lunedì 30 luglio 2012

Troppi sei turisti sulla botticella» Protesta e rischia il linciaggio ai Fori

Il Messaggero

 

Il vetturino si è scagliato contro l'attivista e ha chiamato rinforzi. Venerdì un cavallo è svenuto per il caldo

 

Botticelle in via dei Fori Imperiali (foto Caprioli - Toiati)

ROMA - Segnala ai vigili urbani una botticella troppo carica, con sei turisti a bordo, in via dei Fori Imperiali. Ne nasce una bagarre, con i turisti che voglio restituiti 600 euro della corsa e il vetturino che chiederinforzi e minaccia un linciaggio. È la disavventura denunciata stamani ad un'attivista del Partito Animalista Europeo. Venerdì un cavallo è stramazzato a terra per il caldo: c'è stata una semirissa tra vetturino e turisti che reclamavano maggiore assistenza per l'animale.

La segnalazione ai vigili. A raccontare la bagarre che si è scatenata è la stessa organizzazione spiegando che l'attivista aveva segnalato agli agenti della Polizia Municipale «una violazione al Regolamento comunale sulla tutela degli animali, nel caso specifico ai danni di un cavallo attaccato ad una botticella, con un carico eccedente di persone», per la precisione sei.

Bagarre ai Fori. L'associazione spiega che «stamani, solo dopo una perseverante insistenza da parte dell'attivista, ravvisando un'omissione d'atti d'ufficio qualora non fossero intervenuti, gli agenti hanno fermato la carrozza interrompendo la corsa. I turisti, furibondi, hanno preteso la restituzione del denaro, 600 euro, mentre il vetturino - prosegue la denuncia - imbestialito per l'accaduto si è scagliato contro l'attivista ed ha chiamato rinforzi. La situazione è degenerata all'arrivo di altri vetturini». L'attivista del Pae - prosegue il comunicato - è stata costretta a fuggire. Inseguita, nella fuga passando sui marciapiedi per evitare il tallonamento, è caduta riportando delle lesioni personali e danni alla bicicletta.

La denuncia. Il Partito animalista europeo annuncia una denuncia per maltrattamento di animali, una diffida al sindaco di Roma Capitale affinché sia rispettato il regolamento delle botticelle e l'avvio di ronde private per un controllo diretto di quanto accade per le strade di Roma.

Domenica 29 Luglio 2012 - 18:14
Ultimo aggiornamento: 20:26

Usa, medaglia d'oro a Raoul Wallenberg

Corriere della sera

 

Eroe della Seconda guerra mondiale: ha salvato 20mila ebrei ungheresi

 

L'allevamento delle «bufale»

Corriere della sera

 

La storia dell'arte viene snaturata per ragioni di marketing

 

Uno dei disegni attrubuiti a CaravaggioUno dei disegni attrubuiti a Caravaggio

Cinque luglio 2012, ore 17.35: l'Ansa batte, in esclusiva mondiale, una notizia clamorosa: «Caravaggio, trovati cento disegni mai visti». Peccato che i disegni fossero ben noti e, soprattutto, peccato che non siano di Caravaggio. Ma questa è solo l'ultima delle «bufale» storico-artistiche propalate negli ultimi mesi: il Sant'Agostino «di Caravaggio», la «vera» Visione di Ezechiele di Raffaello, l'Autoritratto «di Bernini», il «Guercino» esposto a Castel Sant'Angelo e la seconda Gioconda del Prado. E, naturalmente, il discusso Cristo «di Michelangelo» comprato da Sandro Bondi: per non parlare della ricerca delle ossa del solito Caravaggio o della povera Monna Lisa o della tragicomica caccia al fantasma della Battaglia di Anghiari.

 Caravaggio oppure no? I disegni di Milano Caravaggio oppure no? I disegni di Milano Caravaggio oppure no? I disegni di Milano Caravaggio oppure no? I disegni di Milano Caravaggio oppure no? I disegni di Milano

Cosa è successo alla storia dell'arte? Perché la rigorosa disciplina di Roberto Longhi ed Erwin Panofsky si è trasformata in un simile allevamento di bufale? Da una parte questa mutazione è uno dei sottoprodotti del ruolo che la storia dell'arte gioca nel discorso pubblico, specialmente in Italia. Essa è ormai, per il pubblico, sinonimo di «grandi mostre», anzi di «grandi eventi». E nella logica dell'intrattenimento spettacolare è assai difficile mantenere vive le regole, anche le più elementari, del sapere critico. Assai più che nella storia o nella filosofia, nella storia dell'arte si è così verificata una frattura verticale tra l'autoreferenzialità di chi studia seriamente, ma non ha né l'interesse né la possibilità di trasmettere la sua ricerca al grande pubblico e l'improvvisazione di chi ha invece accesso ai media, ma solo per fare «marketing» degli eventi.

Ma, d'altra parte, bisogna riconoscere che l'involuzione investe ormai i meccanismi intimi della disciplina. In altri termini, l'incredibile vicenda dei «cento disegni di Caravaggio» è il sintomo (in sé assai poco serio) di una malattia che si sbaglierebbe a non prendere sul serio. Si stenta ormai perfino a dirlo, ma la storia dell'arte è una scienza storica e l'attribuzione (cioè la capacità di riconoscere gli autori delle opere d'arte) non è una dote innata, ma il frutto di un lungo e faticoso esercizio, una tecnica che si impara e che si insegna, un metodo del quale si può dar conto razionalmente e i cui risultati si possono verificare e falsificare.

Ma, perché tutto questo funzioni, occorre che la comunità scientifica si autogoverni e si autocontrolli: per esempio attraverso riviste autorevoli dotate di comitati di studiosi che vaglino preventivamente e trasparentemente le proposte e che in base a tutto ciò siano poi valutate. Invece, nella storia dell'arte di oggi le riviste sono troppo spesso legate a circoli chiusi e «parrocchiali». Peggio: le sedi completamente autoreferenziali e slegate da ogni controllo preventivo (come i cataloghi delle troppe, e spesso dannose, mostre, le strenne bancarie, i libri a vario titolo autofinanziati) sono importanti quanto, e più, delle riviste o delle collane dotate di vaglio scientifico. La storia dell'arte sta così rinunciando ad esercitare il giudizio critico su se stessa e rischia oggi di trasformarsi in uno «studio della domenica» assolto da ogni rigore.

Una situazione che si è man mano sfilacciata fino ad arrivare alla moda delle «scoperte» pubblicate sui quotidiani e ora addirittura ai cento disegni di Caravaggio lanciati in due ebook di Amazon, a cui altri hanno risposto (seppur in buona fede) non attraverso recensioni scientifiche, ma attraverso l'istituto, non particolarmente scientifico, del comunicato stampa. La comunità degli storici dell'arte ha dunque una ragione tutta speciale per accettare di buon grado i meccanismi di valutazione e autocontrollo della qualità scientifica, che (seppur con molte contraddizioni) l'Agenzia nazionale per la valutazione dell'università e della ricerca sta cercando di introdurre anche in Italia e anche nei refrattari studi umanistici. È vero che un controllo troppo stretto può, alla lunga, indurre al conformismo e rallentare il progresso della ricerca, ma in questo momento la storia dell'arte ha bisogno di iniezioni massicce di serietà e credibilità: se non vogliamo trasformarci in guardiani delle «bufale» dobbiamo provare a chiuderne l'allevamento.

Tomaso Montanari

30 luglio 2012 | 9:26

Solai trasformati in abitazione, le norme del condominio vanno sempre richiamate

La Stampa

 

Nel regolamento condominiale, per rendere opponibili al terzo le clausole limitative sui beni di proprietà esclusiva, serve l'esplicita e specifica indicazione della clausole incidenti, non bastando ilrichiamo delle stesse nella nota di trascrizione dall’atto di acquisto. Lo ribadisce la sentenza 7396/12.

Il caso

Con una sentenza del Tribunale di Milano – in accoglimento della  domanda avanzata da una donna nei confronti del condominio – è dichiarata non opponibile una clausola del regolamento del fabbricato che vietava la trasformazione dei solai in abitazione. La decisione è confermata in seconda istanza: si rileva a proposito che il regolamento condominiale era stato soltanto richiamato nella nota di trascrizione dell’atto di acquisto, mentre sarebbe stato necessario indicare espressamente le clausole incidenti in senso limitativo sui beni di proprietà esclusiva. Il condominio si rivolge alla Cassazione, osservando che la trascrizione ha rilievo soltanto nel caso di conflitto tra più acquirenti dello stesso diritto.

Si appella al principio per cui sono opponibili ai terzi acquirenti di un bene immobile a titolo particolare gli oneri reali gravanti sull’immobile stesso, quali risultano da atto di provenienza regolarmente depositato e trascritto in precedenza (anche se la precisazione degli oneri viene richiamata nel solo atto di acquisto e non nella nota di trascrizione). La tesi non viene accolta poiché attiene a un tema del tutto estraneo al ricorso, vertente piuttosto ad accertare un errore di percezione della Corte d’Appello. Analogamente si respinge la doglianza con la quale si afferma che, se la nota di trascrizione dell’atto di originario acquisto e di approvazione del regolamento «è redatto come unico atto composto da diversi allegati», i terzi aventi causa dovrebbero far riferimento per relationem a tale originario atto. Questo assunto, però, non trova accoglimento per le stesse ragioni espresse circa il primo motivo gravame.

Non riscontra miglior sorte, infine, il terzo tassello del ricorso, basato sulla prospettazione per cui non costituisce omissione o inesattezza il fatto che una clausola limitativa di diritti dominicali sia riportata integralmente nel regolamento condominiale sotto forma di allegato alla originaria nota di trascrizione di assegnazione del bene immobile e di costituzione del condominio. Si presuppone di nuovo che la Corte d’Appello abbia commesso un errore non di percezione in fatto, bensì di giudizio di diritto, avendo preteso – per l’opponibilità della clausola in esame – requisiti diversi da quelli normativamente richiesti. Ancora una volta il ricorrente insiste in deduzioni pertinenti non alla sentenza impugnata, ma semmai a quella di cui aveva chiesto la revocazione, prospettando anche argomenti estranei a quelli avanzati nel gravame. Il ricorso finisce così nel dimenticatoio, anzi in soffitta.

Francia, la difesa del foie gras diventa una questione di Stato

La Stampa

 

Il presidente Hollande contro ,il bando imposto dalla California. «L'export non è in discussione»

 

Il foie gras è uno dei prodotti più famosi della cucina francese

 

alberto mattioli

corrispondente da parigi

 

La Francia? Toglietele tutto, ma non il suo foie gras. Eppure il resto del mondo ha molte perplessità sui metodi per ottenerlo, la famigerata pratica del «gavage», l’alimentazione forzata di anatre e oche, e si chiede se il paradiso dei palati valga l’inferno dei palmipedi. Recentemente ci sono stati dei grossi grassi problemi con la Germania (la fiera di Colonia ha bandito il foie gras) e soprattutto con la California, dove dal 1° luglio una legge vieta la produzione e la vendita del prodotto, indignando i francesi. Le tivù tricolori si sono già esibite in una serie di reportage dalla costa del Pacifico in cui si assicurava che gli irriducibili del foie gras non avrebbero deposto le forchette e che già organizzano il mercato nero e la resistenza in attesa dell’immancabile ritorno nei supermercati al grido di libero foie gras in libero stato.

