giovedì 23 agosto 2012

Troppo di sinistra": per la Bbc la statua di Orwell non s'ha da fare

La Stampa

Si sarebbe dovuta collocare in Oxford Circus, a Londra, davanti alla nuova sede dell’emittente pubblica per cui lo scrittore lavorò dal’41 al’43. Il dg uscente ha posto il veto


George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair (Motihari, India 1903 - Londra, 1950)

 

Vittorio Sabadin
londra

Di fianco alla All Saints Church, a Nord di Oxford Circus, c’è un grande spazio vuoto che divide la chiesa dall’ingresso del nuovo palazzo della Bbc. È il posto ideale per erigervi una statua, come sicuramente verrà fatto. Ma non sarà quella di George Orwell: la televisione pubblica britannica ha respinto la proposta di celebrare con un monumento lo scrittore, perché «troppo di sinistra».

C’è qualcosa che non quadra nell’annuncio fatto ieri sul Daily Telegraph dalla baronessa Bakewell, che rappresenta il George Orwell Memorial Trust: quando mesi fa l’idea è stata illustrata al direttore generale della Bbc Mark Thompson, il rifiuto è stato netto. Ma oggi Thompson lavora al New York Times e i suoi successori, pur confermando la decisione, sembrano disposti comunque a discuterne e forse a trovare un compromesso: non una statua così in evidenza, ma forse un busto, magari una targa ricordo.è comunque clamorosa la leggerezza con la quale una delle più stimate emittenti televisive del mondo ha liquidato il proprio passato.

Nel 1941, Orwell venne assunto proprio dalla Bbc, su indicazione del responsabile dell’Eastern Service, che scrisse su di lui una lettera piena di elogi, per redigere testi di propaganda da trasmettere in India. Nei documenti storici interni alla Bbc, che l’emittente ha messo online, si ricorda come lo scrittore fosse stimato da tutti i colleghi e dai superiori «per la sua integrità priva di compromessi e per la sua onestà».

Forse, più che la connotazione di pericoloso estremista di sinistra, sono state proprio queste caratteristiche a non renderlo accettabile, anche a 62 anni dalla morte, ai dirigenti della Bbc. Orwell, che era nato in India da genitori scozzesi nel 1903 con il nome di Eric Arthur Blair, aveva servito nella polizia di Burma ed era sembrato ai responsabili dell’emittente la persona più adatta a scrivere testi di propaganda per la popolazione indiana. Lo scrittore scoprì presto, dopo appena un paio d’anni e proprio grazie alla sua onestà, che non aveva alcun senso «sprecare tempo e denaro pubblico per un lavoro che non produce nulla».

Ma l’esperienza nel severo edificio che ospitava il World Service della Bbc fu alla base di uno dei suoi lavori più famosi e importanti, il romanzo 1984. Bush House è uno dei palazzi più imponenti e inquietanti di Londra e fu costruito nel 1923, dove Kingsway incontra lo Strand, per celebrare l’amicizia dei popoli di lingua inglese. Sopra due imponenti colonne dall’aspetto un po’ massonico, l’America e la Gran Bretagna si stringono la mano promettendosi eterna amicizia. L’edificio è composto da un dedalo inquietante di corridoi e stanze. Orwell, staff member numero 9889 dell’Eastern Service, lavorava nella stanza 101, che diventerà il luogo delle torture inflitte dal ministero della Verità in 1984.

È vero che la sede del ministero descritta da Orwell non assomiglia a Bush House, ma alla Senate House dell’Università di Londra, così come la si vede percorrendo un lato di Russell Square, ma non c’è dubbio che i tre anni passati alla Bbc abbiano gettato le fondamenta del suo lavoro più profetico. La Bbc si trasferì a Bush House proprio nel 1941, dopo che le bombe tedesche avevano distrutto la vecchia sede. Da qui, trasmetteva in 45 lingue in tutto il mondo servizi e interviste che avevano lo scopo di sostenere le politiche del governo inglese, oltre che ovviamente difendere i diritti e combattere per la libertà dei popoli.

Da qui, Charles De Gaulle, prima di andare a cena in un ristorante di Soho che ancora esiste, trasmetteva i suoi discorsi alla popolazione della Francia occupata dai nazisti. A Bush House lavoravano esuli e dissidenti, che parlavano da Londra al loro Paese schiavo della tirannia. Uno di questi, il bulgaro Georgi Markov, stava tornando nel 1978 al suo ufficio quando sul ponte di Waterloo la punta di un ombrello gli iniettò in una gamba una dose di veleno del Kgb. Il 13 luglio scorso, dopo 71 anni, la Bbc ha trasferito le 28 lingue rimaste delle sue trasmissioni mondiali nella nuova sede, e ha messo all’asta, solo online, i memorabilia di quegli uffici carichi di storia. Ma non c’è posto per l’estremista George Orwell, nella memoria dell’emittente.

È vero che quando aveva vent’anni era stato anarchico, ma le sue convinzioni politiche si erano moderate con l’età, come succede a tutti. L’esperienza in Catalogna a fianco dei Repubblicani, durante la Guerra Civile spagnola, fu determinante nel verificare la ferocia degli emissari di Stalin, pronti a stroncare duramente qualunque forma di dissenso. Un altro suo famoso libro, La fattoria degli animali, è proprio una feroce parodia dello stalinismo ed ebbe difficoltà a trovare editori a Londra negli anni della guerra, quando Stalin era un importante alleato della Gran Bretagna contro Hitler. «Ogni riga di lavoro serio che ho scritto dal 1936 - ha ricordato Orwell in Perché scrivo - è stata scritta contro il totalitarismo e a favore del socialismo democratico, per come lo vedo io». Se la Bbc non vuole un suo monumento davanti alla propria sede, dovrà trovare un’altra scusa.

Pescara-Inter, niente biglietti gratis ai politici, è polemica Sul web il video “Adotta un consigliere”

Il Mattino


Cattura
ROMA - Il Pescara è tornato in serie A e domenica arriva l'Inter: il tutto esaurito è garantito. Così è esplosa la polemica quando la società ha comunicato che non ci saranno biglietti gratuiti per i consiglieri comunali. Alcuni di loro non si sono arresi, ed hanno accampato un diritto a «controllare l'impianto per verificare che tutto sia in ordine», come da articolo 26 del regolamento comunale. Da lì sono partiti gli sfottò contro le pretese della “casta” locale: uno, che ha già fatto il giro di Internet, è ironicamente intitolato “Adotta un consigliere. Campagna di sensibilizzazione a favore dei poveri indigenti consiglieri comunali” e spiega: «Tu, tifoso, sei fortunato: hai potuto pagarti l’abbonamento, il voucher o il biglietto, loro no. Aiuta un consigliere comunale di Pescara a entrare gratis all’Adriatico». Il video, pubblicato sul profilo Facebook di Forzapescara.tv, con la voce fuoricampo del deejay Luca Teseo, tifoso del Pescara, è già un tormentone di fine estate.



Mercoledì 22 Agosto 2012 - 22:36    Ultimo aggiornamento: 22:44

Curiosity, i primi passi su Marte E sul web spuntano già gli Ufo

Il Messaggero

ROMA - Curiosity ha mosso i primi passi su Marte. Il robot-laboratorio della Nasa ha completato con successo il suo primo test di guida, percorrendo quattro metri e mezzo dal sito dell'atterraggio.Quest'ultimo, ha annunciato stasera la Nasa in una conferenza stampa, è stato dedicato allo scrittore di fantascienza Ray Bradbury, che si è spento a Los Angeles il 5 giugno scorso e autore, tra l'altro, del libro “Cronache marziane”.



Nel suo primo test di guida su Marte, Curiosity ha anche compiuto una rotazione di 120 gradi e quindi è nuovamente avanzato di circa due metri e mezzo. Attualmente il robot si trova a circa sei metri dal sito in cui è atterrato. Curiosity, hanno detto gli esperti della Nasa, ha ora completato la fase di collaudo ed è pronto a cominciare la sua avventura su Marte, che nei prossimi due anni lo porterà a raccogliere campioni rocce e suolo in cerca di tracce di vita passata. All'inizio il robot si muoverà con prudenza, come in una sorta di rodaggio, ma non appena questa fase sarà superata si prevede che sarà in grado di percorrere da 50 a 100 metri durante un giorno marziano, la cui durata è confrontabile con quella di un giorno terrestre. Nel frattempo i test degli strumenti che il robot ha condotto finora hanno dato i primi risultati. Ad esempio, dai primi dati relativi alle analisi delle rocce che Curiosity ha eseguito con la ChemCam emerge che l'idrogeno è presente solo nella parte più superficiale delle rocce.


