martedì 21 agosto 2012

Islam mette il bavaglio alle hostess italiane cantano dopo il volo e vengono sospese

Libero

Due hostess della compagnia aerea sarda Meridiana Fly sono state sospese per aver cantato durante un trasferimento dall'aeroporto all'hotel.


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Dopo l'intervento della polizia saudita, che ha accusato le due donne di oltraggio alla Sharia, la compagnia italiana ha ritenuto indispensabile provvedere con la sospensione dall’attività lavorativa delle due dipendenti Due hostess della compagnia aerea sarda Meridiana Fly sono state sospese per aver cantato e riso al termine del loro turno lavorativo in Arabia, durante un trasferimento dall'aeroporto di King Abdulaziz all'hotel. Intonando qualche nota spensierata, le due ragazze avrebbero violato le norme di comportamento del Paese e il loro contratto di lavoro arrecando anche un danno all'immagine della compagnia.

La legge di Allah - Il fatto è accaduto a Jeddah, una delle più grandi città dell'Arabia Saudita, dove le rigide regole della Sharia, ovvero la "legge di Dio", detta le regole di vita. Ma le due hostess sono italiane e il loro equipaggio era stato affittato alla compagnia di bandiera algerina Air Algerie. Secondo quanto contestato dall’azienda, le due hostess, a bordo di un pick-up, avrebbero iniziato a cantare e a ridere in maniera eccessiva, dimostrando, secondo la compagnia aerea, di non rispettare le norme di comportamento previste in Arabia Saudita: norme che in casi come questo, ricorda l’azienda, possono comportare l’intervento della polizia religiosa saudita. Gli agenti in questione fanno parte della famigerata Mutaween, la polizia religiosa del “Dipartimento per la prevenzione del vizio e la promozione della virtù”, che si occupa, tra le altre cose, del controllo dei luoghi pubblici, della sorveglianza degli spazi religiosi e degli orari della preghiera, e della protezione dei valori islamici da “eventuali derive”.

Una sospensione che fa discutere - Vista la "gravità" del comportamento, Meridiana Fly ha ritenuto indispensabile provvedere con la sospensione dall’attività lavorativa delle due dipendenti. La vertenza va però detto che rientra all’interno di un clima infuocato, con una serie di contestazioni disciplinari piovute sulla testa dei naviganti di Meridiana fly nell’ultimo semestre, in quelle che i dipendenti giudicano come vere e proprie azioni intimidatorie.

L’attentato a De Gaulle? Uno spot per la Citroen

Enrico Silvestri - Mar, 21/08/2012 - 18:34

Il 22 agosto 1962 i terroristi dell’Oas spararono 100 colpi contro la Ds 19 del generale, bucando due gomme. La vettura aveva però le famose sospensione idropneumatiche che la rimisero in assetto consentendo all’autista di fuggire. E il giorno dopo la casa automobilistica francese potè vantarsi di aver salvato la vita al suo presidente


Narra la leggenda che, finita la sparatoria, Charles De Gaulle ripulì il vestito dai vetri dei finestrini mandati in frantumi dalle raffiche di mitra mormorando «Questi non sanno neppure sparare».


Charles De Gaulle

Forse un’esagerazione. Vero invece che il tentativo dell’Oas di ammazzare il generale si trasformò in uno spottone per la Citroen. La sua Ds 19 riuscì mantenere l’assetto e sgusciare via grazie alle particolari sospensioni idropneumatiche. E la casa automobilistica francese potè vantarsi di avere salvato il presidente.Quello di ammazzare il generale De Gaulle, presidente del consiglio dal 1944 al 1946 e dal 1958 al 1959 e poi della Repubblica dal 1959 al 1969, era diventa ormai una specie di ossessione per i terroristi dell’Oas, fin dalla sua fondazione nel marzo 1961. L’Organisation de l’armée secrète fu fondata da un gruppo di civili e militari per contrastare il progetto di concedere l’indipendenza all’Algeria, considerato territorio francese a tutti gli effetti. In un paio di anni diedero vita ad attentati e tentativi di sollevazione popolare tanto che a settembre 1962, quando venne definitivamente sgominata aveva ucciso 2.700 persone, di cui 2.400 algerini.

Nel suo mirino finirono attivisti algerini del Fronte di liberazione nazionale, ma anche giornalisti e uomini politici francesi considerati «traditori». In cima alla lista proprio Del Gaulle, nonostante fosse l’eroe della secondo guerra mondiale, l’uomo che aveva salvato l’onore francese dopo la resa alle Germania nazista. Contro di lui l’Oas scatenò una guerra nella guerra, organizzando una ventina di attentati, due dei quali in particolare passarono alla storia. Uno falso, al centro dell’intreccio del «Giorno dello sciacallo», romanzo del 1971 di Frederick Forsyth, da cui Fred Zinnemann un paio di anni dopo trasse uno delle più belle «spy story» della storia del cinema. E uno vero, appunto quello del 22 agosto 1962, l’ultimo organizzato dall’Oas prima della definitiva sconfitta.

Quel giorno il Generale si stava recando all’aeroporto militare di Villacoublay, una cinquantina di chilometri a sud ovest di Parigi, a bordo dell’auto presidenziale, una Citroen Ds 19. La vettura attraversa la località di Petit Clamart, posta lungo la «Rue Nationale», a velocità di crociera. Arrivati in una curva, l’autista è costretto a rallentare e De Gaulle si trova faccia a faccia con la morte. Ad attenderlo c’è infatti un gruppo di militanti, tra cui il colonnello disertore Jean-Marie Bastien-Thiry, armati di armi automatiche. E appena l’auto arriva a tiro, gli assassini aprono il fuoco.

Vengono esplosi un centinaio di colpi, 14 raggiungo la Citroen. I finestrini vanno i mille pezzi e due gomme, centrate in pieno, si afflosciano. La vettura diventa ingovernabile, sembra ormai costretta a fermarsi, lasciando il presidente in balia dei terroristi quando l’autista del generale alza le levette delle altezze, mettendo in azione il sistema di sospensioni idropneumatiche. La Ds con un lieve sobbalzo si rimette in linea, la velocità prende lentamente a salire, consentendo a De Gaulle di sfuggire anche a quest’ultimo attentato, lasciando con un palmo di mano i sicari dell’Oas. Giunti a destinazione, il generale sarebbe sceso imperturbabile, scrollando i pezzi di vetro dal vestito mormorando il celebre «Ils ne savent pas tirer!»,

«Questi non sanno nemmeno sparare!». «La Citroen ha salvato il presidente» titoleranno il giorno dopo tutti i quotidiani, non solo francesi. Pochi giorni dopo l'attentato la vettura fu venduta al generale Robert-Pol Dupuy, comandante militare all'Eliseo dal 1959 al 1963, diventando presto un cimelio storico.In effetti la Ds 19, prodotta a partire dal 1955, montava un sistema allora unico per mantenere stabile l’assetto di guida. Si trattava delle sospensioni idropneumatiche o più precisamente oleopneumatiche, composte da quattro sfere di acciaio, una per ruota, riempite per metà di olio e per metà di azoto.

Caricando molto la vettura, o anche in caso di fondo stradale sconnesso, oppure di gomme forate, l’olio andava a comprimere l’azoto diminuendo progressivamente la morbidezza delle sospensioni. Inizialmente il livellamento della vettura avveniva automaticamente ma dal 1956 tale dispositivo poteva essere regolato manualmente. Arrivando a un’altezza che permetteva la sostituzione di una foratura senza l'ausilio di un cric. Appunto la levetta manovrata il 22 agosto 1962 dall’autista di De Gaulle.

Pedofilia, l'Oregon archivia accuse al Vaticano

Corriere della sera

La sentenza nel processo contro il reverendo Ronan: «I preti non sono impiegati della Santa Sede»

L'avvocato  parte civile nel processo contro Andrew RonanL'avvocato parte civile nel processo contro Andrew Ronan

ROMA- Il Tribunale distrettuale dell’Oregon ha dato ragione al Vaticano, nel più importante caso rimasto aperto per lo scandalo dei preti pedofili, quello cosiddetto "John Doe vs Holy See", in cui il nome fittizio (come da noi Mario Rossi,) protegge l’identità della vittima (all’epoca dei fatti diciassettenne) che ha sostenuto che ha accusato il reverendo Andrew Ronan di averlo ripetutamente molestato negli anni Sessanta. «I preti non sono impiegati della Santa Sede e ridurli allo stato laicale non equivale a licenziarli», ha sentenziato, lunedì, il giudice Michael Mosman. Insomma, il Vaticano non si può considerare in nessun caso datore di lavoro dei preti molestatori.

