venerdì 3 agosto 2012

Verona, raffica di incidenti sulla strada

Corriere della sera

Più di mille incidenti nel primo semestre, duemila in tutto il 2011. La Polizia municipale realizza un video con le telecamere di sicurezza


VERONA - Un video per mostrare i più frequenti casi di incidenti a Verona. Lo ha realizzato la Polizia municipale selezionando le immagini delle telecamere che controllano gli incroci più frequentati della città. Il sindaco Flavio Tosi e il comandante della Polizia municipale Luigi Altamura hanno illustrato i dati relativi alla sicurezza stradale nel territorio comunale nei primi sette mesi del 2012. «Come cittadini siamo stati particolarmente turbati dai due gravi fatti di cronaca accaduti nei giorni scorsi a Marzana e in via Garibaldi – ha commentato Tosi- causati l’uno da un comportamento dissennato, l’altro dall’imprevedibilità del caso». Il timore del primo cittadino scaligero è che gli episodi che si sono susseguiti nelle ultime giornate «facciano dimenticare» le azioni messe in pratica dalla Polizia municipale, come «l'alto numero di controlli e l’installazione di postazioni fisse per rilevare gli eccessi di velocità nei punti più pericolosi della viabilità cittadina»


Tosi è tornato sul caso più clamoroso: le tre cicliste investite da un Suv nella centralissima Via Garibaldi. «La giunta - sottolinea - ha deciso di chiedere al gestore dell’esercizio pubblico coinvolto nell’incidente di installare a proprie spese paletti di protezione a tutela del plateatico: di più l’amministrazione comunale non può fare, visto che vietare l’ingresso ai Suv in centro storico, come richiesto da qualcuno all’indomani del grave incidente di via Garibaldi, è una scelta che il Consiglio di Stato ha già bocciato in altre città». La Polizia municipale ha realizzato un video, dove si segnalano le infrazioni più di frequente alla base di scontri.

Secondo Altamura, il numero delle persone decedute sulla strada sarebbe in «calo sensibile». «Da un raffronto con il primo semestre 2011 - ha detto - passiamo dagli 11 dell’anno scorso ai 4 di quest’anno. Tuttavia, considerando che le 4 persone decedute erano 1 ciclista, 1 pedone e 2 motociclisti, la riflessione che è d’obbligo fare è che la sicurezza stradale non dipende unicamente da controllo o repressione, come spesso viene richiesto, soprattutto all’indomani di gravi fatti di cronaca, ma è sempre più una questione di consapevolezza diffusa, di responsabilità individuale».

Altamura ha spiegato che le cause e le responsabilità negli incidenti stradali sono al 90 % dell’uomo e solo al 10% attribuibili alla strada o al veicolo: delle 2.259 violazioni rilevate nei 2.041 incidenti del 2011, il 93% ha a che fare con comportamenti imprudenti ed errati alla guida, come velocità eccessiva, mancata precedenza, sorpasso o perdita del controllo del veicolo, guida in stato di ebbrezza. «Nonostante appelli, informazioni e campagne di sensibilizzazione – ha proseguito - in città si continua a correre: 3.875 le violazioni accertate con autovelox e telelaser dall’inizio dell’anno, con velocità anche elevate di 140 chilometri orari in tangenziale e 120-130 in città. La maggioranza dei veicoli coinvolti nei sinistri, più del 60%, sono automobili, anche se l’incidente rimane più pericoloso per altre categorie di utenti, come pedoni, scooteristi e ciclisti.

Aumenta il numero di ciclisti coinvolti negli ultimi anni in incidenti stradali, passando dai 102 del 2001 (2.392 incidenti) ai 240 del 2011 (2.041 incidenti), ma diminuisce per fortuna la gravità delle conseguenze a loro carico, passando dai 2 deceduti e 6 feriti gravi ogni 100 ciclisti nel 2001 all’1 deceduto e ai 3 feriti gravi del 2011; parimenti, sono aumentati gli illesi, da 8 nel 2001 a 15 nel 2011. «La sicurezza stradale in definitiva –conclude il Comandante - è certamente legata ad un approccio operativo, volto a recepire le segnalazioni che arrivano dai cittadini per mettere in pratica i relativi interventi, ma non può mai prescindere dalla consapevolezza e dal senso di responsabilità di chi si mette alla guida».

03 agosto 2012

Quel pick up con 700 chili di marijuana

Corriere della sera

Dotato di mitragliatrici e ariete anteriore è stato bloccato dalla polizia federale messicana

Il pick blindatoIl pick blindato

Un pick blindato, dotato di mitragliatrici e ariete anteriore. All’interno oltre 360 pacchetti di marijuana per un totale di 700 chilogrammi. Il mezzo è stato intercettato dalla polizia federale messicana nella regione di Ciudad Juarez. I narcos usano da tempo veicoli speciali messi a punto in officine clandestine.

I MOSTRI - Sono camioncini impiegati per il trasporto di droga verso i depositi a ridosso del confine con gli Stati Uniti. Chiamati in gergo «mostri», sono diventati una necessità per i trafficanti: in questo modo proteggono i carichi dagli assalti dei rivali – circostanza piuttosto comune nelle aree contese – o se ne servano in assalti contro caserme isolate della polizia. Ne esistono di diversi modelli. I più «leggeri» sono appunto dei pick up ma spesso i cartelli schierano delle «bestie», camion enormi, protetti in modo pesante.

È per questo che i narcos si dotano di armi controcarro – i vecchi Rpg – e di fucili Barrett in grado di perforare le «corazze». In qualche occasione hanno anche piazzato delle bombe rudimentali ai lati delle strade. Due i modus operandi segnalati dai servizi di sicurezza. Il veicolo-testuggine, riempito di droga, viaggia al centro di un corteo composto da un buon numero di mezzi di scorta. Oppure ha il compito di spazzare via eventuali sbarramenti e in questo caso apre il convoglio.


Guido Olimpio
3 agosto 2012 | 19:23

Castelli sbugiarda il Senato: "Parlate di sviluppo ma anche la vostra tazza è made in Cina"

Libero

L'onorevole leghista a Palazzo Madama: "Nemmeno qua riusciamo a proteggere il made in Italy". E mostra la tazza ai colleghi: "I cinesi prosperano e le nostre aziende chiudono"


Cattura
"Nemmeno al Senato riusciamo a difendere il prodotto italiano. Al negozio di Palazzo Madama si vendono tazze made in China". E’ la denuncia del senatore della Lega Nord Roberto Castelli, che ricorda di essere intervenuto in aula in sede di dichiarazione di voto sulla fiducia al decreto Sviluppo proprio tenendo in mano una tazza con il logo del Senato e la confezione con la scritta 'made in China'. "I cinesi prosperano e le nostre aziende chiudono. Finchè non capiremo questo, ogni parola spesa sullo sviluppo sarà un’illusione", dice ancora Castelli. "Dopo otto mesi questo è il bilancio disastroso della cura Monti: il debito, rispetto ad un anno fa, è cresciuto in termini assoluti di 80 miliardi di euro (un anno fa era al 120% del pil, oggi al 123); il livello di tassazione ha raggiunto il record mondiale del 55% (l'anno scorso era due punti in meno); la produzione industriale è in caduta libera, la disoccupazione ha raggiunto livelli mai visti negli ultimi 25 anni", osserva l’esponente leghista.

"La nostra industria manifatturiera versa in una crisi gravissima. Il nostro Paese è finito in una tenaglia che lo sta stritolando, le cui ganasce sono da un lato la crisi dell’euro e dall’altro la globalizzazione. Ci sono due numeri maledetti: 2 e 25. Il primo è il costo del lavoro di un’ora in Cina, 25 il costo del lavoro in euro di un’ora in Italia. Come fanno le nostre aziende a reggere questo confronto? Occorre - conclude Castelli - che l’Europa imiti la politica degli Usa: Obama ha stampato trilioni di dollari per sostenere l’economia e ha messo barriere all’ingresso per i prodotti cinesi. Il risultato è che l'economia americana cresce e le aziende tornano a produrre in patria".

I ristoranti contro le recensioni on line

Corriere della sera

I proprietari: «Troppi ricatti, ora class action».  I siti: «Siamo vittime anche noi»

Amerigo Capria Amerigo Capria

Amerigo Capria ha 33 anni, esperienze di lavoro che vanno dall'enoteca Picchiorri a Cracco, un ristorante tutto suo a Monteprestoli e uno a Firenze dalle pareti gialle. Un cliente su TripAdvisor le ha criticate («tanto anni 90»), «ma almeno c'è stato». Un altro, invece, «senza averle nemmeno viste», ha stroncato un piatto di «penne al pomodoro mai entrato nel menu di casa».

VINO IN CAMBIO DI RECENSIONI - Bene. Qualche giorno fa Amerigo Capria, proprio tra le pareti gialle del suo Baccarossa che altri hanno promosso, ha ricevuto la visita di un fornitore di vino: «Mi ha sempre detto: "Compri dieci casse, una è in omaggio". Stavolta ha cambiato: "Dieci casse di vino e 5 recensioni di quelle buone su TripAdvisor». «Adesso basta», ha risposto lo chef, e accompagnandolo alla porta ha interrotto quello i ristoratori hanno già ribattezzato come il nuovo pizzo: «O accetti la fornitura o ti ammazzo», sul Web s'intende».