E gli Ufo? Intanto sul web si scatenano già le voci su strani avvistamenti: in un video pubblicato sull'Huffington Post, alcuni appassionati arrivano ad indentificare qualcosa come 4 differenti Ufo (oggetti volanti non identificati). Le immagini sono state ritoccate con diversi filtri per mettere meglio a fuoco gli oggetti, spiega il suo autore. Ma i più esperti dicono che si tratta solo di normalissime rocce, o di pixel morti, come capita anche alle migliori telecamere.

Mercoledì 22 Agosto 2012 - 22:14
Ultimo aggiornamento: 22:19

Caso Vallanzasca, L'ira del prefetto : via da Bergamo

Corriere della sera

Lettera al ministero. E il sindaco:non sapevo nulla


Renato VallanzascaRenato Vallanzasca

«Manifestiamo l'esigenza di far cessare immediatamente questa situazione». La prefettura è chiara e perentoria. Così come chiara e perentoria è stata la reazione del prefetto di Bergamo, Camillo Andreana che, non appena appresa la notizia del permesso lavorativo in terra orobica per Renato Vallanzasca, boss della Comasina, ha scritto al ministero della Giustizia manifestando tutto il suo disappunto per «l'inopportunità e la illogicità della decisione, tenuto conto dei gravissimi fatti compiuti in questo territorio dove ci sono persone che piangono la morte dei propri cari, uccisi mentre servivano lo Stato, proprio da Vallanzasca». La lettera ufficiale, fino ad oggi, è però rimasta senza risposta. Solo alla fine di luglio la Prefettura era stata informata della cosa dall'amministrazione della Giustizia. «La decisione di inviare a Sarnico Renato Vallanzasca - fa ora sapere il vice prefetto, Clemente Di Nuzzo - esula dalle nostre competenze. A noi è stato solamente comunicato questo provvedimento, né abbiamo potuto solo prendere atto a cose fatte, senza che ci sia stato chiesto un parere preventivo».

Andreana non ha tardato a manifestare, in forma scritta, la sua contrarietà a una decisione bollata senza appello come «inopportuna e illogica», attuata in un territorio dove la banda della Comasina ha scritto una delle pagine più nere della storia. Senza toppi clamori, dalla fine di luglio, infatti, Vallanzasca si muove in una spola quotidiana sull'A4 tra Milano e il casello di Grumello, passando per Dalmine dove il 6 febbraio di 35 anni fa, con i suoi complici della banda che terrorizzava l'Italia, colpì a morte i poliziotti della Stradale Luigi D'Andrea e Renato Barborini. Una ferita che, nei cuori dei familiari e dei colleghi, ancora sanguina. E sulla quale il prefetto, ritenendo di farsi interprete del sentimento della comunità bergamasca, ha manifestato una sensibilità particolare. «Proprio qui sono stati compiuti dei fatti gravissimi e questo doveva essere tenuto in considerazione. Ribadiamo- conclude Di Nuzzo - l'esigenza di far cessare immediatamente questo stato di cose».

Se la prefettura sapeva e disapprovava, il sindaco di Sarnico Franco Dometti non sapeva proprio nulla. Quella di ieri, è stata una delle giornate più roventi del suo mandato amministrativo. «Non ero a conoscenza della vicenda - sbotta - e sì che qui sembrava lo sapessero tutti, anche i carabinieri. Tutti tranne il sindaco che dovrebbe, invece, essere il primo a essere informato. Non sono contrario a programmi di recupero per i detenuti, ci mancherebbe, sono sacrosanti, ma in questo caso ci sono degli elementi di incompatibilità territoriale gravissimi con la persona coinvolta che vanno al di là di tutto. È una vicenda che va avanti da un mese. Ho chiesto un incontro urgente al prefetto, ci deve essere un confronto con un rappresentante del governo».

D.T23 agosto 2012 | 9:09

Battista fa il garantista ma solo con la Casta. E Belpietro lo sbugiarda

Libero

Botta e risposta su Twitter: il direttore di Libero cita il precedente delle foto di Sircana e l'editorialista del Corsera perde le staffe

Cattura
Pierluigi Battista difende Gianfranco Fini come, a suo tempo, difese Silvio Sircana: secondo l'editorialista del Corriere della Sera non c'è scandalo oggi sulla questione della scorta a Orbetello e non c'era il ricatto ai danni dell'allora portavoce del governo Prodi quando nel marzo 2007 nelle redazioni dei quotidiani e dei periodici, anche di casa Rcs, girarono le foto dello stesso Sircana intento a chiacchierare con un trans. Il direttore di Libero Maurizio Belpietro fa notare il parallelismo su Twitter e scatena la reazione rabbiosa - e scomposta - del solitamente pacato Pigi.

Cinguettii e insulti - Tutto nasce dal tweet di Belpietro, che punge Battista. "Lo scoop di Libero ha smosso governo, Parlamento e Forze dell'ordine ma per Battista non esiste. Quando si dice senso della notizia". E ancora: "E' noto per aver scritto che forse foto di Sircana&trans non esistevano. Al punto che le comprò il settimanale del Corriere". Il settimanale era Oggi, del gruppo Rcs, lo stesso del Corriere della Sera. Battista va su tutte le furie e cinguetta:" Belpietro scrive fesserie e menzogne. Citi bene, se ne è capace. Con le scorte finisci sempre nel ridicolo, a cominciare dal falso attentato". "Nel ridicolo finisci tu, che non sai di che parli. Comincia a fare il giornalista, leggi atti partendo da quelli su Sircana". "Circa falsi e attentati - prosegue Belpietro - se vuoi fare il giornalista parla col pm Grazia Pradella, se riesci a staccarti dalla poltrona". 

La citazione - Il 15 marzo 2007, ricorda il direttore di Libero, Battista scriveva sul Corriere: "Silvio Sircana, che non è colpevole di niente, protagonista involontario di un episodio talmente inventato da non lasciare nessun appiglio nemmeno ai presunti ricattatori". "Appunto - ribatte Battista -, non ci fu alcun ricatto. Quell'episodio finì lì, con lo sputtanamento di una persona non indagata. Non era colpevole, e non era nemmeno indagato, forcaiolo". Bum! Ma i botti sono appena iniziati. Perché Belpietro contrattacca: "Con le foto sotto il letto scrivesti 'ricatto inventato'. Perché Rizzoli le pagò 100mila euro? Per fartele vedere di notte?", "Spiegaci perché il tuo giornale pagava 100mila euro foto di un ricatto inventato.

Così magari impari a scrivere una notizia". E ancora: "Ora capisco perché per te la storia della scorta di Fini è ridicola: è costata solo 80mila euro". Battista replica. Prima precisa puntiglioso: "Non era il mio giornale. Certo che non ne azzecchi una. Sarà Lucifero, dai". Quindi l'editorialista di via Solferino va sul personale: "E quella tua quanto ci è costata?". Sottinteso: la scorta. Pochi minuti e Belpietro ribatte: "Chiedi al Viminale, se sai fare il giornalista. E a differenza di Fini non la porto in ferie. Forse non cogli la differenza".

Fuga precipitosa - E mentre un utente, Vincenzo La Croce, punzecchia Battista sul caso Sircana ("Tanti politici di centrodestra alla fine non erano colpevoli e sono stati trattati molto peggio di Sircana". "Certo, ma bisogna essere garantisti con tutti, non solo con il Capo". "Garantisti: Berlusconi forse andava a mignotte Sircana forse andava a trans"), Pierluigi preferisce fare polemica con Libero. "Altri - twitta Giuseppe Frisoli -, ad esempio Schifani, vanno in ferie senza scorta??". "Secondo Libero sì - sfotte la penna del Corsera - solo Fini ha la scorta e decide qual è l'albergo dove alloggiano. Loro sono grandi giornalisti. Il vero scoop è che solo Fini ha la scorta". E con Belpietro, che ancora attende risposte sulla questione delle foto di Sircana comprate dal gruppo Rcs, tronca in fuga precipitosa: "Comunque adesso devo andare. Tu intanto cerca le fonti, mi raccomando. Bye". "Certo - la ribattuta gelida del direttore -, dovendo parlare di fatti e notizie scappi". E come scrive più d'un follower, Belpietro uno Battista zero.

