domenica 12 agosto 2012

Cancellieri chiede una relazione sulla scorta di Fini

La Stampa

Il presidente della Camera replica. "Mai usufruito di nessun favore"



Il presidente della Camera, Gianfranco Fini

 

roma

Il ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri ha chiesto al capo della Polizia Antonio Manganelli "un'approfondita relazione sulle modalità del dispositivo di sicurezza predisposto" per il presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini. Lo comunica in una nota il Viminale.
Come ha scritto ieri il quotidiano 'Libero', infatti, per la scorta di Fini sarebbero state affittate "probabilmente a spese nostre" nove stanze per due mesi in un albergo a Orbetello. Il presidente della Camera ha replicato oggi annunciando una querela al quotidiano.

"Le modalità per garantire la sicurezza della mia persona in ragione della carica istituzionale ricoperta sono decise autonomamente dai competenti organismi del Ministero degli Interni, anche in base a norme di legge. Dal giorno in cui sono stato eletto Presidente della Camera ad oggi non ho mai chiesto, né tanto meno ho mai usufruito di servizi diversi, e men che meno privilegiati e di favore, rispetto a quelli decisi in base alle loro valutazioni dagli uffici della Polizia di Stato a ciò preposti", dice  Gianfranco Fini. "Esattamente - prosegue- come accade per tutte le cariche istituzionali e politiche per cui si ritengono necessarie misure di tutela e di sicurezza. Ho preventivamente informato di questa nota il Ministro degli Interni, dottoressa Cancellieri, che ringrazio per la sensibilità dimostrata, e ho dato mandato, a tutela della mia onorabilità, di adire le vie legali nei confronti di Libero".

Il fisco mi perseguita per un condono del '76

Gabriele Villa - Dom, 12/08/2012 - 07:30

La disavventura di un ex edicolante di Milano: ha pagato 5 milioni nell’82, la Commissione tributaria ora chiede le ricevute

Sembra finta. Ma è una storia vera, verissima. Sembra un incubo, ma invece è la solita realtà che supera la fantasia di quell'Italia surreale che si ostina ad acchiappare nuvole.

CatturaÈ la storia del signor Gioacchino Mennuni, 67 anni, di cui gran parte dei quali trascorsi nel mondo del commercio. Un edicola prima, poi un locale, poi un bar, il Bar Cinque Vie, a due passi da piazza Affari, ombelico della Milano e dell'Italia che bada al sodo e va dritto al cuore del problema. Certo che se il problema non ha un cuore, ma tante mille sfaccettature alle quali è facile aggrapparsi esattamente come è facile aggrapparsi ad uno specchio, allora le cose si complicano. Già, perché il problema di Mennuni si chiama Agenzia delle Entrate.E si traduce in una raccomandata, ricevuta qualche giorno fa, della Commissione Tributaria Centrale sezione di Milano sede di via Vincenzo Monti, 51 con la quale, citiamo testualmente: «... Ai sensi dell'articolo 27 comma terzo del DPR 26 Ottobre 1972 e successive modificazioni si comunica che il giorno 17 ottobre 2012 alle ore 15 nei locali della sede di questa Commissione il collegio sopra indicato discuterà il ricorso... riguardo agli accertamenti Irpef e Ilor degli anni 1976-1978...».

Anno 1976. Trentasei anni fa. Non ci sono errori di trascrizione né di battitura. È solo e soltanto preistoria. Preistoria di una vita lavorativa, di un contribuente, di una persona per bene a cui l'altra mattina mentre scodellava sul bancone del suo bar, cappuccio e brioche per il cliente di turno, è montata una po' di schiuma in più. Schiuma di rabbia e di impotenza. L'impotenza di poter dimostrare di aver fatto tutto a suo tempo a regola d'arte. Di aver pagato la cifra, concordata con il fisco, cinque milioni di lire di allora, poi di aver fatto ricorso e poi anche di aver approfittato di un condono varato ad hoc nel 1982 e del quale ovviamente approfittarono tutti gli altri suoi colleghi dell'epoca.

