giovedì 2 agosto 2012

Se il bon ton lo decidono i giudici

Marco Zucchetti - Gio, 02/08/2012 - 09:14

Se prendiamo per buona la massima di Benjamin Disraeli «quando gli uomini sono puri, le leggi sono superflue», l'unica conclusione possibile è che gli italiani sono sozzi, luridi e turpi fino al midollo. Perché per metterli in riga le leggi non bastano. Servono sentenze, giurisprudenze e una Cassazione sempre più spesso chiamata ad occuparsi di inciviltà, turpiloquio e vaniloquio. Lo Stato etico è finito, un esodato del Novecento.

Il Terzo millennio sarà nelle mani (e nelle sentenze) del Tribunale della Maleducazione.L'ultimo caso si è aperto in zona pubica. Dire «non hai le palle» a chiunque - flipper guasti esclusi - costituisce reato: ingiuria lesiva delle virtù del genere maschile. Ma la scala di gravità degli insulti è lunga, ripida e soprattutto a chiocciola. Le involuzioni tra gradi di giudizio e ricorsi sono infinite, i casi talvolta esilaranti. E la macchina della giustizia, sempre più simile a una vecchia zia fissata con le buone maniere, si accartoccia su inutili procedimenti lunghi anni che ne paralizzano l'attività.

AMORE LITIGARELLO

Accade così che «puttana» valga un reato, anche se rivolto a una professionista («c'è modo e modo», direbbe Abatantuono rivolto alla bella Vassilissa in Mediterraneo); mentre «criminale assassino» urlato al marito violento è lecito pure in assenza di omicidio.

RAGION POLITICA

«Buffone» gridato a Berlusconi vale al massimo una menzione d'onore, invece «cretino» detto tra consiglieri comunali è reato perché «sottende una concezione degradante del potere pubblico» E ancora: «Azzeccagarbugli» riferito al sindaco è un'ingiuria che nemmeno due capponi in dono possono emendare, mentre «razzista» detto a un militante di Forza Nuova è sacrosanto, ché «il razzismo è connaturato all'ideologia di estrema destra». Al contrario, l'accusa di essere «ladro e imbroglione» mossa da un professore a un preside non è reato «se detto nell'esercizio delle funzioni sindacali». Siamo alla Rsu degli insulti.

PARI OPPORTUNITÀ

«Frocio» per il Tar non è reato, per la Cassazione sì, perché comunica «derisione e scherno». Ma è reato pure rivelare l'omosessualità altrui senza deriderlo né schernirlo, quindi per sicurezza è meglio non toccare proprio l'argomento. «Sporco negro» è reato, anche se forse per arrivarci non serviva una Corte, mentre a sorpresa è «discriminatorio» affermare che «sarebbe preferibile una gestione maschile» di un ente.

MINACCE VAGANTI

Capitolo divertente quello sulle minacce vere o presunte. «Lei non sa chi sono io» è reato, perché «intimidisce e limita la libertà psichica». Proprio come il «ti boccio» detto dal professore allo studente, in cui si ingenera «forte timore che lede la libertà morale».

SIAMO UOMINI O CAPI?

Sul lavoro, poi, le differenze sono profonde. Dire «pazzo» al superiore non è reato, anzi è «critica costruttiva»; così come per un «vaffanculo» non si è passibili di licenziamento, dato che «non compromette il rapporto fiduciario con l'azienda»; al contrario, apostrofare con «rompiscatole», «stronzo» o «non capisci un cazzo» un sottoposto è reato, in virtù della «continenza espressiva» a cui sono tenute le gerarchie più alte.

GALATEO DI STATO

Spesso, però, anche la cafonaggine diventa materia di legulei e magistrati. Scrollare le briciole della tovaglia dal terrazzo non è reato, mentre un condizionatore rumoroso diventa oggetto di reato solo se disturba tutti i condomini. Se qualcuno non si lamenta, non è più reato. Fare pipì in pubblico è reato «anche se i genitali non sono visibili o se la minzione avviene in ombra», così come grattarsi i suddetti davanti a terzi, azione «contraria alla decenza».Intasare i tribunali di queste cause, invece, è contrario al buonsenso. Ma una sentenza che lo dica, purtroppo, ancora non c'è.

Ucciso a Forcella, la folla lava il sangue Cancellate le tracce. Uomo in fin di vita

Il Mattino

Cattura
NAPOLI - Agguato di camorra a Forcella. Un uomo di 47 anni, Gustavo Nembrotte Menna, è stato ucciso a colpi di pistola dai killer che poco prima avevano sparato a suo genero, ferendolo (Emanuele Tarantino, 31 anni, vero obiettivo dell’agguato). Particolare choc: gli abitanti del quartiere che hanno assistito all’agguato subito dopo la sparatoria hanno ripulito l'asfalto dal sangue per ostacolare le indagini.

Restano gravissime le condizioni del pregiudicato Emanuele Tarantino, 31 anni, ferito nell' agguato di ieri sera a Forcella nel quale è stato ucciso il suocero, Gustavo Nembrotte Menna, 47 anni. Tarantino, ferito da tre proiettili al collo, al torace ed alla spalla è stato operato nella notte all' ospedale 'Ascalesì, dove è ricoverato in rianimazione.

Per i medici è «in imminente pericolo di vita». Tarantino - secondo gli investigatori - era il vero bersaglio dei sicari che hanno colpito ieri sera in Vico delle Zite. Il suocero è stato ucciso per aver inseguito i killer mentre si allontanavano a bordo di uno scooter.


Giovedì 02 Agosto 2012 - 10:02   
Ultimo aggiornamento: 10:04

Amicizia uomo-donna, io non ci credo

Corriere della sera
di Antonio Pascale


Metto subito le mani avanti: c’entra la mia origine meridionale. E tra l’altro vado per i 47. La tradizione meridionale in materia di sesso si conosce e arrivo per ultimo, quindi che ve lo dico a fare. Ricordo alcuni precetti base:

mai essere amico delle donne. Gli amici dei maschi sono i maschi. Le donne bisogna conquistarle, non una, tutte. Gentilezza, generosità, simpatia, attenzione: offrire sempre, anche se non si hanno soldi. Cose così.
Nemmeno ho intenzione di nobilitare simili precetti, anche perché c’è un lato oscuro in questa tradizione, per esempio l’ossessione per l’omosessualità. Bastava un niente ed eri considerato «ricchione». Non impennavi con la moto? Non facevi a botte, non sputavi per terra, eri amico delle donne? Ricchione.

Queste cose ora mi infastidiscono, come mi infastidisce l’idea di donna che veniva fuori, o sacrale, materna o sconsiderata — e le prime erano preferite per la vita, le seconde per le botte di passione. Per carità. Tuttavia un aspetto utile riguardava proprio l’idea di ruolo. Insomma, il maschio che sta attento a segnali (eventuali) della donna, e mette in atto strategie di conquista. Non era solo una questione di tacche sulla spada, tipo:
un’altra non ha resistito al mio fascino. No, era una questione di piacere.
Il piacere della conoscenza dell’altro sesso, soddisfare le sue vanità e i capricci, buttarsi tra le lenzuola sapendo che potrebbe non funzionare (tu non potresti funzionare), mettersi in gioco, alla pari, togliere alla donna la responsabilità di fare la prima mossa, e poi denudati dai vestiti, cercare quell’intimità essenziale che solo il sesso — il pre e il post — può dare.

Ecco, siccome queste cose vanno messe in conto, faccio fatica a credere a una tipologia di storie che sempre più spesso ascolto. Di questo tipo che credo, a larghe linee, rappresentativo.
Lei, intorno ai trent’anni, bella, single, indipendente, alla moda, raffinata, buon lavoro, simpatica e affabile. Lui, intorno ai trent’anni, bello, single, indipendente, alla moda, raffinato, buon lavoro, simpatico e affabile.

Non esattamente in quest’ordine e si possono pure cambiare gli addenti. A lei piace lui. E lui la invita a cena. Arrivano al ristorante, e parlano. Di tante cose. Lei è molto felice, certo si sente un po’ a disagio, perché le donne spesso si sentono a disagio davanti alle belle parole degli uomini, provano ansia, come se dovessero corrispondere alle attese. Comunque, ci sta. Del resto, le donne scelgono anche gli uomini sulla base delle parole. Come dice Ovidio: «Ulisse non era bello ma sapeva parlare».