«ADESSO BASTA» - Come Amerigo Capria, dopo l'attacco di qualche giorno fa degli albergatori, hanno iniziato a dirlo tanti ristoratori a Firenze e dintorni. Le segnalazioni sono finite sul tavolo toscano della Federazione italiana dei pubblici esercizi, poi all'ordine del giorno di un incontro con i vertici nazionali. Quindi in un fascicolo dei legali dell'associazione insieme alle carte dei magistrati di Parigi e Londra davanti ai quali TripAdvisor, Expedia e Hotels.com sono stati chiamati in giudizio: «Vogliamo denunciare gli autori dei ricatti ma anche i portali», spiega Aldo Cursano, vicepresidente nazionale vicario della Fipe e presidente regionale. «Nel primo caso stiamo valutando gli estremi per una denuncia penale (estorsione?) nel secondo la giusta contestazione, non vogliamo fare la fine degli albergatori attribuendo loro la responsabilità di false recensioni». Il «giovane» Capria già pensa a una class action da portare negli Usa, il presidente ridimensiona ipotizzando un'omissione di controllo da parte dei portali estendendo l'iniziativa agli albergatori e a siti come Trivago e Zoover.

COMMENTI IN RETE - Ditte fornitrici di ristoranti e locali («dai vini alla biancheria»), costruttori di online reputation spudorate («pagano ragazzini 500 euro al mese per scrivere commenti e poi proporre al telefono un riposizionamento del locale...») ma anche agenzie di viaggio incoming («chiedono prezzi stracciatissimi o...»): «Più i commenti online assumono valore economico più il ricatto diventa strutturato», continua Cursano. «Prima ti capitava il commento negativo del cliente, quello del dipendente lasciato a casa: ora ci troviamo davanti a una nuova mafia, un mercato nero che va contro la democrazia dal basso non condizionabile sbandierata da TripAdvisor. Non parliamo di 15-20 ristoratori ma di centinaia». Milano. Roma. Napoli. «Capisco che se la Uno bianca viene usata per le rapine la colpa non è di chi l'ha costruita. Ma o si dice che il sistema è inaffidabile (e sarebbe una sconfitta per tutti) o si trovano delle correzioni profonde: un sistema di garanzia».

CARTE IN REGOLA - Giuliano Pasini, uno storico ristorante a Lucca e un incarico come consigliere in Fipe, ricorda quando la polemica investiva «le guide cartacee e certi ispettori». «Davanti al ricatto non resta che l'autorità giudiziaria, ma attenzione: questi motori sono preziosi, dobbiamo incontrarci e trovare una soluzione partendo dall'abolizione dell'anonimato». Lorenzo Brufani, portavoce di TripAdvisor Italia, raccoglie la prima proposta ma boccia la seconda: «Chi fa una recensione falsa compie un reato, ben vengano le cause mirate. Stiamo però tutti dalla stessa parte: siamo vittime come i ristoratori che invitiamo a segnalarci i casi sospetti. Un'attività che va ad affiancare quella dei nostri 70 professionisti del team antifrode». Poi aggiunge: «In fondo a ogni commento sta scritto: "Io mi prendo la responsabilità della veridicità di questa recensione". E se non si dà il consenso il commento non parte. In ogni sede dimostreremo di avere le carte in regola».

Alessandra Mangiarotti
3 agosto 2012 | 10:07

Muore risucchiata dalle sabbie mobili

Corriere della sera

Nicola Raybone, la 33enne madre di due bambini, era ad Antigua per il matrimonio del padre

Nicola RaybonesNicola Raybones

Era arrivata ai Caraibi da poche ore per partecipare al secondo matrimonio del padre, ma su quella spiaggia di Antigua la 33enne Nicola Raybone, un’infermiera diplomata con la passione per la criminologia e due figli grandicelli da crescere come madre single (Dylan, 13 anni, ed Amy, 11), lo scorso gennaio ci ha trovato la morte, annegando intrappolata nelle sabbie mobili a causa dell’alta marea.

LA TRAGEDIA - Lo ha stabilito l’inchiesta condotta a Blackpool (dove la Raybone viveva prima di trasferirsi a Lytham St Annes, nel Lancashire, con il compagno John) e durata oltre sei mesi, che ha dato finalmente un perché ad una tragedia assurda, che ha lasciato tutti «scioccati e distrutti, perché Nicola era una donna meravigliosa, che amava i suoi figli incondizionatamente e non alzava mia la voce con nessuno», come recita il comunicato letto ieri in tribunale dai parenti ancora straziati dal dolore. Stando alla ricostruzione degli inquirenti, prima di morire la Raybone (che era arrivata ad Antigua in compagnia dei due figli e dell’amica Becky) si era incontrata con alcuni amici in uno dei bar del Jolly Beach Resort (un complesso turistico da 300 sterline a notte nella zona occidentale dell’isola): un drink, due chiacchiere sul matrimonio dell’indomani del padre Kevin e poi tutti a cena, anche se Nicola aveva preferito non andare con il resto del gruppo ma rimanere in spiaggia a godersi il tramonto.

LA TRAPPOLA IN SPIAGGIA - Ma questa decisione le è costata la vita, perché passeggiando sulla sabbia è rimasta intrappolata nelle sabbie mobili e, mentre l’oscurità scendeva sempre più fitta, le sue urla disperate d’aiuto venivano coperte dal fragore della marea che cominciava ad alzarsi e che l’ha poi sommersa, facendola annegare. Quando i suoi familiari non l’hanno vista arrivare al ristorante hanno cominciato a preoccuparsi, ma solo dopo il ritrovamento dei sandali e del telefono cellulare nella zona bar sono cominciate le vere ricerche ed è stata chiamata la polizia. Che però non ha potuto fare altro che scoprire il corpo ormai senza vita della donna a poca distanza dal resort. «Nicola era un’ottima nuotatrice – ha detto lo zio David Barlow al Daily Mail - e quello che è successo non ha davvero senso».

LE INDAGINI - Come hanno poi appurato le indagini, non esistono cartelli su quel tratto di spiaggia che mettano in guardia dal pericolo delle sabbie mobili, sebbene molti turisti ne avessero segnalato la presenza e avessero avuto dei problemi in passato. «Quella sera la marea era alta e le acque molto agitate – ha detto il coroner, Anne Hind, archiviando la morte della signora Raybone come accidentale – e sprofondare nella sabbia è stato incredibilmente facile e veloce e possiamo solo immaginare il terrore che deve aver provato Nicola in quel frangente».


Simona Marchetti
3 agosto 2012 | 13:02

Torturavano malati di Alzheimer, 15 arresti tra dottori e familiari

La Stampa

Percosse e grossolane nozioni di Kabbalah nella finta terapia di una Onlus creata per trarre profitto da pseudo visite e dai contributi della Sardegna. Un consigliere regionale in manette



Un anziano in una casa di cura in un'immagine d'archivio. Ai pazienti rinchiusi negli appartamenti-lager di Ittiri veniva interrotta la somministrazione di farmaci e sostituita con una terapia "speciale"

 

Ittiri (sassari)

Avevano allestito appartamenti-lager a Ittiri (Sassari) dove torturavano, picchiavano e sottoponevano a maltrattamenti fisici e psichici i malati di Alzheimer, talvolta con la complicità dei familiari dei pazienti, secondo i dettami di una terapia basata su grossolane nozioni di anatomia e perfino sulla Kabbalah. è quanto ha scoperto l'indagine dei carabinieri che ha portato all'arresto di quindici persone tra cui medici, collaboratori e familiari dei malati e il consigliere regionale Antonello Peru (Pdl) per i reati, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e a maltrattamenti in danno di disabili mentali, sequestro di persona e lesioni personali aggravate.

Sono finiti in carcere i neurologi Giuseppe Dore, 43 anni, di Ittiri, ideatore della «terapia», battezzata «psiconeuroanalisi», e Marinella D'Onofrio, 52 anni di Sassari, assieme ai loro collaboratori Salvatore Fadda, 43 anni, di Ittiri, e Maria Giuseppa Irde, 46 anni, di Bonorva, e alla familiare di un paziente, Ornella Bombardieri, 62 anni, di Roma. Il gip Carla Altieri del tribunale di Sassari ha invece deciso per gli arresti domiciliari nei confronti dei medici Massimo Lai, 47 anni, di Olbia e Gianfranco Dettori, 33 anni, di Sennori, del consigliere regionale del Pdl Antonello Peru, 48 anni, di Sorso, e dei familiari di pazienti Andrea Di Carlo, 35 anni, di Grotta Ferrata (Roma), Carolina Greco, 35 anni, di Senigallia (Ancona), Verusca Panara, 40 anni, di Bucchianico (Chieti), Cosimo Sarra, 68 anni, di Dolianova (Cagliari), Federico Belli, 64 anni, di Tortoreto (Teramo), e Alfonso Di Stavolo, 47 anni, romano, assistente di un paziente.

Le indagini ruotano intorno all'associazione Aion - Onlus, in realtà - come scoperto dagli inquirenti - un'associazione a scopo di lucro ed erano partite il 30 marzo scorso, dopo la denuncia del "pentito" Davide Casu, cofondatore assieme a Dore. Secondo quanto raccontato da Casu, verificato poi dagli inquirenti attraverso intercettazioni e riprese video, Dore e D'Onofrio promettevano di curare l'Alzheimer con un "protocollo terapeutico" chiamato psiconeuroanalisi, diffuso anche su internet attraverso siti e forum creati appositamente.

Sulla rete venivano riportate esperienze di "malati", totalmente fasulle, che magnificavano la portentosa riuscita delle terapie. In realtà, hanno accertato i militari, ai pazienti veniva interrotta la somministrazione dei farmaci e per loro iniziava un'odissea fatta di percosse e torture fisiche, perdita del sonno anche per 48 ore, legatura di mani e piedi, privazione del cibo. Inoltre, i malati dovevano sopportare l'ascolto registrato per ore di alcune frasi pronunciate da Dore, convinto che la sua stessa voce fosse terapeutica, in particolare attraverso alcune parole che contenevano, secondo la sua teoria, un "principio aureo" curativo.