Perché all'epoca il signor Mennuni era dentro un'edicola in via Padova a Crescenzago a distribuire giornali, riviste e figurine. E all'epoca, parliamo sempre di 36 anni fa, giova ricordarlo, il Fisco decise un bel giorno di andare a ficcare i naso nei guadagni veri e presunti degli edicolanti milanesi. Per questo Mennuni e altri suoi diciotto colleghi decisero di muoversi in gruppo, una sorta di class action, per intenderci, e di affidarsi al commercialista di categoria: «Aspetti un attimo, come si chiamava? Ce l'ho sulla punta della lingua il nome, massì, ecco, il ragionier Biraghi, fu lui che si mise a seguire tutto il contenzioso a nome della categoria e fu lui a concordare con il Fisco la cifra che ognuno di noi avrebbe dovuto versare per chiudere ogni sospeso e non aver più problemi».

Si affanna a frugare nella memoria e nei cassetti, il signor Mennuni ma se la memoria, giustamente, latita, anche i cassetti sono vuoti di quei pizzini di prova che adesso il Fisco pretende. Perché una persona normale, in ossequio anche alla legge che lo prevede, dopo 36-anni-36 si sente ampiamente autorizzata a buttare ricevute, fatture e scontrini. Ma il Fisco no, implacabilmente reclama quelle prove probanti per il semplice motivo che il Fisco invece i cassetti e i faldoni, polverosi e ingialliti ce li ha ancora, li conserva ancora mostrando una volta di più di andare contromano nella corsia del buon senso. «Faccio fatica, davvero fatica - ammette sconsolato Mennuni - a ricordarmi la scansione di quella vicenda. So per certo che tutti abbiamo pagato. Poi abbiamo fatto ricorso seguendo il previsto iter procedurale e che poi, qualche anno dopo, intervenne il condono a chiudere definitivamente la vicenda.

Ora invece scopro che non è così. Scopro che per il Fisco sia il ricorso e sia, evidentemente, il condono non valgono e verranno rimessi in discussione il 17 ottobre. Sembra che per la legge non possa presentarmi io a difendere le mie ragioni, ma che dovrò delegare un avvocato o un commercialista per far valere i miei diritti davanti alla Commissione Tributaria, ma io quel giorno ci voglio andare. Perché ho il diritto di dire la mia, sono in regola. Ed è inammissibile che dopo 36 anni mi ritrovi davanti questa storia. Pensi che io l'edicola l'ho ceduta nel 1991 e poi ho fatto in tempo a cambiare altre due attività». Inammissibile certo.

Ma tra le Cinque Vie sulle quali il suo bar si affaccia, manca proprio Via della Logica. Chiusa al traffico dalla più stolta delle burocrazie.

La fuga del maratoneta senza bandiera

Corriere della sera

Marial Guor ha 28 anni ed è sfuggito alla guerra in Sud Sudan. È un maratoneta apolide: «Corro per la mia terra»


(Euronews/Web)(Euronews/Web)

Non ha una bandiera o un inno. Ma nemmeno uno sponsor e un allenatore. Però corre, e questo basta per partecipare alla maratona di Londra. Guor Marial ha 28 anni. E' nato in Sudan e scorrendo la vita di questo atleta sembra che l'unico elemento che l'abbia sempre accompagnato sia la corsa.

DAL SUD SUDAN - Ventotto anni fa Marial nacque nel Sud Sudan, un paese che non esiste più, visto che ha ottenuto l'indipendenza solo un anno fa. Quando era molto piccolo nel villaggio dove viveva con la famiglia arrivarono i soldati che bruciarono case e uccisero i suoi abitanti, compresi i 28 parenti di Marial. Poi fu la volta dei nomadi che lo rapirono, di un ufficiale dell'esercito lo ridusse in schiavitù. E dopo una breve fuga in Egitto, approdò nel 2001 negli Stati Uniti. Sempre correndo.

LA NUOVA VITA - Poco tempo per piangere, pochissimo per cercare una nuova casa, sopravvivere in una nuova patria, crearsi una vita. Ora di notte Marial lavora in un centro per malati mentali e vive in una stanza in Arizona. Ha studiato all'università dell'Iowa grazie a una borsa di studio ottenuta per le sue capacità sportive. Così, dal completo anonimato, il maratoneta diventa una leggenda e un simbolo per molti. Tanto che il Comitato Olimpico Internazionale decide di portarlo come atleta apolide a Londra e gli paga un biglietto per il grande teatro delle Olimpiadi. Lui che di gare di questo tipo ne ha fatte soltanto due nella sua vita.

MIRACOLO - I bookmaker non gli danno molte possibilità di vittoria, ma la medaglia non sembra essere in cima ai pensieri di Marial. In una intervista al Times, prima di intraprendere il grande viaggio, aveva detto: «Questo è uno di quei miracoli attraverso cui Dio mi indica il destino, usandomi per aiutare la gente. Anche se non porterò la bandiera, la mia patria ci sarà lo stesso e questo è un sogno che si avvera».

