mercoledì 8 agosto 2012

Catanzaro, cane strozzato dall'accalappiacani

Corriere della sera

La denuncia dell'Aidaa alla Procura della Repubblica nata dopo la segnalazione di alcuni cittadini

Un frame del filmatoUn frame del filmato

CATANZARO - Un cane strangolato dall'accalappiacani che avrebbe dovuto catturarlo per affidarlo ad una struttura di ricovero. È quanto documenta un video, allegato ad una denuncia per maltrattamento di animali, presentata alla Procura della Repubblica di Catanzaro dal presidente dell'associazione Aidaa, Lorenzo Croce. Il fatto segnalato nella denuncia, è accaduto nel capoluogo calabrese nei giorni scorsi. «Quello che mostra questo filmato - afferma Croce - è assolutamente vergognoso. La segnalazione arrivata al numero unico di Aidaa e successivamente inoltrata al nostro servizio online di segnalazione reati è raccapricciante. Chiediamo sia fatta chiarezza e giustizia e che chi ha commesso questa nefandezza paghi».

Il filmato-denuncia

IL FILMATO - Il filmato, girato con un telefono cellulare, è stato diffuso su You Tube. Nella denuncia il presidente dell'associazione Aidaa chiede «che il responsabile di tale strangolamento pubblico del cane sia perseguito ai sensi di legge, cosi come vengano chiarite le eventuali responsabilità dei superiori dell'accalappiacani». Il filmato è stato ripreso da una delle persone che hanno assistito all'accalappiamento del cane.

 (Fonte: Ansa)
8 agosto 2012 | 17:49

Russia: nuovo flop nello spazio Persi altri due satelliti

Corriere della sera

Lo stadio superiore non ha funzionato. L'agenzia spaziale russa: «Ora sono pericolosi per gli altri satelliti»

Lo stadio superiore Briz-M del razzo Proton pare non abbia funzionatoLo stadio superiore Briz-M del razzo Proton pare non abbia funzionato

MILANO - Nuova delusione per l'Agenzia spaziale russa. Negli stessi giorni in cui la Nasa otteneva il successo con l'arrivo su Marte del rover Curiositye l'Europa metteva a segno il 50mo lancio positivo consecutivo del vettore Ariane-5, la Russia lanciava il razzo Proton con a bordo due satelliti multimilionari per le telecomunicazioni, ma poi non riusciva a metterli in orbita con conseguente perdita delle due sonde, di cui una indonesiana.

FLOP - «Secondo i dati preliminari, c'è stata un'emergenza durante il lancio dello stadio superiore», ha spiegato una fonte dell'Agenzia spaziale russa Roskosmos all'agenzia di stampa Itar-Tass. «L'accensione dei primi due motori ha funzionato bene, ma l'ultima no. I due satelliti possono essere considerati persi e sono potenzialmente pericolosi per altri oggetti spaziali». «I satelliti possono essere considerati persi», ha detto una fonte all'agenzia Ria Novosti nel settore spaziale russa. A causa del nuovo fallimento, sono stati sospesi tutte le missioni dei Proton-M.

LANCIO - Il lancio dalla base di Baikour, in Kazakistan, era avvenuto senza problemi pur se nelle settimane precedenti la partenza era stata rinviata più di una volta proprio per problemi allo stadio superiore. Dopo 3 ore e 47 minuti lo stadio superiore si è acceso come previsto per portare i due satelliti, l'indonesiano Telkom 3 e il russo Express MD2, sull'orbita geostazionaria definitiva, ma invece di restare attivi per i previsti 18 minuti e 4 secondi, dopo solo 7 secondi i motori si sono inspiegabilmente spenti, lasciando i satelliti su un orbita errata.

INCIDENTI - Da due anni esatti proseguono i fallimenti di Roskosmos. A gennaio 2011 la sonda Phobos-Grunt, che doveva raggiungere un satellite di Marte, è ricaduta sulla Terra bruciando al rientro, con i russi che hanno accusato una fantomatica «arma segreta statunitense» che avrebbe provocato il fallimento. Un anno fa, il 24 agosto 2011, era fallito in lancio del razzo Soyuz che trasportava il cargo Progress M12-M. In precedenza nel dicembre 2010 tre satelliti del programma Glonass (la versione russa del Gps) erano precipitati al largo delle Hawaii. Nel febbraio 2010 un satellite militare per comunicazioni riservate con l'Estremo oriente russo e le trasmissioni digitali tv aveva raggiunto un'orbita errata. Infine il 18 agosto 2010 uno stadio del razzo Proton aveva spedito in un'orbita sbagliata un altro satellite per comunicazioni.

Redazione Online
8 agosto 2012 | 15:55

Gibilterra, al-Qaeda progettava un attentato Tre fermati: volevano colpire i britannici

Corriere della sera

I sospetti jihadisti avevano 136 kg di esplosivo: l'obiettivo erano i bar della Rocca durante le Olimpiadi

La rocca di GibilterraLa rocca di Gibilterra

L'MI6, in collaborazione con il servizio segreto spagnolo, avrebbe sventato la scorsa settimana un piano di al-Qaeda per uccidere centinaia di persone, fra turisti e militari britannici, a Gibilterra. Lo scrive il tabloid «Mirror» nell'edizione di mercoledì, rivelando i dettagli dell'attentato: a quanto si legge, i terroristi stavano progettando di far precipitare un piccolo aereo da turismo imbottito di esplosivo e pilotato da un kamikaze sulla folla assiepata davanti ai megaschermi allestiti fuori dai bar per guardare le Olimpiadi (in genere, i britannici presenti sono oltre 500, ma il numero sale se in porto ci sono le due navi da guerra della Royal Navy).

TRE FERMATI - Due ceceni e un turco, ritenuti implicati nella fallita missione, sono stati fermati dalla polizia spagnola con 136 kg di esplosivo: Eldar Magomedov e Mohamed Ankari Adamov, sospettati di essere jihadisti addestrati nei campi di al-Qaeda in Pakistan ed Afghanistan (Magomedov sarebbe stato addestrato anche nelle forze speciali dell'Unione Sovietica), sono stati bloccati a Ciudad Real, a 200 km a sud di Madrid, mentre tentavano di prendere un autobus per la Francia; Cengiz Yalcin è stato invece catturato nella cittadina spagnola di La Linea de la Conception, che confina via terra con Gibilterra, dopo giorni di pedinamenti ed intercettazioni telefoniche. «Il significato degli arresti è enorme – ha spiegato al tabloid una fonte protetta dall'anonimato – perché questi uomini sono stati tolti dalla circolazione e, grazie alla reciproca collaborazione fra le due Intelligence, è stato possibile fermare il piano per uccidere centinaia di britannici. Purtroppo però le autorità sono già state allertate del pericolo che ci siano altri terroristi armati in libertà e che l'attentato includesse anche un successivo attacco a colpi di arma da fuoco».

BRITANNICI NEL MIRINO - Secondo l'MI6, è dallo scorso anno, in concomitanza con il decimo anniversario delle Torri Gemelle, che al-Qaeda progetta di uccidere cittadini britannici al di fuori del Regno Unito, dopo aver accantonato l'idea di colpire Londra durante i Giochi perché troppo ben sorvegliata. E il piano criminale sventato non sarebbe che una triste conferma di questo sospetto. Fra l'altro, a detta delle autorità spagnole, pare che la prima soluzione pensata dai terroristi fosse quella di colpire con un attentatore suicida in parapendio, ma sarebbe stata abbandonata perché il mezzo imbottito di esplosivi poteva avere difficoltà a volare o ad essere manovrato, mentre le indagini stanno portando anche ad una terza ipotesi: ovvero, quella di usare un'imbarcazione-bomba da far esplodere contro l'obiettivo usando un telecomando a distanza.

Simona Marchetti
8 agosto 2012 | 12:09

Specie aliene, un flagello mondiale: danni ovunque per miliardi di dollari

La Stampa

Carpe giganti, pesci leoni, formiche rosse sudamericane, afidi russi del grano: quanti animali "fuori posto" creano danni miliardari ovunque


Lorenzo Cairoli *

Il governo americano ha calcolato che, tra il 1906 e il 1991, 79 specie non indigene – tra cui la falena gitana europea e il moscerino della frutta mediterraneo – hanno causato danni alla nazione per 97 miliardi di dollari, ossia circa un miliardo di dollari l’anno. Recentemente un rapporto redatto da un gruppo di ricercatori della Cornell University ha alzato la stima a ben 138 miliardi di dollari. Qualche esempio. La formica rossa sudamericana costa al solo Texas mezzo miliardo di dollari l’anno, danni compresi e costi di prevenzione e di controllo.