Adesso per il fegato grasso scende in campo lo sponsor più autorevole possibile. Sabato, François Hollande è andato a visitare un’azienda agricola nel Gers, nel sud-ovest, la zona del Paese dove anatre e oche rischiano di più. Come Maria Antonietta pastorella al Trianon, anche i politici francesi democraticamente eletti adorano giocare agli agricoltori, categoria peraltro coccolatissima sia da destra che da sinistra. Quindi Hollande ha indossato prima gli stivaloni e poi, metaforicamente, i panni di crociato del fegato grasso: «Il foie gras - ha dichiarato solennemente - è una grande produzione francese che onora gli allevatori che le si consacrano. Non lascerò mettere in discussione le esportazioni di foie gras, in particolare in certi Paesi o certi Stati in America». E ogni riferimento alla California è puramente voluto. Anche perché «non possono difendere il libero scambio e poi impedire la vendita di un buon prodotto come il foie gras».

Hollande ha anche assicurato che «gli allevatori francesi hanno fatto dei grandi sforzi per mettersi a norma, per rispettare tutte le regole che sono state imposte dall’Europa per il benessere degli animali». Resta da capire come far cambiare la legge ai politici californiani. L’idea è quella di prenderli per la gola: «Se sarà necessario, ne farò arrivare loro quanto sarà necessario, e per loro sarà un piacere». Ma lo stesso Président ha poi ammesso che, a parte «convincere» gli americani a toglierlo, non c’è niente di concreto che si possa fare per spezzare l’embargo.
In ogni caso, poiché Hollande è sempre Hollande anche quando assume pose da de Gaulle e non rinuncia mai alla sua tipica ironia da timido, ha concluso la sua arringa con una battuta: «Comunque, visto che il foie gras vorremmo consumarlo tutto qui in Francia ma talvolta la mancanza di potere d’acquisto ce lo impedisce, non vorremmo mai privarne gli americani!».

Diaz, la verità del "duro" Canterini "Fu un errore, volevamo vendetta"

La Stampa

 

G8, l'ex dirigente della Mobile condannato a cinque anni racconta il blitz in un libro

Vincenzo Canterini, ex dirigente del reparto Mobile di Roma

 

FRANCESCO GRIGNETTI

roma

 

Sui fatti della Diaz, esiste ormai una verità giudiziaria cristallizzata dalla Cassazione. Esiste poi un’altra verità, quella delle convinzioni. E qui continua, come nulla fosse, il muro contro muro. Di qui i buoni, di là i cattivi. Uno dei «cattivi» per definizione è Vincenzo Canterini, ex dirigente del reparto Mobile di Roma, il capo dei celerini. Ebbene, Canterini, che s’è beccato cinque anni al processo, ha appena licenziato un libro-intervista (Gianmarco Chiocci, Simone Di Meo - «Diaz» - Imprimatur editore) per raccontare la «sua» Diaz. Ed è una sorpresa perché il duro Canterini si dimostra molto più indulgente per i manifestanti che per i suoi ex colleghi. Racconta così la carica che guidò personalmente in piazza Alimonda subito dopo che si era sparsa la notizia che un giovane, Carlo Giuliani, era stato ucciso e si stava concentrando lì una moltitudine di contestatori animati da propositi di vendetta. «La carica fu obiettivamente pesante. L’immensa processione di via Tolemaide arretrò per la prima volta, le ambulanze raccattarono i percossi, diedi l’ordine di retrocedere».

Canterini ha una sua versione da difendere. I suoi settanta uomini entrarono alla Diaz assieme a centinaia di altri poliziotti sconosciuti, lì confluiti non si sa come e perché, in una confusione inverosimile. «Facce stanche, affaticate, assetate di sangue e di vendetta. Gente in fibrillazione, completamente alla frutta per quei due giorni d’inferno, che scalpitava. Un’accozzaglia di divise blu». Era di questa folla impazzita di poliziotti che parlò al processo il braccio destro di Canterini, il funzionario Michele Fournier. Erano loro che diedero vita alla «macelleria messicana» nel corso dell’irruzione. Per quelle parole coraggiose, il celerino Fournier è diventato paradossalmente un’icona dei no global.

Allo stesso tempo è odiato dai colleghi. Ebbene, giunti al momento della verità, Canterini difende il suo vice con parole che piaceranno molto ai no global e meno all’istituzione. «In questa storia l’unico che ha portato la croce trovando la forza di rompere la consegna al segreto è stato Fournier. Non sto qui a giudicare, a dire se ha fatto bene, se ha fatto male, se doveva dirlo prima, se il segreto se lo doveva portare nella tomba perché siamo tutti una famiglia e i panni sporchi non si lavano all’aperto. Per alcuni colleghi quel funzionario è diventato un Giuda. Ma non è un Giuda».


E conclude, Canterini, con un giudizio lapidario su come un’operazione nata male finì malissimo: «La Diaz fu una rappresaglia scientifica alla figuraccia mondiale per le prese in giro dei black bloc. Un tentativo, maldestro, di rifarsi un’immagine e una verginità giocando sporco, picchiando a freddo, sbattendo a Bolzaneto ospiti indesiderati assolutamente innocenti».

L'ex Nar al Campidoglio e l'ipocrisia della sinistra

Stefano Filippi - Lun, 30/07/2012 - 08:37

 

Scoppia la polemica per la consulenza a un ex terrorista finita nel 2010. I "compagni" senza ritegno dimenticano i vari Negri, D’Elia, Azzolini...

 

Ci risiamo con il doppiopesismo della sinistra. Scandalo e orrore perché un ex esponente dei Nar poi affiliato alla banda della Magliana, Maurizio Lattarulo detto «Provolino», figura tra i consulenti del comune di Roma, all'assessorato delle Politiche sociali. Repubblica, che ha dato la notizia anticipando una indignata interrogazione urgente che il presidente del XVII Municipio capitolino invierà oggi, ricorda che il sindaco Gianni Alemanno ha già sistemato in due municipalizzate vari estremisti di destra tra cui Stefano Andrini e Francesco Bianco.È tutta gente che ha chiuso da tempo i conti con la giustizia, compreso Lattarulo.

 

Cattura

Il vicesindaco Sveva Belviso precisa che «Provolino» fu prosciolto in fase istruttoria 20 anni fa per il reato di banda armata legata ai Nar e che nel 2008, quando iniziò a collaborare con il Campidoglio, stava svolgendo un percorso di riabilitazione concluso nel 2010 con una sentenza definitiva. La Belviso, che è assessore alle Politiche sociali, lo inserì nel suo staff «a tempo determinato, con uno stipendio di 1.500 euro mensili e l'incarico di occuparsi del reinserimento degli ex detenuti e dei rapporti con il garante regionale dei detenuti Angiolo Marroni, padre del capogruppo Pd in consiglio comunale Umberto Marroni. Lattarulo ha lasciato spontaneamente l'assessorato nel 2010, dicendo che aveva trovato una soluzione lavorativa più stabile». Pd e Italia dei Valori si sono lanciati in un coro avvelenato contro il Campidoglio, diventato «una succursale lavorativa per ex terroristi di destra, fascisti e boss della malavita».

Che cosa bisognerebbe dire, allora, dei governi e delle giunte rosse che hanno arruolato ex brigatisti condannati per omicidi a pene pesanti? È un ritornello triste questa polemica ricorrente sulle fedine penali, dove gli ex estremisti di destra sono malviventi assoldati da politici in malafede mentre gli ex terroristi rossi si sono trasformati in galantuomini redenti pronti a servire lo Stato al fianco dei sinceri democratici.Rinfreschiamoci la memoria, allora. Alcuni nomi sono molto conosciuti. Toni Negri, leader di Potere operaio condannato a 17 anni di carcere, fu eletto deputato dal Partito radicale, il che gli consentì di uscire di prigione e fuggire in Francia. In Parlamento è approdato anche Sergio D'Elia, ex dirigente di Prima Linea, condannato a 25 anni per omicidio (successivamente dissociato e riabilitato nel 2000 dal tribunale di Roma): fu eletto nel 2006 a Montecitorio sempre nelle liste radicali e nominato segretario dell'allora presidente della Camera, Fausto Bertinotti.Personaggi noti, casi eclatanti.

L'ultimo è Maurizio Azzollini, l'extraparlamentare immortalato in una foto famosa con il passamontagna e una Beretta calibro 22 puntata verso la polizia durante la manifestazione del 14 maggio 1977 a Milano in cui morì l'agente di polizia Antonino Custra. Azzollini è capo di gabinetto del vicesindaco di Milano, Maria Grazia Guida. Per il primo cittadino, Giuliano Pisapia, egli «ha espiato la pena» e dunque «può ricoprire incarichi di responsabilità». Perché per un ex estremista di destra e un ex autonomo non vale la stessa misura?Non sono gli unici episodi. Silvia Baraldini, condannata negli Stati Uniti a 43 anni per associazione sovversiva, rientrata in Italia nel 1999 (premier D'Alema, Guardasigilli Diliberto) per scontare il resto della pena, divenne consulente della giunta di Roma guidata da Walter Veltroni: lo stesso comune che dovrebbe vergognarsi per il contratto a «Provolino».

Sempre sotto l'amministrazione Veltroni, la terrorista Claudia Gioia, esponente delle Unità comuniste combattenti condannata a 28 anni per il delitto del generale Licio Giorgieri e il ferimento del giuslavorista Antonio Da Empoli, è stata responsabile dell'allestimento mostre al Macro, il Museo comunale di arte contemporanea al Testaccio, e fu consulente di Francesco Rutelli al ministero dei Beni culturali.Ave Maria Petricola, arrestata nel 1981 con un membro della colonna romana delle Br, condannata per il sequestro Moro a tre anni e cinque mesi, pentita e amnistiata nel 1987, lavora alla Provincia di Roma presieduta da Nicola Zingaretti e ne dirige il centro per l'impiego. Roberto Del Bello, condannato per banda armata, è stato consigliere provinciale a Venezia per Rifondazione comunista e segretario particolare di Francesco Bonato, sottosegretario agli Interni (sempre Prc) nell'ultimo governo Prodi. Esecutivo che chiese la collaborazione anche dell'ex brigatista rossa Susanna Ronconi, condannata a 12 anni per l'omicidio di due missini padovani. Era tra i consulenti del ministro Paolo Ferrero, anch'egli di Prc.

