sabato 25 agosto 2012

Morto Neil Armstrong primo uomo sulla Luna

La Stampa


L'ex astronauta aveva 82 anni

new york

All’età di 82 anni è morto Neil Armstrong, il primo uomo che il 20 luglio del 1969 mise piede sulla Luna. A dare la notizia è stata la rete americana Nbc. Armstrong, comandante della missione Apollo 11, aveva subito un intervento chirurgico di quadrulo bypass coronarico lo scorso 7 agosto, due giorni appena dopo aver compiuto 82 anni. Il 6 un esame medico aveva rivelato la parziale occlusione nelle arterie che portano il sangue il cuore.

 

La passeggiata / L'impronta storica



L'ultima intervista: "Lassù non eravamo pronti"

Islamici, festa per il Ramadan: nuove accuse a Scola dal vice presidente dei giovani musulmani

Corriere della sera

Dopo le polemiche per la mancata lettura del testo inviato dall'arcivescovo


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MILANO - Parte da alcuni titoli di giornale: «Ignorato il messaggio di Scola», «I musulmani cestinano la lettera di Scola». E ha l'obiettivo di «fare chiarezza». Il messaggio firmato da Ahmed Abdel Aziz, vice presidente dei Giovani musulmani d'Italia, arriva dopo le polemiche per la mancata lettura del testo inviato dall'arcivescovo di Milano alla comunità islamica milanese per la festa di fine Ramadan, celebrata lo scorso 19 agosto all'Arena. La risposta ruota intorno a due nuclei.

LA POLEMICA - Il primo è organizzativo, e spiega perché il testo del cardinale Angelo Scola non sia stato letto: «In primo luogo don Giampiero Alberti, responsabile del dialogo interreligioso per la curia milanese, era stato invitato a presenziare alla cerimonia e in nessun momento aveva accennato alla volontà di trasmettere un messaggio al pubblico presente all'Arena. Non c'era stato quindi nessun accordo ufficiale in tal senso e per questo non faceva parte del programma, pertanto gli organizzatori hanno deciso di far intervenire, in rappresentanza di tutta la città, il "sindaco d'agosto" Cristina Tajani».

LA RICOSTRUZIONE - La ricostruzione prosegue quindi con la consegna della busta, durante la celebrazione, sostenendo che poi «gli organizzatori hanno velocemente valutato che il messaggio dell'arcivescovo Scola doveva essere citato con i dovuti ringraziamenti nel sermone. Purtroppo il delegato della Curia non ha atteso e si è precipitato a criticare vistosamente gli organizzatori davanti a giornalisti ed autorità con modi assolutamente incongrui a quel tipo di contesto». Nei minuti successivi padre Alberti, come ricostruito dal Corriere , è andato via dall'Arena spiegando: «Si è persa un'occasione per far venire fuori una collaborazione che procede da tanto tempo...» e ha cercato di sminuire l'accaduto: «Solo un disguido».

LE NUOVE ACCUSE - Il nuovo messaggio firmato dal vice presidente dei Giovani musulmani d'Italia va però oltre, ed entra nel merito del messaggio inviato dalla curia milanese: «Credo non sia opportuno né usuale fare gli auguri a una comunità religiosa sottolineando la necessità di isolare i violenti come è stato fatto da Scola, questo passaggio è stato percepito dai musulmani come un'accusa. I 100 mila cittadini musulmani di Milano che lavorano, studiano e si impegnano positivamente in questa società non sopportano più che la loro religione venga associata all'estremismo o alla violenza, ritengono che sia una mancanza di rispetto e a maggior ragione in un momento di festa per la propria comunità.

Negli anni passati, mai, Tettamanzi (predecessore di Scola, ndr ) aveva fatto certi accostamenti. Credo che sia il momento di aprire una fase nuova, in cui i rapporti debbano essere ripensati. Bisogna fare molta attenzione a non confondere mai il dialogo interreligioso con il dialogo tra le rappresentanze delle comunità religiose e le loro istituzioni e, in questa fattispecie soprattutto le comunità religiose devono collaborare per la garanzia dei diritti di tutti senza mai ostacolarli».

Gianni Santucci
25 agosto 2012 | 18:19

Il Veneto sfida la Sardegna nella caccia al record della famiglia più anziana del mondo

Corriere della sera

I fratelli Perenzin di Cesiomaggiore fanno 846 anni (in 10) contro gli 818 dei Melis (in 9)

La famiglia Perenzin di Cesiomaggiore (Belluno) ritratta nel 1939 (Ansa)La famiglia Perenzin di Cesiomaggiore (Belluno) ritratta nel 1939 (Ansa)


L'Italia è piena di persone anziane, si sa. Ora la novità è che sta prendendo piede una vera e propria competizione per trovare i più vecchi di tutti. Per quanto riguarda il singolo individuo esiste da tempo. Ora però cominciano anche le sfide familiari. Questa volta tocca a quella lanciata dalla famiglia Perenzin, da Cesiomaggiore, paesino della provincia di Belluno, nella quale la sorella più anziana ha 100 anni, la più giovane 72, età che sommate a quelle degli altri 8 fratelli tuttora viventi (e in buona salute) fanno la cifra record di 846 anni concentrati in una sola famiglia: quella dei fratelli Perenzin, da Cesiomaggiore, paesino della provincia di Belluno.

La grande eco suscitata dalla storia della famiglia sarda dei Melis, entrata nel Guinness World Record come la più longeva al mondo (tutti sommati hanno 818 anni), ha sollevato infatti forte curiosità in casa dei Perenzin, dove uno dei 24 nipoti, Antonio, ha deciso di prendere in mano la calcolatrice e fare due conti: 846 è più di 818 e quindi, a rigore, la più longeva al mondo potrebbe essere questa famiglia bellunese. Se non fosse che il totale mette insieme gli anni di 10 persone, non 9 com'è nel caso dei fratelli Melis da Perdasdefogu, in Ogliastra. La media dell'età fa 90,8 anni, mentre per i 10 Perenzin si arriva a 84,6.

LONGEVITA' - Disquisizioni da statistici o esperti di primati, certo. Se si cercasse però la famiglia che tutta insieme realizza l'età più alta questa è quella capitanata da Melinda Perenzin, che a maggio 2012 ha compiuto 100 anni, e chiusa da Vittoria, 72 anni, da tempo missionaria in Congo. Con loro vivono in buona salute Riccardo, 92 anni, Maria (90), Ester (88), Ilario (86), Novella (84), Irene (80), Irma (78) e Renata (76). In origine erano 13 i figli di Luigi Perenzin e Graziosa Toffolet, rispettivamente classe 1887 e 1892. Tre di loro sono nel frattempo deceduti, chi in tenera età, chi in guerra, chi, come il papà dello stesso signor Antonio, in un incidente si lavoro in Svizzera. Ai 10 fratelli - la maggior parte vive a Cesiomaggiore o in centri limitrofi, tranne tre sorelle che abitano a Milano, Verona e, appunto, in Congo - si aggiungono oggi 24 nipoti, 36

pronipoti, e 23 figli di pronipoti. «Il segreto di tanta longevità? Una vita e cibi sani - risponde Antonio -, i miei zii erano tutti contadini e mangiavano quello che producevano, aria buona e un po' di fortuna per la salute. Nessun segreto particolare». Ora però la famiglia bellunese è tentata dall'idea di entrare a sua volta nel Guinness. «Con i miei cugini - prosegue Antonio - ci stiamo pensando, proveremo a capire cosa bisogna fare per chiedere l'attestato del Guinness World Record». Ma nessuna rivalità con la famiglia centenaria sarda. Anzi, con loro, scherzano i Perenzin, «si potrebbe fare un bel gemellaggio».