Le "terapie" venivano somministrate anche dai parenti delle vittime negli appartamenti affittati da ignari proprietari nel centro di Ittiri. Tra novembre 2011 e gennaio 2012 due pazienti, violentemente malmenati per la "cura", erano stati portati al pronto soccorso di Sassari, per lesioni definite dai familiari conniventi "accidentali" e sotto il controllo di D'Onofrio. Dopo questi episodi, Davide Casu temendo conseguenze peggiori aveva raccontato tutto ai carabinieri. La terapia veniva veicolata tramite l'Aion, che traeva profitti dalle pseudovisite specialistiche, donazioni dei pazienti e vendite delle pubblicazioni della società editrice «Saturno» che stampava il «rivoluzionario» libro di Dore (venduto a 35 euro), il cui pensiero era divulgato attraverso i siti www.psiconeuronalisi.it e www.lafinedellademenzadialzheimer.blogspot.com.

Spacciava droga nel suo locale, consigliera grillina in manette

La Stampa

Diletta Botta, 35 anni, eletta a Genova nelle ultime elezioni: nel bar un bazar di stupefacenti. Il Movimento 5 Stelle: è sospesa



Hashish e mariujana, ma anche cocaina e anfetamine: si vendeva di tutto nel bar "Il solito posto" di via Molfino (foto d'archivio)

 

Bufera su Diletta Botta, consigliera municipale del Movimento 5 Stelle eletta a Genova nel consiglio di circoscrizione Medio Ponente, finita in manette con l'accusa di detenzione ai fini di spaccio. All'interno del suo bar "Il solito posto", in via Molfino a Sestri ponente, aveva allestito un bazar di droga tra cocaina, marijuana, ecstasy e hascisc. Un'articolata indagine antidroga ha portato al blitz dei poliziotti che hanno arrestato la 35enne, che da pochi mesi aveva assunto l'incarico in Comune, ora rinchiusa nel carcere di Pontedecimo.

Il caso è subito diventato "politico". L'ufficio stampa del Movimento 5 Stelle di Genova ha espresso «sgomento» per la notizia, precisando di considerare Botta «momentaneamente allontanata e dimissionaria». La donna, «come tutti i cittadini che hanno concorso alla recente competizione elettorale, ha partecipato alle attività del Movimento e ha presentato il Certificato Penale immacolato - sottolineano i grillini in una nota - Restiamo quindi in attesa dei decorsi degli Atti Giudiziari».

Sigarette: la campagna per liberare le spiagge dai mozziconi

Corriere della sera

Mille volontari distribuiranno 100 milla posacenere tascabili in 353 spiagge italiane


MILANO - Per quanti desiderano quest’estate prendere il sole senza zigzagare tra i mozziconi lasciati sulla spiaggia, torna il posacenere tascabile e riutilizzabile della campagna di Marevivo a salvaguardia degli oltre 8 mila chilometri di costa del nostro Paese. Il 4 e 5 agosto, infatti, mille volontari distribuiranno 100 mila posacenere tascabili in 353 spiagge italiane (questo l'elenco completo), insieme a un opuscolo sui tempi di degrado in mare di alcuni oggetti che fanno parte della vita di tutti i giorni, tra cui lattine, accendini, bottiglie di vetro e di plastica. Con questa iniziativa si eviterà che sulla battigia o in acqua finiscano 600 mila filtri al giorno.

MOZZICONI - La quarta edizione dell’iniziativa «Ma il mare non vale una cicca?», lanciata dall’associazione ambientalista Marevivo in collaborazione con Jt International, sarà realizzata con il patrocinio del ministero dell’Ambiente, delle Capitanerie di porto e il supporto del Sindacato italiano balneari. Per la quarta edizione i tratti di mare antistanti aree di particolare pregio come Ponza e Portofino saranno nuovamente coperti grazie alla distribuzione a bordo dei gommoni, fra le novità, invece, spiccano Bordighera, l’isola di Pianosa, Positano, Scilla e l’isola di Sant’Erasmo a Venezia. I mozziconi rappresentano il 40% dei rifiuti nel Mediterraneo.

Redazione Online3 agosto 2012 | 13:08

L'orto della Bibbia: un Eden sul lago per salvare le biodiversità

La Stampa

A "caccia" di patate blu, coste rosse, biricoccoli e pere volpine tra giardini e parchi che custodiscono antichi sapori


L'orto parrocchiale recuperato a Miasino dopo anni d'abbandono

marcello giordani

Dove trovare ancora le patate blu, le coste rosse, le varietà di rose che erano comuni fino al Settecento ed oggi sono introvabili? Ortaggi, fiori e frutti rari o in via di estinzione, si possono scoprire sul lago d’Orta nei giardini ed orti della biodiversità. In tre anni sono nati nove fra orti, parchi e giardini della biodiversità, e in autunno verrà inaugurato il decimo. Al centro il lago d’Orta: il tour alla scoperta delle piante del tempo perduto parte da Legro, la frazione collinare di Orta: si può arrivare anche in treno, sulla Novara-Borgomanero-Domodossola.

Il terreno attorno alla stazione ferroviaria è incolto da tempo e il progetto lo recupera per realizzare il «parco delle ortensie e dei frutti antichi»: si trovano 45 specie di ortensie, accanto a cinquanta alberi di frutta antica, come prugne ramasin, nespoli, mirabelle, gelsi, amarene. Il vecchio magazzino ferroviario, ceduto alla Pro Loco, è diventato sia deposito degli attrezzi del giardino che piccolo museo.

Da Legro si sale a Miasino, dove l’orto parrocchiale era abbandonato da decenni. Il parroco, don Primo Cologni, canonico premonstratense, lo ha dato in comodato alla Pro Loco per farne il primo «orto della Bibbia» d’Italia. Tolte le erbacce e sloggiate le talpe, l’orto oggi offre ortaggi come piselli blu, spinaci dalle foglie rosse, le lenticchie di cui era ghiotto anche Esaù. All’ingresso i visitatori trovano «l’albero della manna», che ricorda la fuga degli Ebrei dall’Egitto, ma anche le abitudini alimentari dell’antichità, quando la manna era un prodotto molto comune sulle tavole.

Di nuovo in cammino, con il lago che si ammira come da un lunghissimo balcone, per salire a Coiromonte, frazione di Armeno. Qui è stato creato l’orto della camomilla. Ma non si tratta del classico orticello delimitato; quando la Pro Loco ha lanciato l’idea, diversi abitanti hanno messo a disposizione degli appezzamenti, ed oggi si può parlare di «orto diffuso» su tutto il territorio della frazione.

In parallelo ha preso vita il sentiero dei meli antichi: sono trentacinque le qualità di mele, ormai introvabili, che si possono gustare) a Coiromonte. Per chi ha gambe buone, ma occorrono almeno due ore e mezza di salita, si può andare all’Alpe Zunchitt, dove a quota 1.400 si coltivano i piccoli frutti di montagna, quelli che la grande distribuzione non mette più in vendita. Più semplice invece scendere fino ad Omegna, per andare al «Museo vivente dei frutti perduti».

Qui, a Bagnella, nell’area che si chiama l’Oasi della Vita, dove gli anziani si ritrovano per tante attività, è nato un giardino dove si trovano frutti dai nomi tanto strani quanto è invitante il loro sapore: biricoccoli, azzeruoli, le pere volpine, frutta che un tempo si consumava regolarmente e che è scomparsa da decenni.

I giardini della biodiversità non si fermano qui, ma per visitare gli altri occorre l’auto: a Quarna Sotto è stato creato il «sentiero dei perché della biodiversità», un percorso didattico adatto agli studenti; a San Maurizio d’Opaglio, sempre lago d’Orta, ma la sponda occidentale, di fronte ad Orta, è stato recupero il sentiero della fontana di San Giulio che si snoda nel bosco.

A Borgomanero, nel parco di Villa Marazza è stato realizzato il sentiero delle rose antiche, inaugurato nel 2010 da Vittorio Sgarbi. Tra due mesi, ad Arola, il paese più montano del lago d’Orta, ai confini con la Valsesia, verrà inaugurata la «vigna dal prèu», la vigna del prete. La tradizione è stata ripresa nel segno della difesa della biodiversità.

Padova, nuova tecnica mininvasiva per interventi al cuore

La Stampa

Inserita una pompa cardiaca senza aprire il torace


l supporto cardiaco"Jarvik 2000"

 

Padova

Una innovativa tecnica chirurgica mininvasiva è stata impiegata al Centro Gallucci dell’Azienda Ospedaliera/Università di Padova su un paziente di 67 anni affetto da una grave cardiomiopatia dilatativa allo stadio terminale utilizzando il sistema Jarvik 2000. Senza aprire il torace è stato impiantata una pompa cardiaca a supporto del cuore, un intervento da fantamedicina fino a poco tempo fa. L’equipe del professore Gino Gerosa ha impiantando il supporto cardiaco “Jarvik 2000” nel paziente per la prima volta al mondo senza aprire lo sterno.

L’uomo, che ha superato brillantemente il decorso post operatorio, soffriva di una grave cardiomiopatia dilatativa. «Un paziente che avrebbe sopportato con parecchie difficoltà le conseguenza di una operazione con tecnica tradizionale - ha spiegato oggi il prof. Gerosa - quindi abbiamo deciso di operare nella maniera meno invasiva possibile». Il cardiochirugo ha spiegato stamane in una conferenza stampa a Padova come ha proceduto per l’operazione.

