mercoledì 22 agosto 2012

Rubate le mappe segrete dell'Eliseo e di altri novemila palazzi parigini

Corriere della sera

Erano in una chiavetta Usb nell'auto di un imprenditore che doveva cablare l'edificio e il ministero dell'Interno
Dal nostro inviato ELISABETTA ROSASPINA


Una sala dell'EliseoUna sala dell'Eliseo

PARIGI – C’è una chiavetta USB in giro per Parigi, o chissà magari giù più lontana, che fa sudare freddo i maigret francesi: nella piccola memoria di massa portatile sono archiviate le planimetrie di 9.000 palazzi, ma soprattutto dell’Eliseo, la residenza del presidente François Hollande, degli uffici del Ministero dell’Interno e della Prefettura di Polizia, oltre alle mappe dettagliate di una quantità di enti pubblici e privati, banche, società. Le informazioni, che potrebbero ingolosire malintenzionati d’alto livello, sono state trafugate qualche giorno fa dall’auto di un manager dell’impresa incaricata di installare una rete fibre ottiche in quegli stessi edifici, nel quadro di un ampio progetto di video protezione della capitale.


francois
La chiavetta era, assieme ad altro software e ad altri dossier, nell’auto del dirigente in una cartellina lasciata sui sedili quando, sabato scorso, l’uomo è andato a prendere un parente in arrivo in treno, alla Gare de Lyon, nella zona sud est di Parigi. Non prevedeva di stare via molto e forse, nella fretta, si è addirittura scordato di bloccare le portiere della macchina. Al suo ritorno, qualcuno aveva già fatto piazza pulita. Raramente un furto dentro un’auto scatena tanto allarme: la seconda divisione della polizia giudiziaria di Parigi ha setacciato il quartiere è ritrovato la borsa in cui era custodita la chiavetta, che però è sparita. La notizia è trapelata 48 ore più tardi ed è stata pubblicata dal quotidiano Le Parisien, costringendo il ministero dell’Interno a diffondere un comunicato rassicurante: le planimetrie non erano criptate e non sono considerate documenti segreti.

Però, chiaramente, sarebbe preferibile che non circolassero in mani sbagliate. Inserita su qualunque computer dotato di porta USB, la chiavetta sciorina infatti, stanza per stanza, la disposizione interna di alcuni dei palazzi meno accessibili del paese. E più vigilati. Gli inquirenti non si dilungano sui loro sospetti, non possono escludere che la pen drive fosse il reale obiettivo del ladro. Ma, vista la zona in cui è avvenuto il furto, sono propensi a pensare che si tratti di un topo d’auto attirato dalla borsa e ignaro del suo contenuto. Finora.


22 agosto 2012 | 17:10

Sanremo: vinti 740 mila euro alle slot machine È il jackpot più alto della storia del Casinò

Corriere della sera

Il montepremi delle dieci Star Wars collegate era inviolato  dal 30 aprile 2009, quando furono vinti 292.885 euro


Casinò di Sanremo ultra fortunato. Solo nel fine settimana sono state centrate ben cinque vincite per complessivi 88.000 euro. E il montepremi delle dieci slot «Star Wars» è ripartito da quota 50.000 euro dopo che, mercoledì mattina, una cliente piemontese lo ha sbancato portando a casa 740.419 euro. Il jackpot più alto della storia del Casinò di Sanremo, per quanto riguarda le slot machine

LEILA - È toccato a una turista torinese di circa quarant'anni che mercoledì mattina ha visto apparire sul display della macchinetta su cui stava puntandoil volto sorridente della principessa di Star Wars, Leila, che le ha annunciato la copiosa vincita. Il montepremi era inviolato dal 30 aprile del 2009, quando a un altro cliente vennero consegnati 292.885 euro, il premio più alto consegnato nella casa da gioco sanremese.


Redazione Online22 agosto 2012 | 14:35

Le Waterloo dei guru del palato

La Stampa

Bourdain e la difficile caccia ai piatti tipici colombiani (compresi quelli vietati) Zimmern e gli errori sugli orrori



Anthony Bourdain e Andrew Zimmern

 

Mi è capitato diverse volte d'essere stato presentato ai ristoratori di Cartagena, dell'Eje Cafetero e de la Sucursal del cielo e ai pierre degli hotel come l'Anthony Bourdain europeo, cosa che mi ha fatto sorridere parecchio. Bourdain non mi fa impazzire nè come scrittore, nè come divulgatore televisivo, però accipicchia sarà anche più strafatto di Burroughs eppure dimostra dieci anni in meno di quelli che ha e che ti piaccia o no, ormai è popolarissimo ovunque. Esiste su questo pianeta uno famoso quasi quanto i Coldplay solo perchè ha spiluzzicato testicoli di pecora in Marocco e centellinato sangue di cobra in Vietnam? Col suo programma "No Reservations" Bourdain ha girato il mondo a caccia di cibi insoliti. Dalla Namibia all'Uruguay inseguendo carni di alligatori, vongole dalla proboscide, squali putrefatti, grasscutter, occhi di foca crudi, uova di formiche. Nel suo nomadismo palatale Bourdain e' finito anche in Colombia, e, ovviamente, ha soggiornato a Cartagena.

Qui tutti si ricordano di lui ma non ne parlano con eccessivo entusiasmo. Chi dice di averlo conosciuto, te lo dice con una faccia da mal di mare. Molti lo rammentano antipatico, molti gli rimproverano di aver mitizzato troppo il mercato di Bazurto, molti lo ritraggono come un sosia di Lou Reed, scostante e annoiato. Io credo invece che durante la sua settimana a Cartagena sia stato mal indirizzato. Ha fatto tappa al mercato di Bazurto, e questa è una gran cosa, però ci è andato di giorno. Per capire Bazurto ci si deve andare almeno alle quattro del mattino perchè alle sei le merci sono già tutte in viaggio per Medellin e Bogotà. A Bazurto Bourdain ha mangiato arepa con uovo - come qualunque turista in vacanza a Cartagena - carne di squalo, il tollo e uova di hicotea, una tartaruga d'acqua dolce che vive nelle paludi colombiane e venezuelane.

Nonostante, allora come oggi, la tartaruga di mare e l'hicotea siano vietatissime perchè a rischio d'estinzione. Il consumo di hicotea raggiunge il suo apice durante la Settimana Santa e nonostante i divieti e la mobilitazione degli ambientalisti è un traffico in costante ascesa. Solo nel Sucre quest'anno sono state arrestate 11 persone e sequestrate 2300 tartarughe. Una hicotea catturata dai bracconieri viene venduta a 4.000 pesos. A Sincelejo la stessa tartaruga costa 9.000 pesos, a Cartagena 25.000 pesos, nei ristoranti di Monteria, Medellin e Bogotà mezza tartaruga, in barba ai divieti, si vende a 40/50.000 pesos. Il Ducasse dei cuochi di hicotea è Domingo Ramos del 'Donde Mingo' di Galeras. Ne cucina ogni mese 150. In fricassea, stufate, in zuppa.

E' a rischio d'estinzione anche l'aragosta che Bourdain ha mangiato deliziato nell'Isla di Tierra Bomba. Peccato che non faccia mai menzione della pesca indiscriminata di questo crostaceo. Anche qui ci sarebbero delle leggi molto severe ma sono pochi i ristoratori che le rispettano. "Comprare un'aragosta che pesa meno di un chilo è da criminali!" sentenzia lapidario Sandro Markovich, il responsabile alimentos y bebidas dell'Hotel Caribe. Markovich è un ambientalista vero, appassionato e sanguigno, uno che appena ha una settimana di ferie passa a setaccio tutta la Colombia in cerca dei mercati piu'remoti e incantevoli. Un giorno mi dice: "Se ti fai crescere la barba ti porto a vedere la Colombia come non la conosce nemmeno Uribe".

Purtroppo Markovich è l'eccezione. Nell'isola di Barù ho visto vendere a un cuoco di Laguito una ventina di aragoste quasi tutte intorno al mezzo chilo. Chiaro che di questo passo le deliziose aragoste di Cartagena finiranno per diventare più rare di un liocorno. Se Bourdain voleva vedere le aragoste pescate artigianalmente, senza nasse senza arpionamenti, solo a mano, perchè non andare a Punta Canoa o a San Bernardo al Viento?
A Cartagena, anzichè degustare la comida costeña Bourdain fa la fortuna di una cevicheria in Calle Stuart - ci ho cenato un paio di volte, ma in città esistono almeno quattro cevicherias che le sono nettamente superiori - dove mangia ovviamente ceviche, un piatto a base di pesce crudo, e un polpo in salsa di corozo - ad Haiti lo

chiamano corosse, coyol in Messico, coco babosso in Brasile, totai in Bolivia, mbocayá in Paraguay e in Argentina. E’ un frutto dalle bacche color rubino, venduto a grappoli. Sembra ribes nero, insolitamente grande. Dai semi e dalla polpa si ricava un aceto gradevole e sapone, dalla polpa fermentata un liquore, dalla polpa bollita un succo di frutta che ricorda quello dell’amarena ma addirittura più saporito - che in rete, per colpa di una trascrizione errata, diventa "octopus in Caruso sauce". Se escludiamo l'arepa, in una settimana a Cartagena, Bourdain ha mangiato di tutto fuorchè la cucina locale. Rendendo un pessimo servizio a Cartagena e ai suoi futuri visitatori.