Redazione Online25 agosto 2012 | 16:12

Fini, il sub pavone: "Ho scoperto un'ancora"

Libero

Su "Gente" le foto della sua nuova impresa: così il leader Fli cerca di tornare a galla dopo lo scandalo della scorta

di Andrea Scaglia


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Epico Fini, subacqueo provetto e temerario, che s’immerge negli abissi grossetani per riconsegnare all’umanità l’antica àncora d’un galeone colà affondato tre secoli or sono. Dice: ma cos’è, il solito sarcasmo da due cent rivolto contro il presidente della Camera? Macché, non fate i permalosi: l’impresa è vera, la racconta lui stesso al settimanale Gente, e sembra di leggere il Verne di Capitano Nemo.

«Mi trovavo a 40 metri di profondità, intento a rimuovere una rete da pesca incagliata negli scogli [rumore di bolle e respiratori e squali che s’aggirano minacciosi, ndr]. E l’ho vista: un’àncora antica di grandi dimensioni, probabilmente appartenente a un galeone affondato nel 1700». Che perizia! E che occhio archeologico! Ma non è tutto. Così prosegue: «L’àncora è stata misurata, recuperata e, dopo il restauro, verrà consegnata al Comune di Monte Argentario per essere esposta nella piazzetta della Guardia Costiera».

Gesto nobile ancorché dovuto, e comunque sempre rivolto alla collettività come si conviene a un uomo delle istituzioni. Tra l’altro, così ci si potrà finalmente dimenticare di quell’altro pasticcio sottomarino, risalente a quattro anni fa, quando - senz’averne contezza, s’intende - lo stesso Fini s’immerse in un’area a protezione integrale del parco nazionale dell’arcipelago toscano, ricevendone pubblici cazziatoni e private contravvenzioni - e per la verità lui educatamente si scusò, «è stata una colpevole leggerezza». Basta, storia passata, finalmente questa del galeone la cancella del tutto. (E se qualcuno avanza delle perplessità sull’episodio, come riferito in queste stesse pagine, non se ne curi il subcomandante di Fli, poiché è nell’ordine delle cose: dicono che l’ambiente dei sub, in quanto a invidie, sia quasi peggio di Montecitorio).

Al di là della facile ironia,  si potrebbe poi ipotizzare che questo servizio pubblicato su uno dei più diffusi rotocalchi rientri anche in una strategia di comunicazione, per rilanciare l’immagine finiana invero non più scintillante come un tempo, ed ecco, anche questo ci sta. Mica è l’unico, figuriamoci: da Arcore, per dire, di patinati resoconti familiari ne confezionavano a cadenza pressoché regolare (e non si può dire abbiano portato benissimo), e alla storia passò il Di Pietro alla guida d’un trattore che manco Mussolini. La verità è che quasi non c’è leader di partito o ufficio stampa - a destra come a sinistra - che non si sia mai lisciato il profilo in favor di rotocalco. (Mica solo in Italia.

Nel senso:  il Fini in immersione che recupera l’àncora settecentesca tanto ricorda il Putin che, un anno fa, se ne uscì trionfante dal Mar Nero con due anfore a suo dire dell’antica Grecia, e però il web smascherò la bufala: i vasi sembravano appena usciti dall’Autogrill, e in quel punto la profondità è di circa due metri...). Resta  il fatto che, per Fini - e in vista delle imminenti elezioni - un rilancio d’immagine in questo scorcio di fine ferie è forse particolarmente importante. Per via delle non esaltanti percentuali di cui è accreditata Futuro e Libertà, e anche dopo la feroce polemica seguita alla denuncia di Libero, quella sulla sua scorta ospitata in albergo balneare per mesi anche in assenza del protetto e in attesa del suo possibile arrivo, il tutto a spesa pubblica.

Proprio su questa vicenda è in qualche modo tornato proprio Fini, sempre nelle dichiarazioni rilasciate a Gente. «Il ministro Cancellieri ha preannunciato la volontà di rivedere tutte le regole relative alla sicurezza, scorte comprese. Sono certo che lo farà, e avrà il mio pieno consenso». E poi, stavolta in senso più precisamente politico: «Il mio candidato premier? Mi piacerebbe se per la prima volta a Palazzo Chigi ci fosse una donna». Per poi prefigurare  la collocazione di Fli: «Futuro e Libertà contribuirà a rendere possibile un’alternativa di governo liberale riformatrice e democratica rispetto al tradizionale confronto tra Berlusconi e Lega da una parte e Bersani e Vendola dall’altra». Ecco, così sì che è più chiaro.


P.S.  Ad articolo ormai concluso, passa il collega maniaco di aforismi e ci allunga questo di Coelho: «Ciò che fa annegare non è l’immersione, ma rimanere sott’acqua». La corsa verso le elezioni è cominciata, c’è necessità di tornare a galla. Qui ci vogliono due bombole così.

La titolare esasperata: Vallanzasca licenziato

Corriere della sera

Interrotto il rapporto di lavoro. Avvisato il carcere di Bollate via fax


Renato VallanzascaRenato Vallanzasca


La polemica che ha investito la Bergamasca per la vicenda Vallanzasca forse si avvia all'epilogo. L'ex bandito, che si trova in regime di semilibertà, da qualche settimana aveva trovato lavoro in un negozio di abbigliamento a Sarnico scatenando la reazione di istituzioni, famigliari delle vittime e della gente comune.

 L'ultimo giorno di lavoro per Vallanzasca L'ultimo giorno di lavoro per Vallanzasca L'ultimo giorno di lavoro per Vallanzasca L'ultimo giorno di lavoro per Vallanzasca L'ultimo giorno di lavoro per Vallanzasca

Ora la titolare del negozio dove per giorni Vallanzasca ha piegato camice e consigliato clienti, Maria Fiore Testa, ha deciso di allontanare il suo commesso. Testa, stanca ed esasperata dell'assedio mediatico (che starebbe creando anche problemi economici), ha deciso di mandare una comunicazione via fax al carcere di Bollate, da dove ogni mattina il bel Renè è partito per la volta del Sebino: licenzio Vallanzasca con effetto immediato visto che si trovava qui con un contratto di prova.