«L’approccio che abbiamo usato - ha detto - è stato quello di una piccola incisione di circa dieci centimetri sotto il pettorale sinistro, che ha permesso di ridurre con l’invasività chirurgica anche il dolore post operatorio». «La pompa assiale - ha proseguito - è stata inserita preservando l’integrità ossea della parete toracica laterale ed evitando l’apertura completa dello sterno»

Calabria, il sindaco che sfida i clan

La Stampa

Dopo le minacce a Maria Carmela Lanzetta, anche Maria Brosio, primo cittadino di Parghelia, deve fare i conti con la ‘ndrangheta


Maria Brosio, giovane sindaco di Parghelia (VV)

 

BIAGIO SIMONETTA
catanzaro

Ancora sindaci nel mirino dei clan, in Calabria. Dopo le minacce a Maria Carmela Lanzetta, primo cittadino di Monasterace (Rc) che nei mesi scorsi arrivò a rassegnare le dimissioni (salvo poi ritirarle), oggi c’è una sua collega, anche stavolta donna, a fare i conti con le pressioni della ‘ndrangheta. Lei è Maria Brosio, giovane sindaca di Parghelia (VV), piccolo comune a nord della più celebre Tropea. La scorsa notte, intorno alle 2, qualcuno ha pensato di dare alle fiamme le due automobili della Brosio, una Citroen station wagon e un’utilitaria Nissan. Ed è stata la stessa Brosio ad accorgersi dell’incendio.

Sulla matrice dolosa e sull’intento intimidatorio del gesto non ci sono dubbi. A Parghelia il clima è teso da oramai qualche settimana. I clan che controllano il territorio hanno alzato il tiro. Negli altri paesi della provincia è in corso una sanguinosa faida che semina morti con una frequenza disarmante (l’omicidio di Davide Fortuna, ucciso in spiaggia sotto l’ombrellone davanti a moglie e figli, è avvenuto a una manciata di chilometri da qui). Nel piccolo comune vibonese, invece, qualcuno non gradisce il lavoro dell’amministrazione comunale.

Il ventinove giugno scorso una bomba era esplosa davanti all’ingresso del Municipio di Parghelia e Maria Brosio non aveva nascosto i suoi timori: «Ho paura, ma andiamo avanti. Voglio capire». Poi, dieci giorni più tardi (la notte del nove luglio), le fiamme avevano colpito il portone di casa di Francesco Grillo, assessore al bilancio della giunta Brosio. Un altro segnale forte e allarmante. Stanotte l’incendio alle due vetture del sindaco, che non lascia spazio a molti dubbi.

La storia recente di Parghelia, 1300 abitanti, racconta di un comune sciolto per mafia nel 2007. Maria Brosio venne eletta il 29 novembre del 2009, subito dopo la gestione commissariale. E forse quel giorno non immaginava di finire nel lungo elenco dei sindaci calabresi finiti nel mirino delle organizzazioni criminali. Come lei Maria Carmela Lanzetta (Monasterace), Elisabetta Tripodi (Rosarno) e Carolina Girasole (Isola Capo Rizzuto). Sindache che hanno deciso da che parte stare, in Calabria.

Addio lavoro, vado a fare il giro del mondo a piedi

La Stampa
Carlo, 27 anni: «Stavo sprecando la mia giovinezza»



45 mila chilometri di leggerezza. Carlo Taglia: «Mi sento leggero come mai nella vita. Ho scelto di seguire il mio cuore, con tutta la passione che un essere umano può metterci: finora ho fatto 45 mila chilometri»

ENRICO CAPORALE
Torino

Dalla Corea del Sud alla Colombia a bordo di un mercantile. E’ solo l’ultima tappa di un viaggio iniziato lo scorso ottobre, partito dal Nepal e, attraverso India, Sri Lanka, Malesia, Thailandia, Laos, Cambogia, Vietnam e Cina, arrivato fino in America Latina. La meta è il Nepal, di nuovo. Ma in mezzo ci sono Ecuador, Perù, Bolivia, Argentina e Brasile. Poi un’altra sfida all’oceano, questa volta l’Atlantico, un assaggio di Africa, in Marocco, e un rapido passaggio in Europa per raggiungere la Russia. Infine Mongolia, Cina e, permessi permettendo, Tibet.

L’impresa di Carlo Taglia, 27 anni di Torino, è di quelle che ti cambiano la vita. Partito nove mesi fa armato solo di uno zaino e del proprio entusiasmo, Carlo ha già percorso 45.000 chilometri. Tutti senza staccare mai i piedi da terra. Grazie ad autobus sgangherati, treni affollati, scomodi mezzi di fortuna e traghetti arrugginiti, ha attraversato continenti, culture, nature incontaminate. «Perché solo così – scrive sul suo blog ( http://karl-girovagando.blogspot.com/ ) - puoi scoprire le distanze e le dimensioni reali del mondo. Solo così impari a conoscere le persone che incontri. Soffri con loro, parli la loro lingua, respiri gli stessi profumi e, giorno dopo giorno, conquisti il loro rispetto». 

Carlo lavorava in un’azienda che realizza impianti fotovoltaici, la Iek srl. Tutti i giorni il solito tran tran. Compilare moduli per richiedere gli incentivi statali, calcolare le accise sull’energia consumata, telefonate fiume con funzionari. Insomma, un sacco di burocrazia. «Mi rendevo conto che stavo sprecando gli anni migliori della mia vita a litigare al telefono o davanti a uno schermo grigio. Non riuscivo mai a essere sereno e l’irrequietezza mi stava consumando. Nel frattempo dentro me covavo il sogno di fare il giro del mondo. Giorno dopo giorno la mia sete di viaggio aumentava, fino al momento in cui mi sono detto: ora o mai più!» 

Nel 2011 Carlo ha rinunciato alla carriera e al posto fisso, in Italia tanto osannato, e ha dato le dimissioni. «Da quel momento mi sono sentito leggero come mai nella vita. Ho scelto di seguire il mio cuore, vivendo il viaggio con tutta la passione che un essere umano può metterci. Ho conosciuto le persone più stravaganti, ho improvvisato conversazioni in dialetti di cui non conoscevo neppure l’esistenza. Ho riso. Ho pianto. E, cercando il senso delle tante cose che ho fatto e delle tante persone che sono stato, ho finalmente raggiunto uno stato d’animo straordinario, sospeso tra realtà e sogno». 
Ora Carlo vuole trasformare la sua esperienza in un lavoro. L’anima gli dice che non è ancora il momento di fermarsi. E così quasi ogni giorno racconta la sua storia nel blog, rilascia interviste, scrive articoli per Greenews sulla situazione ecosostenibile dei Paesi che attraversa. 

Ha anche aperto una pagina Facebook (https://www.facebook.com/Girovagandoilmondo ). L’obiettivo è scrivere un libro. Nella speranza di ispirare altri giovani, ricordando loro, per citare Terzani, «l’importanza della fantasia, della curiosità per il diverso e il coraggio di una vita libera, vera, in cui riconoscersi».

Pena di morte ancora in 43 Paesi, ma trend positivo verso l'abolizione

La Stampa

Presentato oggi il Rapporto 2012 di Nessuno tocchi Caino "La pena di morte nel mondo"


Roma


Cina, Iran e Arabia Saudita sono risultati essere, nel 2011, i primi tre «Paesi-boia» nel mondo, ma si registra una riduzione significativa delle esecuzioni, passate dalle 5.946 del 2010 alle circa 5mila dell'anno scorso. Una parabola discendente dovuta soprattutto al calo delle persone giustiziate in Cina, scese dalle 5mila del 2010 alle 4mila del 2011. È quanto emerge dal Rapporto 2012 di Nessuno tocchi Caino "La pena di morte nel mondo", presentato oggi a Roma.

La ricerca, edita da Reality Book, conferma quella che è una tendenza ormai irreversibile verso l'abolizione della pena di morte nel mondo, dove i Paesi che hanno deciso di eliminarla - per legge o nella pratica - sono oggi 155. Il boia lavora ancora in 43 Stati, uno in più del 2011 poiché il Sudan del Sud - che ha guadagnato l'indipendenza dal Sudan nel luglio del 2011 - ha mantenuto la pena di morte.

Ancora una volta, l'Asia si conferma essere il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. A partire dalla `primatista´ Cina -circa 4mila esecuzioni nel 2011- dove si muore con un colpo di fucile sparato a distanza ravvicinata, all'Iran dove le impiccagioni in piazza sono triplicate.

Nel 2011 e nei primi sei mesi del 2012, non si sono registrate esecuzioni in 4 Paesi - Bahrein, Guinea Equatoriale, Libia e Malesia - che le avevano effettuate nel 2010. Viceversa, in quattro Paesi il boia ha ripreso a lavorare: Afghanistan e Emirati Arabi Uniti  nel 2011; Botswana e Giappone nel 2012,dove proprio in quest'ultimo, il boia ha ripreso a lavorare il 29 marzo 2012, quando tre detenuti sono stati impiccati per omicidio nelle prigioni di Tokyo, Hiroshima e Fukuoka.

Nel 2011 almeno 898 esecuzioni, contro le 823 del 2010, sono state effettuate in 12 Paesi a maggioranza musulmana. Nel 2011 e nei primi sei mesi del 2012, prosegue la ricerca, la legge coranica è stata applicata tramite impiccagione, decapitazione e fucilazione, anche se il `metodo´ più cruento rimane la lapidazione: il condannato viene avvolto in un sudario bianco; la donna è interrata fino alle ascelle, mentre l'uomo fino alla vita. Un carico di pietre viene portato sul luogo e funzionari incaricati - in alcuni casi anche semplici cittadini autorizzati dalle autorità - le scagliano contro i bersagli.

Nel periodo monitorato, non risultano condanne a morte praticate con la lapidazione, almeno a livello ufficiale. Ma il rapporto segnala un numero imprecisato di lapidazioni extragiudiziali per adulterio avvenute in Afghanistan (nelle zone controllate dai talebani), in Somalia (ad opera dei miliziani shebab) e in Mali, dove gli integralisti islamici controllano il nord del Paese.

Green Hill, i beagle restano sotto sequestro, l'allevamento no

Corriere della sera

Esulta la Lav: «Verso l'adozione definitiva dei cani»; oggi prosegue a Montichiari l'affido dei cuccioli


CatturaIl canile di Green Hill è stato dissequestrato, i cani quelli no. Quelli già affidati restano nelle braccia di chi li ha adottati (ormai oltre 600 tra cuccioli e fattrici) mentre gli altri beagle verranno affidati oggi e i prossimi giorni da Lave e Legambiente. Questa la decisione del tribunale del riesame di Brescia, che su istanza dei legali dell'allevamento di Montichiari ha azzardato una decisione «salomonica».