Allora, dei cosiddetti guy with the iron stomach, a Bourdain preferisco mille volte Andrew Zimmern, la star di Travel Channel che intorno ai Bizarre Foods ha costruito un piccolo impero. Zimmern è un professionista del cibo. Ha lavorato per anni nella ristorazione, è stato uno chef di successo – a Minneapolis spopolava col Cafe Un Deux Trois - e dal 1997 è un critico enogastronomico che vanta una dozzina di blog, un sito ufficiale, rubriche e collaborazioni con testate come Food Arts, Restaurant Business, NWA Traveler, Gourmet, Bon Appetit, Mpls St.Paul Magazine, New York Times Review, e adesso anche una serie televisiva, Bizarre Foods, con la quale viaggia il mondo a caccia di emozioni estreme.

Fra le sue performances più memorabili, degustazioni di grossi roditori acquatici della Louisiana, pipistrelli delle caverne malesi, barbecues di alligatori, larve della noce di cocco in Ecuador. Nelle Filippine, Zimmern non si fa mancare i balut e spesso, spaccia per orrori gastronomici piatti che da noi in Europa invece fanno la gioia di ogni gourmet. Un esempio? I ricci di mare e le angulas che in Spagna a chiamarli bizarre foods se Vazquez Montalban, Bruce Chatwin e Dalì fossero ancora vivi ti toglierebbero il saluto. Avevo casa in Andalusia; ogni volta che ci andavo facevo due o tre puntate a Malaga, a Casa Pedro, e le angulas erano un rito, come le corride di Rafael De Paula; ce le servivano nei tegamini di coccio, sfrigolanti, con l’olio che scrocchiava impetuoso, con le forchettine di legno a tre o a quattro rebbi, con aglio e peperoncino dosati con giudizio, perchè ci vuol niente a mortificare il sapore delle angulas.


* Scrittore, sceneggiatore, gourmet e blogger globetrotter, racconta il mondo di oggi e le sue contraddizioni

lorenzo cairoli *

D'Alema: meglio la barca che ricordare Togliatti

Libero

Il Pd porta fiori al mausoleo del "Migliore". Baffino non c'è. E neppure Bersani e Bertinotti

di Rita Cavallaro


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C’erano più morti che vivi ieri nel circolare mausoleo dei Comunisti, al cimitero del Verano di Roma. La ricorrenza era importante, di quelle a cui un compagno non può mancare: il quarantottesimo anniversario della morte dello storico segretario del Pci, Palmiro Togliatti, scomparso a Jalta il 21 agosto del 1964. Ma sulla tomba del «Migliore», tumulato insieme ai più importanti dirigenti comunisti italiani, gli esponenti del Pd non c’erano, il cuore di quella sinistra che giura di portare avanti gli ideali di Togliatti non batteva. Non c’era Pierluigi Bersani, non si è visto Massimo D’Alema, non è passato neppure Fausto Bertinotti. A sfidare la canicola dell’anticiclone Lucifero per omaggiare il «Migliore», alle 10 di ieri mattina, si sono presentati al mausoleo del Pci una decina di militanti, nostalgici di quel comunismo che fu, oggi tutti nella dirigenza nazionale.

L’unico volto noto, che ha dato il via alla commemorazione, è stato l’ex tesoriere della Quercia, Ugo Sposetti, accompagnato da Marisa Malagoli Togliatti, la figlia di Palmiro e di Nilde Iotti.  La delegazione era composta da rappresentanti dei Ds, di Rifondazione e del Pd. Questi ultimi hanno portato sulla tomba di Togliatti un grande mazzo di gladioli bianchi e rossi, mentre gli esponenti dei Ds e Rifondazione hanno deposto due corone di fiori. I democratici hanno scelto una composizione di crisantemi gialli, con un trionfo di rose rosse e gladioli, mentre la Federazione della sinistra ha commemorato l’anniversario del leader storico con una grande corona di crisantemi rossi e bianchi, al cui centro c’erano decine di rose purpuree. Insieme, il piccolo gruppo ha visitato l’interno del mausoleo, di proprietà dei Ds, dove sono contenuti i resti dei comunisti che hanno fatto la storia.

Tra questi, oltre a Togliatti e Iotti che riposano uno accanto all’altra, ci sono Girolamo Li Causi, Pietro Secchia, Camilla Ravera, Luciano Lama, Luigi Longo, Giuseppe Di Vittorio e Mario Alicata. Ma anche il partigiano Bruno Trentin, il cui anniversario della morte ricorre proprio domani, giorno in cui Sposetti tornerà al mausoleo per celebrare il sindacalista scomparso nel 2007. Una volta terminata la visita alle tombe, l’ex tesoriere è tornato al centro del mausoleo a forma circolare e si è fermato davanti al monumento del «Migliore», insieme alla figlia dello storico leader. L’adunata nostalgica, un po’ sottotono, si è infine sciolta.

La santa alleanza (editoriale) tra il Vaticano e Apple

La Stampa
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La Santa Sede e la società informatica insieme per offrire le catechesi del Papa in formato digitale, disponibili in tablet e smartphone

Andrés Beltramo Álvarez
Città del Vaticano

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Benedetto XVI è uno dei teologi cattolici più letti al mondo. I suoi libri sono stati tradotti in decine di lingue e tanti sono diventati anche dei best-seller. Adesso, i suoi pensieri abbatteranno l’ultimo confine tecnologico: gli smartphone e i tablet, grazie a un’alleanza editoriale tra la Libreria Editrice Vaticana (LEV) e il gigante dell’informatica Apple.

«Una scelta deliberata e strategica, prima o poi sarebbe diventato necessario impegnarsi anche nel formato elettronico; lo abbiamo fatto alleandoci con Apple che ci ha aiutato nella produzione delle catechesi illustrate del Santo Padre», ha detto a Vatican Insider don Giuseppe Costa, direttore della LEV.

Da due mesi, una serie di catechesi del Papa, illustrate con capolavori della storia dell’arte, può essere acquistata tramite il negozio virtuale i-Tunes. Il volume “L’uomo in preghiera” è anche disponibile e prossimamente lo sarà anche la serie “La preghiera nel Nuovo Testamento”, già disponibile in formato cartaceo. La LEV è la proprietaria esclusiva di tutti i diritti sui libri dei Papi. L’attuale, Joseph Ratzinger, è particolarmente prolifico.

Il catalogo delle sue opere ha più di 100 titoli, senza contare le antologie dei suoi interventi pubblici, discorsi e messaggi. La LEV potrà quindi valutare il nuovo terreno degli e-book con la produzione letteraria del Pontefice. Secondo Costa è ancora presto per tracciare un bilancio sui risultati di questa prima iniziativa. La casa editrice, comunque, continuerà a sviluppare altri progetti per l’universo virtuale.

Le catechesi che sono già pronte hanno richiamato l’attenzione del settore, perché non sono solo dei libri elettronici, ma prodotti multimediali di alta tecnologia. «L’effetto iconografico e grafico di questa iniziativa e molto forte, è molto apprezzata perché queste catechesi sono dei libri bellissimi che attraversano tutta la storia dell’arte», ha spiegato il sacerdote. Ma non tutti gli e-book della LEV avranno la stessa qualità, per una questione di costi e benefici. Per ora, ci sono 20 pubblicazioni elettroniche che sono state messe a disposizione nel circuito di un consorzio cattolico, in attesa dei risultati.

«Sul design c’entrano anche i problemi di natura imprenditoriali, dobbiamo valutare la differenza tra costi e benefici: non siamo una fondazione e quindi dobbiamo sopravvivere dal punto di vista editoriale e commerciale. Ad ogni modo, andiamo avanti tranquilli», ha spiegato don Costa. Vedendo l’alleanza con Apple, il gigante delle vendite di libri tramite internet, Amazon, si è fatto vivo mostrando interesse per i testi papali. Ormai il percorso della LEV nel mondo degli e-book è irreversibile.

Inseminare le nuvole contro il riscaldamento globale

Corriere della sera

L'aerosol di acqua di mare favorisce la creazione di nuvole che schermano i raggi solari. Raffreddando gli oceani

Un modello di una nave automatica che spruzza in cielo un aerosol di acqua di mare (McNeill)Un modello di una nave automatica che spruzza in cielo un aerosol di acqua di mare (McNeill)

MILANO - Lo ammettono gli stessi autori dello studio: l'idea è controversa e l'ipotesi di utilizzare la geoingegneria per combattere il riscaldamento globale ha già portato a simulazioni - come quella del 2010 della Carnegie Institution - con risultati contrastanti e in alcuni casi opposti a quelli previsti. Non di meno i 25 autori della ricerca internazionale, provenienti da prestigiose università e istituti di tutto il mondo, rilanciano l'idea in un lavoro pubblicato nel numero di agosto di Philosophical Transaction of the Royal Society A.