Il giudice durante l’udienza ha detto di aver guardato ai fatti e di non aver trovato la tipica relazione impiegato- datore di lavoro. «Non ci sono fatti che creino un vero rapporto di lavoro tra Ronan e la Santa Sede», ha detto Mosman. Il giudice ha poi aggiunto che se avesse accolto il punto di vista del ricorrente, «allora i cattolici, ovunque, potrebbero essere considerati impiegati della Santa Sede». E ha fatto anche un esempio ipotetico di un’associazione professionale di avvocati che commina delle sanzioni disciplinari ma che non si può considerare datore di lavoro dei legali che sono ad essa sottoposti.

È stata così chiusa – per difetto di giurisdizione - una causa che durava da dieci anni. Dai documenti è emerso infatti che padre Ronan dell’Ordine dei Servi di Maria, nel corso di 15 anni, aveva abusato di altri ragazzi, a Chicago e a Benburg, in Irlanda. Ma questi episodi erano stati mantenuti segreti dall’ordine religioso e la Santa Sede era stata informata di tutto ciò soltanto nel momento in cui Ronan chiese lui stesso di essere ridotto allo stato clericale, cosa che avvenne appena dopo 5 settimane dalla domanda.

I superiori del religioso avevano deciso il trasferimento – prima da Benburg a Chicago, e infine a Portland (Oregon) – senza avvertire né il responsabile locale dell’ordine né il vescovo di Portland di quanto era accaduto in precedenza. Il giudice ha perciò respinto il caso che nel 2010 era arrivato anche alla Corte suprema americana, sotto il profilo dell’immunità legale di uno Stato estero (quale il Vaticano) riconosciuto dal governo degli Stati Uniti. La sentenza dell’Oregon non ha affrontato una simile questione, ma ha analizzato la vicenda nel merito ( sono stati depositati anche da parte della Santa Sede centinaia e centinaia di atti). Si tratta di una decisione che farà giurisprudenza negli Stati Uniti e non solo, mettendo al riparo il Vaticano dalla richiesta di risarcimento danni in casi del genere . Jeff Anderson, avvocato della vittima ha detto che ricorrerà in appello: «Siamo dispiaciuti, ma non scoraggiati». L’avvocato della Santa Sede , Jeffrey Lena, invece, ha sottolineato che «la Corte si è chiesta se prete va considerato come un “impiegato” della Santa Sede solo per il fatto di essere sacerdote soggetto alle norme generali del Codice di diritto canonico e ha risposto inequivocabilmente di no».

M.Antonietta Calabrò
@maria_mcalabro21 agosto 2012 | 17:03

Svista Tg3, Capossela diventa «Premier»

Il Messaggero



ROMA

Una "piccola" svista e al Tg3 Capossela diventa «Primo ministro». Il telegiornale Rai ha mandato in onda un'intervista al cantautore, sbagliando il sottopancia: «Vinicio Capossela presidente del Consiglio»,, è apparso in sovrimpressione. L'errore, risalente a tre anni fa, è stato riproposto dallo stesso artista che oggi ha pubblicato il fermo immagine sulla propria pagina Facebook: «Uno splendido errore del Tg3», ha commentato Capossela. Il post ha subito scatenato migliaia di "like" dei suoi fan e centinaia di commenti divertiti.


Martedì 21 Agosto 2012 - 15:41
Ultimo aggiornamento: 17:53

Furti in casa, incubo key bumping: la chiave per ogni serratura

Il Messaggero


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ROMA - Acrobati e fabbri. Ingegnosi o spericolati, i ladri, si sa non conoscono ferie, e quelli entrati in azione in questa estate romana non sono stati scoraggiati neppure dal pienone in città dovuto alla crisi. E’ stato un furto notturno a sciogliere il sogno del prodigio: la neve estiva a Santa Maria Maggiore. La rievocazione del miracolo del 358 dopo Cristo è stata rinviata di una settimana perché il camion con l'attrezzatura per gli effetti speciali della rievocazione era svanito. Si ruba di tutto. Dalle console alla scarpe, che sono costate a un cuoco marocchino una condanna a un anno. Dai profumi, come il bottino di oltre mille euro in un centro commerciale, al cibo. Nuovo obiettivo, i camper, svuotati o portati via. A Fregene una coppia di turisti francesi al ritorno dalla spiaggia non ha più trovato l’autocaravan nel parcheggio. I due stranieri si sono presentati ai carabinieri in costume da bagno.

E poi ci sono i classici furti d’appartamento. New entry nella specializzazione sono i georgiani. Bande organizzate. Entrano in azione dopo sopralluoghi e con la magica tecnica del «key bumping», la chiave che apre ogni serratura. I rom non hanno smesso di scivolare dentro le case, ma non sono organizzati. E poi i ladri italiani, in calo nella classifica dei topi di appartamento.

Ci sono i precedenti illustri, come il tentato furto in casa del presidente della Regione Renata Polverini, quello nell’appartamento del comandante della polizia municipale di Roma, Angelo Giuliani, e il blitz dal presidente della Provincia Nicola Zingaretti. Ma sembra che adesso la media periferia attragga più dei quartieri alti. Così dicono i dati della Questura: piuttosto che affrontare sofisticati sistemi di allarme ai Parioli, i ladri preferiscono puntare a refurtive medie, forzando porte e finestre non blindate. Alle denunce che arrivano dai quartieri del centro, si sono aggiunte quelle dei residenti dell’Appio-Tuscolano, del Tiburtino o anche di Grottarossa, Labaro e Prima Porta. Poi i furti inspiegabili, come i tre rom del campo di via Casilina, che qualche giorno fa sono stati fermati per avere rubato in un supermercato 40 tubetti di Kukident, una colla per dentiere. Condannati a otto mesi per direttissima.

Georgiani. Sono loro i fabbri eccellenti con mani di velluto. C’è un addetto ai sopralluoghi, gli anziani utlizzati per fare il palo, e altri due o tre per entrare in azione. Poi i delegati alla spedizione della merce, in genere inviata all’estero. Per segnalare l’appartamento spostano gli zerbini e piazzano mastice o una gomma da masticare sullo spioncino della casa accanto. Il metodo infallibile è quello del «Key bumping»: una chiave appositamente limata, colpita con un oggetto rigido. L'urto alza i pistoni superiori oltre la linea di apertura, facendo scattare la serratura. Non è indispensabile una particolare manualità, con l’aggravante, per chi abbia un’assicurazione, che la porta risulterà aperta senza scasso e ottenere un risarcimento sarà difficile.


Preferiscono gli appartamenti ai piani bassi. Basta un breve sopralluogo, oppure trovare qualcuno distratto che apra il portone. Ma se devono forzare le serrature usano dei cacciavite. Sceglono obiettivi facili, come le porte non chiuse a chiave: basta una scheda telefonica per aprirle. E’ in leggero calo, invece, il fenomeno degli acrobati, che continuano comunque a scalare palazzi e grondaie. Il primato spetta ai romeni. Come la banda residente nel campo di via Salone, finita in manette qualche giorno fa: utilizzavano un quattordicenne mingherlino per i furti ai piani alti.
 
Italiani. Sono sempre meno i ladri di casa nostra che si cimentano nei furti d’appartamento. Hanno altri obiettivi: scippi e rapine. E in testa ci sono le farmacie. Da sempre prese di mira dai tossicodipendenti.


di Valentina Errante e Adelaide Pierucci
Martedì 21 Agosto 2012 - 16:19
Ultimo aggiornamento: 16:22

Procura di marescialli ad Aosta» Taormina dovrà pagare 50.000 euro

Il Messaggero

La Cassazione ha confermato la condanna per diffamazione ai pm nei confronti dell'ex legale della Franzoni


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ROMA - La Procura di Aosta che si occupò del delitto di Cogne sarà risarcita per il danno d'immagine subito. Lo ha stabilito la Cassazione nel convalidare il maxi riarcimento ai danni di Carlo Taormina,ex legale di Annamaria Franzoni condannata definitivamente a 16 anni per il delitto del figlio Samuele, in relazione alle dichiarazioni rese dal legale alla Stampa in cui sosteneva che «l'accusa, la Procura è fatta da marescialli di paese che hanno anche falsificato le prove...». Per le dichiarazioni fatte, Taormina era stato condannato dalla Corte d'appello di Milano (9 maggio 2012) per diffamazione a mezzo stampa a rifondere il procuratore di Aosta (Maria Del Savio Bonaudo) e il sostituto procuratore (Stefania Cugge) con 30 mila euro di danni, oltre alla riparazione pecuniaria quiantificata in 10 mila euro per ciascuna parte civile. La Cassazione ha convalidato la legittimità del risarcimento. Inutile il ricorso di Taormina dichiarato inammissibile da piazza Cavour.