Redazione Online25 agosto 2012 | 9:58

Smarrisce il cane, multata per i volantini

Oscar Grazioli - Sab, 25/08/2012 - 07:46

Lei si chiama Daniela Belloni e ha commesso un gravissimo reato. Avendo smarrito la propria cagnolina, la donna ha affisso dei volantini per cercare Tina, questo il nome del cane arrivato da poco tempo a Milano in adozione. Tina è scappata in zona Stazione Centrale il 13 maggio scorso, ed è stata avvistata da una pattuglia di carabinieri mentre correva senza meta.Daniela, grazie a un appello fatto girare su Internet, costituisce un gruppo di ricerca che coinvolge all'incirca 600 persone, più alcune associazioni animaliste della città. Purtroppo, fino a oggi, Tina continua a vagare per Milano correndo tra stazioni ferroviarie, strade centralissime, viadotti, piazze e mercati e costituendo un pericolo non solo per se stessa ma anche per automobilisti, motociclisti e mezzi ferroviari.

Il servizio accalappiacani dell'Asl, in questo caso, è di scarsa o nulla utilità, dato che il suo intervento è limitato ai soli casi in cui il cane sia ben localizzato e bene in vista.Così, assieme a una ventina di collaboratori stretti Daniela pensa di fare stampare dei robusti volantini che decine di milanesi volontari, privati e commercianti, espongono in punti di buona visibiltà. Del cagnolino ancora nessuna traccia, ma in compenso Daniela e i suoi compagni ricevono delle chiamate da parte di alcune Guardie ecologiche volontarie che gli intimano di rimuovere i volantini entro termini perentori, precisando che verranno erogate multe per importi di entità che la donna ritiene abnorme.Daniela a questo punto scrive una lettera al sindaco Giuliano Pisapia.

«Sono consapevole del fatto che una simile iniziativa, di portata tanto vasta quanto capillare, assolutamente atipica ma evidentemente indispensabile in occasione di un'emergenza altrettanto atipica, non abbia precedenti - mette nero su bianco la donna nell'accorato appello al primo cittadino -, ma voglio appunto sottolineare l'atipicità del caso: non si sta infatti parlando di un qualsiasi cane smarrito, che di norma può essere facilmente recuperato entro breve dagli stessi proprietari o dal servizio di accalappiacani, ma di una cagnolina fobica e dal comportamento imprevedibile, che da molte settimane attraversa la città tagliando inopinatamente il traffico con gli impliciti rischi più sopra evidenziati».

E ancora, «ritengo di conseguenza che, in situazione di reale emergenza come quella descritta, le Guardie Ecologiche dovrebbero non solo evitare di ostacolare ricerche ed avvistamenti, ma al contrario promuovere la diffusione dell'annuncio eventualmente cooperando con noi per la risoluzione di un problema che in definitiva non sarebbe estraneo alle loro competenze. Certa della Sua comprensione, Daniela Belloni».Fa bene Daniela a essere certa della comprensione del sindaco perché, pochi giorni dopo riceve una lettera da parte del Servizio tutela animali, nella quale si dice che, nonostante l'affissione dei volantini vada contro il regolamento comunale, visto il caso particolare non verranno comminate sanzioni. E invece non fa bene Daniela a essere certa della comprensione del sindaco, perché, pochi giorni fa, arrivano le sanzioni dalla polizia municipale per mano delle Guardie ecologiche. E non una, ma ben quattro, per violazione del regolamento per il decoro urbano e affissione di manifesto pubblicitario abusivo. La cifra è di 457,70 euro moltiplicata per quattro volantini, totale circa 2mila euro. Ma siamo matti?

Scomparsi i partiti, le sedi no: un buco nelle casse dell’Ater


I locali sono ancora dati in affitto sulla base di contratti vecchissimi. Dal Pci all’Msi, canoni non pagati per migliaia di euro

di Claudio Marincola




ROMA - La sezione si prende, l’affitto non si paga. La regola è questa, almeno a giudicare dal contenzioso a sei zeri che è in piedi tra l’ex Istituto autonomo case popolari oggi Ater e i partiti vecchi e nuovi. Canoniche sommandosi l’uno all’altro, mese dopo mese, ammontano a diverse centinaia di migliaia di euro. Sedi periferiche, sedi storiche, locali che hanno visto unioni e scissioni, che hanno segnato la politica romana e non solo romana e ora sono a rischio sfratto.
 
Chiedere i voti agli elettori, promettere legalità e trasparenza ma non pagare l’affitto. Volendo si potrebbe aggiungere anche questo. Non a caso le morosità risalgono ai tempi di Tangentopoli. Nel fuggi fuggi generale alcuni segretari di sezione pensarono bene di tenersi le chiavi delle sezioni. Dimenticandosi un piccolo particolare: pagare l’affitto. In passato l’Ater ha provato molto blandamente a dire il vero a riscuotere i sospesi ma tutte le volte l’azienda di lungotevere Tor di Nona è stato costretta a una precipitosa ritirata. Nel migliore dei casi la pratica è stata messa da parte. Come si fa del resto a mettersi contro i partiti se sono loro a nominare i membri del cda?

I contratti di locazione sono pezzi di antiquario. Da conservare per una storia moderna dei partiti politici. Le sezioni sono sopravvissute alla loro morte politica. Il Pci in questa classifica di fantasmi che spuntano dal passato fa la parte del leone: ha accumulato 50 mila euro di affitti non pagati per i locali di via Scarpanto 45, al Tufello; altri 81 mila per via Monte Favino, 101 mila per via Capraia 72 e 45 mila per la Casa del Giovane di Percoto, occupata ora dalla Cgil che nel marzo di quest’anno ha chiesto la prescrizione. Via la falce e martello, via la Quercia, via anche l’Ulivo sono rimasti solo i debiti. Per la sezione di via Annibale Calzoni, 9 ad aprile scorso è partita la diffida diretta all’attuale detentore del locale (Pd) con allegata una bolletta da 67.923 euro.

Ma c’è anche la destra. A Corviale, ad esempio, al terzo lotto, quarto piano è sopravvissuta Alleanza nazionale. «Si sbaglia ora siamo diventati un circolo del Pdl», chiarisce Ida D’Orazi, consigliere municipale del XV municipio il cui nome compare sulla targa della sezione. E lo striscione di An? «Lo abbiamo mantenuto per pigrizia ma se vuol dire che fa parte della nostra storia politica allora è vero. Abbiamo 5 locali ma in uno ci vive una famiglia che era in difficoltà. Che cosa dovevamo fare lasciarli a dormire in macchina? «Lei pensi - continua la D’Orazi che quando sono venuti Berlusconi e Alemanno per firmare il Patto su Roma li abbiamo dovuti far alzare marito e moglie dal letto matrimoniale. In quell’occasione sia il sindaco che l’ex premier promisero alla famiglia un interessamento».