TEST - Perché non fare un test per vedere «dal vivo» cosa succede veramente sparando in cielo un aerosol di acqua di mare in modo da far aumentare la copertura nuvolosa sugli oceani e così far diminuire la radiazione solare che arriva sulla superficie del mare? L'idea - appunto - non è nuova e come si diceva ha portato a simulazioni computerizzate che sconsigliavano la messa in pratica di un sistema simile per combattere il riscaldamento globale, oltre a considerazioni di ordine etico, politico ed economico. Ma i 25 autori dello studio, guidati da John Latham dell'Università di Manchester, ribattono che queste argomentazioni non costituiscono un valido motivo per non proseguire gli studi scientifici, anche perché avrebbero ricadute positive sulla comprensione dell'impatto delle particelle di materiali inquinanti sul clima.

CONDENSAZIONE - Le nuvole si formano grazie alla condensazione del vapore acqueo che avviene intorno a nuclei in sospensione, come microparticelle di sale trasportate dai venti. Più sono presenti nell'atmosfera particelle di aerosol che contengono sale - e più sono piccole - maggiore è il vapore che si condensa e quindi più nuvole si formano. Queste schermano la superficie dell'oceano dai raggi solari facendo così diminuire - dice la teoria - il riscaldamento globale.

IL TEST - Il test sarebbe strutturato in varie fasi. Nella prima un'imbarcazione dovrebbe sparare l'aerosol marino con particelle di precise dimensioni a una determinata altezza. In seguito un aereo dotato di specifici sensori analizzerebbe la composizione fisica e chimica delle particelle, come si disperdono nell'atmosfera, come si sviluppano le nuvole e la loro durata. Dopo l'analisi dei risultati e le opportune correzioni, il passo successivo prevede l'impiego di 5-10 navi spruzza-aerosol che inseminano una striscia di oceano lunga 100 chilometri. Le nuvole che si formerebbero sarebbero sufficientemente consistenti da poter essere analizzate con i satelliti.

CONSENSO - Secondo gli scienziati, se il sistema funziona sarebbe un'alternativa molto più rapida nella lotta al riscaldamento globale rispetto alle attuali politiche di riduzione delle emissioni di gas serra, costose e che ottengono risultati su tempi molto più lunghi. Ma, come ammettono gli stessi autori, anche se i test dimostrassero che l'ipotesi funziona, per essere tradotta in realtà occorrerebbe un ampio consenso internazionale. E qui lo scetticismo prende il sopravvento.

Paolo Virtuani
21 agosto 2012 (modifica il 22 agosto 2012)

L'universo e i suoi fratelli

La Stampa

Non è più infinito ed eterno, in compenso si è moltiplicato. Ma nell’ipotesi di un «multiverso» noi dove siamo? Un libro del cosmologo John David Barrow

piero bianucci


Cattura
Ex pugile in corsa per il titolo mondiale, ex allenatore di pallacanestro, avvocato mai entrato in un tribunale, Edwin Hubble alla fine decise di fare l’astronomo. All’Osservatorio di Monte Wilson (California) passò centinaia di notti a fotografare galassie con quello che all’epoca era il più grande telescopio del mondo, e nel 1929, sulla rivista dell’Accademia delle scienze americana, annunciò che tutte le galassie (o quasi) si allontanano l’una dall’altra. Come se l’universo fosse nato da una immensa esplosione. Il «Big Bang», dirà vent’anni dopo, ironicamente, l’astrofisico inglese Fred Hoyle, che a quell’esplosione non credeva. In realtà anche Hubble parlò sempre di «apparente moto di allontanamento» delle galassie. Lasciò ai teorici la responsabilità di interpretare i fatti che le sue osservazioni andavano accumulando.

Dopo duemila anni di provinciale universo tolemaico con la Terra al centro, era arrivato Copernico a far girare il nostro pianeta intorno al Sole. Ma ancora Einstein, come Newton, pensava che l’universo fosse infinito ed eterno. Eppure nel 1916 aveva pubblicato la relatività generale creando la premessa perché si potesse immaginare una varietà di universi. Cosa che è puntualmente avvenuta. John David Barrow, 60 anni, professore di matematica all’Università di Cambridge, cosmologo che non ignora gli aspetti filosofici del suo mestiere, ce ne presenta il catalogo completo nel Libro degli universi (Mondadori, pp. 360, € 20), magistrale racconto dello sforzo umano per rispondere a una domanda semplicissima: dove siamo?

La materia dice allo spazio come curvarsi e lo spazio dice alla materia come muoversi. Questa, in sintesi, è la relatività generale. Subito Einstein l’applicò a un suo modello di universo, ma per garantirne la stabilità dovette inventarsi una forza repulsiva, una specie di anti-gravità, che chiamò «costante cosmologica». Aggiustava le cose, però era un trucco, era un po’ come nascondere la polvere sotto il tappeto, tanto che ne parlò poi come del «più grave errore» della sua vita. L’espansione si impose nei fatti: i lavori di Hubble la documentavano. Ma ancora prima De Sitter, Friedmann e il prete belga Georges Lemaître avevano elaborato modelli di universi in espansione sviluppando nuove soluzioni delle equazioni di Einstein.

Per aggirare le enormi difficoltà del problema, erano modelli semplificati. Un modello disegnava un universo in perenne espansione. Un altro prima in espansione e poi in contrazione fino a un Big Crunch. Un altro ancora oscillava come un pendolo tra Big Bang e Big Crunch. Arrivarono poi l’universo frattale di Carl Charlier e quello di Paul Dirac ispirato da simmetrie numeriche tra macro e microcosmo (ma certe simmetrie sono solo illusorie: pensate a una spiaggia piena di ragazze a caccia di marito e di mariti a caccia di ragazze).

Seguirono universi ondulati, cilindrici, granulari, in rotazione (quello di Gödel, dove il tempo bidirezionale consente viaggi nel passato) o basati sulla continua creazione di materia, come quello immaginato da Hoyle, Bondi e Gold. Universi caldi e universi freddi. Omogenei e disomogenei. Ordinati e caotici. O anche un mix a piacere di questi modelli. Tutti, purtroppo, incompleti o insoddisfacenti.

A complicare tutto c’è il fatto che la relatività con cui si interpreta l’universo a grande scala non va d’accordo con la meccanica dei quanti necessaria per interpretare il mondo atomico. Inoltre, risalendo all’istante del Big Bang l’universo diventa infinitamente piccolo, denso e caldo. Un oggetto caratterizzato da questi tre infiniti per i fisici è una «singolarità». Cioè qualcosa di impossibile. Ma ne siamo proprio sicuri? Al Polo Nord - spiega Barrow - tutti i meridiani convergono in un punto che possiamo assimilare a una singolarità, ma chi si trova lì non nota nessuna stranezza... Per fortuna le osservazioni a poco a poco hanno fissato dei vincoli alla fantasia dei cosmologi. Nel 1965 la scoperta della radiazione fossile lasciata dal Big Bang spazzò via la «creazione continua» di Hoyle.

Il fatto che ci siano sei protoni ogni neutrone e un miliardo di fotoni ogni protone è un dato oggettivo che la teoria deve giustificare. Idem per l’uniformità che l’universo manifesta in qualsiasi direzione lo si guardi. L’uniformità fu spiegata da Guth con il suo modello inflattivo. Nel 1998 la scoperta che l’espansione dell’universo sta accelerando (qualcosa di simile alla costante cosmologica ripudiata da Einstein) ha riaperto i giochi. Premiata con il Nobel nel 2011, questa scoperta suggerisce l’esistenza di una energia oscura che da sola rappresenta il 72 per cento dell’universo, a cui si affiancano un 24 per cento di materia invisibile e quel misero 4 per cento a noi accessibile.

Gli ultimi sviluppi della cosmologia puntano in direzioni opposte. Da un lato sembra che l’universo sia qualcosa di unico, perfettamente progettato per rendere possibile la vita. È il «principio antropico». Dall’altro lato la Teoria M, sintesi di varie altre teorie, dalla supersimmetria alle superstringhe, consente l’esistenza di un numero incredibile di universi: 10 elevato alla 500, cifra vertiginosa se ricordiamo che tutti gli atomi dell’universo sono meno di 10 alla 80. C’è pure l’ipotesi inquietante del multiverso, una entità di ordine superiore che includerebbe una quantità imprecisata di universi tra loro indipendenti e governati da leggi fisiche differenti.

Conclude Barrow: «Copernico ci ha insegnato che la Terra non è al centro dell’universo. Oggi forse dovremo accettare l’idea che nemmeno il nostro universo sia al centro dell’universo». In fondo, la domanda «dove siamo?» dopo tanti sforzi ha solo fatto passare la parola universo dal singolare al plurale.

Elie Wiesel: nel dramma del mio Ostaggio la coscienza sporca dell'Italia

La Stampa

Anni 70, un ebreo di Brooklyn rapito da un terrorista  palestinese e un italiano: il nuovo romanzo del Premio Nobel per la pace, uscito ieri  negli Stati Uniti

paolo mastrililli
inviato a new york


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C’è anche la coscienza sporca dell’Italia, nell’ultimo romanzo di Elie Wiesel. E si capisce. Perché Hostage, uscito ieri negli Stati Uniti da Knopf, è una denuncia globale del terrorismo, e noi con la nostra storia, l’alleanza col nazismo, i flirt più o meno scoperti con l’estremismo di sinistra e di destra, la complicità con la violenza palestinese, abbiamo parecchio di cui pentirci: «Io - ci dice il Nobel per la Pace - amo l’Italia. Siete un grande Paese e gli italiani mi hanno aiutato, durante la guerra.