Ilaria Morani
11 agosto 2012 (modifica il 12 agosto 2012)



Il maratoneta schiavo


Scritto da: Fabio Cavalera alle 11:58 del 01/08/2012


Le Olimpiadi ci sono anche per raccontarci storie come quella di Guor Marial, nato nel Sudan del Sud, tribù dei Dinca. Ha 28 anni, nessuno lo conosce, gareggerà senza bandiera perché il suo paese, il Sud Sudan, non ha ancora un comitato olimpico. Non ha allenatore, non ha sponsor, ha solo un paio di scarpe, si allena di giorno e lavora di notte. Farà la maratona.

Era un bambino e, per fuggire ai massacri dei cristiani da parte degli integralisti islamici nella sua terra, cominciò a correre. Gli hanno ucciso fratelli e sorelle.

A nove anni i suoi genitori cercarono di mandarlo lontano dalla guerra ma fu rapito due volte. La prima da una tribù di pastori arabi che lo costrinsero a pascolare le capre. Scappò. Ma fu preso da un generale dell'esercito sudanese e costretto alla schiavitù in casa. Scappò ancora. Finì in Egitto e, raggiunto dallo zio, salì su un aereo per gli Stati Uniti.

Guor Marial ha studiato nel New Hampshire. E ha cominciato a praticare sport. "Odiavo correre, ma la corsa mi ha salvato la vita", ha dichiarato al Times. Si è allenato nei campi dell'università dell'Arizona.Ora è qui a Londra: non è una star dello sport. E' molto di più.

I biglietti da 500 euro diventano quasi introvabili: sospetti e controlli

Corriere della sera

I falsari non ci perdono tempo: solo lo 0,04% dei pezzi è risultato falso alle verifiche, contro il 6,3 dei tagli da 200

ROMA - «No, biglietti da 500 non gliene possiamo dare più. Ne prendiamo 20-30 al giorno e finiscono subito. Poi ci sono tagli più piccoli». Conversazione (autentica) tra un direttore di banca e un grosso cliente. I tagli da 500 euro? «Introvabili». Nessuno lo dice ufficialmente ma è forte il sospetto che cambiare i soldi in pezzi grossi serva a facilitare l'uscita di capitali dall'Italia.

Quella da 500 è una banconota che non esiste per i comuni mortali. Quanti sono i normali pagatori che vanno dal tabaccaio con un biglietto rosa e viola? Giusto Totò ne «La banda degli onesti» che comprò un toscano con il suo ultimo 10 mila lire. E lo sanno anche i falsari, tanto che non si azzardano a perderci tempo, solo lo 0,04% dei pezzi è risultato falso ai controlli, contro il 6,3% di quelli da 200. Questo perché un milione di euro in carte da 500 pesa 1,6 chili, in biglietti da 100 pesa 10 chili; 12 mila pezzi, 6 milioni di euro, entrano facilmente in una borsa per computer e 10 mila euro entrano facilmente in una borraccia da ciclisti, come dimostrano le cronache delle «scalate» al Titano degli spalloni cicloturisti della Romagna.

Sono introvabili anche perché i quattro quinti delle banconote da 500 nel nostro Paese circolano in aree ben circoscritte: secondo un rapporto della Fondazione Icsa e della Guardia di Finanza, i paesi a ridosso del confine italo-svizzero, la provincia di Forlì (che confina con San Marino) e il Triveneto, ovvero le piste di decollo, e di atterraggio, dei capitali dal nostro territorio.

Nel rapporto annuale dell'Unità finanziaria della Banca d'Italia, pubblicato a maggio, si fa esplicito riferimento «all'utilizzo delle banconote da 500 euro come potenziale strumento di riciclaggio». Nell'area della moneta unica il numero delle banconote da massimo taglio è cresciuto dai 167 milioni (per un totale di 83 miliardi) del 2002 a 600 milioni (300 miliardi), e rappresentano (dati al dicembre 2011) il 34,57% del valore in circolazione. In Italia c'è stata, prosegue la Uif, «un'inversione di tendenza rispetto all'andamento dell'eurozona» negli ultimi mesi del 2009 e nel corso del 2010 e del 2011:

«La diminuzione della fornitura di banconote di grosso taglio nel sistema italiano costituisce un dato positivo che s'inserisce nel quadro delle iniziative e degli strumenti volti alla prevenzione delle attività di riciclaggio». Tuttavia, nel nostro Paese «non può cessare l'allarme in merito all'eventuale utilizzo di banconote da 500 euro nelle transazioni illegali, né sul loro peso nell'ammontare di liquidità detenuta a scopo di riserva di valore di capitali illecitamente costituiti». È anche per questo che da più parti arriva la richiesta di limitare la diffusione dei grossi calibri. Seguendo l'esempio di Paesi che l'hanno fatto da tempo.