L'invasione degli Zombies in Facebook

La Stampa

Gianluca Nicoletti

 

Per paradosso gli utenti più antichi e fedeli sforano i 5000 ed eliminare gli Zombies è quasi impossibile

Facebook ci ha riempito i profili personali di Zombies, questo significa in molti casi di non poter più accettare nuovi amici. Per paradosso i più antichi e fedeli utenti sono proprio le persone più danneggiate dal bug che, da metà giugno circa, ha improvvisamente fatto levitare nel giro di un istante il numero delle persone che ognuno aveva scelto come friend. Chi infatti già viaggiava sul filo del numero massimo di 5000 amici poteva destreggiarsi, con piccoli movimenti di cancellazione/acquisizione, per mantenersi sotto la soglia di rischio (impossibile accettare nuove amicizie per superamento numero massimo). Questa è d'altronde la funzione per cui ci s’iscrive a Facebook, poter allargare e gestire con strumenti di social networking la propria cerchia di conoscenze, relazioni, contatti, amicizie o amori. Insomma chi s’iscrive deve poter essere libero di scegliere se, come, quando e per quanto tempo si voglia mantenere attivi i privilegi di interscambio sociale con il resto del mondo.

Ora Facebook in questo è inadempiente, lo è in maniera particolare con chi si trova come me, da un giorno all'altro 5337 amici, a occhio e croce almeno 500 di più di quelli con cui aveva scelto di interagire. Apparentemente nessun problema perchè l'esubero è costituito unicamente da un bug che, con la nuova interfaccia utente chiamata "diario", ha richiamato a vita apparente tutti gli zombies degli utenti che nella lunga vita del mio profilo, cinque anni, ho via via cancellato o mi hanno a loro volta cancellato. Infatti se vado cercare con cura tra gli amici ogni tanto ne trovo qualcuno senza foto, se tento di interagire con lui il sistema mi avverte che è un fantasma e che non siamo più in contatto tra noi. Naturalmente tutti questi fantasmi ci impediscono di accettare nuovi amici a meno che ce li togliamo tutti di torno. Ebbene qui il vero problema: l’upgrade di Facebook impedisce le eliminazioni di massa. Meno crudamente espresso il concetto, significa che per fare fuori gli zombie occorre cercarli uno a uno e toglierli con tre click. Anche la lista degli amici con possibilità di "spunta" veloce da una semplice casella è stata eliminata (motivi umanitari?). Per ogni eliminazione effettuata, ora il nuovo sistema ci riporta in testa alla pagina degli amici, dove i primi sono quelli da noi più frequentati, quindi quelli che mai vorremmo eliminare.

Con pazienza si scende schermata dopo schermata nel profondo dell'elenco fino a che si rintraccia uno zombie senza volto. Lo si elimina e si ricomincia da capo. Ho calcolato per difetto che occorrano almeno due minuti a zombie, per terminarlo secondo la procedura e ritrovarsi nelle condizioni di sparare sul successivo. Moltiplicando il tempo per il numero di zombie che dovrei eliminare, per avere le funzionalità di Facebook di cui avrei diritto, non mi basterebbero sedici ore di lavoro ininterrotto. Pare che al momento non ci sia alternativa, chi come me è over 5000 se li deve tenere, a meno abbia molto tempo libero e certosina pazienza. Questo comporterà che se non si risolverà il bug sarà impossibile accettare persone nuove già in lista d'attesa, o con le quali si abbia desiderio o necessità di interagire. L’ alternativa potrebbe essere di aprire ex novo un altro profilo. Facendo così però si perde tutto il valore dello storico di anni di permanenza, che tra l’altro dovrebbe essere il vero senso dell’ introduzione del “diario” di Facebook. Ammesso che il bug sia al momento irrisolvibile, almeno ci venga restituita la funzione di sterminio rapido del contatto indesiderato. Vorrà dire che agli zombies che ci precludono nuovi amici su Facebook penseremo noi.

Suicida ex dirigente della Rinascente Lascia due milioni di euro ai Carabinieri

Corriere della sera

 

L'82enne, malato da tempo, si è gettato dalla finestra. Il testamento assegna l'ingente patrimonio all'Arma

 

MILANO - Solo, anziano, ammalato da tempo, domenica ha deciso di farla finita nel modo più tragico, gettandosi dalla finestra del suo elegante appartamento del centro di Milano. L'anziano ex dirigente della Rinascente non aveva figli né parenti vicini, ma soltanto un caro amico, un maresciallo dei carabinieri di Roma. E forse proprio in quel legame c'è la spiegazione del singolare testamento dell'uomo: tutto il patrimonio, oltre due milioni di euro, andrà infatti all'Arma dei Carabinieri.

IL SUICIDIO - Il tragico gesto è avvenuto alle 13.50 di domenica. Sergio G., 82 anni, ex-dirigente della Rinascente, si è gettato dalla finestra di casa sua, in corso Garibaldi 72. L'anziano aveva problemi di salute, e negli ultimi tempi risiedeva 9 mesi all’anno in Spagna con la moglie Franca Maria Antonella, 80enne di origini romane.

IL TESTAMENTO - L’uomo ha lasciato una lettera in cui indica l’avvocato a cui rivolgersi per il testamento: ha lasciato 2 milioni e 145mila euro al Fondo assistenza previdenza e premi per il personale dei Carabinieri. A quanto risulta, Sergio G. aveva legami con Antonio O., un maresciallo dei carabinieri di Roma.

 

Redazione Milano online30 luglio 2012 | 12:03

Io e la banda della Magliana: un abbaglio Ho avuto incarichi anche alla Regione

Corriere della sera

 

Parla Maurizio Lattarulo: per il gruppo di De Pedis gestivo sale d'azzardo, ma pensavo fossero reati da Pretura

 

ROMA - «Sono stati 18 mesi della mia vita e li ho strapagati...». Parla l'ex estremista di destra protagonista nei giorni scorsi di una dura polemica contro il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, accusato dalle opposizioni di aver fatto assumerein Comune un uomo che era stato coinvolto nelle indagini sui Nar e sulla Banda della Magliana.

 

Maurizio Lattarulo Maurizio Lattarulo

Maurizio Lattarulo, braccio destro di De Pedis...
«Lo conoscevo, ma non così bene».

Faceva parte della banda della Magliana, o no?
«Gestivo i circoli per il gioco d'azzardo. Ma pensavo di avere a che fare con reati da Pretura».

Non era a conoscenza delle attività della banda?
«No, e di certo non le raccontavano a me, un ragazzino».

Nel periodo 1987-'89, aveva quasi trent'anni. Un uomo
«Sarà che sono passati tanti anni, per questo dico che ero giovane. E comunque sempre str... ero».

Vecchie foto segnaletiche di alcuni membri della Banda della Magliana Vecchie foto segnaletiche di alcuni membri della Banda della Magliana

Ma andò ai funerali di «Renatino» nel '90?
«Sì, ero presente. Fu un atto di pietà umana».

È pentito del suo passato?
«È stato un abbaglio, un errore. Poi ho capito che quel mondo non era così brillantoso . Per la giustizia sono riabilitato. La sentenza è del 2011, il percorso è iniziato nel 2004».

Nel 2008 non era riabilitato
«Nella condanna a 30 mesi non avevo l'interdizione ai pubblici uffici».

Al Comune aveva un incarico di responsabilità
«Rispondevo al telefono, aprivo la porta all'assessore. E i brigatisti al governo?».

Ha avuto incarichi anche con l'assessorato Ambiente alla Regione Lazio?
«No, ma a Sviluppo Lazio».

È ancora amico di Massimo Carminati?
«Non lo frequento da vent'anni».

Ha curato la campagna elettorale della Belviso?
«No. La conoscevo dal Municipio XII, quando è diventata assessore mi sono proposto. Sono andato via per andare a guadagnare di più. Ora faccio l'imprenditore».

Tredicine?
«Un buon conoscente. Ma non ci ho mai lavorato».

L'arresto dell'81 dopo Acca Larentia?
«Mi presentai per dire che Giacquinto non era armato. Venni spedito in prigione e cominciarono i miei guai...».

E i Nar?
«Mai fatto parte, assolto in istruttoria».

 

Ernesto Menicucci
Corriere della Sera30 luglio 2012 | 11:38

La Rai sommersa dalle cause di lavoro Un dipendente su dieci va dal giudice

Corriere della sera

 

E con il Festival di Sanremo ha perso 17 milioni di euro

 

Ogni mattina gli avvocati della Rai entrano in ufficio e trovano sul tavolo una busta con i bolli del tribunale: un altro dipendente ha fatto causa all'azienda. Il rapporto è ormai di uno a dieci. Ogni dieci dipendenti c'è una causa di lavoro. Nel solo 2010 ne sono arrivate 285 nuove di zecca, 73 in più rispetto al 2009. La conclusione è che alla fine di quell'anno la Rai ne aveva aperte ben 1.309, a fronte di 13.313 dipendenti in tutto il gruppo.

 

IL PROVVEDIMENTO - Sarà la crisi, oppure le conseguenze di un provvedimento approvato due anni fa che ha peggiorato le condizioni degli indennizzi, ma i dati dicono che l'andazzo è andato addirittura peggiorando: l'anno prima ci si era fermati a quota 1.264. E comunque con questa storia i nuovi vertici dovranno fare i conti. Il benvenuto per la presidente Anna Maria Tarantola e il direttore generale Luigi Gubitosi è una relazione di 157 pagine appena sfornata dalla Corte dei conti nella persona di Luciano Calamaro, magistrato incaricato del controllo sulla tivù di Stato. Appena se n'è avuta notizia l'azienda si è premurata di precisare che quel rapporto riguarda il 2010, cioè un periodo gestionale, chiuso da oltre un anno, attribuibile all'ex direttore generale Mauro Masi. Le cose, hanno fatto sapere, sarebbero assai migliorate. In effetti il risultato economico del gruppo Rai è passato da una perdita di 98 milioni nel 2010 a uno stiracchiatissimo utile di 4,1 milioni nel 2011. Ma i fondamentali restano gli stessi.

I COSTI - A cominciare da un costo del lavoro che ha superato di slancio il miliardo di euro: 1.027 milioni, contro 1.014 un anno prima. Il fatto è che pure il piano degli esodi incentivati (ne erano previsti almeno 400), che costano mediamente 108 mila euro a persona, si scontra con la realtà degli accordi sindacali per la stabilizzazione dei precari e delle cause di lavoro che spesso costringono l'azienda ad assumere. Il risultato è che nel 2011 il numero dei dipendenti di tutto il gruppo si è ridotto appena di un centinaio di unità. Mentre l'anno prima, dice la Corte dei conti, gli stipendi pagati dalla sola Rai spa erano saliti a 11.857, contro 11.698 nel 2008: ben 10.110 erano quelli per il personale a tempo indeterminato, 270 in più nei confronti di due anni prima. Ancora. Soltanto i giornalisti in pianta stabile erano 1.675, ma considerando anche i 344 precari si arrivava allo spettacolare numero di 2.019, ridotto un anno dopo a 1.972. Per un costo medio, relativo esclusivamente ai garantiti, pari a 151 mila euro l'anno.