Proprio per questo affetto, però, uno di voi è tra i protagonisti del mio romanzo. Perché chiunque sia stato affascinato dal terrorismo, deve sapere che è sempre sbagliato». Hostage narra la vicenda di un ebreo di Brooklyn, Shaltiel Feigenberg, che è sopravvissuto all’Olocausto grazie alla sua abilità nel gioco degli scacchi e adesso di mestiere racconta storie nella sua comunità. Nel 1975 viene rapito da due membri di un gruppo terroristico palestinese, l’arabo Ahmed e l’italiano Luigi, che in cambio della sua vita chiedono la liberazione di tre detenuti. Durante la prigionia, Shaltiel cerca di sopravvivere immergendosi nelle memorie della sua esistenza.

Perché proprio un italiano, tra i rapitori palestinesi?
«Voi avete avuto la vostra storia col terrorismo, basti pensare alle Brigate Rosse. Io però ho sentimenti molto caldi verso il vostro Paese. Quando ero bambino, durante la guerra, le truppe italiane passarono nel mio villaggio in Romania, e si comportarono con straordinaria gentilezza. Perciò ho voluto dare un certo grado di nobiltà anche all’italiano che fa il terrorista».

Parla di nobiltà perché Luigi stabilisce un rapporto umano con Shaltiel?
«Esatto».

Però compie questo gesto perché durante la guerra suo padre era stato un fascista, e aveva fatto arrestare e uccidere molti ebrei.
«Sì. In questa maniera espia le colpe di suo padre e dell’Italia. Ripulisce il proprio passato».

L’Italia è stata protagonista anche di una pericolosa fascinazione verso il terrorismo, dal consenso strisciante di cui gli estremisti di sinistra e di destra hanno goduto nella nostra società durante gli «anni di piombo», fino al premier Craxi che a Sigonella lasciò scappare i dirottatori dell’Achille Lauro. Luigi è un protagonista di Hostage anche per questo?
«Se scorrendo il mio libro i lettori italiani capissero che il terrorismo non è mai giustificato, sarei contento. Vede, io ho simpatia anche per i palestinesi. Però il terrorismo va sempre rifiutato. Non minaccia solo noi ebrei, ma tutto il mondo, ora che si è armato con attentatori suicidi pronti a tutto».

Lei crede ancora alla possibilità di avere due Stati in Medio Oriente, uno israeliano e l’altro palestinese?
«Sì, e mi adopero con tutto il cuore affinché si realizzi. È una posizione che hanno condiviso tutti i premier israeliani, incluso Netanyahu. Però va realizzata attraverso il dialogo, non l’odio».

L’odio è al centro della retorica che l’Iran usa verso Israele: lei pensa che l’intervento militare diventerà inevitabile?
«Potrei darle una risposta solo se avessi tutte le informazioni di intelligence. Però le dico una cosa: Ahmadinejad dovrebbe essere arrestato e processato per violazione dei diritti umani davanti a un tribunale internazionale, come avremmo dovuto fare con Pinochet. Non possiamo permettergli di avere l’arma nucleare».

E in Siria?
«Nei giorni scorsi ho avuto l’onore di accompagnare il presidente Obama alla visita di un museo, e mi sono permesso di dirgli che bisogna intervenire. Assad sta massacrando ogni giorno la sua gente, non può continuare così. Se l’azione militare non è possibile, bisognerebbe almeno unire la comunità internazionale affinché lo spinga a farsi da parte».

La «primavera araba» è una speranza o una minaccia?
«Una speranza, che quella regione possa finalmente cambiare. Dobbiamo operare affinché finisca così».

Nel suo romanzo, ambientato nel 1975, Luigi prevede che in futuro arriveranno i terroristi kamikaze. Perché glielo fa dire?
«Perché era uno sviluppo prevedibile, contro cui ci saremmo potuti attrezzare prima. Non l’abbiamo fatto per ignoranza, credo».

Lo stesso errore che fu commesso con l’Olocausto?
«No, in quel caso tutti sapevano: Washington, Londra, la Croce Rossa, il Vaticano. Potevano impedire il massacro, e ancora non capisco perché non si mossero. Sarebbe bastato intervenire a difesa della Polonia, prima dell’invasione tedesca. Oppure bombardare le ferrovie che portavano ai campi. Per anni ho chiesto agli americani perché non lo fecero, ma non ho avuto risposta».

Lei ha fatto pace con Dio per la sua «assenza» dall’Olocausto?
«Continuerò a pormi domande su Dio per tutta la vita, ma proprio perché ho fede. La mia fede è troppo forte, per farne a meno».

Ora è soddisfatto di come Obama combatte il terrorismo?
«Ha razionalizzato gli sforzi e preso Osama bin Laden, ma la comunità internazionale deve capire che serve un’azione comune».

Shaltiel ha un fratello comunista, che prima va in Unione Sovietica, e poi riscopre le sue radici tornando in Israele.
«Quella è stata un’altra aberrazione della nostra storia, e ha avuto troppo fascino anche su noi ebrei. Non potevo ignorarla, in un romanzo sul secolo scorso».

Durante la prigionia, il cantastorie di Brooklyn perde la speranza di poter comunicare con i suoi rapitori, e sente di essere tornato nella Torre di Babele. Anche lei ha perso fiducia nella parola?
«La comunicazione sta diventando sempre più difficile, nonostante le nuove tecnologie che dovrebbero favorirla. Ma io continuo a credere che l’istruzione sia l’unico antidoto per l’odio».

Il principale rimpianto di Shaltiel, quando teme di morire, è non aver avuto figli. Perché?
«Dopo la guerra molti ebrei rifiutavano di sposarsi, perché dicevano che il mondo non meritava i nostri bambini. Qualcuno ripete questi argomenti ora, sotto la minaccia del terrorismo. È un errore. Non si può vivere senza la speranza. Non bisogna mai arrendersi e rinunciare al futuro».

In rete le foto dei cani «cattivi» Un sito raccoglie le denunce dei padroni

Corriere della sera

Dai furti di cibo, passando per il bullismo con il gatto: le malefatte degli animali domestici vanno online
Cani (e anche gatti), vergognatevi! Come racconta il Daily Mail, in rete è comparso un Tumblr (un sito di microblogging) dal titolo Dogshaming che raccoglie le foto degli animali domestici mentre si autodenunciano per aver commesso fattacci di ogni tipo con cartelli scritti dai loro padroni.

Cani «cattivi», un sito raccoglie le denunce Cani «cattivi», un sito raccoglie le denunce Cani «cattivi», un sito raccoglie le denunce Cani «cattivi», un sito raccoglie le denunce Cani «cattivi», un sito raccoglie le denunce

Dall'aver fatto i bisogni dove non dovevano, passando per il furto di cibo non autorizzato, fino ai fenomeni di bullismo nei confronti del gatto di casa. Insomma, la gallery della vergogna è online e tantissime sono le foto inviate a chi ha creato il sito. Tra i "delinquenti", ci finisce anche un gatto. La confessione? «Mi sono mangiato tutti bastoncini di formaggio».

Redazione Online22 agosto 2012 | 11:33

Il contante, la nostra croce

Corriere della sera

Come ridurre l'uso eccessivo del denaro cash

Cattura
Vent’anni passati dentro i problemi dei cittadini comuni mi hanno insegnato che un Paese cambia quando loro, i cittadini, comprendono le ragioni di ciò che gli viene chiesto di fare. L’azienda chiude, il negozio non vende, una generazione non trova lavoro, un’altra non incassa né pensione né stipendio. Forse crollerà l’euro, ma loro non comprendono dove hanno sbagliato e non hanno gli strumenti per scegliere una classe dirigente che metta il cittadino al centro del processo economico. Sappiamo di avere la pressione fiscale più alta del mondo (per alcuni imprenditori onesti arriva al 70%), e la nostra economia sommersa comporta un’evasione annua di 154 miliardi di euro.

Qualche mese fa un alto funzionario dell’Agenzia delle Entrate mi disse: «Se il commerciante o il piccolo imprenditore dovesse pagare per intero il dovuto, sarebbe costretto a chiudere». Quindi se non si abbassano le tasse non se ne esce, ma come fai a diminuirle con il debito che ci troviamo sulla testa? La riduzione degli sprechi e la razionalizzazione della spesa dovrebbero procedere parallelamente ad un piano di crescita, che non c’è, ad esclusione dell’agenda digitale, sulla quale il Ministro dello Sviluppo Passera sembra piuttosto attivo; ma farebbe bene ad evitare possibili conflitti di interesse con attività detenute dai propri parenti.
In sostanza per sfuggire alla morsa della speculazione e creare posti di lavoro ci servono tanti soldi! Le soluzioni finora individuate porteranno alle casse dello stato 2,5 miliardi qui, 4 miliardi là… il resto è tutto da vedere e i tempi sono lunghi. I posti di lavoro saltano fuori investendo e abbassando le tasse, ma il premier Monti ha detto “non se ne parla”, ovvero: la copertura non c’è.

