Ecuador, intanto, il presidente Rafael Correa, ha accolto «con soddisfazione» il fatto che la Gran Bretagna abbia «ritirato» la «minaccia» di penetrare nell'ambasciata e si è detto disposto al dialogo con le autorità britanniche per trovare una «via d'uscita adeguata». Difficile però dire se Gran Bretagna e Stati Uniti accetteranno un accordo.

Marta Serafini
@martaserafini25 agosto 2012 | 20:21

Trovata la testa di un dinosauro: risale a 75 milioni di anni fa

Il Messaggero




VELAUX - Un cranio di Atsinganosaurus velauciensis, una specie di dinosauro erbivoro del Cretaceo superiore, risalente a 75 milioni di anni fa e altri fossi sono stati scoperti nella valle dell'Arco di Velaux,comune della Provenza, da una equipe di peleontologi impegnata negli scavi sul territorio dal 2002. I resti trovati saranno esposti al pubblico il 15 e 16 settembre in occasione delle Giornate del patrimonio. A darne notizia è il sito stesso del comune francese.


Sabato 25 Agosto 2012 - 18:10
Ultimo aggiornamento: 18:11

Magistrato riga l'auto, dell'avvocato

Corriere della sera

Viene filmato prima dal legale e poi dai carabinieri nascosti dentro un furgone


FIRENZE - In un afoso pomeriggio delle scorse settimane un avvocato fiorentino ha imboccato via Borgognissanti, sede del Comando provinciale dei carabinieri. Lo ha fatto per andare a sporgere una querela contro una persona. Una persona che, dice lui, conosce da svariati anni. La storia della vittima, in due parole, è questa: lui rincasa dall’ufficio, parcheggia la macchina nei pressi della sua abitazione e va a letto. Poi si sveglia per tornare al lavoro e, immancabilmente, nota dei graffi sulla carrozzeria del mezzo. Non capisce chi sia l’autore di quei danneggiamenti e non riesce proprio a farsene una ragione.

All’inizio pensa che sia una specie di avvertimento da parte di qualcuno perché quando fai l’avvocato ti capita di incontrare di tutto nella tua vita lavorativa. Ma non riesce ad arrivare a nessuna conclusione anche perché lui è affetto da un handicap: qualcuno si diverte ad accanirsi sul suo mezzo parcheggiato nel posto per invalidi. Proprio per questo motivo, con uno stratagemma, riesce a immortalare il presunto autore di almeno un danneggiamento. E quando lo riconosce, trasecola: a danneggiare la sua auto è infatti una persona che ha conosciuto per lavoro.

Non è un collega, ma un magistrato che adesso è in pensione. I carabinieri restano allibiti ma l’uomo tira fuori le prove del presunto danneggiamento. Per la Cassazione, però, quelle prove non sono considerate tali. Dopo aver informato il procuratore capo Giuseppe Quattrocchi, si decide di passare all’azione. Lo stratagemma dei carabinieri è piuttosto semplice, anche se è roba che si vede nei film. Gli investigatori «piazzano» in strada un furgone. Entrano dentro la «balena» — perché è così che nelle caserme viene chiamato familiarmente il mezzo — e fanno quello che si fa in questi casi: aspettano, pazientemente.

Non è una sorpresa quando l’uomo — nella zona di Campo di Marte — si avvicina al mezzo parcheggiato e lo graffia con un oggetto. Stavolta però la scena viene ripresa dai carabinieri. E che subito dopo aver girato tutto quello che c’era da girare, escono dal mezzo e fermano per strada il magistrato in pensione. All’uomo, che in passato ha lavorato anche in Corte d’Appello, gli investigatori prendono l’oggetto usato per graffiare il mezzo.

E poi lo denunciano a piede libero: è accusato di essere l’autore del danneggiamento. Adesso i carabinieri, coordinati dalla magistratura, stanno cercando di capire quali siano gli eventuali motivi che abbiano portato il magistrato — conosciuto per il rigore del suo lavoro, la delicatezza dei casi di cui si è occupato e la conoscenza del diritto — a danneggiare l’auto e stanno anche cercando di capire se sia stato lui, nel corso del tempo, a colpire il mezzo dell’uomo.

Nel settembre del 2011 un sostituto procuratore generale di Genova — all’epoca ancora in servizio — fu denunciato dalla polizia. In via Ippolito d’Aste 8, dove abitava, in pieno centro, un cittadino fu trascinato in una guerra condominiale da un vicino di casa che lo accusava di avergli «incollato» la porta dell’appartamento. Un crescendo di dispetti e scaramucce finito in tribunale. Anche in quel caso il vicino di casa per scoprire chi gli mettesse la colla nella serratura della porta aveva installato due telecamere. Nei frame portati agli investigatori appariva un uomo che si toglieva la giacca, copriva la telecamera e metteva della colla sulla serratura. In quelle immagini c’era proprio il vicino di casa: un magistrato che però ha sempre negato la vicenda.

Simone Innocenti
25 agosto 2012

Il caro acciughe? colpisce anche i maiali cinesi

Corriere della sera

Siccità e nuove abitudini alimentari: così cresce la domanda dei derivati, dalla farina di pesce ai concimi organici

MILANO - Una volta il prezzo delle acciughe peruviane era una notizia interessante solo per gli addetti dell’industria del pesce. Non è più così. Adesso a preoccuparsi del rincaro sono addetti di settori disparati in disparati angoli del pianeta. “Tutto è connesso, e se prendi delle acciughe farai dei bei soldi” ha dichiarato al Guardian Mark Livingston, manager di un fondo finanziario globale che, per gestire investimenti e pensioni, tre anni fa ha investito in una società norvegese che possiede una flotta di 30 imbarcazioni per la pesca delle acciughe in Perù, e cinque impianti di trasformazione del pesce nel Paese.