In particolare, la sezione feriale della Cassazione - sentenza 32788 - ha evidenziato che «quanto alla rilevanza pubblica della vicenda, si deve ritenere che questa, in virtù dell'amplificazione mediatica che ha conferito alle dichiarazioni dell'avvocato Taormina, abbia piuttosto aggravato le conseguenze del reato, provocando un danno d'immagine certo rilevante». Quanto poi al fatto che non erano state indicate per nome le persone offese, la Cassazione fa notare che «la grande notorietà della vicenda processuale rendeva immediatamente identificabili i soggetti lesi. L'incensuratezza dell'imputato, considerata ai fini della pena - osserva ancora la Suprema Corte - non svolge all'evidenza alcun rilievo nella quantificazione del danno». Taormina, oltre alle spese processuali e al pagamento di mille euro alla cassa delle ammende, dovrà rifondere le parti civili con ulteriori 2.400 euro.


Martedì 21 Agosto 2012 - 16:33
Ultimo aggiornamento: 16:48

Cina, virus SmsZombie infetta 500 mila smartphone con sistema Android

Corriere della sera

Il malware si attiva scaricando immagini per lo sfondo e ruba soldi agli utenti della compagnia più diffusa in Cina

La schermata che compare sui telefonini all'attivarsi di SmsZombie.ALa schermata che compare sui telefonini all'attivarsi di SmsZombie.A


Un virus complesso e davvero furbo. E il nome - SmsZombie.A - è di quelli che non promettono nulla di buono. Il malware è stato progettato per colpire gli smartphone con sistema operativo Android in Cina ha infettato almeno 500mila dispositivi, costringendoli a pagamenti non voluti. Ma non solo. È molto difficile da rimuovere e da scoprire. A individuare il problema sarebbe stata l'azienda di sicurezza TrustGo Security Labs che annuncia di avere già pronto il remedio e secondo la quale il pericolo per ora è limitato ai dispositivi cinesi.

Il malware è nascosto in una serie di app che fornisce immagini per lo sfondo provocanti, e quando l'utente lo installa inizia a ricaricare dei conti di alcuni giochi online utilizzando il sistema di pagamento utilizzato dalla compagnia China Mobile, la più diffusa in Cina. Un trojan, insomma, che oltre a prelevare piccole somme dal conto dell'utente, il virus è in grado di intercettare e copiare gli sms in entrata e uscita, alla ricerca di dati sensibili come numeri di conto corrente o password: «Il virus è molto difficile da eliminare una volta installato - spiega l'azienda - perchè si appropria delle priorità di amministratore di sistema e disabilità i comandi che potrebbero cancellarlo».

Sui blog specializzati viene sottolineato come il virus abbia iniziato a girare tra gli utenti il 25 di luglio e che in poco meno di un mese abbia infettato 500 mila smartphone. Anche se -rassicurano gli esperti questa versione - difficilmente questa versione può contagiare utenti con telefonini acquistati in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Già in passato però una finta applicazione con il famoso giochino Angry Birds aveva infettato 1400 telefonini, riuscendo a "rubare" più di 28 mila sterline.

Marta Serafini
@martaserafini21 agosto 2012 | 16:26

Le ultime lettere di Nicola & Bart

La Stampa

Il 23 agosto 1927 gli anarchici Sacco e Vanzetti (in)giustiziati in America. Negli scritti dal carcere il dramma giudiziario e le loro motivazioni ideali

Giorgio Boatti

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Sono trascorsi pochi minuti dalla mezzanotte, quando, il 23 agosto 1927, nel braccio della morte di Cherry Hill, le luci che illuminano gli ambienti claustrofobici del penitenziario di Stato del Massachusetts tremolano. Per alcuni interminabili secondi sembrano prossime a spegnersi. Poi si riprendono. Una, due, tre volte. È il segno che la sedia elettrica è all’opera: viene eseguita la sentenza contro gli anarchici Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco, accusati di aver ucciso due persone nel corso di una rapina avvenuta, nella primavera del 1920, a South Braintree, nei dintorni di Boston. Sin dall’arresto, il 5 maggio 1920, i due italiani si sono dichiarati innocenti. Contro la sentenza capitale che li colpisce sono state raccolte, in tutto il mondo, 50 milioni di firme.

E figure di spicco di ogni schieramento, dentro e fuori gli Stati Uniti - da John Dewey a Romain Rolland, da Stefan Zweig a Maksim Gorkij, da Benedetto Croce a Bertrand Russell - hanno chiesto ripetutamente che il processo a loro carico venisse rifatto, acquisendo le rilevanti prove in grado di scagionarli. Non ultima la confessione del giovane pregiudicato portoghese Celestino Madeiros - il terzo condannato a salire sulla sedia elettrica in quel 23 agosto - che arrestato nel novembre del 1925 ammette la partecipazione alla rapina di South Braintree escludendo però ogni coinvolgimento dei due italiani.

Pur battendosi sino all’ultimo per far prevalere la verità, Sacco e Vanzetti - bersaglio di fallaci riconoscimenti orchestrati dagli investigatori, ignorate le testimonianze a difesa raccolte tra i propri connazionali («state attenti ai dagoes che stanno compatti» dice l’accusatore Katzmann ai giurati, allertandoli alla diffidenza verso gli italiani, i «dagoes» appunto), irrisi i loro validi alibi - intuiscono di essere caduti in ostaggio di una durissima contrapposizione politica, etnica e di classe. Vittime sacrificali di un conflitto sociale che in quegli anni, negli Usa, sfocia spesso in episodi di raggelante violenza: dove all’impiego di squadre armate da parte delle aziende si risponde con altrettanta durezza da parte dei lavoratori, innestando un ciclo di repressioni che irridono ogni legalità e di provocazioni che calpestano ogni umanità.

È il caso, a pochi giorni dall’incriminazione ufficiale di Sacco e Vanzetti, della bomba anarchica che esplode nel cuore di Wall Street provocando 33 morti e duecento feriti. Qualche mese prima un anarchico, Andrea Salsedo, amico dei due italiani, mentre era trattenuto illegalmente da agenti federali, è volato giù da una finestra del 14° piano di una sede dell’Fbi. Di tutto questo, e soprattutto delle loro vite e della vicenda giudiziaria che li riguarda, parla, con grande forza documentaria e fulminante immediatezza, il bel libro che, curato da Lorenzo Tibaldo e con la prefazione di Furio Colombo, raccoglie di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti Lettere e scritti dal carcere (Claudiana, pp. 324, € 28).

Pagina dopo pagina si fanno strada i due caratteri così diversi, pur nella vicenda che li accomuna. Calzolaio, sposato e padre di due figli, «Nick» Sacco, sensibile e innamorato della natura, originario di Torremaggiore nel Foggiano, dove è nato nel 1891. Pescivendolo - ma mille altri lavori precedenti, in una sorta di instancabile esperienza di lavoratore interinale ante litteram – «Bart» Vanzetti, di tre anni più anziano, autodidatta intelligente e di grande capacità comunicativa, catapultato dalla natia Villafalletto, nel Cuneese, prima a New York e poi a Boston. La ricostruzione che emerge da queste pagine va ben al di là del pur illuminante e commovente epistolario nel quale si trovano gli spunti intensi ai quali ha poeticamente attinto Joan Baez, quando con Ennio Morricone ha creato la colonna sonora del film dedicato a Sacco e Vanzetti, nel 1971, da Giuliano Montaldo.

Oltre alle lettere scritte nei sette anni di carcere vi si aggiungono autoritratti biografici, articoli rilevanti stesi per il vasto fronte di pubblicazioni e organizzazioni che si battono per la loro libertà, nonché testimonianze di coloro - molte donne, diversi personaggi della Boston illuminata - che saranno al loro fianco. Sino a quella sera d’agosto in cui, a Cherry Hill, le luci parvero spegnersi.

gboatti@venus.it

Ecco le 10 cose da non dire a tavola

Corriere della sera

Studio del gestore telefonico O2: sesso, soldi, politica e religione sono tra gli argomenti tabù
Se volete fare buona impressione a tavola, meglio che mandiate a memoria questa classifica, che mette in fila i dieci argomenti che è bene evitare come la peste quando si è in compagnia, per non rovinarsi la cena o, peggio, far calare sui presenti un imbarazzato silenzio.

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COSE DA NON DIRE - Manco a dirlo, visto che lo studio condotto dal gestore telefonico O2 per il lancio del telefonino Samsung Galaxy S III arriva dalla puritana Gran Bretagna, il primo tabù da non infrangere a tavola riguarda la propria vita sessuale: parlarne fra un piatto e l’altro viene giudicato spinoso dal 32% dei duemila adulti del campione, con il 31% che va in difficoltà al solo accenno di infedeltà (propria o altrui) e il 18% che scansa anche un semplice riferimento all’attuale situazione amorosa pur di non doverne dare conto. Non solo. Anche la pianificazione familiare non rientra fra le questioni da affrontare, visto che il 19% non apre bocca sull’argomento, mentre, per contro, c’è un cospicuo 39% che ammette di non farsi problemi a discutere di qualunque questione, comprese quelle off-limits per tutti gli altri.