Secondo la Banca d’Italia l’evasione è il principale freno alla crescita poiché i mancati introiti impediscono al Tesoro di pagare tassi d’interesse dimezzati rispetto al 5,8% medio, distorcono la competitività del mercato e ci fanno rischiare il default. Befera ha precisato che la maggior parte dell’evasione avviene grazie all’uso del contante e che la microevasione ha grandi dimensioni. Allora forse si può aggredire il problema rendendo sconveniente l’uso del denaro! E attorno a questa possibilità sto da tempo portando avanti una proposta che potrebbe portare in tempi rapidi al recupero di quei 154 miliardi di sommerso. La strada sarebbe quella dell’eliminazione dell’uso eccessivo del contante. Un suggerimento che il premier Monti qualche mese fa aveva trovato degno di considerazione, ma poi è finita lì. I soli rilievi a me noti sono quelli inviati da Francesco Lippi, professor of Economics all’Università di Sassari & EIEF, al Governatore Visco.
 
A parte l’errato paragone con l’inflazione, Lippi sostiene che il problema dell’evasione non deve ricadere sul comportamento dei cittadini; “la Guardia di Finanza faccia più controlli!”. Giusto, ma basta documentarsi sul numero di persone che lavorano alla Guardia di Finanza, per capire l’esiguità dei controlli che possono fare. Evidente poi è l’iniquità degli studi di settore. Incrociare gli archivi dati dei beni posseduti con quelli dei redditi è utile, ma può essere fatto solo sulle grandi incongruenze, negli altri casi genera perlopiù ingiustizie e gravi distorsioni economiche. Viste le scarse risorse, sarebbe forse più opportuno concentrarle sul riciclaggio, sulle false fatturazioni, sull’elusione, insomma sulla faccia più organizzata della piaga.

È vero che le carte di pagamento a debito, credito e smartphones sono meno diffusi in Italia che in altri paesi, ma per il 15% delle famiglie che ancora non hanno un conto corrente cosa facciamo? Le lasciamo senza? Oppure diamo a queste persone accesso ad un conto corrente allo stesso costo che viene sostenuto per l’utilizzo del contante? Se per molti cittadini è insormontabile la scarsa dimestichezza con l’uso delle carte, come faranno ad affrontare le nuove regole della Pubblica Amministrazione che prevede ogni comunicazione con i cittadini solo tramite e-mail? Tre anni fa, mezzo milione di poveri hanno avuto la “Social card”: il problema era procurarsela, non come usarla.

Il professore di economia ricorda che in quasi tutta Europa l’evasione fiscale è più bassa nonostante l’alto utilizzo di contante. Questo prova che in Italia abbiamo un problema molto grave e di massa. Sostiene che il pagamento tutto tracciabile comporta un incremento di costi e burocrazia per banche, imprese e famiglie. Per quel che riguarda le banche nè il deposito, nè il prelievo procurerebbero alcun aumento di burocrazia, ma solo più bits da archiviare in hard disk acquistabili a 100 euro al terabyte. Per quel che riguarda le imprese è incontestabile che sia più comodo ed efficiente, se non intendano evadere, pagare con assegni, bonifici o carte piuttosto che in contanti. Lo stesso vale per la Pubblica Amministrazione.

Il punto nodale è il costo delle transazioni, oggi troppo alto, ma il Governo ha il potere (e il dovere) di imporre alle banche di ridurre il costo dell’utilizzo di mezzi tracciabili, fino a renderlo equivalente a quello del contante. E sarebbe ora visto che paghiamo le commissioni interbancarie fra le più alte d’Europa. La mia proposta prevede che venga resa obbligatoria per chi svolge attività commerciale la postazione Pos per accettare bancomat e carte di credito. Ma come fare a rendere preferibile un pagamento tracciabile? Applicando a tutti i prelievi e depositi di contante una tassa del 33%, che però viene contemporaneamente restituita sotto forma di sgravio fiscale, per i primi 150 euro al mese a testa, quello che serve cash per le piccole spese quotidiane, come l’autobus, il giornale o il parcheggio.
 
Sono 50 euro che ogni cittadino, ogni mese, ha in più se è stato così bravo da pagare tutto in modo tracciabile. Una tassa quindi che nasce per essere evitata, la cui ricaduta non può che essere l’emersione del sommerso. È ragionevole supporre che dei 154 miliardi evasi, lo Stato possa incassarne un centinaio entro i primi 12 mesi. Risorse con le quali abbassare subito l’Irpef, eliminare un tassa ingiusta come l’Irap e saldare i conti con le migliaia di aziende che stanno fallendo perché la Pubblica Amministrazione non le paga, oltre ad abbassare il debito ben più che con le pianificate dismissioni.

Tutto questo potrebbe essere possibile senza togliere servizi o inventarsi altre tasse, alle quali il popolo degli onesti e meno abbienti non potrà sfuggire, come ora sta avvenendo. Si innescherebbe il meccanismo virtuoso della concorrenza leale, e per gli evasori incalliti sarebbe più complicato aggirare i controlli sui depositi. Il farmacista o il dentista può anche continuare a non darti lo scontrino o la fattura, ma se a fine anno dichiara 100 euro e in banca ne sono transitati 1000, l’Agenzia delle Entrate gli può dire “spiegami”.

Il prof. Lippi, nelle sue considerazioni inviate al Governatore della banca d’Italia, usa parole generose per qualificare la mia dedizione al lavoro, però mi invita a non occuparmi di macroeconomia perché non ci capisco niente. È vero, non ho nessuna competenza specifica, ma non vedo proposte che vadano oltre i proclami. Le menti aperte e prive di pregiudizi, dovrebbero cogliere gli spunti che provengono anche da altri ambienti, ed entrare nel merito, prima di decidere se val la pena di considerarli o buttarli via. Non c’è dubbio che una svolta del genere presuppone un cambiamento culturale, ma la cultura è un concetto molto ampio. Per anni si è detto che l’India avesse una cultura incompatibile col successo economico, oggi la cultura probabilmente è rimasta la stessa, ma è cambiata la politica economica, e non si può più dire, riferendosi agli indiani: “Tasso di crescita indù”.

Monti invita i giornalisti a non chiamare “furbi” gli evasori. Li chiameremo più propriamente “ladri”, o ancor meglio “criminali”, perché portano un paese intero al fallimento. Criminali però non si nasce, è facile diventarlo se ti ritrovi con la più alta pressione fiscale al mondo. “La principale verità liberale è che la politica può cambiare la cultura e salvarla da sé stessa”, scrive Daniel Patrick Moynihan. Cosa impedisce quindi di ragionare attorno alla possibilità che il cittadino, messo di fronte ad una scelta che gli porta solo vantaggi, non possa essere in grado di cambiare le proprie abitudini? Ricordo che solo tre categorie umane non possono fare a meno del contante: lo spacciatore, il delinquente, l’evasore. Categorie alle quali non sta certamente a cuore il futuro del paese nel quale vivono, ma che sono evidentemente molto ben protette. Certo il rimedio è estremo, ma anche la situazione lo è.

Milena Gabanelli
22 agosto 2012 | 12:21

Choc in Usa, due fratellini malati ma solo uno riceve il farmaco sperimentale

 Corriere della sera

Il ragazzino più grande peggiora e la casa farmaceutica nega la terapia: «Non cammina più, non rientra tra i criteri»

Due fratelli americani sono malati di distrofia muscolare DuchenneDue fratelli americani sono malati di distrofia muscolare Duchenne


Austin, 13 anni, Max, 10 anni. Due fratellini dai capelli rossi ed il viso pieno di lentiggini sembravano uniti dallo stesso destino, colpiti entrambi da una rara malattia genetica progressiva chiamata «distrofia muscolare Duchenne». Oggi però Max sta recuperando forza, flessibilità,capacità di camminare, di aprire i barattoli, di giocare: attività normali, ma che per le vittime del morbo sono quasi impossibili. Austin invece non si muove nemmeno più dal letto e dalla sedia a rotelle. Di sollevare un bicchiere d'acqua non se ne parla nemmeno.

IL FARMACO E LA REPLICA - Da ben 52 settimane Max sta ricevendo infusioni del farmaco sperimentale a base di «eteplirsen» della casa farmaceutica «Sarepta Therapeutics», e la terapia - non ancora approvata - nel suo caso sta facendo miracoli. Sotto test ci sono altri 12 ragazzini come lui. Al fratello Austin invece, lo stesso medicinale è stato negato perchè già non riusciva più a camminare e quindi non rientrava nei criteri per la sperimentazione. Nonostante le preghiere, i pianti e le richieste della mamma, Jan Mcnary, non c'è stato nulla da fare: «I dirigenti della casa farmaceutica mi hanno scritto solo di avere "simpatia" per il mio caso: ha detto la donna ai media americani. In una e-mail alla famiglia la «Sarepta Therapeutics» ha scritto: «Dare questa medicina non solo ad Austin ma a tutti i bimbi che potrebbero beneficiarne rimane la nostra priorità. Ma ci sono complesse questioni fiscali, legali, politiche e di produzione che vanno risolte». Intanto, secondo la famiglia, la condizione di Austin sta precipitando al punto che nei prossimi mesi avrà bisogno di una macchina per aiutarlo a respirare nel sonno.