Acciughe pescate
ACCIUGHE IN PICCHIATA - Dopo un paio di anni di declino nei prezzi, adesso il costo dell’olio di pesce è balzato da circa 1.500 dollari la tonnellata all’inizio dell’anno ai duemila dollari di questo mese, mentre quello della farina di pesce dai 1.300 dollari alla cifra record di 1.700 a tonnellata. Le cause sono molteplici: dalle condizioni meteorologiche sempre più inusuali, all’aumento degli allevamenti ittici nel mondo. Persino il cambio dei gusti dei consumatori incide: la Cina per esempio – che alla fine degli anni Settanta consumava un terzo della carne rispetto agli Stati Uniti – adesso ne consuma più del doppio di loro, e quella di maiale è la preferita in assoluto: quasi i tre quarti della carne consumata. Ma cosa c’entrano i maiali cinesi con le acciughe peruviane?

UN ALIMENTO PER TUTTI - Le acciughe le mangiano tutti: non solo gli esseri umani, ma anche salmoni e gamberi, maiali e polli, e persino peschi e piante di pomodoro. Sono infatti una delle specie più gettonate per preparare il cosiddetto ‘pesce industriale’, quello cioè che non viene consumato direttamente dalle persone, ma utilizzato dall’industria per altri scopi. Il pesce, catturato in enormi quantità, viene seccato, triturato e trasformato in una polvere marrone, costituita principalmente dalle lische e dagli altri scarti. In più dai tessuti del pesce grasso, si ricava l’olio di pesce.

La farina di pesce è ricca di sostanze nutritive, in particolare proteine, ma anche grassi e sali, e viene dunque impiegata in quantità nella zootecnia e nell’acquacoltura, ma anche sempre più spesso come concime organico, dovuto al rifiuto sempre più diffuso tra i consumatori di comprare prodotti irrorati di chimica. Il prezzo dell’olio di pesce, invece, è aumentato di pari passo con il crescere del consumo umano in forma di tavolette ricche di Omega 3. L'alimentazione umana prevede anche il consumo di farina di pesce, ma solo quella ottenuta con parti di prima qualità del pescato, e senza aggiunta di additivi e conservanti che impediscono l'irrancidimento dei grassi (consentiti invece nei mangimi per cani e gatti).

Cattura

PIÙ SALMONE, MENO HAMBURGER - Normalmente il caro-acciughe dovrebbe far balzare anche il prezzo degli altri pesci che di esse si nutrono. Il salmone, innanzitutto. Ma quest’anno non è così. A causa delle temperature anormalmente alte nell’Atlantico del Nord (due gradi in più rispetto al previsto) i salmoni si sono riprodotti a ritmi vertiginosi. La produzione della Norvegia – al top della lista degli allevatori di salmone – era già a +30% nella prima metà dell’anno. Risultato: prezzo al chilo calato del 35-40%, e boom di vendite in Paesi in crisi, come Spagna e Grecia, dove il salmone era tradizionalmente un prodotto di lusso. Per non parlare della Russia, dove il consumo è aumentato del 67%, e il Brasile, + 85%. Situazione opposta, invece, se si guardano gli allevamenti di animali terrestri, in particolare negli Stati Uniti, dove la siccità quest’anno ha dato luogo al peggior raccolto dell’ultimo mezzo secolo (il mese scorso è stato il più caldo mai registrato negli Usa), con una stima di circa -45% nella

produzione di mais e -35% nella produzione di soia. I cereali destinati a nutrire il bestiame - che competono anche con la parte destinata alla produzione di biocarburante (40% del mais prodotto) - sono dunque alle stelle, così come il prezzo della farina di pesce. Le mandrie di bestiame americano non sono mai state così piccole dall’inizio degli anni Settanta. Una situazione che ha portato il dipartimento dell’Agricoltura a stimare che l’anno prossimo i prezzi del cibo aumenteranno in generale del 3 o 4%, e che ha portato alcune catene di fast-food, come Wendy’s, a dichiarare che saranno costrette ad aumentare i prezzi degli hamburger.

VANTAGGI E TIMORI - Naturalmente, c’è chi dalla crisi trarrà vantaggio. I pescatori d’acciuga peruviani e i loro investitori (ma non solo loro, appunto) sono i principali beneficiari. Le acciughe erano tradizionalmente una risorsa molto importante in Perù, ma la sovrapesca selvaggia portata avanti negli anni Settanta portò a un crollo totale dell’industria peschiera del Paese. Dal 2009 il governo peruviano ha imposto delle quote. La pesca eccessiva, ‘overfishing’, è un concetto drammaticamente reale che oramai riguarda tutto il mondo, e che da anni e anni contrappone l’industria della pesca con gli scienziati esperti nel settore, i conservazionisti e tutti coloro che sono in allarme rosso per il depauperamento delle risorse ittiche causato dalla pesca incontrollata - che provoca, anch’essa, reazioni a catena non solo nell’industria, ma nella catena alimentare mondiale.

Carola Traverso Saibante
25 agosto 2012 | 19:37

Inghilterra, il mistero dei piccioni spariti

Corriere della sera

Nella zona compresa tra Thirsk, Wetherby e Consett sono scomparsi centinaia di piccioni viaggiatori

Anche i piccioni hanno il loro Triangolo delle Bermude, solo che in questo caso si trova nel nord-est dell’Inghilterra, in una zona compresa fra Thirsk, Wetherby e Consett (ovvero fra il North Yorkshire e la contea di Durham), dove da aprile (quando si apre la «stagione dei voli») ad oggi sarebbero misteriosamente svaniti nel nulla centinaia di piccioni viaggiatori.