ESULTA LA LAV -Contenti innanzi tutto gli animalisti perchè i cani sono salvi. «La Lav - si legge in una nota- esulta e con lei tutta l'Italia civile e le persone che hanno concorso a questo grande risultato di unità di intenti». Meno contenti i legali dell'allevamento, che però di apprestano a chiedere i danni economici del sequestro, visto che ogni cane consegnato ad un laboratorio di sperimentazione vale più di 2mila euro. Resta da capire cosa sarà adesso della struttura: tra pochi giorni il Senato discuterà la legge che vieta (sul suolo italiano) l'allevamento di cani, gatti e primati per la sperimentazione. Se così sarà Green Hill, non riaprirà mai più. La struttura potrebbe essere riconvertita in un allevamento zootecnico.

Redazione Online 3 agosto 2012 | 11:19

Scoiattolo grigio: 2 milioni di euro per sterminare il «clandestino»

Corriere della sera

Per salvare quello rosso europeo. Gli esperti: «Così restano i più forti: combattere importazione e commercio»

MILANO - Gli converrebbe tingersi il manto di rosso. In caso contrario, lo scoiattolo grigio farà una brutta fine. È stato approvato pochi giorni fa un piano che prevede lo sterminio dello Sciurus carolinensis, lo scoiattolo grigio. I metodi previsti per l’eliminazione sono da film horror: avvelenamento con topicidi, inalazione di gas, rottura del collo.

 Piano contro lo scoiattolo grigio Piano contro lo scoiattolo grigio Piano contro lo scoiattolo grigio Piano contro lo scoiattolo grigio Piano contro lo scoiattolo grigio

CatturaDIFESA - Gli animalisti sono insorti a difesa di Cip: «L'eradicazione dello scoiattolo grigio com’è prospettata da Unione europea, ministero dell’Ambiente e dalle Regioni Lombardia, Piemonte e Liguria è mortificante dal punto di vista etico e clamorosamente errata dal punto di vista scientifico. Si spendono quasi 2 milioni di euro per lo sterminio ma non si vieta la commercializzazione di una delle tante specie arrivata in Europa perché qualcuno l'ha comprata in negozio e rilasciata sul territorio», tuona il presidente di Gaia Animali & Ambiente, Edgar Meyer. Mettiamo che l’opinione di un animalista puro penda dalla parte degli animali. Ecco allora il parere dell’etologo Roberto Marchesini, autore di un’infinità di libri sulla relazione tra l’uomo e le altre specie:

«Ho già visto la gassificazione di nutrie e colombi: sono state campagne fallimentari. Fatte per ridurre il numero di soggetti, hanno ottenuto il risultato opposto perché si è operata una selezione della specie: sono sopravvissuti i soggetti più forti, che si sono moltiplicati. Più si seleziona una specie, più aumenta di numero. Sarebbe molto più interessante investire in un piano per il controllo demografico e in uno studio utile per capire se il declino dello scoiattolo rosso, attribuito alla presenza di quello grigio, sia da attribuire davvero a quest'ultimo. Non si conosce la causa della decimazione di molte specie, penso agli anfibi, in particolare a tante varietà di raganelle ormai quasi scomparse».

SPECIE ALIENE - Le specie aliene come vengono chiamati gli animali alloctoni che minacciano il nostro ecosistema è lunga: si va dal pesce siluro allo scoiattolo grigio americano, dalla tartaruga azzannatrice a quella dalle guance rosse, dai gamberi killer della Louisiana ai pappagalli, dalle cozze zebrate ai visoni, dalle nutrie ai procioni. Nell’ambiente europeo sono state rilevate oltre 11 mila specie esotiche (vegetali e animali). Janez Potočnik, commissario Ue per l’Ambiente, ha dichiarato: «Il costo dei danni causati da specie invasive al nostro patrimonio naturale è valutato a 12 miliardi di euro ogni anno».

COMMISSIONE UE - La Commissione sta cercando di arginare il problema lavorando in tre direzioni: prevenzione, rilevamento precoce e reazione rapida e, infine, eradicazione di specie invasive al fine di ridurne gli effetti negativi. In quest’ultimo step rientra l’azione rivolta allo scoiattolo grigio. Ma come arrivano in Italia gli animali esotici o alloctoni? Il trasporto globale può aver prodotto l’involontario import di insetti e larve: il punteruolo rosso della palma (Rhynchophorus ferrugineus) è arrivato così.

COMMERCIO - Ma è l’uomo che rilascia nell’ambiente gli animali. «Molte specie sono state introdotte dai commercianti, che dovrebbero farsi carico delle vendite sconsiderate di animali esotici nei loro negozi: non spiegano che una tartaruga in poco tempo diventerà grande come un foglio A4 e tu dovrai condividere con lei la vasca da bagno. Non dicono quale sofferenza l’animaletto che compri al bambino patirà nel monolocale cittadino, prima che lo rilasci in un bosco o in mare», spiega Marchesini. Che aggiunge:

«Le nutrie da dove arrivano se non da quegli allevamenti per fare pellicce di castorino così in voga negli anni Settanta? Le pratiche venatorie sono un altro problema: vengono immesse specie nell’ambiente su richiesta dei cacciatori, e quando quella specie si è ambientata e riprodotta fuori misura, si chiamano i cacciatori, che sono l’origine del problema, per risolvere il problema: è successo per i cinghiali in molte zone d’Italia. I pesci siluro? Li hanno voluti i pescatori. Tutto ruota attorno all’uomo, ma chi ne fa le spese sono sempre gli animali».

MINACCE - Cosa succede quando una specie aliena, tartaruga o scoiattolo che sia, è introdotta nell’ambiente di fianco a una specie autoctona? «La nostra tartaruga (Testudo hermanni) si è trovata in difficoltà perché quelle dalle orecchie rosse, più voraci, hanno sottratto cibo: la catena alimentare è la stessa. Un altro rischio è che accoppiandosi con la Testudo graeca, ad esempio, generi ibridi sterili. Le minacce sono di vario tipo: possono arrivare soggetti con maggiori capacità di acquisizione delle risorse e che si riproducono».

Il responsabile è sempre l’uomo. Lo scoiattolo grigio fu portato in Italia da un diplomatico americano nel 1948, e rilasciato in un parco di Torino. La cozza zebrata pare sia arrivata attaccata alle chiglie delle imbarcazioni. I pappagalli sono scappati o sono stati liberati da qualche gabbia. Le tartarughe davano fastidio nella vasca da bagno. E ora 1.930.000 euro verranno investiti in nome della salvaguardia della biodiversità per gasare gli scoiattoli grigi. È la logica umana.

Anna Tagliacarne
3 agosto 2012 | 11:47

America, un pollo contro le nozze gay Anche il fast food si schiera

Corriere della sera

E i clienti conservatori fanno la fila per solidarietà:  I ristoranti della catena sono stati presi d'assalto

Dan Cathy, capo della catena di ristorazione Chick-fil-A e nemico giurato dei matrimoni gayDan Cathy, capo della catena di ristorazione Chick-fil-A e nemico giurato dei matrimoni gay


NEW YORK - A Marco Pannella, che ha passato una vita a sostenere coi digiuni le battaglie per le sue idee, verranno i brividi a vedere migliaia di conservatori che da un angolo all'altro dell'America manifestano il diritto al «free speech» di Dan Cathy, capo della catena di ristorazione Chick-fil-A e nemico giurato dei matrimoni gay, divorando pasti ipercalorici in un «fast food».

Il caso, come spesso accade negli Usa, nasce da una vicenda banale che una serie di interventi incrociati e imprevedibili trasformano in un incendio difficile da domare. Cathy, che già in passato era sceso in campo contro le unioni omosessuali e che da anni finanzia con la sua azienda gruppi della destra religiosa come «Focus on the Family», è uscito di nuovo allo scoperto due settimane fa con un'intervista a una testata confessionale, The Baptist Press . Ha ribadito con vigore che Chick-fil-A (una catena con 1.610 punti di ristorazione, specializzata in sandwich di pollo), da azienda a conduzione familiare crede nei valori della famiglia tradizionale: quella che nasce dall'unione tra un uomo e una donna.

Stavolta non è passato inosservato come in passato: prima i boicottaggi annunciati dalle associazioni gay, poi l'attacco dei sindaci liberal di alcune metropoli americane. Quello di Boston, Tom Menino, ha minacciato di mettere al bando i Chick-fil-A nella sua città, mentre il suo collega di Washington, Vincent Gray, ha accusato la catena di fast food di vendere i «polli dell'odio». Poi è sceso in campo con una minaccia di boicottaggio anche il primo cittadino di Chicago, Rahm Emanuel, cosa che ha finito per tirare in ballo indirettamente anche Barack Obama del quale Emanuel è stato capo di gabinetto alla Casa Bianca fino al 2010.

Ma quando la «speaker» del consiglio comunale di New York, Christine Quinn (gay, si è appena sposata) ha chiesto la chiusura del ristorante della catena di Dan Cathy che opera a Manhattan, davanti alla New York University, il sindaco Michael Bloomberg - che, pure, è un grande combattente per i diritti degli omosessuali - è sceso in campo per stigmatizzare ogni tentativo di boicottaggio. E anche il «New York Times», la voce più autorevole dell'America progressista, si è mosso con un editoriale nel quale sostiene che le parole dell'imprenditore sono da condannare, ma rientrano nella libertà di esprimere qualunque opinione; una libertà garantita dalla Costituzione. Idee da condannare, ma questo gesto non può spingersi fino al punto di «boicottare un business il cui titolare non la pensa come noi».