22 agosto 2012 | 9:55

Vallanzasca a Sarnico: fa il magazziniere

Corriere della sera

Il famoso bandito gode del regime di semilibertà ed ha trovato un impiego nel paese del Sebino. In Bergamasca fu protagonista dell'uccisione di due agenti della Stradale


Renato VallanzascaRenato Vallanzasca

Susciterà polemiche la «scoperta» che Renato Vallanzasca, criminale famosissimo negli anni settanta (una carriera che gli è valsa quattro ergastoli), da qualche tempo fa l'assistente in un magazzino commerciale di Sarnico. Attualmente il «bel Renée» gode del regime di semilibertà (la sera deve rientrare nel carcere di Bollate) e nei mesi scorsi era emersa la notizia che lavorava in una ditta informatica di Nerviano, nel Milanese. La sua presenza nella Bergamasca è destinata a riaprire una ferita ancora sanguinante. Vallanzasca il 6 febbraio 1977 con la sua Banda della Comasina uccise al casello autostradale di Dalmine gli agenti della Polizia Stradale Luigi D'Andrea e Renato Barborini. La vedova del primo da anni si batte con tutte le sue forze perché all'ex bandito non vengano concessi benefici. Vibranti le sue parole anche contro il film uscito nei mesi scorsi. «Così si fa diventare eroe un criminale».

Redazione online22 agosto 2012 | 10:26

Quando l'eroe è imprenditore La vera storia di "Mister Ignis"

Cinzia Romani - Mer, 22/08/2012 - 07:50

Al via le riprese della fiction su Giovanni Borghi, un esempio della felice stagione dell'industria italiana nel dopoguerra

Prima di arrivare dove siamo, diciamo alla frutta, nell'Italia da ricostruire girava gente fantastica, eroi senza fucile ma con un cuore, una testa e un'ambizione grandi così.



Di questa gente si sa poco, eppure nel dopoguerra è esistita e ha dato benessere al Paese ora in saldo, per cui ben venga la fiction Rai su Giovanni Borghi (Milano 1910 - Comerio 1975), cumenda «simbolo della più felice stagione dell'imprenditoria italiana», secondo Gianni Agnelli.S'intitola Mister Ignis la miniserie in due puntate, a febbraio su Raiuno, diretta da Luciano Mannuzzi, scritta e prodotta da Renzo Martinelli, con Lorenzo Flaherty nel ruolo dell'imprenditore milanese venuto su dal nulla e che legò il suo nome alla Ignis, l'industria italiana di elettrodomestici dal 1991 in mano agli americani della Whirlpool. Anna Valle sarà Maria, la moglie di Borghi e Massimo Dapporto papà Borghi. Un progetto con tre anni di gestazione, che rischiava di non vedere la luce quando il Cda Rai si spaccò sull'approvazione dei finanziamenti: Martinelli è da sempre visto con sospetto da una certa parte politica per la sua vicinanza alla Lega e a Bossi. Inoltre Borghi, self made man, passato dalla fabbrichetta di fornelli per sfollati del dopoguerra al laboratorio che produsse l'elettrodomestico del boom, il frigorifero, era lo zio di Fedele Confalonieri.

E Silvio Berlusconi, cresciuto come Borghi all'Isola, quartiere di Milano a tradizione popolare, firma la prefazione del libro Mister Ignis: Giovanni Borghi nell'Italia del miracolo (Mondadori) del giornalista Gianni Spartà, fonte della fiction. Con tutti gli imprenditori italiani disperati, può essere un contributo per tirare su un po' il morale. «In questo momento di disorientamento generale, è necessario restituire alla memoria collettiva figure come quella di Borghi. Non possono andare avanti solo le storie di banditismo o quelle degli eroi della Resistenza: esistono molti esempi di persone che, con sacrificio personale, si sono dedicate al lavoro, andando in fabbrica anche al sabato insieme agli operai. Come il patròn della Ignis», riflette Martinelli, mentre a Cinecittà ultima il film September Eleven 1683. L'ennesimo dei suoi lavori politicamente scorretti, basato sull'«altro 11 Settembre», «sull'ignoto eroe Marco D'Aviano, frate francescano che fece la sua resistenza anti-islamica a Vienna, durante l'assedio turco». Incappato in risultati deludenti (il suo Barbarossa non ha avuto successo al Box office), l'artista ci riprova con l'attore-feticcio Murray Abraham starring D'Aviano ed Enrico Loverso alias Mustafà.

Nel caso di Mister Ignis, lui produce con un pool di sostenitori varesini, concentrandosi sulla scrittura d'una fiction «che non ha nulla a che fare con la politica, ma col miracolo di un'industria che, con la fantasia e con l'impegno, ha contribuito alla crescita dell'Italia», scandisce Lorenzo Flaherty, popolare volto televisivo. Ma qual è la cifra di scrittura usata per scolpire un personaggio carne-e-sangue, un genio dell'imprenditoria italiana, che potrebbe funzionare da modello positivo, nel momento in cui la fiducia nel lavoro è ai minimi livelli? «Il nostro è un paese dietrologo, ma è arrivato il momento di esplorare la fase in cui l'Italia si ricostruiva. Abbiamo sempre celebrato il paese alla luce della Resistenza e dell'antifascismo. Però, tra i Cinquanta e i Sessanta, figure importanti come Borghi, o Ferrari, ebbero intuizioni formidabili. Paese curioso, il nostro: Borghi è lo zio di Confalonieri e questo getta un'aura di sospetto sull'operazione», dice Martinelli, il 27 in partenza per Belgrado.

«Vado là a girare perché da noi i costi del lavoro sono altissimi, diciamo differenza 1 a 4. A Belgrado le comparse costano 15 euro al giorno, da noi 100. E le troupe lavorano 11 ore al giorno, non 9», argomenta Martinelli, singolare personaggio del panorama artistico: lavora molto (il suo Mercante di pietre fece discutere) ma la sua immagine pubblica è controversa. «Borghi ebbe due grandi intuizioni. Per primo capì che dai fornelli elettrici si poteva passare al gas. E questo, mentre Enrico Mattei trovava il gas. Poi, fu il primo ad abbinare il suo brand ai campioni dello sport: pugili come Mazzinghi, ciclisti come Maspes e Poblet, calciatori come Anastasi, star della pallacanestro come Meneghin, Ossola, Raga, negli anni della Ignis Varese che vinceva tutto. E fu il primo a mettere sulle maglie dello sport il nome Ignis», sottolinea Martinelli. Ora che lo sport è marcio e l'industria moribonda, sembriamo fuori tempo massimo. Ma non è detto.

Infortuni sul lavoro, è responsabile il datore e non chi affitta l’azienda

La Stampa

Chi affitta l’azienda non è responsabile degli infortuni sul lavoro, a pagare è il datore. Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza 19416/12.

Il caso

Il legale rappresentante di una società aveva concesso in noleggio macchinari che avevano caratteristiche non in linea con gli standard di sicurezza previsti dalla legge difettando di comandi di blocco o di doppi comandi oppure di strumenti di protezione rispetto al corpo dell’operatore. Questa l’accusa per cui il tribunale condannava l’uomo a pagare 6mila euro di ammenda. L’imputato fa dunque ricorso per cassazione affermando che non si è trattato di noleggio di macchinari, ma dell’intera azienda. Inoltre, il ricorrente sostiene che le violazioni contestategli (art. 23., obblighi dei fabbricanti e dei fornitori, e art. 72, obblighi dei noleggiatori e dei concedenti in uso, d.lgs. n. 81/2008), sono sanzionate in via amministrativa.

La Cassazione ritiene fondato il ricorso perché, mancando l’elemento soggettivo, il reato non è configurabile. Nel caso di specie, infatti, è stata contestata la concessione in noleggio di macchinari non rispondenti ai requisiti di sicurezza, ma «l’ipotesi criminosa non si attaglia alla condotta descritta nell’imputazione» stante che l’imputato non rientra nel novero dei soggetti indicati nelle norme ritenute violate. «Si è trattato» – precisa la Cassazione – «della concessione in affitto di un’intera azienda e, quindi, non sussiste l’ipotizzato noleggio di singoli attrezzi». Sentenza annullata senza rinvio dunque, perché il fatto non sussiste.

Persino la toga brasiliana si vergogna per Battisti

Francesco Cramer - Mer, 22/08/2012 - 08:37

Il giudice dal Meeting di Rimini: "Lo stop all'estradizione non fa onore alla nostra categoria". Il terrorista italiano è libero a Rio

Roma - C'è un giudice in Brasile: si chiama Tomaz De Aquino Resende (nella foto a destra) e in questi giorni è a Rimini.

Cattura
È un magistrato dello Stato de Minas, non un parruccone della Corte suprema. Ma lui è solito parlar chiaro e, sul caso Battisti (nel tondo), non si è smentito. Gli hanno domandato cosa pensasse del tristemente noto Cesare, terrorista di Cisterna di Latina, condannato in contumacia all'ergastolo con sentenze passate in giudicato, per aver commesso quattro omicidi durante gli anni di piombo. Gli hanno chiesto un parere su quella sentenza del Supremo Tribunal Federal brasiliano che ha confermato la decisione dell'ex presidente Lula di non estradare Battisti e ha votato a favore della sua liberazione. E lui non s'è tirato indietro: «Quella su Battisti è una sentenza federale e io sono un magistrato di uno Stato periferico - ha detto De Aquino al Meeting -; ma posso dire che si è trattato di un problema di ordine politico. È una cosa che ci ha fatto vergognare, molto di più di quanto abbia fatto vergognare i nostri politici».