Come è finita? «La politica, che vuole, a volte dimentica. Ma non è vero che dobbiamo pagare 100 mila euro di arretrati. Sono molto meno, nel ’98 Gianfranco Fini venne e staccò un assegno di 25 milioni di vecchie lire. Dove sono finiti?». Il finanziamento non dovrebbe bastare. «Sono d’accordo, ma noi paghiamo 700 euro al mese e nessuno dei nostri 148 iscritti è tenuto a versare una lira. Facciamo volontariato, abbiamo uno sportello sociale, un servizio gratuito per il quartiere». Nel Pd non se la passano meglio. A Corviale sono ospiti del Comitato inquilini in attesa che si liberi la vecchia sezione, prima bruciata, poi occupata. «L’affitto lo paghiamo ma i soldi ce li teniamo da parte finché non ci ridanno i vecchi locali», spiega un tesserato che intende avvalersi dell’anonimato.
 
La Dc non c’è più. In compenso per l’ex sede del vecchio Comitato romano in via dei Somaschi lo scudo crociato deve pagare ancora più di 126 mila euro. Il Psi ne deve all’Ater 76 mila per la sezione di via Corinaldo: scaduto il contratto nel lontano 1994 partì l’azione legale. Risultato: tutto fermo. Contro i partiti anche la Procura si prende il suo tempo. E che dire dei 12 mila euro che l’Msi dovrebbe pagare per la storica sezione di via Domenico Svampa 24 abbandonata nel 1978 e ripetutamente occupata? All’appello non manca nessuno. Tra i debitori spunta anche un «Psi-Psdi unificati», 35 mila euro per la sede di via Valle Aurelia, 81. E c’è anche il Pri di Ugo La Malfa, 12 mila euro per l’affitto di via Turba 38.

«Alla Garbatella noi ex di Forza Italia da anni chiediamo una sede si lamenta Fiorella Coretta, rappresentante del Lotto 57 e non ce la vogliono dare. Usiamo la cantina di un inquilino in via Ansaldo. Eppure, un locale a un partito o a un’associazione di sinistra qui non si nega a nessuno». E l’Ater? «Mi sembra chiaro che debbano essere riviste le procedure chiede il presidente Bruno Prestagiovanni è corretto il principio di agevolare le associazioni e i partiti ma è necessario anche una normativa che ci consenta di recuperare il bene. C’è poi da dire che i tempi della giustizia certamente non ci aiutano: in procura ci sono cause pendenti che risalgono al 1994 che chissà quando si risolveranno».


Venerdì 24 Agosto 2012 - 09:52
Ultimo aggiornamento: 18:08

Si rompe il pacco, scoperte mille tartarughine pericolose

Il Giorno

Il corriere ha rinvenuto 1.187 esemplari "a orecchie gialle", che possono essere importate in Lombardia solo a numero chiuso perché posso alterare l'ecosistema locale
Pregnana Milanese, 24 agosto 2012


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Dopo un viaggio senza acqua né cibo, sigillate in scatolette plastica, dagli Stati Uniti a Milano, per 1.150 tartarughine il calvario non è finito: ora rischiano di essere soppresse perché la loro razza rientra nella lista nera degli animali che non possono essere importati in Lombardia. L'ultima parola spetta ai magistrati: dovranno decidere sul futuro dei carapaci e capire come sono finiti in un pacco postale arrivato dopo uno scalo a Roma al magazzino di via Rovedi a Pregnana Milanese.

Qua le tartarughine d'acqua dolce, appartenenti alla razza Trachemys scripta scripta , sono state scoperte da un corriere. L'uomo stava maneggiando il pacco, destinato a un negozio di animali, quando la scatola gli è sfuggita dalle mani, è caduta a terra e ha rivelato il suo contenuto: 1.187 tartarughe, di cui 37 morte durante la traversata transoceanica. Le bestiole erano in pessime condizioni: sul pacco non era segnalato che all'interno fossero trasportati animali e non c'erano acqua e cibo per sfamarli. Il corriere ha avvisato la polizia locale, che a sua volta ha allertato il pubblico ministero di turno a Milano, Paola Biondillo.

Il pm ha disposto il sequestro degli oltre mille carapaci, che sono stati affidati temporaneamente ai veterinari dell'Oasi Wwf Bosco di Vanzago. I "clandestini" sono stati destinati al Centro recupero animali selvatici, una sorta di pronto soccorso che somministra cure ad animali in difficoltà o feriti, che una volta ristabiliti possono essere liberati nel loro habitat naturale.

Ma per le tartarurighe americane si pone un problema: appartengono infatti a una razza la cui importazione in Lombardia è a numero chiuso, poiché potrebbe alterare l'ecosistema naturale. Il testo di riferimento è la legge regionale "Disposizioni per la tutela e la conservazione della piccola fauna, della importazione e della vegetazione spontanea" del 2008 e prevede una lista nera delle specie alloctone (ovvere estranee a un dato habitat, ndr) oggetto di contenimento ed eradicazione.

In base a queste disposizioni i magistrati potrebbero chiedere la soppressione degli animali e non procedere all'adozione, ma fino alla conclusione degli accertamenti il giudizio è sospeso. Bisogna stabilire l'effettiva "pericolosità" delle bestiole: il Wwf ad esempio osserva che si tratterebbe di esemplari "a orecchie gialle", meno infestanti delle cugine "a guance rosse", le Trachemys scripta elegans, con cui spesso sono confusi.Nel frattempo è scattata una denuncia per maltrattamenti al proprietario del negozio di animali a cui erano destinate le tartarughe.

L'uomo è iscritto al registro degli indagati e rischia un'imputazione per importazione illegale una volta che la Forestale, coinvolta nell'inchiesta, avrà concluso gli accertamenti. Il commerciante ha spiegato di non aver dotato il pacco di vaschette dell'acqua perché la confezione sarebbe risultata più pesante e la spedizione gli sarebbe costata troppo. La polizia locale sta procedendo con le indagini per stabilire il percorso compiuto dai carapaci introdotti illegalmente, per identificare eventuali complici del negoziante e per impedire che il reato sia reiterato. Il pm Francesco Cajani oggi ha chiesto e ottenuto dal giudice per le indagini preliminari Anna Maria Zamagni la convalida del sequestro preventivo degli animali.

Ecco l'Hovercraft a levitazione le auto ora spiccano il volo

Il Mattino

SAN FRANCISCO - Potrebbe essere il futuro per ridurre lo smog e soprattutto per decongestionare il traffico. L'ultima creatura della Aerofex è un Hovercraft monoposto a levitazione. Ricorda molto le navicelle di «Star Wars». Si tratta di un mezzo complesso metà moto metà auto che nel video girato in un deserto mostra le grandi potenzialità del mezzo. E' in fase di sperimentazione e prima che possa essere messo in commercio ci vorranno diversi anni. L'Hovercraft non è dotato di sterzo e il movimento è determinato dall'nclinazione del corpo del pilota.

Ma serve ancora il pavè?