Arrivano a casa di lei. Vuoi salire? Certo! Piccolo inciso, nella tradizione meridionale (orribile e oscura ecc.) il vuoi salire, consentiva già di pensare: è fatta! Ma questo è un altro discorso. Salgono, si siedono sul divano, e parlano, tanto e di tante cose, belle e profonde. Poi verso le tre di notte, lui va via, due bacetti sulla guancia e grazie e ci vediamo.

Lei passa la notte insonne e si chiede: dove ho sbagliato? Perché le donne, si sa, si sentono in colpa. Non gli piaccio! Sarà colpa della pancetta? Delle smagliature? Avrò detto qualcosa di sbagliato? Ma dopo due giorni lui richiama: vieni in vacanza con me? A casa dei miei, al mare. Lei pensa: che invito! Gli piaccio, del resto un tipo come lui mica nota la pancetta e le smagliature. Lei va dal parrucchiere, compra un bel costume, si mette a dieta e va.

Due giorni belli, la spiaggia, la risacca, i ristoranti e che complicità. Così, al chiaro di luna, mentre sono vicini, lei sente che è arrivato il momento di rompere questa timidezza: un bacio. E che succede? Lui si ritira: no, non fare così. Scusa, dice lei. No scusa tu, dice lui. Non pensavo di piacerti fino a un bacio, aggiunge lui (e quanto dovrò piacerti per un bacio, pensa lei), ora mi sento in imbarazzo (sapessi io, pensa lei). E lui inizia un discorso sull’amicizia, preferisce essere amico delle donne, si provano dei piaceri inattesi, e infine lui chiude così:
i tuoi sentimenti meritano rispetto. E lei pensa: ma io merito di essere portata a letto.
Quindi lei chiama le amiche: che mortificazione! Ma come è possibile? C’erano tutti i segnali. E il mare, i discorsi, l’intimità. Non gli piacerò cosi tanto. E le amiche rispondono: ma no, devi abituarti, alcuni trentenni sono ormai così. Corteggiamenti lunghissimi. Forse il sesso e i suoi derivati, la relazione, la seduzione, interessano poco, meglio l’amicizia.
Che succede? Ora che la donna non è più, come nel vecchio immaginario, o sacrale o sconsiderata, ora che si potrebbe giocare meglio e alla pari, il maschio si concede senza darsi?
E usa parole come rispetto? Amicizia? Una forma di raffinato maschilismo, evidentemente.
Ah, come vorrei capire, e mannaggia non ce la posso fare, che sono troppo contaminato dalla antica tradizione meridionale e vado pure per i 47.

Una trentenne: «Non sono più bulimica» E ingoia un coltello per dimostrarlo

Corriere della sera

Ha infilato la lama in gola e le è andata giù per sbaglio in un attacco di risa. È stata operata con laparotomia

Le radiografie della donna con il coltello nell'esofagoLe radiografie della donna con il coltello nell'esofago

MILANO - Ha infilato in gola un coltello per dimostrare alla sorella di non avere più conati di vomito. Una donna trentenne americana, che aveva molto sofferto a causa della bulimia, ha scelto il modo peggiore per dimostrare di essere guarita, rischiando la vita. Perché mentre si cimentava nella folle impresa ha riso, ingoiando involontariamente il coltello che le si è piantato nell'esofago, causandole un forte dolore all'addome ed emorragia, come racconta il New England Journal of Medicine.

LAPAROTOMIA - La donna è corsa al pronto soccorso dove i medici, dopo aver visto il "corpo estraneo" nelle radiografie hanno fatto una esofagogastroduodenoscopia d'urgenza con laparotomia per toglierlo. Il risultato è stato migliore del previsto: il coltello non aveva danneggiato lo stomaco o altri organi interni e la donna dopo l'intervento ha potuto riprendere a mangiare regolarmente. Non prima però di essere sottoposta a un controllo nel reparto psichiatrico.

Redazione Salute Online2 agosto 2012 | 9:36

Pavia, bambine nella vetrina di una merceria «Chi mi accusa è soltanto ipocrita»

Corriere della sera

La merciaia: «Pubblicità innocente». Il sindaco: «È una forzatura, spero che cessi subito l'utilizzo di minorenni»


PAVIA - Ieri il «set» era un piumone a fiori steso sul pavimento del negozio. Sopra, quattro bambine in pigiama che giocavano con i peluche. Martedì mattina, invece, una montagna di sabbia e un ombrellone oltre le vetrine erano il divertimento delle piccole (età tra cinque e sette anni) che costruivano castelli di sabbia in costume da bagno, proprio come se fossero in spiaggia, incuranti degli sguardi dei rari passanti.

Pavia, quartiere del Vallone, ordinario degrado delle periferie, tra case popolari, supermercati e negozietti che cercano di sopravvivere. Manuela Montemezzani, che prima faceva solo la mamma e poi vendeva case, in piena crisi ha aperto proprio qui una merceria. E «per dare una scossa al quartiere», ma anche per far conoscere il suo negozio, si è inventata una singolare forma di marketing. Ha messo le sue figlie e quelle dei genitori che gestiscono negozi vicini, a giocare dietro le vetrine, indossando i capi che vende. Apriti cielo.

I primi a scagliarsi contro l'iniziativa sono stati alcuni sindacalisti che hanno usato parole grosse: «È inaccettabile l'utilizzo di bambini per promozioni di questo tipo. Per loro può essere anche un gioco, il punto forse è la cultura dei genitori». «Ma di che cosa parlano questi signori?», si infervora la commerciante. «Sono ipocriti e finti bacchettoni. A parte il fatto che io sono una madre con dei principi saldi e non devo giustificarmi con nessuno, ma se qualcuno ci vede qualcosa di sporco in dei bambini che giocano e si divertono, allora ha qualche problema».

 Pavia, bambine in vetrina Pavia, bambine in vetrina Pavia, bambine in vetrina Pavia, bambine in vetrina Pavia, bambine in vetrina

«Questo - racconta Manuela Montemezzani - è un quartiere morto e mi pareva un bel modo per dare una scossa. Oltretutto noi negozianti in questo periodo non sappiamo dove mettere i figli, non ci sono strutture qui e non si può sempre contare sui nonni. Poi in vetrina ci metterò anche mia madre che fa la maglia e, se riesco a convincerlo, anche mio fratello in mutande e la sua morosa, e forse farò una sfilata di moda con le bambine che continuano a chiedermelo.

Che male c'è in tutto questo?». Gli abitanti dei quartiere sono più che altro incuriositi o divertiti. Il sindaco, Alessandro Cattaneo, è invece perplesso. «Da cittadino dico che mi sembra un po' una forzatura, una trovata non particolarmente azzeccata. Certo, se serviva ad attirare l'attenzione su un quartiere e aprire una discussione sui problemi della zona, ci sta anche. Ma spero che cessi l'utilizzo dei bambini». La commerciante scuote la testa:

«Non ho parole, con tutti i problemi che ci sono... Io credo di aver fatto una pubblicità in modo sobrio e non avrei mai utilizzato le mie figlie per fare qualcosa di sporco. E a loro non farei mai fare le veline, nè i concorsi di bellezza e niente che abbia a che fare con il mondo dello spettacolo. Ma qui, andiamo!, si sono soltanto messe a giocare con la sabbia».

A pochi metri dal negozio c'è la chiesa di sant'Alessandro. L'aiuto parroco, don Angelo, commenta così: «Con i tempi che corrono, bisogna stare attenti. Ma se poi uno vuol vedere del male in una cosa così, allora guardiamoci attorno. Tra tv e pubblicità...».