SPARIZIONI - L’ultima sparizione sabato scorso, quando dei 232 uccelli liberati a Thirsk, solo 13 hanno fatto ritorno a Galashiels, sul confine scozzese. Degli altri, nessuna traccia e il fenomeno sta causando perdite economiche tali (il valore di un esemplare può anche superare le 200mila sterline, circa 256mila euro) che molti allevatori di piccioni viaggiatori stanno pensando di cancellare i «voli» sull’area maledetta fino a che il mistero non verrà risolto. Sempre che lo sarà, perché anche gli esperti sembrano non avere spiegazioni plausibili a quello che è stato subito ribattezzato «il Triangolo delle Bermude dei piccioni» e provano così ad azzardare delle ipotesi, che spaziano dall’eccesso di precipitazioni (che manderebbero i piccioni fuori rotta nel

 tentativo di evitare gli acquazzoni) agli elevati livelli di attività solare (che falserebbero i campi magnetici usati dagli uccelli per ritrovare la strada di casa) fino ai segnali lanciati dalla stazione di monitoraggio di Menwith Hill, vicino Harrogate, anche se più banalmente la colpa potrebbe essere delle corse stesse (nel fine settimana vengono liberati tantissimi piccioni a breve distanza l’uno dall’altro e questo può confondere gli uccelli) come pure dei falchi pellegrini e degli sparvieri. «Quando i piccioni passano fra Thirsk, Wetherby e Consett succede sempre qualcosa – ha raccontato al Daily Express l’allevatore scozzese Austin Lindores – e per questo abbiamo chiamato questa zona il Triangolo delle Bermude, solo che a sparire non solo gli aerei o le barche, ma i nostri uccelli. E siccome non è la prima volta che capita, non farò più volare lì i miei piccioni».

DECISIONE - Una decisione comune anche ad altri colombicoltori della zona, che lamentano la perdita di più della metà degli esemplari in quello che definiscono «l’anno peggiore in 60 anni di storia di gare di piccioni», mentre la portavoce della Royal Pigeon Racing Association spiega al "Telegraph" che chiunque trovi un piccione viaggiatore che si è perso può identificarlo dall’anello sulla zampina, che serve per riunire gli uccelli coi loro legittimi proprietari.

Simona Marchetti
25 agosto 2012 | 13:16

Essere machisti in Colombia oggi: Le donne si possono picchiare ma non troppo. Altrimenti si innamorano

La Stampa

Viaggio fra i pensieri e le parole del fondatore del Movimento Machista Colombiano



Edilberto Barreto Vargas

 

LORENZO CAIROLI

Ci sono persone in Colombia che sono un incaglio quasi quanto la guerriglia, la disoccupazione, le devastazioni de La Niña. Come Edilberto Barreto Vargas, fondatore del Movimiento Machista Colombiano, nato per difendere l'onnipotenza del macho e i privilegi dell'uomo. A raccontare lui e il suo movimento sembra di raccontare una goliardata, come se a Sacha Baron Cohen fosse venuto in mente di burlarsi del machismo colombiano recitando la parte di un allevatore demente che parla delle donne con la stessa delicatezza con cui Gentilini discettava sui musulmani e sui culattoni. Nonostante una laurea in filosofia, da dodici anni, tanti quanti sono gli anni di fondazione del Movimento Machista Colombiano, Barreto Vargas snocciola perle terrificanti sulle donne.

Un giornalista di 'Semana' gli chiede se il suo Movimento giustifica la violenza fisica sulle donne. Lui risponde lapidario che le donne si possono picchiare ma non troppo. Altrimenti si innamorano. Alla rivista 'Kienyke' la spara anche piu' grossa "L'infedelta' e' un difetto della donna mentre nell'uomo e' una caratteristica innata. La donna che tradisce merita di essere lapidata, l'uomo che tiene un harem e' un macho indiscutibile". E conclude: "Le donne se non si ammaestrano si smarriscono. Bisogna picchiarle duro, come si fa col bestiame".

E' intervenuto anche in uno special di Pirry - guarda caso, sulla violenza sulle donne - e le sue uscite machiste oltre ad essere stigmatizzate dallo stesso giornalista hanno fatto imbufalire molti colombiani che in genere, quando si tratta di machismo, sono tolleranti all'eccesso. Non contento, Barreto Vargas ha scritto anche dei libri. Il primo, dal titolo illuminante, 'Sui cavalli e sulle donne'. Nel 2002 ha provato a farsi eleggere nel consiglio comunale di Yopal ma gli e' andata malissimo. "Le donne non dovrebbero votare - ha commentato stizzito - La donna non ha il diritto di decidere. La donna deve solo ubbidire". E perche' non ci fossero dubbi sulla sua natura di maschio alfa ha avuto sette figli da quattro donne diverse e decine di fidanzate. Sogna una casa dove dare asilo e assistenza legale al marito allontanato per infedelta' e per violenza domestica.

Se veramente fosse una parodia di Baron Cohen ci sarebbe anche da ridere. Ma in un paese dove il machismo e' una iattura secolare, dove il 98% dei casi di violenza sessuale restano impuniti, dove le donne - fedeli o infedeli - non vengono lapidate ma sfregiate con l'acido, fatte a pezzi col machete, strangolate, cremate con la benzina, la risata e' fuori luogo e a talebani come Barreto Vargas si dovrebbe interdire l'uso della parola. Intanto il deputato della Camera Ivan Cepeda Castro lo ha denunciato alla Fiscalia General de la Nacion chiedendo al Procuratore di indagare su di lui per presunti atti di discriminazione e violenza contro le donne, come previsto dalla legge 1257 del 2008.