Negli Stati Uniti, per esempio le banconote sopra i 100 dollari sono state ritirate dal mercato nel 1969. In Giappone il taglio più grosso si ferma 10 mila yen (104 euro). In Gran Bretagna, addirittura, non si va oltre le 50 sterline (63 euro) ed stato proibito a banche e cambiavalute di rivendere al pubblico le banconote da 500 euro, proprio perché un rapporto di un'agenzia di sicurezza aveva segnalato il rischio che si trattasse di denaro da ripulire. C'è solo una moneta, tra le grandi valute occidentali, a superare il taglio da 500 euro: quella svizzera, pure lei di color violetto, da mille franchi (832 euro).

Melania Di Giacomo
12 agosto 2012 | 9:59

Il sindaco rosso guida gli espropri nei supermercati

La Stampa

Tre carrelli di cibo per 37 famiglie povere di Siviglia. In Andalusia requisiti a un duca 1.200 ettari incolti


Carismatico Juan Manuel Sanchéz Gordillo, 60 anni, figlio di un muratore, professore di storia. Porta sempre al collo una kefiah per solidarietà con i palestinesi Divorziato e padre di due figli convive con una contadina. La moglie lo ha lasciato perché si rifiutava di comperare la lavatrice «simbolo del capitalismo»


GIAN ANTONIO ORIGHI
Madrid

L’ ultima clamorosa protesta è stata un «esproprio alimentare» in un supermercato: martedì scorso Juan Manuel Sanchéz Gordillo, 60 anni, dal 1979 sindaco con maggioranza assoluta della comunistissima Marinaleda, ha diretto l’assalto a un supermercato nella limitrofa Ecija, portando via tre carrelli pieni di pasta, fagioli, lenticchie e latte, che ha donato a 36 famiglie di squatter disoccupati di Siviglia. Unanime la condanna del governo, dei socialisti, di lu. Ovviamente è stato denunciato. Ma lui se la ride: «È stata un’azione simbolica. Il prossimo obbiettivo? Le banche». Sanchéz Gordillo, non è solo sindaco, è anche molto altro: deputato regionale andaluso, leader del Cut-Bai (Collettivo unità dei lavoratori-Blocco andaluso di sinistra) e del sindacato agricolo Sat.

E da sempre fa parlare di sé, occupando terre incolte o la Moncloa, il Palazzo del governo, con l’ex premier socialista González dentro. Ma nella regione con più disoccupati d’Europa (34%), nel suo Comune non ce n’è uno grazie alle cooperative comunali ortofrutticole da lui inventate e dove tutti guadagnano lo stesso stipendio: 1128 euro al mese. «Non ho mai fatto parte del partito comunista con la falce e martello, però mi sento comunista, o comunitarista, come credo si sentissero Cristo, Gandhi, Lenin e il Che», dice questo professore di storia, figlio di un poverissimo muratore, che ha potuto andare all’Università grazie a una borsa di studio.

Entrato in Izquierda Unita (il cartello elettorale comunista) nell’86, nemico acerrimo dei socialisti («Zapatero rubava ai poveri per dare i soldi ai ricchi»), gode di una popolarità impressionante, e non solo nella sua Marinaleda (2645 abitanti): nelle regionali andaluse del marzo scorso, come capolista di Iu per Siviglia, ha ottenuto116.726 voti (il 12,18%). Il suo motto è sempre stato: «La terra a chi la lavora». E Gordillo, che pare uscito da «Novecento» di Bertolucci anche se usa Twitter, è un leader che fa quello che dice. Nell’Andalusia agraria in mano a ricchissimi proprietari terrieri, il barbuto sindaco, dopo 12 anni di occupazioni, nel 1992 è riuscito a espropriare 1200 ettari che erano del Duca dell’Infantado.