Luigi Corvi
2 agosto 2012 | 10:37

Un milione di milionari, i cinesi sono più ricchi ma sognano di fuggire

La Stampa

I patrimoni prodotti dalla bolla immobiliare in patria. Solo il 28% però ha fiducia nell’economia nazionale



Robin Li Creatore del motore di ricerca Baidu, concorrente asiatico di Google, Li a 43 anni è l’uomo più ricco della Cina 10,2 miliardi di dollari


ILARIA MARIA SALA
hong kong


Più di un milione di milionari: secondo l’ultimo Hurun Report, pubblicato ieri a Shanghai assieme al Gruppo M Knowledge, che fa la fotografia dei ricchi cinesi, quest’anno il Paese registra il più alto numero di milionari mai visto. Hanno superato il milione raggiungendo quota 1,020,000, un aumento del 6,3% rispetto al 2011. Ovvero, dice Hurun, un cinese ogni 1300 è milionario: il tetto minimo per entrare in classifica è fissato a 10 milioni di yuan, pari a 1.3 milioni di euro, e comprende tutta la fortuna dei diretti interessati, in beni mobili, immobili e liquidi. Ci sono anche i super-ricchi, ovvero quelli con più di 100 milioni di yuan – una fortuna di 130 milioni di euro o più – che hanno raggiunto quota 63,500: di nuovo, un discreto aumento: 5,3% in più dello scorso anno. Nell’ordine, le città interessate da questo fiorir di milionari sono Pechino, con 179,000 (e 10,500 superricchi), poi l’intera regione urbana del Guangdong che ne vanta 167,000 (di cui 9,500 super-ricchi) e terza arriva Shanghai, con 140,000 milionari e 8,200 multimilionari (Hong Kong, Macao e Taiwan non rientrano nello studio).

Queste fortune sono state fatte nella stragrande maggioranza nell’immobiliare, e l’aumento dei paperoni cinesi è dovuto all’inflazione immobiliare, che non ha risentito significativamente dei tentativi del governo centrale di riportarne i prezzi a più miti consigli. Secondo l’Ufficio nazionale di Statistica cinese, infatti, nel corso del 2011 l’immobiliare è aumentato del 13,7% in tutto il paese, e del 21% per i prezzi dell’immobiliare di lusso, consentendo quindi a chi ha investito nel mattone di vedersi aumentare il capitale a sua disposizione senza aver bisogno di fare nulla. La metà dei ricchi possiede un’azienda (non è specificato in quale settore) e l’altra metà vive di investimenti – in Borsa e nel mercato immobiliare, per l’appunto. Ma c’è anche un gruppo chiamato dei «colletti d’oro», o executives di alto livello.

Il sondaggio cerca di analizzare chi sono e cosa amano fare i ricchi cinesi, e ci mostra che al primo posto per i consumi dei ricconi ci sono i viaggi: in patria, in particolare nell’isola tropicale di Hainan, e nelle terre pre-himalayane e sub-tropicali dello Yunnan (ai confini con Vietnam, Laos e Birmania) e Hong Kong. All’estero si riconfermano le mete ambite degli scorsi anni: la Francia, dove i cinesi accorrono per acquistare alta moda, vini famosi (e l’occasionale vigneto) e familiarizzarsi con la migliore cucina francese, seguita dagli Usa e dall’Australia, queste ultime due privilegiate anche per l’educazione dei figli. Infatti, l’85% dei ricchi manda o manderà i figli a studiare all’estero, una percentuale che sale al 90% se si interpellano i ricchissimi.

Per studiare si spedisce la prole in America, in Canada e in Gran Bretagna, seguite dall’Australia. Per vivere, ed emigrare in modo più permanente, si scelgono invece gli Stati Uniti, Singapore (dove il regime d’immigrazione nei confronti dei cinesi al momento è piuttosto aperto), e il Canada (dove sono state già imposte alcune restrizioni, dopo un iniziale entusiasmo). Tornando agli investimenti e alle spese, però, di nuovo è l’immobiliare che la fa da padrone: il 60% dei ricchi cinesi lo reputa il miglior posto per piazzare la ricchezza.

La fiducia dei ricconi cinesi nel proprio Paese non è ai massimi livelli, se consideriamo che il 16% di loro è già emigrato, o ha iniziato i preparativi per farlo, e il 44% ha intenzione di farlo quanto prima: un bel 60% del totale dei milionari che vuole lasciare la Cina. Questo si accompagna a un investimento all’estero crescente, che di nuovo privilegia l’immobiliare, e che in alcuni dei luoghi prediletti dai cinesi sta portando a significative tensioni con i locali, che si ritrovano a gestire un’inflazione crescente esportata dalla Cina, fenomeno visibile in particolare a Singapore e Hong Kong.

Questo malgrado il divieto ufficiale a esportare più di 50,000 yuan (circa 6300 euro) l’anno a persona – ma i ricchi che vogliono fare le cose in modo legale «acquistano» il numero di carta di identità dei meno abbienti, prendendo a prestito il potere di esportazione di contante da chi il contante non ce l’ha, e trasferendo fondi. Molti altri, invece, arrivano a Hong Kong con valigie piene di soldi, e da lì vedono come sbrigarsela. Del resto, i ricchi cinesi, che abbiano la valigia in mano o meno, sono piuttosto preoccupati dell’andamento economico nazionale: soltanto il 28% di essi si è detto ottimista al riguardo: nel 2011, gli ottimisti erano il 54%.

Fini regala l'aumento alla Camera Smascherato da Schifani

Libero

Nel bilancio del Senato i tagli alle spese e agli stipendi sono paragonati all'aumento in busta paga del 3,2% concesso da Gianfranco a Montecitorio. E lo ha fatto in gran segreto


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"Caro Gianfranco Fini, hai proprio le mani bucate. Firmato Renato Schifani. Il presidente del Senato si leva un sassolone dalla scarpa e restituisce con gli interessi al suo collega della Camera lo schiaffone subito quando ci fu da eleggere il nuovo consiglio di amministrazione della Rai. All’epoca fu contestato il cambio di un parlamentare della commissione vigilanza Rai che di fatto permise di nominare l’attuale cda vanificando uno scherzetto che lo stesso Fini aveva preparato. Allora si trattava di schermaglie di potere che poco interessano agli elettori.

Questa volta la staffilata arriva su un terreno ben più popolare: quello dei costi della politica. Ed è proprio nel documento sul bilancio preventivo 2012 di palazzo Madama che Schifani si toglie la soddisfazione, illustrando per filo e per segno tutti i risparmi di spesa approvati in questi ultimi due anni, i tagli alle indennità parlamentari e sottolinenando come lui - a differenza di Fini, che fa il grandioso con i soldi degli altri - è riuscito a imporre il cilicio anche ai dipendenti del Senato, al contrario di quanto avvenuto alla Camera dei deputati", spiega Franco Bechis su Libero in edicola oggi.

Che succede? Succede che Fini regala l'aumento a chi lavora alla Camera, e l'omologo al Senato, il pidiellino Schifani, semplicemente lo smaschera. Nel bilancio del Senato i tagli alle spese e agli stipendi sono paragonati all'incremento pari al 3,2% in busta paga dato da Gianfranco a Montecitorio. E a rendere ancor più scandaloso l'aumento c'è il fatto che il leader di Futuro e Libertà lo ha concesso in gran segreto.

Giusva e le colpe della strage: "La verità? Fa troppa paura"

Giuseppe Valerio Fioravanti - Gio, 02/08/2012 - 08:58

Fioravanti scrive al Giornale: "Non so se la pista palestinese sia giusta. Ma il terrorismo arabo in Italia ha fatto 60 morti. E nessuno li piange"


Riceviamo e pubblichiamo questa lettera di«Giusva»Fio­ravanti, condannato per la strage alla stazione di Bolo­gna del 2 agosto 1980. Fiora­vanti ha ammesso altri delit­ti, ma ha sempre negato ogni responsabilità per la bomba di Bologna. Oggi, dopo aver scontato la pena, è in libertà.

Caro direttore,

la strage di Bologna è avvenuta 32 anni fa, le indagini si sono concluse 25 anni fa e la nostra condanna è datata 20 anni. Fu una condanna atipica, dove la procura prima, e le corti poi, sostennero che le prove vere erano state nascoste dai servizi segreti e quindi bisognava per forza affidarsi agli indizi.


L'indizio principale era che le stragi in Italia le fanno per forza i fascisti, nel periodo in questione io e mia moglie eravamo i terroristi fascisti più noti, quindi... «non potevamo non sapere». La sentenza ammetteva che il quadro probatorio non era completo, e sostanzialmente rinviava a una «inchiesta bis» per individuare i tasselli mancanti. Il fatto è che i tasselli mancanti erano molti.