MdM - Ven, 24/08/2012 - 07:35


Anno nuovo strade vecchie. Passano le estati, si alternano giunte e assessori ma uno dei mali endemici della viabilità meneghina resta tale e quale. Parliamo del pavè, lo storico lastricato che ricopre a macchia di leopardo chilometri di vie cittadine e che, malgrado i periodici (ma scarsi) tentativi di manutenzione, ad ogni anno appare sempre più malconcio. Il reportage fotografico è eloquente di un degrado che è abitualmente sotto gli occhi dei passanti ma, soprattutto, sotto le ruote di ciclisti e centauri.

Lastroni sollevati come fauci di coccodrillo, fughe spalancate che assomigliano a voragini pronte a ghermire ruote e caviglie, rappezzamenti che fanno debordare il bitume costituendo ulteriori inciampi e poi ibridi stradali simili a patchwork che intrecciano asfalto, pezzi di granito e rotaie morte. Ciò è come appare l'amato suolo cittadino, dal centro storico fino ad oltre la cerchia dei navigli senza, o quasi, soluzione di continuità.

Un degrado che pare ormai sempre meno gestibile anche per ragioni di costi, e diventa più minaccioso ad ogni rovesciamento climatico trasformando molte strade - anche le più blasonate - in percorsi accidentati degni di una mulattiera di montagna. Oggi come oggi, a voler metterci mano, non si saprebbe da che strada cominciare tanto che da più parti, ormai da tempo, si levano gli inviti a soluzioni drastiche. Eppure una triste classifica è possibile farla almeno a grandi linee, basta percorrere - come il nostro fotografo - le principali vie che si diramano dal Duomo.

A cominciare da via Torino che, per due chilometri fino a Porta Genova, rende il transito quasi impraticabile a scooter e biciclette, la maggioranza delle quali opta per gli illegittimi ma meno rischiosi marciapiedi. Ma si tratta di una situazione quasi idilliaca rispetto ad altri tratti. Prendiamo ad esempio i 750 metri che, sempre partendo da centro, congiungono via Broletto a via Cusani, cioè l'unica via possibile per chi volesse raggiungere il Castello senza inforcare la pedonale via Dante.

Qui il pavè è perennemente sconnesso, aggravato dalle rotaie del tram che lasciano ai cicli pochissimo spazio dal marciapiede. La situazione certo non migliora se, partendo da via Mazzini, si vuol percorrere la via fino a piazza Missori che si biforca tra corso di Porta Romana e Corso Italia, per due chilometri fino a piazza medaglie d'oro, fra pezzi di granito irregolari e aggrovigliate intersezioni di rotaie. Ben peggiore, se possibile, è il “camel trophy” che si affronta nel chilometro e mezzo che unisce piazza Cordusio a piazzale Baracca

passando da via Meravigli e corso Magenta, un percorso irto di insidie con punti in cui le mattonelle si sollevano in modo quasi criminoso: all'incirca come avviene nel tratto che collega ancora Cordusio con piazza Scala passando da via Tommaso Grossi. Ciclisti e scooter sono costretti a slalom tra sobbalzi appena mitigati dai pezzi asfaltati che si intersecano qua e là.

Ma il fondo, in assoluto, è quello che si tocca sul lastricato che, sempre nel cuore della città, ricopre il percorso tra via Monte di Pietà e via dell'Orso: 550 metri letteralmente impraticabili a causa dei solchi del pavè allargatisi, nel corso degli anni, soprattutto lungo gli inutilizzati binari del tram. La manutenzione? Di tanto in tanto sporadici interventi estivi e, a mali estremi, vigili piantonati a salvaguardia di morti annunciate. Fino a quando?

Basta con i detenuti ospitati dalle coop» Monte San Giovanni, cittadini in rivolta

Il Messaggero

Gli abitanti del paese minacciano di marciare su Rieti. Petizione firmata da quasi quattrocento persone


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RIETI - A Monte San Giovanni, paese di 770 abitanti in provincia di Rieti e teatro di uno dei più sanguinosi eccidi nazisti durante la seconda guerra mondiale, a centinaia sono pronti a marciare su Rieti.Motivo della protesta è la presenza di detenuti, tossicodipendenti, rifugiati politici e soggetti disagiati ospitati in cooperative (alcune costituite per l'occasione) che stanno causando problemi di convivenza con la popolazione locale dando vita ad espisodi che hanno costretto i carabinieri a intervenire più volte.


Dopo una petizione firmata da quasi quattrocento persone e inviata alle autorità provinciali, adesso è in preparazione una forma di protesta più clamorosa: i residenti vogliono marciare su Rieti, per denunciare pubblicamente quanto sta accadendo nel loro paese. «Ormai siamo decisi - dicono al comitato composto dai circa cinquecento firmatari della protesta con la quale si contesta la presenza di elementi accusati di turbare la vocazione turistica del territorio - marceremo per farci sentire, visto che alle nostre lettere ci sono state offerte risposte evasive e incomplete dal sindaco Avicenna e dalle autorità. Non siamo assolutamente contro politiche di recupero di soggetti svantaggiati, condividiamo il progetto voluto dal governo, ma chiediamo che non siano coinvolti paesi come il nostro che solo grazie a un pò di turismo riescono a soppravvivere e a coltivare qualche speranza di rilancio».

Il dubbio del comitato è che lo spirito umanitario e assistenziale sia, in realtà, il modo per pochi di guadagnare grosse cifre. «Non si spiega altrimenti la nascita di numerose cooperative, alcune ancora in attesa di autorizzazione, il cui numero e componenti sono incerti» è la tesi sostenuta. Come pure non sembra aver trovato risposta la richiesta avanzata dai firmatari della petizione al sindaco perché controlli l'attività di certe società. «Quali reali interessi nascondono certe iniziative?» chiedono, con insistenza, i componenti più impegnati del comitato. Ma il tempo delle domande sembra terminato, a Monte San Giovanni la parola d'ordine è ormai una, quella di marciare su Rieti. E fare chiarezza sull'operazione salva disagiati.


Venerdì 24 Agosto 2012 - 11:48
Ultimo aggiornamento: 13:03

L'incapacità sul lavoro può essere rinfacciata

La Stampa


E' possibile rinfacciare la scarsa capacità del lavoratore, però le critiche, anche aspre, vanno fatte con stile, senza «screditare la persona». Lo afferma la Cassazione (sentenza 32987/12) che ha annullato «perchè il fatto non sussiste» una multa di 600 euro per ingiuria inflitta ad un avvocato per avere inviato una serie di fax al suo corrispondente nel foro abruzzese nei quali lamentava l’incapacità professionale del collega, preannunciandone il licenziamento. L'imputato, l'8 gennaio 2002 scrisse: «formulo la presente al fine di segnalarvi la stravagante circostanza che ci è pervenuta una vostra raccomandata quale busta vuota senza lettera di sorta....». Un mese dopo, altro fax: «riscontro il suo stravagante fac-simile con il quale, oltre a bizzarre considerazioni del tutto incomprensibili al sottoscritto...trasecolando...con il presente a valere quale formale diffida e messa in mora...procederò nei suoi confronti». Qualche giorno dopo, l’ultimo telegramma per l’ormai ex collaboratore: «certo che si tratti di banale ignoranza dei propri doveri professionali, le preannuncio azione disciplinare».