Chi sono i più ciccioni? La classifica negli Usa Al primo posto i camionisti

Corriere della sera

Il 37,8% degli autotrasportatori è obeso. I più magri i liberi professionisti. Gli avvocati sono più magri dei minatori


NEW YORK – Ha più ciccia un camionista o un imprenditore? E’ più fit un avvocato, un minatore o un manager in ufficio? Pensateci. Intanto sappiate che gli Stati Uniti hanno un sistema eccellente per fare a fette (a cifre) i propri peccati di gola (ma non per ridurli). Il «Gallup-Healthways Well-Being Index» fornisce un rapporto sulla popolazione sovrappeso. E’ appena uscito l’ultimo aggiornamento. Gli Stati più pingui? Quelli del Sud e Sud-Est (West Virginia e Mississippi in testa). I più smilzi? Colorado e Hawaii. Meno conosciuta la classifica che mette in relazione i chili di troppo al lavoro che si fa.

GLI AUTOTRASPORTATORI - Premessa: si considera sovrappeso chi ha un indice di massa corporea (rapporto altezza-peso) da 25 a 30. Sopra i 30 si entra nel regno dell’obesità. Quasi sette adulti su 10 negli Usa rientrano in una delle due categorie. Gli obesi rappresentano il 26,1% dei 315 milioni di americani. Indovinato? Con il 37,8% di obesi, la categoria più ciccia è quella degli autotrasportatori. Battono tutti, i 3,5 milioni di truck driver americani. Lavoro sedentario per eccellenza, ore dietro al volante, cibo dove capita (hamburger e patatine fritte) non sempre sano. Un record di cui non vanno orgogliosi.

Le compagnie di trasporto e le autorità cercano di migliorare la loro dieta, come racconta il quotidiano Usa Today. Si stanno introducendo menu salutisti negli autogrill. Il check-up ogni due anni. La compagnia di trasporti Con-way Freight ha lanciato un programma benessere che ha portato 2.500 dipendenti (in gran parte camionisti) a perdere in media otto chili. In 4200 hanno cominciato a fare attività fisica, 4.700 hanno ridotto la pressione. C’è chi si mette in cabina la bicicletta e ogni tanto si ferma e si fa una pedalata. Ci sono camionisti vegan con verdure e frutta nei frigo dietro ai sedili. Riusciranno a scalare indietro nella classifica dei pesi massimi?

LA CLASSIFICA - Staccati dietro agli autotrasportatori (con il loro 37,8% di obesi) ci sono lavoratori dell’industria manifatturiera (30,7%), istallatori o riparatori (27%), muratori e minatori (26,4%), servizi (26%), impiegati (25,1%), manager (24,4%), agricoltori (23,7%), venditori (23%), imprenditori (22,1%). La categoria meno ciccia è quella che comprende i professionisti (21,9%). Avreste indovinato che i minatori cicci sono più degli avvocati? Eppure fanno mediamente più fatica. Però mangiano peggio (budget ristretto). Ed è probabile che uscendo dalla miniera non vadano in palestra.

Michele Farina
mfarina@corriere.it23 agosto 2012 | 10:44

A.A.A trivellatori petroliferi cercansi

La Stampa

Fra le professioni più ricercate fisioterapisti e ottici, ma anche gruisti e saldatori

Una piattaforma per l'estrazione del petrolio
rosaria talarico
roma

Esperti in trivellazione di pozzi petroliferi, ottici e fisioterapisti. Per queste categorie lavorative l’agognato contratto di assunzione sarebbe cosa fatta. Peccato che non si trovino candidati sufficienti. Si parla sempre di crisi occupazionale, di giovani in perenne e infruttuosa ricerca di lavoro eppure esistono professioni per le quali le aziende sognerebbero di assumere e non riescono invece a trovare candidati. L’elenco è vario e copre settori molto diversi tra loro. A guidare la classifica dei lavori più difficili da reperire troviamo appunto il personale specializzato nella trivellazione di pozzi di petrolio, con il 65,4% di assunzioni considerate dai datori di lavoro impossibili da effettuare a causa della mancanza di candidati.

E, nel caso, sono necessari più di due mesi per trovarne uno. Stessa situazione per gli ottici che si piazzano al secondo posto (59,1%) e un tempo di ricerca previsto di oltre tre mesi. Fisioterapisti e riabilitatori sono sul podio con il 36,5% e si dovrebbe riuscire a trovarne uno in un mese e mezzo. Nella classifica naturalmente troviamo gli ingegneri, sia elettrotecnici che meccanici, ma per esempio questi ultimi sono meno richiesti dei più umili carpentieri specializzati (19,6%) e camerieri (19,7%). A pari merito (23,1%) addetti al confezionamento di maglie e tessuti e gruisti. Difficili da reperire anche i saldatori: 13,4% e in media oltre 4 mesi di attesa.

Nelle parti più alte della classifica troviamo poi le professionalità collegate al settore sanitario: dagli infermieri (31,4%) agli assistenti sanitari a domicilio (28,5%). Le cifre sono il frutto della rielaborazione della fondazione Hume e si basano sui dati raccolti dal sistema Excelsior di Unioncamere. Il motivo per cui è difficile reperire il personale adatto è dovuto a due fattori: il ridotto numero di candidati disponibili oppure la loro inadeguatezza.

Il picco massimo in quest’ultimo caso lo raggiungono gli addetti alla pavimentazione (36%) seguiti dai valigiai (22,4%). Sarà che nel mondo globalizzato è necessario spostarsi e per farlo servono trolley e borsoni, ma i valigiai – oltre a piazzarsi settimi nella classifica dei lavori più difficili da reperire – riservano un’ulteriore sorpresa: per riuscire a trovarne uno il tempo di ricerca è il più alto di tutti (in media nove mesi), seguiti a ruota dai conciatori (sei mesi) e i meccanici (5 mesi).

Nell’ultima rilevazione di Unioncamere, nonostante le assunzioni nel secondo trimestre dell’anno siano in calo e la crisi continui a mordere il mercato del lavoro, per specialisti della formazione e della ricerca, operai specializzati e conduttori di impianti nell’industria alimentare, tecnici della sanità e dei servizi sociali potrebbe profilarsi la rosea prospettiva di un’assunzione. Per effetto della stagionalità o per specifici processi di riorganizzazione in atto nelle imprese, la richiesta di questi profili professionali risulta infatti in sensibile aumento rispetto al trimestre precedente, consentendo di scalare diversi gradini di un’ipotetica graduatoria delle professioni più richieste dal sistema imprenditoriale per i mesi di luglio-settembre.

In termini assoluti a farla da padrone restano cuochi, camerieri e le altre professioni dei servizi turistici, sebbene anche per queste professioni si profili un rallentamento della domanda rispetto al secondo trimestre di quest’anno. «Una politica per favorire l’occupazione dei giovani deve puntare innanzitutto a ridurre la distanza tra quello che le imprese cercano e quello che la scuola e l’università offrono» sostiene Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere «formazione e mondo del lavoro devono parlarsi di più. La trappola in cui molti giovani cadono si apre subito dopo la conclusione del ciclo scolastico». Forse è il caso di imparare a costruire le valigie, invece che farle per cercare lavoro fuori dall’Italia.

Usa, video choc nel macello McDonald’s sospende gli acquisti

Corriere della sera

Le immagini mostrano abusi e torture su animali incapaci di camminare. La catena di fast food: «Inaccettabile»

Mucche a terra incapaci di camminare, tirate per la coda e picchiate con pungoli elettrici. Un bovino morente soffocato da un operaio con un piede, altri avviati alla macellazione ancora coscienti. Dopo il video choc girato da alcuni attivisti del gruppo «Compassion Over Killing», è bufera sull'azienda di macellazione bovina Central Valley Meat Company in California. Il mattatoio è stato chiuso dal Dipartimento per l'Agricoltura con l'accusa di crudeltà nei confronti degli animali e sono in corso ulteriori verifiche sulla salute degli animali macellati (che provengono per lo più dalla catena di produzione del latte) e sugli eventuali rischi per la salute dei consumatori.

Presa l'auto fantasma: ha 489 verbali arretrati

Corriere della sera

Il proprietario è romeno. Non aveva mai pagato: ha accumulato un debito superiore ai 20 mila euro


L'«auto fantasma» bloccata in corso Buenos Aires L'«auto fantasma» bloccata in corso Buenos Aires

MILANO - E all'infrazione numero 490, al capolinea d'una lunga carriera da evasore seriale, l'automobilista fantasma ha commesso un errore ed è stato intercettato in corso Buenos Aires. I vigili urbani hanno trovato la sua Alfa 159 nelle strisce gialle riservate alla sosta dei taxi e interrogato il database in centrale. Prima la macchina: targa straniera, immatricolazione a Bucarest, Romania. Poi il proprietario: A. H., editore e direttore d'una rivista scientifica, romeno residente al Lazzaretto di Milano. Infine, il bilancio delle multe arretrate e mai pagate: 489.