Davanti alla reazione eccessiva dei movimenti gay e dei «liberal», i conservatori non sono stati a guardare: l'ex governatore dell'Arkansas ed ex candidato alla Casa Bianca, Mike Huckabee, è sceso in piazza per dare il suo sostegno a Dan Cathy e ha invitato gli americani a fare altrettanto andando a mangiare in massa nei ristoranti della catena. Huckabee ha fissato l'appuntamento per mercoledì (l'altro ieri) da lui ribattezzato «giornata della gratitudine per Chick-fil-A». Subito seguito da Rick Santorum e da altri politici della destra religiosa, Huckabee è stato attaccato da molti commentatori:

«Ma come, lui che è diventato celebre per le sue lotte contro l'obesità, per aver perso 50 chili in eccesso e che ha scritto un libro nel quale invita gli americani a non scavarsi la fossa con forchetta e coltello, ora li spinge verso un "fast food" a mangiare un sandwich di pollo da 1.080 calorie e a bere un frappè da 590?» ha protestato Dana Milbank in un editoriale pubblicato dal Washington Post.
Ma sono in molti quelli che hanno ascoltato più Huckabee che gli appelli salutisti: mercoledì i ristoranti della catena sono stati presi d'assalto. Da Chicago alle città del New Jersey fino ad Atlanta, sede della società di Cathy, si sono formate file lunghissime di gente che ha aspettato anche un'ora sotto il sole per offrire il suo tributo ideologico-calorico.

Vendite record, ha dichiarato in un comunicato Chick-fil-A, senza tuttavia dare cifre. La società, probabilmente, ora vorrebbe tornare alla normalità. La polemica nazionale l'ha fatta conoscere a tutti e nell'immediato fa entrare più gente nei suoi ristoranti, ma alla lunga può essere nociva: la compagnia non smette di sottolineare che, pur essendo ideologicamente contraria alle unioni omosessuali, non ha mai fatto alcuna discriminazione tra i suoi 20 mila dipendenti (tra i quali molti gay), né tra i clienti.

Troppo tardi: irritate dal successo della «giornata della gratitudine», le associazioni dell'orgoglio omosessuale hanno già annunciato una contromanifestazione. Oggi la loro gente andrà a baciarsi davanti agli ingressi dei Chick-fil-A. Probabilmente a questo punto l'azienda staccherebbe volentieri la spina. Nel frattempo c'è qualche altro che ha provato a gettarsi nella mischia: Jim Furman, padrone di una società che gestisce in franchising 73 ristoranti in Sud e Nord Carolina della catena Wendy (molto più grande di Chick-fil-A e specializzata in piatti di manzo) ha fatto mettere davanti ai suoi «fast food» cartelli di solidarietà nei confronti della società rivale e a sostegno alle posizioni di Dan Cathy. Ma dal quartier generale di Wendy, in Ohio, è arrivato un altolà, e i cartelli sono spariti in un baleno.

Massimo Gaggi
3 agosto 2012 | 8:59

Come spiegare ai nostri figli che d'amore non si muore

Enza Cusmai - Ven, 03/08/2012 - 09:12

Nel Viterbese un sedicenne si è impiccato dopo essere stato lasciato dalla fidanzatina. Spetta agli adulti insegnare come vivere la passione


I suoi genitori non sentiranno più il tocco leggero del suo violino. Quello strumento gli aveva fatto scegliere il prestigioso Conservatorio di Santa Cecilia. Ma il legame con la musica era meno forte di quello con la sua ragazza. E quando dopo un litigio lei lo ha lasciato, lui non ce l'ha fatta a sopportare il peso di quell'assurdo dolore. Ha chiuso con la vita. In modo brutale, d'istinto, usando una corda per appendersi all'albero nel giardino della villa di famiglia a Ronciglione, vicino a Viterbo.



Così l'amore ha spazzato via la vita di un sedicenne. È morto sotto gli occhi della madre che ha scoperto il suo corpo appeso, penzolante come un sacco vecchio. Spettacolo devastante condensato in un urlo straziante che ha fatto accorrere il padre, un veterinario. Lui ha allentato la stretta al collo del figlio, ha provato a rianimarlo, a trasmettergli un alito di vita, inutilmente. Il giovane è spirato pochi minuti dopo l'arrivo all'ospedale. E ora come si possono consolare quei genitori? Le analisi, a tragedia avvenuta, non servono più. Però si può cercare di ragionare su come prevenirne altre. Un esperto in amore ha molte cose da dire. A cominciare dalla cattiveria diffusa nei giovani. «A volte le ragazzine giocano con i sentimenti, sono crudeli. E i ragazzi più intelligenti e più sensibili sono in pericolo - spiega Francesco Alberoni - mentre lo sbruffone, l'imbroglione, il ragazzo superficiale non è in pericolo, diventa a sua volta un pericolo per l'altro sesso».

Ma può bastare per spiegare un gesto così estremo? «No, ma l'amore - aggiunge - quando va bene produce felicità, quando va male porta dritto alla disperazione. E per stare bene bisogna evitare gli estremi». Sembra facile quando hai sedici anni e i sentimenti li esasperi che facciano bene o male. Ma qui scatta la responsabilità degli adulti. «I genitori spesso non offrono nessuna informazione ai propri figli sui processi amorosi. Loro stessi dovrebbero cominciare a leggere e a studiare come nasce l'amicizia, i meccanismi del primo amore. Spesso si basano sulla loro esperienza, pensano di sapere tutto e di dare il buon esempio ai propri figli». Ma, in effetti, quanti adulti sanno distinguere una cotta che per sua natura non dura e il vero innamoramento che ha un'elevata possibilità di durata? E quanti sanno spiegare ai ragazzini che anche se si soffre come bestie quando un legame si spezza, la vita deve andare avanti?

«Chiusa una porta si apre un portone» un detto che vale per tutte le cose importanti della vita. Ma se uno non si fida dei proverbi dovrebbe leggere Innamoramento e amore dove il professor Alberoni spiega i meccanismi mentali che gli adulti neppure si immaginano. E infatti soffrono a loro spese. «Un terzo delle donne che ho conosciuto hanno pensato al suicidio. Ci sono andate vicino, hanno comprati i barbiturici per farla finita e tutto per una delusione amorosa». Dunque c'è molto da imparare. L'amore è una scienza e come tale va compresa e assimilata. «Posso consigliare ai genitori di leggere, di studiare per essere in grado di spiegare ai propri bambini come nasce un'amicizia, il primo amore e raccontare loro come non farsi sopraffare dal dolore di una delusione.

Anche a undici anni bisogna essere conoscere un processo emotivo, anche la cotta a cinque anni presenta un rischio». Ma gli adulti non sono pronti. E neppure loro a volte sanno che l'amore è fatto di ombre e che una passione può non durare per sempre. «In Italia tanti uomini non rassegnati uccidono la propria donna all'ultimo appuntamento» racconta Alberoni «le coppie si presentano sull'altare per promettersi amore eterno, una pratica priva di senso. Ciascuno racconta le balle che vuole e l'amore diventa spesso una recita. Ecco perché i bambini vanno in crisi quando i genitori si separano. Nessuno si preoccupa di dire la verità».

Il marchio di Milano sul panettone di Vicenza

Maria Sorbi - Ven, 03/08/2012 - 09:14

Pasticcieri in rivolta: a preparare il dolce "sponsorizzato" dalla città sarà una ditta veneta


Quaranta gradi all'ombra, la città semi deserta per le ferie d'agosto. Il clima più bizzarro insomma per far scoppiare «la guerra del panettone». Eppure la rabbia dei pasticceri milanesi monta come panna per lo scherzetto tirato dal Comune di Milano. Ma andiamo con ordine. Palazzo Marino eredita dalla precedente amministrazione Moratti (e valorizza) il progetto del «Brand Milano», per creare una serie di prodotti legati alla città.


Tra questi il principe è per l'appunto il panettone, incontrastato simbolo meneghino. L'obbiettivo è sdoganare il dolce dalle feste natalizie e proporlo come snack tutto l'anno: una fetta da 80 grammi in confezione singola sui banconi dei bar o in pasticceria, di fianco ai croissant o alle altre brioche, da accompagnare al cappuccio del mattino o per merenda, anche a luglio. Tuttavia a rifornire i bar sarà la Loison. Una pasticceria con tutti i crismi del caso, al lavoro da generazioni fin dal 1938, in grado di sfornare ottimi panettoni artigianali secondo la ricetta doc.

Ma, ahimé, è di Costabissara, comune in provincia di Vicenza. In sostanza a modernizzare il panettone che porterà il marchio Milano sarà un'azienda veneta. Non milanese né lombarda. Una gaffe che proprio non va giù ai pasticceri. «Non c'è da essere contenti» commenta lapidaria Erminia, pasticceria San Carlo, vicino a corso Magenta. «Noi il panettone lo facciamo da 50 anni e siamo, con le altre pasticcerie artigianali di Milano, tra i migliori al mondo. Abbiamo clienti che hanno ordinato panettoni da 5 chili da portare in vacanza».

Uno smacco non poter rifornire i bar milanesi con le fette farcite di uvetta.C'è da precisare che il contratto è stato firmato con la Loison non certo per fare un dispetto agli chef meneghini ma perché l'azienda è stata in grado di assicurare una fornitura costante e di una quantità consistente per tutto l'anno in modo da rifornire con continuità gli scaffali di aeroporti e punti vendita vari. Al contrario parecchi produttori milanesi, più piccini, non sarebbero stati all'altezza della sfida.