SOLDI - Ma se il sesso sparisce dal tavolo, i soldi lo seguono subito dopo, perché far sapere agli altri quanto si guadagna non è cosa per il 25% degli intervistati, mentre addirittura il 28% non gradisce nemmeno parlare dell’ammontare del proprio conto in banca. E pazienza se l’andamento del mercato immobiliare sarebbe oggi tale da giustificare persino una conversazione a tema: per il 16% delle persone il valore della casa è un discorso chiuso a prescindere, indipendentemente dall’uditorio.

Che, comunque, è radicalmente mutato rispetto al passato, perché se un tempo la tendenza era quella di confidarsi coi parenti stretti, soprattutto su questioni delicate, adesso il 39% preferisce parlarne con gli amici intimi, contro il 26% di quelli che restano invece fedeli alla famiglia. Insomma, c’era una volta la tradizionale riservatezza britannica che considerava tabù chiacchierare di politica e religione (men che meno di malattie ed acciacchi vari) durante una cena, non importa quanto formale: oggi invece questi argomenti sono accettati al punto da essere evitati – rispettivamente – solo dal 13%, 9% e 7% del campione. Un’inezia se paragonati al passato, nonché il segno inequivocabile – a detta del portavoce di O2, David Johnson, che ne ha parlato sul “Daily Mail” – «di quanto aperti siano ormai diventati i britannici nel parlare francamente di argomenti che in passato avrebbero fatto arrossire la maggior parte delle persone».

Simona Marchetti
21 agosto 2012 | 14:50

A Torino, sperimentate con successo cellule impiegate per riparare ferite

La Stampa

Stimolando le cellule staminali del midollo osseo è possibile guarire rapidamente da gravi lesioni
TORINO


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Sono appena stati pubblicati sulla rivista internazionale `Cytotherapy´ i risultati di una brillante ricerca svolta da un gruppo multidisciplinare torinese degli ospedali Molinette e Mauriziano.
Lo studio si basa sull’utilizzo delle cellule staminali per agevolare la guarigione di estese asportazioni di tessuto dovute alla presenza di cisti sacro-coccigee, complicate da numerosi tragitti fistolosi, e recidive di precedenti interventi. I pazienti non sottoposti a stimolazione midollare delle proprie cellule staminali hanno mostrato un accorciamento dei tempi di guarigione.
La ricerca di base sulle cellule staminali ha da sempre suscitato grandi interessi e grandi speranze dal punto di vista sperimentale sulla rigenerazione di tessuti o addirittura di interi organi. Promesse spesso mantenute, ma limitatamente al laboratorio. Fino ad ora, infatti, le applicazioni cliniche sono state scarse e circoscritte all’impiego in particolari casi di malattie del sangue. 

Lo studio è stato condotto dal Dott. Carlomaria Fronticelli (oncologo dell’ospedale Molinette) e dal Dott.Corrado Tatarella (direttore dell’Ematologia e terapie cellulari dell’ospedale Mauriziano). Il processo in sè è semplice: si tratta di stimolare particolari cellule presenti nel midollo osseo di ognuno di noi, facenti parte della grande famiglia delle cellule staminali, ad accorrere là dove si sta verificando un processo di guarigione. Se il processo di guarigione è molto ampio, questo richiederà grande sforzo da parte l’organismo e soprattutto tempi lunghi per la sua riparazione. 

La stimolazione avviene attraverso la somministrazione di fattori di crescita, già ampiamente studiati nella patologia umana, che attivano e mobilizzano le cellule staminali del midollo osseo che così accorrono in massa nella sede del processo di guarigione. 

Quando Fini per far colpo su Eli schierò la scorta

Libero

Il racconto di Gaucci: "Gianfranco ci venne incontro coi suo bodyguard, fermandosi in mezzo alla strada e bloccando il traffico"


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Non solo durante le vacanze. A casa. A Montecitorio. Durante le immersioni. Fini usa la scorta pure quando va a donne. Nell’agosto 2010 l’ha raccontato a  Libero Luciano Gaucci, ex dell’attuale compagna del presidente della Camera Elisabetta Tulliani. «Io ed Elisabetta c’eravamo già lasciati. Usciti da Palazzo Chigi ci venne incontro con la scorta Fini, che allora era ministro degli Esteri. Rimanemmo a chiacchierare per strada bloccando il traffico». Nel 2011, a ItaliaOggi, Gaucci confermò: «Senza curarsi del traffico, (Fini, ndr) attraversò con tutta la scorta via del Corso, fermandosi quasi al centro della carreggiata. Mi ricordo che le macchine suonavano all’impazzata i clacson, perché quelli della scorta avevano bloccato tutto».

La super-preside che guida 7 scuole

Corriere della sera

Laura Bellanova «capo» di tre materne, tre primarie e una media di Torre Spaccata: è l'istituto di via Emilio Macro


ROMA - Quarant'anni di servizio, otto da insegnante, trentadue come dirigente scolastico, tutti passati in trincea. Ma le sfide per Laura Bellanova, 58 anni, romana, (nel '72 quando a 26 anni vinse il concorso era la più giovane preside d'Italia), non sono finite. Dal primo settembre avrà il compito di guidare contemporaneamente sette scuole di Torre Spaccata che, grazie al dimensionamento scolastico, si riuniranno nell'Istituto comprensivo di via Emilio Macro: tre materne, tre primarie e una media.


La scuola dell'infanzia di via Emilio MacroLa scuola dell'infanzia di via Emilio Macro


Dalle «reggenze» per i presidi delle superiori che hanno portato avanti due istituti anche per diversi anni, come Clara Rech per l'Augusto e il Visconti, Emilia Marano al Virgilio e all'Albertelli, Livia Brienza all' Azzarita e al Mameli, con il dimensionamento scolastico, al via da settembre, arrivano le super-presidenze di mega istituti comprensivi dove a un unico dirigente vengono affidate anche sette diverse scuole, come avverrà per Laura Bellanova, 58 anni, otto da insegnante e 32 da preside, al timone di tre materne (Eleonora Gagliardi 80, Emilio Macro e Eleonora Gagliardi 88), tre primarie (Annibale Tona, Francesco De Santis e Guido Antonio Marcati) e la media Capuana di via Vitaliano Ponti, tutte in zona Torre Spaccata.

«Il fatto di dover correre da una scuola all'altra è ciò che mi preoccupa di meno - racconta la super-preside - ma i problemi organizzativi non saranno pochi, come ad esempio, riuscire a realizzare un pof (piano dell'offerta formativa) comune, pur rispettando esperienze e percorsi didattici portati avanti dai diversi collegi dei docenti. Su questo stiamo lavorando da gennaio attraverso riunioni con gli insegnanti e incontri con i genitori perché c'è una certa preoccupazione soprattutto sull'identità dei singoli istituti che ora si dovranno "mixare" e rivedere progetti e attività laboratoriali».

Le nuove norme sul dimensionamento prevedono che gli istituti con meno di mille alunni devono essere «accorpati» ad altri, per raggiungere il «tetto» richiesto: «Nella scuola si può lavorare soltanto se dotati di grande entusiasmo - conclude Bellanova - e nonostante i 40 anni di servizio, a me non manca. Sono avvantaggiata dal conoscere bene il territorio dove lavoro da trent'anni. Ma un dirigente di nuova nomina si troverà ad affrontare una geografia scolastica completamente diversa».

Flavia Fiorentino
21 agosto 2012 | 11:58

Meles, il capo guerrigliero che amava Bob Marley e credeva nella democrazia

Corriere della sera

Nonostante le contraddizioni della sua politica l’Etiopia sotto il suo governo ha conosciuto una rapida crescita economica

Meles Zenawi, primo ministro dell’Etiopia e uomo forte del Paese, è morto nella notte. Gravemente ammalato era ricoverato da un paio di mesi in un ospedale belga. Ultimamente sembrava che le sue condizioni fossero migliorate e si attendeva un suo ritorno ad Addis Abeba. Aveva 57 anni. Gli succede il suo vice Haile Mariam Desalegn. Meles Zenawi è spirato pochi giorni dopo un altro leader etiopico: il patriarca Abuna Paulos, il papa del copti d’Abissinia.

Meles Zenawi con Massimo AlberizziMeles Zenawi con Massimo Alberizzi


Avevo un buon rapporto con Meles che incontravo regolarmente a ogni visita nella capitale etiopica. Bastava una telefonata e trovava un’oretta per incontrarmi, magari a colazione (anche alle 6,30 del mattino). A differenza del suo vicino eritreo, Isayas Afeworki, era riuscito nella trasformazione da capo guerrigliero ad abile statista, uno dei leader più stimati del continente.