Cinque miliardi di dollari all’anno se ne vanno per bonificare e controllare la dreissena, un mollusco europeo delle dimensioni di un’arachide, che tappezza il fondale dei Grandi Laghi e che adesso regna sovrano anche nel Mississippi, dove fa strage di plancton necessario alla sopravvivenza delle altre specie acquatiche. L’afide russo del grano costa agli americani 173 milioni di dollari l’anno. 10 milioni di dollari invece la lampreda di mare, anche lei, come la dreissena, arroccatasi nei Grandi Laghi. Malattie introdotte che colpiscono tappeti erbosi, giardini e prati da golf, 2 miliardi di dollari. Bivalvi che danneggiano le navi, 200 milioni di dollari. Controllo e ricerche sul serpente arboreo bruno di Guam che oggi infesta Honolulu e le Hawaii, sei milioni di dollari. La natura sta entrando in una nuova era – l’Homogecene, in cui la maggior minaccia alla diversità biologica non è più costituita da bulldozer e pesticidi, ma, in un certo senso, dalla natura stessa.

Scrive Alan Burdick in "Out of eden", edito in Italia dalla torinese Codice : "Una strisciante omogeneizzazione ci minaccia e si consolida man mano che le specie introdotte si insinuano nella struttura darwiniana e gradualmente, quasi impercettibilmente, la soppiantano. gli invasori arrivano sotto forma di semi, spore, larve: ungulati a quattro zampe che si aggirano a piede libero. Essi arrivano dentro o sopra gabbie, nei container trasportati dai cargo e all’interno dell’acqua che le navi trasportano come zavorra per controbilanciare il peso del carico. I pesci si sono diffusi tramite l’apertura dei canali, le piante lungo le massicciate dei binari, le spugne sulla parte sommersa delle navi. Decine di migliaia di specie – la maggior parte delle quali appartenenti alla fauna, escludendo gli insetti – possono essere e sono legalmente importate via posta negli Stati Uniti".

Le carpe asiatiche giganti, introdotte negli Anni Settanta per contrastare la proliferazione delle alghe, saltano furtivamente sui pescherecci lungo il corso del Mississippi. E se pensate sia la solita bufala ambientalista, bèh, avete preso una cantonata colossale. E lo dimostra il fatto che Obama, nonostante la sconfitta in Massachusetts, in uno dei momenti più drammatici della sua presidenza, abbia convocato un vertice coi Governatori dei Grandi Laghi. L’invasione delle carpe giganti rischiava di devastare irreparabilmente l’industria della pesca e l’ecosistema della regione. E i genieri dell'esercito americano non sapevano più come arginarne la loro infestazione.

New York è multietnica anche nella flora e nella fauna. Qui davvero si trova di tutto. Adesso hanno scoperto di avere in casa persino lo scarabeo lungo-cornuto asiatico: addetti della protezione dell’ambiente lo stanno monitorando, dopo i disastri che ha causato nell’area di Brooklyn con conseguente abbattimento di un gran numero di aceri. Dopo i primi casi di infestazione a Central Park, i ricercatori stanno sperimentando l’uso di un macchinario simile a uno stetoscopio che permette di percepire il suono della masticazione delle larve di scarabeo all’interno delle piante.

Nella Florida del sud, epicentro del commercio nazionale degli animali, l’addetto locale alla cattura degli animali è protagonista, ogni mattina, di avvicenti safari metropolitani a caccia ora di nandù, di puma, di leoni, e una volta persino di un bisonte sulla superstrada. Sul suo biglietto da visita, campeggia una foto in cui è ritratto con tre amici che srotolano un pitone indonesiano di sette metri la cui tana era sotto una casa e un asilo alla periferia di Miami.

Gli invasori sono un esercito: gli animali domestici fuggono, pesci d’acquario e piante di serra dilagano con conseguenze devastanti, gli insetti arrivano nascosti tra le foglie di piante in vaso esotiche. Lo xenopo liscio, un anfibio molto adattabile e onnivoro, venne importato a cavallo tra gli Anni Quaranta e Cinquanta per essere utilizzato come test di gravidanza – infatti quando vi viene iniettata l’urina di una donna incinta la rana inizia a produrre le sue uova, che è un chiaro segno rivelatore. Tuttavia, le abitudini riproduttive dell’anfibio non furono attentamente monitorate, e nel 1969 si scoprì che avevano creato un'enorme colonia selvatica in California voracissima predatrice di giovani trote.

Ma guai a pensare che il fenomeno sia circoscritto alla sola America. Chi naviga in rete non farà fatica ad approdare in siti come Global Invasive Species Database o Aliens, che a tutti i suoi abbonati mette a disposizione aggiornatissime newsletter sui corvi indiani a Zanzibar, sulle formiche argentine in Nuova Zelanda, sulla stella marina del Pacifico settentrionale in Tasmania. L’Australia, dopo le devastazioni terrestri di conigli, cani, gatti, cammelli e serpenti velenosi introdotti sul suo territorio, deve fare i conti con una nuova nemesi, il granchio verde europeo, un crostaceo predatore che sta mettendo in ginocchio la nascente industria nazionale dei molluschi e che è inoltre ospite di un plancton unicellulare tossico che, una volta ingerito dagli uomini che si sono nutriti di crostacei, provoca sgradevoli crisi respiratorie, in alcuni casi addirittura fatali.

L’Italia è in guerra col proliferare dello scoiattolo grigio americano che ha rimpiazzato quello rosso autoctono e col voracissimo pesce pilota che nelle acque del Po ha fatto tabula rasa degli altri pesci come il testa di serpente nei fiumi e nei laghi americani. Persino i fringuelli di Darwin sono a rischio. Recentemente uno staff di scienziati ha scoperto che i loro nidi nelle Galàpagos sono infestati dalle larve di una mosca parassita esotica. Di notte le larve emergono e, come dei vampiri, succhiano il sangue della nidiata, arrivando a uccidere un pulcino su sei. Qui in Colombia l'incubo è il pesce leone che ha invaso il Caribe Colombiano peggio di una pandilla, gettando tutti gli albergatori nel panico.

Avvistamenti di banchi di pesce leone si segnalano su tutta la costa, da Cartagena alla Guajira. Io stesso, facendo snorkeling, vicino a Barù, ne ho visti tre fluttuare vicinissimi alla riva. In Cile, non molto lontano dall’Isla Grande de Chiloé, sull’Isola di Navarino e nella Tierra del Fuego, da anni è in atto un’invasione che ha messo in ginocchio l’industria locale di legname e l’ecosistema del territorio. Tutto ebbe inizio negli Anni 40, quando il governo militare argentino ebbe la sciagurata idea di importare 25 coppie di castori dal Canada e di trapiantarle nella Tierra del Fuego.

I militari speravano che i castori, moltiplicandosi, avrebbero garantito alla gente del posto una redditizia produzione di pellicce. I castori tennero fede alle aspettative, si moltiplicarono, anche perchè non trovarono sulla loro strada predatori naturali e parassiti che li contrastassero, ma il business dei berretti di castoro non decollò mai. Rimasero invenduti nei magazzini, a pile. I castori, no, si sono moltiplicati, e oggi se ne contano circa 250.000 e siccome credono sempre di doversi difendere da predatori che invece continuano a esistere solo nella loro immaginazione, insistono ad abbattere alberi e a costruire, coi tronchi, dighe a scopo difensivo. In ogni loro bacino, i tronchi utilizzati si contano a centinaia. Questo ha messo in ginocchio la comunità locale di boscaioli che, giorno dopo giorno, si è vista sottrarre dai castori il legname di qualità che è il suo mezzo di sussistenza.

Oltre al danno economico, le dighe dei castori possono provocare inondazioni, allagare le strade, senza dimenticare il rischio della giardiasi; i castori potrebbero contaminare le risorse idriche e in questo caso diventare una minaccia concreta per la salute umana. Si ripete dunque, in un’altra parte del mondo, una storia che un po’ somiglia a quella dei conigli australiani. E tutto per 25 coppie di castori che qualche "genio" di generale argentino, un bel mattino ebbe la bella idea di importare dal Canadà….