Il complesso delle accuse aveva portato ad una condanna per ingiuria visto che i giudici dei due gradi di giudizio precedenti avevano ravvisato negli scritti «locuzioni ingiuriose» e «offensive». Per la Cassazione, invece, «la critica dell’avvocato per sfiducia e disistima nei confronti del collega è da considerare come espressa in maniera formalmente proporzionata, senza uso di argumentum ad hominem, inteso a screditarlo generalmente». Secondo la Suprema Corte, il termine "banale" «qualifica l’ignoranza attribuita al querelante per non conoscere la norma che consente agli avvocati di depositare atto presso la segreteria dell’Ordine di quei professionisti, norma sulla cui vigenza nessuna valida contestazione risulta effettuata.. Le affermazioni critiche sulla capacità professionale del querelante hanno compessivamente una causa legittimante la rimozione dell’antigiuridicità della condotta ingiuriosa in quanto rientrano nel corretto esercizio del diritto di dare giustificazione all’interruzione del rapporto fiduciario con il collega».

Il candidato ideale di Fini: comunista e omosessuale

Libero

Il leader di Fli ha in mente di sostenere la candidatura di Rosario Crocetta alle elezioni regionali siciliane


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Pochi anni fa Gianfranco Fini non avrebbe permesso a Rosario Crocetta neppure di fare il maestro elementare, in quanto omosessuale. Adesso invece ha in mente di sostenere la sua candidatura alla presidenza della Regione Siciliana.  E così - tramite salto triplo con doppio avvitamento e capriola finale - la metamorfosi è definitivamente completata. L’ex camerata schierato al fianco di un gay dichiarato (fin qui niente di male) e per giunta comunista. Uno che è stato iscritto al Pci, poi a Rifondazione, quindi ai Comunisti italiani per poi diventare europarlamentare del Partito democratico.  Uno che ha firmato articoli per il Manifesto, l’Unità e Liberazione, certo non per il Secolo d’Italia.

Firmate per far nascere camorraland» sdegno e rabbia per l'ultima follia web

Il Mattino


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NAPOLI - Il mondo della rete è in subbuglio. Da questa mattina è online un video pubblicato su Youtube (del quale deliberatamente non forniamo il link) nel quale viene proposta la creazione di una città ai margini di Napoli da chiamare camorraland . La proposta viene dai creatori di un sito nel quale, con termini da trivio, sono raccontati gli eventi dell'hinterland napoletano. Il video è la rappresentazione grafica di un documento programmatico in cui si propone l'accorpamento di due centri ai margini di Napoli per favorire la nascita di un nuovo centro urbano da dedicare alla camorra. Sdegno e rabbia da parte degli utenti e dei blogger. In molti chiedono l'intervento delle istituzioni e delle forze dell'ordine per fermare la diffusione del video.

Venerdì 24 Agosto 2012 - 12:59    Ultimo aggiornamento: 13:21


Pubblicato in data 23/ago/2012 da TheQuartomondo

Finto malato tradito dal web: "Belle ferie"

Luciano Gulli - Ven, 24/08/2012 - 07:17

Si fa dare quindici giorni di malattia e va al mare. Poi se ne vanta su Facebook: "Belle ferie". Beccato e licenziato


Un giovane fesso si aggira per la Brianza. Ce ne sono altri, non è questo il punto. Ma il fesso in questione è fesso da due a tre volte in un colpo solo, il che non è da tutti.

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Sembra un truffatore, a prima vista. È invece uno di quei fessi aggravati da prismatica dabbenaggine, per non dire da spaventosa coglioneria. Uno di quelli che a Catania e dintorni sono detti «fessi col giumbo», ovvero dotato di pennacchio a colori, come i cavalli dei carretti siciliani, e dunque riconoscibili a distanza. Un fesso col giumbo. Irredimibile.Il nome non c'è, ma non è che importi poi molto, trattandosi di fesso paradigmatico, ovvero di tipico italiano ancora convinto che essere furbo significhi anche essere smart, come dicono ora i giovani, e pensano perciò di essere molto ganzi, mentre invece sono platealmente, pateticamente fuori moda. Uno di quei truffatorelli che pensando di gabbare solo il proprio datore di lavoro, gabba lo Stato, la collettività e infine se stesso.

Ed ecco la storia. C'è questo tipo, un apprendista ventenne che dovrebbe baciarsi i gomiti per essere stato ingaggiato da un'azienda che a sua volta si bacia i gomiti perché ha lavoro anche ad agosto, il quale chiede tre settimane di ferie. Tre settimane! Ad agosto! Un apprendista!L'azienda traccheggia, c'è una commessa da rispettare, delle scadenze. Tre settimane di ferie sembrano un'enormità: delle tre richieste, gliene concedono due. Il resto è proprio come pensate. Il tipo va dal medico, e quest'ultimo, invece di mollargli un cazzotto sul naso o un ancorchè simbolico calcio nel sedere gli molla un simpatico certificato. Che ci vuole? Uno svolazzo ed ecco fatto: due settimane di malattia.

Il giovane impugna la preziosa carta e la inoltra non senza sagacia e tempismo all'azienda 15 giorni prima che scattino le ferie concordate. Totale: un mese di vacanza.Fin qui siamo di fronte a un truffatorello classico, uno di quelli che tutti i giorni butta il suo piccolo dado nel già sgangherato sistema-Paese del Belpaese. Ma essendo il nostro un fesso complesso, a più facce, come detto, lui se ne vanta su Facebook. Stravaccato sotto un ombrellone, succhiando il suo mojito mentre Michel Telò canta «Bara bara bere bere», e a seguire «Ah se eu te pego», il mitico fesso brianzolo si prende il lusso di sfottere anche l'azienda via internet vantandosene con gli amici e i colleghi.

Purtroppo per lui, in Brianza c'è un altro tipo che non ha alcuna voglia di farsi prendere in giro, e dopo avere spedito a casa del fesso due visite fiscali, anticamera di due siluri licenziativi a quota periscopio, spiattella la storia alla Provincia di Como, che la stampa, e poi gli altri giornali la rilanciano, e il fesso è fritto tre volte. Di quest'ultimo tipo il nome l'abbiamo. Trattasi di Marco Clerici, amministratore delegato del gruppo «Clerici auto» (120 dipendenti, 20 dei quali apprendisti) sparpagliati nelle sedi di Tavernerio, Mariano Comense, Lurate, Olgiate Comasco, Saronno e Varese.