La sentenza per la parte che riguardava noi ammetteva che nessun testimone ci aveva mai visti a Bologna, e che quindi non eravamo stati noi a portare la bomba dentro la stazione, ma sicuramente (per il ragionamento di cui dicevamo prima) facevamo parte del gruppo che tale strage aveva organizzato. Veniva rinviato alla «inchiesta bis» l'incarico di individuare gli effettivi esecutori materiali «in loco», individuare l'origine dell'esplosivo, individuare il movente, e individuare i mandanti.

Come dicevo, da quella promessa di «inchiesta bis» sono passati 20 anni, e nulla è stato trovato. La cosa, comprensibilmente, crea un certo nervosismo. Chi ama la vecchia sentenza grida alla luna che il processo non riesce ad andare avanti perché io non confesso chi sono i miei mandanti e gli altri della banda. In linea strettamente teorica potrebbe essere una ipotesi.

Però poi di ipotesi se ne possono fare altre, ad esempio che l'inchiesta non riesce ad andare avanti perché sin dall'inizio marcia nella direzione sbagliata. Questa cosa iniziò a dirla pubblicamente Cossiga già nel 1998, quando con Francesca andammo a trovarlo sperando potesse darci informazioni utili per ridiscutere il nostro processo. Ci disse che fogli «firmati e bollati» non ne aveva, ma che la vera pista su Bologna era quella palestinese.

Sono passati altri 14 anni, e nel silenzio di molti, alcuni storici dilettanti (nel senso positivo del termine, ossia di gente che fa le cose per passione, non per tornaconto) hanno iniziato a studiare una materia difficilissima, il terrorismo arabo in Italia. Non se ne sa niente, non esistono libri esaustivi né niente. Ma il terrorismo arabo in Italia ha fatto più di 60 morti, e più di 300 feriti. Ma non se ne parla mai, non c'è mai una commemorazione, mai un servizio rievocativo in televisione, mai una lapide da nessuna parte, mai una associazione dei parenti delle vittime.

Quando il presidente Napolitano ha istituito la giornata a ricordo delle vittime del terrorismo, nell'elenco preparato dagli uffici del Quirinale non c'era nessuna di queste 60 vittime.È su questo silenzio che, assieme ad alcuni di questi «storici dilettanti», stiamo ragionando. Silenzio sulle vittime, e sempre scarcerazioni in tempi fulminei dei vari palestinesi arrestati.

Che è un po' quello che sta succedendo ancora oggi, quando l'Italia, non importa chi in quel momento sia al governo, cede sempre ai ricatti del terrorismo filo-arabo, e paga tutti i riscatti e non arresta mai nessuno. Dopo che si è scoperto che fisicamente presenti a Bologna c'erano due terroristi dell'estrema sinistra tedesca legata al terrorismo palestinese, è ovvio che le persone ragionevoli si pongano il dubbio se c'entrino qualcosa.

È ovvio che se si scopre che tra le vittime di Bologna c'era un giovane dell'Autonomia Operaia romana, le persone ragionevoli si ricordano che solo pochi mesi prima, a Ortona, tre capi dell'Autonomia Operaia romana erano stati arrestati mentre trasportavano un potente missile terra aria per conto di un certo Saleh, dirigente del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina che abitava a Bologna.

Viene spontaneo, alle persone semplici, domandarsi se per caso, come era successo pochi mesi prima nelle Marche, anche il 2 agosto a Bologna dei giovani romani stessero aiutando i loro amici palestinesi a trasportare un carico di armi. Se poi ci aggiungiamo che dal carcere in Francia il capo dei terroristi filopalestinesi dell'epoca, Carlos lo Sciacallo, in diverse interviste ha ammesso che la sua «Organizzazione» quel giorno era presente alla stazione di Bologna... Carlos dice che un loro trasporto è stato boicottato dagli americani o dagli israeliani per rovinare i buoni rapporti tra i terroristi palestinesi e i nostri servizi segreti (lo ha scritto diverse volte, e questa tesi è stata confermata da almeno due dirigenti palestinesi ormai in pensione, ma nessuno sembra stupirsene).

Cossiga prima di morire in diverse interviste aveva parlato anche lui di un «incidente», ma lo riteneva casuale. Un funzionario dei servizi segreti civili italiani fu il primo, mi pare già nel 1981, a dire che si trattava di un incidente, ma venne messo a tacere, e tutto sommato fu facile parlo perché risultava iscritto alla P2. Licio Gelli, senza tutti i ragionamenti e i riscontri che invece aveva fornito Cossiga, parla anche lui da 30 anni di un «incidente», seppure in una maniera un po' grossolana. Io, storico dilettante più scarso degli altri, ancora non ho nessuna convinzione certa su ciò che è accaduto a Bologna. Mi rendo conto però che certi argomenti creano preoccupazione. Mi sembra un buon segno. Però ci vorrà ancora tempo, tanta pazienza e un pizzico di coraggio per avvicinarsi se non alla verità, almeno al contesto della verità.

Impronte al posto dei badge nel Municipio degli assenteisti

La Stampa

Boscoreale, ok dei sindacati: nel 2011 erano stati indagati 123 dipendenti su 140


Stop ai badge, per i dipendenti comunali comincia l’era delle impronte digitali

 

ANTONIO SALVATI
boscoreale (napoli)

Quando furono portati in caserma non si sapeva neanche dove metterli. Erano 41, tutti dipendenti comunali intercettati dai carabinieri in tutt’altro posto invece che a lavoro. Era l’aprile di un anno fa. Alla fine degli accertamenti dell’operazione soprannominata «Caos», il numero degli indagati salì a 123. Su 140 che ne conta il Comune di Boscoreale, nell’entroterra napoletano. Ieri mattina la svolta. I sindacati, a conclusione di una trattativalampo con il commissario prefettizio Michele Capomacchia, hanno dato il loro assenso all’utilizzo di un sistema biometrico per il rilevamento delle presenze in ufficio.

Addio badge quindi, e impronte digitali che per ora saranno utilizzate in via sperimentale solo da otto dirigenti e quindici impiegati (tutti volontari). Gli impianti per il riconoscimento ottico delle impronte digitali ci sono già. Furono installati subito dopo il blitz dei carabinieri, dall’ex sindaco Gennaro Langella, in carica fino ad una ventina di giorni fa e poi costretto a fare le valigie dopo le dimissioni di undici consiglieri comunali. Ma non furono mai utilizzati per il netto rifiuto dei sindacati. «Ringrazio i componenti della rappresentanza sindacale unitaria per la disponibilità, professionalità e alto senso di responsabilità mostrato», ha detto il commissario prefettizio.

«Questa iniziativa serve a qualificare positivamente la struttura amministrato-burocratica dell’Ente - ha fatto notare - e consente di ipotizzare l’avvio di un percorso di “certificazione della qualità”». Sembrano così lontani i tempi in cui un dipendente, immortalato nei filmati dei carabinieri, «strisciava» nove badge differenti per colleghi assenti o in ritardo. O la coppia di coniugi, entrambi impiegati al Comune di Boscoreale, lontani dal posto di lavoro e per di più a bordo di una macchina municipale.

Ma non basta solo il sì dei sindacati per partire. Il progetto, infatti, dovrà essere sottoposto al vaglio del Garante della privacy che, già in passato, si è dimostrato spesso restio a concedere autorizzazioni di questo genere. L’uso delle impronte digitali dei dipendenti per controllare le presenze sul luogo di lavoro, viene considerato dal Garante «troppo invasivo della sfera personale e della libertà individuale» e, in molti casi, ha suggerito «per raggiungere lo stesso scopo, altre tecniche più proporzionate ed ugualmente efficaci». O, quando ne ha autorizzato l’utilizzo, lo ha fatto prescrivendo una lunga e rigida serie di obblighi.

Come nel caso del «Tarì», la cittadella per il commercio e il trattamento di oggetti preziosi sorta in provincia di Caserta. Allora, era il 2010, il Garante autorizzò il rilevamento delle impronte digitali per i dipendenti della società a patto che il sistema «non verrà utilizzato per finalità diverse quale, ad esempio, la verifica dell’osservanza dell’orario di lavoro».