* Scrittore, sceneggiatore, blogger giramondo, racconta il mondo di oggi e le sue contraddizioni

Zuppa di pinne di pescecane, in tavola nonostante le proteste

Corriere della sera

Continuano in Asia le proteste. Varie catene alberghiere e aziende rinunciano al piatto, ma la crudele caccia alla pinna continua

Non aver paura dello squalo, abbi paura per lo squalo. Mentre le classiche notizie estive sugli sporadici attacchi all’uomo da parte dei pescecani rimbombano sui media di tutto il mondo, il sistematico massacro di pescecani per farne zuppa di pinne non s’arresta: 73 milioni di squali vengono uccisi ogni anno negli oceani, principalmente con il crudelissimo metodo dello «scalpo» della pinna. E varie specie hanno subito un declino fino al 90 per cento dei propri esemplari. Motivo principale: la zuppetta di pinne, un piatto considerato una tradizionale prelibatezza in molti Paesi orientali. Le proteste e le campagne condotte da molte associazioni conservazioniste hanno portato alcuni frutti. Quest’anno le manifestazioni si sono fatte sentire, dalla Cina a Hong Kong, fino alla Corea del Sud, e il piatto è stato bandito in ristoranti, mense e banchetti privati e ufficiali. Ma non basta.

LA PINNA SPARISCE DAL MENÙ - Hong Kong è la capitale dello smercio di pinne di pescecane: circa la metà del commercio passa di lì, con 10.3 milioni di chili di pinne all’anno, secondo le statistiche rilasciate dal Pew Charitable Trusts Environmental Group, riprese dall’Ufficio Censimento e Statistiche di Hong Kong. Un giro d’affari difficile da calcolare con precisione – data anche la mancanza di regolamentazioni e la pesca illegale – ma sicuramente elevatissimo. A sorpresa, la Spagna è al primo posto nelle esportazioni verso la regione amministrativa speciale della Repubblica Cinese, seguita da Singapore, Taiwan, Indonesia e Emirati Arabi.

Qualcosa però sta cambiando: alcune grandi catene alberghiere, come Island Shangri-La e Peninsula, hanno depennato la zuppetta dai loro menù. Sempre ad Hong Kong, la Citi Bank ha fatto una clamorosa retromarcia dopo che una campagna lo scorso anno, in cui si offriva uno sconto del 15 per cento sulla zuppetta acquistata con una delle carte di credito della banca, ha prodotto un disastro d’immagine. E anche le politiche a livello ufficiale cambiano: il mese scorso il governo cinese ha annunciato che non servirà più la pietanza di pinna di pescecane nei banchetti ufficiali.

VECCHIE RESISTENZE - Lo stesso mese, in compenso, lo Stato della California è stato trascinato in tribunale dall’Associazione di quartiere di Chinatown di San Francisco per aver bandito la vendita di pinne di squalo: discriminatorio nei confronti della loro tradizione culturale, questa è la tesi, e dunque incostituzionale. Sarà battaglia, perché la proibizione, che richiama quelle già approvate da Hawaii, Washington e altri Stati americani, dovrebbe essere operativa dall’1 luglio 2013. Vari altri indicatori dimostrano come il trend della caccia alla pinna sia tutt’altro che invertito. Secondo le statistiche rilasciate dalle autorità agro-veterinarie di Singapore, nel 2011 le importazioni di pinne di pescecane hanno registrato un’impennata del 40% in più rispetto all’anno precedente. E ciò nonostante il fatto che vari hotel, come il Fairmont, Swissotel The Stamford e The Fullerton, abbiano aderito alle richieste degli attivisti, come ad Hong Kong.

CRUDELE E INSAPORE - La condanna riguarda principalmente la crudeltà del metodo di «pesca», detto «finning»: le pinne vengono tagliate all’animale vivo, che viene poi ributtato in mare, destinato a morire affondando mentre si dissangua. Il tutto per accontentare palati avidi di ciò che in realtà, come ha ricordato nei giorni scorsi Adam Liaw, editorialista di gastronomia asiatica del Wall Street Journal, non ha nulla di prelibato: le pinne di pescecane sono praticamente insapori, e la loro caratteristica principale è la consistenza gelatinosa. Il gusto sembra dunque più quello psicologico di fare gourmet con il predatore del mare per eccellenza. La battaglia e le iniziative per la protezione degli squali continuano.

Proprio ieri Paul Watson, fondatore del battagliero gruppo conservazionista Sea Shepard, è finito nel mirino della Interpol: era stato arrestato maggio scorso in Germania su richiesta del Costa Rica per un episodio risalente al 2002, in cui una nave dell’organizzazione aveva confrontato in mare una flotta impegnata nel «finning». Rilasciato su cauzione, non si è più presentato alle autorità tedesche. Su fronti più soft, al via domenica prossima la «Settimana dello squalo» di Discovery Channel, che celebra quest’anno la sua venticinquesima edizione. Insieme all’associazione conservazionista WildAid e a Gameloft, sarà possibile firmare una petizione anche attraverso Shark Dash, un puzzle game stile cartoon con protagonisti, ovviamente, gli squali.


Carola Traverso Saibante
8 agosto 2012 | 14:58

Zainetto misura smog: si cercano volontari per i test

Corriere della sera

Nuovi gadget tecnologici per le misurazioni ambientali gestiti direttamente dai cittadini

MILANO - Aumentare la consapevolezza ambientale dei cittadini attraverso l’uso delle tecnologie di informazione sociale. Questo l’obiettivo del progetto EveryAware finanziato dall’Unione europea. Il team è internazionale e si avvale della partecipazione dell’Università di Roma La Sapienza e della Fondazione Isi con l’istituto di ricerca belga Vito, il centro di ricerca tedesco L3s, e l’inglese University College of London. A misurare i parametri ambientali sono gli stessi cittadini, tramite gadget tecnologici.

 Lo zainetto misura smog Lo zainetto misura smog Lo zainetto misura smog Lo zainetto misura smog Lo zainetto misura smog

ZAINETTO MISURA SMOG - A settembre partirà il reclutamento dei volontari per lo zainetto misura smog. Il sensorBOX, sviluppato dalla Csp-Innovazione nelle Ict, è uno zainetto che consente di misurare l’inquinamento atmosferico. Vittorio Loreto, responsabile del progetto Everyaware di Fondazione Isi, spiega: «La misurazione dell’inquinamento atmosferico è sofisticata, di solito vengono utilizzati sensori specifici molto ingombranti. La sfida è stata realizzare dispositivi portatili e a basso costo cercando di fornire un’alta qualità di rilevazione, la strumentazione è stata calibrata per ottenere livelli rappresentativi».

DATI - Grazie a questa nuova tecnologia è possibile quantificare le concentrazioni di anidride carbonica, monossido di carbonio, ossidi di azoto e ozono che l’utente incontra nel suo percorso urbano o extraurbano, in auto, bici o a piedi. L'ausilio di uno smartphone permette di visualizzare in tempo reale i dati raccolti dai sensori che attrezzano SensorBOX, alimentati dal pannello solare di cui lo zaino è dotato. Grazie al Gps, il percorso di rilevamento può essere visualizzato su una mappa che mostra in tempo reale sia il tragitto dell'utente che i valori ambientali rilevati nei diversi punti. I dati raccolti vengono inviati al server. È possibile inviare anche i dati soggettivi, ossia la quantità di inquinamento ambientale intuita dall’utente prima della rilevazione tecnica.

Video

PERCEZIONE - Loreto precisa: «L’obiettivo è verificare se, man mano che il volontario procede con le misurazioni, la sua percezione della qualità dell’aria si avvicini a quella effettivamente esistente. Inoltre, la presenza di una valutazione individuale consente di quantificare la differenza tra l’inquinamento percepito e quello realmente esistente». Inoltre, al termine della sperimentazione, sarà possibile mettere a punto una mappatura molto precisa dei dati ambientali.

APP ANTI-RUMORE - Un’altra iniziativa svolta nell’ambito di Everyaware riguarda l’inquinamento acustico. Partita un anno fa, ha coinvolto migliaia di persone in tutto il mondo. In Italia sono state coinvolte le città di Roma e Torino. Il progetto si basa sulla possibilità, per ciascun cittadino di scaricare un’applicazione per smartphone, Wide noise. Il software è gratuito e disponibile per gli utenti Apple e Android. La app permette di misurare il livello di decibel in maniera geolocalizzata. La misurazione viene trasmessa in tempo reale o in differita al server di monitoraggio. Prima di effettuare il rilevamento viene chiesto all’utente di annotare se il rumore della zona in cui si trova è piacevole o spiacevole. L’obiettivo, anche in questo caso, verificare se c’è uno scollamento tra percezione del rumore e decibel oggettivamente misurati. Grazie all’uso del Gps sarà possibile realizzare una «mappa del rumore» precisa. Al momento, si sta procedendo alla raccolta dei dati.

