domenica 29 luglio 2012

Di Pietro: "Alla faccia della spending review, esodati a terra e il governo compra 2 superjet"

Quotidiano.net

 

"Se sono Gulfstream 5, costano 750 milioni di dollari"

 

Il leader del Idv dal suo blog: "Il ministero della Difesa ha appena deciso di ordinare un paio di aeroplani nuovi di zecca. “Abbiamo già presentato in merito un’interrogazione parlamentare per farsi spiegare perché si possono lasciare senza un soldo gli esodati e perché, invece, alle armi ultramoderne proprio non possiamo rinunciare”

Roma, 28 luglio 2012

 

“Alla faccia della spending review, il ministero della Difesa ha appena deciso di ordinare un paio di aeroplani nuovi di zecca. Che volete che siano due aerei? Dipende da che tipo di aerei si tratta. Se sono due Gulfstream 5, aeroplani che costano un occhio della testa, vuol dire una spesa di 750 milioni di dollari tondi tondi”. E’ quanto scrive sul suo blog il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, che aggiunge: “L’Idv ha già presentato in merito un’interrogazione parlamentare e ci aspettiamo una risposta esaustiva, tale da spiegare perché si possono lasciare senza un soldo gli esodati e perché, invece, alle armi ultramoderne proprio non possiamo rinunciare”.

La torcia accende i Giochi più antidemocratici di sempre

Giuseppe De Bellis - Sab, 28/07/2012 - 09:58

 

La torcia accende le Olimpiadi anti-de­mocratiche. È il totalitarismo della po­litica sportiva, della sicurezza, della sponso­rizzazione estrema. Ecco il regime a 5 cerchi

 

La torcia accende le Olimpiadi anti-de­mocratiche. È il totalitarismo della po­litica sportiva, della sicurezza, della sponso­rizzazione estrema. Siamo nel regime a cin­que cerchi. Piacevolmente inquietante. È la contraddizione globale: la patria delle li­bertà individuali che si trasforma nella dit­tatura del divieto.

You can’t , è la frase più dif­fusa in questi giorni. Non puoi. Tu e tutti gli altri. A Pechino, quattro anni fa, potevi aspettartelo: atleti, giornalisti, spettatori, tutti intruppati e controllati a vista.

Qui no. L’Inghilterra non ha carte di identità per i suoi cittadini perché sarebbe un’invaden­za eccessiva nella loro privacy . I Giochi stra­volgono la storia, sconvolgono le consuetudini. È come vivere in uno stato altro: per entrare nel­la zona olimpica hai bisogno del tuo passaporto, quel pezzo di plastica che dice al mondo che tu sei cittadino temporaneo di questa enclave antidemocrati­ca. Londra accetta con fastidio il re­gime olimpico. La città s’è ribellata per settimane all’idea di essere militarizzata:13 mila soldati nelle strade, le postazioni missilistiche sui tetti delle case. Non c’era­no durante la Seconda guerra mondiale e ci sono per lo sport. Possibile?Possibile.È l’autorita­rismo olimpico che paradossal­mente tocca il suo apice a Lon­dra. La libertà è un sogno sospe­so. Vale per la paura degli atten­tati, sì. Poi, però, c’è tutto il re­sto: i cittadini hanno perso molte delle libertà che avevano e che avranno alla fine dei Giochi. Ci sono intere zone do­ve le strade sono divise a metà: da una parte il traffico è paralizzato,dall’altra è tutto vuo­to, perché quelle sono le «Official Olympic Lanes», le preferenziali per la carovana olimpica: ci possono passare solo le auto au­torizzate. Cioè quelle del Cio, quelle degli sponsor, quelle degli organizzatori. La ca­sta olimpica. L’ Independent le ha già chia­mate «Zil lanes», come le corsie che a Mo­sca, durante il regime sovietico, erano dedi­cate alle auto del partito comunista.

È il sintomo del fastidio che in questi gior­ni­circola nella parte della città disinteressa­ta ai Giochi. Circola anche dentro il parco olimpico, a dirla tutta. Dentro il villaggio, gli atleti possono usare solo in parte i social network: vietato mettere su twitter e face­book le foto, vietato anche dare informazio­ni sensibili. Se vogliono possono scrivere le loro impressioni e le loro emozioni, punto. La libertà è un’opinione e a volte neanche quella.L’Olimpiade antidemocratica è rias­sunta dall’Olympic Act, approvato nel 2006 e in vigore fino al 31 dicembre. Per legge è vietato l’utilizzo improprio delle parole«ga­mes », «2012», «Twenty twelve», «Two Thou­sand and Twelve ». Cioè: nessuno può asso­ci­are questi termini a campagne pubblicita­rie, a iniziative non autorizzate, a manifesta­zioni di vario genere. A fine anno la legge li­berticida del vocabolario decadrà, ma fino ad allora attenzione anche a usare: oro, ar­gento, bronzo, Londra, medaglie, sponsor e perfino estate.

Non è una barzelletta, è la surreale realtà. È comprensibile la logica, è folle l’applica­zione. I giornali inglesi hanno raccontato le storie di chi è incappato nei divieti. Un ma­cellaio del Dorset aveva addobbato la sua vetrina disegnando i cerchi olimpici con delle salsicce: è stato multato. Una signora di 81 anni del Kent aveva ricamato la scritta «London 2012» sul vestito di una bambola che vendeva alla festa della parrocchia per beneficenza ed è stata ammonita: se lo fa­cesse ancora dovrebbe pagare mille sterli­ne di multa. Persino i genitori della princi­pessa Kate ci sono andati di mezzo: la loro società Party Pieces è stata deferita per ave­re pubblicizzato alcuni prodotti utilizzan­do i colori dei cerchi olimpici senza averne i diritti. Il coreografo David Bintley ha intito­lato il nuovo spettacolo «Faster, Higher, Stronger».

L’hanno chiamato e gli hanno gentilmente ordinato di cambiare: troppo simile a «Citius, Altius, Fortius», il motto uffi­ciale del Comitato olimpico internaziona­le. Il Cio, sì. Che a Londra è considerato il principale responsabile della momenta­nea tirannia. Colpa loro, dicono, se c’è il fa­scismo dei marchi. Lo chiamano così: fasci­smo. È il dispotismo degli sponsor: giovedì un cameraman è stato redarguito perché la sua ripresa insisteva troppo sul logo di una scarpa di un atleta. Era della marca sbaglia­ta, Nike, la principale concorrente di uno dei più grandi sponsor olimpici, Adidas. Va così.Per chiunque è impossibile entrare in tut­to l’O­lympic Park con la bottiglia di una bibi­ta che non sia della Coca Cola. McDonald’s ha ottenuto che nel raggio di due miglia e mezzo dalla zona olimpica nessun altro ven­da patatine, che nella patria del fish and chi­ps è una bella pretesa. Ha vinto: medaglia d’oro della dittatura olimpica. Record del­l’esagerazione. Solo che non serve, nean­che a farsi pubblicità.

L'Asinara, da carcere a paradiso terrestre

Corriere della sera

 

L'Alcatraz italiana è oggi un parco naturalistico in cui gli animali girano liberi, soprattutto gli asini, simbolo dell'isola sarda

 

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Ci ha pensato il Parco Nazionale dell’Asinara, istituito nel 1997, a trasformare un luogo di pena in un paradiso mediterraneo. E, mentre il carcere in cui furono rinchiusi Raffaele Cutolo e Totò Riina crolla giorno dopo giorno, la natura di questa meravigliosa isola, rimasta chiusa al pubblico per oltre un secolo, rinnova la sua meraviglia, fatta di coste frastagliate, di sabbie bianchissime, di acque turchesi e di una fauna che si moltiplica indisturbata dall’uomo. Uno scenario evocativo, che nel febbraio 2010 ha spinto un gruppo di lavoratori del petrolchimico di Porto Torres a occupare una delle strutture carcerarie dismesse, inscenando l'isola dei cassintegrati, con evidente intento parodico verso il più noto reality show isolano. E in effetti a quella dei famosi, quest’isola ha poco da invidiare.

L'ISOLA DEGLI ASINI - I romani la chiamavano l’«isola di Ercole», ma a prevalere è stato l’impoetico nome di Asinara, legato alla presenza dei pazienti quadrupedi, che ancora oggi si aggirano per questo angolo di Sardegna. Chi sbarchi al molo di Fornelli con i traghetti che partono da Stintino se li trova davanti, insolitamente bianchi, secondo il ceppo albino che qui prevale.

 L'Asinara, paradiso di uccelli e animali L'Asinara, paradiso di uccelli e animali L'Asinara, paradiso di uccelli e animali L'Asinara, paradiso di uccelli e animali L'Asinara, paradiso di uccelli e animali

ANDARE PER SENTIERI - L’isola si può visitare in fuoristrada, a piedi o in bicicletta (da qualche tempo anche con un trenino gommato), ricordando che è piuttosto grande: oltre 51 kmq di superficie e ben 110 km di sviluppo costiero. Una strada in cemento la percorre da sud a nord, collegando Fornelli, Cala Reale e Cala d’Oliva. Ma il fascino dell’Asinara si coglie inoltrandosi per le sterrate e i sentieri che si staccano dall’asse principale. Hanno nomi affascinanti: Sentiero del Granito, del Leccio, del Faro, della Memoria, dell’Asino Bianco e sono descritti da opuscoli che si possono ritirare arrivando a Fornelli. Per l’alloggio c’è solo un ostello, in verità non molto economico.