Ma per loro arriverà presto il momento del riscatto: a breve il Comune aprirà un bando riservato esclusivamente a milanesi e, semmai, lombardi, senza fare torti alle pasticcerie che fanno i conti con crisi e diete. Per ora si cerca di abituare il palato di turisti e milanesi ad assaporare il dolce natalizio in svariate occasioni, così come il progetto originario fortemente voluto dall'ex sindaco Letizia Moratti voleva. «È assolutamente geniale l'idea della fetta di panettone - commenta ora l'assessore all'Urbanistica Lucia De Cesaris -

L'iniziativa, avviata nella primavera dello scorso anno, e anticipata dalla distribuzione dei panettoni fasciati di rosso da mezzo chilo lo scorso autunno, ora ha avuto il via ufficiale alla distribuzione, con l'intenzione di coinvolgere il vicesindaco Guida e Milano Ristorazione perché il nostro panettone sia consumato anche nelle scuole». Per la verità anche altri prodotti del Brand Milano restano di importazione extra Milano ed extra Europa ma, assicura l'amministrazione, in occasione del prossimo bando si punterà sui prodotti «made in Italy».

Di 51mila euro le royalty attese dal Comune, «che quest'anno pensiamo possano essere superate», ha detto l'assessore al Commercio Franco D'Alfonso, su 500mila euro di fatturato all'anno. Inoltre si pensa anche ad aprire un negozio del brand. In esposizione ci sarà di tutto: gadget, portachiavi, peluche, felpe con la scritta Milano, caschi per lo scooter con la fascia rossa. E ancora, biciclette hi-tech. «Simboli - spiega D'Alfonso - della creatività, del gusto, della tradizione e della innovazione milanese. E ognuno, cittadini o turisti, potrà con questi oggetti portare con sé un pezzo della città».

Il «buco» con vista Ponte Vecchio, sotto gli occhi dei turisti

Corriere della sera

Due giovani si drogano su una delle pigne del ponte. Sono intervenuti i vigili urbani: denunciati


FIRENZE - Ponte Santa Trinita, sono le 15.30. C’è il solito via vai di turisti e passanti, macchine, motorini e biciclette. Nessuno li può vedere, se non si sporge dalla spalletta. Loro sono accovacciati su una delle pigne, proprio di fronte a Ponte Vecchio. Lei stringe un laccio attorno al braccio di lui. Ci vuole qualche minuto per trovare la vena giusta. Poi il ragazzo tira fuori la siringa e si buca.
E’ successo ieri, in pieno centro storico. A vedere i due giovani assumere droga è un corriere che passava nel lungarno. E' stato lui ad avvertire i vigili urbani. Una pattuglia arriva e gli chiede ai ragazzi di allontanarsi, stando attenta a non far degenerare la situazione: si sposta di qualche metro e attende che i ragazzi facciano quanto chiesto. Intanto lui finisce di bucarsi, i due si baciano, poi barcollanti si mettono in strada.


Comincia così un vero e proprio pedinamento. I vigili li hanno seguiti in Borgo San Jacopo e via Guicciardini, alcune vie dell'Oltrarno. Nelle vicinanze di Ponte Vecchio entrano in un bar, prendono una birra ed escono senza pagare. «L’hanno rubata», grida la proprietaria. Loro scappano verso Santo Spirito, provano a nascondersi dentro un palazzo. E non si accorgono di essere tenuti sotto controllo dagli agenti. Una volta arrivati rinforzi delle forze dell'ordine, scatta per loro il fermo identificativo. Alla fine i due giovani, entrambi con precedenti penali, sono stati denunciati per getto di cose pericolose in Arno, secondo i vigili hanno tentato di buttare la siringa, e furto aggravato. Sono stati inoltre segnalati in prefettura, come facenti uso di stupefacenti, per un'eventuale revisione della patente. La ragazza era sotto procedimento penale del questore che le vieta di avvicinarsi a persone tendenzialmente delittuose. Ed essendo il giovane con precedenti, è stata segnalata per non averlo ottemperato.


Federica Sanna
01 agosto 2012 (modifica il 02 agosto 2012)

Ilva, Cobas contro sindacati "La rovina dell’Italia siete voi"

Libero

Blitz degli autonomi a piazza Vittoria: fumogeni e insulti. I sindacalisti costretti ad andarsene scortati dalla polizia


Landini (Fiom) : "Era una cosa preordinata". I contestatori sostengono la necessità di chiusura immediata dell'impianto per interrompere la diffusione di inquinanti


CatturaSono dovuti scendere dal palco e andarsene con la coda tra le gambe scortati dalla polizia. I leader sindacali non hanno potuto neanche finire loro discorso che si erano preparati sull'Ilva. Fumogeni, spintoni e urla hanno prevalso sulle parole. Anche su quelle di Maurizio Landini, segretario della Fiom, che si è dovuto fermare sul più bello dell'arringa.

I contestatori, giunti nel cuore di Piazza della Vittoria a Taranto dove era stata organizzata la manifestazione a bordo di un furgoncino da cui diffondevano fumogeni colorati, sono stati invitati dagli organizzatori della manifestazione sindacale a prendere la parola dal palco. Ma hanno preferito continuare a urlare slogan come "La rovina dell’Italia siete voi".

"Sì ai diritti no ai ricatti: occupazione, salute, redditi, ambiente' hanno scritto su un manifesto il gruppo dei contestatori, per lo più militanti dei centri sociali e dei Cobas che sostengono la necessità di chiusura immediata dell'Ilva per interrompere la diffusione di inquinanti. "Questi sindacati non ci rappresentano - ha detto uno di loro, operaio dell'Ilva - hanno tirato fuori il peggio di noi, il peggio di questa città. In quella fabbrica - ha aggiunto - non ci sono diritti, non c'è dignità.

C'è abbandono totale. Noi conosciamo i nostri problemi e chi ci rappresenta. Se un segretario interviene a un'assemblea manifestando solidarietà a otto persone che ci hanno sottomessi, perseguitati, minacciati e avvelenati - ha concluso il lavoratore - è un sindacato che non conosce i nostri diritti o è troppo assoggettato all'azienda".

"La controparte è l'Ilva che deve fare gli investimenti, le divisioni sono da evitare", ha commentato Landini sostenendo che "era una cosa preordinata poichè sono arrivati in piazza e hanno staccato i fili del microfono, forse c'è stato qualcosa che non è andato nel senso giusto dal punto di vista del servizio d'ordine. Comunque nulla toglie al valore di una manifestazione che in queste proporzioni non c'era mai stata in questa città finora". Sconcerto tra i politici presenti in piazza:

"E' incredibile ed assurdo quello che è avvenuto - hanno commentato i deputati Ludovico Vito (Pd) e Stefano Saglia (Pdl)- si è consentito che un camioncino entrasse nella piazza ed arrivasse sin sotto il palco. Questo è assurdo. La responsabilità dell’ordine pubblico non spettava al servizio d’ordine del sindacato ma alle forze di polizia". E’ chiaro che è stata rubata la piazza ai lavoratori: questo il commento del segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, all’interruzione del comizio dei leader Cgil, Cisl e Uil, ad opera di un folto gruppo di contestatori. "E' chiaro - ha detto Camusso - che in una vertenza così complicata tra i lavoratori possono emergere opinioni diverse".

I contestatori hanno poi preso la parola con un impianto audio montato sul 'tre ruote' giunto nella piazza e, dopo aver preso le distanze dai sindacati, hanno anche letto un comunicato per ricordare il 32o anniversario della strage di Bologna. Le forze dell'ordine in assetto antisommossa si sono compattate in un cordone. "Andiamocene altrimenti ci caricano", dicono al megafono i rappresentanti dei Cobas, che urlano: "Lo facciamo per i nostri figli".

Asia, paradiso dei predatori di cani

La Stampa

In molti paesi vengono destinati al consumo alimentare, in Cina la gente si è opposta a una legge per impedire questa barbarie



Cani costretti in gabbie minuscole (foto d'archivio)

 

Lorenzo Cairoli*

In molti paesi asiatici i piatti a base di carne di gatto e soprattutto di cane sono considerati una vera leccornia. I più grandi mangiatori al mondo di carne di cane sono i coreani, che condividono il primato insieme ai maori e agli hawaiani. Il Signor Park gestisce a Roma il ristorante "Hana" in Piazza Manfredo Fanti, zona Esquilino. Con parole pacate, mi spiegava pochi giorni prima della mia partenza per la Colombia che il cane in Corea non si mangia tutto l'anno e soprattutto che i cani da cucina sono solo alcune specie, allevate appositamente.

"La zuppa di cane è un piatto estivo - mi confidò con un sorriso il Signor Park -. Quando si è spossati dal caldo non c'è nulla di meglio di una zuppa di cane. Rigenera e corrobora". Non riuscì a trattenere un sorriso. Me l'aveva spiegata come una specie di Gatorade in tazza. Ma lui, vedendomi scettico, mi raccontò di suo suocero. Suo suocero lavorava per l'Enel coreano. Un giorno fu vittima di un gravissimo incidente sul lavoro. "Aveva ustioni su tutto il corpo - mi disse - I medici scuotevano il capo e lo davano per morto". Rimase settimane in bilico tra la vita e la morte e allora sua moglie che si inventò? "Gli cucinò tutti i giorni zuppa di cane, e quella zuppa, alla fine, gli salvò la vita".

Voraci consumatori di carne di cane sono anche i cinesi e i vietnamiti. Durante le Olimpiadi del 2008 il regime impose a 112 ristoratori di Pechino di eliminare tutti i piatti a base di carne di cane dai loro menù per non urtare la sensibilità degli atleti e dei turisti stranieri. Ovviamente, quando le Olimpiadi finirono, il cane tornò a fumare sulle tavole dei pechinesi. Al ristorante "Guolizhuang" del cane cucinano addirittura il pene, adagiato su un letto di lattuga o in una coppetta di cristallo, nemmeno si trattasse di un cocktail di scampi.
  