Maria Rosa Pavia
@mariarosapavia8 agosto 2012 | 13:46

Anonymous attacca il sito di Schwazer per dire no al doping

Corriere della sera

Gli hactivst "defacciano" l'indirizzo web dell'atleta. «Oltre che un atleta sei un carabiniere, hai delle responsabilità»


Il sito di Scwazer defacciato
Il sito di Scwazer defacciato

Anonymous attacca il sito di Alex Schwazer, l'atleta italiano trovato positivo al doping alle Olimpiadi Londra2012. Così dopo la pioggia di critiche cadute sul campione in rete, anche i seguaci di Guy Fawker hanno deciso un'azione per dire no al doping.

«NON DOVEVI FARE QUESTO ERRORE» - Ora sull'indirizzo web di Schwazer compare la maschera simbolo degli hacktivist con un messaggio contro chi trucca la sport: «Anonymous Italia approfitta del sito di Alex Schwazer per condannare la pratica del doping nel mondo dello sport. Caro Alex, oltre ad un atleta, sei anche un carabiniere. Non sappiamo cosa ti sia venuto in testa qualche mese fa. Ma la tua vita, il tuo lavoro, il tuo sport, avevano ed hanno una responsabilità troppo alta e nobile nei confronti di ciascuno di noi, della tua famiglia, della tua gente, e non avresti dovuto mai commettere questo errore. Noi di Anonymous Italia ci uniamo a quanti, ogni giorno, lottano e lavorano per "fare pulizia" nel mondo dello sport. We are Anonymous. We are Legion. We do not forgive. We do not forget. Expect us».

Marta Serafini@martaserafini
8 agosto 2012 | 11:24

Monti, ecco dove dovresti tagliare: l'Asl di Salerno ha 15 volte i dipendenti di Milano

Libero

Coprono una popolazione simile, ma l’azienda sanitaria campana paga circa 241 milioni in stipendi per i suoi manager, contro i 15 sborsati in Lombardia


CatturaIn molti casi i dirigenti campani lavorano in uffici creati ad hoc svolgendo mansioni che potrebbe fare un qualsiasi diplomato in Ragioneria sottraendo braccia alle corsie ospedaliere
Quando finirete di leggere le prime righe di questo articolo il Servizio sanitario nazionale avrà già sborsato circa 4.588 euro. Postulando sia necessaria una decina di secondi per scorrere i quasi 300 caratteri utilizzati sin qui, ecco che emerge in tutta la sua «stravaganza» il costo totale degli stipendi pagati da un’Asl e un’azienda ospedaliera campane ai propri dirigenti/medici: ad ogni secondo scandito dalle lancette l’erario tira fuori 458,967 euro fino a toccare la cifra monstre di 242 milioni di euro annui. Parliamo dell’Asl Salerno e dell’Azienda ospedaliera “Ruggi d’Aragona”, strutture importanti per competenza territoriale e bacino demografico. Non racconteremo di malasanità al sud e neppure ci iscriveremo al club dell’anti-casta professionistica, né valuteremo competenza e professionalità dei medici perché il terreno è troppo scivoloso, oltre che fortemente relativo. Si tratta, invece, della lettura dei dati pubblicati da strutture sanitarie scelte a caso riferiti al 2011. Per il 2012, inutile dirlo, c’è da attendere.

Brevetti Kodak, nuova sfida tra Apple e Google

La Stampa

Offerte iniziali deludenti, ma l'asta di oggi potrebbe avere un'impennata
NEW YORK

CatturaApple e Google rivali anche per i brevetti digitali di Kodak. I due colossi della Silicon Valley sono parte di due gruppi diversi di investitori in gara per mettere le mani sui brevetti Kodak, dalla vendita dei quali la società si augura di ottenere 2,6 miliardi di dollari. Ma - riporta il Wall Street Journal - le offerte iniziali sarebbero decisamente inferiori, in un range di 150-250 milioni di dollari. L'asta, che si aprirà oggi, potrebbe alzarsi rapidamente se Apple e Google si sfideranno per contendersi il tesoro prezioso ed evitare che altri possano metterci mano. Un anno fa, Google aveva presentato un'offerta da 900 milioni di dollari per i brevetti Nortel Networks ma il consorzio che includeva Apple e Microsoft se li è aggiudicati con 4,5 miliardi di dollari.

Se le offerte all'asta resteranno basse, Kodak potrebbe incontrare difficoltà a uscire dalla bancarotta come società che produce stampanti. I dettagli dell'asta sono mantenuti segreti dopo che il giudice per la bancarotta ha approvato la richiesta di mantenerli segreti fino alla decisione sul vincitore. «Il processo dell'asta, incluse le informazioni sulle offerte e l'identità degli offerenti, è riservata in seguito a un ordine del tribunale della bancarotta. La diffusione di informazioni sulle offerte presentate o sull'identità degli offerenti sarebbe una violazione - afferma un portavoce di Kodak - di quanto stabilito».


(Ansa)

I giudici: «De Mauro sapeva troppo sulla morte di Mattei, perciò fu ucciso»

Il Messaggero

Depositate oggi le motivazioni della sentenza a carico di Totò Riina, assolto dall'accusa per la scomparsa del giornalista



Mauro De MauroPALERMO - I giudici della corte d'assise di Palermo hanno depositato oggi pomeriggio le motivazioni della sentenza a carico del boss Totò Riina, accusato e poi assolto della scomparsa edell'omicidio del giornalista Mauro De Mauro, sequestrato e ucciso il 16 settembre 1970. La motivazione è lunga 2.200 pagine. La sentenza fu emessa il 20 giugno 2011.

«De Mauro morì perché si era spinto troppo oltre nella sua ricerca della verità sulle ultime ore di Enrico Mattei in Sicilia». E' questa la pista sull'omicidio di De Mauro privilegiata dai giudici. Nella motivazione della sentenza si dice dunque che il giornalista venne eliminato per le indagini fatte per conto del regista Rosi sul caso del presidente dell'Eni.

L'ipotesi del sabotaggio all'aereo di Enrico Mattei. Nella corposissima motivazione di 2.200 pagine tra le ipotesi fatte dall'accusa i giudici «scelgono», dunque, quella legata al lavoro sul viaggio in Sicilia del presidente dell'Eni, morto in un incidente aereo il 27 ottobre del 1962, commissionato a De Mauro dal regista Rosi. De Mauro - scrive la corte - «era cioè giunto troppo vicino a scoprire la verità non soltanto sul sabotaggio dell'aereo, ipotesi della quale era stato del resto sempre convinto e che, se provata, avrebbe avuto effetti devastanti per i precari equilibri politici generali in un Paese attanagliato da fermenti eversivi e un quadro politico asfittico, incapace di dare risposte alle esigenze di rinnovamento della società e in alcune sue parti tentato da velleità di svolte autoritarie. Ma anche sull'identità dei mandanti, o almeno di uno di loro: Graziano Verzotto (ex dirigente dell'Eni, presidente dell'Ente Minerario Siciliano morto due anni fa, ndr)». Un personaggio centrale, Verzotto, sia nell'assassinio di Mattei che nel sequestro e nell'omicidio di De Mauro.

«A De Mauro, che in realtà orientava su altri i suoi sospetti, e ancora si fidava del presidente dell'Ente Minerario, - si legge nelle motivazioni - mancavano solo alcuni tasselli, alcune conferme; e le chiedeva proprio a Verzotto o le avrebbe chieste a D'Angelo (ex presidente della Regione siciliana n.d.r.) quando finalmente avesse avuto l'opportunità, e non poteva volerci molto, di un colloquio a quattr'occhi, cui non aveva affatto rinunziato». Verzotto «non avrebbe potuto reggere ancora per molto il gioco sottile che lui stesso aveva innescato, cercando di orientare l'indagine di De Mauro nella direzione a sè più conveniente, a cominciare dall'individuazione dei probabili mandanti del complotto. E l'impossibilità di fornire al giornalista i chiarimenti o le conferme che questi gli chiedeva non avrebbe certo mancato di rendere sospetto il suo comportamento». Il lavoro di de Mauro per Rosi era quasi terminato: «Nella sceneggiatura approntata, dovevano essere contenuti gli elementi salienti che riteneva di avere scoperto a conforto dell'ipotesi dell'attentato. Bisognava agire dunque al più presto, prima che quegli elementi venissero portati a conoscenza di Rosi e divenissero di pubblico dominio».



Martedì 07 Agosto 2012 - 22:01
Ultimo aggiornamento: 22:07

Sicilia in fiamme, che scandalo E dov’è l’esercito dei forestali?

Gabriele Villa - Mer, 08/08/2012 - 08:45

Hanno lasciato bruciare lo Zingaro, uno dei posti più belli d’Italia. Un operaio è morto eroicamente. Ma che fanno gli altri 28.541?