UN PARADISO DELLA FAUNA - Il comandante Venanzio Cadoni della Forestale, che ha il compito di sorvegliare sia il Parco, sia l’Area Marina Protetta istituita nel 2002, è uno dei massimi esperti dell’isola. «Dall’autunno alla primavera le zone umide accolgono una straordinaria quantità di uccelli: fenicotteri rosa, cavalieri d’Italia, ma ci sono anche specie stanziali come i gabbiani corsi, le pernici sarde, i falchi pellegrini. I cinghiali e i mufloni sono numerosissimi. È stata avviata la cattura delle specie introdotte dall’uomo, comprese i cinghiali, che sono degli ibridi a causa della presenza umana: con il loro pascolo eccessivo recavano gravi danni alla macchia mediterranea. Buona anche la situazione del mare, anche se avremmo bisogno di maggiori risorse per l’effettivo controllo».

L'ALCATRAZ ITALIANA - Il carcere dell’Asinara aveva distaccamenti in tutta l’isola. A Fornelli c’era quello di massima sicurezza, dove erano detenuti gli esponenti delle Brigate rosse e dell’Anonima sequestri, più tardi quelli della mafia. A Santa Maria i carcerati si dedicavano all’agricoltura e all’allevamento, mentre a Trabuccato si coltivava la vite. Tumbarinu, nel centro dell’isola, era riservato ai detenuti che si fossero macchiati di «reati contro la morale». Durante la prima guerra mondiale fu allestita una stazione sanitaria, da cui passarono 25 mila prigionieri austro-ungarici, seimila dei quali riposano oggi in un ossario. A metà degli anni Ottanta sull’isola soggiornarono per diversi mesi per motivi di sicurezza anche i giudici Falcone e Borsellino, che qui istruirono il maxi-processo alla mafia. Il carcere dell’Asinara è quello con il minor numero di evasioni: 2 in 112 anni contro i\ 29 di Alcatraz.

LA GUARDIA SCULTORE - Dopo avere fatto la guardia carceraria per molti anni, Enrico Mereu è tornato sull’isola e scolpisce i materiali offerti dalla natura: tronchi spiaggiati, ceppi, blocchi di granito e trachite. Le sue opere sono sparse nei villaggi dell’Asinara, il suo laboratorio si trova a Cala d’Oliva.

 

Franco Brevini

27 luglio 2012 (modifica il 28 luglio 2012)

Apple ha tanta voglia di cinguettare

Corriere della sera

 

L'azienda di Cupertino pronta ad investire nel mondo dei social network

 

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MILANO – «Abbiamo camionate di denaro in banca»: così ha dichiarato recentemente il Ceo di Twitter, Dick Costolo, a proposito della liquidità del sito di microblogging. Eppure i rumors sostengono che siano in coso trattative private tra i due brand per un investimento di Apple in Twitter.

RECIPROCA CONVENIENZA - Il vantaggio sarebbe reciproco, al di là dell’iniezione di liquidità. I due marchi non sono infatti competitivi: Twitter non ha alcuna mira sulla telefonia e i social network non sono evidentemente nel Dna dell’azienda di Cupertino. Ma al tempo stesso un investimento di Apple nel sito di microblogging, secondo le stime, aumenterebbe il valore di quest’ultimo dagli attuali 8,4 miliardi di dollari a 10 miliardi di dollari. E Apple entrerebbe finalmente nel mondo dei social media, dal quale fino a questo momento è rimasto abbastanza escluso.

UN SENSO DI ESCLUSIONE - In realtà la mela morsicata avrebbe un suo social network: si tratta di Ping, integrato in iTunes e dedicato alla condivisione musicale. Ma non ha mai sfondato, né Apple l’ha spinto più di tanto. Microsoft invece detiene una partecipazione del 2 per cento in Facebook e Google ha il suo Google Plus. Apple insomma è abbastanza isolata da questo punto di vista e in un mondo in cui i social media stanno accrescendo sempre più la propria influenza sul modo in cui la gente spende tempo e denaro è chiaro che il marchio di Cupertino, che vende applicazioni, giochi, musica e film, non può che essere interessato ad aprirsi alle reti sociali. “Apple non ha un proprio social network. Ma ne avrebbe bisogno? La risposta è sì”: lo ha dichiarato non a caso Timothy D. Cook, il Ceo del marchio di Cupertino, nel corso di una recente conferenza.

ALTRE IMPLICAZIONI DELL’ACCORDO – Se il matrimonio fosse effettivamente da farsi ci sarebbero inoltre altre implicazioni. Twitter risulterebbe rafforzata, dopo l’indebolimento generale delle aziende del settore che ha fatto seguito allo sbarco abbastanza deludente di Facebook in Borsa e Apple sperimenterebbe finalmente una nuova strategia, considerato che fino a questo momento la tattica dell’azienda della mela è sempre stata quella di acquisire piccole start up da assorbire al proprio interno. Il New York Times però, parlando delle voci di corridoio, sottolinea che entrambe le società hanno risposto un secco no comment a qualsiasi ipotesi di accordo.

E SU TWITTER SI PUO’ PERSINO SCHERZARE – Nel frattempo esce una notizia che dà la misura dell’importanza crescente del sito di microblogging: si è chiuso infatti il caso di Paul Chambers, che nel 2010 aveva cinguettato su Twitter: «M..da, l’aeroporto è bloccato per neve e se i disagi vanno avanti ancora un po’ lo faccio saltare in aria». Lì per lì le dichiarazioni del consulente finanziario sono state prese talmente sul serio da farne un caso giuridico che è durato due anni, con Chambers indagato e condannato per la diffusione di comunicazioni a sfondo terroristico a causa dei suoi tweet scomposti. Solo ora la giustizia britannica, dopo il ricorso in appello, lo ha assolto, riconoscendo che dei suoi seicento follower nessuno aveva preso sul serio i cinguettii e che Chambers non aveva alcun intento terroristico. Semplicemente scherzava.

 

Emanuela Di Pasqua

28 luglio 2012 | 15:05

Saluto nazista alla nazionale tedesca?

Corriere della sera

 

Il gesto «equivoco» di Walther Troeger, dirigente sportivo e membro del Cio, durante la cerimonia di apertura

 

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MILANO - Imbarazzo e stupore, questa la reazione di Camilla Parker-Bowles nell'accorgersi che un delegato tedesco accoglieva la sfilata della nazionale tedesca con un gesto molto simile a un saluto nazista, dalla tribuna autorità dello stadio. L'«incidente», immortalato da fotografi o cineoperatori, è avvenuto nel corso della cerimonia di apertura. Poche file davanti alla duchessa di Cornovaglia, che sedeva al fianco del sindaco di Londra Boris Johnson, Walther Troeger - dirigente sportivo tedesco e membro onorario del Cio - si è alzato con altre persone al suo fianco e ha salutato al passaggio degli atleti tedeschi: ma mentre gli altri agitavano la mano, lui muoveva il braccio sinistro con la mano distesa, in un gesto all'apparenza equivoco. Dietro, ripresi dalle telecamere, prima stupiti e poi divertiti, Parker-Bowles e Johnson non sono infine riusciti a trattenere un sorriso coperto dalle mani.

 

 

(Fonte: Ansa)

28 luglio 2012 | 15:09

Da invalidità a vecchiaia: l'importo più favorevole non viene conservato

La Stampa

 

La richiesta di conversione della pensione di invalidità in pensione di vecchiaia non assicura al richiedente la conservazione dell’eventuale più favorevole importo economico della prestazione di cui è titolare.

Il caso

Tramutare la pensione di invalidità in pensione di vecchiaia, questa la richiesta di una donna al giudice di Patti. Richiesta accolta e confermata dalla Corte d’appello, che ha ritenuto sussistente l’interesse al riconoscimento di una prestazione, come la pensione di vecchiaia, che, «per la sua definitività, irrevocabilità e non rivedibilità, possa essere ritenuta dalla parte più favorevole rispetto alla pensione di invalidità». La questione, però, non si ferma qui. L’Inps, infatti, ricorre per cassazione. La Cassazione, con la sentenza 6588/12, smentisce quanto affermato dai colleghi del merito. La richiesta di conversione della pensione di invalidità in pensione di vecchiaia, infatti, non assicura al richiedente la conservazione dell’eventuale importo economico più favorevole della prestazione di cui è titolare. Più precisamente, gli Ermellini enunciano un principio di diritto che ha portato alla cassazione della sentenza impugnata: «la trasformazione della pensione di invalidità acquisita nel regime del r.d.l. n. 636 del 1939 in pensione di vecchiaia, consentita solo se sussistano i requisiti assicurativi e contributivi propri di quest’ultima prestazione, opera come effetto di una specifica opzione dell’assicurato, conseguendone che il diritto alla conversione non dà titolo alla conservazione (se più favorevole) del trattamento economico in godimento».

Cerchi olimpici e diseguaglianze nel mondo

Corriere della sera

 

Dalla diffusione dell' Hiv all' obesità: Sousa reinterpreta gli anelli delle Olimpiadi simbolo di fratellanza tra Continenti

 

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Un palcoscenico planetario, un'occasione senza pari di riflessione su dove va il mondo. Possono e dovrebbero essere anche questo le Olimpiadi di Londra 2012, il luogo dove vengono celebrati in questi giorni i valori dello sport e dello spirito di fratellanza. Ma quali realtà nascondono i Cerchi Olimpici, simbolo di competizione sportiva e anche di unione dei cinque Continenti? Gustavo Sousa, creativo brasiliano, ha provato a mostrare le grandi diseguaglianze delle regioni mondo globalizzato cambiando disposizione e dimensione ai cerchi.