Tipo singolare, questo Clerici. Poteva tenersela per sé, questa storia, licenziare il citrullo (per educarne cento) e tanti saluti. Invece no. Perché l'aspetto che più lo ha fatto incazzare, stavamo per scrivere, è un altro. È, per dirla con le sue parole, «l'aspetto collusivo» della faccenda. Cioè la faccia tosta di certi medici compiacenti dalla ricetta facile, associati in un delinquere quotidiano che sembra di piccolo cabotaggio, disonesti per ignavia e privi di decoro e di attributi.Una storia, dice Clerici, in cui perdono tutti. «Perde il medico irresponsabile, la cui leggerezza si ripercuote sulle imprese prima e sulla formazione del ragazzo poi. E perde anche il ragazzo, che lascia passare il tempo mettendo a repentaglio la possibilità di imparare un mestiere e di definire se stesso anche attraverso un lavoro». È tutto. Non c'è altro da aggiungere.

Milanese «prigioniera» in Arabia: il «Giornale» mi aiuti a rimpatriare

Fausto Biloslavo - Ven, 24/08/2012 - 09:12

«Prigioniera» in Arabia Saudita non è il titolo di un film, ma la storia di Chiara Invernizzi, milanese di 40 anni, che si è sposata il rampollo di un'agiata famiglia del posto.

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«In Europa, quando l'ho conosciuto era amabile, un'altra persona - racconta l'italiana bloccata a Jedda -. In Arabia Saudita, però, la donna è sottomessa in nome dell'Islam. La vita assieme alla fine è diventata un incubo. Quando voleva insultarmi mi chiamava in maniera dispregiativa "cristiana". Mi ha ripudiata, secondo la tradizione islamica, ma non mi lascia partire per tornare a casa». Nel regno saudita il tutore legale della consorte, anche se occidentale, è il marito, che trattiene il passaporto della moglie e deve dare il benestare per il visto di uscita dal paese. Chiara è «prigioniera» nel Paese arabo da marzo assieme al padre. Il marito rivendica la restituzione di una grossa somma che aveva depositato alla moglie. Chiara Invernizzi vive da 5 anni in Arabia Saudita e da tre era sposata con il vicepresidente della grande società di una famiglia importante a Jedda, che distribuisce anche prodotti occidentali.

«Mia figlia non era più se stessa. Tutta questa vicenda ruota attorno alle loro usanze e all'interpretazione dell'Islam. Una si sposa e deve cancellare gli amici maschi da Facebook, pure quello conosciuto alle medie quando aveva 13 anni» racconta Giovanna Lani. La madre è riuscita a tornare ad Alessandria grazie all'intervento del consolato italiano di Jedda. Il papà, di 72 anni, fa da autista a Chiara perchè una donna non può guidare. Il velo sul capo, se non la tunica nera, che copre tutto il corpo, è d'obbligo per le strade di Jedda, anche se sei italiana.

La sposa milanese bloccata in Arabia Saudita ha inviato al Giornale un memoriale per raccontare la sua storia di sottomissione e violenza. «Non mi sono mai sentita a casa mia, in quella grande casa dove non potevo neanche disporre i mobili secondo il mio gusto» scrive Chiara, che forse avrebbe dovuto pensarci bene prima di sposare un saudita. Il rapporto scoppia e lo scorso ottobre il marito la ripudia. In marzo Chiara e il padre vogliono tornare in Italia. «Come al solito abbiamo dato i nostri passaporti al mio ex-marito per l'obbligatorio visto d'uscita - scrive la milanese -. Ogni straniero dipende da uno sponsor, che può essere solo saudita e ha il diritto di impedirti di lasciare il Paese».Il console italiano a Jedda interviene, ma nonostante il rilascio di nuovi passaporti a Chiara e al padre, non c'è verso di farli partire. Fino ad oggi le sollecitazioni formali alle autorità saudite non hanno ottenuto risposta.

La situazione precipita il 7 aprile, quando Chiara accetta un invito a cena del marito per appianare la faccenda. Lui ha uno scatto d'ira da gelosia. «Nel giardino ha iniziato a picchiarmi, tirarmi per i capelli e quindi mi ha stretto al collo il velo, che le donne devono portare in testa, trascinandomi come un cane verso casa. Mi è salito sul petto con entrambe le ginocchia prendendomi a sberle fino a farmi venire un occhio nero e sempre stringendomi al collo quel maledetto velo» scrive Chiara. Al telefono da Jedda racconta: «Ha minacciato di raparmi a zero e di chiudermi in una stanza nel seminterrato, dove sono stata trascinata per i capelli per quattro rampe di scale. Secondo il Corano, una moglie disubbidiente dev'essere punita». Con le foto dei lividi l'italiana va alla polizia «e così inizia l'odissea nella burocrazia saudita». A fine maggio arriva davanti ad un giudice che applica la sharia, la legge islamica. Chiara è difesa dall'avvocato indicato dal consolato, Ahmad Faisal Yamani, nipote dell'ex potente ministro del petrolio saudita.

«“Donna! Dove vai?”. Mi giro spaventata e mi trovo davanti un poliziotto che urlando e agitando le braccia mi indica una porticina. Guardo il mio avvocato e lui annuisce. Per la segregazione dei sessi non posso rimanere con lui e mio padre, ma devo attendere nella sala d'aspetto femminile» scrive Chiara. «Apro la porticina e mi trovo in un corridoio con tre stanze. Nella seconda due giudici stavano interrogando una donna eritrea o somala. Gli uomini urlavano e la poveretta bisbigliava qualche parola. Non so perché mi sono venute in mente gli interrogatori dell'Inquisizione!» si legge nel memoriale. Dopo la denuncia il marito sembra disponibile ad un accordo. Si arriva a un compromesso anche sulla grossa somma versata alla moglie, che è il nodo del contendere secondo il saudita. Da Roma promette di intervenire l'ambasciatore del regno. Prima del Ramadan il marito fa saltare tutto. Non solo: minaccia di denunciare la moglie per appropriazione indebita e adulterio, che in Arabia Saudita è punita con la pena di morte.

In Italia, alla procura di Alessandria, l'avvocato di Chiara presenta un esposto. La sposa italiana e suo padre rimangono «prigionieri» in Arabia Saudita. «Ho fiducia nel re che è uomo illuminato e giusto - scrive nel suo appello Chiara -. Spero che la pubblicazione della mia storia serva a smuovere i livelli alti della diplomazia, perchè dopo cinque mesi di trattative e false speranze, inizio a vacillare».

www.faustobiloslavo.eu

Il mistero dell'oro tedesco: è custodito negli Usa o esiste solo sulla carta?

Raffaello Binelli - Ven, 24/08/2012 - 13:01

Le riserve auree tedesche ammontano a circa 3.400 tonnellate (secondo solo agli Usa) e sono custodite dalla Federal reserve americana. Ma dal 2007 nessuno controlla


I tedeschi hanno un vero e proprio tesoro. La Bundesbank, infatti, custodisce all'incirca 3.400 tonnellate di oro (la quantità esatta è un segreto di Stato).



Ne hanno di più solo gli Stati Uniti (8.100) o tutti gli stati dell'Eurozona messi insieme (10.800). Anche questo, oltre agli indicatori economici (Pil e spread) e al peso nelle trattative politiche internazionali (vedi i vincoli sul salvataggio della Grecia) è il segno della forza economica della Germania. Anche se, ormai da diverso tempo, non c'è più relazione tra l'oro posseduto e la moneta circolante.