Tigrino, aveva guidato la rivolta del TPLF ( Tigray People’s Liberation Army) negli anni ’70 e ’80, quando l’ho conosciuto. Il gruppo, che si collocava su posizioni filo albanesi (cioè vetero marxiste) nel 1991 aveva sconfitto, il dittatore militar comunista Mengistu Haile Mariam, grazie all’aiuto dei ribelli eritrei con cui aveva stabilito una solida alleanza e al sostegno degli Stati Uniti. Nei due anni di governo transitorio, Meles era stato scelto come presidente. Quando in quei giorni l’ho rivisto nell’ex reggia di Hailè Selassie, invece di trovarlo seduto dietro un’enorme e preziosa scrivania (cosa che fanno tutti i leader africani per mostrare agli interlocutori la loro importanza) si era sistemato al posto della segretaria. «Meles – gli dissi scherzando – ti ho lasciato filo albanese e ti ritrovo filoamericano! Cos’è successo?». Si mise a ridere di gusto. «Tutti maturano. Quella era un’utopia per una società ideale, che non esiste».

Parlò di programmi di ricostruzione, democrazia reale, lotta alla povertà, sviluppo, cooperazione regionale. «Devo stare attento a non trasformare il mio Paese in una dittatura», confessò preoccupato. Mise anche in discussione – con un atteggiamento eretico - l’articolo 1 dello statuto dell’Unione Africana che fissa come un dogma l’intangibilità delle frontiere africane. Due anni dopo sarebbe stata varata una delle costituzioni più moderne del mondo, l’unica parlamentare e non presidenziale di tutta l’Africa, che prevede, seppure con una procedura complicata, il diritto alla secessione. Nel 2003 l’Etiopia è il primo Paese a riconoscere l’indipendenza dell’Eritrea e si congratula con il leader fino ad allora amico e fratello d’armi, Isaias Afeworki.

Nel 1998 tutto cambia. L’Eritrea attacca l’Etiopia e Meles che aveva smobilitato gran parte del sue esercito è costretto a ricostruirlo indirizzando verso la difesa risorse che avrebbero dovuto essere impiegate per lo sviluppo. Nel 2000 contrattacca e caccia gli eritrei che avevano conquistato una parte del territorio etiopico. Subito dopo, però, rifiuta di ottemperare alla sentenza della corte de L’Aja e non ritira le sue truppe da Badme, un piccolo villaggio diventato simbolo della guerra tra i due Paesi, assegnato dai giudici al controllo di Asmara. Si giustificò così: «Anche se la consideriamo iniqua e ingiusta, abbiamo accettato la sentenza dell’arbitrato internazionale che assegna all’Eritrea Badme, ma non ce ne andremo finché non si stabiliranno relazioni chiare e stabili con Asmara». Nel 2004 lo incontro a Kigali, durante la commemorazione del genocidio in Ruanda. Allo stadio siede sul palco assieme a decine di presidenti, primi ministri, dignitari. Io sono nel campo di calcio assieme agli altri giornalisti. Mi vede e, violando l’etichetta, si sbraccia sorridente in un saluto cortese e gentile.

Nel febbraio 2005 assiste al megaconcerto per celebrare il sessantesimo anniversario della nascita del re del reggae, Bob Marley, morto di cancro nel 1981, all’apice della sua carriera. Mi presenta la moglie e i figli e confessa. «Vorrei ritirarmi. Vedi mi piacerebbe avere una vita normale con concerti, visite ad amici, vacanze». E assieme a Rita Marley, la vedova di Bob: «Vogliamo che in Africa non parlino più mitra e cannoni, ma chitarre e tamburi». Il cammino sulla democratizzazione e lo sviluppo del Paese si interrompe brutalmente pochi mesi dopo, quando vengono indette le elezioni generali. Meles è convinto di vincerle, ma durante lo spoglio perde il sindaco di Addis Abeba e si delinea la sua sconfitta. Si imbrogliano così le carte e il risultato finale si ribalta. Le polizia mitraglia la folla che protesta. I morti sono almeno 200. Ne parlammo e sembrava veramente sconvolto e pentito: «Non ho dato io l’ordine di sparare». Durante un nostro incontro alla domanda seccata sul perché tanti giornalisti cacciati in galera, ordinando alla fedele segretaria Aster (che parla perfettamente italiano) di tradurmi alcune parti degli articoli da loro pubblicati risponde: «Hai visto? Questi non scrivono né storie, né commenti, ma incitano all’odio etnico. Non posso permetterglielo, altrimenti mi "salta" il Paese».

Meles sogna un’Etiopia democratica e avanzata ma si scontra con la realtà africana: su due cose riesce a tenere inchiodato il Paese: l’abolizione di fatto della pena di morte (Mengistu viene condannato in contumacia all’ergastolo) e la lotta alla corruzione, contenuta a un livello basso, rispetto agli altri Paesi del continente. Nel 2008, pochi giorni dopo che l’ONU ha lanciato il mandato di cattura per crimini di guerra e contro l’umanità verso il presidente sudanese Omar Al Bashir, fa una dichiarazione a suo favore. Gli telefono: «Ma come? Mi avevi detto che gente come lui deve essere condannata!». «Non posso, altrimenti lui mi organizza una guerriglia ai confini e devo fronteggiare un’altra minaccia», si scusa. Un anno prima, alle mie rimostranze sulla rete (assai scadente) dei cellulari affidata ai cinesi: «Lo so non funzionano. Non immaginavo, altrimenti avrei rifiutato il loro aiuto nonostante ci abbiano dato un sacco di soldi».

Nel 2010 nuove elezioni che vince con un sospettoso 99 per cento dei voti: troppi. Forse è già malato e si moltiplicano le voci che voglia “lasciare” e nomina in suo vice Haile Mariam Desalegn, esponente di un’etnia minore, i Wolaytta, e non copto ma protestante, con studi in Finlandia. Nonostante le contraddizioni della sua politica l’Etiopia sotto il governo di Meles ha conosciuto una rapida crescita economica. Vedremo cosa accadrà con la sua morte. Una cosa è certa: il suo arcinemico Isaias Afeworli starà festeggiando.

Massimo Alberizzi
21 agosto 2012 | 13:05

Gli Hells Angels fanno causa agli Usa

La Stampa

Il club di motociclisti contro il divieto ai membri stranieri di ottenere il visto per recarsi nel Paese. «Non siamo criminali»


Cattura
Gli Hells Angels, il gruppo per gli appassionati della moto fondato nel 1948 nel Sud della California, ha deciso di andare in tribunale per protestare contro la politica federale che impone il divieto di ingresso negli Stati Uniti per i membri stranieri del club.  
L'Hells Angels Motorcycle Corporation è stata infatti definita come «un’organizzazione criminale» da parte di alcuni procuratori federali e statali, dalle organizzazioni delle forze dell'ordine e dai servizi di sicurezza. Ma, secondo quanto riportato dalla Cnn, gli avvocati della difesa controbattono: gli appartenenti al club sono «appassionati delle moto che hanno scelto di guidare motocicli insieme, organizzare eventi sociali, raccolte di fondi, feste e raduni». L’intenzione del gruppo è quella di chiedere un provvedimento cautelare che permetta ai membri stranieri di ottenere il visto per recarsi negli Stati Uniti, oltre alla rimozione della definizione di "organizzazione criminale".


Al momento non vi è stata alcuna risposta da parte dei funzionari di governo, l'amministrazione Obama dovrebbe rispondere alla causa nelle prossime settimane.

Maghi della pioggia e uomini-caimano ecco la Colombia del soprannaturale

La Stampa

Tra leggende di stregoneria che ancora sopravvivono e personaggi che trasformano in lavoro il loro "potere"

Lorenzo Cairoli
Bogota'


Cattura
"Qui in Colombia non ci annoiamo mai - confidò un giorno lo scrittore Hector Abad Faciolince -. Però il mio sogno sarebbe quello di vivere in un paese un po' più normale, come i matrimoni normali, che sono un po' monotoni, certo, però non si può vivere sempre in balia di passioni dirompenti, melodrammi incendiari, amori furtivi. Che esaurimento!". La Colombia è così. Prendere o lasciare. Un paese stupefacente non solo nelle sue biodiversità, nel suo crogiolo multietnico, nella tracimante esuberanza della sua gente. Anche nell'incanto dei suoi miti e delle sue leggende. Chi legge Gabo Marquez sa benissimo cosa intendo. Venditori di miracoli, contrabbandieri, donne ragno, transatlantici fantasma, angeli con occhi da antiquario e ali spennacchiate, l’uomo annegato più bello del mondo, nonne snaturate che indossano corpetti in cui infilano lingotti d’oro come pallottole in una cartuccera.