TRISTI PRIMATI - Un enorme cerchio giallo intrecciato a quattro tra piccoli e piccolissimi anelli ci ricorda dove sta, in Africa, la maggioranza di persone contagiate dal virus Hiv nel mondo. Non è una sorpresa nemmeno questa, ma ci colpisce la rappresentazione grafica, notare come Asia e America ospitino il maggior numero di milionari. L'obesità sta più in America, tallonata dall'Oceania. Il primato delle emissioni pro-capite è conteso tra verde e blu, il possesso di armi vede l'America in vantaggio ma tutti pronti a concorrere. «Ho lavorato sul logo delle Olimpiadi, questo logo elegante - ha affermato Sousa - tirandone fuori 16 figure, una per ogni giorno dei giochi olimpici».

 

Paola Picapaolapica

28 luglio 2012 | 12:44

Botticelle a Roma, cavallo sviene per un malore Enpa capitolina: "Sono una vergogna mondiale"

La Stampa
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Il troppo caldo ha fatto stramazzare al suolo l'animale


Il cavallo che ha accusato il malore in piazza di Spagna, 27 luglio2012 a Roma, in una foto dell'Enpa (Ente NazionaleProtezione Animali).

Ancora polemiche attorno alle boticelle romane. Il caldo soffocante che avvolge Roma ha sfinito il cavallo di una botticella, che in piazza di Spagna è improvvisamente crollato a terra in mezzo ai turisti. Il vetturino ha cercato di farlo rialzare con le cattive maniere e questo ha provocato la reazione di alcuni presenti: ne è nata una discussione molto animata, al limite della rissa, che si è placata solo quando sono intervenuti i carabinieri. Il cavallo si è quindi rimesso in piedi, visibilmente sofferente. È stato chiesto l’intervento delle guardie zoofile.

«Il cavallo è in buone condizioni»
Appena accaduto l'episodio, sono intervenuti due veterinari specialisti presenti a Piazza di Spagna, uno della Commissione per le botticelle di Roma Capitale e uno dei Carabinieri, per constatare lo stato di salute dell'animale. Dall'esito delle visite emerge che il «cavallo è in buone condizioni, con battito e temperature regolari». A raccontarlo è Federico Coccia, delegato del Sindaco per la salute degli animali, che ha anche aggiunto: «Ho invitato il conducente a mettere immediatamente a riposo il cavallo e nei prossimi giorni la Commissione andrà a controllare l’animale per verificare il suo stato di salute: non tornerà al lavoro finchè la commissione non lo riterrà opportuno».

L'Enpa: «Una vergogna mondiale»
«Uno spettacolo indecente quello del povero cavallo stramazzato a terra in piazza di Spagna nel pomeriggio. Soltanto l'ultimo di una lunga serie di incidenti con cavalli morti e feriti con la stampa di tutto il mondo che ne parla. Ne parlano all'estero ma qui a Roma in Campidoglio gli amministratori fanno orecchie da mercante, anzi alcuni consiglieri della maggioranza sono sempre pronti a difendere i vetturini a spada tratta» dichiara Claudio Locuratolo Presidente dell'Enpa di Roma. «E' ora che il Sindaco in dirittura d'arrivo lasci un segno positivo - aggiunge Locuratolo -, faccia qualcosa per non essere ricordato come il Sindaco più insensibile della storia romana, senza pietas per gli animali, per un pugno di vetturini che tengono in scacco un'intera amministrazione esponendola al ridicolo. Questo è anche il risultato della soppressione dell'uffico diritti animali, una città allo sbando, dove mondezza ed animali sono considerati alla stessa stregua». L'Enpa annuncia seri provvedimenti in arrivo, le Guardie Zoofile della protezione animali in questi mesi hanno monitorato le botticelle, filmato e scritto verbali di accertamento. Sono molti quelli 'beccati' al trotto e presto l'associazione richiederà provvedimenti seri, che in questi casi è prevista la sospensione della licenza per 3 mesi.

La ricerca dell'«ultravista» per militari e piloti Già 230 mila interventi per i quindici decimi

Corriere della sera

 

Operazioni anche su occhi sani per vedere una mosca a nove metri. La tecnica combinata di microchirurgia e laser

 

«Ho volato con un F/A 18 Hornet a fianco del pilota che è stato il mio primo operato di miopia con il laser Lasik e sono fiero di me: ho migliorato le sue capacità visive nel condurre il velocissimo aereo da combattimento». David Tanzer è un comandante della Marina militare americana, ma è anche il direttore dell' US Navy Refractive Surgery Program . Un chirurgo refrattivo con le stellette. Ed è proprio Tanzer a spiegare che oggi il laser serve anche a dare una vista d'aquila o da predatore notturno ai militari americani. È partito un nuovo programma: quello dell'«ultravista». Operare chi non ha difetti per dargli oltre 15 decimi. Il che significa vedere una mosca a nove metri, invece dei sei a cui la vedrebbe chi ha i normali dieci decimi. L'Hornet è appena atterrato in piena notte su una portaerei.

Il pilota con cui ha volato Tanzer è entusiasta: «L'intervento non solo mi ha tolto gli occhiali, ma ha migliorato le mie capacità di vedere il ponte della nave e di individuare le luci di atterraggio». È lui l'operato zero, oltre dieci anni fa, dei tanti militari finiti sotto il laser nel programma Warfighter Refractive Surgery : più di mille piloti dell'Aeronautica, oltre 230 mila soldati della US Army . Uno studio su questi pazienti ha mostrato che il 98,2% era soddisfatto del risultato ottenuto. E, soprattutto, la laser vision correction ha mostrato di essere sicura ed efficace in tutti gli aspetti del servizio militare. Recentemente anche la Nasa, l'Ente spaziale americano, ha approvato l'intervento con il laser per gli astronauti.

«In tutte le professioni, o quasi, avere una buona acuità visiva è importante per poter svolgerle bene, con precisione, senza fatica e in sicurezza - commenta Lucio Buratto, chirurgo refrattivo milanese (Centro Ambrosiano) -. Ma per certe categorie di persone avere una vista acuta e di buona qualità è più importante che per altre... Chi affiderebbe il proprio figliolo a un autista di scuolabus che non vede bene? Chi si affiderebbe a un chirurgo super miope? Chi salirebbe su un aereo se sapesse che il pilota vede male?». Il ragionamento non fa una piega. E c'è anche chi può rischiare a causa di un difetto visivo: i motociclisti professionisti, i piloti di Formula 1, gli edili che lavorano su ponteggi ad altezze inverosimili, i falegnami che maneggiano continuamente affilatissime seghe elettriche...

E si torna ai piloti di jet militari. Atterraggi in spazi strettissimi, con pioggia o vento, a volte di notte, con la nebbia. Magari su portaerei con mare agitato... Coinvolti in missioni pericolosissime dove il minimo errore può costare loro la vita e compromettere il successo. Non deve stupire, quindi, se a certe persone sono richiesti requisiti fisici particolarissimi. E la vista svolge un ruolo rilevante. «La chirurgia con laser ha ormai dimostrato di essere sicura ed efficace e di essere in grado di migliorare le prestazioni di questi professionisti del rischio», dice Buratto, tra i pionieri italiani in questo campo. Uno studio in particolare ha convinto i militari a stelle e strisce a operare anche chi vede già bene: 30 aviatori che avevano perso l'autorizzazione a condurre aeroplani sono stati operati e due settimane dopo tutti (100%) avevano una visione (senza occhiali o lenti a contatto) di 10 decimi o superiore.

Il 94% degli operati vedeva 12/10 e il 57% vedeva ben di più. Cioè da 13/10 in su. Di qui l'idea dell'«ultravista». D'altronde i militari hanno necessità di requisiti visivi speciali. Un cecchino con 15/10 è sempre meglio di uno con 10/10. Ovviamente prima di decidere sono stati valutati ben 45 studi che hanno stabilito la sicurezza della chirurgia refrattiva con il laser, oltre che la qualità della visione. Via aperta anche in campo sportivo: una sorta di «doping» ottico per giocatori di golf, piloti di F1, tiratori al piattello o al bersaglio... E con tecniche anche nuove che cominciano a correggere difetti come l'astigmatismo, la presbiopia, l'ipermetropia. Non solo la miopia.

 

Mario Pappagallo
@mariopaps 28 luglio 2012 | 8:48

L'Asaps bacchetta Clooney «Quel casco è illegale»

Corriere della sera

 

L'associazione contro la «scodella» utilizzata dall'attore sulla sua Harley a Como. «Messaggio negativo per i giovani»

 

MILANO- Quella «scodella» sulla testa di George Clooney, immortalo in sella a un'Harley non è passata inosservata a chi tutti i giorni porta avanti battaglie per la sicurezza stradale. Perché è un casco irregolare e serve a poco o nulla a proteggere in caso d'incidente. L'Asaps, l'associazione amici della polizia stradale, le manda a dire all'attore americano e sul suo sito lancia un invito: «Facci un favore George, comprati un casco vero!». «Proprio lui che dovrebbe avere dimestichezza con le teste fracassate, avendo interpretato Doug nella serie televisiva E.R.», prosegue l'articolo.

 

 George rispolvera la su Harley George rispolvera la su Harley George rispolvera la su Harley George rispolvera la su Harley George rispolvera la su Harley

MESSAGGIO NEGATIVO-Ma sul lungolago di Como, insieme ad altri biker, l'attore americano innamorato dell'Italia, «porta un messaggio negativo». Soprattutto per i più giovani. «Le leggi quelle scritte dal Codice non prevedono esenzioni di alcun genere per proteggere il cranio, bello o brutto che sia» conclude l'Asaps.

 

Redazione Motori
corriere_motori27 luglio 2012 | 17:24

Le suore di clausura firmano il referendum per tagliare l'indennità dei parlamentari

Corriere della sera

 

Funzionario di Palazzo Frizzoni porta i moduli al monastero di via Locatelli

 

Suora in clausuraSuora in clausura

Le suore di clausura del monastero «Matris Domini» di Bergamo, in via Locatelli, hanno chiesto al Comune di poter sottoscrivere la petizione dell'Unione popolare che punta al taglio delle indennità dei parlamentari. L'eco dell'iniziativa politica contro gli stipendi di senatori e deputati è quindi arrivato anche oltre le mura del monastero di clausura, come riferisce il quotidiano online Bergamonews.