Il Comune di Boscoreale non è poi l’unico ad aver pensato, nel Napoletano, alle impronte digitali come ultima forma di controllo dell’assenteismo. Nel 2007 al Comune di Giugliano, oltre 120 mila abitanti che ne fanno il centro non capoluogo di provincia più popoloso d’Italia, l’idea di installare undici rilevatori biometrici fece insorgere i dipendenti. Un braccio di ferro che consigliò al sindaco di allora di bloccare la procedura, già avviata, per l’acquisto degli impianti.

Belli e cattivi: allarme per i giochi pericolosi

La Stampa

Lo studio dell'Ue: "A volte possono anche uccidere"


Le bambole possono essere trattate con vernici non conformi e quindi infiammabili


MARCO ZATTERIN
corrispondente da bruxelles

Duckess sembra il più innocuo dei giocattoli, è una papera gialla dalla bocca rossa, morbida e col sorriso contagioso, se la stringi ti regala anche uno starnazzo allegro. Farebbe la gioia di ogni bambino, se non fosse che per renderla così morbida qualche disgraziato ha usato una dose esagerata di ftalati, composto chimico che serve per aumentare la flessibilità delle materie plastiche e non solo. E’ stato provato che un’elevata esposizione alla sostanza genera complicazioni per fegato, reni e polmoni. In altre parole, Duckess può uccidere.

E’ in buona compagnia, viviamo circondati da assassini mascherati da oggetti comuni, bambole, scarpe, divani, monopattini. A un anno dall’entrata in vigore della direttiva sulla sicurezza dei giocattoli, la Commissione Ue ha lanciato una nuova compagna di sensibilizzazione, un filmato in cui un robot danzante a ritmo tecnico invita a controllare che sui prodotti per i ragazzi di tutte le età ci sia il marchio CE, l’unico che dà per certa la conformità degli articoli. In sua presenza, niente monopattino coi parafanghi che segano le dita, e ftalati nelle anatrelle solo e soltanto nei limiti della piena sanità.

Bruxelles giura che il mercato ufficiale non comporta minacce. Il problema, ha sottolineato il commissario all’Industria, Antonio Tajani, sono le merci contraffatte, «un affare da 500 miliardi di valore che, a livello globale, raddoppierà entro il 2015». Un quarto dei prodotti a rischio è rappresentato da giocattoli, in genere fatti in Oriente, mentre la metà dei generi taroccati sequestrati nel 2011 è «made in China». I porti sono un colabrodo, vale per Rotterdam con per Napoli. I controlli sono stati rafforzati, i sequestri impazzano, eppure passa di tutto e di più. Le statistiche rivelano che, nel 2009, i bambini costretti a cure sanitarie per colpa di giocattoli e articoli per infanti sono stati 180 mila. E’ una casistica da brividi.

Gli eventi più comuni sono l’ingerimento di piccole parti di plastica che possono provocare il soffocamento, tanto che l’Ue ha accettato di mettere un apposito marchio per indicare i balocchi con componenti staccabili, non adatti sotto i tre anni. E’ stato poi vietato l’inserimento di pupazzi o figure in confezioni di cibo senza un apposito involucro che li renda visibili. Sono state regolate le vernici e le sostanze che partecipano al processo produttivo. Esistono insomma precisi criteri di sicurezza: purtroppo, la cronaca racconta di fasciatoii e seggiolini fuori norma che intrappolano i bimbi mettendone la vita a repentaglio.

Ci si tutela col marchio CE, che certifica il rispetto delle norme. La Commissione Ue consiglia di comprare nei negozi e siti web di fiducia e di «leggere attentamente le avvertenze», il che sembra banale, «ma purtroppo la si fa molto meno di quanto non si creda». In questa stagione estiva si invoca attenzione con le ciambelle e i salvagente, per ricordare che in generale non sono reali strumenti di protezione e che alcuni sono da evitare: possono intrappolare i bimbi e farli cappottare in un attimo. A nome della Commissione, Tajani ha scritto alle capitali per spronarle a tenere alta la guardia.

Necessari sono la sorveglianza del mercato, la distruzione dei giocattoli rischiosi, la lotta al contrabbando. Insidia, questa, che non va oltre i minori. Hanno sequestrato in Italia un paio di pantofole cinesi. Non belle, a dir la verità, ma a buon mercato. S’è scoperto che contenevano oltre dieci volte la quantità massima di cromo esavalente tollerata dalle norme comunitarie. E’ una sostanza che provoca allergie e il cancro, e che in Europa è illegale. Arriva coi prodotti contraffatti. Troppi ancora. E troppo pericolosi.

Quel film scomodo sul delitto Giralucci

Pedro Armocida - Gio, 02/08/2012 - 09:06

Fa discutere il doc che racconta la Padova di Potere Opefraio. L'autrice: "Toni Negri non ha voluto parlarmi"


«Gli anni '70 per me sono la scuola elementare, i giochi con le amiche, nascondino, prendersi, alla guerra. Di quel che accadeva intorno a me conservo poche immagini sfuocate, avevo una vaga paura degli uomini con i capelli lunghi, delle manifestazioni, delle scritte sui muri. Una, di fronte a casa di mia nonna, nella periferia di Padova, diceva: “Fuori i compagni del 7 aprile”. Perché “fuori”, perché “compagni”?». Inizia così, con delle bellissime e commoventi immagini familiari girate in un Super8 ancora splendente e con un commento autobiografico letto dalla stessa Silvia Giralucci il suo documentario Sfiorando il muro, diretto insieme a Luca Ricciardi, proiezione speciale fuori concorso alla prossima Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia a fine agosto.



E non sarà - non è - un film che passerà inosservato. Perché per Silvia Giralucci gli anni '70 sono stati soprattutto l'uccisione del padre Graziano, avvenuta nel 1974 nella sede padovana del Movimento Sociale Italiano. Primo - duplice - omicidio rivendicato direttamente dalle Brigate Rosse per cui sono stati condannati per concorso morale Renato Curcio, Alberto Franceschini e Mario Moretti e come esecutori Roberto Ognibene, Fabrizio Pelli, Susanna Ronconi, Giorgio Semeria, Martino Serafini.

Silvia aveva 3 anni, il papà - rugbista, agente di commercio e militante missino, appena 29. Ma Sfiorando il muro, con le bellissime musiche di Stefano Lentini non è un lavoro ispirato, neppure lontanamente, da sentimenti di rivalsa. «La mia storia personale - spiega l'autrice che l'anno scorso ha pubblicato per Mondadori L'inferno sono gli altri all'origine di questo documentario - si porta dentro diverse contraddizioni: sono figlia vittima del terrorismo, ma di destra, quindi meno vittima degli altri, anzi, diciamo pure un po' colpevole.

Sono figlia di un missino e rispetto la storia di mio padre ma non mi sento di destra». Così nel film non può non documentare gli annuali «Presente!» strillati in strada con le braccia tese ma - dice - «per loro mio padre è un simbolo per me è una persona, ed è qualcosa di più». Ciò che Silvia Giralucci fa è semplicemente cercare di capire, finalmente dal punto di vista di una vittima (come Mario Calabresi e Benedetta Tobagi) dopo le tante - troppe - voci dei protagonisti della violenza, come sia possibile che nel nostro paese l'appartenenza politica «oscurasse persino la pietas per i morti dell'altra parte». Fino a poco tempo fa peraltro. «La prima scena che ho girato - spiega l'autrice - è la targa che ricorda a via Zabarella a Padova l'assassinio di mio padre. Era appesa a un palo perché il condominio non la voleva sul palazzo, poi il sindaco (Flavio Zanonato del Pd, ndr) ha ordinato la sua affissione.

Un momento simbolico in cui ho potuto affrontare il mio lutto grazie anche al riconoscimento pubblico». Perché tutto parte da Padova, paradigmatica incubatrice della violenza bipartisan e malefica aula d'insegnamento di cattivi maestri alla Toni Negri. Il professore di Potere Operaio che - ricorda Silvia Giralucci - «non mi ha mai voluto incontrare e quando per caso su un treno ci siamo trovati faccia a faccia mi ha ribadito il suo no senza voler gettare la maschera».