Persino nella realta ci sono personaggi che sembrano nati dal sortilegio di uno sciamano. Come Jorge Elias Gonzales, un novello Blacaman capace di sedare le piogge più inclementi. Un giorno si scoprì che a questo signore gli organizzatori del Mondiale di calcio Under 20  avevano offerto un contratto di consulenza tecnica - con tanto di polizza per la salute e i diritti di proprietà intellettuale - più un compenso di circa 5 milioni di pesos affinchè impedisse alla pioggia di rovinare la cerimonia di chiusura. Intervistato alla radio Jorge Elias Gonzales affermò di possedere questo dono fin da bambino. "Posso domare la pioggia, fermarla. Non sono un Dio, certo, ma posso controllarla per il 90%". E precisò che lui  era un ‘sacerdotista’. Praticava la scienza della radioestesia, quella che un tempo era nota come rabdomanzia e aveva un talento raro che gli permetteva di interpretare tutte le oscillazioni del pendolo.

Nell'isola di Tierrabomba il soprannaturale è molto radicato, come il jazz a New Orleans. Un esempio. Se parlate di spiriti col preside della scuola di Bocachica si burlerà di voi platealmente e vi annuserà l'alito. Lui agli spiriti giura di non credere, recita la parte dell'agnostico, però crede a sua madre quando gli racconta che suo zio è stato sequestrato della Mohana, lo spirito che infesta le acque dei fiumi, un mito che accomuna tanto i cristiani di Mompox quanto gli animisti di Palenque.

A Tierrabomba le storie di brujerias, di stregoneria, non si contano. La più celebre è quella della strega del Chavò, una donna che si convertì alla magia nera dopo aver scoperto di essere stata tradita dal suo promesso sposo. A Caño del Oro c'è un piccolo podere chiamato El Chavò. Terreni incolti e una baracca fatiscente in cui abita un vecchio insieme a dieci cani. Per la gente di Caño del Oro il vecchio è il figlio della bruja, della strega. E chi passa davanti alla sua casa, lo fa sempre col cuore in tumulto e gli occhi sbarrati.

Una delle leggende più curiose - sembra il soggetto di un B-movie di Jack Arnold - me la raccontò un architetto del barrio di Crespo appassionato di esoterismo e storie di stregoneria. Mi rivelò che nel dipartimento di Magdalena, nella città di Plato per l'esattezza, credevano al mito di un uomo-caimano. Secondo un cronista de "La Prensa" di Barranquilla si trattava dell'organista della parrocchia, un individuo che dietro alla sua apparente mitezza celava un'indole di forsennato voyeur. Altri invece raccontano fosse un pescatore dongiovanni. La sua ossessione per il corpo delle donne era tale che un giorno bussò alla porta di uno stregone.

Il brujio gli diede due ampolle, una con una pozione rossa che lo avrebbe trasformato in un caimano e che gli avrebbe permesso di spiare le ragazze che si bagnavano nei canali ai margini del villaggio  e un'altra con una pozione bianca che gli avrebbe restituito le sue sembianze umane.  Un giorno, però,  l'organista ebbe un contrattempo. Mentre cercava di tornare umano ruppe l'ampolla con la pozione bianca e solo qualche goccia finì sul suo viso. Così di umano gli rimase solo la testa imprigionata in un corpo da rettile.

Questa la leggenda. Secondo alcuni storici di Barranquilla - Plato è una delle pochissime città colombiane a non aver mai avuto uno storico che ne celebrasse i fasti - la leggenda ebbe origini assai meno arcane. Negli Anni Trenta venne a Plato un dentista, il dottor Ospino, che aveva ambiziosi progetti per il futuro della città. Ospino era un uomo frugale e spartano, dal volto rugoso, la pelle ruvida, quasi squamosa.

Come quella di un caimano. A lui si ispirò il compositore barranquillero Jose Maria Peñaranda quando scrisse "El hombre caiman". Poche canzoni colombiane hanno avuto un simile successo. Tanto per dirne una, nella Spagna franchista il suo ritornello veniva usato dagli oppositori del caudillo per preannunziare la caduta del suo regime.

Torino: arrestato presunto assassino, avrebbe raccontato il delitto in un romanzo

Corriere della sera

Daniele Ughetto Piampaschet, 34 anni, avrebbe ucciso una nigeriana e poi descritto l'omicidio in un libro
CatturaSecondo i carabinieri ha preteso troppo. Commettere un omicidio, vedere gli inquirenti brancolare nel buio, scrivere un libro che per filo e per segno spiegava sotto forma di romanzo come era avvenuto il delitto e poi restare impunito. Gli investigatori invece si sono dimostrati meno superficiali di quanto presupponeva e lo hanno scovato. Così Daniele Ughetto Piampaschet, 34 anni, di Giaveno (Torino) è stato arrestato dai carabinieri per l'omicidio volontario premeditato e l'occultamento del cadavere di Anthonia Egbuna, una prostituta nigeriana.

LA STORIA - Il corpo della ragazza fu ripescato a San Mauro Torinese nelle acque del Po nello scorso mese di febbraio. Piampaschet è autore del manoscritto «La rosa e il leone», ispirato proprio a quello che si ritiene il suo incontro con la nigeriana che si prostituiva tra Carignano e Torino, alla sua storia d'amore e all'assassinio della ragazza. Secondo le indagini condotte dai Carabinieri - anticipate dal quotidiano «La Stampa» - l'uomo, avrebbe compiuto l'omicidio a coltellate e avrebbe poi gettato il cadavere nel fiume. Nel manoscritto, tuttavia, parla di un omicidio a colpi di fucile. Il gip Massimo Scarabello, ha emesso l'ordinanza di custodia cautelare in carcere, sostenendo che via sia pericolo di fuga e di reiterazione del reato. L'arresto di Piampaschet, fatto giovedì scorso, è stato già convalidato.

Redazione Online21 agosto 2012 | 10:32

Chi invade gli spazi di lavoro altrui non si lamenti poi degli insulti

La Stampa

In un contesto di tensione lavorativa, di travalicamento di compiti istituzionali e di reiterati atteggiamenti di prepotenza, il dipendente accusato di ingiurie verso il collega burbero può essere scriminato dall’esimente del diritto di critica. Lo afferma la Cassazione nella pronuncia 19577/12.

Il caso


Alta tensione in corsia. Una donna è chiamata a rispondere, dinnanzi al Giudice di Pace di Firenze, del reato di ingiuria in danno di una collega dottoressa. La diatriba era sorta dopo la formulazione di una diagnosi diversa a proposito di una degente, proseguita con un alterco e accuse di prepotenza e di mancanza di professionalità, conclusa con la richiesta di analisi formulata dal medico strappata e gettata nel cestino in segno di ulteriore disprezzo.

Il Giudice di Pace assolve l’imputata, però la Corte d’Appello riforma la sentenza impugnata e condanna l’iraconda al risarcimento dei danni morali. La Cassazione rileva come la dottoressa bersaglio di ingiuria era stata in passato sospesa dal proprio servizio a cagione del suo comportamento presso il nosocomio. La vicenda processuale si colloca perciò in un panorama di acerrimo conflitto tra le due donne, la prima assegnata al reparto di pediatria, l’altra al settore didattica e ricerca. L’attrice, mal sopportando quella che aveva intuito come una manifesta indebita interferenza nella sua professione, aveva proferito le parole nel contesto delicato di una consulenza genetica su una bambina affetta da malformazioni.

Così contestualizzando la vicenda, la donna – pur apparendo pacifica l’oggettività offensiva delle parole dette – appare scriminata dall’esercizio di diritto di critica, come correttamente ritenuto del primo giudice. Il fatto si poneva insomma come manifestazione di dissenso per il diverso parere espresso dalla collega più anziana, in un contesto di travalicamento di compiti da parte di quest’ultima e di indebita ingerenza nell’ambito lavorativo altrui.

Ecuador illiberale, ma Assange non lo dice

Fausto Biloslavo - Mar, 21/08/2012 - 09:19

Mr Wiki denuncia la "caccia alle streghe negli Usa". E si rifugia nell'ambasciata del Paese che arresta chi critica il potere

Julian Assange fa l'eroe dei due mondi dal balcone dell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, ma è un teatrino dell'assurdo.


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Il paese sudamericano che gli ha dato ospitalità è denunciato da Human right watch per il pugno di ferro contro la libertà di stampa, di cui il fondatore di Wikileaks crede di essere il paladino.Assange si è rifugiato nell'ambasciata ecuadoriana a Londra a metà giugno. Il 16 agosto il governo socialista del presidente Rafael Correa gli ha concesso lo status di rifugiato politico. Gli inglesi minacciano di arrestarlo con un blitz e Assange si presenta sul balcone chiedendo al presidente Barack Obama di farla finita «con la caccia alle streghe».Peccato che i suoi nuovi protettori di Quito siano accusati, a cominciare dal presidente Correa, di essere dei nemici della libertà di espressione. Nel rapporto 2012, Human right watch, l'ong che monitorizza i diritti umani nel mondo, denuncia che in Ecuador «chi offende i funzionari governativi», a cominciare dei giornalisti, rischia «la prigione da tre mesi a due anni».