Dal monastero, che si trova non lontano dal centro di Bergamo, nei giorni scorsi è partita una telefonata. Una monaca ha chiesto ai funzionari del Comune di poter ricevere i moduli per sostenere la petizione. E un funzionario si è recato direttamente in via Locatelli, dove ha consegnato la documentazione per poi riportarla in Comune. Così è stata rispettata la volontà delle suore senza violare, allo stesso tempo, il loro voto di clausura.

 

Redazione online27 luglio 2012 | 19:27

Giggs non canta «God Save The Queen»: infuria la polemica a Londra

Corriere della sera

 

Il capitano non intona l'inno, «in quanto gallese»: lo stesso hanno fatto 2 calciatrici scozzesi

 

Quando è partito “God Save The Queen”, il ct della Nazionale olimpica di calcio, Stuart Pearce (quello che Paul McCartney ha definito “un idiota per non aver convocato David Beckham") e gli altri uomini del suo staff sono stati immortalati dalle telecamere a cantarlo con inglesissimo orgoglio. Ma quando le immagini si sono spostate sui calciatori in campo, ecco la sgradita sorpresa per tutti i britannici in mondovisione: il gallese Craig Bellamy e il connazionale, nonché capitano della squadra, Ryan Giggs, erano lì muti come pesci, mentre le note dell’inno risuonavano imponenti nell’Old Trafford quasi esaurito (72.176 spettatori) per il debutto contro il Senegal.

LA DELUSIONE DEI TIFOSI - Un oltraggio al patriottismo Union Jack che non è ovviamente piaciuto ai tifosi, che hanno preso d’assalto forum e social network per esprimere tutta la loro delusione, ricordando ai due giocatori «che dovrebbero essere onorati di essere alle Olimpiadi con la maglia della Gran Bretagna». E forse le reazioni avrebbero potuto anche essere più violente se non fosse stato proprio Bellamy a segnare il gol del momentaneo vantaggio Brit, guarda caso su assist di Giggs (poi comunque vanificato dal pareggio di Konate a 8 minuti dalla fine). Ma di certo la questione dell’inno cantato o meno resta sospesa, in attesa di chiarimenti del comitato olimpico britannico che, sebbene si fosse già precedentemente espresso in materia (stabilendo che tutti gli atleti dovessero imparare “God Save The Queen”, pur concedendo la facoltà ai singoli di cantarlo oppure no), viene definito "particolarmente furioso" dal “Daily Mail” , perché l’affronto dei due gallesi è il secondo in ordine di tempo.

ANCHE LE SCOZZESI NON CANTANO - Ad accendere la miccia del nazionalismo sono state infatti mercoledì sera le due calciatrici scozzesi Kim Little e Ifeoma Dieke (quest’ultima per la verità nata in Massachussetts da genitori nigeriani, ma cresciuta in Scozia e talmente legata a queste terra da rifiutare la chiamata olimpica per gli Usa) che, agli inni nazionali prima di Gran Bretagna-Nuova Zelanda, se ne sono rimaste zitte, motivando poi la decisione come «una scelta personale, visto che siamo scozzesi» (il quinto verso dell’inno, peraltro raramente cantato, recita infatti “Rebellious Scots to crush.

MA LA FAMIGLIA ERA D'ACCORDO - Un comportamento che i dirigenti hanno però bollato come "irrispettoso" e che non è piaciuto nemmeno agli altri atleti britannici, come l’ex giavellottista Fatima Whitbread (argento alle Olimpiadi di Seul), secondo la quale «siamo davvero ridotti male se c’è chi compete sotto la bandiera britannica e non si sente orgogliosi di esserlo». Ma la famiglia della 22enne Little (che è originaria di Mintlaw, nell’Aberdeenshire) approva in pieno la scelta della ragazza, con nonno William (che vota SNP e vuole l’indipendenza della Scozia) a spiegare che lui «avrebbe fatto lo stesso, perché quello è l’inno nazionale dell’Inghilterra e mia nipote è scozzese» e papà Calvin che si dice «molto orgoglioso» della figlia, anche se non immaginava «che fosse una tale nazionalista».

CHE SUCCEDERA' LUNEDI' - E a proposito di patriottismo olimpico alla rovescia, dopo la clamorosa gaffe della bandiera nord coreana sbagliata giovedì sera c’è stato un altro incidente diplomatico quando il calciatore gallese Joe Allen è stato erroneamente definito “inglese” sul programma ufficiale della partita contro il Senegal. Scuse immediate e imbarazzo alle stelle, con il nuovo programma già corretto e stampato in fretta e furia per la sfida contro gli Emirati Arabi di lunedì, quando però gli occhi di tutti saranno sulle bocche di Bellamy e Giggs, per vedere se resteranno cucite un’altra volta.

 

Simona Marchetti

27 luglio 2012 | 16:11

Carceri, negato a un detenuto il permesso di laurearsi

Il Messaggero

 

La denuncia del Garante Marroni: «Storia incredibile e avvilente»

 

Cattura

ROMA - A poche ore dalla discussione della tesi, gli è stata negata la possibilità di recarsi davanti alla commissione d'esame. Protagonista un detenuto del carcere di Regina Coeli. La denuncia viene dal Garante deidetenuti del Lazio Angiolo Marroni che ha definito la vicenda «incredibile e avvilente». Il detenuto si stava preparando a discutere la tesi di Laurea in lettere e filosofia - corso Dams - all'Università di Roma Tre. Ma, a poche ore dalla convocazione davanti alla Commissione di Laurea, il Magistrato di Sorveglianza ha negato la richiesta di permesso, facendo sfumare tutto.

Il detenuto, 40 anni, è recluso nello storico carcere romano da oltre cinque anni e con un residuo di pena da scontare di un anno. L'uomo negli ultimi tre anni aveva sostenuto, con successo, venti esami universitari ed aveva preparato con cura la propria tesi di laurea: un'analisi dei disegni e degli scritti realizzati, all'interno dei campi di sterminio nazisti, dalle vittime della Shoah.

Per discutere la tesi aveva chiesto un permesso orario per recarsi in Facoltà, forte anche dei pareri positivi espressi dalla Direzione del carcere e dal Garante dei Detenuti che, dal canto proprio, si era anche offerto di accompagnarlo alla discussione, dopo averne seguito, attraverso i suoi collaboratori, il percorso didattico.

  La decisione del magistrato. «Per una settimana - ha detto il Garante - la magistratura di sorveglianza, ha tenuto tutti in attesa: la famiglia, il detenuto, il nostro ufficio, la direzione del carcere, l'Università. Poi, a poche ore dalla discussione, ha deciso di respingere la richiesta di permesso facendo sfumare tutto. Alla base del diniego vi sarebbero motivi di legittimità visto che, secondo il magistrato, l'uomo sarebbe in attesa dell'esito dell'impugnazione del rigetto di un permesso richiesto lo scorso gennaio. Una vicenda discussa dai legali dell'uomo a maggio e da due mesi in attesa dell'esito.

Ma la storia, secondo il Garante, è anche lo specchio della complicata situazione in cui versa il Tribunale di Sorveglianza di Roma, caratterizzata da ritardi e lentezze nel rispondere alle esigenze del sistema carcerario e, in alcuni casi, da una durezza nelle decisioni «verso chi deve scontare la pena e non merita un ulteriore grado di giudizio». «Questa vicenda - ha detto Marroni - è uno schiaffo all'impegno di tante persone che sul recupero sociale dei detenuti investono molto. Per garantire il lieto fine non sono bastate le relazioni positive di chi con quest'uomo lavora quotidianamente, nè i motivi di risocializzazione e di riscatto culturale. E, come degna conclusione, Simone ci ha ufficialmente detto di non volersi più laureare in carcere. Aspetterà di farlo fra un anno, quando sarà un uomo libero».

Sabato 28 Luglio 2012 - 15:49
Ultimo aggiornamento: 15:56

E Bradley Wiggins mandò a quel paese la Regina

Corriere della sera

 

Alla vigilia della gara olimpica, il ciclista snobba (volgarmente) le congratulazioni di Elisabetta. E se la prende col Cio

 

Bradley Wiggins Bradley Wiggins

Che il personaggio sia decisamente un marziano nel conformistico pianeta delle due ruote, è ormai acclarato: già, ogni giorno che passa, il vincitore del Tour de France Bradley Wiggins irrobustisce sempre più la sua nomea di ciclista rock'n'roll (o meglio, mod), senza peli sulla lingua, nemico dello scontato e dell'ovvio.

«F... THE QUEEN» - Un po' troppo forse: alla vigilia della gara olimpica di ciclismo su strada nella sua Londra, il britannico ha deciso di mandare a quel paese nientemeno che Sua Maestà Elisabetta Seconda. Intervistato dall'Independent, a un certo punto Bradley ha rievocato le centinaia di messaggi ricevuti all'indomani del trionfo in giallo: «Mia moglie era estasiata perché la Regina ci aveva mandato una lettera. Io le ho detto "Fuck the Queen, fanc... la Regina" Johnny Marr mi ha mandato un messaggio su Twitter. E ho ricevuto un messaggio da Dio, ovvero Robbie Fowler». Per i poco avvezzi di cose britanniche, Johnny Marr è stato insieme a Morrissey, una delle due metà degli Smiths, band di culto degli '80 d'Inghilterra. Mentre Fowler, era l'alquanto eccentrico centravanti del Liverpool un decennio dopo, idolo dei tifosi: anche Wiggins è un fanatico dei Reds.