Sfuggente, inseguito dalla polizia locale dentro e oltre confine, il signor A. H. ha risparmiato sui gratta e sosta, invaso le Ztl, ignorato qualsiasi divieto e circolato gratuitamente in zona Ecopass prima e in Area C poi. Martedì pomeriggio è bloccato, la sua auto rimossa dal carro attrezzi e scaricata in deposito (la vicenda è stata pubblicata dalla Cisl su Facebook ). Forse, stavolta, il fantasma dell'Alfa salderà gli arretrati con il Comune. In questi anni ha accumulato un debito superiore ai 20 mila euro.
 
Le ultime stime del Nucleo radiomobile della polizia locale dicono che a Milano circolano migliaia di veicoli «sospetti». Vetture di grossa cilindrata immatricolata all'estero, collegate a residenze fiscali dubbie, intestate a ditte e fiduciarie (spesso fittizie), sub-affittate, in leasing, rigirate in noleggio. «Il numero delle targhe straniere è fortemente aumentato negli ultimi mesi», spiegano dalla centrale dei vigili. Sigle e bandiere portano a San Marino, Canton Ticino, Principato di Monaco, Germania, Bulgaria e Romania. Esterofilia? No, opportunità. Gli stranieri di comodo confidano nelle difficoltà dei controlli, usano la targa straniera come scudo, non pagano le multe, non rispondono ai solleciti, sfuggono alle società di recupero crediti. Palazzo Marino spende ogni anno 500 mila euro per finanziare le attività di riscossione delle contravvenzioni «straniere», praticamente tutto quello che incassa con i verbali pagati. Il resto, almeno un milione e mezzo l'anno, va perso.
 
È il sommerso dell'evasione stradale. Spiega Alfredo Masucci coordinatore Cisl della polizia locale: «È da oltre un anno che denunciamo questo problema, ma a quanto pare al Comune non interessa molto recuperare queste somme. Qualcosa, però, si può e si deve fare». Cosa? Anzitutto, risponde Masucci, consentire ai vigili urbani di confiscare il veicolo con cui sono state commesse le infrazioni: «Sicuramente il sindaco Pisapia non ha il potere di modificare il codice della strada, ma è sua facoltà dare indicazioni puntuali per perseguire con energia chi si nasconde dietro una targa straniera per violare le regole che agli altri automobilisti costano molto caro - sottolinea il coordinatore Cisl -. È una questione di equità sociale e fiscale, prima ancora che un dovere morale di questa amministrazione nei confronti dei cittadini milanesi». Gli fa eco Gabriele Ghezzi, consigliere pd: «Sono pronto a fare una battaglia seria e produttiva».

La milanese S. F., 45 anni, madre di famiglia e stimata professionista, era stata bloccata l'anno scorso con 287 verbali nel vano porta oggetti dell'Audi A3 immatricolata in Svizzera.

Armando Stella23 agosto 2012 | 8:36

Il titolo di massofisioterapista non è più valido? La professionista rimane a casa

La Stampa

Il diploma di massofisioterapista è equipollente al diploma universitario di fisioterapista solo se conseguito all’esito di un corso triennale (Cassazione, sentenza 8050/12).


Il caso

Una donna ha perso il lavoro perché il titolo di massofisioterapia conseguito all’esito di un corso biennale non era più valido per abilitare allo svolgimento di tale professione. Infatti, si era determinato un caso di impossibilità sopravvenuta e definitiva della prestazione che legittimava il datore alla risoluzione del rapporto di lavoro, anche perché era stato provato – nel corso dei due giudizi di merito - che risultava impossibile utilizzare la lavoratrice in altra posizione occupazionale. L’ex lavoratrice, nella speranza di riavere il suo posto di lavoro, si rivolge alla Corte di Cassazione: sostiene che, alla luce del principio di irretroattività della legge, non può ritenersi che le nuove disposizioni relative all’esercizio della professione di fisioterapia possano regolamentare i rapporti sorti prima della loro emanazione e che, «in ogni caso, dall’esame della normativa applicabile, non discende che i titoli professionali preesistenti non possano considerarsi equipollenti a diplomi universitari di nuova istituzione». Inoltre, la donna si lamenta dell’assenza di prova in merito all’impossibilità per la società intimata di utilizzare la ricorrente in altre mansioni.

La Cassazione precisa – come già fatto dal Consiglio di Stato - «che l’equipollenza può operare in via automatica solo se il relativo diploma è stato conseguito all’esito di un corso già regolamentato a livello nazionale, e cioè solo in presenza di moduli formativi la cui uniformità ed equivalenza fosse già stata riconosciuta nel regime pregresso». Gli Ermellini chiariscono, dunque, che il possesso di un titolo di massofisioterapista conseguito all’esito di un corso biennale non è più valido per abilitare allo svolgimento dell’attività professionale. Per concludere, in merito alla mancata prova circa l’impossibilità per la società di utilizzare la ricorrente in altre mansioni, la Suprema Corte ritiene accertata la riduzione di quasi il 50% della capacità operativa annuale dell’azienda e, di conseguenza, il ridimensionamento del personale.

Da oggi il pianeta viaggia in riserva

La Stampa

È l’Overshoot Day, il giorno in cui la Terra finisce le risorse dell’anno. Venticinque anni fa la data cadeva a dicembre, ora arriva ad agosto. E gli studiosi avvertono: l’umanità avrebbe bisogno di una Terra e mezzaè il momento di pensare al futuro e di invertire la tendenza


Valentina Arcovio
Roma


Cattura
Siamo ancora lontani dalla fine dell’anno e già la Terra è andata «in rosso». Ieri si sono esauriti ufficialmente i beni naturali che il pianeta è in grado di rigenerare in un anno. Praticamente, in soli 234 giorni, anziché 365 abbiamo sperperato tutto quello che la Terra ha da offrire all’umanità. Siamo quindi giunti in larghissimo anticipo al «Global Overshoot Day», concetto ideato dalla New Economics Foundation di Londra, che calcola il rapporto tra la biocapacità globale (l’ammontare di risorse naturali che la Terra genera ogni anno) e l’impronta ecologica (la quantità di risorse e di servizi che richiede l’umanità), moltiplicato per tutti i giorni dell’anno.

I risultati nel 2012 sono sconfortanti: fino alla fine dell’anno vivremo in debito. Non che sia una novità, ma rispetto al 2011 la Terra si è scaricata con 36 giorni d’anticipo. «Il giorno della resa dei conti è arrivato», dice l’organizzazione non governativa Global Footprint Network, che calcola l’impronta ecologica annuale. «Nel corso degli ultimi 50 anno il deficit ecologico sta crescendo in modo esponenziale», afferma Mathis Wackernagel, fondatore di Gfn. Un pianeta solo non è più sufficiente per soddisfare le nostre esigenze e per assorbire i nostri rifiuti. Ora i bisogni dell’umanità superano il 50% delle risorse disponibili. Già oggi avremmo bisogno di un pianeta e mezzo e, di questo passo, l’umanità necessiterà di due «Terre» entro il 2050. Gli effetti del sovra-consumo sono molto evidenti: scarsità idrica, desertificazione, ridotta produttività dei campi coltivati, collasso degli stock ittici e cambiamenti climatici.

«Il degrado dell’ambiente naturale, poi, porta inevitabilmente a una riduzione della superficie produttiva e il nostro debito aumenta, condannando le generazioni future», dice il presidente del Gfn. Basta guardare l’andamento degli ultimi anni per farsi un’idea più chiara. Il primo Overshoot Day dell’umanità è stato il 19 dicembre 1987, anche se i calcoli hanno stabilito che il «debito ecologico» è iniziato già negli Anni Settanta dello scorso secolo. Tre anni dopo, nel 1990, il giorno del sovra-consumo era già passato al 7 dicembre, e dieci anni dopo (1997) al 26 ottobre. L’anno scorso il deficit ecologico è stato raggiunto il 27 settembre, ma quest’anno si è appunto riusciti ad anticipare ulteriormente arrivando al 22 agosto. «Questo giorno è inteso come una indicazione piuttosto che la data esatta», precisano gli scienziati del Gfn.