LE ASSUNZIONI - Nel solo 2010 le assunzioni a tempo indeterminato in tutta l'azienda sono risultate 430, una novantina in più rispetto a due anni prima, di cui 296 precari stabilizzati. Dal 2008 al 2010 hanno avuto il posto fisso in Rai 1.121 persone: l'11 per cento di tutti gli attuali dipendenti a tempo indeterminato. I tagli vengono dunque subito compensati dalle assunzioni. Ed è chiaro che avere un numero di dipendenti pressoché doppio, in termini omogenei, rispetto al gruppo privato Mediaset, che ha un fatturato decisamente superiore (4 miliardi 250 milioni, contro 3 miliardi 41 milioni della Rai) non può essere considerato un dettaglio. Del resto, non bisogna essere degli esperti di scienze economiche per rendersi conto che a viale Mazzini non nuotano nell'oro.

IL BILANCIO - La posizione finanziaria netta alla fine del 2011 era negativa per 272 milioni, con un peggioramento dell'indebitamento di 118 milioni sull'anno precedente. Il che non ha impedito di concludere l'acquisto degli stabilimenti Dear a Roma: 52 milioni e mezzo di euro. Dice la Corte dei conti che c'è un «persistente sbilancio negativo fra ricavi e costi, le cui ripercussioni negative sulla situazione economico-patrimoniale e finanziaria della società stanno assumendo carattere strutturale e dimensioni preoccupanti». Secondo i magistrati contabili «tutte le voci di entrata evidenziano problematiche». E lo «sbilancio» non risparmia nemmeno le trasmissioni che dovrebbero fare, immaginiamo, soldi a palate. Il Festival di Sanremo, per citare un caso. In solo due anni, nonostante introiti pubblicitari per 24 milioni 850 mila euro, la Rai ci ha rimesso la bellezza di 17 milioni 424 mila euro: 9 milioni 580 mila nel 2009 e 7 milioni 844 mila nel 2010. Le perdite causate da uno degli eventi televisivi più importanti della stagione sono stati praticamente pari alle royalty intascate dal Comune di Sanremo, che ha una convenzione in base alla quale la tivù di stato corrisponde al municipio ogni anno per l'esclusiva del festival qualcosa come 9 milioni di euro.

IL CANONE - Certo, il bilancio soffrirebbe meno se le entrate del canone non fossero «notevolmente compromesse», per usare le parole della Corte dei conti, «dalle crescenti dimensioni dell'evasione». Un fenomeno che avrebbe raggiunto 450 milioni l'anno. Va da sé che il suo «efficace contrasto», affermano i magistrati contabili, «contribuirebbe a riequilibrare la posizione economico finanziaria della società». Sempre presupponendo, naturalmente, che non si intervenga come forse sarebbe necessario sull'attuale struttura dei costi. Peccato però che «al momento», sottolinea la relazione, «non siano state introdotte misure volte ad arginare il fenomeno». La faccenda in effetti è molto complessa anche per la mancanza di norme specifiche. Ma tant'è. Stime aziendali parlano di un tasso medio del 26,7 per cento, e crescente: era al 26,1 nel 2008 e al 26,5 nel 2009. Nelle Regioni meridionali tocca punte mostruose. In Campania siamo al 44,5%, in Sicilia al 42,2, in Calabria al 39,7. Impietoso è il confronto con le altre televisioni pubbliche europee: in Germania e Regno Unito l'evasione si aggira intorno al 5%; in Francia non supera l'uno per cento. Per non parlare poi del canone «speciale», quello dovuto dagli esercizi commerciali: i mancati introiti qui sarebbero dell'ordine del 60 per cento.

EVASIONE - Con le attività di recupero si portano a casa circa 400 mila abbonamenti l'anno. Nel 2010 sono stati, per l'esattezza, 415.001. Ma il numero dei nuovi abbonati così racimolati è appena superiore a quello delle disdette che arrivano ogni dodici mesi: 310.368 nel 2010, 323.545 l'anno precedente e 294.382 nel 2008. Dalla contabilità separata si ricava che con i soli incassi del canone la Rai non riuscirebbe a coprire i costi delle attività del cosiddetto «servizio pubblico». Il disavanzo, secondo i dati ufficiali, sarebbe stato di 364 milioni nel solo 2010. Un piccolissimo contributo per alleggerirlo verrà quest'anno dalla decisione di Anna Maria Tarantola, che si è autoridotta lo stipendio rispetto ai 448 mila euro del suo predecessore Paolo Garimberti. Mentre Gubitosi, dopo le polemiche sul suo trattamento, ha deciso di rinunciare al contratto a tempo indeterminato, accontentandosi dei 650 mila euro l'anno di paga per la durata del mandato. È circa il 9 per cento in meno rispetto alla retribuzione di Masi (715 mila euro). Ma ci sono sempre da fare i conti con la legge che impone un taglio anche alle retribuzioni dei manager delle società di Stato. Sempre che prima o poi il decreto attuativo, già in ritardo di due mesi rispetto alla scadenza prevista del 31 maggio, salti fuori.

 

Sergio Rizzo

30 luglio 2012 | 7:59

Crolla un ramo di un albero monumentale

Corriere della sera

 

Si tratta di una quercia di 117 anni. Il ramo è caduto sulla strada senza provocare feriti

 

Cattura

MILANO - Con i suoi 117 anni è uno degli alberi più antichi di Milano. Domenica, il crollo, alle 13, di un ramo della quercia monumentale in piazza XXIV Maggio. È caduto proprio sulla strada, all’incrocio vicino all'incrocio con corso San Gottardo, ma al momento del cedimento non erano presenti persone sulla carreggiata e non si registrano feriti. Alcuni testimoni parlano di un crollo improvviso e di una grande paura per il grande rumore.

 Crolla un ramo della quercia più antica di Milano Crolla un ramo della quercia più antica di Milano Crolla un ramo della quercia più antica di Milano Crolla un ramo della quercia più antica di Milano Crolla un ramo della quercia più antica di Milano

L'INTERVENTO - I rami hanno occupato tutta la strada trascinando con sè anche alcuni cavi aerei dell’alimentazione elettrica: sul posto sono subito intervenuti i vigili del fuoco, la polizia locale e i tecnici dell’Atm. L’albero è probabilmente il più famoso di tutto il capoluogo lombardo: si tratta di una quercus rubra americana nata nel 1895 ed è stata portata in piazza XXIV Maggio nel 1924 diventando poi un monumento ai caduti della Grande guerra. Gli interventi di sostegno sono iniziati alcuni anni fa, quando sono stati posti tiranti tra i rami e stampelle che toccano il suolo.

L'ALBERO DI CATTELAN - La quercia è stata anche protagonista, nel 2004, delle tante polemiche suscitate dall’opera di Maurizio Cattelan che appese ai suoi rami dei manichini raffiguranti bambini impiccati.

 

Redazione Milano online29 luglio 2012 | 19:02

Ex Nar consulente del Comune» Lattarulo mette nei guai Alemanno

Corriere della sera

Bufera per un contratto alle Politiche sociali dell'estremista condannato per i legami con la «banda della Magliana»


Foto segnaletiche della «banda della Magliana»Foto segnaletiche della «banda della Magliana»

ROMA - L'opposizione di centrosinistra è pronta a dare battaglia. Anche in Parlamento, con un'interrogazione già annunciate dalla deputata del Pd Ileana Argentin, rivolta al ministro dell'Interno, Anna Maria Cancellieri. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, viene travolto dalle polemiche per l'assegnazione di un incarico da consulente esterno dell'assessorato alle Politiche sociali a Maurizio Lattarulo, ex estremista di destra legato ai Nar (Nuclei armati rivoluzionari), che tra l'altro risulta condannato, con sentenza definitiva del 6 ottobre del 2000, per attività che lo vedevano implicato nei reati della famigerata «banda della Magliana».

«UN VERO SCANDALO» - «Ormai il Campidoglio di Alemanno è diventato una succursale lavorativa per ex terroristi di destra, fascisti e boss della malavita. Dopo il vergognoso scandalo Parentopoli, dove nelle aziende municipalizzate romane sono stati assunti - senza contratto e a tempo indeterminato - migliaia di camerati ed ex terroristi, adesso scopriamo che anche un ex boss della Magliana (ed ex Nar) Maurizio Lattarulo, detto Provolino, che si occupava di racket ed estorsioni, risulta fra gli assunti del sindaco Alemanno e suo fidato consulente addirittura sulle Politiche sociali», dice il segretario del Pd di Roma, Marco Miccoli.

«URGE UN CHIARIMENTO» - Va giù duro anche Dario Nanni, consigliere comunale della Capitale, sempre del Pd. «Chiediamo al sindaco Alemanno di chiarire i motivi che hanno indotto l'amministrazione comunale a conferire l'incarico di consulenza e i ruoli assunti da Lattarulo, e nominato dalla giunta Alemanno consulente esterno, nei periodi che vanno da luglio a dicembre 2008 e da gennaio 2009 a dicembre 2010. Inoltre chiediamo di conoscere - aggiunge Nanni - se attualmente intercorrano ulteriori rapporti di collaborazione tra Lattarulo e l'amministrazione di Roma, e quale ne sia la natura giuridica», sottolinea Nanni.

Contestazione in Campidoglio all'epoca della nomina di Andrini a Ad di Ama-ServiziContestazione in Campidoglio all'epoca della nomina di Andrini a Ad di Ama-Servizi

I PRECEDENTI DI ANDRINI E BIANCO - Già nel 2009, Alemanno aveva suscitato la rivolta dei consiglieri d'opposizione per aver indicato come amministratore delegato della controllata del Comune per i servizi ambientali, l'Ama, l'ex picchiatore di destra Stefano Andrini, in passato estradato dalla Svezia e condannato a 4 anni e 8 mesi per tentato omicidio e lesioni aggravate. Poi Andrini era stato «dimissionato» dalla carica di Ad, ma era rimasto in Ama, dove avrebbe anche ricevuto un premio di 3500 euro per l'attività di dirigente svolta nel 2011. E dai Nar, come Lattarulo, veniva anche Francesco Bianco - un tempo vicino al gruppo dei fratelli Fioravanti - assunto all'Atac e coinvolto nell'inchiesta Parentopoli. Sempre nella municipalizzata per i trasporti era stato assunto Gianluca Ponzio, ex Terza Posizione.