Dagli orologi ai profilattici: tutte le truffe del mercato del falso

Il Mattino

ROMA - Il mercato del falso non ha confini: a partire dai più «tradizionali» orologi, passando per i biglietti ferroviari fino ad arrivare ai profilattici, praticamente tutto viene «copiato» e immesso illegalmente in commercio da chi opera nel mercato del falso . Le operazioni condotte dalla Fiamme Gialle lo testimoniano. Ecco alcuni dei casi che spiccano nell'attività di contrasto del primo semestre 2012.



Cattura
OROLOGI, DAI ROLEX AI CARTIER - Le fiamme gialle di Venezia hanno scoperto un canale di smercio di falsi Rolex, Pathek Philippe, Cartier e Breitling destinati ai turisti stranieri che affollano la città nei mesi estivi. Ripercorrendo tutta la filiera sono giunti fino a Prato ove, in un appartamento-laboratorio dotato di cliché e punzonatrici, gli orologi in origine senza marchio venivano modificati.

OCCHIALI FASULLI - I finanzieri di Fiumicino hanno, invece, smantellato un'organizzazione che attraverso porti del Nord Europa importava «tarocchi», tra cui occhiali Ray Ban e Safilo e scarpe Hogan, Nike e Adidas e poi, avvalendosi di una fitta rete di dettaglianti, riusciva a smerciare rapidamente la merce. L'operazione «Luna Rossa», condotta con l'ausilio di sofisticati strumenti tecnologici, ha permesso di sequestrare otto milioni di falsi, di arrestare i 7 cinesi al centro dell'organizzazione, tutti residenti a Roma, e di denunciare 14 fiancheggiatori, cui sono stati sequestrati tutti i beni.

BIGLIETTI TRENO - Dalla Cina venivano anche i 2 milioni di falsi biglietti del treno «Leonardo Express», del valore di 14 euro ciascuno, scoperti al Porto di Livorno in un container che, ufficialmente, conteneva armadi metallici.

PROFILATTICI - Stessa provenienza cinese per il milione di giocattoli sequestrati a Trento e i 100 mila profilattici contraffatti scoperti in un container nel Porto di Gioia Tauro.
 
HOGAN FALSE - Da Napoli e Caserta partivano, invece, le false Hogan prodotte in fabbriche clandestine gestiti da soggetti vicini ai gruppi criminali locali: 16 laboratori, 237 macchinari e 89 denunciati, 20 dei quali tratti in arresto dai finanzieri di Fiumicino e Caserta.
 
DETERSIVO «TAROCCO» - Al Porto di Palermo sono state sequestrate 9.000 confezioni di detersivo di marca, pari a 20 tonnellate, caricate su un tir proveniente da Napoli. I finanzieri hanno capito che qualcosa non andava scoprendo che il fabbricante indicato nel documento di trasporto operava in un settore diverso dai prodotti per la casa. Le analisi chimiche hanno dimostrato che si trattava di polvere priva di caratteristiche detergenti.
 
ON LINE L'HI-TECH PATACCA - Il falso corre anche su internet. Ne sanno qualcosa i finanzieri della Tenenza di Salò che hanno scoperto un sito specializzato nella vendita di «hi-tech» troppo a buon mercato gestito da due italiani di Manerbio ed Este. Tablet, smartphone e accessori per auto con marchi Apple, Htc e Nokia accanto a prodotti ormai fuori catalogo e introvabili nei negozi ufficiali, tutti falsi.
 
CRIMINALITÀ MADE IN CHINA - Impressionanti i risultati delle ultime indagini antiriciclaggio del Nucleo di Polizia Tributaria di Firenze sui proventi dei gruppi criminali italo-cinesi del settore del falso, che hanno portato nel mese di luglio, al sequestro di 52 imprese, 26 immobili, oltre 100 veicoli e 183 conti bancari: 242.000 i trasferimenti illeciti di denaro compiuti da 155 imprenditori con la complicit… di un money transfer e 58 prestanome. Dal 2010 a oggi sono stati scoperti trasferimenti di denaro verso la Cina per 4,5 miliardi di euro, bloccate 14 agenzie di money transfer, denunciate 581 persone, di cui 24 arrestate, e sequestrate 207 aziende, 283 immobili e 471 veicoli.

Sabato 25 Agosto 2012 - 17:11    Ultimo aggiornamento: 17:12

Ecco le nuove truffe via mail: occhio alla trappola degli affetti

Maurizio Acerbi - Sab, 25/08/2012 - 09:22

Finti amici, donne ammiccanti in difficoltà economiche, benefattori fin troppo generosi. E la "firma" in comune è l'italiano zoppicante

Sarà che la crisi aguzza l'ingegno anche di chi ruba ma chi possiede una casella di posta elettronica non si è mai visto recapitare così tanti tentativi di truffa, via mail, come in questi ultimi tempi.


Cattura
L'ultima, in ordine di tempo, è una lettera che sembra spedita da una persona di vostra conoscenza. Il testo è più o meno questo, errori grammaticali compresi: «Mi auguro di poterci trovare questa volta, Io ho fatto un viaggio a Londra, UK e mi hanno rubato la mia borsa con il passaporto e gli affetti (scritto proprio così n.d.r.) personali. L'ambasciata mi ha solo rilasciato un passaporto temporaneo. Io devo pagare il biglietto e saldare le fatture alberghiere. Io ho fatto contattare la noia banca ma mi ci vorrebbero 5 giorni lavorativi per accedere ai fondi nel conto da Londra. Western Union transfer è la migliore opzione per inviarmi denaro. Fammi sapere se hai bisogno dei miei dati per fare il trasferimento». L'amico che vi ha contattato non è ubriaco, come potrebbe far pensare il testo della lettera, né, soprattutto, ha perso la sua borsa con «affetti» personali in quel di Londra.