S'è vergognata la toga verdeoro, perché il suo Paese ha impedito che un pluriomicida pagasse quanto doveva. La vergogna: sentimento estraneo all'ex militante dei Proletari armati per il comunismo che proprio dal Brasile, libero come un uccellino, prosegue a sbeffeggiare i familiari delle sue vittime. Sì perché Battisti, un tempo lesto con la P38, ora è veloce con le provocazioni. L'ultima è di qualche settimana fa quando a un giudice federale brasilero, Alexandre Vidigal, è saltato in mente di andare a vedere dove fosse l'ergastolano a piede libero. Silenzio al campanello di casa. Battisti non c'era. La notizia è «montata» come la panna e persino in Brasile hanno arricciato il naso. Articoli per raccontare la vicenda con un particolare: se entro cinque giorni l'ex terrorista non avesse fatto un fischio, avrebbe rischiato l'estradizione. «Italia? Pagare? Galera? Sia mai». Battisti s'è appalesato: «Sono a Rio.

Cos'è tutto questo clamore? Chiarirà il mio avvocato». Gioca col fuoco, l'estremista dal ghigno facile e dall'eterne provocazioni impunite.Come quando, lo scorso febbraio, ha voluto far sapere che sarebbe andato al carnevale di Rio, nella baraonda di coriandoli e samba, probabilmente a sfilare su un carro. Mentre una sua vittima, Alberto Torregiani, a causa sua è da 33 anni che sfila su una carrozzina. Gambizzato. Oppure quando, appena guadagnata la totale libertà di scorrazzare a Capocabana, Battisti ha testualmente detto: «Spero che si riesca a voltare la pagina degli anni Settanta e che tutto possa essere risolto in modo diverso, senza vendette tardive».

Sì, insomma: uno spara, ferisce, ammazza, fugge, evade, non paga il conto e se qualcuno chiede giustizia beh, no, sono passati così tanti anni... Sarebbe vendetta. Ma Battisti è così: irritante come il peperoncino negli occhi. Come quando, solare e indisponente, ha fatto sapere che «Non ho nessuna voglia di andarmene dal Brasile: adoro Rio, le spiagge, le belle ragazze...». Senza vergogna. Quella che, invece, prova il giudice periferico, pensando ai suoi colleghi federali.

Addio week end, sempre più italiani lavorano al sabato

La Stampa

Aumenta anche il numero di chi passa la notte in ufficio

ROBERTO GIOVANNINI
Roma


Cattura
Evidentemente in Slovacchia ci sarà qualche regola particolare che trasforma i lavoratori in vampiri. Sono proprio gli slovacchi, infatti, a guidare con uno scarto davvero anomalo la classifica della percentuale di occupati che lavora abitualmente di notte, con il 18,3 per cento del totale. Distanziando i britannici (11,3%) e i maltesi (11,1%). I tedeschi, con il loro 9,6%, si collocano decisamente al di sopra della media europea, che è del 7,8 per cento. Noi italiani, invece siamo pochi decimali al di sopra della media dell’Ue, con l’8,1%. I più fortunati a quanto pare sono i ciprioti, che con il loro 2,5% di occupati che lavorano di notte sono i recordman assoluti in senso opposto. Seguono polacchi (3,2%) e portoghesi% (3,3%). Chissà che ben presto non vengano raggiunti anche loro dai benefici effetti della globalizzazione.

Sì, perché lavorare di notte, dicono tutti gli esperti, non è naturale, e fa male alla salute. Anche se lo vogliono i «mercati» - la spiegazione apodittica e definitiva con cui oggigiorno si motiva ogni richiesta di sacrificio a chi lavora o paga le tasse - una montagna di studi certificano che noialtri esseri umani siamo costruiti da migliaia di anni sulla base di processi fisiologici (il metabolismo basale e i cosiddetti ritmi circadiani), psicologici (la memoria a breve termine) e sociali (l’interazione con la famiglia e le altre persone) che prevedono di essere attivi di giorno e inattivi di notte. Lavorare di notte sconvolge tutto questo: si verificano più infortuni, dicono le statistiche dell’Inail, si moltiplicano le malattie e gli stati di stress, si fa una vita isolata dal resto della compagine sociale. Un prezzo che molti pagano (volontariamente o meno) pur di sbarcare il lunario. A maggior ragione in questi tempi di crisi.

Probabilmente non fa così male invece lavorare il sabato e la domenica, quando cioè la maggioranza degli italiani si riposa. In questa classifica, secondo i dati elaborati dalla Fondazione Hume, stavolta siamo noi italiani i forzati del sabato su scala europea. Se in media nell’Unione Europea il 22,4% dei lavoratori occupati lavora abitualmente il sabato, in Italia arriviamo addirittura al 30 per cento, battendo di poco i cugini (poverissimi) della Grecia, con il 29,4%. Staccati di un bel po’ seguono i francesi, con il 26,6%, e poi i tedeschi, con il 24,5%. Dalla parte opposto della classifica troviamo ancora una volte Portogallo (7,5%) e Polonia (7,9%), dove oltre alla notte anche il sabato festivo è più che mai sacro e intoccabile.

Il sabato lavoriamo; la domenica in Italia si lavora un po’ di meno. Nel senso che nonostante tutto, evidentemente, i reiterati veti della Chiesa Cattolica Romana in qualche modo hanno frenato le velleità modernizzatrici. La media di chi lavora abitualmente di domenica nei 27 paesi dell’Unione Europea è del 12,2 per cento; l’Italia è lì, con un ragionevole 11,9%. In testa alla classifica ritroviamo i poveri slovacchi, che a quanto pare sono costretti a nottate e domeniche in fabbrica e ufficio: il 20,8 per cento. Dalla parte opposta - e anche questo non può essere un caso, ma un chiaro segnale di un mercato del lavoro diciamo così «tradizionale» - ecco ancora una volta Polonia (3,3 per cento) e Portogallo (4,1 per cento). In questi paesi notte e weekend non si toccano, l’abbiamo capito ormai.

Viene però da chiedersi: complessivamente, ogni settimana, quanto lavoriamo? Se guardiamo i numeri che riguardano soltanto i dipendenti a tempo pieno, beh, noi italiani ce la caveremmo abbastanza a buon mercato. Nel senso che se la media europea è di 40,4 ore settimanali effettivamente lavorate (straordinari compresi), l’Italia è in fondo alla classifica, con sole 38,8 ore. Peggio (o meglio, a seconda dei punti di vista) di noi fanno solo irlandesi e danesi, mentre gli inglesi addirittura lavorano 42,2 ore. Il discorso cambia e non poco considerando gli orari di tutti gli occupati: siamo esattamente nella media europea (37,5 ore contro 37,4 di media).

Quelli che lavorano più di tutti sono i valdostani, con 38,4 ore, seguiti di poco da campani e piemontesi; quelli che lavorano meno sono nel giro di pochi decimali (intorno a 36,6 ore) calabresi, sardi, siciliani e laziali. Tornando all’Europa, non si può non notare che quelli che lavorano più di tutti nell’intero Vecchio Continente sono i greci: 42,1 ore, quasi sette più dei tedeschi. Sarà per questo che ai poveri ellenici continueranno a tagliare ancora le buste paga e le ferie...

Facebook, e se Zuckerberg avesse copiato i cinesi?

Il Messaggero
di Valentina Parasecolo


Cattura
ROMA - Quella di Facebook è una storia di successi ma anche di cause legali. La più nota quella di Divya Narendra e dei gemelli Winklevoss contro Mark Zuckerberg, accusato nel 2004 di furto di proprietà intellettuale. Oggi ad avercela con il fondatore di Facebook è il social networkcinese L99 che ha annunciato di voler citare in giudizio il gigante americano. L’accusa? Avrebbe copiato la “timeline”, la nuova visualizzazione del profilo nel social network più famoso del mondo.

In Cina Facebook è accessibile solo in alcune zone. Ma quasi ovunque resta bloccato dalla cosiddetta “grande muraglia di fuoco”, il sistema di controllo che impedisce l’accesso anche ad altri siti come Youtube e Twitter. In compenso ci sono altri social network come L99 che il 9 febbraio 2008 ha lanciato la sua funzione “cronologia”, collegata alla storia delle attività di un utente. Ben prima di Facebook che ha introdotto l’analoga timeline solo nel 2011 tramite la nuova veste del “diario”.

L’amministratore delegato di L99, Xiong Wanli, ha dichiarato alla stampa cinese: «Sono sicuro che Facebook abbia copiato da noi perché quando ho presentato l'applicazione ad una lezione presso la Stanford University, Zuckerberg era lì. Ho anche un video che prova tutto». Un avvocato cinese, Xu Xiunming, ha detto che il problema non sarà tanto quello di verificare se la cosa sia vera o meno quanto di quantificare gli eventuali danni subiti dalla azienda cinese. Intanto Facebook ha rifiutato di commentare.

La timeline di Facebook è stata al centro anche di un’altra causa. Lo scorso settembre il sito americano timelines.com ha accusato il social network di violazione del marchio. Larichiesta di un ordine restrittivo provvisorio è stato tuttavia respinto.


Martedì 21 Agosto 2012 - 22:08
Ultimo aggiornamento: 22:28

Obama bloccò tre volte il blitz contro Bin Laden: solo l'insistenza di Hillary lo convinse ad agire

Redazione - Mer, 22/08/2012 - 08:40

Il presidente temeva gravi conseguenze. Ma quando il capo di Al Qaida fu ucciso si prese volentieri tutto il merito

Washington - È stata il segretario di Stato Usa Hillary Clinton a convincere il presidente Barack Obama a dare il via al blitz che ha portato all'uccisione del leader di Al Qaida Osama bin Laden il 2 maggio 2011.