Un’isola in fiamme.Capolavori della natura e scenari mozzafiato, cancellati dagli incendi che, da gior­ni, si levano da un angolo all’altro della Sicilia.

Fiamme che nascono all’improvviso,furiose e davastan­ti e seguono solo un’unica, folle lo­gica, quella di delinquenti e piro­mani. Sono stati almeno dodici ie­ri, nell’isola, gli incendi che hanno tenuto impegnati Canadair e altri mezzi aerei nel tentativo di argina­re la drammatica situazione. Una si­tuazione nera come quel fumo an­gosciante, anche se un filo meno critica di quella di lunedì, caratte­rizzata da una trentina di roghi che hanno attaccato, soprattutto, la provincia di Palermo e, nel Trapa­nese, la riserva naturale dello Zin­garo, proprio uno di quei capolavo­ri della natura e di quegli scenari mozzafiato cui accennavamo poc’anzi: sette chilometri di riser­va naturale, tra i paesi di San Vito Lo Capo e Castellammare.L’intera area è stata infatti devastata da uno dei più grossi incendi che l’abbia­no mai colpita, e per doma­re le fiamme sono sta­ti impiegati oltre duecento uomi­ni, un Canada­ir­e un elicot­tero.

Eppure quest’in­cendio, co­me gli altri cento ro­ghi di questi giorni divam­pati nell’isola, comeesoprattut­to l’incendio dell’al­tro giorno a Colle San Vi­tale, l’area boschiva sovrastante il Comune di Castronovo di Sicilia, che è costato la vita a Francesco Piz­zuto, 42 anni,il forestale-eroe,auti­sta della squadra antincendio «Ra­falzafi », suscitano una domanda inevitabi­le: per uno di loro, uno di loro che si è battuto tra le fiamme con eroi­smo, uno come Francesco, vittima della sciagurata strategia dei piro­mani, che cosa fanno gli altri? Che cosa fanno gli altri 28541 forestali ufficialmente, quanto esagerata­mente in forza alla Regione Sicilia. E che, come primario compito, do­vrebbero agevolmente, dato il loro elevatissimonumero, pattugliaree «vegliare» sull’incolumità e sulla preservazione della aree boschive edelleriservenaturaliprotette?

Do­ve sono? In quale dei mille uffici, scantinati o sottoscala di quel labi­rinto degli sprechi che è la Regione Sicilia, si nascondono? Ricordava­monoistessisuquestestessecolon­ne, recentemente che con 5 milioni di abitanti e due piccole catene montuose (Madonie e Nebrodi-Pe­loritani), nonché le aree non certo vastissime degli Iblei, degli Erei e del comprensorio del Sosio, la Sici­lia vanta però un esercito di circa 30 mila forestali, per la precisione ap­punto 28542 mentre la Lombardia, con una popolazione doppia e l’ar­co alpino alle spalle ne ha appena tremila. Con esempi oltre ogni de­cenza tipo Godrano, paesino di mil­le abitanti in provincia di Palermo, dove i forestali «in servizio» sono 190, più di quelli impiegati in tutto il Molise, dove però i cittadini sono 160 mila e gli ettari a bosco sono 80 volte di più.

Tornando alla crona­ca, un anziano è deceduto colto da malore, mentre tentava di domare un rogo divampato nella sua cam­pagna. E sono riprese ieri all’alba le operazioni di spegnimento sui rilie­vi di Casteldaccia (Palermo), ma preoccupano maggiormente due grossiincendidivampatiinprovin­cia di Messina, a Piraino e a Naso, dove le fiamme minacciano alcune abitazioni. A Nicosia (Enna) diver­se famiglie evacuate hanno potuto far rientro solo a notte fonda nelle loro case, una volta estinti cinque incendi, tutti dolosi, appiccati in pieno centro abitato, mentre per un altro incendio è stata persino per qualche ora chiusa al traffico la rampa di ingresso dello svincolo Zia Lisa sulla Tangenziale di Cata­nia, in direzione Messina.

Intercettazioni record: spiare gli italiani costa più di 284 milioni

Mariateresa Conti - Mer, 08/08/2012 - 09:00

Lo studio Eurispes: nel 2010 la spesa è salita di 20 milioni. Il picco dei "bersagli" spetta a Napoli, poi Milano e Roma


Altro che calo, più o meno sbandierato ogni volta che sul più che caldissimo tema delle intercettazioni esplode la polemica.



Al­tro che minor spesa, con un incremento di quasi 20 milioni di euro tra il 2008 e il 2010. Il Grande orecchio, in Italia, non conosce cri­si. E i 25 milioni di euro di tagli previsti dalla spending review , non sposteranno poi mol­to, su un totale di spesa che nel 2010 era di 284 milioni e mezzo, (284.449.782), più 6,8% rispetto al 2008 quando era«solo»266 milio­ni 165.056 euro. Benvenuti nel Paese a privacy zero. Ogni an­no, sono ben 181 milioni, sì, avete letto be­ne, milioni, le intercettazioni che vengono effettuate,più 22,6%rispetto al 2006.Lo rive­la uno studio Eurispes, elaborato su dati del­la direzione generale di statistica del mini­stero di Giustizia. Centoottantuno milioni (il dato si ricava dal numero di utenze spiate, 139.051, moltiplicato per una media di 26 «eventi telefonici» al giorno per una media di 50 giorni) di conversazioni spiate, di sms carpiti, di contatti anche innocenti che fini­scono nel mare magnum delle inchieste e spesso nel tritacarne mediatico.

Che poi, se sei il capo dello Stato e vieni ascoltato men­tre parli con un intercettato- vedi quello che è accaduto, con i pm di Palermo, a Giorgio Napolitano con l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino- e allora ti appelli alla Con­sulta, qualcuno pensa anche di farti un lodo a d hoc (il ministro di Giustizia, Paola Severi­no però smentisce) e, insomma, scoppia un putiferio. Ma se sei un privato cittadino che fai? Chi ti difende? Sì, dovrebbe farlo la nuo­va norma che tra veti incrociati non arriva mai, norma che dovrebbe contenere tutele più stringenti per «i terzi» intercettati. Ma aspettando la legge, campa cavallo. E così, non ovunque ma in alcuni uffici giudiziari sì, la pesca a strascico delle conversazioni è il principale strumento investigativo. Ascol­ta, qui e là, che qualche reato spunterà. Un esempio?

Napoli, che con 21.427 bersagli conquista la medaglia- siamo o no in clima olimpico? - di Procura che intercetta di più in Italia. Seguono a distanza (15.467) Mila­no, Roma (11.396), Reggio Calabria (9.358). Solo quinta un’altra procura caldissima,Pa­lermo, con 8.979 bersagli. Palermo, però, nel 2010 ha speso il 33,7% in meno, Potenza (da dove nel 2009 si è trasferito per andare a Napoli il pm Henry John Woodcock) addirit­tura il 49% in meno. La menzione speciale di Procura virtuosa va a Torino, che ha ridotto del 4,3%i bersagli tra il 2008 e il 2010 riducen­do pure la durata dell’ascolto. Il mezzo di co­municazione più spiato è il telefono (125.150, il 90% del totale), seguono le inter­cettazioni ambientali (8,4%) e quelle infor­matiche, appena l’1,6%.

Orrore in camera mortuaria: vermi sulla bara prima del funerale

Il Messaggero

C'è chi si è sentito male ed è dovuto uscire. La nipote: «Non ci bastano le scuse, vogliamo che il problema sia risolto»


La camera mortuaria del cimitero di Feltre (Quick Service)BELLUNO - Orrore, nausea, raccapriccio, dolore. Questo ha provato ieri mattina chi ha partecipato al funerale che si è svolto nella cappella del cimitero di Feltre (Belluno). Il bancone d’acciaio della cella mortuaria "di transito" per le cremazioniera tutto un brulicare di vermi da decomposizione. Probabilmente una bara precedente era stata lasciata lì oltre il tempo consentito dalla calura di questi giorni.

Sta di fatto che ieri, in tarda mattinata, terminata la cerimonia funebre delle 11 celebrata nella cappella del camposanto cittadino, il corteo con il celebrante s’è recato un centinaio di metri più in là per dare l’ultimo saluto al defunto, prima che questo venisse collocato nella cella mortuaria per essere trasferito, domani mattina, per il luogo di cremazione. E proprio qui s’è presentata la scena tremenda.