Probabilmente, qualche giorno prima, ha risposto ad una falsa mail del suo ignaro gestore inserendo le credenziali per un inesistente aggiornamento della casella di posta elettronica. Così facendo ha, invece, permesso al truffatore di entrare nella sua casella e spedire, a tutti i nominativi in rubrica (compreso il vostro), la mail di cui sopra con la speranza di far abboccare qualche pesciolino.A leggere queste e-mail sembrerebbe quasi impossibile cascarci ma non è così. Chi è solo, ad esempio, è più propenso (con una ricerca su internet leggerete tante testimonianze di nostri connazionali caduti nel tranello) a credere che una bella straniera, dall'italiano un po' stentato, abbia deciso di contattarlo: «Ciao. Ho scoperto il vostro email sul un sito e ha deciso di scriverti. Su di me: ho 30 anni. Cosa ne pensi? Se volete saperne di piu su di me, rispondi a me la mia e-mail. Spero che tu mi scriva presto! Dasha».

Anche in questo caso, le vostre antenne (si spera solo quelle) dovrebbero drizzarsi. Giocando sulla solitudine di tanti single gli scammers mandano, infatti, queste mail dove sedicenti bellissime ragazze (di solito si fingono russe o ucraine), con tanto di foto (falsa) desiderano sistemarsi proprio con voi. Vi accorgerete, presto, che la vostra ragazza dei sogni ha casualmente bisogno di soldi (per biglietto aereo o visto d'ingresso). Il vostro cuore di latin lover vi spingerà a spedire gli euro e, da quel momento, di Dasha e di ogni altra ragazza virtuale non vi sarà più traccia.È quasi matematico poi che vi sia arrivata, nel tempo, una mail appartenente alla categoria «truffa alla nigeriana», raggiro che risale addirittura al 1992 (in America frutta 100 milioni di dollari l'anno). A scrivervi è uno/a sconosciuto/a che vuole fare o una grossa donazione o sbloccare una somma consistente in banca.

Per farlo ha casualmente bisogno proprio di voi come prestanome e per convincervi vi saranno spediti anche falsi documenti o, in alcuni casi, addirittura organizzati incontri. Naturalmente dovrete anticipare, come minimo, i soldi del notaio o dell'avvocato per la pratica. In cambio vi viene promessa una grossa fetta della somma in ballo che mai vedrete. Leggete l'ultima versione religiosa: «Saluti Calvario a voi nel nome di nostro Signore. Io sono la signora Anderline Aman dal Kuwait. Ero sposata con Mr. Jamil Aman. Prima della sua morte, siamo stati entrambi crediamo in Dio. Mia cara, come figlio del Dio vivente, si dovrebbe sapere che le nostre vie non sono le sue vie. Quando mio marito era vivo ha depositato la somma di US $ 3,5 milioni di dollari in una banca qui a Abidjan Costa d'Avorio. Recentemente, il mio dottore mi ha detto che non sarebbe durata per il periodo di nove mesi a causa del mio problema cancro.

Ho deciso di donare questo fondo ad una organizzazione di carità, chiesa, organizzazione cristiana, o di un vero credente, che utilizzerà questi soldi la strada che sto per istruire qui. Io voglio che tu a gestire da soli. Mandami il vostro nome e indirizzo». Altro che settimo comandamento.Infine, attenzione anche a mettere i prodotti in vendita. Potreste essere contattati da un aspirante acquirente straniero che inizialmente si dirà disposto a pagare i soldi da voi richiesti. Casualmente, però, quando dovrà spedirvi il denaro (sul conto che voi gli avrete indicato) vi dirà che la sua banca, non fidandosi di voi, sbloccherà il pagamento a vostro favore solo se avrete già spedito l'oggetto. Questo -si giustificherà lui-, la banca lo fa per evitare al suo cliente di cadere vittima di una truffa. Voi spedirete il pacco con tanti saluti al vostro compenso.E pensare che Totòtruffa '62 pareva sì un film comico ma irreale.

Ponte Garibaldi, nuovi bivacchi Il popolo invisibile del Tevere

Il Messaggero
di Maria Lombardi

Accampamenti dove vivevano Pietro e Peggy, lui lotta per la vita, lei è morta cadendo nel vuoto


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ROMA - Un rifugio sotto l’arco, con due transenne a far da pareti e l’acqua che scorre accanto. Un letto di cartone e stracci, poco altro: piatti di plastica sporchi, le scarpe da ginnastica allineate, qualcheindumento, un cappello, il sapone e il rasoio per la barba. Si sta freschi quaggiù, c’è l’ombra di ponte Duca D’Aosta e l’aria leggera del fiume. Chi si è accampato sul pilone dalla parte dello stadio Olimpico si allontana per poco, quel posto è prezioso e c’è il rischio che qualcuno lo freghi.

Sotto lo stesso arco, ma sulla riva opposta, c’è un uomo che dorme a torso nudo su un largo piumone, saranno diversi la notte a ripararsi laggiù. C’è un cane a fare la guardia. E’ un via vai di fantasmi lungo le sponde del Tevere, da ponte Milvio verso lo stadio, scendono attraverso la pista ciclabile trascinando sacchi, valigie e borse della spesa e poi spariscono dietro i canneti e si perdono tra la vegetazione che va giù ripida verso l’acqua. Dal fiume non si vede nulla, niente baracche o tende. Chi vive qui si nasconde sotto le arcate dei ponti e tra gli alberi, ombre tra le ombre. Ma restano ben visibili i segni di queste presenze discrete: cartoni stesi per terra tra salici e pioppi, stracci che la notte diventano cuscini, materassi improvvisati con quel che capita. E così andando avanti, verso il ponte di Castel Sant’Angelo.