Molto diverso è l'ex autonomo Raul Franceschi scappato in Francia per non finire in galera all'indomani del 7 aprile del 1979 quando furono arrestati decine di giornalisti, professori, leader e militanti del movimento e di Potere Operaio (da qui le scritte sui muri «Fuori i compagni del 7 aprile»). Verso di lui la più bella forma di pietas dell'autrice che, non a caso, lavora anche per la rivista Ristretti Orizzonti sul mondo carcerario:

«Ho trovato un sopravvissuto a 10 anni di eroina e una persona che ha creduto, onestamente, di poter cambiare il mondo, e che ha pagato carissimo il prezzo di averlo fatto nel modo sbagliato. Una vita alla deriva. Mi sento male a pensare alla sua stamberga alla periferia di Parigi e alla casa veneziana di Toni Negri».Il film dal taglio cinematografico, con le interviste girate con le tecniche del grande documentarista statunitense Errol Morris, si avvale di un'imponente ricerca di filmati (anche in Super8) e fotografie poco o mai viste. Prodotto da Marco Visalberghi, Sfiorando il muro ha avuto i contributi della Regione Veneto e della municipalizzata padovana AcegasAps ma non quelli del Ministero dei beni culturali. «Il doc - dice l'autrice senza voler suscitare polemiche - non ha avuto un punteggio sufficiente in due diverse richieste. Peccato perché altrimenti lo avremmo potuto distribuire meglio nei cinema».

Caccia al tesoro segreto del raìs La Tunisia in crisi lo cerca invano

Rolla Scolari - Gio, 02/08/2012 - 07:09

Un'inchiesta giornalistica rivela che solo il 2% dei beni sottratti dall'ex dittatore sono stati finora recuperati dallo Stato


Alla Tunisia dell'era post rivoluzionaria non dispiacerebbe trovare proprio ora il tesoro dell'ex raìs Ben Ali. Venerdì si è dimesso il ministro delle Finanze, Hussein Dimassi, per «divergenze con il governo». Il presidente Moncef Marzuki ha licenziato poco tempo fa il capo della Banca centrale e anche il ministro per le riforme ha lasciato la sua poltrona. L'economia della Tunisia - come anche quella del vicino Egitto - fatica a riprendersi dopo la rivoluzione del gennaio 2011 e gli arresti sociali che sono seguiti.


Gli eventi hanno indebolito il forte settore turistico e l'inflazione sale, assieme al malcontento della popolazione.

Il giorno dopo la caduta del ex raìs, gli abitanti di Tunisi avevano scaricato la propria rabbia contro le sontuose ville e le proprietà del clan di Ben Ali e dei Trabelsi, la famiglia della moglie del leader. L'entourage dell'ex presidente, che assieme a lui ha regnato sulla Tunisia per 23 anni, aveva il controllo di tutte le società più lucrative del Paese.

Lo sfarzo sfacciato in cui vivevano il presidente, la moglie e la famiglia di lei ha ingigantito la frustrazione della popolazione quando nel dicembre 2010 a Sidi Bouzid, cittadina impoverita della Tunisia rurale, il venditore ambulante Mohammed Bouazizi si è dato fuoco. La polizia aveva appena confiscato il suo carretto di verdure.

A metà luglio il governo tunisino ha deciso di vendere gli share di sei compagnie che appartenevano fino a gennaio 2011 al clan Ben Ali/Trabelsi. A causa di un'economia in difficoltà la nuova amministrazione è sempre più sotto pressione per vendere gli asset confiscati ai ricchi ex padroni. Nei prossimi mesi - ha fatto sapere il ministero delle Finanze - il governo venderà il 25% della compagnia telefonica Tunisiana, il 13% della Banca di Tunisia e il 60 della Ennakl, concessionario di auto.

Oggi, a mesi dalla rivoluzione, le mitiche fortune dei Ben Ali sono ancora al centro del dibattito nazionale. Quei forzieri di danaro su cui la nuova Tunisia sperava di mettere le mani dopo la caduta dell'ex raìs non sono mai stati scoperti. In un'inchiesta, la rivista francofona specializzata in questioni africane Jeune

Afrique racconta come finora la commissione d'indagine tunisina che ha il compito di rintracciare il tesoro ha individuato e preso possesso soltanto di due aerei - un Falcon 900 e un Challenger di proprietà rispettivamente di Sakhr El Materi e Marwan Mabruk, i due generi di Ben Ali, del valore di 25 milioni di dollari - una casa di lusso in Canada di El Materi. Dovrebbero tornare a breve anche 60 milioni di franchi svizzeri che il clan dell'ex presidente aveva messo al sicuro in conti svizzeri, 28 milioni di dollari che la signora Leila Trabelsi teneva in una banca in Libano.

Il tutto, milione più milione meno, è però lontano dalla cifra che nel 2008 la rivista Forbes metteva nelle tasche dei Ben Ali: almeno cinque miliardi di dollari.I tunisini che nei giorni della rivolta di gennaio hanno scoperto il lusso abbandonato alla svelta nelle ville del potere, oggi vorrebbero vedere tornare in Tunisia ogni singolo dollaro di quelle fortune che reputano costruite sulle loro miserie.

Soltanto pochi giorni fa l'avvocato di Zine El Abidine Ben Ali - da gennaio 2011 riparato in Arabia Saudita - ha scritto una lettera all'ambasciatore svizzero a Beirut in cui dice di aver dato autorizzazione al governo svizzero, senza necessità di passare attraverso alcun procedimento legale, di dare a Tunisi tutti i fondi svizzeri dei Ben Ali, in caso qualcuno li trovasse. Appunto. A maggio, lo stesso legale aveva dichiarato che non esistevano fondi della famiglia nelle banche della Svizzera.

Il vero problema dei tunisini a caccia del tesoro di Ben Ali è infatti la localizzazione e l'identificazione dei conti e delle società su cui sarebbero finite le ricchezze dell'ex leader. Il nomi di Ben Ali, della moglie Leila, dei generi e dei fratelli non appaiono su conti in banca e società offshore. Fin dall'inizio, la Svizzera, dove dovrebbero essero molti dei soldi del clan, ha collaborato strettamente con gli investigatori finaziari tunisini. Ma secondo esperti finanziari, il tesoro, tra banche, immobili e società, si troverebbe in gran parte nei Paesi del Golfo.

Twitter: @rollascolari

2711 sere di solitudine ebraica

La Stampa

Si sono radunati in 92.000 al New Jersey’s MetLife Stadium per celebrare la dodicesima Siyum Hashas. La ricorrenza è una festa di laurea che conclude lo studio dei testi del Talmud, testo biblico per gli ebrei ortodossi di 2711 pagine, 1 a notte per circa 7 anni e mezzo di vita. La cerimonia si è svolta con gioia tra discorsi, balli e canti.

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Stati Uniti, i lupi per sorvegliare i carcerati

Corriere della sera

Incroci tra alaskan malamute e lupi sostituiscono le tradizionali guardie nel complesso di Dead Man Walking

Uno dei cani di guardia al Penitenziario della Louisiana (online.wsj.com)Uno dei cani di guardia al Penitenziario della Louisiana (online.wsj.com)

Ibridi di lupo per sorvegliare i carcerati in una prigione di massima sicurezza. L'idea è venuta alle guardie del Penitenziario di Stato della Louisiana che ha sede a St. Francisville, e soprannominato Angola o «Alcatraz del Sud». Si tratta del carcere reso celebre dal libro e film Dead Man Walking, con Sean Penn.

I TAGLI - Secondo quanto riporta il Wall Street Journal la prigione, che ha appena licenziato 105 dei suoi 1200 agenti, per controllare il perimetro ha fatto allevare 80 cani di razza malamute incrociati con i lupi, per un costo complessivo di 60.000 dollari a fronte dei 34.000 circa del singolo stipendio di un dipendente.