L’orrore era lì, davanti agli occhi di tutti: ovunque c’erano vermi da decomposizione. Erano migliaia, bianchi, tutto intorno alla bara. Nonostante il quadro agghiacciante, parenti e amici sono rimasti fino all’ultimo in quella situazione surreale. Solo una signora non ce l’ha fatta a resistere fino in fondo.

Per i familiari del deceduto, allo strazio s’è aggiunto un dolore ancor più grande provocato dalla scena. «Com’è possibile, ho pensato, che mio zio possa rimanere qua fino a mercoledì e ridursi in queste condizioni». La nipote del deceduto, Sandra Piccoli, è sconvolta. Infatti la situazione che s’è creata davanti a quella cella mortuaria è stata ancor più struggente di quanto non lo fosse già in un momento come quello dell’addio ad un caro.

«Ci dovrà pur essere un modo per non arrivare a tanto - continua la nipote -. È bene che il Comune vada a fondo della cosa. Se io sbaglio, pago. Inoltre, sul mercato ci sono condizionatori. Lavoro in un’azienda che li produce, posso farmi carico di illustrarne l’uso al sindaco. Perché cose di questo genere non debbono più accadere. Già il momento è delicato di per sè, non vi aggiungiamo l’orrore. La gente deve sapere. Il Comune deve sapere. Non voglio due righe di scuse, chiedo che venga risolto il problema».

Appena finita la cerimonia il personale delle pompe funebri ha fatto più del dovuto per ripulire e preparare una stanza funebre che avesse almeno la parvenza di un luogo dignitoso per accogliere, seppur per un paio di giorni, il defunto.



Martedì 07 Agosto 2012 - 16:09
Ultimo aggiornamento: 16:11

Escobar ancora mito: ora in un album di figurine

Corriere della sera

Il più potente narcoboss colombiano Pablo Escobar, morto nel 1992, rivive nelle figurine molto popolari nei quartieri di Medellin

L'album delle figurine dedicato a Escobar (da eltiempo.com)L'album delle figurine dedicato a Escobar (da eltiempo.com)

Il mito di Pablo Escobar è vivo più che mai. Ora anche un album di figurine lo celebra. Il più potente narcoboss della Colombia, ucciso il 2 dicembre del 1993 mentre fuggiva sui tetti della sua Medellin cercando di seminare agenti speciali appositamente addestrati dagli Usa per catturarlo (ma i familiari spergiurano che si è suicidato), è tornato prepotentemente «di moda».

IN TV E SULLE MAGLIETTE - La telenovela, «Escobar, il padrone del male» che raccontava la vita del fuorilegge (accusato di avere ucciso più di 5.000 persone) ha fattoregistrare storici indici di ascolto. Poi ci sono state le magliette. Il figlio di Escobar Juan Pablo, in arte Sebastián Marroquín, ha creato un marchio di abbigliamento: su felpe e magliette ha stampato frasi e immagini del padre con l'intenzione di riscattare la sua immagine.

Il marchio di abiti del figlio del narcobossIl marchio di abiti del figlio del narcoboss

L'ALBUM DI FIGURINE - Ma non è bastato. Il successo mediatico non sembra avere limiti e ora il nome di Escobar appare anche sugli album di figurine. «La sua figura è entrata nel mito e non se ne è andata da Medellin, è come se non fosse morto», ha detto al quotidiano El Tiempo Jorge Bonilla, un esperto in comunicazione politica. Ora nei rioni popolari della città di Medellin l'album va a ruba e c'è già preoccupazione per la presa che la storia delle gesta del narcotrafficante hanno sui giovanissimi.

LA PRIGIONE E IL LUOGO DI PREGHIERA - Intanto secondo i media, La Catedral, la lussuosissima prigione costruita appositamente per il narcoboss nel 1991 quando si costituì, dopo un accordo con il governo per non essere estradato negli Usa e da cui fuggì un anno dopo, quando venne a sapere che stava per essere trasferito in un carcere vero, sta per essere trasformata in un ospedale geriatrico per anziani poveri. Dopo la sua fuga, presumendo che ci fossero chissà quali tesori, l'edificio venne saccheggiato. Si trasformò poi in una meta turistica e, successivamente, in un rifugio per un piccolo gruppo di frati benedettini. Che, a loro volta, hanno creato «un angolo della memoria», con un'immagine di Gesù collocata su un vassoio colmo di armi e i nomi delle personalità che Escobar ha assassinato, ed invitando i turisti a pregare per loro.


Redazione Online7 agosto 2012 (modifica il 8 agosto 2012)

L'imprenditore Simone: «Sono prigioniero della politica (dei magistrati)»

Corriere della sera

«Restare dentro è istigazione al suicidio. Non ho corrotto Formigoni. Non sono responsabile del male che gli vogliono»


Antonio SimoneAntonio Simone

MILANO - L'imprenditore ciellino Antonio Simone, 58 anni, è stato arrestato il 13 aprile nell'inchiesta sulla Sanità lombarda che ha portato anche all'iscrizione nel registro degli indagati per corruzione aggravata del governatore Roberto Formigoni.

Prima di essere giudicato dai giudici sente di dover essere perdonato o di doversi perdonare qualcosa?
«Premesso che trovo una vergogna e contro la legge aspettare un processo in carcere, io ho chiesto perdono a chi, leggendo i giornali, si è scandalizzato dei miei presunti comportamenti lì riportati. Mi sento, comunque, peccatore dall'età in cui ho cominciato a usare la ragione. Ho seriamente paura di chi non si sente peccatore».

Perché considera sbagliata la sua carcerazione preventiva?
«Oggi si usa la carcerazione preventiva come condanna preventiva, come forma di tortura (senza contare la gogna mediatica). Io sono in carcere perché non dico di aver corrotto... Il mio è un corpo sequestrato. Mi chiedo se piuttosto non sia configurabile il reato di tentata istigazione al suicidio, visto che contro ogni logica di giustizia, il proprio corpo resta l'ultima arma di difesa dei propri diritti e della dignità. Sono prigioniero della politica. Quella dei pubblici ministeri, quella dei mass media, quella dei partiti».

In carcere perché l'aiuta aggrapparsi all'immagine di don Luigi Giussani che lei ha attaccato alla cella e pregare?
«Nella foto c'è don Luigi Giussani, con la sua storia, il carisma che ha ricevuto e che la Chiesa ha riconosciuto, in ginocchio davanti al Papa, cioè l'autorità della Chiesa. Il braccio è teso a offrire e accogliere la risposta del Papa che è un abbraccio e un bacio in fronte. Impressionante. Quella foto è parte della storia della Chiesa. Solo un laicismo narcisista e nichilista e, ancor peggio, l'ipocrisia di taluni "cattolici adulti", può usare quanto sta succedendo intorno a Roberto Formigoni, per chiedere l'intervento del Vaticano contro Comunione e Liberazione. Io, che prego poco, guardo quella foto che ho appeso per ricordarmi di offrire la mia vita, comprese le sofferenze e peccati a chi mi ha dato la possibilità di vivere tutto con un senso, con un significato».

Che lavoro fa(ceva)?
«Ora il carcerato. Prima, ho lavorato nel settore immobiliare fuori dall'Italia (Praga, Cile, Israele, Caraibi, Argentina) poi mi sono interessato di sviluppo sanitario».

Perché per i suoi business con il faccendiere Piero Daccò utilizzava società di copertura off shore?
«Quando ho lasciato la politica nel 1992 ho cominciato a lavorare a Praga per due multinazionali francesi. Nel 1998 ho posto la residenza a Londra, visto che avevo solo interventi economici in giro per il mondo e non stavo più in Italia. Ho sempre avuto società rapportate al business che seguivo, ordinate secondo le leggi dei rispettivi Paesi. Se il principio della pianificazione o ottimizzazione fiscale fosse reato, si dovrebbero arrestare i consigli di amministrazione di quattro quinti delle società quotate in borsa. Banche in primis, vedi Unicredit-Profumo e altre decine di delle banche. Tremonti aveva in Lussemburgo un apposito e avviato studio di planning fiscale».

Lei si sente responsabile di quel che sta succedendo al suo amico governatore Roberto Formigoni, indagato per corruzione?
«Non avendo corrotto mai nessuno e men che meno Formigoni, non mi sento responsabile del male che gli vogliono gli avversari politici, i gruppi di potere. In guerra ci sono morti e feriti, l'importante è che tutti capiscano che è stata dichiarata una guerra contro ciò che rappresenta Formigoni, non per le mete esotiche che sceglie per le sue vacanze natalizie».