La contestata norma è servita soprattutto al presidente Correa, salvatore di Assange, per mettere a tacere i media scomodi. Dal 2008 «18 giornalisti, direttori o editori» hanno subito questo trattamento, secondo l'ong locale Fundamedios. Il capo dello stato è riuscito a far condannare a tre anni di galera l'editorialista Emilio Palacio del quotidiano d'opposizione El Universo. Per un articolo giudicato diffamatorio Palacio ed altri tre giornalisti dovranno sborsare 40 milioni di dollari, una cifra esorbitante.Non solo: per rispondere alle critiche il governo obbliga le tv ad interrompere i programmi trasmettendo le cosiddette «cadenas» degli aggressivi spot propagandistici. Amnesty international ha pure denunciato l'Ecuador di criminalizzare le pacifiche proteste degli indios con accuse di «terrorismo».

Il socialista Correa sta mettendo nel mirino anche le ong, come la stessa Wikileaks, accusandole di «destabilizzazione». L'aspetto curioso è che proprio dai cablogrammi segreti del Dipartimento Usa, resi pubblici da Assange, risultava che Correa avesse nominato un capo della polizia corrotto. Il presidente ha fatto il diavolo a quattro finendo per espellere l'ambasciatrice americana rea di aver scritto il cablo a Washington. Poi ha proibito ai militari a stelle e strisce di utilizzare una base per il controllo dei narcotrafficanti ed infine è diventato protettore di Assange. In realtà Correa, economista che ha studiato negli Stati Uniti, si è avvicinato sempre più a Cuba, Iran e Venezuela, i nemici storici degli Usa. Nel cambio di alleanze è rimasto stritolato un predecessore di Assange, l'ex capitano dell'esercito bielorusso, Alexander Barankov.

Due anni fa è scappato in Ecuador grazie all'asilo politico e ha cominciato a denunciare, via blog, la corruzione del regime di Minsk. Tutto è cambiato con il riavvicinamento dell'Ecuador alla Bielorussia. Il povero Barankov è stato arrestato e dopo la visita di giugno a Quito del padre- padrone di Misnk, Alexander Lukashenko, rischia di venir estradato e condannato a morte per tradimento.Tariq Alì, uno degli intellettuali, che a Londra osanna l'eroe di Wikileaks, su questa vicenda ha fatto una figuraccia. Di origine pachistana, con il passaporto britannico, saggista e figura di riferimento della sinistra dagli anni sessanta ha dichiarato raggiante:
«Dal Venezuela alla Bolivia e all'Ecuador: questi governi radicali socialdemocratici offrono più diritti umani e sociali ai loro cittadini di quelli d'Europa».

Quando i giornalisti di SkyNews gli hanno fatto presente il caso Barankov è rimasto senza parole.Il teatrino messo in piedi da Assange con l'Ecuador è ancora più assurdo tenendo conto del fatto che il fondatore di Wikileaks non verrà spedito negli Usa. Lo reclama la Svezia per dubbi reati sessuali, ma il ministro degli esteri di Stoccolma, Carl Bildt, ha dichiarato al Financial Times: «Non estradiamo in paesi che applicano la pena di morte». In pratica «è assolutamente impossibile», secondo l'esponente del governo svedese, che Assange finisca dalla Svezia agli Stati Uniti. Forse ci penserà l'Ecuador se cambiasse di nuovo alleanze.www.faustobiloslavo.eu

Falso: due tribunali inglesi hanno valutato le accuse di stupro come possibili reati
Falso: allo stato dei fatti è più difficile l'estradizione in Usa dalla Svezia che dal Regno Unito
Dubbio: i giudici svedesi possono opporsi alla promessa del governo di non estradare Assange
Falso: i giudici svedesi non devono solo interrogare Assange, che deve essere presente in aula
Falso: la Corte europea dei diritti umani vieta l'estradizione per reati puniti con la morte

In Regione Sicilia tutti tengono famiglia

Francesco Maria Del Vigo Domenico Ferrara - Mar, 21/08/2012 - 08:10

Poco prima di lasciare, Lombardo stacca un assegno da 350mila euro per coccolare le famiglie dei 20mila dipendenti

Che pacchia lavorare in Regione! Se poi la regione in questione è quella Siciliana, beh, allora è come aver vinto un terno al Lotto.


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Perché, alla faccia della crisi e della spending review, a palazzo d'Orleans i cordoni della pubblica borsa non vengono mai chiusi. Mamma Sicilia coccola e vezzeggia il suo esercito di dipendenti, una “famiglia” di ventimila dipendenti a cui riserva prebende e benefit di ogni genere. Lavorate in Regione e vi nasce un figlio? Avete diritto a un bonus di 150 euro che è valido non solo per i dipendenti ancora in attività, ma anche per i pensionati e i loro familiari. Non è mica finita: avete un lutto in famiglia? Il funerale costa e la Regione vi corrisponde un assegno di mille euro. E pure se vi sposate arrivano altri 150 euro. Se poi vi dilettate in attività ricreative o culturali con i vostri colleghi di lavoro, palazzo d'Orleans “olia” le vostre associazioni con un massimo di 2300 euro all'anno. “Queste associazioni – scrive il Giornale di Sicilia - possono anche organizzare delle vacanze al mare o in montagna e ottenre fino a 300 euro per ciascun partecipante”. Fortunatamente nel calderone finiscono anche concessioni più eque, come gli assegni agli orfani dei dipendenti pubblici.

Non ci credete? Date un'occhiata voi stessi: è tutto nero su bianco sulla Gazzetta ufficiale della Regione Sicilia pubblicata venerdì 10 agosto (leggi qui). Il decreto assistenziale è stato firmato, poco prima delle dimissioni, dall'ex presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo in persona in qualità di assessore ad interim alle Autonomie locali e alla Funzione Pubblica. Un ultimo regalo prima di sbaraccare il suo ufficio nella sede del parlamento siculo. Uno scherzetto che è costato all'incirca 350mila euro. Anche se, rispetto all'anno precedente, anche la Regione Sicilia ha scelto la via della montiana austerità. Nel 2011, infatti, i soldi stanziati per la legione di dipendenti pubblici avevano sfiorato i 580mila euro. Ma 350mila euro non sono comunque noccioline specialmente se, come in questo caso, si tratta di soldi pubblici.

Un test prenatale per la sindrome di Down viola i diritti umani?

Corriere della sera

di Riccardo Noury

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Da adesso in poi sapere se il bambino che si aspetta avrà o no la sindrome di Down sarà più semplice. Sul mercato europeo il 20 agosto è arrivato un prodotto che permette di diagnosticare la trisomia 21 con una semplice analisi del sangue. Una buona notizia per quelle donne che decidono di sottoporsi a test prenatali ben più rischiosi come l’amniocentesi o la villocentesi per sapere se il feto è sano. Una cattiva notizia per le associazioni per la vita e per quelle che difendono i diritti dei disabili convinte che l’accessibilità del test porterà inevitabilmente a più aborti e renderà molto più difficile la nascita di un bambino down. 

In Germania, dove il prodotto è stato messo a punto, il delegato alla tutela dei disabili del Bundesregierung,  Hubert Hueppe, ha chiesto che il test venga vietato nel Paese, perchè viola i diritti umani. Non è il solo. Lo scorso giugno la Federazione Internazionale delle organizzazioni della sindrome di Down, che raggruppa 30 associazioni in 16 Paesi, ha portato il caso alla Corte Europea dei diritti umani chiedendo che “venga protetto il diritto alla vita delle persone down e di quelle con altri handicap” (nella foto sopra un momento dell’ultima Giornata Mondiale per la Sindrome di Down che si tiene ogni 21 marzo).

Nonostante le proteste la Germania, la Svizzera, l’Austria e il Liechtenstein hanno dato il via libera alla messa in commercio del prodotto della casa farmaceutica tedesca LifeCodexx che è pensato per le donne che si trovano alla dodicesima settimana di gravidanza o laddove si ritienga che vi sia un alto rischio di trisomia per il nascituro. Ed è probabile che altri paesi europei seguiranno l’esempio.

“Non riesco a capacitarmi del fatto che con questo test si sia trovata una nuova strada per discriminare i disabili”, ha detto Hueppe. “Le persone affette dalla sindrome di Down vengono così discriminate nel loro diritto alla vita”. Già oggi, ha sottolineato il delegato, il 90% dei genitori che ricevono una diagnosi del genere durante la gravidanza si decide per l’aborto. Un test che semplifichi ancor di più le cose renderebbe ancor più difficile la vita a chi decide di tenere un bambino down: “Dovranno addirittura giustificarsi – ha detto Hueppe – della loro scelta di metterli al mondo”.

Ma è proprio così? Su un altro blog di questo giornale, la 27sima ora, una madre ha raccontato quanto l’abbia resa felice avere una bambina down. Resta il fatto che  molte coppie non se la sentono. La loro scelta va rispettata. E’ possibile secondo voi obbligare una donna a portare avanti una gravidanza sapendo che il figlio è affetto da una malattia grave? Il fatto che un test del sangue renda meno rischiosa la diagnosi della trisomia 21 non dovrebbe essere una buona notizia per tutti? E voi cosa ne pensate?