«Ma mentre non possiamo determinare con esattezza il giorno in cui sorpassiamo la soglia – aggiungono - sappiamo che ci stiamo spostando su un livello di domanda di risorse non sostenibile, e molto prima che l’anno sia finito». Dal 2003 gli esperti hanno iniziato a valutare la quantità di risorse nel mondo e il modo in cui vengono gestite. Utilizzando l’ettaro globale come unità di misura dell’impronta ecologica (gha), gli scienziati hanno confrontato il consumo effettivo dei paesi analizzati alla biocapacità. Nel 2008 (i dati per gli anni successivi non sono stati ancora elaborati), l’impronta ecologica è stata del 2,7 gha pro-capite per un limite di capacità di 1,8 gha pro-capite. I principali responsabili del disavanzo sono state le emissioni di anidride carbonica che da sole hanno riguardato il 55% dell’impronta ecologica globale.

Ma ci sono Paesi che hanno più colpe di altri. Sui 149 presi in esame, 60 sono responsabili del debito. In cima alla classifica troviamo il Qatar che ha finito per superare il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti con un consumo di 11,68 gha pro-capite. Per gli esperti non abbiamo più tempo da perdere. Bisogna approfittare di questo momento di grande cambiamento per l’economia globale per aiutare il pianeta a «rigenerarsi». «Ora che tentiamo di ricostruire le nostre economie sane e robuste, è il momento di proporre delle modalità che siano valide e adatte per il futuro», conclude Wackernagel.

Quelle card «saltacode» e l'eresia dell'attesa

Corriere della sera

A Venezia si può evitare la fila per entrare in San Marco pagando: l'ennesima dimostrazione di fastidio per le regole

di  ROBERTO FERRUCCI


CatturaIl numeretto, quel triangolino di carta con su scritta una cifra preceduta da una lettera, ormai siamo costretti a staccarlo ovunque, anche al banco più sperduto del mercato o nel panificio di periferia. Ha un nome che la dice lunga: il tagliacode.

Chi va in giro per l'Europa, sa che quegli aggeggi esistono solo da noi. Difficile vederne, soprattutto nel Nord Europa. Insomma, noi italiani abbiamo sempre bisogno di qualcosa o qualcuno che ci metta in riga. Da soli non ne siamo capaci. Siamo geneticamente incompatibili alle code. Non solo non le sopportiamo, ma non le concepiamo proprio. È frustrante anche il solo provarci, a mettersi in fila, a suggerirla con i gesti, i movimenti. Appena qualcuno ci prova, c'è sempre il furbo in agguato, che ti scarta e passa via. E nessuno dice nulla.

Ecco perché abbiamo bisogno del nostro numeretto e dell'alimentarista che finalmente, dopo borbottii e sbuffi d'impazienza, lo chiama e tocca a noi. Per l'italiano la coda è una perdita di tempo. Peggio: una penitenza. Pensate a quanto ci costa la nostra impazienza. Tutti quei display negli uffici pubblici, tutta quella carta. Pazienza e buona educazione, che roba è?

E allora c'è voluto anche troppo affinché qualcuno avesse la pensata: di sicuro, pur di non mettersi in fila, c'è chi è disposto a pagare, si son detti. E così, ora, se vuoi evitare la coda per entrare nella Basilica di San Marco, paghi. Poi, vuoi mettere, anche solo il gesto di poter esibire la tua card e fare marameo a chi sta in coda? C'è da scommettere una cosa però: che non ci sarà nemmeno un tedesco, o un nordeuropeo, disposto a buttare dei soldi per risparmiare mezz'ora di attesa. Chiedetevi allora perché sono loro ad avere in mano le chiavi dell'Europa. La pazienza è un bene dal valore inestimabile. Non per noi, però.

Roberto Ferrucci
@robfer23 agosto 2012 | 8:10

Tornano le cimici del materasso: segnalate dieci emergenze al giorno

Corriere della sera

Superlavoro per il servizio igiene dell'Asl. Ma Parigi e Londra stanno peggio di noi


Cimex lectularius, o cimice dei lettiCimex lectularius, o cimice dei letti


MILANO - La scoperta al ritorno da un viaggio: la casa è infestata dalle cimici del letto. A Milano si registra una piccola emergenza. Ogni giorno il servizio di igiene della Asl riceve in media dieci richieste d'aiuto. Luigi Sansevero, che coordina la struttura di vigilanza controllo e disinfestazione (02-8578.3863), tranquillizza («Siete tornati da un viaggio? Vi hanno seguito»). In ostello, in albergo, su un mezzo pubblico, le cimici sono un po' ovunque e possono vivere anche un anno in attesa di trovare l'umano cui attaccarsi per un pasto ristoratore. Entrano in casa con voi. Fanno il nido sotto il materasso, in angolini riparati, dietro a un quadro. Escono di notte, mangiano e spariscono. Al mattino, rimane una sensazione di prurito e tante minuscole punture. Spesso si punta il dito contro le per una volta incolpevoli zanzare.

Cimici su un materassoCimici su un materasso

Prima di entrare nel panico, inorriditi e un po' schifati, buttare il materasso, mettere all'aria la casa, contate fino a dieci. Cercate gli insettini sul letto o le palline scure che sono i loro escrementi, prelevatele con lo scotch e fatele vedere a un esperto. Sparite dal dopoguerra, sono tornate da qualche anno. Debellarle non è semplice e occorre affidarsi a servizi specializzati. Ma se può rincuorare, Parigi e Londra sono messe peggio. Il dottor Giorgio Ciconali, responsabile del servizio di igiene della Asl, aggiunge che «le cimici del letto sono insetti ematofagi particolari, pungono senza farsi accorgere, scappano via, fabbricano tane invisibili. Sono un problema abbastanza sottovalutato». Importante è essere certi che di cimici si tratti.

Un'altra emergenza in città è quella delle zecche dei piccioni. «Insistiamo molto sul riconoscimento della specie. Possibile sia consultando Internet, oppure rivolgendosi agli esperti, come gli entomologi del Museo di storia naturale o di Agraria». La bonifica degli ambienti può risultare lunga e costosa. A poco serve dormire nel soggiorno. Le cimici compiono anche trenta metri, per procurarsi il pasto. Meglio chiedere ospitalità ad amici, finché la casa non sarà stata bonificata. Niente panico se si usano spesso i mezzi pubblici. I presidi utilizzati contro le zanzare sono un buon sistema per tenere alla larga anche le cimici. Se si viaggia, è utile tenere aperti gli occhi, controllare il materasso, e disinfestare i bagagli al ritorno.
 
«Erano scomparse - insiste Ciconali -. Nel 2007 abbiamo registrato le prime segnalazioni. E da tre anni c'è stata una crescita esponenziale. Noi consigliamo di evitare il faidate». Le cimici sono furbe. Molto più delle zecche molli dei piccioni, per le quali «l'uomo è l'ospite di seconda scelta. Se trovano un volatile - conclude Sansevero - sono decisamente più appagate».

Paola D'Amico23 agosto 2012 | 10:04

Terabytes

La Stampa
yoany

YOANI SANCHEZ



Nel mio balcone c’è una yagruma (1). Foglie a forma di mani con dita arrotondate; bianche sotto, verdi sopra. Quel che mi piace di lei non è tanto la simpatica forma né il fatto di essere cresciuta in un vaso a oltre cinquanta metri dal suolo, quanto la sua capacità di adattamento. Alcuni anni fa comprese che il tetto di cemento non l’avrebbe lasciata crescere diritta, così si inclinò verso l’esterno, slanciando i suoi rami sopra il muro a quattordici piani di altezza. Quando il gatto le rovinò il tronco affilandosi le unghie, la pianta sviluppò intorno alle ferite una corteccia più spessa e protettiva. Davanti a ogni ostacolo inventò il modo di superarlo; davanti a ogni attacco un meccanismo di protezione. La nostra quotidianità è piena di lezioni come quella fornita da questa “yagruma in un vaso”.

Per esempio nel mio quartiere i giovani hanno configurato numerose reti senza fili per scambiarsi programmi, giochi e informazioni. Proprio come la pianta del balcone, non vogliono sottostare alle limitazioni imposte dalla realtà, tra queste le assurde restrizioni per accedere liberamente a Internet. Quindi hanno creato un loro percorso per navigare, anche se è soltanto un’intranet rudimentale e limitata. In mancanza di canali informativi che non siano sotto stretta supervisione statale, sorgono percorsi per scambio, compravendita di programmi televisivi stranieri, musica e pellicole. La varietà e la quantità dell’offerta è notevole. Quanti terabytes desidera? Mi ha chiesto questa mattina uno di quei ragazzi appena ventenne che già manda avanti un “negozio di informatica”. Il mio cervello è andato in corto circuito, perché ero arrivata a calcolare in megabytes e dopo in gigabytes, ma i terabytes sono troppo per me.