INCHIESTA PER RICICLAGGIO - Andrini, che in teoria si era autosospeso dalla carica di dirigente della municipalizzata, risulta coinvolto nell'inchiesta sul riciclaggio che aveva portato all'arresto dell'ex presidente di Fastweb Silvio Scaglia. Andrini era citato nella parte relativa all'elezione a senatore di Nicola Di Girolamo, che secondo l'accusa sarebbe stata caldeggiata dall'imprenditore Gennaro Mokbel, finito in carcere nell'ambito della stessa inchiesta.


Redazione Roma Online29 luglio 2012 | 14:54

Per l'erario un cane conta più di un disabile?

La Stampa
Marina Palumbo

La denuncia del Coordinamento Famiglie disabili gravi e gravissimi: deducibili le spese veterinarie ma non i parafarmaci, che pure sono indispensabili per molti portatori di handicap

MARINA.PALUMBO@MAILBOX.LASTAMPA.IT



Così, a primo impatto verrebbe da dire: «Ma perchè? Non gli bastano i farmaci gratis?».

O almeno questa pare essere la reazione media di chi con la disabilità non ha a che fare. Chi invece con bambini, ragazzi e adulti affetti da gravi patologie è a contatto tutti i giorni lo trova scandaloso: il Coordinamento Famiglie disabili gravi e gravissimi, con la presentazione del 730 ha «scoperto» alcune incongruenze nelle deducibilità consentite. In base alle «Istruzioni» per la compilazione del modello 730 dell'Agenzia delle entrate, infatti, è prevista la deducibilità per «le spese veterinarie sostenute per la cura di animali legalmente detenuti per compagnia o per pratica sportiva» e, sottolinea il Coordinamento, fin qui nulla da eccepire, «molti di noi hanno anche un animale». Ma, quando si arriva alla voce «spese mediche e di assistenza specifica per i disabili» si scopre che, nell'elenco delle spese mediche generiche e di quelle di assistenza specifica'' non compaiono assolutamente i parafarmaci.

Prodotti come la melatonina, le vitamine, i fermenti lattici o i cerotti per cateteri e endovena,  i detergenti anallergici e i disinfettanti, che per queste famiglie costituiscono una spesa continuativa e ingente, non si possono dedurre. «Può sembrare una sciocchezza - spiega  Simona Bellini, presidente del Coordinamento - ma per le persone con determinate disabilita´ i parafarmaci non sono `un di più´ ma rappresentano dei sussidi necessari alla vita quotidiana. Spesso, infatti, utilizzano parafarmaci a base vegetale per evitare di `appesantire´ il loro organismo già sottoposto al `bombardamento´ dei farmaci salva vita come gli antiepilettici, gli antidepressivi o i tranquillanti».

UNA SPESA DA 150 A 700 EURO AL MESE «I medicinali di cui hanno bisogno questi ragazzi - spiega ancora Bellini - li passa, quasi sempre, il servizio sanitario nazionale, mentre i parafarmacii, di cui loro hanno comunque bisogno, li paghiamo interamente senza nemmeno la possibilità di dedurli nella dichiarazione. In molti casi, i parafarmaci, come la melatonina servono a tenere sotto controllo disturbi del ciclo sonno-veglia, o, nel caso della vitamina c, un antiffiammatorio protettivo, serve a proteggerli da infezioni cui sono più esposti». Le cifre sono difficilmente standardizzabili visto che dipendono anche dalle diverse patologie e necessità specifiche, ma possono andare da un minimo fisso di 150-200 euro al mese fino a picchi di 6-700. 

«Solo di  disinfettanti e sterilizzatori, se ne possono andare 20 euro a settimana - prosegue Bellini -  poi le varie creme per le irritazioni alle pliche cutanee ,  i prodotti per l'aerosol, collirii, cotone e  siringhe. E si possono aggiungere marmellate tipo Tamarine per la stipsi, creme per proteggere dalle irritazioni da pannolone, spazzolino da denti in pelo di tasso (morbidissimo per evitare lesioni su gengive sempre ipertrofiche a causa degli antiepilettici), dentifricio deglutibile, spray per la bocca disinfettante deglutibile, fitofarmaci antimicotici per le parti intime e per i piedi, spray antizanzare e creme post-puntura».

E come fare a meno, se prescritto, di un integratore a base di alfa-lattoalbumina - che serve per prevenire aggressività, nervosismo, affaticamento, depressione del tono dell'umore, ansia e insonnia? «Ultima cosa: dato che di scarpe ortopediche il SSN ne rimborsa un paio ogni 4 anni, siamo costretti a far modificare le scarpe (rinforzi, tacchi etc.) senza poterne scaricare le spese».

IL PARERE DEL MEDICO Anche secondo Giuseppe Mele, presidente della Federazione italiana medici pediatri, è «sconcertante» scoprire che per il fisco italiano le spese veterinarie sostenute per la cura di animali siano deducibili dal 730, mentre alla voce «spese mediche e di assistenza specifica per i disabili» non compaiono assolutamente i parafarmaci. «Non possiamo pensare che persone con una grave disabilità, e spesso parliamo di bambini, oggi non abbiano una deduzione per prodotti comunque prescritti dal medico e che per loro sono importanti. Sarebbe auspicabile che i parafarmaci e i presidi usati quotidianamente da questi soggetti particolarmente fragili fossero a carico del Servizio sanitario nazionale, o quantomeno deducibili nel 730».

È vero che siamo in un momento di crisi economica, dice il presidente della federazione «ma non possiamo pensare che chi assiste persone con una grave disabilità non possa avere una detrazione per delle spese che non sono uno sfizio. Conosco bene il problema: noi medici prescriviamo i parafarmaci, come vitamine o integratori, ma anche prodotti da banco, per dare un aiuto a persone per le quali si tratta di prodotti essenziali».Non si intende quindi dare il via all'uso indiscriminato di prodotti velleitari. «Quando l'integratore o l'ausilio prescritto per il disabile», dai cerotti anallergici ai detergenti specifici, «risponde alle linee guida ad hoc e a precise esigenze sanitarie, testimoniate anche dalla prescrizione del medico o del pediatra, allora occorrerebbe garantire a questa popolazione fragile almeno la deducibilità dall'Irpef».


twitter@A_Ruota_Libera

Colosseo inclinato come la Torre di Pisa 40 cm di dislivello: indagini sul traffico

Corriere della sera

La comunità scientifica lo sapeva da un anno: dati rivelati in vista del restauro. Si può intervenire come nella città toscana


ROMA - Quaranta centimetri di dislivello nella parte sud del Colosseo: a rivelarlo è il direttore del monumento, Rossella Rea, che per la Soprintendenza archeologica ha siglato un accordo con l'Università «La Sapienza» (dipartimento di strutture) e l'Igag-Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Cnr per studiare il fenomeno. La differenza di quota, nota nella comunità scientifica da circa un anno, non era ancora stata divulgata: da un paio di mesi è iniziato, infatti, il monitoraggio del comportamento dinamico dell'Anfiteatro Flavio, che dovrebbe concludersi tra un anno.

La mappa con i terreni su cui poggia il ColosseoLa mappa con i terreni su cui poggia il Colosseo

PLATEA DI FONDAZIONE FRATTURATA - Le indagini, per la prima volta complete (in passato, si è intervenuti solo su alcune porzioni del monumento ndr), dovrebbero consentire di sciogliere l'enigma. «La platea di fondazione in calcestruzzo su cui poggia il Colosseo, una "ciambella" ovoidale di circa 13 metri di spessore - argomenta Giorgio Monti, ordinario di Tecnica delle costruzioni - potrebbe presentare al suo interno una frattura accentuata». L'ipotesi spiegherebbe l'attuale differenza di quota fra le basi degli anelli esterni nord e sud, non più allineati sull'orizzontale.

GEORADAR E CAROTAGGI - «Dovremo verificare con strumenti ad hoc come il georadar - spiega Rea - e, se opportuno, con ulteriori campagne di carotaggio. Se i dubbi fossero confermati, avremmo a che fare con due monumenti strutturalmente diversi: a quel punto, sarebbe necessario ricollegarli». Con quale tipo di intervento? «Come si è trovata una soluzione per la pendenza della Torre di Pisa, anche per il Colosseo si valuterà l'approccio più adatto ma qualsiasi ragionamento, adesso, è prematuro - Rea evita le fughe in avanti - . Certo, sarebbe importante ripristinare la continuità».

Auto deviate in un giorno di chiusura al traffico al Colosseo Auto deviate in un giorno di chiusura al traffico al Colosseo

RILEVARE LE VIBRAZIONI - A suggerire la cura più efficace sarà il nuovo check-up affidato a una squadra di eccellenza, tutta interna alla pubblica amministrazione. Obiettivo: «Rilevare l'impatto delle vibrazioni dinamiche sul monumento e sul terreno», spiega l'architetto Fabio Fumagalli, che coordina le attività di monitoraggio. In questi giorni, i velocimetri e gli accelerometri stanno già misurando gli effetti delle sollecitazioni (traffico veicolare e di elicotteri, passaggio della metropolitana e rumore).

AUTO PEGGIO DEL METRO' - In attesa dei risultati, si può ragionare su un dato, per nulla scontato: «Le auto producono più danni della subway (il treni si susseguono a intervalli di alcuni minuti ndr) - rivela Fumagalli - perché sottopongono il monumento a vibrazioni continue, accelerandone il degrado». Macchine, motorini, bus (turistici e del trasporto pubblico) sono, dunque, il primo male da rimuovere per la salute del Colosseo. Già, perché lo stress ininterrotto è una delle principali cause di scagliature e sfaldamenti lapidei, oltre a poter provocare la caduta di stucchi e intonaci. In primis nel lato sud, il più vulnerabile anche per i movimenti sismici.

MAPPARE I RISCHI - Lo screening servirà, dunque, a mappare i rischi e a prevenirli: dal sovraccarico di traffico al nuovo cantiere della metro C. Nel frattempo, la Soprintendenza rilancia la proposta - mai accantonata - di pedonalizzare via dei Fori Imperiali e l'area circostante l'Anfiteatro Flavio: «Se il contesto rimane immutato - sottolinea Rea - si vanificano gli sforzi per restaurare e ripulire un gioiello che vale quattro miliardi d'indotto l'anno».

Lamarchesa e i beni spariti a giudizio l’avvocato di fiducia

Il Mattino

L’accusa: circonvenzione d’incapace. Via terreni e opere d’arte

di Adelaide Pierucci

Cattura
ROMA - La marchesa, l’avvocato e un patrimonio sperperato. E’ l’estrema sintesi del motivo per cui è stato rinviato a giudizio per circonvenzione di incapace uno dei più noti giuslavoristi romani. Per la procura di Camerino Angelo Breccia Fratadocchi, studio legale in centro e una collaborazione con La Sapienza, in veste di procuratore, «con più azioni consecutive del medesimo disegno criminoso per procurarsi profitto» avrebbe «abusato dello stato di infermità e di deficienza psichica» di una marchesa romana, una sua assistita che superata la settantina, ha cominciato a disfarsi di tutto il suo patrimonio, per lo più case e terreni, ma anche dei beni, per lo più artistici, dei suoi nipoti.