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Lo rivela il nuovo libro di Richard Miniter, ex reporter del Wall Street Journal e giornalista investigativo del New York Times. Nel suo nuovo libro «Leading from Behind: the Reclutant President and the Advisors who Decide for Him» («Guida da dietro le quinte: il presidente riluttante e e i consiglieri che decidono per lui»), in uscita nelle librerie americane, Miniter racconta che Obama ha cancellato per tre volte nei mesi di gennaio, febbraio e marzo 2011 il raid nel compound di Abbottabad, in Pakistan, perchè temeva un fallimento, e infine è stato convinto da Hillary Clinton a dare l'ok alla missione.

Anche quando la Cia convinse il presidente che bin Laden si nascondeva proprio nella villettà di Abbottabad a 70 km da Islamabad dove i Navy Seals lo uccisero, ebbe, il giorno prima del raid, «un quarto momento di indecisione». Ma alla fine diede il via libera per poi, sostiene Miniter, prendersi il merito di tutta l'operazione.L'autore cita una fonte anonima del Joint Special Operation Command, che aveva conoscenza diretta del funzionamento e della pianificazione dell'operazione. «Il segretario di Stato ha esercitato pressione su Obama perchè desse l'ordine di agire - spiega Miniter nel libro -. Sapeva che suo marito aveva pagato un prezzo politico per il mancato arresto di Bin Laden prima degli attacchi dell'11 settembre 2001, e che la presidenza Obama avrebbe ricevuto un duro colpo senza la cattura del terrorista».

E' così smart che sembra un orologio

La Stampa

Arrivano i primi telefonini di nuova generazione: apparecchi intelligenti da portare al polso
PAOLO MASTROLILLI


INVIATO A NEW YORK



Quando Dick Tracy parlava al suo orologio non era pazzo: stava semplicemente anticipando il futuro. Ora il futuro è arrivato, e tra breve ci ritroveremo tutti a imitarlo. Non solo parleremo con i nostri orologi, ma li useremo per sapere le previsioni del tempo, ricevere e mandare e-mail, e anche pagare il conto al supermercato. Queste sono solo le prime funzioni che vengono in mente per gli «smartwatch», gli orologi da polso intelligenti che stanno per entrare nelle nostre vite. Rappresentano l’avanguardia dei «wearables», i computer indossabili con cui andremo in giro ogni giorno, cambiandoli a seconda delle occasioni, come oggi ci cambiamo le scarpe prima di andare a correre o al ristorante.



I primi «wearables» di cui abbiamo sentito parlare sono probabilmente gli occhiali di Google con computer incorporato, che permettono di avere davanti all’occhio uno schermo sempre acceso sulle informazioni che ci interessano. Hai dimenticato il nome del collega che ti sta davanti? Gli occhiali te lo suggeriscono sulla lente. Ti serve leggere una mail o ricevere le indicazioni per un indirizzo? Stessa soluzione. Ora però stanno arrivando gli orologi capaci di svolgere queste funzioni, e presto chissà quale altro gadget. Il ragionamento di chi li ha pensati è abbastanza logico. Quando nell’Ottocento era stato inventato l’orologio, le persone lo portavano in tasca o attaccato ad una catenella. Poi cominciarono a chiedersi se era la soluzione più pratica: la risposta furono i comodi strumenti da polso.

Lo stesso vale per gli smartphone: siamo sicuri che la maniera più facile per usarli sia tenerli in tasca? Quante volte vi sono caduti? Quante volte non avete risposto in tempo alla chiamata che magari poteva cambiarvi la vita? Se aveste avuto al polso uno smartwatch, tutto questo non sarebbe accaduto. Ecco allora che Sony, Pebble, Apple, Google, Microsoft, Amazon, Facebook, Nike e molte altre aziende si sono concentrate sui prodotti «wearables», e le più rapide stanno già mettendone in vendita i primi. La Sony ne ha lanciato uno con uno schermo di cinque centimetri, che mostra le mail, Twitter, i testi, e si collega allo smartphone Android che il cliente ha in tasca.

La Nike ha creato Fuel, che oltre a tenere il tempo, invia al cellulare informazioni sul tuo consumo di energia quotidiano. Pebble ha immaginato un orologio intelligente con cui si può ascoltare la musica e vedere le previsioni del tempo. Lo ha proposto sul sito di crowdfunding Kickstarter, e nel giro di poche settimane ha raccolto dieci milioni di dollari da 85 mila clienti. Il progetto è partito e il nuovo gadget arriverà l’anno prossimo.

Al momento questi aggeggi svolgono le funzioni di cui abbiamo parlato: ora, mail, musica, previsioni del tempo, Twitter, magari i pagamenti elettronici modello carta di credito. Come sempre in questi casi, però, il limite è il cielo. Una volta aperta la porta, e trovato un mercato, è difficile immaginare dove potrà arrivare la fantasia degli inventori. Per ora questi smartwatch dialogano con gli smartphone già posseduti dai proprietari. È facile supporre che diventeranno autonomi, con la capacità di svolgere funzioni sempre più sorprendenti.

Il design acquisterà un’importanza decisiva, perché per riconquistare il posto che gli orologi hanno perso sui polsi a causa dei cellulari, dovranno essere belli, oltre che funzionali. Avremo lo smartwatch da smoking, e quello impermeabile per le immersioni subacquee. Il vantaggio sarà di essere sempre collegati a tutto, con un semplice sguardo al polso, che durante una riunione o una conversazione con qualcuno è assai meno offensivo di uno smartphone tirato fuori dalla tasca. Ammesso che davvero moriate dalla voglia di non staccare mai la spina.

Usa, la carta igienica è gratis ma ha la pubblicità

Il Mattino

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NEW YORK - Carta igienica gratis, ma con annunci pubblicitari. È l'idea di due giovani imprenditori del Michigan, i fratelli Jordan e Bryan Silverman. Per gli spot stampati sui rotoli della loro carta igienica - rigorosamente ecologica - viene utilizzato un inchiostro a base di soia, e il costo per gli inserzionisti è pari ad un minimo di 99 dollari per 20.000 annunci, ossia circa mezzo centesimo per ogni pubblicità. Grazie al guadagno derivato dagli spot, i rotoli vengono distribuiti gratis in luoghi ad alta concentrazione di persone come stadi sportivi, uffici e bar. Secondo quanto riportato dai media statunitensi sono già diversi gli imprenditori e gli enti che hanno accettato di fare pubblicità sui fogli di carta igienica.

Martedì 21 Agosto 2012 - 18:29    Ultimo aggiornamento: 18:33

Voyager 2 in viaggio da 35 anni batte ogni record e va oltre il sistema solare

Il Mattino


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VICENZA - La sonda Voyager 2 ha conquistato il record di longevità fra i veicoli spaziali: è in viaggio da ben 35 anni e si prepara ormai a superare i confini del Sistema Solare. Voyager 2 e il suo gemello, Voyager 1, lanciato 16 giorni dopo, il 5 settembre 1977, continuano il loro percorso, allontanandosi sempre più dalla nostra stella, verso lo spazio aperto. «Nonostante i suoi 35 anni, la robusta sonda Voyager è pronta a fare nuove scoperte come ci aspettiamo», ha detto Ed Stone, del progetto Voyager del California Institute of Technology (Caltech) di Pasadena, riferendosi all'imminente «tuffo» della sonda all'esterno del Sistema Solare.


«I risultati di Voyager - ha aggiunto - hanno reso Giove e Saturno dei mondi tumultuosi, hanno trasformato le loro lune da punti deboli a luoghi caratteristici, ci hanno anche dato i primi scorci da vicino di Urano e Nettuno». I ricercatori aspettano quindi con ansia che Voyager «trasformi i modelli attuali dello spazio oltre il nostro Sole, nelle prime osservazioni dallo spazio interstellare». Voyager 2 è diventata la sonda più longeva il 13 agosto 2012, battendo il record del Pioneer 6. Quest'ultimo è stato lanciato il 16 dicembre 1965 ed ha inviato il suo ultimo segnale al Deep Space Network della Nasa l'8 dicembre 2000. Gli scienziati del gruppo di Voyager stanno analizzando i dati sulla direzione del campo magnetico, che a loro avviso cambierà con l'entrata nello spazio interstellare.

Tra le scoperte più importanti di Voyager 2 ci sono la corrente a getto nella regione polare del Nord di Saturno, i poli magnetici di Urano e Nettuno ed i geyser su Tritone, la luna congelata di Nettuno. Anche se lanciato successivamente, Voyager 1 ha raggiunto Giove e Saturno prima del Voyager 2, osservando per la prima volta i vulcani della luna di Giove, il particolare anello più esterno di Saturno e l'offuscata e profonda atmosfera della luna di Saturno, Titano. Voyager 1 ha anche «scattato» l'ultima immagine della missione: il famoso ritratto di famiglia del Sistema Solare che ha mostrato la nostra Terra come un pallido puntino blu.

Martedì 21 Agosto 2012 - 18:52    Ultimo aggiornamento: 19:03