Sempre in prima linea, venerdì scorso è stato sloggiato dalla Guardia Civil, insieme ad altri 200 militanti del Sat, da un terreno militare. «Torneremo. Abbiamo già cominciato a lavorare la terra», ha detto agli agenti delle Benemérita. L’esproprio terriero è stato il volano della sua revolución, sempre perseguita con la non violenza. Il sindaco che tiene la foto del Che nel suo ufficio sempre aperto al pubblico e porterà la kefiah al collo «finché i palestinesi non avranno una loro patria», ha costituito la Cooperativa Hu Humar-Marinaleda, ovviamente ecologicamente corretta. Produce carciofi, peperoni, fave, olio di oliva.

Il comune è proprietario di una fabbrica di conserve, un frantoio, serre, allevamenti bovini. Salario: 47 euro al giorno, 6 giorni la settimana, 35 ore settimanali. Ecco perché non ci sono disoccupati. Ma c’è di più. A Marinaleda non è mai entrato un costruttore. Il municipio regala il terreno per costruire un villino a schiera (90 metri quadrati su due piani, più 100 metri di cortile), anticipa i soldi per i lavori ed esige che il proprietario collabori alla costruzione della sua casa o paghi un sostituto. Restituirà il debito in rate di 15,52 euro al mese.

Dulcis in fundo, non esiste la polizia locale. «Da noi non è necessaria», vanta Gordillo.

Addio vecchio specchietto retrovisore ora al suo posto c'è un display

Il Messaggero

L'Audi R8 e-tron elettrica sta per lanciare un'epocale rivoluzione. Il tradizionale specchiettro retrovosore, uno dei componenti che ha acompagnato l'intera storia dell'auto, sarà sostituito da uno schermo.

di Nicola Desiderio



CatturaROMA - Lo specchietto retrovisore del futuro sarà uno schermo e la prima auto ad utilizzarlo sarà l’Audi R8 e-tron che sfrutterà una tecnologia derivata direttamente dalla R18 e-tron, il prototipo diesel ibridoche ha trionfato all’ultima edizione della 24 Ore di Le Mans.

Schermo hi-tech.
La R8 elettrica, attesa al debutto entro la fine dell’anno per essere prodotta in piccola serie, avrà al posto dello specchietto retrovisore interno posizionato in alto al centro uno schermo da 7,7 pollici del tipo AMOLED (a matrice attiva con Led organici), ovvero una delle tecnologie più avanzate, messa a disposizione da Samsung che da tempo la utilizza per i suoi smartphone e tablet, ma al suo debutto assoluto su un’autovettura. I principali vantaggi sono il bassissimo consumo di energia, la naturalezza dei colori, la luminosità e il contrasto delle immagini, garanzia di visione perfetta anche nelle condizioni di luce più difficili.

Telecamera magica.
Il visore è collegato a una speciale telecamera sistemata in un alloggiamento che, in caso di basse temperature, viene automaticamente riscaldato per assicurare costantemente il perfetto funzionamento del sistema. Leggerissima e larga solo pochi millimetri, la telecamera offre un campo visivo più ampio rispetto a quelle solitamente utilizzate per i sistemi di retrovisione convenzionali che entrano in funzione in fase di manovra. Il sistema inoltre adatta l’esposizione a seconda delle condizioni di luce scurendo l’immagine come farebbe un normale specchietto elettrocromatico, ma in modo molto più veloce: bastano solo pochi millesimi di secondo.

Altre funzioni, zero specchietti.
Il retrovisore elettronico in futuro potrà essere integrato da altre funzioni che sono allo studio e sarà sicuramente adottato su altri futuri modelli della casa di Ingolstadt. Bisogerà invece aspettare ancora per le telecamere in sostituzione dei retrovisori esterni laterali. Già da tempo diversi veicoli sperimentali hanno mostrato questa soluzione, ma a frenarne l’applicazione sono le norme di omologazione. Resta poi da stabilire quale sistema ausiliario sia necessario in caso di guasto che impedirebbe al guidatore di vedere cosa accade dietro e di lato. L’eliminazione degli specchietti retrovisori esterni sarebbero comunque un bel vantaggio per la manovrabilità della vettura, ma soprattutto per l’aerodinamica diminuendo il coefficiente di penetrazione e la superficie frontale, ma anche un vantaggio per il comfort visto che spesso sono fonte di fruscii.