Mi espose in dettaglio la sua offerta: aveva pacchetti di serial e documentari, da tematiche storiche, spionaggio, scienza e tecnologia, fino a opere biografiche complete. Non appena si rese conto della mia passione per la lettura, aggiunse una collezione di interviste ai più importanti autori del boom latinoamericano. Per ultimo lasciò “le cose più popolari”, secondo quanto mi spiegò, mentre elencava titoli come “Grandi omicidi della storia”, “La via della droga”, “Chirurgia estrema”, “Cina: un abisso tra ricchi e poveri”… Me ne restai ferma con la memoria USB in mano senza sapere cosa scegliere. Alla fine, presi diversi gigas ben assortiti e me ne andai di corsa a casa con la stessa sensazione di vittoria di quella yagruma che, nonostante i limiti dell’angusto tetto, è riuscita a slanciarsi verso l’immensità.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi



Nota del traduttore: (1) Arbusto tipico cubano, intraducibile.

Apple, quando Forrest Gump consigliava di investire nella Mela morsicata

Il Messaggero




  ROMA - Una «specie di società di frutta» che permette a Forrest Gump di risolvere i problemi economici: così Tom Hanks definiva la Apple in una scena del celebre film, ambientata nel 1975. Nel 1994, anno di uscita della pellicola, non poteva immaginare che la Mela morsicata sarebbe diventata la società più capitalizzata del mondo, ma seguire il consiglio finanziario dell'amico tenente Dan si sarebbe rivelato una scelta azzeccata.

(Clicca qui per l'estratto del film)

Alcuni utenti su Internet si sono divertiti a fare i calcoli: si parte dal 2 dicembre 1980, data della quotazione in Borsa della Mela Morsicata, che in apertura di prima seduta balzò da 14 a 22 dollari per azione, per chiudere a 29. Se l'investimento in Apple Computer fosse stato di 100mila dollari, dopo il primo giorno a Wall Street Forrest si sarebbe portato a casa 43 milioni di dollari, che sarebbero diventati 100 nel 1987. Con un valore delle azioni che supera 665 dollari, i due protagonisti nel 2012 avrebbero guadagnato oltre 7,7 miliardi. Un calcolo immaginario e soggetto a molti errori, ma che dà l'idea di quanto le azioni Apple siano schizzate alle stelle in 30 anni.

Mercoledì 22 Agosto 2012 - 11:33
Ultimo aggiornamento: 16:34

Il partito dei giudici e l'alibi dell’emergenza

Il Messaggero
di Stefano Cappellini

ROMA - Esiste in Italia il partito dei giudici? Certo che sì. Potremmo definirlo così: il partito dei giudici è quel fronte trasversale che, con l’alibi di una emergenza checambia faccia a seconda delle stagioni (terrorismo, mafia, corruzione, malapolitica), sostiene la necessità che la magistratura svolga un ruolo di supplenza, quando non di vera e propria sostituzione, rispetto alla politica.

CatturaChi fa parte del partito dei giudici? Magistrati, ovviamente. Ma non solo: a loro si sono sempre affiancati partiti e associazioni, giornali e riviste, più quella magmatica forma di opinione pubblica che nella mitologia amica ha assunto di volta in volta la definizione di popolo dei fax, popolo della Rete, popolo viola e altre improbabili declinazioni di popolo. Il partito dei giudici non nasce con Tangentopoli, a differenza di quanto pensano i più, bensì alla fine degli Settanta, quando si sperimenta il primo laboratorio del giustizialismo e si creano alcuni dei circoli viziosi che hanno portato alla situazione attuale.
 
E nasce a sinistra, il che spiega in parte perché è diventato egemonico in un pezzo rilevante dell’elettorato di quel versante, quando i vertici del Pci decidono che occorre aprire un canale diretto con alcuni magistrati per orientare le indagini contro il terrorismo e massimizzare i risultati della repressione giudiziaria. È in questa fase che in nome dell’obiettivo di fondo - la difesa della democrazia e dell’agibilità politica - si comincia a sorvolare sulla liceità degli strumenti messi in campo: si forza il diritto (arresti preventivi

di massa, cambio in corsa dei capi di imputazione, sforamento dei tempi d'indagine e di fermo), si perseguono i fenomeni anziché i singoli reati, si usano i mezzi di stampa amici per enfatizzare le inchieste e mitizzare l’azione dei pm, si promulgano leggi speciali e altre se ne invocano, in una rincorsa all’emergenzialità nella quale la politica sceglie di farsi ancella delle richieste che arrivano dalle Procure. D’altra parte, questo collateralismo finisce per orientare politicamente molte inchieste.

Lo sconfinamento dei poteri giudiziari prodotto negli anni della lotta al terrorismo viene quindi trasferito in blocco negli anni Ottanta verso la nuova emergenza e per un’altra causa in sé nobilissima: la lotta alla mafia. Sono gli anni in cui si estremizza l’uso barbaro del pentitismo (non occorre citare il caso Tortora), brandito come una clava e con la pretesa di utilizzare i collaboratori senza alcuna garanzia in tutte le fasi dell’azione giudiziaria. I giudici cominciano a diffidare pubblicamente la politica dal mettere mano a riforme che ripristinino le condizioni dello Stato di diritto.

La situazione esplode poi con Tangentopoli, quando la molla della nuova emergenza, la sacrosanta lotta alla corruzione, unita all’indebolimento del collante sociale dei partiti, proietta i magistrati nella lotta politica senza più mediazioni e dissimulazioni. Si ripropone il solito catalogo di svarioni giuridici ma ormai sdoganato, con la teorizzazione esplicita della carcerazione preventiva come mezzo di pressione per estorcere confessioni, della gogna per gli imputati, delle condanne mediatiche come alternativa rapida alle condanne giudiziarie.

Non è un trattamento che colpisce solo potenti e famosi (come se poi, in una società liberale, fosse lecito accanirsi su alcune categorie), e casomai il torto di molti garantisti part time è di accorgersi di questo stato di cose solo quando colpisce i più noti. E così, mentre i pm vanno in tv a chiedere di bloccare questo o quel provvedimento governativo, si comincia a vaneggiare di governo dei giudici (una proposta cui è dedicato un famigerato numero monografico di Micromega). Quindi, con l’arrivo delle intercettazioni e della loro allegrissima trascrizione in tempo reale sui quotidiani la magistratura diventa soggetto politico a tutto tondo, anzi di più: capace di imporre l’agenda politica, distruggere carriere, orientare scalate di Borsa.
 
Intendiamoci, questo non è il ritratto della magistratura italiana. È il ritratto di un suo pezzo che ha completamente smarrito il senso della propria missione, appoggiandosi a sponde politiche e sociali sempre più aggressive nelle loro crociate di presunta moralizzazione. In un’Italia segnata da scandali e malaffare, il partito dei giudici ha potuto avanzare e rafforzarsi, ha miscelato umori reazionari e insoddisfazione democratica, ha reso primitivo il dibattito pubblico sulla giustizia. Argomentare contro il partito dei giudici non è difficile. È inutile. Vuoi regolamentare l’uso dei pentiti?

Sei colluso con la mafia. Critichi Mani pulite? Vuoi difendere la politica corrotta. Sei a favore di una legge che limiti la pubblicazione delle intercettazioni? Vuoi proteggere Berlusconi e i criminali. Fino all’ultimo caso: se difendi Napolitano dai vergognosi attacchi di cui è oggetto è perché non vuoi la verità sulla trattativa Stato-mafia. Né vale ricordare agli ultras delle manette i molti flop dei lori beniamini. Se un’inchiesta del partito dei giudici fa flop, questo viene negato o comunque giustificato con lo scatenarsi di forze ostili.
 
Nessuna buona causa può diventare una ragione per pretendere che uno dei poteri dello Stato invada il campo degli altri o per giustificare comportamenti totalmente fuori dal dettato costituzionale, oltre che dal codice di procedura penale. Purtroppo l’idea che questo sconfinamento sia non solo necessario ma addirittura auspicabile ha trovato invece terreno fertile, proliferando in una opinione pubblica che si considera ultrademocratica nonostante sostenga tesi che spingono in direzione esattamente opposta.