LA MEDAGLIA PIÙ CARA- Anche se l'espressione non proprio urbana viene spiegata con il molto spiccato senso dell'umorismo del ciclista (e molto british indeed), quel che si evince è che, al di là degli insulti, per lui, calcio e rock'n'roll valgon ben più di qualsivoglia endorsement reale. Sicuri però che Sua Maestà dimenticherà volentieri contumelie e predilezioni, se sabato Bradley aggiungerà la medaglia più cara al suo già ricco carniere.

«QUEL PISTARD NON DEVE PARTECIPARE» - Anche se in realtà, Wiggins ha qualcosa da ridire sulla corsa di sabato: alla competizione che partirà dal centralissimo Mall ci sarà anche il francese Mickael Bourgain. Inizialmente avrebbe dovuto partecipare alle prove su pista, poi la federazione di Parigi l'ha iscritto a quelle su strada. La presenza di Bourgain «è un insulto all'evento e alla nostra professione» ha tuonato Wiggins contro il Cio. Perché, secondo lui, l'inesperienza del pistard potrebbe essere pericolosa: «Non mi metterei mai a sprintare con uno come lui». Insomma, uno che non le manda a dire, Bradley Wiggins.

 

Matteo Cruccu
ilcruccu@twitter.com 27 luglio 2012 | 20:13

Multe, così i Comuni fanno cassa

Luisa De Montis - Sab, 28/07/2012 - 15:51

 

In molti Comuni si registrano vere e proprie acrobazie contabili: pur di pianificare il pareggio di bilancio si arriva addirittura a raddoppiare la cifra dell’anno precedente

 

Nelle grandi città o nei piccoli comuni, il sistema è sempre lo stesso. Da Milano a Piove di Sacco, senza alcuna eccezione. Per fare cassa i sindaci usano le multe, uno strumento ben collaudato che, anche quest'anno, si conferma la voce di entrata più gettonata per far quadrare i conti delle casse comunali. Addirittura le aspettative delle amministrazioni crescono: l’obiettivo di gettito per il 2012 è ovunque più alto, in qualche caso raddoppiato rispetto all'anno scorso.

Secondo quanto emerge da una indagine dell’Adnkronos sui bilanci di previsione dei comuni, la previsione dell’incasso, indicata ufficialmente nel bilancio di previsione approvato dal consiglio comunale, viene infatti costruita partendo dal dato dell’anno precedente e puntando ad un incremento percentuale, in nessun caso inferiore al 10%.

In media è del 20%, ma si registrano vere e proprie acrobazie contabili nei Comuni in cui, pur di pianificare il pareggio di bilancio, si arriva a raddoppiare la cifra dell’anno precedente. Emblematici i dati delle grandi città. A Milano è del 12,8% la previsione di aumento delle entrate per le sanzioni emesse dalla polizia locale rispetto al 2011, passano da 93 milioni di euro del consuntivo 2011 ai 105 milioni previsti per il 2012. Il comune di Bologna ha, invece, inaugurato la stagione della "tolleranza zero" sulle multe non pagate. Non a caso, dopo i cali registrati nei due anni precedenti, nelle previsioni di bilancio del Comune è previsto un deciso aumento del gettito proveniente dalle violazioni al codice della strada: 52,4 mln per il 2012. In linea Firenze, con multe per oltre 51 mln nel bilancio preventivo 2012.

Passando ai Comuni più piccoli, calano ovviamente i numeri assoluti ma è il rapporto con gli abitanti a rendere i dati significativi. Trento (117mila abitanti) e Cittadella (20mila abitanti) hanno più o meno lo stesso obiettivo: 2 milioni di euro. Il gettito preventivato dal comune di Pistoia (90mila abitanti) è di tre volte superiore: 6 milioni. Ad Avezzano (40mila abitanti) si punta a 1,1 milioni di euro, mentre a Parma (188mila abitanti) il Comune guidato dal grillino Federico Pizzarotti punta a incassare 11,4 milioni di euro. E in molti casi, viste le previsioni troppo ottimistiche, a metà anno, più o meno in questo periodo, è il caso di accelerare con le multe per centrare il target fissato. Emblematico il caso di Pavia: l’obiettivo indicato in un documento consegnato dal comune alla polizia locale, a inizio anno, fissa un incremento delle multe per il 2012 del 20% rispetto al 2011.

Nei Comuni ancora più piccoli spesso la situazione diventa quasi paradossale. A Orbetello, 15mila abitanti, è rilevante lo scarto rispetto all’anno scorso: per il 2012 sono previste più multe per 253mila euro. Piove di Sacco (19mila abitanti) vede più che raddoppiata la previsione di incassi da multe: al capitolo destinato alle sanzioni del codice della strada, sono indicati proventi per 690mila euro. L’anno scorso erano 350mila. Nel piccolo comune vicentino di Piovene Rocchette le multe sono diventate un vero e proprio "caso". Il sindaco Maurizio Colman ha denunciato quello che ritiene un vero e proprio sabotaggio, per ragioni sindacali, da parte degli agenti della sua polizia locale che avrebbero volutamente operato per non raggiungere il target fissato. Su un bilancio che ammonta complessivamente a 5,5 milioni di euro complessivi, i proventi stimati delle contravvenzioni ammontano a 980mila euro. I numeri nazionali, del resto, sono inequivocabili.

In Italia, in media, negli ultimi tre anni, sono state staccate ogni anno circa 14 milioni di multe, 1.600 all’ora. I ricavi, sommando quelli assicurati dalle polizie locali (circa 1,6 miliardi di euro) e da quelle nazionali, Polstrada e Carabinieri (circa 400 milioni di euro), portano nelle casse dello Stato circa 2 miliardi di euro all’anno. Una cifra che si traduce in un tassa occulta di 35 euro per ogni italiano, che nelle grandi città diventa di almeno 100 euro. C’è poi il problema dell’impiego delle risorse che arrivano dalle multe. La legge, nello specifico l’articolo 208 del Codice della Strada, prevede che almeno il 50% dei proventi vadano reinvestiti in attività a favore della sicurezza e della prevenzione degli incidenti stradali. Una prescrizione che viene spesso disattesa. Anche in questo caso, andando a verificare nei bilanci, si trovano comportamenti virtuosi e meno, tanto che poi in sede di bilancio consuntivo si evidenziano macroscopiche violazioni della legge. A Trezzo sull’Adda, il comune destina 70mila euro dei proventi derivanti dalle sanzioni alla manutenzione delle strade e alla sicurezza stradale. A Monza, la Polizia locale ha rinnovato il parco auto e ha pagato sei Alfa Romeo 159 station wagon, una stazione mobile e uno scooter elettrico con i proventi delle sanzioni previste dal codice della strada.

Si vendono appartamenti abusivi» Il pudore sparito dei palazzinari

Corriere della sera

Dopo il movimento di Ischia, il salto di qualità dei fuorilegge di Eboli Le compravendite La denuncia Vicino a Selinunte sono migliaia le case abusive che non hanno potuto beneficiare di condoni ma la richiesta di acquisto non si ferma Nel 2010 un manifesto affisso sui muri di Ischia denunciava la presenza di 28 mila abusi edilizi su una popolazione totale di circa 62 mila abitanti
«Vendesi appartamenti abusivi». Lo striscione, dalla vistosa scritta bianca su fondo rosso, campeggia in un cantiere di Eboli. E rappresenta, oscenamente, un salto di qualità. La certificazione che ormai in questo campo è stato superata ogni soglia del pudore.

Totò imbastì uno sketch formidabile, sul tema. Tuonava: «Abusivi di tutto il mondo unitevi! Ci vogliono abolire! È un abuso! Abusivi: diciamo no all'abuso!». Eccitava la rivolta, è vero, dei posteggiatori abusivi e non dei costruttori fuorilegge. Il tema, però, è quello. Rivendicato due anni fa addirittura in uno stupefacente manifesto affisso sui muri di Ischia, dove nonostante la terribile lezione del terremoto del 1883 che annientò Casamicciola, sono stati denunciati in questi anni 28 mila abusi edilizi su una popolazione di 62 mila abitanti: «La politica dominante è morta! Dopo sessant'anni di coma vegetativo, ne danno il triste annuncio i cittadini "abusivi" tutti. Le esequie si terranno in forma privata presso i seggi elettorali nei giorni 28 e 29 marzo 2010. Sulla scheda elettorale scrivi: "voto abusivo!"».

Insomma, la giustificazione dell'abusivismo è così diffusa, in questo Paese, che già avevamo assistito a episodi clamorosi. Uno per tutti, la costruzione pochi anni fa a Casalnuovo, in provincia di Napoli, a ridosso della zona rossa di estremo pericolo in caso di eruzione del Vesuvio, di 73 palazzi totalmente abusivi e senza fondamenta per un totale di 450 abitazioni, costruiti da un certo Domenico Pelliccia. Tutte abitazioni vendute dal notaio grazie a un'autocertificazione falsa in base alla quale sarebbe stato possibile godere del condono del 2003. Quel caso da manuale, che vide banche pronte a concedere mutui senza troppe puzze sotto il naso e rappresentanti di Telecom e dell'Enel e dell'acquedotto disponibili a fare gli allacciamenti senza badare alla illegalità totale del nuovo rione, fu solo una delle conferme di una cosa che in certe zone sanno tutti. Cioè che ormai l'andazzo dell'abusivismo è tale che molta gente non si fa problemi a vendere abitazioni abusive e altri non si fanno problemi a comprare.