Gli accampamenti lungo le rive, un mese fa, li hanno sgomberati. Ma il popolo del fiume è tornato ad abitare qualche metro sotto l’asfalto e ora cerca di mimetizzarsi. Gli agenti del gruppo speciale sicurezza urbana della polizia di Roma Capitale a luglio, con vari interventi, hanno bonificato le sponde. Tra ponte della Vittoria e ponte Matteotti c’erano tre piccoli agglomerati di baracche, ci vivevano 30 persone. Tra il ponte Castel Sant’Angelo e ponte Garibaldi altri sei accampamenti, sessanta romeni abitavano nelle tende. Nove siti smantellati e un totale di circa 90 cittadini dell’Est Europa allontanati. Ma nemmeno i gazebo dell’estate romana sono riusciti a tener lontano dal fiume chi vive sul fiume. Sull’altra riva, quella buia, le tende dei punkabbestia all’ombra di ponte Garibaldi, quelle dove si erano accampati Pietro e Peggy.

Lui lotta per la vita dove essersi lanciato nel vuoto nello stesso punto dove lei la sera prima era caduta morendo. Qualche centinaio di metri più a sud, all’altezza di ponte Testaccio, si intravedono tra le foglie baracche rivestite di plastica. I rom che sono lì accampati, sul lato del Mattatoio, non hanno alcun ribrezzo dell’acqua. Si fanno il bagno e nemmeno guardano le chiazze marroni che scivolano sul Tevere. I bambini giocano con i secchi. C’è un tavolino vicino alla riva con piatti e bicchieri di plastica, qui non ci si nasconde. Ha tutta l’aria di un insediamento più stabile. Sotto l’arco del ponte tanti cartoni allineati, si dorme anche lì, con i piedi verso il fiume, e si vive protetti dall’acqua.


Sabato 25 Agosto 2012 - 08:31
Ultimo aggiornamento: 10:30

Ora la maledetta crisi ci rovina perfino il gusto della tazzina

Alberto Mucci - Sab, 25/08/2012 - 09:25

La crisi ormai morde senza più remore. Oltre al mercato del lavoro, all'occupazione e alle pensioni, adesso prende di mira anche uno dei simboli dei paesi dell'Europa del sud: il caffè.

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Secondo i dati pubblicati dall'International Coffee Association (ICO), un gruppo intergovernativo specializzato nel mercato del così detto «oro verde», la produzione mondiale di caffè nel periodo 2011/2012 si è fermata a soli «131 milioni di sacchi», con un calo di oltre il 2,5 per cento rispetto ai «134.4 milioni di unità» del periodo 2010/2011.

Una flessione dei volumi che a prima vista non pare eccessiva, ma che per essere del tutto compresa deve essere analizzata in termini disaggregati. Prendiamo il caso dell'Europa. Il vecchio continente importa quasi il 50 per cento della produzione mondiale di caffè. Non a caso dagli inizi dei bistrot parigini nell'ultima metà del Seicento alle esaltate apologie poetiche baudleriane la mistura nera è diventata una tradizione associata prima di tutto con i caffè europei nonostante questi siano lontanissimi dalle piantagioni ivoriane, brasiliane o etiopi dove invece la pianta è prodotta.

Ma per il sud Europa oltre al danno c'è la beffa perché se per l'Italia le importazioni di caffè sono diminuite nell'ultimo anno del 2,9 per cento e in Spagna del 6,6 percento, nella fredda e austera Germania sono invece aumentate dello 0,4 percento. Che i tedeschi abbiamo scoperto il caffè in piena crisi del debito sovrano e che gelosi abbiano deciso di scalzare paesi periferici della bevanda simbolo oltre che dall'accesso al credito? Forse. Le tradizioni però - sopratutto quelle buone - sono difficili da sradicare e c'è chi, ancora la maggior parte, non vuole assolutamente rinunciare alla quotidiana pausa caffè, a quella piccola passeggiata che dall'ufficio o dal portone di casa porta al bar più vicino, alla faccia del barista che saluta con intima cordialità, all'ordinazione del «solito» e a quell'aroma di caffè appena fatto che non smette mai di stupire.

Tutto questo però sta lentamente cambiando perché i baristi morsi dalla crisi fanno fronte al minor consumo di espresso dei loro clienti con una mistura che mischia qualità diverse di chicchi macinati. Sono infatti due i principali tipi di caffè: l'Arabica e la Robusta. Il primo è più costoso perché generalmente considerato di qualità superiore data la maggior concentrazione di oli naturali, il gusto delicato, e la minor presenza di caffeina. Il secondo è, come evocato dal nome stesso, più grezzo, meno costoso e dal sapore più acre. Non a caso nell'ultimo anno a seguito della caduta della domanda i prezzi dell'Arabica sono scesi del 30 per cento mentre quelli della Robusta sono saliti del 18. Semplificando, secondo il bon ton enogastronomico, maggiore è la concentrazione di Arabica nella mistura (meglio se 100 per cento) più questa è dolce e gradevole al palato.

Non che la qualità Robusta sia scadente, ma essendo il suo chicco più duro quando è macinato deve essere ridotto a una polverina più fine che spesso, a discapito del consumatore, arriva direttamente nella tazza di caffè avvicinando il sapore dell'espresso a quello del caffè turco. E se anche prima della crisi le misture già esistevano, l'Arabica rimaneva sempre intorno al 90 per cento del totale. Oggi invece la percentuale della Robusta supera spesso il 15 per cento. Nella famiglia delle bevande a base di caffeina esiste anche un terzo sostituto: il tè. Non è però facile immaginare di usare quei dieci minuti di pausa al bar soffiando senza sosta sulla tazzina per raffreddarla e poi buttare giù il suo contenuto in un sol colpo con il rischio di bruciarsi il palato.