Si è mai chiesto come mai le strutture private pagassero cifre folli per le consulenze sanitarie?
«Per quanto riguarda il San Raffaele, vicenda a me completamente estranea, tuttavia, la spiegazione di Daccò è lineare e semplice: fatturava a fornitori del San Raffaele per restituire in nero, dopo aver detratto le sue competenze a Cal. Per quel che riguarda la Maugeri, come ha dichiarato Aldo Maugeri, se la lobby funzionava, i compensi erano giusti. "Ben vengano i fondi della Lombardia, e se è merito di Daccò, che considero un lobbista e non un corruttore, io dirò grazie" ( Repubblica , 11 maggio). Pensare che Daccò decidesse le funzioni corrompendo Carlo Lucchina o Formigoni vuol dire non conoscere nessuno degli attori. Il compenso commisurato sul fatturato, era ripetuto negli anni, cresceva, da qui l'evidenza di cifre importanti sempre da spalmare su 15 anni di rapporti economici».

I vostri compensi/commissioni si misuravano in milioni di euro, pagati in nero. Le conoscenze possono diventare una professione?
«Io ho ricevuto secondo l'accusa 3 milioni di compensi in 10 anni da parte di Daccò per le consulenze nel campo sanitario. Altri compensi riguardavano le operazioni immobiliari realizzate in molti anni. Essendo io residente a Londra dal 1998 e fatturando sempre le prestazioni, parlare di "nero" non ha senso!».

In che cosa lei era esperto per prendere una percentuale da Daccò?
«In progetti innovativi in campo sanitario ed immobiliare. Ricordo solo che i progetti andati in porto hanno sempre prodotto un considerevole risparmio pubblico. Sia in Lombardia sia in Sicilia ciò che abbiamo realizzato ha fatto risparmiare centinaia e centinaia di milioni di euro alle amministrazioni regionali. La realizzazione della convenzione in Sicilia con la Maugeri elimina la necessità di migliaia di trasferimenti dal Sud al Nord per le cure a malati e per i parenti. Daccò, sul versante immobiliare, trovava in me un realizzatore di molti dei suoi progetti che seguiva in giro per il mondo e mi pagava a successo o con quote delle società operanti o con soldi».

Piero Daccò l'ha delusa?
«Mi ha deluso e sono deluso di me stesso per la leggerezza avuta nel non rendere esplicite nelle forme di legge italiane le fatturazioni dei compensi che oggi sembrano il mistero da svelare».

Quando uscirà dal carcere, che cosa desidera fare?
«Se rispondessi che vorrei tornare a lavorare, utilizzerebbero questa intervista per giustificare l'accusa di reiterazione del reato e mi lascerebbero per altri dieci anni in galera. In perfetto stile "politicamente corretto" dichiaro che mi dedicherò nella veste di giornalista, qual sono, alla ricerca della verità, contro le ipocrisie. In fondo come un pubblico ministero, senza arrestare nessuno. Sono garantista io».

Simona Ravizza
8 agosto 2012 | 9:53

Il trucco dei ricchi cinesi: in cella ci mandano il sosia

Alberto Mucci - Mer, 08/08/2012 - 09:06

Si chiama "ding zui" lo stratagemma in voga tra i nuovi miliardari. Per noleggiare una controfigura bastano appena 31 dollari al giorno

Ding Zui è l'ultima moda diffusasi tra le élite cinesi. Una parola composta originata nelle strade dei quartieri bassi delle grigie periferie di Pechino, Shangai o Hangzhou.

Cattura
«Ding» significa sostituto e «zui» criminale. In altre parole, per tutti quei super ricchi che non vogliono finire in carcere è possibile «affittare un sosia» disposto ad andare in prigione al posto loro. Secondo la rivista americana Slate le tariffe sono di 31 dollari (circa 25 euro) per ogni notte passata in cella o 8.000 dollari (circa 6.458 euro) per tre anni di carcere; spiccioli in un paese dove l'1 per cento della popolazione controlla il 50 per cento della ricchezza. Sapere quanto la pratica sia effettivamente diffusa è difficile perché i casi di maggior successo sono quelli in cui nessuno si accorge di nulla, tuttavia in un'intervista anonima a Slate un ufficiale cinese ha confermato che «la pratica non è comune ma neanche rara». Sfortunatamente per i ricconi capita anche che i «sosia» non siano sempre tali e quali ai condannati e che la gente ogni tanto si faccia domande.

È successo a Hu Bin, 20 anni, che nel maggio 2009 mentre guidava ubriaco la sua Mitsubishi rossa per le vie di Hangzhou, la terza città cinese, ha investito il 25enne Tan Zhuo, un elettricista che spensierato si aggirava in cerca di un ristorante. L'urto ha catapultato il corpo a più di venti metri dal cruscotto e mentre Bin aspettava l'arrivo della polizia, le immagini dei suoi amici ricchi e spacconi che fumavano e ridacchiavano vicino al corpo hanno fatto il giro della blogosfera cinese. «Vediamo come i soldi dei genitori risolveranno la situazione del caro figliolo», ha scritto ironico un blogger provocando 14 mila commenti in meno di due giorni. Ma le aspettative di giustizia non sono state soddisfatte: Bin è stato condannato a soli tre anni di carcere, quando crimini di quel genere possono essere punti addirittura con la morte. Non solo: davanti al tribunale, Hu Bin appariva stranamente più giovane, più in carne e soprattutto senza la lunga cicatrice sul gomito così visibile nelle foto fatte dalla polizia e apparse poi sul Web.

È cominciata così a circolare la voce che in carcere fosse finito un sosia, uno ding zui pagato appunto per prendere il posto di Bin mentre questo continuava a girare spensierato in libertà. La città ha risposto con numerose proteste e anche gli studenti dell'università locale si sono attivati per chiedere alle autorità di fare chiarezza. Sotto pressione la polizia ha dovuto ammettere che la velocità della Mitsubishi di Bin, stimata originariamente a 43 miglia orarie, era invece il doppio. Poca cosa comunque visto che nel giro di qualche settimana è stato tutto messo a tacere. Il caso Bin comunque non è isolato: basta pensare che la frase «mio padre è Li Gang» è diventata negli ultimi anni un eufemismo per dire «voglio farlo anche se non posso».

Il copyright è di Li Qiming, un altro figlio delle ricche élite, che il 16 ottobre 2010 nella città di Boading, Cina del nord, ha investito due ragazze che tranquillamente pattinavano uccidendone una. Fermato dalla polizia ha urlato: «Non potete arrestarmi, sono il figlio di Li Gang», riferendosi al potente capo della polizia distrettuale. La conclusione giudiziaria dell'affaire Li Qiming è sepolta sotto un velo di silenzio, ma di nuovo l'impaziente blogosfera cinese, sempre più spesso unica fonte di informazione dettagliata, ha sentito odore di truffa e ha denunciato «l'ipotesi ding zui» dato che Li Qiming negli atti processuali è stato indicato anche come Li Yifan. «Perché due nomi diversi?», ha chiesto un blogger denunciando la crescente e sempre più insopportabile corruzione delle élite. Anche in questo caso la verità molto probabilmente non verrà fuori, ma una cosa è chiara: con i soldi, e senza vera democrazia si può fare davvero di tutto. Almeno fin quando i Tan Zhuo di turno non faranno qualcosa.


di Alberto Mucci
Sono 1.020.000 i milionari cinesi censiti dallo «Hurun report»: in aumento del 6,3% sul 2011
Sono i dollari pagati al sosia di Hu Bin per trascorrere tre anni in carcere al posto suo

Di Pietro si sveglia: "Napolitano? Al soldo di Mosca"

Alessandro Sallusti - Mar, 07/08/2012 - 15:00

Una lotta tra due personaggi tristi che prima usciranno di scena, con i loro segreti inconfessabili e con la loro insopportabile retorica, meglio sarà per tutti


Era l'Italiano più amato dagli italiani e dai giornali, che hanno sorvolato su un fatto: il Quirinale è l'istituzione più faraonica e costosa del mondo.



Uno spreco di denaro pubblico che Napolitano non ha provato neppure a scalfire, chiuso nella sua torre d'avorio. Poi è arrivata la questione delle telefonate intercettate per aiutare il vecchio amico Mancino nell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. E ora l'attacco frontale di Di Pietro, che a 20 anni da Mani Pulite si sveglia e ricorda come anche il Pci di Napolitano, come raccontò all'epoca Craxi, fosse finanziato illegalmente da Mosca. Siamo alla farsa.