Qualcuno, in Germania, si è posto questa domanda: ma tutto questo oro dove si trova fisicamente? La risposta sembrerebbe ovvia: è nei forzieri della Bundesbank custoditi dalla Federal reserve americana. A sollevare il caso è stato un giornalista, Stefan Aust, ex direttore dello Spiegel. Rincara la dose la Augsburger Allgemeine, con un articolo intitolato così: "Un tesoro dimenticato in cantina". I controlli delle riserve (che la legge prevede ogni tre anni), non sarebbe così puntuali. Si parla, addirittura, del 2007 come l'anno dell'ultima ispezione dei funzionari della Bundesbank alla Federal reserve.

Non è una stranezza che l'oro tedesco sia in America: risale alla Guerra fredda. Motivi di sicurezza. Negli anni, però, qualcuno ha iniziato a chiedere di riportarlo in patria. Che senso ha tenerlo negli Usa, visto che la Cortina di ferro non esiste più? In Italia qualche mese fa si era parlato della possibilità di utilizzare le nostre riserve auree per fronteggiare la crisi. Ipotesi poi scartata perché quelle risorse servono, prima di tutto, come garanzia. Poi si era accesa qualche polemica sulla diminuzione della nostra riserva, pari a circa sei miliardi di euro. Ma la Banca d'Italia aveva chiarito che si trattava solo della variazione del prezzo dell'oro. L'argomento, come si vede, continua a essere molto caldo.

In tempi di crisi ovviamente tutto è possibile. A metà anni Settanta il governo italiano, presieduto da Aldo Moro, per fronteggiare una pesante crisi valutaria fece ricorso proprio alle riserve auree (circa 540 tonnellate d’oro) come garanzia per un prestito di 2 miliardi di dollari concesso dalla Germania. Corsi e ricorsi della storia. I tedeschi pretesero - e ottennero - una garanzia forte. Oggi sono ancora loro a guidare le danze dell'economia. Ma sulla loro ricchezza, stranamente, c'è un alone di mistero... E c'è chi avanza un'ipotesi inquietante: l'oro tedesco c'è, ma solo sulla carta.

Mondine dalla Cina per curare il riso della Bassa Novarese

La Stampa

Tre donne e cinque uomini "arruolati" da un'azienda di Sozzago. Guadagnano 3 euro l'ora e dormono in cascina: "Tutti in regola"


I cinesi che lavorano a Sozzago nell’azienda di Massimo e Carlo Bisagno provengono soprattutto dalla zona di Pechino. Nelle risaie indossano pantaloni lunghi, felpe con maniche fino ai polsi per evitarele punture delle zanzare

simona marchetti

"Acqua, capo". Fa caldo, caldissimo in un pomeriggio di fine agosto con i piedi a bagno nella risaia. Qualcosa da bere ci vuole, per ristorarsi dopo aver mondato un pezzo di campo dal crodo, l’eterno nemico di chi coltiva il riso; neanche le più moderne tecnologie sono in grado di combatterlo in maniera efficace e definitiva.

Per questo servono ancora le mondine. Ma non ci sono più le ragazze di paese in cerca di un gruzzoletto o di un sostegno per la famiglia. Da qualche anno ad immergersi nella melma fino alle caviglie restano i cinesi, chiamati nel Novarese per la campagna che dura un mese, da fine luglio a fine agosto. Nella tenuta Santa Maria di Sozzago, di proprietà di Massimo e Carlo Bisagno, quest’ultimo già consigliere dell’Ente Risi, sono otto, tre donne e cinque uomini. Alcuni vengono dalla zona di Pechino, altri sono dell’area meridionale. Sono sudati, intabarrati in pantaloni lunghi, felpe con maniche fino ai polsi per evitare le punture delle zanzare. Ripulita una fascia, raggiungono il "capo", un italiano che li trasporta, li aiuta, gli dà anche il ritmo, affiancandoli quando vanno troppo lenti: distribuisce acqua fresca, custodita in borse termiche per dare un po’ di refrigerio. Qualche attimo di riposo, e poi si riprende. In testa qualcuno porta un cappello di paglia, altri un berretto. Tutti si avvolgono il capo con una maglia: difende dal sole e dagli insetti.

Lavorano in riga, una squadra da otto dritta in mezzo al verde del cereale ancora non maturo. Tagliano le piantine di infestante, così simile al riso che a volte nemmeno si distingue, con un falcetto o con una piccola roncola legata ad un manico in legno. Non hanno più le schiene piegate alla Silvana Mangano, ma il lavoro resta quello di una volta: nei campi da mattina a sera, qui si fatica davvero. Dalle sette a mezzogiorno, pausa di un’ora e mezza, poi via in risaia fino alle sei e mezza. Alla sera, cena in comunità, poi tutti dormono in cascina. Sanno poche parole di italiano, e neanche l’agricoltore che li ha ingaggiati parla direttamente con loro, ma con una «capa» che poi darà a ciascuno il compenso pattuito: tre euro l’ora. Una paga scarsa, per una stagione infernale, umida come sempre ma anche torrida. Li guardi, e non sembra di stare a pochi chilometri da Novara, ma in qualche film propagandistico cinese degli anni ‘60, che esalta il lavoro agricolo. Poi giri la testa, si intravedono i campanili e i pannelli fotovoltaici: siamo proprio in Pianura padana, nel cuore della zona risicola piemontese.

"Non ci sono più italiani disposti a fare la monda - spiega Bisagno - per questo da qualche anno ricorriamo agli orientali. Conoscono il riso, sono grandi lavoratori, e sono in regola con il permesso di soggiorno: non potrei tenerli se non fosse tutto a posto, abbiamo già avuto alcune visite della polizia". A richiedere le maggiori cure sono i campi da seme, dove la presenza del «pabi», il nome dialettale del crodo, va ridotta al minimo, per garantire la maggiore qualità possibile: in alcune zone si faranno non due ma tre passate, per tagliarlo tutto.
«Dai prossimi giorni, quando cominceranno a spuntare i chicchi, non basterà più toglierlo e farlo seccare, bisognerà caricarselo nelle bisacce - aggiunge - altrimenti cade a terra e germina, in un ciclo che non finisce mai».

Da una decina d’anni l’azienda agricola ha scelto di tornare alla tradizione, ricorrendo alla rimozione manuale delle malerbe con il gruppo dagli occhi a mandorla: «Sono bravi, sanno riconoscere le piantine anche quando sono più basse del riso. Ma è davvero durissima, se si pensa che al mattino, con la rugiada, ci si bagna fino al petto, e il pomeriggio le temperature si impennano. E le risaie in questa fase rilasciano anche una polverina davvero fastidiosa. Ma noi abbiamo l’ambizione di tenere i terreni sgombri, e l’unico modo sicuro è questo». «Riso amaro» adesso parla mandarino.