Mercoledì 22 Agosto 2012 - 09:29
Ultimo aggiornamento: 16:22

Le idrovore succhiasoldi degli italiani

Il Tempo
di Mario Sechi

Zero spese, superincassi. Se l’azienda Italia funzionasse come le tesorerie dei partiti, sarebbe imbattibile. I movimenti politici sono ricchi, sono passati attraverso varie crisi, hanno superato la bolla di internet, l’11 settembre 2001, lo sboom dei mutui subprime nel 2008, e continuano come idrovore a succhiare i soldi dei contribuenti.


CatturaZero spese, superincassi. Se l’azienda Italia funzionasse come le tesorerie dei partiti, sarebbe imbattibile. I movimenti politici sono ricchi, sono passati attraverso varie crisi, hanno superato la bolla di internet, l’11 settembre 2001, lo sboom dei mutui subprime nel 2008, e continuano come idrovore a succhiare i soldi dei contribuenti in maniera diretta - con rimborsi elettorali che in realtà sono un finanziamento - e indiretta moltiplicando i centri di spesa e zavorrando i già agonizzanti conti pubblici. Con le leggi che si sono votati, hanno blindato il passato, il presente e anche il futuro. Se un cittadino fa un errore formale nella dichiarazione dei redditi, becca la multa, la perdita di tempo e rogne anche per il futuro dal Fisco. Ma i partiti questi problemi non li hanno. Come documenta la Corte dei Conti, possono tranquillamente infischiarsene delle proverbiali «pezze d’appoggio» per le loro spese.
Non le presentano. Tanto il «rimborso» arriva lo stesso. Non mi piace l’antipolitica e ho sempre scritto che i partiti sono uno strumento necessario per la democrazia, ma è difficile non avere la tentazione di far tabula rasa di tutto questo di fronte a tanta arroganza e disprezzo per le regole. Funziona così e per ora non c’è niente da fare. Un paio di miliardi di euro se ne sono andati in fumo dal 1994 a oggi tra attività fatte e non fatte, documenti veri e falsi, emissioni di fatture ed omissioni di contabilità. Un fiume di denaro (oltre due miliardi di euro) che si riversava nelle casse dei partiti senza accurati controlli, ha prodotto tesorieri con il

tesoro a spese nostre (Luigi Lusi), leader politici che si facevano sfilare la cassa sotto il naso (il gruppo dirigente de La Margherita), clan familiari che per pagarsi le spesucce di famiglia usavano il denaro del partito (casa Bossi docet) e via così. È un horror show della politica che non avrà fine finchè i soldi ce li metterà lo Stato. Se non devi faticare per ottenere i tuoi fondi dai cittadini, se non devi dimostrare di averli usati bene, il minimo che può capitare è che qualcuno arraffi il bottino e si dia a una vita allo champagne. Prendi i soldi e stappa.

22/08/2012


Milioni di rimborsi ai partiti. Ma non hanno speso un euro

Il Tempo
di Alberto Dimajo

Non hanno tirato fuori un euro per la campagna elettorale ma hanno ricevuto rimborsi milionari. Sono 67 tra partiti e movimenti vari. Alcuni hanno vinto, altri perso. Non conta. Solo per aver avuto liste alle ultime elezioni regionali e aver ottenuto una manciata di voti hanno conquistato i «rimborsi». In tutto, per le consultazioni del 28 e 29 maggio 2010, lo Stato ha assegnato alle forze politiche più di 74 milioni di euro, a fronte di spese accertate di poco meno di 63 milioni. È la Corte dei conti a metterlo nero su bianco.
Non hanno tirato fuori un euro per la campagna elettorale ma hanno ricevuto rimborsi milionari. Sono 67 tra partiti e movimenti vari. Alcuni hanno vinto, altri perso. Non conta. Solo per aver avuto liste alle ultime elezioni regionali e aver ottenuto una manciata di voti hanno conquistato i «rimborsi». In tutto, per le consultazioni del 28 e 29 maggio 2010, lo Stato ha assegnato alle forze politiche più di 74 milioni di euro, a fronte di spese accertate di poco meno di 63 milioni.

È la Corte dei conti a metterlo nero su bianco nel «Referto ai presidenti dei Consigli regionali sui consuntivi delle spese e dei finanziamenti delle formazioni politiche». Il documento, del 10 agosto scorso, chiarisce che i partiti che hanno partecipato alle elezioni del 2010 hanno presentato dichiarazioni di spesa (alcune anche mancanti di fatture o altri documenti) con cifre molto più contenute rispetto a quanto otterranno (per ora sono state erogate 2 rate su 5). In percentuale hanno avuto un guadagno del 117,9 per cento.

Un affare. Non fosse altro per l’equivoco generato dalla parola «rimborsi». È la legge ad essere così «generosa». Tanto che gli stessi magistrati contabili sottolineano che anche «nel caso in cui il soggetto politico, pur avendo preso parte alla campagna elettorale, affermi di non aver sostenuto spese né ottenuto finanziamenti oppure che le spese e i finanziamenti sono state sostenute o ottenute dai singoli candidati» il partito «deve, comunque, darne formale comunicazione, giacché, in base alla normativa vigente può sempre ottenere

l’erogazione del contributo statale, mancando qualunque collegamento tra la spesa elettorale ed il relativo rimborso, determinato sulla base dei voti conseguiti». Dunque anche i partiti che non hanno speso niente (67 in tutto) hanno i «rimborsi». Che dunque altro non sono che un finanziamento pubblico mascherato. Era il 1993 quando gli italiani votarono in massa un referendum proposto dai Radicali per togliere i soldi pubblici ai partiti. Il 90,3 per cento scelse di abolire il finanziamento. Ma, nel 1994, i soldi sono rientrati dalla finestra proprio sotto forma di rimborsi.

Tanto che, sempre secondo la Corte dei conti, dal ’94 a oggi i partiti hanno avuto più di 2 miliardi e 304 milioni di euro a fronte di spese dichiarate e accertate pari a 681 milioni e mezzo. Non è un caso che nelle considerazioni conclusive i magistrati contabili notino «una forte discrasia» tra quelli che chiamano «i cosiddetti rimborsi» e «le spese sostenute che risultano complessivamente inferiori all’ammontare, in taluni casi, anche della prima rata. Ma non è tutto. La Corte dei conti, infatti, ha formulato 133 rilievi, «sia nei confronti delle formazioni regionali o provinciali che al livello nazionale». Infatti, fanno notare ancora i magistrati, «specie nei casi di partiti di grosse dimensioni, si è riscontrato che le spese vengono disposte e gestite a livello centrale, con successiva ripartizione in quote percentuali delle stesse alle varie regioni».

Ci sono anche casi più singolari: 21 partiti hanno presentato dichiarazioni sbagliate. In particolare, «in 14 casi la non regolarità riguarda somme per le quali, alla data di chiusura dei lavori, non era stata fornita la prova dell’avvenuto pagamento delle relative fatture». Volevano prendere prima i soldi dei rimborsi e dopo (c’è da sperarlo) pagare i conti. «In 6 casi la non regolarità è stata dichiarata per le voci di spesa inserite in consuntivo, ma assolutamente prive della relativa documentazione».

Ecco i soldi che hanno ottenuto, sempre per le ultime Regionali, alcuni partiti nel 2010 e nel 2011. Alleanza per l’Italia ha avuto finora 134.645,68 euro (anche se ha dichiarato di non aver speso niente). Stessa storia per Autonomia e Diritti, lista che appoggiava Loiero in Calabria, (289.215,06 euro), per Popolari Uniti (65.552,57 euro) e Sinistra Ecologia e Libertà - Pse (331.623,49 euro). Andiamo ai movimenti più «pesanti». Sempre per le stesse consultazioni, il Pd ha avuto 20 milioni, oltre 6 milioni in più rispetto alle spese dichiarate. È andata peggio al Pdl, che ha ottenuto quasi 21 milioni di euro, «soltanto» 34 mila euro in più rispetto alle spese sostenute. Ha fatto bingo la Lega Nord.

Ha dichiarato di avere avuto uscite per 4 milioni e mezzo di euro ma ha incassato 9 milioni e mezzo. Tutto regolare, lo prevede la legge sui «rimborsi», che pone il limite di spesa di 1 euro moltiplicato il numero dei cittadini residenti nelle circoscrizioni provinciali nelle quali il partito ha presentato le proprie liste. Si va dagli oltre 7 milioni e mezzo a disposizione dei partiti della Lombardia ai 569 mila euro di quelli della Basilicata, passando per i 4.722.155 del Lazio, i quasi 5 milioni della Campania e i circa 4 milioni del Veneto.