«Conosco anch'io gente di Montecorvino, in provincia di Salerno, che ha accettato di comperare case abusive pur sapendo che non erano in regola - racconta Michele Buonomo, presidente di Legambiente in Campania -. Spesso si tratta di persone che non sono in grado di acquistare una casa regolare e si accontentano di qualcosa che sulla carta non potrà diventare mai loro perché queste abitazioni costano molto ma molto meno, perché sanno che la probabilità che siano abbattute dalle ruspe è bassissima, perché scommettono sull'arrivo, un giorno o l'altro, di un nuovo condono». Una scommessa scellerata. Sulla quale giocano politici scellerati. Che arrivano a fare addirittura le campagne elettorali promettendo miracolose sanatorie o come minimo l'impegno a non mandare le ruspe.

Spiega il libro Breve storia dell'abuso edilizio in Italia dell'urbanista Paolo Berdini, che trabocca di dati, citazioni e numeri, che le case illegali nella penisola, in larga parte concentrate nel Mezzogiorno, sarebbero 4.400.000. Vale a dire che, fatti i conti su una famiglia media, almeno 10 milioni di italiani vivono o vanno in vacanza in una casa abusiva. E lì entra in ballo il calcolo della peggiore politica: un abusivo è solo un abusivo, 100 abusivi con parenti e annessi possono eleggere un consigliere comunale, 1.000 possono determinare l'elezione di un sindaco o un deputato, un milione consentono di conquistare o perdere Palazzo Chigi.

Fatevi un giro, se vi capita, dalle parti di Triscina e Trecase, nella zona archeologica di Selinunte. Ci sono migliaia di case così abusive ma così abusive che non hanno potuto usare il condono craxiano del 1985 né quelli berlusconiani del 1994 e del 2003 e neppure la sanatoria delle sanatorie della Regione Sicilia ai tempi di Totò Cuffaro. Sono invendibili, eppure ogni tanto, con un contratto privato, qualcuna passa di mano. In alternativa percorrete il lungomare di Torre Mileto, tra Termoli e Rodi Garganico, dove nei decenni si sono ammassate centinaia e centinaia di villette sgangherate escluse da ogni sanatoria. Pare impossibile, ma capita di vedere dei cartelli: «Vendesi».

Mai però, neppure in una Regione come la Campania che secondo il Cresme (Centro ricerche economiche sociali di mercato per l'edilizia e il territorio) detiene il record italiano (e occidentale, presumibilmente) delle abitazioni abusive che qui sono il 19,8%, si era visto uno striscione come quello che Enzo Armenante, un anziano e combattivo esponente del Wwf campano, ha fotografato in un cantiere in via Cristoforo Colombo a Eboli e inviato a Fulco Pratesi, che del Wwf italiano è il fondatore e il presidente onorario. La sfida è sfrontata. Totale: «Vendesi appartamenti abusivi». E più sotto: «Info in sede».

Vale la pena di aggiungere una sola parola di commento?


Gian Antonio Stella
28 luglio 2012 | 7:58

La tv inglese non inquadra Napolitano: scoppia la polemica

Luisa De Montis - Dom, 29/07/2012 - 08:34

Mai inquadrato il capo dello Stato mentresalutava il passaggio della rappresentativa italiana durante la cerimonia d’apertura dei Giochi


Alla fine è scoppiata pure la polemica. Dopo numerose segnalazioni giunte da più parti, il Coni ha inoltrato formale protesta al general manager dell’Olympic Broadcasting Service (OBS), Manolo Romero, per non aver inquadrato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, mentre dalla postazione assegnatagli dal cerimoniale del Comitato organizzatore (Locog) salutava in piedi il passaggio della rappresentativa italiana durante la cerimonia d’apertura dei Giochi.

Nella lettera, firmata dal capo missione Raffaele Pagnozzi, è stato anche sottolineato che il Coni aveva segnalato agli organizzatori per tempo la presenza del capo dello Stato al quale ha, poi, rivolto "ancora una volta il più profondo ringraziamento per non aver voluto far mancare il suo sostegno alla squadra, sia pure in un particolare momento di carattere personale". Il presidente del Coni, Giovanni Petrucci, ha inviato una lettera al presidente Napolitano per illustrare l’accaduto esprimendo il rincrescimento dell’intera delegazione italiana.

La "bomba" a sorpresa del Papa: vescovo antigay nella capitale gay

Paolo Rodari - Dom, 29/07/2012 - 09:14

Benedetto XVI nomina monsignor Salvatore Cordileone ai vertici della diocesi di San Francisco. Delle nozze fra persone dello stesso sesso l’alto prelato ha detto: "Sono opera del diavolo"


Mentre la Chiesa italiana tramite il suo giornale di riferimento, Avvenire, attacca il Comune di Milano che ha fatto le ore piccole per approva­re il registro delle unioni civili mentre «nessuna maratona istitu­zionale è s­tata organizzata per da­re sostegno alle fa­miglie con figli», di più- e di più an­che di una certa afasia della chie­sa italiana- ha fat­to Papa Benedeto XVI. Con una deci­sione che il giova­ne ma esperto va­ticanista america­no Rocco Palmo ha definito sul suo blog «Whi­sper in the loggia » come «una vera bomba»,ha nomi­nato nuovo vesco­vo di San Franci­sco monsignor Salvatore Cordile­one.



Che significa aver messo nella città in cui vive la più alta concen­trazione di perso­ne omosessuali il vescovo america­no che maggior­mente si è speso contro le nozze gay. E che signifi­ca, insieme, aver portato un vesco­vo di linea dura e intransigente nel­la diocesi dove i suoi predecessori sempre si erano spesi per una pa­sto­rale verso i gay che molte anten­ne ha fatto sollevare anche in Vati­cano.

Già vescovo di Oakland, le batta­glie di Cordileone contro l’ammi­nistrazione Obama sul tema delle nozze gay hanno raggiunto in pas­sato toni aspri e duri. Quando nel 2002 Obama comunicò di non vo­le­r difendere il Defense of Marrige Act (Doma), avallando di fatto la tutela del matrimonio gay, Cordi­lenoe commentò testuale: «Io non so con certezza quanto influs­so abbia la lobby gay su Obama, ma la mossa del presidente pare la risposta alle loro pressioni. Non mi spiego la cosa altrimenti, dato che la società è contraria».

E anco­ra: «Sulla famiglia si dice che la mentalità sia cambiata, ma allora perché ogni volta che i cittadini americani hanno dovuto espri­mersi in merito, hanno votato in favore del matrimonio naturale fra uomo e donna? Anche questo dato è indicativo. Le persone inter­vistate nei sondaggi dicono di es­sere per l’equiparazione del matri­mono gay, poi nel segreto dell’ur­na votano contro.

Motivi per cui i governanti preferiscono non indi­re referendum su questa questio­ne. Persino nella California libe­ral ha trionfato la famiglia natura­le, anche se poi quel voto non ha contato nulla». Già, la California liberal. È in molte di queste diocesi dello stato americano che Papa Ratzinger ha portato presuli conservatori, no­mine criticate ma anche coraggio­se come è quella di due anni fa del presule messicano José Horacio Gomez a Los Angeles.

E molto co­raggio c’è voluto per portare Cor­dileone a San Francisco, la diocesi dove ebbe luogo la parata dell’or­goglio cattolico-gay. Nel noto quartiere-omosex Castro, colui che per anni è stato cancelliere della diocesi, Steve Meriwether, ha benedetto più volte la parata ve­stito con abiti religiosi color arco­baleno. Parecchi problemi con il movi­mento cattolico omosessuale di San Francisco li ha avuti in passa­to il cardinale William Joseph Le­vada quando, prima di arrivare a Roma all’ex Sant’Uffizio, guidava proprio la diocesi californiana. Fu lui, che fece una tesi di laurea sul «magistero infallibile della Chie­sa e sulla legge naturale », a impor­si nel 1997 contro il sindaco della città Willie Brown che voleva far adeguare la Chiesa a una legge sul riconoscimento della copertura sanitaria per le coppie omosessua­li.

Lo scontro divenne più aspro nel 2000, nell’anno del Giubileo, quando Levada non esitò a invia­re in Vaticano le immagini di una parata gay in cui molte persone sfi­larono- si dice anche con l’appog­gio di alcuni preti della diocesi- ve­stiti per le strade della città da suo­re e da preti. Il «problema», infatti, secondo molti osservatori, è sem­pre ri­sieduto all’interno della dio­cesi dove la giusta accoglienza de­gli omosessuali è stata da alcuni tramutata in appoggio diretto alle loro battaglie per ottenere diritti che la Chiesa non può avallare.

L’arrivo di Cordileone è in que­sto senso una spina nel fianco per quella parte di diocesi più vicina alle lobby gay. Scrive l' Huffington Post che la nomi­na «è un duro col­po assestato dal Vaticano alle lob­by gay». Perché per Cordileone il matrimonio fra persone dello stes­so sesso è «opera del diavolo», un’opera attraver­so la quale «il mali­gno intende di­struggere il mon­do ».

La comunità gay della diocesi non ha reagito be­ne. Tom Ammia­no, che guida la co­munità gay della diocesi, ha detto che la nomina non è «una benedizio­ne del cielo ». E il si­lenz­io col quale la comunità catto­lica di Castro ha reagito alla nomi­na dice che anche tra i cattolici la decisione papale è stata presa in modo non univoco. Una decisio­ne che­resta comunque importan­te e che porterà in futuro un nuovo vescovo conservatore all'interno del collegio cardinalizio, il circolo ristretto di porporati che elegge il Papa in conclave.