L'unico ingresso di «Angola»L'unico ingresso di «Angola»

MASSIMA SICUREZZA - Angola, che ospita il braccio della morte dello Stato della Louisiana, è la più grande prigione di massima sicurezza degli Stati Uniti e ospita circa 5.000 criminali. È circondata su tre lati dal fiume Mississippi, e comunque protetta da svariati recinti elettrificati. I cani malamute, famosi per le corse in slitta dell'Alaska, sono già stretti parenti del lupo, ma raramente sono aggressivi per indole. L'incrocio con il lupo selvatico li rende, invece, adatti anche alla guardia e alla rincorsa anche per lunghi tratti. La fiducia nel nuovo sistema è tale che 35 delle 42 torri di guardia del penitenziario adesso rimangono vuote per la maggior parte del tempo.


Redazione Online2 agosto 2012 | 9:21

Fornero: quanta cattiveria E poi viene (ri)contestata

Corriere della sera

Il ministro si ferma a parlare con chi le gridava «Vergogna» e replica: «Non mi vergogno affatto»


«Non avevo previsto questa situazione così difficile anche psicologicamente quando Mario Monti mi chiamò per fare il ministro del Lavoro nel suo governo. Non avevo previsto questa cattiveria». Lo ha detto il ministro Elsa Fornero al Cortona Mix Festival sottolineando come a chi le dice che «queste sono le regole», lei risponde «ma perchè non possiamo cambiarle». «E poi mi chiedo se tutte queste critiche non derivino anche dal fatto di essere un ministro donna».

E ancora dice: «Non possiamo essere condannati al declino: noi possiamo contrastare il nostro declino». Il governo tecnico, secondo Fornero, «può instradare l'Italia in sentieri più virtuosi rispetto a quelli degli ultimi decenni - ha concluso - guardando al di la delle elezioni». Sull'Ilva: «Non possiamo cancellarla come se fosse niente perchè forse continua ad inquinare ambiente ed acqua. Dobbiamo avere risposte scientifiche». Però precisa anche che «la magistratura deve fare il suo corso». Il governo deve tenere l'equilibrio «tra l'esigenze delle persone, dei lavoratori, e la necessità di preservare l'ambiente - ha proseguito - ma non possiamo non ricordarci che l'Ilva e Taranto erano il sogno del Mezzogiorno, dell'industrializzazione che non era più solo al nord ma anche al sud».

Fornero a Cortona (con contestazione)

Stava entrando in macchina protetta dalla scorta, quando si è fermata davanti a chi le gridava «vergogna, vergogna». Il ministro del Lavoro Elsa Fornero è così tornata sui suoi passi e, per una ventina di minuti, ha replicato parola per parola a chi la contestava all'uscita dal Cortona Mix Festival. «Vengo a cena a casa sua e parliamo, io, lei e i suoi due bambini - ha detto a un contestatore - e sono convinta di riuscire a farle capire un po' delle nostre ragioni». Il ministro Fornero ha deciso di replicare così a quanti accusavano lei e il governo di Mario Monti di essersi solo preoccupati di salvare le banche e la finanza:

«Non ci siamo preoccupati di salvare le banche» ha detto parlando con un artigiano e un operaio tra i più accaniti contestatori. «Se lei ha bisogno di una valvola di sfogo, io sono qui, la riforma del mercato del lavoro le assicuro che ha delle buone cose. Io - ha proseguito - posso anche aver sbagliato molte cose... ma la riforma ha buone cose». Poi, tornando ad «autoinvitarsi» a casa dell'operaio, ha aggiunto: «Non si tratta di trovare un compromesso tra me e lei ma un'intesa tra persone civili». Intanto, poco lontano, alcuni contestatori continuavano a gridare «vergogna». Il ministro si è girata e ha risposto: «Io non mi vergogno affatto».

01 agosto 2012

Un cittadino scrive al ministro Fornero: «Se perdo il lavoro mi bastoni, se lo ritrovo mi premi». Il mondo è meraviglioso...


Gentile Ministra,

purtroppo debbo confessarlo: la mia è una famiglia di evasori. Anzi, peggio: di parassiti che sfruttano il welfare pubblico da Lei rappresentato per ingrassarsi sulle spalle degli altri. Chi lo dice? Lo dice l’Inps, che mi ha cercato per comunicarmi che vuole indietro gli assegni familiari (circa 45 euro al mese…) per il 2008/2009.

CatturaEbbene, dispiace ammetterlo, ma se siamo in questa situazione la colpa è soprattutto di mia moglie: infatti dopo che ha perso il lavoro nel 2007 si è arrabattata con collaborazioni occasionali e corsi pagati a ritenuta d’acconto, manco un co.co.co. è riuscita a farsi fare! La sua caduta nella precarietà più spinta non è sfuggita alla Stato (a cui sfuggono molte cose, tipo 140 miliardi di euro l’anno d’evasione, ma questa no) e a Lei che lo rappresenta. E allora cosa siete andati a pescare? Avete rifatto i conti nelle nostre tasche evidenziando il fatto che il nostro reddito familiare complessivo non era più composto, almeno al 70%, da lavoro dipendente. Ahi ahi ahi.

Eravamo caduti così in basso che da solo il mio magro stipendio regolare infatti non bastava più, arrivando a coprire appena il 57%. Mia moglie, pur essendo ormai una precaria della peggior specie, portava a casa il restante 43% (almeno sulla carta, perché poi per farsi pagare…). Ergo, per punire ben bene la “pigrizia” della mia consorte che si “ostinava” a non voler fare un bel lavoro dipendente, tutelato e magari ad alto reddito, Lei Ministra adesso vuole indietro i soldi.
Proprio ieri ho ritirato la raccomandata dell’Inps: “la informiamo – dice l’anonimo burocrate – che nel periodo indicato 2008/2009 sono stati pagati 569,00 euro in più sulla sua prestazione di assegni familiari”.

569 euro in più: cioè tutti!. A poco serve farLe sapere che in quel periodo io e mia moglie assieme abbiamo guadagnato meno del periodo precedente in cui Lei così amorevolmente ci assisteva..  Quindi, per darci “un aiutino” in quel momento di difficoltà, Lei ci ha tolto anche la (miseria) degli assegni familiari: per Io Stato Italiano avremo dunque una figlia ad anni alterni, un po’ come le targhe nei giorni di smog.

Naturalmente il tutto avviene nel totale torpore dei sindacati tutti, che se non sentono echeggiare la parola “taglio alle pensioni” dormono sempre alla grandissima, lasciando che i precarizzati paghino le ormai poche tutele dei “garantiti”. Per fortuna è arrivata la svolta: la mia compagna ha avuto prima un contratto da dipendente per un anno che da fine 2011 è stato confermato a tempo indeterminato. Adesso che mia moglie si è “redenta” e che è entrata nel sempre più ristretto mondo dei garantiti, che ha le ferie e la malattia pagata, la tredicesima e pure i contributi, Lei è stata così cortese da tornare a versarci pure gli assegni familiari…

Il nostro reddito è complessivamente aumentato, poiché siamo ora tutti e due pienamente nel lavoro tutelato (e neanche al 70% ma con un bel 100% !). Quindi giustamente veniamo premiati: non è un mondo meraviglioso?
Si potrebbe anzi pensare che questo piccolo caso sia una sorta di paradigma su come funziona il paese: sempre occuparsi degli sfigati: che palle…andare in soccorso di chi sta bene (o quasi bene) dà certo più soddisfazioni.
Anche Lei ministra Fornero, che spero ci legga veramente, converrà però che un sistema di Welfare così pensato è veramente un sistema, mi scusi il termine, del cazzo: ti da una miseria per i figli, ma nel momento che uno dei coniugi (o entrambi) entra in difficoltà ti toglie anche quell’elemosina.
Lo ammetta, un sistema così potevamo inventarlo solo qui da noi.