Quelli che vanno dal mago per ritrovare il lavoro

La Stampa

Tariffe scontate per sfruttare la disperazione dei disoccupati


Il trucco. Contro la crisi maghi e veggenti dicono di applicare sconti ma alla fine moltiplicano la “sedute”

MAURO PIANTA
Torino

Sconti. Selvaggi e mirabolanti: il 20, in alcuni casi il 25 per cento in meno rispetto a un anno fa per offrire lo stesso campionario di «servizi magici» ai propri clienti. Secondo Telefono Antiplagio, un’associazione che da 18 anni monitora il cosiddetto mondo dell’occulto, è questa la strada imboccata dal variegato esercito di maghi, sensitivi e cartomanti torinesi per esorcizzare la crisi. Per una conferma contattiamo tre (numero magico) di loro. Ma, singolare coincidenza, appena fa capolino la parola «giornalista», ecco che la linea telefonica, vittima di qualche oscuro maleficio, cade.

Low cost truffaldino
«Eppure - racconta Giovanni Panunzio, battagliero presidente dell’associazione - sono numerose le segnalazioni che indicano questa fase di magia low-cost. Occorre stare attenti, però, perché se è vero che spesso abbassano i prezzi è altrettanto vero che questi furbacchioni cercano di aumentare il livello di dipendenza nei loro confronti in modo da far salire il numero di sedute e annullare l’effetto dello sconto».

Incrementare la dipendenza: niente di più facile in un periodo di paure e di fragilità psicologiche. «Loro lo sanno bene - prosegue Panunzio - : non a caso, in questo momento, la maggior parte delle persone che si rivolgono ai cosiddetti maghi, lo fanno proprio per problemi legati alla disoccupazione». Le ricette messe in campo dal settore? Le solite: i numeri del Lotto, i segni zodiacali (i colloqui per un posto vanno fatti avendo le stelle dalla propria parte), gli amuleti (perché se non trovi chi ti assume è chiaro che qualcuno ce l’ha con te), la seduta spiritica con richiesta di consigli ai parenti defunti, qualche più o meno sfavillante rituale. Che se poi non funzionano, la colpa - si sa - è del cliente che non ha seguito le indicazioni. 

Quanto costa
I prezzi, invece, sono maledettamente chiari. «Sconti a parte - osserva Panunzio - dipendono dalla notorietà dell’operatore». La prima seduta può costare dai 20 ai 50 euro. Chi sceglie di tornare per avere il prezioso talismano spenderà fra i 400 e i 500 euro. La consulenza con gli spiriti dei trapassati attraverso la seduta medianica è invece più salata: occorre sborsare tra i 500 e i mille euro. Veleggiano ben oltre i mille euro i servizi legati ai rituali.

«Senza contare - annota ancora Panunzio - che in molti casi non vengono nemmeno emesse le ricevute fiscali, fondamentali in caso di denuncia». Denunce che, peraltro, sono rarissime. «Si vergognano, certo. Eppure denunciarli è l’unico modo per debellarli». Dalla Questura di Torino spiegano: «Spesso si tratta di soggetti che approfittano della credulità delle persone. Ma sono anche individui abili a muoversi nella “zona grigia” della legge: noi possiamo intervenire solo in casi di reati, di truffe conclamate che non sono sempre facili dimostrare…».

La religione
Loro, i maghi, nel somministrare improbabili ricette anti-crisi cercano talvolta una sponda nella religione. Lo sa bene Marcella Pioli, presidente del Gris, il centro voluto dalla Curia per aiutare le vittime dell’occultismo: «Sono astuti: cercano la commistione con il sacro per guadagnarsi la fiducia della gente». E così nei salotti e negli studi, tra tarocchi e cristalli, spuntano statue di Madonne o di Padre Pio. Qualcuno arriva ad organizzare pellegrinaggi ai santuari. Altri millantano amicizie con cardinali e prelati. «Cercano di appropriarsi di aspetti rituali del cristianesimo, ma al contempo vogliono dimostrare la loro superiorità in termini di potere. Infliggono profonde sofferenze alle persone, non solo economiche».

Ma i soldi restano il movente principale. Maghi & affini, occorre ricordarlo, non hanno un albo al quale sono tenuti a iscriversi. L’ultimo rapporto (risalente al 2011) di Telefono Antiplagio costruito setacciando annunci sui giornali, pubblicità sulle tv locali, siti Internet e incrociandoli con le segnalazioni ricevute, è arrivato a stimare una presenza di 750 professionisti fra Torino e provincia. E il giro d’affari, ipotizzando un numero di 50mila clienti, si aggira intorno ai 30 milioni di euro. Tra «fatture» (false) e fatturati (veri).