A spasso con Enzo Iacchetti: "Dal Derby a Striscia tutto nasce a Milano"

Il Giorno

Il comico rievoca i primi passi sui palcoscenici meneghini. E confessa il suo amore per via Mac Mahon, "che è rimasta un paesone"
di Massimiliano Chiavarone

Milano, 29 luglio 2012

«Il prezzo del successo? Fare tutti i giorni per 4 anni Luino Milano andata e ritorno a bordo della mia vecchia Renault. L’occasione del Derby, gli applausi, le incertezze, la difficoltà di mettere insieme il pranzo con la cena, la tentazione di tornare a fare il ragioniere e invece...». Nella parole di Enzo Iacchetti, attore, comico, conduttore tv, cantante, Milano diventa il palcoscenico dove ha vissuto gioie e dolori, emozioni e occasioni mancate ma anche tante battaglie vinte e la piena affermazione.

Alla fine è andata bene.
«Ho cominciato nel 1979 a Milano con il Derby, dopo un po’ di gavetta a Luino. Arrivavo qui verso le 21, facevo lo spettacolo, poi il tempo di due chiacchiere, un panino in un chiosco e di nuovo nella mia Renault 4 per tornare a casa verso le sei del mattino. Guadagnavo 12mila lire a sera e ne spendevo 5mila per la benzina. Ma poi non ce l’ho fatta più e mi sono trasferito a Milano».

Dove abitava?
«In Viale Monza. Condividevo l’appartamento con Giobbe Covatta e Giorgio Faletti. Giobbe era quello che cucinava. Mangiavamo solo pasta, non potevamo permetterci di più. Giobbe alternava, una sera spaghetti aglio e peperoncino, un’altra penne al sugo».

Mai una bistecca?
«Solo il lunedì, giorno di paga. Andavamo in una piccola trattoria in San Babila: menù fisso a 10mila lire più mille lire supplemento bistecca e noi, crepi l’avarizia, almeno quel giorno ce lo potevamo permettere».

E intanto faceva carriera?
«Ho fatto più fatica di altri, perché non proponevo personaggi, restavo me stesso facendo un cantautore sfigato che eseguiva canzoni alla Jacques Brel riscritte in tono ironico. Ma al Derby cominciarono ad apprezzarmi e conquistai il posto centrale nella scaletta della serata, la collocazione più ambita. Poi però venne la tv, ci fu il boom del Drive In: dal Derby presero parecchi comici, tranne me».

Si è rifatto con «Striscia la Notizia».
«In realtà devo prima ringraziare Maurizio Costanzo che mi lanciò in tv con le mie canzoni bonsai. Poi Striscia mi ha dato la consacrazione. La conduco da 19 anni in coppia con Ezio Greggio. Tornerò a farla l’anno prossimo da gennaio per tre mesi, per festeggiare il quarto di secolo del programma di Antonio Ricci».

Milano è sempre nella sua vita.
«La adoro, ha tutti i vantaggi di una metropoli compreso il nuovo skyline con questi grattacieli in costruzione che la rendono simile a Berlino e Londra, ma resta una città efficiente, dove con un taxi ci metti poco ad andare ovunque».

E poi c’è via Mac Mahon.
«La mia preferita, ha mantenuto l’atmosfera di un grande paesone, della Milano di un secolo fa. Qui ho abitato per parecchi anni, ci sono ancora tanti negozi che non sono stati soppiantati dai supermercati. Al mattino quando uscivo per fare la spesa, la gente mi salutava senza essere invadente. Alla Milano operaia di Mac Mahon si è mescolata la Milano delle varie etnie. In questa strada che segna il confine con la periferia impari a convivere con chiunque in pace».

E per mangiare?
«C’è la Trattoria Nova, condotta da Maurizio Nova e da sua moglie. Qui sembra che Milano si sia fermata agli anni ’50. Gli arredi e i piatti sono come non se ne trovano più. Da loro ho imparato a mangiare anche il fegato burro e salvia. Maurizio è un amico: da lui lasciavo il mio cagnolino Willy quando non potevo portarlo con me. E mi presta sempre il retro del locale per incontri di lavoro: qui ho firmato i contratti degli ultimi 20 anni. Poi mi coccola: ogni volta che mi vede schiaccia nel suo vecchio jukebox del 1957 il tasto D11 e parte la mia canzone preferita: “Sono un ragazzo di strada” dei Corvi».

C’è attesa per «Il Vizietto» che interpreterà a teatro la prossima stagione.
«Sì, affronterò il testo di Jean Poiret debuttando a Milano il 4 dicembre al teatro Manzoni. Farò la parte en travesti di Albin/Zazà Napoli, che al cinema era interpretata da Michel Serrault mentre Marco Columbro sarà Renato Baldi, il ruolo di Ugo Tognazzi. Io intanto vado a lezione dalla Cesira, alias Eraldo Moretto, la drag queen per eccellenza: voglio essere una donna perfetta.

E poi?
«Spero di interpretare sempre a teatro “Morte di un commesso viaggiatore” con mio figlio Martino, anche lui attore».


Foto Alla scoperta di via Mac Mahon
mchiavarone@yahoo.it

Un grande uovo di metallo sul Monte Bianco

Corriere della sera

Il rifugio dei record apre a 3.800 metri
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

Cattura
PARIGI - Tra un mese lo spettacolare uovo di legno e acciaio costruito a 3.835 metri sul Monte Bianco accoglierà i primi alpinisti: dopo due anni di lavori il rifugio del Goûter verrà aperto il 30 agosto, e inaugurato ufficialmente con una cerimonia il 7 e 8 settembre. Prenotazioni solo su Internet, attraverso due siti (uno riservato al sindacato delle guide e alle agenzie e l'altro ai singoli alpinisti) nella speranza di mettere ordine all'accesso e segnare una nuova era, senza i bivacchi e i sacchi a pelo sistemati sui tavoli del rifugio precedente, costruito negli anni Sessanta e destinato a essere smontato entro il 2013. Ogni anno circa 20 mila persone tentano la scalata al Monte Bianco, e sarà un'impresa anche trovare posto nel nuovo refuge du Goûter , visto che i letti sono limitati a 100 nel 2012 e 120 nel 2013, e ci si aspetta che - oltre agli alpinisti - nuovi visitatori vengano attratti dalla bellezza della struttura che dà su 1.500 metri di vuoto.
   
Il rifugio più alto d'Europa resta la capanna Margherita sul Monte Rosa (a 4.554 metri), ma il nuovo Goûter vanta altri record: struttura interna in legno fatto arrivare dalla vicina Saint Gervais per contenere l'impatto ambientale, involucro esterno fatto di pannelli in inox concepiti per resistere a venti medi di 240 km/h e alle forti escursioni termiche; energia solare per riscaldare l'acqua, ottenuta dallo scioglimento della neve scivolata sulle pareti e raccolta in uno speciale bacino.
«La sfida era costruire un edificio che offrisse sicurezza e comfort in condizioni estreme - dice l'architetto ginevrino Hervé Dessimoz - e dare una risposta estetica a difficoltà tecniche eccezionali. Il rifugio è posto di fronte al vento dominante che arriva da Ovest. La forma curvata consentirà alle raffiche di vento di scivolare sui fianchi per spingere la neve dietro all'edificio, nel bacino che serve per fabbricare l'acqua». Il cantiere sulla via classica del Monte Bianco, a quattro ore di marcia dalla cima, è stato rifornito con 250 viaggi in elicottero.

L'insieme della struttura pesa 400 tonnellate che sono state però divise in moduli da 550 chili, prefabbricati a valle in modo da ridurre il più possibile le andate e ritorno in elicottero. Il vecchio rifugio che è rimasto in funzione finora, inaugurato nel 1962 a distanza di 200 metri dal nuovo, consumava una tonnellata di carbone all'anno; l'uovo di legno e metallo sarà invece totalmente autosufficiente per l'elettricità, il riscaldamento e l'acqua; solo le bombole di gas per la cottura degli alimenti continueranno a essere trasportate da valle.

Il nuovo rifugio del Goûter, costato 6,5 milioni di euro, è stato finanziata dallo Stato francese, dai fondi dell'Unione Europea, dalla regione Rhone-Alpes e dal comune di Saint Gervais. Il direttore dei lavori, Thomas Büchi, insiste sul valore di esempio di un edificio ecocompatibile costruito a quasi 4.000 metri sul livello del mare: «Se siamo riusciti, usando legno locale, a realizzare una struttura simile, autonoma da un punto di vista energetico, in cima alle Alpi, non ci sono più scuse per fare lo stesso anche in pianura».

Negli ultimi mesi molti architetti si sono dedicati a costruire opere d'altitudine: dallo studio danese Big per il Koutalaki Ski Village in Lapponia, alla Mountain Hill Cabin dei norvegesi Hakon & Haffner nella catena di Al, agli italiani di Leap Factory che hanno piazzato il Nuovo Rifugio Gervasutti a Courmayeur.

Stefano Montefiori
@Stef_Montefiori29 luglio 2012 | 8:10

Nel 2012 assente un deputato su cinque

Corriere della sera

Aumenta il disimpegno dei deputati nell'era della "strana" maggioranza. Il record dei Responsabili, nel Pd i più assidui


Ghedini: l'avvocato del Cavaliere ha partecipato, da dicembre a giugno, a una sola votazione, a gennaio, su un totale di 1.026.Ghedini: l'avvocato del Cavaliere ha partecipato, da dicembre a giugno, a una sola votazione, a gennaio, su un totale di 1.026.

ROMA - Prima c'era solo lui, o quasi, in testa alla classifica: Antonio Gaglione, il chirurgo pugliese del Pd, riuscì a far imbestialire anche Rosy Bindi per il record di assenze alle votazioni della Camera e dovette allontanarsi dal partito. Ora, con un 85% di voti mancati per il Gruppo misto, non ha più lo scettro di Mr Assenteismo: lo confermano gli ultimi tabulati della Camera, rielaborati dall'agenzia di stampa Dire . A strappargli il titolo sono stati Niccolò Ghedini e Silvio Berlusconi del Pdl. L'avvocato del Cavaliere ha partecipato, da dicembre a giugno, a una sola votazione, a gennaio, su un totale di 1.026. Berlusconi ha votato solo due volte, a gennaio e nel mese di febbraio.