I soldi incassati dalla nobildonna, in base ai primi accertamenti, sarebbero stati reinvestiti in società per la gestione di cavalli da polo, per la vendita di prodotti petroliferi e di yacht. Tanto che la nobildonna, la marchesa Anna Maria Pagani Planca Incoronati, a un certo punto pur non essendo patentata si sarebbe trovata coi conti in rosso, con qualche quadro in meno, ma in compenso proprietaria di Jaguar e Bentley. Il gup del tribunale di Camerino, Daniela Bellesi, che ha disposto il rinvio a giudizio del legale, ha elencato nel capo di imputazione sei casi sospetti. A partire dalla vendita di appezzamenti agricoli e di una casa rurale per 280.000 euro e di un altro terreno per 100.000 euro, in San Severino Marche, ma anche per l’uso della prestigiosa residenza della nobildonna, un palazzo signorile in piazza Mattei a Roma di cui godeva l’usufrutto.

Il legale avrebbe approfittato della residenza, quattrocento metri quadrati nel cuore di Roma, per stabilirci uno dei suoi studi, per riscuotere gli affitti del mezzanino, per vendere i beni all’interno (opere d’arte da museo), ma anche per concederlo a uso gratuito ad altri. Ma tra una vendita e l’altra è scattato qualche inciampo. Come nel 2008 quando è arrivato l’altolà della Soprintendenza dei beni artistici e ambientali di Urbino per la vendita di 7 stalli lignei intagliati e scolpiti del 1400 provenienti dalla Cattedrale di Tolentino.

L’avvocato li aveva ceduti per diecimila euro, per conto della signora, senza informare la Soprintendenza visto che erano vincolati, e soprattutto i comproprietari degli stalli.  «La comunicazione di notifica di cessione vendita a firma dell’avvocato Breccia Fratadocchi deve essere considerata come non avvenuta perché ogni bene culturale sottoposto a vincolo deve essere effettuata dal proprietario, in questo caso tre Anna Maria, Francesco e Benedetto Pagani Incoronati», si legge nel documento della Sovrintendenza che contestava la vendita. I fratelli della marchesa e, relativi eredi, invece non ne avevano saputo nulla, né prima e né dopo.

Una delle opere che hanno fatto questo percorso è un quadro famoso e visibile a tutti, parenti e non: «Le nozze di Maria de’ Medici con Enrico IV», opera di Jacopo da Empoli custodito nel palazzo romano di piazza Mattei. Sta in mostra agli Uffizi che lo hanno acquistato da un mercante d’arte di Firenze per 280 mila euro e che a sua volta lo aveva comprato per 80.000 euro dalla marchesa che aveva la tela in usufrutto come il resto del palazzo nobiliare. Un’altra vendita che sarebbe stata curata anche dal legale. Per questo affare però dovrà rispondere davanti al Palazzo di giustizia di Roma solo la marchesa e per appropriazione indebita. Gli avvocati Salvatore Gitto e Eugenio Pini che curano gli interessi delle proprietarie del quadro, le nipoti del marito, sperano di riportarlo al più presto da Firenze a Roma.

Domenica 29 Luglio 2012 - 12:12

Lavoro, missione impossibile: rimane a casa un disabile su 2

La Stampa

Portatori di handicap esclusi dal mondo produttivo e costretti a vivere nella dipendenza statale. L'Ilo: bruciato quasi il 7% del Pil



La mano di un disabile spinge una carrozzina. Secondo la Cgil, in Italia sono 750 mila le persone con handicap iscritte alle liste di collocamento obbligatorio


Lo slalom tra gli invii di curriculum, i concorsi, i centri per l'impiego e i tanti «le faremo sapere» della ricerca di lavoro diventa una missione impossibile per chi è costretto su una sedia a rotelle o vive qualche forma di handicap. Tra il 50 e il 70% dei disabili nei paesi industrializzati è disoccupato, secondo dati dell'Onu. È una situazione pesante per chi si trova tagliato fuori dal mondo produttivo e costa anche all'intera collettività, che brucia in questo modo tra l'1 e il 7% del Pil, secondo le stime dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo).

«Il potenziale di moltissime donne e uomini disabili rimane non sfruttato e non riconosciuto lasciando la maggior parte di loro a vivere nella povertà, nella dipendenza e nell'esclusione sociale», si legge nel rapporto dell'Ilo “L'occupazione per la giustizia sociale e una globalizzazione equa. Disabilità”.  In Italia sono, secondo la Cgil, sono oltre 750 mila le persone con handicap iscritte alle liste di collocamento obbligatorio e dalla prima ondata della crisi, tra il 2008 e il 2009, l'occupazione dei disabili si è ridotta di oltre un terzo.

La recessione ha aggravato la situazione perché «le aziende in crisi possono chiedere la sospensione dagli obblighi di assunzione dei disabili previsti dalla legge 68/99, una legge avanzata, solidale e innovativa ma che resta inapplicata perché mancano le ispezioni», spiega la responsabile politiche per la disabilità del sindacato, Nina Daita. È così che il 25% dei posti da assegnare ai disabili (oltre 65 mila nel 2009), nel pubblico come nel privato, rimangono scoperti.

La situazione è tale che la Commissione europea ha citato nel giugno scorso l'Italia davanti alla Corte di Giustizia Ue per l'incompleto recepimento della direttiva 2000/78 sulla lotta alla discriminazione sul lavoro. La normativa comunitaria impone infatti ai datori di lavoro di prendere i provvedimenti appropriati per consentire alle persone disabili di accedere ad un'occupazione e di progredire nella carriera, un obbligo non pienamente previsto, secondo Bruxelles, dalla legge italiana.

Solo il 17% dei disabili occupati in Italia afferma di aver trovato lavoro grazie ai centri per l'impiego, secondo l'ultima indagine Istat (2004), mentre il 31% si è affidato alla rete di parenti e amici, il 20% ha partecipato a un concorso pubblico e il 16% ha inviato curriculum in risposta agli annunci. La ricerca è quasi sempre lunga e molto difficile, l'80% dei disabili, per esempio, denuncia di aver cercato lavoro senza trovarlo.

Ecco la verità choc sul massacro della Diaz

Stefano Zurlo - Dom, 29/07/2012 - 09:11

 

Nel libro di Chiocci e Di Meo lo sfogo del capo del "famigerato" VII nucleo, Canterini: "Noi aiutammo quei ragazzi"

 

La scena più terribile si svolge su, al primo piano. «Feci qualche passo e trovai uno dei miei, inginocchiato e senza casco, che soccorreva come poteva una ragazza rannicchiata su se stessa». Sono le 22 del 22 luglio 2001 e il comandante del reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini è appena entrato con i suoi poliziotti nella scuola Diaz. Ordini superiori, ordini che non si possono discutere, gli hanno spiegato che lì, fra le mura di quella scuola, potrebbero esserci, nientemeno, dei terroristi. Ipotesi bislacca e incomprensibile, come è stata irrituale e strana quella convocazione a sera inoltrata, alla fine di due giorni di fuoco, con Genova devastata dai Black bloc e Canterini e i suoi agenti impegnati in una partita difficilissima e rischiosa.

 

 

Pareva finita, finalmente, con un bilancio pesante e la tragedia di Carlo Giuliani, morto mentre lanciava un estintore contro un defender dei carabinieri. Pareva che il peggio fosse passato e invece, alle dieci della sera, ecco la chiamata e la corsa su per le scale della Diaz. Canterini s'imbatte in quella ragazza: «Aveva i capelli rasati, le trecce sulla nuca, il cranio fracassato da cui fuoriusciva sangue a fiotti e materia cerebrale. Il poliziotto che aveva dato lo stop alla mattanza e che vegliava sulla moribonda aspettando l'ambulanza era Fournier»: Michelangelo Fournier, a sua volta comandante del Nucleo sperimentale costituito apposta in vista del G8. Amici da una vita, Canterini e Fournier, tutti e due finiti, loro malgrado, nella trappola infernale della Diaz. «Rimasi ipnotizzato a quella scena straziante, che mi faceva pensare al Cristo sofferente fra le braccia della Vergine. Sembrava la versione moderna della Pietà di Michelangelo.

Era la pietà di Michelangelo Fournier». Passano secondi drammatici. «In quel caos epocale - prosegue Canterini - mi ritrovai, di fatto, a coordinare i soccorsi». Altro che manganellate. Quelle le avevano date altri poliziotti, rimasti nell'ombra, i responsabili di un pestaggio vergognoso, una delle pagine nere di un G8 zeppo di episodi tristissimi. Ma la giustizia ha pescato la faccia di Canterini e con lui quelle di altri superpoliziotti. Così, undici anni dopo, nelle scorse settimane la Cassazione ha reso definitive le condanne che spezzano la carriera di alcuni dei più noti investigatori italiani. Tutti buttati fuori a razzo dal corpo, anche se vantavano curricula spettacolari, come Gilberto Caldarozzi che aveva appena dato un nome al bombarolo assassino di Brindisi. Come Canterini, che, come altri, aveva firmato una relazione di servizio sulla Diaz, due righe scritte dopo aver trascorso 48 ore senza mangiare e bere, si è ritrovato sulle spalle una pena di cinque anni per falso.

E la patente di macellaio in divisa.Così, ora prova a raccontare la sua verità e consegna il suo teso, amarissimo sfogo alla penna di due giornalisti. Gian Marco Chiocci, veterano della cronaca giudiziaria e autore di numerosi scoop per il Giornale, e Simone Di Meo: Diaz è il titolo secco del libro in uscita da «Imprimatur» del gruppo Aliberti. Un testo che fotografa i momenti più difficili di quelle interminabili giornate e si concentra poi sulla notte della Diaz, ricostruendola e costruendo parallelamente un doppio atto d'accusa. Contro chi, ai piani alti della polizia, mandò allo sbaraglio Canterini e tanti altri poliziotti, abbandonandoli poi al loro destino; e contro la magistratura che ha condannato le persone sbagliate, scegliendole con comodo fra i quattrocento poliziotti che diedero forma all'operazione Diaz, e che ha diviso in modo manicheo i buoni dai cattivi. Trasformando chiunque partecipò all'assalto alla caserma in un picchiatore e chiunque era all'interno in un agnellino.