Forse piace agli inglesi, ma in Italia è una moda che non ha attecchito. E l'aroma? Dove andrebbe quella parte integrante e fondamentale di ogni tazzina di caffè? Il tè con tutte le sue qualità e possibilità non può competere con il ritmo veloce e il deciso odore dell'espresso. Ieri Clooney ha fermato il suo elicottero a Massa Carrara per una breve pausa di mezz'ora. Nella cittadina toscana ha fatto il pieno e ha bevuto un caffè al bar. Se la Robusta soppiantasse del tutto l'Arabica non si fermerebbe più neanche per quello.

Un rudere da tre milioni. E dopo nove anni indagano i magistrati

Stefano Zurlo - Sab, 25/08/2012 - 07:09

Doveva ospitare una scuola, oggi è abitato dai rom. E l'amministrazione paga 39mila euro l'anno di Ici

Uno scandalo lungo nove anni. Un edificio comprato dalla Provincia di Napoli nel 2003 per 3 milioni e 245mila euro.

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Doveva essere la sede di una scuola, è un relitto abbandonato, come una nave in disarmo, frequentato solo dai rom. E l'amministrazione, beffa finale, paga anche l'Ici: 39mila euro ogni dodici mesi. Si chiama Villa Tropeano il palazzo della vergogna. Una costruzione dei primi del Novecento nella periferia difficile di Ponticelli. Nel 2003 la giunta di sinistra, guidata dal verde Dino Di Palma, decide di comprarla. In realtà il palazzo cade a pezzi, le erbacce si sono mangiate la pietra e, come se non bastasse, si viene a sapere che un quinto circa della costruzione, circa mille metri quadrati, è pure abusivo. Non importa.

La giunta è convinta che l'operazione sia un affare e già immagina la villa come un gioiello da lucidare ed esporre in vetrina. Del resto il sacro furore ha una sua ragione: la Provincia di Napoli spende cifre ingenti per pagare gli affitti dei vari edifici scolastici sparsi a Napoli e hinterland. Meglio comprare, restaurare e gestire direttamente senza dover dipendere dal canone. In realtà, le prime perizie sono un campanello d'allarme: le condizioni del palazzo sono spaventose e il primo sopralluogo si blocca davanti alle stanze inagibili e pericolanti. Chiunque si arrenderebbe, non la giunta Di Palma che insiste. E stacca l'assegno.

A questo punto il presunto gioiello si rivela per quel che è: una patacca. Anzi, una palla al piede per l'amministrazione che non sa a che santo votarsi. L'edificio scolastico, con l'idea annessa e nobile di abbattere i costi, scompare rapidamente dai radar. Nel 2009 Di Palma cambia le carte sul tavolo e immagina un futuro diverso ma suggestivo: Villa Tropeano potrebbe diventare, nientemeno, la sede prestigiosa di un «centro di sviluppo di programmi nel campo delle arti cinematografiche e musicologiche». Definizione altisonante per incartare il nulla. In ogni caso, una via d'uscita, un rimedio all'idea folle di un acquisto senza capo né coda. Ma anche questa volta non succede nulla, l'edificio è sempre più disastrato, e le foto impietose fanno pensare alle suggestioni delle rovine disegnate da Piranesi.

L'amministrazione, che intanto è costretta a pagare l'Ici, tenta la carta di uno studio di fattibilità che costa altri 170mila euro e taglia le gambe a qualunque ipotesi: per ristrutturare quello che assomiglia sempre più a un rudere ci vorrebbero 39 milioni di euro. Una cifra improponibile. Risultato? La paralisi assoluta. Villa Tropeano non vede uno studente che sia uno e nemmeno un aspirante regista ma, malinconico declino, solo famiglie di rom pronte a insediarsi fra le rovine. Nel 2011 la nuova giunta di centrodestra scopre il guaio. Sono passati otto anni e l'amministrazione ha speso più di 3 milioni e mezzo.

Altro che spending review. Un consigliere del Pd, Massimo Cilenti, va in archivio e cerca le carte dell'epoca: incredibile ma non si riesce nemmeno a sapere il nome di chi firmò a suo tempo l'emendamento per l'acquisto. Le carte finiscono in Procura e alla Corte dei conti. Tutti i progetti, in una girandola di sprechi, si scontrano con la realtà. Macerie. Solo macerie. Oggi il sogno, che in realtà non c'è mai stato, è svanito. E l'obiettivo, previo parere della sovrintendenza, è di vendere quel che non si doveva comprare. Ma sarà difficile trovare qualcuno disposto a mettere mano al portafoglio.

Che eroi i bagnini a quattro zampe: così hanno salvato 200 persone

Simonetta Caminiti - Sab, 25/08/2012 - 09:33

Ci sono centri d'addestramento in tutta Italia ma servono cani con il "fisico" da spiaggia: ventre a botte e pelo idrorepellente

Il pelo «idrorepellente», il «ventre a botte», una forza fisica di molto superiore a quella di un uomo.