Ma sono decine i deputati che hanno disertato sistematicamente i lavori d'Aula: il tasso di assenteismo medio a Montecitorio, complice forse l'ampia e strana maggioranza Pdl-Pd-Terzo polo che «blinda» sulla carta l'approvazione dei provvedimenti, è del 20,05% nel periodo in esame del governo Monti. Come se da dicembre 2011 a tutto giugno 2012, un quinto dei 630 deputati, e parliamo di 126 parlamentari, non si fosse mai presentato a votare. La maglia nera delle presenze va ai deputati di Popolo e territorio, che, a dispetto del nome con cui erano nati politicamente («I Responsabili»), hanno disertato l'Aula, in sette mesi, 33,7 volte su 100. Cade dalle nuvole il capogruppo Silvano Moffa: «Ci sono deputati che non brillano per la presenza e altri che fanno di tutto per partecipare alle commissioni e alle votazioni, come faccio io», minimizza. Pronto a bacchettare qualcuno? «No, però farò sicuramente una ricognizione, perché ho sempre pensato che sia importante esserci, votare, fare il proprio dovere».

Intanto i «bocciati» delle presenze sono in buona compagnia. Il secondo posto spetta al Gruppo misto, dove i deputati si attestano sul 30% di assenze. Medaglia di bronzo ai finiani, che nel 25% dei casi non hanno partecipato alle votazioni. Poco dopo il Popolo della libertà, che si attesta al 22,8%, seguito dall'ex alleato, la Lega Nord, che, nonostante le disavventure interne, ha timbrato il cartellino con una certa costanza, disertando l'Aula solo il 14,4% delle volte. I deputati dell'Udc sfoggiano un 13% di assenze, mentre l'Italia dei valori si colloca subito dopo, con il 12% di deputati che non hanno risposto all'appello del voto. I più virtuosi? I Democratici, che con il 9,5% di mancanze alle votazioni chiudono l'amara classifica.

Un'allergia, quella ai banchi parlamentari, che sembra accentuata dal caldo degli ultimi mesi. Andando a considerare solo quello di maggio, infatti, sono diversi i deputati che hanno toccato o sfiorato quota 100%, ovvero che non si sono mai fatti vedere in Aula. Come Silvio Berlusconi, Ignazio La Russa, Niccolò Ghedini, Simone Di Cagno Abbrescia, del Pdl. Ma anche Umberto Bossi e Marco Reguzzoni della Lega, e Gianfranco Micciché del Gruppo misto. Non sono da meno Denis Verdini (99,24% di assenze), Michela Vittoria Brambilla (98,10%), Giulio Tremonti (97,34%), Vincenzo Barba e Maria Rosaria Rossi (96,20%), Antonio Angelucci (93,16%), tutti del Pdl. A giugno, ricorrono più o meno gli stessi nomi.

Ad anticipare le «vacanze» Berlusconi, La Russa, Ghedini, che continuano a non votare, raggiunti da Verdini e Tremonti. Fantasmi dell'Aula, come Micciché, Luca Barbareschi (Gruppo misto) e Marilena Parenti, del Pd, subentrata il 7 giugno ad Antonello Soro. E come Massimo Calearo (Popolo e territorio), che d'altra parte aveva detto qualche mese fa che in Parlamento non ci andava quasi più, e che lo stipendio da deputato gli serviva a pagare un mutuo. «C'è una demotivazione generalizzata per la situazione politica - prova a spiegare Moffa -. Ma chi non fa di tutto per essere presente sarà bocciato: non da me, dagli elettori».

Valentina Santarpia
29 luglio 2012 | 7:37

Il Fatto: Libero sciacallo Ma sulla morte dal Quirinale loro fanno gli str...uzzi

Libero

Il giornale di Travaglio spara a zero contro Libero per il titolo "Napolitano: pm assassini"


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Per il Fatto Quotidiano siamo degli sciacalli. Sì, quegli animali che si nutrono di animali morti. Libero, per il giornale di Marco Travaglio, trova insomma giovamento dalle difficoltà altrui, in questo caso la morte per infarto di Loris D'Ambrosio, consigliere di Giorgio Napolitano, finito nell'inchiesta palermitana sulla trattativa Stato-mafia. L'accusa del Fatto ha dell'incredibile, perché si riferisce alla nostra prima pagina di giovedì, che titolavamo "Napolitano: pm assassini", raccontando dell'accusa mossa dal presidente della Repubblica dopo la morte del collaboratore, devastato dall'attacco mediatico di procura e stampa per la vicenda dell'inchiesta sulla trattativa stato-mafia.

Sono stati loro, infatti, a pubblicare le intercettazioni che l'hanno fatto finire nel tritacarne: Travaglio il giorno prima della morte di D'Ambrosio firmava un editoriale dal titolo "Moral dissuasion", nel quale scriveva che "Il triangolo telefonico Mancino-D'Ambrosio (Napolitano)-Messineo fa finalmente giustizia della pubblicistica oleografica che dipinge lo Stato da una parte e la mafia dall'altra". E' con loro che ce l'aveva il presidente Napolitano, quando dopo la scomparsa dell'amico ha parlato di "vergognose insinuazioni". Ma quelli del quotidiano di Travaglio hanno fatto finta di niente. Giovedì, Marco Manetta, grande esperto di giudiziaria, nel suo pezzo quotidiano ha continuato a parlare di Berlusconi, ignorando completamente la morte al Colle. La notizia della scomparsa di D'Ambrosio è stata data come un semplica caso di fredda cronaca: solo fatti, niente commenti, una circostanza molto strana per il Fatto Quotidiano. Adesso, dopo che sono stati attaccati perfino dal pm di Palermo, Antonio Ingroia, quelli del Fatto ci danno degli sciacalli. Va bene: ma se noi siamo degli sciacalli, al Fatto sono degli str...uzzi.

D'Ambrosio, Napolitano piange sulla bara Ai funerali anche la sorella di Giovanni Falcone

Corriere della sera

Il ministro Severino racconta che aveva presentato le dimissioni, respinte dal Quirinale.Commosso Napolitano
MILANO - C'è anche Maria Falcone, la sorella del magistrato ucciso nella strage di Capaci, ai funerali del consigliere giuridico del Quirinale Loris D'Ambrosio morto due giorni fa per un infarto. «Non voglio fare polemiche -ha detto- non è nel mio stile e nutro grandissimo rispetto per le istituzioni, i magistrati faranno le loro indagini com'è giusto che sia. Ma ci vuole anche un rispetto costante delle persone che vengono occasionalmente investite da tali indagini».

 Napolitano piange sulla bara di D'Ambrosio Napolitano piange sulla bara di D'Ambrosio Napolitano piange sulla bara di D'Ambrosio Napolitano piange sulla bara di D'Ambrosio Napolitano piange sulla bara di D'Ambrosio

NAPOLITANO COMMOSSO - E' rientrato da Londra anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Prima si è recato alla camera ardente per un personale e riservato omaggio alla salma di D'Ambrosio. Quindi si è spostato nella chiesa di Santa Susanna. Col capo dello Stato, che è apparso molto commosso, la moglie Clio e il segretario generale Donato Marra. Molti i rappresentanti di politica e istituzioni. Per il governo i ministri dell'Interno e della Giustizia, Anna Maria Cancellieri e Paola Severino e il sottosegretario Gianni De Gennaro. Presenti anche Michele Vietti, vicepresidente del Csm accompagnato da Edmondo Bruti Liberati, il direttore nazionale Antimafia Piero Grasso, Luca Palamara presidente dell'Associazione nazionale magistrati. Tra i politici presenti il presidente del Copasir, Massimo D'Alema, il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, Beppe Pisanu e Piero Fassino.


SI ERA DIMESSO - «Loris D'Ambrosio ha molto sofferto - ha detto il ministro della Giustizia Paola Severino- Non riusciva a capacitarsi come potesse essere accusato, con tanta veemenza, di aver voluto interferire su indagini in tema di mafia, proprio la materia che aveva costituito il centro del suo impegno. Per lui era insopportabile il peso di vedersi addebitata l'accusa di avere mancato ai propri doveri, assolti, invece, sempre con proverbiale scrupolo e chiara lucidità». Quindi ha riferito che nei giorni successivi alla pubblicazione delle sue telefonate con Nicola Mancino, Loris D'Ambrosio aveva presentato le dimissioni al capo dello Stato, che le ha respinte sottolineando che la lettera con cui Napolitano lo lasciò al suo posto gli fu di «grande conforto».

Redazione Online28 luglio 2012 | 20:39

Gli epurati da Grillo fondano il movimento Sei stelle

Libero

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Il simbolo è stato depositato il 2 luglio scorso all’ufficio brevetti e marchi del governo italiano da Raffaele De Sandro Salvati, ex candidato di Beppe Grillo alla carica di sindaco di Cento, provincia di Ferrara. E rappresenta la prima scissione dei grillini. I ferraresi si sono infatti stretti intorno a Valentino Tavolazzi, il primo grillino epurato via post da Beppe Grillo sul suo blog.

Già allora per protesta gli esponenti del Movimento 5 stelle della zona sostituirono il simbolo classico con uno identico che al centro aveva lo slogan bandiera del movimento “UnovaleUno” (il loro motto di “democrazia partecipata”). Grillo ha scatenato i suoi avvocati e i dissidenti ferraresi lo hanno fregato aggiungendo una stella al simbolo, che ora porta sopra anche la dizione “Cento in Movimento”. Resta nel tondo M5s la scritta UnovaleUno , accompagnata da sei stelle alla base.