E invece anche questa versione non sta in piedi. Molti ragazzi, ammassati nella scuola di Bolzaneto, furono selvaggiamente percossi, ma non tutti. Nel corso dell'irruzione uno degli agenti, Massimo Nucera, per tutti Flanella, rischiò di morire. Flanella, per capirci, «la mattina prima s'era fracassato il ginocchio con quel sampietrino tirato da distanza ravvicinata da un cane rabbioso ed era andato avanti ad antidolorifici e fasciature». Quella sera, per spirito di servizio, aveva voluto esserci, stringendo i denti, senza sapere a che cosa sarebbe andato incontro. E per poco non ci lasciò le penne: accoltellato al buio e salvato solo e soltanto dal corpetto. «Quella sagoma scura approfittò dell'assenza di luce... la colluttazione fu rapida e violenta. Il primo fendente alla gola di Nucera andò a vuoto, il secondo centrò il torace che non vene trafitto solo perché fra la punta del coltello e il petto di Massimo la protezione aveva fatto il suo dovere».

Lì per lì Nucera non si accorse della stilettata. Quando gli fecero notare che la divisa era tagliata si fermò a pensare, anche perché fra le mani si rigirava un coltello raccolto nell'aula dell'agguato. Ma poiché col tempo si faceva strada l'idea che la polizia ne avesse fatte (e inventate) di tutte, si iniziò a mettere in dubbio anche a sua versione, come se fosse stata concordata a tavolino pure quella. In appello, dopo tanti anni, i giudici si sono convinti che il Flanella avesse romanzato la sua storia e hanno condannato pure lui. Con una sentenza confermata dalla Cassazione. «E così, a soli quarant'anni, nel pieno della carriera, dopo ave stoicamente resistito alle sassate in piazza Tommaseo, dopo aver rischiato di morire alla Diaz, il Flanella s'è ritrovato lapidato dalla giustizia italiana, sospeso dalla polizia, senza più lavoro». L'indomani, l'uomo, amareggiato, ha rilasciato ai giornali una dichiarazione che è il compendio di questa storia: «Hanno preso la mia vita e l'hanno gettata nel secchio». Delle centinaia di Black bloc responsabili del disastro e di 60 milioni di euro di danni, solo dieci, dieci di numero, sono stati condannati.

Fermi a fotografare chi chiede aiuto

Corriere della sera

Dalle violenze in casa ai bimbi denutriti: davanti a persone che soffrono è giusto che un reporter non intervenga?

Dal nostro inviato DAVIDE FRATTINI

Cattura
TEL AVIV - La bimba striscia incurvata dalla fame, cerca di raggiungere un centro di aiuto, è il Sudan annientato dalla carestia. Un avvoltoio la pedina, prende tempo: se la piccola perde, lui vince. Kevin Carter passa mezz'ora con l'obiettivo puntato sulla scena, l'indice pronto a scattare, spera che l'uccello apra le ali, vuole ottenere un effetto ancora più drammatico. «Ho aspettato e aspettato, alla fine ho fatto la foto, ho cacciato via l'avvoltoio con una pedata e me ne sono andato». L'immagine viene pubblicata sulla prima pagina del New York Times, nel maggio del 1994 Carter vince il Pulitzer, quella bambina diventa la sua ossessione. Perché tutti vogliono sapere se sia riuscita a salvarsi. «Non ne ho idea, me ne sono andato sotto un albero a piangere, parlare con Dio e pensare a mia figlia», risponde il reporter sudafricano. Lo accusano di essere lui il predatore. Due mesi dopo aver ricevuto il premio che potrebbe spalancare la sua carriera, Carter decide di chiuderla. Lascia un biglietto sul sedile del pick-up rosso dove si uccide: «Sono perseguitato dai ricordi degli omicidi e dei cadaveri e della rabbia e del dolore... dei bambini affamati o feriti, degli uomini folli dal grilletto facile, spesso la polizia, dei boia».

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ATTACCHI KAMIKAZE - Ci sono incroci a Tel Aviv che Ziv Koren cerca ancora di evitare, bar dove non è più tornato. Nel 2000 il World Press Photo ha decretato uno dei suoi scatti tra i 200 più importanti degli ultimi 45 anni: la carcassa di un autobus sventrata, l'attentato è appena avvenuto, i volti contorti dall'esplosione ancora riconoscibili. «I ricordi delle bombe sono troppo resistenti. Attorno al mio appartamento ci sono stati otto attacchi kamikaze e io correvo lì pochi minuti dopo.

Ma il lavoro non è riuscito a distruggere il mio rapporto con la città, come le cicatrici non cambiano il rapporto con il tuo corpo». Il Guardian ha indagato le ferite che i fotoreporter si portano dentro, i rimorsi per aver continuato a fare il proprio lavoro mentre qualcuno lì attorno viene ucciso o massacrato di botte. «La sensazione - spiega Greg Marinovich, amico di Kevin Carter, al quotidiano britannico - è di essere stato un vigliacco, di non essere intervenuto».

TESTIMONIARE - A Koren è successo nella Città Vecchia di Gerusalemme, seconda Intifada. «Mi sono trovato in mezzo all'assalto contro una garitta di soldati israeliani. Centinaia di palestinesi, sentivo le urla dei militari, chiedevano aiuto, non avrei potuto fare nulla, sarei diventato io stesso un bersaglio». Considera testimoniare più importante che intervenire: «È il nostro compito. La foto di Carter ha denunciato quello che stava succedendo in Africa, ha fatto di più per quei bambini di qualunque organizzazione non governativa».

Negli ultimi venti mesi Loris Savino ha inseguito le rivolte arabe per il progetto Betweenlands. «Quando pensi di poter dare una mano lo fai - commenta Savino, in Israele con il videomaker Marco Di Noia -. Sono stato a lungo nei ghetti di Nairobi, assieme ai bambini di strada che sniffano la colla. Abbiamo comperato le medicine per loro, ma non è il ruolo di un fotoreporter. I volontari ci dicono: siete degli squali. Il nostro lavoro è documentare, aiutare con le storie che raccontiamo. Non possiamo diventare dei missionari».

@dafrattini29 luglio 2012 | 11:01

L'oratorio non è luogo di culto: annullata condanna per furto

La Stampa

L’oratorio che aperto al pubblico solo occasionalmente e intestato a privati non va considerato un luogo di culto nè un luogo pubblico. Se si verificano furti non può essere riconosciuta l’aggravante per la sottrazione di cose in luoghi «esposti alla pubblica fede». Lo afferma la Cassazione (sentenza 29820/12) che accoglie il ricorso di un uomo condannato dal tribunale di Modena a sei mesi di carcere e trecento euro di multa «per il reato di furto aggravato di oggetti destinati alla pubblica reverenza». La difesa affermava che quell'oratorio non si poteva considerare un luogo pubblico perchè era aperto solo occasionalmente ed era di proprietà di privati. Quindi gli oggetti non potevano essere considerati di culto.

La Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza perchè, «l’azione penale non avrebbe potuto essere iniziata per mancanza di querela. Innanzitutto l’edificio in questione non può essere considerato uno stabilimento pubblico, dal momento che la stessa sentenza riconosce che si trattava di un oratorio privato, che abitualmente non era aperto al pubblico. Deve escludersi che le cose in esso custodite fossero destinate alla reverenza da parte dei fedeli. Infatti deve ritenersi che siano destinate a pubblica reverenza solo le cose assolutamente rispettate dalla generalità dei consociati, in quanto espressione del sentimento religioso o di elevati ideali civili, per cui non è sufficiente che la cosa si trovi in un luogo destinato a pubblica reverenza ma deve avere essa stessa una funzione di culto o di devozione». Non erano stati rubati oggetti votivi, ma un «confessionale, una ginocchiera, una nicchia in legno e due ampolle in vetro, cose che non hanno proprio una funzione di culto trattandosi di oggetti soltanto strumentali all’esercizio del culto».

Il consulente di Calisto Tanzi che vendeva arte all'ingrosso

Stefano Lorenzetto - Dom, 29/07/2012 - 09:22

Ha trattato le collezioni di Rockfeller e Hearst, ispiratore di "Quarto potere". "Le cifre del caso Parmalat? Sparate da gente che non ha mai visto un'asta"


Guarda il dipinto sulla copertina dell'ultimo catalogo della Ketterer Kunst, celebre galleria d'arte di Monaco di Baviera, appena arrivato per posta: «Cazzo, ma questo è mio!». A pagina 14 c'è la descrizione: olio su tela di Gabriele Münter, datato 1908, raffigurante la casetta rossa di Murnau am Staffelsee, Alpi bavaresi, dove in quell'anno la pittrice tedesca trascorse per la prima volta le vacanze col suo amante e maestro Vasilij Kandinskij.

«È proprio mio!». Stimato 112.500 dollari, aggiudicato per 205.875, poco meno del doppio. «E pensare che io l'avevo comprato nel 1988 per 30 milioni di lire...». Ogni giorno una stilettata. «Ho visto che a New York hanno appena venduto per 10 milioni di dollari un Paul Klee che a me era costato 250.000 euro».Non c'è niente da fare: ovunque volga lo sguardo, Paolo Dal Bosco vede qualcosa di bello e di suo. O, perlomeno, che fu suo. Lo definiscono consulente d'arte, mercante d'arte, collezionista d'arte, ma forse la qualifica che gli si attaglia di più è quella di grossista d'arte.



Da quasi mezzo secolo è al centro delle compravendite più clamorose. L'ultima, che rischia di catalogarlo a vita, lo ha visto trattare col suo cliente Calisto Tanzi ed è andata a rimpolpare gli atti del processo Parmalat: ne è uscito patteggiando un anno e mezzo di pena e una sanzione di 250.000 euro, «più 200.000 di un quadro che era mio e non mi è stato più restituito».Intollerabile offesa per chi, come Dal Bosco, ha avuto fra le mani parte della collezione privata di Nelson Rockefeller, fatta di Picasso, Modigliani,

De Chirico, Giacometti, Brancusi, Warhol, Calder, Kline, Pollock, Gorky. «Pensi che nel 1938 il magnate chiamò Henri Matisse e Fernand Léger a imbiancargli il suo appartamento di Manhattan affacciato sulla Quinta strada. Dico sul serio: aveva fatto incollare le tele direttamente sulle pareti e i due maestri francesi furono costretti a cimentarsi in loco con i colori a olio.

Quando Rockefeller rinunciò alla casa, le opere furono staccate e incorniciate. Mi assicurai i sei murali di Léger che decoravano il soggiorno, il più grande lungo quasi 3 metri e alto 2. Ma, se devo essere sincero, ebbi l'impressione che, trattandosi di opere astratte, i pezzi di tela strappati dal muro fossero stati tagliati per creare altrettanti capolavori di varie misure». E non solo di Rockefeller: anche di William Randolph Hearst, il proprietario del San Francisco Examiner, morto nel 1951, che ispirò a Orson Welles la figura del cinico editore Charles Foster Kane nel film Quarto potere.