22/08/2012

Gran Bretagna, dopo no del tribunale all'eutanasia muore uomo paralizzato

Corriere della sera

Il caso di Tony Nicklison paralizzato dal collo in giù da 7 anni. Al no della corte aveva pianto. Il suo ultimo messaggio in rete

Il messaggio di addio di Tony Nicklison su Twitter
Il messaggio di addio di Tony Nicklison su Twitter


Cattura
Venerdì l'alta Corte di Londra aveva respinto la richiesta di Tony Nicklison di porre fine alla sua vita attraverso il suicidio assistito. L'uomo aveva chiesto di poter far ricorso all'eutanasia perché completamente paralizzato dal 2005. Ora l'uomo è morto nella sua casa in Wilthsire. Nicklison, 58 anni soffriva dalla sindrome di Locked-In dopo essere stato colpito da un ictus. Venerdì, quando ha appreso la notizia del rifiuto era scoppiato in lacrime e la sua foto era apparsa il giorno dopo sulle principale testate del Regno Unito. E l'immagine aveva scosso le coscienze inglese.

LE INTERVISTE SU TWITTER - L'uomo era padre di due figli. In un'intervista rilasciata su Twitter attraverso un complesso sistema legato al movimento delle palpebre aveva spiegato: «La mia vita è stare seduto su una sedia per sei ore senza potermi muovere, senza alcuna dignità, con la saliva che mi scende dalla bocca». Ovviamente Nicklison non era in grado di uccidersi da solo e non voleva nemmeno che qualcuno dei suoi parenti e o dei suoi medici finisse nei guai aiutandolo a togliersi la vita. Tony è l'unica persona al mondo nelle sue condizioni ad aver usato i social media per comunicare con il resto del mondo.

Secondo un sondaggio, l'82% degli inglesi ritiene che a un medico, su indicazione del paziente, dovrebbe essere permesso di mettere fine alla sua vita se soffre troppo. In Gran Bretagna il suicidio assistito resta vietato dalla legge ma ora sono previste alcune eccezioni che consentono al giudice di decidere con ampi margini di discrezionalità. Può essere ad esempio preso in considerazione il fatto che chi ha deciso di aiutare un proprio caro o una persona che ama a togliersi la vita è stato mosso da compassione. Allo stesso modo si considera il fatto che chi ha deciso di farla finita ha lasciato indicazioni ben precise al riguardo

«ADDIO MONDO» - Forse anche per fugare ogni sospetto ora la famiglia di Nicklinson ha postato un messaggio sul suo profilo Twitter che dice: «Mio padre è morto in pace di cause naturali. Aveva 58 anni e ci ha chiesto di scrivere queste parole: "Addio mondo, il mio momento è arrivato, mi sono divertito abbastanza"». Poi i figli hanno aggiunto: «Grazie a tutti per il supporto in questi anni. Ora vi chiediamo un po' di privacy in questo momento di dolore». Il primo messaggio di Nicklison pubblicato il 14 giugno aveva portato in poche ore 15 mila persone a seguire il suo profilo.

Marta Serafini
@martaserafini22 agosto 2012 | 15:42

Luna: scoperto il mistero delle chiazze chiare

Corriere della sera

Bolle magnetiche deviano il vento solare che rende il suolo circostante più scuro

Le chiazze chiare sulla Luna (Nasa)Le chiazze chiare sulla Luna (Nasa)


MILANO - La superficie della Luna ha delle macchie più chiare rispetto al suolo circostante e che raggiungono il diametro di alcune decine di chilometri. In queste zone si verificano dei vortici e durante l’era degli sbarchi degli astronauti delle missioni Apollo i planetologi ritenevano che fossero generati da anomalie magnetiche. Ma in realtà quale ne fossero la causa e le caratteristiche restava un mistero.

BOLLE MAGNETICHE - Ora diverse sonde le hanno studiate e gli scienziati del Rutherford Appleton Laboratory britannico hanno pure condotto dei test attraverso i quali sono riusciti a trovare una spiegazione. Almeno in parte. Sulla superficie lunare si creano bolle magnetiche generate appunto in alcuni punti del suolo confermate dalle misure della sonda Lunar Orbiter della Nasa. Con questi dati gli scienziati sono riusciti a riprodurle in laboratorio nel tunnel che simula il vento solare, constatando che le bolle deviano il flusso del vento solare formato da radiazioni e particelle atomiche. La deviazione è causata dal campo elettrico che si genera nella superficie esterna della bolla.

FLUSSI DI RADIAZIONI - Il risultato ottenuto ha fatto immaginare la possibilità di deviare i flussi di radiazioni presenti nel cosmo, i quali oggi rappresentano il maggior rischio per i viaggi degli astronauti quando si allontanano dalla Terra. Intorno al nostro pianeta, infatti, il campo magnetico blocca radiazioni e particelle atomiche. Ma nelle future traversate cosmiche per andare, ad esempio, su Marte è necessario intervenire per bloccarle e finora non c’erano idee precise sul come fare. Adesso la Luna viene in soccorso mostrando una realtà che potrebbe essere copiata nelle astronavi.

ALTRI MISTERI - Ma la questione non è ancora risolta del tutto sul nostro satellite naturale perché resta un mistero come mai alcune aree abbiano la strana prerogativa che, tra l’altro, spiega la ragione delle macchie più chiare. In questi luoghi la bolla impedisce alle radiazioni di arrivare al suolo e viene deviata provocando un annerimento del suolo che è quello che vediamo dovunque sulla superficie. Tranne, appunto, dove ci sono le macchie per la protezione della bolla. Come si vede, anche se ci abbiamo camminato sopra e decine di sonde l’hanno scandagliata, la Luna resta ancora un mondo da scoprire.

Giovanni Caprara
22 agosto 2012 | 14:52

Suzy, la mamma che imbarazza il colosso Ryanair: 350 mila sostenitori su Facebook

Corriere della sera

Trecento euro per non aver stampato la carta di imbarco: lei lo scrive su Facebook e 350 mila utenti la sostengono

Suzy McLeod con la sua piccola MarySuzy McLeod con la sua piccola Mary


Gli extra delle compagnie low cost, si sa, possono essere molto pericolosi. Peso eccedente, bagaglio con misure non adeguate. Ma Suzy McLeod di Newbury, Berkshire, mamma di due bambini, non poteva immaginare che una svista con una compagnia low cost potesse costarle ben 300 euro.

LA STORIA - È quello che le è accaduto con Ryanair per un volo del 15 agosto da Alicante a Bristol: dopo aver acquistato i biglietti, fatto il check in online e aver pesato le valigie prima di partire per evitare sorprese, questa mamma di due bambini non ha stampato le cinque carte di imbarco. Il risultato? Sessanta euro per persona da pagare, in totale 300 euro. Il giorno dopo la disavventura, Suzy ha scritto sulla pagina Facebook della compagnia low cost: «Avevo già fatto il check in online - il commento - ma poichè non ho stampato le carte di imbarco mi avete fatto pagare 60 euro a persona. In totale 300 euro per un semplice pezzo di carta. Cliccate mi piace se pensate che sia un'assurdità».

SUPPORTER - In 354 mila hanno accolto l'invito e oltre 18 mila persone hanno pubblicato un commento, generalmente poco gentile, contro il vettore low cost. Tant'è che la compagnia, dopo poco, ha cancellato l'appello di Suzy dalla sua pagina Facebook. «Avremmo potuto viaggiare in business per molto meno - ha dichiarato al Telegraph Suzy, 35 anni, che era in vacanza con suo figlio Harrison, la figlia Maria e i nonni dei bambini -. Siamo andati in ferie per 15 giorni e non sono riuscita a stampare le carte di imbarco per il ritorno perchè puoi farlo solo due settimane prima del volo. Avevo le carte di imbarco sul mio cellulare in Pdf e pensavo che fosse sufficiente». Non era così.

RYANAIR - La compagnia irlandese, ha poi risposto tramite la stampa, alla cliente: «Com'è chiaramente delineato nei termini e nelle condizioni di volo che la signora ha accettato quando ha comprato il biglietto con noi - ha precisato il portavoce della compagnia Stephen McNamara - i passeggeri devono stampare la carta di imbarco e presentarla in aeroporto al momento della partenza. Se ciò non avviene, si paga l'extra».

Corinna De Cesare
corinnadecesare22 agosto 2012 | 17:26