Tippi Hedren: «Da Hitchcock ho subito ogni tipo di violenza»

Il Messaggero



Tippi Hedren in The birds
ROMA - «Durante alcune riprese dei miei film con Hitchcock ho subito ogni genere di violenza, ero in costante pericolo. Mi hanno mentito sulla sicurezza dei set, in una scena mi sono ritrovata con il volto ricoperto da schegge di vetro e in un'altra ero circondata da uccelli veri». Così l'attrice americana Tippi Hedren, musa di Alfred Hitchcock, ospite d'eccezione di Paolo Limiti nel programma 'E state con noi in tv', in onda su Rai1.
 
Impegnata in un tour per la promozione del film sulla sua vita lavorativa con il 'maestro del brivido', la bionda Tippi confessa ulteriori dettagli. Dopo le dichiarazioni sulle molestie sessuali subite dal regista, racconta: «Alfred era diventato ossessivo, era una cosa terribile, c'era un costante tentativo di controllare la mia vita, ormai ero diventata un'esperta e non volevo mai stare da sola con lui. E non sono stata l'unica, l'ha fatto anche con altre attrici». L'attrice conclude con un ammonimento alle donne: «Non bisogna accettare o subire qualsiasi trattamento né dalla persona per cui lavori né da nessuno altro. Se non ti piace una cosa, stalle lontano».

Lunedì 20 Agosto 2012 - 17:11
Ultimo aggiornamento: 19:05

Dal terrazzo ci sono infiltrazioni d’acqua: è responsabile il condominio, non il proprietario

La Stampa

Il terrazzo svolge funzioni di copertura dell’edificio, pertanto il difetto di manutenzione è da imputare al condominio. Lo afferma la Cassazione (sentenza 8172/12).

Il caso

Le infiltrazioni d’acqua dal terrazzo soprastante un appartamento danno il “la” al processo per risarcimento danni. Il tribunale adito riconosce la somma di 930 euro in favore della condomina danneggiata. Somma che in appello viene aumentata e il proprietario dell’immobile soprastante si trova a dover pagare 186 euro in più rispetto ai 930 e 400 euro per le spese di lite. Il terrazzo è proprietà di tutti i condomini, lo dice anche il regolamento condominiale. Nel ricorso per cassazione che il soccombente nei giudizi di merito ha proposto, viene richiamato l’art. 3 del regolamento condominiale: «costituiscono proprietà comuni a tutti i condomini, in modo indivisibile ed in parti proporzionali ai millesimi, di proprietà a ciascun appartamento … le terrazze del piano attico e del piano superattico costituiscono piano di copertura del fabbricato e come tale risultano proprietà comune. Agli effetti della manutenzione si fa espresso richiamo al codice civile, art. 1126».

Chi deve provvedere alla manutenzione del terrazzo? I giudici di legittimità rilevano l’omessa motivazione in merito all’interpretazione della norma regolamentare, cui «la Corte territoriale non ha fatto alcun richiamo; né d’altra parte può dubitarsi che tale questione costituisca un punto decisivo della controversia, atteso che la proprietà della terrazza in questione e la regolamentazione delle spese relative alla sua manutenzione costituiscono l’oggetto del presente giudizio». Infiltrazioni causate da un generale difetto di manutenzione del terrazzo. Il difetto di manutenzione è da imputare al condominio. Infatti, il terrazzo svolge funzioni di copertura dell’edificio, inoltre l’assemblea condominiale ha, in passato, deliberato la totale impermeabilizzazione del terrazzo, senza tuttavia mai eseguire i lavori.


Il condominio è responsabile. La responsabilità e la conseguente ripartizione del risarcimento dei danni derivanti dal lastrico solare grava sul condominio stesso, all’interno del quale le spese devono essere ripartite tra i singoli condomini.
 
La Suprema Corte, quindi, accoglie il secondo motivo del ricorso e cancella la sentenza con rinvio.

I più longevi al mondo: nove fratelli, 818 anni

Corriere della sera

La famiglia Melis entra nel Guinness dei primati. Vive in Sardegna, in un paese dell'Ogliastra vicino alla base di Quirra
Guinness: è sarda la famiglia più longeva

CAGLIARI - Longevità da Guinness dei primati: la famiglia che ha l'età media più alta al mondo si chiama Melis ed è di Perdasdefogu, paesino fra le colline dell'Ogliastra. Sono 9 i fratelli viventi: Consolata, che domani fa 105 anni, Claudia 99, Maria 97, Antonio 93, Concetta 91, Adolfo 89, Vitalio 86, Fida Vitalia 81 e infine Mafalda, affettuosamente chiamata «la piccola» perché di anni ne ha soltanto 78. In tutto 818 anni e 205 giorni (al 1° giugno). Dopo anni di ricerche nei cinque Continenti la Guinness World Records ha riconosciuto il primato: «Benvenuti nel nostro very select club» è scritto nel certificato ricevuto dal comune di Perdasdefogu, 2.000 abitanti.
«Ma siamo certi che hanno controllato bene?».


Per niente sorpresa Consolata (14 figli, 9 viventi, 24 nipoti, 25 pronipoti, tre volte trisnonna e un quarto in arrivo) ancora attivissima e arguta. Va sempre nel suo podere e ieri l'altro ha chiesto di essere accompagnata al pascolo dalle caprette preferite, Rosetta e Nocciolina: «Prendono il grano dalle mie mani». Un mese fa ha voluto essere presente al matrimonio della nipote Sandra. L'ha accompagnata all'altare sfoggiando un fazzoletto nuovo sulla testa: «Lo voglio di buona qualità - ha raccomandato - che mi deve durare ancora qualche anno... ». Zia Consòla (così tutti la chiamano a Perdas), parla soltanto il sardo strettissimo, ha studiato fino alla terza elementare, cuce, rammenda ancora e fa i dolci. «Ai miei tempi le donne dovevano occuparsi delle faccende domestiche, andare alla fonte a prendere l'acqua e al fiume a lavare i panni. Le mie nipoti hanno lavatrice, lavastoviglie e aspirapolvere. E quando sento questa parola nuova: siamo stressate..., non capisco».

La tribù dei Melis fa fatica a contarsi: sono più di 180. Morigerata nell'alimentazione, zia Consòla ha curato le malattie con le antiche ricette tramandate dai padri: erbe e infusi. È osteopata: da poco il figlio Giuseppe aveva una distorsione, lei è riuscita a rimetterlo in sesto. Ma non ci sono formule magiche per la longevità: «Siamo stati sempre uniti e solidali, nelle gioie e nei dispiaceri, che non sono mancati», così Rita Melis, avvocato tributarista, figlia di Adolfo, che sulla soglia dei 90 anni si occupa ancora del suo bar e trova il tempo per occuparsi della vigna. Claudia a quasi 100 anni va a messa ogni mattina. Antonio esce a far legna per l'inverno e sistema le cataste in cortile. Vitalia e Mafalda non sono più a Perdasdefogu; vivono a Cagliari, fanno le nonne. Tutti con i loro ricordi: la medaglia d'onore di mamma Eleonora con il sigillo dell'Unione fascista Famiglie numerose, ricevuto nel 1939 per gli 11 figli; la partecipazione alla guerra del 1915-18 del padre Francesco, le peripezie di Adolfo nella seconda guerra mondiale, calatosi con i commilitoni in un pozzo per sfuggire ai tedeschi.

Il Guinness World Record della longevità conferma le ricerche di università, Cnr e Akea («A kentu annos», «A cento anni») in Sardegna su quasi 3 mila ultracentenari. I sardi che hanno più di 100 anni sono ora 370, 23 ogni 100 mila abitanti. A Tiana (Nuoro) è vissuto Antonio Todde scomparso nel 2002, venti giorni prima di compiere 113 anni, all'epoca l'uomo più vecchio del mondo. La massima concentrazione di ultracentenari è proprio in Ogliastra, dove c'è anche il centro studi genetici di Shardna (ora inattivo) che custodisce nei suoi laboratori gli studi sul Dna degli abitanti. Vicinissima a Perdasdefogu opera però anche una base militare e a una trentina di chilometri dal paese nel Salto di Quirra c'è un grande poligono missilistico interforze: per decenni esperimenti ed esercitazioni con armi ad alto rischio e proiettili all'uranio impoverito. Che, secondo un'inchiesta della magistratura, hanno provocato un notevole incremento di morti per tumori, fra complici silenzi e gravi responsabilità.

Uranio impoverito e, quasi accanto, record di longevità: sconcertanti contraddizioni, misteri. Ma i Guinness sono Guinness soltanto se stupiscono.

Alberto Pinna
21 agosto 2012 | 8:27