«Io non so se il vero Hearst avesse la passione financo per le snowball, le sfere di cristallo con dentro la neve, tipo la Rosabella che Citizen Kane invoca sul letto di morte. So però che s'era fatto costruire un tratto di ferrovia per trasportare fino al castello dove viveva le opere d'arte che acquistava in giro per il mondo. Attraccava con la sua nave in Marocco, in Grecia, in Italia, sbarcava e comprava tutto il comprabile. Nel 1941 regalò a vari istituti religiosi 21.000 casse di reperti che alimentarono il mercato delle aste per almeno tre anni. Io mi accorsi che fra questi c'erano otto affreschi del XVI secolo, eseguiti dal bellunese Antonio da Tisoi, fatti strappare da Hearst in un edificio del Padovano.

Se ne conoscevano solo due al mondo, gli altri erano andati persi nel bombardamento di Dresda. Li acquistai e li feci vedere al critico Federico Zeri e al professor Mauro Lucco dell'Università di Bologna, già ispettore storico dell'arte presso la Soprintendenza del Veneto. Erano autentici. Oggi si trovano nella sede della Confindustria di Belluno».Fino a pochi anni fa Dal Bosco viveva fra Trento, dov'è nato nel 1937, e New York o Londra, dov'era assiduo frequentatore delle più importanti aste di Christie's e Sotheby's. Aveva clienti in tutto il mondo. Un giorno portò un Marino Marini a Rudolf Maag, classificato dal mensile elvetico Bilanz fra le 300 persone più ricche della Svizzera, con un patrimonio personale di 1,5 miliardi di franchi che lo metteva alla pari con l'Aga Khan e gli eredi Niarchos. «Scese in strada, guardò il Cavallo adagiato nel portabagagli della mia auto e disse: “Va bene, me lo porti su”».

Come incassare un miliardo di lire in meno di un minuto.Adesso ha un po' rallentato. Senza però rinunciare al suo pallino per le grandi mostre. Ne organizzava una decina l'anno. Memorabili quelle su Pablo Picasso che fra il 2001 e il 2005 portò a Macao, a Pechino, a Shanghai, a Chengdu e in altrettanti capoluoghi della Cina. «Io temevo il flop e chiedevo rassicurazioni alle autorità locali: ma siamo sicuri che si tratti di città importanti, con almeno mezzo milione di abitanti? “Non si preoccupi: la più piccola ne fa oltre 10 milioni”, fu la risposta». Risultato: un milione di visitatori paganti per ammirare 256 delle 500 opere del mostro sacro spagnolo che Dal Bosco ha collezionato nel corso degli anni.

«Ora posso ben dirlo: ho fatto conoscere Picasso ai cinesi».Ma il suo orgoglio è la rassegna che dal 1996 tiene in Sardegna, a Trinità d'Agultu, un paesino di 2.000 abitanti della Gallura, noto in precedenza solo per aver dato i natali ad Angelo Sotgiu, l'ex biondo dei Ricchi e Poveri. Ogni anno, quando il consulente d'arte trentino si trasferisce lì per le vacanze estive, porta con sé un po' dei suoi capolavori e li espone in chiesa, per la gioia del parroco don Gianni Sini. Ha raccontato la storia dell'Esodo biblico con le opere di Marc Chagall. Ha presentato la Divina Commedia secondo Salvador Dalí. Ha dedicato retrospettive a Rembrandt, ad Albrecht Dürer, a Joan Miró, all'immancabile Picasso, ai maestri del Cinquecento.

«Quest'anno tocca alle sculture di Henry Moore. È bello vedere i fedeli che la domenica partecipano alla messa dentro una galleria d'arte».Quando ha conosciuto Calisto Tanzi?«Nel 1990. Volevo vendergli qualcosa da regalare per Natale ai suoi clienti più importanti. Mi ha convocato a Parma e da allora sono diventato il suo consulente. Tanzi possedeva già dei quadri, ma i più belli, Monet, Manet, De Chirico, Kandinskij, glieli ho procurati io».Gli ha venduto anche tele di Gauguin, Van Gogh, Pissarro e Degas.

La Guardia di finanza ha sequestrato a Tanzi opere d'arte per un valore di almeno 28 milioni di euro. «Sì, ciao, 100 milioni, 70 milioni, 50 milioni... Tutte cazzate sparate da critici d'arte e direttori di museo che non hanno mai partecipato a un'asta in vita loro. La verità è che quelle opere valgono 2 milioni e mezzo di euro. Basta andare a vedere che cosa le ho pagate a Sotheby's e Christie's, ci sono le fatture, che trovano il corrispettivo negli assegni che mi ha dato Tanzi. Una scogliera di Monet è stata valutata 10 milioni, quando invece l'avevo comprata per 1 milione».Report ha picchiato duro su di lei.«Appena ho sentito le cifre folli in circolazione, mi sono rivolto a un amico giornalista che lavora all'Ansa, il quale ha cercato di mettermi in contatto con la conduttrice Milena Gabanelli.

Ma s'è negata al telefono, perché aveva già pronto lo scoop cucinato a modo suo da mandare in onda la sera. Ci sono Monet che costano 100 milioni di euro, altri che non valgono più di 1 o 2. Bisogna vedere la qualità dell'opera».Il settimanale Oggi l'ha immortalata mentre aiutava il proprietario della Parmalat a caricare in auto un quadro imballato, per sottrarlo alla giustizia.«Quel quadro è mio. Semmai è la giustizia che lo trattiene indebitamente. Si tratta di un disegno di Miró che Tanzi aveva regalato a una delle figlie. Io ebbi l'incarico di venderlo per 200.000 euro e portai i soldi all'imprenditore. Più rivisti né soldi né quadro».

Com'è diventato mercante d'arte?«Per caso. Negli anni Sessanta vendevo elettrodomestici. A Milano rifornivo il Negozio dell'innovazione, in corso Italia. Nel suo ufficio il direttore teneva appesi un sacco di De Pisis e altri quadri d'autore, molti dei quali erano in vendita. Provai una certa invidia, perché, al momento di sposarmi, insieme con i mobili mi ero potuto permettere l'acquisto solo di due stampe da appendere in casa, i girasoli di Van Gogh e una donna col collo lungo di Modigliani.

Così cominciai ad accompagnare in quel negozio un amico avvocato di Trento interessato a comprare qualche tela. Subito dopo conobbi il gallerista Renzo Cortina, che mi presentò la figlia di Picasso, Paloma. E a Rovereto, dove nel frattempo mi ero trasferito con la famiglia, feci amicizia con la vedova del pittore Fortunato Depero, Rosetta. Il resto è venuto da sé».Che cosa l'ha indotta a collezionare mezzo migliaio di opere di Picasso?

«La filosofia del collezionista è molto semplice: prima compra e poi vende per migliorare la collezione. Di Picasso sono uno dei pochi al mondo a possedere tutta la serie dei Saltimbanchi, 14 fra acqueforti e puntesecche realizzate fra il 1904 e il 1905, incluso Il pasto frugale. Ho anche il Ritratto di Dora Maar, un disegno a colori che non venderei mai. Se però mi offrissero l'omonimo olio su tela custodito al Musée national Picasso di Parigi...».Chi è il maggior collezionista d'Italia?«Era Achille Maramotti, il fondatore della Max Mara morto nel 2005, che però non fu mai mio cliente.

Gli poteva stare alla pari solo Gianni Agnelli, dal quale acquistai alcune opere che erano nella sua residenza parigina, quando decise di chiuderla».Che genere di opere?«Un Mao Tse-tung di Andy Warhol, un violino di Arman e Il pugile scolpito da Marino Marini nel 1933 che oggi si trova al Mart. Le opere più belle custodite nel Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto sono quelle che ho venduto io, da Arturo Martini ad Alberto Savinio».

Quali grandi artisti ha conosciuto di persona?«Da qualche parte ho una foto di Andy Warhol che schizza un disegno per mia figlia Elisabetta. Sono stato molto amico di Édouard Pignon, che per un trentennio fu intimo di Picasso, della cui casa era l'unico ad avere le chiavi. Con molti pittori, come Renato Guttuso ed Ernesto Treccani, trattavo direttamente e mi toccava pure tirare sul prezzo. Sono dei mortali anche loro».Ce n'è uno per il quale farebbe pazzie?

«Ne farei mille di pazzie. Per esempio mi piacerebbe avere un quadro di Jackson Pollock, fra i massimi esponenti dell'Espressionismo astratto. Ma sono tele che costano dai 12-15 milioni di euro in su e sul mercato ce ne sono pochissime».Come si fa a essere sicuri dell'autenticità di un'opera?«Ci sono tanti di quei bidoni in circolazione, soprattutto nella pittura antica. Ma se lei va da Sotheby's e chiede di vendere un quadro importante, le stendono un tappeto rosso. A quel punto la valutazione della casa d'aste diventa una garanzia.

Ho seguito in prima persona la vicenda di una tela del Correggio acquistata a Londra, portata in Italia, celebrata sui giornali, autenticata dal famoso critico dell'arte Federico Zeri. Be', non era un Correggio. Sempre a Londra, sul finire dell'Ottocento, un gallerista voleva vendere un Raffaello a un suo famoso cliente americano, il banchiere John Pierpont Morgan, fondatore dell'attuale JPMorgan Chase.

Il gallerista disse a Morgan: “Molti sussurrano che questo quadro sia del Ghirlandaio, ma io e lei sappiamo che è di Raffaello Sanzio”. Il banchiere replicò: “Me lo incarti”».Ci sono molti falsi in giro?«Un tempo ce n'erano molti di più. Oggi non occorre imitare le tele famose, perché i mass media creano dal nulla artisti che pretendono e fanno guadagnare un sacco di quattrini, vedi Damien Hirst».Che cosa pensa di Lucio Fontana e dei suoi tagli?«È stato il più grande artista del secolo scorso».De gustibus...«Dal 1500 i pittori hanno vissuto di rendita. Poi è venuto Fontana che ha chiesto: “Avete finito di copiarvi?”.

Se non c'era uno che tagliava la tela, l'arte sarebbe ancora al palo. È stato un grandissimo, Fontana, non un grande».Comprerebbe la Merda d'artista di Piero Manzoni?«Sì. Non mi piace passare per un intellettuale. Ma ci voleva del coraggio, nel 1961, per sigillare in una scatoletta di latta 30 grammi delle proprie feci. Fu una provocazione intelligente lanciata a noi collezionisti: se voi comprate tutto, finirete per comprare anche la mia merda in barattolo. E così è andata».Che cos'è l'arte?«L'appagamento del possesso. Avere qualcosa che un altro non ha. Un sentimento egoistico, ma anche molto umano».

Quindi lei è un grandissimo egoista.«Sì. Ma ho espiato costruendo a Watamu, in Kenya, una scuola per 90 alunni».E perché l'ha fatto?«La prima volta che mi trovai laggiù in vacanza, dieci anni fa, chiesi al cameriere: hai bambini? “Sì”, mi rispose. E vanno a scuola? “No”. Come mai? “Non c'è la scuola”. Lei che cos'avrebbe fatto al posto mio?».

(stefano.lorenzetto@ilgiornale.it