Molto si è argomentato sulle sue lacrime, io invece, pensi un po’, non piango. Rimpiango solo un po’ i secoli passati in cui ogni tanto si prendeva una Bastiglia, un Palazzo d’Inverno o un'isola tropicale… e poi zo’ boti, come dice un mio caro amico romagnolo! Bei ricordi. Certo, magari ci si faceva prendere la mano e si cadeva in qualche eccesso, ma vuol mettere le soddisfazioni? Allora se non piango, se non m’incazzo neanche più, devo ridere.
Rida anche lei: «…che sempre allegri bisogna stare che il nostro pianger fa male al Re, fa male al ricco e al Cardinale, diventan tristi se noi piangiam…»

Cordiali saluti,
Paolo Soglia

Buongiorno,
Manderò la sua mail, anche spiritosa, all'Inps per avere chiarimenti. In ogni caso, se le hanno richiesto un rimborso questo dipende da norme precedenti perché questo governo non è intervenuto su questa materia. Se le cose stanno come lei le ha descritte, condivido il suo giudizio che si tratta di norme poco sensate. Approfondirò e le farò sapere.
Un cordiale saluto,
Elsa Fornero

Paolo Soglia
1 agosto 2012 | 13:22

Vendola toglie i finanziamenti al film che ironizza sui gay

Andrea Indini - Mer, 01/08/2012 - 12:12

Polemiche su "Outing", il nuovo film di Vicino che ironizza sulle coppie gay. La Regione Puglia gli toglie i finanziamenti. Perché?


"Una storia dal forte appiglio comico sulle diversità e un’occasione per parlare di opportunità, al di là del sesso e del genere di chi le coglie o le rincorre”. Con queste parole il regista Matteo Vicino descriveva a Panorama Outing - fidanzatri per sbaglio, il nuovo film che sta girando a Roma proprio in questi giorni, dopo una serie di riprese in Puglia.



Si tratta di una sorta di cinepanettone politicamente scorretta che ironizza sulle coppie omosessuali. Una comicità che non dev'essere affatto piaciuta al governatore Nichi Vendola dal momento che il film è stato bocciato dall'Apulia Film Commission. Insomma, la nuova pellicola di vicino non beccherà un quattrino dalla Regione guidata dal leader del Sel, paladino dei diritti per gli omosessuali.
Ironizzi sui gay e muori. A sollevare il polverone è stata ItaliaOggi che ha denunciato il comportamento scorretto dell'Apulia Film Commission. La pellicola, spiega il quotidiamo, è stata bocciata senza appello "ufficialmente per mancanza di merito, secondo i maligni perché prende in giro i gay".

Protagonisti di Outing sono Nicolas Vaporidis e Andrea Bosca che vestono i panni di due amici col sogno di avviare un progetto di moda. "A un tratto - spiega il regista a Panorama - scoprono che i fondi della regione Puglia sono riservati alle coppie di fatto". A quel punto scatta l'imbroglio: i due si fingono una coppia omosessuale pur di usufruire dei fondi e rincorrere il proprio sogno. "Interpretiamo due ragazzi, di sicuro non due geni, che si sono visti sbattere molte porte in faccia, qualcosa che i giovani vivono ogni giorno - spiega Bosca - la storia di una profonda amicizia, che è uno dei nomi dell’amore: abbiamo cercato di essere rispettosi ma comici, per divertirci e divertire il pubblico".

Le polemiche non sono mancate sin dai primissimi ciack. Colpa - a quanto pare - di un frame pubblicato dallo stesso Vaporidis in cui recitava indossando un paio di leggings rosa shocking. l'attore è stato addirittura costretto a porgere le proprie scusa. "Pare che Vendola sia rimasto inorridito dal film, io credo che non si possa partire da una foto di scena per giudicare l'intera pellicola – tuona Vaporidis - non vogliamo offendere nessuno né scimmiottare o parodiare i gay. Diversi componenti della nostra squadra sono omosessuali e non hanno trovato nulla di offensivo nel film. Invece mi è bastato pubblicare su Facebook una foto con i leggins rosa addosso e subito si è scatenato un romanzo di voci contrarie al film che forse ha influenzato anche la Film Commission".

Il risultato? I due milioni di euro di budget sono stati coperti solo da privati. "Ce l'abbiamo fatta grazie ad aziende come la Don’t Cry Baby di Paolo Barletta - sottolinea il produttore Riccardo Cipullo - neanche un euro dal ministero né dalla regione Puglia". Forse il film non è granché. Tuttavia, suona piuttosto strano che la Regione Puglia, che a suo tempo aveva finanziato Mine vaganti di Ferzan Özpetek, adesso abbia bocciato un film che ironizza sulle coppie omosessuali. I dubbi sono leciti.

Malasanità e infermieri, «si lavora anche 19 ore di seguito»

Il Messaggero

Buongiorno, la notizia del bambino morto in ospedale per uno scambio di flebo scuote e addolora tutti, e non dovrebbe mai apparire, sopratutto in un Paese come l' Italia all' avanguardia nel settore della sanità, comecertificato dalla 2^ posizione nel mondo ricoperta dal nostro Paese per la qualità dell' offerta per la sanità pubblica.Come possa essere successo è un mistero, ma la magistratura farà senz' altro luce sulla vicenda e saranno accertati i fatti e le responsabilità. Desidero però evidenziare che certe cose non accadono per caso e la prevenzione e una maggiore attenzione a tutti gli aspetti organizzativi si impone.

Nelle ultime 48 ore una mia amica, infermiera professionale di un noto ospedale romano, all' avanguardia nella propria specializzazione, ha lavorato 32 ore in due turni, di cui uno della durata di 19 ore consecutive compresa la notte.(sono in grado di fornire i dati di quanto asserisco). Ovvero quello che è mediamente l' impegno di una settimana lavorativa per un comune dipendente pubblico, in questo caso è stato svolto in 2 giorni ( e 1 notte); come si può pensare di mantenere la necessaria concentrazione e attenzione con turni di questa portata, sopratutto in una attività così delicata come quella infermieristica?

Possibile che non vi sia modo di programmare e fronteggiare diversamente la carenza di personale che inevitabilmente si verifica nel periodo estivo?Non esite un protocollo con il numero massimo di ore lavorative consecutive e se esiste vi è un controllo sulla sua attuazione?
Mi auguro che qualche responsabile legga questa mia lettera e sia in grado di dare una giustificazione pubblica. Un cordiale saluto


Salvatore Iovine - Latina

Lunedì 30 Luglio 2012 - 17:44
Ultimo aggiornamento: 17:45

Straniero, 30 anni, si uccide in aeroporto In un biglietto: «Seppellitemi in Italia»

Il Messaggero

E' stato trovato in bagno, con i pantaloni abbassati e in una pozza di sangue




ROMA -ROMA - Ha scelto di morire in un anonimo bagno dell'aeroporto di Fiumicino lo straniero che, nel pomeriggio di oggi, è stato trovato seminudo, con la testa incastrata nel water e le vene dei polsi recise.A trovare il corpo ormai senza vita e con accanto numerose lamette sono stati gli addetti alle pulizie dello scalo romano che hanno immediatamente dato l'allarme e si sono trovati davanti a un lago di sangue sul corpo e sul muro della toilette. I pantaloni erano sul pavimento.

La porta del bagno era chiusa a chiave dall'interno e il personale, per aprire la porta, ha dovuto utilizzare un passepartout. All'inizio la polizia, che indaga sulla vicenda, non aveva escluso nessuna ipotesi, compresa quella dell'omicidio o del malore. Poi quel bigliettino, trovato accanto al corpo e scritto in un italiano incerto che conterrebbe riferimenti al desiderio dell'uomo di essere seppellito in Italia e che non lascerebbe dubbi sull'intenzione dell'uomo di suicidarsi.

Le forze dell'ordine non hanno trovato indosso all'uomo, bianco e dall'età apparente di 30-35 anni, alcun documento. Per risalire alla identità si dovrà ricorrere all'analisi delle impronte e al fotosegnalamento. La polizia si avvarrà anche dei filmati delle telecamere dello scalo romano per cercare di risalire ai suoi ultimi movimenti nello scalo, prima di entrare nella toilette dove ha trovato la morte.

Per la rigidità del corpo, si ipotizza che fosse nella toilette già da diverso tempo prima dell'ora del rinvenimento, avvenuta poco dopo le 14. Il corpo, dopo che il medico legale aveva effettuato gli accertamenti, è stato trasferito all'istituto di Medicina Legale di Roma. La zona in cui il cadavere è stato ritrovato è quella degli arrivi del Terminal 3, area aperta al pubblico, che si trova nel lato più decentrato dell'aerostazione.

Mercoledì 01 Agosto 2012 - 16:40
Ultimo aggiornamento: 20:50