Due bau watcher

A presentarli così, fanno quasi immaginare creature di un altro mondo. Gli eroi della spiaggia, anche quest'anno, hanno invece le facce, gli occhioni (e le zampe) che molti incontrano tutti i giorni a casa. «Bau-watchers», sono chiamati: i cani della Scuola Italiana Cani di Salvataggio.Più di duecento vite portate in salvo, trenta solo nell'ultimo mese e mezzo. Centocinquanta unità cinofile e dodici centri d'addestramento distribuiti in tutta Italia: un'attività di volontariato di protezione civile nata più di vent'anni fa sul lago di Iseo «per trasformare le attitudini naturali di alcune razze - come spiega il presidente della scuola, Roberto Gasbarri - in qualcosa di utile». Un'iniziativa di Ferruccio Pilenga, bergamasco, che fece del suo Terranova un eccellente cane-bagnino, fondando la scuola nel 1989. Terranova, Labrador,

Golden Retriever: razze che in Europa gareggiavano in acqua soprattutto per il loro talento nel «riporto»: il recupero repentino e atletico di un oggetto nelle acque del mare. «Il Labrador e il Terranova in particolare - dice Gasbarri - sono razze provenienti dal Canada. I marinai le impiegavano per recuperare il pesce nelle reti o gli uccelli cacciati durante il tragitto. Un Labrador in viaggio nel portabagagli della macchina, in effetti, sente l'odore del mare e piagnucola: non vede l'ora di tuffarsi». Insomma, cani che per metà appartengono all'acqua. La loro anatomia è già una patente, temprata da due anni di addestramento e dalle tipologie di intervento il cui segreto è uno solo: la complicità, la totale fiducia con chi li accompagna.L'Italia detiene la leadership mondiale nella salvaguardia delle spiagge a cura dei bagnini a quattro zampe.

Sono creature «esemplari», abituate a lavorare nel baccano assolato delle spiagge, osservate come attrattive esotiche, stravaganti, eppure di una professionalità imperturbabile. E qualche volta fondamentale. Come pochi anni fa, a nord di Civitavecchia: tre bambine tra i dieci e i tredici anni erano cadute in una buca di sabbia scavata dalla corrente e, trovandosi nell'acqua alta, rischiavano di annegare. Ma un'unità cinofila in pattugliamento su quella spiaggia ha sguinzagliato il suo bau-watcher, saldo e provvidenziale: alle maniglie del suo corpetto (l'uniforme del cane), si sono aggrappate tutte e tre le bambine, tornando salve alla terraferma. E così pure quest'estate, sette persone erano rimaste bloccate su uno scoglio a duecento metri dalla riva. La corda che le ha riportate in spiaggia, una ad una, è stata tirata da un cane-bagnino. l'ennesima sponda forte e guizzante che ha riportato la vita al suo posto, senza vacillare un istante.

«Il cane e il suo conduttore - spiega Roberto Gasbarri - intraprendono in acqua una sorta di “danza”, conoscendo e prevedendo ciascuno i movimenti dell'altro, qualunque cosa accada. E con una persona in stato di panico da salvare. La relazione è fondamentale: ecco perché l'addestramento è basato sul gioco, sulla ricompensa e sempre in funzione delle specifiche caratteristiche del cane». E i cani di salvataggio potrebbero essere quelli di tutti.Sono volontari che chiunque può iscrivere alla scuola. Cani felici, che inconsapevolmente svolgono almeno due compiti: «la salvaguardia della vita in acqua, e un messaggio di integrazione cane nella nostra società. Sono i beniamini della spiaggia - conclude Gasbarri - , riescono a mitigare la percezione dell'abbandono. Rappresentano un esempio di educazione e sicurezza».

La Cassazione: «I panni stesi? Si strizzano in casa, stop allo sgocciolio»

Il Mattino


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ROMA - Che i panni sporchi si debbano lavare in casa è risaputo. Ora però i panni si dovranno pure strizzare in casa. Lo stop allo "stillicidio" provocato dai panni sgocciolanti in condominio arriva direttamente dalla Cassazione che si è occupata di una querelle sorta dieci anni fa tra due casalinghe bresciane, una delle quali si lamentava del continuto sgocciolio del bucato sulla sua testa ogni qualvolta andava in terrazzo, e ne chiedeva pertanto lo stop. In proposito la Suprema Corte (sentenza 14547) parla chiaro, stabilendo che «per creare una servitù di stillicidi» che consente appunto di fare sgocciolare i panni sul piano di sotto, «non bastano due fili sostenuti da staffe di metallo».

La vicenda si svolge in un appartamento di Brescia. Laura S., condomina al piano di sotto, il 13 novembre 2002, porta in tribunale Laura C., proprietaria del piano superiore, intimandole di eliminare due stenditoi dalle due finestre che affacciano sul cortile interno, sui quali la condomina stendeva la biancheria bagnata che sgocciolava sul suo terrazzo. Laura C., codice civile alla mano, ha fatto presente che i due appartamenti erano stati di un solo proprietario che aveva messo gli stenditoi su quello che stava al piano superiore, creando così la "servitù di stillicidio" che le consentiva di sgocciolare i panni tranquillamente sull'appartamento di sotto. il Tribunale di Brescia aveva dato ragione a Laura C., sostenendo che il diritto le derivava dal fatto che gli stenditoi metallici erano stati posizionati «dal padre di famiglia».

Di parere opposto la Corte d'appello bresciana che, nel marzo 2006, ha dichiarato «insussistente la servitù di stillicidio sul terrazzo di Laura S.», in quanto gli stendini erano troppo rudimentali per costituire una servitù. Ordinando dunque a Laura C. di strizzare ben bene i panni in casa prima di stenderli, la Suprema Corte ha respinto il ricorso, facendo notare che «la corte d'appello ha spiegato che la semplice presenza di supporti metallici infissi dall'originario unico proprietario nel muro perimetrale, ai lati delle finestre sovrastanti, non lasciava chiaramente intendere che si volesse assoggettare l'immobile inferiore allo sgocciolamento del bucato bagnato e che Laura S., all'acquisto, non aveva ragione di ritenere che l'immobile fosse gravato di servitù di stillicidio». Condomini avvertiti.

Sabato 25 Agosto 2012 - 15:36