L'ex pm portato in politica dagli ex comunisti, dei quali è stato ex alleato di ferro, riabilita il suo ex rivale Craxi per dare del ladro tangentaro al suo ex idolo Napolitano. Il quale si infuria e minaccia tremenda vendetta come nella migliore tradizione comunista. La verità è questa: Di Pietro dice il vero, non c'è ombra di dubbio. Il bello è che il vero lo dice anche Napolitano, e cioè che Di Pietro è solo un opportunista che usa le verità, giudiziarie e non, a suo esclusivo vantaggio. Insomma, una lotta tra due personaggi tristi che prima usciranno di scena, con i loro segreti inconfessabili e con la loro insopportabile retorica, meglio sarà per tutti.

Il lusso dei parlamentari, un mese di ferie

Corriere della sera

La Camera riapre il 5 settembre, il Senato il 6. I presidenti: «Pronti a rientrare in caso di emergenza»

Il Pdl fa mancare il numero legale al Senato Il Pdl fa mancare il numero legale al Senato

Secondo le stime di Federalberghi, quest'anno sei italiani su dieci non faranno vacanze. Non va così per i deputati, che vanno in ferie oggi (7 agosto) e, salvo sorprese, ci resteranno fino a mercoledì 5 settembre. Va ancora meglio ai senatori, che potranno godersi il riposo fino al 6. Un intero mese di ferie, per molti «comuni mortali» in tempo di crisi è un lusso.

IN PREALLERTA - I presidenti di Camera e Senato pretendono però la «reperibilità» dfi deputati e senatori , che dovranno essere pronti a rientrare in caso di emergenza. «La Camera potrà riunirsi, se necessario, anche nel mese di agosto - ha spiegato Fini - per l'esame di questioni urgenti o per la presentazione di decreti legge, specie per quanto riguarda le questioni legate alla crisi economica e finanziaria». Anche Renato Schifani, per quanto riguarda il Senato, ha tenuto a precisare che l'aula «potrà essere convocata in qualsiasi momento per i provvedimenti che rivestono particolare carattere d'urgenza, specie in relazione alla situazione economica».

LE COMMISSIONI - Il lavoro delle commissioni dovrebbe ricominciare lunedì 3 settembre. L'aula invece riaprirà due giorni dopo con il question time. Stesso discorso anche per il Senato, che ha già concluso l'attività e che resterà chiuso fino al 4 settembre, giorno in cui torneranno a riunirsi le commissioni, salvo alcune eccezioni. L'aula, invece, è convocata per giovedì 6 settembre, ma solo per interrogazioni e interpellanze; la prima seduta reale, quindi, sarà soltanto martedì 11 settembre.
Antonio Castaldo

gorazio7 agosto 2012 | 20:07

L'atleta più anziano di Londra2012? È il giapponese Hiroshi Hoketsu e ha 71 anni

Corriere della sera

L'atleta gareggia nel dressage. Il più giovane invece è il nuotatore del Togo che ha solo 13 anni


Hiroshi Hoketsu, 71 anniHiroshi Hoketsu, 71 anni

Settantuno anni e non sentirli. Hiroshi Hoketsu è l'atleta più anziano di Londra2012. Come spiega l'Economist, questo cavaliere giapponese ha iniziato la sua carriera nell'equitazione, nella specialità del salto ostacoli, nel 1964 e da lì non si è più fermato. Hiroshi è ritornato alla ribalta ai Giochi di Pechino nel 2008 gareggiando nel dressage. Poi Londra. Ma il suo viaggio non si ferma qui. Già, perché l'attempato atleta ha già espresso la volontà di partecipare anche all'Olimpiade di Rio de Janeiro. Anche se teme che il suo cavallo sia un po' troppo vecchio e sia necessario sostituirlo. L'età non è però un problema nell'equitazione. Un altro atleta, il canadese Ian Millar, 65 anni, è alla sua decima olimpiade. Per quanto riguarda invece i juniores, il più giovane in gara a Londra è il nuotatore del Togo Azdo Kpossi che ha solo 13 anni.

M.Ser. 7 agosto 2012 | 22:13

Tutto perso su iCloud in una notte: un giornalista racconta

La Stampa

Azzerati i dati sul portatile, l'accesso ad iPhone, iPad, Gmail e Twitter: tutta colpa di un hacker. E di una telefonata

CLAUDIO LEONARDI


CatturaIl giornalista americano Mat Honan ha raccontato sul suo blog  di avere subito un attacco hacker che ha azzerato il suo account iCloud (la nuvola di Apple che consente di gestire e archiviare online i propri contenuti digitali), cancellando i dati da tutti i suoi dispositivi, e permettendo ai "pirati" di impadronirsi della sua casella di posta Gmail e del suo profilo Twitter. Honan ha spiegato in forma di cronaca angosciata la scoperta, in sequenza, di non potere accedere al suo iPhone, il primo a dare segni di malfunzionamento, quindi al suo iPad e, infine, al suo MacBook Air. Per chiamare l'assistenza Apple è dovuto ricorrere ai dispositivi della moglie.

E tuttavia, da quel contatto, la narrazione sembra farsi più kafkiana. Secondo il giornalista, oltre un'ora di conversazione con Apple è stata inutile perché l'impiegato stava verificando l'account sbagliato a causa di un equivoco sulla ortografia del nome. Ma risolto l'equivoco, non molto è cambiato, e Honan ha dovuto ricorrere a un appuntamento nell'Apple store, presso il cosiddetto Genius Bar.Un amico all'interno di Twitter ha provveduto a bloccare l'account e fermare i tweet incontrollati, e con molta fatica il giornalista ha recuperato anche Gmail.

Poche speranze, invece, per un anno di foto e contenuti che da iCloud sono stati cancellati sul MacBook, sebbene, come testimonia nei suoi aggiornamenti Honan, l'AppleCare stia lavorando alacremente per fare il possibile. Su questo, il protagonista non nasconde a se stesso le proprie responsabilità: il backup, vale a dire la copia di sicurezza di tutto il proprio archivio digitale, è operazione da eseguirsi con regolarità, e non certo per il solo timore di attacchi hacker. Ma come è stato possibile quest'incubo? Nessun virus, nessuna sofisticata tecnica di intercettazione della password.

È bastata quella che chiamano "ingegneria sociale". Lo ha spiegato alla vittima l'autore stesso del danno, membro di un gruppo chiamato Clan Vv3. L'hacker ha telefonato al servizio di assistenza e ha aggirato con astuzia i controlli di sicurezza, per poi ottenere il reset, cioè l'azzeramento delle vecchie password e username, per l'account di iCloud. Il resto è stata una cascata: tutto convergeva lì, per il giornalista Honan, che per una notte deve essersi sentito come Sandra Bullock, protagonista del film The net - intrappolata nella Rete, in cui la sua identità personale veniva cambiata in quella di una ladra tramite i database online.

Apple ha fatto sapere alla vittima che avrebbe provveduto a rivedere i protocolli interni, onde evitare identici guai nel futuro. Un incidente, naturalmente, bon basta a incrinare l'intero impianto di cloud computing, sia di Apple, sia degli altri provider coinvolti, sia nel suo complesso. Inevitabile, tuttavia, chiedersi se e quanto siamo consapevoli di quello che lasciamo galleggiare in uno spazio virtuale, quello del cloud o della nuvola, come si usa italianizzare, su cui non abbiamo completo controllo e che, di fatto, custodisce lavori e ricordi senza prezzo in server che stanno chissà dove. La "digital life" ha molti vantaggi, ma anche i meno inesperti, come Honan, possono, per distrazione o pigrizia, non essere coperti dai danni, in questo caso clamorosamente dolosi, che può provocare l'accesso a una sola delle nostre identità virtuali. E diventare materia per un articolo su Wired  potrebbe non essere poi così eccitante...

La polizia obbliga Twitter a rivelare l'autore di una minaccia di strage

La Stampa

Un utente scrive di voler fare un massacro in un cinema. Il social network si rifiuta di collaborare con gli agenti


Paolo Mastrolilli
new york

Anche i social media devono collaborare con la polizia, quando c’è di mezzo la sicurezza e l’ordine pubblico. È il messaggio che ha mandato il New York Police Department, inviando a Twitter un ordine di rivelare l’identità di un suo utente. Questa persona ha scritto un messaggio sul popolare micro blog, con cui annunciava di voler fare un’altra strage come quella di Aurora, ma stavolta in un cinema di Broadway.

Davanti ad una minaccia così precisa, la polizia di New York ha deciso che non c’era tempo da perdere. Quindi il dipartimento ha chiesto a Twitter di collaborare, rivelando l’identità dell’utente. Il social media si è rifiutato, e allora la polizia è passata alle vie legali. Ieri ha emesso un subpoena, che in sostanza equivale a un mandato di comparizione in tribunale.Se Twitter rifiuterà ancora di fornire le informazioni richieste, se la vedrà con un giudice.