Nel 2010, per la gioia degli animalisti cinesi, si ipotizzò un disegno di legge che avrebbe reso illegale il consumo di carne di cane e di gatto in Cina, a colpi di ammende da 50 mila huan e fino a 15 giorni di carcere per i tragressori. La notizia scatenò un putiferio. Il 64% dei cinesi si oppose a questo disegno di legge, mentre in rete la questione fu oggetto di roventi polemiche. Al governo si contestava l'applicazione di uno standard etico occidentale che faceva a pugni con le tradizioni culturali cinesi.

Anche perchè se questa pratica gastronomica può apparire agli occhi di un occidentale come una barbarie, per i cinesi invece è tradizione secolare. La carne di cane viene cucinata e mangiata in Cina fin dai tempi di Confucio. In passato si mangiava nelle situazioni di penuria alimentare, in tempi più recenti per l'estremamente presunto beneficio alla circolazione del sangue e all'energia Yang. La carne di cane è molto diffusa tra le popolazioni del nordest dove è patrimonio della cucina etnica coreana, in Guangdong, in Guangxi e nella prefettura autonoma dello Yanbian.

Anni dopo, la situazione è più o meno la stessa. La cinofagia continua ad essere legale in molte regioni della Cina, nonostante il governo minacci sanzioni contro i trasgressori. E nonostante il comportamento ambiguo della polizia che volte irrompe nei macelli dove i cani vengono torturati con scariche elettriche, ustionati con la fiamma ossidrica, scuoiati ancora vivi - secondo gli asiatici la carne di cane diventa afrodisiaca solo se l'animale muore con grandi sofferenze - ma poi permette ai proprietari di cavarsela con poco.

Chiusure temporanee dei macelli, ammende risibili. Nel 2011 le autorità vietarono il Jinhua Hutou Dog Meat Festival, una vera e propria mattanza canina. Ma quando gli animalisti intercettano camion di cani destinati alla macellazione la polizia è restia a intervenire e se lo fa è solo per restituire i cani ai loro aguzzini. La maggior parte dei cani che si consumano oggi in Vietnam e in Cina arriva da paesi che non sono soliti mangiare questa carne, come la Cambogia e la Thailandia. In Thailandia l'epicentro del traffico è a nord-est, nell'arida e poverissima regione di Isan, soprattutto nelle province di Mukdahan, Nakhon Phanom, Roi Et e Ubon Ratchathani, paradiso dei dognappers, dei predatori di cani. Qui gli abitanti non mangiano carne di cane: la cultura buddista disapprova l'uccisione dei cani randagi e per questa ragione le strade ne sono piene.


* Scrittore, sceneggiatore, gourmet e blogger globetrotter, racconta il mondo di oggi e le sue contraddizioni

Quando le palme crescevano al polo Sud

Corriere della sera

Durante il massimo termico dell'Eocene 52 milioni di anni fa

La localizzazione del carotaggio effettuato in Antartide davanti alla costa della Terra di Wilkes (da Nature)La localizzazione del carotaggio effettuato in Antartide davanti alla costa della Terra di Wilkes (da Nature)

MILANO - Studiare il passato per capire il presente e anticipare il futuro. Per le previsioni sul clima, l'analisi del passato è la chiave per comprendere dove porterà l'attuale fase di riscaldamento globale, dopo che è stata per l'ennesima volta dimostrata l'influenza umana come causa principale per l'innalzamento delle temperature negli ultimi due secoli.

PETM - I geologi conoscono bene il massimo termico dell'era Terziaria, che si verificò nell'Eocene inferiore tra 55 e 52 milioni di anni fa, periodo che è chiamato Petm (Paleocene-Eocene Thermal Maximum) quando il contenuto di anidride carbonica era più del doppio dell'attuale (ora è di 396 ppm di CO2) e la temperatura media globale era di 6 gradi superiore, ma ai poli raggiungeva anche i 10-20 gradi di media annua.

Il motivo di tale rapido innalzamento delle temperature non è stato ancora del tutto identificato, probabilmente si è trattato di un'azione congiunta di vari fattori, innescata da potenti eruzioni vulcaniche e dalla diversa circolazione delle correnti oceaniche, che hanno portato - insieme ad altri elementi - all'amplificazione degli effetti con un meccanismo di feedback che ha provocato il rilascio di gas serra (principalmente metano) intrappolato nei sedimenti marini.

PALME - Ora un gruppo internazionale di ricerca, guidato da studiosi della Goethe University e dal Centro di ricerca sulla biodiversità e il clima di Francoforte, hanno analizzato il clima che ha caratterizzato il polo Sud durante il Petm grazie a una campagna di carotaggi nei sedimenti di fronte alla costa della Terra di Wilkes in Antartide orientale. Il risultato è stata la scoperta di pollini di palme e degli antenati del baobab che prosperavano nel clima caldo dell'Antartide. Lo studio è stato pubblicato il 2 agosto su Nature.

Il clima sulle coste era molto più caldo dell'attuale, le temperature erano in media di 10 gradi, cresceva una vegetazione semitropicale anche a latitudini elevate (70 gradi sud), dove in inverno la notte polare rende per tre mesi la luce molto scarsa o addirittura assente. I reperti ottenuti dimostrano che difficilmente la temperatura scendeva sotto lo zero. All'interno dell'Antartide invece faceva più freddo, e c'era una vegetazione caratterizzata dalle Araucarie, come oggi in Nuova Zelanda.

TENDENZA - Al tasso attuale, i livelli di CO2 dell'Eocene saranno raggiunti in alcuni secoli (l'aumento di anidride carbonica è di poco più di 2 ppm all'anno), anche se - ha dimostrato la ricerca - il livello di CO2 da solo non è sufficiente a spiegare l'aumento delle temperature riscontrato al polo Sud.


Paolo Virtuani
2 agosto 2012 | 15:44

Ubriaco? Ma quanto? Senza test non sempre è reato

La Stampa

Nel caso in cui non sia possibile stabilire, al di là di ogni ragionevole dubbio, se il tasso alcolemico è superiore al limite di 0,8 g/l, il trasgressore deve ritenersi responsabile dell’ipotesi meno grave ormai depenalizzata.

Il caso

Un uomo sulla cinquantina è condannato, in primo e secondo grado, per aver guidato in stato di ebbrezza e per essersi rifiutato di sottoporsi ad accertamento alcolemico. Reati unificati sotto il vincolo della continuazione e condanna ad un mese di arresto, 900 euro di ammenda e sospensione della patente per un mese. L’automobilista, in forte stato di alterazione, aveva speronato alcune auto in sosta e aveva opposto un rifiuto alla richiesta degli agenti di sottoporsi al test alcolemico. L’imputato ricorre per cassazione giudicando gli elementi sintomatici rilevati dalla Procura non idonei a dimostrare la sussistenza dello stato di ebbrezza.

La Cassazione – con la sentenza 18134/12 - ritiene entrambi i fatti ascritti all’imputato non previsti come reato. Per quanto riguarda lo stato di ebbrezza, è vero che – come sottolinea il Collegio - «può esser accertato con qualsiasi mezzo e quindi anche su base sintomatica, indipendentemente dall’accertamento strumentale». Ma, d’altro canto, è vero anche che – si legge in sentenza - «qualora non sia possibile stabilire, al di là di ogni ragionevole dubbio, se il tasso alcolemico era superiore al limite di 0,8 g/l il trasgressore doveva ritenersi responsabile, in nome del principio del favor rei, dell’ipotesi meno grave (fascia A), attualmente depenalizzata». Nel caso di specie gli elementi sintomatici non permettono di individuare un preciso «gradiente di etilemia», pertanto gli Ermellini annullano senza rinvio la sentenza impugnata.

Attentato in Bulgaria, diffuso l'identikit dell'attentatore

Corriere della sera

L'Interpol ha diffuso l'immagine del presunto attentatore suicida che due settimane fa fece saltare un bus di israeliani a Burgas

L'identikit del kamikazeL'identikit del kamikaze

Forse una svolta sull'attentato che due settimane fa, il 18 luglio, fece saltare in aria un autobus di turisti israeliani in vacanza in Bulgaria. l'Interpol ha chiesto a tutte le sedi internazionali di diffondere l'identikit del presunto attentatore.

IL DISEGNO - L'attenato suicida all'aeroporto di Burgas sul Mar Nero era costato la vita a cinque persone dello stato ebraico e all'autista locale. L'immagine mostra un giovane uomo di pelle bianca, occhi chiari, fronte alta, folta capigliatura castana. «Il viso del kamikaze all'aeroporto di Burgas è stato ricostruito con l'aiuto di tecnologie moderne e sulla base dei dati disponibili», ha spiegato il ministero dell'Interno, che ha chiesto ai cittadini di comunicare «ogni informazione legata all'uomo su questa foto».

 Bulgaria, ecco il volto del kamikaze anti israeliano Bulgaria, ecco il volto del kamikaze anti israeliano Bulgaria, ecco il volto del kamikaze anti israeliano Bulgaria, ecco il volto del kamikaze anti israeliano Bulgaria, ecco il volto del kamikaze anti israeliano

ANALISI GENETICHE - Resti della testa del kamikaze sono stati ritrovati dopo la deflagrazione di due settimane. Finora non c'è nessun'altra traccia sull'identità dell'attentatore. I campioni di tessuto per le analisi genetiche non hanno prodotto alcun riscontro in alcun database mondiale consultato.

DIPLOMAZIA - La scorsa settimana il primo ministro bulgaro Boiko Borisov aveva dichiarato che dietro l'attentato si nasconde una sofisticata rete di cospiratori, confermando quindi il sospetto che il kamikaze non avrebbe quindi agito da solo. Israele ha attribuito l'attacco all'Iran e ai gruppi ad esso collegati, fra cui gli estremisti libanesi di Hezbollah. Teheran ha respinto le accuse e Sofia non ha puntato il dito su nessuno per l'attentato.


Redazione Online2 agosto 2012 | 16:25